QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 23

Vitas inuleo…

Vitas inuleo me similis, Chloe,
quaerenti pavidam montibus aviis
matrem non sine vano
aurarum et silvae metu.

Nam seu mobilibus veris inhorruit
adventus foliis, seu virides rubum
dimovere lacertae
et corde et genibus tremit.

Atqui non ego te, tigris ut aspera
Gaetulusve leo frangere persequor!
Tandem desine matrem
tempestiva sequi viro.

VERSIONE LETTERALE

Tu mi sfuggi…

Tu mi sfuggi simile a una cerbiatta, o Cloe,
che cerca la madre pavida per monti impervi
non senza una vana paura
dei venti e della selva.

Infatti sia che l’arrivo della primavera si increspò
per le foglie mobili, sia che i verdi ramarri
mossero il rovo,
tu tremi sia nel cuore e sia nelle ginocchia.

Ma io non ti inseguo, come una tigre feroce
o un leone Getulo, per sbranarti!
Finalmente matura per un uomo cessa
di seguire la madre.

VERSIONE LETTERARIA

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

COMMENTO

L’ode è complessa nella sua linearità formale e variegata nella sua brevità semantica.
Orazio si è sicuramente ispirato a un carme di Anacreonte di cui ci è pervenuto un frammento che permette di cogliere il senso e il significato della sintesi poetica da lui operata.
Anacreonte nel frammento 39 D descrive una giovane donna con i seguenti attributi:
“dolcemente come una cerbiatta giovane, lattante,
che la madre dalle grandi corna
ha abbandonato nella selva e si sbigottisce”.
Il poeta greco evidenzia in pochi versi la dipendenza della cerbiatta dalla figura materna e l’angoscia dell’abbandono; il termine “sbigottisce” è oltremodo significativo per evidenziare la degenerazione dello stato di coscienza all’interno di un’emozione dolorosa, un complesso di sensazioni struggenti che definiscono l’angoscia dell’autonomia e della solitudine.
Orazio, dopo aver ricalcato nella prima parte dell’ode la metafora del poeta greco, la cerbiatta per l’appunto, si distacca nella seconda parte elaborando il conflitto di Cloe tra la dipendenza fisica e l’autonomia psichica, la connivenza tra l’innamoramento struggente e la timidezza adolescenziale, l’oscillazione tra l’agilità del corpo e la grazia delle movenze erotiche.
Questi sono temi umani presenti anche nelle poesie di Alceo e di Saffo, autori greci nati a Mitilene, vissuti tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, poeti a cui Orazio ha spesso attinto a piene mani.
Il frammento 94 D di Alceo recita in questi termini:
“Innaffiati le viscere di vino.
E’ canicola, la stagione dura,
tutto brucia di sete nella vampa,
strepita la cicala nel fogliame,
e piace…
Fiorisce il cardo.
Le donne marciscono di voglia, il maschio è esausto.
Sirio gli snerva il capo e le ginocchia.”
Nel frammento 114 D Saffo, la decima Musa, esprime in due versi l’ambiguo rapporto tra madre e figlia e il naturale desiderio erotico di quest’ultima.
“Mamma cara, non posso più filare.
Ho voglia di un ragazzo.
L’amore è così tenero.”
Convergendo nell’ode di Orazio si rileva nella parte iniziale il quadro delicato e compiuto, uno spaccato lirico intessuto da un abile gioco di sensazioni e da un flusso tormentato di sentimenti: la natura, il fruscio, il soffio, la madre, la solitudine, il tremore, la paura.
Nella parte finale Orazio si distacca dalla vena morbida di Anacreonte e si esalta in maniera autentica nell’ammonimento, apparentemente ironico, di affidarsi a un uomo, un invito ispirato da una partecipazione ai sentimenti della fanciulla e dalla coscienza delle drastiche deliberazioni oggettive del tempo: Cloe è pronta per amare un uomo o forse meglio per concedersi sessualmente a un uomo.
Cloe appare in alcune odi con diversi attributi caratteriali; ora è una donna tenera e timida, ora è una donna superba e presuntuosa, sempre una donna eroticamente appetibile.
Il nome deriva dal greco e si traduce “erba verde” o “tenero germoglio”, un chiaro simbolo dell’adolescenza e della procacità femminile; la similitudine con la cerbiatta coglie i tratti psichici essenziali della fanciulla Cloe, la ritrosia e la timidezza.
L’ode scorre delicatamente nella mirabile sintesi poetica ed è corredata di termini puntuali e oltremodo significativi nella loro pacatezza anche quando evocano aggressività come nella simbologia del leone getulo e dell’atto violento di sbranare.
La spicciola filosofia esistenziale di Orazio non concepisce l’amore come fonte di tormento semplicemente perché il turbamento non si addice in alcun modo al saggio, l’amore deve tradursi in un puro diletto e in una gioiosa espansione dei sensi, il piacere e la consolazione della vita alla stessa stregua del sapore inebriante di una coppa di vino o del profumo intenso di un fiore.
I versi di Orazio non contengono il bisogno struggente di un bieco possesso della donna, ma sono la sintesi psicologica di tanti amori assaporati dal poeta all’insegna del “carpe diem” e possibilmente secondo le linee della “aurea medietà” dei sensi e dei sentimenti.
Orazio non conferisce spessore psicologico alle sue figure femminili perché la loro conoscenza secondo i canoni culturali della sua epoca si ferma ancor prima che possa dar luogo a qualcosa d’imprevisto e di pericoloso.
Delle sue donne restano i nomi: Lidia, Clori, Glicera, Leuconoe, Galatea, Cloe ed altri ancora, nomi a volte talmente letterari da giustificare il sospetto che non si riferiscono a persone reali.
Di queste figure femminili resta nel poeta il ricordo di una passione più o meno tempestosa della quale a volte si compiace di essersi liberato o Soratte,almeno così vuol far credere o nella quale è rimasto piacevolmente invischiato e della quale desidera nostalgicamente la riedizione.
Resta anche qualche rapida pennellata con la quale Orazio ci restituisce il ritratto stilizzato e prezioso di una di quelle fanciulle senza nome che riscaldavano il suo cuore magari mentre contemplava le nevi del monte Soratte.
La timida e tenera Cloe era probabilmente una giovane contadina della Sabina dai capelli biondi.
In quest’ode è associata al pavido cerbiatto che ha smarrito la madre, in altre viene presentata come esperta nel canto e nel suono della cetra, in altre odi ancora viene data come una donna arrogante e insopportabile con cui non vivere e non morire.
In questa ode fondamentalmente Cloe è matura per l’amore sensuale e per concedersi eroticamente a un uomo in base ai gusti culturali del tempo che vedevano nell’adolescenza femminile la fase erotica più attraente e la fascia seduttiva più struggente.
Orazio non vuole spaventarla di certo, ma tenta con pacatezza nella sintesi dei versi di convincerla ad abbandonarsi ai piaceri dell’erotismo secondo le note poetiche di una musica delicatissima fatta di sensazioni impercettibili.
Un tema convenzionale e possibilmente volgare, la seduzione erotica di una fanciulla popolana da parte di un uomo maturo negli anni e disincantato nella sua esperienza di vita, si sublima nobilmente in una breve lezione di arte amatoria.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2021

SCHIZZI MEMORABILI DEL PRINCIPE DI LAMPEDUSA

IL TERREMOTO DI MESSINA

La figura materna viene nuovamente richiamata e senza modificazioni qualitative di rilievo nella rievocazione del disastroso sisma che distrusse la città di Messina il giorno 28 del mese di dicembre dell’anno 1908.
L’emozione legata al ricordo del tragico terremoto è associata a un altro macabro simbolo di morte: il grande pendolo inglese del nonno ancora fermo all’ora del sisma, le fatali cinque e venti.
Segue ancora un’immagine di distacco affettivo e di separazione: il ricordo del pranzo solitario dei nonni, quasi a sottolineare il fatto che i cibi, simboli di affetto, non erano condivisi in famiglia.
Di poi viene presentata l’irruzione dello zio Ferdinando, il quale annuncia la tragedia familiare: tra le tante vittime del terremoto di Messina il buon Dio ha voluto con sé le anime aristocratiche della zia, sorella della madre, e del marito.
A questo punto della dolorosa rievocazione si stacca la figura del cugino, coetaneo e improvvisamente orfano; la solitudine non è un fatto di vita oggettiva e di presenza esteriore, ma una questione di vita interiore e di dimensione psichica.
L’orfano Tancredi nel “Gattopardo” sarà la degna riedizione di questo cugino, a testimonianza di quanto si possa essere colpiti durante l’infanzia da persone e fatti, che, non essendo adeguatamente rimossi o razionalizzati, si conservano nella psiche e spuntano senza coscienza al momento opportuno in altra sede e in altro contesto, una “Traslazione” che avviene sempre in maniera camuffata.

“Questo ricordo è visualmente assai meno vivace del primo, ma invece esso è dal punto di vista della “cosa avvenuta” assai più preciso.
Qualche giorno dopo giungeva da Messina mio cugino, che nel terremoto aveva perduto il padre e la madre…Rivedo anche il dolore di mia madre quando, parecchi giorni dopo, giunse notizia del ritrovamento dei cadaveri di sua sorella Lina e del cognato.
Vedo mia madre singhiozzare seduta in una grande poltrona del salone verde nella quale nessuno si sedeva mai, ricoperta di una sua corta mantellina di astrakan moirè.”
“Racconti”; “I luoghi della mia prima infanzia”, edizione citata, pagina 100).

Il dolore della madre viene presentato dal principe come un vissuto affettato e di maniera; esso non è l’autentica espressione di un forte sentire dell’animo e di un coatto vibrare del corpo.
C’è sempre un oggetto o una serie di oggetti che stemperano i sentimenti e le sensazioni secondo le linee di un freddo e oggettivo “Verismo psichico” che distrae dalle emozioni intense e le raffredda mentre procede con il ricordo alla loro rievocazione e rappresentazione: la ”grande poltrona del salone verde” e la “corta mantellina di astrakan moiré” fungono da alleati nello stemperare e possibilmente stornare l’autenticità del dolore e nel renderlo formale.
In effetti si tratta di un meccanismo di difesa dall’angoscia proprio del principe di fronte alla riedizione del “Fantasma di Morte”, oltre che dell’esibizione ulteriore di un’immagine materna anaffettiva, una donna che, almeno nei vissuti del figlio, non riusciva a lasciarsi andare neanche al sentimento del dolore e a comunicare attraverso i canali psichici dell’affidamento e della sicurezza affettiva.
Una madre, del resto, che ha delegato l’educazione del figlio al mestiere di figure femminili estranee, induce a riflettere sul fatto che l’esercizio dell’amore non si può delegare, ma è da vivere in prima persona: l’amore è in prima istanza una sensazione e di poi anche un sentimento fantasmizzato nel bene e nel male secondo abbondanza o penuria.
Si noti il particolare e non indifferente dato sulla “continentalità” delle donne di servizio: la cameriera è piemontese e la bambinaia è senese in ossequio a un ambiguo buon costume dell’aristocrazia isolana, sempre protesa tra un’Italia da conquistare e una Sicilia da dimenticare.
A questo punto il principe di Lampedusa offre un altro ricordo del padre: uno sprezzante ammiccamento sessuale, riferito ai poveri terremotati che erano stati ospitati nella città di Palermo, un’insinuazione maligna che il bambino di dodici anni capiva benissimo.

“Ricordo anche come si andasse dicendo che i profughi che erano alloggiati da per tutto e anche nei palchi dei teatri si conducevano tra di loro” in modo molto indecente” e mio padre che diceva sorridendo:” hanno il desiderio di rimpiazzare i morti”- allusione che comprendevo benissimo”:
(Ibidem; pagina 101).

Eros e Thanatos si distinguono e si fondono secondo cadenzati ritmi e armonici cicli: una costante da premiata ditta, dal momento che “Il Gattopardo” è ricco di questi meta-psico-fisici apparenti contrasti.
In questo spaccato mnestico sugli incresciosi postumi del terremoto, la “Vita e la Morte” si rincorrono nella carica sessuale di una dialettica pulsionale indefinita, moralisticamente “indecente” per il modo volgare in cui questi strumenti procreativi si mettono al servizio del “Genio della Specie” oltre che dei loro feudatari: un “Eros” poco divino e troppo carnale che non sarebbe piaciuto a Platone, un “Eros” privo di quell’aristocratico distacco dalla “Vita dei Sensi” che degnamente gli compete.
Il principe di Lampedusa rielaborerà nel “Gattopardo” questa ambigua e inquietante reminiscenza dell’infanzia, traslandola malignamente dalla povera gente terremotata alla sua stessa classe sociale, quell’Aristocrazia deprivata di “Eros” e votata ormai a “Thanatos”, una casta in netto degrado genetico e determinata positivisticamente all’estinzione.
Questo dato è una conferma non solo del materiale psicologico parzialmente rimosso nella dimensione inconscia e della struttura fantasmica che si esprime elettivamente nella sublimata produzione estetica, ma anche della riedizione masochistica e mortifera dei fantasmi inscritti nella psiche del giovane principe e mai estinti da una adeguata “Razionalizzazione”, vivi, quindi, e dominanti anche in una forma disposta a tralignare sotto la sferzante angoscia della “Fine”.

“…: in quegli anni la frequenza dei matrimoni fra cugini, dettati da pigrizia sessuale e da calcoli terrieri, la scarsezza di proteine nell’alimentazione aggravata dall’abbondanza di amidacei, la mancanza totale di aria fresca e di movimento, avevano riempito i salotti di una turba di ragazzine incredibilmente basse, inverosimilmente olivastre, insopportabilmente ciangottanti; esse passavano il tempo raggrumate tra loro, lanciando solo corali richiami ai giovanotti impauriti, destinate sembrava soltanto a far da sfondo alle tre o quattro belle creature che…passavano scivolando come cigni su uno stagno fitto di ranocchie.
Più le vedeva e più si irritava;…gli sembrava di essere il guardiano di un giardino zoologico posto a sorvegliare un centinaio di scimmiette: si aspettava di vederle a un tratto arrampicarsi sui lampadari e da lì, sospese per le code, dondolarsi esibendo i deretani e lanciando gusci di nocciola, stridori e digrignamenti sui pacifici visitatori.
Strano a dirsi fu una sensazione religiosa ad estraniarlo da quella visione zoologica: infatti dal gruppo delle bertucce crinolinate si alzava una monotona continua invocazione sacra: ”Maria! Maria!” esclamavano perpetuamente quelle povere figliole…Il nome della Vergine invocato da quel coro virgineo riempiva la galleria e di nuovo cambiava le scimmiette in donne…”:
(“Il Gattopardo”; edizione citata, pagine 291 e 292).

“Pigrizia sessuale” e “calcoli terrieri” sono condensati di anaffettività e di incapacità di amare, mentre “scarsezza di proteine”, ”abbondanza di amidacei, ”mancanza di aria fresca e di movimento” denotano un sentire deterministico di stampo bio-positivistico; è degna di nota, inoltre, la misoginia espressa nel bieco disprezzo delle scimmiette ciangottanti e crinolinate.
La figura maschile è connotata significativamente soltanto dalla paura: ”giovanotti impauriti”.
Lo stesso tema, sottilmente intrecciato a già noti motivi psico-esistenziali, si è presentato nel brano di “Lighea” con il titolo “Il solo esemplare superstite”.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 23, dicembre, 2002

DUE BISTECCHE SUL COMO’

TRAMA DEL SOGNO

“Linda sogna di trovarsi nella sala da pranzo della casa della nonna.

Deve cucinare, ma si accorge che sul tappeto ci sono aghi e spilli.

Li raccoglie pungendosi.

La nonna nel tentativo di aiutarla dice che lei non ci vede bene.

Linda si sposta a cucinare due bistecche sul comò della camera.

Nel trasporto del cibo in sala fa un macello e unge dappertutto.

Arriva il padre e si lamenta che non è ora di cena.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Linda sogna di trovarsi nella sala da pranzo della casa della nonna.”

Tra Linda e la nonna corre buon sangue. La nipote ha ben operato nei confronti della nonna e quest’ultima non è stata da meno. Hanno stabilito un mutuo soccorso e una proficua solidarietà. Della nonna Linda ha apprezzato le capacità relazionali e nel complesso tutta la sua “casa” psichica e non soltanto la sala da pranzo. La nonna è stata una figura femminile importante perché ha consentito alla nipote spazi di identificazione e affettività protettiva in quantità. La nonna è stata anche “magistra”. Tutto questo non fa mai male.

Deve cucinare, ma si accorge che sul tappeto ci sono aghi e spilli.”

