GLI OCCHIALINI TONDI

Nessun volto era il suo corpo.

Non c’era un viso da riconoscere.

Sotto quel lenzuolo,

sporco di morte,

i sandali francescani erano di quel ragazzo

a cui la guerra aveva tolto i sogni e l’identità.

Erano di Armando.

Fu solo mio il tempo giusto

per entrare in quel rifugio antiaereo della Marina,

per schivare quella bomba degli Inglesi ubriachi.

Era l’abbraccio della Vita per la mia vita.

Non so perché ricordo tutto questo,

non ne capisco il senso.

Mi allontano dal dolore del passato.

Dopo pochi passi una voce mi chiama.

Non serve che mi volti per vederti,

ma lo faccio.

Ciao,

non sei cambiato affatto.

Vedo che hai ritrovato gli occhialini tondi

che ti eri fermato a raccattare

prima di entrare nel rifugio,

l’abbraccio della Morte per la tua morte.

Dietro i vetri riconosco i tuoi occhi,

gli occhi vispi del ragazzino di allora.

Ti aspettavo”,

mi dici sorridendo.

Ah, che sbadato!

Ora capisco che non sto dormendo

e che non sto sognando.

 

Carmen Cappuccio

 

Siracusa, 30, 07, 2021

 

LA MOGLIE DEL SOLDATO

La vitalità è isteria di vivere,

la naturale conversione dell’angoscia di morire e di perdere tutto,

un patrimonio da lasciare in questo mondo infame,

un ex intruglio di spermatozoi ossidati

e di uova ancora buone per la frittata.

Il conflitto è un pane casereccio,

condito con le olive e il peperoncino,

con una fetta di pecorino e olio d’oliva extra,

quello di Carancino,

nonché origano in abbondanza

e quel pizzico di sale che non guasta mai,

come lo zucchero semolato,

extrafino e vanigliato nel budino al cioccolato della nonna.

Il gioco dei ruoli non funziona più,

come i programmi televisivi dei cuochi,

i nuovi messia di questo oltremodo attillato e dilatato paese.

Tu dimentichi chi sei

variando continuamente lo stato di coscienza

con hashish e mariagiovanna,

con coca e con cola,

e ti frastorni fino a far nascere e crescere in te

quel canovaccio umano che non hai mai recitato

nel sofisticato teatro della tua strana vita.

Il sodato ha ballato tutta la notte nel bordello di Malta

tra le signorine inglesi e le geishe nostrane,

tra poppe ruspanti e culi cadenti,

e all’alba ha visto tra la folla una nera signora

dai capelli ardenti e corvini,

una donna a metà tra madre e matrigna,

una dea a metà tra Afrodite e Atena,

una mezzo maschio e una mezza femmina.

Il soldato ha cantato e bevuto,

ha cantato canzoni porno con le mabrucche,

ha bevuto la sciobba con le indigene di Tripoli,

ha mangiato il quatrucco di mandorle e miele.

Il soldato ha recitato la parte giusta

per festeggiare la sua salvezza dai mali della Morte,

per andare in culo alle Moire,

alla troia di Cloto che fila,

alla malefica Lachesi che intesse,

alla famigerata Atropo che taglia.

Ma la sua fu la guerra di Piero,

sparagli adesso,

sparagli addosso,

e a nulla valse il fanatismo del siciliano,

mezzo cafone e mezzo arabo,

mezzo anarchico e mezzo fascista,

quando si accorse

che la Morte cercava proprio lui.

Quella donnaccia da bordello cercava proprio lui,

quella donna del malaffare ce l’aveva con lui,

proprio con lui.

La paura fu tanta e l’orgoglio quasi niente.

Il soldato Biagio Scarpel gridò al cielo lacerandolo:

Padre mio, aiutami!

Aiutami e non mi abbandonare!

Alla parata Lei mi stava vicino

e mi guardava con malignità.

Nella mia vita mi sono sempre ricordato della Morte,

ma Lei è stata tanto cattiva con me.

Voglio la vitalità,

il sangue caldo che mi scorre nelle vene,

tutta la forza dei miei istinti,

la follia di un uomo unico ed eccezionale.

Ancora una volta mi sia data la fuga in groppa all’anarchia.

Mi frastornerò ancora,

forza,

fino a Calascibbetta guiderò il cavallo dei miei pantaloni.

Mi illuderò di avere trovato finalmente l’amore di una vera donna,

una siciliana dall’accento matriarcale,

dai seni enormi ed efficaci,

non mi fermerò,

volerò,

mi butterò a capofitto in una vecchia avventura

per subire nuovamente la vertigine della vita.

E canterò,

io canterò la mia ninnananna

come faceva la mia mamma

quando mi regalava la ninna e la nanna.”

Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a’mia mi l’ammazzaru

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru di lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.”

Forza,

coraggio,

questa è una nuova realtà tutta da vivere.

Innocenti ed effimere sono le conquiste,

ma c’era tra la folla quella nera signora

perché non ho mai dimenticato quella Morte

a cui indolente ormai mi inchino.

Era tra la gente nella capitale del Nulla

e ora la ritrovo qua.

Ma tu, o Morte, non appartenevi agli altri?

So che mi guardavi con malignità.

Perché sei così cattiva con me?

Sono scappato in mezzo ai grilli e alle cicale,

mi sono perso nella terra di Utopia,

nella triste ricerca di un luogo tanto decantato che non esiste,

sono scappato via,

ma ti ritrovo qua,

in pieno centro a Calascibbetta.

Adesso, da fallito, ti ritrovo fuori dalla porta.”

Disse allora la gentildonna interpellata:

Sbagli,

t’inganni,

ti sbagli soldato.

Ti sei illuso anche in questo,

mio caro rivoluzionario.

Io non ti guardavo con malvagità,

io non ho nessun motivo per essere crudele con te.

Il mio era solamente uno sguardo stupito.

Ero soltanto meravigliata del fatto che tu mi cercavi.

Cosa ci facevi l’altro ieri là?

Io t’aspettavo qui e oggi,

aqui y ahora,

hic et nunc,

l’appuntamento giusto era proprio questo

e tu eri lontanissimo due giorni fa

e stavi quasi per mancarlo.

Ho temuto che per ascoltar la banda a Malta

ti fossi dimenticato del nostro happening,

del nostro cocktail d’amore.

Ho avuto paura

che, per frastornarti ancora con Stefania,

non facessi in tempo ad arrivare qua

e perdessi il tuo luogo e il tuo momento,

momentum a quo pendet aeternitas,

la tua ultima utopia.

Non è poi così lontana Calascibbetta,

non è poi così difficile morire,

la vita stessa ti ci porta naturalmente

se non ti opponi alle banalità.

Hai cantato con me tutta la vita,

non mi hai mai dimenticata un solo istante,

hai vissuto con la morte addosso,

e, dopo il canto del cigno, sei fuggito con il vento

e hai finalmente trovato la tua vera dimensione vitale.

Cosa vuoi di più?”

L’asinello è veramente morto,

è stato ucciso dal padrino Marlon Brando

per farti quel favore

che non potrai mai ricambiare.

Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a ‘mia mi l’ammazzaru

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru ri lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.”

