SIGNORINELLA

ATTO TERZO



Amore mio, non ti ricordi

che nel dirmi addio

mi mettesti all’occhiello una pansè,

poi mi dicesti con la voce tremula:

non ti scordar di me.”



Addio, addio, addio.

A dio, a dio, a dio.

Addio alle armi,

addio al mondo crudele,

mio dio,

devo partire,

all’uopo ho pulito il mio viso di pagliaccio

e ho reso il mio cuore di ghiaccio

per scordarmi di chi mi ha tradito

mettendomi in culo la pansè del pensiero,

tenendosi l’occhiello per sé

e per chi verrà a visitare i vivi e i morti,

quella cattolicità di katà oikeo,

tutti quelli che abitano in basso,

negli scantinati di Melzo

e nelle maleodoranti cantine di Ponte di Piave,

tanto meno a Tovena,

(TV),

dove i soliti furbetti dei canali del defunto

ti danno una vecia par una dovena,

una olgettina processata

per una girl baby navigata sulla costa

e stagionata al caciocavallo.

Cosa vuoi,

questo è il prezzo della gloria,

la Gloria di Valdobbiadene.

E io dovrei ricordare

colei che solo a me par donna

insieme a centomila nello stadio di san Siro

tra la nebbia al coltello e le zeppole col vin santo.

Mai più, mai più.



Salvatore Vallone



Harah Lagin, 10, 11, 2023

ALLA RICERCA DEL VERNACOLO

Ehilà tosa,

come eo ko ghe seo da e to parti?

Sta ti ben,

sta ti mal,

sta ti a tre tubet?

Noialtri in questa tera di terun magnem,

magnem sempre,

magnem tant.

Magnem el pan de Tony,

el pan de Bepy,

el pan de Bortolo.

Magnem anca el pan de tuti i dì,

el pan de casada,

el pan dei poeti morti di fame,

magnem el pan co a soppressa,

magnem el pan e vin come Marcellino.

En sto momento semo tuti Marselin,

spetemo sto Cristo

che sende de a crose

e vien bambin bambin

in de a staleta

col so mus e co a so mucheta,

co a so mama e so pare,

co tute le so robe a posto

e imbrigato ne so strasse de pura lana vergine.

Sperem ch’el vegna al più presto,

perché in tanta desgrassia non ne podemo pi.

E ti?

Cossa eo che ti fa su a brosa de i to monti

in questa normale giornata di ordinaria follia

alla ricerca disperata del mio linguaggio e della mia lingua,

in questo dì de merda

che piove e che nevica,

che tira vento e formeghea,

co e scarpe rotte e le bae girate

in sto paese de matacin,

de strilloni e de comedianti?

A ti fat el buset in te bras?

Mi sie

e stae un benon de dio.

Beata la sienza e li studiadi!

Noialtri semo gnurant e soli,

ma semo tuti anca patrioti

per i skei de a citadinansa.

Me manca me mare

che ogni meodì curava i so gerani sul balcon

co e so mani de perla

e parea che se basava con il moroso,

parea che basava el putel de alora,

de quando el pan de Tony nol ghe sera in casa e in hostaria,

de quando Bepy fasea el mona co e tose nostrane

senza andare in gattabuia per molestie e tanto di peggio,

de quando Bortolo se fracchea le bale davanti alla brava gente

per furegar la sfiga.

Oggi par mi la va cussì,

cussita la va e nol va nianca mal,

doman vedarem de farla andar megio

anca senza le ilusion de a tivù

e i sbaregament del rompicoioni de me pare.

A ti te augure i paneton e i ciucciament,

VINA LIQUES, QUAM MINIMUM CREDULA POSTERO.

Salvatore Vallone

Carancino di Belevedere, 11, 12, 2021

QUINTO ORAZIO FLACCO

POESIA D’AMORE E DI MORTE

EPODO XIII
Horrida tempestas…

Horrida tempestas caelum contraxit et imbres

nivesque deducunt Iovem; nunc mare, nunc siluae

Threicio Aquilone sonant. Rapiamus, amici,

occasionem de die, dumque virent genua,

et decet, obducta solvatur fronte senectus.

Tu vina Torquato move consule pressa meo.

Cetera mitte loqui: deus haec fortasse benigna

reducet in sedem vice. Nunc et Achaemenio

perfundi nardo iuvat et fide Cyllenea

levare diris pectora sollicitudinibus,

nobilis ut grandi cecinit Centaurus alumno:

“Invicte, mortalis dea nate puer Thetide,

te manet Assaraci tellus, quam frigida parvi

findunt Scamandri flumina lubricus et Simois,

unde tibi reditum certo subtemine Parcae

rupere, nec mater domum caerula te revehet.

Illic omne malum vino cantuque levato,

deformis aegrimoniae dulcibus alloquiis.

VERSIONE LETTERALE
Un’orribile tempesta…

Un’orribile tempesta chiuse il cielo e le piogge

e le nevi tirano giù Giove; ora il mare, ora le selve

risuonano del tracio Aquilone. Strappiamo, o amici,

l’occasione dal giorno, e mentre le ginocchia hanno vigore

ed è di decoro, la vecchiaia sia sciolta dalla fronte corrucciata.

Tu porta i vini spremuti sotto il mio console Torquato;

tralascia di parlare delle altre cose: un dio forse con propizia vicenda

riporterà a posto queste cose. Ora anche giova spargerci

con il profumo di Achemene e con la lira di Mercurio

sollevare i petti dai crudeli affanni,

come cantò il nobile centauro all’alunno adulto:

“O invincibile, nato fanciullo mortale dalla dea Tetide,

ti rimane la terra di Assaraco, che le fredde correnti

del piccolo Scamandro solcano, anche il rapido Simoenta,

da dove a te le Parche con il filo infallibile hanno troncato

il ritorno,né la madre azzurra ti riporterà in patria.

Laggiù ogni male allevierai con il vino e con il canto,

dolci consolazioni della deturpante tristezza.

VERSIONE LETTERARIA
Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose

e una bufera di neve ci travolge; la tramontana

sibila tra gli alberi e sopra il mare. Prenditi, o amico mio,

tutto quello che la vita ti dà e, se ancora le forze decorosamente

ti sostengono, non angosciarti al pensiero della vecchiaia.

Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato

e non parlare d’altro: forse, con il mutare della sorte,

un dio volgerà tutto verso il meglio. Adesso non rimane

che profumarci di essenze orientali e allontanare

dal cuore con la musica l’angoscia del domani.

Queste sono le parole di Chirone, il suo congedo per Achille:

“Giovane invincibile, nato mortale da una dea,

la terra di Assaraco, solcata dalle acque rapide

e gelide del Simoenta e del torrente Xanto, ti attende.

Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno

e neppure tua madre, azzurra come il mare, potrà ricondurti in patria.

Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,

la fugace tenerezza di un conforto

all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

COMMENTO

Si pensa che Orazio abbia scritto questo epodo nell’anno 42 a.C. sul modello del greco Archiloco (nato a Paro nel VII° secolo a.C.) e sul campo di battaglia di Filippi, magari nell’intervallo tra la disfatta militare e la morte di Cassio o addirittura dopo la rotta definitiva dell’esercito di Bruto.

Un’altra ipotesi vuole che questa poesia sia stata scritta nel 41 a. C., proprio quando Orazio si trova in compagnia di altri reduci ed è angosciato dalla sua futura sorte, più che dei mali politici di Roma.

Probabile è il tempo e plausibile è l’occasione.

Il componimento è particolarmente originale e anomalo, dal momento che nel suo sviluppo è privo della violenza giambica, una poesia pacata dal tema epicureo, a lui tanto caro, dell’inesorabile trascorrere del tempo e dell’altrettanto inesorabile evento della morte.

