GLI OCCHIALINI TONDI

Nessun volto era il suo corpo.

Non c’era un viso da riconoscere.

Sotto quel lenzuolo,

sporco di morte,

i sandali francescani erano di quel ragazzo

a cui la guerra aveva tolto i sogni e l’identità.

Erano di Armando.

Fu solo mio il tempo giusto

per entrare in quel rifugio antiaereo della Marina,

per schivare quella bomba degli Inglesi ubriachi.

Era l’abbraccio della Vita per la mia vita.

Non so perché ricordo tutto questo,

non ne capisco il senso.

Mi allontano dal dolore del passato.

Dopo pochi passi una voce mi chiama.

Non serve che mi volti per vederti,

ma lo faccio.

Ciao,

non sei cambiato affatto.

Vedo che hai ritrovato gli occhialini tondi

che ti eri fermato a raccattare

prima di entrare nel rifugio,

l’abbraccio della Morte per la tua morte.

Dietro i vetri riconosco i tuoi occhi,

gli occhi vispi del ragazzino di allora.

Ti aspettavo”,

mi dici sorridendo.

Ah, che sbadato!

Ora capisco che non sto dormendo

e che non sto sognando.

 

Carmen Cappuccio

 

Siracusa, 30, 07, 2021

 

IL FANTASMA DELLA MADRE E LA POSIZIONE EDIPICA

TRAMA DEL SOGNO

 

Daniele sogna di vedere la zia nella propria camera.

All’improvviso l’immagine si sdoppia: le zie diventano due e hanno voci diverse, una normale e l’altra particolarmente roca. Entrambe le voci delle zie lo salutano con un inquietante “ciao”.

Daniele impaurito scappa e, dopo aver ripreso coraggio, torna con una pistola ad acqua e spruzza le due zie perché ha capito che sono soltanto due fantasmi.

Ancora non è soddisfatto e ne uccide una, ma poi si accorge di essersi sbagliato perché ha eliminato quella buona che stava alla sua destra.

Alla fine Daniele uccide anche quella cattiva che stava alla sua sinistra.”

 

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

 

Daniele è il nome fittizio di un bambino particolarmente affascinato dal mondo incantato delle fiabe, un universo elargitogli quotidianamente da una mamma premurosa e solerte. In tal modo il bambino ha introiettato ed elaborato una particolare ricchezza di simboli, ha affinato ed esaltato, inoltre, i suoi “processi primari” acquisendo tanta facilità alle creazioni fantastiche e tanta dimestichezza con le dinamiche fiabesche più complesse.

Analizziamo il sogno di Daniele ed estrapoliamo i movimenti psichici.

La “zia” rappresenta il sostituto della figura materna nella sua componente anche erotica e desiderativa, uno “spostamento” accurato che non comporta il tabù dell’incesto e l’angoscia del rifiuto.

La “camera” condensa l’intimità nel suo versante affettivo e sessuale, mentre lo “sdoppiamento dell’immagine” è un meccanismo di difesa e innesca il processo della “scissione del fantasma” materno nella sua “parte positiva” e “negativa”.

Le “voci diverse” nel tono normale e roco attestano di un ulteriore processo di “scissione” e rappresentano ancora una volta la “parte positiva” e la “parte negativa” del “fantasma della madre”.

Il classico “ciao” è una forma di aggancio relazionale pregna di seduzione e si collega alla realtà del saluto mattutino confidenziale e suadente della madre al figlio, oltre che alla prima parola che il bambino ha imparato a pronunciare grazie sempre alla solerzia materna e quasi come un messaggio d’amore reciproco.

L’atto di “scappar via” contiene una difesa dall’angoscia legata al vissuto della seduzione materna, mentre la “pistola” rappresenta un simbolo fallico e il potere di cui il bambino ha bisogno per reagire all’emergenza psichica conflittuale anche nella forma ironica di “una pistola ad acqua”.

I “fantasmi” condensano sotto forma di pretese evanescenze la virulenza dei vissuti psichici collegati alla figura materna; “l’uccisione del fantasma” equivale a una soluzione drastica della situazione “edipica”, una forma violenta di risolvere il problema negandolo e, del resto, il bambino non sa fare altro perché non possiede ancora i meccanismi di difesa più sofisticati dell’adulto come ad esempio la “razionalizzazione”.

La “destra” simboleggia la “parte maschile” e reale della madre come nella figura fiabesca della fata, mentre la “sinistra” contiene la “parte cattiva” e malefica, come nella figura fiabesca della strega.

Globalmente il sogno attesta che il bambino si dibatte nelle pastoie di un insolubile senso di colpa.

Il sogno di Daniele parte dalla “posizione psichica orale” degli investimenti evolutivi della “libido” e arriva alla “posizione edipica” nel tentativo di dare una risoluzione alle angosce collegate.

La prognosi impone di aiutare il bambino a “razionalizzare il fantasma” della madre e di non usare in eccesso il processo dello “splitting” ossia della “scissione” dei fantasmi nella “parte buona” e nella “parte cattiva”.

L’intervento e la collaborazione del padre risultano di grande ausilio e di notevole importanza, perché aiutano il bambino a identificarsi nella sua figura e ad attenuare gli effetti devastanti dell’inevitabile “castrazione”.

Il rischio psicopatologico di una mancata risoluzione del “complesso edipico” si attesta nell’ambito delle nevrosi con somatizzazioni e inibizioni delle funzioni affettive e sessuali. Può evidenziarsi una forma di misoginia con conseguente maschilismo difensivo in funzione dell’angoscia di una profonda dipendenza dalla figura materna.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 07, 10, 2021

LA NUOVA GERUSALEMME

Rubo i tuoi occhi

per guardare il tuo sogno.

Ritorno nei miei luoghi di diaspora

e mi appari.

Gerusalemme è distrutta

e io sono in fuga da sempre

per mantenere intatta l’acuta nostalgia di casa

il desiderio è un amplificatore che suona musiche ancestrali –

Tu dove sei?

Non riesco a immaginarti morto.

La mia mente è un ripostiglio fitto di conversazioni e gesti,

il tuo volto ripetuto in tutte le espressioni,

un album di foto che sfoglio

come il salterio tra l’ora delle lodi e la compieta

ma all’ora nona ti ho sentito gridare –

Ripercorro le nostre strade polverose

nelle ore lente del pomeriggio estivo,

ciuffi di erba sporca costeggiano i fossati,

rendendo disperato il paesaggio.

I miei passi risuonano solitari

e un’eco sorda rimbalza nella valle.

Tra le fronde argentate degli ulivi ti ravviso,

agiti la mano in segno di saluto,

la tua accoglienza è per me

e la mia felicità non sembra passeggera.

Abbiamo molto da dirci,

un confronto tra anime accese dalla furia della passione.

Tu ed io,

dall’infanzia all’incanutimento un’illusione composta in metrica.

Se fossi qui con me,

non avrei paura dei miei versi.


Sabina

 

Trento, 10, 08, 2021

IO E MIO FRATELLO

TRAMA DEL SOGNO

Salve, se le fa piacere, mi interpreti questo sogno. La ringrazio.

Sogno di avere 11 o 12 anni e di essere una immigrata mulatta orfana, insieme al mio fratellino un po’ più piccolo, che ha una specie di ritardo lieve, viviamo in una casa abbandonata in un luogo isolato nella campagna.

La zona in cui abitiamo è un po’ tetra, non lontano c’è una cittadina sul mare dove io e mio fratello andiamo tutti i pomeriggi a fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate.

Non abbiamo amici e non siamo benvoluti perché siamo stranieri e poveri, allora qualche volta ce la prendiamo col mondo e facciamo qualche sciocchezza come tirare sassi alle vetrine o prendere a calci i bidoni, siamo due bambini.

Invece a casa io mi occupo di tutto come si deve, per far vivere mio fratello decentemente, e tengo sempre pulita la nostra casa fatiscente.. faccio ciò che posso. Tuttavia abbiamo una vicina di casa, una donna vecchia e acida che ci odia e ci vuole mandare via minacciandoci di chiamare i servizi sociali.