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 10, 2020

RIATTRAVERSANDO ORAZIO

DIECI POESIE D’AMORE E DI MORTE

Epodo XIII

Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose
e una bufera di neve ci travolge.
La tramontana sibila tra gli alberi e sopra il mare.
Prenditi,
o amico mio,
tutto quello che la vita ti dà e,
se ancora le forze decorosamente ti sostengono,
non angosciarti al pensiero della vecchiaia.
Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato
e non parlare d’altro.
Forse,
con il mutare della sorte,
un dio volgerà tutto verso il meglio.
Adesso non rimane
che profumarci di essenze orientali
e allontanare dal cuore con la musica l’angoscia del domani.
Queste sono le parole di Chirone,
il suo congedo per Achille:
“Giovane invincibile,
nato mortale da una dea,
la terra di Assaraco,
solcata dalle acque rapide e gelide del Simoenta e del torrente Xanto,
ti attende.
Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno
e neppure tua madre,
azzurra come il mare,
potrà ricondurti in patria.
Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,
la fugace tenerezza di un conforto
all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

Ode I, 5

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

Ode I, 23

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

Ode I, 11

Carpe diem

O Leuconoe,
non chiedere anche tu agli dei
quale destino hanno riservato alla nostra vita
perché è impossibile saperlo
e sarebbe come ricercare un senso logico
nei calcoli astrali dei Caldei.
Credimi,
è meglio rassegnarsi,
sia se Giove ci concede ancora molti inverni
e sia se l’ultimo è proprio questo
che infrange le onde del mar Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci bene!
Versati un po’ di vino
e soltanto per un breve tempo
concediti l’illusione di una speranza.
Mentre noi parliamo,
il tempo impietosamente è diventato passato.
Godi l’attimo
e non affidarti assolutamente al domani.

Ode I, 9

Inverno

Guarda la neve che imbianca tutto
il Soratte e gli alberi che gemono
sotto il suo peso, guarda i fiumi rappresi
nella morsa del gelo.

Sciogli questo freddo, Taliarco,
e metti legna, tanta legna nel focolare;
poi senza alcun calcolo versa il vino vecchio
dall’anfora sabina.

Lascia il resto agli dei: quando placano
sul mare in burrasca la furia dei venti,
non trema più nemmeno un cipresso,
un frassino cadente.

Smettila di chiederti cosa sarà domani
e qualunque giorno la fortuna ti conceda,
segnalo tra quelli utili.
Se ancora lontana è la vecchiaia fastidiosa

dalla tua verde età, non disprezzare, o giovane,
gli amori teneri e le danze.
Ora ti chiamano l’arena, le piazze e i sussurri lievi
di un convegno alla sera;

il riso soffocato che ti rivela l’angolo
segreto dove si nasconde il tuo amore;
il pegno strappato da un braccio
o da un dito che ancora e resiste appena.

Ode II, 3

La morte è spietata

Ricordati di conservare serena la mente nel dolore
e lontana da un’allegria sfrenata nella fortuna:
ricordati, Dellio, che verrà la morte.

Che tu viva sempre nella tristezza
o che in ogni giorno festivo,
sdraiato in un campo solitario,
tu goda del vino più vecchio.

E un pino smisurato, un pioppo bianco
s’ingegnano a intrecciare l’ombra accogliente
dei rami? E l’acqua scorre
fuggendo irrequieta in un ruscello tortuoso?

Vedi che ti portino i vini, i profumi,
il fiore elegante e troppo effimero della rosa,
se la sorte, l’età e il filo oscuro
delle tre sorelle lo concedono.

Dovrai lasciare ciò che possiedi: i pascoli,
la villa che il Tevere biondo lambisce,
la casa, tutto. L’erede si godrà
ogni ricchezza che hai accumulato.

Che tu sia nato ricco da famiglia reale
o povero da gente oscura
e senza un rifugio, non importa.
La morte è spietata.

Siamo destinati tutti a un luogo, tutti
il destino, che si agita nell’urna,
ci attende un giorno sulla barca
per l’esilio eterno.

Ode II, 14

Rapidi fuggono gli anni

Ahimè, o Postumo, rapidi fuggono gli anni
e non c’è preghiera
che ti eviti l’aggressione delle rughe,
gli insulti della vecchiaia, il confronto con la morte.
Anche se t’illudessi per tutta la vita,
o amico mio, di strappare una lacrima a Plutone
con infinite e continue offerte,
ricordati che fra le sue onde di tenebra incatena
esseri incredibili come Gerione e Tizio,
quelle onde che chiunque viva su questa terra,
dal più povero al più potente,
è destinato a navigare.
Non serve evitare i rischi della guerra,
le scogliere dove s’infrange il rumore del mare;
non serve difendersi ogni autunno
dai venti che corrodono le ossa.
Credimi!
Conosceremo il fiume della morte,
il suo vagare inerte e opaco,
conosceremo le figlie maledette di Danao
e Sisifo incatenato per sempre alla sua pena.
Lasceremo i campi,
la casa,
la donna che amiamo e degli alberi che ora coltivi
nessuno,
se non questo cipresso odioso,
seguirà un padrone così effimero.
Il tuo erede, meno sciocco, si berrà
il Cecubo che difendi con cento chiavi
e di quel vino generoso,
più che nelle cene dei pontefici,
bagnerà la terra.

Ode III, 1

Odio il volgo profano

Odio il volgo profano e lo respingo.
Tacete!
Io, sacerdote delle Muse,
canto alle vergini e ai giovinetti carmi mai prima uditi.
E’ proprio dei re terribili il potere sui loro popoli,
ma è proprio di Giove il potere sugli stessi re,
Giove famoso per la vittoria sui Giganti,
che muove tutte le cose con le sopracciglia.
E’ come un uomo che dispone le sue viti nei solchi
per un tratto più vasto rispetto a un altro uomo,
è come che uno scenda in campo come candidato più nobile
e migliore per i costumi a contendere
questa sua forza con la moltitudine dei clienti.
La Necessità con giusta Legge
trae a sorte i grandi uomini e gli umili;
l’urna capace agita ogni nome.
A colui al quale pende sull’empio capo la spada sguainata
non daranno dolce sapore le vivande siciliane,
né il canto degli uccelli e della cetra riporteranno il sonno:
il sonno placido degli uomini agresti
non disdegna le umili case e l’ombrosa riva,
né la valle di Tempe agitata dagli zefiri.
Chi desidera solo quanto gli basta
non è reso ansioso né dal mare tempestoso,
né dalla furia selvaggia di Arturo quando tramonta
o dei Capretti quando sorgono,
né dal podere bugiardo della vigna colpita dalla grandine,
mentre gli alberi danno la colpa alla pioggia
o agli astri o agli inverni rigidi che bruciano i frutti.
I pesci sentono restringersi le distese marine
per i macigni gettati in mare: ora l’imprenditore
fa calare pietrame dagli schiavi
come se fosse il signore superbo della terra.
Ma il Timore, le Minacce seguono nello stesso modo il signore,
né si allontana il nero Affanno dalla trireme ornata di bronzo,
ma siede in groppa dietro di lui.
A chi è dolente, né il marmo frigio,
né l’uso di porpore più splendenti delle stelle
solleva la sua angoscia, né la vite Falerna
o l’unguento orientale degli Achemenidi.
Perché dovrei costruirmi un alto palazzo
dagli stipiti degni di invidia o secondo la nuova moda?
Perché dovrei cambiare la valle sabina, la casa,
con le ricchezze che sono causa di maggiori fatiche?

