TITA ERA MIA MADRE

Nata sotto una buona stella egiziana

nella città di Alessandro il Grande

da un padre uccisor di vacche,

ucceri da ucciaria,

vucceri da vucciaria,

macellaio da macello,

da una madre maestra mancata,

donna condannata ai parti e vocata alla famiglia,

negligenter et frigide,

tu,

mea dulcissima mater,

madonna delle mie brame e del mio reame,

sei venuta al mondo e alla Storia,

seconda di dieci figli e prima di cinque sorelle,

in un secolo che conosceva l’epoca bella,

la “bella epoque” che ballava al Moulin rouge con Toulouse,

quella che veniva prima della guerra Grande,

dopo la guerra Piccola,

quella dell’unità dipendente del Belpaese nostrano,

tu,

mea suavissima mater,

sei cresciuta tra l’odor di carne e i fumi della trippa,

tra le polpette condite a modo e con il giusto modo,

tra le salsicce al peperoncino e al finocchietto selvatico,

l’aneto che spontaneo cresce ancora sui miei declivi,

tu Tita o Titina,

Concetta o Concettina,

tu,

solamente tu,

tu che avevi paura dei maschi e dei soldati,

in specie quelli inglesi,

sempre ubriachi,

sempre micidiali,

gente tutta per i cazzi suoi,

violenti quanto basta per atterrire le fanciulle vergini,

le puellae o puellas,

putee o putele,

tu,

veramente tu,

tu che non avevi paura della signorina Calvo,

l’ostetrica vergine immacolata di Ortigia,

la santa Lucia delle donne gravide di fascio,

incinte di bellezza rococò liberty in una cornice barocca

e di crepacuore per i tanti bambini mai nati,

per le tante strizze al dolce sapore di angoscia,

per le tante tette odorose di latte in giro per i vicoli,

per le panciotte scodinzolanti per le viuzze della Giudecca,

tu,

mea superba mater,

plauso e verecondia di un figlio felice.



Salvatore Vallone



Giardino degli Aranci, 07, 01, 2024











 

 















PORTAMI VIA CON TE

Ibam fòrte per la Giudecca,

il quartiere dei Giudei,

sicùt meus èst mos,

come di solito faccio

per comprare una schiacciata agli spinaci e ai broccoli

presso l’antica forneria di Caitano,

Gaetano per l’anagrafe,

un ragazzaccio cagnaccio di Ortigia,

la quaglia squagliata

ormai in mano agli extra di ogni genere.

Non ricordo quali pensieri avevo in mente,

meditàns nugàrum,

tòtus in ìllis,

ero pieno di minchiate nella testa,

tutto pieno di stornelli e ritornelli,

di guizzi e sfizi,

di vizi e stravizi,

di caramelle di carrubba e dolci di mandorla,

come una scatola di sgombri in olio illibato d’oliva

della famosa e benamata ditta Concetto Dragon,

non totus tuus,

non ero tutto tuo,

come comanda la mia devozione alle donnine del Moulin Rouge,

novello Henri de Toulouse Lautrec,

non ero della signora in gesso bianco e azzurro,

la madonnina del Carmelo,

andavo,

non ero di Marlene,

tanto meno di Charlene o di Hilary,

scorrevo a zonzo per inadeguatezza esistenziale

e per noncuranza a spignattare di sabato

quando gli altri non travagliano e pregano,

alii orantes,

quelli che vanno sempre e ancora in culo al mondo.

Non stavo bene

in questa trance vangoghiana da Giudecca.

E non avevo sorbito assenzio,

tanto meno l’acido lisergico,

non avevo incontrato mariagiovanna.

Chi incontro in tanta malora?

Accurrìt quidàm,

notùs mihi nòmine tàntum,

un certo don Bernardino Arcesilao Cirinciò,

detto l’editore che fugge con i soldi e senza i libri,

ridetto capitan codardo

in onore del grande comandante della Discordia

sempre in ghingheri sul cavallo dei pantaloni ben stirati.

