IL BARDO O ITA DIXIT FRANCUZZUS

“Ultima fermata.
Signori si scende.”

Cicciuzzus Saccuzzus,
il bigliettaio dell’immarcescibile azienda siciliana trasporti,
non transige.
Ipse dixit.
Di poi, si va in rimessa o in garage, s’il vous plait.

“Ultima profondità,
quella finale,
la Morte,
ma non la Morte e basta,
la Morte dopo la Vita.”
Ita dixit Francuzzus.

Consoliamoci.
Magari e per gradire,
una cura ricostituente e antidepressiva fa la sua parte a Catania e a Milano,
quella con le pasticche biologiche all’arsenico e ai vecchi merletti,
quella vegetariana che disdegna le salcicce al finocchietto e al peperoncino,
quella con la mortadella lardellosa igp di una Bologna grassona e ghiotta,
quella che passa la formidabile azienda sanitaria della mitica Siracusa,
quella che serve a un essere speciale come lo stesso Francuzzus.

“Il sonno si alterna alla veglia,
la Morte si alterna alla Vita.
Tra il sonno e la veglia c’è il sogno,
tra la Morte e la Vita c’è il Bardo,
il traghetto tra due Vite che si susseguono,
una che è finita e una che comincia,
il vecchio e il nuovo.”
Ita ridixit magister, titolo oltremodo meritato, Francuzzus.

Ma noi siamo siciliani e abbiamo i traghetti della Caronte,
il dimonio dagli occhi di bragia
che ti porta dal continente direttamente in galera e in tre quarti d’ora,
che ti offre il primo arancino al ragù rancido e rifritto in olio di extra palma,
che ti presenta subito un vassoio di spazzatura all’odore di zagara.
Noi ci consoliamo con un chirurgo estetico,
quel mascalzone fresco di giornata
che da sempre cambia i connotati dall’oggi a ieri
e del mafioso di turno fa un bambino da sciogliere nell’acido,
un Totò con le minne e un Giovanni senza cugghiuna,
un Bernardo come un cane e un Tanu al botulino nelle gote.
Noi siamo fatti così.
Siamo dei mostri,
se vogliamo,
e ce la mettiamo sempre tutta,
storicamente e culturalmente ce l’abbiamo messa tutta
per insegnare ai forestieri
e non sfigurare con il resto del mondo civile.
Fondamentalmente ce la siamo sempre cavata,
anche con i Savoia e con Benito,
con baffone e con gli americani,
con Giulio e con Silvio,
con gli uminicchi e con i quaraquaquà.
Noi siamo gente con il pizzo e con il merletto.
Non ci manca niente,
neanche la cocacola e le mandorle della California.

“Dopo la morte una nuova vita avrà inizio,
ma prima di entrare in una nuova vita,
ci sarà il Bardo,
il Bardo.
Bisogna meditare nel sonno,
notte dopo notte,
per essere consapevoli nel momentum mortis
di quale viaggio si inizia
e quale viaggio si conclude.”
Ita riridixit Francuzzus, u maistru ri Catania!

Ancora che insisti con questa litania orientale
da istituto magistrale e tra i dervisci di casa nostra,
tra i fedeli di cosa nostra.
A me, ormai, gira intorno la stanza
e ho un forte dolore di panza.
Prenderò un biloplofucorene per le vertigini
e una pastiglia di botulino per le rughe allo stomaco.
E poi, ricordiamoci che il preside è fascista,
è presidente di un’Italia giovine
che non ha niente a che fare con Mazzini e con gli scout,
non sopporta le penne a biro o le stilografiche con l’inchiostro blu,
non canta cucurucucù paloma perché è nazionalista,
tanto meno canta ahiahiahi come i picciriddri babbi.
Lui grida soltanto “viva il duce,
viva il duce che ci dà l’acqua e la luce,
e i cannola di ricotta la domenica,
se facciamo i bravi e se vestiamo alla gran moda.

“Il sogno lo sa e lo dice.
Se sei sveglio,
guarda l’esperienza del sonno,
il sogno,
guarda il tuo sogno,
medita.
Medita sul dormire,
sul sognare,
sullo svegliarsi.
Medita sul morire,
sul Bardo,
sulla nuova vita.
Ita firmavit Cicciuzzu, u maistru cantanti e cantaranu!

Ancora,
ancora con questa tiritera di ciciri, parrini e ciuscia.
Cosa vuoi che mediti?
Noi in Sicilia abbiamo le arance rosse come il mestruo di Rosaria
e le arance bionde come le giovani svedesi devote a santa Luciuzza.
Noi abbiamo il Gattopardo,
che ce ne facciamo del Bardo?
Con il principe di Lampedusa siamo a posto
e non abbiamo bisogno di nessuno del continente nero,
quello romano e quello de Milan.
Il premio lo confezioniamo da soli
con una medaglia d’oro del signor Grisafi
e la cassatina alla ricotta con pasta martorana
dell’augusta pasticceria Girlando di Avola.
Non abbiamo altri bisogni.
Non abbiamo altri sogni.
Vogliamo solo dormire.
Siamo autosufficienti e autonomi.
Abbiamo Messina terremotata
e Matteo senza denaro,
abbiamo il dottor Pacchiotta
che fa miracoli con il bisturi e la lupara,
con i colletti bianchi e neri,
con le suore di clausura e con i preti neri e cappelluti.

“Gli Illuminati hanno memoria delle vite precedenti
e dopo la morte sono in grado di conservare la lucidità
anche nella fase del Bardo;
per gli Illuminati la reincarnazione non avrà luogo;
la coscienza,
libera da ogni desiderio,
non si farà irretire in un nuovo ciclo di Vita e Morte;
entrerà direttamente nel Nirvana,
lo stato di infinita pace e saggezza.”
Semper et ita vobiscum noster Franciccium posuit.

Sai che coglioni!
Basta,
fuori i secondi,
i terzi e i quarti di maiale della famosa macelleria
“i piaceri della carne” in Belvedere,
periferia di una oscena e tossica Siracusa.
Ita confirmavit u buddillista dell’istituto magistrale
nell’ora di ginnastica e di religione,
quando i professori erano ancora e almeno un poco istruiti
e insegnavano soprattutto l’educazione.
Chiudiamola qua,
altrimenti la cosa puzza
e ci tocca pagare il pizzo a don Gaetano.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 03, 06, 2021

LE STIMMATE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Buongiorno Salvatore,
volevo raccontarti il mio sogno, non è uno dei miei soliti sogni strani, ma, visto che ieri è stata una giornata tanto serena, mi sembrava strano che avessi fatto questo sogno.
Stanotte ho sognato che mi tagliavo per sbaglio i palmi delle mani mentre cucinavo.
Usciva un sacco di sangue, erano tagli profondi, se non sbaglio tre e addirittura vedevo un tendine fuori, che avevo urgenza di rimettere dentro la mano, ma la mano era stata già medicata e sapevo che, se avessi mosso qualcosa, avrebbe ricominciato a sanguinare.
Ho avuto una notte agitata in cui mi svegliavo di continuo, quindi non ricordo bene il tutto.
Ricordo che preparavo il brodo di carne con il mio ragazzo, per lo più ero io a cucinare, come accade di solito nella realtà.
Nel brodo ci mettevo cose rimaste, pezzi di impanate e ricordo che dovevo mettermi da parte delle uova, così come aveva fatto mia sorella, anche se comunque di uova ce ne erano tantissime perché mia sorella le aveva ricomprate.”
Questo è il sogno di Ambra.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

“volevo raccontarti il mio sogno, non è uno dei miei soliti sogni strani, ma, visto che ieri è stata una giornata tanto serena, mi sembrava strano che avessi fatto questo sogno.”

Non esistono “sogni strani”. I prodotti onirici sono frutto delle nostre esperienze psichiche pregresse e in atto, sono elaborati dai “processi primari” e, in particolare, dai “meccanismi psichici di difesa” della “condensazione”, dello “spostamento” e della “figurabilità”. La loro natura poetica e libertaria li rende “strani”. Proprio perché era “una giornata tanto serena”, la Psiche di Ambra ha potuto elaborare materiale affluito dal “resto diurno” senza alcuna resistenza: un pensiero o un ricordo o un fatto del giorno precedente che ha evocato in libera associazione esperienze psichiche pregresse e ancora in circolo.
Niente di strano, cara Ambra, ma tutto regolare.
In sintesi , il tuo sogno verte sul “narcisismo” in versione sacrificale e adeguatamente composto ed evoluto in versione costruttiva, tratta della sessualità procreativa nella forma del “sangue e delle uova”, nonché sul “sentimento della rivalità fraterna”: un sogno direttamente proporzionale al trionfo della giovinezza femminile con associate le paure e le angosce sui vari temi.
La funzione onirica dirà tutto nel suo linguaggio apparentemente dimenticato.

“Stanotte ho sognato che mi tagliavo per sbaglio i palmi delle mani mentre cucinavo.”

Ambra presenta subito la sfera affettiva e relazionale, “mentre cucinavo”, nonché la sua sfera psichica sacrificale, quasi cristologica, “mi tagliavo i palmi delle mani”. “Per sbaglio” equivale a una revisione del senso di colpa in questa dimensione psichica che tratta i conflitti del sentimento e dell’investimento di “libido”, la vita affettiva e relazionale come detto in precedenza. E in questa dimensione così privata Ambra esibisce a chiare lettere i “segni” della sua elezione, della sua predilezione verso se stessa, del suo “narcisismo”, le “stimmate”, la sua individualità nella versione ricorrente di un segno nella carne che ne manifesta l’eccellenza e il valore. Pur tuttavia, trattandosi di “narcisismo”, Ambra è un’eroina negativa da tragedia greca che si sacrifica per la vita e la vitalità affettive. Ambra ha elaborato nella sua infanzia il “fantasma” narcisistico nell’immagine di una bambina eccellente ed eccezionale, dotata di un forte amor proprio che non disdegna il culto di sé e l’affermazione della sua superiorità e sempre in un ambito familiare ed affettivo. La “posizione psichica orale”, primo anno di vita, e la “posizione narcisistica”, quarto anno di vita, hanno esaltato la “posizione anale”, secondo e terzo anno di vita, con il sacrificio di sé per amore, la classica sintomatologia cristologica della morte per la salvezza del prossimo più vicino. Il senso di colpa ha un ruolo importante nell’infondere energia e sostanza a questa travagliata, quanto naturale, psicodinamica. Siamo e restiamo in un ambito evolutivo di formazione psicofisica.
Procedere nell’interpretazione del sogno di Ambra ha un suo gusto, alla luce della complessità dei temi condensati, spostati e rappresentati dal “lavoro onirico”.

“Usciva un sacco di sangue, erano tagli profondi, se non sbaglio tre e addirittura vedevo un tendine fuori, che avevo urgenza di rimettere dentro la mano, ma la mano era stata già medicata e sapevo che, se avessi mosso qualcosa, avrebbe ricominciato a sanguinare.”