Ode IV, 7

Pulvis et umbra sumus

Le nevi si sciolgono,
i campi ritornano verdi,
le chiome degli alberi rifioriscono;
muta volto la terra,
i fiumi rientrano negli argini.
La Grazia con le Ninfe
e le sorelle gemine ardisce nuda
condurre a danza il coro.
Non sperare in eterno,
ti dice,
l’anno e l’ora che il giorno rapisce.
Il vento di Zefiro è mite;
l’estate,
che dovrà pure morire,
calpesta la primavera;
e appena l’autunno ha versato i suoi frutti,
ricorre la bruma, inerte.
Ma le fasi lunari veloci
riparano i danni del cielo:
e noi,
una volta scesi giù dove stanno il padre Enea
ed Anco e Tullo ricco,
polvere siamo e ombra.
E’ ignoto
se gli dei aggiungano il domani ai tuoi giorni.
Tutto quello che avrai negato al tuo animo
cadrà nelle mani avide dell’erede.
Scomparso che tu sia ed abbia udito
il decreto solenne di Minosse,
non potrà la facondia,
o Torquato,
non la tua origine,
né la tua religione
ridonarti alla vita.
Diana non può liberare
dall’ombra il casto Ippolito,
e Teseo tenta invano
di spezzare all’amico Piritoo le catene di Lete.

Ode III, 30

Io non morirò del tutto…

Ho innalzato un monumento più resistente del bronzo,
più alto della regale mole delle piramidi
e non potranno mai demolirlo
la pioggia battente
o la furia
del vento Aquilone
o la lunga serie degli anni
o il trascorrere fugace delle stagioni.
Io non morirò del tutto,
ma molta parte di me sfuggirà a Proserpina.
Nella lode dei posteri io crescerò sempre di nuova vita,
finché il pontefice salirà al Campidoglio
accompagnato dalla silenziosa vergine.
Là dove ancora l’Ofanto strepita con violenza,
là dove Dauno ha regnato su terre aride
e su genti agresti,
di me si dirà
che mi sono riscattato da umili natali nobilitandomi
e che per primo ho adattato ai versi italici
il carme eolico.
Fai tua,
o Melpomene,
la superbia del merito
e incorona
la mia fronte con l’alloro di Delfi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 11, 04, 2021

I MIEI OTTO FIGLI

TRAMA DEL SOGNO



Questa notte ho sognato una collega che era incinta ed aveva già 8 figli e questi figli erano frutto, i primi tre di un ex marito e gli altri di rapporti con uomini con i quali si era prostituita.

Inoltre, ho sognato un collega (nella realtà deceduto a febbraio) che vendeva gioielli, tra i quali, però, non avevo trovato nulla di mio gradimento da acquistare.”



Nancy



DAL SOGNO ALLA POESIA



Questa notte ho sognato una collega che era incinta ed aveva già 8 figli e questi figli erano frutto, i primi tre di un ex marito e gli altri di rapporti con uomini con i quali si era prostituita.”



Quanti figli ho desiderato sin da bambina!

Quanti figli ho avuto nella mia quasi consapevolezza!

Ho iniziato con Lui,

il primo uomo della mia vita,

mio padre,

e sono andata avanti fino a contarne otto,

otto di tanti e tanti di otto.

Chissà quanti,

ma tutti figli degni di tanta madre!

A volte ero io,

a volte era lei,

a volte con te,

a volte senza di te,

a volte con tutti otto

e più qualcuno che non c’è.

Così funziona il sogno

anche se non vi pare.

Quanti amori ho vissuto!

Quanti figli ho desiderato da te,

da lui,

da lei,

dall’altro,

dall’altra,

dall’altro e dall’altra ancora,

dalle rose di maggio gialle e scarlatte,

dalle mille movenze sinuose dell’anima monella,

dalle mille volute voluttuose del corpo birichino.

Ma i figli sono figli,

sono sempre e soltanto delle Madri,

quelle che hanno la gatta dentro e sempre in moderato calore,

in andamento lento e adelante cum judicio,

quelle che a Napoli gridano in teatro e nei vicoli “i figli sò figli”,

quelle dell’equazione esistenziale di Edoardo e Titina,

i De Filippo,

quelli del quartiere Chiaia negli anni quaranta,

quelle prostitute del tempio come donna Filumena,

la Marturano di via san Liborio nel quartiere di Montecalvario,

le Madri della bambina dentro che chiede di essere accudita,

quelle bambine madri che credono ancora nelle favole antiche,

nella favola bella del fiore di cavolfiore,

del fagotto della cicogna,

della stella caduta dal cielo,

della stella cometa con la coda ritorta,

di tutto quello che illude,

o Nancy,

di tutto quello che incanta,

o Nancy,

mia cara Nancy.

L’amore di una madre si fa per amore,

per un giglio rosso e vermiglio destinato alla croce,

per un figlio dolce e giocondo

con un nastrino azzurro per l’uccellino,

per una figlia dolce e graziosa

con un nastrino rosa per il fiorellino,

per un figlio o una figlia dolci e preziosi

con un nastrino arcobaleno.

Ma i figli sono e restano delle Madri.

E’ proprio vero

che ogni scarafone è bello a mamma soia,

è proprio vero

che in qualsiasi latitudine della nostra palla di vetro infranto

le signore della Vita e della Morte filano,

ricamano,

recidono.

Il tuo è un desiderio d’amore di mamma,

di grande mamma,

mia cara.

Ci vuole un rapporto con un uomo che non significat,

ci vuole un fiore o un cavolo nell’orto del vicino,

ci vuole una cicogna che viene da lontano

e placida si posa

sui tralicci dell’alta tensione per fare il nido

lungo l’autostrada che da Sirakaos porta a Catania e viceversa,

sui desideri delle stelle sospese nel cielo di sempre,

sui bianchi pensieri che l’anima schiudono novella,

sulla favola bella che ieri t’illuse,

che oggi t’illude,

oh Nancy.



Inoltre, ho sognato un collega (nella realtà deceduto a febbraio) che vendeva gioielli, tra i quali, però, non avevo trovato nulla di mio gradimento da acquistare.”



Hanno ammazzato Ouranos.

Gea ha ucciso Ouranos.

La Terra si è liberata del Cielo stellato.

Era stanca di essere ingravidata di bello e di brutto,

di giorno e di notte,

di essere avvolta nell’ambiguo cellophane di un amplesso,

di essere indotta nell’ambiguo malanno

di uno scarno “parecete femina che te dopere”.

I Padri sono morti.

Le Madri hanno ucciso i Padri.

Vendevano gioielli alle bambine

e seducevano le donne procaci nel fiore della giovinezza

con la promessa di una lauta ricompensa.

Le donne di Dioniso hanno sbranato Narciso,

hanno fatto a pezzi Orfeo,

si sono messe in un corteo osceno e moderno,

hanno bevuto e cantato per tutta la notte insieme a Lilith,

non sono mai arrivate a Samarcanda,

hanno gridato a squarciagola “vieni avanti Satana”.

