VIVO IN SICILIA

Vivo l’inverno sotto Orione,

con la sua clessidra in testa a ricordarmi del Tempo,

che tutto passa,

che panta rei,

che omnia fiunt,

quasi secondo un memento mori,

senza essere trappista,

io sono un templare armato di vanga

e vomere in puro acciaio tedesco temperato,

con tanto di cipiglio contadino taccagno e di motosega della Stiga

nella buona e nella cattiva suerte,

nella salute piena e nella malattia esistenziale.

Io non soffro di noia.

Io non ho cadute dei progetti,

mi spingo sempre in avanti con il culo,

ma non troppo, per non cadere.

Vivo l’estate sotto il grande Carro,

all’ombra del piccolo Carro,

seduto sui quaranta cavalli del mio Goldoni,

anni cinquanta e tutto rifatto dalla ruggine e dalle rotture,

color arancione tempestato di macule a tinta varia,

un double face con la faccia di stagno

che non capisce la mia nobiltà mentale e morale.

Io sono un povero lestofante,

ho la parole lesta e mariuola,

ho il verbo sempre nella punta della lingua,

umido e umettato come il sogno di una notte di piena estate.

O contadino gaio e pio,

o consulente di Gaia la rossa,

o contastorie del secolo scorso,

quante novelle ti ha raccontato il pubblico pagante.

E tu il limitar di gioventù salivi

tra tonfi spessi e lunghe cantilene,

mentre la Gianna s’impapocchia di te e delle tue fregnacce,

disdegna i tuoi baci

e sboffonchia,

sbuffa e sbologna,

sbareghea e strimpella.

Gianna non ti vuole.

Io sono un pover’uomo innamorato di una cagnetta riottosa

e sorda a tanto amore,

io sono un uomo triste e doloroso,

io sono esistenzialista e alchimista,

porto il maglione nero alla dolcevita,

quella vita che se ne va

dopo averti ben allettato e ben fottuto.

Domani pianterò un fico sul declivio di Carancino,

un ficu niuru pi ffari passuluni,

dopodomani pianterò una vite,

una ciassalà pi ffari fichi sicchi.

Salvatore Vallone

Giardino degli aranci, 15, 09, 2023

DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN PASSEGGERE

Eterno ritorno,

mio caro Friedrich?

Cosa blatteri,

cosa cincischi,

cosa confinferi,

emerito crucco con testa di greco,

musico nibelungo e musicista mistico dell’evomedio,

Dioniso ed Apollo gai gai tra corpo e mente?

Tutto irrimediabilmente si ripete

in questa giostra colorata di cavallini bianchi

e in questo teatro naturale di mandorli e ulivi

con qualche arancio a far da condimento

tra l’origano e il timo in olio extrafottuto di oliva.

L’insalata mista è servita anche con tanto di basilico.

Tutto eternamente ritorna nel tempo

in questa maculata e sconnessa cavea

di calcare giallastro con risonanza magnetica,

in questa negletta grotta di tisici cordari,

in questo preciso siluro della cremazione

che ti ingoia e t’incula nel lastrico del congedo.

Oh, don Fabrizio,

principe di Salina,

duca di Querceta,

marchese di Donnafugata,

è proprio vero:

tutto finisce in un cumulo di polvere livida.

Qui ritornerà,

sicuro,

qui ritornerà,

cantava mia madre allegra e seducente

quando ritornavo dalle mie puttane allegre,

pardon tristi.

Marquez e Carlotta si sposano bene.

Anche tu, mio caro Friedrich, ritornerai a Torino

ad abbracciare il cavallo frustato dal vile cocchiere,

ti lascerai di nuovo avvincere

dalle avvenenze fottute di Lulù Salomè,

mentre lei è anzitempo perduta completamente

per un tipo ermetico resistente come Sigmund,

l’ebreo ateo e tabagista con cancro alla mascella,

in un transfert che non avrà mai fine,

ma soltanto il fine

di ricreare all’infinito la dipendenza edipica

da un padre, da una madre, da un figlio.

Oh Giocasta,

oh Laio,

oh Edipo,

piezze e mmerda,

iatavenne!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 12, 08, 2022

SEMPRE DI SERA

Il giorno fu pieno di lampi,

il dì fu gravido di luci,

la tempesta attendeva la quiete,

nel borgo di lucide case

ora verranno le stelle,

le stelle già morte lontano,

giù giù,

a portata di mano,

cadranno le tacite stelle,

cadranno da un luogo lontano,

cadranno in un tempo vicino:

il nostro.