Il bisogno di affermazione e di esibizione, la pulsione narcisistica, è direttamente proporzionale alle esigenze affettive di dare e di ricevere. Il “sangue” è archetipo della Vita e dell’energia vitale, la “libido” nella sua accezione globale, per cui la perdita di “un sacco di sangue” da un lato attesta di quest’angoscia di devitalizzazione e dall’altro lato del forte bisogno di richiamare l’attenzione del prossimo circostante. I “tagli profondi” rievocano anche angosce di deflorazione classiche dell’infanzia, erano tanti e cruenti nell’evidenziare il “tendine”, così come i bisogni di riparazione e di ripristino dell’equilibrio psicofisico turbato erano altrettanto urgenti, per cui Ambra reagisce riformulando la rete delle relazioni affettive in base all’equilibrio migliore possibile alle condizioni date, evidenziando notevoli capacità di leggere le situazioni e le persone e di sapersi adattare. L’evitamento del protagonismo iniziale di stampo narcisistico si evolve nell’intuizione delle psicodinamiche relazionali e nella messa in atto delle strategie idonee al mantenimento dell’equilibrio psichico personale e del gruppo di appartenenza. Resta, in ogni caso, l’esaltazione della “libido narcisistica” al fine di rinforzare l’Io e la “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, la struttura, e di disporre di energie funzionali alla loro crescita e prosperità. L’intelligenza operativa di Ambra è evidente in “sapevo che, se avessi mosso qualcosa, avrebbe ricominciato a sanguinare.” Ambra bambina e adolescente ha saputo adattarsi all’aspra conflittualità delle psicodinamiche in atto e ha reagito istruendo le difese narcisistiche che ha successivamente superato con una migliore presa di coscienza. Nel comporre se stessa si è riconciliata con l’ambiente stabilendo le relazioni migliori per sopravvivere. La valenza narcisistica e la valenza affettiva-relazionale si inseguono e si susseguono sotto la spinta del “sentimento della rivalità fraterna” che è sempre dietro l’angolo e rende il sogno complesso nelle interazioni e ricco di vissuti, a testimonianza della fervida attività della Fantasia di Ambra, meglio dei suoi “processi primari”.

“Ho avuto una notte agitata in cui mi svegliavo di continuo, quindi non ricordo bene il tutto.”

“La notte agitata” si spiega proprio con la complessità interattiva dei “fantasmi” e dei simboli, delle paure e delle angosce, dei bisogni e dei desideri. Ambra oscilla tra il sonno e la veglia, ma, in effetti, l’intensità nervosa è misurata dal mescolarsi del “contenuto latente” e del “contenuto manifesto” del sogno. Se il “lavoro onirico” di camuffamento dei vissuti, messi in gioco nel sonno involontariamente da Ambra, funziona, allora il sonno è profondo e le tensioni sono ridotte al minimo sindacale. In caso contrario, il prezzo da pagare è l’agitazione e il risveglio immediato con incubo incorporato per coincidenza del “contenuto latente” e del “contenuto manifesto”: la “censura onirica” non ha funzionato. Il mancato ricordo del “tutto” è dovuto sempre al camuffamento dei vissuti originari nei simboli e nella loro interazione poetica. Insomma, Ambra è agitata per la qualità umana del materiale che sta sognando e per il duplice registro in cui creativamente lo sta inserendo: l’affettivo e il sessuale.

“Ricordo che preparavo il brodo di carne con il mio ragazzo, per lo più ero io a cucinare, come accade di solito nella realtà.”

“Lupus in fabula”. Questo è il registro sessuale. Ambra si ritrova in piena fusione attiva con il suo “ragazzo” a preparare un “brodo di carne”, un alimento che contiene l’affettività e i sentimenti, ma che ha soprattutto una valenza proprio carnale nella liquidità degli umori e nell’iniziativa del desiderio femminile. Ambra è una donna attiva e fattiva che agisce senza alcuna remora psichica e culturale, gestisce la relazione affettiva ed erotica sessuale con disinvoltura e coglie con precisione i termini neurovegetativi dell’eccitazione e della lubrificazione vaginale: “il brodo di carne” per l’appunto.

“Nel brodo ci mettevo cose rimaste, pezzi di impanate e ricordo che dovevo mettermi da parte delle uova, così come aveva fatto mia sorella, anche se comunque di uova ce ne erano tantissime perché mia sorella le aveva ricomprate.”

Il “brodo”, “i pezzi di impanate”, le “uova” e “mia sorella”, quest’ultima molto provvida nel ricomprare le uova e nel non rimanere senza, questi sono i “quattro elementi psichici” che interagiscono nel finale del sogno di Ambra, dopo che la nostra ex eroina ha abbandonato le “stimmate”, i segni sulla carne diventati inutili nel momento in cui si relaziona con l’esterno e commisura il suo valore nel confronto con gli altri e nell’esibizione delle sue doti. Questi “quattro elementi psichici” sono tenuti insieme dal “sentimento della rivalità fraterna” e dallo spirito di competizione al femminile. Ambra ha maturato un vissuto ambivalente nei riguardi della sorella, un sentimento fatto di affetto e avversione, di autonomia e dipendenza, di complicità e diffidenza. Il tutto rientra nella norma assoluta, così come tutta la psicodinamica del sogno di Ambra, ma viene sviluppato in maniera personale. L’oscillazione tra sessualità e affettività si mostra nel finale attraverso la lubrificazione vaginale, l’affettività, la fertilità e la competizione, i “quattro elementi psichici” di cui si diceva in precedenza. Ambra si identifica nella sorella e nella sua fecondità, la vive come una donna che sa prevedere e provvedere in riferimento al menage affettivo ed erotico, nonché sessuale. La sorella è stata una maestra e un esempio da imitare non soltanto nella vita e vitalità sessuale, ma anche nella sfera affettiva. Spesso le sorelle si educano reciprocamente nei temi scottanti della vita sessuale e della crescita psicofisica. Ambra ha trovato nella sorella una guida a cui affidarsi e da cui diffidare per amore della propria autonomia e differenziazione.
In sintesi il sogno “strano” di Ambra sviluppa all’interno della cornice del “sentimento della rivalità fraterna” la psicodinamica evolutiva della vita sessuale con particolare riferimento ai doni dell’essere femminile, l’eccitazione e la fertilità, la disposizione e la fecondità. La figura maschile è marginale e attesta del gradimento di Ambra di viverla in una “posizione psichica narcisistica”, senza tante dipendenze e altrettante sottomissioni. Ambra mostra il suo culto nei riguardi dell’autonomia, del “far legge a se stessa” negli affetti e nella sessualità, trovando nella sorella un riferimento ambivalente di evoluzione psicofisica. Non dimentichiamo che Ambra si tagliava i palmi delle mani mentre cucinava, ossia nell’esercizio degli affetti e dei sentimenti.
Un ultimo inciso teorico è opportuno sulla tematica universale delle “stimmate”. Sono “segni” sul corpo ottenuti per via fantasmica come nel sogno, “signa”, funzionali all’identificazione e all’identità psichiche. Sono, infatti, risoluzioni della problematica evolutiva in associazione alla “posizione edipica”, la conflittualità con le figure genitoriali. Quando nella triade padre-madre-figlia quest’ultima immette un senso di colpa, avviene la rottura dell’equilibrio relazionale, per cui, sempre la figlia, regredisce e ricorre alla “posizione narcisistica” rafforzando in maniera abnorme l’Io e secondo le linee della colpevolizzazione. Le “stimmate” sono proprio una identificazione colpevolizzata e una identità all’uopo sacrificale, un segno nella carne che è molto difficile ottenere come somatizzazione della pulsione psichica nella realtà di tutti i giorni.
Mi spiego meglio.
Quando nella realtà ci imbattiamo nelle stimmate di una persona che si ritiene a suo modo eletta, bisogna rilevare che è impossibile che la Psiche procuri una somatizzazione di così forte intensità e consistenza. Insomma le “stimmate” non rientrano nella Medicina psicosomatica, ma si addebitano all’azione diretta della persona che intende procurarsi un segno visibile e ultraterreno di elezione. La cosa non è tanto salubre.
Questo è quanto e tanto di più di quel che è dovuto a un sogno apparentemente “strano”.

 

IL SONNO & IL SOGNO

Sonno.

Leggero o profondo,

immagine della fatal quiete o panacea di tutti i mali,

a me tu caro vieni

e naufragar mi è dolce nel tuo ambiguo mare.

Sonno.

Leggero ed evanescente,

nuvola ovattata di fumo bianco

quando il fumo è bianco e dilata gli occhi,

battito rapido di ciglia solerti di madre

quando il figlio è in croce,

palpebre che si muovono

come i cavallucci delle giostre paesane

quando la festa del patrono ha un santo da gabbare.

Sonno.

Profondo e senza sogni,

senza neanche quel qualcosa che è il nulla,

quando c’è quel qualcosa di vuoto

e la percezione è assente,

come la lettera del fante Antonino Mamo

mai pervenuta alla madre dolente dal fronte russo

nella borgata antica della città vecchia

in quel funesto e nero 1944.

Sogno,

sogno che apri le profondità della Vita

alla visione dell’Essere e del Non Essere,

sogno che scuoti e percuoti le radici sfibrate,

come il Libeccio sui vetusti ulivi

quando l’ulivo è antico e carico di consumati inverni.

Sogno,

tu che fai dormire il corpo

per svegliarlo alla meditazione potente

seguendo una scorciatoia

che porta alla metamorfosi interiore,

dalla consubstanziazione alla transubstanziazione,

insieme al Maestro.

Mosè,

Budda,

Socrate,

il Giudeo,

Muhammad,

Arthur,

Karl,

Sigmund,

Friedrich,

Joshif,

Benito,

Adholf,

Palmiro,

Giulio,

Bettino,

Silvio,

Diego Armando,

i Mattei,

Salvuccio Lagrange,

Balduccio Sinagra…?

No, grazie!

E allora?

Allora Lilith,

Saffo,

Santippe,

Ecuba,

Andromaca,

Elena,

Maria,

Lucrezia,

Agrippina,

Lesbia,

Artemisia,

Gaspara,

Vittoria,

Marie,

Teresa,

Grazia,

Rita,

Margherita,

Tina,

Juliette,

Monica,

Nilde,

Indira,

Alda,

Anna,

Melania,

Elsa,

Dacia,

Natalia,

Matilde,

Liliana,

Lina,

Emma,

Mariangela,

Lalla,

Lella,

Lilli,

Marianna,

Ada,

Titina,

Sofia,

Brigitte,

Marguerite,

Iolanda,

Gabriella,

Elena,

Fabiola,

Lucia,

Agata,

Caterina,

Sabina,

Maruzzella,

Beatrice,

Stefy,

Erica,

Varna,

Vega,

Antonietta,

Margaret,

Alessandra,

Chiara,

Diletta,

Antonella,

Ilaria,

Malala,

Greta…

Concetta Giudice?

