ICARO

Vaste steppe,

grandi spazi aridi,

niente e nessuno intorno.

Cammino fino alla taiga fitta di alberi gelati.

Quanta illusione si cela dietro la muraglia!

Quanta Cina di carta!

Quant’è lontana!

Invento cose che si sgretolano,

niente esiste se non ha una voce

e non è nulla quella che risuona dentro la testa,

è solo testa,

solo creazione.

Quanta tristezza mi fa la realtà?

Sempre la stessa,

tanta.

Ho una pazienza accanita,

una volontà prepotente,

una fantasia demente,

faccio autostop guidando.

Il silenzio è una lama di coltello a serramanico

infilato nel sangue di un abbraccio.

Si frantumano le intenzioni

e le mani cadono lungo i fianchi

a somma protezione di un sentimento.

La crudeltà non deve entrare,

non sono un forno crematorio.

Sono vicina alle femmine poete

che si suicidano in un giorno qualunque,

senza pensare alla fama

che la fine si porta appresso.

Sono vicina al pozzo,

ai pazzi.

Amerò anche da morta?

Io non lo so

e adesso non mi viene voglia di pensarti,

ma tu dimmi quando arrivi

ed io scenderò dalla mia polveriera

per darti il benvenuto.

Non portarmi mazzi di rose,

non pungere una fuorilegge.

Toccata da mani che conoscono i corpi

e non lasciano impronte su questo campo di battaglia che è il mio,

mi muovo ancora in cerca di te.

Voglio imparare dal tuo malessere

a vincere la nausea delle ore del giugno polveroso,

la luce violenta del solstizio che rovescia lo stomaco

come un guanto di velluto.

Rumino,

sono un bovino estinto,

una scimmia urlatrice,

la discarica della carta su cui scrivo.

Fogli vergati da un inchiostro azzurrino si alzano sopra carcasse di albatri,

il vento favorisce il volo.

Appoggio la mia schiena scarna sopra le loro grandi ali immobili,

è tempo di allettare il sole.

 

Sabina

Trento, 06, 06, 2021

LA NUOVA GERUSALEMME

Rubo i tuoi occhi

per guardare il tuo sogno.

Ritorno nei miei luoghi di diaspora

e mi appari.

Gerusalemme è distrutta

e io sono in fuga da sempre

per mantenere intatta l’acuta nostalgia di casa

il desiderio è un amplificatore che suona musiche ancestrali –

Tu dove sei?

Non riesco a immaginarti morto.

La mia mente è un ripostiglio fitto di conversazioni e gesti,

il tuo volto ripetuto in tutte le espressioni,

un album di foto che sfoglio

come il salterio tra l’ora delle lodi e la compieta

ma all’ora nona ti ho sentito gridare –

Ripercorro le nostre strade polverose

nelle ore lente del pomeriggio estivo,

ciuffi di erba sporca costeggiano i fossati,

rendendo disperato il paesaggio.

I miei passi risuonano solitari

e un’eco sorda rimbalza nella valle.

Tra le fronde argentate degli ulivi ti ravviso,

agiti la mano in segno di saluto,

la tua accoglienza è per me

e la mia felicità non sembra passeggera.

Abbiamo molto da dirci,

un confronto tra anime accese dalla furia della passione.

Tu ed io,

dall’infanzia all’incanutimento un’illusione composta in metrica.

Se fossi qui con me,

non avrei paura dei miei versi.


Sabina

 

Trento, 10, 08, 2021

MASSIMA ALTEZZA NELL’EMISFERO NORD

Lasciami dire del nido dei merli in mezzo all’edera,

del malvone sgraziato ancora nudo,

senza memoria alcuna del suo fiore,

di quello che già c’è e di ciò che non c’è ancora,

del lauro selvatico che da solo sembra una foresta sconfinata,

del muro a secco pieno di bestiole,

del chiasso di cicale sfaccendate,

dei grilli sempre in frac dentro all’estate.

Lasciami dire delle albe illuminate

che spostano il mio senso del presente

quel tanto che io possa immaginare un tempo

senza coda nel passato e senza muso di cane sul futuro.

Lasciami dire che ho pensato tanto senza pensare a niente,

ma solo per tenerti nella mente

mentre spargevo semi alla carlona

dentro un pezzo di prato sgangherato,

così,

per fare qualcosa di importante.

E avevo torto.

E avevo ragione.

Sabina

Trento, 20, giugno, 2021

FIAT LUX

FIAT LUX

Così ritorni al punto di partenza per la nuova corsa,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

che, tanto, a cosa servono ora?

Non più piedi,

né gambe,

né volto,

che regali al ricordo di chi resta.

Ora il pensiero diventa sguardo,

si sofferma su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che adesso ti si spalanca dentro.

Un po’ ti invidio,

se non facesse male.

Sab

Trento, 17,11, 2020

ET LUX FACTA EST

E così sono tornato al punto di partenza,

pronto per la nuova corsa,

come disse Gautama Buddha,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

come disse mia madre,

che tanto,

a cosa servono le scarpe?

Non ho più piedi per camminare,

né gambe possenti per pedalare la bici verde di Salvatore

sulla strada che porta a Floridia,

né volto da regalare al ricordo di chi resta

e invoca un mio segno,

un mio messaggio da spalmare nell’album di famiglia,

come la Nutella,

e per lenire le angosce della fine,

come un disperato che si vota al sacerdozio.

Il mio sguardo è diventato pensiero,

i miei occhi cerulei sono ancora vispi

come quelli di un bambino assetato di vita.

Sono energia,

Verbo,

e mi posso soffermare su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che, adesso, mi si è spalancato dentro,

sullo spazio che si riduceva nei teoremi di Talete e di Pitagora

e che, adesso, mi si stende all’infinito.

Un po’ mi invidio,

se non facesse tanto male la dipartita.

