SULLA MEMOPAUSA

L’universo psicofisico femminile incorre nella sua evoluzione in un drammatico processo di perdita della fertilità e matura naturalmente una crisi, sempre evolutiva, riesumando quel “fantasma depressivo” elaborato e incamerato sin dal primo anno di vita e rinforzato nel corso della formazione psichica in base alle modalità originali di viversi e di vivere le varie esperienze.
Essendo un processo biologico, importante anche nella sua drasticità, la Psiche femminile è costretta a reagire in maniera altrettanto decisa e istruisce i “meccanismi di difesa” atti alla risoluzione della crisi psicofisica scegliendoli naturalmente tra quelli più idonei e secondo la “organizzazione psichica reattiva” maturata: struttura psichica in atto e sempre in evoluzione.
La “razionalizzazione” e la “sublimazione” sono i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia più ricorrenti e meno dolorosi. La perdita del potere femminile di procreare, madre, esige una compensazione psicofisica adeguata e una riformulazione della vita erotica e sessuale, femmina. Paradossalmente la donna acquista una migliore “coscienza di sé” in questo momento di crisi. Liquidato definitivamente il lutto delle mestruazioni, la donna si colloca nei riguardi del maschio in maniera autonoma e competitiva, tirando fuori schemi mentali e valori culturali, virtù e tendenze, tratti e profili che in passato erano rimossi o abbozzati. Costretta all’evoluzione la donna si rivolge al maschio con la giusta pulsione aggressiva, ritenendolo anche la causa della sua parziale realizzazione in altri ambiti e della sua relegazione in settori socio-culturali ristretti.
Esemplifico i meccanismi di difesa della menopausa.
Il “fantasma di perdita” è depressivo e l’angoscia intrinseca si può risolvere secondo i seguenti processi e meccanismi.
La “rimozione” non funziona bene dal momento che l’evidenza della perdita della fertilità vince sulla parziale dimenticanza.
La “regressione” e la “fissazione”, il passaggio da uno stadio evoluto e in atto a uno stadio precedente (orale, anale, fallico-narcisistico, edipico e genitale), è spesso usato ed è pericoloso.
“L’isolamento”, scissione dell’angoscia di perdita dalla consapevolezza, è ricorrente ed è pericoloso.
La “razionalizzazione” del carico emotivo, è auspicabile e completa l’opera di consapevolezza in base al “principio di realtà”.
La “razionalizzazione” patologica, “intellettualizzazione”, formare un delirio paranoico, è pericolosa e rara.

“L’annullamento”, convertire l’angoscia in maniera accettabile tramite un rito o una sequela di azioni, è possibile.
Il “volgersi contro il sé”, vivere la perdita come espiazione di un senso di colpa, è frequente.
Lo “spostamento”, traslare l’angoscia dalla menopausa ad altro oggetto, è frequente.
La “formazione reattiva”, convertire l’angoscia in un sentimento positivo, è possibile e ricorrente.
La “messa in atto”, reagire all’angoscia con l’azione, è frequente.
La “sessualizzazione”, reagire all’angoscia con un investimento di libido ossia accrescere la vita sessuale, è possibile.
La “sublimazione”, conversione benefica e socialmente utile dell’angoscia, è frequente.
Questa sintesi meriterebbe un approfondimento e mi riprometto di tornare su questo delicato argomento.
Bisogna ribadire che alla menopausa le donne reagiscono soprattutto in base alle “organizzazioni psichiche reattive” che hanno evolutivamente maturato.
La “orale” tende all’isteria, converte l’angoscia di perdita secondo l’ordine affettivo ed emotivo.
La “anale” tende al sadomasochismo e converte l’angoscia di perdita in un danno da infliggere e in una colpa da espiare.
La “fallico-narcisistica” tende all’auto-gratificazione e converte l’angoscia di perdita in una forma di potere e di privilegio.
La “edipica” tende alla conflittualità e oscilla tra l’accettazione della perdita e la ribellione a un evento vissuto come ingiusto.
La “genitale” tende all’accettazione realistica e converte l’angoscia nella consapevolezza e nell’utilità che la situazione biologica comporta.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 07, 2020

GIU’ DALLA RUPE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Rebecca

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.”

Il sogno si apre con la diade “madre-figlia”. Niente di male, purché non sia una simbiosi. Il sogno si apre con “un sentiero”. Niente di male, purché non sia il sentiero della mamma. Il sogno si apre con “vicino a casa mia”. Niente di male, purché non sia la casa della mamma adattata dalla figlia, purché ci sia la giusta “identificazione” e non l’errata commistione che fomenta soccombenza e dipendenza dalla figura materna. Rebecca si sta dicendo in sogno di essere molto legata alla madre e di percorrere un tratto di vita al suo fianco e in sua compagnia. Rebecca esalta la voce latina “mater et magistra”.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.”

Il sogno precisa la psicodinamica “madre-figlia” e afferma che in questa situazione esistenziale è in atto il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, della nobilitazione degli investimenti erotici e sessuali, delle energie psicofisiche in generale, da parte della figlia. Questa modalità viene “proiettata” da Rebecca nella madre, per rassicurare se stessa con la compagnia e con l’uso dello stesso processo psichico di difesa. Madre e figlia condividono il modo di procedere lungo il sentiero della vita e di risolvere le energie vitalistiche, le pulsioni erotiche e sessuali. La mamma si arrampicava meglio nei vissuti della figlia in grazie al suo essere una donna navigata e con le esperienze giuste alle spalle per poter contenere le spinte e le contro-spinte psicofisiche. Giustamente ancora Rebecca, giovane donna, ha qualche perplessità organica, più che mentale, a usare lo stesso processo di “sublimazione della libido”, semplicemente perché gli ormoni non sono acqua fresca alla sua età. Rebecca deve fare molta attenzione a non usare processi e meccanismi psichici di difesa incongrui. Meglio vivere quel che si deve vivere al momento giusto, meglio conoscersi, piuttosto che rimandare nel tempo le esperienze a forte carico formativo.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.”

Rebecca elabora in sogno attraverso i suoi simboli il lungo processo di “identificazione” al femminile nella figura materna, al fine di acquisire nei termini definiti ma non rigidi la sua “identità” psichica di donna con le dovute distinzioni dalla madre. La “sublimazione della libido” non trova la “roccia” dura come quella della madre, la sua roccia “è morbida” e Rebecca ne ha consapevolezza, “vedo”. La solidarietà con la madre non viene meno, così come la sua “identificazione”, Rebecca rileva la consistenza della “libido” nel corpo, un corpo “scuro” a testimonianza della sua sanguigna vitalità e della forza che circola. Il problema subentra nella scelta del processo psichico della “sublimazione della libido” che, alla sua età e per quanto detto dallo stesso sogno, non va bene. E’ preferibile vivere il corpo, piuttosto che mandarlo in bianco, stornare le energie ad altro uso e consumo, debellare la carica erotica e sessuale per destinarla a fini di solidarietà e di passioni socialmente consentite, come lo sport o il volontariato. Seguire la mamma è importante, ma è determinate lasciarla andare per maturare la propria autonomia psicofisica. La simbiosi c’è stata e in primo luogo era organica, di poi è stata psichica, adesso deve essere di riconoscimento non soltanto della madre, ma anche del padre per quel che riguarda l’eredità della “parte psichica maschile”. “Seguendo la mamma” va commutato in “riconoscendo la mamma”.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.”

Rebecca non era andata tanto lontano se era arrivata appena al primo piano della sua casa, nella sala, nel luogo degli incontri e delle relazioni, nel reparto dei convegni familiari e delle solidarietà, nella piazza dove si celebra l’unità democratica della famiglia. Il luogo è relativamente alto, ma in ogni caso è un luogo sublimato, sacro per l’appunto. Rebecca ha una buona dipendenza psichica dalla figura materna, se ancora sente il bisogno di stare sul groppone della madre, di tornare nel grembo, di procedere in una simbiosi regressiva che annulla l’autonomia ed esalta la dipendenza psicofisica. Rebecca in crisi “non riusciva a tenersi bene” alla rupe e si aggrappava alla madre, non riusciva a vivere la sua autonomia e aveva bisogno dell’ausilio e dell’appoggio di questa figura così importante e determinante per tutti i figli. Per fortuna che la famiglia non è fatta di sola madre. La Provvidenza dispone per l’emancipazione psicofisica di Rebecca da cotanta madre.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.”

La famiglia classica è al completo: il padre, la madre, la figlia e il figlio. Meglio di così non si può. Ci sono tutte le combinazioni democratiche nella divisione del potere e nello scambio delle idee, nel confronto e nella dialettica. Ci sono tutti gli stimoli per socializzare e per essere anche dei buoni cittadini. Rebecca è in una botte di ferro, la sua evoluzione psichica ha tutte le componenti atte a una crescita omogenea ed equipollente. Eppure, rovesciando la medaglia, ci si imbatte nel “sentimento della rivalità fraterna” e nella conflittualità della “posizione edipica” che è critica quando non viene risolta e liquidata nei tempi giusti, quando il padre e la madre non vengono riconosciuti come i simboli concreti delle proprie origini appena chiusa l’adolescenza. E forse su questo punto Rebecca accusa una falla. La dipendenza dalla madre è uno strascico della “posizione edipica” e questo attaccamento si legge come un’alleanza con il nemico che le consente di non vivere apertamente la conflittualità e i sensi di colpa collegati al sentimento di avversione nei confronti della madre. Rebecca persiste nel suo processo di “sublimazione della libido”, “sono riuscita a salire”, e considera distrattamente la presenza di due persone che sono i poli di altri conflitti, la ragione di questo attaccamento morboso alla madre: il padre per la persistenza della conflittualità “edipica” e il fratello maggiore per lo struggimento del “sentimento della rivalità”. Così come per “par condicio” si deve ricordare il sentimento di quest’ultimo che si è visto capitare tra capo e collo una sorella con cui dividere, più che condividere, l’amore dei genitori. Rebecca in sogno ha ricomposto la famiglia e si attende uno sbocco chiarificatore, se non risolutivo.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.”

La situazione psichica di Rebecca sembrava in via di risoluzione grazie alla definizione composta anche se affettivamente distaccata che aveva dato del resto della famiglia. L’averli riconosciuti lasciava sperare in una buona “presa di coscienza” e dava adito a una dialettica emotiva con la madre in via di raffreddamento. Invece, il quadro onirico finale diventa “nero”, non nel senso di luttuoso, ma “nero” nel senso della perdita affettiva, nel senso dell’angoscia della perdita affettiva. La rupe “altissima” comporta un drammatico distacco affettivo dalla madre, il “guardando giù” si traduce nella coscienza della perdita, il “vedevo tutto nero” condensa una consapevolezza del forte legame e della dipendenza. Rebecca può giustamente riflettere e pensare, non di suicidarsi buttandosi giù dalla rupe altissima, ma di cosa comporta il distacco dalla madre, la morte psichica, la depressione e la solitudine: ah, se non ci fosse la mamma, sarei una donna morta! “La faccio finita” è l’equivalente del concetto di “compimento delle sacre Scritture”, dalla massima consapevolezza si può procedere ad abbracciare la fede giusta del lungo cammino verso l’autonomia e la realizzazione del tanto temuto distacco. Rebecca può iniziare la sua crescita personale. Questo punto risolutivo comporta il rivivere l’angoscia depressiva di perdita, il nucleo psichico del primario “fantasma di morte” proprio legato alla figura materna. Rebecca conferma le teorie al proposito e la psicodinamica del suo sogno non fa una grinza alle teorie di Melanie Klein sul mondo psichico infantile.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Ed ecco la conferma all’interpretazione del sogno, un prodotto che nella formulazione è più drammatico rispetto al contenuto. Rebecca sembrava destinata al suicidio con questo suo volersi buttare giù dalla rupe e farla finita e invece il dottor Vallone dice che Rebecca non è candidata a niente di tragico semplicemente perché scrive lei stessa che si tratta di “un’angoscia mentale”. Quella che viveva al risveglio non era angoscia allo stato puro, ma un fortissimo dolore per l’eventuale perdita della madre e per la sua solitudine. L’angoscia non ha un oggetto di cui il soggetto è consapevole. Questo dato caratteristico è essenziale. Rebecca chiama la sua consapevole paura angoscia. Proprio perché la paura è un fatto mentale ed emotivo, proprio questa definizione di Rebecca conforta nell’asserire che la paura anche se fortissima è il punto di partenza per la strada della crescita e dell’emancipazione. Siamo in un ambito psiconevrotico con qualche punta borderline, ma siamo nel dominio della coscienza e delle attività dell’Io. La diatriba, eventualmente, bisogna buttarla dalla parte nevrotica e non dalla parte psicotica. Del resto, Rebecca ha evidenziato una “organizzazione psichica reattiva” nettamente “orale” e un “nucleo” collegato di stampo depressivo. Ma questo è un “nucleo” e non è la “depressione” maligna e severa. La prognosi è fausta, così come il lavoro di crescita personale al fine di incarnare la migliore possibile “coscienza di sé”.

Buona fortuna, Rebecca!

IL MIO COMPLEANNO ZEN

TRAMA DEL SOGNO

“Il luogo era un insieme della casa in campagna di mia nonna, di un monastero Zen e di un campeggio per artisti di strada in cui si allenavano con i numeri di giocoleria e costruivano amache e altre cose da vendere.

Lì viveva una comunità folta e l’atmosfera che dominava era di serenità e di grande equilibrio. Io ero arrivata da poco e abbastanza inaspettatamente e sentivo quel posto come la mia vera casa.

Erano i giorni attorno al mio compleanno. Lì c’era mia madre che sorseggiava una tisana e mi teneva la mano, contenta per il fatto che avrei passato il mio compleanno insieme a lei.

C’era anche una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida, che vive in Brasile e che non vedo da due anni, e io ero curiosa di cosa avrei provato a passare il giorno del mio compleanno insieme a lei.

Lei era molto sorridente e amorevole, come tutti là, ed era felice che fossi là. I sorrisi non erano mai espressione di un’allegria frizzante o esplosiva, ma come di una calma interiore, un’amorevolezza profonda e gratitudine.

Io e mia madre guardavamo la foto dei miei due fratelli maschi: erano seduti su un tronco e guardavano davanti a loro verso l’orizzonte con lo sguardo assorto, erano seri nel volto ma sereni, assolutamente presenti nei loro corpi.”

Io sono Lucia.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il luogo era un insieme della casa in campagna di mia nonna, di un monastero Zen e di un campeggio per artisti di strada in cui si allenavano con i numeri di giocoleria e costruivano amache e altre cose da vendere.”

Lucia parla di sé in maniera gentile e garbata, come si conviene a una donna giovane che si trova sul cammino della sua vita a percorrere le strade che portano alla riflessione sulle proprie radici, sulla spiritualità elevata al Buddismo Zen e sull’arte dei giocolieri e dei “vocumprà”. Questi sono i tre pilastri su cui poggia l’esistenza in atto di Lucia, tre colonne su cui poggia anche la Sicilia nella tradizione popolare di Colapesce. La “nonna” è stata una figura importante per la formazione psichica di Lucia. Da lei ha mutuato lo slancio verso l’originalità o la tendenza a non massificarsi, nonché un buon pragmatismo e una altrettanto buona manualità. Arte e spiritualità attestano della “sublimazione della libido” da parte di Lucia come difesa dall’angoscia di vivere e il processo difensivo si riversa sulle spalle e sulla pelle delle proprie pulsioni erotiche e sessuali. La “casa di campagna” della nonna rievoca Cappuccetto rosso e le sue arcinote traversie, ma non mi dilungo in questo riferimento. Lucia è in preparazione di un evento da celebrare in questo luogo e insieme a questa gente, un luogo dell’anima nonostante le apparenze materiali, un luogo Zen, un monastero dello Spirito con i dintorni artistici e creativi tanto forieri della Bellezza e dell’Armonia. Anche attraverso il gioco e la “giocoleria” si arriva nelle sfere alte dei cieli e nei luoghi delle reincarnazioni. Ognuno ha il destino che si è scelto a suo tempo, come Lucia, la nonna, i monaci, i giocolieri, gli artisti di strada. Tutti abbiamo anche un’amaca su cui distenderci per la meditazione e su cui dondolarci in armonia con le oscillazioni dell’intero universo.