Al primo sorgere del sole,

all’alba,

quando il cielo s’imbianca,

quando l’aere è terso,

hanno divorato le misere e vane membra dei maschi

che altre donne avevano a suo tempo ben impastato

con zucchero e cannella,

con petali di rose e fragole di giardino.

Che stranezza è l’amore!

Che balorda è la vita!

Ma io sono e rimango Nancy.

Io basto a me stessa.

Non vado al mercato del mercoledì in Oderzo

a comprare le pulci che saltano,

a spulciare il cimelio antico e ammuffito di nonna Matilde,

a odorare il gambero surgelato e asettico delle Marianne.

Io non voglio una notte di luna piena

per abbandonarmi a un povero uomo,

neanche il venticello sottile

che da ponente spira sulla pelle accaldata d’estate e d’inverno,

io non sono affaticata da Eros

per il bisogno di sopravvivere insieme all’umano gregge.

Io non ho studiato Darwin,

io non voglio un uomo,

io basto a me stessa

e alla compagnia cantante di musicanti

che ancora affascina e turba i miei congedi diurni

e le mie sortite notturne

con le litania arabe,

con l’oppio dei popoli afgani,

con le chimere del tempo che fu,

con le chiappe al silicone e al vento del tempo che è.

Io ho viaggiato dentro e fuori,

ho saputo di me,

ho saputo degli altri,

ho intessuto i miei sogni uno ad uno in un drappo di Damasco,

sono cresciuta dentro e fuori,

al sole e al vento.

Ora so della bambina che mi vive dentro,

della donna che ha bisogno di cure e premure,

di grazie e bellezze,

di arte e creanza.

Je m’en fous degli effimeri gioielli che pendono,

che pendono come la torre di Pisa,

gingilli destinati a cadere al primo vento di scirocco.

Dell’altro io non m’innamoro più.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 04, 09, 2021

MUTATIS MUTANDIS

Carissima e adorato,

questa è una lettera,

una lettera speciale per un essere speciale,

la mia lettera per te.

Questa è la mia lettera per te,

o amato bene della Valle dell’Anapo,

là dove crescono mirtilli osceni e papiri esosi.

Il mio pensiero va a te,

oggi come altre volte,

mille altre volte.

Cosa dico?

Come mille e mille e altre mille,

più uno per la mancia all’infermiera,

come i baci che Gaio Valerio prenotava all’amata Lesbia

per un soggiorno sacralmente impuro

nella dependance del lago di Garda,

in quel di Sirmione.

Il mio pensiero vola da te,

oggi come altri oggi,

ieri come altri domani,

finché l’arrossarsi dei cirri annunzia il giorno che muore.

E’ importante che tu lo sappia.

Aliquam sit, amet quam scire.

E’ importante

come una giornata di nebbia per un contadino mantovano,

è importante per me,

altrimenti mi perdo nel solipsismo della mia realtà

di soggetto senza oggetto e predicato verbale,

di atto stonato nel coro delle veraci voci del popolo,

di ardita analisi logica nelle scuole del Fascio dei combattenti,

di concetto disarmonico di alta semantica,

di quantum atomico senza qualità invisibile.

I taggia dicere

che tu, per me, sei due mani sapienti

che pizzicano un’arpa delicata,

che inforcano una tromba carnosa,

di Eustachio o di Falloppio,

a votre plaisir, madame Bovary,

tra strazianti dolori attendendo la morte al gusto di cianuro,

a votre plaisir, monsieur Jean Paul,

tra immense volute attendendo la morte al sapore di bluette Gauloise.

Cosa vuoi,

mia cara,

questo è il prezzo della gloria,

quella che non ribassa mai i prezzi,

quella che non fa sconti ma soltanto saldi

a Malta come a Saint Vincent,

la Gloria della casa chiusa di via delle Vergini al civico 23.

Sai,

mi è stata regalata una bellissima raccolta di poesie di Derek Walcott,

un poeta che amo come si ama un amante,

con fiducioso abbandono,

con giusta ironia,

un cofanetto discreto come un educando,

avvolto di velluto amaranto con dentro quei libri

che t’insegnano ad amare quello che tu sai,

come tu sai che io amo

prima di questa lettera e di questa lettura.

Scrive bene e compone ancora meglio

il creolo delle Antille con i baffetti a sbuffo

che beffeggia gli Inglesi e la loro lingua universale,

gli Svedesi e i loro premi orribili e cosparsi di polvere da sparo,

l’uomo che ama le creole dalle brune aureole

e nei suoi versi profonde il miele dei favi iblei,

i melograni e i fichi d’India del vallone Carancino,

un bene UNESCO per le persone civili,

una discarica per gli indigeni.

Le ho lette tutte le poesie di Derek,

le ho lette assieme a te

nella toilette argentata e nel soggiorno amaranto,

erano tue,

erano mie,

erano piene di isole e di mare,

di nausea da calamari fritti,

di luce estiva alla Gattopardo,

di luoghi irrinunciabili ai non credenti,

di luoghi comuni ai novax del quarto cesso del cavaliere Pisciotta,

cornici del dolore sordo di una mente sivax votata al pensiero,

di un corpo adibito e abilitato agli atti impuri e osceni.

Mi piacerebbe fartene dono,

un giorno,

forse domani,

forse giammai,

sicuramente ieri,

quell’ieri che tarda sempre a venire,

quell’ieri che tarda per tutti a diventare oggi.

Non disperare, orsù!

Vedrai tu

se darmi un indirizzo presso un ufficio postale o un bordello nostrano

o qualsiasi altro posto che non scalfisca la discrezione degli alcolisti

e la buona creanza dei democristiani o dei pidocchi piduisti.

Altrimenti,

le leggerò per te dentro le stanze della mia mente,

al sicuro dai torsoli e dal sangue,

dalle cicche di Marlboro e dai mezzi culi delle spiagge,

deretani bellissimi e imperanti al sole di questa impietosa estate.

Tu scrivimi sempre e scrivimi qualcosa.

Spedisci il tutto in via dei Matti al numero 0,

zero per la precisione e per il Fisco,

presso la casa di Sergio,

l’amico di Teresa,

quella della rosa rossa camuffata,

quella timorosa del pubblico ludibrio.

Lì troverai anche Stefano e Valentina

che suonano pop e cenano rock,

Stefano con le sue giacche introvabili e imperdibili,

la Vale con le sue immancabili scollature a V,

senza il reggiseno criss cross della Playtex,

quello extra che confonde le orbite pudiche dei non vedenti.

Per il resto, mia cara,

tutto è sempre disuguale e disadorno

in questa valle di lacrime

dove anche Maria ha scelto di piangerci sopra

per continuare a sperare in un mondo canaglia

intessuto di vaccini di tutti i tipi

e di mozzarelle filamentose e color viola,

come i tuoi mirtilli in calore umano.

Io apro gli occhi e ti penso,

ti penso

e ti immagino all’opera.

l’opera agricola e l’opera dei pupi,

in mezzo agli ulivi essiccati dal sole acerbo,

tra i nodosi mandorli non più in fiore,

tra le arance rosse della signorina Rosaria,

quelle sanguinelle tardive come il mestruo

quando l’uovo è stato fecondato,

tra i melograni della procace Proserpina,

tanto simile alla principessa inglese dai mille amanti,

costretta al coito con il rude Ades

o alle carezze dell’affettato don Carlos del Galles.

