LA CICALA E LA FORMICA

Carissima,

treschera,

tres chere,

ti penso a spasso con qualche orso

per i monti cari della tua vita,

un orso marrano convertito al miele di Sortino,

un maculato mugugnone di indubbia prestanza,

uno che può ancora ballare sotto le stelle.

Treschera,

ti penso in un’avventura televisiva demenziale

e costretta dai legacci della montagna sociale e culturale

che non va mai da Muhammad,

va sempre a finire dove piove sul bagnato.

Sta gran puttana!

A furia di coitare a ufo nel piccolo schermo,

farà scoppiare un incidente diplomatico con la santa sede,

con il barbecue del solito giornalista infallibile,

con la solita giovinetta ingenua del settimo colle altoatesino.

Tres chere,

ti penso felice a gogò e storna per l’ultima birra infame,

sorbita nella solita pizzeria di via Cesare Battisti,

colui che amò l’Italia

come i democristiani, i socialisti e i liberali.

Importante che tu senta e ti senti,

così come deve essere da parte di una senziente,

una curandera sciamanica e yoghettara

sempre in armonia con le leggi temporanee del nostro amato universo,

quello che ubbidisce all’Amore del ferro e dello zolfo

e all’Armonia del maschile e del femminile,

ita Francuzzus dixit e cantò a perdifiato,

quasi a squarciapalle.

Carissima,

chiedi sempre di me a Empedocle di Agrigento,

quello della terra, dell’aria, del fuoco, dell’acqua.

Ma io appartengo al sole, alla luna, al vento,

ai monti di Venere e alle falci di Marte.

Cosa ti può dire un filosofo pazzo dell’energia,

del tutto che si trasforma senza essere mai creato?

Comunque e per farla breve,

breviter,

sappi che da me hanno portato via le alghe

e che adesso la spiaggia è pulita,

ma dietro ci sono le ciminiere della russa Lukoil

che sparano nel cosmo fetidi vapori di merda greggia.

Che furbi i siracusani!

Non bastavano la Sincat e la Rasiom,

la Montedison e la Esso,

si abbisognava di nuovo veleno per non morire,

alla Mitridate, se ben ricordi.

In compenso a tanta malora ti dirò

che Archimede sta bene

e d’inverno soffre di reumatismi

a causa del forte vento di tramontana

che gli sbatte i coglioni di ghisa,

come a suo tempo Lui fece con il miles gloriosus.

Anche se ci lasciò le palle,

ebbe le palle

e le mostrò alla comunità scientifica.

Oggi i siracusani sono di altra varia e variopinta pasta.

Tu non ti curar di lor quando vieni,

ma vestiti sempre con cura

e cura gli ignudi senza malizia e comunismo dei beni.

Ti stringo con una stretta di mano e nulla più,

come si conviene

e si costuma presso i tuoi popoli trogloditi.

Tienimi tra le tue cianfrusaglie fisiche e morali.

Mi firmo e mi distinguo: Salvuccio Lagrange Sinagra, detto Totonno.





Giardino degli aranci, 29, 11, 2023



GIOVANNI IL BATTEZZATORE

Venne un uomo mandato da Dio

e il suo nome era Giovanni.

Anche mio cugino si chiamava Giovanni.

Egli venne come testimone

per rendere testimonianza alla Luce,

perché tutti credessero per mezzo di Lui.

Anche mio nonno si chiamava Giovanni.

Giovanni è il profeta della Luce.

Egli non era la Luce,

ma doveva render testimonianza alla Luce.

Veniva nel mondo la Luce vera,

quella che illumina ogni uomo.

Egli era nel mondo,

e il mondo fu fatto per mezzo di Lui,

perché l’amò,

eppure il mondo non lo riconobbe.

Venne fra la sua gente,

ma i suoi non l’hanno accolto.

A quanti però l’hanno accolto,

ha dato potere di diventare figli di Dio,

a quelli che credono nel suo nome,

i quali non da sangue,

né da volere di carne,

né da volere di uomo,

ma da Dio sono stati generati.

E il Verbo si fece carne

e venne ad abitare in mezzo a noi;

e noi vedemmo la sua gloria,

gloria come di unigenito dal Padre,

pieno di grazia e di verità.

Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto

grazia su grazia.

Perché la Legge fu data per mezzo di Mosè,

la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.

Dio nessuno l’ha mai visto:

proprio il Figlio unigenito,

che è nel seno del Padre,

Lui lo ha rivelato.