Lucia esordisce con le sue complessità psichiche e decodificandole si corre il rischio di banalizzarle. Comunque sorridere non guasta mai e soprattutto se si sa sorridere nel vero senso della parola e non lasciandosi suggestionare da temi antichi e moderni come la cocaina o l’oppio dei popoli.

Lì viveva una comunità folta e l’atmosfera che dominava era di serenità e di grande equilibrio. Io ero arrivata da poco e abbastanza inaspettatamente e sentivo quel posto come la mia vera casa.”

Dopo i trambusti formativi Lucia ha trovato un equilibrio psicofisico mettendo insieme il meglio delle sue esperienze vissute nel privato e nel sociale. “Quella serenità e quell’equilibrio” sono decisamente aspirazioni di una donna che è venuta appena fuori da una tempesta dei sensi e da un trambusto delle emozioni. Lucia si è acquietata e adesso ama stare in mezzo alla gente della sua pasta, persone creative e dalle forti tendenze a “sublimare” nell’Arte il corpo e i suoi annessi e connessi. Lucia “era arrivata da poco”, Lucia ha conosciuto altre turbolenze per poter affermare che quel posto era la sua “vera casa”. Lei stessa si meraviglia di questo approdo inaspettato in una comunità pneumatica dove domina “serenità” e “grande equilibrio”, tutto il contrario di quello che Lucia ha vissuto in precedenza e che volentieri vuole lasciarsi alle spalle. E’ evidente che Lucia si trova sulla strada di Damasco, la strada delle turbolenze magnetiche e psichiche, quella che volge all’incontrario tutto quello che l’attraversa, viventi e uomini compresi. Dopo una vita spericolata e vissuta alla grande Lucia sente il bisogno di convertirsi, volgersi nel contrario, di fare una conversione nell’opposto, dalla materia allo spirito, dall’esaltazione della prima all’esaltazione del secondo, dal processo psichico di difesa della “materializzazione” al processo psichico di difesa della “sublimazione”, difese sempre dall’angoscia esistenziale collettiva e dall’angoscia depressiva personale. Il sogno di Lucia si snoda per eccessi e non contempla una linea mediana su cui scorrere senza scompensi e salti mortali senza rete. Si presenta un “Io” pienamente consapevole del suo misticismo e di usare la “sublimazione della libido” come l’unica panacea della brutta esistenza e dei peccatori carnali. In ogni caso Lucia “sente quel posto come la sua vera casa” e allora non resta che visitarla con reverenza e con rispetto, visto che si tratta di una dimora ad alto tasso di celeste essenza.

Erano i giorni attorno al mio compleanno. Lì c’era mia madre che sorseggiava una tisana e mi teneva la mano, contenta per il fatto che avrei passato il mio compleanno insieme a lei.”

Continua la rassegna delle presenze psichiche di Lucia, delle persone particolarmente significative da ammettere alla sua visione e al mistico consesso. Le radici chiamano e chiedono la soluzione del tributo. Il giorno genetliaco di Lucia si festeggia insieme alla “madre”, la diretta responsabile di tanto travaglio e di tanta figlia. In precedenza era stata chiamata in causa la “nonna” nella sua “casa di campagna” per allietare questo sogno nel segno del Femminile e del lieto evento. Sono presenti tre donne, due mamme e una figlia; di uomini neanche l’ombra, almeno fino adesso. Una “madre” che “sorseggia una tisana” e tiene la mano alla figlia è una scena idilliaca e orientale, così come la “nonna” nel contesto bucolico risulta più casereccia del pane di casa e più concreta della bottegaia che vende il baccalà presso il mercato del popolo. Lucia costruisce in sogno atmosfere rarefatte e rilassamenti da nirvana o da fumatori di oppio. Manca la verve energetica in maniera direttamente proporzionale all’intensità delle energie investite nella precedente vita, meglio nel precedente modo di pensare e di vivere di Lucia. La fusione con la madre attraverso un cordone ombelicale adulto è una larvata dipendenza da questa figura anche se vissuta più come sorella e compagna di viaggio da parte di una figlia chiaramente cresciuta e consapevole dei suoi vissuti. La rievocazione della scena del parto è pronta e i festeggiamenti si snodano tra ricordi e nostalgie. La rinascita in vita come evoluzione spirituale si attesta nel compleanno che Lucia vive giustamente in compagnia della madre carnale. Dal corpo allo spirito il passo non è di certo breve e poco impegnativo, perché si tratta di anni luce da impiegare nel percorrere la linea dello “spaziotempo” proprio quando s’incurva. Il compleanno Zen merita tanta prosopopea in un locale dove si serve esclusivamente estasi e atarassia in versione chiaramente analcolica.

C‘era anche una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida, che vive in Brasile e che non vedo da due anni, e io ero curiosa di cosa avrei provato a passare il giorno del mio compleanno insieme a lei.”

E’ un sogno tutto al Femminile e secondo i dettami del “principio psichico femminile”. Adesso subentra “una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida”, la terza donna del sogno di Lucia. Questa figura rappresenta simbolicamente la “vita lucida”, la coscienza vigilante e la materia vivente, il “principio di realtà” e l’istanza psichica dell’Io concreto e pragmatico che usa la “libido” in maniera godereccia. Lucia è stata legata a questa donna secondo i canoni dell’innamoramento e della passione e conosce molto bene questo trasporto sensoriale e affettivo. Lucia conosce bene se stessa quando si è vissuta nella realtà di una relazione grassa e crassa. Di poi ha iniziato a sperimentarsi in questa nuova dimensione di “libido” sublimata e vuole condividerla con questa donna che nel recente passato aveva investito in pieno della sua originaria “libido”. Da buona e brava materialista, Lucia ha detto basta al corpo e ai suoi bisogni per risorgere nella spiritualità. Celebra il primo compleanno di rinascita in vita dopo la conversione alla pratica spirituale buddista Zen e vuole sperimentare i suoi sensi e i suoi affetti nella circoscrizione della “sublimazione”, nella nobiltà aristocratica dell’Arte e dello Zen. Quante nascite ha celebrato e celebra oggi Lucia? Sicuramente due, quella “materiale” e quella “spirituale” restando dentro lo stesso corpo. Ricordo che il Buddismo predica la reincarnazione o la rinascita. Quante volte è rinata Lucia, il sogno non lo dice anche perché non tocca questo punto metafisico della Filosofia buddista o del Buddismo, se vi aggrada.

Lei era molto sorridente e amorevole, come tutti là, ed era felice che fossi là. I sorrisi non erano mai espressione di un’allegria frizzante o esplosiva, ma come di una calma interiore, un’amorevolezza profonda e gratitudine.”

Anche questa donna, l’innamorata della “vita lucida”, è affascinata dalla presenza di Lucia in questa vita Zen e in questa comunità spirituale dove l’allegria non è fare bordello e disinibirsi sbevazzando, ma vivere la calma interiore. Lucia ha raggiunto un traguardo psicofisico veramente invidiabile perché è riuscita a ripulire dalla materia volgare le attività sentimentali e affettive. La bontà della “sublimazione” e la bontà della spiritualità si sommano in un ampio crogiolo orientale che rievoca società comunitarie avulse dai torbidi intrighi dell’Occidente. Lucia si è elevata dalla materia che in passato ha contrassegnato la sua vita e le sue scelte e dopo un processo di crescita si è riconciliata con se stessa e con gli altri. Ha visto la sua femminilità e l’amore attraverso la nonna, la madre, la sua donna e può esulare verso le pulsioni umane più nobili e può contemplare la verità profonda che governa l’uomo e l’universo.

Io e mia madre guardavamo la foto dei miei due fratelli maschi: erano seduti su un tronco e guardavano davanti a loro verso l’orizzonte con lo sguardo assorto, erano seri nel volto ma sereni, assolutamente presenti nei loro corpi.”

Finalmente Lucia tira in ballo l’universo maschile nelle figure “dei due fratelli” anche se in versione fotografica. La solidarietà madre-figlia si rafforza in questa prospettiva nostalgica che vuole i fratelli maschi in gran forma materiale e spirituale: “seduti, sguardo assorto, seri, sereni, presenti nei corpi”. Anche loro, pur tuttavia, sono stati sublimati dalla sorella e deprivati di quella umanità massiccia di natura libidica che connota due giovani uomini che hanno davanti tutta una vita da vivere e che puzzano di testosterone. Eppure Lucia ne fa due aspiranti al Buddismo e due asceti pronti alla meditazione, li colora nel volto di una tinta orientale che coniuga la serietà alla serenità, lo sguardo assorto all’orizzonte e vigilanti dentro i loro corpi. Non è, di certo, un’immagine goliardica quella che Lucia compone per i suoi fratelli, è un quadretto affettuoso e ben augurante in linea con l’atmosfera rarefatta e quasi perfetta degli asceti orientali che possono stare seduti su un tronco a guardare l’orizzonte.

Questa è l’interpretazione del sogno di Lucia nel giorno del suo primo compleanno Zen.

Alcune riflessioni sono importanti per meglio inquadrare il sogno di Lucia. Il prodotto psichico risente chiaramente della sua conversione al Buddismo Zen e al superamento della modalità di vita occidentale. L’ottica del sogno è prettamente femminile e la protagonista rileva con pacatezza le figure femminili che l’hanno formata a livello psichico e in cui si è in parte identificata in attesa di un suo personale superamento spirituale verso le alte sfere delle pratiche ascetiche dei monaci buddisti. La causa di questa evoluzione spirituale il sogno non la contempla, ma si può rilevare una vita pienamente vissuta all’occidentale da Lucia anche con innovazioni sul tema della coppia: amore saffico. Tutto il sogno è impostato sul processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”.

Un ultimo particolare non indifferente si attesta nell’interpretazione del sogno fatta da un occidentale prettamente materialista come il sottoscritto. Questo sogno doveva essere interpretato da un collega buddista che prontamente ho reperito. Questo è stato il suo lapidario giudizio: “il sogno è la chiara riflessione di Lucia sulla liberazione della sofferenza attraverso la meditazione e dopo la razionalizzazione della sofferenza stessa. Spirito e Materia si fondono in un tutto unico, olismo. Il Buddismo non conosce queste classiche differenze e opposizioni della cultura occidentale”

Io ho ragionato da uomo occidentale proprio usando la classica opposizione mente e corpo, psiche e soma, spirito e materia. Me ne scuso con Lucia e con i marinai.

Alla prossima e con la speranza che non mi capiti il sogno di un certo Siddharta Gautama da interpretare.

L’OSPITE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che avevamo un ospite in casa e che dormiva nel letto al secondo piano.

La mia compagna mi informa che sta per uscire con un’amica, ma, uscendo dal bagno, vedo che, invece, sta salendo al piano superiore dove c’è l’ospite, vestita solo di una sottoveste trasparente.

Io la richiamo con sentimento di gelosia chiedendole dove pensa di andare svestita così e lei, tranquillamente, risponde che deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali (non ricordo più il cognome).”

Giampi

PREAMBOLO INTRODUTTIVO

Freud racconta che nella sua primissima infanzia era geloso della madre, che, oltretutto, aveva visto nuda: “vidit matrem nudam”. Lo scrive in latino da buon puritano che praticava in parte la cultura, non la religione, ebraica. Il blocco psichico era dentro di lui e la lingua antica nobilitava la traduzione della sua pulsione affettiva ed erotica verso la madre. Prima di addormentarsi il piccolo Sigmund riceveva le carezze e i baci della madre e dopo vedeva che la sua amata si allontanava con il padre. Si origina la teoria del complesso di Edipo, la “posizione psichica edipica”, in cui la conflittualità con i genitori si accentua intorno ai cinque anni per non risolversi mai del tutto. Preciso che Edipo appartiene agli antichi Greci e alla trilogia tragica del grande Sofocle. Diamo sempre a Cesare quel che è di Cesare.

La Psicologia dell’infanzia ci dice, anche ed ancora, che i bambini vivono l’angoscia dell’abbandono, del tradimento, dell’umiliazione, dell’ingiustizia, dell’invalidazione, del rifiuto. Oltre al sentimento di gelosia e al bisogno di possesso, ogni bambino e ogni bambina non vogliono sentirsi dire dai loro genitori le seguenti bestemmie: “non ti voglio più, vattene via”, “sei un cretino”, “lo dico al maestro e al papà o alla mamma”, “me ne vado e ti lascio solo”, “non capisci niente”, “sbagli sempre”, “non sei capace di far niente”, “l’altro è più bravo e più bello di te”.

Volete colpire un bambino?

Ebbene, questi sono i proiettili tremendi che potete mettere nella canna della vostra imbecillità, le armi usate spesso e volentieri come se fossero gli strumenti ineguagliabili della migliore educazione sacra e profana. Io predico e vado predicando l’evangelo dell’infanzia, ma non immaginate quante volte sulla spiaggia o in giro per i borghi assisto a scene orrende e orribili di questo tipo. Il mio intervento è immediato e altrettanto violento, ma non serve a estirpare la pianta maligna dell’ignoranza sui temi portanti della Psicologia evolutiva, anche perché nel nostro Belpaese quest’ultima è di poco spessore e tenuta in misero conto. Ancora in Italia si respira l’aria della benamata e pur cara Psichiatria kraepeliniana e farmacologica, altro che psicologo scolastico o di base e di ospedale. Siamo all’età della pietra e i tanti Ordini professionali, regionali e nazionali, non hanno fatto e non fanno alcunché di costruttivo e incisivo, vivacchiano tra un gettone di presenza e un altro, tra una nobile chiacchiera e una strategia di sopravvivenza a lungo termine, politica professionale. Non mi dilungo sull’Ente di assistenza e previdenza che elargisce pensioni di fame, ma dico soltanto insieme a Paolo che “era meglio morire da piccoli, che vedere sto schifo da grandi” o da vecchi.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che avevamo un ospite in casa e che dormiva nel letto al secondo piano.”

Giampi ha dentro una figura non ben razionalizzata, “ospite”, rimossa nel Profondo, “dormiva”, intima, “nel letto”, sublimata per difesa dall’angoscia, “al secondo piano”. Giampi sta rievocando una personalissima “introiezione” e le sue modalità difensive da tanto ingombro. La “rimozione” è servita a dimenticare o a disinnescare il tormento procurato da questo “ospite” che si porta dentro, “in casa”, così come la “sublimazione” esalta la carica aggressiva destinandola a un uso compatibile con la morale corrente. Questo capoverso può essere stimato l’allegoria della “introiezione edipica” della figura genitoriale e la soluzione difensiva dall’angoscia più diffusa tra i bambini e le bambine. A questo punto del sogno si chiede una migliore precisazione dei termini della questione in ballo. Procedere non costa niente e specialmente di questi tempi in cui si è costretti dall’isolamento a rispolverare gli antichi e primari affetti.

La mia compagna mi informa che sta per uscire con un’amica, ma, uscendo dal bagno, vedo che, invece, sta salendo al piano superiore dove c’è l’ospite, vestita solo di una sottoveste trasparente.”