La luce delle stelle morte è tra noi,

c’illumina,

ci guida,

ci consola.

Può la luce arrivare dal passato?

Può esserci luce nella polvere delle stelle,

come in tutte le cose più belle,

sugli augelli che fan festa,

sulle galline tornate in su la via in attesa del gallo?

O Luce,

luce dei miei occhi,

rischiarami il biondo cammino

che porta alla siepe del tuo gelsomino.

Nei campi c’è un breve gregré di ranelle.

Gregré,

gregré,

gregré ancora.

Una mano tremante si accosta al mio volto.

E’ mia madre incredula davanti al mio corpo.

Le tremule foglie dei vetusti pioppi si muovono in coro,

trascorrono di una gioia leggiera

quando la mano incontra il mio sangue.

Hanno ammazzato mio padre Turiddru,

il compare di Bernardo e di Gaspare!

Che giorno di lampi!

Che giorno di scoppi!

Erano bombe,

non erano tuoni,

era mio nonno in fuga dalla guerra

con il suo bel sacco di bianca farina sulle spalle irsute

per nutrire i suoi rondinini.

Gli hanno sparato sul far della sera.

Che pace, la sera!

Si aprono le stelle nel cielo tenero e vivo.

Là, presso le allegre ranelle singhiozza monotono un rivo.

Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell’aspra bufera,

non resta che un dolce singulto nell’umida sera.

Tutto è finito in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano cirri di porpora e d’oro.

O stanco dolore, riposa!

La nube nel giorno più nera

fu quella che vedo più rosa nell’ultima sera.

Che voli di rondini intorno!

Che gridi nell’aria serena!

La fame del povero giorno prolunga la garrula cena.

Poi i canti di culla,

che fanno ch’io torni com’era,

sentivo mia madre,

poi nulla,

sul far della sera,

sul far di quella sera,

sul far di questa sera.

Salvatore Vallone

Harah Lagin, 20, 07, 2023

CONTAMINAZIONE N° 77

PRIMO TEMPO

Vorrei coprir la tua bocca di baci,

di baci,

di baci,”

(ma non si può

perché sarei irriguardoso,

così invasore,

così invasivo,

mi condanneresti all’oblio,

il tuo oblio

e io ne morirei),

per dirti quanto mi piaci,”

(ahi ahi ahi,

non esageriamo con le parole,

qui si rasenta il peccato originario,

il maschilismo atavico e antico,

la libido acritica e testicolare,

non siamo mica epicurei,

tanto meno edonisti,

di quelli che non tengono le mani e gli attrezzi a posto

e non riconoscono i figli che hanno seminato

in lungo e in largo per boria narcisistica

più che per la pietas di Enea),

e poi tenerti sul cuor,”

(con il ricorso al cuore

e alla cardiologia letteraria di tutti i tempi

posso finalmente riparare

il tentativo di un eventuale maltolto

e dell’offesa al corpo mistico e diplomatico

della serenissima repubblica di Malta,

là dove il buoncostume alberga e indomito regna,

presso la donna di provincia in mezzo al mare

e non di bordello).

FINE PRIMO TEMPO

SECONDO TEMPO

Ma non si può,

in ogni caso e con ogni eventualità,

non si può semplicemente perché

io non so parlar d’amore”,

(parole, parole, parole,

parole, soltanto parole,

parole d’amore di quel Verbo che in principio fu,

di quel for, faris, fatus sum, fari,

notoriamente inteso come Fato dagli stenterelli,

da coloro che si svendono in tivvù per un ricco lesso,

il Fato,

notoriamente da intendere come ciò che è stato detto,

checché ne dicano il puffo,

il buffo,

il pacioccone

e la vispa Teresa),

l’emozione non ha voce”