Io ti immagino e ti penso

nella piena capacità di godere delle meravigliose disarmonie della natura,

di sopportare le ordinarie minacce di una vita lunga e onesta

e quelle straordinarie di ogni mare in tempesta.

Cura ut valeas, amico mio e amica mia!

La vita è ombra,

è l’ombra di un sogno che fugge,

una favola bella che finisce,

il vero immortale è Eros,

è Thanatos,

il sogno che ieri t’illuse,

che oggi mi illude,

Erminda.

Ma tu ti chiami Silvana,

la donna delle selve,

femina silvarum,

là dove il lupo e l’orso fanno combutta

con la postina della Valsugana.

Cura ut valeas, amica mia e amico mio!

Ma tu ti chiami Silvano,

l’uomo ruspante delle selve,

vir fallicus,

non quello del dottore Enzo

che faceva combutta con Giobattino.

Prenditi cura di quel corpo

che ospita lo splendore della tua mente,

maschera visibile dell’Ente invisibile.

Sii felice,

quando possibile e il più possibile,

ama la vita,

le donne,

gli uomini,

le parole,

i gatti che dormono senza ansia,

i raggi obliqui del sole sui contorni del mondo.

Ricordati sempre del tuo rifugio

anche quando il morbo del doctor Alzheimer ti bracca le meningi.

Noli timere,

è soltanto un fantasma di morte doc e dop,

originale come il Barbazucon,

tempestoso come il Mazariol,

pennuto come il Madorin.

Il tempo è passato

e tu sei diventato e diventata anche il mio asilo politico

in tanta donna di provincia e in tanto bordello.

Mutatis mutandis,

mia cara e mio caro,

perché la vita è bella

e la voglio vivere sempre più.

Sava

Carancino di Belvedere 05, 08, 2021

 

NON DISPERARE

Ieri era un oggi di tanti anni fa,

un giorno magico da festeggiare

tra parole e silenzi,

sorrisi e risate,

ricordi e desideri,

nostalgie e tumulti.

Il cibo scorreva imperioso e burlone

sulla nostra tavola di rustico legno,

come i simboli migliori nelle poesie bellissime degli augusti poeti,

come le casse da morto dei poveri di spirito,

a ricordare le nostre identità di modesti figli di Zeus

che ricercano con desiderio pudico e immorale

quel quando saremo ancora insieme

a godere di un oggi presente e reale,

quello appena appena vissuto,

quello appena appena consumato,

un oggi consunto talmente vero e potente

da farci il bagno nelle giornate dell’ardente Agosto

nella baia di Brucoli putrida di turisti increduli,

sotto le stelle infami e invidiose,

sotto il solleone feroce e africano,

sotto noi due in cerca di sontuoso feeling.

Quante cose volevamo dire e fare prima di morire

per colmare le lacune

che il tempo bastardo

aveva infilato nella nostra povera memoria

tra il chi eravamo e il chi siamo,

noi,

sempre noi,

i figli di quelle luminose stelle

che da lassù, sornione, ci stanno a guardare

e da quaggiù, preziose, si lasciano ancora amare.

E mentre ti parlo,

le tue ceneri mute mi dicono di non disperare.

Passi sicuri sui freschi sentieri,

parole nude dei nostri pensieri,

di memorie spente dal tempo

a fare la mente leggera.

Era ieri,

ma già ora è un altro dì

ad accusare la solitudine di tante ore,

dove gli occhi e il cuore

guardano ansiosi

a sperare altre nuove.

Attesa vana a volte pare,

ma tanta forza dice di non disperare

che la luce ritornerà.”

La luce ritornerà ancora domani,

ci sarà un altro giorno,

ci sarà un altro dì e un’altra notte,

ci sarà un altro sole e un’altra luna,

ci saranno ancora anche senza di te e senza di me.

Ma dimmi,

orsù e per sempre,

cosa ci fai alle otto del mattino e vestito di bianco

sul marciapiede della linda stazione di Conegliano,

proprio tu che da Augusta hai preso il treno per Roma

e vestito di nero?

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 19, 07, 2021

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 5

Quis multa…

Quis multa gracilis te puer in rosa
perfusus liquidis urget odoribus
grato, Pyrrha, sub antro?
Cui flavam religas comam

simplex munditiis? Heu quotiens fidem
mutatosque deos flebit et aspera
nigris aequora ventis
emirabitur insolens,

qui nunc te fruitur credulus aurea,
qui semper vacuam, semper amabilem
sperat, nescius aurae
fallacis. Miseri, quibus

intemptata nites: me tabula sacer
votiva paries indicat uvida
suspendisse potenti
vestimenta maris deo.

VERSIONE LETTERALE

A Pirra

Quale fanciullo snello tra tante rose
asperso di profumi odorosi si stringe a te,
o Pirra, dentro una compiacente grotta?
Per chi annodi la bionda chioma

semplice per le eleganze? Ahimè quante volte
piangerà la fedeltà e gli dei cambiati e le acque
sconvolte da neri venti
guarderà stupito,

lui che credulone ora ti gode splendida,
lui che sempre libera, sempre amabile
ti spera, ignaro del vento ingannevole.
Infelici coloro ai quali

tu risplendi integra: la sacra parete
con la tavola votiva indica che io
ho appeso al dio potente del mare
i vestiti inzuppati.