Orazio tenta di sublimare quella tremenda angoscia di morte che esiste soltanto durante la vita, proprio quando la morte non c’è e sempre seguendo e sorbendo il potente farmaco del filosofo di Samo.

Il tempo, la vecchiaia, il vino, il canto e la sorte sono temi oltremodo ricorrenti nel sentire filosofico e poetico di Orazio, oltretutto presenti a larga vena nel suo universo psichico profondo sotto forma di energici fantasmi e di mitiche simbologie.

Orazio proietta le sue umane angosce nel paesaggio invernale dominato da una terribile, quanto naturale, tempesta.

L’inquietudine dei tempi successivi alla disfatta di Filippi, le drammatiche vicende politiche romane, la caduta degli ideali libertari e repubblicani destano un impetuoso ribollimento del suo animo e il furore giovanile si realizza nell’asprezza veloce del giambo.

Pur tuttavia negli “Epodi” il furore civile appare retorico e di poco spessore, così come l’avversione verso personaggi a lui ben noti per i vizi e le viltà, mentre sono sentiti e consistenti i temi dell’amicizia sincera, della trepidazione nei confronti delle persone care, della vita agreste, del pensiero della morte e della conseguente strategia esistenziale di cogliere l’attimo della gioia fugace, dell’oblio e del conforto che il vino offre nel variare lo stato di coscienza e nel risolvere l’angoscia profonda del momento.

Orazio avrà anche atteso durante la stagione invernale attorno al fuoco e insieme ai suoi commilitoni la fine della burrasca politica in Roma, ma nell’epodo considerato è pressante la richiesta all’amico di mettere in tavola buon vino vecchio per allontanare i tristi pensieri, il motivo della fugacità del tempo e della necessità di godere le poche gioie di una vita breve e incerta, richiesta e motivi che richiamano il saggio insegnamento del centauro Chirone, il precettore del piè veloce Achille, di obliare nel vino e nel canto ogni affanno prima di soggiacere alla dura legge del Fato, la tragica sentenza ratificata dalle Moire, Cloto, Atropo e Lachesi, le divinità femminili della morte.

Chirone predice, “cecinit” è un verbo classico delle profezie, al suo allievo la morte immatura nella terra di Troia, “te manet Assaraci tellus”, per favorire la presa di coscienza e l’accettazione della morte riducendo al minimo l’angoscia del figlio della dea marina Tetide e dell’umano Peleo.

Il testo poetico è costellato di motivi filosofici epicurei:

“………………………Rapiamus, amici,

occasionem de die, dumque virent genua

et decet…”,

“……………………………Strappiamo, o amici,

l’occasione dal giorno, e mentre le ginocchia hanno vigore

ed è di decoro…”.

Questi versi rievocano e rielaborano il farmaco di Epicuro sul tema della tirannia del tempo che inesorabilmente fugge e della crudeltà della giovinezza che inevitabilmente sfiorisce.

L’angoscia del domani si risolve nel terapeutico “carpe diem”, nel mancato affidamento al futuro e nel “Cetera mitte loqui…”, “Tralascia di parlare delle altre cose”, una rimozione parziale e metodica, quanto ardua da realizzare.

Si tratta del farmaco epicureo collegato al tempo e all’impossibilità di parlare di esperienze non vissute come la morte, un fantasma psichico dominante in Orazio e un tema poetico ricorrente nella sua poesia.

Ode I, 9, versi 13…18:

“Quid sit futurum cras fuge quaerere, et

quem fors dierum cumque dabit, lucro

appone, nec dulces amores

sperne, puer, neque tu choreas ,

donec virenti canities abest

morosa.”

“Evita di ricercare che cosa accadrà domani, e

ogni giorno che la sorte darà, ascrivilo

a guadagno, non disprezzare i dolci amori,

o giovane, e neanche le ritmate danze,

finché da te fiorente la vecchiaia lamentosa

è lontana.”

Si rileva in questi versi anche il tema della sorte, del destino o del caso che governa la vita di ogni uomo ancora prima dalla nascita, come si desume dal mito platonico di Er, l’eroe armeno morto in battaglia e ritornato sulla terra per riferire agli uomini sull’anima, sulla sorte, sulla scelta, sulla necessità fatale e sulla drammatica funzione delle terribili Moire, la filatrice Lachesi, la tessitrice Cloto e la drastica Atropo, le figlie della Necessità.

Ode I, 11, versi 7 e 8:

“…………………Dum loquimur, fugerit invida

aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.”

“………………..Mentre noi parliamo, il tempo invidioso

sarà trascorso: cogli l’attimo, fidandoti il meno possibile del domani.”

L’invito è rivolto a Leuconoe, la donna reale o immaginaria “dalla limpida mente”, una donna innocente o ingenua che Orazio seduce con versi incisivi quanto sintetici.

Ma la mente del poeta non è certamente limpida come quella di Leuconoe, perché il contenuto rivela un atteggiamento epicureo apparentemente sereno di fronte al tempo mortifero, un vissuto ricco di sottile e struggente malinconia.

Ode II, 16, versi 25…28:

“Laetus in praesens animus quod ultra est

oderit curare et amara lento

temperet risu: nihil est ab omni

parte beatum.”

“Lieto del presente l’animo eviti di preoccuparsi

di ciò che è al di là del momento e stemperi le amarezze

con un sorriso sornione: in nulla esiste

una felicità compiuta.”

Un farmaco proficuo e decisamente epicureo sottende un pacato pessimismo e una blanda rassegnazione dettata da un’esperienza di vita ormai disillusa degna di un uomo precocemente invecchiato che ha saputo di sé: la vita è amarezza e la morte risolve prima o poi la sottile e prolungata sofferenza.

La felicità compiuta non appartiene all’uomo e l’atarassia si profila come la giusta terapia nella forma di una felicità imperfetta perché collegata al vissuto intenso del momento.

Ode III, 8, versi 17 e 18:

“dona praesentis cape laetus horae,

linque severa.”

“cogli lieto i doni del tempo presente,

tralascia le gravi cose.”

Orazio celebra la ricorrenza dello scampato pericolo di un albero caduto senza danno per la sua vita e invita Mecenate ad apprezzare i doni del presente come la vera amicizia, il bel conversare e la dolce alienazione del vino.

Anche in questi versi ritorna il tema del tempo ambiguo e dell’atarassia benefica.

Ode III, 29, versi 41…43:

“…………………Ille potens sui

laetusque deget cui licet in diem

dixisse: “Vixi”:……………“

E’ signore di sé

ed è felice chi può dire a se stesso ogni giorno:

“ho vissuto”………….”

L’autonomia psichica e la felicità pacata sono collegate all’intensità delle esperienze vissute giorno dopo giorno e in prima istanza alla capacità di saperle vivere con la giusta misura.

Epistola I, 4, versi 13…15:

“Inter spem curamque, timores inter et iras

omnem crede diem tibi diluxisse supremum;

grata superveniet quae non sperabitur hora.”

“Tra speranze e affanni, tra timori e rancori

pensa che ogni giorno sia l’ultima tua luce;

gradito giungerà il tempo che non hai sperato.”

In questa lettera all’umbratile poeta elegiaco Albio Tibullo, oltre al forte sentimento dell’amicizia, Orazio dona all’amico il giusto consiglio di non affidarsi al trascorrere storico del tempo, quel tempo a tre dimensioni fatto di passato, presente e futuro e necessariamente inaffidabile qualora l’uomo non riesca a ridurre al presente, il presente della coscienza in atto e della vigilanza riflessiva.

Albio Tibullo (nato presumibilmente nel 51 e morto nel 19 a.C.) soffriva di malinconia e nel presentimento della sua precoce morte Orazio tenta con questa epistola di alleviare quel male di vivere a cui non era insensibile per personale connotazione psichica.