Io e mio fratello viviamo con la paura che questo succeda e ci capitino brutte cose.. ed una notte decidiamo di andare ad uccidere la vecchia, la facciamo anche a pezzi e la seppelliamo lì vicino sotto ad un albero.

Passa del tempo in cui siamo sereni, finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa, spiando la scena dalla finestra sentiamo questa che dice ai poliziotti “sono stati loro, l’hanno seppellita là”.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume, io cerco di tranquillizzare mio fratello dicendogli che se non trovano le ossa non possono provare niente.

Il giorno dopo tornano i poliziotti e vedono la terra smossa e si mettono a cercare al fiume.. allora io decido con mio fratello che dobbiamo lasciare quel posto e andiamo alla stazione per prendere un treno.

Tutto ad un tratto quando un treno passa io mi butto sotto… e dopo sto nuotando.”

Questo sogno appartiene a Koncetta.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Salve, se le fa piacere, mi interpreti questo sogno. La ringrazio.”

E’ sempre un piacere per me interpretare un sogno, in specie se possiede il travaglio psichico e culturale di Koncetta, una serie di conflitti psicodinamici assolutamente naturali.

Ricordo che nel mio lunghissimo viaggio di ricerca sul sogno sono partito dall’interpretazione umanistica per approdare a quella strettamente psicologica di scuola psicoanalitica. Oggi mi trovo ancora a viaggiare in territori non meno tranquilli, quelli che stanno tra la Poesia e il Sogno. Domani navigherò sul mare tempestoso su cui fluisce il Sogno e la Morte.

Mi sono evoluto come Koncetta e ancora è tutto in discussione.

Comunque, è sempre un piacere.

Sogno di avere 11 o 12 anni e di essere una immigrata mulatta orfana, insieme al mio fratellino un po’ più piccolo, che ha una specie di ritardo lieve, viviamo in una casa abbandonata in un luogo isolato nella campagna.”

Koncetta regredisce temporalmente e sviluppa la tematica conflittuale della sua adolescenza, della sua identità psichica, del suo spirito materno, delle sue difficoltà esistenziali, della sua solitudine, della sua carenza affettiva.

Quanta roba simbolica in poche righe!

Chiaramente Koncetta parla di sé anche quando parla del “fratellino”; quest’ultimo le serve per sviluppare la sua pulsione affettiva, i suoi investimenti di “libido genitale”, l’energia più buona, più bella e più giusta: amare se stessi e gli altri. Proprio lei che è “orfana” e “mulatta” e “immigrata”, nel senso di “sola”, “diversa” e “solitaria”, proprio Koncetta esordisce con una carta psichica di identità che abbraccia la sua prima infanzia per trasportarsi nel tempo attuale. Del resto, la formazione psichica in universale avviene proprio nei primi anni di vita, infanzia e adolescenza. Il “ritardo lieve del fratellino” è un semplice complesso d’inferiorità di Koncetta in riguardo al registro mentale e intellettivo. Della “casa abbandonata” e del “luogo isolato nella campagna” ho detto in precedenza, ma la metafora della struttura psichica di Koncetta, la “casa” e della difficoltà a relazionarsi, il “luogo”, sono apprezzabilissime per la loro carica poetica elaborata e immessa dai meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” e dello “spostamento”. Il Sogno è nella sua essenza Poesia.

La zona in cui abitiamo è un po’ tetra, non lontano c’è una cittadina sul mare dove io e mio fratello andiamo tutti i pomeriggi a fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate.”

Il meccanismo psichico della “compensazione” viene in soccorso di Koncetta in tanta desolazione psichica ed esistenziale, “zona tetra” abitata nell’infanzia e nell’adolescenza quando si formano le umane “organizzazioni psichiche”, e colora con la “cittadina” e il “mare” gli abbozzi di un miglioramento delle relazioni sociali e del mondo psicologico. Koncetta è cresciuta e ha recuperato gli schemi psichici della socializzazione e delle relazioni significative. Koncetta vive in sodalizio e in accudimento con il fratello manifestando la sua duttilità psichica e le sue capacità di adattamento, oltre che di concretezza: “fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate”. Con i pattini Koncetta scorre sulla realtà psichica e relazionale in atto.

Va benissimo aver recuperato la tanta pregressa desolante difficoltà umana ed esistenziale. Le risorse non mancano a questa donna “immigrata”, “mulatta” e “orfana”. Koncetta si sta evolvendo verso il meglio consentito dalle situazioni che sta vivendo.

Non abbiamo amici e non siamo benvoluti perché siamo stranieri e poveri, allora qualche volta ce la prendiamo col mondo e facciamo qualche sciocchezza come tirare sassi alle vetrine o prendere a calci i bidoni, siamo due bambini.”

Fa sempre capolino nel sogno il “fantasma” dell’isolamento e della solitudine. Koncetta si lascia quasi rifiutare dagli altri per compensare le sue difficoltà a inserirsi nel gruppo. L’aggressività di tanto sconforto è la ciliegina sulla torta: “tirare sassi alle vetrine” o rifiuto della propria immagine, “prendere a calci i bidoni” o scarico l’aggressività verso gli altri per via traslata. “Siamo due bambini” è la giustificazione e l’assoluzione di questo disagio psichico per la conflittuale accettazione di sé e dello status umano. Koncetta sta svolgendo in sogno il suo sforzo di accettarsi e di farsi accettare e lo inserisce in un quadro di amore materno verso il “fratellino” bisognoso di cure e di protezione. In effetti, il “fratellino” è sempre Koncetta che ama se stessa, il suo amor proprio e la sua autostima in crescita, il recupero di sè.

Invece a casa io mi occupo di tutto come si deve, per far vivere mio fratello decentemente, e tengo sempre pulita la nostra casa fatiscente.. faccio ciò che posso.

Ecco l’amor proprio e il recupero della consapevolezza delle sue capacità di affermazione e d’azione!

Le lamentele, in specie le auto-lamentazioni, sono inutili e non servono perché Koncetta ha le carte in regola per la sua evoluzione psichica ed esistenziale, per formare la sua “organizzazione psichica” e ripulirla dai sensi di colpa e dalle recriminazioni contro gli altri e il mondo infame che l’ha rifiutata e discriminata. Koncetta ha recuperato se stessa, si è data da fare per sistemare i suoi conflitti e le sue angosce, la “casa fatiscente” anche se conserva l’orgoglio delle sue radici e le nobilita, “sublimazione”, al meglio possibile, “faccio ciò che posso”. Ritorna il quadro di una donna che si è data tanto da fare nella sua evoluzione psichica, sociale e culturale, umana per dirla con una sola parola e quella giusta per l’appunto. Spicca sempre la “libido genitale”, l’istinto materno verso il suo essere stata una bambina in grande difficoltà esistenziali. Questa “genitalità” si allarga alla sua dimensione psichica materna. Koncetta è una buona madre di se stessa e dei suoi figli, tutti rappresentati nel sogno simbolicamente nella figura del “fratellino”.

Tuttavia abbiamo una vicina di casa, una donna vecchia e acida che ci odia e ci vuole mandare via minacciandoci di chiamare i servizi sociali.”

Questa è la classica rappresentazione onirica della “parte negativa del fantasma della madre”, la strega, “la donna vecchia e acida”, la madre che uccide con l’anaffettività e abbandona, che discaccia e “odia”. Questa rappresentazione appartiene a Koncetta ed è una parte del “fantasma della madre”, quella “negativa” che ha elaborato nella sua primissima infanzia, primo anno di vita per la precisione, quando la sua mente pensava e usava soltanto il meccanismo della scissione, lo “splitting”. L’esperienza affettiva di Koncetta con la madre è stata estremamente problematica e conflittuale: è “orfana”, senza madre e padre. Del resto, nel sogno ha un fratello che tratta come figlio dimostrando una ottima “libido genitale” negli investimenti. Koncetta è stata costretta dalle esperienze della sua vita a maturare prima del tempo e soprattutto in riguardo alla sua femminilità e al suo esser donna: ha accudito e amato un fratello. Nei fatti è possibile, nel sogno il fratello è la “proiezione” della sua bambina, della cura che ha riservato alla sua persona per sopravvivere in un mondo adulto particolarmente disastrato e moralmente discutibile. Si spiega il ricorso ai “servizi sociali”, una minaccia e un episodio reale che sono immaginate nel sogno per attestare della precarietà etica in cui la sua famiglia viveva. Il demone è la figura materna. Insomma, Koncetta ha maturato importanti carenze affettive e si è riscattata amandosi.