Cambia apparentemente la scena, perché a tutti gli effetti esiste una consequenzialità molto logica in questo capoverso che maschera la dimensione psichica “edipica” sotto l’egida dei sentimento della rivalità e della gelosia. Giampi è un uomo che si accompagna a una donna, “la mia compagna”, molto seduttiva, “vestita solo di una sottoveste trasparente”, o molto delicata a livello psichico, non dico debole, ma sensibile all’ambiente esterno da cui si difende con azioni seduttive. Almeno così la vive il suo uomo. Il sentimento di gelosia di Giampi si manifesta nel farla “uscire con un’amica”, nel farsi abbandonare in un isolamento compatibile con la normalità del trauma abbandonico: niente di eclatante, ma la scena vista e rivista nella quotidianità e che nel sogno si carica di significati simbolici e di emozioni antiche. La “compagna” sta “uscendo dal bagno”: Giampi la colora di sensualità e la intinge di intimità. Questa donna è vissuta con una forte connotazione femminile, nella sua parte psichica seduttiva e intrigante. Ma l’oggetto dell’azione della conquista non è Giampi, il legittimo compagno, ma “l’ospite del piano superiore”, l’uomo che viene scelto dalla donna come bersaglio di una schermaglia erotica e fortemente sensuale. La scena onirica è costruita da Giampi come dalle migliori scenografie di film colorati di rosa e di modeste luci rosse. Ricordo che la migliore seduzione è quella che non smaschera scadendo nel visibile, ma lascia intravedere e immaginare sostando nell’invisibile. A questo punto ritorna il bambino Sigmund, di cui scrivevo all’inizio dell’interpretazione del sogno di Giampi, che vedeva la madre coccolarlo e poi abbandonarlo andando via abbracciata al marito, meglio al padre di Sigmund. Giampi sta facendo in sogno la stessa cosa, sta svolgendo la medesima psicodinamica “edipica”, sta rivivendo la famigerata triangolazione, “io, mammeta e papeta”, per dirla simpaticamente alla napoletana. Proseguire serve a confermare quanto coraggiosamente affermato.

Io la richiamo con sentimento di gelosia chiedendole dove pensa di andare svestita così e lei, tranquillamente, risponde che deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali (non ricordo più il cognome).”

Ecco che il figlio Giampi dà parola al suo vissuto e con forza esprime in maniera traslata anche la sua rabbia verso questa donna non soltanto seduttiva e fedifraga, ma anche vanagloriosa ed eccessiva: “ dove pensa di andare svestita così”. “Svestita” ha una duplice valenza interpretativa. Da un lato si traduce seduttiva e dall’altro si denota come indifesa. Il “tranquillamente” manifesta il duplice registro, il “qui pro quo”, il “lapsus” interpretativo che esige l’innocenza della donna e la malafede di Giampi che ha preso lucciole per lanterne, ha mischiato i suoi fantasmi edipici con la normale mansione della compagna che “deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali”, di cui “non ricorda più il cognome”, anonimato, perché altrimenti rischia di svegliarsi trovandosi davanti al nome del padre. Ricordo che “gli asciugamani” rappresentano simbolicamente l’assoluzione dei sensi di colpa con la loro funzione di assorbire e pulire. Giampi provvede a risolvere la “psicodinamica edipica” con la disposizione ad accettare la madre come moglie di suo padre, senza sensi di colpa per la sua gelosia e il suo bisogno di possesso.

La risoluzione dell’equivoco psichico mette fine al sogno così universale e così scontato di un figlio così normale. E questi sono tutti complimenti in ambito psichico.

A Giampi non resta che portare avanti la “razionalizzazione” delle figure genitoriali e dei suoi vissuti in loro riguardo, abbandonando la “sublimazione” e la “rimozione” e riconoscendoli come le precipue e originali radici della sua persona: “riconosci il padre e la madre” prescrive il comandamento psicoanalitico. Io aggiungo “adotta anche il padre e la madre”, dopo aver preso consapevolezza del tormento edipico che ti ha formato a livello psichico.

Buona fortuna a chi cammina e arriva sempre a destinazione.

IL TERREMOTO

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovo all’ultimo piano di un palazzo in un condominio.

Guardo giù dal balcone e ho leggero un senso di vertigine.

Sotto vedo una città sott’acqua con la gente che cammina tranquilla e serena.

Rientro nella stanza e arriva un terremoto.

Il palazzo collassa, ma non mi succede niente.”

Gervasio

INTERPRETAZIONE

Procedo in maniera semplice e lineare, capoverso dopo capoverso.

Mi trovo all’ultimo piano di un palazzo in un condominio.”

Gervasio è un giovane uomo che socializza con facilità e con naturalezza. Vive in un palazzo e in un condominio dove, di certo, la gente non manca. Bene, per quanto riguarda il riconoscimento degli altri e la convivenza. Qualche perplessità si palesa per il fatto che Gervasio si trova all’ultimo piano di questo palazzo, la zona più alta del complesso edilizio che simbolicamente attesta del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, il meccanismo che rende nobili e pure le cariche erotiche e sessuali proprio convertendole nella solidarietà e nel servizio verso il prossimo. Gervasio è un uomo che sublima la sua sessualità vivendo tra la gente, è un uomo buono e disponibile.

Guardo giù dal balcone e ho leggero un senso di vertigine.”

Gervasio tenta di coinvolgersi in maniera diversa e di servirsi del suo corpo in questo processo di riconoscimento della realtà nei suoi aspetti concreti e materiali. Si affaccia e prende coscienza della difficoltà che incontra nel sentirsi libero e non condizionato dalla tendenza a sublimare e di mettersi al servizio degli altri. La vertigine scatta nel momento in cui si percepisce la possibilità di allargare le proprie vedute e di concretizzare nuove visioni della realtà in cui si vive: la benefica vertigine della libertà. Gervasio si affaccia con titubanza verso un orizzonte sociale più intrigante e complesso e ha paura di abbandonare o di cambiare gli schemi culturali e i meccanismi psichici che lo hanno sempre accompagnato nella sua vita quotidiana.

Sotto vedo una città sott’acqua con la gente che cammina tranquilla e serena.”

Gervasio non è estraneo alla frequentazione di Venezia, magari è un abitante della meravigliosa città lagunare o è uno studente che, di tanto in tanto, s’imbatte nell’inquietante fenomeno meteorologico dell’acqua alta. Il sogno ha tutt’altra valenza interpretativa e i simboli ci dicono che Gervasio ha un forte legame psichico con la figura materna che trasporta pari pari nel desiderio di una vita sociale protetta e non insidiata dalle invidie e dalle competizioni. Si manifesta la ragione per cui Gervasio ha usato in prevalenza e coltivato il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Gervasio predilige la protezione sociale ed è alieno dall’isolamento e, per assolvere in pieno questo bisogno, si mette al servizio degli altri nelle forme più nobili come l’arrecare sollievo al suo prossimo al fine di essere accettato e non estromesso, per non essere relegato nella solitudine.

Rientro nella stanza e arriva un terremoto.”

La vertigine della presa di coscienza di potersi liberare dalle angustie psichiche legate alla tendenza a sacrificare la sua energia sessuale convertendola in servizio al prossimo per essere accettato, ebbene tale consapevolezza si manifesta simbolicamente nel “terremoto”, uno sconvolgimento psichico non distruttivo ma evolutivo, un benefico sconquasso psichico che permette di riformularsi e di usare i tanti meccanismi psichici di difesa che la Natura ha dato in dote all’essere umano sensibile al cambiamento e capace di adattarsi ai tempi e alle evenienze. E’ vero che Gervasio si ritira nella stanza ossia in se stesso, ma è altrettanto vero che si è esposto dal balcone e ha visto la città sott’acqua e la gente serena. Ma non basta perché, di poi ha percepito il terremoto, la possibilità della sua conversione migliorativa a una vita erotica e sessuale più coinvolgente senza ricorrere alle sublimazioni della sua libido.

Il palazzo collassa, ma non mi succede niente.”

Come volevasi dimostrare, Gervasio si libera dalle ultime resistenze al cambiamento dopo la presa di coscienza dell’uso eccessivo e univoco del processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e si lascia andare alla socializzazione tranquilla e serena in mezzo alla gente che protegge e favorisce le relazioni significative di cui Gervasio ha bisogno.

CONSIDERAZIONE

Il sogno di Gervasio nella sua linearità attesta del problema di un uomo che si serve della “sublimazione della libido” per non restare solo e per avere relazioni protettive. Il “terremoto” simbolicamente non è poi tanto disastroso come nella realtà e servirebbe di tanto in tanto nella nostra vita per riformulare i vissuti e i meccanismi psichici che usiamo in maniera costante e rigida. La “sublimazione della libido” è un processo molto utile per la formazione della società e della cultura, ma è nocivo per l’equilibrio psicosomatico se usato in eccesso, perché produce la frustrazione della vita erotica e della vitalità sessuale. La castità religiosa forzata è foriera di danni mentali e di malattie psicosomatiche che si riverberano su quella società che inizialmente si vuole beneficare e proteggere. Leggete a tal proposito il testo di Freud “Disagio della civiltà”.

IL SOGNO A MATRIOSCA 2

RIASSUNTO DEL SOGNO PRECEDENTE

Saba sogna a matriosca, un sogno dentro l’altro, ma sicuramente un sogno dopo l’altro e ricorda questo suo meccanismo e questa sua modalità di sognare proprio perché l’intensità del sonno REM è media. Saba è mezza sveglia verso la fine del sogno e consapevolmente lo riprende e riparte per una nuova avventura onirica attinente. Saba è una donna che possiede una ricca vitalità onirica a conferma di una altrettanto ricca vita psichica e di una notevole disinibizione nel trattare i suoi prodotti psichici. Nel sogno precedente Saba aveva elaborato il suo bisogno di maternità e la sua difficoltà a diventare madre per un problema legato al compagno e per qualche trauma che la riguardava direttamente. Non erano presenti sensi di colpa, ma era rappresentata chiaramente la dinamica della fecondazione e l’esito infausto per l’insufficienza di seme, oligospermia e necrospermia. Vediamo dove va a parare il sogno della matriosca successiva.

LA TRAMA DEL SECONDO SOGNO DELLA MATRIOSCA

“A questo punto mi affaccio ad un poggiolo e guardo dall’alto la prima scena del mio secondo sogno; vedo la figlia del mio compagno che sta festeggiando il suo compleanno all’aperto, con tantissimi invitati.

Adesso ho ricordi confusi, ma so che c’erano un sacco di letti matrimoniali. Io non scendo, resto a casa con il mio compagno e intanto si fa sera.

Riappare mia sorella e ci mettiamo a parlare del senso della vita.

Entra la figlia del mio compagno e mia sorella la convince ad ascoltare una canzone di Tiziano Ferro (inventata all’uopo dalla mia mente arzigogolata) che nel titolo ha la parola “Iromia”, con la emme al posto della enne.

Mia sorella spiega con fervore che Ferro ha dimostrato una grande sensibilità ad inserire l’uso dell’aggettivo possessivo nel termine ironia.

Ascolto anch’io la canzone, ha delle belle parole, le conosco e canto, anche se al risveglio non le ricordo.”

L’INTERPRETAZIONE DEL SECONDO SOGNO DELLA MATRIOSCA

A questo punto mi affaccio ad un poggiolo e guardo dall’alto la prima scena del mio secondo sogno; vedo la figlia del mio compagno che sta festeggiando il suo compleanno all’aperto con tantissimi invitati.”

Saba si stacca dal coinvolgimento con la problematica dialettica della maternità contrastata e impedita e si mette in un punto di osservazione sublimato dove può portare avanti, al meglio e senza sofferenza, i temi dominanti in questa notte a sogni multipli. “Guardo” si traduce in “prendo coscienza” e “dall’alto” si traduce “sublimo”. Saba non cade nell’angoscia depressiva legata alla perdita della capacità di procreare e usa la “razionalizzazione” per giustificare a se stessa questo momento critico e questo rospo non facile da ingurgitare. All’uopo mette le sue energie al servizio di se stessa e degli altri e travalica l’aspetto materiale della maternità come esperienza vissuta, magari legandosi affettivamente alla figlia del compagno. Tanta gente sotto il poggiolo e all’aperto festeggia lo scorrere del tempo di una giovane donna su cui Saba investe le sue energie amorose e solidali. Saba si è staccata da gran signora dalla gente e si è posta in un poggiolo, in una sua nicchia in alto da dove osserva una figlia adottiva e la gente che le fa festa. La soluzione è buona e verte tra consapevolezza e sublimazione. Saba contempla.

Adesso ho ricordi confusi, ma so che c’erano un sacco di letti matrimoniali. Io non scendo, resto a casa con il mio compagno e intanto si fa sera.”

La confusione è giustificata dall’angoscia che il tema onirico suscita. Vuol dire che la “rimozione” della delicata e traumatica psicodinamica funziona a metà e il materiale psichico che emerge e sfugge al carcere della “rimozione” combina la trama del sogno camuffandola in maniera adeguata tramite il meccanismo psichico di difesa della “figurabilità”, dare la giusta immagine simbolica al materiale emerso per non farlo riconoscere. Infatti i tanti “letti matrimoniali” attestano la psicodinamica della coppia nell’intimità sessuale, quando il maschile e il femminile s’incontrano per fondersi nelle prerogative naturali inscritte negli organi. Ma Saba sa tutto questo e non è una novità che la sconvolge, è una situazione da cui si astiene senza fuggire ma con lo scoramento depressivo di chi non può partecipare alla pari al convegno dei maritati in procinto di combinare guai procreativi e trasgressioni erotiche. Saba non scende e resta in alto e in casa insieme al suo compagno di viaggio in questa impresa teatrale che mette in scena una psicodinamica di coppia tra le tante che incorrono nei sentieri della vita e del vivere. Saba vive la sua coppia in maniera appartata e anomala per pudore e per rabbia. Lei non scende nella materia e nella materialità della sessualità e della fecondazione per adire a una gravidanza, simbolo del letto matrimoniale, Saba sublima la sua “libido” e la mette al servizio della sua sensibilità di donna che assorbe quello che impara e lo fa suo. “Intanto si fa sera” rievoca il verso del poeta Salvatore Quasimodo della brevissima poesia “Ed è subito sera”, un poeta immeritatamente riconosciuto come Nobel. Intanto Saba abbassa la vigilanza della coscienza, si obnubila in uno stato “spleen”, la milza greca funziona producendo bile nera che porta inquietudine e malinconia. Stasera non esco e “resto a casa con il mio compagno”: l’associazione fa la forza e la condivisione porta coraggio.

Ma cosa condividono i due?

Riappare mia sorella e ci mettiamo a parlare del senso della vita.”

I due sublimano con le discussioni filosofiche il trauma occorso alle singole persone e alla coppia. Possono scrivere un nuovo trattato sul “De consolatione philosophiae”” come se non bastasse già quello di Severino Boezio. Oppure si mettono in sintonia con le drastiche teorie dell’Esistenzialismo francese, quelle di Sartre e di Camus, dal momento che prediligono la lingua francese per quel sapore erotico che si porta dentro e dietro. La “sorella” “riappare”, riappare l’alleata onirica, quella persona su cui Saba può proiettare le sue angosce e portarle avanti in sogno e che magari stima come una valida interlocutrice di temi astratti e altamente inutili come quelli “del senso della vita”. Saba sta dicendo che arriva sua sorella e si mettono a parlare tanto per parlare, a parlare per niente. Certo bisogna considerare quanto la parola e il parlare aiutano a scaricare e a comunicare, a capire e a sedare.

Potere terapeutico del Verbo e potere taumaturgico del Verbalizzare!

Bisogna riformulare le ragioni del vivere attraverso il parlare per cicatrizzare le ferite e ripartire verso le avventure che incorrono facilmente a chi si muove e va in giro per il mondo anche se crudele. Vediamo, a questo punto, dove va a parare la matriosca onirica 2 di Saba.

Entra la figlia del mio compagno e mia sorella la convince ad ascoltare una canzone di Tiziano Ferro (inventata all’uopo dalla mia mente arzigogolata) che nel titolo ha la parola “Iromia”, con la emme al posto della enne.”

La situazione sociale si complica per motivi di ordine psichico e Saba introduce la figlia del compagno, quella che all’inizio del sogno festeggiava il compleanno con tantissimi invitati e con tanti letti matrimoniali, quella giovane donna ricca di tante promesse e di tante virtù che Saba vive con un’ambivalenza affettiva di un certo spessore e che guardava dal poggiolo in alto della sua casa. Anche la sorella continua a fungere per Saba, alleata che, oltretutto, arzigogola una canzone inesistente del cantante Tiziano Ferro, un testo che nel titolo contiene la soluzione del quadro psicodinamico: “iromia”. Saba dice a se stessa tramite la sorella e la figlia del compagno di usare il metodo socratico della “ironia” e della “maieutica” per conoscere se stessa, di effettuare una buona “razionalizzazione” della propria condizione psichica attraverso la perdita delle false certezze e l’acquisizione delle nuove verità, quest’ultimo punto attraverso un parto di “parti di sé”, valori culturali e virtù sociali.