VERSIONE LETTERARIA

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

COMMENTO

La prima questione verte sull’identità di Pirra.
Chi è Pirra?
E’ una donna viva e vegeta che Orazio ha amato con tanto trasporto dei sensi per essere poi ripagato con un tradimento o con una serie di imbrogli fedifraghi?
E’ il fantasma della seduzione femminile, introiettato durante l’infanzia nel corso della sua formazione psichica, depositato nella sua dimensione profonda e proiettato in maniera inequivocabile e terapeutica nei suoi prodotti poetici?
Il nome Pirra può riferirsi alla realtà del colore rosso fuoco dei capelli della donna o simbolicamente può riguardare l’ardente forza amorosa e l’indole particolarmente caustica della donna nei confronti dell’universo maschile.
Pirra è una donna reale e fascinosa che Orazio vive in maniera paranoica e condensa nei versi dell’ode per rilevarne l’inaffidabile seduzione.
Il nome è antico e rievoca il mito di Pirra, la progenitrice delle donne scampata insieme al marito Deucalione a quel diluvio universale che Zeus aveva scatenato per punire la malvagità degli uomini.
La mitica Pirra era una donna giusta e privilegiata dal Cielo olimpico, una donna eletta dagli dei e sopravvissuta alla catastrofe naturale in versione mitologica greca, una donna che ripopola il mondo nella sua componente femminile gettandosi alle spalle le pietre che simbolicamente rappresentavano le ossa di Gea, la dea madre.
La Pirra descritta da Orazio non è certo una progenitrice delle donne e tanto meno rientra nel ruolo della benefattrice dell’umanità; la Pirra di Orazio possiede una forte ambivalenza psichica e morale, oscilla tra “Eros” e “Thanatos”, tra la vita e la morte, tra il bene e il male, tra il piacere e il dolore, la sindrome di Afrodite e della sirena, un connubio fascinoso di maschile e femminile.
Pirra è provvida e gratificante nei confronti dei suoi maschi perché è fonte di godimento sensoriale, ma guai a quegli uomini che a lei si affidano attraverso i sentimenti e peggio ancora avanzano pretese di possesso della sua femminilità, una dimensione intesa nella duplice valenza del corpo e del carattere.
In questo infausto caso è assicurato un terribile naufragio, un disastro amoroso che comporta l’alienazione e la perdita di sé.
Pirra è stata certamente amata da Orazio con trasporto di sensi e con rischio di sentimenti, ma il poeta ha avuto l’accortezza di non abbandonarsi ingenuamente alla volubilità della donna, una mutevolezza simile a quella del mare nel suo naturale trapassare da calmo a tempestoso nello spazio di breve tempo.
Orazio si era già trovato nella tremenda tempesta emotiva della gelosia e si era invischiato in maniera struggente nel personale fantasma di ipotizzare un maschio, più potente di lui nell’esercizio amoroso, che insidia il suo possesso, oggi la volubile e inaffidabile Pirra, ieri la spergiura e infedele Neera.
L’epodo XV, nei versi 1…6 recita sul tema della volubilità femminile in questo modo:
“Nox erat et caelo fulgebat luna sereno
inter minora sidera,
cum tu, magnorum numen laesura deorum,
in verba iurabas mea,
artius atque hedera procera adstringitur ilex
lentis adhaerens bracchiis,“
“Era notte e la luna brillava nel cielo sereno
tra le stelle minori,
quando tu, pronta a offendere la potenza degli dei sommi,
giuravi sulle mie parole,
stretta a me con le braccia abbandonate più fortemente
che non si avvinghi l’edera all’alto leccio,”.
Neera è la donna spergiura a cui Orazio si rivolge in questo epodo senza struggimento e senza rancore, quasi con una freddezza che sa di delusioni superate e di esperienze umane proficuamente acquisite.
Orazio poteva approfittare del verso giambico per aggredire l’inaffidabile Neera e per esternare la sua giustificata misoginia, ma in lui prevale sull’istinto aggressivo un intento poetico e un’ispirazione lirica che si esprimeranno in maniera costante nelle successive opere.
La discutibile e discussa figura di Neera ritorna nel carme III, 14, versi 21 e 22, sempre connotata da un misterioso fascino e da una delicata sensualità, quasi a confermare che Orazio è ambiguamente attratto da un tipo di donna che poi possibilmente condanna per la precaria affidabilità.
“Dic et argutae properet Neaerae
murreum nodo cohibere crinem;”
“Dì a Neera dalla bella voce che si affretti
ad annodare la treccia color di mirra;”.
I connotati del fascino di Neera sono la bella voce e i rossi capelli, oltremodo degni di essere raccolti in una treccia con la premura di una donna amante che si dispone alla seduzione amorosa o si stacca dall’amplesso sessuale.
La voce bella e i capelli rosso bruno nella cornice di un bel viso sono attributi femminili che Orazio predilige e che ricorrono con frequenza nelle poesie dedicate alle donne che a diverso titolo si sono alternate nelle sue predilezioni estetiche, sentimentali ed erotiche.
Anche la figura di Lidia nel carme III, 9, nei versi 1…4 e nei versi 17…24 conferma l’ambivalenza psicologica di Orazio nei confronti dell’universo femminile.
“Donec gratus eram tibi
nec quisquam potior bracchia candidae
cervici iuvenis dabat,
Persarum vigui rege beatior.“
“Finché ti ero gradito
e nessun giovane più forte cingeva le braccia
intorno al tuo candido collo,
sono vissuto più felice del re dei Persiani.”
Dall’analisi dei versi si evince ancora una volta il fantasma della labilità affettiva femminile, della precarietà temporale nella vita amorosa e della minaccia incombente di un uomo più prestante nel cuore e sul corpo della donna.
Questi tormentati vissuti psichici non dispongono decisamente alla felicità, sia nella forma della “eudaimonìa”, la disposizione della mente e del corpo in versione socratica e aristotelica, sia nella forma della “atarassìa”, la disposizione della mente e del corpo in versione scettica ed epicurea.
La presenza di un “buon demone”, una buona vitalità, o la “assenza di angoscia”, l’imperturbabilità dell’animo, sono un traguardo arduo da raggiungere, dal momento che persiste in Orazio a livello psichico profondo un pessimismo nei confronti dell’universo femminile, un vissuto negativo maturato sicuramente durante l’infanzia e riferito alla madre, una figura determinante nella formazione psicologica e prevalentemente rimossa che inevitabilmente ricompare traslata nelle varie donne di cui immancabilmente Orazio è attratto nella buona e nella cattiva sorte.
E’ opportuno rilevare che della madre il nostro poeta non fa alcun cenno nelle sue opere e all’incontrario presenta spesso la figura paterna come determinante nella sua educazione e nella sua formazione psicologica.
La “eudaimonìa” e la “atarassìa” impedite pregiudicano anche la felicità intesa come “edonè”, piacere dei sensi, a causa dello struggimento che comporta il sentimento della gelosia.
Orazio ha sempre un conto sospeso con la donna e in particolare con le sue donne come si deduce dalle tante poesie in cui domina l’elemento femminile contraddistinto dai soliti opposti sentimenti e dai soliti ambigui contrasti.
Consideriamo il sentimento della nostalgia, il desiderio della riconciliazione e il senso estremo dell’amore riferiti alla figura di Lidia e di Cloe sempre nel carme III, 9, versi 17…24.
“Quid si prisca redit Venus
diductosque iugo cogit aeneo?
Si flava excutitur Chloe
reiectaeque patet ianua Lydiae?
Quamquam sidere pulcrior
ille est, tu levior cortice et improbo
iracundior Hadria,
tecum vivere amem, tecum obeam libens.”
“Cosa diresti se l’antica Venere ritornasse
e noi separati costringesse in un giogo di bronzo?
Se la bionda Cloe fosse scossa giù
e si riaprisse la porta per Lidia respinta?
Sebbene quello è più bello di una stella,
tu più leggero di un sughero e
più irascibile dell’ingiusto Adriatico,
con te amerei vivere, con te volentieri morirei.”
Ritornando all’analisi della figura umana di Pirra, è opportuno rilevare che al posto dello struggimento per la naturale tendenza della donna al tradimento Orazio esibisce una lucida coscienza sulla natura femminile, dimostrando anche di aver adeguatamente razionalizzato i suoi fantasmi psichici sulla parte negativa dell’universo femminile e di avere in tal modo vanificato i suoi tormenti, per cui riesce finalmente a guardare con sorridente comprensione sia la donna e sia il “gracilis puer”, quell’uomo giovane e avvenente che lo ha sostituito nelle grazie di Pirra.
Al contrario di lui e per contrasto Orazio si reputa sano e salvo come un abile e fortunato marinaio che dopo un naufragio, un naufragio d’amore, può ancora ringraziare il dio del mare che lo ha voluto tra la sacra lista dei sopravvissuti alle pene infernali delle onde e dell’amore.
Al giovane inesperto ed ingenuo si oppone il poeta ricco della sua maturità di uomo e della coscienza di sé grazie alla sua esperienza di amante della stessa donna e di navigato conoscitore dell’universo femminile.
In ogni caso la considerazione della donna risulta sempre deficitaria e ambigua nel versante umano, sentimentale ed erotico, una ostinata misoginia associata a un drastico fantasma personale.
Pur tuttavia Orazio ritiene che l’amore sensuale sia una panacea per la malattia esistenziale dell’uomo, ma è accorto nell’evitare la sua possibile degenerazione in una fonte di ulteriore dolore.
Un compiaciuto sollievo e un sottile rimpianto sono condensati nelle vesti ancora umide e appese come “ex voto” alle pareti del tempio del dio del mare; l’autoironia domina nella figura del naufrago scampato alla tempesta.
L’ode è leggera e raffinata, cosi come convenzionale è il tema della volubilità femminile.
Esiste su questo tema un preciso riferimento al grande poeta greco Anacreonte: frammento 65 G.
“Duro, il mio pugilato:
ora emergo e sollevo
il capo, e a te, Dioniso,
io rendo grazie, ché ho fuggito Amore
………………………………
porti il vino nell’anfora
e porti l’acqua…
e chiami….
la grazia……