Linda passa direttamente alla gestione degli affetti e dell’intimità , “deve cucinare”, ma ha la consapevolezza che nella realtà esistono conflitti sottili e dolorosi anche negli ambiti relazionali più desiderati come quello della sessualità. Dopo il buon esordio subentrano le prime nubi a testimoniare che non è tutto oro quello che brilla e che sotto la cenere cova il fuoco del contrasto e della discordia. I conflitti esistono e sono acuti e acuminati, ma ancora il sogno non suggerisce in cosa consistono e chi coinvolgono. Le relazioni di Linda non sono del tutto lineari e hanno angoli da smussare. La capacità di socializzare della nonna comincia a fare qualche crepa nella “organizzazione psichica” della nipote. Gli “aghi” e gli “spilli” attestano simbolicamente la dolorosità di alcune problematiche che non sono state del tutto risolte ed esaurite o di alcune esperienze degne di essere vissute per i benefici effetti che si trascinano dentro e dietro, come quelle della vita erotica e sessuale.

Li raccoglie pungendosi.”

La dolorosità dell’ago e dello spillo ha un sapore di violenza compatibile con il piacere, quanto meno sanno di un prezzo da pagare all’evoluzione psicofisica.

Linda sta rievocando in sogno la sua esperienza di deflorazione?

Linda insiste sugli aghi e sugli spilli e sulle punture che intercorrono nell’atto del raccoglierli. Quest’ultimo termine attesta di una capacità recettiva di Linda in un contesto di solidarietà e di benevolenza. Linda si trova con la nonna e nella casa della nonna, un luogo dove può aver consumato l’esperienza “traumatica” della deflorazione. Del resto, se la figlia non ha un buon rapporto con la madre per confidare la sua avventura e i suoi timori, la nonna è il “refugium peccatorum”, la consolazione dei peccati e dei peccatori. La nonna è anche la maestra disinibita che insegna il come, il quando e il perché su certi temi culturalmente scottanti come quelli che riguardano il corpo e i suoi diritti sensoriali e sensuali.

La nonna nel tentativo di aiutarla dice che lei non ci vede bene.”

Ma la nonna non ha una buona consapevolezza del fatto occorso alla nipote e non sa bene il giudizio da dare all’esperienza sanguinolenta della nipote che s’imbatte negli spilli e che gioca con gli aghi. Lodevole resta il “tentativo di aiutarla” in grazie al buon investimento affettivo, ma si sa che il tempo corre e la cultura avanza e i nonni non sempre sono al passo con i tempi. “Non ci vede bene” o non ci vuole vedere bene per non mischiarsi in situazioni delicate di varia umanità e per non entrare in conflitto con i genitori di Linda. Non si tratta di illustrare e assistere la nipote sul menarca, in questo caso ci sono gli “spilli” e gli “aghi”, gli organi sessuali maschili valutati nella loro funzione penetrativa e deflorante con espresso riferimento al sangue. Comunque la nonna resta sempre una figura valida e un alleato formidabile.

Linda si sposta a cucinare due bistecche sul comò della camera.”

La simbologia accentua la valenza affettiva del cibo ed erotica della “bistecca da cucinare” e per giunta “sul comò della camera”. Sono due le bistecche e sono due i corpi, così come la camera da letto e il comò non sono luoghi e mobili deputati a “cucinare” le bistecche. Queste “traslazioni” sono apparentemente incongruenti e calzano simbolicamente a pennello, così come la parola “cucinare” condensa la seduzione e la conquista psicofisica. Non si tratta di una esperienza unilaterale, è un vissuto condiviso e con solidarietà reciproca. Dalla sala da pranzo alla stanza da letto il passo è breve e consequenziale non soltanto a livello simbolico, ma proprio nella fisicità delle persone e degli eventi. A questo punto occorre soltanto condire le bistecche con il sale iodato e le spezie mediterranee.

Buon appetito!

Nel trasporto del cibo in sala fa un macello e unge dappertutto.”

Come volevasi dimostrare, il trasporto dei sensi spesso ne combina di tutti i colori. Linda è alle prese con la sua dimensione affettiva, erotica e sessuale e con l’alleanza della nonna sta vivendo la sua maturazione psicofisica attraverso la deflorazione, la perdita della verginità, la lacerazione dello imene, il primo rapporto sessuale completo. La sua imperizia nel muoversi è giustificata dall’emozione che induce la prima volta e dal trambusto dei sensi e degli affetti: “nel trasporto del cibo”. Lo stesso termine “trasporto” è tutto un programma e anche altro, una serie di pulsioni e desideri che vanno in porto e vedono la luce della realtà. La “sala” è l’ambito della relazione amorosa e il simbolo dello scambio. Il “macello” significa trambusto sanguinolento e irruenza sensoriale. “Unge dappertutto” si giustifica simbolicamente con il sistema dei liquidi sessuali che vanno dalla lubrificazione vaginale all’eiaculazione, le unzioni reciproche di ordine corporeo e laico. Questo capoverso è l’allegoria della deflorazione coniata da Linda nel sogno.

Arriva il padre e si lamenta che non è ora di cena.”

In tanta baldoria e allegria arriva alla fine il senso di colpa che fa capolino nella figura censoria del “padre”, che altro non è che l’istanza psichica “Super-Io” di Linda. Quest’ultima è stata garibaldina nella liberazione del suo essere femminile verso le dimensioni psicofisiche della donna. Dopo il menarca la deflorazione è la tappa obbligata per l’emancipazione e l’autonomia anche in riguardo esclusivo al corpo. La lacerazione dell’imene in un ambito sessuale è l’acquisizione della libertà di gestire il corpo, la vita e la vitalità sessuali al meglio e senza limitazioni nocive. Certo che l’educazione familiare e sociale intervengono a presentare il conto alla “libertina” Linda. Il senso di colpa è leggero, dal momento che Linda si lamenta soltanto che forse è stata frettolosa e la sua deflorazione è stata precoce. Non era l’ora giusta per mangiare le bistecche, per vivere questa esperienza di crescita attraverso la sessualità “genitale” e in superamento evolutivo della sessualità “narcisistica” di stampo masturbatorio. Niente di grave, perché il senso di colpa è lieve e si giustifica con la perdita del mondo infantile e con la responsabilità di un corpo da gestire negli istinti sessuali e negli impulsi erotici. Adesso Linda sa che può vivere la sua “libido” in maniera completa e non parziale e tanto meno surrogatoria. Un grazie di cuore va certamente alla nonna perché l’ha accompagnata nella rievocazione di un’esperienza intima e personale.

Tutto questo materiale psichico è stato infilato in un breve, intenso e strano sogno.

LE ZECCHE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo all’interno di una stanza e mi sono accorta che avevo molte zecche che mi camminavano sulle braccia. Erano piccole e nere.

Vedendo che non riuscivo a toglierle o a fermarle, sono andata in bagno, ho aperto l’acqua nella vasca e ho immerso le braccia pensando di annegarle.

Invece mi sono accorta che continuavano a nuotare e salirmi sulle braccia. Una si è infilata sotto l’unghia, ho cercato di toglierla, ma n’è uscito del sangue che ha sporcato l’acqua della vasca.

Allora sono corsa in ospedale, ho fatto vedere all’infermiera all’entrata le zecche sulle braccia, lei non mi ha preso molto sul serio.

Allora con tutta l’agitazione e la paura che avevo, ho aperto il vestito che indossavo e ho mostrato le gambe.

Dal ginocchio in giù erano tempestate di zecche e gli ho detto che dovevano fare subito qualcosa.

L’infermiera, invece di portarmi dentro al pronto soccorso, ha chiamato un dottore perché mi guardasse e hanno perso molto tempo e non prendevano una decisione.

Io a quel punto mi sono svegliata in preda alla paura”

Questo e così ha sognato Adalgisa.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Mi trovavo all’interno di una stanza e mi sono accorta che avevo molte zecche che mi camminavano sulle braccia. Erano piccole e nere.”

La fecondazione è la psicodinamica vissuta sulla pelle da tutte le donne, al di là della loro disposizione psicofisica a mettere al mondo un figlio. Il benefico e naturale travaglio inizia dal menarca. In quel momento l’adolescente viene promossa a tutti gli effetti “donna” da Madrenatura, dalla famiglia e dalla società civile. La Cultura varia i suoi schemi di borgo in borgo e decreta l’iscrizione della bambina nel registro della fecondità e della fertilità. La stessa procedura non è seguita dalla Psicologia profonda della Femminilità semplicemente perché l’adolescente arriva nel tempo a viversi come donna e questo tragitto dura dai due ai quattro anni. Il sogno di Adalgisa è buon testimone di quanto affermato. L’interpretazione completerà l’opera di convinzione che il travaglio della fecondità, della fecondazione, della gravidanza e del parto sono tappe psicofisiche fenomenali e altamente formative nell’evoluzione dell’universo femminile.

Adalgisa visita in sogno la “stanza” riguardante la sua dimensione di donna e di madre e ha la consapevolezza di avere tanta paura della gravidanza perché “le zecche piccole e nere” sono gli spermatozoi in versione pessimistica e angosciosa. Questi animaletti molesti sono simboli del seme che può ingravidare nelle relazioni sessuali con i maschi. Le “zecche” “camminavano sulle braccia”, simboli della relazione, proprio per attestare simbolicamente della disposizione di Adalgisa a stare con gli uomini in intimità sessuale. Pur tuttavia e meno male viene fuori la sua paura di essere fecondata e all’uopo tiene le “zecche” sulle braccia e lontano dalle parti del corpo decisamente più pericolose.

Vedendo che non riuscivo a toglierle o a fermarle, sono andata in bagno, ho aperto l’acqua nella vasca e ho immerso le braccia pensando di annegarle.”

Adalgisa è una donna matura che non disdegna la compagnia maschile e i rapporti del suo tipo, è una donna che osa e che rischia, è una donna che ha dato al genio della Specie e che adesso vuole vivere il suo corpo in versione orgasmica, una dimensione psicofisica estremamente benigna. Magari ha avuto un rapporto sessuale a rischio e, appena si è addormentata, ha elaborato la sua paura sul tema, un vissuto ben radicato nelle donne che osano. Adalgisa non ha potuto controllare il suo maschio che eiaculava magari nel tentativo maldestro e dannoso di un “coitus interruptus”, uno stato psicofisico che sta nel mezzo ma che non è virtuoso a causa del persistente dilemma amletiano del “godo o non godo”. E, allora, alla fine dell’amplesso insorge in Adalgisa l’ansia e la paura di essere rimasta incinta. E’ importante che queste brutte bestie non degenerino in angoscia, che non evochino il materiale psichico pregresso al riguardo, perché altrimenti le carte si complicano e diventano ingiocabili. La simbologia conferma quanto detto nella “vasca” da bagno che è simbolo del grembo materno, nella “acqua” che è sempre il simbolo femminile del liquido amniotico, nel “toglierle, fermale, annegarle” che attestano di un rifiuto netto e crudo di restare incinta. Ricordo anche il rituale del “post coitum” da parte della donna in piena ansia di lavarsi le parti intime con una cura prossima all’ossessione e ispirato alla catarsi del senso di colpa. Adalgisa sta vivendo in sogno tutto questo trambusto psicofisico ambiguo e ambivalente, un cumulo di sensazioni che oscilla tra il piacere sessuale e la paura della gravidanza. Questo capoverso è l’allegoria del contrasto che si recita dopo il coito nell’animo e nel corpo della donna. A questo punto il sogno procede, progredisce e s’intensifica emotivamente nella rievocazione di un possibile trauma.

Invece mi sono accorta che continuavano a nuotare e salirmi sulle braccia. Una si è infilata sotto l’unghia, ho cercato di toglierla, ma n’è uscito del sangue che ha sporcato l’acqua della vasca.”

La scenografia diventa drammatica e lo psicodramma intenso. Adalgisa è alle prese con le sue angosce di fecondazione e di gravidanza. Tenta in tutti i modi di liberarsi dalla possibilità di un esito infausto del rapporto sessuale, evenienza legata a uno spermatozoo, “una zecca”, che ha fatto il suo dovere ed è andato al posto giusto, “si è infilato sotto l’unghia”. Per questo motivo è stato necessario un aborto con il “sangue che ha sporcato l’acqua della vasca”, il feto e l’utero. La simbologia è inequivocabile e semplice nella decodificazione. Adalgisa ha immaginato o ha vissuto una interruzione, spontanea o non, della gravidanza. L’ossessione della fecondazione si manifesta nel “continuavano a nuotare e salirmi sulle braccia”. “Mi sono accorta” denuncia la consapevolezza del quadro psichico nel sogno e nella veglia. Adalgisa ha proprio questo problema di fertilità e di rischio di gravidanza, ma non sa fare a meno dell’assalto delle “zecche” e della “unghia” birichina che accoglie la zecca giusta per la bisogna e atta all’uopo. Il coito è desiderato in maniera direttamente proporzionale alla paura di restare incinta. L’ansia giusta aiuta l’avvento dell’orgasmo. Decisamente lo stato d’agitazione in sogno è in crescendo, per cui vediamo il prosieguo.

Allora sono corsa in ospedale, ho fatto vedere all’infermiera all’entrata le zecche sulle braccia, lei non mi ha preso molto sul serio.”

E la storia si fa drammatica perché arriva “l’ospedale” e “l’infermiera” indifferente, almeno nella narrazione manifesta. La decodificazione dice che Adalgisa è giovane e alle prime armi e ha bisogno di aiuto, un aiuto didattico più che medico, ha bisogno di educazione sessuale, quella cosa che non si insegna ancora nelle scuole nella giusta maniera e che si lascia all’improvvisazione di sedicenti esperti e da cui i genitori si sottraggono per le vergogne e per le inibizioni maturate nella loro adolescenza. Ancora. Adalgisa sta sognando quando da ragazzina si è trovata a fare sesso e a prendere atto del rapporto sessuale e degli spermatozoi, di qualche irruenza ormonale e di qualche conseguente rischio. Adesso ha bisogno di aiuto in attesa della fatale mestruazione che taglierà la testa al toro e cerca disperatamente quelle rassicurazioni che non sono certezze, ma che aiutano tantissimo nel mare dei dubbi di una potenziale ragazza madre, come si chiamavano ai miei nefasti tempi le giovani donne che avevano portato avanti la gravidanza e partorito il figlio. Magari ha chiesto alla mamma, al posto della “infermiera”, qualche notizia sul sesso e sul coito e ha avuto come risposta un ridimensionamento del caso e una superficiale derisione. Propenderei verso l’interpretazione della mancata didattica e della forte pulsione sessuale, piuttosto che verso un trauma reale di interruzione di gravidanza e semplicemente perché la simbologia sarebbe diversa e maggiormente coperta ed ermetica. La semplicità dei simboli attesta della semplicità del caso, che, pur tuttavia, per la giovane Adalgisa è veramente complesso e ansiogeno.

Allora con tutta l’agitazione e la paura che avevo, ho aperto il vestito che indossavo e ho mostrato le gambe.”

Adalgisa celebra in sogno la sua “epifania” sessuale in riguardo alla didattica. Il quadretto è apparentemente piccante e conferma in maniera disarmante l’inesperienza e il bisogno di conoscenza dell’adolescente, una delle tante forme del “sapere di sé” e del suo corpo nel caso specifico. Il gesto di “aprire il vestito” simboleggia lo svelamento del problema e l’esibizione della sua condizione femminile alle prese con attributi e prerogative sessuali diverse dalla condizione maschile. Il “mostrare le gambe” non è un atto erotico di stampo seduttivo, ma equivale alla sintesi della problematica femminile legata all’acquisizione dell’identità di donna e di potenziale madre. Adalgisa è agitata e ha paura per quelle informazioni che non le vengono date in riguardo alla sessualità e per quell’educazione che le è stata negata per indolenza e per resistenza degli adulti, per remore religiose e per bacchettoni schemi culturali.

Dal ginocchio in giù erano tempestate di zecche e gli ho detto che dovevano fare subito qualcosa.”

Immaginate una ragazzina che comincia a vivere la sessualità “genitale” e si trova con il suo ragazzo nella medesima situazione psicofisica. Succede che l’eccitazione li coinvolge e a causa dell’inesperienza lui eiacula tra le gambe della ragazza con tanta paura di lei per quello che non sa e che non le hanno detto. Magari glielo hanno spiegato, ma una cosa è la teoria e un’altra cosa è la pratica. L’eccitazione sessuale lascia il posto all’agitazione per una gravidanza, oltretutto da giustificare al padre e alla madre. Ignorare aiuta l’agitazione anche a causa del senso di colpa che avvolge la sessualità e il suo esercizio quando non è consentito dalla legge materna e paterna, culturale, religiosa e senza dimenticare la legge del “Super-Io” della stessa Adalgisa, le paure e i limiti, le angosce e le inibizioni che da sola si infligge. La misura è colma e le “zecche” vanno spiegate nel modo giusto, perché tra gli ormoni che spingono e le circostanze relazionali che sorgono è molto arduo giostrarsi senza cadere nella tentazione eccitante del “proviamoci e speriamo bene”. Di poi, ci si potrà logorare in attesa del mestruo che immancabilmente in quel mese ritarderà, proprio perché chiamato in causa dalla psiche dispettosa e dalle tensioni in eccesso. Anche gli orologi biologici sono fortemente influenzati dalle emozioni, oltre che dagli ormoni. Se Adalgisa non ha confidenza con la madre, a chi volete che si rivolga per lenire le sue ansie, al padre? Magari! Si porterà dietro la sua formazione mancata fino all’autorizzazione a procedere nell’atto del matrimonio. Questo almeno secondo il vangelo dei genitori e della società bigotta dei miei tempi. In verità la giovane donna continuerà a trasgredire e a passare di eccitazione in agitazione con il rischio di restarci secca e possibilmente di contribuire beneficamente alla lotteria del Genio della Specie.