Adesso penso

e penso che c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico,

io vivo altrove

e sento che da te,

nella valle dell’Anapo,

il fiume che non si vede,

sono nati i cardi mariani e le cicoriette selvatiche.

Penso che tu non sai,

che tu ignori,

che tu arranchi.

Cosa sai, tu, della notte che si affida alla luce?

Cosa sai, tu, del buio che si sposa con la bionda chioma di Aurora?

Cento paia di scarpe ho consumato per Lei ritrovare,

per ritrovarmi con Lei e con il sole in fronte

a cantare beatamente le dolci nenie di quella madre

che da bambino mi pettinò con i bei capelli a onda,

adagio,

adagio per non farmi male.

Sappi che io sono partito

e ho lasciato sul tavolo della cucina,

là dove la Morte non può entrare,

i resti di un pasto di lenticchie consumato nella luce della Sicilia

con i versi di pochi vati e di alcuni poeti,

con le foto dei miei cari vicino alla stufa economica

che bruciava la legna dell’ulivo e dell’arancio,

del limone e del mandorlo.

Ho lasciato sul vecchio canterano di legno antico,

tra il pianoforte restaurato da mio padre Paolo

e la credenza di faggio della nonna Agata,

quel poco che mi serviva a respirare

in quella stagione di fame e di inedia.

Tutto questo adesso non c’è e non serve.

L’assenza è la sorellastra dell’eternità,

te l’assicuro

e te lo dico adesso che so

quanto languore si stende ogni notte sui cuscini di seta

per la mia breve presenza sotto il tetto della mia casa,

passando tra Omero e l’ira funesta di Achille,

soggiornando presso il benemerito Istituto nautico di piazza san Giuseppe,

costruendo con pazienza solerte e creativa i miei intramontabili amori.

Ho contato dodici giorni di agonia

per colmare una vita di pensiero e di azione.

Adesso non mi servono le gambe

per arrivare all’ora che volge al desio

e ai naviganti intenerisce il core,

quel cuore che non invidio

e che si è spento tra le pareti di una casa buona

per ritrovare finalmente colei che solo a me par donna,

per dire grazie a nostra sora morte corporale.

Sal

Carancino di Belvedere, 20, 11, 2020

CLELIA

Clelia,

appari all’improvviso tra un mazzo di algoritmi

offerti all’ingordigia di occhi invisibili,

resa umana dall’incarnazione astratta di un vizio.

Nello spazio vuoto dell’azione

ti fai maschera magnifica in minuscoli fotogrammi

per conquistare la scelta di gentiluomini decenti

che pagheranno il tuo pane

col suono di un piacere solitario e vano.

Dove si posa lo sguardo,

termina l’immaginazione

e la poesia si sgretola ai piedi del feticcio.

Ma questo tu lo sai,

eserciti il dominio in un mondo di appetiti elementari

e incassi i proventi dell’illusione seduta su un divano,

dove poggi le tue lunghe gambe

che terminano in sandali di corda.

Ripensi alla tua fuga,

al fiume che accoglie le bracciate ampie della tua ribellione

e la tua promessa non illumina il tempo libero

degli eroi eccessivi di questo nuovo tempo,

illumina la tua libertà,

illumina il tuo tempo,

che oggi mi appare come mi appari tu:

con un’attitudine all’eterno.

Sabina

PREGHIERA PER GLI SCONOSCIUTI

Invoco invano la mia immaginazione

per rievocare la tua immagine.

Il mio cuore è un manto erboso

mosso dai caldi venti di caduta,

la mia testa una fitta foresta di pensieri,

alcuni fedeli,

altri mercenari e altri prigionieri.

Io sono un mistero per me stessa.

Si fa buio,

si ammassano i ricordi.

Mi abbandono alla malinconia,

che è nemica dei sogni.

Nelle infruttuose speculazioni notturne

frugo all’interno dell’anima

per capire se ti ho inventato

solo per stare dentro lo sguardo di qualcuno.

L’eco delle nostre conversazioni rimbalza

sui tronchi dei miei alberi secolari

e si perde nel fiato che espiro.

L’erba si muove, sei arrivato.

Respiro.

Polmoni, sangue, cuore.

Devo aver letto

che attendere significa aspettarsi qualcosa

che non succederà,

ma ho letto molte cose

e ho perso il filo.

Mi visitano i personaggi dei romanzi,

i loro discorsi riempiono le distanze,

sovrapponendosi in epoche disuguali.

Ho risentito Anna Karenina

che insegna la preghiera della sera al suo bambino:

“Proteggi tutti i conoscenti e gli sconosciuti”.

Non c’è altro da dire,

altro da fare.

Tutto questo tempo,

tanto e tutto uguale,

troppo per poter creare.

Ho bisogno di non avere tempo

per fare quello che voglio fare,

di ritagli di minuti tra la fine del pasto

e il letto per poterti scrivere.

Ho bisogno di rubarlo, questo tempo.

Invece adesso lo perdo soltanto

e non sono in grado di mettere sul banco

il fardello delle mie passioni.

Forse non c’è bisogno di quello che posso creare,

è tutto fermo,

permane l’assenza,

scompare l’illusione che sia reciproca.

Ma esiste sempre un elemento imprevisto

e torneremo nel continuo esordio.

Voglio lasciare andare i morti.

Voglio che tu stia in ascolto mentre piango.

Sara

Treviso, lunedì 20 del mese di Aprile dell’anno 2020

LE FASI DELLA VITA, LA VITA IN FASI

Dobbiamo rinunciare all’armonia del caos,

nessuna attrazione,

nessuna gravità,

pianeti allo sbando in deserte autostrade siderali.

Le ombre non si incrociano,

un unico solitario riflesso di se stessi

stampato sulla strada nel raggio del proprio metro,

misura di solitudine,

vessillo di indifferenza.

Scompaio a voi,

priva di germi,

sterile.

