SIGNORINELLA

ATTO PRIMO

Signorinella pallida,

dolce dirimpettaia del quinto piano,

non v’è una notte ch’io non sogni Napoli

e son vent’anni che ne sto lontano.”

Perché sei sempre pallida,

o signorinella

che ti specchi nelle lastre di vetro della tua finestra

in via delle Maestranze al numero settantasette,

sognando di essere una gran dama del Settecento

con tanto di parrucca e altrettanto di cipria,

con il menestrello sotto il tuo balcone di pietra di Noto

segnata dal metodo barocco?

Forse il sangue mestruale è in eccesso

e ti lascia smunta e anemica?

Forse è la pena d’amore

che affatica il tuo viso bianco perla

e le tue membra bianche esauste?

La tubercolosi impera

in questa Sicilia onesta degli anni cinquanta.

Forse ti consuma la tisi

e i tuoi polmoni sono già sfibrati?

Napoli è lontana da vent’anni

e io non posso portarti dal dottore più bravo di Forcella.

per darti lustro ed energia,

per metterti a nuovo

come un gioiello antico nelle mani di un bravo orefice.

Salvatore Vallone pose in Karancino, il dì 12 del mese di Marzo e dell’anno 2023

VIVO IN SICILIA

Vivo l’inverno sotto Orione,

con la sua clessidra in testa a ricordarmi del Tempo,

che tutto passa,

che panta rei,

che omnia fiunt,

quasi secondo un memento mori,

senza essere trappista,

io sono un templare armato di vanga

e vomere in puro acciaio tedesco temperato,

con tanto di cipiglio contadino taccagno e di motosega della Stiga

nella buona e nella cattiva suerte,

nella salute piena e nella malattia esistenziale.

Io non soffro di noia.

Io non ho cadute dei progetti,

mi spingo sempre in avanti con il culo,

ma non troppo, per non cadere.

Vivo l’estate sotto il grande Carro,

all’ombra del piccolo Carro,

seduto sui quaranta cavalli del mio Goldoni,

anni cinquanta e tutto rifatto dalla ruggine e dalle rotture,

color arancione tempestato di macule a tinta varia,

un double face con la faccia di stagno

che non capisce la mia nobiltà mentale e morale.

Io sono un povero lestofante,

ho la parole lesta e mariuola,

ho il verbo sempre nella punta della lingua,

umido e umettato come il sogno di una notte di piena estate.

O contadino gaio e pio,

o consulente di Gaia la rossa,

o contastorie del secolo scorso,

quante novelle ti ha raccontato il pubblico pagante.

E tu il limitar di gioventù salivi

tra tonfi spessi e lunghe cantilene,

mentre la Gianna s’impapocchia di te e delle tue fregnacce,

disdegna i tuoi baci

e sboffonchia,

sbuffa e sbologna,

sbareghea e strimpella.

Gianna non ti vuole.

Io sono un pover’uomo innamorato di una cagnetta riottosa

e sorda a tanto amore,

io sono un uomo triste e doloroso,

io sono esistenzialista e alchimista,

porto il maglione nero alla dolcevita,

quella vita che se ne va

dopo averti ben allettato e ben fottuto.

Domani pianterò un fico sul declivio di Carancino,

un ficu niuru pi ffari passuluni,

dopodomani pianterò una vite,

una ciassalà pi ffari fichi sicchi.

Salvatore Vallone

Giardino degli aranci, 15, 09, 2023

IL CUORE FREDDO

Il Sole è andato in montagna

per essere più vicino all’amata Luna,

là dove le cime sono tempestose,

secondo Emily Brontè,

e si sente l’odore della polenta con il ragù,

secondo lo chef Bepy Osel di Tovena,

poenta e tocio per la lingua salmistrata dei nostrani,

Tovena,

il luogo dove si cambia una dovena per una vecia,

pardon,

una vecia per una dovena,

ripardon,

una donna giovane per una donna vecchia,

ancora pardon,

una donna vecchia per una donna giovane,

sempre secondo la lingua degli italici furori veneti legaioli,

dei veci e delle vecie,

dei bocia rubicondi e delle putee emaciate dal marchese.

Sarà che son diventato vecchio,

ma non ho sentito tanto freddo

neanche nell’amato Veneto di Treviso

così come in questa Sicilia di merda

dimenticata dallo sceriffo di latta e risolata al churry.

