CAREZZA DEL VENTO

14 / 09 / 2.000

Raggiungere il suo studio ogni settimana diventerà per me un rito estremamente gradevole, nonostante la ripetitività; mi piace pensare che di giovedì in giovedì alle ore otto e venti attraverserò il ponte delle Guglie, arriverò alla stazione santa Lucia, mi fermerò all’edicola di Nane per prendere “La nuova Venezia”, acquisterò il biglietto, l’oblitererò, prenderò il treno delle otto e quarantadue per Udine, alle nove e trentuno scenderò alla stazione di Conegliano e appena fuori troverò il taxi che mi porterà a destinazione tra le verdi colline trevigiane.

Le abitudini sono rassicuranti e riempiono la vita specialmente dopo tante drammatiche traversie.

In questo mese di settembre l’odore dell’uva matura è molto acuto e l’aria profuma di mosto; la vendemmia è una festa della natura e degli uomini.

Io non ricordo niente di simile nella mia Africa; l’ambiente è decisamente ostile e le forze della natura sono dominanti.

Io ho un buon olfatto e fortunatamente non mi sfugge il profumo dell’uva appena vendemmiata e del vino appena spremuto.

Queste colline verdi e fresche sembrano finte per una donna vissuta tra il giallo e il nero dell’Africa e tra il grigio e il verde sporco di Venezia; queste colline somigliano a quelle dipinte dai bambini negli album da disegno, quando la maestra ordinava di tuffarsi a volo d’angelo dentro i colori e di buttar fuori le proprie emozioni.

I miei sensi sono ancora acuti come conviene a una donna africana della tribù Isciu e di nome Ascingha, “carezza del vento”, nata e cresciuta per anni nelle foreste dei monti Loma.

In Africa i sensi si esaltano per il forte calore e per la necessità di sopravvivere; gli uomini sono molto simili agli animali nei comportamenti e nelle reazioni.

A dire il vero l’odore del vino, quest’odore aspro e dolciastro, mi procura una nausea terribile quando affiora nella mia mente il ricordo di uomini ubriachi, pochi in verità, che mi hanno vomitato addosso mentre tentavano di svegliare il “bilingo” per godere della mia “puta” asciutta e distratta; questi sono gli inconvenienti di un certo lavoro.

Il calore, soprattutto il calore, è determinante per la vita dei sensi; man mano che ti sposti verso il nord e verso il freddo, ti rendi conto di perdere qualcosa nel corredo delle tue sensazioni.

Questa non sarà una legge universale, ma è la mia opinione e il mio vissuto: se punti a settentrione, perdi sempre in vitalità.

Io ho scelto, a mio modo, di lasciare l’Africa e sono stata costretta a risalire il mappamondo a bordo di uno sgangherato bastimento; il viaggio ha impresso sulla mia carne, di onda in onda, un oscuro senso di perdita che non riesco ancora oggi a sradicare, un’opaca sensazione di distacco che mi stringe ancora oggi la gola.

Ancora oggi !

E’ come se il tempo si fosse fermato sopra l’abisso del dimenticatoio, trattenendo le esperienze più significative della mia vita in attesa di lasciarle cadere definitivamente nel vuoto; è come se io con il cuore in gola tentassi di salvare questi frammenti di vita vissuta dal pericolo del nulla per l’angoscia di morire del tutto e per sempre.

Quel viaggio non è stato certamente il semplice trasferimento del corpo di Ascingha da un continente all’altro; io non posso dimenticare un viaggio che si riempiva, onda su onda, di un ambiguo simbolismo e oscillava come un pendolo tra il desiderio di vivere il nuovo e la colpa di abbandonare il vecchio.

Il piatto si è così condito nel tempo di una fatale inesorabilità che ha una sola verità e un solo sapore: tutto ciò che si lascia è definitivamente perduto e non può ritornare in alcun modo, neanche sotto la forma di un pupazzo di “peluche”.

Anche la morte s’inchina di fronte a ciò che non è stato vissuto e si poteva vivere.

Ricordo quel viaggio e sento chiaramente il freddo e lo sgomento che saliva dai miei piedi scalzi mentre percorrevo il sentiero che portava lontano dalla mia foresta sotto la guida di Marion e in compagnia di Aggun.

La foresta, la verde foresta !

Però, cos’era per me quella foresta ?

Era la mia casa sotto il cielo, un buco nero dell’universo che ben conoscevo e dentro il quale sguazzavo sicura come un’anatra quando le prime piogge formavano qualche pozza.

Mentre mi allontanavo da quel misero punto tutto nero, sentivo che una vecchia emozione scivolava dalla mia pelle e con il sudore si perdeva per sempre al suolo.

Eppure io, fuggendo, miglioravo la mia esistenza in ogni senso.

Marion era la prova vivente del salto di qualità e io potevo toccare il suo corpo con le mie mani nei momenti di dubbio più intenso.

Bastava saltare dalla sponda africana sopra un putrido peschereccio dal nome “suregai” e lasciare che i marinai puntassero la prua verso nord, sempre e solo verso nord, un punto cardinale magico per gli uomini che abitano le terre situate in basso rispetto al paradiso dell’occidente, quegli africani che si sentono inferiori rispetto ai popoli degli altri continenti e inevitabilmente per la vile legge della compensazione si stimano superiori rispetto ai loro fratelli; basta considerare le guerre civili che insanguinano il mio paese per avere un’idea dei misteri o dei paradossi dell’Africa nera.

Bastava fare un salto sopra un bastimento puzzolente di sardine e potevi conquistare gli antibiotici in farmacia, l’acqua in casa, il denaro in banca, i cibi nel supermercato, la legge in tribunale, gli slip in negozio, la plastica in ogni luogo, i pannolini in bustina, le tagliatelle ai funghi, la macedonia di frutta, il bidet in bagno, le aspirine effervescenti per i dolori mestruali, tanto di tutto o quasi tutto.

Chi più ne ha, più ne metta e alla fine non si senta povero il beneficiario e non si senta ingordo il beneficiato.

L’Occidente era l’anticamera del paradiso per una negretta primitiva della tribù africana degli Isciu; in Occidente si poteva anche stupidamente sperare di non morire.

Quanti bambini ho visto morire nella mia terra per la mancanza di un farmaco e quante donne malate non ho visto più ritornare dalla savana.

La foresta era il dio e il luogo sacro del dio, la divinità e il suo tempio; la foresta dava e riprendeva la vita senza dolore e senza rumore.

Era costume degli Isciu abbandonare i bambini malati e le poche donne vecchie nella foresta per lasciarli morire; quelli che restavano vivi, ritornando al villaggio, pensavano di averli affidati agli spiriti buoni e ai cicli generosi della natura.