L’intimità del tatto giace dentro guanti di plastica

e la paura di morire spia di sottecchi l’altro,

volti occultati da maschere funebri,

sospetto,

pericolo,

vittoria della ragione.

Non ci contempliamo più,

gli orizzonti sono chiusi,

il nostro corpo in sicurezza,

la nostra solitudine decretata.

Quando si fa la cosa giusta

il cuore è felice,

ma se sto facendo la cosa giusta

perché il mio cuore è così triste?

La sera arriva sempre in fretta,

ripetuta e senza promesse.

Sto cercando di trasformare il presente in un ricordo,

sto cercando di fidarmi.

Il cuore stretto nella sua gabbia d’ossa

batte al tocco di campane

che annunciano il passare delle ore

o il passaggio della morte,

il tempo che fugge e quello eterno insieme,

sottofondo di musica nei giorni dolorosi,

il tragico vuoto delle rose sopra assi di legno tutte uguali.

E tu che cerchi di dimenticare

l’attesa inutile della tua terra irraggiungibile.

Quanto è lontano il mare?

Quanto la nostra Africa ancestrale?

Oh, non si può raccontare,

non si può raccontare,

si deve stare in silenzio davanti ad un dolore.

L’esausta età dell’oro dorme lontana

e appoggiata al tronco di un ulivo

la faretra di Eros mostra le sue frecce arrugginite.

Nel viaggio senza peso l’aria trasporta carezze,

tutto è possibile,

l’onda ritorna,

nulla è perduto.

Trascorro settimane di sei giorni.

Il settimo è per me,

devo inventare l’incantevole maggio.

Sabina

Trento, domenica 26 del mese di Aprile dell’anno 2020

LE IDI DI MARZO

LE IDI DI MARZO

Il Vocabolario della lingua italiana,

che splendido consiglio!

Sì,

un libro pieno di libri,

le parole facili,

quelle sconosciute che aprono mondi nuovi,

perché niente esiste se non ha un nome.

(Te lo ricordi Borges?

Nel nome sta il concetto della cosa,

tutta la rosa dentro il nome rosa).

Fare il gioco del vocabolario seduti allo stesso tavolo,

dove qualcuno fuma,

altri spiluccano gli avanzi della cena,

qualcuno si arma per vincere,

qualcuno perde ridendo.

Stare assieme,

aprire le danze nel consesso famigliare,

stufarsi,

sbadigliare,

poi piangere da soli chiusi in una stanza,

addormentarsi,

sognare.

E l’amore!

Non poterlo fare,

sperare di ricordarselo,

alimentare il desiderio con la speranza del ritorno.

I ragazzi che si amano,

quelli di Prévert,

hanno le porte della notte che si spalancano

per colmare la nostalgia dei baci,

hanno corpi sudati senza aver corso

e l’anelito dell’amore sporco e puro che sopravvive alle circostanze.

Si ritroveranno

e si guarderanno ancora con gli occhi nuovi dell’attesa infame.

Non ci sarà tempo per le parole,

l’amore sarà l’unico virus in circolazione

ed aprirà le bocche di fuoco dei corpi

per significare se stesso,

un nuovo gioco del Vocabolario.

Forza Lucrezia,

bambina mia,

forza Fabio e Tommaso e Luca e Giulia

e Nina che si veste a festa

e si trucca

e si profuma per sedersi a tavola

a mangiare da sola,

forza ragazzi belli!

La vita è anche questa,

è scala a spirale,

è prova,

è paura,

vittoria e sconfitta,

timore e speranza,

fame e abbondanza.

Mio fratello filosofo e ipocondriaco dice

che vorrebbe essere in una stanza di ospedale

con le sue due sorelle per continuare a giocare.

È tornato bambino, che bello!

Ho sentito le spire grasse della comunità

stringersi attorno ai corpi esili della nostra infanzia.

E alla fine tutto sarà bene.

Sabina

Trento, 15 – Marzo – 2020

DEDICATO AD AMALIA

NOSTALGIE

In un nero asfalto rovente di luglio,

nel blu terso ma ingannevole del cielo,

stava,

una tra tante,

la palazzina più improbabile per una vacanza estiva.

In uno dei suoi interni abitava nonna Amalia.

Ogni mio ormai lontano ricordo estivo si perde lì,

tra un miscuglio di odori e fragranze amorevoli

e piccole grandi storie di vita.

“Cossa ti vol par cena, ‘more?”

“ Pasta e fagioli, nonna!”

Colonnina di mercurio alle stelle,

non una bava che spirasse gentile …

ma nemmeno un’esitazione:

con il grembiule colorato accuratamente allacciato

in due asole dietro la schiena,

nonna Amalia dedicava volentieri il suo pomeriggio

alla lunga trafila del minestrone di fagioli …

la sua Vellutata.

L’odore carezzevole non impiegava molto

ad uscire dal cucinino

e a diffondersi disubbidiente ovunque.

Dalla poltrona nera,

in un angolo della sala da pranzo,

gambe rigorosamente accavallate e calzino al ginocchio,

spalle magre ed incavate

ed il baffetto nero in un viso emaciato ma sorridente,

il nonno guardava.

“Ainsandra!” chiamava, camuffando il mio nome.

“Assa star el pan, ché no’ te magni pì!”

E misurando le parole

per non affaticare il respiro già rapito dalla silicosi,

richiamava alla memoria la sua prigionia,

sul finir della seconda Guerra,

per aver rubato una patata …

“Quanta era la fame?”

E la nonna, sorridendo:

”Ghe gera toni e rombi tutto el dì …

aerei che voeava bassi!

Bruta a guera!

Ma to nono el gera al sicuro … in preson!”

Rubare una patata?

Felice per una prigionia?

Avere il coraggio di sorridere

seduto in una sedia nera

a contare i giorni di un vita che si sta spegnendo?

Cucinare con l’unico intento di far felice qualcuno che non sia te stesso!