Sento freddo,

soffro il freddo della tormenta abbattuta sulla città di Maria.

Da Mariupol a Carancino arrivano spifferi tragici

di un vento micidiale e inumano

che abbisogna di energia atomica

per non soffrire,

per non soffrire mai più,

almeno per questa tragica tornata.

Avrei bisogno di un pallet di pellet

per scaldare il mio cuore intirizzito

in questa giornata dedicata al padre

e a chi mi chiama ancora papà.

Anch’io sono padre

come mio padre Concetto,

come mio nonno Giovanni.

Anch’io mi chiamo Salvatore

come mio nonno Salvatore,

ma avrei sempre bisogno di un pallet di pellet

per scaldare le atrofizzate e maldestre pallet di pellet

in questa triste Sicilia marzolina e marzaiola

trascurata anche da Cristo,

quel Cristo che si fermò a Eboli

senza passare dalla povera isola

abbandonata anche dalla Famiglia nostra,

intrisa dalle varie cose nostre

insediate negli uffici e nei meandri a reddito fisso,

bagnata dagli esattori del pizzo e del contro pizzo,

la vecchia IGE e la nuova IVA.

Investi valori aggiunti,

o amico russo della emerita petrolifera Lukoil!

Vieni mio bello vieni,

vieni a sporcarmi l’acqua e il cielo per un pugno di rubli.

Te li darei tutti in culo i tuoi maledetti denari,

anche se ne conti trenta

per il traditore Joseph da Regalbuto.

La Mafia non investe in casa sua,

non lavora in casa nostra,

non ha mai amato la sua terra,

è partita a suo tempo per le Americhe con il vapore

direttamente dal porto di Palermo,

una città senza infamia e senza lode,

una capitale piena di spazzatura e di buchi nel culo d’asfalto,

è esulata con il Titanic e con l’Andrea Doria,

quello di Leonardo delle Capre e quella dei biscotti,

i bucaneve per la precisione.

Anche i giovani son partiti da questa terra

e partono ancora in compagnia di Erasmus,

non quello da Rotterdam,

quello di tante altre Università goderecce

che comprano un vecchio per un giovane,

pardon,

un giovane per un vecchio.

Quanta strada nei miei sandali non di certo multinazionali francescani!

Quanto stress nelle orecchie attillate da capitan Spike!

E tu mi dici

che appartengo alla nuova generazione di rincoglioniti,

quella affetta dal morbo del grillo e del cavaliere.

No, grazie!

Voglio morire

per non soffrire,

ma il cuore si ribella ancor.

Improvviserò un esodo

per il popolo ebreo della Giudecca.

Andremo tutti

a chiedere la questua alla Caritas caritatum.

Dammi cinque euro per le Marlboro rosse,

mia cara sessantottina in odore di sessantanove.

E ben che sia finita!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 04, 2022

CORAGGIOSETTI

Il gattino è arrabbiato

e non vuole il suo gelato,

vuole una gatta da pelare

ma qui siamo in riva al mare

e non ci son gatte da pelare,

(tanto meno che si fanno pelare).

Ci son chiappe da pescare

sempre qui in riva al mare,

(tanto meno che si fanno pescare).

Coraggioso è più arrabbiato

e mi mostra il suo palato,

vuole un topo per giocare,

ma qui siamo in campagna

e il topino ha il cervello fino,

(come il contadino e le sue scarpe grosse),

e non vuole giocare con Coraggiosetti,

tanto meno con i suoi simili e gli affini.

Coraggioso è oltremodo arrabbiato

perché Salvatore non l’ha cagato

e di coccole e coccolezze

non ha avuto le dolcezze

e allora con un balzo gli si appioppa sulla gamba

per la pasta quotidiana

e il ronfare manifesto.

O poeta,

o contadino,

prima fammi un buon grattino,

poi dammi un formaggino

che lo mangio senza panino,

io ti faccio poi la pasta

e tu la inforni per la pizza

nel tuo forno Clementoni.”

Se questa poesia è futurista,

io sono un qualunquista,

un desgrassià de Buenavista,

un veneto fugace

che in Sicilia fugge e non trova pace.