Scherzosamente pensa di alleviare all’amico i morsi della depressione non certo promettendogli una vita sicura e beata nell’oltretomba, ma facendogli dono di alcuni precetti classicamente epicurei, la gioia irripetibile del momento, il rifiuto delle illusioni metafisiche e la lucida accettazione della travagliata condizione umana.

E’ anche vero che questa panacea sotto forma di consiglio è rivolta soprattutto a se stesso alla luce della costante ripetizione di questi temi nelle sue poesie, il luogo traslato della sua malinconia nonostante si definisca ironicamente un “porco lindo e curato del gregge di Epicuro”.

Orazio avverte ormai con maggiore insistenza la caduta della vitalità che tenta di compensare con l’acquisita esperienza di vita, per cui questa parabola discendente si sublima in una migliore accettazione del suo destino di uomo e nell’amorosa cura della sua persona.

L’amarezza più acuta e lo scherzo più affettuoso sono il degno tributo alla malinconia dell’amico Tibullo da parte di un amico esperto della vita, una vita a cui bisogna amaramente aderire anche nel momento del declino fisico, la famigerata vecchiaia o l’anticamera della temuta morte.

Convergendo all’analisi diretta dell’epodo XIII bisogna riconoscere che vano è lo sforzo dell’uomo di risistemare le cose che la divinità indifferente ha voluto nel disordine e nell’indeterminato.

Il dolore e la malinconia deformano l’uomo trasformandolo anche nel suo aspetto fisico, per cui il vino e il canto sono i dolci conforti di ogni pena e di ogni angoscia.

Nonostante la crudeltà della natura e della divinità, il farmaco epicureo del “carpe diem” e delle gioie del banchetto è il più indicato per l’angoscia residua legata al fantasma depressivo della progressiva caduta della condizione umana.

La variazione dello stato di coscienza procurata dal vino è purtroppo una momentanea risoluzione dell’angoscia di morte, una tappa a cui deve necessariamente conseguire la razionalizzazione sempre secondo la nota prescrizione epicurea: ”quando c’è la vita non c’è la morte e quando c’è la morte non c’è la vita”.

La morte non rientra tra le esperienze vissute che si possono elaborare e raccontare, per cui ogni uomo può soltanto vivere la morte in vita, l’angoscia depressiva della perdita affettiva.

Per un’esistenza connotata alla radice dalla malattia mortale il carme I, 7, nei versi 30…32 offre la giusta consolazione.

“O fortes peioraque passi

mecum saepe viri, nunc vino pellite curas:

cras ingens iterabimus aequor.”

“O forti uomini che avete sopportato insieme a me

mali peggiori, ora con il vino scacciate le angosce:

domani riprenderemo il viaggio attraverso il mare infinito.”

Traduzione, riattraversamento e commento di Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, mese di maggio dell’anno 2000

RAVIOLI, POLENTA, FORMAGGIO E VINO ROSSO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Gentile Signor Vallone, ho fatto questo sogno.

La mia amica era ospite a casa mia ed era col compagno.

Nella realtà io non conosco il suo compagno, ma nel sogno era un ometto leggermente tarchiato, però ben messo, coi baffetti, molto simpatico.

Ce lo avevo vicino a me: vicino a me c’era lui e vicino a lui la mia amica.

Ci hanno portato a casa dei ravioli da mangiare e poi la mia amica ha detto “La polenta”.

C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio.

C’era del vino rosso, però ho detto “io non bevo vino”.

È finito il sogno.


Questa amica era una mia compagna di elementari che ho rivisto dopo una vita due anni fa e da allora ci scriviamo e sentiamo ogni giorno e ci vediamo spesso. Tra noi non c’è mai stato niente, solo amicizia.
Nella vita sono astemio.
Se riesce a dare un’occhiata al mio sogno, mi farebbe piacere.
Grazie anticipatamente


Davide”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

La vita affettiva ha le sue radici nella nascita e si rafforza nell’infanzia. La prima conoscenza del bambino è il suo primo “fantasma”, le sensazioni e i vissuti di acuto dolore e di benefico sollievo. Questa è la sintesi primaria del cosiddetto “affetto”: “fare qualcosa per”. La psicodinamica recita: “colui o colei che solleva dal dolore, ama e chi è sollevato dal dolore si lega a lui o a lei”. E’ una normalissima teoria dell’attaccamento parentale che pone in rilievo e in risalto il corpo e le sensazioni, l’allucinazione e la fantasia nel momento della nascita e nelle primissima infanzia. Va da sé che i genitori sono determinanti in questo esordio psicofisico dei figli. Userò il termine “Madre” per definire il genitore che accudisce il figlio e a cui si attacca il bambino per le sue esigenze evolutive secondo la psicodinamica di fusione, di individuazione e di separazione.

La Madre archetipo e la madre in carne e ossa sono le artefici di questo itinerario psicofisico del figlio dopo il doloroso travaglio e il pericoloso parto. Si nasce nel trauma e si conferma il trauma. “Il trauma della nascita e la nascita del trauma” era il tema di un pionieristico Congresso degli anni ottanta in una Italia bacchettona che aveva una concezione indifferente, né positiva e né negativa, del bambino. In tanto traffico psicosomatico e in tanto scambio di sofferenza la “diade madre-figlio” si rompe con il parto e trova la giusta soluzione nell’individuazione della madre e del figlio. Ma si è soltanto reciso il “cordone ombelicale anatomico”, perché il figlio e la madre mantengono il “cordone ombelicale psichico”. La madre sa che il figlio dipende da lei in tutto e per tutto e che la sua sopravvivenza è legata al suo accudimento. Il figlio sente e percepisce chiaramente che dipende da quella figura che lo riscalda, lo accarezza, lo rilassa e sa alleviargli i dolori dello stomaco. Dal dolore nasce l’amore, dalla dipendenza fisica nasce l’affettività. Il bambino concepisce la madre come colei che lo nutre e miracolosamente risolve la sua fame. Il bambino conosce la madre e la rappresenta con il suo personale “fantasma”, quello che scinde nel “seno buono”, quello che mi nutre e mi fa star bene, e nel “seno cattivo”, quello che non mi nutre e mi fa star male. Sto rispolverando le teorie della grande Melanie Klein. Purtroppo quello che scrivo non è farina del mio sacco. Si tratta della “posizione schizo-paranoide” e della “posizione depressiva”, si tratta delle emergenze psicofisiche e dei tratti psichici che il bambino matura durante il primo anno di vita. Il figlio si sente beneficamente legato alla madre e ne vive l’assenza come la perdita di se stesso, prima che dell’oggetto necessario per la sua sopravvivenza, un oggetto bramato più che amato. Il latte materno è essenziale per elaborare la continuità della vita e per traslare il legame affettivo di riconoscimento e di riconoscenza nel famoso e famigerato, nonché abusato, sentimento d’amore. L’ambivalenza del “fantasma della madre” e il suo immenso potere si evolvono nella formazione del bambino e travalicano pari pari nella sua “organizzazione psichica reattiva” in tutte le tappe del suo sviluppo. La “Madre” è affetto, è potere, è piacere, è conflitto, è colei che mi ha generato e che fa per me, colei che mi nutre e mi accudisce, colei che mi riempie e mi fa sentire forte, colei che mi accarezza e mi fa sentire vivo, colei che contiene le mie angosce, colei che mi libera lo spazio per sentirmi onnipotente. La Madre è per il figlio l’anticamera della sua immaginazione e della sua Fantasia in riferimento a se stesso come individuo e alla realtà come mondo di oggetti. La “Madre” è l’oggetto meraviglioso che il figlio investe concretamente nel lembo del suo lenzuolino o nel suo pupazzetto, nel pizzo del fazzolettino o in un povero calzino, nel rocchetto di filo o nella bambolina di ruvida pezza. Il bambino è attore protagonista di se stesso e mette in scena i suoi “fantasmi”. La “Madre” è il suo fidato e indiscusso impresario teatrale, Colei che si mette in seconda fila e lo lascia recitare a braccio e agire senza vincoli e divieti.