Da un giorno all’altro e con estrema naturalezza in Africa si scompariva dalla scena della vita per inedia collettiva e per fatalistica rassegnazione.

Tutti mostravano assoluta indifferenza di fronte alla morte; il vago senso di necessità naturale dei sopravvissuti si mescolava alla noncuranza dei disperati, uomini ancora vivi che avevano la fortuna e la possibilità di vagare domani per la foresta e di ritornare alla propria capanna di fango prima della notte.

Quante volte non riuscivo a prender sonno, mi giravo sopra il pagliericcio e volgevo lo sguardo verso quella parte della foresta dove speravo di rivedere all’improvviso quel viso che da qualche giorno era sparito.

In questa ingenua attesa avvertivo un sentimento di gioia e un senso di tristezza, poi mi rassegnavo e sfinita dai desideri e dalle paure cadevo nel sonno.

Quanto l’ho atteso !

Quanto ti ho atteso, piccolo amore mio dalla pelle nera e dagli occhi nerissimi !

Eppure ti ho atteso, pur sapendo che non avevi gambe e piedi per camminare; io ti ho atteso lo stesso e ho desiderato che almeno il tuo dolce viso apparisse dai cespugli delle “nuree” almeno una sola volta per dirmi: “non piangere Ascingha, io ti ho perdonato.”

Io sono viva e aspetto ancora il tuo bel viso, ma sono sicura che qualcuno da qualche parte mi restituirà almeno il tuo dolce sorriso.

Non riesco a dire altro, dottore; in questo momento sento soltanto il bisogno di sparire.

Voglio tornare a casa, non mi sento per niente bene; speriamo che il tassista sia già fuori ad aspettarmi.

Bonjour monsieur le docteur.

CAREZZA DEL VENTO

PIEVE DI SOLIGO – 07 / 09 / 2.000 – ORE 15,15

Buongiorno dottore, chiedo umilmente scusa per il ritardo, ma il tassista non riusciva a trovare la strada del suo studio.

Mi chiamo Jasmine Ainé in Tirindelli, ma il mio vero nome è Ascingha e in lingua italiana si può tradurre con una certa approssimazione “carezza del vento”.

Come ha visto la mia pelle è nera e le mie labbra sono pronunciate come quelle di una bertuccia, ma in tutto il resto le assicuro che sono simile a una donna dalla pelle di qualsiasi altro colore.

Non è mia la colpa di essere a suo tempo caduta dal cielo proprio dentro uno spicchio d’Africa.

Sono originaria della Sierra Leone e la mia tribù abita ancora nelle foreste che si trovano alle pendici dei monti Loma e ai confini con la Guinea.

Oggi la mia terra, purtroppo, è famosa per la guerra civile che la insanguina e soprattutto per l’uso spietato che i guerriglieri di chissà quale causa fanno del “machete”, mutilando tutti quelli che incontrano sul loro cammino, grandi o piccoli, forti o deboli, vecchi o giovani, maschi o femmine, intelligenti o ebeti.

Sembra che per questi criminali la cosa più importante sia lasciare alla propria gente un segno ben visibile della loro ferocia per tutto il resto della vita: la “mezza manica” o la “manica lunga”, in base alla scelta dell’amputazione sopra o sotto il gomito.

Trascuro la mutilazione dei piedi o delle gambe, perché il solo pensiero mi scatena tanta rabbia e il ristagno della tensione mi procura il vomito; mi creda, non vorrei riempirle la scrivania del tritato degli spaghetti alla carbonara che ho appena gustato a pranzo.

Posso capire il cannibalismo, ma non la ferocia e soprattutto quando è consumata contro i bambini e contro le donne.

Ritorno a me e ai miei tanti problemi, perché non è proprio il caso di dilungarmi su questioni morali o politiche che oltretutto non riesco a capire semplicemente perché non trovo e non troverò mai alcuna giustificazione alla violenza; mio marito dice che sono mentalmente pigra, ma chissà quale dramma si nasconde dietro questa mia pretesa pigrizia.

Da più di trent’anni mi trovo in Occidente e da quindici anni vivo a Venezia, la più bella e umida città del mondo; pur essendo una negra africana, sono una persona istruita e ho avuto la fortuna di acquisire la cultura occidentale e di non dimenticare le radici africane, per cui devo riconoscere che mi sono sempre adattata e mai integrata.

Sarà questo il solito mal d’Africa o sarà questo il solito male psichiatrico ?

La risposta spetta ormai agli stregoni o agli specialisti della mente umana, ma ricordo che una zingara davanti a un supermercato di Mestre a suo tempo mi aveva detto che tra tanto male e tanto bene sarei sempre stata una donna eccezionale.

Io ho la mia verità in proposito, ma è indiscutibile che, nonostante le conquiste umane e sociali fatte in tanti anni di permanenza in Italia, io mi sento insoddisfatta, inquieta e sempre alla ricerca del trapezio più pericoloso e dell’equilibrio più precario.

Ma cosa cerco ancora ?

Mi chiedo con gentilezza: Ascingha, cosa cerchi ancora ?

Mi rispondo con altrettanta gentilezza: cerco la gloria e la vendetta, l’aureola e il pugnale, il pari e il dispari, il maschile il femminile, il concavo e il convesso, il padre e la madre, il fuoco e il ghiaccio, la vita e la morte, io cerco l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco, io cerco l’armonia dei miei opposti e dei miei elementi.

Per spiegarmi meglio devo partire da lontano, ma lei ha già capito che con i simboli mi trovo a mio agio e con le metafore mi sento in famiglia; la fantasia è la mia unica confidente e la mia buona medicina, perché mi aiuta ad addolcire o a camuffare le tristi verità della mia vita.

E’ opportuno, a questo punto, presentarmi meglio.

Il mio primo documento d’identità è stato un passaporto falso, rilasciato negli anni settanta dalla mafia di Dakar, la pigra capitale del Senegal e il tragico crocevia della tratta delle negre.

Dakar è il capolinea di una disperata rotta che da capo Verde porta ancora tante adolescenti, racimolate nell’entroterra africano, a Mazara del Vallo, imbarcandole in vecchi bastimenti stivati di sardine puzzolenti.

Di questa rotta e di questo commercio sono da sempre al corrente le autorità politiche e morali del mondo e in particolare dei paesi europei, così come ne sono ben informati tutti i benpensanti dalla pelle bianca che ogni notte vedono adolescenti negre passeggiare mezze nude sui marciapiedi delle loro città per la soddisfazione erotica dei loro simili.

Di questa rotta sono direttamente al corrente anche le autorità militari dei paesi che nel bene e nel male sono coinvolti in questo squallido commercio: l’infido Senegal, la povera Mauritania, il falso Marocco, l’allegra Spagna, la fanatica Algeria, l’ambigua Tunisia, la brillante Italia e il resto dell’Europa civile dove le negrette vanno a sciamare come le api e con il loro miele.