(semplicemente perché l’emozione grida,

ciò che si muove dentro sbraita,

sbareghea,

ietta vuci,

crie,

scassa le balle

e sconquassa il cardiocircolatorio apparato,

ha tutto un corpo a sua disposizione per la grancassa,

per fare bene le sue cose e a puntino il suo dovere),

e mi manca anche il respiro”,

(no covid,

no vicks vaporub,

no paracetamolo,

si tratta di una semplice somatizzazione d’angoscia

da sindrome abbandonica,

quanta solitudine sin da piccolo,

tanta solitudine,

tanta solitudine da sempre,

quasi cent’anni di solitudine,

italica e non sudamericana,

sicula per la precisione,

orfano di padre,

vedovo di madre,

certo che potevo parlare con me stesso,

ma il maestro non me l’aveva insegnato

e io speravo di cavarmela,

mi circuiva come un chierico

e io non sapevo che fare),

se ci sei, c’è troppa luce”,

( lux fiat et lux facta est

nella tua splendida persona,

una maschera oscena da opera dei pupi,

o Ganu di Maganza

tiriti la distanza,

l’ammazzasti a Guerrin

detto il meschino,

a metà tra un dio tra i tanti sul mercato

e una marionetta dipinta in acrilico,

abbagliami,

straziami,

non baciarmi al buio,

potrei morirne,

di cotanto oltraggio potrei morire

folgorato sulla strada di Floridia

mentre sono in cerca dell’Eldorado,

mentre creo il cielo e la terra

con il sudore della fronte,

come il Primo disse in quel tempo

quando creò il Tempo)

la mia anima si spande come musica nel vento”

( la musica nel vento seduce,

porta via le cambiali scadute e mai pagate,

attizza lo spread senza l’invasione del puffo

che paga la mia anima in via dell’Olgettina

e direttamente in Egitto,

presso le donne furbette del cortile

che mostrano il deretano al pellegrino

che ansante cerca ancora la strada

che porta alla Mecca,

a quella pietra nera che è caduta dal cielo

perché stanca di ballare con le stelle),

e la voglia sai mi prende”

( quella non manca mai nelle stalle popolari

e nei bassifondi della pianura padana

tra moscerini attizzati e mosche pudiche,

tra zanzare longobarde e zecche nostrane,

mamma Piero mi tocca,

toccami Piero

che la mamma non c’è,

come faccio a corteggiarti

se mi respingi in una con i baci di Perugia,

con i mon chery de Turin al dolce sapore di ciliegia,

con quel cesto di ricci di mare

che raccolsi spinandomi sulle coste di Brucoli ),

e si accende con i baci tuoi”

( la ragazza del mio cuore sei,

tu lo sai,

ma baciare non ti posso mai,

sempre con la mamma te ne stai

e sola non vuoi uscire mai con me,

allora che amore è il nostro,

un brodino di pescetti e di calamari,

un fritto di paranza che nuoce alla panza,

no,

io non ci sto

e non mi accendo come un accendino

a tuo piacimento e a tuo complemento,

io voglio l’armonia e la simmetria,

io ambisco a un’armonia simmetrica,

sarà troppo,

sarà impossibile,

ma io ti voglio baciare

dopo averti sposata,

così parlò Zaratustra

e più non dimandare

perché altrimenti rompi,

rompi quell’armonia costruita intorno a te

da qualche banca in vena di sollazzi.)

FINE

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 24, 02, 2022

LA RONDINE

Ardore della mia anima a grovigli,

nuovo come un inizio di stagione,

ardore mio,

puro come un diamante,

sono passata indenne attraverso il tempo ricurvo

per poterti guardare

come si guardano le stelle

(che non ci sono più,

però brillano sempre nei cieli di settembre).

E il tuo, di settembre, com’è?

Perché non vieni qua tra le mie braccia?

È una di quelle sere

in cui è possibile dire tutto,

proprio tutto,

vestiti solo di penne remiganti,

come una rondine in volo con i suoi pensieri.

Credo che mi fermerò al 23 di via del Campo

e lascerò una lettera nella cassetta della posta,

prima di tornare all’Africa natale.

Leggila,

c’è scritto che a suo tempo sono morta di gioia.

Sabina

Trento, 15, settembre, 2022


BRUNA E DIA

BRUNA E DIA

O

CANTO DELL’AMORE IMPETUOSO

 

 

Da una sponda all’altra dello stesso mare,

il mare nostrum,

antico e travagliato,

gli Amanti si affacciano,

si sentono,

si cercano,

si trovano,

si chiamano,

si invocano,

chiedono a un buon dio e a una buona dea

di raccogliere i sospiri di una prospera Fortuna,

quella che verrà in cornucopia e in tunica bianca

con i melograni ricchi di chicchi e di nobili virtù,

tanta famiglia nel cammino della vita.

E l’onda delle terre di mezzo,

il Mediterraneo,

scivolando e scivolando verso “il popolo del mare”,

ripete:

Diaaaaaaaaaaa “.

E l’altra onda, insinuandosi, ritorna

e risuona tra “le genti ibride”:

Brunaaaaaaaaaaa ”,

nella ricerca desiderosa del fertile rifugio

e si culla là dove Afrodite ancora oggi

sulle onde del greco mare insidia il Tempo

e impera sul gregge dei figli di Lilith.