Signori e signore, questa è la “Legge della Madre”, la “Legge del Sangue”, quella che viene prima della “Legge del Padre”, quella che miticamente e mitologicamente vide, nel primo millennio e nei versi del poeta Esiodo, la Dea Madre Gea allearsi con i figli in opposizione al Padre e alla sua tirannica Legge della violenza che esigeva i figli da annientare e da divorare: vedi all’uopo Ouranos e Kronos. E Gea e i figli non furono da meno.

Riprendendo la Psicologia dinamica della vita affettiva, la “Madre” è l’origine della Vita e la maestra della Vita affettiva. La “Madre” è, come dicevo in precedenza, il rifugio e il sostegno del bambino, il contenitore delle sue angosce, la figura e la persona che gli consente di sperimentare l’onnipotenza narcisistica, quella meravigliosa sensazione di essere l’attore e il protagonista indiscusso della relazione con lei. Benedetta, allora, sia quella “Madre” che permette al figlio dopo la fusione di maturare la sua indipendenza nella forma di uno “spazio di transizione”, un passaggio verso la Realtà senza rinunciare alla sua soggettività e alla sua creatività elaborativa. La “Madre” è Colei che in questo transito evolutivo viene condensata dalla Fantasia del bambino in un “oggetto” concreto prima di diventare un “Simbolo” e in sollievo all’angoscia della solitudine e in preparazione al passaggio nel mondo veramente oggettivo, nella Realtà degli uomini e delle cose, nella Realtà della Storia e della Cultura.

E il migliore augurio esige, insieme agli auspici di buon viaggio, che questo processo avvenga in maniera non traumatica proprio grazie a quello spazio tra il bambino e la mamma, spazio che il figlio userà per tutta la vita come la sua personale officina di elaborazione dei dati e la sua fucina di originalità psichica: la sua ineguagliabile e inimitabile “organizzazione psichica reattiva”, la sua personalità e il suo carattere.

Ho tessuto uno psicoanalitico “Elogio della Madre”, una preghiera laica per una figura sacra. Ho stigmatizzato il “latte” del seno come lo strumento psicofisico e il futuro simbolo della cura e della premura materne. Il Padre subentra successivamente nella formazione psichica del bambino e viene vissuto nell’ambivalenza di una figura che protegge e blocca, rassicura e limita, concede e impone. L’istanza psichica del “Super-Io” si formerà nel bambino grazie alla figura paterna anche se non trascura altre cause come le costrizioni e le limitazioni vissute dal bambino nelle malattie e nella espressione coatta del corpo e delle sue funzioni. La Vita affettiva è depositata nella “Madre” e in misura diversa si evolve nel “Padre”.

“In nome della Madre e del Padre” recita la preghiera di Melanie Klein e di Donald Winnicot, entrambi inglesi, la psichiatra e il pediatra successivamente formati dalla Psicoanalisi di Sigmund Freud con il dosaggio delle dovute prevalenze e dei necessari aggiustamenti.

E la “famiglia”?

La parola “famiglia” ha una etimologia latina che tira in ballo il “famulus”, lo schiavo e il servitore, coloro che vivono sotto lo stesso tetto e condividono usi e costumi. La “famiglia” è il luogo dell’esercizio degli affetti, è il luogo dell’economia e dello scambio di cure e di premure, è il luogo dell’apprendimento delle modalità di interagire affettivamente, è il luogo dell’educazione nel significato di “tirare fuori da sé” grazie all’abilità maieutica dei componenti del nucleo sociale. La “famiglia” è l’alcova dell’intimità erotica e sessuale.

Approfondire non guasta.

Il “grado”, il “quoziente”, la “quantità”, la “qualità”, la “modalità” e la “relazione” descrivono le psicodinamiche affettive e ne sono gli attributi. Il “grado” si attesta nel procedere degli investimenti affettivi secondo criteri di intensità nell’accrescimento e nella riduzione. Il “quoziente” traduce il latino “quante volte” ed esprime la cifra della distribuzione degli investimenti affettivi. La “quantità” esprime la consistenza materiale, organica e sensoriale dell’affetto. La “qualità” descrive gli attributi e le proprietà dell’affetto. La “modalità” descrive la forma in cui viene veicolato l’affetto. La “relazione” pone nessi tra affetto ed affetto, tra i vari investimenti ricercando, per l’appunto, le associazioni possibili. In famiglia il bambino impara la “topica” o la forma, la dialettica o la “dinamica”, la “economia” o l’intensità degli investimenti affettivi.

Come ci si vuol bene e come ci si ama?

Quanto ci si vuol bene e ci si ama?

Il segno tangibile dell’affetto è il “Corpo, per cui, se mi vuoi bene, accarezzami e saziami di baci. La pelle è la vasta prateria su cui si può liberamente scorrazzare. Di poi, si potrà passare dal concreto all’astratto per far contento il maestro di scuola, ma il bambino vuole sempre e solamente sentire i corpi e vivere i sensi. E questo contatto è per sempre e non esiste alcuna astrazione platonica che possa sostituire la massa corporea. Non esiste alcuna dimensione sacra che può fare a meno dei nervi e delle sinapsi, delle ghiandole e degli ormoni, delle sensazioni e delle percezioni. Questo è il “come” ci sia vuol bene e ci si ama.

Il “quanto ci si vuol bene e ci si ama” tende all’infinito, come le equazioni matematiche intese verso l’indefinito e l’insaziabile, verso la “Fisica dei quanti” e l’obesità. L’affetto è quel cibo concreto che non sazia e che ha bisogno di essere oggettivato in quel qualcosa di originale che bisogna inventare per essere unici e felici: gli ineffabili “Baci perugina”. La “bocca” è l’organo erogeno, il veicolo del piacere che si irradia e arriva dentro fino all’animo, così come la “pelle” è l’arena su cui fanno scorribanda le carezze. La misura non è mai colma, ma anche in questo settore il monito resta quello epicureo e stoico: “Est modus in rebus. Sunt certi, denique, fines quos ultra citraque nequit consistere rectum”, “esiste una misura nelle cose, esistono dei confini al di là e al di qua dei quali non si attesta la rettitudine”. La “aurea mediocritas” nella psicodinamica affettiva ha svariate modalità e ampi margini di praticabilità proprio perché è d’oro. I genitori che hanno maturato l’amore del proprio destino di uomini, sanno prendersi amorosa cura dei figli senza minare la loro potenziale creatività con divieti e ricatti, con l’autoritarismo bieco del despota ignorante e con le angosce e le ansie non risolte nell’infanzia. Lo spazio concesso ai bisogni di onnipotenza del bambino, tramite la rassicurazione affettiva ed erotica delle carezze e delle coccole, diventa per la sua evoluzione una palestra in cui inventare e rafforzare i futuri “investimenti di libido” prima di cimentarsi con la dura o avara realtà oggettiva. L’amore dei genitori si esalta nella Fantasia e diventa creatività da immettere nelle scelte e nelle decisioni della vita sociale di tutti i giorni.

Ho maritato Melanie Klein e Donald Winnicot e ho contaminato le loro teorie sulla vita psichica e affettiva del bambino: leggete della prima “Il mondo adulto e le sue radici nell’infanzia” e del secondo “Il bambino e la famiglia”. Del resto, Winnicot aveva una formazione kleiniana e si era discostato in seguito attenuando certe posizioni drastiche della Melanie proprio perché da solerte pediatra aveva una icona ben precisa sulla teologia psicofisica della “Madre” e del “Figlio”.

