LA SOLITUDINE

 

Sono solo ormai.

Anche se sono ancora giovane,

sono solo ormai.

Credimi,

non c’è più nessuno accanto a me,

non ho più nessuno vicino a me.

L’ultimo uomo è andato via

lasciandomi più solo di prima,

più solo che mai.

L’ultima donna è andata via

lasciandomi più solo di prima,

più solo che mai.

Allora mi sono ricordato di te,

di te che, quando chiedevi, chiedevi troppo

e sapevi che chiedevi troppo.

Che esagerato!

Che esagerata!

Tu volevi da me quello che io non ero,

quello che non sapevo essere,

quello che non potevo essere.

Come potevo darti tutto questo vuoto?

Penso ancora l’assurdità di quello che chiedevi:

un nulla mischiato con il niente per stare in piedi.

Eppure, oggi ti vorrei ancora.

Forse non mi crederai,

ma ricordati lo stesso di me,

di me che sono ancora qui per te

e che non sono il Pio o la Pia,

non sono Paolo o dei Tolomei.

Eri come l’oro per me,

l’oro e l’argento nei paramenti sacri dei preti di una volta,

il monumento della città nella piazza del duomo.

Tutti hanno degli eroi

quando non lo sono,

tutti chiedono

quando vogliono qualcosa,

chiedono a chi può sentirli,

a chi ha orecchie per intendere,

a chi ha posperi e coglioni,

lo sai.

Vuoi cambiare vita?

La cambio io la vita a te,

quella vita che non ce la fa a cambiare me.

Bevi qualcosa.

Cosa volevi?

Vuoi fare l’amore con me?

La cambio io la vita

che mi ha deluso più di te.

Portami al mare,

fammi sognare

e dimmi che non vuoi più morire.”



Salvatore Vallone



Il Giardino degli Aranci, Harah Lagin, 31, 01, 2024







A FILOMENA

Mia cara madre,

oggi ti scrivo questa lettera

che non riceverai mai,

che non potrai leggere,

che non ti commuoverà,

ma sono sicura

che in qualche modo ti farà bene

nelle tue perenni regioni celesti,

lontana dai torsoli e dal sangue,

lontana dalle miserie umane,

così come ha fatto fa tanto bene a me

prendere la penna

e buttare le mie semplici parole

su questo foglio bianco di carta.

Finalmente faccio

quello che non sono riuscita a fare

nella mia vita vissuta a fianco a te,

parlare vero e sincero,

parlare d’amore con te,

non un parlare a vanvera o del più e del meno,

un parlare di noi due,

di una madre e di una figlia

che si sono tanto cercate e amate

senza mai apertamente dirlo,

parlare di me,

di una figlia che non è riuscita

a regalarti tutte le parole dei suoi sentimenti,

delle sue emozioni,

delle sue paure,

dei suoi desideri,

delle sue vergogne,

delle sue vittorie,

delle sue sconfitte,

una figlia che non è riuscita a dire di sé

e che, adesso che non ci sei più,

di notte ti sogna nelle altre persone,

di giorno ti cerca tra la gente

perché finalmente è sicura

di quanto ci siamo volute bene

e capisce

perché allora ci siamo tenute a vista

con il pudore e il rispetto.

Oggi finalmente io trovo le parole

per dire quanto ti ho amato,

oggi finalmente trovo la forza

per gridare a te quanto mi manchi

e quanto mi manchi ogni sera prima di addormentarmi

ricordando

quando da bambina volevo sulla mia testa la tua mano,

quella mano che ho sentito tante volte

e quelle volte non erano mai troppe,

quella mano che ho sempre ricordato nei momenti difficili.

La vita è stata severa con te

quand’eri bambina,

la guerra,

la fame,

la lontananza,

la solitudine,

ma ti ha regalato la forza

di portare avanti la famiglia con il tuo lavoro

e di fare studiare quattro figli così diversi e così belli,

come siamo ancora noi,

i tuoi figli rimasti quaggiù

che di notte guardano le stesse stelle nel cielo

con gli occhi rivolti all’insù

nella ricerca del tuo dolce viso.

 

Salvatore Vallone

 

compose e pose per l’eroica Filomena e a sollievo della dolce Chiara

in Carancino di Belvedere,

il giorno 05, del mese di Gennaio, dell’anno 2023



CIAO FERNANDO

Ciao Fernando,

oggi mi sento triste e completamente assente.