Ma perché Tiziano Ferro e non Tony Santagata o Albano e Romina, immarcescibili come il fiore che non marcisce alla porta della chiesa prima del funerale?

Tiziano Ferro è vissuto come il cantante dell’intimità e dell’interiorità attraverso un’espressione linguistica semplice e non banale e che non manca di una vena futuristica. Saba è tutta presa da se stessa e dai suoi “fantasmi” in riguardo alle sue maternalità e maternità, nonché dalla sua tendenza a isolarsi nella ricerca della risoluzione, solipsismo. In ogni caso Saba sa bene quali sono le cose giuste, quelle che deve fare: la tensione alla “coscienza di sé”.

Mia sorella spiega con fervore che Ferro ha dimostrato una grande sensibilità ad inserire l’uso dell’aggettivo possessivo nel termine ironia.”

Saba si proietta nello schermo gigante della sorella alleata e rende ragione della grande sensibilità necessaria alla pratica socratica del “conosci te stesso”, basata come si diceva prima sulla “ironia” o destrutturazione psichica e sulla “maieutica” o parto delle prime verità sempre sul tema universale del “chi sono io”. L’aggettivo possessivo “mia” associato a “ironia” equivale a “destrutturo me stessa”. L’assonanza o fenomeno fonetico della “crasi” o “sincrasi” consiste nel mettere insieme due parole combinando la fine della prima con l’inizio della seconda. E’ questa l’operazione fonetica che mette in atto Saba per dire a se stessa che conosce la metodologia socratica e la metodologia personale psicoterapeutica della destrutturazione o perdita delle “resistenze” che impediscono l’afflusso del materiale profondo rimosso e del parto delle prime note psichiche della vera identità. Brava Saba che con la sua sensibilità onirica ha tirato in ballo Tiziano Ferro, un cantante sicuramente a lei gradito, per parlare di sé e delle sue pratiche psicologiche. I meccanismi di difesa dello “spostamento” e della “traslazione” sono abbondantemente usati come lo zenzero in cucina.

Ascolto anch’io la canzone, ha delle belle parole, le conosco e canto, anche se al risveglio non le ricordo.”

Come volevasi dimostrare, Saba ascolta la canzone che ha inventato creativamente sulla falsa riga del suo stato esistenziale di donna sensibile ai valori psico-culturali della coppia e della maternità, elogia l’estetica delle parole e innalza un inno alla bellezza, dimostra di conoscere il testo come da copione e di saperlo cantare nelle giuste modalità di voce e di postura della sua ugola d’oro. Ha composto in sogno la poesia che al risveglio regolarmente non ricorda perché era troppo bella.

Peccato che le cose belle e i sogni debbano sempre finire!

Saba conclude il secondo sogno a matriosca con la piena consapevolezza delle sue psicodinamiche e precisa anche il metodo psicoterapeutico che segue, quello più antico e vicino al Buddismo, la metodologica socratica.

Al sogno di Saba si può apporre una composta italica “fine” o un freddo americano “the end”.

GLI ALIENI E LA GUERRIERA

TRAMA DEL SOGNO

“E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Questo è quanto ha sognato Giglio.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.”

Giglio è nei pressi di se stessa, della “parte psichica” adibita alla “sublimazione della libido”. E’ tempo di nobilitare le proprie pulsioni e di dar loro un fine generoso al fine di non avvertire gli eventuali sensi di colpa destati dal pensiero di essere egoisti e bisognosi. La “chiesa su un’altura” è un rafforzamento simbolico di quanto affermato. “L’estate” aiuta a sentire il calore delle pulsioni e la consapevolezza di una donna che si accompagna al padre: “qualcuno che non vedo”. Questa figura è simbolicamente e universalmente sempre il padre “edipico”, quello con cui non sono stati sciolti i legami ambigui e ambivalenti, le pulsioni seduttive ed erotiche di una bambina che cerca la sua dimensione psichica femminile. Giustamente Giglio ha sublimato a suo tempo la “libido edipica” e si porta a spasso per il sogno il padre in versione di abile commentatore della Bellezza. La figlia riconosce al padre una sensibilità estetica, fatta di tanta ammirazione e di consapevole stupore. Giglio sublima l’attrazione verso il padre per non colpevolizzarsi, ma riconosce nello stesso tempo al padre quella propensione alla Bellezza, “della chiesa” nel caso specifico. Sintetizzo e chiarisco: Giglio riesuma e rievoca la figura paterna e assolve i sensi di colpa legati all’attrazione psicofisica e approfitta della circostanza per mettere in luce la sensibilità al Bello e all’Arte dell’augusto genitore.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.”

I conti “edipici” tornano tutti: il fidanzato numero due, la madre o una figura anonima e indifferenziata, sempre un “qualcun altro” dentro, una figura “introiettata” e nel sogno tirata fuori, “proiettata”. Il “fidanzato numero uno” è sempre il padre per tutte le bambine, il “fidanzato numero due” è quello che segue e consegue alla complessità dei vissuti in riguardo alla figura paterna. Poi, arrivano anche gli altri fidanzati, i numero enne, nella speranza che siano tanti per depurare i vissuti “edipici” e scegliere il proprio uomo senza i condizionamenti subdoli dell’infanzia e dell’adolescenza, senza sposare la “traslazione” del padre insomma. Giglio non mette in scena la “triade edipica”, si limita a visitare i singoli protagonisti e li alterna sul palco a simboli dei suoi vissuti e della sua evoluzione psicofisica, dall’infanzia all’età adulta. Degna di nota è la poligamia di Giglio, “(ho due relazioni)”, la sua naturalezza a vivere il maschio senza i limiti imposti dalla Morale pubblica, il “Super-Io” collettivo, e dal suo “Super-Io”, la sua istanza psichica censoria. Giglio manifesta una disinibizione nella gestione delle relazioni amorose, affettive e sessuali, a testimonianza della sua capacità di alternare nella vita, non soltanto nel sogno, situazioni di coppia varie e variopinte. La caratteristica si spiega con una riduzione dell’investimento di “libido” nei suoi uomini e del coinvolgimento amoroso. Insomma, Giglio non s’innamora abbastanza o teme di legarsi troppo e per questa paura si difende da quello che lei vive come un coinvolgimento minaccioso della sua autonomia. Il prosieguo del sogno darà le ragioni di questa nota caratteristica della protagonista. Possibilmente c’è ancora un ristagno “edipico”, per cui Giglio non si è evoluta degnamente nella “posizione psichica genitale” e non investe appieno le sue energie e i suoi sentimenti secondo le naturali norme della disposizione donativa e della generosità altruistica, della “comprensione” e dell’abbraccio psichico dell’altro.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.”

Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” non trova Giglio disponibile al cento per cento dal momento che percorre “tutto il perimetro esterno della chiesa”, non entra nel tempio sacro per depositare le sue cariche istintive e le sue pulsioni in attesa di essere purificate dalla grazia della Psiche. Giglio è una donna che non si coinvolge del tutto nelle operazioni di recupero e di rimessa in atto del vietato e dei tabù. Giglio salta di palo in frasca e travalica dalla “sublimazione” alla contemplazione estetica, anzi predilige tranquillamente quest’ultima e trova nella Bellezza la risoluzione idonea e congrua. Giglio sente il bisogno di “catarsi” dell’illecito e della colpa, ma fa tutto a metà e si ricovera sempre in “alto”, nel culto della madre che ristagna, il “lago Maggiore”. Dal sacro passa con disinvoltura all’umano, dal carisma alla concretezza estetica. Giglio le sta provando tutte le operazioni di ripulitura di eventuali traumi o fantasie, di pulsioni e desideri. Predilige non investire totalmente su azioni che nella Borsa del sacro hanno un valore, mentre nella Borsa dell’umano presentano una vitale consistenza. Vediamo dove procede dopo questo preambolo introduttivo.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.”

Dopo il “qualcuno che non vedo” del primo capoverso, decisamente decodificato come la figura paterna, ecco che si presenta in tutta evidenza e in pompa magna la figura molto importante nella formazione psichica di Giglio, la madre. A quest’ultima la figlia associa il processo psichico di difesa della “materializzazione” e il principio annesso della “realtà”. Giglio ama la concretezza e si è tenuta a fianco della “chiesa”, non è entrata nel luogo del sacro e della censura morale, ha preso atto e ha apprezzato l’aspetto culturale, filosofico ed estetico, La compagnia era la figura del padre. Adesso arriva la madre e la materia vivente, il “lago”, e Giglio si sente alla sua “altezza”, si è ben identificata nella madre durante la sua formazione ed evoluzione psicofisiche, per cui va da sé che ci sia la “canoa”, il grembo, la culla anatomica adibita alla sessualità e alla maternità. “Saliamo sulla canoa” attesta “l’identificazione” nella madre che ha portato Giglio a maturare nel tempo la sua “identità” femminile. Il padre non si è evidenziato abbastanza semplicemente perché è la figura conflittuale della “triade edipica” ed allora Giglio per difendersi non gli ha dato un volto e l’ha lasciato nell’anonimato. Guardate che bel quadretto al femminile: madre e figlia in canoa sul lago. Questa è una buona e originale allegoria con il rafforzamento dei simboli femminili, “lago” e “canoa”, ma Giglio non dimentica il padre e allora se lo porta dietro sotto forma classica del “fiume”. Non dimentica nemmeno di essere lei la protagonista della sua femminilità e si mette alla guida della sua “canoa” in buona e completa compagnia “edipica”. Ritorna la figura paterna in veste simbolica a testimonianza di una delicatezza e paura verso la figura maschile. E allora andiamo in “Svizzera”, il luogo simbolico delle libertà e dell’autonomia.

Che Giglio stia risolvendo la sua “posizione psichica edipica”, la sua relazione conflittuale con i genitori, e stia maturando la sua autonomia psichica riconoscendo il padre e la madre e risolvendo le pendenze maturate nel corso della vita?

Chi vivrà vedrà.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.”

La figlia dispensa amore per la madre. Dal suo grembo, lo “zaino”, il luogo della femminilità e della “genitalità”, Giglio partorisce da sola e senza aiuto dell’ostetrica, “tiro fuori”, tutti gli affetti possibili nei riguardi della figura materna, “un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma”, tutto l’amore verso la madre. Questa operazione di riconoscimento e di riconoscenza avviene con una preziosa nota narcisistica, “mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio”, una pietanza non da morti di fame o da profani, oltretutto condita con tutto il trasporto affettivo di una figlia che si prende cura della madre dopo averla riconosciuta come la sua origine e la sua identità femminile: “glielo do da mangiare” e “io guido la canoa”. Degna di nota è l’assenza della stessa premura nei riguardi del padre, che, pur tuttavia, è presente in forma traslata e anonima. Ricapitolando: Giglio sviluppa in sogno la sua “relazione edipica” e mostra di averla superata, soprattutto in riguardo alla madre. Il padre resta una mina vagante nel mare psichico della formazione evolutiva della protagonista. Con la madre Giglio ha assunto un atteggiamento di cura e premura che si può definire “adozione”, una forma concreta e massiccia di “libido genitale” sublimata. La figura sacra della madre viene investita di affetti e atti che attestano riconoscimento e gratitudine.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.”

Giglio rievoca il momento della sua evoluzione psicofisica in cui ha operato il distacco dalla madre e ha risolto la sua dipendenza psichica dal momento che aveva ampiamente accettato e razionalizzato la sua identità femminile. Trascorso il periodo dell’identificazione e superato il bisogno di adottarla accudendo i bisogni di lei e prendendosi una cura speciale della sua persona, risolta questa benefica e matura operazione umana, Giglio riacquista la sua autonomia e indipendenza dal momento che “i paesi sulle sponde del lago” erano “allagati”. Giglio percepisce “come un problema questo trasporto e “prende “in mano l’azione”, le redini della sua vita “per continuare la gita” della sua vita “da sola”. In questa presa di coscienza dei vissuti complessi nei riguardi della madre Giglio razionalizza che non ha subito alcun danno e che la “razionalizzazione” di questo rapporto speciale con la madre è stato positivo e costruttivo al massimo, dal momento che ha apportato la tranquillità dell’animo, una forma di “atarassia” individuale da completamento d’opera e da scelta di se stessa dopo il periodo di dipendenza a vario titolo, o perché bambina o perché moralmente portata al sollievo dell’augusta figura materna. Traduco meglio e pari pari: Giglio, del tutto consapevole della sua femminilità e della sua persona, “guardando dalla canoa”, dopo aver temuto di aver corso il rischio di dipendere dalla madre, riacquista la sua autonomia psichica e vive la sua vita di donna e di femmina senza alcun turbamento e con tanta consapevolezza. Meglio di così non poteva andare.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.”

Giglio è con se stessa, in dolce compagnia di se stessa e della sua autonomia psicofisica. Giglio ha risolto i legami di figlia nei riguardi della madre e ha provveduto al suo accudimento: “in giro non c’è nessuno”. La figlia ha riconosciuto la madre dopo averla onorata e odiata e non è rimasta schiava e sola in questa improba controversia sull’identità e sul possesso dei beni affettivi. Sul padre il discorso è sospeso e la figura del genitore vaga come le mine nei mari durante il tempo di guerra in cerca della nave su cui esplodere. Giglio rientra in se stessa e per la precisione nella “sublimazione narcisistica del suo Io”, nel luogo riservato all’auto-gratificazione e all’auto-compiacimento, per rivivere i momenti di questa sua crescita personale. Giglio si ripensa come persona compiuta, ma non riconosce nella sua dimensione relazionale alcune figure o “parti psichiche di sé” che ancora aspettano una risoluzione congrua. Ritorna questa tendenza di Giglio all’incompiuta con alcune “persone” e con alcune esperienze della sua vita dove avrebbe voluto essere più decisa e incisiva. Si accontenta di un “autoplay” che si riduce a un “autoreplay”, a un rivedersi e a un riconsiderarsi narcisistici che lasciano l’amaro dell’incompiuta in bocca. Purtuttavia, ha il buon senso di ritenere “amiche” queste persone e manifesta quell’ottimismo non esagerato che non guasta, se confrontato con il pessimismo bieco della disperazione e del rancore di chi avrebbe voluto cambiare le carte in tavola. Tra le persone ci mettiamo d’ufficio il padre. Vediamo dove si dirige Giglio nel suo sogno. Adesso è ferma in una Svizzera calvinista e protestante, isolata e libera, ligia al dovere e alle leggi morali, ricca di buona cioccolata e di emmental, di orologiai e di orologi, di cucù e di mucche viola.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.”

Giglio entra nell’intimità, nel personale, nel privato, nel proprio. La “camera da letto” condensa i vissuti interiori e indicibili, quelle “pietre preziose” che riguardano soltanto Giglio e nessun altro, la sua sfera anatomica e sessuale da non condividere e da stimare con grande perizia, i vissuti intimi e le esperienze erotiche che vertono sul versante sessuale maschile come i “disegni di scorpioni e di nasi”, una vasta gamma di simboli fallici, fecondanti al negativo i primi, penetranti con decisione i secondi. Lo “scorpione” rappresenta simbolicamente il pene che emette lo sperma temuto dalla donna che ha una tosta fobia della fecondazione e della gravidanza, mentre il “naso” condensa l’invadenza del pene e le sue ben note competenze erotiche e sessuali. Tra “pietre preziose” femminili e “scorpioni e nasi” maschili Giglio si compiace narcisisticamente delle sue doti erotiche e delle sue qualità sessuali, nonché delle sue paure e delle sue fobie, estendendo questi “oggetti” ai suoi ricordi sotto la forma di amuleti che esorcizzano l’angoscia di fecondazione e di gravidanza. Si conferma sempre con maggiore evidenza quel sano “narcisismo” che si snoda a metà tra l’amor proprio e il culto di sé. Non è da meno il senso del possesso e i due fidanzati con la loro umana gestione. Giglio è una donna che si compiace del suo potere erotico e sessuale, una femmina che sa gestire il maschio di turno. Il suo “narcisismo” prevale sulla “genitalità” di un sentimento d’amore donativo. L’evoluzione psichica di Giglio oscilla tra la “posizione edipica” e la “posizione narcisistica” e trascura la “posizione genitale”. Decisamente è una donna che non si innamora follemente di un uomo, è una donna che avanza con giudizio e temperanza verso gli investimenti sugli altri, è una donna che si compiace delle sue capacità, è una donna che ha due uomini e oltretutto generici e anonimi, uomini senza qualità.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.”