Sì, grazie!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 03, 2021

LA “COSA” PARLA 2

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

dimensionesogno.com

Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

UN SOGNO IN PAROLE

Povero riccio schiacciato sull’asfalto della strada

che da Conegliano porta a Pieve di Soligo,

negligentemente intravisto pedalando un’austera “Stella veneta” da corsa,

tu permetti di tirare il fiato

e di riflettere sulla morte per oppressione.

Quanti bambini sono stati annientati dentro una grande stanza illuminata,

fatta a losanghe metalliche

come la repellente ragnatela di un enorme ragno,

come l’ambigua rete di un fanatico pescatore di uomini.

Quante donne sedute in estremo silenzio

stanno insieme a uomini seduti in estremo silenzio

tra le mura chiuse di una gabbia

dove la mano ricerca un buco da riempire o una maniglia da forzare.

Soltanto poche dita si possono offrire

a questa categoria di uomini inutili

e di donne affette dagli stessi lutti.

Qualcuno vuole anche innamorarsi

tra le sedie sparpagliate sullo sfondo uguale

di un’invisibile rete di losanghe

infilate dentro un odioso Centro di salute mentale a forma di manicomio.

Nessun si muova!

Una ragazza temeraria si avvicina al nulla e a nessuno senza parlare,

l’unica persona che curiosità muove e che apprezza gli exploits.

Comincia il rituale della visita psichiatrica

con il solito motto di merda sopra la testa.

Estote parati!”

A cosa?

Si può sapere, di grazia, a cosa si deve essere preparati prima di annegare

dal momento che l’acqua è arrivata soltanto al culo?

Tutti siamo pronti con il nostro bambino e con lo zaino sulle spalle

a visitare l’uguale e il monotono

senza pretendere che il capire insegni sempre qualcosa da evitare.

Niente.

Non ci si capisce.

Parliamo lingue diverse

ed allora è meglio prendere le distanze dagli uomini inetti

e dalle donne chiuse in gabbia

per avere una prospettiva migliore e più solenne.

Si corre sempre il rischio d’incasinarsi con false istruzioni

pur di fuggire dalle gabbie che noi stessi abbiamo costruito

per criticare quella categoria di persone

attratte dalla massa della luna nel cielo

durante le calde sere di mezza estate.

La conoscenza non è acquisire distanza!

Per veder meglio dentro di te

è preferibile regredire,

dal momento che progredire corrisponde a un’altra ottica,

l’ottica capitalistica

e tu non hai bisogno di accumulare,

l’ottica fascista

e tu non hai bisogno di dominare,

l´ottica comunista

e tu non hai bisogno di servire.

Meglio chiudere con un saggio “cave hominem”.

Cave hominem!”

Guardati dall’uomo o dall’animale inquinante!

Questi moniti non aiutano di certo a capire.

E allora bisogna essere conservatori o progressisti?

Io resto ancora fermo con il culo sopra un secchio

a chiedermi chi custodirà le tradizioni.

Se questa è la vita che attrae il tuo essere,

chi butterà via il passato,

quello che purtroppo o meno male non ritorna,

per abbracciare tutte le novità

e andare avanti

tagliando i ponti con tutto ciò che è stato?

No, grazie!

Sa,

caro signore,

io ho ricevuto un’educazione tradizionale

presso le intraprendenti suore orsoline

in un collegio dell’Immacolata concezione,

un luogo a metà tra una fredda chiesa e una calda officina.

Bisogna,

necesse est” stare al passo con i tempi e con il mondo.

Mondo, non correre”

gridò un bambino trafelato dalla prima fila di un cinema di periferia.

Mondo cane”

gridò un vecchio angosciato dall’ultima fila di un anonimo ospedale.

Nonostante l’affanno,

tu sei sempre costretto a comunicare con il fratello

che sta al posto del padre

o con la sorella che ti fa da madre.

I genitori?

I genitori sono soltanto figure,

come quelle geometriche,

che ti fanno sentire

tutta la solitudine di un senso di colpa

e tutta la stupidità di un piccolo idiota.

Come sarebbe facile chiudere il teorema dei tuoi conflitti edipici

con il salvifico “come volevasi dimostrare” del divino Pitagora.

LA MATRIARCA

RIFLESSIONI E APPROFONDIMENTI SUL SOGNO DI SIMONE

PSICOLOGIA PROFONDA DELLA MATRIARCA

In principio era la Madre: matriarcato.

La “matriarca” è quella “madre” che vive e ritiene il figlio una sua proprietà e tende a rafforzarne la dipendenza anche in maniera subdola e sofisticata, esercitando un “potere” assoluto di vita e di morte. La psicodinamica profonda della “matriarca” è basata sui processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione” alla posizione “orale”, alla dimensione affettiva primaria e all’angoscia della perdita. Questa operazione è dettata dal bisogno della “matriarca” di non incorrere nelle spire della “depressione severa”, con la perdita di senso e di significato della vita e del vivere, con la perdita di ruolo, di mansione e di riconoscimento. All’angoscia di perdita la “matriarca” reagisce con il meccanismo primario della “conversione nell’opposto” ed esibisce l’acquisto massimo di potere sui figli e sul figlio unico in maniera elettiva. Si ricostituisce la sacra diade “madre-figlio” delle religiose pitture in maniera esasperata e in relazione complementare. La maternità della “matriarca” si esalta in una psicoterapia autogena e si sviluppa in funzione del benessere psicofisico della “madre”. Il “figlio” è l’oggetto terapeutico, lo strumento su cui convogliare le proprie angosce di abbandono e solitudine, di perdita e di frammentazione. Il “figlio” è “l’organon” della catarsi della “madre”. Tramite il possesso e la gestione del “figlio” la “madre” degenera in “matriarca” e disconosce l’altro da sé, offrendosi a se stessa e agli altri come in uno stato perpetuo di gravidanza: il “figlio” è nel suo corpo, è una parte del suo corpo. Il suo corpo comprende il “figlio”. La “matriarca” non lo concepisce fuori di lei e, tanto meno, dalla sua orbita. Il corpo si è dilatato e abbraccia il “figlio” e, di conseguenza, la sua gestione psicofisica. La “matriarca” non investe nel “figlio” la “libido genitale”, quella che riconosce l’altro da sé e investe la giusta “libido”, quella che ama il figlio senza alcun bisogno di possesso del corpo e di coartazione della coscienza. La “matriarca” è una madre “regredita” e “fissata” nella “posizione psichica orale” e investe nella relazione questa qualità di “libido”, oltremodo affettiva e sensibile alla perdita, depressiva per l’appunto. La “matriarca” è attaccata all’oggetto della sua salute psichica e del suo equilibrio organico al punto di non riconoscerlo come esterno e di incorporarlo magicamente come si usa fare nei rituali sacri a base orale: Eucaristia. La oro-incorporazione del “figlio” allevierà magicamente le angosce depressive della “matriarca” attraverso il rituale della fagocitazione. L’investimento “genitale” non è contemplato dalla “madre” degenerata in “matriarca” e il suo comportamento psicofisico viene contrabbandato come l’esempio vivente del grande amore materno. La morte in vita del “figlio” si sublima nell’orgoglio della madre per quel che riguarda gli affetti e i sentimenti. La “matriarca” opera per difesa un contenimento del suo “nucleo psichico depressivo”, elaborato e incamerato nella sua prima infanzia, con il vissuto possessivo del “figlio”, proprio traslando nel “figlio” il nucleo, la sua potenziale depressione, e controllando il nucleo attraverso la gestione del “figlio”. Quest’ultimo non è vissuto come “figlio”, ma come la stessa angoscia di perdita, per cui la “matriarca” deve manipolarlo per sentirsi viva e in equilibrio psicofisico. La “matriarca” è l’esempio vivente e in esercizio dell’immaturità psichica di quelle madri che non hanno portato avanti la giusta evoluzione e sono rimaste ancorate alla prima “posizione”, quella “orale” della loro dipendenza dalla loro madre e da lì non si sono spostate nonostante lo scorrere del tempo e delle esperienze. I “processi psichici di difesa” dall’angoscia della “regressione e della “fissazione” fungono al massimo per la necessità e l’impellenza psicofisiche. Questa forma di immaturità va al di là dell’età anagrafica dell’attrice protagonista, la “madre”. E’ possibile, infatti, ad esempio presso le culture dei nomadi Sinti, che una ragazzina diventi madre a quattordici anni e investa sul figlio “libido genitale”. E’ altrettanto possibile nella cultura occidentale che una donna diventi madre a quarantanni e investa sul figlio “libido orale”. La prima ha evoluto la sua formazione psichica e viaggia di conseguenza verso la migliore relazione possibile con il figlio, la seconda è rimasta “fissata” alla “posizione orale” e fugge dalla depressione incombente controllando l’angoscia collegata e “traslandola” nel possesso e nella tirannica gestione del “figlio”.

E per quest’ultimo quali prospettive psichiche si aprono?

Il “figlio” attivo della “matriarca”, secondo i naturali parametri psicologici, si può ribellare alla “madre” scegliendo la sua autonomia psicofisica nel momento opportuno della sua crescita evolutiva e quando il danno psichico ed esistenziale in lui si fa manifesto. Deve progressivamente rifiutare di essere gestito dai voleri impetuosi e dai bisogni ricattatori della “madre” proprio stimandone la motivazione di fondo, la depressione latente e la difesa dall’emersione dei sintomi. Questa pacata e progressiva “ribellione” del figlio deve essere sempre controllata nei risvolti profondi, perché può produrre sensi di colpa e conseguenti espiazioni nei sintomi psicosomatici delle crisi di timor panico. Il cammino esistenziale del “figlio” attivo della “matriarca” si risolve benignamente nell’adozione della madre e nella devota cura della sindrome depressiva in agguato attraverso la presenza e la fermezza.

Se il “figlio” soccombe ai bisogni “orali” della “matriarca”, resta vittima vita natural durante e deve abdicare alla realizzazione personale e sociale. Il “figlio” passivo della “matriarca” non matura, come la madre, la “libido genitale” e, quindi, spesso non forma una famiglia. E’ cresciuto tra le angosce della madre ed è stato da lei manipolato per fini terapeutici di contenimento psichico del suo nucleo depressivo “orale”, quello severo. Questa soccombenza del “figlio” culmina nella morte della “madre” e prosegue nella progressiva esaltazione del nucleo depressivo, del figlio s’intende, fino all’esplosione della sindrome depressiva. Il “figlio” non ha il contenimento del suo nucleo in un “figlio”, per cui la catena, “coazione a ripetere”, si interrompe e l’isolamento e la solitudine prendono il sopravvento psicologico manifestandosi in uno stato depressivo da incapacità di investimenti di “libido genitale” e da esplosione dei bisogni “orali” di affetto e di protezione. Il “figlio” della “matriarca” rimane sempre “figlio” anche in assenza della “madre”. Oltretutto, il legame è rafforzato dalla psicodinamica della “posizione edipica” che la “madre” ha oltremodo fomentato con il suo attaccamento morboso al “figlio” e da quest’ultimo equivocato anche come relazione d’amore sublimata.