Mi sento estranea a me stessa

e sto cercando con questa lettera

un punto d’incontro tra la me stessa esterna e la me stessa interna.

La cosa è difficile,

tremendamente difficile.

Significherebbe la risoluzione della schizofrenia,

la guarigione da un male oscuro,

uno dei tanti mali oscuri,

ammesso e non concesso che la scissione sia una malattia.

Mi hanno detto

che star bene significa impegnarsi e fare le cose.

Allora dovrei star bene

perché partecipo alle attività del Centro diurno dei matti

e a casa mi do da fare anche se in maniera fantasiosa,

il solito mio modo creativo,

quello che alla lunga mi ha fottuto.

E invece non sto bene,

non sto per niente bene, porca paletta.

Ma se non mi ritrovo,

dove sono andata allora?

Dove sono andata a finire?

Perché ci deve essere sempre questa distinzione tra interno ed esterno

per essere normali e soprattutto per stare bene?

E allora perché quando sono completamente esterna,

come in questo periodo,

mi sento triste

e sento che mi manca qualcosa,

sento che mi manca una me stessa,

una partecipazione emotiva,

un coinvolgimento?

E perché quando sono completamente interna,

come in altri periodi,

sto male

e non riesco più a partecipare alla vita di tutti i giorni?

Dove sta la modulazione?

Dove sta la via di mezzo?

Dove sta l’equilibrio?

Dove sta l’incastro?

Dove si può trovare?

Si compra?

Si impara?

Si capisce?

Si sente?

Si sente dove?

Sono forse i farmaci che te lo danno?

Io, di certo, no!

Io non riesco a trovarlo e tanto meno a darmelo.

Non so,

non so proprio.

Mi sento triste

perché tutto è come un battito d’ali di farfalla

e niente si ferma,

niente si fa sentire

come vera partecipazione di una me stessa,

una me stessa qualsiasi,

in tutte le cose che faccio.

Forse m’incasino la vita per niente.

In fondo, se non fosse per questi momenti di tristezza,

le cose andrebbero abbastanza bene.

Se non fosse per questi momenti di tristezza,

non potrei dire che mi sento triste.

Meno male,

perché almeno un pochino mi sento,

almeno un pochino sono viva.

Eppure a volte le distanze si fanno enormi

e quasi mi spaventano.

Mi spaventa l’assenza,

la mia assenza

o meglio l’assenza di una parte di me.

Può spaventare l’assenza di chi va in ferie e ti lascia sola?

Forse questa non spaventa affatto,

ma rende soltanto tristi e malinconici.

Forse è normale sentirsi così.

Magari non va bene

essere troppo in contatto con se stessi

perché si perdono delle occasioni,

le occasioni di stare con gli altri,

di viverla questa vita

per quanto a volte possa sembrare piatta e superficiale.

Tutto questo non mi piace,

Fernando,

non mi piace affatto.

Mi è molto difficile scegliere,

visto che in certi momenti ho la fortuna e la disgrazia di scegliere.

Mi è difficile scegliere

quella che chiamano la salute mentale.

In certi momenti preferisco rifugiarmi nella malattia

e questi momenti arrivano proprio quando sto meglio.

A volte preferisco rifugiarmi nei miei pensieri

per quanto a un certo punto il livello d’angoscia sale

e allora non penso più

e questo vuoto mentale mi spaventa.

Non so se la sensazione che ho alla testa

sia causata dal dormire male o dai farmaci,

ma di certo adesso penso troppo poco

e mi sento rallentata nel pensiero.

La fluidità che c’è,

invece,

quando non sto molto bene,

per quanto confusa o isterica,

questa fluidità mi riempie

e allora mi sento

come quando ero incinta per la prima volta,

come quando aspettavo mia figlia.

Non mi sento sola

e le ore passano

perché i pensieri le fanno passare.

Invece adesso sono praticamente annegata nella banalità della vita

e, tutto sommato, ci si sta bene, sai.

Eppure mi sento triste,

non so esattamente perché a dire il vero,

ma mi sento triste,

profondamente triste.

La tristezza è l’unico contatto

che ho con la me stessa interna,

quella che abita dentro.

E quella che abita fuori,

la me stessa esterna,

che fine ha fatto?

Ma in quanti sono io?

Due, più di due, forse uno?

In quanti si deve essere?

In quanti siete voi?

Nei momenti in cui sono una soltanto

mi sento estremamente sola.

