U TUPPU

U tuppu tuppa,

senza tuppu nun si tuppa

picchi u tuppu s’antuppa.

A vecchia co tuppu si tuppa,

s’intrippa e s’intruppa

com’a lupa c’allappa e c’allippa.

A picciotta senza tuppu nun si tuppa,

a picciotta co tuppu allippa,

ma nun allappa.

Il poeta è un rigattiere,

uno squallido merciaiolo,

un trovatore da art de trombar,

uno squallido trombatore,

un provenzale che ha letto tanto,

uno squallido lettiere,

un troviere cavalleresco a cui nulla osta,

cui nihil obstat,

neanche un ergastolo ostativo e non,

perché il poeta è un furtivo ladruncolo,

un sussurratore che usa le parole degli altri,

un ladrone che preleva da un vecchio bancomat verbale in disuso,

un accalappiatore che acchiappa il già detto per ridirlo,

un Ali Babà che dice quello che si può sempre ridire

perché è stato detto,

il già detto che non è il già visto,

è il già sentito,

il deja entendu nei vicoli sdirupati di Calascibbetta,

nelle trazzere sdurrubbate e polverose di Spacafunnu,

nei Superconvenienti di Mariastella la zozza,

nei Centri ecologici per la raccolta del cibo avariato.

A proposito, o poeta vate di Montpellier,

ricordami di comprare

un panino allo sgombro della ditta Drago da Giuseppe,

gli affastellati affumicati della Frishies per l’amata Gianna,

i biscotti integrali del Mulino bianco per Salvatore,

ricordami di fare il solito pellegrinaggio al Lidl,

di comparare gli orologi dalla cinesina senza culo e con le tette grosse,

prendere i noccioli da Marchetto di Belvedere,

di degustare lo gyogurth di Gianfranco da Lucia la santa.

E intanto,

mentre non te ne accorgi,

ohi, ohi, ohi,

vardè tosati,

prima spaccano l’atomo,

ahi ahi ahi, che dolor,

e poi lo sposano con la picciotta senza tuppu.

Viva, viva, viva gli sposi

e a matri che allatta e alletta co tuppu e senza tuppu.

Viva la mamma,

viva le figlie della lupa fascista,

le giovani donne di Cecco degli angeli,

quelle che tuppano senza tuppu,

les filles de Francoise la francese ardita,

pelle e ossa sotto il maglione nero alla dolce vita.

Viva, viva l’olio extravergine d’oliva,

tassato dal pizzo pazzo di Matteo il brigante

che tuti i vol e nisuni lo cioe,

che tutti lo cercano e nessuno lo trova.

Che vergogna questo tuppu intuppatu in mezzo alle cosce!

Destati Sicilia e giù botte da chiaroveggenti con l’Etna!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2023

IL CIELO

L’universo è selvaggio

come l’uomo rosso di latta,

altro che ordinato e perfetto

come l’uomo bianco di una volta.

Quello sì che era un uomo,

quello di Primo in Torino

e di Adolfo in nostra sora terra di Alemagna,

quello di Ecce homo o come si diventa ciò che si è,

quello del matto Friedrich Wilhelm

che abbraccia le cheval in Turin.

L’universo è entropico

come la città di Aretusa,

casino su casino in strade fatiscenti

e in cervelli post archimedici,

altro che armonico ed equilibrato

come l’uomo greco di una volta,

quello che non peccava di ubris

e non disturbava le proficue scopate di Zeus,

quello che non danzava nel bosco futurista

e non sbranava il povero capretto di Dioniso.

L’universo è fuori di testa e imbrogliato

come un matto savio sulla via di Damasco,

è cattivo

come l’homo homini lupus di Machiavelli e Hobbes,

è ferino

come i mangiatori dell’agnello pasquale

con le patate rosse novelle di Bologna

e le cipolle bianche antiche di Giarratana.

Ma quale universo?

Amore, amore, amore,

non c’è più pellet per scaldarti il cuore e il culo

in queste funeste e funeree giornate di ordinaria follia.

Fuori tutto è magnifico,

dice la dolce Francesca da Bassano,

quasi svarionato,

dice la meravigliosa Sofia da Bergamo,

non c’è un pallet di pellet in nessun mercato,

super o mega,

di questa striscia di terra

baciata dagli dei siculi e sicani,

greci e fenici,

romani e cristiani,

arabi e normanni,

svevi e spagnoli,

savoiardi e italiani,

beati Paoli e cose nostre,

minchioni a cinque punte,

leghisti a buon mercato.

Chi più ne ha,

più ne metta

in questo lurido albergo a cinque stelle,

in questo mondo dei puffi e dei buffoni.

E noi?

Cossa fene noialtri?