Salvatore Vallone

Karancino di Belvedere, 06, 07, 2023

MAGGIO IN SICILIA

Questo è il cardo mariano dai fiori porporini,

bellezza della natura,

e tutt’attorno i cardi gialli ardono come astri

nel giardino che non conosce la rotta dell’inverno.

Bocche di leone crescono sui muri,

il rosmarino sorge dall’asfalto,

la natura vince lo squallore delle sghembe passioni quotidiane.

Filari di sedano spuntano dalla grande madre terra,

capelli verdi di monelli scalzi.

Il mistero dell’anello perpetua la catena,

simbolo regale di fertilità.

Legnaia di un contadino siciliano,

spettinata come i pensieri del suo ordinato padrone,

ossimoro vivente.

Pesche pasta bianca,

biologiche al cento per mille,

perché le proporzioni non sono al centro dei pensieri del Poeta.

Un orto con zucchine e prezzemolo e basilico e altre piante,

che matureranno al frinire delle cicale.

Ci vuole pazienza e amore per godere dei frutti della terra.

Quinto Orazio Flacco aveva un orto a Venosa.

C’era un fico.

Sava

Hàrah Làgin, 02, 06, 2023

CONTAMINAZIONE N° 77

PRIMO TEMPO

Vorrei coprir la tua bocca di baci,

di baci,

di baci,”

(ma non si può

perché sarei irriguardoso,

così invasore,

così invasivo,

mi condanneresti all’oblio,

il tuo oblio

e io ne morirei),

per dirti quanto mi piaci,”

(ahi ahi ahi,

non esageriamo con le parole,

qui si rasenta il peccato originario,

il maschilismo atavico e antico,

la libido acritica e testicolare,

non siamo mica epicurei,

tanto meno edonisti,

di quelli che non tengono le mani e gli attrezzi a posto

e non riconoscono i figli che hanno seminato

in lungo e in largo per boria narcisistica

più che per la pietas di Enea),

e poi tenerti sul cuor,”

(con il ricorso al cuore

e alla cardiologia letteraria di tutti i tempi

posso finalmente riparare

il tentativo di un eventuale maltolto

e dell’offesa al corpo mistico e diplomatico

della serenissima repubblica di Malta,

là dove il buoncostume alberga e indomito regna,

presso la donna di provincia in mezzo al mare

e non di bordello).

FINE PRIMO TEMPO

SECONDO TEMPO

Ma non si può,

in ogni caso e con ogni eventualità,

non si può semplicemente perché

io non so parlar d’amore”,

(parole, parole, parole,

parole, soltanto parole,

parole d’amore di quel Verbo che in principio fu,

di quel for, faris, fatus sum, fari,

notoriamente inteso come Fato dagli stenterelli,

da coloro che si svendono in tivvù per un ricco lesso,

il Fato,

notoriamente da intendere come ciò che è stato detto,

checché ne dicano il puffo,

il buffo,

il pacioccone

e la vispa Teresa),

l’emozione non ha voce”

(semplicemente perché l’emozione grida,

ciò che si muove dentro sbraita,

sbareghea,

ietta vuci,

crie,

scassa le balle

e sconquassa il cardiocircolatorio apparato,

ha tutto un corpo a sua disposizione per la grancassa,

per fare bene le sue cose e a puntino il suo dovere),

e mi manca anche il respiro”,

(no covid,

no vicks vaporub,

no paracetamolo,

si tratta di una semplice somatizzazione d’angoscia

da sindrome abbandonica,

quanta solitudine sin da piccolo,

tanta solitudine,

tanta solitudine da sempre,

quasi cent’anni di solitudine,

italica e non sudamericana,

sicula per la precisione,

orfano di padre,

vedovo di madre,

certo che potevo parlare con me stesso,

ma il maestro non me l’aveva insegnato

e io speravo di cavarmela,

mi circuiva come un chierico

e io non sapevo che fare),

se ci sei, c’è troppa luce”,

( lux fiat et lux facta est

nella tua splendida persona,

una maschera oscena da opera dei pupi,

o Ganu di Maganza

tiriti la distanza,

l’ammazzasti a Guerrin

detto il meschino,

a metà tra un dio tra i tanti sul mercato

e una marionetta dipinta in acrilico,

abbagliami,

straziami,

non baciarmi al buio,

potrei morirne,

di cotanto oltraggio potrei morire

folgorato sulla strada di Floridia

mentre sono in cerca dell’Eldorado,

mentre creo il cielo e la terra

con il sudore della fronte,

come il Primo disse in quel tempo

quando creò il Tempo)

la mia anima si spande come musica nel vento”

