I MIEI OTTO FIGLI

TRAMA DEL SOGNO



Questa notte ho sognato una collega che era incinta ed aveva già 8 figli e questi figli erano frutto, i primi tre di un ex marito e gli altri di rapporti con uomini con i quali si era prostituita.

Inoltre, ho sognato un collega (nella realtà deceduto a febbraio) che vendeva gioielli, tra i quali, però, non avevo trovato nulla di mio gradimento da acquistare.”



Nancy



DAL SOGNO ALLA POESIA



Questa notte ho sognato una collega che era incinta ed aveva già 8 figli e questi figli erano frutto, i primi tre di un ex marito e gli altri di rapporti con uomini con i quali si era prostituita.”



Quanti figli ho desiderato sin da bambina!

Quanti figli ho avuto nella mia quasi consapevolezza!

Ho iniziato con Lui,

il primo uomo della mia vita,

mio padre,

e sono andata avanti fino a contarne otto,

otto di tanti e tanti di otto.

Chissà quanti,

ma tutti figli degni di tanta madre!

A volte ero io,

a volte era lei,

a volte con te,

a volte senza di te,

a volte con tutti otto

e più qualcuno che non c’è.

Così funziona il sogno

anche se non vi pare.

Quanti amori ho vissuto!

Quanti figli ho desiderato da te,

da lui,

da lei,

dall’altro,

dall’altra,

dall’altro e dall’altra ancora,

dalle rose di maggio gialle e scarlatte,

dalle mille movenze sinuose dell’anima monella,

dalle mille volute voluttuose del corpo birichino.

Ma i figli sono figli,

sono sempre e soltanto delle Madri,

quelle che hanno la gatta dentro e sempre in moderato calore,

in andamento lento e adelante cum judicio,

quelle che a Napoli gridano in teatro e nei vicoli “i figli sò figli”,

quelle dell’equazione esistenziale di Edoardo e Titina,

i De Filippo,

quelli del quartiere Chiaia negli anni quaranta,

quelle prostitute del tempio come donna Filumena,

la Marturano di via san Liborio nel quartiere di Montecalvario,

le Madri della bambina dentro che chiede di essere accudita,

quelle bambine madri che credono ancora nelle favole antiche,

nella favola bella del fiore di cavolfiore,

del fagotto della cicogna,

della stella caduta dal cielo,

della stella cometa con la coda ritorta,

di tutto quello che illude,

o Nancy,

di tutto quello che incanta,

o Nancy,

mia cara Nancy.

L’amore di una madre si fa per amore,

per un giglio rosso e vermiglio destinato alla croce,

per un figlio dolce e giocondo

con un nastrino azzurro per l’uccellino,

per una figlia dolce e graziosa

con un nastrino rosa per il fiorellino,

per un figlio o una figlia dolci e preziosi

con un nastrino arcobaleno.

Ma i figli sono e restano delle Madri.

E’ proprio vero

che ogni scarafone è bello a mamma soia,

è proprio vero

che in qualsiasi latitudine della nostra palla di vetro infranto

le signore della Vita e della Morte filano,

ricamano,

recidono.

Il tuo è un desiderio d’amore di mamma,

di grande mamma,

mia cara.

Ci vuole un rapporto con un uomo che non significat,

ci vuole un fiore o un cavolo nell’orto del vicino,

ci vuole una cicogna che viene da lontano

e placida si posa

sui tralicci dell’alta tensione per fare il nido

lungo l’autostrada che da Sirakaos porta a Catania e viceversa,

sui desideri delle stelle sospese nel cielo di sempre,

sui bianchi pensieri che l’anima schiudono novella,

sulla favola bella che ieri t’illuse,

che oggi t’illude,

oh Nancy.



Inoltre, ho sognato un collega (nella realtà deceduto a febbraio) che vendeva gioielli, tra i quali, però, non avevo trovato nulla di mio gradimento da acquistare.”



Hanno ammazzato Ouranos.

Gea ha ucciso Ouranos.

La Terra si è liberata del Cielo stellato.

Era stanca di essere ingravidata di bello e di brutto,

di giorno e di notte,

di essere avvolta nell’ambiguo cellophane di un amplesso,

di essere indotta nell’ambiguo malanno

di uno scarno “parecete femina che te dopere”.

I Padri sono morti.

Le Madri hanno ucciso i Padri.

Vendevano gioielli alle bambine

e seducevano le donne procaci nel fiore della giovinezza

con la promessa di una lauta ricompensa.

Le donne di Dioniso hanno sbranato Narciso,

hanno fatto a pezzi Orfeo,

si sono messe in un corteo osceno e moderno,

hanno bevuto e cantato per tutta la notte insieme a Lilith,

non sono mai arrivate a Samarcanda,

hanno gridato a squarciagola “vieni avanti Satana”.