Concludo questo “excursus” dicendo che nel corso dell’interpretazione del sogno di Davide si capirà meglio quanto ho descritto e affermato in questo preambolo.

Buona prosecuzione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

La mia amica era ospite a casa mia ed era col compagno.”

Il sogno di Davide propone immediatamente un triangolo: io, la mia amica e il compagno. Due uomini e una donna occupano il palcoscenico del teatro psichico di Davide ed esordiscono proponendo il tema delle relazioni. Non si mostrano schermaglie di alcun tipo, ma si profila una psicodinamica di grande interesse. Il simbolo chiave è “a casa mia” e si traduce “dentro di me”. Nell’interiorità di Davide esiste una sensibilità al triangolo relazionale. L’ospitalità è una buona virtù, specialmente in questi tempi tristi e cupi, e Davide tiene dentro la figura femminile della “amica” in maniera blanda e senza un grande coinvolgimento. Davide si profila come un tipo socialmente propenso e come un personaggio schivo che ha affrontato la vita affettiva e le relazioni in maniera composta e diplomatica, civile e lineare, senza grandi coinvolgimenti e senza smodate emozioni. Sin da piccolo ha imparato ad affrontare la sfera affettiva, “posizione psichica orale”, con bonarietà e pacatezza, senza esplosioni sicule e senza sceneggiate napoletane. Questa formazione parte dal primo anno di vita. Verso i cinque anni Davide si è imbattuto nella “posizione psichica edipica” e ha affrontato la relazione conflittuale con i genitori sempre con la conosciuta compostezza e con l’assorbita linearità. Davide era un bravo bambino, un figliolo obbediente e ligio alle regole sociali, un ragazzino sensibile agli affetti e agli investimenti psichici di “libido orale”: un adolescente tranquillo. Il sogno di Davide presenta subito la griglia delle relazioni affettive. I simboli dicono che la “amica” rappresenta l’oggetto del desiderio e la difesa dal desiderio di una donna, “ospite” conferma il desiderio moderato e l’accoglienza civile, “casa” si traduce nella mia organizzazione psichica, “compagno” condensa il sentimento composto della rivalità.

Davide si porta dentro la donna che attribuisce a un altro per difesa dal coinvolgimento affettivo.

Nella realtà io non conosco il suo compagno, ma nel sogno era un ometto leggermente tarchiato però ben messo, coi baffetti, molto simpatico.”

Ma chi sarà mai questo “ometto leggermente tarchiato e però ben messo”?

Chi sarà mai il “compagno coi baffetti e molto simpatico” della mia amica?

Sicuramente è una produzione psichica di Davide, gli appartiene ed è la “proiezione” di un modello che lo riguarda in pieno. Questo ometto, senza infamia e senza lode e molto simpatico con i baffetti, è l’immagine che Davide ha di se stesso, un uomo modesto, moderato, modico: un uomo da tre “m”. Ma essendo anche un uomo “ben messo”, dobbiamo aggiungere una quarta “m” al corredo psicofisico di Davide: un uomo che non si conosce bene a livello di affetti e di intensi coinvolgimenti. Davide si sdoppia, senza alcun pericolo psichiatrico ma soltanto per difesa, nel compagno della sua amica per confermare la sua ritrosia alle relazioni di grosso spessore e la sua accettabile socialità. Davide non è un orso o un porcospino, è un uomo che si distribuisce in dosi giuste in tutte le relazioni sociali e affettive. Non è un uomo freddo, ma è un uomo tiepido, di quelli che non lasciano il segno perché rientrano nella norma piatta e convenzionale. Davide è un uomo che si lascia dimenticare, pur essendo nei suoi desideri molto simpatico e con i “baffetti”: il compagno della sua amica. Si tratta sempre di figure maschili senza infamia e senza lode. Vediamo i simboli: “ometto” è a metà tra il vezzeggiativo e il dispregiativo, “tarchiato” attesta di una consistenza materiale e di un attaccamento alla propria materia, “ben messo” conferma quanto detto prima con l’aggravante dell’avarizia di una persona che possiede ma trattiene e non regala, i “baffetti” sono simbolo di virilità narcisistica più che donativa, “simpatico” equivale a una persona che partecipa alle emozioni e che sta insieme agli altri.

Ce lo avevo vicino a me, vicino a me c’era lui e vicino a lui la mia amica.”

Davide conferma che il compagno lo riguarda più da “vicino” rispetto alla sua amica, rafforza l’interpretazione che si tratta della sua immagine sociale e della bella copia di se stesso in ambito relazionale. Davide attribuisce l’amica al compagno per una forma di timidezza e di difesa dal coinvolgimento con una donna. Quest’ultima lo attrae e lo interessa in maniera veramente modica, modesta e moderata anche se lui è ben messo. Ritornano le quattro “m” a definire Davide nelle relazioni affettive e sociali: un uomo timoroso che, purtuttavia, frequenta la gente. Tra Davide e la donna c’è un altro Davide che ammorbidisce il contatto e consente un cauto avvicinamento. Davide è timido e timoroso, è il ragazzo cauto e ligio che è venuto fuori dalla “posizione psichica edipica”, dalla conflittualità con i genitori. Davide non è stato aiutato dal padre e dalla madre a essere maggiormente vivo e vivace quando si era messo tra di loro. Davide è stato veramente un buon figlio e non ha fato le giuste ribellioni, quelle che gli avrebbero consentito di competere, di desiderare con ardore e di affermarsi. La simbologia doppia di “vicino” conferma la prossimità dell’immagine ideale all’immagine reale, il blando desiderio di Davide di essere aggressivo e di avere una donna, “vicino a lui la mia amica”.

Ci hanno portato a casa dei ravioli da mangiare e poi la mia amica ha detto “La polenta”.

Ecco la svolta chiarificatrice nel sogno di Davide!

Compaiono i simboli concreti degli affetti, i cibi di casa e i cibi di famiglia: “ravioli” e “polenta”. Davide si mostra e pone in primo piano la vita e la vitalità affettiva, i simboli della tavola e della famiglia. Al di là della qualità campanilistica dei cibi, i ravioli emiliani e la polenta veneta, il cibo o il “mangiare” appartiene agli esordi della vita, la “posizione psichica orale”, alla dimensione affettiva e alla sopravvivenza psicofisica. “Chi mi nutre mi ama” grida l’infante, colui che non ha parola, con la mimica e con gli atti. I miei genitori son quelli che alleviano i morsi della fame dentro il mio stomaco: una sensazione per un “imprinting”.

Così materialmente, dice il solito metafisico moralista, nasce il sentimento dell’amore di un figlio verso la madre?

Ebbene sì, la Psiche e il Corpo si compenetrano e si esprimono.

Se Davide, dopo essersi sbilanciato, si accontenta di un piatto di ravioli, l’amica, che sa più di lui e possibilmente è una donna navigata, vuole anche “la polenta”, non per indicare la sua origine veneta, ma per mettere l’accento sull’importanza dei legami e sull’abbondanza degli affetti. Davide ha trovato pane per i suoi denti e le sue tre “m” vacillano perché la sua amica nei suoi desideri e nei suoi vissuti è una donna che dà grande importanza al simbolico cibo. Davide attribuisce alla sua amica quello che lui stesso desidera e che non sa concedersi: un quintale di affetti e una tonnellata d’amore. Emergono in sogno i suoi bisogni profondi e trascurati nella vita reale a causa di questo suo dispensarsi per quello che basta: modestia, moderazione, modicità.

Ma non è ancora finita, per cui prepariamoci a un degno finale.

C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio.”