Non ci resta che andare alla Marina sul far della sera

a vedere il meraviglioso tramonto

della nostra povera stella ammalata,

questo sole

che si sta spegnendo in un bagno di lacrime incandescenti

insieme alla madonnina di gesso del santuario,

questo sole

che muore di covid 19 dentro un ricovero anticovid

che funziona alla siciliana,

come i cannoli di ricotta e cioccolata

nella psicoterapia dell’anoressia.

Non ci resta che Vladimiro,

l’oscuro come Eraclito,

per avere un po’ di umano calore,

per un pallet di pellet omologato

e al dolce sapore di faggio,

intriso dei dolciastri effluvi

nella sempre atomica centrale di Chernobyl,

già saltata in aria in illo tempore

come un ramoscello della pace all’olivo

durante le grandi e le piccole Dionisiache

dei soliti santoni nostrani in tuta mimetica

e delle solite baldracche vostrane in costume carnascialesco.

Guarda,

o damigella vestita in luminoso tailleur,

giallo come la paura e la gelosia,

la desolazione anfibia marinara

e la fatiscenza atavica di questo ricettacolo patriottico,

fulmina il quadro terrestre e celeste

come un’aquila dell’acuto Montecitorio

e trema con i visitatori incauti

come un parkinsoniano appena in fiore.

Un pianeta è solo,

è senza la sua stella,

è stato abbandonato nel cosmo

dalla madre ignuda e a gambe aperte,

dal solito padre ignoto

andato sul fronte a belligerare e a stuprare.

Un altro pianeta si è perso negli spazi interstellari

tra tante madri sogghignanti e senza cuore,

tra tanti padri fottuti dalla tubercolosi a furia di fottere

e ingravidare le pulzelle indifese e virginee di Orleans.

Che generazione malata nel corpo e nella mente!

Che stirpe indegna di celebri avi e di tante ave!

E tu dove sei?

Dove sei finita?

Tu sei alla deriva nella nostra galassia,

fluttui nella via Lattea senza una stella ospite,

senza una stella che ti accoglie,

ti abbraccia

e ti lascia riposare su un giaciglio di polvere,

la polvere delle stelle,

la polvere del cosmo che fa sempre un leggero rumore,

la polvere sul comò antico di mogano della mia nonna Lucia.

O nonna, o nonna,

nonna iuventina vestita di nero e di bianco,

cantami la nenia religiosa del peccatore e del peccato,

recitami ancora la santa messa sopra la tua toletta del 1881,

introibo ad altarem dei,

ad deum qui letificat iuventutem meam,

sollevami al cielo

come fece il padre di Kuntakinde,

dimmi che sono sceso su questa terra

soltanto per puro amore e non per sesso,

non per sgraffignare il companatico senza il pane,

non per far saltare gli ospedali di Mariupol.

Ogni universo ha bisogno di Mary Poppins,

un poco di zucchero e la pillola va giù,

di una madre

surrogata al cioccolato amaro delle Antille francesi

e affossata nello spazio vuoto di due braccia ormai sterili,

di un grembo da tempo andato in stramona.

Appena nato,

ho brillato anch’io di un calore residuo nel mio cielo

al calduccio astronomico di colori sorgenti di luce,

rogue planets,

io,

un oggetto sfuggente al suo passato e al suo destino,

sottratto alle Moire come il figlio di una dea puttana,

Afrodite nel mar Ionio intrisa dello sperma

di un Urano senza fallo,

io,

un soggetto esente dal grande Nulla,

presente e vivo in un universo vuoto

ed emergente dalle onde di questo greco mare

da cui vergine nacque quella Venere di dianzi

che fea quest’isole feconde con il suo primo sorriso,

io,

un uomo che abita la sferica regione del globo terracqueo

contaminata dal napalm americano e dal plutonio russo,

un uomo cullato in tante galassie

disposte come una ragnatela gigante,

un poeta benedetto che razzola gallinaceo

in questa enorme stalla di anime

dannate dal pope e dal papa.

Ognuno ha i suoi ragni.

La tegenaria domestica e il pholcus ballerino sputano nel cosmo

i loro escrementi sacri al filo di seta antica,

quella cinese di Marco Polo da Venezia,

avvolgono strutture barocche di rara perfezione

e con i filamenti rococò di un ossobuco

ancora umido di cipolle e di carote,

adornano ammassi di galassie in concentrazione spersa

condite al pomodoro ciliegino rigorosamente di Pachino,

si ritrovano tra grandi affetti familiari

e illegalmente costituiti

attorno a un desco fiorito di rosse lingue di fuoco

ed enormi vuoti ripieni di menzogne lapalissiane,

quasi un Supervuoto di mini vuoti cerebrali

indignato del suo essere quel Tutto

che turba la Scienza

o quel Nulla

che è sempre un Qualcosa.

La Guerra non c’è,

non c’è la Pace,

la Guerra e la Pace non ci sono.

Ti prego,

cara Jean Rhies,

di non raccontarmi balle,

specialmente adesso che la Moskva è colata a picco

nel tuo vasto mare dei Sargassi.