Nei momenti in cui sono due

mi sento meno sola.

Nei momenti in cui siamo tante

mi sento così e così.

Vedi,

oggi abbiamo fatto una riunione

con lo psichiatra e i familiari degli abitanti del Centro diurno

e queste due realtà,

unità sanitaria locale e famiglie dei matti,

mi sembravano distanti tra loro,

molto distanti,

quasi senza possibilità di alcun collegamento.

Io so già che sarò,

se tutto va per il meglio,

per metà giornata Unità sanitaria locale

e per l’altra metà Cooperativa di famiglie infelici.

Ci dovrebbe essere una complementarità,

ma non c’è

o meglio io non riesco a trovarla.

E poi le attività non dovrebbero essere negli stesi orari,

perché creano il conflitto di scegliere.

Credi forse che non mi piacerebbe far pallavolo?

Certo che sì,

ma non posso

perché è nell’orario della seduta di gruppo.

Mi sono presa quest’impegno

e non posso prendermi altri impegni.

Io non ho il dono dell’ubiquità

e la capacità di scegliere mi manca da sempre,

altrimenti non sarei in questo stato di ebete.

Mi sembra che in questa guerra

o in questo quello che è

mi devo schierare e,

piuttosto di farlo,

mi faccio in due, in tre e anche in tante.

Forse non è una guerra,

manca soltanto la comunicazione

e questa è una realtà,

la vera realtà.

Certi segnali purtroppo li leggo

e non vorrei.

Alcuni operatori del centro sono un po’ ostili

e io non vorrei perché mi sento in colpa.

Mi chiedo in che cosa ho sbagliato

e mi tormento

e dopo mi massacro.

E allora mi faccio in tanti pezzi,

piccole parti di me che funzionano ovunque io sono.

Ma io,

io nel mio complesso,

dove sono andata?

Dove mi attesto?

Dove consisto?

Chissà!

Forse dovrei starmene zitta

e non parlare mai,

ma, anche se non parlo,

è sempre così che funziona,

chi sta sopra di me fa di tutto

per far funzionare le cose a modo proprio

e così io non valgo un fico secco neanche a Natale.

E io?

Io mi do da fare,

vado avanti

e tutto il resto lo lascio stare.

E io faccio i bigliettini di auguri

e tutto il resto lo lascio stare,

io faccio il regalo di Natale

e tutto il resto lo lascio stare,

io scrivo nel giornalino “Penso positivo”

e allora penso anche positivo

e tutto il resto lo lascio stare.

Però sai una cosa, mio caro Fernando?

Mi sento triste e amareggiata lo stesso,

ma non fa niente,

lascio stare anche questo,

fumiamoci sopra una sigaretta

e tutto il resto lo lascio stare,

anzi lo lasciamo stare

visto che non sono da sola.

Scusami

se ancora una volta ti ho travolto con le mie paranoie,

ma è che mi sentivo triste

e mi sono partite tutte queste cose,

non so da dove,

visto che avevo la sensazione di vuoto alla testa.

Forse sono partite dalla penna,

forse sono partite dalla mano,

forse sono partite da chissà.

E allora?

Allora tutto il resto lo lasciamo stare.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, (TV), 20, aprile, 1992

MADRE (il tuo non era un deserto)

Passo attraverso il tempo,

stringo la tua mano

e dentro mi sale una musica.

Stelle filanti ti cadono sulle spalle,

sei sempre così elegante,

così bella.

Non ho preso da te, no.

E adesso vai via, vero?

Vorrei che tu non andassi via.

Sei l’unica donna su quest’isola,

senza di te ho le parole a brandelli.

Tu,

la mia pagina bianca,

le mie infinite possibilità.

Continua a dormire,

è domenica.

Adesso vado anch’io,

sola.

 

Sabina

 

Trento 02, 11, 2021

IL TERREMOTO E LA SOLITUDINE

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“Silvia sogna di dormire rannicchiata sul fianco sinistro.

Si sveglia nel sonno per una fortissima scossa di terremoto ondulatorio che dura a lungo.

Silvia non si muove perché è terrorizzata.

Focalizza che può crollare il tetto o aprirsi il pavimento.

Ha paura di alzarsi e pensa che, se non reagisce, può restare sotto le macerie.

Poi la scossa termina e Silvia si alza velocemente e pensa che è ancora in tempo per scappare. Cerca i telefonini, due sul comodino alla destra e quello del marito sul cuscino alla sinistra, ma non li trova.”