Ben fatto!

Io e mio fratello viviamo con la paura che questo succeda e ci capitino brutte cose.. ed una notte decidiamo di andare ad uccidere la vecchia, la facciamo anche a pezzi e la seppelliamo lì vicino sotto ad un albero.”

Questa è la carica aggressiva del sentimento dell’odio, la difesa di Koncetta di se stessa e del fratellino nella forma dell’uccisione della vecchia, aggravata dallo scempio del corpo e dall’occultamento del cadavere nella forma del seppellimento “sotto ad un albero”. Koncetta può fare questo in sogno perché si rafforza con la difesa del “fratello”. Raddoppia se stessa nella donna e nella bambina, difende la sua realtà femminile e la sua realtà psichica di bambina indifesa. Koncetta uccide simbolicamente la madre per sopravvivere, per non soccombere ai colpi mortali della madre fredda e priva di affetti vitali. Il meccanismo onirico della “figurabilità” si presenta e offre a Koncetta la possibilità di dipingere la liberazione dalla madre, il riscatto dalla crudeltà materna. In sostanza, Koncetta ha risolto la sua “posizione edipica” secondo la formula dello “uccidi il padre e la madre”. E’ lontana, almeno per ora, dal salvifico “riconosci il padre e la madre” e non contempla la formula “onora il padre e la madre”. Il tutto a prescindere dalla realtà familiare di Koncetta, perché si parla espressamente dei suoi vissuti personali e originali. Mi spiego: Koncetta può anche non avere avuto una famiglia, come il sogno suggerisce, ma ha elaborato ugualmente dentro di lei le figure del padre e della madre. Per difendere se stessa, si è rafforzata e si è sbarazzata della madre cattiva, come nelle migliori fiabe. In tal modo Koncetta è maturata prematuramente nell’amore di sé e degli altri, nella “posizione genitale”. Questo è il viaggio che vivono le donne anzitempo responsabilizzate e abbandonate a se stesse, come nelle migliori famiglie piene di ghiaccio e di qualsiasi latitudine e longitudine. Non c’entra niente il fatto che Koncetta è “immigrata”, “mulatta” e “orfana”, il vissuto verso la madre è fortemente vivo e vivace nel versante conflittuale. Ancora: la simbologia del “seppellire” non si traduce in “rimozione”, dimenticare per sopravvivere, tutt’altro, è la scarica dell’odio mortifero verso una figura particolarmente importante e significativa che è stata vissuta in maniera negativa.

Passa del tempo in cui siamo sereni, finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa, spiando la scena dalla finestra sentiamo questa che dice ai poliziotti “sono stati loro, l’hanno seppellita là”.

Il misfatto è compiuto, andate momentaneamente in pace. Il senso di colpa è soffocato dal vantaggio ottenuto con questa risoluzione aggressiva nei riguardi della figura materna. Koncetta odia la madre crudele e sopravvive alla sua assenza. Ma i salmi non finiscono sempre in gloria, a volte si concludono con il ritorno sulla scena del defunto sotto la forma e la veste di un fac-simile, di una figura equivalente ed equipollente a testimoniare che i “fantasmi” che espelliamo dalla porta prima o poi rientrano dalla finestra proprio quando meno ce ne accorgiamo, quando abbassiamo le difese psichiche. “Passa del tempo in cui siamo sereni”: i meccanismi e i processi psichici di difesa dall’angoscia hanno fatto il loro dovere, hanno funzionato bene e hanno contenuto la carica nervosa legata al senso di colpa, In questo caso il meccanismo inquisito è la “rimozione”. Koncetta si è dimenticata del vissuto negativo e del sentimento annesso al “fantasma della madre”, poi un episodio qualsiasi lo ha rievocato fungendo da causa scatenante dell’affioramento, meglio del “ritorno del rimosso”. Si traduce in questo modo “finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa”. Ma ancora non basta: il “Super-Io”, “i poliziotti”, di Koncetta non ce la fa a reggere il peso della colpa, per cui esige immediatamente la punizione, esige di pagare il fio, esige di espiare il tragico reato. Koncetta spia dalla finestra, sente riemergere il ricordo del vissuto rimosso in riguardo alla madre, “l’hanno seppellita là”, e non può fare a meno di riconoscere che la “rimozione” non ha funzionato perché adesso la sua istanza psichica repressiva, il “Super-Io”, esige l’espiazione della colpa, la condanna. Il prosieguo del sogno di Koncetta è sempre più intrigato e intrigante, ma lineare e comprensibile.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume, io cerco di tranquillizzare mio fratello dicendogli che se non trovano le ossa non possono provare niente.”

Potrei dire che questa è l’allegoria, la psicodinamica simbolica, del meccanismo principe di difesa dall’angoscia, la “rimozione”, il seppellire, mentre in disseppellire equivale pari pari al “ritorno del rimosso” per cause scatenanti occasionali e alla “presa di coscienza” del rimosso affluito. Quest’ultima impedisce al materiale psichico emerso dal profondo di trasformarsi soprattutto in un doloroso sintomo e per l’appunto psicosomatico. Koncetta prende coscienza e razionalizza la sua tremenda aggressività nei riguardi della figura materna, rivede la sua “posizione edipica” e passa al riconoscimento della madre per quelli che sono stati i suoi vissuti e al di là della effettiva consistenza esistenziale della augusta e improvvida genitrice. Ripeto che i figli degli immigrati sono costretti a una emancipazione rapida dalle figure genitoriali per motivi culturali e politici che non sto a discutere, perché porterebbero il mio discorso su altri versanti che non attengono la decodificazione del sogno di Koncetta. Voglio, però, sottolineare come il sogno è uguale per tutti ed è la base di ogni democrazia diretta alla Greca o alla Rousseau. Usiamo tutti gli stessi “meccanismi” e trattiamo i dati personali con le stesse capacità creative: Poesia.

Torno al sogno.

Koncetta dopo aver vissuto il “ritorno del rimosso” in riguardo alla madre, può prendere consapevolezza e razionalizzare la sua “posizione edipica” o subirlo e convertirlo in sintomo, insomma questo “ritorno del rimosso” è formativo in qualsiasi modo, ma bisogna trattarlo in maniera che sia il meno traumatico e logorante possibile.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume”. Koncetta si serve dell’acqua di “un fiume”, simbolo di vita che si evolve, “tutto scorre” di Eraclito, per ripulire i sensi di colpa della sua avversione mortifera verso la figura materna: “catarsi” greca della colpa dopo la “ubris”, il peccato originale dei Greci, l’ira e il turbamento dell’equilibrio voluto dagli dei. Koncetta inserisce i suoi nuovi vissuti riparatori nella sua struttura psichica, “meglio “organizzazione”, e compatta la sua persona e la sua personalità per darsi all’azione nel mondo sociale e nelle relazioni significative. Koncetta è sempre accompagnata dal “fratellino”, il suo alleato e il suo rafforzamento per portare alla superficie un trauma di quel tipo: l’uccisione psichica della madre. Koncetta capisce che è un danno gratuito e auto-procurato, per cui intelligentemente passa alla riesumazione delle “ossa”, unica condizione per provare qualcosa e sempre a se stessa e no di certo agli altri e tanto meno al mitico fratellino orfano, mulatto e abbandonato.

Si può procedere verso il capolavoro psichico del sogno di Koncetta.

Il giorno dopo tornano i poliziotti e vedono la terra smossa e si mettono a cercare al fiume.. allora io decido con mio fratello che dobbiamo lasciare quel posto e andiamo alla stazione per prendere un treno.”