Ti prego, animula blandula!

Dal dolore ne morirei.

Morirei di dolore.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 15, 04, 2022

LA SAGA DI GRAZIELLA

Graziella è una donna istruita

che in Sicilia parla in italiano.

Graziella è una donna del popolo

che studia per maestra dalle suore Orsoline.

Graziella è figlia di Pietro,

fratello di nonno Giovanni.

Graziella è una donna composta

che sposa Giuseppe, detto Pippino.

Graziella ama Pippino,

sergente della regia Marina italica.

Graziella è una mamma complessa

che ha quattro figli preziosi.

Graziella li chiama Maria, Lello, Maria e Piero

e la meningite ruba i tredici anni della prima Maria.

Graziella accudisce amorevolmente Lello

che nasce con il forcipe.

Graziella lo trascina in carrozzella

in questo grigio novembre del 1943.

Graziella è investita dal vento misto alla neve

in questo freddo novembre del ‘43.

Graziella è in fuga da Pola

in questo tragico novembre del ‘43.

Graziella è fermata da un povero soldato

tra Pola e Fiume in questo inumano novembre del ‘43.

Graziella copre Lello con il suo corpo

di fronte al mitra che spara la morte.

Graziella muore con Lello

e lascia sulla neve la rossa impronta della memoria.

Graziella ha il petto e il grembo squarciati

e Lello ha un foro nella testa e nel cuore.

La figlia Maria è testimone di questo terribile amore

fino a quando l’angoscia di morte le toglie l’identità.

Salvatore Vallone pone nel giorno della Memoria

e nel dolce ricordo di mamma Graziella e dell’incolpevole Lello.



Carancino di Belvedere 27, 01, 2022





FILASCIOCCA

Pappentone evvivolancio,

la scarpetta ti porta in Francia,

occhimirè,

occhimirè,

spacca mezza tavola

evviva il re.

Mi buttai dal quinto piano

con cinquanta lire in mano,

occhimirè,

occhimirè,

a uscire tocca a te.

Eravamo bambini,

tu e io con altri dieci infanti in mezzo alla strada,

via Emanuele Giaracà,

letterato e poeta siracusano,

al civico 23.

Eravamo bambini,

io e te nell’isoletta di Ortigia,

lo scoglio in mezzo al mare nostrum,

la quaglia che odorava di intimo & privato,

tu e io con altri cento infanti sul lungomare

davanti al carcere barocco dei Borboni,

la casa con un occhio,

un solo occhio che ti guarda e ti sorveglia

e che non è quello della mamma,

è quello della lex,

dura lex,

sed lex.

Eravamo bambini,

tu e io con altri mille infanti nella piazzetta

davanti al tempio di un Apollo desolato,

un Febo non più splendente come nella sua Grecia

e signore del carro del Sole e dei suoi riottosi cavalli,

un dio incredulo di essere sopravvissuto alle grandi e piccole guerre

e di essere sfruculiato nei suoi massi squadrati di calcare

dai piedi puzzolenti di turisti improvvidi,

deriso dall’ignoranza miscredente dei marrani e dei cristiani,

abbandonato ormai dagli Elleni e dai Romani,

ma ancora in piedi in quello spaccato ventoso e opaco di pietra bianca,

fatto di colonne mozzate come la testa dei bestemmiatori

nelle moschee arabe e prossime ai bagni della bonaria Giudecca.

Eravamo infanti,

io e te con gli altri mille e centodieci,

millecentododici in tutto,

di cui dianzi e poco prima,

ma sapevamo parlare,

sapevamo parlare,

eccome sapevamo parlare,

E tutti bene!

Che dico bene: benissimo!

Non ci mancava la parola

e la loquela scorreva liscia e limpida dalle nostre labbra

senza essere toscani o trovatori provenzali

o del dolce stil novo o della lingua d’oca,

tanto meno della scuola poetica siciliana del secondo Federico,

un tedesco che amava la Sicilia più dei siciliani

che fortunatamente allora non c’erano,

che non ci sono mai,

che non ci sono mai stati

perché emigrati nelle colonie greche di Aristotele,

nell’Africa nera di Kunta Kinte,

nelle Americhe del sud e del nord,

nelle scuole e negli ospedali del tossico stivale.

Eravamo infanti,

ma non ci mancava la parola

senza essere Cielo d’Alcamo,

detto Ciullo,

quello del Contrasto,

quello di “Rosa fresca aulentissima ch’apari inver la state,

le donne ti disiano, pulzell’e maritate”,

tragemi d’este focora, se teste a bolontate;

per te ajo abento notte e dia,

penzando pur di voi, madonna mia.”,

il solito seduttore di bambine nei giardinetti pubblici della marina.

Insomma,

non ci mancava la parola,

il Verbo era presso di noi,

il Verbo eravamo noi,

il Verbo abitava in noi.