Chi oggi?

E chi passerebbe mai una vacanza estiva

al caldo del secondo piano

di una palazzina odorosa di pasta e fagioli,

tramutando ora quel semplice passato in un nostalgico presente?

Alessandra

L’estate dell’infanzia non è un tempo,

è un luogo,

un trasferimento di elementi dal dovere al piacere,

la felicità,

la corsa,

l’aria calda,

la grande noia sdraiati sull’asfalto.

Non scorre,

attraversa,

è la vita parallela possibile e certa.

Un ponticello di legno tra la fine di maggio

e l’ottobre piovoso del ritorno,

mica lo vedi crescere un papavero,

nemmeno se lo guardi fisso e a lungo.

Però trasmuta in un girasole alto e giallo,

in una pannocchia con le foglie secche,

le favole imparate a scuola

in fila davanti al grande orizzonte che si dipana.

“Bambiniii”,

urlava la mamma dalla finestra della cucina,

“È pronto, a tavola!”.

E di corsa, la gara a perdifiato,

sandali coi buchini tagliati sul davanti

e chi arriva prima domani è il capo della banda.

La cena con la mamma e la nonna, che bellezza!

Arrivava l’ora delle storie,

quelle della guerra,

quelle della fame,

quelle che come siete fortunati voi non lo sapete,

non mangiare prima di cena,

lavati le mani e siediti composta.

E la polenta cucinata nella fornesela,

con gli anelli tolti ad uno ad uno,

fino a far sprofondare il paiolo

nel buco magico di quel forno estuoso.

La nonna sempre vestita a modo,

la gonna sotto al ginocchio e la camicetta,

non si sa mai se ti succede qualcosa,

bisogna arrivare decorosi all’ospedale.

Non una goccia di sudore,

la grande abitudine al dovere.

E noi,

gambe sbucciate,

capelli arruffati e piedi sporchi,

noi, un futuro da insegnare, curiosi e attenti all’estasi dei grandi.

Vorresti andare al mare?

No, voglio dormire con te e la nonna, questa notte,

e, se un giorno muori,

promettimi che avrai una bara matrimoniale,

perché vengo con te.

È estate,

non è ancora tempo per morire.

E le cicale, fuori, e i grilli,

e dormire subito col capino sulle tue pappe,

mamma.

Sabina

Amalia abiit.

Amalia è partita con il respiro affannato dalla polmonite,

l’animo sereno di chi sa il cammino,

l’intelligenza raffinata di sempre

dentro quel corpo ineffabile di donna

di un popolo che non c’è più.

Amalia è un sogno inventato all’alba in quattro e quattrotto,

un desiderio impudico di mangiarsela tutta,

una certezza dell’amore quando l’amore è cresciuto.

Amalia è una donna che ha dentro tutti i suoni

di un’orchestra di periferia,

una marea di strumenti a due passi dalla laguna,

tra la campagna e il cielo.

Amalia solum abiit, non obiit.

“O nonna, o nonna, come sei bella!

La racconti ancora alla tua putea la novella

di lei che cerca il suo perduto amor?”

“Sette paia di scarpe ho consumate per ritrovarti.

Sette verghe di ferro ho logorate

per appoggiarmi nel fatale andare.

Sette fiasche di lacrime ho colmate,

tutte di lacrime amare.”

E tu?

Tu dormi alle mie grida disperate.

Il gallo canta

e non torni ancora al tuo paese.

Intanto ansimando fugge la vaporiera

e io resto sola come l’aratro in mezzo alla maggese.

Cura solum ut valeas, mea dulcissima avia!


Salvatore

Ero piccola.

Quand’ero piccola, una delle cose che mi piaceva di più

era scivolare sugli scalini di marmo nella casa della nonna.

Era una vecchia casa,

una casa vecchia come la mia nonna.

Gli scalini erano bassi, larghi e arrotondati.

Potevo tranquillamente andar giù senza farmi male.

Nella mia fantasia bambina ero tanti personaggi:

un bel cavaliere medioevale,

un coraggioso capitano di ventura,

un sordido lanzichenecco,

un povero soldato,

un fedele legionario,

un perfido mercenario.

In ogni caso ero sempre un maschio, mai una femmina.

In ogni caso ero sempre armata, mai indifesa.

Tutto questo succedeva quand’ero piccola,

quand’ero bambina,

quand’ancora non pensavo da grande,

quand’ancora non avevo la valigetta ventiquattrore e l’ombrello firmato,

quand’ancora non nascondevo i seni dentro un classico doppiopetto,

un doppiopetto decisamente maschile, oltretutto gessato.

Scivolavo e immaginavo.

Scivolavo e mi perdevo nelle mie fantasie.

Iniziavo dal secondo piano perché dal terzo non si poteva.

Al terzo piano c’era il soler,

il granaio lungo e buio,

l’emblema di spazi paurosamente ignoti,

la casa sonora dei topi,

il luogo del tempo passato,

la carta d’identità della mia stirpe.

Dal secondo andavo in giù fino al piano mezzano

dove c’era il mobiletto intarsiato con sopra il vaso decò.

Poi mi restava l’ultima rampa,

quella che mi sbatteva ai piedi della luminosissima porta d’entrata,

la porta del mio paradiso.

Il salone era regolare con il suo pavimento di marmo,

una distesa di giallo e di rosa.

Ai lati erano disegnate delle bande rosse

che sventravano la casa da nord a sud tra due signorili punti luce.

Proprio qui a Natale trionfava l’abete

dentro un vecchio tino ricolmo di terra nera,

l’albero più vero e più vivo del paese.

Tutto era secondo natura dalla mia nonna.

Tutto era secondo cultura dalla mia nonna.

Come si mangiava bene dalla mia nonna!

La mia nonna faceva gli gnocchi freschi con le patate del Piave

e le polpette di carne col pan gratà e il prezzemolo.