Salvatore Vallone propone in memoria dei Grandi uomini vissuti e viventi.

Karancino, il Giardino degli aranci, Hàrah Làgin 10, 07, 2023

Quanta Bellezza e Sapienza in questi versi antichissimi come gli ulivi di Carancino!

Quanto Gusto e Senso destano queste parole in chi sa riflettere, in chi sa vedere.

In Ortigia non ci sono marciapiedi, ci sono tante fritture di paranza che puzzano, che spuzzano, che impuzzano.

La Siracusa del dopoguerra è la città dei non vedenti, di coloro che dopo la Sincat, la Rasiom e la Montedison, hanno permesso ai Russi l’Isab proprio ai piedi della città, dell’ameno Belvedere, della famigerata Priolo, della venale Melilli, della bella Sortino dal gustoso pizzolo.

Quanto schifo mortale, quanti morti per un pugno di dollari!

In Ortigia non ci sono marciapiedi, ci sono tavolini sgangherati per i fritti di paranza, per i taglieri infetti, per i riti dionisiaci con aperitivi rinforzati al vetriolo.

In Ortigia non ci sono preti e poliziotti urbani e non, non ci sono carabinieri e fac simili.

In Ortigia ci sono tante chiese chiuse come le case di una volta, piene di topastri e di politici, di giornalisti e di saltafossi azzeccagarbugli colorati in arancione.

Io abito in collina, sopra il vallone Carancino dove sotterraneo scorre Anapo in cerca di una ninfa e in tresca con Ciane, fiume e fonte tra il papiro devastato dal bisogno d’acqua delle industrie.

Siracusa è una città di non vedenti.

Nella città più sporca del mondo si paga la tassa dei rifiuti più cara del mondo.

Alla prossima invettiva!

AVVELENATA

O Cicirinella,

tu con il tuo poco valor

rinnovelli disperato dolor

che mi preme il cor

già pur pensando,

ancor pria ch’io ne favelli.

Ma,

se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia a chi si fa soltanto i vezzi suoi,

parlare e lacrimare udrai insieme.

Espongo e mi espongo.

Noto è il giardino di pietra bianca,

Noto è il fiore barocco all’occhiello del mondo,

Noto è una e unica,

Noto è meglio di dio,

Noto è carica di dolore nei suoi scalpellini

morti nei secoli di tisi e silicosi,

Noto è carica di dolore nelle sue suore di Chiara,

figlie alienate della nobiltà e rinchiuse a vita in conventi bianchi,

Noto è carica di carrettieri che fanno i loro bisogni nel vallone

e riempiono di vespe i borghi e le contrade,

Noto è carica di braccianti e mezzadri,

di valvassori e valvassini,

di sindacalisti martiri della nobiltà mafiosa,

Noto è una cosa seria,

Noto si nomina con la bocca umile e pura,

Noto è Noto con la sua storia e la sua gente.

Eppure,

sintiti, sintiti, picciotti e picciutteddri,

un giorno,

un giorno dei nostri giorni,

ahi fero giorno,

a Noto arriva nel casale sciccoso la spocchia dell’infondatezza,

il quasi nulla mischiato con il quasi niente,

un quasi tutto senza,

arriva Cicirinella con il suo cane.

Comandi, signora, ciprie e colonie coty.

I sesterzi abbondano nelle tasche stultorum.

Io pagherò,

io pagherò,

io pagherò,

pagherò perché io posso pagare anche le mille e una notte a notte.

Eh no,

mia cara,

dovevi dirlo,

tu dovevi dire urbi et orbi come la papessa Giovanna

che non volevi pagare il conto,

dovevi dirlo,

o Cicirinella,

tu dovevi dire a tutti i Siciliani

che salti i fossi in un sol boccone,

dovevi dirlo,

tu dovevi dire ai tuoi mistici seguaci webbosi

che balli nelle stalle

e sguazzi nella melma

quando ti pare e piace,

a volontè come la maionese Calvè.

Altro che sotto le stelle a cazzeggiare,

guadagnando fior dei nostri skei par nient!

Sentite, sentite.

A un certo punto ipsa dixit.

Nel fiore di pietra c’è tanta spazzatura,

va documentata e denunciata.

Ma va?

Dici sul serio?

Credimi, non lo sapevamo.