Venne nella nostra casa

e l’abbiamo riconosciuto e accolto

come il fratello maggiore bersagliere tornato vivo dal fronte russo,

come lo zio Ciccio clandestino e partigiano tornato vivo da Milano,

come lo zio Nunzio clandestino e fuggiasco tornato vivo da Taranto,

come padre Concetto sbandato in Libia e tornato vivo da Roma.

Non tutti erano tornati quella volta,

quella triste e dolorosa volta,

pochi erano tornati,

pochi rispetto ai molti che erano partiti.

La guerra era finita miseramente a Cassibile il 3 settembre del 43,

ma il disastro sfascista non era trapassato remoto,

era presente e presente in atto,

autoctisi,

come l’Assoluto del filosofo di Castelvetrano,

Giovanni,

Giovanni Gentile,

il teorico del Fascismo.

La brutta Morte, però, non era finita

e ricominciava a circolare per tutti,

maschi e femmine,

lunghi e corti,

sani e malati.

Gli Inglesi non avevano dismesso la sbornia assassina in terra straniera

anche se avevano lasciato duecentoventidue dei loro giovani

a dormire il sonno eterno degli ingiusti in un verde cimitero,

tutta gente che non sapeva né parlare,

né leggere e né scrivere in siciliano,

ragazzi che non sapevano perché erano lì e a far cosa.

Eppure erano tutti morti per il Nulla eterno anglosassone,

guidati da un vegliardo goffo con il sigaro in bocca,

giovani vite spente e affidate alla pietà degli uomini giusti e pii di Floridia

che vedi ancora oggi nei tanti cimiteri dall’erba verde e sempre fresca,

buona per le pecore straniere e le capre nostrane

dai mille volti ideologici e televisivi.

E i Tedeschi?

I Tedeschi se l’erano data a gambe a testa in giù

gridando “verrater, verrater”

alle povere mogli senza marito,

alle mamme ricche di sangue con otto figli,

agli increduli vecchi seduti sul secchio delle sventure,

ai bambini gridanti e di coccole aulenti nei cortili,

distruggendo il poco rimasto in piedi in corso Vittorio Emanuele,

in Floridia e al civico 23,

là dove si spegneva madonna Giovanna

sopra il piatto di sangue di un generoso chirurgo,

più bella di Maria e di Egizia.

Loro uccidevano per ferina e ottusa vendetta,

perché era stato detto dal capo:

ipse dixit e io eseguo.

Uomini da uccidere,

donne da stuprare,

vecchi da eliminare,

bambini da includere nel tragico conto della serva.

E gli yanchee?

I variopinti e misti uomini della Provvidenza?

Gli Americani cavalcavano da Palermo a Messina

con i loro Leopard dipinti verde e maculati marrone,

con i loro M112 dipinti di giallo e arancione,

distribuendo pessimo cioccolato e amare Jesterfield,

carne di capra in scatola e sego di maiale per le tartine,

masticando chewingum come gli ebeti nei manicomi,

quelli che abitavano presso gli elettrochoc e le catene,

ingravidando a destra e manca le nostre signorine

e con i napoletani pronti a scrivere la Tammuriata nera.

Ebbene,

in questa Sicilia,

in tanta mite donna di provincia o in tanto tragico bordello

i nostri genitori si erano abbandonati in una notte di maggio,

il tiepido maggio,

il mese delle rose e della Madonna,

ai piaceri della carne e in piena ubbidienza

ai dettami dell’imperante santa chiesa cattolica.

E noi bambini,

figli di tante virtù ed eredi di cotanta vigliaccheria,

noi già pensavamo in grande e alla grande,

aspettavamo il nostro turno per uscire

senza essere mai entrati nell’agone della vita.

E intanto giocavamo a

Pappentone evvivolancio,

la scarpetta ti porta in Francia,

occhimirè,

occhimirè,

spacca mezza tavola

evviva il re.

Mi buttai dal quinto piano

con cinquanta lire in mano,

occhimirè,

occhimirè,

a uscire tocca a te.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 05, 2021

AVVELENATA

O Cicirinella,

tu con il tuo poco valor

rinnovelli disperato dolor

che mi preme il cor

già pur pensando,

ancor pria ch’io ne favelli.

Ma,

se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia a chi si fa soltanto i vezzi suoi,

parlare e lacrimare udrai insieme.

Espongo e mi espongo.

Noto è il giardino di pietra bianca,

Noto è il fiore barocco all’occhiello del mondo,

Noto è una e unica,

Noto è meglio di dio,

Noto è carica di dolore nei suoi scalpellini

morti nei secoli di tisi e silicosi,

Noto è carica di dolore nelle sue suore di Chiara,

figlie alienate della nobiltà e rinchiuse a vita in conventi bianchi,

Noto è carica di carrettieri che fanno i loro bisogni nel vallone

e riempiono di vespe i borghi e le contrade,

Noto è carica di braccianti e mezzadri,

di valvassori e valvassini,

di sindacalisti martiri della nobiltà mafiosa,

Noto è una cosa seria,

Noto si nomina con la bocca umile e pura,

Noto è Noto con la sua storia e la sua gente.