Allora, ritorna l’istanza psichica censoria e morale del “Super-Io” di Koncetta a esigere la giusta punizione per pagare il fio della colpa orrenda del simbolico e psichico matricidio. Koncetta non è contenta della risoluzione data in precedenza e persiste nell’analisi del suo quadro psichico in atto. Koncetta si analizza e sente che il vissuto pregresso sulla madre è il suo punto debole e che non può trovare il suo giusto equilibrio tra spinte e contro-spinte se non mette a tacere dentro di lei il “fantasma della parte negativa della madre” e se non risolve al meglio la sua “posizione edipica”. Koncetta è inquieta e irrequieta a causa della psiconevrosi scatenata dal conflitto con la figura materna e allora le pensa tutte. Pensa che la “catarsi della colpa” del “fiume” non sia sufficiente a placare la tensione nervosa, la sua rabbia verso questa figura assente nella sua vita e quanto meno molto spartana, per cui, sempre insieme al suo alleato “fratello”, esperimenta la possibilità di pagare il fio della colpa proprio morendo, uccidendo quella parte di sé che tanto aveva osato in passato nei riguardi di una figura sacra come la madre. La “stazione” e il “treno” sono simboli di distacco, di partenza e di fine, insomma evocano il “fantasma di morte”, così come la fuga verso la morte per anaffettività è stato il rischio frequente corso da Koncetta. Si è dovuta amare da sola e amando la proiezione di se stessa, il “fratello”, questo meraviglioso oggetto transferale su cui condensa e investe tutte le sue buone energie per sopravvivere. Insomma, Koncetta si sta dicendo in sogno che ha rischiato di morire per mancanza d’amore e che è uscita da questa condizione d’inedia amandosi in maniera “genitale” senza scadere nel narcisismo.

Tutto ad un tratto quando un treno passa io mi butto sotto… e dopo sto nuotando.”

Il conto è stato saldato. Koncetta ha espiato le sue colpe. La madre cattiva elaborata nel suo “fantasma” al riguardo è stata buttata sotto il treno secondo le linee di un rito espiatorio primordiale, ma la nostra eroina non soccombe, tutt’altro risorge a nuova vita, rinasce, nasce a nuova vita dopo essersi buttata “sotto” e trapassa verso un “sopra” molto vitale e finalmente libero da colpe e da “fantasmi”.

Questa è la traduzione simbolica di “dopo sto nuotando”.

I tre puntini di sospensione tra “sotto” e “dopo” sono il capolavoro onirico di Koncetta.

Tutto bene quel che finisce bene.

Grazie Koncetta e al prossimo sogno con piacere!

IL BARDO O ITA DIXIT FRANCUZZUS

“Ultima fermata.
Signori si scende.”

Cicciuzzus Saccuzzus,
il bigliettaio dell’immarcescibile azienda siciliana trasporti,
non transige.
Ipse dixit.
Di poi, si va in rimessa o in garage, s’il vous plait.

“Ultima profondità,
quella finale,
la Morte,
ma non la Morte e basta,
la Morte dopo la Vita.”
Ita dixit Francuzzus.

Consoliamoci.
Magari e per gradire,
una cura ricostituente e antidepressiva fa la sua parte a Catania e a Milano,
quella con le pasticche biologiche all’arsenico e ai vecchi merletti,
quella vegetariana che disdegna le salcicce al finocchietto e al peperoncino,
quella con la mortadella lardellosa igp di una Bologna grassona e ghiotta,
quella che passa la formidabile azienda sanitaria della mitica Siracusa,
quella che serve a un essere speciale come lo stesso Francuzzus.

“Il sonno si alterna alla veglia,
la Morte si alterna alla Vita.
Tra il sonno e la veglia c’è il sogno,
tra la Morte e la Vita c’è il Bardo,
il traghetto tra due Vite che si susseguono,
una che è finita e una che comincia,
il vecchio e il nuovo.”
Ita ridixit magister, titolo oltremodo meritato, Francuzzus.

Ma noi siamo siciliani e abbiamo i traghetti della Caronte,
il dimonio dagli occhi di bragia
che ti porta dal continente direttamente in galera e in tre quarti d’ora,
che ti offre il primo arancino al ragù rancido e rifritto in olio di extra palma,
che ti presenta subito un vassoio di spazzatura all’odore di zagara.
Noi ci consoliamo con un chirurgo estetico,
quel mascalzone fresco di giornata
che da sempre cambia i connotati dall’oggi a ieri
e del mafioso di turno fa un bambino da sciogliere nell’acido,
un Totò con le minne e un Giovanni senza cugghiuna,
un Bernardo come un cane e un Tanu al botulino nelle gote.
Noi siamo fatti così.
Siamo dei mostri,
se vogliamo,
e ce la mettiamo sempre tutta,
storicamente e culturalmente ce l’abbiamo messa tutta
per insegnare ai forestieri
e non sfigurare con il resto del mondo civile.
Fondamentalmente ce la siamo sempre cavata,
anche con i Savoia e con Benito,
con baffone e con gli americani,
con Giulio e con Silvio,
con gli uminicchi e con i quaraquaquà.
Noi siamo gente con il pizzo e con il merletto.
Non ci manca niente,
neanche la cocacola e le mandorle della California.

“Dopo la morte una nuova vita avrà inizio,
ma prima di entrare in una nuova vita,
ci sarà il Bardo,
il Bardo.
Bisogna meditare nel sonno,
notte dopo notte,
per essere consapevoli nel momentum mortis
di quale viaggio si inizia
e quale viaggio si conclude.”
Ita riridixit Francuzzus, u maistru ri Catania!

Ancora che insisti con questa litania orientale
da istituto magistrale e tra i dervisci di casa nostra,
tra i fedeli di cosa nostra.
A me, ormai, gira intorno la stanza
e ho un forte dolore di panza.
Prenderò un biloplofucorene per le vertigini
e una pastiglia di botulino per le rughe allo stomaco.
E poi, ricordiamoci che il preside è fascista,
è presidente di un’Italia giovine
che non ha niente a che fare con Mazzini e con gli scout,
non sopporta le penne a biro o le stilografiche con l’inchiostro blu,
non canta cucurucucù paloma perché è nazionalista,
tanto meno canta ahiahiahi come i picciriddri babbi.
Lui grida soltanto “viva il duce,
viva il duce che ci dà l’acqua e la luce,
e i cannola di ricotta la domenica,
se facciamo i bravi e se vestiamo alla gran moda.

“Il sogno lo sa e lo dice.
Se sei sveglio,
guarda l’esperienza del sonno,
il sogno,
guarda il tuo sogno,
medita.
Medita sul dormire,
sul sognare,
sullo svegliarsi.
Medita sul morire,
sul Bardo,
sulla nuova vita.
Ita firmavit Cicciuzzu, u maistru cantanti e cantaranu!

Ancora,
ancora con questa tiritera di ciciri, parrini e ciuscia.
Cosa vuoi che mediti?
Noi in Sicilia abbiamo le arance rosse come il mestruo di Rosaria
e le arance bionde come le giovani svedesi devote a santa Luciuzza.
Noi abbiamo il Gattopardo,
che ce ne facciamo del Bardo?
Con il principe di Lampedusa siamo a posto
e non abbiamo bisogno di nessuno del continente nero,
quello romano e quello de Milan.
Il premio lo confezioniamo da soli
con una medaglia d’oro del signor Grisafi
e la cassatina alla ricotta con pasta martorana
dell’augusta pasticceria Girlando di Avola.
Non abbiamo altri bisogni.
Non abbiamo altri sogni.
Vogliamo solo dormire.
Siamo autosufficienti e autonomi.
Abbiamo Messina terremotata
e Matteo senza denaro,
abbiamo il dottor Pacchiotta
che fa miracoli con il bisturi e la lupara,
con i colletti bianchi e neri,
con le suore di clausura e con i preti neri e cappelluti.

“Gli Illuminati hanno memoria delle vite precedenti
e dopo la morte sono in grado di conservare la lucidità
anche nella fase del Bardo;
per gli Illuminati la reincarnazione non avrà luogo;
la coscienza,
libera da ogni desiderio,
non si farà irretire in un nuovo ciclo di Vita e Morte;
entrerà direttamente nel Nirvana,
lo stato di infinita pace e saggezza.”
Semper et ita vobiscum noster Franciccium posuit.