Le motovedette di ogni paese e di ogni arma hanno fatto e fanno ancora la scorta alla tratta delle negre lungo le coste dell’Atlantico e del Mediterraneo nella piena convinzione di aver sempre rispettato il diritto sulle acque territoriali e di aver sempre evitato imbarazzanti complicazioni tra i vari stati.

Bravi, molto bravi, non c’è che dire !

Nel rispetto della legge internazionale e delle leggi nazionali sono stati e sono ancora favoriti i traffici criminali di ogni tipo, burocrazia compresa, perché non si tratta soltanto di smerciare puttane lungo i marciapiedi o nei bordelli, ma anche di collocare la merce umana con una certa legalità formale.

Il mio passaporto, ad esempio, era pieno di bolli e di timbri, il capolavoro di un abile falsario, un documento incorniciato dalla foto sbiadita di una ragazzina negra impaurita e appena uscita dalla foresta, un’opera così perfetta nel suo genere che è stata la base della mia identità europea fino a oggi.

Nessuna polizia, marittima o terrestre, nessuna autorità umana o celeste ha mai contestato per pigrizia o per convenienza quel pezzo di cartone sporco d’inchiostro colorato.

Del resto, cosa vuoi e cosa puoi obiettare alla Repubblica francese che dichiara per iscritto che una certa Jasmine Ainé è nata a Marsiglia, Marseille en francais, il nove dicembre del millenovecentosessantuno e abita al numero settantadue di rue Mallarmé sempre nella stessa città di Marsiglia, Marseille en francais.

Dall’autunno di quell’anno che non so, questa è stata la mia identità formale.

E’ perfettamente vero: “quell’anno che non so”.

Certamente esiste “quell’anno che non so” anche se io non l’ho mai conosciuto e semplicemente perché il calendario della foresta era il cielo, quel cielo che misura ancora oggi il giorno e la notte e dimostra l’inutilità di fare il conto di quanto hai malamente vissuto e di cosa ti lasci alle spalle.

All’inutilità di fare il conto si aggiungeva l’indolenza a contare i giorni trascorsi e a metterli in riga anche incidendoli sulla ruvida corteccia di un’acacia; a questo buco tecnico si deve associare l’incapacità africana ad avvertire in qualche modo quella che si definisce storia presso gli altri popoli, i cosiddetti popoli civili che giustamente amano la memoria perché hanno nel bene e nel male qualcosa da ricordare.

Del resto, cosa avresti voluto conservare dentro il tuo cuore e rivivere con desiderio in un mondo a una dimensione e in una quotidianità ripiena di cose sempre uguali ?

Eppure la nostalgia colpisce anche gli africani, ma questo mal d’Africa è soltanto desiderio d’oblio, un bisogno inconfessato di dimenticare totalmente se stessi.

A tutt’oggi, quindi, secondo quella carta colorata io mi porto addosso quasi trentanove anni, appartengo al segno zodiacale del Sagittario e, aggiungo volentieri, con ascendente Saturno per sottolineare la tendenza a usare soprattutto la testa anche se buona parte della mia vita potrebbe affermare malignamente il contrario: più emozione e bassoventre, meno ragione e cervello.

Il mio attuale documento d’identità, rilasciato dalla Repubblica italiana di cui sono cittadina, riporta ancora questi dati, ma io so bene che il vero e unico dato della mia persona è il nome Ascingha, proprio quel nome che non compare in nessuna carta scritta e che risuona nelle mie orecchie come il rumore delle dolci foglie di “macai” quando il vento del deserto spazza la sabbia a pettine.

Ho già detto che Ascingha si può tradurre in italiano “carezza del vento”, che le traduzioni sono sempre approssimative e specialmente se riguardano i nomi di una tribù primitiva dell’Africa nera, ma quel nome, lo ripeto volentieri e senza paura di essere monotona, ricordo di aver sempre sentito dentro le mie orecchie come il rumore delle dolci foglie di “macai” quando il vento del deserto spazza la sabbia a pettine.

Io mi chiamo Ascingha e sono la “carezza del vento” in qualsiasi parte del mondo mi trovo a camminare e in qualsiasi fuso orario mi trovo a filare la mia vita.

Dopo questo amaro sfogo vengo al dunque, al mio dunque naturalmente.

Come le ho riferito per telefono, mi ha fatto il suo nome il professor Crisafulli, il più quotato in ogni senso psichiatra del nord-est, il quale, dopo avermi diagnosticato schizofrenica e inutilmente curato con micidiali cocktails di farmaci ben equilibrati nelle indicazioni e nelle controindicazioni, adesso sostiene semplicemente che a me conviene star male e che, quindi, non guarirò mai.

Sindrome di convenienza”, ecco, l’ha definita così.

Sono felice di aver ricordato la nuova diagnosi, perché possedere una buona memoria mi fa sentire una donna in forma e una persona sana di mente, contrariamente a quanto pensa l’illustre clinico con il suo sedici metri a vela ancorato nella darsena di Monfalcone.

Ecco, lo strano personaggio si è dimostrato un pesante chimico e un grande maldicente semplicemente perché senza farmaci la sua bislacca scienza vale poco meno di nulla.

Ecco, dopo aver trasformato il mio corpo in un impianto petrolchimico e dopo averlo annientato con miracolosi farmaci, l’illustre clinico sostiene che lei, proprio lei che sulle pillole e sulle supposte per principio e per mestiere non fa alcun affidamento, potrebbe essere indicato al caso mio anche perché al contrario di lui, aggiungo io e me ne assumo la responsabilità, sembra avere tanta pazienza e poca ingordigia.

Il dottor Crisafulli mi ritiene una donna testarda ed esigente, una vergogna per la sua superba scienza e un’eresia per i suoi micidiali intrugli; alla fine secondo l’esimio professore e secondo tutti gli uomini poveri di spirito io sono una donna frigida che non ha trovato il bastone giusto per il suo equilibrio psichico e per bastone intenda pure quello che le salta subito alla mente uscendo fuor di metafora.

Mi preme precisare che, pur tuttavia, l’egregio dottore non ha mai disprezzato il colore della mia pelle per il semplice fatto che ha ben apprezzato il colore dei miei soldi.

Cinquecentomila lire a visita !

Mi spiego ?

Mi capisce ?

Io non sono una maldicente, io ho soltanto il brutto difetto di esprimere in maniera chiara e diretta quello che penso, senza paura e senza pudore, perché, nonostante il colore della mia pelle, oggi posso permettermi di non leccare il culo a nessuno e soprattutto a un uomo bianco.

Del resto, sono poco legata alla vita e non ho bisogno di nessuno e di niente; la gente è in più e le cose intorno a me sono inutili, gli uomini sono animali inquinanti e le città sono fogne a cielo aperto.