Al primo sorgere del sole,

all’alba,

quando il cielo s’imbianca,

quando l’aere è terso,

hanno divorato le misere e vane membra dei maschi

che altre donne avevano a suo tempo ben impastato

con zucchero e cannella,

con petali di rose e fragole di giardino.

Che stranezza è l’amore!

Che balorda è la vita!

Ma io sono e rimango Nancy.

Io basto a me stessa.

Non vado al mercato del mercoledì in Oderzo

a comprare le pulci che saltano,

a spulciare il cimelio antico e ammuffito di nonna Matilde,

a odorare il gambero surgelato e asettico delle Marianne.

Io non voglio una notte di luna piena

per abbandonarmi a un povero uomo,

neanche il venticello sottile

che da ponente spira sulla pelle accaldata d’estate e d’inverno,

io non sono affaticata da Eros

per il bisogno di sopravvivere insieme all’umano gregge.

Io non ho studiato Darwin,

io non voglio un uomo,

io basto a me stessa

e alla compagnia cantante di musicanti

che ancora affascina e turba i miei congedi diurni

e le mie sortite notturne

con le litania arabe,

con l’oppio dei popoli afgani,

con le chimere del tempo che fu,

con le chiappe al silicone e al vento del tempo che è.

Io ho viaggiato dentro e fuori,

ho saputo di me,

ho saputo degli altri,

ho intessuto i miei sogni uno ad uno in un drappo di Damasco,

sono cresciuta dentro e fuori,

al sole e al vento.

Ora so della bambina che mi vive dentro,

della donna che ha bisogno di cure e premure,

di grazie e bellezze,

di arte e creanza.

Je m’en fous degli effimeri gioielli che pendono,

che pendono come la torre di Pisa,

gingilli destinati a cadere al primo vento di scirocco.

Dell’altro io non m’innamoro più.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 04, 09, 2021

SALVO ED ENZO

IL SONNO DEGLI ULIVI DI CARANCINO

A voi dormienti nella Tramontana di dicembre,
dopo copiose drupe di aromi ardenti
e odorose di carciofi e cardi,
di salvia e basiricò,
di rosmarino e mirto,
nonché dell’aspro senso di pungenti rovi,
a voi dormienti nel freddo Libeccio di gennaio
davanti all’Anapo pudico che si nasconde ai nostri occhi
nel suo silenzioso scorrere sulla sotterranea argilla,
a voi,
ninna nanna,
ninna nanna.
Dormite ulivi antichi,
dormite ulivi giovani e vecchi,
quiescenti,
sornioni,
docili.
Adornate la luna e il sole nella vallata di Carancino
come in un quadro a tinte fosche di Salvatore Grillo,
o argentati olivi,
pallidi di notte,
rudi di giorno,
smunti nelle bacche generose,
rimondati nelle fronde superbe
e nelle ramaglie abusate dallo Scirocco,
resistenti al Grecale,
al Ponente e al Levante,
dormite,
ninna nanna,
ninna nanna.
Vi preparate alla nuova fioritura,
al rigoglio dei sensi,
alla bonaccia e alla tempesta,
al Natale e alla Pasqua.
Alceo e Aretusa fanno festa tra di voi
di notte e di giorno senza rumore,
senza molestia,
o dormienti ulivi.
Anapo e Ciane amoreggiano.
E io mi accosto con sacro e devoto silenzio,
quello che merita un dio,
a che non vi svegliate prima dell’alba.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 23, gennaio, 2017

FRESCHI SENTIERI

Freschi sentieri sui solchi lievi
or rivedo a mirare la montagna
bianca sotto il sole
acceso di nuovo calore.

Lontano è la bruma
che vide crescere
mille foglie dello stesso colore,
mentre gli ulivi svettano
non più solitari
a carezzarsi
coi rami argentati
e la zagara nascente
dalle folte fronde.

Estasi e pace
si fondono in cotale sito
ove ritorno qualvolta
a sentirne il profondo silenzio
che mi rimane a lungo
nella mente e nel cuore.

Enzo Grillo

Carancino di Belvedere, 23, gennaio, 2017

BUON COMPLEANNO!