Il passaggio dalla zona intima degli affetti speciali e dei segreti pensieri alla zona erotica e sessuale è breve, del resto come sempre e come giusto. Giglio si era imbattuta in precedenza nei suoi gioielli femminili e nei suoi trofei maschili, le “pietre preziose” e gli “scorpioni” e i “nasi”, adesso va proprio in “bagno” dove, oltretutto, “non c’è la porta, ma solo una tenda di perline”, si coinvolge direttamente con il suo corpo e i suoi bisogni, “mentre mi sto sistemando”. La disinibizione narcisistica della donna ritorna venata di esibizionismo e di competizione al femminile, “intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica”, una figura equiparabile alla madre in quanto oggetto di presa di coscienza. Giglio “sa di sé” attraverso la madre e l’amica, “sa di sé” come donna e come corpo perché si è identificata nella prima e ha assunto identità psicofisica tramite la seconda, l’altra da sé, una persona che esiste nella realtà esterna, ma che, a tutti gli effetti, è l’immagine di sé, il fantasma del suo corpo, la rappresentazione primaria dei suoi desideri e bisogni di bambina che si accinge a evolversi in donna. Questa “amica” la spia nella sua intimità, questa “parte psichica di sé” è in conflitto con l’immagine globale che Giglio ha maturato nel corso della sua evoluzione psicofisica. Samantha è la controfigura di Giglio, quella che si assume la parte aggressiva e che aggredisce, meglio si auto-aggredisce, quella che non si piace e che non si è mai piaciuta, quella “parte psichica di sé” che si schiera per il sacro e odia il profano o viceversa, la “parte psichica oppositiva” di Giglio rivolta contro se stessa, la parte “sadomasochistica”, quella che fa male e subisce il male. Giglio conosce molto bene se stessa “Samantha” e la madre. E’ proprio vero, perché sono i personaggi e le figure che la riguardano in prima persona, sono “l’introiezione” e la “proiezione” della madre e di se stessa nella versione non gradita e rifiutata, quella parte che non piace e che non si accetta. Qualcosa della sfera intima e privata del corpo e della mente non va proprio giù a Giglio e in questo modo ricorre a Samantha per evidenziare questa suo conflitto intrapsichico.

Ma cosa scarica Giglio su Samantha?

Quale materiale psichico traumatico Giglio addossa alla povera Samantha?

Importante continuare a vivere per sapere anche questo.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.”

Giglio scarica su Samantha tutta l’aggressività incamerata nell’evoluzione della sua “posizione psichica edipica”, della sua conflittualità ambivalente nei riguardi del padre e della madre, della sua psicodinamica evolutiva in riferimento ai genitori. Samantha condensa gli affetti legati alla “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che censura e impedisce i vissuti affettivi nei riguardi del padre, la figura in cui si è in qualche modo costretta a identificarsi per acquisire la sua identità femminile, quella che limita e vieta, la madre che impone i tabù e istilla il “Super-Io” sostituendosi al padre. Ricapitolando, Giglio sta sviluppando in sogno l’iter e la risoluzione della sua “posizione psichica edipica”, sta riesumando una tappa altamente formativa della sua evoluzione e mostra chiaramente la conflittualità ambivalente nei confronti della madre e dispone in discrezione il padre come figura importante e in parte rimossa nel suo “fidanzato n°uno”, come si diceva ampiamente nei precedenti iniziali capoversi. Mostra, inoltre, il suo distacco risolutivo nei riguardi della madre lasciando che prosegua la gita in Svizzera e riaggancia il padre nella figura del fidanzato n°uno di cui percepisce la presenza mentre sta in intimità con il nuovo ragazzo che la salva dalle grinfie di una invadente e aggressiva Samantha di cui non sa bene la fine che fa. Ricapitolando ancora e meglio di prima: Giglio si stacca dalla madre attraverso l’affidamento a un uomo, “il ragazzo che sopraggiunge dalla cucina” ossia dalla zona degli affetti condivisi e da condividere. Purtroppo, questo “ragazzo” seduttivo è evanescente, è “un’ombra”, viene dal suo Profondo psichico, dall’aldilà subcosciente, emerge dai suoi desideri di bambina e di adolescente e si porta sempre dietro la figura del padre, la prima ombra del fidanzato n°uno, quello che ancora non sa riconoscere come figura formativa della sua femminilità e delle sue arti erotiche e seduttive. Giglio “percepisce una presenza” come nei migliori film gialli, un fidanzato che in qualche modo tradisce e di cui dispone le fila. Proprio vero che il primo amore non si scorda mai e non si sposa. Giglio sta in intimità con un ragazzo “ombra” che la salva dalle grinfie della madre: questo ragazzo è l’erede della prima ombra, il padre. Quest’ultimo ha contribuito nell’economia psichica di Giglio alla formazione della strategia di approccio all’universo psicofisico maschile.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.”

Ah, gli Alieni!

Ah, l’alienato, tutto quello che volevamo vivere di noi e non abbiamo fatto nascere in noi!

Ah, i mille personaggi in cerca d’autore che non siamo e che sappiamo ben interpretare per difesa dal coinvolgimento con gli altri!

Spuntano le difese sociali di Giglio. Scendono dall’astronave alla moda gli Alieni, arrivano i modi di essere e di esistere che la protagonista voleva incarnare e che per l’angoscia dell’indeterminato ha lasciato andare nell’evanescenza del Nulla e del “non se ne fa niente”. Gli Alieni “sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono”, hanno capacità mimetiche e mistificatorie, sono dei grandissimi bugiardi e non dicono mai la verità del “chi sono” e del “cosa vogliono”, sono degli impostori e degli imbroglioni di vasta portata che inquinano la società. Questa è la versione negativa dell’umana capacità psichica di empatia e di simpatia, di partecipazione e condivisione. Questa è la “parte psichica negativa” del “fantasma dell’altro”, quella che mi inganna e mi porta via sempre qualcosa e a cui non bisogna rivolgere la parola e addirittura affidarsi, questo è lo Straniero di Camus, la parte straniera di noi stessi che abbiamo definitivamente debellato criminalizzandola per paura e su suggestione dei nostri incauti e superficiali genitori. E così Giglio è cresciuta “guerriera” per difendersi da se stessa, dalle sue giuste paure e dalle altrui ingiuste angosce. La mamma istilla, suggerisce, mette dentro il cuoricino della bambina a mo’ di insegnamento i suoi traumi di donna adulta e le sue esperienze andate a male come il latte fresco di giornata il giorno dopo. Il padre c’è e non c’è, il padre ha fatto meno danno, il padre è rimasto nel limbo delle figure da salvare per amore indicibile, mai detto, mai profferito. Una Giglio censurante e oltremodo “superegoica” mostra in questo siparietto finale i suoi tabù, i suoi divieti, i suoi “verboten”, le sue difese inutili verso il resto del mondo e proprio quando le aperture all’esterno sono costruttive e necessarie per una giusta evoluzione psicofisica. E’ come se Giglio andasse contro corrente e si rinchiudesse nel mondo di Narciso per non coinvolgersi con i fidanzati n°tre, n°quattro, n°cinque, n°enne. “Giglio nei sogni è sempre una guerriera”, ma sicuramente è arrivato il tempo di far riposare questa “guerriera” dopo tanto inutile stress. Ben vengano gli Alieni a portare la loro buona novella se serve a “sapere di sé”, a una migliore autocoscienza. Giglio non deve combattere contro se stessa e le sue produzioni psichiche innovative ed evolutive, contro i suoi “Alieni”, non deve alienare il suo prodotto psichico interno lordo per paura di coinvolgersi nelle stranezze di una vita alla grande e spericolata. Gli insegnamenti della mamma e i silenzi del padre devono lasciare il posto alla normalità dell’anormale, alla convivenza con gli Alieni dentro e fuori, alla condivisione delle esperienze e delle avventure.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.”

Giglio sa di non stare bene e di avere bisogno di una cura che verta sulla consapevolezza delle cause dei suoi mali, “l’origine dei problemi”, una psicoterapia psicoanalitica che, risalendo per libere associazioni alle esperienze significative della sua vita, le dia quell’equilibrio e quella sicurezza insieme a quella tranquillità dell’animo che non guasta mai come lo zucchero nel caffellatte dei bambini. E allora Giglio tira in ballo la sua bambina dentro e il suo pensiero magico, i “processi primari” che che usava nell’infanzia e che si chiamavano con una sola parola la “Fantasia”, il pensare per allucinazioni e per fantasmi, l’andare contro il “principio di realtà” a favore del “principio del piacere”, l’esaltare le pulsioni e abolire i divieti, tira fuori il suo Harry Potter e la sua “pietra” filosofale “nera con dei puntini azzurri”, quella che ha la capacità taumaturgica della presa di coscienza, della riflessione su se stessa e sugli eventi della propria formazione ed evoluzione: il possesso mentale delle cause. Giglio estrae dal suo cilindro di prestigiatrice la magia, per arrivare alla “interpretazione” e alla “razionalizzazione” delle cause insieme al suo analista, al suo “salvatore”, che, come Ermes, comunica la volontà degli dei ai mortali. La magia è una pratica antichissima che ha il sapore dell’eternità semplicemente perché è la prima forma mentale di tutti gli infanti, di tutti coloro che sono ancora senza parola ma pensano e pensano tanto e di tutto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “annullamento”, che si attesta nella conversione accettabile e gestibile dell’angoscia attraverso il rito, attraverso l’esorcismo di un divieto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento” attraverso la costruzione del “feticcio”, la “pietra nera con dei puntini azzurri”, quella “che non salta mai fuori” e che esiste da qualche parte del culo del mondo, quella che, semplicemente usando la Ragione” deterministica, arriva alla “atarassia” per la via preferita dalla Cultura occidentale, la “razionalizzazione”, il meccanismo principe di difesa dall’angoscia che non è mai abbastanza, a conferma dell’umana debolezza che connota la creatura privilegiata di Dio o di Madre Natura, l’uomo, il solo animale vivente che soffre della malattia mortale, che è malato della consapevolezza della fine, della coscienza della morte e dell’assurdità della vita che si conclude nel niente. Eppure Giglio ritorna bambina e rispolvera il suo pensiero magico per risolvere le sue angosce. Vediamo la conclusione di questa lunga cavalcata nelle praterie psichiche durante il sonno, nel pensiero del sonno, il sogno.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Giglio cerca “invano” la sua “kaba”, la pietra nera della sua religione psichica “dentro la sua casa” psichica insieme al suo “salvatore”, ed ecco che appare un “alieno”, un trauma, un non vissuto, un fantasma, un conflitto, una semplice fantasia o un semplice fatto, su cui Giglio insieme al suo salvatore analista può esercitare e far pesare la forza della Ragione e della “razionalizzazione”. Inizia lo scontro corpo a corpo con se stessa e in particolare con quelle “parti di sé” che si sono opposte alla sua integrità e armonia psichiche, gli Alieni per l’appunto, che aspirano a essere capite e riassorbite nel tessuto connettivo di un Corpo fatto di carne e ossa e di una Mente fatta di fantasmi e di ragionamenti. Alla fine del tragitto e dei tanti conflitti a Giglio resterà l’ultimo combattimento, la risoluzione del “transfert” esperito verso il suo analista, la liquidazione del vissuto emotivo e affettivo maturato nel corso del viaggio insieme al suo navigatore al fine di acquistare definitivamente la sua autonomia psicofisica.

E’ possibile tutto questo?

Decisamente “non potest” e “non possumus”, ma tentar non nuoce. Non è possibile liquidare relazioni e vivere da soli, a meno che non ci si trovi nel carcere della follia. E allora ben vengano le dipendenze e tutti i tentativi di liberazione che nel corso dell’esistenza intentiamo contro e a favore di noi stessi.

Il sogno di Giglio merita ulteriori riflessioni, ma si può concludere qui.

Buon viaggio!

“CAMINAMU”

Dottor Vallone,

sono Inès.

Non riesco a stare in casa più di mezza giornata, poi devo uscire e prendere aria, altrimenti soffoco e vado fuori di testa. Prima non mi era capitato tutto questo.

Cosa mi sta succedendo e cosa posso fare?

CLAUSTROFOBIA & CLAUSTROFILIA

E’ una questione delicatissima e diffusa. Tante persone hanno maturato una “organizzazione psichica” a prevalenza fobica e non hanno mai avuto bisogno di ricorrere a una psicoterapia semplicemente perché hanno gestito la “paura” di stare in un luogo chiuso uscendo all’aria aperta e hanno trovato il loro equilibrio psicofisico con la consapevolezza che di tanto in tanto hanno bisogno d’aria.

Sto parlando di “paura” e non di “fobia”, sto parlando di quelle persone che magari non si sconvolgono la vita se non usano l’ascensore, di quelle persone che sentono crescere la tensione nervosa se si trovano in un luogo chiuso, al supermercato o in un centro commerciale, ma che non hanno avuto mai crisi di panico o somatizzazioni d’ansia ingestibili.

Sto parlando di noi tutti, perché tutti abbiamo elaborato e incamerato questo “tratto” psichico caratteristico, di qualità paranoica o persecutoria, sin dal secondo anno di vita, quando abbiamo sperimentato la nostra aggressività e la nostra sensibilità alla colpa, tutti abbiamo aggredito e ci siamo sentiti aggrediti. Questo “tratto” psichico si esalta nelle situazioni logistiche che provocano la sensazione di blocco fisico e di impossibilità a trovare una via di fuga. Nella situazione di disorientamento che stiamo vivendo a causa del pericolo di infezione da “coronavirus”, è oltremodo normale che ogni persona mette in gioco la sua formazione e la sua struttura psichiche. Ecco che vengono fuori e si esaltano i “tratti” psicologici che hanno particolarmente contraddistinto la nostra evoluzione psicofisica. Il rischio, che si corre dietro le sferzate dell’angoscia di morte destata dalla situazione in atto, si attesta nel tralignare della “paura” in “fobia”. La prima è assolutamente normale, oltre che salutare e benefica perché prepara alla giusta reazione. La “paura” evita di incorrere in pericoli e tutela la sopravvivenza di fronte a una situazione critica. La seconda, la “fobia”, è un disturbo psichico proprio perché la tensione nervosa è in eccesso e l’elaborazione mentale è andata al di là dell’oggetto giusto della “paura”. Nella “fobia” del chiuso, claustrofobia, convergono “fantasmi”, rappresentazioni mentali a forte intensità emotiva, che includono una serie di vissuti traumatici e conflittuali che scatena una “conversione isterica” delle tensioni in sovraccarico e ingestibili dal sistema psichico.

Inès non riesce a gestire l’economia nervosa prodotta dalla situazione in atto e il suo nucleo psichico e la sua angoscia si scaricano in questa insofferenza per il luogo chiuso.

Inès è chiamata a prendere coscienza del “fantasma di morte” e a “razionalizzare” l’angoscia scatenata dal permanere in casa.

Inès è chiamata a “razionalizzare” il suo “nucleo psichico paranoico” con la consapevolezza che lo Spazio non l’aggredisce e che lei non deve aggredirlo.

Inès deve “sublimare” la clastrofobia in claustrofilia, la paura parossistica in amore del luogo chiuso, magari rivivendo gli aspetti positivi dello stare in casa, come il senso di protezione e di benessere, come l’intimità erotica e la possibilità di esercitare gli affetti nella forma dell’amor proprio e del sentimento verso le persone care, come la libertà d’espressione e di comprensione, come tutto quello che Inès vorrà mettere in questo grande contenitore della sua casa reale e simbolica. La nostra Psiche ha tutti i requisiti e i “meccanismi” giusti per affrontare al meglio le drammatiche evenienze della vita e grazie alle sue proprietà camaleontiche di risoluzione e di adattamento. Andiamole a cercare e a scoprire. Abbiamo l’opportunità di crescere in poco tempo e nel breve saremo più grandi.