Per il momento sono costretta a escludere da queste mie convinzioni la sua figura e la sua eventuale funzione, ma in tutta sincerità nutro qualche speranze.

Bando alle inutili polemiche e veniamo ancora una volta al dunque, al mio dunque naturalmente.

Il professore Crisafulli mi ha consegnato una lettera riservata alle sue pregiatissime mani, “S. P. M.”; io non ho resistito alla curiosità, l’ho aperta e sono riuscita a decifrare la scrittura di un medico e addirittura a capirne il senso.

Le dico subito che non sono d’accordo sulla diagnosi, ma questo non è importante per gli altri, perché stravolge soltanto la mia persona e la mia vita.

La sola giustificazione della mia maleducazione è proprio il fatto che questa lettera riguarda la mia persona e la mia vita.

Io, caro dottore, sono ancora viva e vegeta soltanto perché ho sempre nella giusta misura diffidato di tutto e di tutti; questo significa essere prudenti e non paranoici.

Caro dottore, mi creda, io non mi trovo ai bordi della schizofrenia, non sono mai arrivata ai confini della melanconia, non mi trastullo nella crisi depressiva desiderando la morte e non mi esalto nella fase maniacale sperperando i miliardi di mio marito.

Certamente ho dei sintomi pericolosi per la mia persona e per il mio prossimo, altrimenti non sarei qui e non avrei iniziato il solito pellegrinaggio alla ricerca di un guaritore che mi dia un migliore equilibrio o di uno stregone che mi restituisca la cosiddetta normalità.

Certamente io non sto bene, non mi sento bene, non sono serena, non sono tranquilla, non sono me stessa, non sono in pace con me stessa.

Certamente oggi io sono l’ombra di me stessa e il mio malessere è iniziato proprio quando pensavo di essere arrivata a destinazione e di avere risolto gran parte dei miei problemi almeno per questa vita, ma il tutto non significa essere malata o una malata del calibro sparato dall’illustre clinico.

E’ questo il punto: io non sono e non mi sento malata !

Se sono malata, la mia malattia è allora la mia persona, la mia identità, la mia storia.

La mia malattia si chiama Ascingha.

La mia malattia è la cosa più bella e terribile che io possiedo: Ascingha !

Egregio dottore, a questo punto, come uomo potrà comprendere la mia insolenza nell’aprire la corrispondenza fra professionisti della mente e come strizzacervelli è costretto a comprendere la determinazione che ho manifestato nel difendere la mia persona dalle diagnosi più assurde, ma, mi creda, questa insolenza e questa determinazione sono doti costruite attraverso le mille esperienze della mia vita, una vita intrecciata di mille vite come la coda di un gatto e una vita sempre costretta dalla necessità di sopravvivere.

Io, Ascingha, sono sempre andata al di là della mia stessa vita e sono sempre riuscita a trovare un equilibrio nelle traversie più nere e nei momenti più tragici; questa è la mia malattia e questa è anche la mia forza.

Oggi che tutto si è sistemato nel migliore dei modi e io sono la signora Jasmine Ainé Tirindelli, cittadina italiana, oggi che posso pagare anche la parcella di uno strizzacervelli per capire quali mali oscuri dentro di me chiedono di venire alla luce, io resto sempre una povera negra e sento il bisogno di cercare quella madre naturale e snaturata che ho necessariamente avuto e non ho mai conosciuto, quel bambino negro che ho abbandonato ai topi e ai serpenti della foresta, quella pretesa sorella venduta ai mercanti di schiave che non ho più rivisto, quei quattro figli che ho abortito e che non dormono in cimitero, quell’uomo amato che è scomparso nel nulla o nell’acido solforico, quell’uomo adorato che mi ha sempre sfruttato e ingannato, quell’Africa, la maledetta Africa, che a distanza di trent’anni è conficcata nel mio cuore e ancora una volta riesce a essere la causa della mia gioia e del mio dolore.

Oggi non ho più niente da temere e non ho un nemico da combattere al di là di me stessa.

Oggi abito in una casa signorile di Venezia e posso senza alcun problema imbarcarmi, quando voglio, per una delle tante crociere intorno al mondo.

Oggi sono la moglie del generale in pensione Biagio Tirindelli, pluridecorato al valore militare nella campagna d’Etiopia e nella guerra di Resistenza; oggi sono una donna di colore rispettata dalla gente e riconosciuta dalla stato italiano, uno stato che non ho mai incontrato nei momenti più tragici della mia vita neanche sotto l’uniforme di un fedele carabiniere o dentro il tailleur amaranto di un’assistente sociale.

Oggi io non sono più quella bella negra che a pagamento lasciava menare dentro la sua “puta” il “bilingo” di uomini occidentali malati nel cuore di un amore mancato e nelle ghiandole di un corpo disprezzato.

Oggi non sono più Jasmine, la puttana di colore della squadra di Marcos del Brenta, oggi non sono la sguattera negra di maman Immé, oggi sono e mi sento soltanto Ascingha, la “carezza del vento”, la figlia ingrata di quella tribù Isciu che abita ancora presso le foreste di quei monti Loma che abbracciano con un solo orizzonte Sierra Leone, Guinea e Liberia, terre di miseria e di crudeltà, di fame e di morte.

Jasmine è entrata in guerra con Ascingha e Ascingha vuole uccidere Jasmine; questo è il mio vero dramma e lo capisco soltanto io, perché sono io a viverlo sotto la mia pelle nera.

La tensione ristagna disperatamente dentro il mio corpo come l’acqua putrida nei canali di Venezia, si scatena contro me stessa, mi buca lo stomaco, mi chiude il respiro, mi sballa gli orologi interni, mi divora gli anticorpi, mi succhia il sangue, mi rode il cervello, mi castra le energie.

A questo punto non mi resta che desiderare la morte, perché non voglio e non posso più sentire quel dolore che non è un dolore come gli altri, ma uno struggimento senza soluzione, uno sbriciolarsi delle budella sotto i denti affilati di una squadra ben addestrata di topi.

Soltanto a volte sento il bisogno di vendicarmi e di uccidere qualcuno, un qualcuno che in un modo o nell’altro è stato ed è responsabile delle violenze subite e impresse nella mia carne come le stimmate di un santo.

Dicevo che nella mia vita ho imparato a trovare in ogni circostanza l’equilibrio necessario, ma a furia di cercarlo non ho mai imparato a mantenerlo.