Il sogno di Silvia è intensamente poetico, un breve “canovaccio” da sviluppare in teatro da parte di un attore esperto: i tratti dominanti di una struttura psichica e le note caratteristiche di un’esistenza sofferta. Bisogna  rilevare la poderosa capacità di sintesi e di elaborazione creativa del sogno anche in riguardo ai temi più drammatici. Ricordo, a tal proposito, che spesso prima sogniamo e poi agiamo, prima immaginiamo e dopo operiamo nella concreta realtà. Sviluppiamo il sogno di Silvia per avvalorare soprattutto la valenza estetica e la carica di bellezza del suo sogno.

“Silvia sogna di dormire rannicchiata sul fianco sinistro.”

Silvia vuole obnubilare la coscienza, vuole “dormire“ e non vuole vigilare, ama lo stato crepuscolare, ha bisogno di disimpegnarsi dalle mille e altre mille attività della sua quotidianità, vuole temporaneamente “rimuovere” le sue ansie e le sue angosce: questo è il simbolo del “dormire”. Quest’ultimo non tratta di un sonno maligno, tipo il sonno eterno e un fantasma di morte, bensì di una ricostituzione benefica del sistema nervoso e di un rafforzamento della struttura psichica. La postura è fetale. Silvia è nostalgica del grembo materno, ha tanto bisogno di protezione e di accudimento, è contratta nella difesa di sé e dei suoi vissuti dalle minacce del mondo esterno: questo significa simbolicamente l’essere “rannicchiata”. Silvia è rivolta verso il passato, propende alla nostalgia, indulge alle emozioni e ai ricordi, regredisce di buon grado alla rassicurazione delle esperienze vissute, piuttosto che guardare in faccia il futuro e vivere il nuovo che si profila e avanza: questo è il significato del “fianco sinistro”, un rafforzamento dell’essere “rannicchiata”.

“Si sveglia nel sonno per una fortissima scossa di terremoto ondulatorio che dura a lungo.”

La “scossa di terremoto” arriva “fortissima” e improvvisa a turbare la dolce e apparente quiete psichica, la benefica e ambigua stasi regressiva di Silvia: un trauma “ondulatorio”, una violenza sottile che riguarda gli affetti importanti e le relazioni significative. Silvia “si sveglia nel sonno”, è riportata alla coscienza del presente psichico in atto, un presente “che dura” da lungo tempo e dal cui coinvolgimento non può disimpegnarsi. Silvia è costretta alla vigilanza, a pensare ai suoi conflitti e a rimuginare sui suoi traumi, quelli affettivi nel caso specifico. Il moto ondulatorio del terremoto psichico di Silvia evoca gli affetti della culla e il rilassamento legato all’esercizio della “libido”. Sull’ambivalenza simbolica del “terremoto” dirò in seguito nelle “riflessioni metodologiche”.

“Silvia non si muove perché è terrorizzata.”

Ecco il trauma dell’inanimazione! Silvia è bloccata dall’angoscia abbandonica. Silvia è inerte di fronte alla perdita affettiva. Silvia ha nostalgia della rassicurante premura materna. Silvia è sola, esiste, è gettata nel mondo, è regredita al grembo materno e le manca la madre e le sue carezze vitalizzanti per il suo corpo bambino: la madre, in versione maschile o femminile, poco importa. La figura simbolica è evocata, per cui basterebbe anche un padre presente e affettuoso con le funzioni psichiche materne. Silvia è cresciuta sola e da sola.

“Focalizza che può crollare il tetto o aprirsi il pavimento.”

Si profila una prima reazione e si tratta di una reazione mentale, un’idea. Ancora la paralisi isterica della “conversione d’angoscia” è operante. Il sogno di Silvia è quasi incubo, ma Silvia continua a dormire perché le figure legate alla sua angoscia sono adeguatamente camuffate dalla censura onirica. Certo che non è un bel dormire, ma la riflessione di Silvia verte su simboli importanti: il “tetto” o il “sopra”, il “pavimento” o il “basso”, il “crollare” o “l’aprirsi”. Si tratta di un movimento che va dall’alto verso il basso, quel “crollare” che attesta processi depressivi di perdita all’interno della struttura psichica di Silvia. Il “tetto” rappresenta simbolicamente la parte mentale, le idee della nostra “casa psichica”, le riflessioni profonde e i vissuti sublimati all’interno della nostra “formazione reattiva” o carattere. Il “tetto” attesta di una giusta difesa del nostro libero pensare. Nel mio “dizionario dei simboli onirici” trovo scritto alla voce tetto: “difesa ideologica e tendenza alla sublimazione della libido, paura di plagio e istanza psichica dell’Io”. Il “pavimento” condensa la concretezza materiale e il legame alla madre, il pragmatismo e il principio di realtà dell’”Io”. Il “pavimento” che si apre in una voragine attesta di un processo depressivo di perdita degli affetti materni e di un conflitto sempre della sfera affettiva. Non dimentichiamo che il “basso” è il luogo simbolico della colpa e della pena da espiare.