Sai che coglioni!
Basta,
fuori i secondi,
i terzi e i quarti di maiale della famosa macelleria
“i piaceri della carne” in Belvedere,
periferia di una oscena e tossica Siracusa.
Ita confirmavit u buddillista dell’istituto magistrale
nell’ora di ginnastica e di religione,
quando i professori erano ancora e almeno un poco istruiti
e insegnavano soprattutto l’educazione.
Chiudiamola qua,
altrimenti la cosa puzza
e ci tocca pagare il pizzo a don Gaetano.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 03, 06, 2021

LE STIMMATE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Buongiorno Salvatore,
volevo raccontarti il mio sogno, non è uno dei miei soliti sogni strani, ma, visto che ieri è stata una giornata tanto serena, mi sembrava strano che avessi fatto questo sogno.
Stanotte ho sognato che mi tagliavo per sbaglio i palmi delle mani mentre cucinavo.
Usciva un sacco di sangue, erano tagli profondi, se non sbaglio tre e addirittura vedevo un tendine fuori, che avevo urgenza di rimettere dentro la mano, ma la mano era stata già medicata e sapevo che, se avessi mosso qualcosa, avrebbe ricominciato a sanguinare.
Ho avuto una notte agitata in cui mi svegliavo di continuo, quindi non ricordo bene il tutto.
Ricordo che preparavo il brodo di carne con il mio ragazzo, per lo più ero io a cucinare, come accade di solito nella realtà.
Nel brodo ci mettevo cose rimaste, pezzi di impanate e ricordo che dovevo mettermi da parte delle uova, così come aveva fatto mia sorella, anche se comunque di uova ce ne erano tantissime perché mia sorella le aveva ricomprate.”
Questo è il sogno di Ambra.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

“volevo raccontarti il mio sogno, non è uno dei miei soliti sogni strani, ma, visto che ieri è stata una giornata tanto serena, mi sembrava strano che avessi fatto questo sogno.”

Non esistono “sogni strani”. I prodotti onirici sono frutto delle nostre esperienze psichiche pregresse e in atto, sono elaborati dai “processi primari” e, in particolare, dai “meccanismi psichici di difesa” della “condensazione”, dello “spostamento” e della “figurabilità”. La loro natura poetica e libertaria li rende “strani”. Proprio perché era “una giornata tanto serena”, la Psiche di Ambra ha potuto elaborare materiale affluito dal “resto diurno” senza alcuna resistenza: un pensiero o un ricordo o un fatto del giorno precedente che ha evocato in libera associazione esperienze psichiche pregresse e ancora in circolo.
Niente di strano, cara Ambra, ma tutto regolare.
In sintesi , il tuo sogno verte sul “narcisismo” in versione sacrificale e adeguatamente composto ed evoluto in versione costruttiva, tratta della sessualità procreativa nella forma del “sangue e delle uova”, nonché sul “sentimento della rivalità fraterna”: un sogno direttamente proporzionale al trionfo della giovinezza femminile con associate le paure e le angosce sui vari temi.
La funzione onirica dirà tutto nel suo linguaggio apparentemente dimenticato.

“Stanotte ho sognato che mi tagliavo per sbaglio i palmi delle mani mentre cucinavo.”

Ambra presenta subito la sfera affettiva e relazionale, “mentre cucinavo”, nonché la sua sfera psichica sacrificale, quasi cristologica, “mi tagliavo i palmi delle mani”. “Per sbaglio” equivale a una revisione del senso di colpa in questa dimensione psichica che tratta i conflitti del sentimento e dell’investimento di “libido”, la vita affettiva e relazionale come detto in precedenza. E in questa dimensione così privata Ambra esibisce a chiare lettere i “segni” della sua elezione, della sua predilezione verso se stessa, del suo “narcisismo”, le “stimmate”, la sua individualità nella versione ricorrente di un segno nella carne che ne manifesta l’eccellenza e il valore. Pur tuttavia, trattandosi di “narcisismo”, Ambra è un’eroina negativa da tragedia greca che si sacrifica per la vita e la vitalità affettive. Ambra ha elaborato nella sua infanzia il “fantasma” narcisistico nell’immagine di una bambina eccellente ed eccezionale, dotata di un forte amor proprio che non disdegna il culto di sé e l’affermazione della sua superiorità e sempre in un ambito familiare ed affettivo. La “posizione psichica orale”, primo anno di vita, e la “posizione narcisistica”, quarto anno di vita, hanno esaltato la “posizione anale”, secondo e terzo anno di vita, con il sacrificio di sé per amore, la classica sintomatologia cristologica della morte per la salvezza del prossimo più vicino. Il senso di colpa ha un ruolo importante nell’infondere energia e sostanza a questa travagliata, quanto naturale, psicodinamica. Siamo e restiamo in un ambito evolutivo di formazione psicofisica.
Procedere nell’interpretazione del sogno di Ambra ha un suo gusto, alla luce della complessità dei temi condensati, spostati e rappresentati dal “lavoro onirico”.

“Usciva un sacco di sangue, erano tagli profondi, se non sbaglio tre e addirittura vedevo un tendine fuori, che avevo urgenza di rimettere dentro la mano, ma la mano era stata già medicata e sapevo che, se avessi mosso qualcosa, avrebbe ricominciato a sanguinare.”

Il bisogno di affermazione e di esibizione, la pulsione narcisistica, è direttamente proporzionale alle esigenze affettive di dare e di ricevere. Il “sangue” è archetipo della Vita e dell’energia vitale, la “libido” nella sua accezione globale, per cui la perdita di “un sacco di sangue” da un lato attesta di quest’angoscia di devitalizzazione e dall’altro lato del forte bisogno di richiamare l’attenzione del prossimo circostante. I “tagli profondi” rievocano anche angosce di deflorazione classiche dell’infanzia, erano tanti e cruenti nell’evidenziare il “tendine”, così come i bisogni di riparazione e di ripristino dell’equilibrio psicofisico turbato erano altrettanto urgenti, per cui Ambra reagisce riformulando la rete delle relazioni affettive in base all’equilibrio migliore possibile alle condizioni date, evidenziando notevoli capacità di leggere le situazioni e le persone e di sapersi adattare. L’evitamento del protagonismo iniziale di stampo narcisistico si evolve nell’intuizione delle psicodinamiche relazionali e nella messa in atto delle strategie idonee al mantenimento dell’equilibrio psichico personale e del gruppo di appartenenza. Resta, in ogni caso, l’esaltazione della “libido narcisistica” al fine di rinforzare l’Io e la “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, la struttura, e di disporre di energie funzionali alla loro crescita e prosperità. L’intelligenza operativa di Ambra è evidente in “sapevo che, se avessi mosso qualcosa, avrebbe ricominciato a sanguinare.” Ambra bambina e adolescente ha saputo adattarsi all’aspra conflittualità delle psicodinamiche in atto e ha reagito istruendo le difese narcisistiche che ha successivamente superato con una migliore presa di coscienza. Nel comporre se stessa si è riconciliata con l’ambiente stabilendo le relazioni migliori per sopravvivere. La valenza narcisistica e la valenza affettiva-relazionale si inseguono e si susseguono sotto la spinta del “sentimento della rivalità fraterna” che è sempre dietro l’angolo e rende il sogno complesso nelle interazioni e ricco di vissuti, a testimonianza della fervida attività della Fantasia di Ambra, meglio dei suoi “processi primari”.

“Ho avuto una notte agitata in cui mi svegliavo di continuo, quindi non ricordo bene il tutto.”