Questo quadro si spiega in assenza psichica della figura paterna ed è riferito espressamente al “figlio” e possibilmente unico.

Per quanto riguarda la “figlia”, la psicodinamica istruita dalla “madre matriarca” si diversifica notevolmente a causa della “posizione edipica” e dei vissuti di rivalità e di identificazione che scatenano nella “figlia” il bisogno di autonomia psicofisica.

Adduco qualche nota culturale antropologica traendola dalla mia infanzia vissuta a Siracusa.

Nella prima metà del Novecento la primogenita era destinata culturalmente all’accudimento dei genitori nella loro vecchiaia, mentre per il “figlio” si apriva la necessità del mantenimento materiale e finanziario dei genitori.

Ricordo che i primi tatuaggi avvenivano in carcere ed era privilegiata la scritta “AMO MAMMA”.

Ricordo ancora che il carcerato teneva esclusivamente al perdono della mamma e non dello Stato.

Le canzoni popolari e dialettali avevano questo tipo di richiesta verso la figura materna, a testimonianza della polivalenza psichica e simbolica della “Madre” archetipo e della “madre” reale anche se non necessariamente “matriarca”.

Ricordo ancora che quest’ultima è limitrofa e contigua alla classica “parte negativa” del “fantasma della madre”, la rappresentazione infantile della figura materna che il bambino opera attraverso il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “splitting” o “scissione delle imago”. Nel caso della “matriarca” si è verificato un passaggio naturale dalla rappresentazione infantile, parte negativa del fantasma della madre, alla realtà e alla concretezza delle azioni e dei fatti. Il materiale psichico, elaborato autonomamente dalla bambina nei primi sei mesi di vita, ha visto la luce per la mancata evoluzione psichica e per la costante minaccia della depressione severa.

Va da sé che la psicopatologia depressiva ha le sue radici nella “posizione psichica orale”, nei vissuti fantasmici del primo anno di vita e nella loro mancata evoluzione, per cui si struttura il “nucleo” depressivo che nel tempo può esplodere con la sintomatologia. La “regressione” e la “fissazione” sono difese dall’angoscia, contengono il malessere anche spostando gli investimenti nel figlio. E’ questa la psicoterapia autogena della “matriarca”.

COME SI STA MUOVENDO LA FUNZIONE ONIRICA

Sono trascorsi due mesi dal forte impatto che la nostra Psiche ha subito a causa della pandemia da “coronavirus”.

Si è ridestato il “fantasma di morte” legato alla nostra formazione psichica e, nello specifico, ai vissuti riguardanti la perdita depressiva.

La Psiche ha elaborato il “nucleo” in maniera traumatica anche perché sollecitata dalle restrizioni e dai messaggi sanitari e politici.

La Psiche ha un’attività, presa di coscienza, molto più lenta rispetto agli eventi, per cui nell’immediato usa i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia per ripristinare il miglior equilibrio psicofisico possibile alle condizioni date.

In questa evenienza traumatica la “razionalizzazione” interviene a dare alla “angoscia” la connotazione di una forte “paura”, dal momento che si conosce la causa del trauma. La “angoscia” depressiva di morte, legata al riemergere del “fantasma”, si commuta e si stempera nella “paura” di morire.

Il meccanismo psichico di difesa che naturalmente e frequentemente viene usato è “l’isolamento”: la freddezza psichica ottenuta dalla scissione dell’emozione e della tensione dall’idea della morte e dalla rappresentazione mentale.

Consegue che la funzione onirica, l’attività psicofisiologica del sognare, acquista forza nello scaricare la “paura” di morire. Andiamo a dormire con questa “paura” e ci addormentiamo entrando nella fase REM massimamente agitati anche per la qualità del sonno stesso.

Nelle fasi successive del sonno, REM E NON REM, persistono le tensioni fomentate all’inizio del sonno dalla paura di morire. Progressivamente smarriscono la motivazione consapevole e degenerano in angoscia, sia perché non hanno l’oggetto e sia perché la tensione è massima e deve scaricarsi.

La tensione psicofisica in sonno non trova sempre nel sogno la salvaguardia per continuare a dormire e, allora, si scarica nell’incubo e nel risveglio immediato o si somatizza nella funzione respiratoria, in pieno rispetto al dato clinico che il virus colpisce i polmoni.

La funzione onirica si sta muovendo in questi ultimi due mesi in questa maniera: si ricorda poco del sogno e viene a mancare la “catarsi” delle tensioni, andiamo a letto con la “paura” che nel corso della notte si trasforma in “angoscia” e si somatizza scaricandosi nel respiro.

Appena svegli la funzione respiratoria si ristabilisce nei suoi normali ritmi, a conferma che, mancando la sequenza delle immagini, meccanismo onirico della “figurabilità”, la tensione aumenta e ristagna per poi scemare.

Questo è quanto volevo comunicarvi anche per una maggiore tranquillità.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 29 del mese di Aprile dell’anno 2020

LA POETICA DEL SOGNO

“Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.

Ho sognato che ero felice.

Questa è la “buona novella” di Sabina

Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Il Sonno è da sempre equiparato alla Morte, una breve sospensione della Vita. Non è il Sonno eterno e tanto meno il Sonno dei giusti, è “il Sonno dei sogni”, quello che ti permette di essere un piccolo dio cavalcando superbamente la Fantasia e di non essere un misero mendicante raccattando a destra e a manca con la Ragione. Il Sogno è di tutti anche se tutti non ricordano la trama. Il Sogno è la democrazia universale che dispensa il pane quotidiano come il buon fornaio di Pablo Neruda e non è “La vida es sueno” di Pedro Calderon de La Barca. Il Sogno non è futile e illusorio anche se tocca le note filosofiche della fugacità e della vanità dell’esistenza. Il prezioso sillogismo di Sabina dice che “la Morte è Sonno”, “il Sonno è un Sogno”, “la Morte è un Sogno”. Aristotele ringrazia. Piace pensare con l’audace Sabina che il suo sillogismo sia non soltanto una verità logica, ma anche e soprattutto una verità massiccia come la lava dell’Etna, il vulcano di Ades e la dimora di Persefone, almeno per i sei mesi invernali.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

Giovanni non a caso insegna che “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. La Parola è l’energia primaria di quel Principio che tutto contiene e da cui il Tutto scaturisce. La Parola non muore. La Parola si evolve da energia a rumore, da rumore a suono, da suono a significato, da significato a significante “et in saecula saeculorum, amen”: dal Principio si arriva a Sabina passando attraverso le sonorità del Tempo astronomico e del Tempo storico. Questa formidabile donna si attesta nella sua roccaforte di parole “significanti”, i segni e i vessilli che sanno di lei, e si catapulta sul suo palcoscenico notturno seguendo i doni del crepuscolo della sua coscienza, quella sospensione che regala un appuntamento ineludibile a cui la generosità della notte non fa mancare l’intimità e la privatezza di un teatro e di un palcoscenico dove si recita veramente a soggetto nella periferia dei sensi e dei ricordi.

Sia benedetto colui che si vuol bene e non si fa mancare i suoi sogni.

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.”

Sabina è un’attrice vanagloriosa e vanitosa, esordisce come il “Miles gloriosus” di Plauto e recita il suo canovaccio con la sua soggettività emergente. Le rime traducono le esperienze vissute, i versi trasudano le allucinazioni, il poema contiene quel che “cade dalle stelle”, i suoi “de sideribus”. Sabina sa che i sogni sono suoi e di nessun altro, ma non si ferma a questa consapevolezza perché arriva a echi buddisti di Siddharta Gautama e metafisici di Platone: “le mille vite parallele possibili”.

Quante vite hai vissuto e quante ne vivrai!

Quante scelte farai nelle vite che verranno prima di acquistare quella consapevolezza che fa volare verso l’alto e ritornare nel grembo della Grande Luce!

O forse stai pensando a come puoi riempire questa vita e a quali scelte puoi fare cambiando di un grado la tua prospettiva?

Di certo, hai pensato e desiderato in tutte le tue vite “di non morire mai” e soprattutto di vincere quell’angoscia di morte e di convertirla nella vita eterna, nel tuo “breve eterno” che dura tutto il tempo di una vita e si realizza nello spazio di un Corpo che esige e di una Mente che vuole. Il Tempo non esiste, mia cara, il Tempo si dilata all’infinito e nel sogno si mischia con il passato e il futuro secondo le regole di una buona pietanza.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Se il sonno non fa paura, cosa non riesce a fare l’onnipotenza della bambina!

Sabina è infante, “senza la parola”, ma il suo pensiero vola alto verso le sfere incontaminate dell’autonomia, del far da sé intessendo un sogno nel sonno, un dono a sorpresa da ripetere tutte le notti e secondo i vari copioni da inventare. La realtà non è gratificante e merita una fuga notturna tra i progetti possibili e in attesa di essere realizzati. Sabina si butta in avanti e questo slancio può bastare in attesa di una degna ricompensa.

Ah se avessi avuto un’altra mamma e un altro papà!

Ah se non fossi nata bianca, rossa e verde!

La bambina anticipa giustamente la donna e le scelte possibili e inammissibili. Sabina studia il presente sognando quello che vuole vivere e si prepara al lieto evento di una “nuova sé”, ma una nuova sé “fuori serie”.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Sabina segue le sue inclinazioni crepuscolari, le fantasie e le allucinazioni: una bambina dai contorni oscuri in onore a Demetra e a metà tra Athena la “virago” e Afrodite la seduttrice. Già si pensa vaga e vagante negli spazi evanescenti di un “apeiron”, di tanti indefiniti e indistinti spazi tutti da occupare con l’aiuto del buio amico. E le espropriazioni proletarie non finiscono mai.

Quelli erano i giorni, quelli erano i tempi!

Padrona della sua Fantasia Sabina illuminava gli spazi che regolarmente occupava. E l’Infinito non costava niente, era a portata di immagine e di fantasma, ma soprattutto era a gratis. E andava di fuga in fuga come il coniglio di Alice nella ricerca del paese delle meraviglie. Finalmente Sabina è padrona in casa sua. Il buio le ha dato il potere di plasmare il suo spazio vitale.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.”