La mia nonna faceva il risotto con i porcini del suo bosco

e lo speo de costesine de porzel e il cunicio.

La mia nonna faceva le cotolette di manzo con l’aceto

e le patatine fritte con l’olio extravergine d’oliva.

Qualche volta mi faceva anche i bastoncini di merluzzo,

quelli del capitano con tanto di cappello dorato,

perché la mia nonna nel tempo si era fatta più moderna.

Quanti riti dalla mia nonna!

Il rosario si recitava tutti insieme il primo novembre,

il giorno di tutti i santi e il giorno prima del ricordo dei nostri morti,

dopo aver mangiato le castagne arrostite sulla stufa a legna,

quella con i cerchi concentrici di ferro che si tiravano su con la pinza

per muovere la legna e fare tanta fiamma.

E per san Nicolò al mattino trovavo la bambola di pezza

insieme ai melograni e alle noci nel piatto di coccio accanto al letto.

E poi, ogni cinque gennaio, di sera, si bruciava la vecia

nella granda buberata,

si mangiava la pinza con l’uvetta e le nocciole,

si beveva un goto de vin santo

e si traevano gli auspici per i prossimi raccolti

in base ai capricci del vento e del fumo.

Quant’era bello!

Sapevi chi eri, dove stavi e dove andavi.

Ma la nonna non era sola.

Viveva con lei la prozia,

secca come un baccalà e brutta come la fame di febbraio.

La prozia diceva sempre che niente le passava dal gargarozzo

e che riusciva a mandar giù soltanto yogurt e ricotta.

Epperò!

La strega ciabattava con le sue pattine

e si trascinava come un fantasma per fermarsi davanti alla tv

e così potevo dar l’addio ai cartoni animati.

La prozia era tanto cattiva

e non capivo come potesse vivere con la mia nonna.

Lei era tanto buona e mi chiedeva sempre del mio papà.

Con lui non sei felice vero?

No, con lui non sono felice,

è vero,

ma neanche con la mamma sono felice

ed è vero.

Io li volevo tutti e due e insieme.

Anca se i litighea,

dovevano stare insieme per me,

dovevano farlo per me,

per quella loro bambina che non aveva mai chiesto di nascere

e tanto meno nella loro casa.

Lassem perder!

Andiamo a cogliere i lapoi nell’orto e i fichi dall’albero,

ma non quelli spappolati sull’erba e mangiati dagli osei.

Prendiamo anche i fiori di zucca

che poi ti faccio le frittelle.

Che brava la nonna!

Che buona la mia nonna!

Ma la bambina è confusa,

tanto confusa al punto che confonde la B con la V e viceversa.

Ma che malattia è staquà?

E’ tutta colpa delle maestre che non sanno fare più il loro mestiere!

Intanto nel roseto della nonna c’è un gallo e una gallina con i pituset,

un nanetto di marmo senza più colori addosso,

una rana verde per il muschio e per la rabbia di non poter saltare,

la cuccia di cemento di Briciola con le pignatte dell’aqua e del pan,

qualche stroz di qua e qualche stroz di là.

Tutto è come dio comanda.

Sul davanti il giardino è più curato,

anche il fosso è pulito e pieno d’acqua

e sembra un ruscello.

Ci sono le violette dove prima c’erano i noccioli.

Quante noccioline tostava la nonna

e quante torte faceva con il lievito Bertolini!

E quando si andava a letto?

Sentivo il fruscio del copriletto di raso color porpora,

sentivo lo scricchiolio dell’armadio di noce

e della specchiera in legno massiccio scuro.

La nonna diceva sempre che il legno era vivo

e che di notte si muoveva per sbadigliare.

Quanta paura!

Nonna,

nonna,

vieni qua e stai con me.

Nonna,

se resto qui stanotte a dormire,

tu non muori, vero?

“Ma va là,

sta bona.

Cossa di tu mò?

Vien qua,

giochemo a indovina indovinello.

Cominicia per A e finisce per E.

Cossa eo poh?

Son qua ai pie del let.

Ociu che te ciape!

Le frittelle dovevi portargliele,

o Caterinella,

altrimenti non avresti dovuto chiederghe la farsora.

Le campane da Maron le sonava tanto forte da buttare giù le porte,

le porte le iera de fero,

volta la carta e ghesè un capeo.

Un capeo?”

E io immaginavo le carte

e mi addormentavo bona bona come voleva la mia nonna,

mentre il mio papà chissà dov’era.

Lui, però, è un poverino

perché non sa cosa si è perso.

Lui ancora oggi non sa cosa si perde.

Ma io sì,

io so cosa si è perso

e cosa si perde il mio papà.

Si è perso

e si perde una vita di cento e mille anni.

Poverino!

Lui è solo

ed è solo perché in vita sua non ha mai avuto una nonna come la mia

e una cucina come quella della mia nonna.

Eppure quella era la sua mamma.

Eppure quella era la sua casa.

Jessica

IN VIAGGIO CON SABINA

Sabina,

vorrei che tu, Andrea e io

fossimo presi per incantamento

e su di un vascello snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

Quante miglia abbiam percorso

per tornare sempre indietro,

là dove eravamo partiti infanti,

ricchi di suoni

e senza le parole per dire,

linguaggio-dotati e senza lingua,

muniti di un corpo

che anelava sciogliersi in echi,

la lingua del petel,

lo scioglilingua dei putei,

quello con cui Andrea deliziava gli amici a ‘zena,

quello regalato al putel Federico da Rimini,

quello che in pieno naif circola ogni notte nei filò

e nei teneri sogni di inquieti tosetti e di inquietanti tosette.