“La notte agitata” si spiega proprio con la complessità interattiva dei “fantasmi” e dei simboli, delle paure e delle angosce, dei bisogni e dei desideri. Ambra oscilla tra il sonno e la veglia, ma, in effetti, l’intensità nervosa è misurata dal mescolarsi del “contenuto latente” e del “contenuto manifesto” del sogno. Se il “lavoro onirico” di camuffamento dei vissuti, messi in gioco nel sonno involontariamente da Ambra, funziona, allora il sonno è profondo e le tensioni sono ridotte al minimo sindacale. In caso contrario, il prezzo da pagare è l’agitazione e il risveglio immediato con incubo incorporato per coincidenza del “contenuto latente” e del “contenuto manifesto”: la “censura onirica” non ha funzionato. Il mancato ricordo del “tutto” è dovuto sempre al camuffamento dei vissuti originari nei simboli e nella loro interazione poetica. Insomma, Ambra è agitata per la qualità umana del materiale che sta sognando e per il duplice registro in cui creativamente lo sta inserendo: l’affettivo e il sessuale.

“Ricordo che preparavo il brodo di carne con il mio ragazzo, per lo più ero io a cucinare, come accade di solito nella realtà.”

“Lupus in fabula”. Questo è il registro sessuale. Ambra si ritrova in piena fusione attiva con il suo “ragazzo” a preparare un “brodo di carne”, un alimento che contiene l’affettività e i sentimenti, ma che ha soprattutto una valenza proprio carnale nella liquidità degli umori e nell’iniziativa del desiderio femminile. Ambra è una donna attiva e fattiva che agisce senza alcuna remora psichica e culturale, gestisce la relazione affettiva ed erotica sessuale con disinvoltura e coglie con precisione i termini neurovegetativi dell’eccitazione e della lubrificazione vaginale: “il brodo di carne” per l’appunto.

“Nel brodo ci mettevo cose rimaste, pezzi di impanate e ricordo che dovevo mettermi da parte delle uova, così come aveva fatto mia sorella, anche se comunque di uova ce ne erano tantissime perché mia sorella le aveva ricomprate.”

Il “brodo”, “i pezzi di impanate”, le “uova” e “mia sorella”, quest’ultima molto provvida nel ricomprare le uova e nel non rimanere senza, questi sono i “quattro elementi psichici” che interagiscono nel finale del sogno di Ambra, dopo che la nostra ex eroina ha abbandonato le “stimmate”, i segni sulla carne diventati inutili nel momento in cui si relaziona con l’esterno e commisura il suo valore nel confronto con gli altri e nell’esibizione delle sue doti. Questi “quattro elementi psichici” sono tenuti insieme dal “sentimento della rivalità fraterna” e dallo spirito di competizione al femminile. Ambra ha maturato un vissuto ambivalente nei riguardi della sorella, un sentimento fatto di affetto e avversione, di autonomia e dipendenza, di complicità e diffidenza. Il tutto rientra nella norma assoluta, così come tutta la psicodinamica del sogno di Ambra, ma viene sviluppato in maniera personale. L’oscillazione tra sessualità e affettività si mostra nel finale attraverso la lubrificazione vaginale, l’affettività, la fertilità e la competizione, i “quattro elementi psichici” di cui si diceva in precedenza. Ambra si identifica nella sorella e nella sua fecondità, la vive come una donna che sa prevedere e provvedere in riferimento al menage affettivo ed erotico, nonché sessuale. La sorella è stata una maestra e un esempio da imitare non soltanto nella vita e vitalità sessuale, ma anche nella sfera affettiva. Spesso le sorelle si educano reciprocamente nei temi scottanti della vita sessuale e della crescita psicofisica. Ambra ha trovato nella sorella una guida a cui affidarsi e da cui diffidare per amore della propria autonomia e differenziazione.
In sintesi il sogno “strano” di Ambra sviluppa all’interno della cornice del “sentimento della rivalità fraterna” la psicodinamica evolutiva della vita sessuale con particolare riferimento ai doni dell’essere femminile, l’eccitazione e la fertilità, la disposizione e la fecondità. La figura maschile è marginale e attesta del gradimento di Ambra di viverla in una “posizione psichica narcisistica”, senza tante dipendenze e altrettante sottomissioni. Ambra mostra il suo culto nei riguardi dell’autonomia, del “far legge a se stessa” negli affetti e nella sessualità, trovando nella sorella un riferimento ambivalente di evoluzione psicofisica. Non dimentichiamo che Ambra si tagliava i palmi delle mani mentre cucinava, ossia nell’esercizio degli affetti e dei sentimenti.
Un ultimo inciso teorico è opportuno sulla tematica universale delle “stimmate”. Sono “segni” sul corpo ottenuti per via fantasmica come nel sogno, “signa”, funzionali all’identificazione e all’identità psichiche. Sono, infatti, risoluzioni della problematica evolutiva in associazione alla “posizione edipica”, la conflittualità con le figure genitoriali. Quando nella triade padre-madre-figlia quest’ultima immette un senso di colpa, avviene la rottura dell’equilibrio relazionale, per cui, sempre la figlia, regredisce e ricorre alla “posizione narcisistica” rafforzando in maniera abnorme l’Io e secondo le linee della colpevolizzazione. Le “stimmate” sono proprio una identificazione colpevolizzata e una identità all’uopo sacrificale, un segno nella carne che è molto difficile ottenere come somatizzazione della pulsione psichica nella realtà di tutti i giorni.
Mi spiego meglio.
Quando nella realtà ci imbattiamo nelle stimmate di una persona che si ritiene a suo modo eletta, bisogna rilevare che è impossibile che la Psiche procuri una somatizzazione di così forte intensità e consistenza. Insomma le “stimmate” non rientrano nella Medicina psicosomatica, ma si addebitano all’azione diretta della persona che intende procurarsi un segno visibile e ultraterreno di elezione. La cosa non è tanto salubre.
Questo è quanto e tanto di più di quel che è dovuto a un sogno apparentemente “strano”.

 

IL SONNO & IL SOGNO

Sonno.

Leggero o profondo,

immagine della fatal quiete o panacea di tutti i mali,

a me tu caro vieni

e naufragar mi è dolce nel tuo ambiguo mare.

Sonno.

Leggero ed evanescente,

nuvola ovattata di fumo bianco

quando il fumo è bianco e dilata gli occhi,

battito rapido di ciglia solerti di madre

quando il figlio è in croce,

palpebre che si muovono

come i cavallucci delle giostre paesane

quando la festa del patrono ha un santo da gabbare.

Sonno.

Profondo e senza sogni,

senza neanche quel qualcosa che è il nulla,

quando c’è quel qualcosa di vuoto

e la percezione è assente,

come la lettera del fante Antonino Mamo

mai pervenuta alla madre dolente dal fronte russo

nella borgata antica della città vecchia

in quel funesto e nero 1944.

Sogno,

sogno che apri le profondità della Vita

alla visione dell’Essere e del Non Essere,

sogno che scuoti e percuoti le radici sfibrate,

come il Libeccio sui vetusti ulivi

quando l’ulivo è antico e carico di consumati inverni.

Sogno,

tu che fai dormire il corpo

per svegliarlo alla meditazione potente

seguendo una scorciatoia

che porta alla metamorfosi interiore,

dalla consubstanziazione alla transubstanziazione,

insieme al Maestro.

Mosè,

Budda,

Socrate,

il Giudeo,

Muhammad,

Arthur,

Karl,

Sigmund,

Friedrich,

Joshif,

Benito,

Adholf,

Palmiro,

Giulio,

Bettino,

Silvio,

Diego Armando,

i Mattei,

Salvuccio Lagrange,

Balduccio Sinagra…?

No, grazie!

E allora?

Allora Lilith,

Saffo,

Santippe,

Ecuba,

Andromaca,

Elena,

Maria,

Lucrezia,

Agrippina,

Lesbia,

Artemisia,

Gaspara,

Vittoria,

Marie,

Teresa,

Grazia,

Rita,

Margherita,

Tina,

Juliette,

Monica,

Nilde,

Indira,

Alda,

Anna,

Melania,

Elsa,

Dacia,

Natalia,

Matilde,

Liliana,

Lina,

Emma,

Mariangela,

Lalla,

Lella,

Lilli,

Marianna,

Ada,

Titina,

Sofia,

Brigitte,

Marguerite,

Iolanda,

Gabriella,

Elena,

Fabiola,

Lucia,

Agata,

Caterina,

Sabina,

Maruzzella,

Beatrice,

Stefy,

Erica,

Varna,

Vega,

Antonietta,

Margaret,

Alessandra,

Chiara,

Diletta,

Antonella,

Ilaria,

Malala,

Greta…

Concetta Giudice?