Arriva in tavola anche il “formaggio”, un condensato d’amore materno e non. E’ proprio vero che l’appetito viene mangiando. Si rafforza in Davide il bisogno di avere e di dare affetto, di scambiare sentimenti e di investire “libido orale”.

Ma qual’è l’inghippo del nostro attore protagonista del sogno e della psicodinamica?

Non è maturata adeguatamente la “posizione psichica genitale” con i suoi specifici investimenti di “libido” e il coinvolgimento verace nel dare e nel ricevere affetti e sentimenti. Davide è rimasto affisso all’infanzia e ai bisogni di quel periodo così importante e formativo, non ha conciliato e saputo coniugare “oralità” e “genitalità”, affettività e investimenti condivisi. Davide sta scoprendo la sua dimensione psichica meno appagata, quella affettiva e quella sentimentale. La simbologia di “stava arrivando” è l’allegoria del desiderio del bambino che poteva esprimersi e dare di più, ma che non ha trovato sul suo cammino la giusta guida. A genitori freddi possono conseguire figli freddi per via d’imitazione e d’apprendimento, così come possono venir fuori rampolli fortemente determinati nella partita doppia “orale”, il dare e il ricevere affetti e l’esternare sentimenti. Davide non si è ribellato a questa regola dell’educazione affettiva e sentimentale vigente in casa sua e maturata in lui per imitazione.

C’era del vino rosso, però ho detto “io non bevo vino”.

“In vino veritas !”

Ma guarda caso, alla fine del sogno si manifesta la conferma della psicodinamica onirica e delle caratteristiche psichiche di Davide. “Io non bevo” significa “io non mi abbandono”, “io non faccio una piega”, “io sono composto emotivamente ed affettivamente”, “io non mi piego e figuratevi se mi spezzo”, “io non vario lo stato di coscienza”, “io non sono un dissennato seguace del dio Dioniso”, “io non partecipo a nessuna processione in onore di nessun dio”, “io sono modico, moderato, modesto e in specie nella gestione delle emozioni e soprattutto degli affetti”.

Ma Davide non vuole essere così. Davide vuole essere disinibito ed estroverso, aperto e generoso, vuole investire “libido genitale” e vuole evolversi dall’affettività da dipendenza, “libido orale”. E’ come se Davide a livello affettivo fosse rimasto al palo della sua infanzia e non fosse cresciuto con la carica donativa e con il dare affetto e amore agli altri. Ecco che mantiene una posizione moderata, ma è astemio non per natura o per vocazione, è astemio per educazione e imitazione. Ha imparato che l’affettività deve andare in quel modo e ha deciso che deve andare in quel modo e non nel suo modo e a modo suo. Questo corredo l’ha ereditato dalla sua famiglia e dai suoi genitori. Da lì Davide non si schioda ed è convinto di essere nel giusto perché è una persona socievole e cortese, possibilmente gradevole. In effetti Davide è un uomo bloccato, fermo, rigido, pauroso nell’esternare affetti. E’ un uomo che non si butta e che mantiene un certo riserbo quando si tratta di concludere una storia in bellezza: la bellezza dei sensi e dei sentimenti, la bellezza e la bontà di un coinvolgimento a trecentosessanta gradi.

Ed ecco che è “astemio” nella vita !

Peggio per lui !


“Questa amica era una mia compagna di elementari che ho rivisto dopo una vita due anni fa e da allora ci scriviamo e sentiamo ogni giorno e ci vediamo spesso. Tra noi non c’è mai stato niente, solo amicizia.
Nella vita sono astemio.”

E allora cosa bisogna fare con questa amica delle scuole elementari ?

Davide approfondisci e coinvolgiti, falle la corte e seducila. Del resto, questo è quello che tu vuoi nel profondo e che anche lei gradisce se ti frequenta e gode della tua bella ma composta persona. Sii generoso con lei e sopratutto con te stesso. Stravolgiti, coinvolgiti, sciogliti e fai tutto quello che non hai fatto fino adesso. Sarai più simpatico e meno formale e non lascerai attendere quella donna paziente che gradisce un evento normale ma per te eccezionale. Ricordati che una donna sa aspettare, ma quando esaurisce il tempo, non ce n’è per nessuno. Il benefico sogno ti dice come sei, come sei fissato e cosa devi fare. Bevi simbolicamente, alienati un po’ perché sei tanto rigido e ti neghi le cose belle della vita, le relazioni meravigliose con le donne che ci circondano, le creature gioiose e non cupe.

Che questa interpretazione ti sia di spinta e di giovamento per rimettere le cose a posto nella tua “casa”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Davide sviluppa la psicodinamica della parsimonia negli investimenti di “libido genitale”, relazioni amorose, ascritta a un blocco emotivo di tipo “orale” che impedisce l’aggressività necessaria per il coinvolgimento erotico e sessuale. Davide si offre alle donne in maniera civile e sociale, ma non affonda i colpi anche di fronte alla disponibilità altrui. Sta fermo sui suoi passi e non procede a causa di una difficoltà a variare lo stato di coscienza e di vivere nuove emozioni. Il sogno non manifesta traumi particolari e specifici, ma evidenzia che la “posizione orale” non si è corroborata nella “posizione edipica” e non è travalicata nella “posizione genitale”. Davide è una persona troppo equilibrata. Possiede un “Io” che a fatica compone i divieti e i limiti imposti dalla rigidità dell’istanza psichica “Super-Io” e le pulsioni e i conflitti inerenti all’istanza psichica “Es”.

PUNTI CARDINE

L’interpretazione del sogno di Davide si snoda grazie a “Ci hanno portato a casa dei ravioli da mangiare e poi la mia amica ha detto “La polenta”. C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio. C’era del vino rosso, però ho detto “io non bevo vino”.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

I “simboli” sono stati analizzati cammin facendo. Di particolare rilievo sono quelli alimentari che hanno corredato il titolo del sogno: “ravioli”, “polenta”, “formaggio” e “vino rosso”. Quest’ultimo condensa la capacità di variare lo stato di coscienza e di lasciarsi andare, nello specifico di passare da uno stato di vigilanza razionale a uno stato sub-liminare intriso percettivamente di pulsioni e di emozioni.

L’archetipo inquisito nel sogno di Davide è indirettamente la “Madre” e il suo corredo affettivo, “orale”.

Il “fantasma del cibo” è massicciamente presente nella versione moderata: non diventa un grande amore e non traligna in grande odio. Parla genericamente di affettività.

Il sogno di Davide presenta l’istanza psichica “Es” o rappresentazione dell’istinto e della pulsione in “ravioli da mangiare” e in “La polenta” e in “del formaggio” e in “del vino rosso”. L’istanza censoria e morale “Super-Io” è in azione in “io non bevo vino”. L’istanza vigilante e razionale “Io” si vede in “Ce lo avevo vicino a me”.

La “posizione psichica” dominante e visibile nel sogno di Davide è la “orale” o affettiva con la “libido” corrispondente e si coglie in “ravioli”, “polenta”, “formaggio” e in “vino”. Le “posizioni edipica e genitale” si desumono ma non si evidenziano.

I “meccanismi psichici di difesa” usati nell’elaborazione del sogno sono la “condensazione” in “ravioli” e in “polenta” e in “vino” e in “formaggio”,

lo “spostamento” in “tarchiato” e in “baffetti” e in “ben messo”,

la “proiezione” in “polenta” e in “Nella realtà io non conosco il suo compagno”,

la “figurabilità” in “Ce lo avevo vicino a me: vicino a me c’era lui e vicino a lui la mia amica.”

La “regressione” è presente nei termini richiesti dalla funzione onirica. Non sono presenti la “sublimazione” e la “compensazione”.

Il sogno di Davide manifesta un deciso e persistente “tratto psichico orale” all’interno di una “organizzazione psichica orale”. La dominante affettiva connota l’economia e la dinamica psicologiche di Davide.