La struttura dell’ode è complessa e articolata con legami tra le parti che attestano un calibrato “labor limae” e una preziosa capacità tecnica e formale che contribuiscono insieme all’ironia a sollevare l’ode dalla piatta autobiografia all’universalità del vissuto.
Del resto il tema della natura sentimentale ed erotica femminile ricorreva negli epigrammi ellenistici, un repertorio che costituisce per Orazio un vasto serbatoio a cui attingere con la sua arte finemente allusiva al di là della convenzionalità lessicale.
Giusta considerazione meritano le metafore marine: il mare e la tempesta, la donna e il tradimento, figure retoriche diffuse nella letteratura greca e latina per evidenziare sempre l’instabilità emotiva e la fallacia sentimentale della donna insieme alla sua tendenza fedifraga.
Nell’ode III, 26 Orazio esprime il suo tormentato anelito verso Venere e il mare con i significati simbolici annessi.
“Vixi puellis nuper idoneus
et militavi non sine gloria;
nunc arma defuntumque bello
barbiton hic paries habebit,

laevom marinae qui Veneris latus
custodit. Hic, hic ponite lucida
funalia et vectis et arcus
oppositis foribus minacis.

O quae beatam diva tenes Cyprum et
Memphin carentem Sithonia nive
regina, sublimi flagello
tange Chloen semel arrogantem.”

“Sono vissuto fino a ieri idoneo alle fanciulle
e ho militato non senza gloria;
ora le mie armi e questa cetra
veterana staranno qui, alla parete

che protegge il fianco sinistro di Venere
del mare. Ecco, le fiaccole di luce,
qui a questo punto. E gli archi minacciosi,
le leve per forzare porte ostili.

Ma tu dea che sei signora a Cipro
e in Menfi dove mai cade la neve,
regina, con la punta della sferza
tocca una volta Cloe, fanciulla presuntuosa.

Si rileva il trasporto sentimentale e nostalgico nei confronti di Cloe, una presenza femminile costante e sempre inquietante, così come non si può tralasciare il distacco emotivo di Orazio dalle dinamiche psicofisiche e relazionali classiche della giovinezza.
Il poeta attesta infatti un’incapacità di pathos, una freddezza supportata e compensata ampiamente dall’ironia, quella sua vena ironica maturata nel tempo e nel travaglio delle esperienze vissute.
Questo bagaglio esistenziale viene espresso senza la contaminazione formale di questa o di quella scuola letteraria, dal momento che è autentica e appartiene tutto all’uomo Orazio.
L’ombra malinconica del distacco di un uomo maturo dal fascinoso gioco della vita si staglia nitida nel tappeto del tempo e con leggerezza apparente e grazia elegante si dispone secondo le linee d’ombra di uno stile armonico nell’architettura e nel colore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 17, 03, 2021

A ME STESSA

Rieccomi.

Emergo.

Emergo e penso.

Penso che la ricerca di sé è una necessità di sapere,

una difficoltà di accettare,

accettare il non conosciuto,

accettare ciò che sembra di non ricordare,

accettare ciò che sei

anche quando quello che vivi ti piace poco.

Accettare ed essere grati.

Queste sono le chiavi di volta della Vita,

con l’Amore padrone indiscusso.

Non solo l’amore verso gli altri,

obnubilazione del proprio essere,

ma anche quell’amore che,

amando l’altro,

non mi permette di dimenticare me stessa.

Quello che le Madri insegnano è l’inverso:

amare gli altri anche a discapito di se stessi,

soprattutto quando mettono i nostri fratelli

nelle mani del nostro accudimento

perché, a loro parere, sono più fragili di noi.

Ma la fragilità è nascosta nelle pieghe dell’anima,

dietro parole, sorrisi e allegria,

e ricorda a gran voce che è nei modi più disparati,

soprattutto in quel senso di inadeguatezza

e nella voglia di chiudersi in casa,

al sicuro,

o in quell’ansia che sbuca fuori come un ladro,

all’improvviso.

Le mie fragilità sommerse hanno deciso di bastare a se stesse

facendo credere al mondo,

quel mondo attento soltanto ai miei sorrisi,

che non ho bisogno di niente.

Per questo mio niente io chiedo

e chiedo ancora di sapere di me.

Cercare di sapere cosa nascondono le mie profondità

è forse l’unico modo che conosco di chiedere

all’unica persona dalla quale io pretendo di avere e di ricevere:

me stessa.



Carmen Cappuccio



Siracusa, 20, giugno, 2021



BUON COMPLEANNO!

Sono l’invincibile estate nel bel mezzo dell’inverno.
In questo tempo di grande crudeltà sarà poi vero
che dalla Morte nasce la Vita più forte
e che Lei verrà e avrà i tuoi occhi?
E dimmi, tu che sai, dell’immunità di gregge.
Ma chissà chi lo sa
se questi amletici dubbi sono veri anche per noi
che abbiamo il buon gusto dell’autenticità di noi stessi
oppure sono castronerie inventate da sedicenti scienziati
nel gran ballo quotidiano dell’abbuffata pandemica.
Avere una coscienza è d’impedimento
a tanto giovamento progressivo del ciclo naturale darwiniano?
Potessimo, almeno, essere piante magre e grasse,
nutrite e accolte dalla fertile dea Madre
con radici robuste e chiome che ondeggiano al vento di Scirocco,
per poi mutare inconsapevoli nel gran pasto dei bisognosi!
Rinnovarsi nella quiete dell’indifferenza
è la meraviglia dell’abbastanza,
è la panacea dell’abbondanza.
Io,
poeta contadino,
io che rivolto col vomere anime umane e terra marrone,
io so
che tra le zolle si intravede l’alcova della morte.
È lì che va la Belle de jour.
Lì gli amanti accedono all’eterno primo motore immobile
perché ascoltano soltanto il richiamo dell’ignoto.
Ce ne ricorderemo mai del prima,
del durante,
del viaggio veloce della mente
che ci portava a spasso in infiniti campi magnetici?
Ricorderemo i nostri corpi noncuranti dell’orbita del tempo,
dell’effluvio sinistro
che si insinuava come un dubbio opaco nella trama dei cuscini?
Io,
poeta contastorie,
io che racconto i sogni ai sognatori,
ti dirò perché la mia essenza è insieme lieve e greve,
quasi fossi il mare
che se n’è andato nel mare.
Oggi vengo da me,
è il mio compleanno.
Mi lascio una cornucopia davanti alla porta,
piena di frutti e spighe di grano.
Godo dell’abbondanza della vita
che non è mai finita finché non è finita,
coltivo i campi,
aro le pagine bianche,
non faccio morire l’infanzia che ho dentro.
E penso a me ogni tanto.
Lo faccio con indulgenza.
Buon compleanno,
purezza di un ragazzo caro,
molto caro,
ai cuori impuri.