L’infermiera, invece di portarmi dentro al pronto soccorso, ha chiamato un dottore perché mi guardasse e hanno perso molto tempo e non prendevano una decisione.”

Adalgisa riconferma in sogno il suo dramma di allora: la mancata educazione sessuale e l’incidente di percorso nel primo esercizio della sua vita sessuale. Nessuno, anche gli addetti ai lavori, appagano i bisogni di sapere della giovane donna alle prese con il suo corpo che vuole e la sua mente che vuole sapere, di una Adalgisa che oscilla tra Eros e Dea Madre, tra la sua femminilità fertile e prorompente e le censure del Super-Io individuale e sociale. Il “pronto soccorso” è squisitamente psicologico, il luogo atto a un “SOS adolescente chiama e vuol sapere”, ma non la favola di Cappuccetto rosso e del lupo, bensì la verità oggettiva di un corpo che è maturato ed è pronto alla sessualità prospera e alla possibilità della maternità. Quante donne riferivano nelle sedute di psicoterapia di aver tanto desiderato una madre aperta e amica, piuttosto che una madre bigotta e tiranna. Lasciamo da parte il padre perché la sua figura così importante in questi settori è stata ed è latitante per stupidi pudori e maschili pregiudizi. I figli lamentano sempre questa lacuna educativa nei genitori. Il sistema educativo ha contribuito alle incertezze psico.evolutive di Adalgisa. “L’infermiera” e “il medico” rappresentano le figure genitoriali in versione sanitaria, una salute psichica più che fisica.

Io a quel punto mi sono svegliata in preda alla paura”

E con la “paura” della sua vita sessuale e della sua vitalità erotica Adalgisa è cresciuta. Lei ha chiesto, ma nessuno ha risposto in maniera adeguata ed esauriente, anzi hanno minimizzato le sue richieste in riguardo alla fecondazione e al rischio di gravidanza. Questo riesuma in sogno Adalgisa, il periodo in cui si addentrava nei misteri dell’Eros e aveva paura del suo corpo che era in perfetta salute e dei suoi primi contatti, più che rapporti, sessuali, che immancabilmente finivano con l’eiaculazione precipitosa del partner, altrettanto giovane e inesperto perché anche lui vittima del sistema educativo e culturale.

Chi non ha vissuto questo trambusto e queste esperienze faccia un passo avanti.

Ma vi siete mossi tutti o non si è mosso nessuno?

EROS E TANATHOS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono in una macchina insieme ad altre due persone: una è la mia fidanzata, che siede nel sedile passeggero anteriore e l’altra persona è l’autista: uno sconosciuto, calvo, dallo sguardo di ghiaccio.

Io siedo nel sedile posteriore.

Io e la mia fidanzata iniziamo a discutere e alziamo i toni della voce. L’autista caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo.

Lei non muore, ma resta ferita e ci ritroviamo in una casa lussuosa, in una Sicilia gattopardiana e io mi scuso con lei continuamente per aver provocato questa situazione.

Lei è ferita e sanguina molto, ma è capace a stare in piedi e parlare. È un po’ offesa e un po’ arrabbiata, ma in fondo sembra che possa perdonarmi.

Io intanto sono nudo e mi vergogno.

Ad un certo punto in stanza entrano sua sorella (mia cognata) e un’amica di sua sorella ed io mi nascondo dietro il tavolo perché sono completamente nudo.

A questo punto mi sveglio, molto turbato, e non prendo sonno prima di un’oretta.”

Questo sogno è di Oneiro.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sono in una macchina insieme ad altre due persone: una è la mia fidanzata, che siede nel sedile passeggero anteriore e l’altra persona è l’autista: uno sconosciuto, calvo, dallo sguardo di ghiaccio.”

Oneiro è il nome scelto dal protagonista di questo apparentemente languido psicodramma e si traduce “onirico”, “sognante”, “subliminale”, “crepuscolare”, “fantasioso”, “inconsapevole”, “trasognato”, “felliniano”. L’interpretazione del sogno dirà anche se la scelta del nome è del tutto casuale o è attinente ad alcuni tratti della struttura psichica di Oneiro, alla sua “organizzazione psichica reattiva”, alla sua formazione psichica evolutiva. Dopo questa iniziale scommessa diventa interessante l’immersione nel mondo profondo di Oneiro.

La “macchina”, è ormai risaputo, simboleggia la sessualità con i suoi meccanismi neurovegetativi, spontanei e naturali, quasi meccanici, dal momento che l’azione dell’Io è notevolmente ridotta a causa della pulsionalità istintiva che governa e contraddistingue l’umana funzione sessuale.

Oneiro è in piena tresca erotica e sessuale con “altre due persone”. Meglio: Oneiro sogna di vivere la sua sessualità portandosi dietro due “immagini” elaborate nel tempo e per la precisione si tratta della “immagine della donna” rappresentata nella figura della sua “fidanzata” e la “immagine dell’uomo”, “l’autista” automatico, aggressivo, senza idee, freddo, glaciale, il maschio che guida la macchina e che si accompagna alla sua fidanzata. Insomma, Oneiro sta rivisitando in sogno le “immagini di sé” come parte della coppia e durante l’amplesso erotico e sessuale, nei preliminari del coito, nella dimensione intima e privata, la vita a modo suo “amorosa”. Oneiro sta osservando se stesso e nello specifico i modi di relazionarsi eroticamente e sessualmente con la sua “fidanzata”. In questa naturale e primaria operazione difensiva di “sdoppiamento dell’imago”, meglio “proiezione”, Oneiro scopre quella “parte psichica di sé” caratterizzata dalla calvizie o carenza depressiva di idee e di progetti, dallo “sguardo di ghiaccio” o freddezza affettiva e ridotto coinvolgimento sessuale, nonché poche prospettive progettuali. Insomma Oneiro è “sconosciuto” a se stesso, “uno sconosciuto”, uno strano “sconosciuto” perché teme di essere “l’autista” e sa di essere “l’autista”, un uomo che guida i meccanismi della sua macchina sessuale senza il naturale coinvolgimento e la dovuta partecipazione: “l’homme que regarde”. Oneiro vive male se stesso e la sua donna, “fidanzata”, a causa dello “autista”, quell’uomo “sconosciuto”, “calvo e dallo sguardo di ghiaccio”. Oneiro non si accetta e, allora, in sogno si sdoppia e di “proietta” in questa “immagine negativa di sé” per continuare a dormire e non cadere nel risveglio con l’incubo. Ricordo che quest’ultimo si attesta nella coincidenza del “significato latente” con il “significato manifesto” del sogno.

Per adesso e fin qui la decodificazione può già bastare al fine di operare le giuste riflessioni, ma andare avanti è necessario, oltre che degno di curiosità e interesse.

Io siedo nel sedile posteriore.”

Oneiro è sornione, psichicamente difeso, “siede nel sedile posteriore”, si guarda quando fa sesso o fa l’amore che dir si voglia, si osserva per bisogno di essere formalmente a posto e secondo i suoi bisogni soggettivi e le sue necessità personali, si defila nelle retroguardie per potersela svignare al momento opportuno e dire a se stesso “quello non sei tu”. In effetti, l’uomo seduto “nel sedile posteriore” è “l’immagine positiva di sé”, la “parte positiva del fantasma” della sua persona, la “rappresentazione di sé” vissuta ed elaborata nel corso della sua formazione ed evoluzione psichiche: un uomo che teme di essere come “l’autista” della macchina, sessualmente freddo ed affettivamente gelido, e che si scinde e si osserva al fine di evitare di essere quello che teme. Ricordo che il “fantasma” è la rappresentazione primaria legata alla modalità del pensiero infantile e che la “scissione delle imago” è un “meccanismo primitivo di difesa dall’angoscia”. Oneiro, quindi, in riguardo alla sua vita sessuale, usa queste modalità e questo meccanismo, entrambi risalenti all’infanzia. Niente di negativo, tutto normale e possibile, ma di certo l’evoluzione è stata bloccata in questo settore delicato della vitalità umana come la sessualità e soprattutto è stato compromesso il coinvolgimento erotico e sessuale con una donna. In specie, se è la “fidanzata”, la questione relazionale e umana si complica per entrambi i soggetti in questione, il fidanzato e la fidanzata. Quest’ultima, in particolare, deve stare in questo gioco dinamico difficile da comprendere e far proprio.

Io e la mia fidanzata iniziamo a discutere e alziamo i toni della voce. L’autista caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo.”

Come non detto!

Ecco la suddetta questione papale papale, precisa precisa!

Neanche un indovino avrebbe potuto prevedere tutto questo, ma la Psicoanalisi del sogno certamente è di casa in questi intrighi relazionali di cui non si parla con nessuno e spesso neanche con il partner.

Traduco il capoverso così significativo ed esplicativo.

Oneiro discute con se stesso e si pone il suo problema traslandolo per difesa dall’angoscia nella fidanzata al punto che la fa arrabbiare e gridare: “alziamo i toni della voce”, perché il problema personale e, di poi, relazionale non è da poco, è grande, anzi è colossale, dal momento che la “parte psichica negativa” di Oneiro, la rappresentazione fredda e anaffettiva, istruisce un coito violento: “caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo”. Insomma, non siamo mica combinati bene, se, quando si fa l’amore o il sesso o si penetra la vagina o si è in intimità con la propria fidanzata, ci si spoglia di qualsiasi calore affettivo e dolcezza relazionale e si diventa un freddo frequentatore del bordello di Malta, un uomo asettico, freddo, glaciale, senza le qualità umane e sessuali che la circostanza e il ruolo richiedono. Non si può andare a letto con la propria ragazza e trattarla come un pezzo di legno su cui intagliare le tacche dei propri trofei. La donna non è il calcio della tua pistola. Tutto questo non si può fare in primo luogo per se stessi, perché è la chiara prova che non ci si rispetta e non si rispetta. Insomma, Oneiro, per dirla con Freud e la sua dottrina, è in piena “fase narcisistica” e fa sesso con se stesso andando a letto non soltanto con la sua fidanzata, ma anche con l’autista. “Queste son situazioni di contrabbando”, canta ancora dal cielo stellato Enzo Iannacci in “Messico e nuvole” a proposito del divorzio. Si va a letto in tre e chissà quanti altri “fantasmi” innominati e non riconosciuti si intrufolano tra le lenzuola di un motel o sui sedili della mitica “cinquecento”. Insomma, non si può trattare di merda la fidanzata facendola sentire nell’intimità sessuale e affettiva una parte poco importante del corredo e dell’arredamento.

Dal faceto, non tanto faceto, andiamo sul serio, non tanto serio come tutte le umane cose.

Il problema di Oneiro è in primo luogo l’angoscia del coinvolgimento affettivo con una donna, erotico e sessuale di conseguenza. Oneiro non opera investimenti di “libido genitale”, ma è fermo e conosce molto bene gli investimenti di “libido narcisistica”, quella che alla coppia fa solamente danno e arreca detrimento all’equilibrio psicofisico e relazionale. Oneiro deve maturare per poter stare in coppia da uomo, con il suo ruolo maschile, con la sua storia e la sua formazione evolutiva. Proprio quest’ultima abbisogna di essere portata avanti nella “posizione psichica genitale”, la dimensione donativa e generosa verso di sé e verso il partner, la relazione matura e completa che non ha bisogno di altro, se non del piacere reciproco di avere un piacere completo di ordine sessuale e soprattutto affettivo. In sintesi: Oneiro fa sesso con la fidanzata e non è soddisfatto della sua persona e della sua prestazione, nonostante la pistola, chiaro simbolo fallico, e “i tre colpi sparati al corpo” e non all’interezza della persona che risponde formalmente al ruolo di sua “fidanzata”. Oneiro fortunatamente non è contento di sé e del suo virile operato che sa tanto di immaturità affettiva e di angoscia dell’investimento e del coinvolgimento. “En passant”, capita di solito tutto questo “bailamme” ai figli di mamme possessive che hanno impedito e bloccato l’evoluzione dei figli per i loro bisogni e le loro angosce depressive e abbandoniche. Naturalmente devono essere i figli a liberarsi anche se le mamme sono resistenti e restie a lasciarli volare fuori del nido e, tanto meno, ad affidarli ad altre donne. Tutto questo viene detto sempre “en passant”.

Lei non muore, ma resta ferita e ci ritroviamo in una casa lussuosa, in una Sicilia gattopardiana e io mi scuso con lei continuamente per aver provocato questa situazione.”

Oneiro è un uomo sensibile e colto. Oneiro ha fatto delle sue conoscenze e delle sue letture anche materia psicologica di identificazione e di identità psichiche. Oneiro si è parzialmente identificato nel corso della sua tormentata formazione in don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, il Gattopardo. Oneiro ha letto o visto a suo tempo il capolavoro di Giuseppe Tomasi, a sua volta duca di Palma e principe di Lampedusa , “Il Gattopardo” per l’appunto, ed ha assimilato la figura burbera e severa, nonché sessualmente a suo modo attiva di don Fabrizio, quello che andava regolarmente dalle “benefattrici” in quel di Palermo e che faceva tirare giù tutti i santi del Paradiso alla moglie Maria Stella quando le toccava sottostare, nel senso concreto della parola, al corpo monumentale del marito principe e in crisi per astinenza sessuale, più che erotica e affettiva. Del resto, don Fabrizio Corbera è la classica espressione del Narcisismo decadente e sornione che si arrende soltanto alla Morte e non al Mondo, è un uomo che non concepisce gli altri come persone su cui investire sensi e affetti, “libido”, gente da amare insomma. Don Fabrizio non ama neanche i suoi figli, è attratto soltanto dalla sua immagine giovanile “proiettata” nel giovane nipote Tancredi. Con i propri figli don Fabrizio è di una freddezza glaciale, con la moglie esercita il diritto sessuale più bieco e atavico, lo scarico animale della “libido narcisistica”. Oneiro si scusa con la sua fidanzata e la illude compensandola con una “casa lussuosa” e con i beni di consumo venale, ma non è contento in primo luogo di se stesso con se stesso, per come tratta se stesso in questa circostanza affettiva e sessuale, non è contento di come vive e gestisce la sua vita e la sua vitalità. Oneiro ha la consapevolezza che “questa situazione”, questa “modalità psichica narcisistica” di porsi con le donne non va per niente bene e che va evoluta e portata a giusta maturazione. Decisamente e volentieri in coscienza mi ripeto e dico che Oneiro non è contento di se stesso. Ergo, si pone l’esigenza ineludibile di muoversi e di cambiare registro e spartito.

Meno male e viva l’Italia tutta intera, dalla Sicilia al Friuli!

Lei è ferita e sanguina molto, ma è capace a stare in piedi e parlare. È un po’ offesa e un po’ arrabbiata, ma in fondo sembra che possa perdonarmi.”

Oneiro si rende conto che la sua fidanzata o la sua “lei”, come la definisce da due capoversi, è offesa nella dignità di persona e soffre molto non soltanto a livello psicologico, ma anche a livello di equilibrio psicofisico, energetico o libidico. Oneiro si rende anche conto o si illude che la sua “lei ce la fa e ce la potrà fare, perché “è capace” di mantenere la schiena dritta e di comunicare la sua insofferenza e sofferenza “in primis”, perché ha una personale e originale vitalità di persona “ferita” e che “sanguina molto”. A tutti gli effetti si tratta di “proiezioni” di Oneiro nella sua “fidanzata lei”, è tutto materiale psichico dell’uomo che se la racconta a suo uso e consumo soltanto per non modificarsi e adeguarsi dignitosamente alla situazione di coppia. E’ proprio Oneiro che è offeso con se stesso da se stesso, è arrabbiato con se stesso, ma soltanto e sempre “un po’ e mai abbastanza per prendere consapevolezza e adire al cambiamento psichico e relazionale. “In fondo” si può sempre perdonare, assolvere in queste insolvenze e incongruenze. Oneiro sente che non va bene la sua “posizione psichica narcisistica” quando si trova con la sua “lei”, sente che ci vuole la “posizione psichica genitale” per amarsi e per amare, sa che la sua situazione psicofisica non è matura al punto di donarsi e donare, al punto di concepire il “dono” come la novità psichica della sua evoluzione: il riconoscimento dell’altro. Questo è il “dono” e non i soliti baci perugina o le caramelle di Annamaria Mazzini in “Parole, parole, parole”. Il “dono” è il riconoscimento dell’altro ed è il segno della maturazione psichica effettuata e assimilata. Adesso puoi essere anche padre, mio caro don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, mio caro Gattopardo. Adesso non solo puoi amare Maria Stella, ma la puoi anche onorare della tua bella persona senza vanagloria e prevaricazione, senza raccontarsi la storia dell’uomo fatale e originale che girava per il mondo alla ricerca della sua “metà mela”. Quante stronzate sono state elaborate al fine dell’immobilità e sacrificate sull’altare della demenza televisiva e giornalistica.