La bambina non ha paura dei sogni, la bambina non ha paura di se stessa, la bambina cresce in bellezza e progredisce in immaginazione. Sabina vive il buio della Notte e la luce del Giorno. Fobetore, Fantaso e Morfeo escono per lei da una porta d’avorio e le portano in dono i sogni veritieri, il suo desiderio di creare e di crearsi. Nel contempo i sensi crescono, si raffinano e allucinano la Fantasia secondo i temi tragici delle fiabe antiche e secondo le trame sornione delle favole moderne.

E la Mente?

La Mente non sta a guardare e partorisce i “fantasmi” e i ragionamenti sul tema “vorrei” o “vorrei vivere”. Non è per niente vero che “l’erbavoglio cresce sempre nel campo del vicino”. Sabina ha il suo bel da fare nel dividere le fantasie e le immaginazioni dai fatti quotidiani dell’avara realtà. Sabina vive tra il Giorno e la Notte, tra le pieghe di una vita che stenta a farsi riconoscere alla Luce del sole.

Benedetto sia il Sogno e chi lo manda!

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.”

I fiori gialli della ginestra mandano fuori di testa Sabina, una bambina docile, una ragazza esuberante, una donna complessa e dotata di yn e yang, della Notte e del Giorno, della “coincidentia oppositorum”. La ginestra non è quella eroica e triste del combattente Giacomo Leopardi in quel di Napoli e appena sotto il Vesuvio, non è quella del deserto che prospera anche tra le rupi calcaree di Siracusa, la Ginestra è Sabina con i suoi fiori gialli di rabbia e di gelosia, con i suoi slanci vitali e superbi, con le sue cose a posto e tutte da regalare al suo godimento. Sabina è stata anche ai ferri corti con la Vita, ma la Sorte è stata clemente e ha “amato esserci” in questa valle di stupore esuberante. La vena autodistruttiva ha toccato regolarmente le rive narcisistiche di un corpo ancora oggetto d’amore e in attesa di assorbire con gli odori del deserto di lava anche l’amore del proprio destino. Disposta a “sapere di sé” e a imparare, dotata di rotondità e fecondità, Sabina trasborda di ormoni e di sensualità nel suo incedere elegante e con gli occhi sognanti tra le strade della sua contrada natia e della sua straniera città. La ginestra è fiorita e non è ombrosa, tutt’altro, la ginestra è luminosa. Eros trionfa su Thanatos. La Sorte evoca il mito di Er di Platone, così come “l’Esserci” calza bene con il “Dasein” di Martin Heidegger.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.”

La nostalgia è il dolore del trasognato ritorno, è la “sindrome di Ulisse”, di ogni uomo e di ogni donna che cerca Itaca per ritrovare le sue radici e per definitivamente reciderle. Sabina desidera soffrire per tornare a vivere la sua bambina e la sua adolescente dentro, quelle che avevano sempre qualcosa in più da chiedere e da vivere. Sabina desidera soffrire per rivivere la “se stessa” adulta nel trionfo dei sensi e nel calore erotico di una fusione del suo tipo: l’androgino è ricostituito, andate in pace. Sabina è ormai intera, mille volte intera, tutte le volte che ha sentito il suo maschio e la sua femmina calzare a fagiolo com’era in principio e prima che l’invidia degli dei separasse la loro quasi perfetta unione, la loro quasi perfetta intesa.

Quanti sono gli uomini di Sabina?

Uno, nessuno, centomila grida il drammaturgo alla ricerca della vera identità di una donna che del vivere ha fatto un’arte di pienezza e di abbondanza. La fame del desiderio la sostiene e la tiene dritta con la schiena anche se il “non nato di sé” ancora addolora e copre di uggia le giornate dedicate alla paturnia.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.”

La dialettica tra Kronos e Thanatos è da Titani e non s’addice a piccole donne che crescono in un cortile alle spalle di una collina e tanto meno sotto una montagna del Trentino. Il Tempo regala la consapevolezza della Morte non prima di aver concesso un qualche sentore del “chi sono io?” e una qualche avvisaglia del “conosci te stesso”. Fortunatamente la Morte sarà quella di un’altra vita scelta tra le tante vite possibili e di un’altra morte liberamente scelta per questa vita. Anche la fine aspira a diventare un desiderio di rinascita, una Pasqua. Pitagora e il grande Buddha ringraziano per la preferenza accordata, così come è scritto sulle carte oleate delle migliori pasticcerie siciliane.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.”

Sarà l’uomo del definitivo orgasmo questo Kronos maschio che si presenta con un Thanatos altrettanto maschio?

Sarà ancora quel maschio da accogliere per il definitivo congedo dagli inganni di un caffè sorbito a gocce nel bistrot del lungomare di Marina di Melilli?

Ma a quanti uomini Sabina ha detto di no?

Ho sognato che ero felice.”

La felicità è “eudaimonia”, è presenza di un buon demone dentro, è sentire la vitalità dei sensi e la forza dei sentimenti prima di bere la cicuta.

Sogno, oh sogno delle mie brame, dimmi, chi è la più bella del reame?

LA NOTTE DI ANTONIA SOARES

Io cercavo da tempo una stanza, ma la stanza non c’era.

Vorrei andarmene e passare la notte all’aperto, vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio, vorrei andare in Portogallo a trovare Fernando Pessoa, vorrei dormire sulla sua tomba…, sento solo odio, rabbia, disprezzo, fuggire via, fuggire lontano.

Fuggire dove?

Vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio.

E quell’ombra ritorna.

Si era nascosta dietro a una nuvola,

ma ora ritorna.

E tu continui a dare la colpa alla gente,

ma forse non ti accorgi

che sei tu a non valere niente.

Vattene gatto nero,

vattene all’inferno,

vattene ombra scura lontano dai pensieri,

ma quando tutto tace e tutto dorme,

ecco che allora si risvegliano i sospiri,

che come forte vento ti portano via la pace e la luce del sole.

La notte ti è amica,

la notte ti è vicina,

non ti lascia mai sola,

ma ti accompagna alla scoperta di una nuova vita.

Ma quell’ombra scura ti mette paura,

ti porta lontano,

ti toglie il respiro,

ti soffoca

e tu guardi fuori e c’è la notte.

Ma la notte è buona.

da “La stanza rosa” di Salvatore Vallone

“LA COLPA DI ESSERE LA DONNA DI SALVINI”

 

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Entro in un lavasecco (mentre il mio compagno resta fuori ad aspettarmi) per portare dei panni a lavare.
La titolare sta facendo dei lavori di sartoria, le spiego di cosa ho bisogno e lei, poi, mi dice di aspettare perché mi vuole sistemare la frangia dei capelli come “va di moda ora”.
La lascio fare, ma sono preoccupata per il tempo che passa sapendo che fuori il mio compagno mi sta aspettando.
Succede non so bene cosa, ma scoppiano dei tumulti.
Scopro che la titolare del lavasecco è la fidanzata di Matteo Salvini….
Scappiamo.
Fuori è buio e ci nascondiamo all’interno di un furgone dove dietro ha degli scomparti grandi come casse da morto.
Riusciamo, tutte e due a nasconderci lì dentro.
Capiamo che stanno cercando proprio lei che avrebbe la colpa di essere la donna di Salvini.
Il furgone parte e noi riusciamo così a lasciare quella piazza pericolosa.
Arriviamo in un borgo ed entriamo in una vecchia casa dalle stanze piccole; esco da questa casa con la preoccupazione di non sapere come tornare a casa mia….

Questo è il sogno di Elisa.

 

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 

CONSIDERAZIONI

 

Il sogno di Elisa elabora il tema della trasgressione e della colpa, presenta un uomo politico contemporaneo molto mediatico e per la precisione il leader della “Lega Nord” Matteo Salvini, sviluppa l’evangelo onirico di Elisa intriso di una ricerca conflittuale di parti di sé.

Interessante è la presenza dell’uomo politico per il semplice motivo che andrà decodificato e chiarito nella sua valenza simbolica.

Tutti usiamo i “processi primari”, se per fortuna non li abbiamo smarriti dietro l’incalzare della vita corrente, e, quindi, tutti possiamo formulare un vissuto personale su qualsiasi persona contemporanea e su qualsiasi tema attuale, al di là o a fianco dello schema culturale collettivo. Decisamente Matteo Salvini sortisce un giudizio popolare molto contrastato, perché nel suo essere innovativo ha evoluto il suo partito dal regionalismo separatista a una filosofia politica nazional populista. Il professor Miglio sussulta nella bara. Del resto, per lo zoccolo duro leghista Matteo Salvini è l’uomo politico che ha tradito i progetti e i valori originari e originali della Lega lombarda e veneta, di poi fuse nella Lega Nord. E’ anche vero che presso i militanti più elastici il leader ottiene un giudizio politico positivo. Si aggiunga che la Lega Nord contemporanea non è ideologicamente e politicamente diversa da altri partiti di “Destra”, ma Matteo Salvini resta un uomo esposto nel bene e nel male e mediaticamente gettonato per le sue realistiche e provocatorie sintesi, per cui consente alla gente di formulare una simbologia per quello che evoca e per l’idea politica che propone.

Il sogno dirà quale simbologia individuale e collettiva il leader politico della Lega Nord ha scatenato nella contrastata dimensione psichica di Elisa.

 

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

 

“Entro in un lavasecco (mentre il mio compagno resta fuori ad aspettarmi) per portare dei panni a lavare.”
“I panni sporchi si lavano in famiglia”: così recita un antico proverbio per testimoniare che le peggiori magagne vanno discusse e risolte in un ambito sociale protettivo e ristretto. A livello psicologico le magagne sono i sensi di colpa o le colpe reali. Elisa è in procinto di purificare, “lavare”, tecnicamente di “razionalizzare” e prendere coscienza, questi ingombri psichici e propone all’uopo la “lavasecco”. Tiene fuori da questo personale materiale psichico da purificare l’uomo a cui si accompagna, confermando la buona norma in base alla quale non tutto il nostro patrimonio psichico si può e si deve portare in coppia, ma soltanto e solamente quello che non è di danno all’equilibrio della coppia stessa. Pensieri osceni del nostro presente e fatti turbolenti del nostro passato si devono omettere, senza incorrere nella tremenda bugia, nel momento in cui sono di pregiudizio all’economia e alla psicodinamica della coppia. In ogni caso prendiamo atto della precisazione tra parentesi che ci dà Elisa “(mentre il mio compagno resta fuori ad aspettarmi)” e deduciamo che seguiranno nel sogno vissuti e fatti in cui l’uomo attuale non è coinvolto.