Credimi,

mia cara Cicirinella,

noi che siamo di casa nel giardino di pietra

non c’eravamo accorti di tanta ignominia,

di cotanto degrado,

di altrettanta mafiosità.

Allora,

chiama all’uopo la inutile notizia che striscia,

chiama la bassotta di Le petit,

chiama il don Chisciotte e la panza di Sancho,

ma tu dovevi pagare il conto,

dovevi dire alla gente del mondo

che non hai pagato il conto,

che ti sei occultata anzitempo e senza garbo,

alla chetichella,

alla cretinella.

Vedi,

Cicirinella,

se onoravi il tuo debito,

noi ti credevamo,

ma il conto tu non l’hai pagato

e ti tocca mangiare il biasimo della malafede

con cui concili il pubblico con il privato.

E poi?

Te la prendi con il povero sindaco,

con la polizia e i caramba,

con l’Enel e la nettezza urbana,

con l’agenzia immobiliare e i padroni del borgo.

Tu non sai che noi siciliani caghiamo sempre tosto

e alla spazzatura,

all’inferno,

al malcostume,

all’inciviltà,

ci siamo abituati,

ci sguazziamo,

ci imprittiamo nel cotidie.

Cosa vuoi che sia una strada piena di merda?

C’è di meglio per la vergine cuccia

che aveva vilmente segnato di lieve nota

il piede villano del servo.

Ti abbiamo dato un ragazzo colorato e mattutino per i tuoi rifiuti.

Ma tu dovevi pagare il conto

prima di raccontarci la tua buona novella,

la tua scoperta dell’America.

Ahi, ahi, ahi, ahi,

cara furbacchietta,

dovevi pagare il conto,

non dovevi partire alla rinfusa,

quatta, quatta, cheta, cheta,

per poi insolentire noi siciliani

che di nostro, mi ripeto, caghiamo sempre tosto e ogni giorno

tra il sole,

tra il mare,

tra la spazzatura,

la nostra spazzatura e quella altrui,

noi che abbiamo fatto piazzare dal buon Angelo da Milan,

anni cinquanta,

le bombe delle raffinerie ai piedi delle nostre città,

la spazzatura chimica degli USA da Augusta a Siracusa,

e le abbiamo messe al posto delle spiagge dorate,

al posto dei ricci di mare e dei pesci cavaliere,

al posto delle arance e dei mandarini,

al posto delle aragoste e degli astici.

Ma non basta!

Sappilo o donna Silvana,

femina silvarun,

queste bombe continuiamo a metterle.

Non ci siamo ancora rassegnati anche nella completa autodistruzione.

Errare è umano,

perseverare e riperseverare è siculo e sicano.

Ma Cicirinella tutto questo non lo sa

e pensa ai lazzi suoi.

E noi,

figli delle stalle che non sappiamo ballare,

che viviamo in mezzo alla spazzatura

insieme ai nostri poveri sindaci e amministratori,

noi che siamo buoni e cattivi,

maleodoranti e sempre sudati,

noi inascoltati profeti della povera gente,

noi,

emeriti imbecilli,

aspettiamo te,

aspettiamo la tua estrosa boccaccia allampanata,

pendiamo dalle tue labbra furtive e procaci,

per sentirci dire che la tua vergine cuccia ha sofferto,

che l’ENEL è astenica e psicosomatica,

che ci sono tanti mafiosi in giro nei comuni e nei privé,

che hai dormito in macchina per il caldo d’eccezione.

Ma noi non pendiamo più dalle tue ivvereconde parole,

noi siamo goliardi,

abbiamo studiato Legge e Medicina all’università di Catania,

anche Filosofia,

abbiamo lavato le palle dell’elefante nella omonima piazza dopo la laurea,

noi ti gridiamo in coro dopo l’ennesima tua laureata castroneria:

cagona,

cagona,

cagona del buco del cul,

vaffancul,

vaffancul,

vaffancul!”

Viva il fiore di pietra e i suoi nobili amministratori,

viva la gente per bene che vi abita,

viva la gente per male che vi abita,

viva tutti i cani che vi abitano,

viva tutti i bambini che hanno respirato

e respirano le arie infette della Exo e della Sincat,

poscia Montedison,

della russa, gelida, putiniana Lukoil.

In attesa dell’aria pura,

Noto, ad maiora!

Ma sbrigati,

per favore,

affinché un’altra Cicirinella non arrivi nella nostra barocca Anarchia

a rompere i coglioni per i cazzi suoi.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 08, 2021