IL BALLO TIROLESE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in una gara di ballo paesano.
Le coppie rappresentavano i paesi europei.
Io ballavo per l’Italia.
Ballavo tirolese, facevo le mosse giuste, stavo per aria e non toccavo terra.
Il mio partner mi teneva sollevata.
Alla fine siamo stati tutti bravi e la concorrente della Francia mi ha detto bravà.”

Così ha sognato Natalina.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

E’ un sogno lineare e consequenziale nella sua narrazione, un prodotto psichico che non va contro la legge di gravità ed è reso possibile dai muscoli poderosi del “partner” di Natalina.
Trattasi di un sogno filo-europeo e a tendenza cosmopolitica che è stato elaborato secondo i principi del rispetto e della cortesia.
Il sogno di Natalina è un inno all’eleganza dei modi e alla delicatezza degli atti, un elogio della bellezza del corpo e della spontaneità della mente.
Elabora nelle giuste dosi il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e non manifesta conflitti acuti.
A livello psichico è un sogno di norma e di routine nonostante la stranezza della postura della ballerina e, pur tuttavia, segnala un dato psichico nel suo simbolismo con il ricorso anche al folklore.
Non resta che procedere nella decodificazione.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Mi trovavo in una gara di ballo paesano.”

Natalina esordisce in un paesino, una roba di casa nostra e secondo una politica del piede di casa, si presenta in un contesto sociale ristretto e protetto da un clima di conoscenza e di riconoscimento, manifesta un “paesano” modo di volersi bene. Eppure Natalina sente il bisogno di gareggiare, di competere con le persone del suo “habitat” culturale.
Più che una “gara di ballo” è una competizione di movenze psicofisiche, di eleganza negli atti e nei modi, di “savoir faire” secondo le norme sociali in auge. Natalina è in competizione con le donne del suo “entourage” in riguardo a finezza e delicatezza femminili: “arbiter elegantiarum”.
La “gara” condensa simbolicamente il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Natalina nobilita a fini socialmente consentiti la sua energia vitale e la sua aggressività rendendole utili e gratificanti. Si tratta di “libido fallico-narcisistica” legata alla “posizione psichica” omonima.
Natalina non poteva esordire meglio di così.
Complimenti!

“Le coppie rappresentavano i paesi europei.”

Dal paesino di campagna Natalina trasvola in Europa, dalla gara paesana con il premio del maialino Natalina passa alla gara di ballo senza frontiere, una competizione civile ed estetica da bandiera a dodici stelle. Inoltre, Natalina presenta il suo ballerino, il suo uomo complice nell’impresa di investire energie per il primato estetico di un ballo. Natalina ha un uomo con cui condividere e a cui esibire le sue movenze femminili e i suoi atti di donna elegante: “le coppie”.
L’estensione ai “paesi europei” attesta di una “sublimazione” politica e sociale allargata e funzionale al senso di civiltà.
Natalina aspira a riconoscimenti allargati e non ristretti al paesello natio, ha bisogno di un ampio respiro e all’uopo allarga la sua visione del mondo con la tendenza alla bellezza e alla civiltà, alla delicatezza dei modi e all’eleganza degli atti.

“Io ballavo per l’Italia.”

In sogno Natalina s’identifica in una cultura e in un insieme di schemi di interpretare la realtà e di modi di vivere, la cultura italiana. E’ orgogliosa di essere il simbolo vivente e danzante del gruppo nazionale italiano. Ricordo che il concetto di “nazione” si differenza dal concetto di “popolo” perché include il concetto di “cultura”. Il “popolo” è indifferenziato nel suo essere la somma di individui, mentre la “nazione” è omogenea perché condivide e convive gli stessi valori.
Viva Giuseppe Mazzini e brava Natalina!

“Ballavo tirolese, facevo le mosse giuste, stavo per aria e non toccavo terra.”

Ma le cose si complicano. Il Tirolo è una regione ad alto tasso culturale e civile germanico e a basso tasso culturale e civile italiano. Natalina ha qualche conto sospeso con il popolo tedesco, ha acquisito schemi culturali germanici senza perdere l’orgoglio di essere italiana, ma di suo non ha smarrito la tendenza difensiva di “sublimare la libido”, di nobilitare le sue pulsioni, di rendere compatibile la sua aggressività con la convivenza.
Vediamo i simboli.
“Ballavo tirolese”: apprezzamento e identificazione negli schemi culturali germanici in riguardo all’espressione dei modi e all’eleganza degli atti, oltre che in onore al suo essere femminile e all’esibizione dello stesso.
“Facevo le mosse giuste”: eleganza e delicatezza, armonia e bellezza, senso estetico e relazione civile. Natalina esibisce il corpo in maniera socialmente accettabile e compatibile: fenomenologia psicofisica.
“Stavo per aria e non toccavo terra.”: processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Tutto nella norma assoluta, tutto nel giusto più lineare: Natalina mostra nel sociale il tratto psichico che la contraddistingue e il processo che maggiormente usa in difesa dall’angoscia di non essere accettata dal gruppo più o meno allargato, i paesani e gli europei.

“Il mio partner mi teneva sollevata.”

Natalina “proietta” nel suo uomo la tendenza a “sublimare la libido” e addirittura gli attribuisce la responsabilità dell’uso di questa modalità psichica di affrontare gli investimenti vitali in riguardo a se stessi e alle relazioni sociali. Questo è il senso del “mi teneva sollevata”.
Ripeto: niente di eccezionale, perché si tratta di un normale sviluppo degli investimenti e delle suggestioni relazionali. Natalina attribuisce alla coppia la “sublimazione” e il fascino di questa operazione psichica difensiva, finalizzata a vivere insieme agli altri e ad affermare i valori dell’eleganza e della bellezza: il “ballo”.

“Alla fine siamo stati tutti bravi e la concorrente della Francia mi ha detto bravà.”

“E vissero tutti felici e contenti”.
Si conclude in tal modo la favola sognata di Natalina: “tutti bravi”.
L’auto-gratificazione e il bisogno di riconoscimento secondo il vangelo
“fallico-narcisistico” di Natalina si condensano nel francese “bravà”.
Del resto, chi poteva essere competitiva con un’italiana in riguardo all’eleganza dei modi e alla raffinatezza del gusto?
Soltanto una donna francese, una cugina d’oltralpe, una persona prossima per cultura e “savoir faire”!
Le buone maniere hanno avuto il loro tributo coniugandosi con l’amor proprio. Natalina si è ben servita un piatto squisito di “libido” sublimata per vivere bene se stessa insieme agli altri, per cui merita un ulteriore “bravà”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Natalina sviluppa la psicodinamica della “sublimazione della libido” in ambito culturale e sociale secondo le linee guida di una buona valutazione di sé, di un altrettanto buono coinvolgimento nella coppia e di un congruo affidamento al suo uomo in piena autonomia e senza rasentare la dipendenza.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Natalina presenta l’azione delle seguenti istanze psichiche:
l’Es pulsionale in “Ballavo tirolese, facevo le mosse giuste, stavo per aria e non toccavo terra.”,
l’Io consapevole e razionale in “mi trovavo” e in “io ballavo” e in “Alla fine siamo stati tutti bravi”.
Il Super-Io censurante e limitante non si evidenzia.
La “posizione psichica fallico-narcisistica” è presente in maniera naturale e discreta sotto forma di un buon amor proprio in “bravà”.
La “posizione psichica genitale” si evince in “il mio partner”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Natalina si serve dei seguenti meccanismi e processi psichici di difesa dall’angoscia:
la “condensazione” in “ballo” e in “ballavo” e in “mosse”,
lo “spostamento” in “stavo per aria” e in “non toccavo terra”,
la “figurabilità” in “Il mio partner mi teneva sollevata”,
la “proiezione” in “Il mio partner mi teneva sollevata.”
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” domina il sogno di Natalina in maniera equilibrata e necessaria soprattutto quando tratta delle relazioni sociali. Vedi “gara” e “paesi europei” e “stavo per aria e non toccavo terra” e “sollevata”.
Il “processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” è presente nei termini impliciti nella funzione onirica: la “regressione topica” e la “regressione formale”, la prima con le allucinazione, la seconda con i modi di espressione primari: il concreto al posto dell’astratto, l’agire al posto del pensare.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Natalina evidenzia un deciso tratto psichico “fallico-narcisistico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva” chiaramente intenzionata al “genitale”: vedi l’affidamento all’uomo che la “teneva sollevata.”

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Natalina è prosaico e usa le seguenti figure retoriche:
la “metafora” o relazione di somiglianza in “gara” e in “ballo”,
la “metonimia” o relazione logica in “stavo per aria e non toccavo terra”.

DIAGNOSI

La diagnosi dice di una “sublimazione della libido” nella sensibilità estetica e nell’armonia psicofisica in bella mostra con il coinvolgimento sociale.

PROGNOSI

La prognosi impone a Natalina di persistere in questa dimensione gratificante dell’amor proprio e della sensibilità estetica, oltre che al coinvolgimento affettivo con il suo uomo e con la realtà sociale che la circonda. Natalina deve saper entrare e uscire dalle dimensioni della dipendenza e dell’autonomia.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO
Il rischio psicopatologico si attesta in un uso eccessivo della “sublimazione della libido”. Bisogna che in ambito privato la modalità, che va bene nel pubblico, non sia sempre usata. Attenzione alla dipendenza dal ballerino o dall’uomo con cui nel quotidiano Natalina si accompagna.
GRADO DI PUREZZA ONIRICA
In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Natalina è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Il simbolismo si distribuisce con il realismo narrativo e discorsivo. Nel sogno non traspare quell’intensità emotiva che, pur tuttavia, è implicita nelle scene del ballo.
GRADO DI ATTENDIBILITA’ E DI FALLACIA

Per sondare la soggettività o l’oggettività, l’approssimazione o la verosimiglianza della decodificazione del sogno di Natalina, per valutare se l’interpretazione risente di forzature, stabilisco la prossimità all’oggettività scientifica o alla soggettività mistificatoria in una scala che va da “uno” a “cinque”, in cui 1 equivale all’oggettività auspicata e 5 denuncia una forzatura interpretativa verosimile. Tale valutazione è resa possibile dalla presenza di simboli chiari e forti e di psicodinamiche affermate ed esaurienti.
La decodificazione del sogno di Natalina, alla luce di quanto suddetto, ha un grado di attendibilità e di fallacia “3”.
QUALITA’ ONIRICA

Il sogno di Natalina può essere definito leggero ed etereo, decisamente sensoriale, tecnicamente “cenestetico”.

REM – NONREM

Il sogno di Natalina si è svolto nella fase terza del sonno REM alla luce del simbolismo e delle implicite emozioni.
Ricordo che nelle fasi REM il sonno è turbolento, mentre nelle fasi NONREM il sonno è profondo e catatonico ossia presenta una caduta del tono muscolare, senza movimenti e spasmi, senza agitazione psicomotoria. La memoria è presente nelle fasi agitate rispetto alle fasi di caduta muscolare e di sonno profondo dove è notevolmente ridotta e quasi assente.
RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Natalina si attesta in una sensazione avvertita nel giorno precedente o prima di addormentarsi.
Ricordo che la definizione del sogno di “resto notturno” si spiega con il fatto che del sogno in se stesso restano poche tracce e pochi ricordi, materiale che da svegli si tenta di combinare e acconciare in maniera logica e consequenziale. Del vero e dell’intero sogno resta ben poco, per cui si può anche parlare a volte di un “sogno a occhi aperti” o di una “fantasticheria”. Specialmente i sogni della prima fase REM sono destinati al dimenticatoio a causa della profondità del primo sonno e delle sue turbolenze. In ogni caso, “a occhi aperti o “a occhi chiusi” il sogno è passibile d’interpretazione.

FATTORE ALLUCINATORIO

I sensi dichiaratamente allucinati sono i seguenti:
la “vista” nella prevalenza del sogno, il “tatto” in “mi teneva sollevata”, “l’udito” in “mi ha detto bravà”.
L’insieme cospiratorio dei sensi si riscontra in “ballavo” e in “stavo per aria”.

DOMANDE & RISPOSTE

Il lettore anonimo ha posto le seguenti domande dopo avere attentamente letto l’interpretazione del sogno di Natalina.

Domanda
Un sogno semplice e lineare?

Risposta
La psicodinamica in atto non presenta grandi conflitti e traumi di spessore. I sogni che vincono la forza di gravità attestano benessere psicofisico. Del resto, anche l’uso del processo della “sublimazione della libido” è negli argini di una buona normalità, senza difetto e senza eccesso. Si tratta di una contingenza della vita psichica e della vita di coppia.

Domanda
Cosa comporta la “sublimazione” nella coppia?

Risposta
Il “processo psichico della sublimazione della libido” è patologico quando si usa in maniera ricorrente o costante o quasi esclusiva, come, ad esempio, nel caso della castità religiosa o coatta. Per il resto la “sublimazione” è un signor processo che consente la vita sociale e civile: si perde in “Natura”, ma si acquista in “Cultura”, si riducono gli istinti ferini e si convive in maggiore sicurezza. In coppia avviene che la “sublimazione” riduca la vitalità sessuale, ma non sempre è segnale di crisi e di stallo, quindi non si tratta di patologia della coppia. La “sublimazione” dosa e arricchisce la vita di coppia. Quando la sessualità viene sublimata in abbondanza, c’è crisi di un membro della coppia e responsabilità dell’altro. Quando è del tutto sublimata, non c’è più coppia.

Domanda
Quindi Natalina non è in crisi con il suo uomo.

Risposta
Non solo non è in crisi, ma c’è una complicità con il partner che si attesta nelle movenze della delicatezza e dell’armonia psichiche: simbologia del “ballo”.

Domanda
Ha detto che è un buon segno sognare di essere leggeri e di non poggiare i piedi a terra. Spieghi meglio.

Risposta
Bisogna avere i piedi piantati per terra, nella realtà e nel principio corrispondente, ma in certe situazioni è giusto e benefico aleggiare. Si tratta di buone sensazioni corporee e di assenza di pesi psichici.

Domanda
Quale problema ha Natalina e da cosa si deve guardare?

Risposta
Si deve guardare dall’uso eccessivo della “sublimazione della libido”, deve poggiare bene i piedi a terra senza essere sostenuta dal suo uomo, deve ben razionalizzare la tendenza alla dipendenza. Per il resto va tutto bene. Il sogno presenta la sua sensibilità estetica e sociale. Altro non si evince.

Domanda
Usa spesso il termine “normalità”. Può definirla?