( la musica nel vento seduce,

porta via le cambiali scadute e mai pagate,

attizza lo spread senza l’invasione del puffo

che paga la mia anima in via dell’Olgettina

e direttamente in Egitto,

presso le donne furbette del cortile

che mostrano il deretano al pellegrino

che ansante cerca ancora la strada

che porta alla Mecca,

a quella pietra nera che è caduta dal cielo

perché stanca di ballare con le stelle),

e la voglia sai mi prende”

( quella non manca mai nelle stalle popolari

e nei bassifondi della pianura padana

tra moscerini attizzati e mosche pudiche,

tra zanzare longobarde e zecche nostrane,

mamma Piero mi tocca,

toccami Piero

che la mamma non c’è,

come faccio a corteggiarti

se mi respingi in una con i baci di Perugia,

con i mon chery de Turin al dolce sapore di ciliegia,

con quel cesto di ricci di mare

che raccolsi spinandomi sulle coste di Brucoli ),

e si accende con i baci tuoi”

( la ragazza del mio cuore sei,

tu lo sai,

ma baciare non ti posso mai,

sempre con la mamma te ne stai

e sola non vuoi uscire mai con me,

allora che amore è il nostro,

un brodino di pescetti e di calamari,

un fritto di paranza che nuoce alla panza,

no,

io non ci sto

e non mi accendo come un accendino

a tuo piacimento e a tuo complemento,

io voglio l’armonia e la simmetria,

io ambisco a un’armonia simmetrica,

sarà troppo,

sarà impossibile,

ma io ti voglio baciare

dopo averti sposata,

così parlò Zaratustra

e più non dimandare

perché altrimenti rompi,

rompi quell’armonia costruita intorno a te

da qualche banca in vena di sollazzi.)

FINE

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 24, 02, 2022

19 GENNAIO

Semi sparsi nelle pieghe della terra

per far nascere una vita degna,

semi di grano e di papavero,

nutrimento biondo in mezzo a macchie d’estasi.

Ehi, Maestro,

seduti dietro a un banco di una scuola di campagna,

pensavamo più alla promessa di una corsa

che alle poesie di Pascoli,

ma da allora ogni aquilone ha il filo legato ad un dolore.

Ho immaginato spesso di esserti accanto,

di osservarti mentre la vita scorre

e termina

e poi torna,

come in un romanzo di avventura da rileggere in eterno.

Oggi festeggio il tuo compleanno,

vengo da te.

Sulla tua isola senza inverno

ti stringo in un abbraccio pieno di sole,

metto un filo d’erba nelle pagine

per non perdere il segno del tuo racconto.

Auguri, caro Maestro.

Sasà

Trento, 19, gennaio, 2023

U TUPPU

U tuppu tuppa,

senza tuppu nun si tuppa

picchi u tuppu s’antuppa.

A vecchia co tuppu si tuppa,

s’intrippa e s’intruppa

com’a lupa c’allappa e c’allippa.

A picciotta senza tuppu nun si tuppa,

a picciotta co tuppu allippa,

ma nun allappa.

Il poeta è un rigattiere,

uno squallido merciaiolo,

un trovatore da art de trombar,

uno squallido trombatore,

un provenzale che ha letto tanto,

uno squallido lettiere,

un troviere cavalleresco a cui nulla osta,

cui nihil obstat,

neanche un ergastolo ostativo e non,

perché il poeta è un furtivo ladruncolo,

un sussurratore che usa le parole degli altri,

un ladrone che preleva da un vecchio bancomat verbale in disuso,

un accalappiatore che acchiappa il già detto per ridirlo,

un Ali Babà che dice quello che si può sempre ridire

perché è stato detto,

il già detto che non è il già visto,

è il già sentito,

il deja entendu nei vicoli sdirupati di Calascibbetta,

nelle trazzere sdurrubbate e polverose di Spacafunnu,

nei Superconvenienti di Mariastella la zozza,

nei Centri ecologici per la raccolta del cibo avariato.