Io intanto sono nudo e mi vergogno.”

Hai capito il perché, mio caro Oneiro, uomo del tempo andato e sognatore di un cielo stellato tutto tuo?

Finalmente “nudo”, finalmente Oneiro è innocente e senza difese, finalmente è privo degli inutili “meccanismi psichici di difesa dall’angoscia”, quelli che non servono e sono pericolosi per l’equilibrio psicofisico individuale e relazionale, dal momento che nessuno al mondo è un’isola bagnata o un asteroide ghiacciato. La nudità attesta della prima atavica consapevolezza dell’uomo chiamato Adamo e della donna chiamata Eva, la primaria “coscienza di sé”, il primo “sensus sui” possibile soltanto nel momento in cui si deroga dalla Legge del Padre e della Madre per diventare “auto-nomi”: “legge a se stessi”. Finché si è in minorità psicofisica, la nudità è possibile e praticabile. Puoi sempre dire a te stesso e agli altri che “non sapevi”, non eri consapevole, non avevi il gusto e l’olfatto di te, non avevi sentito la voce del potere, ma, quando ti accorgi di essere “nudo”, vuol dire che sei cresciuto e il voler stazionare nella posizione ingenua e innocente ti rende ridicolo ai tuoi occhi “in primis” e agli occhi degli altri “in secundis”. La vergogna è la vertigine della libertà. Mai sensazione e sentimento sono stati positivi e fattivi. Pudet, Oneiro pudet. Dopo aver istruito la competizione tra Eros e Tanathos, Oneiro si vergogna per tutto quello che non ha ancora scoperto di sé e non ha messo in atto, si vergogna del “non nato di sé, di tutto quello che poteva far nascere di sé e di cui ha impedito il venire alla luce. La “vergogna” è la latina “verecundia”, la molla che scatta nel momento in cui tu assumi sulle tue spalle il carico della tua natura di esistente e aspiri alla liberazione dalle dipendenze e in primo luogo le tue, quelle che ti sei costruito per difesa dal coinvolgimento con te stesso e con gli altri, quelle sovrastrutture ideologiche che ti bloccano in un ruolo gratificante e in un modo, tutto sommato, accettabile per continuare a vivere da solo insieme agli altri: una vita da Narciso in attesa di arrivare alla ingannevole fonte ed estrarre il pugnale o annegarsi della propria limpida acqua.

Ad un certo punto in stanza entrano sua sorella (mia cognata) e un’amica di sua sorella ed io mi nascondo dietro il tavolo perché sono completamente nudo.”

La tematica antica del “Genesi” ritorna a vivere nella fattispecie di un uomo nudo che cerca la sua identità migliore e di evolversi verso il “dono”, un uomo chiamato Adamo, pardon Oneiro, un uomo strutturato e difeso che prova disagio nel sentirsi nuovo e nella condizione buona per evolversi e migliorarsi: la perdita delle difese inutili da effettuare non soltanto nei riguardi della sua “fidanzata” o della sua “lei” a seconda della vostra bontà, ma nei riguardi dell’universo femminile, di tutte le donne del mondo, quelle che Oneiro ha introiettato sotto forma di sorella o cognata e di amica della sorella o cognata. Oneiro si porta dentro, “entrano in stanza”, un “fantasma della donna” che deve essere riconsiderato nella sua “parte positiva e negativa”, meglio che deve essere evoluto nella rappresentazione della donna e senza le distinzioni oppositive che da bambino, come tutti i bambini umani, ha elaborato sulle ali del suo “pensiero primario”, Fantasia, e sotto le sferzate dei “processi primari” che chiedono a qualsiasi infante di rappresentarsi quello che vive dentro, a dare forma alle sue sensazioni semplicemente per difesa dall’angoscia dell’indefinito e dell’indeterminato, l’angoscia di morte di cui tutti i bambini soffrono insieme all’abbandono. Oneiro è ancora fermo al “fantasma della donna” e si è arenato per difesa dalla donna nel suo “narcisismo”, “posizione psichica narcisistica” classica dei cinque anni di vita. Oneiro non è andato avanti con la rappresentazione concettuale della figura femminile e con la “posizione psichica genitale”, quella “donativa” di cui ho detto abbondantemente in precedenza, quella in cui farsi un “dono” significa far contento anche l’altro, quella che impone felicemente il riconoscimento dell’altro come persona a se stante nonché unica e irripetibile, quella che investe “libido genitale” ossia quella che gode in sintonia del godimento dell’altro, quella che impone empatia e simpatia nell’unisono dell’orgasmo. Insomma Oneiro ha tanta strada da fare nel suo cammino esistenziale. E poi il sogno non dice alcunché delle figure genitoriali.

Che genitori ha avuto e ha vissuto Oneiro?

Come ha elaborato la “posizione psichica edipica”?

Sono domande sostanziali e non peregrine o da programma televisivo di Bonolis o Scotti. Certo lo psicoanalista esperto e smagato ha già capito tutto, ma non si può interpretare quello che non compare nel sogno e che si subodora. Mi limito a dire che se Oneiro è fermo alla “posizione narcisistica” ha risolto la “posizione edipica” conflittuale con i suoi genitori in maniera narcisistica, è andato avanti nei vissuti verso i genitori privilegiando il suo Io e gli investimenti su se stesso anche in questo caso. E’ anche vero che i suoi genitori non l’hanno aiutato a superare lo stallo dello splendido isolamento e a lanciare il cuore oltre l’ostacolo. All’incontrario hanno goduto per i loro fantasmi depressivi di questa permanenza del figlio in ambito di splendido isolamento.

E allora, signori miei, cosa volete e cosa andate cercando?

Non vi resta che una donna capace di accettare la vostra arroganza narcisistica per le sue paure di abbandono e di solitudine e per le sue inferiorità e non certo perché è innamorata di voi.

E allora, caro Oneiro, cosa vai a nasconderti “dietro il tavolo”?

La tua nudità dice che è ora di mostrare il vero cazzo e il vero potere di non aver bisogno di esercitare il potere e in special modo sugli altri. Anche perché la psicodinamica non riguarda soltanto la relazione con la “fidanzata” o la “lei” e chicchessia di femminile, il discorso vale per tutte le relazioni. La modalità psichica è quella della relazione di Narciso mitico: io e me stesso. Speriamo che Oneiro resti completamente nudo come con le altre ragazze, che esca da “dietro il tavolo” e manifesti “urbi et orbi” dalla sua piazza barocca di che pasta è fatto un uomo chiamato Oneiro e che “in primis” lo mostri alla sua donna, una persona tenuta in poca considerazione e relegata agli umori e ai fantasmi del maschio narciso.

A questo punto mi sveglio, molto turbato, e non prendo sonno prima di un’oretta.”

Il sogno ha comunicato materiale importante e lo ha fatto in maniera abbastanza chiara, della serie chi vuol capire si accomodi e capisca pure, a conferma della psicoprofilassi propria della funzione onirica. Oneiro si rende conto che questo sogno non è stato invano come gli altri e che deve fare qualcosa per capire meglio se stesso senza difendersi ulteriormente e inutilmente. Questa presa di coscienza è dettata in primo luogo dalla qualità della sua vita e nello specifico della vita di coppia, sessualità inclusa, per cui nel sogno emergono quelle qualità dei “fantasmi” che Oneiro si porta dentro e che si riverberano su se stesso e sulla sua donna. Non trascuriamo il sacrificio psicofisico di sé, lo dicevo in precedenza, che una donna deve operare per tenere in vita una relazione con un uomo decisamente fermo alla “posizione psichica narcisistica”. Il turbamento di Oneiro è necessario alla luce dell’intensità e della qualità del sogno, ma è positivo soltanto se il protagonista non ci dorme sopra dopo un’oretta: “non prendo sonno prima di un’oretta”. La consapevolezza della psicodinamica è stata intuita, ma la “coazione a ripetere” e a perpetuare il solito rito con la fidanzata è in agguato, meglio, il rischio a perpetuarsi con le sue vecchie obsolete modalità fantasmiche e relazionali. Oneiro doveva svegliarsi del tutto e riflettere adeguatamente sulla comunicazione di servizio della sua psiche e ben valutare un processo psicoterapeutico di ristrutturazione e di ripartenza sulla strada della vita con una migliore qualità esistenziale e con una donna completa al suo fianco, con una relazione sana e non mutilata dalle mille attenzioni che il “narcisismo” costringe a riservare soltanto a se stessi.

Come si fa stare con gli altri, se dentro di te gli altri non esistono e fuori sono delle minacce per l’equilibrio del tuo Io ipertrofico?

Oneiro e tutti quelli che si sono arenati sulla “posizione narcisistica” daranno la giusta risposta al quesito non certo peregrino. Del resto, si tratta di andare avanti e di risolvere la relazione con il padre e la madre e di accorgersi dell’altro, dell’esistenza indispensabile dell’altro per il proprio benessere: “posizione edipica” e “posizione genitale”. Si tratta di imparare a riconoscere il padre e la madre come le proprie origini reali e simboliche, nonché di godere del dono da fare per provare il gusto di sé.

Cosa c’è di meglio di avere qualcosa da fare e da adempiere nella vita?

Non si morirà di noia, si penserà a stare bene e a non stare dietro alle mille vanità del grande fratello e dei glutei da esporre alle infezioni dell’infida sabbia nelle spiagge assolate e più che mai affollate dei nostri giorni.

Saranno gli effetti della clausura imposta e della repressione subita nel tempo del virus dei pipistrelli.

Bonne chance!

Un’ultima nota sul titolo val bene una Messa: Amore e Morte vanno a braccetto nel Mito, nel Rito e anche nel Sogno, a testimonianza della “coincidentia oppositorum” di cui ha detto sin dagli albori della Coscienza collettiva l’oscuro Eraclito.

Quale valenza accomuna qualità così diverse come Eros e Tanathos?

L’intensità psicofisica e null’altro, semplicemente perché tutto il resto è noia.

LA CANDIDA

LA TRAMA DEL SOGNO

“Ero insieme a una mia ex collega, la prima persona con cui avevo legato anni fa sul mio primo posto di lavoro per il quale mi sono trasferita all’estero.

Ero sua ospite in una casa accogliente ma un po’ buia, ma c’era molta timidezza da parte mia e un po’ di disagio perché non ci vedevamo da tempo. Eravamo un po’ sconosciute.

Ero seduta per terra e parlavo con lei.

Mi giravo e vedevo dietro di me parte del mio corpo nudo: gambe e pube scoperto e con delle tracce di sporco, di bianco sulla vagina (candida).

Non era un bel vedere perché non mi piace la forma che ha anche nella realtà e nel sogno ero mortificata di quella svista. (non avere fatto attenzione ed espormi ed essere nuda).

Ma è come se la mia anima fosse una cosa a parte, un metro più in avanti mentre le mie gambe e parte del busto erano a me visibili dietro di me come un corpo morto.

La mia amica vedeva il corpo, ma sorvolava per non imbarazzarmi.

Dopo andavo in un bel bagno lussuoso con doccia e una grande vasca idromassaggio piena e funzionante.

Non avevo sapone per lavarmi e, sentendomi sporca e infetta dalla candida, decisi di non immergermi per rispetto.

La mia amica mi aveva fatto un regalo che dopo essere andata via ricordo di aver dimenticato sul tavolo da lei vivendo ciò con un sentimento di vergogna per la mia ingratitudine.

Era un capo d’abbigliamento nero in due parti che non avevo nemmeno dispiegato per vederlo perché confusa e presa dai pensieri e dall’imbarazzo.”

Reve

INTERPRETAZIONE

Ero insieme a una mia ex collega, la prima persona con cui avevo legato anni fa sul mio primo posto di lavoro per il quale mi sono trasferita all’estero.”

Reve non perde tempo e si mette in sogno subito in contatto con se stessa: la sua “ex collega” è una “traslazione” della sua persona e un’alleata importante e significativa per portare avanti le sue problematiche e i suoi conflitti nel sogno. Non si tratta di sdoppiamento, ma di “spostamento” e “traslazione”, è come portarsi un’amica a spasso o al bar per sentirsi più sicura, una complicità e una solidarietà, un’alleanza per l’appunto. La “ex collega” è l’immagine che Reve ha di se stessa nel recente passato. La nostra protagonista comincia subito a esporre i suoi vissuti e i suoi “fantasmi” e in particolare il tema depressivo del distacco affettivo, “mi sono trasferita all’estero”. Vuoi il primo lavoro, vuoi il trasferimento, insomma Reve è coraggiosa, ma la sua sensibilità segue a fatica gli eventi che apporta alla sua esistenza.

Questo è il primo bozzetto che Reve traccia di sé nel sogno.

Ero sua ospite in una casa accogliente ma un po’ buia, ma c’era molta timidezza da parte mia e un po’ di disagio perché non ci vedevamo da tempo. Eravamo un po’ sconosciute.”

Mi ripeto e coordino per essere preciso. La “ex collega” è la stessa Reve in versione adolescenza e prima giovinezza, una stagione in cui la richiesta di affetti, “accogliente”, è dominante. Reve ha incontrato particolari difficoltà a essere consapevole di quello che le mancava, “un po’ buia”, pur tuttavia sapeva di essere timida e contrastata proprio perché la presa di coscienza non era limpida. Del resto, cosa si può pretendere dall’infanzia e dall’adolescenza? Le cose vanno così come Reve le ha vissute. Insomma, Reve era “un po’ sconosciuta” a se stessa. Preciso: Reve non ha problemi di relazione con gli altri per il momento, ma ha zone d’ombra in se stessa e proprio nella consapevolezza di sé. La bambina e l’adolescente non si sono ben evolute nella donna e qualche parte psicofisica non è stata gradita e ben assimilata, per cui Reve è costretta a viversi in maniera critica e conflittuale.

Questo è il secondo bozzetto.

Ero seduta per terra e parlavo con lei.”

Questo è l’incipit di quel dialogo con se stessa che porta buoni frutti anche se avviene con un certo ritardo. Reve parla con la sua bambina-adolescente alla pari e proprio in una situazione di disagio esistenziale come l’essere in terra straniera per motivi di lavoro, lontana da casa e dagli affetti primari e costituiti nel tempo. Questo isolamento introspettivo è oltremodo benefico e conferma che il distacco dagli affetti favorisce l’evoluzione psichica in quanto porta a un processo di crescita proprio attraverso la sofferenza della perdita apparente delle conquiste fatte nel passato. L’autonomia psichica abbisogna di pagare questo prezzo.

Brava Reve!

Mi giravo e vedevo dietro di me parte del mio corpo nudo: gambe e pube scoperto e con delle tracce di sporco, di bianco sulla vagina (candida).”

Il sogno, dopo un esordio civile di cordiale presentazione, va dentro il vissuto conflittuale e presenta un nucleo fantasmico apprezzabile. Nella sostanza Reve vive male il suo corpo e nello specifico gli organi genitali, oltretutto dicendo pudicamente, (tra parentesi), di soffrire dell’infezione vaginale denominata “candida”, un disturbo universale dell’universo maschile e femminile. Allora, coordino: Reve ha evoluto dall’infanzia e dall’adolescenza una sensibilità conflittuale e un pudore esagerato della nudità, non soltanto del suo corpo nudo, ma anche degli organi genitali con l’aggravante della ricorrente infezione fungina. Nel passato psicofisico di Reve sono presenti il valore del pudore in eccesso e legato anche al disagio personale e relazionale della “candidosi”. Questa patologia fastidiosa è vissuta da Reve in maniera decisamente negativa, sia dal punto di vista estetico e sia dal punto di vista relazionale. Aggiungerei che lo “sporco” dice nettamente di un organo sessuale, la vagina, particolarmente contrastato e colpevolizzato.

Il sogno di Reve denota una virtuosa “figurabilità” perché rappresenta in termini realistici e crudi il simbolismo psichico sotteso.

Non era un bel vedere perché non mi piace la forma che ha anche nella realtà e nel sogno ero mortificata di quella svista. (non avere fatto attenzione ed espormi ed essere nuda).”