Sì, grazie!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 03, 2021

LA “COSA” PARLA 2

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

dimensionesogno.com

Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

UN SOGNO IN PAROLE

Povero riccio schiacciato sull’asfalto della strada

che da Conegliano porta a Pieve di Soligo,

negligentemente intravisto pedalando un’austera “Stella veneta” da corsa,

tu permetti di tirare il fiato

e di riflettere sulla morte per oppressione.

Quanti bambini sono stati annientati dentro una grande stanza illuminata,

fatta a losanghe metalliche

come la repellente ragnatela di un enorme ragno,

come l’ambigua rete di un fanatico pescatore di uomini.

Quante donne sedute in estremo silenzio

stanno insieme a uomini seduti in estremo silenzio

tra le mura chiuse di una gabbia

dove la mano ricerca un buco da riempire o una maniglia da forzare.

Soltanto poche dita si possono offrire

a questa categoria di uomini inutili

e di donne affette dagli stessi lutti.

Qualcuno vuole anche innamorarsi

tra le sedie sparpagliate sullo sfondo uguale

di un’invisibile rete di losanghe

infilate dentro un odioso Centro di salute mentale a forma di manicomio.

Nessun si muova!

Una ragazza temeraria si avvicina al nulla e a nessuno senza parlare,

l’unica persona che curiosità muove e che apprezza gli exploits.

Comincia il rituale della visita psichiatrica

con il solito motto di merda sopra la testa.

Estote parati!”

A cosa?

Si può sapere, di grazia, a cosa si deve essere preparati prima di annegare

dal momento che l’acqua è arrivata soltanto al culo?

Tutti siamo pronti con il nostro bambino e con lo zaino sulle spalle

a visitare l’uguale e il monotono

senza pretendere che il capire insegni sempre qualcosa da evitare.

Niente.

Non ci si capisce.

Parliamo lingue diverse

ed allora è meglio prendere le distanze dagli uomini inetti

e dalle donne chiuse in gabbia

per avere una prospettiva migliore e più solenne.

Si corre sempre il rischio d’incasinarsi con false istruzioni

pur di fuggire dalle gabbie che noi stessi abbiamo costruito

per criticare quella categoria di persone

attratte dalla massa della luna nel cielo

durante le calde sere di mezza estate.

La conoscenza non è acquisire distanza!

Per veder meglio dentro di te

è preferibile regredire,

dal momento che progredire corrisponde a un’altra ottica,

l’ottica capitalistica

e tu non hai bisogno di accumulare,

l’ottica fascista

e tu non hai bisogno di dominare,

l´ottica comunista

e tu non hai bisogno di servire.

Meglio chiudere con un saggio “cave hominem”.

Cave hominem!”

Guardati dall’uomo o dall’animale inquinante!

Questi moniti non aiutano di certo a capire.

E allora bisogna essere conservatori o progressisti?

Io resto ancora fermo con il culo sopra un secchio

a chiedermi chi custodirà le tradizioni.

Se questa è la vita che attrae il tuo essere,

chi butterà via il passato,

quello che purtroppo o meno male non ritorna,

per abbracciare tutte le novità

e andare avanti

tagliando i ponti con tutto ciò che è stato?

No, grazie!

Sa,

caro signore,

io ho ricevuto un’educazione tradizionale

presso le intraprendenti suore orsoline

in un collegio dell’Immacolata concezione,

un luogo a metà tra una fredda chiesa e una calda officina.

Bisogna,

necesse est” stare al passo con i tempi e con il mondo.

Mondo, non correre”

gridò un bambino trafelato dalla prima fila di un cinema di periferia.

Mondo cane”

gridò un vecchio angosciato dall’ultima fila di un anonimo ospedale.

Nonostante l’affanno,

tu sei sempre costretto a comunicare con il fratello

che sta al posto del padre

o con la sorella che ti fa da madre.

I genitori?

I genitori sono soltanto figure,

come quelle geometriche,

che ti fanno sentire

tutta la solitudine di un senso di colpa

e tutta la stupidità di un piccolo idiota.

Come sarebbe facile chiudere il teorema dei tuoi conflitti edipici

con il salvifico “come volevasi dimostrare” del divino Pitagora.

LA MATRIARCA

RIFLESSIONI E APPROFONDIMENTI SUL SOGNO DI SIMONE

PSICOLOGIA PROFONDA DELLA MATRIARCA

In principio era la Madre: matriarcato.

La “matriarca” è quella “madre” che vive e ritiene il figlio una sua proprietà e tende a rafforzarne la dipendenza anche in maniera subdola e sofisticata, esercitando un “potere” assoluto di vita e di morte. La psicodinamica profonda della “matriarca” è basata sui processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione” alla posizione “orale”, alla dimensione affettiva primaria e all’angoscia della perdita. Questa operazione è dettata dal bisogno della “matriarca” di non incorrere nelle spire della “depressione severa”, con la perdita di senso e di significato della vita e del vivere, con la perdita di ruolo, di mansione e di riconoscimento. All’angoscia di perdita la “matriarca” reagisce con il meccanismo primario della “conversione nell’opposto” ed esibisce l’acquisto massimo di potere sui figli e sul figlio unico in maniera elettiva. Si ricostituisce la sacra diade “madre-figlio” delle religiose pitture in maniera esasperata e in relazione complementare. La maternità della “matriarca” si esalta in una psicoterapia autogena e si sviluppa in funzione del benessere psicofisico della “madre”. Il “figlio” è l’oggetto terapeutico, lo strumento su cui convogliare le proprie angosce di abbandono e solitudine, di perdita e di frammentazione. Il “figlio” è “l’organon” della catarsi della “madre”. Tramite il possesso e la gestione del “figlio” la “madre” degenera in “matriarca” e disconosce l’altro da sé, offrendosi a se stessa e agli altri come in uno stato perpetuo di gravidanza: il “figlio” è nel suo corpo, è una parte del suo corpo. Il suo corpo comprende il “figlio”. La “matriarca” non lo concepisce fuori di lei e, tanto meno, dalla sua orbita. Il corpo si è dilatato e abbraccia il “figlio” e, di conseguenza, la sua gestione psicofisica. La “matriarca” non investe nel “figlio” la “libido genitale”, quella che riconosce l’altro da sé e investe la giusta “libido”, quella che ama il figlio senza alcun bisogno di possesso del corpo e di coartazione della coscienza. La “matriarca” è una madre “regredita” e “fissata” nella “posizione psichica orale” e investe nella relazione questa qualità di “libido”, oltremodo affettiva e sensibile alla perdita, depressiva per l’appunto. La “matriarca” è attaccata all’oggetto della sua salute psichica e del suo equilibrio organico al punto di non riconoscerlo come esterno e di incorporarlo magicamente come si usa fare nei rituali sacri a base orale: Eucaristia. La oro-incorporazione del “figlio” allevierà magicamente le angosce depressive della “matriarca” attraverso il rituale della fagocitazione. L’investimento “genitale” non è contemplato dalla “madre” degenerata in “matriarca” e il suo comportamento psicofisico viene contrabbandato come l’esempio vivente del grande amore materno. La morte in vita del “figlio” si sublima nell’orgoglio della madre per quel che riguarda gli affetti e i sentimenti. La “matriarca” opera per difesa un contenimento del suo “nucleo psichico depressivo”, elaborato e incamerato nella sua prima infanzia, con il vissuto possessivo del “figlio”, proprio traslando nel “figlio” il nucleo, la sua potenziale depressione, e controllando il nucleo attraverso la gestione del “figlio”. Quest’ultimo non è vissuto come “figlio”, ma come la stessa angoscia di perdita, per cui la “matriarca” deve manipolarlo per sentirsi viva e in equilibrio psicofisico. La “matriarca” è l’esempio vivente e in esercizio dell’immaturità psichica di quelle madri che non hanno portato avanti la giusta evoluzione e sono rimaste ancorate alla prima “posizione”, quella “orale” della loro dipendenza dalla loro madre e da lì non si sono spostate nonostante lo scorrere del tempo e delle esperienze. I “processi psichici di difesa” dall’angoscia della “regressione e della “fissazione” fungono al massimo per la necessità e l’impellenza psicofisiche. Questa forma di immaturità va al di là dell’età anagrafica dell’attrice protagonista, la “madre”. E’ possibile, infatti, ad esempio presso le culture dei nomadi Sinti, che una ragazzina diventi madre a quattordici anni e investa sul figlio “libido genitale”. E’ altrettanto possibile nella cultura occidentale che una donna diventi madre a quarantanni e investa sul figlio “libido orale”. La prima ha evoluto la sua formazione psichica e viaggia di conseguenza verso la migliore relazione possibile con il figlio, la seconda è rimasta “fissata” alla “posizione orale” e fugge dalla depressione incombente controllando l’angoscia collegata e “traslandola” nel possesso e nella tirannica gestione del “figlio”.