Sono una persona istruita e a modo mio parlo quattro lingue, conosco a memoria le poesie di Saffo, capisco qualcosa degli scritti del dottor Freud di Vienna, leggo Montale e Pasolini, amo il Gattopardo del principe di Lampedusa, ho capito tutti i film di Federico Fellini, cucino le lasagne bolognesi in tutte le salse, tiro i tarocchi per deridere le mie amiche superstiziose, lavoro a maglia e a uncinetto, conosco il punto a croce e il gigliuccio, ho imparato l’impossibile, ho assorbito culture diverse, mi sono adattata a modi di dire e di fare, ho fatto, ho detto, ho subito, ho visto, ho vinto, ho perso, ma in tanta malora o in tanta fortuna non ho mai imparato a mantenere l’equilibrio giusto per vivere senza l’altalena dell’umore e la parabola dei sentimenti.

La mia malattia si chiama Ascingha, una bambina dalla pelle nera; la mia malattia galoppa tra le tante esperienze di Jasmine, una puttana di lusso dell’entroterra veneziano: l’ingenuità di una negretta africana della foresta e la disinvoltura di una negra francese da bordello italiano.

Le mille e mille traversie della mia vita hanno lanciato in cielo altrettante immagini di me stessa che come un boomerang sono ritornate a colpirmi; se da un lato tutto questo mi ha fatto crescere e arricchire, dall’altro lato ha messo e mette a dura prova la mia identità e il mio equilibrio psicofisico.

E così a volte, soltanto a volte, mi piace tanto dimenticare me stessa e convincermi di non sapere più chi sono, ma non desidero mai essere un’altra persona.

E così non passa giorno che io non cada in uno stato pietoso di abbandono e in una tremenda desolazione; questa prostrazione mi impedisce di muovere persino un dito per dare un segno di vita a tutti coloro che si affaccendano attorno al mio corpo quasi morto nel vano tentativo di rianimarlo.

Dirò che avere tanta gente al mio servizio, il generale compreso, mi dà una bella, quanto effimera, sensazione di pienezza e di riscatto.

Oggi io mi sento Arlecchino, oggi io sono un Arlecchino vestito di mille pezze colorate e a ogni pezza corrisponde una gioia, un trauma, un ricordo, un oblio, una fantasia, un ragionamento, un sogno, un fantasma, una riflessione, una lacrima, un sorriso, una frustata, un dolore e tutto quel mare di sensazioni e di sentimenti che si deve attraversare partendo dalle spiagge di capo Verde in Senegal per approdare a Mazara del Vallo in Sicilia.

Allora ero una bella adolescente da tempo delle mele, una ragazzina incatenata con Aggun e altre sventurate bambine di colore dentro la stiva di un bastimento puzzolente di pesce; allora ero una bella adolescente da tempo delle mele che pensava di arrivare in qualche parte di un mondo migliore con la coscienza imperfetta di tutto quello che aveva addosso e desiderava lasciarsi alle spalle.

Purtroppo, quella parte del mondo che l’ingenua bambina andava a esplorare era di un’altra persona, Marion, la civetta negra dei trafficanti di donne, e quella parte del mondo non era poi la parte migliore del solito mondo.

La mia malattia è la memoria della mia vita; i ricordi di Ascingha non si sposano con i vissuti di Jasmine, ma, del resto, se avessi dimenticato una sola parte di me stessa, in questo momento non esisterei né come Jasmine e tanto meno come Ascingha.

Io non so quando sono nata e non possiedo un cognome: io sono soltanto Ascingha.

Nella foresta, come dicevo prima, non esisteva il calendario o l’ufficio anagrafico e tanto meno si conosceva il padre e la madre; tutti gli uomini e tutte le donne della tribù Isciu potevano essere i tuoi genitori e non potevi sbagliare, perché gli stranieri, che arrivavano presso le vallate dei monti Loma, erano riconoscibili dalla pelle bianca e dal fucile, dalla sottana grigia e dalla croce ed erano bracconieri, missionari, avventurieri e mercanti; questi ultimi erano i più amati e i più crudeli.

Ho vissuto troppo, in fretta e intensamente.

A quarant’anni mi sento vecchia dentro e fuori, perché le esperienze più belle e più brutte le ho fatte quasi tutte; adesso sento soltanto il bisogno di fermarmi e di riordinare la mia vita, una vita, come le dicevo, fatta di mille vite, ma non sempre ne sono capace e spesso sento il bisogno di una guida, di un compagno di viaggio che non mi indichi la strada fingendo di conoscerla, perché in effetti non può conoscerla, ma che mi segua e mi lasci esprimere.

Io non ho bisogno di un ipocrita moralista o di un falso mezzoprete.

In un mare di dubbi sono sicura di essere Ascingha e di essere sempre rimasta Ascingha e solo Ascingha, la “carezza del vento” del nord che pettina la sabbia del deserto.

Jasmine non ha niente a che fare con Ascingha.

Il dottor Crisafulli avrà anche ragione nel diagnosticarmi schizofrenica, ma in base alla vita che mi è piovuta addosso, io non potevo essere diversamente e mi sono conservata nel migliore dei modi, mi creda, dottore, mi creda.

Altro che problemi di melanconia o disturbi dell’affettività, io ho solo bisogno di fermarmi dopo essere stata per trent’anni in un moto perpetuo di sopravvivenza.

Altro che psicosi maniaco-depressiva, io ho solo bisogno di riordinare la mia vita raccontando la mia storia a un degno ascoltatore; lei mi è stato indicato come tale, uno strizzacervelli molto pacato che non si addormenta durante la seduta, che non ha soluzioni salvifiche per nessuno, che ha un profondo rispetto per i suoi compagni di viaggio e che, soprattutto, difficilmente parla.

Io ho bisogno di un interlocutore muto, di una statua di marmo, di un uomo che non apra la bocca; in tal modo eviterò anche la delusione di accorgermi che il mio navigatore non ha capito niente di tutto quello che ho detto e che volevo fargli capire, non potrò pensare ancora una volta di aver regalato le mie perle ai porci.

Io le chiedo soltanto di lasciarmi esprimere con il mio autentico linguaggio, di lasciarmi raccattare i cocci della mia originale storia, di lasciarmi ricucire le pezze sgualcite del mio bel vestito nell’ardua impresa di ritrovare la mia vera identità senza false illusioni e inutili pretese.

Sembra strano che una donna negra affidi a un uomo bianco la spremuta del suo cervello, una virtù e un lusso dei popoli superiori e ricchi, ma io sono una persona adulta e istruita, conosco il mondo e capisco le persone che lo abitano, non sono ignorante anche perché sono stata alunna di maman Immé, la mia madre putativa, una professoressa di lettere classiche presso il liceo Marco Polo di Venezia, una donna dalla mente enciclopedica e dalla casa tempestata di libri.

Sono sicura che la mia storia personale si mischierà con quella di un popolo primitivo di razza inferiore e con quella di un popolo evoluto di razza superiore, ma questa eventuale contaminazione, in verità, non mi dispiace, soprattutto se può servire a capire me stessa e a essere padrona in casa mia.