Sono l’invincibile estate nel bel mezzo dell’inverno.
In questo tempo di grande crudeltà sarà poi vero
che dalla Morte nasce la Vita più forte
e che Lei verrà e avrà i tuoi occhi?
E dimmi, tu che sai, dell’immunità di gregge.
Ma chissà chi lo sa
se questi amletici dubbi sono veri anche per noi
che abbiamo il buon gusto dell’autenticità di noi stessi
oppure sono castronerie inventate da sedicenti scienziati
nel gran ballo quotidiano dell’abbuffata pandemica.
Avere una coscienza è d’impedimento
a tanto giovamento progressivo del ciclo naturale darwiniano?
Potessimo, almeno, essere piante magre e grasse,
nutrite e accolte dalla fertile dea Madre
con radici robuste e chiome che ondeggiano al vento di Scirocco,
per poi mutare inconsapevoli nel gran pasto dei bisognosi!
Rinnovarsi nella quiete dell’indifferenza
è la meraviglia dell’abbastanza,
è la panacea dell’abbondanza.
Io,
poeta contadino,
io che rivolto col vomere anime umane e terra marrone,
io so
che tra le zolle si intravede l’alcova della morte.
È lì che va la Belle de jour.
Lì gli amanti accedono all’eterno primo motore immobile
perché ascoltano soltanto il richiamo dell’ignoto.
Ce ne ricorderemo mai del prima,
del durante,
del viaggio veloce della mente
che ci portava a spasso in infiniti campi magnetici?
Ricorderemo i nostri corpi noncuranti dell’orbita del tempo,
dell’effluvio sinistro
che si insinuava come un dubbio opaco nella trama dei cuscini?
Io,
poeta contastorie,
io che racconto i sogni ai sognatori,
ti dirò perché la mia essenza è insieme lieve e greve,
quasi fossi il mare
che se n’è andato nel mare.
Oggi vengo da me,
è il mio compleanno.
Mi lascio una cornucopia davanti alla porta,
piena di frutti e spighe di grano.
Godo dell’abbondanza della vita
che non è mai finita finché non è finita,
coltivo i campi,
aro le pagine bianche,
non faccio morire l’infanzia che ho dentro.
E penso a me ogni tanto.
Lo faccio con indulgenza.
Buon compleanno,
purezza di un ragazzo caro,
molto caro,
ai cuori impuri.

Sava

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2021

AUTORITRATTO 2

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io ed Erasmo che mi elogia.

Siamo in due,

siamo sempre in due,

il me savio e il me matacin,

mi che son dentro e mi che son fora,

mi che me manca un bojo e una poenta brustolada,

mi che son just e mi che son sbalià.

Il me perbenino fu rapito sul monte con il cappello in mano

dal paron che dispensa ananassi e satanassi,

il me sacranone e sacrarmenta viaggiò nei pascoli eterni

con la schiena dritta senza piegarsi davanti a nisuni,

neanche con l’ammollo o con il pizzo.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e me mare Concetta Giudice,

detta Tita o Titina,

mia madre che m’annaca,

che mi dondola cantando la ninna nanna,

insomma.

Siamo ancora in due,

il me bambinello e il me mentecatto,

il me picciriddru con la sucalora in mano

che si tocca il pisello,

il me in astinenza da rete quattro

con il cervello freddo di Libeccio,

il me amoroso e niuru infame,

fortemente abbronzato da madre natura

sotto i colpi micidiali dello Scirocco,

il me affetto da lasette nei bronchi umidi di catarro

e odorosi alla menta del benemerito vicks vaporub.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia radice,

io e me pare Concetto,

detto ‘Nnittulu,

ridetto ‘Nzuliddru.

Siamo ancora in due,

il me derelitto e il me gran sior,

io e il resto in saldo degli spermatozoi del dopoguerra

di un padre provato dalla caduta dell’amato Fascismo,

io e il derivato di un relitto militare,

formato cacciatorpediniere,

io e l’escremento infetto di una nave spitalera

ferocemente bombardata dagli Inglesi ubriachi,

io e le quattro travi portanti di un bastimento

ricolmo di migranti che coltivavano un sogno,

una chimera,

un’illusione,

un miraggio,

un pane condito con il sangue degli avi,

trasportati a suo tempo dalla mia Africa nel mondo civile

per l’Etica protestante e lo spirito del Capitalismo,

per la Camorra e la Mafia dell’uomo bianco miricano.

Sia sempre lodato e ringraziato Salvuccio Kunta Kinte,

quel tzeno innalzato al cielo africano dalla pietas del padre.

Sia maledetto il machete dello yankee bastardo

che non riuscì a tagliare le dita dei suoi piedi.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e Alex Haley che m’incanta.

Siamo ancora e sempre in due,

io e Kunta Kinte dei Mandinka,

il me siculo e il me veneto,

il me libero e il me schiavo,

il me dotor e il me contadin.

Siamo ancora e sempre in due,

io e le varianti del mio virus,

così personali,

così vitali per l’aldiqua e l’aldilà,

io incoronato il 19 di gennaio dell’anno gentium 1947

dalla levatrice signorina Calvo Carmela

al civico 23 di via Emanuele Giaracà,

io poeta terrone e patriot italiano,

nonché capo del carrarmato M113,

dono natalizio degli Usa all’italica plebe in quel 1945,

me contastorie e contaballe,

io e le mie fave tarde a spuntare

in quest’inverno da favola noir,

io e i miei ciciri migna restii alla luce

sotto questo cielo che oggi sposa Saturno e Giove,

sotto la solita buona stella ‘mbriaca,

la stella cometa stordita e sperduta dentro un cielo limpido

come la luce di Lucifero,

Venere,

stella del mattino,

stella maris,

l’astro d’argento che brilla lassù

e indica ai saggi la strada della vera vita

sotto l’augusta volta celeste tibetana.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 12, 2020