E per quest’ultimo quali prospettive psichiche si aprono?

Il “figlio” attivo della “matriarca”, secondo i naturali parametri psicologici, si può ribellare alla “madre” scegliendo la sua autonomia psicofisica nel momento opportuno della sua crescita evolutiva e quando il danno psichico ed esistenziale in lui si fa manifesto. Deve progressivamente rifiutare di essere gestito dai voleri impetuosi e dai bisogni ricattatori della “madre” proprio stimandone la motivazione di fondo, la depressione latente e la difesa dall’emersione dei sintomi. Questa pacata e progressiva “ribellione” del figlio deve essere sempre controllata nei risvolti profondi, perché può produrre sensi di colpa e conseguenti espiazioni nei sintomi psicosomatici delle crisi di timor panico. Il cammino esistenziale del “figlio” attivo della “matriarca” si risolve benignamente nell’adozione della madre e nella devota cura della sindrome depressiva in agguato attraverso la presenza e la fermezza.

Se il “figlio” soccombe ai bisogni “orali” della “matriarca”, resta vittima vita natural durante e deve abdicare alla realizzazione personale e sociale. Il “figlio” passivo della “matriarca” non matura, come la madre, la “libido genitale” e, quindi, spesso non forma una famiglia. E’ cresciuto tra le angosce della madre ed è stato da lei manipolato per fini terapeutici di contenimento psichico del suo nucleo depressivo “orale”, quello severo. Questa soccombenza del “figlio” culmina nella morte della “madre” e prosegue nella progressiva esaltazione del nucleo depressivo, del figlio s’intende, fino all’esplosione della sindrome depressiva. Il “figlio” non ha il contenimento del suo nucleo in un “figlio”, per cui la catena, “coazione a ripetere”, si interrompe e l’isolamento e la solitudine prendono il sopravvento psicologico manifestandosi in uno stato depressivo da incapacità di investimenti di “libido genitale” e da esplosione dei bisogni “orali” di affetto e di protezione. Il “figlio” della “matriarca” rimane sempre “figlio” anche in assenza della “madre”. Oltretutto, il legame è rafforzato dalla psicodinamica della “posizione edipica” che la “madre” ha oltremodo fomentato con il suo attaccamento morboso al “figlio” e da quest’ultimo equivocato anche come relazione d’amore sublimata.

Questo quadro si spiega in assenza psichica della figura paterna ed è riferito espressamente al “figlio” e possibilmente unico.

Per quanto riguarda la “figlia”, la psicodinamica istruita dalla “madre matriarca” si diversifica notevolmente a causa della “posizione edipica” e dei vissuti di rivalità e di identificazione che scatenano nella “figlia” il bisogno di autonomia psicofisica.

Adduco qualche nota culturale antropologica traendola dalla mia infanzia vissuta a Siracusa.

Nella prima metà del Novecento la primogenita era destinata culturalmente all’accudimento dei genitori nella loro vecchiaia, mentre per il “figlio” si apriva la necessità del mantenimento materiale e finanziario dei genitori.

Ricordo che i primi tatuaggi avvenivano in carcere ed era privilegiata la scritta “AMO MAMMA”.

Ricordo ancora che il carcerato teneva esclusivamente al perdono della mamma e non dello Stato.

Le canzoni popolari e dialettali avevano questo tipo di richiesta verso la figura materna, a testimonianza della polivalenza psichica e simbolica della “Madre” archetipo e della “madre” reale anche se non necessariamente “matriarca”.

Ricordo ancora che quest’ultima è limitrofa e contigua alla classica “parte negativa” del “fantasma della madre”, la rappresentazione infantile della figura materna che il bambino opera attraverso il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “splitting” o “scissione delle imago”. Nel caso della “matriarca” si è verificato un passaggio naturale dalla rappresentazione infantile, parte negativa del fantasma della madre, alla realtà e alla concretezza delle azioni e dei fatti. Il materiale psichico, elaborato autonomamente dalla bambina nei primi sei mesi di vita, ha visto la luce per la mancata evoluzione psichica e per la costante minaccia della depressione severa.

Va da sé che la psicopatologia depressiva ha le sue radici nella “posizione psichica orale”, nei vissuti fantasmici del primo anno di vita e nella loro mancata evoluzione, per cui si struttura il “nucleo” depressivo che nel tempo può esplodere con la sintomatologia. La “regressione” e la “fissazione” sono difese dall’angoscia, contengono il malessere anche spostando gli investimenti nel figlio. E’ questa la psicoterapia autogena della “matriarca”.

COME SI STA MUOVENDO LA FUNZIONE ONIRICA

Sono trascorsi due mesi dal forte impatto che la nostra Psiche ha subito a causa della pandemia da “coronavirus”.

Si è ridestato il “fantasma di morte” legato alla nostra formazione psichica e, nello specifico, ai vissuti riguardanti la perdita depressiva.

La Psiche ha elaborato il “nucleo” in maniera traumatica anche perché sollecitata dalle restrizioni e dai messaggi sanitari e politici.

La Psiche ha un’attività, presa di coscienza, molto più lenta rispetto agli eventi, per cui nell’immediato usa i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia per ripristinare il miglior equilibrio psicofisico possibile alle condizioni date.

In questa evenienza traumatica la “razionalizzazione” interviene a dare alla “angoscia” la connotazione di una forte “paura”, dal momento che si conosce la causa del trauma. La “angoscia” depressiva di morte, legata al riemergere del “fantasma”, si commuta e si stempera nella “paura” di morire.

Il meccanismo psichico di difesa che naturalmente e frequentemente viene usato è “l’isolamento”: la freddezza psichica ottenuta dalla scissione dell’emozione e della tensione dall’idea della morte e dalla rappresentazione mentale.

Consegue che la funzione onirica, l’attività psicofisiologica del sognare, acquista forza nello scaricare la “paura” di morire. Andiamo a dormire con questa “paura” e ci addormentiamo entrando nella fase REM massimamente agitati anche per la qualità del sonno stesso.

Nelle fasi successive del sonno, REM E NON REM, persistono le tensioni fomentate all’inizio del sonno dalla paura di morire. Progressivamente smarriscono la motivazione consapevole e degenerano in angoscia, sia perché non hanno l’oggetto e sia perché la tensione è massima e deve scaricarsi.

La tensione psicofisica in sonno non trova sempre nel sogno la salvaguardia per continuare a dormire e, allora, si scarica nell’incubo e nel risveglio immediato o si somatizza nella funzione respiratoria, in pieno rispetto al dato clinico che il virus colpisce i polmoni.

La funzione onirica si sta muovendo in questi ultimi due mesi in questa maniera: si ricorda poco del sogno e viene a mancare la “catarsi” delle tensioni, andiamo a letto con la “paura” che nel corso della notte si trasforma in “angoscia” e si somatizza scaricandosi nel respiro.

Appena svegli la funzione respiratoria si ristabilisce nei suoi normali ritmi, a conferma che, mancando la sequenza delle immagini, meccanismo onirico della “figurabilità”, la tensione aumenta e ristagna per poi scemare.

Questo è quanto volevo comunicarvi anche per una maggiore tranquillità.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), mercoledì 29 del mese di Aprile dell’anno 2020