Costui mi afferra la mano

come se fossi trasgressivo come lui

e mi dà del dulcìssime

più di ogni persona e cosa al mondo

e insiste con un ambiguo cupio òmnia quàe vis.

Vu tu che, vecio culaton?

Voglio i tuoi solfeggi,

i tuoi cazzeggi,

voglio le tue ruberie,

voglio sposarti oltre la vita naturale,

voglio portarti nei salotti arredati di sete di Damasco,

voglio portarti in tivvù dalla gente che conta,

voglio presentarti ai giornali dei giornalisti.”

Si tu mat?

Io voglio visere solum quendàm nòn tibi nòtam,

io voglio vedere soltanto la Ciccy,

quella dei lamponi e dei mirtilli

che tràns Tiberìm longè cubat,

prope Càesaris hòrtos.

La Ciccy ha tante virtù manifeste e occulte,

sa fare tante cose da loggia massonica,

cucina la carbonara con i fusilli e il caciocavallo,

ha tante cose da rivestire in ghingheri,

non è pigra di suo e tanto meno effeminata,

è amica dei cavalieri di Malta e dei Gesuiti,

ha le mele di classe e le fragole di qualità.

Del resto non dico

per mancanza di rima e per vanitas vanitatum.

La Ciccy non è Charlene o Ilary,

massacratrici di patate a purè in camera caritatis,

la Ciccy è la Ciccy,

abita oltre gli orti di Cirillo,

il pope da pipa indorato di croce di ferro

al valore di un emerito gheiser,

la Ciccy ha la dimora ufficiale in unione sovietica,

ha il domicilio popolare in Ucraina

tra il Moulin rouge bordelloso di mestrui

e la piazza rossa di sangue proletario,

la Ciccy è combattente su vari fronti,

la parola e lo scritto,

la natura e gli squali,

la tubercolosi e lo scolo,

la peronospora della vite e la farfallina del nespolo.

Questa è la Ciccy.

Altro che Marlene e Hilary!

Altro che Lily Marlene e Rosaria Arancia rossa!

Ahimè tapino!

E’ scoppiata la guerra di Piero.

La Ciccy era,

la Ciccy non c’è più,

è morta e defunta,

è morta e sepolta,

è morta e cremata dai pasticcieri del famigerato becchino,

aldilà del Tevere e del Mincio,

là dove si trovano i suoi risi e bisi,

quegli orrendi piatti a suon di ottantamila lire al colpo,

pace alla sua animaccia e ai suoi strafalcioni osceni

di donna arrivata al Nulla eterno dal Nulla contingente.

In effetti, io cercavo la Titina,

io volevo la Titina,

ma i costumi orrendi della Sicilia mi hanno svarionato,

sorpreso e infastidito,

al punto che adesso non so più chi sono

e che ci faccio qui,

in questo bordello di Bordeaux

insieme a Tinctus e a Tincta cinematografari de Venessia,

a tutti questi battezzati allo spritz e allo spratz senza soda,

a tutti i catecumeni calabresi della fonte Mangiatorella,

alle tonache nere svolazzanti al vento di Ortigia

in questa domenicain balorda e quanto meno bestiale,

in questa domenicaout demenziale e quanto meno gioviale,

se non altro perché mi pappo un cannolo alla ricotta

farcito di ragù della premiata ditta Ciccy e Titina.

Mettila come vuoi,

io qui mi fermo.

Adesso voglio veramente scendere

da questo Lamporosso impazzito nel tunnel al Nord,

inesistente per virtù carismatiche al Sud,

un Mezzogiorno pieno di santa spazzatura

da cinque stelle mafiose e militari,

quasi un registro del pizzo alla Totò Regina.

Io ho capito il vero accidente incurabile

in questo mondo caleidoscopico di eroi.

Io me ne vado

e a buon intenditor poche parole

e tanto lardo di maiale sulle pelle e sulle palle.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 20, 07, 2022