Pin Penin

valentin
pena bianca
mi quaranta
mi un mi dòi mi trèi mi quatro
mi sinque mi sie mi sète mi òto
buròto
stradèta
comodèa–

Pin Penin
fureghin
perle e filo par inpirar
e pètena par petenar
e po’ codini e nastrini e cordèa–

le xe le comedie e i zoghessi de chèa
che jeri la jera putèa

Pin Pidin
cossa gastu visto?
‘Sta piavoleta nua
‘sto corpesin ‘ste rosette
‘sta viola che te consola
‘sta pele lissa come sèa
‘sti pissigheti de rissi
‘sti oceti che te varda fissi
e che sa dir “te vòi ben”
‘ste suchete ‘sta sfeseta–

le xe belesse da portar a nosse
a nosse composte de chéa
che jeri la jera putéa

Pin Penin
valentin
o mio ben,
te serco inte’l fogo inte’l giasso
te serco e no ghe riesso
te serco e no ghe la fasso,
pan e dedin
polenta e nasin–
chi me fa dormir
chi me fa morir
tuta pa’l me amor
chi me fa tornar
coi baseti che ciùcia
coi brasseti che struca
co la camiseta più bèa–

le xe le voje i caprissi de chèa
che jeri la jera putèa

Pin pidin
valentin
pan e vin
o mio ben,
un giosso, solo un giosso,
te serco inte’l masso
te serco fora dal masso
te serco te serco e indrio sbrisso,
chi xe che me porta’l mio ben
chi me descanta
chi me desgàtia
chi me despìra
pan e pidin
polenta e nasin
polenta e late
da le tetine mate
da le tetine beate–

i xe zoghessi de la piavoleta
le xe le nosse i caprissi de chèa
de chèa
che jeri la jera putèa.

Sabina,

vorrei che tu, Mara e io

fossimo presi per incantamento

e su di un bastimento snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

L’usignolo vola ancora sul cielo assolato

e fa della sua voce un gorgheggio di vita.

La sirena che incantava i marinai di Ulisse

tra Scilla e Cariddi

non c’è più

e non stimola i nostri sensi.

Vorrei che Mara,

ancora snella e leggera,

navigasse per diporto nel nostro mare

tra le terre emerse.

Ah, questa vita!

Più la insegui

e più ti allontana come una matrigna,

più la godi

e più consuma a cento all’ora in autostrada

i beni preziosi della donna

che cantando viveva il suo sogno.

La maga è adesso in cimitero, come nonna Lucia.

Strappata ai nostri occhi,

funere mersit acerbo

e il sapore è di sale,

come lo pane altrui,

per chi ricorda le sue parole

ancora suonare nel cellulare del viandante in attesa di ospizio.

“Vò e arivò,

ora veni lu patri to

e ti porta la siminzina,

la rosamarina, lu basiricò.

U papà à gghiutu a caccia

a sparari a lu ciccì,

lu ciccì s’innabbulò

e u papa nenti puttò,

ma ti potta la siminzina,

la rosamarina, lu basiricò.

Figghiu miu fa la vovò,

figghiu miu fa la vovò.”

Sabina,

vorrei che tu, Salvatore e io

fossimo presi per incantamento

e su di una barca snella e leggera

andare dove piace

e dove porta il vento.

Ah, ancora questa vita!

Più la insegui e più ti respinge.

In quel dopoguerra di morti

e in quel cimitero di vivi

scorre la teatralità di una madre

che invoca il figlio morto ammazzato.

Un bambino di pelle scura è guardingo

e attaccato al lembo del vestito nero della madre

che si trascina tra bianche lapidi di scadente marmo.

“Mamma, mamma,

il panino con la mortadella tagliata con il coltello dove si compra?

E i biscotti Colussi di Perugia?

Mamma, tu compri soltanto le ciprie per te.”

Le parole di un dolore risuonano

in quell’assolato pomeriggio di un venerdì bestiale

sotto forma di lauda

tra nenie e canti,

tra preti e suore,

tra monaci trappisti

che ricordano chi sei

e che fine farai.

Ciatu,

ciatu miu!

Figghiu

figghiu ,

iancu comu nu gigliu.

Figghiu miu,

sulu miu,

figgh’i ta mattri,

figghiu miu

ca mi muriu,

figghiu miu risgraziatu,

figghiu miu

mottu ammazzatu.

Ciatu,

ciatu miu!

Figghiu miu,

ca mi muriu.

Macar’a mmia m’ammazzaru,

figghiu amaru.

Matri assassinata,

matri risgraziata!

Figghiu miu,

figghiu assancatu,

figghiu risgraziato,

assancatu ri la me vita,

figghiu,

pi’mmia è finita.

Sulu miu,

ciatu miu,

ciatu,

ciatu,

mottu ammazzatu,

figghiu sdisanuratu.

Pi’mmia

nun ci po fari nenti,

po me tuluri

nun ci sunu curi,

nun ci sunu primuri.

Sulu vileni

pi li me peni!

caia’ffari senza ri tia?

Figgh’i Maria,

figghiu ra Beddramattri

mi lassasti nura nura.

Quanta primura!

Mi lassasti sula sula,

sula coma nu cani

‘nmenz’a na strata,

com’a na cannalata

ca ietta sancu

ro cori stancu.

Stancu iè lu me cori,

si nun ti po’ amari.

Comu nda nu mari

senza pisci

lu me beni tuttu svanisci,

sinni và o ventu

senza suspiri,

senza lamentu.

Ma iù c’aia ‘ffari?

Rimmillu tu!

M’aia ‘mmazzari?

M’aia ‘mmazzari

cu lu cuteddru,

figghiu miu beddru?

M’aia ‘mmazzari

cu la lupara,

sotti maiara?

M’aia ‘mmazzari

cu lu vilenu

uò sutta nu ttrenu?

Figghiu sdisanuratu,

figghiu mottu ammazzatu!

Tu rommi

e nu’mmi senti,

tu rommi

e nun t’arruspigghi

mancu a li me schigghi,

figghiu addummisciutu,

ristinu miu scunchiurutu!