Andiamo al dunque e poi arzigogoliamo. Reve conferma nel sogno di non vivere bene la sua vagina sia per la forma e sia per la ricorrente infezione fungina. Negli effetti psicologici Reve è cresciuta con la difficoltà di accettare la sua sessualità e il suo corpo. Reve ha vissuto un contrasto, degenerato in conflitto intrapsichico, sul suo essere femminile e sulla sua vita sessuale, non si è ben vissuta come bambina e di poi come donna, possibilmente ha incontrato difficoltà nell’identificazione al femminile nella figura materna, per cui l’identità psichica di donna è stata acquisita in maniera forzata e conflittuale. Non si tratta di complessi d’inferiorità e di inadeguatezza, bensì di travaglio nell’identificazione nella madre e nell’amare il corpo. La mancata educazione sessuale o la criminalizzata vita sessuale da parte dell’ambiente ha contribuito in questo risultato psiconevrotico. Reve adulta si vergogna a farsi vedere nuda e fa fatica a mostrarsi come “mammeta l’ha fatta”. La mancata accettazione della vagina per un inestetismo è soltanto uno “spostamento” nel corpo di un conflitto più ampio di ordine psicologico.

Tra realismo e riflessione si snodano i simboli della psicodinamica.

Ma è come se la mia anima fosse una cosa a parte, un metro più in avanti mentre le mie gambe e parte del busto erano a me visibili dietro di me come un corpo morto.”

Il sogno comincia a essere delicato in riguardo al conflitto psiconevrotico di una donna che si divide in due e rifiuta una parte psicofisica di sé, il corpo dal busto in giù con la sessualità, il corpo dalla cintola in su con le funzioni razionali dell’Io che Reve definisce “anima”, usando un termine squisitamente religioso o psicologico di scuola junghiana. Io traduco semplicemente in questo modo: “è come se la consapevolezza di essere donna fosse scissa dalla mia sessualità. Reve si scinde in una parte razionale, l’Io e le sue funzioni, e in una parte materiale pulsionale rifiutata, posposta e uccisa, gli organi sessuale e la vita sessuale. Di questa scissione e di questo delitto mostra consapevolezza. Si conferma che questa benedetta ragazza non ha saputo del tutto accettarsi come femmina e come donna.

La “figurabilità” onirica si esalta in questo capoverso con tinte horror e surreali: l’anima isolata e il mezzo busto inferiore morto.

La mia amica vedeva il corpo, ma sorvolava per non imbarazzarmi.”

Ossia: io sapevo benissimo del mio conflitto in riguardo alla vagina e alla sessualità, ma ho tentato in parte di rimuovere, di non pensarci per non soffrire. “La mia amica” è Reve, la sua parte alleata su cui può scaricare le angosce e gli affanni, il corpo è il teatro del trauma e del conflitto, “sorvolava” è un meccanismo psichico di difesa dall’angoscia, “imbarazzarmi” è un disagio psichico relazionale. In tanta scissione psicofisica Reve istruisce i meccanismi del ridimensionamento del conflitto e tira a campare, fermo restando che quanto prima il suo “psicosoma” chiederà ragione della situazione in cui si trova. Va all’estero ed emerge il problema degli affetti, incontra un uomo da amare e deve rendere conto della sua sessualità e della sua “candida”. Insomma, la vita di Reve diventa tormentata e affannata per questi pesi psicosomatici che si porta addosso dalla sua infanzia e adolescenza e che la donna non ha saputo ben calibrare e razionalizzare con una poderosa presa di coscienza. Oltretutto la “candida” ha una componente psichica notevole e non si riduce soltanto a una volgare competizione politica tra batteri e funghi di opposte fazioni. La “candidosi” viene usata per astenersi dall’attività sessuale e dal coito nello specifico, per effettuare un’auto-castrazione e per evitare la relazione con i maschi. Il danno psicofisico è superiore di gran lunga rispetto al vantaggio e alla sindrome di momentanea convenienza.

Il bozzetto è di ordinaria amministrazione nei termini, ma forte nella simbologia sottesa.

Dopo andavo in un bel bagno lussuoso con doccia e una grande vasca idromassaggio piena e funzionante.”

Reve ha presentato in sogno a se stessa i sintomi e i conflitti, gran parte della causa del suo malessere psico-esistenziale. Ma ancora non basta, perché il “lavoro onirico” ha avviato dei processi psichici di riparazione del trauma e della conflittualità, della psiconevrosi di cui è portatrice Reve. Dalle stalle si viaggia vero le stelle, dalla miseria delle umane cose e dei conflitti più materiali Reve passa al “bel bagno lussuoso”, a una “parte psichica di sé” altolocata e ben sublimata dove, di certo, l’angoscia non è di casa semplicemente perché si è evoluta nel modo in cui Reve se l’è raccontato questo conflitto con il corpo e con la sessualità. Il “bel bagno lussuoso”, per l’appunto, rappresenta simbolicamente la sfera intima e privata della protagonista, pulsioni erotiche e sessuali comprese. Reve recupera e ripara il suo vestito, habitus o modus psichico, come la buona sarta del tempo andato e si libera anche dei sensi di colpa tramite la “doccia” e si riappropria della sua femminilità con “una grande vasca piena” che le restituisce anche l’erotismo delle carezze e della pelle, “idromassaggio funzionante”. Il processo di riparazione del “fantasma” e del trauma si manifesta nei meccanismo di difesa dall’angoscia della “formazione reattiva” e della “intellettualizzazione”: nobilita razionalmente un carico emotivo e converte un vissuto negativo in positivo. Fino a quando funzionano questi meccanismi conditi con la necessaria “rimozione” e qualche altro accessorio sempre difensivo, tutto va bene e l’equilibrio psicofisico si ripristina. La domanda che si pone a questo punto è la seguente: quanto dura?

La rappresentazione della psicodinamica trova gli oggetti giusti per attestare le capacità taumaturgiche della psiche mentre dorme e anche quando veglia. Una scena di pratica quotidiana è intessuta di una simbologia dinamica ampia e in poche parole si nascondono i vissuti e i “fantasmi” elaborati in tanto tempo.

Non avevo sapone per lavarmi e, sentendomi sporca e infetta dalla candida, decisi di non immergermi per rispetto.”

In circolazione ci sono nella psicodinamica in atto dei famigerati sensi di colpa che non si capisce bene da dove spuntano e a cosa si collegano, almeno fino a questo momento di svolgimento del sogno. “Lavarsi” è simbolicamente l’atto o il rito espiatorio dei sensi di colpa, il “sapone” è lo strumento terapeutico o il farmaco giusto per pulire e per lenire i morsi del sentirsi in colpa e l’angoscia dell’attesa della punizione. Quest’ultima è la psicodinamica generale della “crisi di panico”, ma nel caso di Reve non si trovano avvalli per questo tremendo disagio. La nostra eroina si sente in colpa, “sporca”, e addirittura “infetta” ossia si è già punita con la sua malattia, la simpatica e bonaria “candida”, molto antipatica e cattivella per la donna che la porta e per il maschio che se la prende. Non solo, ma Reve si crea anche il problema di comunicare i funghi dalla sua vagina al pene del partner, ma oltretutto si sente a disagio con questo carico d’infezione addosso. A livello reale la donna che ha la “candida”, la cura e si astiene dai rapporti sessuali, ci mette rimedio realistico, mentre a livello psichico la donna che ha la “candida” ci costruisce sopra tutto un pistolotto psichico sulla sua igiene personale e sul giudizio che può dare la gente: il tutto seguendo una vena persecutoria, un tratto paranoico che tutti elaboriamo nella nostra formazione psichica evolutiva sin dai primi anni di vita e che nel tempo rischia di essere ripreso ed esaltato. “Decisi di non immergermi più per rispetto”: rinuncio alla mia sessualità e femminilità per non infettare il mio partner, frustro le mie pulsioni erotiche per non coinvolgermi con i maschi. L’educazione bigotta dei genitori e l’educazione religiosa terroristica delle suore e dei preti contribuiscono a fomentare il senso di colpa e a renderlo fortemente nevrotico o conflittuale. Si aggiunga, di poi, la formazione dei “fantasmi” personali costruiti dalla stessa Reve e il gioco si complica o diventa più interessante. Ripeto: la “candida” è un pretesto per non coinvolgersi e le problematiche sono ben altre, ma di queste il sogno ancora non dice espressamente come ha fatto per le altre.

In una scena di banale realtà il “lavoro onirico” immette una psicodinamica complessa e umanissima. Semplici parole per dire tutt’altro che un rituale quotidiano e una precauzione igienica.

La mia amica mi aveva fatto un regalo che dopo essere andata via ricordo di aver dimenticato sul tavolo da lei, vivendo ciò con un sentimento di vergogna per la mia ingratitudine.”

Traduco in termini veri e semplici.

A volte mi sono anche voluta bene e non mi sono fatta tante paturnie per questi problemi reali di ordine infettivo, classici di tutte le donne e con sede elettiva nella vagina. Mi ero regalata la soluzione della questione attraverso una buona “razionalizzazione” dell’evento occasionale e una realistica reazione ai disagi delle relazioni erotiche e sessuali con i maschi, ma spesso rimuovo le cause di questi miei disagi psicofisici e ripiombo nei sintomi e nelle difficoltà di relazione e mi astengo dal coinvolgimento erotico e sessuale e forse perché non mi piace la forma della mia vagina o della grandi labbra o delle piccole labbra.

Che non dipenda questo conflitto nevrotico dall’inestetismo addotto all’inizio del sogno?

E perché no, ma non è così. La partita si rigioca sul “sentimento di vergogna per la mia ingratitudine”.

Cosa vuol dire?

Reve deve volersi bene molto di più di quanto fa adesso, deve crescere nell’autostima e nell’orgoglio sano di chi si stima come essere unico e irripetibile. Reve è ingrata a se stessa e con se stessa e deve recuperare e dare voce a quella parte di sé, “l’amica”, che le dice le cose giuste e le regala la sua femminilità, ma lei non la deve dimenticare sul tavolo con spocchia boriosa di persona che va avanti lo stesso anche se accusa dei disagi. Ritorni paradossalmente umile e commuti l’intensità degli inutili sensi di colpa in forza attiva volta agli investimenti psichici di ordine affettivo, erotico e sessuale, la commuti in amor proprio e in “amor fati”, amore del proprio destino di donna, con “candida” e senza “candida”. Ma ancora la psicodinamica non si è conclusa e la curiosità spinge a disoccultare quel materiale che il sogno vuole disvelare, quello che Reve dormiente sa e che vuole comunicare alla Reve sveglia al fine di acquisire la salvifica auto-consapevolezza, la “coscienza di sé” che fornisce il “sapore di sé” e della propria storia psichica formativa ed evolutiva, della propria “organizzazione psichica reattiva”.

Questo è il massimo dell’amor proprio, cara Reve.

Era un capo d’abbigliamento nero in due parti che non avevo nemmeno dispiegato per vederlo perché confusa e presa dai pensieri e dall’imbarazzo.”

E ti pareva?

Era un bel capo di biancheria intima, oltretutto sexy nel suo colore nero. Reve si regala in sogno un completino da notte di capodanno, colore escluso ma effetto erotico incluso nel colore nero, ma non lo usa, non lo dispiega a se stessa, non se lo giustifica, lo lascia nel cassetto. In ogni caso lo desidera anche se non se lo compra. Insomma, Reve è concentrata mentalmente sulla sua vagina, ossessionata sull’inestetismo del suo organo sessuale, angosciata dalla sua vita sessuale, preoccupata dalla candidosi e di trasmetterla al suo partner, Reve è “confusa e presa dai pensieri e dall’imbarazzo”. Tutto torna e la conclusione del sogno offre il quadro completo della psicodinamica conflittuale di questa donna sull’orlo di una crisi di nervi. Il quadro psichico è completo e la soluzione in atto è appena accennata in questo ultimo capoverso: prendere coscienza “del capo di abbigliamento nero in due parti” e di quello che copre, specialmente la parte che copre dalla cintola in giù, razionalizzare, “dispiegarlo” e “vederlo”, al fine di superare la confusione e l’imbarazzo, accettare quella che per lei è un’imperfezione delle grandi labbra e caricarsi di tutto “l’amor fati” possibile e immaginabile. Una pasticca di amor proprio al mattino e una alla sera non guastano per niente.

La biancheria intima contiene l’essenza del desiderio di Reve di essere una donna gradevole ed erotica, di relazionarsi con il maschio in maniera seduttiva, di abbandonarsi alla vitalità sessuale. Importante è riconoscere la biancheria intima e la marca preferita, la sola e l’unica firmata “Reve”.

L’inestetismo?

Piacerà al suo uomo, è un dato oggettivo di distinzione dalla massa e dalla massificazione che impone a modificare il detto popolare che “la patata è sempre la stessa”.

Aggiungo qualcosa sulla candidosi. L’incidenza psichica esiste, ma l’infezione fungina dipende soprattutto da una caduta delle difese immunitarie e da una alimentazione insufficiente e inadeguata. Il resto lo fa la psiche. Degno di nota è il rilievo clinico che vuole la candidosi nelle donne che hanno maturato nel corso della loro formazione evolutiva conflitti di un certo spessore nella costellazione sessuale, “in primis” la contrastata accettazione della loro sessualità per la mancata identificazione nella figura materna e con una lacuna critica nell’identità femminile. Sono tratti caratteristici che l’universo femminile deve cavalcare come fiori all’occhiello e individuazioni specifiche: “io sono Reve” e non sono tutte le altre.

Di poi, la consapevolezza farà il resto.

Un ultimo rilievo sul meccanismo onirico usato in prevalenza da Reve, la “figurabilità”. Siamo poeti in sogno e non ne siamo coscienti perché agiamo in sonno quando la soglia di vigilanza è assente o molto bassa. Eppure le migliori liriche le scriviamo ogni notte nel nostro intimo e siamo “criatori” come sosteneva Vico quando usiamo la Fantasia da svegli, di notte quando usiamo i “processi primari”.

NOTA TEORICA

Dal momento che il “lavoro onirico” trasforma le rappresentazioni inconsapevoli e i desideri rimossi in allucinazioni sensoriali, prevalentemente visive e uditive, prendiamo in considerazione a questo punto il meccanismo della “figurabilità”, deputato proprio alla traduzione in immagine dei contenuti che formano la trama del sogno.

Risulta determinante mettere in rilievo due aspetti: in primo luogo la selezione operata tra le diverse immagini che traducono una rappresentazione inconsapevole e che meglio si prestano alla sua espressione visiva, in secondo luogo la tendenza a operare spostamenti da un concetto astratto a un’immagine concreta.

Freud afferma che nell’attività primaria della “figurabilità” viene richiamato un aspetto arcaico e filogenetico del pensiero e del linguaggio umani.

In origine il pensiero e le parole avevano un significato concreto: essi si traducevano in fatti reali e oggetti sperimentabili; soltanto in seguito all’evoluzione culturale hanno assunto un significato e un contenuto astratti.

L’ORIGINE DELLA VITA E LA COLPA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

 

“Odette sogna di vedere in primo piano le grandi e le piccole labbra del suo organo sessuale.

Come in una visita ginecologica e grazie a un divaricatore vede un insetto grande e rosso con le ali che esce e sta per scappare.

Lei lo infila dentro e al suo posto vengono fuori delle escrescenze di carne rossa e infetta di pus.

Odette tenta di richiudere il tutto.”

 

 

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 

CONSIDERAZIONI

 

Il sogno di Odette induce una giusta riflessione sulla “ipocondria” e sul “senso di colpa”. Partiamo da quest’ultimo.

Si definisce “senso di colpa” la responsabilità supposta e immaginata, mentre si chiama “colpa” quella reale ed effettiva. Il “senso di colpa” è un “fantasma” che produce angoscia perché è indeterminato e ha inizialmente una realtà psichica. Di poi, l’angoscia può degenerare nelle fobie e nelle crisi di panico  manifestandosi nella pratica quotidiana con la sua carica neurovegetativa: compiacenza somatica e isterofobia o conversione isterica.

La “colpa” produce dolore perché conosce bene il suo oggetto, ammette un diretto coinvolgimento perché è una colpa reale. Bisogna aggiungere che nel tempo la “colpa” si evolve in “sensibilità alla colpa”, il “fantasma” ossia la psico-percezione e l’emozione in riguardo al materiale psichico che si vive come “colpa”.

L’ipocondria è una psiconevrosi, una dinamica conflittuale che investe malignamente il corpo e lo stato di salute e si manifesta come fobia, una acuta paura ingiustificata e assurda delle malattie, al di là delle malattie vere e reali di cui il corpo può essere affetto.

Il sogno di Odette chiama in causa direttamente la parte esterna del suo apparato genitale e lo fa in maniera cruenta e in espiazione di un senso di colpa o di una colpa.

Odette è ipocondriaca o è colpevole?

Il corpo, gli apparati e le funzioni collegate hanno un ruolo privilegiato nei nostri sogni dal momento che rappresentano in concreto la nostra vitalità e la nostra “libido”, in astratto la nostra vita.

 

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

 

“Odette sogna di vedere in primo piano le grandi e le piccole labbra del suo organo sessuale.”