E poi credo, perdoni la vanità, che per lei sarà un’avventura ancora più interessante, quanto meno non si annoierà ad ascoltare le solite tristezze di una vita piatta e convenzionale.

Non ho alcuna difficoltà a pagare il suo onorario e lo farò tramite bonifico di mese in mese, per cui non mi resta, se lei è d’accordo, che rifilarmi un generoso “in bocca al lupo” per questo fascinoso viaggio nella memoria.

E che gli dei non siano avversi, come non lo furono allora i venti nella rotta fatale e trafficata che dall’Africa porta ancora oggi in Sicilia.

Bonjour monsieur le docteur.

LA CICALA E LA FORMICA

Carissima,

treschera,

tres chere,

ti penso a spasso con qualche orso

per i monti cari della tua vita,

un orso marrano convertito al miele di Sortino,

un maculato mugugnone di indubbia prestanza,

uno che può ancora ballare sotto le stelle.

Treschera,

ti penso in un’avventura televisiva demenziale

e costretta dai legacci della montagna sociale e culturale

che non va mai da Muhammad,

va sempre a finire dove piove sul bagnato.

Sta gran puttana!

A furia di coitare a ufo nel piccolo schermo,

farà scoppiare un incidente diplomatico con la santa sede,

con il barbecue del solito giornalista infallibile,

con la solita giovinetta ingenua del settimo colle altoatesino.

Tres chere,

ti penso felice a gogò e storna per l’ultima birra infame,

sorbita nella solita pizzeria di via Cesare Battisti,

colui che amò l’Italia

come i democristiani, i socialisti e i liberali.

Importante che tu senta e ti senti,

così come deve essere da parte di una senziente,

una curandera sciamanica e yoghettara

sempre in armonia con le leggi temporanee del nostro amato universo,

quello che ubbidisce all’Amore del ferro e dello zolfo

e all’Armonia del maschile e del femminile,

ita Francuzzus dixit e cantò a perdifiato,

quasi a squarciapalle.

Carissima,

chiedi sempre di me a Empedocle di Agrigento,

quello della terra, dell’aria, del fuoco, dell’acqua.

Ma io appartengo al sole, alla luna, al vento,

ai monti di Venere e alle falci di Marte.

Cosa ti può dire un filosofo pazzo dell’energia,

del tutto che si trasforma senza essere mai creato?

Comunque e per farla breve,

breviter,

sappi che da me hanno portato via le alghe

e che adesso la spiaggia è pulita,

ma dietro ci sono le ciminiere della russa Lukoil

che sparano nel cosmo fetidi vapori di merda greggia.

Che furbi i siracusani!

Non bastavano la Sincat e la Rasiom,

la Montedison e la Esso,

si abbisognava di nuovo veleno per non morire,

alla Mitridate, se ben ricordi.

In compenso a tanta malora ti dirò

che Archimede sta bene

e d’inverno soffre di reumatismi

a causa del forte vento di tramontana

che gli sbatte i coglioni di ghisa,

come a suo tempo Lui fece con il miles gloriosus.

Anche se ci lasciò le palle,

ebbe le palle

e le mostrò alla comunità scientifica.

Oggi i siracusani sono di altra varia e variopinta pasta.

Tu non ti curar di lor quando vieni,

ma vestiti sempre con cura

e cura gli ignudi senza malizia e comunismo dei beni.

Ti stringo con una stretta di mano e nulla più,

come si conviene

e si costuma presso i tuoi popoli trogloditi.

Tienimi tra le tue cianfrusaglie fisiche e morali.

Mi firmo e mi distinguo: Salvuccio Lagrange Sinagra, detto Totonno.





Giardino degli aranci, 29, 11, 2023



IL NUOVO NOVECENTO

Poeta,

porti sulle spalle la tua Siracusa e il tuo Veneto,

la tua Milano grigia e sputtanata,

la storia di Lucia e della Pia

in questo purgatorio senza uscita.

Io leggo

ed è come se fossi seduta in un museo

ad osservare un incanto appeso al muro.

Ho detto al custode di lasciarmi stare,

di chiudere

e farmi rimanere,

perché avevo una lama conficcata

tra il cuore e la panca di pietra.

Mi piace tanto quello che scrivi

e mi piaci tantissimo quando scrivi,

aggraziato e rude come il nostro Novecento.

Tutto è così acceso e moderno,

oggi,

luci nuove e nuovi argomenti.

Io ascolto con attenzione

e distrattamente attendo

che si allunghino le giornate,

senza credere fino in fondo

che basti ad una vera comprensione.

La mia natura sarà sempre legata a ricordi di stagioni

che nascono nel freddo e nel buio delle mie latitudini.

Nascevo nell’approssimarsi dell’inverno,

neve bianca frammista al latte del mio nutrimento:

non si dimentica la cornice

che inquadra il seno di una madre.

E tu,

tu che mi abiti nel cappotto di astrakan,

caldo collo,

abbraccio.

Mi scrivi nell’ora della noia,

so anche questo.

Io non temo le intemperie del tuo carattere incostante;

la tua voce argentina nella corte di uno sgangherato palazzo

mi arriva come un vento,

a volte una folata,

altre un alito così lento

che basterebbe mettere le mani a conchiglia

per tenerlo dentro.

Siamo tre giorni in un inverno

e per me il futuro esiste sempre.

Carpe diem,

ogni domani sa diventare un oggi.

Sabina

Trento, 13, 12, 2021


TOI – 1452b

Ti regalerò un piccolo pianeta,

un piccolo pianeta con due stelle,

le stelle binarie,

un pianeta pieno d’acqua al venti per cento,

di quel che manca è pieno di eudaimonia,

i buoni demoni,

i demoni del bene,

gli istinti vitali di Dioniso il matto,

gli angeli della cuccagna

che fan l’amore con madama Dorè

in tutte le chiese del circondario,

nei conventi abitati dagli ultimi monaci,

gli uomini soli e veri

che sono sopravvissuti alle tivvù caccose

e ai professori mercenari e scontati al centodieci per cento,

come le facciate dei palazzi fatiscenti di Forlimpopoli.

Quanti buoni demoni!

Tanti,

ma tanti e poi altrettanti.

Ma quanti sono questi demoni?