C’aia ‘ffari?

Rimmillu tu!

M’aia ‘mmazzari?

Tu rommi

e nu ‘mmarrispunni.

Tu nun mi senti

e nu’mmi parri.

“Rommi rommi,

picciriddru,

c’ò papà

à ‘cchiappatu n’ariddru,

rommi rommi,

picciriddru,

aranciu và

iè aranciu veni,

nun ti scantari

ro vabberi,

se ti nesci

sancu ro peri,

scinni scinni,

rommi rommi,

ioca ioca.”

“Uno alla luna,

due al bue,

tre la figlia del re,

quattro ma ‘zzia o tiattru,

cinque è una incrociatura,

sei battiscopa,

setti puppetti,

otto risotto,

nove alle uova,

reci senza nenti,

unnici iurici,

durici iè na camurria,

tririci santa Lucia

ca pamma.”

Santa Luciuzza,

santa Luciuzza beddra

ramm’a vista i ll’occhi

pi’vviriri u figghiu miu

mott’ ammazzatu

comu nu sdibbusciatu.

Santa Luciuzza

facitamilla cantari ancora

a canzuneddra

ca’nnicu’nnicu

u’ddumisceva.

Facitaccilla sentiri

pi’ll’uttima vota

a canzuneddra

o figghiu miu,

ca s’addummisciu

troppu presto.

Facitammillu addummisciri

pi’ll’uttima vota

u figghiu miu,

iè poi ‘cciù rugnu a motti.

Sugnu sicura

ca mi senti

iaccussì

sinni và ‘cchiu tranquillu

senza tuluri,

cu ‘ssa mattri

ca ‘cci canta a canzuneddra

ca’cci piaceva tantu.

Figghiu,

figghiu miu,

ciatu,

ciatu miu,

cosa ruci,

‘ggioia ri lu mi cori,

quanti maiari

aia ‘cchiamari?

Quanti rinari

m’aia ‘mmanciari

pi ‘ppaiari

tutti sti maiari!

Viniti ccà,

maiari,

viniti ‘cca!

Cantammaccilla a canzuneddra

o figghio miu.

Cantamaccilla bona,

cu’ttutt’o cori

iè fotti fotti,

ca nana ‘ssentiri

tutti l’ancili ro parariso.

Iancilu iera

iè ‘mmurriu ammmazzatu

comu nu sdibbusciatu.

Cantammaccilla fotti fotti,

c’a ‘vvinciri

macari a motti.

Po ciatu miu

quanti maiari

aià ‘cchiamari?

Quanti rinari

m’aia manciari

pi ‘ffari cantari

tutti sti maiari?

“San Franciscu i Paula

cunsatimi la taula,

cunsaammilla

cu ‘ppani iè pisci

ca stu figghiu

s’addummisci”.

Fozza maiari,

mittitici cori

ndò ripitiari!

“Quant’è beddru

stu figghiu,

Maria.

Si lu vonu rubbari la ‘ggente,

ma so mattri iè vigilanti,

lu talia

cu’ ll’occhi e la menti.”

Fozza maiari,

mittitici cori

ndò ripitiari.

“Rommi rommi,

fai lu sonnu,

ti lu fai beddru loncu

beddru loncu cuant’a lu mari,

picchì si ‘nnicu

iè ‘tt’ arripusari.”

C’aia ‘ffari senze i tia,

figgh’i Maria.

Beddru,

figghiu beddru

abbola,

abbola coma n’aceddru,

abbola abbola,

abbola vicinu,

abbola luntanu,

abbola senza scantu

‘ndo campusantu

figghiu amaru

abbola abbola

‘ndo cimiciaru.

Sabina,

vorrei che tu, Andrea e io

fossimo presi per incantamento

e su di un peschereccio snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

Porto Empedocle è lontano ormai.

La guerra dei fascisti è finita

e la bicicletta Montante è arrugginita.

Tutti sono tornati a casa

e tu sei partito per Roma

senza la valigia di cartone

e con tanti copioni in testa,

con il linguaggio curioso ro picciriddru babbu

e con la lingua del soldatino italiano.

E così sei diventato grande,

o Andrea!

E adesso che niente ti manca

e sei cieco come Tiresia

tu,

tu sogni una piazza,

la tua fottuta gente,

tanta gente a cui racconti i cunti,

i tuoi racconti,

li cunti ri li cunti pi li picciriddri.

Di poi,

passata l’estasi delle parole,

girerai tra i presenti con la coppola in mano

a ritirare l’obolo degli onesti,

la mercé dei giusti,

la ricompensa del poeta,

pane, amore e fantasia.

Oggi, caro mio, i tempi sono biechi,

da vomito e da voltastomaco,

e gli occhi sono aperti

all’altezza del cuore,

a metà tra il cervello e il buco del culo.

Vai pure,

se vuoi e quando vuoi,

ma nel congedo cantaci con la rauca voce,

annerita da milioni di marlboro rosse,

e sorseggiando un whisky,

la canzone dell’asinello,

quella che cantava il piccolo Vito Corleone in quarantena,

quella che nonna Pina ti sussurrava per addormentarti

e per acquietare la tua fervida fantasia tra le pieghe del sonno,

nel sogno,

dentro quel paesaggio assolato di Vicata,

tra contadini bruciati nelle stoppie

e immorali vigili urbani all’ombra della frasca.

“Avia nu sciccareddru,

ma tantu sapuritu,

a ‘mia mi l’ammazzaru,

poviru sceccu miu.

Chi beddra vuci avia,

paria nu gran tinuri,

sceccu beddru ri lu mi cori

comu iu t’aia scurdà.

E quannu cantava facia:

iaa, iaa, iaa!

Sceccu beddru ri lu me cori

comu iu t’aià scurdà”

Sabina,

vorrei che tu, Raffaele e io

fossimo presi per incantamento

e su di un veliero snello e leggero

andare dove piace

e dove porta il vento.