Le “figure retoriche” formate da Davide sognando sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “vino”, la “metonimia” o nesso logico in “ravioli” e in “polenta” e in “formaggio”.

L’allegoria del desiderio affettivo si trova in “C’era questa polenta che stava arrivando e del formaggio.”

La “diagnosi” dice di una difficoltà dell’istanza “Io” nel comporre i divieti e i limiti dell’istanza “Super-Io” e le pulsioni desideranti dell’istanza “Es”. Ne nasce un conflitto psiconevrotico che si compone nella riduzione degli investimento di “libido orale e genitale”, nonché nel coinvolgimento affettivo ed erotico.

La “prognosi” impone a Davide di buttarsi nella vita e nella vitalità rafforzando e rinforzando le relazioni con quella disinibizione necessaria per migliorare il gusto del quotidiano vivere. Il sogno dice che in quella amica dovrebbe privilegiare la donna e offrire “genitalmente” le doti migliori e tarpate della sua persona e della sua “organizzazione psichica reattiva”. Davide deve ribaltare l’educazione ricevuta in riguardo alla vitalità affettiva e rassicurarsi senza ritenere di essere soggetto di minor diritto o figlio di un dio minore.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nella psiconevrosi legata alla difficoltà dell’Io di conciliare le pulsioni dell’Es e i divieti del “Super-Io”: “psiconevrosi ansioso depressiva” classica con possibili conversioni isteriche e formazione di sintomi nel caso in cui le tensioni sono eccessive e non possono essere smaltite secondo norma.

Il “grado di purezza” del sogno di Davide è “buono” perché la linearità del racconto sottende una forte valenza simbolica. Davide nel suo breve sogno non ha aggiunto e non ha tolto, è stato misurato e in linea con la sua condotta personale e sociale.

La causa scatenante del sogno di Davide è stata la frequentazione dell’amica e il significato profondo che evoca questa figura femminile nello stato esistenziale del protagonista.

La “qualità onirica” è decisamente “schematica” e “sintetica”. In poche parole Davide immette un quadro, più che uno squarcio, della sua dimensione psichica affettiva.

Il sogno di Davide si è sviluppato nella terza fase del sonno REM alla luce della sua compostezza e pacatezza.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del senso dello “udito” in “ho detto “io non bevo vino”. Per il resto domina il senso della “vista” contrassegnato dalla staticità descrittiva di “Ce lo avevo vicino” e “Ci hanno portato” e “C’era questa polenta” e “C’era del vino rosso”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Davide è stimato “buono” a causa della semplicità dei simboli esibiti e della psicodinamica svolta. Il grado di “fallacia” è minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

A leggere il sogno di Davide è stata la signora Maria. Sono contento di questa scelta semplicemente perché questa donna è talmente curiosa che mi consente di fare la mia bella figura. E poi, essendo una mamma di tre figli, di affetti, di cure e di premure ne sa tanto di più di altre persone. Oltretutto è molto gradita ai marinai per la sua chiarezza e spontaneità popolare e anche perché il marito produce l’eccellente “prosecco” veneto di Conegliano e Valdobbiadene.

Domanda

Dopo le sviolinate comincio subito affrontando il tema del sogno di Davide. Lei ha detto che il modo di amare lo impariamo dai genitori e amiamo così come loro ci hanno insegnato. Ma non è possibile cambiarlo o dobbiamo sempre propinare la solita pappa riscaldata?

Risposta

Preciso meglio perché tu hai tirato le somme in maniera frettolosa. L’amore e le sue modalità non si riducono alla solita storia della pubblicità della portentosa e inimitabile “Nutella” all’olio di palma, quella che voleva l’immutabilità della ricetta originale e della trasmissione da madre a figlio e a figlia “per secula seculorum amen”. Il bambino vive e apprende le modalità affettive familiari, il come ci si scambia gli affetti e l’uso che si fa del corpo in famiglia, ma ha la possibilità di rielaborarle e di evolverle in base ai suoi vissuti e alle sue riflessioni togliendo quello che lo ha danneggiato e mettendo quello che lo ha rinforzato. In più potrà essere innovativo e al passo con i tempi, ma non deve fissarsi e bloccarsi nell’amare e nell’investire la sua “libido”. Se non riesce ad evolversi e ad emanciparsi dalle modalità familiari, perpetua la stasi e il blocco.

Domanda

E’ vero, adesso mi ricordo che in qualche parte dell’interpretazione ha detto questo, ma non in maniera così chiara come adesso. Quindi, in famiglia bisogna comunicare l’affetto con il corpo e con le parole. Ma lo sa che è veramente difficile? Io non ho fatto fatica con i miei figli maschi, ma non ricordo che mio padre non mi abbracciava spesso e che io non mi buttavo tra le sue braccia perché mi vergognavo e non avevo tanta confidenza. Mio marito è un orso con i figli. Glielo dico sempre di essere affettuoso con i ragazzi, ma lui mi risponde che lui queste cose non le ha mai viste nella sua famiglia. Ecco la storia della Nutella di cui parlava lei prima. Eppure sembra facile dire ai figli ti voglio bene, ma non è così perché ci vergogniamo di dirlo o pensiamo che sia scontato.

Risposta

E’ proprio così, ma bisogna rompere gli schemi tradizionali perché sono molto dannosi per la crescita dei figli.

Domanda

E cosa mi dice dei genitori freddi come il ghiaccio?

Risposta

Sono semplicemente micidiali. Fanno crescere i figli in un ambiente gelido e in corpi anestetizzati per il mancato uso dei sensi. Questi genitori procurano un danno psichico notevolissimo nel corpo e nella mente perché non favoriscono la relazione del figlio con se stesso in primo luogo e poi con gli altri. Come diceva Winnicot, il figlio deve elaborare e costruire uno spazio di transizione verso la sua realtà di corpo e mente con il concorso della presenza affettiva della madre, una persona che non lo blocca e fa sentire la sua vicinanza senza impedirgli di desiderare. Di poi, il bambino sarà pronto ad andare verso la realtà delle persone e delle cose senza traumi e con la giusta cautela e serenità. Non si chiuderà in se stesso se avrà costituito con la sua Fantasia e Immaginazione questo spazio tutto suo come trampolino di lancio verso la Realtà con la “erre” maiuscola, quella che non ti perdona se sbagli e che non ti esalta e rassicura.

Domanda

Sempre la madre c’è in ballo. Gira e rigira la madre è coinvolta in tutto e per tutto. Ma questa volta non mi lascio fregare chiedendogli del padre e della sua funzione, perché lei mi risponderebbe che chiama madre la figura che cura il figlio e che può essere anche il padre o qualsiasi altra persona. E allora le chiedo se non le sembra che noi donne siamo veramente sovraccaricate di fatica, di sacrificio, di responsabilità e alla fine, come se non bastasse, ci si accusa di aver cresciuto dei figli disastrosi. Magari ci sarà qualche psicologa che ci chiederà come abbiamo fatto a mettere insieme questo bel capolavoro di figlio o questo bel mostro.

Risposta

Sei sanguigna in quello che dici. Incarni la legge della Madre, quella del sangue e dei legami forti e interiorizzati. Allora, la madre ha una funzione determinante e unica nel fare un figlio e una funzione importantissima nell’educarlo perché nella primissima infanzia è lei la protagonista della situazione. Mi chiedi cosa deve fare per essere una buona madre e per non essere di danno nell’evoluzione psicologica del figlio. Ti rispondo con la semplicità della massaia che deve far quadrare i conti per arrivare alla fine del mese. La madre deve avere un rapporto tutto senso e carezza, un contatto corpo a corpo che fa sentire vivo il figlio e stimola la sua intelligenza. Attenzione ho detto intelligenza e non cervello perché le sue prime conoscenze avvengono attraverso l’elaborazione dei “fantasmi”. La buona madre non deve comunicare al figlio sensazioni dolorose e tanto meno manifestare ansia e tristezza. Deve comunicare soltanto sensazioni buone e belle senza scaricare sul figlio le sue frustrazioni e le sue inibizioni traumatiche insieme a tutte le tensioni nervose che le accompagnano.