 

“La titolare sta facendo dei lavori di sartoria, le spiego di cosa ho bisogno e lei, poi, mi dice di aspettare perché mi vuole sistemare la frangia dei capelli come “va di moda ora”.
Colei che assolve i sensi di colpa e le colpe, i panni sporchi, è una donna, “La titolare”, una figura esperta e capace anche di proporre modi psichici di essere e di esistere nella relazione sociale e nel manifestarsi agli altri. Questa donna ha tutta l’aria di essere una figura materna, molto materna, una madre buona e provvidente, magari una nonna fascinosa. I “lavori di sartoria” attestano simbolicamente di modi e di atteggiamenti, di ruoli e di movenze, di fenomenologie sociali, di “come” ci esibiamo con il nostro prossimo. Questa donna “titolare” ha una forte duttilità psicologica, ma non possiede soltanto questa preziosa dote perché è anche una saggia filosofa, dal momento che sa sistemare i pensieri e le idee secondo i tempi moderni, “la frangia dei capelli come “va di moda ora”. Elisa ha tanto bisogno di questa figura polivalente e decisamente molto affascinante. Come “va di moda ora”: Elisa vuole essere al passo con i tempi. Questa figura può essere reale, ma è anche la “proiezione” dell’ideale femminile di Elisa, la parte di Elisa che si vuole bene.

 

“La lascio fare, ma sono preoccupata per il tempo che passa sapendo che fuori il mio compagno mi sta aspettando.”

 

E’ più importante un compagno che aspetta fuori o una maestra polivalente? Il “tempo” è un problema di Elisa, questo tempo che passa e lascia in attesa. Elisa sente forte il bisogno di ammodernarsi e di adeguarsi, ma vive con ansia il tempo che dedica a se stessa come se non fosse degna di tanta cura e attenzione. L’uomo di Elisa è importante, ma può attendere che la sua donna s’impreziosisca nei modi psichici e nei contenuti mentali. Degno di nota è il fatto che il compagno resta “fuori” dal travaglio tutto personale di Elisa, una sana estromissione.

 

“Succede non so bene cosa, ma scoppiano dei tumulti.” 

 

Si scatena il conflitto psichico e la nostra protagonista avverte indefiniti turbamenti dentro di lei e per necessità psichica li proietta nell’ambiente che la circonda. Il “tumulto” attesta simbolicamente di uno struggimento che ha una parte mentale e una parte pratica, la psicologa e la sarta, la filosofa e la parrucchiera, il tutto in una cornice sociale.

 

“Scopro che la titolare del lavasecco è la fidanzata di Matteo Salvini…”

 

A questo punto si pone l’arduo problema di decodificare il leader della Lega Nord, un partito separatista che si è evoluto in nazional populista. Come si diceva in precedenza, Matteo Salvini è una figura ricorrente nei “media”, un uomo a suo modo provocatore e popolano nelle idee, decisamente una persona che colpisce per i modi e per le parole. Elisa non fa eccezione, perché è attratta da questo personaggio discusso e trasgressivo nel bene e nel male. Il sogno sviluppa questa valenza dell’uomo politico, un uomo pericoloso.

 

“Scappiamo.
Fuori è buio e ci nascondiamo all’interno di un furgone dove dietro ha degli scomparti grandi come casse da morto.”

Elisa si è alleata con la sua maieutica psicologa e filosofa, oltre che donna coraggiosa e invidiabile in quanto fidanzata di Matteo Salvini. La fuga, “scappiamo”, è la soluzione a tanta scoperta: “scopro che…”. La luce della coscienza, “fuori è buio” viene a mancare a testimonianza del contesto fortemente emotivo che Elisa sta sviluppando in sogno. L’occultamento della verità e l’ambiente della trasgressione sono presentate nel “ci nascondiamo” e nel “furgone”, un simbolo sessuale drammatico dal momento che viene associato alle “casse da morto”, a una femminilità spenta dal senso di colpa. Elisa elabora un contesto seduttivo ed eccitante, ma pervaso dalla colpa di essere donna e soprattutto femmina.

 

“Riusciamo, tutte e due a nasconderci lì dentro.
Capiamo che stanno cercando proprio lei che avrebbe la colpa di essere la donna di Salvini.”

 

La titolare alleata e la complice Elisa operano una “rimozione” della colpa sessuale di stare con un uomo trasgressivo pubblico e non affidabile, un politico che deroga dalle norme costituite e addirittura un traditore, un politico che ha tradito i valori antichi, quanto meno un uomo non della tradizione. Il “Super-Io” di Elisa è severo e ligio, non tollera ciò che per altri versi desidera e cerca, la trasgressione, ma la vive come colpa e in riguardo specifico alla sessualità. Non dimentichiamo che le due donne alleate sono nascoste dentro un “furgone”, un simbolo della meccanica neurovegetativa sessuale. Elisa ha tanto desiderato “dentro” una diversità che non poteva permettersi “fuori” per la sua sensibilità alla colpa, per un maledetto “Super-Io” cresciuto a dismisura sotto le sferzate dell’ambiente sociale e dietro le inibizioni autoindotte.

 

“Il furgone parte e noi riusciamo così a lasciare quella piazza pericolosa.”

 

Le relazioni pericolose sono quelle ambivalenti, quelle che sessualmente incutono attrazione e paura, quelle che suscitano le pulsioni e le resistenze personali e culturali, La “piazza” è simbolo delle relazioni sociali e dello scambio affaristico, il luogo classico delle truffe e delle comunicazioni  diverse. “Lasciare quella piazza pericolosa” significa relegarsi nel perbenismo e nell’isolamento, vuol dire non coinvolgersi nel nuovo e nel diverso. Il pericolo rappresenta simbolicamente l’orgasmo della conoscenza e del “sapere di sé”, al di là delle norme familiari e sociali costituite e trasmesse. Il pericolo condensa il fascino del sapere innovativo.

 

“Arriviamo in un borgo ed entriamo in una vecchia casa dalle stanze piccole;”

 

Dalla piazza al “borgo”, dall’eccitazione alla tradizione, dalla novità alla monotonia rassicurante, dall’apertura all’angustia: questo è il “ritorno al passato” di Elisa dopo la trasgressione di essere “la donna di Salvini”. Le “stanze” sono il simbolo delle varie componenti della “casa” psichica, l’organizzazione reattiva, la personalità, la formazione, la struttura di Elisa. Questa casa è vecchia e ha le “stanze piccole”. Elisa è tornata alle sue dimensioni dopo essersi allargata oltremodo secondo i suoi desideri e le sue pulsioni. E’ tornata a essere tutta “casa e chiesa” e, di certo, non “casa del popolo” e tanto meno “casino”. Elisa visita per opposizione il progetto desiderato che non è riuscita a realizzare e, adesso, è smarrita, si è smarrita dentro se stessa nel suo passato.

 

“esco da questa casa con la preoccupazione di non sapere come tornare a casa mia….”

 

Elisa ha paura del nuovo e desidera il ritorno al vecchio rassicurante, ma è preoccupata di aver tanto trasgredito e di non riuscire a tornare nella sua normalità, “tornare a casa mia”. La sua casa, “casa mia”, è il suo vecchio modo di essere e di esistere, la sua struttura psico-esistenziale costituita e codificata.

 

PSICODINAMICA

 

Il sogno di Elisa sviluppa la psicodinamica conflittuale delle due immagini di sé, una ideale e l’altra reale. La “titolare” è la “proiezione” della protagonista e Salvini è il tipo di uomo che Elisa ha desiderato: immagini ideali di donna e di uomo. Inoltre, è presente il conflitto tra la norma e la trasgressione, tra le pulsioni sessuali dell‘istanza “Es” e la censura morale del “Super-Io”, tra il lecito e il vietato, tra il permesso e l’illegale. In tale travaglio la funzione di mediazione dell’istanza “Io” entra in difficoltà e il conflitto si risolve nella quiete protettiva del “ritorno alla norma” con l’abbandono delle ambizioni e dei desideri.

 

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

 

L’istanza “Io” si destreggia tra le pulsioni dell’istanza “Es” a trasgredire, a innovare, a diversificarsi, e la censura repressiva e sacrificale delle stesse a causa delle norme imposte dal “Super Io”. Le “posizioni” psichiche richiamate sono quelle “orale” e “genitale”. La prima per quanto riguarda la componente affettiva e la seconda per quanto riguarda la “libido” conflittuale.

 

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

 

I meccanismi psichici di difesa coinvolti sono la “proiezione” nella “titolare” e nel “tumulto” e in altro, la “condensazione” in “lavasecco” e in “casa” e in altro, lo “spostamento” in “capelli” e in “borgo” e in altro, la “drammatizzazione” in “casse da morto” e in “fuori è buio” e in “piazza pericolosa” e in altro, la “figurabilità” in “casse da morto”. E’ accennato il processo psichico della “regressione” in “tornare a casa mia”.

 

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

 

Il sogno di Elisa evidenzia un tratto psichico isterico in un quadro generale di desiderio e paura, di pulsione e fobia. La “organizzazione psichica reattiva” tende alla “oralità”, bisogni e coinvolgimenti affettivi inappagati e tende alla “genitalità”, bisogno di donare e di donarsi.

 

FIGURE RETORICHE

 

Le figure retoriche richiamate dal sogno di Elisa sono la “metafora” ad esempio in “casse da morto”, la “metonimia” ad esempio in “piazza” e “borgo”, la “iperbole” ad esempio in “scappare”, la “enfasi” in “ci nascondiamo” e “fuori è buio”. Mi preme rilevare che il sogno di Elisa è ricco di simboli e di figure retoriche a riprova di una sua buona vena poetica.

 

DIAGNOSI

 

La diagnosi esige uno stato conflittuale, “psiconevrosi”, tra le pulsioni dell’istanza “Es” e le inibizioni del Super-Io”, tra l’universo desiderante e la censura morale. Questa è la classica “psiconevrosi istero-fobica”.

 

PROGNOSI

 

La prognosi impone a Elisa di ripristinare e rafforzare la funzionalità deliberativa e decisionale dell’istanza “Io”, di operare una giusta riflessione sull’inutilità delle censure morali e di coordinare l’irruenza delle pulsioni appagandole. Elisa deve godere dei diritti del suo corpo e della sua mente secondo le modalità di un “tutto unico” che le consente armonia psichica e gioia di vivere, autonomia e libertà.

 

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

 

Il rischio psicopatologico si attesta nell’irrobustirsi della psiconevrosi istero-fobica e, di conseguenza, in una caduta della qualità delle emozioni e in un aggravamento dei conflitti personali e relazionali. Il sacrificio della “libido” porterebbe inevitabilmente a somatizzazioni: ciò che non si scarica per via diretta, trova innervazioni traslate.

 

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

 

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Elisa è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

 

RESTO DIURNO

 

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Elisa si lega a una provocazione sensoriale, magari legata alla visione televisiva del leader politico in questione. E’ possibile anche che una semplice discussione abbia innescato il ritorno del passato.

 

QUALITA’ ONIRICA

 

La qualità del sogno di Elisa è drammatica, una drammaturgia che si snoda secondo le linee compatibili della farsa e dell’enfasi.