Sono tanti

quanti quelli che dentro sentiva Socrate

quando era fatto di cicuta e di peperoncino,

quando era fatto di poche parole e di tanti perché,

Socrate,

il figlio di Sofronisco e di Fenarete,

il fratellastro di Patrocle,

il marito di Santippe,

il sofista anomalo,

il marito anomalo,

il padre anomalo,

il misogino normale,

l’omosex normale,

il filosofo senza filosofia,

il perditempo dell’agorà,

quello che non scrisse nulla per pigrizia,

quello che ciondolava per le strade anfose,

quello che dormiva sotto i portici dipinti,

le stoà di Pirrone,

non il gesuita di don Fabrizio,

non il ruffiano del Gattopardo,

lo stoico Pirrone,

quello del giusto mezzo,

non la 500 di Nane Agnelli e di Viktoir Valletta anni 50,

quello dell’in medio stat virtus,

quello del sunt denique certi fines,

quos, ultra citraque, nequit consistere rectum,

non quello di Quinto Orazio Flacco da Venosa,

il furbastro che allettava gli schiavetti a piacimento

nella sua casetta parva sed apta ei,

non questo e non quello,

ma il demone che ti comprerò io,

me misero tapino,

senza un soldo nel taschino,

senza un cane e un topino,

ti offro un TOI-1452b con stelle incorporate,

con acqua a volontà

per gli sciacqui orali e per il bidet a ogni ora,

con le dovute cure e premure

per gli obesi e i nullatenenti,

per i politici e i giornalisti,

per Charlene e Marlene,

per Ilary e mastro don Gesualdo,

per i re e le regine,

per i matti e le mattine,

per chi ancora ha voglia di fottere e di fottersi

in questo nostro pianeta a rimasuglio,

un pianeta stupito con due stelle,

stelle binarie,

un pianeta pieno d’acqua al venti per cento,

ma di quel che manca è pieno di daimonia.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 09, 2022

MA L’AMORE NO – ATTO SECONDO

Ma l’amore no, l’amore mio non può

disperdersi nel vento con le rose,

tanto è forte che non cederà,

non sfiorirà.”

Le rose al vento,

la rosa scarlatta,

le rose hanno le spine,

la rosa s’incarna,

la rosa è anche rossa.

Ma cos’è questa rosa?

Cos’è questa rosa

che deve disperdersi nel vento insieme all’amore?

Questa rosa così forte non perderà i petali,

non invecchierà lentamente fino a morire,

resterà viva,

sempre viva,

è eterna e onnipotente,

omnia potest

perché questo amore è mio,

è il mio amore,

quello di un uomo che ama una donna,

ama la rosa,

ama la sua rosa.

Ma tutto questo non è amore.

Il vento soffia e nevica la frasca,

ma le rose non sfioriscono,

la rosa bianca,

la rosa gialla,

la rosa rossa,

la rosa nera,

la rosa scarlatta,

la rosa mulatta,

la rosa rosata,

la rosa.

Io, tu e le rose.

Quante rose attorno a noi

che ammicchiamo e accattoniamo,

che odoriamo e slinguazziamo.

Finalmente un po’ di coraggio!

Sursum corda,

animo ragazzi,

in alto i calici,

andiamo alla conquista delle rose.

Rosa dolze e aulentissima

c’apari in ver la state,

le donne ti desiano pulzelle e maritate.

Forte è la focora

che spinge il testosterone

verso la Botanica simbolica di una donna d’amare.

Ma tutto questo, oggi, non è amore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 08, 2022

A PROPOSITO

Domani ti comprerò un orsacchiotto di pelouche

per i tuoi giorni bianchi e neri,

per le tue notti brave,

per i tuoi dì tutti da venire a visitarti.

Ti meraviglierai

del fatto che mi sono ricordato di te in tanta tempesta virale,

perché dovrei pensare a non tirare le cuoia in tanto bordello,

ti ricorderai del gioioso nocchiero

che ti ha condotto per mari e per monti

in mezzo alle tempeste della vita

senza trovare porti utili per un approdo funesto.

Mai approdare, ricordati o Lucifera!

A proposito,

sai che la bestia umana,

il capolavoro della creazione secondo gli illusi della fede,

ha ucciso novantasette milioni di squali

per mutilarli delle pinne a favore di un membro umano

già morto nel cervello insano del portatore ignoto,

ha trainato ventisette miliardi di tonnellate di pesce azzurro

per la frittura mista di paranza

da consumare anche in un fetido antro di Ortigia,

ha ucciso Graziella e Lello per il bene della razza,

per poter procreare esseri superiori,

quasi come gli dei che ancora onoro e adoro

presso la cappella dello Spirito santo

nella chiesa di riviera Dionisio il grande.

A proposito,

domani ti porterò un piccolo dio

da mettere nel tuo altare di casa,

un Lare a perpetuo ricordo di quello che eravamo

e di quello che siamo,

a profonda ignominia di quello che saremo.

L’idolo avrà muscoli da palestra

nel petto rubicondo e nel costato tartassato,

avrà la tartaruga intatta e sopraelevata come il ponte Morandi,

sarà avvolto da un medioevale drappo rosso

negli organi dell’orgoglio,

almeno fino a quando l’iconoclasta Matteo & Matteo

non deciderà di far cadere il governo.

A proposito,

tieniti sempre forte

tra i deliri della televisione e le prediche dei giornali,

pecca fortiter, sed crede fortius,

strafottitene,

tieni spento l’elettrodomestico infausto in questi tempi duri

perché i dissennatori impazzano sulla scia del grande Puffo,

rincorrendo l’esca del grande Buffo,

mentre i bambini neri aspettano il pittore in mezzo al mare

per dipingere il loro altare.

Niente ipocrisie e idiosincrasie,

tanto meno mestrui inopportuni.

Amami alla luce del sole e senza scommesse,

perché nunc bibendum est,

dum loquimur, fugerit invida aetas,

amami così,

come faccio io in uno dei tanti carpe diem

mandandoti parole & parole in dono perpetuo e perenne,

come il fiore che non marcisce ancora nelle chiese dei preti,

quelli che, se muore la signora Morte corporale,

rischiano di chiudere per sempre bottega.

Assolvimi e assolvi le mie debolezze di uomo frustrato

che vive in mezzo ai prosperi campi

tra pecore odorose e maiali obesi.

Cura ut valeas

e così domani sarà un altro giorno da via col vento.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 28, 01, 2022

 

QUESTA NOTTE ALLE TRE

Ferma come una rupe è questa notte

e senza vento.

Ieri fu un giorno di lampi nel sole,

di far bene l’amore con la vita

per essere al sole.

La spiaggia è ferma nel vento

e nel mare, al largo, tira forte il vento.

Qualche veliero è intirizzito per la poca acqua,

qualche uomo è morto d’amore

mentre scalzava i pochi peli della barba incolta.

Come una rupe è ferma questa notte

in mezzo a un vento che non è tempesta.

Ciciociacio se la dorme nella sua cuccia.