Napoli è vicina a Castellammare

se la guardi dalla luna,

mio caro Papiluccio.

Il salto è breve

e, se giri per Mergellina,

arrivi direttamente nei Quartieri spagnoli

e magari passi per Forcella.

Tu attore di te stesso,

commediografo del popolo,

libero creatore che cerca il pubblico nel porto,

nel molo dell’Immacolatella,

tra marinai, scaricatori, prostitute, gagà, fini dicitori.

Tu scugnizzo nella quotidiana lotta per il tempo giusto

e per le parole importanti,

tu marionetta che canta le canzoni

di una Napoli addormentata sotto il Vesuvio

aspettando la Guerra grande,

aspettando il Fascio infame,

aspettando la Repubblica dei pochi,

aspettando Pompei.

Tu te la ridi

e fai finta di non capirci niente

in una rumba de scugnizzi

fatta di rumori che diventano suoni,

di suoni che non potranno mai diventare parole.

Sabina,

vorrei che tu, Lorenzo e io

fossimo presi per incantamento

e su di una zattera snella e leggera

andare dove piace

e dove porta il vento.

Gentile studente,

partito a Trento dal paese della Fantasia,

dal paese senza più campanelli,

esulato da nonne incantate

e suonatrici di versi in vernacolo,

a rima baciata e a rima incrociata,

studente gentile,

che le mele hanno visto imperterrito attore di se stesso

tra donne galanti e lune cadenti,

sopravvissuto alle ristrettezze dei tempi,

studente povero di natura,

piuma al vento nel vernacolo di un folle Pirandello

e nelle tele di un Guttuso colorato da mille Muratti,

tu guardiano della fonetica e del suono

tra teatri antichi e gente incivile,

che ci fai tu,

esile come un fuscello,

tra i banchi di scuola e nei salotti inglesi?

Scrivi versi e suoni terzine,

prelevi senza ritegno dalla Grecia antica

per inculare il presente

tra un mito, un dramma satiresco,

una lanx satura,

un piatto ricolmo di primizie dell’orto,

come comandava il menù di Lucilio il grande.

A te che fai della gavetta la morale di un dio,

il giusto comandamento dell’ebreo errante,

a te,

che ai potenti fai papè satan, papè satan aleppe,

sia dolce l’attesa dei tuoi talenti in boccia,

in odore e in attesa di fiore.

Interno della prigione.

Dioniso è in piedi, con le manette ai polsi.

Entrano le Baccanti e lo circondano.

CORO

Ma bene bene bene!

Gli hanno messo le catene.

E ve meravigliate?

È arrivato er cecato,

lui gli ha dato retta.

E che c’ha guadagnato?

‘na bellissima manetta!

Che poi,

si lasciava fare a noi,

accoppavamo er vecchio

e bona notte ar secchio!

No ghe sa far,

par mi xe troppo blando.

È vero,

nun è degno der comando!

BALLATA DEL GABBIO

Ah camerate mie che delusione,

so’bona e cara, mo’ però m’arrabbio,

m’arrabbio e dite mpo’ si ‘un c’ho raggione,

er nostro capo se fa mette ar gabbio.

Xe vera, me parèa che xera un fico,

un capo co le pale, un tipo tosto,

e ‘nvece è sceso a patti cor nemico

e se la fici mettiri in quel posto.

È solo un artro servo der potere,

cantamo tutte assieme un alleluja per Dioniso,

er dio de le galere, santo patrono de la gattabuia!

Nun semu fatti dilla stissa pasta,

faciva u granni capu delle folle,

ma poi si fici amicu di la casta,

grannissimu fitusu e minchia molle.

Me sa che non avrai questo reame

e non darai l’assalto alla gran reggia,

starai ligatu cca comu ‘n salami,

comu ‘n palluni unchiatu di scorreggia!

Inzomma, come un servo der potere!

Cantamo tutte assieme un alleluja per Dioniso,

er dio de le galere, santo patrono de la gattabuia!

Il Coro si porta in proscenio.

Ciao ciao ciao,

se ne trovamo n’artro,

uno più figo, uno più ganzo, uno più scaltro,

non come te, fregnone, cagasotto, pezzo di fesso …

Sabina,

vorrei che tu, Sabina e io

fossimo presi per incantamento

e su di una gondola snella e leggera

andare dove piace

e dove porta il vento.

Vorrei baciare i tuoi capelli d’oro,

le labbra tue e gli occhi tuoi sognanti,

vorrei cantare le tue canzoni strane

in quel dialetto canterino e squillante

tra i tintinnii di argentini suoni

e i fischi ventosi di coriacee montagne.

Vorrei ballar con le movenze antiche di un popolano canto,

vorrei raccontarti la favola bella e leggiadra

del vero immortal che è l’amor,

quella che ieri t’illuse

e che oggi t’illude,

o donna Sabina,

tu che cerchi,

tu che cerchi sempre

e anche tra gli asinelli stufi di dormire sui banchi di scuola,

tu che, annoiata in una domenica noiosa,

ti sei proprio assopita tra Gozzano e Pascoli

nell’ascolto del tempo che va,

tra la madre e il padre

nell’ascolto del tempo che va.

Nunc et semper bibendum est!

Se te te levi prest, ala bonora

neta ben el muset e le zatele

cossì te sei za asiada per nar fora

a zugar ensema ale matele.

No sta far storie se ghe en po’ de vent,

no l’è mai mort nissun per do goze,

dame da ment a mi, scolta sta voze,

no sta badarghe al temp, che el volta via.

Ti zuga, bela popa, ven l’istà.

No te conto bosie, mi son na stria:

te te desmisi che l’è zamai nà.

Contaminazione e miscellanea,

il detto e il ridetto è a cura di Salvatore Vallone

in Carancino di Siracusa e nel mese di Luglio dell’anno 2019