Risposta
Il concetto di “normalità” in Psicoanalisi non esiste dal momento che i conflitti psichici sono inquadrati in maniera topica, dinamica ed economica e si spiegano e giustificano. La “normalità” si può attestare nell’uso equilibrato e armonico dei meccanismi e dei processi psichici di difesa dall’angoscia. Questi ultimi sono operazioni di protezione messe in atto dall’Io per garantire la sicurezza contro le emergenze proibite e pericolose che vengono dal Super-Io e dall’Es. A livello psicosociale la “normalità” si manifesta quando la persona non è di danno a se stessa e agli altri. Quest’ultimo criterio è molto importante, spesso determinante anche se non è esauriente. Il discorso scientifico è molto complesso e dipende notevolmente dall’evoluzione storica e culturale, nonché dalle varie metodologie e scuole di ricerca.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Natalina merita di essere associato a un prodotto culturale particolarmente significativo, “La cura” di Franco Battiato, un testo lirico tradotto in musica che ha due attinenze con il sogno, l’amor proprio e la sublimazione.
La psicodinamica riguarda la cura di se stesso e non dell’altro. L’autore, infatti, proietta su “un essere speciale” l’accudimento amoroso di se stesso, un’operazione a metà tra il corposo amor proprio e il sano narcisismo. Il testo è di scuola neorealista e popolare, procede per nessi logici e per figure retoriche, trova la sua poesia nel “sentire buddista” e nelle filosofie orientali che inseriscono l’uomo nel cosmo. Il “panpsichismo” o “tutto animato” consente al testo di respirare verso l’alto e di non fermarsi esclusivamente alla materia.
Ecco i verbi che muovono il significato e le emozioni del testo.
“Ti proteggerò” esprime l’amor proprio in versione affettiva, fare da madre a se stesso.
“Ti solleverò” attesta di una leggera “sublimazione maieutica”, un nobile far nascere il “non nato di sé”, l’arte dell’ostetrica.
“Supererò” condensa un andare oltre, il procedere verso dimensioni psichiche sconosciute e negate in precedenza.
“Vagavo” contiene l’indistinto e l’indeterminato psichici, le condizioni per la “coscienza di sé” e la formulazione del desiderio e del bisogno.
“Ti porterò” esprime la “libido genitale”, il dono orientale di una dimensione psichica senza affanni.
“Percorreremo” dice dell’approfondimento del “senso di sé”, del proprio essere, del materiale psichico che si concretizza nella vita che si sta vivendo e da vivere.
“Ti salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.”
Questa è la degna sintesi e la degna conclusione del viaggio verso la migliore “coscienza di sé”, quella che sa e risolve le angosce, le malinconie, le fobie, le paure, le ansie: il migliore “sapere di sé” possibile alle condizioni in atto.
Cosa pensa il compatriota Franco del sogno?
“Più veloci di aquile i miei sogni attraversano il mare.”
Il sogno è assimilato all’aquila e al mare, all’acutezza intellettiva e alla dimensione psichica profonda.
Il testo merita un approfondimento analitico, una decodificazione che mi riprometto di eseguire quanto prima.

LA CURA
di
Franco Battiato

Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie,
dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via,
dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo,
dai fallimenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai dolori e dai tuoi sbalzi d’umore,
dalle ossessioni delle tue manie.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
E guarirai da tutte le malattie
perché sei un essere speciale
ed io avrò cura di te.
Vagavo per i campi del Tennessee
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori bianchi per me?
Più veloci di aquile i miei sogni
attraversano il mare.
Ti porterò soprattutto il silenzio e la pazienza.
Percorreremo assieme le vie che portano all’essenza.
I profumi d’amore inebrieranno i nostri corpi,
la bonaccia d’agosto non calmerà i nostri sensi.
Tesserò i tuoi capelli come trame di un canto.
Conosco le leggi del mondo e te ne farò dono.
Supererò le correnti gravitazionali,
lo spazio e la luce per non farti invecchiare.
TI salverò da ogni malinconia,
perché sei un essere speciale ed io avrò cura di te…
io sì, che avrò cura di te.

 

 

“LA SUBLIMAZIONE DELLA LIBIDO”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Essendomi appena lasciata con il mio compagno decido di andare a prendere i miei effetti personali.
Mi reco quindi a casa sua, entro nel cortile dove c’è una grande pergola d’uva e sopra delle piante rampicanti.
Vi sono due fili di quelli dove si stendono la biancheria ad asciugare, uno molto in alto a circa quattro metri e un altro molto basso.
Sopra vi è stesa la mia biancheria intima, anzi no, costumi da bagno: sopra tutti i reggiseni e sotto tutti gli slip.
Decido allora di cominciare da sopra che è più difficoltoso.
Isso una scala a pioli in legno e salgo.
Quando sono sopra, ho molta paura perché la scala è traballante e poco stabile ed è appoggiata a dei rami di piante rampicanti.
Quando mi accingo a tirar giù i reggiseni, mi rendo conto che sono molto brutti e mi sembra quasi impossibile che sia roba mia.
Ce n’è uno rosso bordò, uno rosso e nero e sono tutti molto sbiaditi.
Poi controllo giù gli slip e vedo che sono altrettanto brutti, a parte uno con lo sfondo bianco e dei fiori azzurri e tutto il contorno nero che è molto carino, ed un altro simile con del pizzo nero.
I reggiseni sono attaccati per le bretelle al filo con due o tre mollette di legno.
Ma perché cavolo avrò messo tutte queste mollette se adesso faccio così fatica a staccarli?
Mi devo tenere con una mano alle piante rampicanti e con l’altra devo staccarli, mi sento sempre più in pericolo e voglio far presto perché il mio compagno non mi veda.
In quel momento entra nel cortile mio figlio.
Lo chiamo e gli dico di tenermi la scala così sto più veloce e mi sento più sicura, ma lui mi dice che non c’è nessun pericolo e non serve.
Allora arrabbiata io gli urlo di nuovo di tenermi la scala e proprio in quel momento la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani ad uno sporto di un terrazzo e chiamo in aiuto mio figlio perché mi riporti la scala.
Ma lui si mette a ridere e mi dice: “ma non vedi che sei quasi a terra?” Effettivamente mancavano solo due metri da terra e cosi salto giù e non mi faccio male.
Mi metto allora a prendere su tutti gli slip e poi realizzo che mi devo cambiare di abito.
Allora vado all’interno dei locali di un’attività che gestivo con il mio compagno e stranamente è tutto aperto, sia le porte davanti che quelle posteriori. Non c’è nessuno dentro a vigilare.
Comunque io sto veloce a cambiarmi e poi me ne vado senza che lui mi veda.”

Acrobata

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Quello di Acrobata è un sogno narrativo, lungo nella trama ma sintetico nei simboli, a conferma che l’autrice ha una fantasia discorsiva sostenuta dai necessari nessi logici. Questo sogno non presenta assurdità e qualche stranezza è dovuta alla simbologia connessa.
La causa scatenante è la rottura della relazione con il compagno, ma la separazione non si risolve con grandi angosce o fantasmi depressivi di perdita, ma addirittura con il recupero di “parti psichiche di sé” temporaneamente dismesse. Si può affermare che questa rottura è stata salutare perché le “parti” suddette erano quelle sessuali, attributi che Acrobata provvedeva a supportare con il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”.
Questo sogno è didattico perché indica come chiudere un rapporto che non funziona.
Estrapolerò le parti simboliche collegandole in un’interazione molto chiara e provvida. Tralascerò le parti narrative in quanto fanno soltanto da cerniera logica al discorso simbolico.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Essendomi appena lasciata con il mio compagno decido di andare a prendere i miei effetti personali.”

Acrobata introduce l’assunto di base del sogno: la separazione dal compagno, la rottura affettiva, la reazione al ritorno dello stato di singolarità.
Il simbolo si nasconde nei “miei effetti personali”.
Nella realtà si tratta delle varie cianfrusaglie che si condividono in una casa, lo spazzolino da denti, il poster in rosso e nero di Che Guevara, il corredo, il plaid preferito e altro, ma simbolicamente si tratta di un meraviglioso recupero della propria “identità psichica” alla luce dell’esperienza umana vissuta nel bene e nel male.
Acrobata procede a una rivisitazione del “chi ero prima, durante e dopo la storia”.
Acrobata non si deprime, ha razionalizzato il tutto e ha deciso di ricostituirsi al meglio senza nulla affermare e senza nulla negare.
Ricordo che il latino “persona” traduce la parola “maschera”, per cui “effetto personale” si traduce nel “modo” di manifestarsi agli altri.
Non ci resta che vedere quali “modi” recupera Acrobata.

“Mi reco, quindi, a casa sua, entro nel cortile dove c’è una grande pergola d’uva e sopra delle piante rampicanti.”

Si va verso l’alto.
Il sogno si compiace di prendere questa direzione simbolica: la “sublimazione della libido”, il processo di difesa principe per evitare l’angoscia della materia e delle pulsioni.
Acrobata rivisita i modi di apparire del suo “ex” soprattutto nell’ambito sociale, “casa sua” e il “cortile”, e trova in se stessa una gran confusione mentale e tanto stress misto a sovrastrutture ideologiche definibili come fissazioni, paturnie o idee ossessive: “piante rampicanti”.
Acrobata si accompagnava a un uomo che gli procurava vergogna e confusione.

“Vi sono due fili di quelli dove si stendono la biancheria ad asciugare, uno molto in alto a circa quattro metri e un altro molto basso.”

Persiste la direzione “alto”, il simbolo della “sublimazione”, della nobilitazione della materia e della dimensione corpo.
“La biancheria ad asciugare” attesta simbolicamente di coinvolgimenti personali generici e bisognosi di precisazione. Acrobata ha investito nella relazione affetti e intimità, idee e azioni, mente e corpo.
“Asciugare” consegue a un buon “aver lavato” e traduce la simbolica “catarsi” del senso di colpa. Vedremo in seguito quali panni sporchi sono stati lavati e messi ad asciugare da Acrobata, ma di sicuro sappiamo che questi “fili” sono in alto, uno “molto alto” e molto sublimato e uno “molto basso” e meno sublimato.

“Sopra vi è stesa la mia biancheria intima, anzi no, costumi da bagno: sopra tutti i reggiseni e sotto tutti gli slip.”

Ecco la sessualità sublimata!
Acrobata ha sublimato la sua “libido” e nello specifico quella sessuale, “la mia biancheria intima”, che poi corregge in “costumi da bagno”, abbigliamenti intimi leciti a essere esibiti socialmente. Trattasi sempre di intimità e di sessualità fatte oggetto di “sublimazione”, anzi, per la precisione, “tutti i reggiseni” sono più sublimati, “sopra”, rispetto a “tutti gli slip” che sono meno sublimati, “sotto”.
Due domande nascono spontanee: perché questa distinzione tra reggiseni e slip?
Perché il reggiseno e il suo contenuto erotico è più sublimato dello slip e del suo contenuto orgasmico?
La “sublimazione” del seno equivale ad affetto destituito di erotismo: Acrobata voleva bene al suo “ex” come un figlio da nutrire e da accudire.
La “sublimazione” della vagina equivale a libera gestione secondo le regole di un potere femminile da gestire. Acrobata desiderava sessualmente il suo “ex” per sviluppare il potere femminile sotto forma di manipolazione.
Si manifesta una distorsione della pura vita sessuale e della autentica “libido”.

“Decido allora di cominciare da sopra che è più difficoltoso.
Isso una scala a pioli in legno e salgo.”

Procedere nella decodificazione del sogno diventa intrigante.
Acrobata vuole disbrigare le ragioni di tanta “sublimazione” della “libido” e della distinzione tra funzioni erotiche-sessuali, il reggiseno e lo slip, simbolicamente l’affettività e il coito, l’oralità e la genitalità.
Questo è il senso di “isso una scala a pioli in legno e salgo”.

“Quando sono sopra, ho molta paura perché la scala è traballante e poco stabile ed è appoggiata a dei rami di piante rampicanti.”

Riepilogo: Acrobata si sta chiedendo in sogno il perché della “sublimazione della libido” operata nella relazione con il suo “ex”, un processo psichico di nobilitazione “traballante”, che fortunatamente non ha sempre funzionato, “poco stabile”, oltretutto una “sublimazione” più ideologica che reale, basata su pregiudizi e paturnie che su un’effettiva altruistica anestesia.
Acrobata, rivisitandosi in questa relazione archiviata, scopre con paura di essersi affidata a un “processo psichico” complicato e pericoloso se usato in eccesso.
Meno male che in lei non ha sempre funzionato.

“Quando mi accingo a tirar giù i reggiseni, mi rendo conto che sono molto brutti e mi sembra quasi impossibile che sia roba mia.
Ce n’è uno rosso bordò, uno rosso e nero e sono tutti molto sbiaditi.”

Acrobata si meraviglia di avere sacrificato l’erotismo del seno e di averlo convertito in una nobile affettività del tipo “ti voglio bene, ma non ti amo e non mi attizzi: “molto brutti e mi sembra quasi impossibile che sia roba mia.”
Acrobata prende coscienza tramite il sogno di avere distorto la vera direzione delle sue pulsioni erotiche e sessuali.
Una domanda è lecita: perché?
La risposta è perentoria: per difesa dal coinvolgimento.
Altra domanda lecita: non lo amava?
Non era presa perché era molto difesa di suo in primo luogo e usava questa difesa con lui, difese ormai molto “sbiadite” e non degne di essere istruite. Acrobata sta prendendo coscienza che deve coinvolgersi per godere delle mirabili proprietà erotiche del suo seno.

“Poi controllo giù gli slip e vedo che sono altrettanto brutti, a parte uno con lo sfondo bianco e dei fiori azzurri e tutto il contorno nero che è molto carino, ed un altro simile con del pizzo nero.”

Si conferma la distorsione che Acrobata ha operato anche sulla sessualità: “gli slip… altrettanto brutti”.
Facendo il bilancio psicofisico della relazione, Acrobata ha lucida la convinzione del suo sacrificio erotico e sessuale, ma soprattutto che non riusciva ad abbandonarsi con il suo “ex”. Aveva, inoltre, maturato una disistima sulle sue capacità seduttive e soltanto a volte riusciva ad apprezzare la sua “libido” più per astinenza che per effettivo coinvolgimento: “lo sfondo bianco e dei fiori azzurri …e un altro simile con del pizzo nero”.
“Controllo” e “vedo” sono funzioni valutative e razionali dell’Io, atte alla presa di coscienza di tanto malessere psicofisico.

“I reggiseni sono attaccati per le bretelle al filo con due o tre mollette di legno. Ma perché cavolo avrò messo tutte queste mollette se adesso faccio così fatica a staccarli?”

Acrobata si lamenta con se stessa: “ma perché cavolo” mi sono messa con quest’uomo con cui ho dovuto sacrificare la mia affettività e la mia sessualità?
Le “mollette di legno” rappresentano simbolicamente i nessi logici e associativi per giustificare gli accadimenti.

“Mi devo tenere con una mano alle piante rampicanti e con l’altra devo staccarli, mi sento sempre più in pericolo e voglio far presto perché il mio compagno non mi veda.”

Acrobata ha dovuto difendersi con le fantasie e le elucubrazioni mentali per giustificare il suo stato di donna sacrificale e sacrificata. Ha dovuto mentire a se stessa per andare avanti in questa problematica relazione, per cui proietta sul compagno la mancata presa di coscienza: “il mio compagno non mi veda”.
Il senso del “pericolo” si giustifica con il malessere accusato e crescente in questo contesto esistenziale. Acrobata si è compensata con le fantasie, ma questa evasione non funziona più sotto la spinta delle pulsioni dell’Es e dietro la consapevolezza di uno stato di malessere e di sacrificio della sua sessualità.

“In quel momento entra nel cortile mio figlio.
Lo chiamo e gli dico di tenermi la scala così sto più veloce e mi sento più sicura, ma lui mi dice che non c’è nessun pericolo e non serve.”

Acrobata ha una condizione pregressa di madre e capisce che il figlio fungeva da ostacolo e da alleato nella sua relazione, motivo per cui ha attivato il processo della “sublimazione della libido”: “tenermi la scala”.
Acrobata oscilla tra il permanere e il fuggire dalla relazione e proietta questa sua incertezza conflittuale sul figlio: “non c’è nessun pericolo e non serve”.

“Allora arrabbiata io gli urlo di nuovo di tenermi la scala e proprio in quel momento la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani ad uno sporto di un terrazzo e chiamo in aiuto mio figlio perché mi riporti la scala.”

Si conferma la “proiezione” che Acrobata opera nei riguardi del figlio sul processo di difesa della “sublimazione della libido” che non funziona più come in passato: “cado e mi afferro”. Acrobata si è sentita a disagio nel dovere di giustificare al figlio la presenza di un uomo che non è il padre. Spesso le madri accusano nei confronti dei figli la vergogna di avere un altro uomo e preferiscono sacrificare il loro equilibrio psicofisico. Non si rendono conto che, in effetti, si tratta di una loro precisa resistenza e difesa nei confronti di un coinvolgimento affettivo e sopratutto sessuale.
Il figlio, infatti, sostiene la madre e ridimensiona la sua psicodinamica. Meglio, Acrobata fa dire al figlio quello che desidera che il figlio pensi: “mamma non sublimare la tua libido e coinvolgiti nei tuoi investimenti e nelle tue storie”.