Gianna fa lo stesso.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 11, 06, 2022

 

AIUTO HELP AUXILIUM AIDE SOS

Il vento ulula

Il vento piove

Il vento vomita pioggia

La frasca non nevica

Diluvia da sinistra a destra come nel mons Citorium

Diluvia da destra a sinistra come nel mons Citorium

Il mare si erge

Il mare gorgoglia

Il mare si erige

Il mare spazza

Il mare spruzza

Il mare vomita

Il mare gorgoglia

Il mare muggisce

Il mare sprizza

Il mare zunama

Vento pioggia scarpe rotte

Malutempu a facci dispirata

Mala tempora currunt

Semper sul bagnato sciddrica il buongoverno

Tifone

Medicane

Uragano

Uragano Apollo

Apollo è un dio

Apollo è un demone

Apollo è fuggito dal tempio di Piazza Pancali

Apollo si aggira tra la Sila a Capo Passero

Apollo gira gira come vuole la Rita

Apollo è un vortice

Apollo è un buco nero

Apollo non è nell’Olimpo

Tempesta

Tempestada

Ciclone

Ciclone senza ciclo

Ciclone amenorroico

Ciclone costante in atto presente sul posto

Noi ci siamo

Noi ci saremo

Ma noi non moriremo

Sopravviveremo a noi stessi e all’INPS

Come la gramigna nel prato in fiore

Come il gramignone nei sempiterni campi di calcio

Come l’ortica amarognola per il parto dei maiali

Come il flauto magico per l’eterno pifferaio

Mediterranean hurricane

MEDIterraneanhurriCANE

MEDICANE

Help me

Help me help me help me

Cantano gli Scarafaggi inglesi

I Beatles

Aiutatemi donne

E’ arrivato l’arrotino

E’ arrivato lo spazzacamino

Aiutatemi uomini

Arriverà il nuovo decreto A-Zan

Arriverà il green-astro-vax-pass

Aiutateci gridano i gatti attillati

Aiutateci gridano i topi affusolati

Scivoleremo nel vallone di Carancino

Dentro la foiba dell’Anapo

Tutti cadremo nella Geenna

Del MediCane non si vede la coda

Come nella grappa da bus

Si è vista la testa

Come nella grappa da bus

In medio stat virtus

Noi la prendiamo giusto giusto nel medio

La radio trasmette i Maneskin

La tele trasmette nobili coglionate firmate

La Cassa del Mezzogiorno non c’è più

Come faremo senza la mammasantissima

Cosa faremo con il padrino

Il presidente implora

Il sindaco supplica

Il vento ulula

La frasca non nevica

Non si può tornare al paese

Cade tutto il mondo cane capoccia infame

Che brutta cosa è successa sui Colli romani

Tira un vento bestia sul Mediterraneo

Tra le terre di mezzo delle nostre chiappe

Medi-cane

Io sono partito

Sono rimasto in mezzo alla maggese

Morirò

Altri sono partiti

Sono rimasti con un palmo nel naso

Noi non siamo diversi

Moriremo come Pacchiotta il filo arabo

Annegheremo nella merda altrui

Perdono perdono perdono

Io soffro più ancora di te

Signore ho tanto peccato

Parole opere omissioni nel mons Citorium

Questo colle piccolo piccolo

Questo colle babbeo babbeo

Questo colle scollinato

Addio mia bella addio

L’armata se ne va

Se non partissi anch’io sarebbe una viltà

Il poeta è fuiutu

E’ scappato

Con Iolanda

Con Gabriella

Con Mia

Con Giorgio

Con Armando

Con Cristiano

Con tutti i loro figli

Meno male

Ogni male non viene per nuocere

Non viene per procreare i figli degli idioti

Bontempu e malutempu nun dura tuttu u tempu

Anche a Roma fortunatamente

Come in questo frangente di siciliano disvalore

Per un mondo tutto arcobaleno

Bla bla bla bla bla bla



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 29, 10, 2021, ore 11,55, in pieno uragano



IL RICONOSCIMENTO E LA RICONOSCENZA

Il mio Maestro è consueto,

è ampio,

è generoso.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Lui è discreto,

mi onora,

mi riconosce,

mi considera un dono,

qualcosa che non cade dal cielo

e che sorprende sempre piacevolmente su questa terra,

la nostra terra buona come il pane giallo di Floridia,

la nostra buona terra tutta da mangiare.

 

Il mio Maestro è caduco,

è mortale,

è transeunte.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Lui mi vede,

mi rende visibile a me stessa e al mondo,

mi chiama per nome,

solum per nomen,

solum per flatus vocis,

mi chiama Carmela,

non usa il praenomen,

tanto meno il cognomen,

non mi chiama Pappalardo,

non usa la gens,

non gradisce.

 

Il mio Maestro è parolaio,

è verboso,

è ciarlatano.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Il nomen è estraneo alla mia cultura.

Ho scelto da tempo.

Da bambina ho separato il mio sociale dal mio interiore.

Intricate sono state le ragioni

e non ne sono più al corrente.

Se avessi mai regalato del mio,

lo avrei fatto con un nom de plume,

alla maniera di Elena,

la mia amica geniale,

una grande donna,

una donna grande come il pennello Cinghiale.

 

Il mio Maestro è istruito,

è laureato al massimo,

è studiato al minimo.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Il mio nomen non si confà con la gens,

il praenomen tanto meno.

Figurati il cognomen!

Polifemo è sceso dal Mongibello,

è seduto sui faraglioni di Aci Trezza

e aspetta ancora quel Nessuno

che a suo tempo l’ha accecato con un tronco incandescente

di odoroso e nodoso ulivo.

Ulisse se ne sta alla larga dal Ciclope guercio

e dai cinque stelle,

alberghi e non.

Luigi si trova ancora nello stadio di San Siro

insieme ad altri novecentonovantanovemila scalmanati

in attesa di Inter-Milan

e da Uno si sente Nessuno tra tanta gente sconosciuta,

centomila circa.

Le peuple è un’astrazione dei filosofi del pont de Bercy.

Ma ciò che è fatto è fatto,

chi ha avutu ha avutu ha avutu,

chi ha datu ha datu ha datu,

scurdammece o ppassato,

simme e Napule paisà.

 

Il mio Maestro è mezzo napoletano,

è canterino di Forcella,

è squillante nel rione Sanità.

Se fosse qui con me,

non avrei paura dei miei versi.

 

Oggi di tanta speme anonima cosa mi resta?

Un abbraccio intonso,

come un libro ancora da leggere,

il mio libro,

le mie poesie,

le mie nugae,

le mie cose di poco conto,

tanto importanti per me

che non ho un nomen,

un cognomen,

un praenomen,

una gens.

 

Il mio Maestro è soffio,

è fiato,

è sbuffo,

è respiro,

è vento,

è presunzione,

è riconoscente.

Non è qui con me

e io ho paura dei miei versi.

 

La riconoscenza è il sentimento del logico riconoscimento: affetto e concetto.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 10, 09, 2021