Sava

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2021

IL BARDO O ITA DIXIT FRANCUZZUS

“Ultima fermata.
Signori si scende.”

Cicciuzzus Saccuzzus,
il bigliettaio dell’immarcescibile azienda siciliana trasporti,
non transige.
Ipse dixit.
Di poi, si va in rimessa o in garage, s’il vous plait.

“Ultima profondità,
quella finale,
la Morte,
ma non la Morte e basta,
la Morte dopo la Vita.”
Ita dixit Francuzzus.

Consoliamoci.
Magari e per gradire,
una cura ricostituente e antidepressiva fa la sua parte a Catania e a Milano,
quella con le pasticche biologiche all’arsenico e ai vecchi merletti,
quella vegetariana che disdegna le salcicce al finocchietto e al peperoncino,
quella con la mortadella lardellosa igp di una Bologna grassona e ghiotta,
quella che passa la formidabile azienda sanitaria della mitica Siracusa,
quella che serve a un essere speciale come lo stesso Francuzzus.

“Il sonno si alterna alla veglia,
la Morte si alterna alla Vita.
Tra il sonno e la veglia c’è il sogno,
tra la Morte e la Vita c’è il Bardo,
il traghetto tra due Vite che si susseguono,
una che è finita e una che comincia,
il vecchio e il nuovo.”
Ita ridixit magister, titolo oltremodo meritato, Francuzzus.

Ma noi siamo siciliani e abbiamo i traghetti della Caronte,
il dimonio dagli occhi di bragia
che ti porta dal continente direttamente in galera e in tre quarti d’ora,
che ti offre il primo arancino al ragù rancido e rifritto in olio di extra palma,
che ti presenta subito un vassoio di spazzatura all’odore di zagara.
Noi ci consoliamo con un chirurgo estetico,
quel mascalzone fresco di giornata
che da sempre cambia i connotati dall’oggi a ieri
e del mafioso di turno fa un bambino da sciogliere nell’acido,
un Totò con le minne e un Giovanni senza cugghiuna,
un Bernardo come un cane e un Tanu al botulino nelle gote.
Noi siamo fatti così.
Siamo dei mostri,
se vogliamo,
e ce la mettiamo sempre tutta,
storicamente e culturalmente ce l’abbiamo messa tutta
per insegnare ai forestieri
e non sfigurare con il resto del mondo civile.
Fondamentalmente ce la siamo sempre cavata,
anche con i Savoia e con Benito,
con baffone e con gli americani,
con Giulio e con Silvio,
con gli uminicchi e con i quaraquaquà.
Noi siamo gente con il pizzo e con il merletto.
Non ci manca niente,
neanche la cocacola e le mandorle della California.

“Dopo la morte una nuova vita avrà inizio,
ma prima di entrare in una nuova vita,
ci sarà il Bardo,
il Bardo.
Bisogna meditare nel sonno,
notte dopo notte,
per essere consapevoli nel momentum mortis
di quale viaggio si inizia
e quale viaggio si conclude.”
Ita riridixit Francuzzus, u maistru ri Catania!

Ancora che insisti con questa litania orientale
da istituto magistrale e tra i dervisci di casa nostra,
tra i fedeli di cosa nostra.
A me, ormai, gira intorno la stanza
e ho un forte dolore di panza.
Prenderò un biloplofucorene per le vertigini
e una pastiglia di botulino per le rughe allo stomaco.
E poi, ricordiamoci che il preside è fascista,
è presidente di un’Italia giovine
che non ha niente a che fare con Mazzini e con gli scout,
non sopporta le penne a biro o le stilografiche con l’inchiostro blu,
non canta cucurucucù paloma perché è nazionalista,
tanto meno canta ahiahiahi come i picciriddri babbi.
Lui grida soltanto “viva il duce,
viva il duce che ci dà l’acqua e la luce,
e i cannola di ricotta la domenica,
se facciamo i bravi e se vestiamo alla gran moda.

“Il sogno lo sa e lo dice.
Se sei sveglio,
guarda l’esperienza del sonno,
il sogno,
guarda il tuo sogno,
medita.
Medita sul dormire,
sul sognare,
sullo svegliarsi.
Medita sul morire,
sul Bardo,
sulla nuova vita.
Ita firmavit Cicciuzzu, u maistru cantanti e cantaranu!

Ancora,
ancora con questa tiritera di ciciri, parrini e ciuscia.
Cosa vuoi che mediti?
Noi in Sicilia abbiamo le arance rosse come il mestruo di Rosaria
e le arance bionde come le giovani svedesi devote a santa Luciuzza.
Noi abbiamo il Gattopardo,
che ce ne facciamo del Bardo?
Con il principe di Lampedusa siamo a posto
e non abbiamo bisogno di nessuno del continente nero,
quello romano e quello de Milan.
Il premio lo confezioniamo da soli
con una medaglia d’oro del signor Grisafi
e la cassatina alla ricotta con pasta martorana
dell’augusta pasticceria Girlando di Avola.
Non abbiamo altri bisogni.
Non abbiamo altri sogni.
Vogliamo solo dormire.
Siamo autosufficienti e autonomi.
Abbiamo Messina terremotata
e Matteo senza denaro,
abbiamo il dottor Pacchiotta
che fa miracoli con il bisturi e la lupara,
con i colletti bianchi e neri,
con le suore di clausura e con i preti neri e cappelluti.

“Gli Illuminati hanno memoria delle vite precedenti
e dopo la morte sono in grado di conservare la lucidità
anche nella fase del Bardo;
per gli Illuminati la reincarnazione non avrà luogo;
la coscienza,
libera da ogni desiderio,
non si farà irretire in un nuovo ciclo di Vita e Morte;
entrerà direttamente nel Nirvana,
lo stato di infinita pace e saggezza.”
Semper et ita vobiscum noster Franciccium posuit.

Sai che coglioni!
Basta,
fuori i secondi,
i terzi e i quarti di maiale della famosa macelleria
“i piaceri della carne” in Belvedere,
periferia di una oscena e tossica Siracusa.
Ita confirmavit u buddillista dell’istituto magistrale
nell’ora di ginnastica e di religione,
quando i professori erano ancora e almeno un poco istruiti
e insegnavano soprattutto l’educazione.
Chiudiamola qua,
altrimenti la cosa puzza
e ci tocca pagare il pizzo a don Gaetano.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 03, 06, 2021