 

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

 

Il sogno di Elisa elabora la figura di un leader politico contemporaneo a riprova che a livello psicologico le notizie e le visioni, i pensieri e le immagini si ripercuotono e si riformulano secondo i nostri bisogni del momento. Quante volte da bambini, e non soltanto, ci siamo innamorati del cantante preferito o dell’attore amato o del calciatore famoso: il tutto è avvenuto per motivi e gusti personali, soprattutto per evocazione del rimosso. Infatti il sogno di Elisa si svolge su due piani, il presente e il passato, un presente ordinato e un passato turbolento, un uomo da tenere fuori dalla lavasecco e un Salvini da sballo pericoloso secondo i desideri pregressi e rimasti in cielo per colpa di un rigido “Super-Io”.

LA VERTIGINE DELLA LIBERTA’

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo a casa di mia nonna, era la notte di Natale e di lì a poco sarebbero arrivati gli ospiti.

Io e mia nonna eravamo in balcone. Io mi avvicino alla ringhiera, ma mi accorgo che non vi era altro che una fitta rete nera che separava il balcone dal vuoto.

Per sbaglio, facendo un movimento brusco, la faccio staccare da un lato. Faccio notare a mia nonna che trovo quel balcone senza ringhiera alquanto pericoloso, ma lei sostiene che avremmo dovuto solo riagganciare la rete.

Io non volevo che mia nonna si avvicinasse al vuoto, così le dico che lo avrei fatto io.

Tuttavia, ogni volta che mi avvicinavo con il lembo di rete staccato in mano per riagganciarlo, mi ritraevo per l’impressione che mi suscitava lo stare così vicina al vuoto.”

Questo sogno porta la firma di Brunetta.

 

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 

CONSIDERAZIONI

 

L’emancipazione psichica dalla figura materna e la ricerca del naturale rapporto con il corpo nella vita sessuale procurano la vertigine della libertà. La figura materna è importante e complessa per la psicologia femminile in quanto comporta il vissuto della dipendenza, dell’affettività, della rivalità, dell’ostilità, della colpa, della sconfitta, dell’alleanza, dell’identificazione e finalmente dell’identità.

Quanto viaggia e peregrina una donna per approdare in se stessa dopo la caduta della dea madre!

E dopo a chi ci rivolgiamo?

A noi stessi e alla nostra autonomia psichica!

E del corpo cosa sarà?

Libero anche lui e pronto a godere!

Una donna libera di mente e libera di corpo: un bel connubio!

Brunetta si avventura in questa delicata psicodinamica con la sacra cautela di chi non vuole improvvisare e improvvisarsi.

Vediamo cosa le insegna il suo sogno con pochi ma efficaci simboli.

 

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

 

“Mi trovavo a casa di mia nonna, era la notte di Natale e di lì a poco sarebbero arrivati gli ospiti.”

 

Si rileva nell’immediato la “traslazione” difensiva della figura materna nella “nonna”, un’operazione di “spostamento” delle mille emozioni legate alla madre e una difesa per continuare a dormire e a sognare. In Brunetta la conciliazione e l’identificazione con la madre sono andate a buon fine, ma adesso bisogna esibire e agire le conquiste effettuate: l’autonomia psicofisica. Ed ecco che arrivano gli “ospiti”, coloro che guardano, valutano,  giudicano e coinvolgono.

 

“Io e mia nonna eravamo in balcone. Io mi avvicino alla ringhiera, ma mi accorgo che non vi era altro che una fitta rete nera che separava il balcone dal vuoto.”

 

L’esposizione sociale è offerta anche nel suo tratto problematico e pericoloso perché nel “balcone” manca la “ringhiera”, mancano le naturali e giuste difese verso gli altri, verso quel sociale che turba e intriga. Il posto della fredda “ringhiera” è stato preso da “una fitta rete nera”, da una serie poderosa di pensieri e pregiudizi, di paure ed emozioni, da un condensato pessimistico di difese mentali. En passant, è opportuno precisare che le giuste e naturali difese del coinvolgimento relazionale sono l’autostima e il garbo formale, l’amor proprio e la seduzione cortese, il poco spessore e la profondità del non dire. Questa è la naturale metaforica “ringhiera”. Il “vuoto” rappresenta la vertigine della libertà e ha una duplice valenza. Per un verso rappresenta la crisi dell’autonomia psichica, la caduta depressiva e la perdita delle conquiste psichiche fatte, un “fantasma di morte”. Dall’altro verso rappresenta il lasciarsi andare psicofisico, l’abbandono temporaneo delle facoltà di vigilanza dell’Io e la disposizione a sentire le emozioni più profonde  e intime. Il movimento dall’alto verso il basso si attesta in una “concretizzazione” e in una “incarnazione” dell’identità psicofisica acquisita.

E allora?

Bisogna rafforzare il senso dell’Io e assimilare queste conquiste per poterle agire con l’adeguata presa di coscienza e la necessaria sicurezza: lasciarsi andare al ritmo neurovegetativo delle pulsioni.

 

“Per sbaglio, facendo un movimento brusco, la faccio staccare da un lato.”

 

Brunetta tenta di superare le paure e i pregiudizi, i pensieri nefasti e le ipocondrie, ma non riesce del tutto, perché restano in lei le remore alla relazione sociale e all’abbandono psicofisico. Queste ultime non significano affidamento acritico a se stessa e agli altri, ma il giusto approccio formale alle convenienze proprie e alle esigenze del gruppo. Si tratta di una relazione d’amore con se stessa e di una solidarietà natalizia fatta di succulenza e di gioco, di seduzione e di fascino.

 

“Faccio notare a mia nonna che trovo quel balcone senza ringhiera alquanto pericoloso, ma lei sostiene che avremmo dovuto solo riagganciare la rete.”

 

L’esperienza non è acqua fresca. Brunetta si fa dire dalla nonna, la “traslazione” della figura materna, che bisogna essere disinibite e senza tante inutili barriere con se stesse e con gli altri. Basta con le paure inutili e le ragnatele dei mille ragionamenti astratti che le donne abilmente intessono per nascondere le inibizioni. Comunque un “balcone” senza “ringhiera” non è pericoloso secondo il Vangelo della nonna, una che sa le cose come vanno.  Una disposizione aperta e accogliente non è pericolosa perché bisogna buttarsi e dare materia alla materia.

 

“Io non volevo che mia nonna si avvicinasse al vuoto, così le dico che lo avrei fatto io.”

 

La nonna è una donna navigata e non ha paura delle relazioni, ma Brunetta la protegge, ha paura per lei o meglio ha paura per sé. Le ultime resistenze alla relazione con se stessa e con gli altri sono da superare. Brunetta esegue quello che la nonna avrebbe fatto: identificazione e imitazione con tutti i diritti della gioventù.

 

“Tuttavia, ogni volta che mi avvicinavo con il lembo di rete staccato in mano per riagganciarlo, mi ritraevo per l’impressione che mi suscitava lo stare così vicina al vuoto.”

 

Se non ti lasci andare, non godi. Questo è l’insegnamento finale del sogno di Brunetta. Bisogna superare paure e resistenze a lasciarsi andare e il sogno nel finale acquista una valenza sessuale e una connotazione psichica: la paura di lasciarsi andare all’orgasmo e il bisogno di vigilare e di controllare, un non fidarsi del corpo e un bisogno della mente di vigilare.

Il vuoto non è depressivo ma psicosomatico.

 

PSICODINAMICA

 

Il sogno di Brunetta parte dalla “posizione edipica” per spostarsi sul versante psico-sessuale. Bisogna relazionarsi nei giusti modi e lasciarsi andare per avere il massimo del piacere, la vertigine della libertà psicofisica negli investimenti della “libido genitale”.

 

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

 

Il sogno di Brunetta evidenzia la pulsione fobica dell’istanza “Es” nella paura di cadere nel vuoto. L’istanza “Io” è presente nel bisogno di controllo e di vigilanza, oltre che nel riparare il “fantasma del vuoto”. L’istanza “Super-Io” non si profila in alcun modo.

 

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

 

Il sogno di Brunetta si serve dei meccanismi di difesa della “condensazione” e dello “spostamento” in “ringhiera” e “nonna”, della “traslazione” in “nonna” e “vuoto”, della “materializzazione” in vicina al vuoto” e la collegata paura di cadere.

 

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

 

Il sogno evidenzia un tratto fobico nella “organizzazione psichica reattiva”: la paura di lasciarsi andare nel vuoto, di affidarsi a se stessa e di sentire il proprio corpo.

 

FIGURE RETORICHE

 

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Brunetta sono la “metafora” in “ringhiera” e in “nonna”, la “metonimia” in “rete fitta” e “vuoto”.

 

DIAGNOSI

 

Il sogno di Brunetta presenta una conflittualità nevrotica di natura fobica a lasciarsi andare e a godere della propria autonomia psicofisica.

 

PROGNOSI

 

La prognosi impone a Brunetta di rafforzare l’autonomia psicofisica in risoluzione della “posizione edipica” e di migliorare il vissuto in riguardo al corpo e alle sue funzioni senza sentire la necessità di controllo e di autocontrollo, al fine di evitare la “sublimazione” delle pulsioni sessuali.

 

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

 

Il rischio psicopatologico si attesta nella difficoltà a lasciarsi andare nell’esercizio della vita sessuale e nella difficoltà a coronare con l’orgasmo la “libido genitale”.

 

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

 

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Brunetta è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

 

RESTO DIURNO

 

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno, si può attestare in una preoccupazione o in un evento sessuale.

 

QUALITA’ ONIRICA

 

Il sogno di Brunetta ha una qualità onirica logico-discorsiva.

 

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

 

IL SOGNO SECONDO ECCLES

“L’Io e il Suo Cervello”, volume secondo, pagine 449,450,451,

Armando Armando Editore in Roma nel 1981.

 

Eccles

 

“Con il risveglio sembra che la Mente autocosciente si riprenda gradualmente e che trovi alcuni moduli aperti e organizzati ricavando dalla loro attività strutturata sprazzi di illuminazione ed ecco che la coscienza nascente del nuovo giorno si manifesta sotto forma di esperienze frammentarie e parziali per poi ricostituirsi gradualmente. Ti ricordi dove ti trovi e ricapitoli quello che devi fare durante la giornata.

La Mente autocosciente per tutta la durata del sonno continua a esplorare e ad esaminare la corteccia cerebrale ricercando ogni modulo aperto e utilizzabile ai fini dell’esperienza. Molti sogni attraversano la Mente autocosciente che seguita a scandire l’attività del Cervello ma non vengono ricordati al risveglio. Il soggetto ricorda il sogno se viene svegliato nel momento in cui si manifestano i movimenti oculari e gli eventi neuronali associati con esso appaiono nella registrazione elettroencefalografica. Dieci minuti dopo non ricorda alcun tipo di sogno. E’ sicuro che nel sonno paradosso si sogna al novanta per cento riferiscono appena svegliati. La Mente autocosciente è in rapporto con il Cervello e svolge sempre l’azione di scansione sull’attività del Cervello ma non sempre il Cervello si trova in condizioni di comunicare con essa.