E così l’idillio si consumò

e ancora si consuma

finché il mare di mezzo sarà ruffiano

con gli uomini e le donne che si ameranno

veramente amandosi,

come le dee e gli dei

di quell’Olimpo intelligente di quel tempo che fu.

 

 

Salvatore Vallone

poeta contadino

ierofante di Gea e Proserpina

 

 

Carancino di Belvedere, 09, 07, 2022

 

 

FOLTI DI FERITE COME GATTI VELLUTATI

Precipita tutto rapidamente,

era troppo bello per essere vero.

Abbiamo avuto un tempo

per farci un’idea della vita

e poi la vita si è manifestata

e non era sola,

c’era la sorella bella,

quella con la falce nella borsetta.

Cosa ti ispira oggi, Maestro?

Cosa ne è stato di quei giorni di campanelli e sogni,

del caffè al bar,

del valore molle del benessere?

C’è quella canzone in sottofondo,

una volta conoscevo le parole,

ma adesso non so,

non riesco a ricordare.

Quando nella mia testa entra la tua testa,

tutto prende forma.

Mi sembra di aver sempre pensato

e non è vero,

sei tu che pensi per me,

per noi,

è il tuo sguardo che va oltre l’orlo dei merletti,

ma Burano è lontana,

le sue case colorate sono macerie.

Portami nel senso ultimo delle cose,

fammi strada,

fammi capire perché la musica si ferma

e non ricordo le parole.


Sabina

 

Trento, 20, Marzo, 2022

 

 

LA GRATITUDINE

Il Tempo è prezioso quanto me stessa

che in questo momento mi vivo,

quanto l’attenzione generosa che ho sempre verso l’altro.

Con generosità dico anche di me:

una persona semplice nella mia evoluzione di donna,

una donna complessa nell’evoluzione della mia anima.

Nulla è più difficile di una prima lettura di sé e dell’altro.

Inseguo il tempo,

un tempo breve e frettoloso che amo,

che mi induce a fare tutto ciò che amo fare:

scrivere,

leggere,

vedere qualche amica,

fare un giro per i negozi,

fermarmi,

osservare la Natura.

Fare,

poi fare e ancora fare.

Troppi obblighi e pochi interessi veri.

Vorrei,

ma non posso

o, forse, è meglio dire

che non riesco a trovare l’energia

per vivere oltre quella stanchezza

che ristagna negli esseri che vivono per lavorare,

piuttosto che, più sanamente, lavorare per vivere.

Eppure sono felice e grata,

certa che arriverà di nuovo il tempo

in cui il Tempo e il suo dafare smetterà di inseguirmi,

lasciandomi godere di quella Vita che è la mia vera vita:

un dono per il quale sono grata a chi merita.

La gratitudine è la bellezza che in essa abita.

Intanto dormicchio dentro un un cassetto,

insieme al mio progetto di scrittura,

come i miei gatti in questa giornata di ordinaria calura.

Carmen Cappuccio

Siracusa, 10, 07, 2021

TANTI AUGURI

Oggi nel cielo c’è qualcosa di nuovo,

anzi d’antico,

piena è la luce in questo austero rimasuglio siracusano di Aretusa,

dentro la sua fonte invasa dai morbidi ratti di Persefone,

in questo soggiorno coatto e di color amaranto

come la topolino di Paolo nel quarantasei.

Stanotte nel cielo spicca qualcosa di latteo,

splende il biancore tra le onde spumose di una Afrodite smaniosa,

brilla la costellazione di Orione con la sua clessidra di traverso,

illumina i desideri di Alfeo infranti come specchi ustori,

mostra le sue tre stelle lungo la linea retta

che da casa mia porta a casa tua,

di notte,

come la befana con le scarpe tutte rotte,

per ricordarti che il tempo è sabbia

che scivola e poi torna,

che tempus fugit

e non si arresta mai,

neanche per fare la pipì

come le donne di Ginettaggio,

il Bartali,

come le donne ancora di Paolo,

il Conte delle canzoni ardite e apparentemente jazz,

quelle che vanno liberamente a farsi fottere

tra grammatiche evanescenti e vocabolari inesistenti,

in mezzo al mar,

dove ci sono camin che fumano

o in Sud America

dove il divorzio si compra fuori dal motel

tra l’azzurro di un cielo sopra i piedi di un seminarista

in attesa di diventare papa,

non papà,

senza cadere nelle tentazioni della carne,

pascolo delle carni sublimate di maschi e femmine

nei corpi spirituali e androgini di gente votata all’inumano,

a varcare il confine che dall’Ucraina porta in Russia

in questo rimando guerresco di barbariche invasioni.