 

Odette evidenzia in sogno, senza pudore e senza mezzi termini, l’organo della discordia o del conflitto, il suo apparato genitale esterno. Il “primo piano” attesta simbolicamente l’importanza del problema, dal momento che si tratta di un’accentuazione enfatica del conflitto psichico. “Le grandi e le piccole labbra” sono simbolicamente strumenti del piacere e organi della sensibilità erotica, rientrano nell’estetica voyeuristica della nudità e nella funzionalità del piacere. Condensano, inoltre, le naturali difese psicofisiche alla deflorazione e alla penetrazione.    

 

“Come in una visita ginecologica e grazie a un divaricatore, vede un insetto grande e rosso con le ali che esce e sta per scappare.”

 

L’organo sessuale di Odette è colpevolizzato dal momento che viene interessato dalla freddezza di una possibile malattia ginecologica e dal “divaricatore” che non è simbolo erotico del membro maschile, ma è un attrezzo di tormento, uno strumento di dolore, un oggetto di tortura. La vagina di Odette è affetta da senso di colpa e non da sensibilità erotica, tant’è vero che lascia venir fuori “un insetto”, classico simbolo dello spermatozoo, “grande e rosso con le ali”, l’oggetto atto alla fecondazione, ma una fecondazione mancata e opposta rispetto al movimento giusto: uno spermatozoo che “sta per uscire e “per scappare”. Odette non vuole una gravidanza e aggredisce lo spermatozoo cacciandolo fuori dalla sua vagina. Il colore rosso attesta del sangue e dell’infezione.

 

“Lei lo infila dentro e al suo posto vengono fuori delle escrescenze di carne rossa e infetta di pus.”

 

Ma ecco il conflitto!

Odette è contrastata nella maternità, vuole non essere fecondata ma lo rimette dentro intendendo di voler occultare la colpa. Odette non vuole essere disoccultata e il rimetterlo dentro è più un occultare, un nascondere quello ha vissuto male: un forte senso di colpa legato al coito e all’emissione dello sperma. Ecco che la colpevolizzazione si esalta nella malattia del seme e dell’organo, il “pus”, la degenerazione del seme, mentre le “escrescenze di carne rossa” rappresentano un aborto. Odette non voleva, ma è rimasta impigliata. Oppure Odette ha voluto trasgredire con il rischio conseguente di gravidanza e di disoccultamento.

 

“Odette tenta di richiudere il tutto.”

 

La manovra difensiva di Odette di “rimuovere” il suo trauma o la sua colpa o la sua paura è manifesta. Il “richiudere il tutto” è un non prendere atto del trauma, un non volerlo razionalizzare, per cui si tratta di “fobia”, di “ipocondria” in una zona del corpo facile alla colpa per l’educazione sessuofobica o per la facilità di manipolazione fisica e culturale.

Si tratta di roba sanguigna, quindi abbiamo “ipocondria” e organo colpevolizzato.

A questo punto a Odette non resta altro che sperare che la difesa della “rimozione” funzioni sempre e che non ci sia il “ritorno del rimosso” con la sofferenza legata al senso di colpa.

 

PSICODINAMICA

 

Il sogno di Odette sviluppa una forma di “ipocondria” nell’organo debole facilmente colpevolizzato, l’apparato genitale e filogenetico, l’organo erotico, l’organo della gravidanza. In ogni caso il sogno di Odette tratta del corpo e di un vissuto isterofobico.

 

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

 

L’istanza psichica richiamata in esercizio è l’”Io” che pone la “rimozione” difensiva del trauma o del fatto occorso.  E’ presente l’”Es” nella paura di vivere la malattia e la colpa. La “posizione psichica” richiamata è quella “anale”, quella della donna adulta che capisce il male e si fa male lo stesso con compiacenza e godimento eccitativo: la “libido sadomasochistica”. Il “Super-Io” compare nel sottobosco del sogno sotto forma d’infrazione alla norma etica e morale, di poi nella visita ginecologica atta a disoccultare la colpa. Il conflitto psichico di Odette si snoda in maniera virulenta tra “Es” e “Super-Io” ed è ben gestito dall’”Io”.

 

MECCANISMI E PROCESSI DI DIFESA

 

Il meccanismo psichico di difesa principe è la “rimozione” che compare e poi fallisce perché subentra la paura della malattia o il trauma dell’aborto. Non sono presenti i processi di difesa dall’angoscia della “regressione” e tanto meno della “sublimazione”. Il sogno di Odette ha una concretezza fisiologica impressionante.

 

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

 

La “organizzazione psichica reattiva” presente è quella “anale” nella sua valenza “fobico-ossessiva”: colpa ed espiazione isterica.

 

FIGURE RETORICHE

 

Le figure retoriche coinvolte sono la “metafora” o rapporto di somiglianza in “insetto”, la “metonimia” o rapporto concettuale-nesso logico in “pus” ed “escrescenze”, la “enfasi” o esagerazione rappresentativa in “escrescenze”, “pus”, “divaricatore”, “primo piano”.

 

DIAGNOSI

 

Il sogno di Odette evidenzia un trauma da aborto o la fobia da organo colpevolizzato, l’ipocondria.

 

PROGNOSI

 

Odette deve vivere meglio la sua funzione erotica e sessuale e il suo organo sessuale per godere al meglio del suo corpo e della sua “libido genitale” che è da potenziare rispetto alla “libido anale”. Bisogna ridurre la compiacenza d’organo, la disposizione dell’organo debole a lasciarsi investire dalle cariche nervose isteriche. Si definisce “organo debole” la parte del corpo vissuta male o traumatizzata: “fantasmica” o “fantasmatizzata”.

 

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

 

Il rischio psicopatologico si attesta nella strutturazione di una “psiconevrosi ipocondriaca” con la conseguente caduta della qualità della vita e della funzionalità sessuale che può raggiungere l’anorgasmia.

 

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

 

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Odette è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

 

RESTO DIURNO

 

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Odette, può attestarsi in un pensiero ricorrente di stampo ipocondriaco o in un rapporto sessuale prima del sonno.

 

QUALITA’ ONIRICA

 

La qualità onirica del sogno di Odette è “cenestetica” per la repellenza che provoca a una prima lettura.

 

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

 

La “ipocondria” comporta un cattivo rapporto con il corpo, con i suoi apparati organici e con le funzioni collegate e deputate al benessere psicofisico: teoria freudiana della “compiacenza somatica” o dell’organo debole.

La responsabilità primaria si attesta nella sensibilità della persona che colpevolizza l’organo anche sulla scia dell’educazione subita e della cultura assimilata. E’ facile che nell’Occidente colpisca gli apparati sessuali per il fatto che la sessuofobia è legata a fattori religiosi e alla mancata o bigotta educazione sessuale dei giovani da parte dei genitori e degli adulti, per cui vige la regola del “tutto si impara da sé e in compagnia dei propri simili” e “tutto si fa di contrabbando con errori e colpe”.

L’ODISSEA SESSUALE DI SABINO

CONSIDERAZIONI PRELIMINARI

E’ un sogno chilometrico, elaborato dall’Io onirico in concorso con l’Io narrante, a riprova che si può sognare in dormiveglia e si può accomodare il prodotto con valide capacità narrative e linguistiche. Le abilità sono sempre parti di noi. Il sogno di Sabino condensa parti simboliche in un contesto logico discorsivo. Per questo motivo si può definire “Odissea” in omaggio a Omero, ma si può anche definire “Ulisse” in omaggio a Joyce per la parte simbolica e paradossale che contiene e per la maniera di renderla narrativamente in lingua italiana. Sabino non va per libere associazioni come lo scrittore irlandese, ma offre uno spaccato estetico e popolare del suo mondo interiore e delle simbologie che lo popolano. Dell’Ulisse omerico il sogno di Sabino evidenzia il lungo peregrinare, dell’Ulisse di Joyce mette in risalto i “significanti” profondi delle sue trame simboliche. Il tutto in un contesto  comprensibilissimo e accessibile, a conferma che un sogno non è mai un semplice prodotto psichico, ma è anche espressione della nostra formazione  intellettuale e della nostra sensibilità estetica.

Per un “viaggio omerico nell’anima” è necessaria una decodificazione chiara, sintetica e tratteggiata passo per passo: virgolettata la trama del sogno, normalmente deposta l’analisi.

TRAMA DEL SOGNO E PSICODINAMICA

“Mi trovo nella parte vecchia della mia città, una piccola isola pregna di miti antichi e di memorie lontane.”

Sabino usa il meccanismo psichico di difesa della “regressione” e s’imbatte nella sua adolescenza, un periodo della vita ricco di vissuti, di fantasie e di fantasmi. Non è, di certo, un proletario psichico, dal momento che ha di sé una buona autostima fatta logisticamente di miti e di memorie: un “pregno” tratto narcisistico.

“Mi dirigo lungo una salita di pietre grezze verso una vecchia bottega del pesce che sembra rimasta in vita dai primi anni del Novecento. Ci vado per sapere se posso lavorare per il padrone, un uomo anziano ed energico che mi accoglie senza troppe formalità. Non mi è chiaro se si ricorda di me, che ho fatto un turno di prova e aspetto una risposta per l’impiego.”

Il “pesce” è un simbolo fallico e condensa la “libido genitale”. Il “padrone” della bottega del pesce rappresenta la figura paterna. Sabino riconosce l’autorità paterna e rievoca i tratti caratteristici del suo vissuto: “un uomo anziano ed energico”. Sabino non si è sentito adeguatamente amato dal padre, ma ne ha riconosciuto la presenza e il potere: “non mi è chiaro se si ricorda di me”.

“Il suo saluto, scandito in vibrante dialetto siciliano, andrebbe bene, del resto, tanto per un cliente quanto per un impiegato e lui è troppo impegnato a sfilettare una grande sogliola e a parlare con la gente per chiedergli spiegazioni.”

Sabino vive il padre in maniera anaffettiva, ma lo caratterizza in maniera precisa. La “rivalità fraterna” si manifesta nell’essere uno dei tanti. La perizia “a sfilettare una grande sogliola” traduce le capacità amatorie attribuite al padre insieme all’abilità dialettica e relazionale.

“Decido, allora, di fare da me, mettermi il grembiule e come sapendo esattamente cosa fare inforco una bicicletta e inizio a pedalare. “Devo andare a prendere del pesce” penso, non ho il minimo dubbio che questo sia il mio dovere.”

Sabino ha notevoli capacità di adattamento e, di autonomia e di perspicacia. “Inforcare la bicicletta” introduce la tematica dominante del sogno: l’erotismo e la sessualità. “Iniziare a pedalare” equivale a un far da sé, sempre in riguardo alla sfera sessuale. Sabino è autodidatta e percepisce il suo essere maschio come la naturale conseguenza della sua formazione, il suo “dovere”. Perché non lo concepisce come il suo piacere? Perché introduce un attributo del suo “Super-Io”. Sabino è autodidatta e in principio ha percepito la sua identità sessuale nel padre, di poi l’ha assimilata e naturalmente introiettata e ha portato così a compimento anche la formazione dell’istanza psichica “Super-Io”.

“Pedalo e pedalo, quando mi sembra di esser finito in tutt’altra parte della città. Dalla mia bici, però, pende già un paniere con un pesce magnifico.”

Sabino ha fatto le sue esperienze sessuali e ha vissuto i suoi travagli nel cammino dell’identificazione al maschile e nell’esercizio della vitalità sessuale. Di una cosa è sicuro dopo tanto girovagare tra timidezza e arroganza, tra tentativi ed errori. E’ orgogliosamente maschio ed è soddisfatto del suo organo sessuale. Sabino recupera e manifesta nella totalità le pulsioni e le immagini della “posizione fallico-narcisistica”.

“Vedo anche una donna dietro un banco con tra le mani un gigantesco e maestoso pesce blu, con la solennità con cui si potrebbe reggere la portantina di un sultano.”

Ecco l’oggetto del desiderio di Sabino: la donna sensuale e disinibita. Ritorna la “libido fallico-narcisistica” nell’immagine dell’esotico, gigantesco e “maestoso fallo”, il giusto accessorio del suo esercizio sessuale con una donna aperta al culto greco del dio Priapo. Non poteva avere genitori migliori questo dio barbuto non eccelso nella bellezza ma deforme nel membro: Dioniso e Afrodite. Il primo condensa la sensualità erotica e il piacere sessuale attraverso la variazione dello stato di coscienza, la seconda rappresenta il potere fallico femminile della trasgressione erotica e sessuale, il potere seduttivo della femminilità. La “portantina” e il “sultano” sono simboli dell’autorità autorevole e quasi sacra a cui l’universo femminile con devozione e rispetto si dispone. Questo è il desiderio maschile di avere una donna alle proprie dipendenze come una mamma buona che accudisce, insegna, riconosce e onora: il mito del maschio e del figlio maschio.      

“E’, dunque, il momento di tornare, mi dico, ma si è fatto buio e comincio a pensare di non ricordare affatto d’aver ricevuto l’ordine di compiere quella spedizione in bicicletta. Continuo a pedalare quando arrivo sul balcone di una casa. Qui una bella ragazza dai modi piuttosto grezzi gioca con un cane. Mi dice che per scendere con la bicicletta devo salire su una pedana che sarà calata fino a terra, sempre che suo nonno sia d’accordo.

La trasgressione si profila insieme a un leggero senso di colpa per non avere evaso gli ordini e le volontà del padre. Il “buio” condensa il crepuscolo della ragione e la paura della punizione. La caduta della lucidità mentale è legata alla mancata autorizzazione del padre a vivere la sessualità. Ma, per fortuna, Sabino continua a far sesso in barba al padre e alle autorità culturali similari dannosamente costituite. Si profila la figura di una donna, un tipo di donna gradita al nostro eroe omerico che sta attraversando con la sua barca il mare che sta “in mezzo alle terre” del padre e della madre, il Mediterraneo psichico. Questa donna è bella e grezza e ama giocare con i cani. La simbologia dice che questa donna privilegiata ha poche difese razionali e, altrettanto poche, remore morali, una donna “tutta natura” e “poca cultura”, una femmina senza sovrastrutture e resistenze. Il “cane” è un tramite logico, un nesso significativo che serve per introdurre la didattica erotica e sessuale di questa donna nei confronti di Sabino. Ma cosa insegna questa donna al nostro protagonista?  Per vivere al meglio e al massimo la propria sessualità, bisogna abbandonarsi alla sacra “materia” di cui siamo impastati e costituiti, di cui dobbiamo essere orgogliosamente sacerdoti e custodi. Il processo simbolico della “materializzazione” della sessualità si vede chiaramente nel movimento dall’alto verso il basso. L’incarnazione da parte di Sabino della sua sessualità si oppone al processo di difesa della “sublimazione della libido” in nobile funzione altruistica e sociale. Sabino non è di questa aristocratica razza. Ultimo particolare non indifferente è quello di non essere in ostilità con il padre e di riconoscere la sacralità di questa figura. Con questa modalità psichica e relazionale si cresce e si gode della propria autonomia psicofisica. Questi insegnamenti Sabino attribuisce alla donna bella e grezza, quella che lo rende edotto a non “sublimare la libido”, ma a goderla tutta e al massimo della sua natura. Il tutto consegue al riconoscimento del padre.

“Salgo sulla pedana e vedo che da sotto un signore mi osserva. “Va bene”, dice, la pedana scivola dolcemente verso il basso e io riprendo la strada.”

Come volevasi dimostrare! L’autorizzazione del padre è arrivata e l’esercizio della sessualità è a disposizione di Sabino. La “materializzazione” è dolce e naturale, la “libido” è tutta da vivere in piena libertà, senza inibizioni e senza dogmi.

“D’improvviso però mi trovo in un corridoio sul cui lato sinistro si aprono molti camerini, simili a quelli di un negozio. La via è affollata da donne che provano vestiti e parlano animatamente.”

Sabino ha scelto le donne come oggetto dei suoi investimenti di “libido genitale”. Ecco che si profilano le varie tipologie di donna. Sabino è sofisticato e non si accontenta di una femmina qualunque e generica, di una donna senza qualità. Tante donne “vestite” con tratti psicofisici diversi, con modi di essere e di manifestarsi individuali, con posture seduttive e atteggiamenti atti alle diverse relazioni. Il “parlare animato” condensa l’isteria della parola, il dono della comunicazione emotiva, erotica e sentimentale.

“Cerco di farmi strada quando una bellissima ragazza dai lunghi capelli lisci e dorati, dalla pelle bianchissima mi prende la mano e inizia a guidarmi, come se mi conoscesse, dicendo che mi riporterà al negozio del pesce. D’un tratto mi dice di aspettarla ed entra in uno dei camerini.