Eppure,

sintiti, sintiti, picciotti e picciutteddri,

un giorno,

un giorno dei nostri giorni,

ahi fero giorno,

a Noto arriva nel casale sciccoso la spocchia dell’infondatezza,

il quasi nulla mischiato con il quasi niente,

un quasi tutto senza,

arriva Cicirinella con il suo cane.

Comandi, signora, ciprie e colonie coty.

I sesterzi abbondano nelle tasche stultorum.

Io pagherò,

io pagherò,

io pagherò,

pagherò perché io posso pagare anche le mille e una notte a notte.

Eh no,

mia cara,

dovevi dirlo,

tu dovevi dire urbi et orbi come la papessa Giovanna

che non volevi pagare il conto,

dovevi dirlo,

o Cicirinella,

tu dovevi dire a tutti i Siciliani

che salti i fossi in un sol boccone,

dovevi dirlo,

tu dovevi dire ai tuoi mistici seguaci webbosi

che balli nelle stalle

e sguazzi nella melma

quando ti pare e piace,

a volontè come la maionese Calvè.

Altro che sotto le stelle a cazzeggiare,

guadagnando fior dei nostri skei par nient!

Sentite, sentite.

A un certo punto ipsa dixit.

Nel fiore di pietra c’è tanta spazzatura,

va documentata e denunciata.

Ma va?

Dici sul serio?

Credimi, non lo sapevamo.

Credimi,

mia cara Cicirinella,

noi che siamo di casa nel giardino di pietra

non c’eravamo accorti di tanta ignominia,

di cotanto degrado,

di altrettanta mafiosità.

Allora,

chiama all’uopo la inutile notizia che striscia,

chiama la bassotta di Le petit,

chiama il don Chisciotte e la panza di Sancho,

ma tu dovevi pagare il conto,

dovevi dire alla gente del mondo

che non hai pagato il conto,

che ti sei occultata anzitempo e senza garbo,

alla chetichella,

alla cretinella.

Vedi,

Cicirinella,

se onoravi il tuo debito,

noi ti credevamo,

ma il conto tu non l’hai pagato

e ti tocca mangiare il biasimo della malafede

con cui concili il pubblico con il privato.

E poi?

Te la prendi con il povero sindaco,

con la polizia e i caramba,

con l’Enel e la nettezza urbana,

con l’agenzia immobiliare e i padroni del borgo.

Tu non sai che noi siciliani caghiamo sempre tosto

e alla spazzatura,

all’inferno,

al malcostume,

all’inciviltà,

ci siamo abituati,

ci sguazziamo,

ci imprittiamo nel cotidie.

Cosa vuoi che sia una strada piena di merda?

C’è di meglio per la vergine cuccia

che aveva vilmente segnato di lieve nota

il piede villano del servo.

Ti abbiamo dato un ragazzo colorato e mattutino per i tuoi rifiuti.

Ma tu dovevi pagare il conto

prima di raccontarci la tua buona novella,

la tua scoperta dell’America.

Ahi, ahi, ahi, ahi,

cara furbacchietta,

dovevi pagare il conto,

non dovevi partire alla rinfusa,

quatta, quatta, cheta, cheta,

per poi insolentire noi siciliani

che di nostro, mi ripeto, caghiamo sempre tosto e ogni giorno

tra il sole,

tra il mare,

tra la spazzatura,

la nostra spazzatura e quella altrui,

noi che abbiamo fatto piazzare dal buon Angelo da Milan,

anni cinquanta,

le bombe delle raffinerie ai piedi delle nostre città,

la spazzatura chimica degli USA da Augusta a Siracusa,

e le abbiamo messe al posto delle spiagge dorate,

al posto dei ricci di mare e dei pesci cavaliere,

al posto delle arance e dei mandarini,

al posto delle aragoste e degli astici.

Ma non basta!

Sappilo o donna Silvana,

femina silvarun,

queste bombe continuiamo a metterle.

Non ci siamo ancora rassegnati anche nella completa autodistruzione.

Errare è umano,

perseverare e riperseverare è siculo e sicano.

Ma Cicirinella tutto questo non lo sa

e pensa ai lazzi suoi.

E noi,

figli delle stalle che non sappiamo ballare,

che viviamo in mezzo alla spazzatura

insieme ai nostri poveri sindaci e amministratori,

noi che siamo buoni e cattivi,

maleodoranti e sempre sudati,

noi inascoltati profeti della povera gente,

noi,

emeriti imbecilli,

aspettiamo te,

aspettiamo la tua estrosa boccaccia allampanata,

pendiamo dalle tue labbra furtive e procaci,

per sentirci dire che la tua vergine cuccia ha sofferto,

che l’ENEL è astenica e psicosomatica,

che ci sono tanti mafiosi in giro nei comuni e nei privé,

che hai dormito in macchina per il caldo d’eccezione.