“Ma lui si mette a ridere e mi dice: “ma non vedi che sei quasi a terra?” Effettivamente mancavano solo due metri da terra e cosi salto giù e non mi faccio male.”

Acrobata proietta sul figlio la sua convinzione di essere tornata con i piedi per terra e di avere ridimensionato l’uso del processo di difesa della “sublimazione della libido”: “non vedi che sei quasi a terra?”
Il rientro alla normalità degli investimenti della “libido” e il ritorno al gusto del corpo si condensano in quel benefico “così salto giù e non mi faccio male”.
“Ridere” condensa l’ironia equivalente a un godimento erotico, uno sciogliersi e un abbandonarsi sensoriali.

“Mi metto allora a prendere su tutti gli slip e poi realizzo che mi devo cambiare di abito.”

Acrobata ricompatta il “sublimato” e lo riporta alla sua materialità funzionale. L’autonomia riconquistata induce Acrobata a riprendere i tratti reali della sua identità psichica senza ricorrere a sacrifici inutili della materia vivente e pulsionale.
In primo luogo Acrobata si riappropria della sua sessualità genitale, “tutti gli slip”, e poi realizza che si deve “cambiare di abito”, deve riassumere i tratti psichici riconquistati e riattivati in una degna e idonea “organizzazione” o struttura.

“Allora vado all’interno dei locali di un’attività che gestivo con il mio compagno e stranamente è tutto aperto, sia le porte davanti che quelle posteriori. Non c’è nessuno dentro a vigilare.”

Acrobata regredisce al tempo in cui ha operato la “sublimazione della libido” come difesa dal coinvolgimento sessuale, al tempo in cui ha iniziato la storia con il suo “ex”, e si ritrova disposta e consapevole a riprendere le antiche e giuste fattezze psicofisiche: “tutto è aperto”.
Acrobata in questo ritorno al passato non trova ostacoli consapevoli o inconsapevoli: le porte sono aperte davanti e dietro, il mio “Io” sa di sé al presente e ha anche coscienza del materiale psichico rimosso.

“Comunque io sto veloce a cambiarmi e poi me ne vado senza che lui mi veda.”

Il salmo si conclude in “gloria” perché la consapevolezza è dominante e vincente.
Acrobata “sa di sé” e può procedere usando meccanismi di difesa meno dannosi: “poi me ne vado”.
E’ pronta a godere del suo corpo e a coinvolgersi nelle future relazioni significative.

PSICODINAMICA

Il sogno di Acrobata sviluppa la psicodinamica della “sublimazione della libido” e del suo superamento evolutivo grazie a una riconciliazione con la materia gaudente del corpo.
Acrobata era legata a un uomo che non l’attraeva e si costringeva ad accontentarsi difendendosi dalle ansie di una nuova e diversa relazione d’amore e di attrazione.
Acrobata conclude con la presa di coscienza dell’uso abnorme e difensivo della “sublimazione” e si dispone al nuovo che verrà con calma e desiderio. Questa è la funzione del sogno di integrare a livello psichico traumi e difficoltà umane manifestandole in forma simbolica.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Acrobata manifesta la presenza dell’istanza pulsionale “Es” in “sopra delle piante rampicanti.” e in “Vi sono due fili di quelli dove si stendono la biancheria ad asciugare, uno molto in alto a circa quattro metri e un altro molto basso.” e in “Sopra vi è stesa la mia biancheria intima, anzi no, costumi da bagno: sopra tutti i reggiseni e sotto tutti gli slip.” e in “Isso una scala a pioli in legno e salgo.” e in “la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani” e in altro.
Il sogno di Acrobata manifesta la presenza dell’istanza vigilante e razionale “Io” in “decido” e in “mi reco” e in “controllo” e in “vedo” e altro.
Il sogno di Acrobata manifesta la presenza dell’istanza censoria e limitante “Super-Io” in “Ma perché cavolo avrò messo tutte queste mollette se adesso faccio così fatica a staccarli?”.
Le “posizioni” psichiche evidenziate sono la “orale”, la “anale”, la “genitale”.
La “posizione orale” appare nel seno traslato nel reggiseno e nella “libido” erogena del succhiare e appagarsi: “sopra tutti i reggiseni”.
La “posizione anale” è supposta e compresa nella “traslazione” della “libido sadomasochistica” in “sotto tutti gli slip”.
La “posizione genitale” è evidenziata nella “traslazione” della “libido sessuale” in “sotto tutti gli slip”.
Acrobata è alla ricerca di un migliore coinvolgimento e di una migliore espressione della “libido” generale senza fare ricorso a difese eccessive e dispendiose.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Acrobata usa i seguenti “meccanismi” e “processi” di difesa dall’angoscia:
la “condensazione” in “casa” e in “biancheria intima” e in “cortile” e in “ cambiarsi d’abito”,
lo “spostamento” in “slip” e in “reggiseno” e in “costumi da bagno”,
la “traslazione” in slip” e in “reggiseno”,
il “simbolismo” in “molto in alto” e in “molto basso”,
la “figurabilità” in “Vi sono due fili di quelli dove si stendono la biancheria ad asciugare, uno molto in alto a circa quattro metri e un altro molto basso.”,
la “proiezione” in “non c’è nessun pericolo e non serve.” e in “la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani ad uno sporto di un terrazzo e chiamo in aiuto mio figlio perché mi riporti la scala.”
Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” è dominante, “molto in alto”, e governa tutto il sogno.
Il processo psichico di difesa della “regressione” è presente in “Allora vado all’interno dei locali di un’attività che gestivo con il mio compagno”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Acrobata evidenzia tratti “orali” e “genitali” all’interno di una organizzazione psichica “genitale” resa conflittuale da una rassicurante dipendenza e dalla ricerca di emancipazione.

FIGURE RETORICHE

Il sogno di Acrobata presenta le seguenti figure retoriche:
la “metafora” o relazione di somiglianza in “casa” e in “cortile” e in “piante rampicanti” e in “pergola d’uva”,
la “metonimia” o nesso logico in “ biancheria intima” e in “molto in alto” e in “molto basso” e in “cambiarsi d’abito”,
la “enfasi” o forza espressiva in “Allora arrabbiata io gli urlo di nuovo di tenermi la scala e proprio in quel momento la scala mi scappa dai piedi e io cado e mi afferro con le mani ad uno sporto di un terrazzo e chiamo in aiuto mio figlio perché mi riporti la scala.”

DIAGNOSI

La diagnosi dispone per la benefica risoluzione di un uso eccessivo del processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” con le conseguenti cadute del gusto della vita sessuale per il vantaggio secondario della convivenza. Il sogno di Acrobata pone il conflitto psichico e lo risolve con la riconquista dell’autonomia.

PROGNOSI

La prognosi impone ad Acrobata di cimentarsi nella conquistata autonomia facendo perno esclusivamente su se stessa e sulle proprie capacità per accedere alla conquista del nuovo mondo, l’universo maschile epurato da paure e da fasulli riconoscimenti.
Una buona dose di “libido narcisistica” e una altrettanto buona dose di amor proprio sono indispensabili per adire nelle migliori relazioni possibili senza dipendenze e inferiorità.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una sindrome psiconevrotica d’angoscia legata alla mancata realizzazione della materia corpo e della “libido” collegata. La conversione isterica della “libido” frustrata è sempre possibile e in agguato: meccanismo di difesa della “formazione di sintomi”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Acrobata è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Realismo e simbolismo si combinano discorsivamente in maniera equa.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Acrobata si attesta in un incontro fortuito o in una riflessione consapevole.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Acrobata è “dinamica discorsiva”. La trama si snoda in maniera acrobatica associativa e logica consequenziale giustificando in parte la componente surreale del sogno.

REM – NONREM

Nella sua variegata espressione il sogno di Acrobata è stato elaborato in uno stato di relativa agitazione e possibilmente nella fase mediana, seconda o terza, del sonno REM. Acrobata ha trovato nelle allucinazioni del sogno la naturale via di scarico al nuovo benessere psicofisico.

FATTORE ALLUCINATORIO

Il sogno di Acrobata coinvolge in maniera dominante la “vista”: “Mi reco quindi a casa sua, entro nel cortile dove c’è una grande pergola d’uva e sopra delle piante rampicanti.” e seguenti.
Il senso “udito” è allucinato in “ Lo chiamo e gli dico” e in “gli urlo” e in “Ma lui si mette a ridere e mi dice: “ma non vedi che sei quasi a terra?”.
Il senso del “tatto” è allucinato in “Isso una scala a pioli in legno e salgo.”
I sensi “olfatto” e “gusto” non sono attivati in maniera specifica.
La sintesi di alcuni sensi o “sesto senso” è attivato in “Quando sono sopra, ho molta paura perché la scala è traballante e poco stabile ed è appoggiata a dei rami di piante rampicanti.” e anche in “Ma lui si mette a ridere”.
Il processo allucinatorio è privilegiato nello svolgimento della psicodinamica e nell’alternarsi dei sensi.

DOMANDE & RISPOSTE

La lettrice anonima, dopo aver letto l’interpretazione del sogno di Acrobata, ha posto le seguenti domande.

Domanda
Un esempio comprensibile di “sublimazione” me lo può fare?

Risposta
Gli esempi classici, quelli che compaiono nei sommari di Psicoanalisi, sono questi: un sadico sublimato è un buon chirurgo piuttosto che un criminale, un prete è chiamato a sublimare la sessualità nell’amore verso il prossimo, uno sportivo sublima “libido” nella competizione.
Bastano?

Domanda
Acrobata si accompagnava a un uomo da cui non era attratta ed eccitata, per cui sublimava la sessualità in cambio di non restare sola. Possibile?
Esistono donne che si accontentano di stare con l’uomo sbagliato per paura di restare sole?

Risposta
Sì e specialmente nella fascia d’età che viaggia tra i trenta e i quaranta e tra i cinquanta e i sessanta.
La prima fascia è affollata da donne che vogliono maritarsi per realizzare la maternità.
La seconda fascia è occupata da donne che affrontano in maniera depressiva la menopausa e si legano ulteriormente al proprio partner nonostante le sue malefatte, strutturando una dipendenza psichica.
In ogni modo la solitudine è una brutta bestia per tutti, così come il senso d’inferiorità e d’inadeguatezza costringono a scelte improvvide e dannose.

Domanda
Acrobata si faceva tante paturnie: perché?

Risposta
Acrobata compensava con le fantasie le frustrazioni che si procurava con le “sublimazioni” della sua sessualità, ma questa operazione non bastava alla sua economia psichica.

Domanda
Quanto è importante in una coppia una buona vita sessuale?

Risposta
La coppia si contraddistingue per l’esercizio della “libido” e, di conseguenza, questa magia psicofisica è l’essenza di una relazione, sia pur con tutte le manipolazioni dei meccanismi di difesa dell’Io.
La “libido” si evolve insieme alle persone che formano la coppia, ma è sempre importante l’esercizio e la consapevolezza.

Domanda
Cosa intende per “libido”?
Mi sembra di capire che non coincide totalmente con la sessualità.

Risposta
Capito bene!
La “libido” non si riduce agli organi sessuali, ma è quell’energia del vivente che si articola in mille investimenti, dall’amore per il gatto all’emozione per il tramonto, dalla cura del tuo uomo o della tua donna all’accudimento dei figli, dal tifo per la squadra del cuore alla passione per il gioco degli scacchi e avanti ancora di questo passo per arrivare allo “amor fati”, l’amore del tuo destino di vivente.

Domanda
Perché da un po’ di tempo associa una canzone di musica leggera al sogno che interpreta?

Risposta
Le canzoni sono prodotti della Fantasia e della Ragione, dei “processi primari” e dei “processi secondari”. Sono veicoli immediati di schemi culturali, di valori sociali e di modi psichici. Trasmettono alla gente comune, il benamato popolo, un “sapere” democratico in cui ritrovarsi e identificarsi attraverso l’emozione della musica. Le canzoni hanno grande diffusione e specialmente in questi ultimi tempi non hanno testi banali: tutt’altro! Comunicano, ironizzano, contestano, dimostrano, raccontano, spiegano, denunciano, insegnano e altro: “sono sempre sul pezzo” del momento storico che considerano. Trattano archetipi come il padre e la madre, l’amore e il desiderio, l’odio e il dolore. Le scuole principali in atto sono la realistica,la surreale e l’ermetica, ma tutte le canzoni si capiscono sempre grazie al collante della musica e della musicalità e soprattutto grazie a chi le ascolta, le interpreta e le significa. Le canzoni hanno il dono di essere “significanti” democratici: tutti quelli che ascoltano, interpretano e rivivono il loro materiale psichico incamerato sul tema. In tanto positivo travaglio notevole è il contributo dei “rapper” con le loro intelligenti e impegnate “rappate”.
Le canzoni sono assimilabili ai “sogni a occhi aperti” e ai “sogni a occhi chiusi” sia per la fattura e sia per il contenuto.
Per il momento mi fermo, ma c’è tanto da aggiungere.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

A proposito della “sublimazione” offro qualche notizia anche per suffragare la domanda dell’acuta lettrice anonima.
Freud aveva individuato questo meccanismo e il suo processo e l’aveva definito una “deflessione” di cariche istintuali dagli originari fini sessuali verso altri propositi più nobili e socialmente utili.
L’istinto sessuale cambiava oggetto e fine e trovava una soddisfazione sostitutiva.
Le cariche istintuali in genere, in particolare quelle sessuali, nelle vicissitudini del loro percorso possono essere desessualizzate attraverso una serie di compromessi in maniera tale che lo loro originaria connessione con i fini istintuali si attenua notevolmente al punto che non si individua.
La Cultura sottrae energie sessuali per destinarle a investimenti sociali, per cui la civilizzazione comporta un grosso sacrificio della sessualità.
La “sublimazione”, finché funziona, ha lo stesso esito di una “rimozione” ben riuscita.
Nella soluzione ottimale della “posizione edipica”, la conflittualità con i genitori, abbiamo la “sublimazione” dell’amore verso il genitore del sesso opposto e la “formazione reattiva” nei confronti dell’angoscia di punizione da parte del genitore dello stesso sesso proprio identificandosi per paura in lui: identificazione nell’aggressore.
Il “maschile” il “femminile” sono il precipitato o il risultato di “sublimazioni” di cariche sessuali e di “formazioni reattive”.
La “sublimazione” allarga i processi mentali e arricchisce l’Io.
Il processo normale e non patologico della “sublimazione” esige la condizione che non sopprima ogni attività sessuale o aggressiva.
Concludendo, la “sublimazione” serve a nuovi scopi pulsionali di tipo sociale e serve a integrare il “Super-Io” con i doveri e le leggi.

A proposito ancora del tema della solitudine e del servizio della donna verso l’uomo che non si ama o che non ama, propongo l’ascolto della canzone di Anna Oxa e la giusta riflessione sul tema.
Vi auguro buon divertimento.

Un’emozione da poco di I. Fossati – Guglielminetti

C’è una ragione che cresce in me
e l’incoscienza svanisce e come un viaggio nella notte finisce.
Dimmi, dimmi, dimmi che senso ha dare amore a un uomo senza pietà,
uno che non si è mai sentito finito,
che non ha mai perduto, mai per me, per me una canzone,
mai una povera illusione un pensiero banale, qualcosa che rimane.
Invece per me, più che normale
che un’emozione da poco mi faccia stare male,
una parola detta piano basta già ed io non vedo più la realtà,
non vedo più a che punto sta
la netta differenza fra il più cieco amore
e la più stupida pazienza.
No, io non vedo più la realtà,
né quanta tenerezza ti da la mia incoerenza.
Pensare che vivresti benissimo anche senza.
C’è una ragione che cresce in me e una paura che nasce.
L’imponderabile confonde la mente
finché non si sente e poi, per me più che normale
che un’emozione da poco mi faccia stare male,
una parola detta piano basta già
ed io non vedo più la realtà, non vedo più a che punto sta
la netta differenza fra il più cieco amore
e la più stupida pazienza.
No, io non vedo più la realtà,
né quanta tenerezza ti da la mia incoerenza.
Pensare che vivresti benissimo anche senza.