Ecco la donna ideale di Sabino, un ideale molto concreto, il modello estetico di un narcisista: bellissima, lunghi capelli lisci e dorati, pelle bianchissima. Ricorda una laica e popolare madonna rinascimentale nel pennello di Raffaello, una donna che guida, che sa di sé e soprattutto una “magistra” sessuale, una figura che insegna a esaltare la virilità. Il desiderio di Sabino bambino era proprio quello che fosse la madre a insegnargli concretamente i diritti e l’esercizio del corpo negli aspetti più intimi ed erotici. Si profila, infatti, la figura materna a completamento della “posizione edipica”. La ragazza scompare nell’intimità dei camerini per atteggiarsi femminilmente al meglio possibile dopo che Sabino ha rivisitato i suoi vissuti in riguardo alla figura materna.

“Mentre aspetto, vedo una mia ex professoressa universitaria che mi saluta. Non ha tempo né modo di fermarsi ma mi chiede di me e di mia sorella. È molto gentile, i suoi lineamenti sono più dolci del solito e ha lunghi capelli rossi e ricci. Rispondo che stiamo bene e le stringo la mano per salutarla. La folla calca, ma la nostra stretta si prolunga per un attimo in più del normale e prima di lasciare la presa le accarezzo il palmo con le dita. Penso che c’era un che di seduttivo in quel mio tocco. Resto un istante a fantasticare…”

Ci vuole ancora un “come volevasi dimostrare”. Sabino opera una difensiva “traslazione” della madre nella “ex professoressa universitaria”. Non a caso chiede di sua sorella. E’ sua madre. Il vissuto di Sabino è suadente e contrassegnato dalla liquidazione del fantasma collegato. Della madre resta la parte reale e l’immagine concreta. Il congedo lascia la leggera “regressione” al tempo in cui Sabino aveva naturalmente desiderato il corpo della madre. La carezza del “palmo” della mano “con le dita” è un segnale di complicità erotica e sessuale: un desiderio e una ricerca d’intesa. Sabino ripensa alle sue fantasie sessuali in riguardo alla madre durante la sua infanzia. La “posizione edipica” è stata riattraversata nella sua completezza: dopo il padre è arrivata la madre e adesso Sabino può vivere la sua sessualità libero dalle zavorre e dalle pastoie edipiche. I “lunghi capelli rossi e ricci” attestano di un tratto caratteristico opposto all’ideale femminile in precedenza dipinto. Di certo non si tratta di una madonna rinascimentale, ma di una donna popolana di scuola “espressionistica”.

“…quando vedo che la mia bella accompagnatrice è seduta dentro il camerino, completamente nuda e mi sorride. “Quanto sei bella” le dico e lei mi sorride. In un istante lei è di nuovo vestita e ci rimettiamo a camminare, tenendoci per mano e baciandoci.”

Ed ecco che la donna sconosciuta e scomparsa si presenta secondo i desideri seduttivi di Sabino: nuda e sorridente, ma non volgare. La meraviglia e la magia si condensano nel “completamente nuda”. Logicamente sin dai tempi di Aristotele “o è nuda o non è nuda”. Il sorriso si associa all’estetica, l’arte è del bello: rimembranza filosofica di un Kant romantico. Il “sorriso” è simbolo della disposizione erotica e sessuale: traslazione delle labbra. Ma la seduzione continua come nel migliore dei fotoromanzi degli anni ’60 o delle “telenovelas” degli anni ’80. La “genitalità” può attendere. Intanto addottriniamoci sulle arti erotiche del Kamasutra. Sabino è in cammino verso il trionfo finale dei sensi. Sabino costruisce e rammenda il suo sogno in maniera ineccepibilmente progressiva. Il “camminare” è simbolo dell’esercizio della vita, la mano nella mano in “tenendoci per mano” è simbolo di solidarietà e condivisione, ma soprattutto del desiderio di coito. Il “baciarsi” è simbolo dell’oralità erotica e affettiva, dell’empatia e della simpatia.

“Arriviamo alla bottega, ma nessuno è dentro a lavorare: è sera e il padrone con la famiglia è a cena sulla veranda. La ragazza bionda mi dice che è suo zio e che dobbiamo unirci alla tavolata. La cosa non mi imbarazza e del resto, tutti sembrano troppo presi dalla situazione per badare a noi. Uno di quei momenti in cui il mondo è distratto e si è del tutto liberi. Ci sediamo, continuando a scambiarci tenerezze.”

Il calore affettivo e familiare, la condivisione del tetto e del cibo, il crepuscolo della coscienza e il contatto con la natura e con il prossimo, la disposizione al sociale sono i temi dominanti in questo spezzone del sogno di Sabino. Notevole è l’appellativo del padre come il “padrone”, il riconoscimento dell’autorità a testimonianza che i figli hanno bisogno di autorità e di autorevolezza e a volte di morbido “dispotismo illuminato”. Sabino è introdotto ai valori della famiglia e alla condivisione degli affetti dalla sua “maieutica” donna. Più si stacca dalle dipendenze della famiglia, meglio valuta e più apprezza l’economia psichica della famiglia. Trattasi di valori molto importanti per la formazione psichica di ogni persona: un insieme in cui ognuno liberamente gode del suo e del suo ruolo. “Il mondo è distratto” per cui si può evadere. La libertà è a portata di mano insieme con la trasgressione. Continua, imperterrito come una naturale coazione, l’appagamento dei bisogni erotici e affettivi di Sabino.

“Io rifletto sul fatto che ho già una ragazza, ma sono felice e mi dico che sto bene dove sono. Ho anche un altro dubbio e questo lo condivido con la mia amica: devo sapere se suo zio mi ha assunto oppure no. Lei mi guarda e dice “ti ha assunto, ti ha assunto”, come a dire che farà di tutto perché ciò accada ed è certa di riuscire.

La trasgressione si associa a un blando senso di colpa. La realtà psicofisica in atto è gratificante e non è il caso di sciupare la deliziosa e contingente avventura della coscienza.  L’evangelo di Sabino è “sono felice” e “sto bene dove sono”. Trattasi del principio massimo del Pragmatismo e dell’Utilitarismo inglese, il parto mascolino dell’intelligenza operativa. Una donna grezza ha aiutato un uomo sofisticato, che si attardava compiaciuto della sua bicicletta su una pedana in alto a sublimare i suoi sensi, a riconoscere il padre e a sentirsi figlio dopo la liquidazione della figura materna. L’evoluzione della sessualità porta all’evoluzione degli affetti. Sabino si è emancipato dal padre e autonomamente sceglie. Una donna lo ha convertito a superare odi e ambizioni, a trovare il suo corpo e a postarsi nell’universo psicofisico   maschile. Il comandamento recita: hai riconosciuto il padre, il debito edipico è assolto, adesso sei libero. E allora trionfa! La donna è liberatrice grazie alla sua “libido genitale” e al far sentire Sabino virile e adulto. La donna grezza ha adempiuto un compito che non possono adempiere il padre e la madre. Il corpo ha esatto i suoi diritti libidici e la missione apparentemente impossibile è adempiuta. La natura narcisistica di Sabino si è appalesata nella sua dialettica e nella sua sensualità.

“Poi allunga una mano e io mi rendo conto di avere solo una maglietta indosso, ma non provo nessun imbarazzo. Posso vedere il mio sesso rilassato e molto turgido. Lei lo prende in mano, lo scosta su un lato e sorride come se mi avesse aggiustato la cravatta o rimesso a posto un ciuffo ribelle. Dice che si occuperà lei di tutto e sorride, prima dolcemente, poi con malizia. Faccio in tempo ad esser felice.

L’Odissea sessuale di Sabino continua e procede verso il meglio del meglio. Tutti i salmi finiscono in “gloria” e anche quello di Sabino finisce con l’orgasmo, la “gloria” psicofisica. La nudità del corpo comporta simbolicamente la coscienza e l’accettazione. Anche Adamo ed Eva dopo il peccato si erano accorti di essere nudi e si erano vergognati. Sabino ha consapevolezza del corpo, ma non si vergogna perché ha superato il senso di colpa riconoscendo il padre e la madre. Narcisismo e autocompiacimento, amorosa accettazione del corpo ed esaltazione della vitalità “dionisiaca” sono gli ingredienti della buona zuppa di pesce preparata in sogno da Sabino grazie all’abilità mercantile del padre. Degni di rilievo sono il concetto e il desiderio prettamente maschile di avere la donna accudente, la donna che libera e che si mette al servizio del “narcisismo” del capo, la donna “maieutica” che fa partorire e realizzare a Sabino la sua identità maschile dopo l’identificazione nel padre. La “cravatta” esalta il membro e il “ciuffo” evidenzia il movimento del calibro genitale e l’accudimento rispettoso da parte della donna. Il desiderio di Sabino di avere una madre sessualmente premurosa e didattica si è realizzato con la “traslazione” nella donna. La “libido” deve maturare da “fallica e narcisistica” a “genitale”. La donna ha fatto scoprire a Sabino la sua vita sessuale e lo ha rassicurato sulle mille inadempienze e sulle mille paure maschili, per cui adesso può aspirare a essere amata. Il tutto nei vissuti in atto di Sabino che adesso dovrà procedere per la sua strada di autonomia dal padre per godere i preziosi frutti dell’età adulta. Si attende l’avvento della “posizione genitale” negli investimenti della “libido”, il senso di abbandono e il sentimento di donazione.

“Poi mi sveglio.”

Grazie sogno!

Sabino ha riepilogato e rivissuto l’avventura della sua coscienza in riguardo alla sua “posizione fallico-narcisistica” nello spazio eccitante di alcune ore di sonno.

Grazie ancora sogno da parte di Sabino!

NOTA

 

I simboli e le psicodinamiche sono state ampiamente disoccultate nel corso della decodificazione del sogno.

 

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

 

La “organizzazione psichica reattiva” evidenzia un valido e consistente tratto “narcisistico”.

 

FIGURE RETORICHE

 

Le figure retoriche richiamate ed espresse sono la metafora in “pesce”, “bicicletta”, “pedalare”, “cravatta”, la metonimia in “lato sinistro”, l’iperbole e l’enfasi in “gigantesco e maestoso pesce blu”.

 

LA PROGNOSI

 

La prognosi impone a Sabino di considerare adeguatamente il suo processo di emancipazione dal padre e dalla madre per rafforzare l’incipiente “libido genitale” in evoluzione dall’affermata e conclamata “libido fallico-narcisistica”.

 

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

 

Il rischio psicopatologico si attesta in un persistere della “posizione

fallico- narcisistica” e in un ritardo dell’avvento della “posizione genitale” con l’annessa e connessa “libido” donativa: il sentimento dell’amore. Bisogna considerare che il prolungamento e il persistere delle pulsioni autoerotiche equivalgono a un innaturale blocco dell’evoluzione psichica e all’avvento di pericolosi disturbi psicosomatici e relazionali.

 

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

 

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Sabino è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

QUALITA’ ONIRICA

 

La qualità del sogno di Sabino è autoreferenziale con una vena discorsiva personale e una vena narrativa paradossale.

 

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

 

IL SOGNO SECONDO ECCLES

 

“L’Io e il Suo Cervello”, volume secondo, pagine 449,450,451,

Armando Armando Editore in Roma nel 1981.

Commento di Salvatore Vallone

 

 

Eccles

 

“Durante il sonno, ogni due tre ore, si effettua una certa attività cerebrale organizzata che si presenta nell’elettroencefalogramma con onde rapide a basso voltaggio.

Questo è il cosiddetto sonno paradosso.

Compaiono rapidi movimenti oculari e a questo punto la Mente autocosciente ritrova la capacità di leggere selettivamente l’attività dei moduli, come un sogno, accompagnate da strane e bizzarre esperienze coscienti ma comunque riconoscibile come suo. Durante il ciclo del sonno si può congetturare che la Mente autocosciente stia leggendo selettivamente le attività neuronali del Cervello, anche gli avvenimenti più disordinati, ma che nonostante questo le appartengono. Essi possono riferirsi a sue esperienze passate, a reminiscenze, a ripetizioni di esperienze dell’infanzia. A volte sono cosi bizzarre che non sono assimilabili con le esperienze della vita e non successe  nella vita e non ricordate, ma che può essere investito di qualche significato più profondo che ignoriamo come Freud ipotizzò.

Questo è il modo in cui la Mente autocosciente lavora in rapporto al Cervello.”

 

Commento

 

L’elettroencefalogramma attesta della fase R.E.M., del sonno definito “paradosso” anche perché dovrebbe portare sollievo e non agitazione motoria. In questo stato la “Mente autocosciente” ritrova un suo equilibrio precario, ma migliore rispetto allo stato precedente di “entropia neuronale”. Si profila il sogno come capacità della “Mente autocosciente” di leggere i suoi moduli e di trovare in essi il sogno, un prodotto strano, ibrido, irreale, bizzarro, illogico, fatto di reminiscenze, di rievocazioni, di esperienze dell’infanzia, di assurdità e di significati che ignoriamo. Questo complesso inquietante di caratteristiche del sogno si lega al “processo primario” e all’elaborazione da esso operata. Il Sogno è il prodotto della “Mente autocosciente” o “Io” che ritrova la sua connotazione e la sua funzione usando i “processi primari”, il modulo, e compone il sogno. Quest’ultimo è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o Io legge l’attività dei moduli e produce il sogno.

Per quanto riguarda l’ignoranza del significato profondo dei sogni, non risponde a verità l’affermazione che Freud fosse scettico sulla possibilità di interpretare e comprendere i sogni. Non a caso nel 1900 diede alle stampe il testo “Interpretazione dei sogni”. I sogni erano prodotti dell’Inconscio come i sintomi e avevano un significato profondo che si poteva tradurre in un significato logico.

In ogni caso degna di rilievo è la convinzione sperimentale di Eccles che il Sogno è sempre in relazione con la Mente autocosciente o Io e il Cervello.

 

LA RABBIA EROTICA DI NOEMI

girl-1258739__180IL SOGNO

“Noemi sogna di sentire il forte bisogno di masturbarsi e di avere un orgasmo.
Prende il vibratore e si massaggia il clitoride.
Ma non basta e allora spacca in due il vibratore: una metà la mette in bocca e l’altra metà la mette in vagina.
Non ancora appagata, prende una frusta con la mano destra e si colpisce sulle spalle.
Finalmente arriva all’orgasmo nel sogno e nella realtà.”

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Noemi appartiene alla categoria erotico-sessuale soltanto nella fase conclusiva per l’esito dell’orgasmo. Il progetto iniziale di masturbarsi e il prosieguo del sogno hanno tutt’altro significato. Nella sua globalità il sogno di Noemi contiene una feroce rabbia nei confronti dell’universo maschile, associata a una altrettanto feroce rabbia nei confronti di se stessa. Il simbolismo è diffuso e consistente. Il sogno di Noemi si può definire “misantropo” se per “antropo” intendiamo soltanto il maschile, l’universo psico-culturale maschile e possibilmente qualche maschio o sedicente tale, nello specifico l’uomo in atto di Noemi. Infatti il sogno può essere stato scatenato da un rifiuto reale o da un surplus di “libido” altrettanto reale, da una situazione sentimentale ambigua o da un investimento sbagliato. La decodificazione inizia con l’analisi puntuale dei simboli, per poi rammendare la psicodinamica come fa un abile sarto con le pezze del vestito di Arlecchino. Buona questa metafora!

I SIMBOLI

“Masturbarsi”: variazione dello stato di coscienza, riduzione delle tensioni, disimpegno fisico, rilassamento e distensione secondo il “principio del piacere”, abbandono tra le braccia di Eros mentre si è coccolati tra le braccia di Morfeo come in questo caso, “regressione” psichica difensiva e “fissazione” alla “fase fallico-narcisistica”, solipsismo e isolamento, “Io” ipertrofico.

“Orgasmo”: picco neurovegetativo e abbandono psicofisico, apice isterico e progressiva caduta dell’eccitazione, conversione psicofisica di tensioni e benefica risoluzione, caduta delle difese e distensione psicofisica, pulsione e funzione dell’”Es”.

“Vibratore”: traslazione del potere e della potenza, “libido fallico-narcisistica” ed esercizio della virilità, prevaricazione e violenza, traslazione difensiva dell’organo sessuale maschile.

“Clitoride”: castrazione e identificazione femminile, traslazione difensiva della potenza e del potere maschile, solipsismo erotico e compensazione psichica.

“Spaccare”: frustrazione e aggressività, rabbia e violenza, scarica isterica e caduta della funzione di controllo dell’Io, libido anale e pulsione sadomasochistica.

“Spacca in due”: scissione difensiva del fantasma e meccanismo di difesa dello “splitting”, istanza dell’”Es” e operazione psichica dell’”Io”.

“Bocca”: traslazione della vagina e affettività, “libido orale” e aggressività, seduzione e ambivalenza recettiva, erotismo e coito.

“Vagina”: “libido genitale” e recettività sessuale femminile, seduzione e disposizione al coito, universo psichico femminile e archetipo “Madre”.

“Frusta”: “libido anale” e pulsione sadomasochistica, appagamento sostitutivo della “libido genitale”, traslazione della colpa ed espiazione, prolungamento fallico.