Ma noi non pendiamo più dalle tue ivvereconde parole,

noi siamo goliardi,

abbiamo studiato Legge e Medicina all’università di Catania,

anche Filosofia,

abbiamo lavato le palle dell’elefante nella omonima piazza dopo la laurea,

noi ti gridiamo in coro dopo l’ennesima tua laureata castroneria:

cagona,

cagona,

cagona del buco del cul,

vaffancul,

vaffancul,

vaffancul!”

Viva il fiore di pietra e i suoi nobili amministratori,

viva la gente per bene che vi abita,

viva la gente per male che vi abita,

viva tutti i cani che vi abitano,

viva tutti i bambini che hanno respirato

e respirano le arie infette della Exo e della Sincat,

poscia Montedison,

della russa, gelida, putiniana Lukoil.

In attesa dell’aria pura,

Noto, ad maiora!

Ma sbrigati,

per favore,

affinché un’altra Cicirinella non arrivi nella nostra barocca Anarchia

a rompere i coglioni per i cazzi suoi.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 08, 2021

 

 

 

 

 

 

IMMERSA NEL SONNO DEI SENSI

dedicata alla mai abbastanza compianta Mara Eli
chiedendo aiuto a Orazio

La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e tu,
mia bellissima donna,
sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
si mostra
e si pavoneggia
in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Abbandona questa indolente inerzia
e accorgiti di me e del mio desiderio
che attendiamo in questa strada
la rivelazione della tua bellezza.
Io non vivo
e non dormo
nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
per la passione e non per l’inerzia.
Il mio corpo sa trattenere il desiderio
in attesa che ti disponi
a ricevere quel mio fuoco nascosto
che aspetta
e che soltanto tu puoi spegnere.

Salvatore Vallone

pose dolente in Pieve di Soligo e nell’aprile del 2018

 

SCHIZZI MEMORABILI DEL PRINCIPE DI LAMPEDUSA

IL TERREMOTO DI MESSINA

La figura materna viene nuovamente richiamata e senza modificazioni qualitative di rilievo nella rievocazione del disastroso sisma che distrusse la città di Messina il giorno 28 del mese di dicembre dell’anno 1908.
L’emozione legata al ricordo del tragico terremoto è associata a un altro macabro simbolo di morte: il grande pendolo inglese del nonno ancora fermo all’ora del sisma, le fatali cinque e venti.
Segue ancora un’immagine di distacco affettivo e di separazione: il ricordo del pranzo solitario dei nonni, quasi a sottolineare il fatto che i cibi, simboli di affetto, non erano condivisi in famiglia.
Di poi viene presentata l’irruzione dello zio Ferdinando, il quale annuncia la tragedia familiare: tra le tante vittime del terremoto di Messina il buon Dio ha voluto con sé le anime aristocratiche della zia, sorella della madre, e del marito.
A questo punto della dolorosa rievocazione si stacca la figura del cugino, coetaneo e improvvisamente orfano; la solitudine non è un fatto di vita oggettiva e di presenza esteriore, ma una questione di vita interiore e di dimensione psichica.
L’orfano Tancredi nel “Gattopardo” sarà la degna riedizione di questo cugino, a testimonianza di quanto si possa essere colpiti durante l’infanzia da persone e fatti, che, non essendo adeguatamente rimossi o razionalizzati, si conservano nella psiche e spuntano senza coscienza al momento opportuno in altra sede e in altro contesto, una “Traslazione” che avviene sempre in maniera camuffata.

“Questo ricordo è visualmente assai meno vivace del primo, ma invece esso è dal punto di vista della “cosa avvenuta” assai più preciso.
Qualche giorno dopo giungeva da Messina mio cugino, che nel terremoto aveva perduto il padre e la madre…Rivedo anche il dolore di mia madre quando, parecchi giorni dopo, giunse notizia del ritrovamento dei cadaveri di sua sorella Lina e del cognato.
Vedo mia madre singhiozzare seduta in una grande poltrona del salone verde nella quale nessuno si sedeva mai, ricoperta di una sua corta mantellina di astrakan moirè.”
“Racconti”; “I luoghi della mia prima infanzia”, edizione citata, pagina 100).