A proposito, o poeta vate di Montpellier,

ricordami di comprare

un panino allo sgombro della ditta Drago da Giuseppe,

gli affastellati affumicati della Frishies per l’amata Gianna,

i biscotti integrali del Mulino bianco per Salvatore,

ricordami di fare il solito pellegrinaggio al Lidl,

di comparare gli orologi dalla cinesina senza culo e con le tette grosse,

prendere i noccioli da Marchetto di Belvedere,

di degustare lo gyogurth di Gianfranco da Lucia la santa.

E intanto,

mentre non te ne accorgi,

ohi, ohi, ohi,

vardè tosati,

prima spaccano l’atomo,

ahi ahi ahi, che dolor,

e poi lo sposano con la picciotta senza tuppu.

Viva, viva, viva gli sposi

e a matri che allatta e alletta co tuppu e senza tuppu.

Viva la mamma,

viva le figlie della lupa fascista,

le giovani donne di Cecco degli angeli,

quelle che tuppano senza tuppu,

les filles de Francoise la francese ardita,

pelle e ossa sotto il maglione nero alla dolce vita.

Viva, viva l’olio extravergine d’oliva,

tassato dal pizzo pazzo di Matteo il brigante

che tuti i vol e nisuni lo cioe,

che tutti lo cercano e nessuno lo trova.

Che vergogna questo tuppu intuppatu in mezzo alle cosce!

Destati Sicilia e giù botte da chiaroveggenti con l’Etna!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2023

IL CIELO

L’universo è selvaggio

come l’uomo rosso di latta,

altro che ordinato e perfetto

come l’uomo bianco di una volta.

Quello sì che era un uomo,

quello di Primo in Torino

e di Adolfo in nostra sora terra di Alemagna,

quello di Ecce homo o come si diventa ciò che si è,

quello del matto Friedrich Wilhelm

che abbraccia le cheval in Turin.

L’universo è entropico

come la città di Aretusa,

casino su casino in strade fatiscenti

e in cervelli post archimedici,

altro che armonico ed equilibrato

come l’uomo greco di una volta,

quello che non peccava di ubris

e non disturbava le proficue scopate di Zeus,

quello che non danzava nel bosco futurista

e non sbranava il povero capretto di Dioniso.

L’universo è fuori di testa e imbrogliato

come un matto savio sulla via di Damasco,

è cattivo

come l’homo homini lupus di Machiavelli e Hobbes,

è ferino

come i mangiatori dell’agnello pasquale

con le patate rosse novelle di Bologna

e le cipolle bianche antiche di Giarratana.

Ma quale universo?

Amore, amore, amore,

non c’è più pellet per scaldarti il cuore e il culo

in queste funeste e funeree giornate di ordinaria follia.

Fuori tutto è magnifico,

dice la dolce Francesca da Bassano,

quasi svarionato,

dice la meravigliosa Sofia da Bergamo,

non c’è un pallet di pellet in nessun mercato,

super o mega,

di questa striscia di terra

baciata dagli dei siculi e sicani,

greci e fenici,

romani e cristiani,

arabi e normanni,

svevi e spagnoli,

savoiardi e italiani,

beati Paoli e cose nostre,

minchioni a cinque punte,

leghisti a buon mercato.

Chi più ne ha,

più ne metta

in questo lurido albergo a cinque stelle,

in questo mondo dei puffi e dei buffoni.

E noi?

Cossa fene noialtri?

Non ci resta che andare alla Marina sul far della sera

a vedere il meraviglioso tramonto

della nostra povera stella ammalata,

questo sole

che si sta spegnendo in un bagno di lacrime incandescenti

insieme alla madonnina di gesso del santuario,

questo sole

che muore di covid 19 dentro un ricovero anticovid

che funziona alla siciliana,

come i cannoli di ricotta e cioccolata

nella psicoterapia dell’anoressia.

Non ci resta che Vladimiro,

l’oscuro come Eraclito,

per avere un po’ di umano calore,

per un pallet di pellet omologato

e al dolce sapore di faggio,

intriso dei dolciastri effluvi

nella sempre atomica centrale di Chernobyl,

già saltata in aria in illo tempore

come un ramoscello della pace all’olivo

durante le grandi e le piccole Dionisiache

dei soliti santoni nostrani in tuta mimetica

e delle solite baldracche vostrane in costume carnascialesco.