“Ha paura di alzarsi e pensa che, se non reagisce, può restare sotto le macerie.”

Il conflitto tra la passività e l’attività, tra il fare e il giacere, tra l’agire e il subire si profila in maniera drammatica ed è il nucleo profondo della sua dialettica profonda. Silvia oscilla tra la depressione e la reazione. Depressione non significa “morire in vita”, perché è associato al simbolo di “alzarsi” che attesta  un’azione vitale e pragmatica e una sofferta volitività: il tormento del giacere e del muoversi. Le “macerie” rappresentano ciò che resta degli “investimenti della libido” operati nel corso del vivere, un profondo pessimismo sul proprio valore e sul proprio operato. “Alzarsi” è la terapia giusta per “sublimare” l’angoscia in un vago benessere psicofisico.

“Poi la scossa termina e Silvia si alza velocemente e si dice che è in tempo per scappare.”

La crisi depressiva è passata e si prospetta la “fuga nella guarigione”. Silvia  reagisce al suo terremoto ondulatorio scappando, non affronta il conflitto in maniera consapevole e costruttiva, opera una temporanea quanto benefica fuga nella risoluzione del sintomo. Pur tuttavia, si dice che è in tempo. Silvia  sa di come si svolgono queste sue psicodinamiche e trova nella remissione del sintomo un temporaneo sollievo.

“Cerca i telefonini, due sul comodino alla destra e uno sulla sinistra sul cuscino del marito, ma non li trova.”

Silvia si muove alla ricerca dei suoi alleati psichici ed esistenziali, delle sue relazioni significative: “i telefonini”. Ma le relazioni sono conflittuali perché Silvia non trova i collegamenti con le persone importanti come il marito, una relazione intima che si trova “sulla sinistra sul cuscino” ossia appartiene al passato, mentre le altre relazioni del presente ”due sul comodino alla destra, sono contrastate perché Silvia non li trova. Silvia è destinata alla solitudine dopo il terremoto. Uscendo fuor di metafora, il sogno di Silvia attesta di un tratto depressivo esaltato e di un conflitto relazionale in atto che non portano a nessuna soluzione e consolazione. E’ più importante il fatto che non trova i telefonini rispetto alla “scossa di terremoto ondulatorio”.

La prognosi impone a Silvia di rivedere le sue modalità relazionali e le sue esigenze a carico degli altri. Bisognerà ridimensionare le aspettative e approcciarsi in maniera tollerante senza incorrere in sovraccarichi emotivi e nel rigore di attese difficili. Silvia deve acquisire maggiore sicurezza e non deve sentire il bisogno di mettere alla prova coloro a cui è legata nella ricerca di una conferma affettiva.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’isolamento legato all’esaltazione del tratto depressivo e alla sofferenza affettiva: una nevrosi fobico- ossessiva con crisi di panico.

Riflessioni metodologiche: la simbologia del “terremoto” ha una specifica ambivalenza nel suo oscillare tra la vita e la morte, tra gli affetti e i distacchi. Nel suo versante positivo il terremoto comporta una ristrutturazione psichica decisa  e una riformulazione mentale affermativa, una forte capacità di evoluzione e una carica volitiva di spessore. Nel suo versante negativo il terremoto richiama un “fantasma di morte”, la perdita depressiva in vita e la corrispondente caduta degli investimenti della “libido”, un’incapacità a reagire agli eventi più drammatici della vita. Il sogno conferma questa ambivalenza simbolica, ma offre nello stesso tempo altro materiale per capire la giusta decodificazione. Nel sogno di Silvia hanno più rilevanza i telefonini introvabili rispetto alla scossa di terremoto e al suo benefico significato ondulatorio-affettivo.