Ah, questi preti non sposati!

Vade retro Satana,

non tentare e non tentarmi!

Ah Martin Lutero,

monaco fratacchione di Agostino,

tu prete e lei preta,

insieme una splendida costellazione dentro la clessidra del solito Orione.

Volevo dirti

che confido nella suggestione delle stelle,

lontane come la casa avita lasciata in giovinezza

dietro la valigia in pelle della premiata ditta “bridge”

e a cui si torna per sentirsi quieti dopo la tempesta della Lega,

dopo aver portato il vocabolario e la grammatica

ai servi della gleba del conte di Collalto e di Brandolini.

Sei quieto?

Sei felice?

Lo spero ed è il mio augurio.

Non sono quieto,

non sono felice.

Da un mese ormai il vecchio Pietro non sculetta i suoi cingotti

agli occhi attenti delle signore e delle signorine.

Aveva un milione di globuli rossi,

gli altri cinque li aveva regalati alla sfiga

con la sua esistenza felice consumata nel vallone ameno

dove Anapo si intrattiene con Aretusa

lasciando i fazzolettini bagnati di sperma

nella stradina del signor Vallone

che tanto s’incazza di fronte a tanta vanagloria,

a tanta cornucopia del Genio della Specie.

C’est la vie,

mi dice al cellulare Juliette

con il suo canzonare nel solfeggio di un cazzeggio.

E poi la terra è fertile,

il pane è quotidiano,

qualche buon libro prima di dormire non serve,

gli amici non sono fidati,

le allegre compagnie si svendono con una bottiglia di Nero d’Avola,

la famiglia riscalda il cuore di chi non c’è.

La mia esistenza mi è cara e,

sebbene non conosco dei miei giorni futuri,

so che dove vivo il vento profuma,

sconvolge i capelli acuminati di idee della mia donna.

Occupo pienamente lo spazio dell’eterno presente,

mi chiamo Salvatore,

faccio sentire la mia voce in mezzo alla grassa folla,

scarna di progetti in questi anni nuovi

piegati dall’arbitrarietà della Natura.

Io sono un grillo parlante,

non importa se qualcuno lancerà il suo martello,

racconto sempre per il mio conforto,

scrivo per virtù,

riscrivo per metodo.

In questo mondo rurale niente sembra vero,

tranne me.

Alzo il calice,

bevo con me,

ai miei 75 anni.

Sava

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2022

DECORO

Ecco la Donna,

ecco Colei

che libera le colombe bianche nel cielo azzurro d’Aspromonte,

la Madonna

che non ha da piangere alcun soldato noto e ignoto,

la Compagna dei soviet di Pietroburgo e di Pietrogrado

che combatte l’ingiustizia con il libro rosso di Mao,

la Femina dalle molecole succinte e impertinenti

che intercede davanti all’eternità,

che sta ferma dentro i buchi neri della Storia

a che più oltre il marziano non si metta.

Scendi dal mite colle di Fiesole,

o Madonna fiorentina,

prendi le tue ali di morbida lana

e corteggia questo Tempo moderno

che aspira alla Morte da gran suicidio

come unica igiene del mondo infame di Antonello,

seducilo,

dagli Vita.

Sursum corda,

leviamo in alto i cuori e le palle

quando la misura è colma in questo mercato rionale di Mosca,

in questa Vucciria di Renato in una Panormo

così insanguinata dal sangue rosso

dei capretti e degli agnelli,

dei maiali e delle vacche,

dei vitelloni e delle manze,

dei colori a olio di un pittore che dipinge un altare,

l’altare del milite,

ignoto a se stesso e agli altri.

Madonna,

proteggici in questo giorno di grazia,

riscalda queste nostre mani giunte

che a te si volgono come figli alle mamme,

come fiammelle speranzose di una tiepida primavera

in questo Paradiso ucraino di martiri congiunti,

di tutte le età,

di ogni regione,

di ogni città,

proletari di tutto il mondo che si uniscono

per te invocare,

per te sussurrare furtivamente

di chiedere anche al buon Allah

di intercedere presso Ho Chi Minh,

l’uomo buono del Vietnam,

a favore di tanti beati

che per li suoi preghi oggi stringon le mani.

Chi ama brucia,

brucia anche il compagno,

il fratello,

il camerata.

In questo rogo tutto russo

anche Giordano se la ride beato

da quel Paradiso dei martiri

che oggi festeggia la Donna,

la Madonna.

Eppure è vero.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 08, 03, 2022