Domanda

Mi spieghi subito perché ha detto “intelligenza e non cervello”, prima che mi dimentico.

Risposta

Il bambino appena nato è intelligente, ha una sua intelligenza al di là della maturazione funzionale del suo cervello. La madre stimola il figlio e produce in lui delle reazioni che dimostrano la comprensione dell’interazione in atto. L’approccio con la madre è importantissimo perché i suoi stati interiori sono relazionati con il bambino. Lo stato psico-affettivo della madre, più che il suo comportamento, interagisce con il figlio in maniera naturale e spontanea ed entrambi modificano i loro stati sensoriali in maniera tale che ciascuno di loro sente cosa sta vivendo l’altro. Attraverso le sensazioni legate all’imitazione e alla riproduzione di espressioni facciali e di movimenti e di suoni, madre e figlio vivono sensazioni che sono la base per lo sviluppo psichico del bambino. Sensibilizzarsi su queste onde è importante per capire le cause anche dell’autismo. Le esperienze di “sintonizzazione affettiva” madre e figlio sono l’inizio della formazione psichica e della ‘organizzazione reattiva”. Lo sviluppo del bambino è più precoce di quanto si pensa ed è un processo a due e in cui partecipano due attori. Mentre prima si pensava che era soltanto il bambino a rispondere agli stimoli materni, adesso il processo formativo è esteso anche alla madre. L’interazione cenestetica, globalmente sensoriale, della “diade madre-figlio” è determinate per l’evoluzione psichica, affettiva e cognitiva e sociale, del bambino. Rispondo alla domanda e concludo. Lo sviluppo cognitivo del bambino non è soltanto legato alla maturazione del cervello.

Domanda

Dicendomi queste cose, lei mi fa star male. Io non sapevo che potevo dare ai miei tra figli un disturbo psichico come l’autismo e magari non accarezzandoli e non comunicando con loro attraverso i sensi. Che le carezze stimolavano il cervello lo avevo letto da qualche parte, ma che si arrivasse fino a questo punto non lo immaginavo. Ma è proprio sicuro?

Risposta

Queste sono teorie nuovissime anche se affondano le radici nel passato e non le ho elaborate io. Poi ti dirò i vari autori che hanno contribuito a formare nel tempo questa prospettiva psicoanalitica sullo “autismo” o del disturbo dello spettro autistico, una patologia che coinvolge principalmente il linguaggio e la comunicazione, l’interazione sociale e gli interessi del bambino. Ti definisco l’autismo secondo la griglia psicoanalitica. Si tratta del fallimento dei processi evolutivi determinato da alcuni primi eventi nell’interazione “madre-bambino” che giocano un ruolo importante nella formazione delle strutture mentali necessarie allo sviluppo delle relazioni oggettuali. Gli autori partono dalle teorie di Klein, Malher, Bowlby, Spiz, Winnicot per arrivare alle teorie di Kanner sulla carenza di calore affettivo nei genitori, di Bettelheim sulle madri frigorifero e sull’equiparazione dei bambini autistici alla reazione psicologica dei prigionieri nei campi di concentramento tedeschi, di Justin con la divisione dell’autismo in “organico” e dovuto a danni cerebrali e a deficit sensoriali e in “psicogeno” causato a traumi precoci di separazione, di Alvarez che ha notato che i due piani si possono avvicinare tanto, di Stern che ha introdotto la concezione bidirezionale “madre-figlio”, di Hobson che insiste sull’interazione “madre-figlio” per lo sviluppo delle abilità sociali e cognitive e per cui lo sviluppo intellettivo non dipende dalla maturazione del cervello. E mi fermo.

Domanda

Lei approfitta della mia ignoranza per tirare fuori tutte le teorie più difficili e per mettersi in mostra. Eppure ho capito tutto quello che ha detto. La madre influenza il figlio sin dai primi giorni di vita con le sue emozioni e i suoi stati d’animo e il figlio sente le emozioni della madre e stabilisce con lei una intesa che lo fa evolvere bene e senza disturbi per la sua intelligenza e la sua socializzazione. Tra i due si crea una sintonia attraverso i sensi che è la condizione per evitare rischi dell’autismo e di altri disordini infantili. Con i figli bisogna essere caldi e calorosi e tramettere sensazioni positive e carezzarli senza essere nervosi e invadenti, perché loro sentono tutto e possono essere danneggiati nello sviluppo. Certo che tutto questo vale se si fa nel tempo e non per una sola volta. E poi non bisogna abbandonarli e farli sentire soli. Non bisogna farli piangere quando chiamano di notte per qualsiasi motivo e bisogna consolarli sempre facendo sentire il calore del corpo più che le parole, ma anche quelle vanno bene. Spero di aver capito e di aver detto quasi tutto.

Risposta

Tu sei una donna portentosa e sei stata una madre ineccepibile perché, senza saperlo, hai messo in atto per istinto materno quanto hai detto, visto che i tuoi figli sono quasi da laurea.

Domanda

Parliamo del sogno di Davide. Forse ha avuto dei genitori affettivamente freddi come quelli che c’erano nel nostro Veneto negli anni trenta e fino agli anni sessanta e anche dopo con il miracolo economico del nord-est. Specialmente i padri sono stati assenti e da quello che ho capito non basta la presenza e la qualità. Come ha detto lei, ci vuole la quantità e tutto quello che ci va dietro. Mio marito diceva che bastava la qualità e invece io gli ho sempre detto che i figli sono come il prosecco, hanno bisogno di tante cure e della presenza costante dell’enologo. Il vino buono non si fa da solo. Bisogna agire perché i nostri figli non siano infelici e disadattati. Le dirò anche che ne vale la pena e che, quando me li vedo tutti e tre insieme la sera a tavola, mi sento veramente felice e mi commuovo, ma non glielo faccio vedere.

Risposta

Il sogno di Davide dice proprio quello che mirabilmente tu hai sintetizzato. Ha imparato dai genitori, ma se ne può e deve distaccare. E’ stato pigro nel persistere nell’errore e nel non darsi una bella spruzzata di vernice rossa e specialmente con le donne. Guarda che se i tuoi figli vedono la mamma contenta e con qualche lacrima che brilla negli occhi ti danno una bella sgorlata di pacche sul cul e di buffetti sulle guance.

Domanda

Proprio vero. Ma sono anch’io all’antica in questo. Gira e rigira ha ragione lei e le sue teorie. Per quanto riguarda il problema di Davide, io preferisco che l’uomo faccia l’uomo e faccia il primo passo e poi al resto ci penso io. Io mi sono innamorata anche della dinamicità del mio uomo e della sua sfrontatezza. Sulle prime mi arrabbiavo, ma poi sai quanti problemi mi risolveva.

Risposta

E’ il caso di chiudere qui e prima delle confidenze.

Domanda

Lo penso anch’io.

Risposta

Grazie e alla prossima.

Per l’interpretazione del sogno di Davide ho scelto un testo semplicissimo che risale all’anno 1959 ed è cantato da Domenico Modugno. Il titolo è “Io” e tratta della realizzazione maschile attraverso l’investimento di “libido genitale”, l’amore verso una donna. Si mette in rilievo la pienezza dell’Io, della “organizzazione psichica reattiva” dell’uomo nel donare se stesso, in corpo e psiche, alla donna investita da tanta grazia.