Guarda,

o damigella vestita in luminoso tailleur,

giallo come la paura e la gelosia,

la desolazione anfibia marinara

e la fatiscenza atavica di questo ricettacolo patriottico,

fulmina il quadro terrestre e celeste

come un’aquila dell’acuto Montecitorio

e trema con i visitatori incauti

come un parkinsoniano appena in fiore.

Un pianeta è solo,

è senza la sua stella,

è stato abbandonato nel cosmo

dalla madre ignuda e a gambe aperte,

dal solito padre ignoto

andato sul fronte a belligerare e a stuprare.

Un altro pianeta si è perso negli spazi interstellari

tra tante madri sogghignanti e senza cuore,

tra tanti padri fottuti dalla tubercolosi a furia di fottere

e ingravidare le pulzelle indifese e virginee di Orleans.

Che generazione malata nel corpo e nella mente!

Che stirpe indegna di celebri avi e di tante ave!

E tu dove sei?

Dove sei finita?

Tu sei alla deriva nella nostra galassia,

fluttui nella via Lattea senza una stella ospite,

senza una stella che ti accoglie,

ti abbraccia

e ti lascia riposare su un giaciglio di polvere,

la polvere delle stelle,

la polvere del cosmo che fa sempre un leggero rumore,

la polvere sul comò antico di mogano della mia nonna Lucia.

O nonna, o nonna,

nonna iuventina vestita di nero e di bianco,

cantami la nenia religiosa del peccatore e del peccato,

recitami ancora la santa messa sopra la tua toletta del 1881,

introibo ad altarem dei,

ad deum qui letificat iuventutem meam,

sollevami al cielo

come fece il padre di Kuntakinde,

dimmi che sono sceso su questa terra

soltanto per puro amore e non per sesso,

non per sgraffignare il companatico senza il pane,

non per far saltare gli ospedali di Mariupol.

Ogni universo ha bisogno di Mary Poppins,

un poco di zucchero e la pillola va giù,

di una madre

surrogata al cioccolato amaro delle Antille francesi

e affossata nello spazio vuoto di due braccia ormai sterili,

di un grembo da tempo andato in stramona.

Appena nato,

ho brillato anch’io di un calore residuo nel mio cielo

al calduccio astronomico di colori sorgenti di luce,

rogue planets,

io,

un oggetto sfuggente al suo passato e al suo destino,

sottratto alle Moire come il figlio di una dea puttana,

Afrodite nel mar Ionio intrisa dello sperma

di un Urano senza fallo,

io,

un soggetto esente dal grande Nulla,

presente e vivo in un universo vuoto

ed emergente dalle onde di questo greco mare

da cui vergine nacque quella Venere di dianzi

che fea quest’isole feconde con il suo primo sorriso,

io,

un uomo che abita la sferica regione del globo terracqueo

contaminata dal napalm americano e dal plutonio russo,

un uomo cullato in tante galassie

disposte come una ragnatela gigante,

un poeta benedetto che razzola gallinaceo

in questa enorme stalla di anime

dannate dal pope e dal papa.

Ognuno ha i suoi ragni.

La tegenaria domestica e il pholcus ballerino sputano nel cosmo

i loro escrementi sacri al filo di seta antica,

quella cinese di Marco Polo da Venezia,

avvolgono strutture barocche di rara perfezione

e con i filamenti rococò di un ossobuco

ancora umido di cipolle e di carote,

adornano ammassi di galassie in concentrazione spersa

condite al pomodoro ciliegino rigorosamente di Pachino,

si ritrovano tra grandi affetti familiari

e illegalmente costituiti

attorno a un desco fiorito di rosse lingue di fuoco

ed enormi vuoti ripieni di menzogne lapalissiane,

quasi un Supervuoto di mini vuoti cerebrali

indignato del suo essere quel Tutto

che turba la Scienza

o quel Nulla

che è sempre un Qualcosa.

La Guerra non c’è,

non c’è la Pace,

la Guerra e la Pace non ci sono.

Ti prego,

cara Jean Rhies,

di non raccontarmi balle,

specialmente adesso che la Moskva è colata a picco

nel tuo vasto mare dei Sargassi.

Ti prego, animula blandula!

Dal dolore ne morirei.

Morirei di dolore.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 15, 04, 2022