“Mano destra”: relazione e potere, disposizione sociale e volitività, apertura seduttiva e investimento libidico.

“Spalle”: meccanismo psichico di difesa della “rimozione” e dimensione subconscia, consistenza strutturale dell’istanza psichica dell’Io, disposizione alla sofferenza e pulsione masochistica.

I MECCANISMI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa innescati sono i seguenti: la “conversione isterica” nell’orgasmo, la “scissione dell’imago” o del fantasma nello spaccare in due il vibratore, “l’acting out” o messa in atto nel prendere il vibratore, la “traslazione” o “spostamento” nel vibratore al posto del pene e altro, la “condensazione” nei simboli, la “drammatizzazione” nella frusta e nell’escalation emotiva.

LE FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche richiamate sono “l’enfasi” nella forza espressiva del sogno e “l’iperbole” nell’esagerazione dei contenuti.

LA PSICODINAMICA

Noemi è fortemente aggressiva nei confronti del maschio a causa delle frustrazioni che riceve. Noemi vive uno stato d’impotenza che procura una forte carica di rabbia, per cui scatta il bisogno neurofisiologico di scaricare e di stemperare le tensioni. Il “sistema neurovegetativo” è chiamato direttamente in causa per alleviare la carica nervosa e, nel momento in cui quest’ultima supera “l’omeostasi”, l’equilibrio neurovegetativo, scatta l’orgasmo in sogno e nella realtà. Noemi ottiene due piccioni con una fava: fa da sé per scaricare la rabbia e per appagare la sua frustrazione sessuale legata al coito mancato. Il suo narcisismo scarica l’aggressività violenta sul maschio spezzando in due il vibratore e, di poi, diagnostica quella se stessa che non parla e che non fa sesso nel tappare la bocca e la vagina. Consegue la punizione: la frusta per la mancata reazione aggressiva verso il maschio e per scatenare la “libido anale” e accedere al godimento orgasmico in maniera robusta. Non certo per miracolo, lo stato di agitazione psicofisica si placa e si sblocca convertendosi. E bravo il sogno!

L’ANALISI DEL SOGNO

“Noemi sogna di sentire il forte bisogno di masturbarsi e di avere un orgasmo.”

Noemi deve scaricare le forti tensioni che ha maturato sia a livello ormonale e sia a livello relazionale e vuole farlo in maniera naturale, la più naturale possibile: la masturbazione e l’orgasmo.

“Prende il vibratore e si massaggia il clitoride.”

La tecnologia elettronica viene chiamata in causa. Noemi è dalla parte della scienza e chiede per il suo piacere l’ausilio dinamico dell’elettrodomestico erotico, l’apporto del pene traslato non potendo averne uno in carne e sangue. La partenza è buona perché Noemi conosce bene le parti sensibili e risuonanti del suo corpo, ma la tensione nervosa è alta, nello specifico la rabbia è potente, per cui anche la tecnologia deve calare le brache di fronte al “sistema neurovegetativo” che resiste agli stimoli e dimostra di avere ancora ulteriori margini di carica.

“Ma non basta e allora spacca in due il vibratore: una metà la mette in bocca e l’altra metà la mette in vagina.”

Ecco la tanta aggressività nei confronti dell’universo maschile! Noemi scarica tutta la sua rabbia contro l’oggetto simbolico traslato che condensa il maschio e in particolare la sua potenza e la sua prepotenza: il “vibratore” al posto del pene. La frustrazione subita da Noemi è direttamente proporzionale all’aggressività esternata nello spezzare il membro meccanico in due parti. Ma ecco la sorpresa! Noemi se la prende con se stessa e accusa le sue responsabilità per aver subito un simile trattamento da parte del maschio. Si tappa la bocca non per pratica erotica, ma per simboleggiare il suo silenzio, la sua paura di parlare, di accusare, di difendersi con tutto quello che può fare con la parola. Ma lo psicodramma non è ancora concluso. Noemi si tappa la vagina a confermare la sua forzata astinenza legata anche al suo silenzio. Non parli e non godi: due verità psico-esistenziali importanti in quanto riguardano il benessere del “sistema neurovegetativo” e le funzioni determinanti per il benessere psicofisico: quelle erotiche e sessuali.

“Non ancora appagata, prende una frusta con la mano destra e si colpisce sulle spalle.”

Ma non è finita qui e così! Noemi sente il bisogno di scatenare la sua “libido anale” sia per punirsi e sia per godere. La “frusta” è proprio l’oggetto giusto e polivalente per la sua punizione, il “sadomasochismo” che ci voleva anche per eccitare con il sogno il sistema nervoso che è in atto nel sonno. Nello specifico, è in funzione il “sistema neurovegetativo” “in toto” e il “sistema nervoso centrale” in parte perché Noemi ha un certo grado di veglia e di vigilanza a causa dell’eccitazione che sta vivendo in sonno. Si colpisce le “spalle”, il luogo simbolico dove ha sempre depositato le sue frustrazioni per continuare a vivere. Questa simbolica “rimozione” è avvenuta per paura di essere lasciata o di non essere capita o di causare la rabbia dell’altro. Noemi si è portata e si porta un peso sulle spalle, “l’atarassia libidica” del suo uomo o la paura di non piacere abbastanza con le conseguenti difficoltà relazionali.

“Finalmente arriva all’orgasmo in sogno e nella realtà.”

Il quadro si perfeziona e la psicodinamica si conclude in bellezza e in bontà: la coincidenza d’orgasmo desiderata dal sogno e realizzato dal “sistema neurovegetativo” dopo tante traversie.

LA DIAGNOSI

La diagnosi attesta di una frustrazione della “libido genitale” con conversione isterica.
LA PROGNOSI

La prognosi impone a Noemi di superare le sue paure relazionali al fine di ridurre le frustrazioni sessuali; queste ultime comportano lo scarico dell’aggressività e un grado di malessere. Noemi deve stabilire con i suoi maschi una relazione ottimale a tutti gli effetti e “in primis” gli effetti sessuali, evitando accuratamente il rischio d’isolamento narcisistico o d’improvvide e pericolose trasgressioni.

IL RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella conversione isterica della “libido” repressa, nel degenerare della carica sessuale in un disturbo psicosomatico.

L’ORGANIZZAZIONE REATTIVA

L’organizzazione reattiva, la cosiddetta personalità o struttura psichica, è in prevalenza isterica.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Ho voluto evidenziare le voci della decodificazione per rendere più tecnico e meno discorsivo il sogno di Noemi e per mostrarne l’inquadramento scientifico. Il sogno non è un pettegolezzo o un racconto indiscreto, tanto meno una traccia dell’aldilà. Il sogno condensa la trama del conflitto psichico in atto, fatte salve le giuste cautele per continuare a dormire. La decodificazione corretta rende spedita qualsiasi tipo di psicoterapia.

I QUATTRO “NON RIESCE” DI MIRIAM

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“Miriam si trova all’estero per una riunione insieme a molti conoscenti e non riesce, poi, a trovare la strada per tornare in Italia.

L’ora è tarda e il cielo è buio, come spesso succede nei suoi sogni.

Miriam non riesce a impostare il navigatore. Se vede un cartello che indica la strada per l’Italia, non riesce a girare se non prima di aver fatto un lungo percorso.

L’auto è difficile da guidare e non ha il freno funzionante, tanto che si trova, uscendo dal parcheggio, in difficoltà a governare l’auto che scende pericolosamente in retromarcia in una strada in discesa.

In auto c’è anche un’amica, anzi due, pur se impossibile considerato che la sua auto ha soltanto due posti.

Il pericolo di uno scontro o di fracassarsi da qualche parte è sempre presente.

L’impossibilità d’impostare il navigatore è simile ad altri sogni, in cui non riesce mai a comporre il numero di telefono per chiamare delle persone care.”

Il sogno di Miriam induce a riflettere sul modo in cui s’inseriscono le scoperte  tecnologiche nei nostri sogni. La scienza e i suoi progressi non sconvolgono l’apparato psichico e la funzione simbolica. Si evolvano pure lo spazio e il tempo, si evolvano anche insieme alla tanto ricercata dimensione dello “spaziotempo”, ma la “fantasia” è sempre la stessa e allucina ugualmente i sogni del “pitecantropo” e dell’”homo sapiens”. E poi le scoperte scientifiche sono immaginate prima di essere realizzate. Icaro aveva sognato di volare e voleva volare anche con le ali di cera. Archimede aveva sognato sotto il sole cocente di Siracusa le sue idee in riguardo alla massa, allo specchio e alla leva. La parabola significa che i sogni contengono anche intuizioni scientifiche legate alla ricerca specifica di ogni uomo. Di per se stessi io li colloco in un “eterno presente psichico” fatto anche di spazio e di tempo, di storia e di cultura. In un sogno precedente si è decodificato il “telefonino” di Silvia, altrettanto si farà per il “navigatore” di Miriam.

Il sogno colpisce al primo approccio per quattro “non riesce” che andrò progressivamente sviluppando con dovizie di particolari: “non riesce poi a trovare la strada”, “non riesce a impostare il navigatore”, “non riesce a girare”, “non riesce mai a comporre il numero di telefono”. Nella cornice del “non riesce” s’inserisce, senza sfigurare, “l’auto è difficile da guidare e non ha il freno funzionante”.

Si dia il via alle danze oniriche!

“Miriam si trova all’estero per una riunione insieme a molti conoscenti e non riesce, poi, a trovare la strada per tornare in Italia.”

Miriam socializza molto bene all’estero sia con gli altri e sia con quella parte di sé che esterna e offre al gusto sociale: l’”estero” condensa anche il riconoscimento dell’altro e della sua diversità globale. Miriam è suggestionata dalla curiosità di sapere di sé e dell’altro, del nuovo e dell’eccentrico, del forestiero e dello straniero. Miriam esibisce una buona apertura sociale e una proficua duttilità psichica. Miriam non è, di certo, ottusa e misantropa. A furia di viaggiare e di esibirsi in terra straniera corre, pur tuttavia, il rischio di restare straniera in casa sua. A furia di conoscere l’altro corre il rischio di perdere di vista la sua parte interiore. E’ fuor di dubbio che la “coscienza di sé” passa attraverso il riconoscimento dell’altro, è fuor di dubbio che la “coscienza di sé” è osmotica nella sua dimensione interiore ed esteriore, ma perché, cara Miriam, ti trovi bene nel tuo “estero” con gli altri e con tutti i diversi e poi “non riesci a trovare la strada per tornare in Italia”? Perché questa difficoltà a rientrare in te stessa con la confidenza con cui ti affidi agli altri? Miriam si orienta bene nella sua vita sociale, ma non si orienta altrettanto bene nella sua vita interiore. Il suo “Io” presenta un “deficit” di consapevolezza in questo settore: Miriam ha paura di conoscersi dentro. La “strada” rappresenta simbolicamente il procedimento da seguire e la modalità a cui ottemperare per convergere su se stessa. Miriam si difende con la sua ideologia sociale ed è sbilanciata su questo versante a scapito di quello interiore. Il suo “psicosoma” accusa una contrastata armonia delle parti, la sua struttura caratteriale presenta uno squilibrio tra “l’esterno-estero” e “l’interno-Italia”. Miriam ha trovato se stessa più fuori di sé che dentro di sé. Tecnicamente si tratta di uno scompenso tra le istanze dell’”Io”, dell’”Es” e del “Super-Io”. L’’”Io” è andato in sofferenza nel tenere sotto controllo le pulsioni dell’”Es” e i limiti del “Super-Io”.

“L’ora è tarda e il cielo è buio, come spesso succede nei suoi sogni.”

Eppure Miriam ama lo stato crepuscolare della coscienza e la caduta della vigilanza dell’”Io”, ama la suggestione e il sogno, predilige la fantasia e la follia del desiderio. Questa è la propensione di Miriam, ma è riuscita a metterla in atto fuori di sé o l’ha soltanto concepita dentro. Si profila il conflitto tra la parte di Miriam che desidera e la parte di Miriam che realizza, la parte che vuole e la parte che esegue, la parte “estero” e la parte “Italia”, la parte sociale e la parte personale. Questa interpretazione trova ulteriore conferma nel prosieguo del sogno.

“Miriam non riesce a impostare il navigatore. Se vede un cartello che indica la strada per l’Italia, non riesce a girare, se non prima di aver fatto un lungo percorso.”

Il “navigatore”? Carneade, chi era costui? Così avrebbe ruminato don Abbondio nei “Promessi sposi”. Rumino anch’io di fronte al “navigatore” nel sogno di Miriam. Il “navigatore” è un surrogato dell’”Io” e delle sue funzioni, in particolare la vigilanza, la deliberazione e la decisione. Miriam abdica alle sue funzioni razionali, al suo “Io” e accusa difficoltà nell’autoconsapevolezza. Il “cartello” indica la strada per l’Italia e Miriam dopo lunghi ragionamenti affronta il problema. Non è del tutto padrona a casa sua, ha una soglia alta di suggestionabilità, si lascia condizionare nel pensiero e nel materiale. “Non riesce a girare”, non riesce a fare delle scelte concrete e personali, fatica a realizzare idee pensate e agite da lei. A questo punto del sogno si profila la dimensione sessuale del lasciarsi andare e dell’affidamento a se stessa.

“L’auto è difficile da guidare e non ha il freno funzionante, tanto che si trova, uscendo dal parcheggio, in difficoltà a governare l’auto che scende pericolosamente in retromarcia in una strada in discesa.”

L’auto rappresenta il sistema neurovegetativo nella sua valenza sessuale. La difficoltà di guida è dovuta a un blocco razionale o a una inibizione morale. In  effetti, la sessualità di Miriam funziona se il freno non funziona: il freno non serve. Ma il “Super-Io” interviene censurando la “libido” e non consentendo a Miriam di lasciarsi andare e l’”Io” provvede a sublimarla e a investirla in un ambito sociale. Uscire dal parcheggio significa mettersi in moto sessualmente dopo i preamboli erotici. Miriam incontra “difficoltà a governare” la sua “libido” perché sente come pericolo il lasciarsi andare “in retromarcia in una strada oltretutto in discesa”. Miriam è sessualmente bloccata dalla sua assoluta normalità. Il “Super-Io” ha immesso fattori culturali che hanno portato a trascurare i sacrosanti diritti del corpo a favore dello spirito o del sociale: ideologia politica o religiosa. Si può constatare che la cosiddetta “normalità” può essere vissuta come disturbo o addirittura come malattia per paura o per educazione, per difesa o per morale, tecnicamente per la “parte negativa” di un fantasma che induce un’inibizione sessuale. Ripeto: Miriam vive male la sua giusta sessualità. Ma ancora il sogno non è finito.

 

“In auto c’è anche un’amica, anzi due, pur se impossibile considerato che la sua auto ha soltanto due posti.”

Miriam si è identificata sessualmente al femminile nella madre, liquidando a suo tempo la “posizione edipica”. Si porta in macchina due amiche, due figure importanti che hanno contribuito alla sua femminilità rafforzando quella dimensione erotica di cui successivamente ha avuto paura proprio per un eccesso di carica: due donne in una macchina che ne contiene una.

“Il pericolo di uno scontro o di fracassarsi da qualche parte è sempre presente.”

Questa è ancora la normalità sessuale di Miriam, correggendo il “fracassarsi” con un benefico “abbandonarsi”. Ma il lasciarsi andare s’imbatte nella paura di farsi male. Miriam ha difficoltà di affidarsi al moto del suo corpo e diffida del suo corpo, vive il piacere addiveniente dell’orgasmo come una perdita di sensi. Il disporsi all’orgasmo è confuso con uno svenimento e blocca il piacere di realizzare la “libido genitale”.

“L’impossibilità d’impostare il navigatore è simile ad altri sogni, in cui non riesce mai a comporre il numero di telefono per chiamare delle persone care.”

Il navigatore, come dicevo in precedenza, condensa le funzioni dell’”Io” e ritornano le difficoltà di deliberare e di decidere. Ma come mai si presentano difficoltà relazionali, “comporre il numero di telefono”, visto che queste doti non mancavano a Miriam? Il sogno elabora e offre la prognosi. Miriam stessa si dice che il suo “estero” è stato eccessivo rispetto alla sua “Italia” e che il suo “Io” deve essere adeguatamente rivisitato e rivalutato.

Questi sono i quattro “non riesce” di Miriam.

Il rischio psicopatologico si attesta nelle difficoltà a vivere la sessualità come un processo naturale con le conseguenti inibizioni psiconevrotiche.

Riflessioni metodologiche: siamo il nostro corpo o la nostra mente? Siamo il frutto di una scissione ontologica o culturale? Ma è poi tanto necessario scindersi? Perché non ci si può pensare come entità mente-corpo, psiche-soma? La “scissione” è una modalità psichica primaria e ci serve nei primi mesi di vita per difenderci dall’angoscia di morte che è legata, a sua volta, all’istinto di vita. Ma poi cresciamo e ci evolviamo. A voi l’ardua sentenza!