Il dolore della madre viene presentato dal principe come un vissuto affettato e di maniera; esso non è l’autentica espressione di un forte sentire dell’animo e di un coatto vibrare del corpo.
C’è sempre un oggetto o una serie di oggetti che stemperano i sentimenti e le sensazioni secondo le linee di un freddo e oggettivo “Verismo psichico” che distrae dalle emozioni intense e le raffredda mentre procede con il ricordo alla loro rievocazione e rappresentazione: la ”grande poltrona del salone verde” e la “corta mantellina di astrakan moiré” fungono da alleati nello stemperare e possibilmente stornare l’autenticità del dolore e nel renderlo formale.
In effetti si tratta di un meccanismo di difesa dall’angoscia proprio del principe di fronte alla riedizione del “Fantasma di Morte”, oltre che dell’esibizione ulteriore di un’immagine materna anaffettiva, una donna che, almeno nei vissuti del figlio, non riusciva a lasciarsi andare neanche al sentimento del dolore e a comunicare attraverso i canali psichici dell’affidamento e della sicurezza affettiva.
Una madre, del resto, che ha delegato l’educazione del figlio al mestiere di figure femminili estranee, induce a riflettere sul fatto che l’esercizio dell’amore non si può delegare, ma è da vivere in prima persona: l’amore è in prima istanza una sensazione e di poi anche un sentimento fantasmizzato nel bene e nel male secondo abbondanza o penuria.
Si noti il particolare e non indifferente dato sulla “continentalità” delle donne di servizio: la cameriera è piemontese e la bambinaia è senese in ossequio a un ambiguo buon costume dell’aristocrazia isolana, sempre protesa tra un’Italia da conquistare e una Sicilia da dimenticare.
A questo punto il principe di Lampedusa offre un altro ricordo del padre: uno sprezzante ammiccamento sessuale, riferito ai poveri terremotati che erano stati ospitati nella città di Palermo, un’insinuazione maligna che il bambino di dodici anni capiva benissimo.

“Ricordo anche come si andasse dicendo che i profughi che erano alloggiati da per tutto e anche nei palchi dei teatri si conducevano tra di loro” in modo molto indecente” e mio padre che diceva sorridendo:” hanno il desiderio di rimpiazzare i morti”- allusione che comprendevo benissimo”:
(Ibidem; pagina 101).

Eros e Thanatos si distinguono e si fondono secondo cadenzati ritmi e armonici cicli: una costante da premiata ditta, dal momento che “Il Gattopardo” è ricco di questi meta-psico-fisici apparenti contrasti.
In questo spaccato mnestico sugli incresciosi postumi del terremoto, la “Vita e la Morte” si rincorrono nella carica sessuale di una dialettica pulsionale indefinita, moralisticamente “indecente” per il modo volgare in cui questi strumenti procreativi si mettono al servizio del “Genio della Specie” oltre che dei loro feudatari: un “Eros” poco divino e troppo carnale che non sarebbe piaciuto a Platone, un “Eros” privo di quell’aristocratico distacco dalla “Vita dei Sensi” che degnamente gli compete.
Il principe di Lampedusa rielaborerà nel “Gattopardo” questa ambigua e inquietante reminiscenza dell’infanzia, traslandola malignamente dalla povera gente terremotata alla sua stessa classe sociale, quell’Aristocrazia deprivata di “Eros” e votata ormai a “Thanatos”, una casta in netto degrado genetico e determinata positivisticamente all’estinzione.
Questo dato è una conferma non solo del materiale psicologico parzialmente rimosso nella dimensione inconscia e della struttura fantasmica che si esprime elettivamente nella sublimata produzione estetica, ma anche della riedizione masochistica e mortifera dei fantasmi inscritti nella psiche del giovane principe e mai estinti da una adeguata “Razionalizzazione”, vivi, quindi, e dominanti anche in una forma disposta a tralignare sotto la sferzante angoscia della “Fine”.

“…: in quegli anni la frequenza dei matrimoni fra cugini, dettati da pigrizia sessuale e da calcoli terrieri, la scarsezza di proteine nell’alimentazione aggravata dall’abbondanza di amidacei, la mancanza totale di aria fresca e di movimento, avevano riempito i salotti di una turba di ragazzine incredibilmente basse, inverosimilmente olivastre, insopportabilmente ciangottanti; esse passavano il tempo raggrumate tra loro, lanciando solo corali richiami ai giovanotti impauriti, destinate sembrava soltanto a far da sfondo alle tre o quattro belle creature che…passavano scivolando come cigni su uno stagno fitto di ranocchie.
Più le vedeva e più si irritava;…gli sembrava di essere il guardiano di un giardino zoologico posto a sorvegliare un centinaio di scimmiette: si aspettava di vederle a un tratto arrampicarsi sui lampadari e da lì, sospese per le code, dondolarsi esibendo i deretani e lanciando gusci di nocciola, stridori e digrignamenti sui pacifici visitatori.
Strano a dirsi fu una sensazione religiosa ad estraniarlo da quella visione zoologica: infatti dal gruppo delle bertucce crinolinate si alzava una monotona continua invocazione sacra: ”Maria! Maria!” esclamavano perpetuamente quelle povere figliole…Il nome della Vergine invocato da quel coro virgineo riempiva la galleria e di nuovo cambiava le scimmiette in donne…”:
(“Il Gattopardo”; edizione citata, pagine 291 e 292).

