PILLOLE DI VITA

Acetamol,

paracetamolo,

tachipirina non di marca,

degna di un ex proletario

che adesso se la gode in quel di Guascogna,

500 mg di veleno

per un corpo contestato e non vaccinato a suo tempo,

con Gianna che reclama il mio amore

e io che non riesco a dire bagliola o amore mio

a questo peluche di una cagnetta

che deve fare pipì tre volte al giorno

e cacca alla bisogna,

tutta quella che vuole e dove vuole,

in tre ettari di terreno, sine die e nisi obmolumenta,

anche sul parabrezza di questa station wagon

che è mezza marcia e mezza rossa,

una carcassa del ‘68 ad ampio uso e disuso,

una al mattino,

una a mezzodì,

una la sera.

O madonna del natale,

tu che insegni la sacralità del parto

e la mortalità dei bambini mai nati,

quelli che volevano e non potevano.

Ci sarà in questo ospedale dei poveri

un santo Raffaele che gradisce

e percepisce duemila e ottocento sesterzi

per curare i testicoli erniosi di Tersite.



Salvatore Vallone



25/ 12/ 2023 in quel di Karancino, giardino degli aranci.

SENTO

In questa giornata uguale di un marzo infetto,
calibrata dal volo immobile delle libellule,
una giornata disegnata dalla fantasia delle farfalle,
segnata da un libeccio buono come la pasta del pane
che esce copiosa dalle poderose braccia
di una madre antica dai seni a cornucopia,
sento,
io sento nella mitica campagna dell’ameno Carancino
il respiro dei fiori rossi del melograno
mentre si fanno spazio tra le verdi foglie pudiche
e quasi accartocciate in un discreto imbarazzo,
l’odore della zagara che inebria come l’oppio gentile
le mille traversie di un uomo felice del suo poco
e angosciato del suo tanto,
sento,
io sento nell’aria Proserpina eccitata dalla primavera
che si mescola al miagolio di gattini vezzosi
e in cerca della madre morta e di coccole antiche,
sento,
io sento il fruscio leggero del fieno
che anela l’ultimo respiro,
prima della falce,
dopo tanto ondeggiare sui declivi
aggrappati alle rupi e alle zolle per non cadere giù,
per non precipitare nella valle profonda
dove imperiture scorrono le acque provvide dell’Anapo
senza essere viste dalle umane sorti progressive,
sento,
io sento il trepidare ansioso di ogni germoglio
che va, senza tema alcuna, incontro alla primavera,
sento,
sento il prezioso Enzo Grillo che vive ancora
negli anfratti delle sue auliche parole
mentre è seduto sull’autobus tredici della ditta Golino
che dalla Porta marina lo porta a Megara Iblea
tra l’odore del mare e la polvere del cementificio,
sento,
io sento i versi dell’Iliade scorrere
dalle sue labbra veraci di marinaio in pectore
secondo l’intendimento di Vincenzo Monti,
un prossimo capitano di lungo corso che sogna
le gesta antiche degli amici Achille e Patroclo,
delle donne magnifiche Elena e Briseide,
degli antieroi Tersite e Dolone
nei versi loquaci dell’aedo cieco,
Omero,
l’uomo che insegnò il bene divino della poesia,
il dono stragrande del sentimento umano
di essere e di esserci nella formidabile koinè,
sento,
io sento che è sempre vero il detto antico
che trova un tesoro chi ritrova un amico.
Eppure tu sei andato per le oscure brume di Vulcano
dentro l’Etna che generosa muggisce
e ribolle senza far paura ai bambini
atterriti soltanto dal lupo di Cappuccetto rosso
e dal sonno di Biancaneve,
dal lupo cattivo e dalle mele insipide.
Tu dormi
e alle mie parole sei presente
mentre t’invoco
come corpo morto in cerca della vera vita.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 21, 03, 2021