 

Commento

 

Il risveglio si attesta nel progressivo riappropriarsi da parte della “Mente autocosciente” di moduli aperti e organizzati che sono in connessione progressiva con la realtà in atto: il passaggio dal sonno alla veglia. La ricerca nella corteccia cerebrale del modulo aperto e disponibile ai fini di esperienza contraddistingue il sonno paradosso e il sogno. Si sogna nella fase R.E.M. e si ricorda se si viene svegliati, altrimenti i sogni sono destinati a essere dimenticati: questi prodotti mentali sono atti al dimenticatoio. Tra “Mente autocosciente” e “Cervello” non c’è sempre cooperazione e comunicazione, nonostante la loro relazione e la scansione della Mente autocosciente sull’attività del Cervello. I sogni non si ricordano nella loro globalità, se ne ricorda qualcosa, un “resto notturno”, il resto del sogno viene perduto anche se si sveglia il soggetto in piena fase R.E.M. con grave danno per la salute fisica e mentale, disturbo del sonno e psicosi. Eccles coglie nel segno nel dire che noi perdiamo gran parte di quello che sogniamo nel sonno paradosso o R.E.M.

 

John Carew Eccles, neurofisiologo e filosofo australiano, è nato nel 1903 ed è morto nel 1997. I suoi studi sulla “fisiologia dei neuroni” e la sua scoperta del “meccanismo biochimico dell’impulso nervoso” gli hanno procurato il premio Nobel per la Medicina nel 1963, riconoscimento condiviso con Lloyd Hodgkin e Andrew Fielding Huxley.

L’ORIGINE DELLA VITA E LA COLPA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

 

“Odette sogna di vedere in primo piano le grandi e le piccole labbra del suo organo sessuale.

Come in una visita ginecologica e grazie a un divaricatore vede un insetto grande e rosso con le ali che esce e sta per scappare.

Lei lo infila dentro e al suo posto vengono fuori delle escrescenze di carne rossa e infetta di pus.

Odette tenta di richiudere il tutto.”

 

 

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 

CONSIDERAZIONI

 

Il sogno di Odette induce una giusta riflessione sulla “ipocondria” e sul “senso di colpa”. Partiamo da quest’ultimo.

Si definisce “senso di colpa” la responsabilità supposta e immaginata, mentre si chiama “colpa” quella reale ed effettiva. Il “senso di colpa” è un “fantasma” che produce angoscia perché è indeterminato e ha inizialmente una realtà psichica. Di poi, l’angoscia può degenerare nelle fobie e nelle crisi di panico  manifestandosi nella pratica quotidiana con la sua carica neurovegetativa: compiacenza somatica e isterofobia o conversione isterica.

La “colpa” produce dolore perché conosce bene il suo oggetto, ammette un diretto coinvolgimento perché è una colpa reale. Bisogna aggiungere che nel tempo la “colpa” si evolve in “sensibilità alla colpa”, il “fantasma” ossia la psico-percezione e l’emozione in riguardo al materiale psichico che si vive come “colpa”.

L’ipocondria è una psiconevrosi, una dinamica conflittuale che investe malignamente il corpo e lo stato di salute e si manifesta come fobia, una acuta paura ingiustificata e assurda delle malattie, al di là delle malattie vere e reali di cui il corpo può essere affetto.

Il sogno di Odette chiama in causa direttamente la parte esterna del suo apparato genitale e lo fa in maniera cruenta e in espiazione di un senso di colpa o di una colpa.

Odette è ipocondriaca o è colpevole?

Il corpo, gli apparati e le funzioni collegate hanno un ruolo privilegiato nei nostri sogni dal momento che rappresentano in concreto la nostra vitalità e la nostra “libido”, in astratto la nostra vita.

 

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

 

“Odette sogna di vedere in primo piano le grandi e le piccole labbra del suo organo sessuale.”

 

Odette evidenzia in sogno, senza pudore e senza mezzi termini, l’organo della discordia o del conflitto, il suo apparato genitale esterno. Il “primo piano” attesta simbolicamente l’importanza del problema, dal momento che si tratta di un’accentuazione enfatica del conflitto psichico. “Le grandi e le piccole labbra” sono simbolicamente strumenti del piacere e organi della sensibilità erotica, rientrano nell’estetica voyeuristica della nudità e nella funzionalità del piacere. Condensano, inoltre, le naturali difese psicofisiche alla deflorazione e alla penetrazione.    

 

“Come in una visita ginecologica e grazie a un divaricatore, vede un insetto grande e rosso con le ali che esce e sta per scappare.”

 

L’organo sessuale di Odette è colpevolizzato dal momento che viene interessato dalla freddezza di una possibile malattia ginecologica e dal “divaricatore” che non è simbolo erotico del membro maschile, ma è un attrezzo di tormento, uno strumento di dolore, un oggetto di tortura. La vagina di Odette è affetta da senso di colpa e non da sensibilità erotica, tant’è vero che lascia venir fuori “un insetto”, classico simbolo dello spermatozoo, “grande e rosso con le ali”, l’oggetto atto alla fecondazione, ma una fecondazione mancata e opposta rispetto al movimento giusto: uno spermatozoo che “sta per uscire e “per scappare”. Odette non vuole una gravidanza e aggredisce lo spermatozoo cacciandolo fuori dalla sua vagina. Il colore rosso attesta del sangue e dell’infezione.

 

“Lei lo infila dentro e al suo posto vengono fuori delle escrescenze di carne rossa e infetta di pus.”

 

Ma ecco il conflitto!

Odette è contrastata nella maternità, vuole non essere fecondata ma lo rimette dentro intendendo di voler occultare la colpa. Odette non vuole essere disoccultata e il rimetterlo dentro è più un occultare, un nascondere quello ha vissuto male: un forte senso di colpa legato al coito e all’emissione dello sperma. Ecco che la colpevolizzazione si esalta nella malattia del seme e dell’organo, il “pus”, la degenerazione del seme, mentre le “escrescenze di carne rossa” rappresentano un aborto. Odette non voleva, ma è rimasta impigliata. Oppure Odette ha voluto trasgredire con il rischio conseguente di gravidanza e di disoccultamento.

 

“Odette tenta di richiudere il tutto.”

 

La manovra difensiva di Odette di “rimuovere” il suo trauma o la sua colpa o la sua paura è manifesta. Il “richiudere il tutto” è un non prendere atto del trauma, un non volerlo razionalizzare, per cui si tratta di “fobia”, di “ipocondria” in una zona del corpo facile alla colpa per l’educazione sessuofobica o per la facilità di manipolazione fisica e culturale.

Si tratta di roba sanguigna, quindi abbiamo “ipocondria” e organo colpevolizzato.

A questo punto a Odette non resta altro che sperare che la difesa della “rimozione” funzioni sempre e che non ci sia il “ritorno del rimosso” con la sofferenza legata al senso di colpa.

 

PSICODINAMICA

 

Il sogno di Odette sviluppa una forma di “ipocondria” nell’organo debole facilmente colpevolizzato, l’apparato genitale e filogenetico, l’organo erotico, l’organo della gravidanza. In ogni caso il sogno di Odette tratta del corpo e di un vissuto isterofobico.

 

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

 

L’istanza psichica richiamata in esercizio è l’”Io” che pone la “rimozione” difensiva del trauma o del fatto occorso.  E’ presente l’”Es” nella paura di vivere la malattia e la colpa. La “posizione psichica” richiamata è quella “anale”, quella della donna adulta che capisce il male e si fa male lo stesso con compiacenza e godimento eccitativo: la “libido sadomasochistica”. Il “Super-Io” compare nel sottobosco del sogno sotto forma d’infrazione alla norma etica e morale, di poi nella visita ginecologica atta a disoccultare la colpa. Il conflitto psichico di Odette si snoda in maniera virulenta tra “Es” e “Super-Io” ed è ben gestito dall’”Io”.

 

MECCANISMI E PROCESSI DI DIFESA

 

Il meccanismo psichico di difesa principe è la “rimozione” che compare e poi fallisce perché subentra la paura della malattia o il trauma dell’aborto. Non sono presenti i processi di difesa dall’angoscia della “regressione” e tanto meno della “sublimazione”. Il sogno di Odette ha una concretezza fisiologica impressionante.

 

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

 

La “organizzazione psichica reattiva” presente è quella “anale” nella sua valenza “fobico-ossessiva”: colpa ed espiazione isterica.

 

FIGURE RETORICHE

 

Le figure retoriche coinvolte sono la “metafora” o rapporto di somiglianza in “insetto”, la “metonimia” o rapporto concettuale-nesso logico in “pus” ed “escrescenze”, la “enfasi” o esagerazione rappresentativa in “escrescenze”, “pus”, “divaricatore”, “primo piano”.

 

DIAGNOSI

 

Il sogno di Odette evidenzia un trauma da aborto o la fobia da organo colpevolizzato, l’ipocondria.

 

PROGNOSI

 

Odette deve vivere meglio la sua funzione erotica e sessuale e il suo organo sessuale per godere al meglio del suo corpo e della sua “libido genitale” che è da potenziare rispetto alla “libido anale”. Bisogna ridurre la compiacenza d’organo, la disposizione dell’organo debole a lasciarsi investire dalle cariche nervose isteriche. Si definisce “organo debole” la parte del corpo vissuta male o traumatizzata: “fantasmica” o “fantasmatizzata”.

 

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

 

Il rischio psicopatologico si attesta nella strutturazione di una “psiconevrosi ipocondriaca” con la conseguente caduta della qualità della vita e della funzionalità sessuale che può raggiungere l’anorgasmia.

 

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

 

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Odette è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

 

RESTO DIURNO

 

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Odette, può attestarsi in un pensiero ricorrente di stampo ipocondriaco o in un rapporto sessuale prima del sonno.

 

QUALITA’ ONIRICA

 

La qualità onirica del sogno di Odette è “cenestetica” per la repellenza che provoca a una prima lettura.

 

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

 

La “ipocondria” comporta un cattivo rapporto con il corpo, con i suoi apparati organici e con le funzioni collegate e deputate al benessere psicofisico: teoria freudiana della “compiacenza somatica” o dell’organo debole.

La responsabilità primaria si attesta nella sensibilità della persona che colpevolizza l’organo anche sulla scia dell’educazione subita e della cultura assimilata. E’ facile che nell’Occidente colpisca gli apparati sessuali per il fatto che la sessuofobia è legata a fattori religiosi e alla mancata o bigotta educazione sessuale dei giovani da parte dei genitori e degli adulti, per cui vige la regola del “tutto si impara da sé e in compagnia dei propri simili” e “tutto si fa di contrabbando con errori e colpe”.