“Pigrizia sessuale” e “calcoli terrieri” sono condensati di anaffettività e di incapacità di amare, mentre “scarsezza di proteine”, ”abbondanza di amidacei, ”mancanza di aria fresca e di movimento” denotano un sentire deterministico di stampo bio-positivistico; è degna di nota, inoltre, la misoginia espressa nel bieco disprezzo delle scimmiette ciangottanti e crinolinate.
La figura maschile è connotata significativamente soltanto dalla paura: ”giovanotti impauriti”.
Lo stesso tema, sottilmente intrecciato a già noti motivi psico-esistenziali, si è presentato nel brano di “Lighea” con il titolo “Il solo esemplare superstite”.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 23, dicembre, 2002

MOI ET JACQUELINE

Cet amour non è il sentimento dell’altro,

è il mio sentimento,

quello che io ho inventato per te

e che è fatto così,

di tante cose e di tante movenze,

di tante note e di tanti ritornelli,

di tante sciocchezze e di tante leggerezze.

E’ bello come la luce

ed è bello come il buio,

è bello come il tempo

quando il tempo si ferma,

è brutto come il tempo

quando il tempo scorre.

E’ vero come te

quando sei felice,

è gioioso come te

quando sei contenta.

Questo amore trema di paura

come un bambino nel buio

e non indietreggia

come un uomo sereno nella luce.

Cet amour che faceva paura,

ti ha insegnato a parlare,

ti ha donato la potenza delle parole,

la gioia di impallidire e di arrossire,

il timore di tremare e di stare,

l’eccitazione di spiare e di manifestarti,

la voglia di braccare e di esporti,

il desiderio di ferire e di curare,

l’ansia di calpestare e di carezzare,

la pulsione di uccidere e di salvare,

il bisogno di negare e di affermare,

la capacità di dimenticare e di ricordare.

Questo amore non è una parte,

è un tutto intero

come il sole quando soleggia

e la luna quando è piena e quando è nuova,

quando hai paura che ti cade addosso

alzando gli occhi al cielo in una notte di luna.

Cet amour è vivo e sempre nuovo,

palpitante e caldo

come il cuore quando batte.

Questo amore ci segue e ci perseguita

come un rimorso assurdo,

come un andare e un tornare

senza dimenticare quello che hai visto,

quello che hai vissuto,

riaddormentandoti e risvegliandoti

senza soffrire,

senza invecchiare,

sognando la morte senza morire

e per riderci sopra da svegli.

Cet amour resta là,

piantato al suolo come un ulivo secolare

che ha tante storie

da raccontare agli amanti

nelle notti di luna piena

e nell’ora dei lupi mannari.

Questo amore non scende dalle stelle,

vive nelle stalle insieme agli asini testardi

ed è crudele come la nostalgia

che non sa ricordare quella carezza mai ricevuta senza soffrire

ed è tenero come un rimpianto o un’emozione pudica.

Cet amour è come Dio,

ci guarda sorridendo

e ci parla senza parole,

senza dire niente.

Questo amore si lascia ascoltare con timore e tremore,

con sussurri e grida,

con le preghiere dell’amato per lei,

con l’invocazione dell’amata per lui.

Cet amour non è mio,

non è tuo,

è dell’Amore,

è degli amanti,

di tutti quelli toccati quotidianamente nel corpo e nella mente

da un buon demone,

da un generoso messaggero del dio bendato.

O Amore,

fermati,

lasciati guardare,

contemplare,

restami addosso,

braccami,

non andartene

perché io non ti ho mai lasciato,

ricordami

perché io non ti ho mai dimenticato.

E, allora, tu non scordarti di me

che ho solo te sulla terra e dentro il cielo,

non lasciarmi morire,

lasciami vivere insieme a te

e lontano dai torsoli e dal sangue,

non importa dove,

non importa quanto.

Ricordati di dare sempre un segno di vita

nel Trentino così come in Sicilia,

nei freschi boschi di coccole aulenti,

nell’assolata campagna di nere more.

Sorgi a ogni alba

nella foresta della memoria e della speranza,

tra i muschi e i licheni,

inducimi sempre in tentazione

e non salvarmi mai dal Male.

Così sia.

Salvatore Vallone

Libera contaminazione di “Cet amour” di Jacques Prevert

Carancino di Belvedere 15, 01, 2021



CARONTE

Come un gabbiano

scivolo nell’azzurro,

tra sole e mare.

Immobile

nella contemplazione della mia Sicilia.

Par che io ti stia lasciando.

Sì.

Ma il cuor mio resta con te

e l’amore incondizionato che

dolcemente

a te mi lega.

Lucia