NEL MIO SOGNO

Eri nel mio sogno.

C’era il solito bellissimo giardino su un pendio,

pieno di alberi e un prato folto d’erba verde.

Che meraviglia!

Non sai (ma sì, lo sai) quante volte avrei voluto scriverti,

chiederti come stai,

come vivi

e a cosa pensi.

Passo molto del mio tempo mentale,

l’unico tempo che vale,

in tua compagnia.

Ti parlo di stupori

che mi salvano da giornate altrimenti sempre uguali,

passate a lavorare nello studio bello bello

con ragazze belle e fatue che mi chiedono

se lasciare il moroso o comprarsi una borsa.

Sabi, mi dicono, fatti una pausa caffè con noi,

e io mi alzo

e parlo

e rido

e vabbè,

non è il mio mondo,

ma quale mondo è mai stato il mio?

Mi sono fermata a casa con i miei fratelli e mia madre.

Facevamo il gioco del vocabolario

ed era tutto là,

c’era un senso.

C’era anche tanta altra gente,

tutti leggermente fuori fase.

Amore, calore, malinconia e parole.

Sono stata felice e fortunata,

chissà se lo sono ancora.

Le persone se ne vanno,

resta la memoria

che vira in immaginazione,

la parte migliore di noi,

il dono prezioso che valica le barriere dello spazio-tempo.

Vale sempre la pena,

direi,

esserci

e compiere questo viaggio.
Vedi,

cose così,

pensieri che cadono come foglie,

niente di più.

Forse è per questo che non ti scrivo spesso.

E tu come stai?

Come vivi?

Cosa pensi?

A spasso con te, sempre.

Sabina

19 GENNAIO

Semi sparsi nelle pieghe della terra

per far nascere una vita degna,

semi di grano e di papavero,

nutrimento biondo in mezzo a macchie d’estasi.

Ehi, Maestro,

seduti dietro a un banco di una scuola di campagna,

pensavamo più alla promessa di una corsa

che alle poesie di Pascoli,

ma da allora ogni aquilone ha il filo legato ad un dolore.

Ho immaginato spesso di esserti accanto,

di osservarti mentre la vita scorre

e termina

e poi torna,

come in un romanzo di avventura da rileggere in eterno.

Oggi festeggio il tuo compleanno,

vengo da te.

Sulla tua isola senza inverno

ti stringo in un abbraccio pieno di sole,

metto un filo d’erba nelle pagine

per non perdere il segno del tuo racconto.

Auguri, caro Maestro.

Sasà

Trento, 19, gennaio, 2023

L’ULISSE

Ti porterei ovunque,

specchio delle mie brame,

ma devo tacitare le imperative spinte dell’ego

e nascondere i miei sentimenti complicati.

Sulla zattera del tempo ho adagiato il corpo

e vago alla deriva nel blu oltremare delle tue visioni.

Il fondale si apre dietro al proscenio,

vedo perle allineate su un filo di bava di baco da seta:

profondo oriente,

alba,

sorgente.

Tu,

amato essere senza trama,

sfuggente come ali di farfalla,

sempre dentro i miei sogni effimeri,

maschilista nell’anima,

maschio nelle sembianze.

Recita ancora,

ho attraversato gli oceani per ascoltarti.

 

Sabina

 

Trento, 09, 05, 2022

 

ICARO

Vaste steppe,

grandi spazi aridi,

niente e nessuno intorno.

Cammino fino alla taiga fitta di alberi gelati.

Quanta illusione si cela dietro la muraglia!

Quanta Cina di carta!

Quant’è lontana!

Invento cose che si sgretolano,

niente esiste se non ha una voce

e non è nulla quella che risuona dentro la testa,

è solo testa,

solo creazione.

Quanta tristezza mi fa la realtà?

Sempre la stessa,

tanta.

Ho una pazienza accanita,

una volontà prepotente,

una fantasia demente,

faccio autostop guidando.

Il silenzio è una lama di coltello a serramanico

infilato nel sangue di un abbraccio.

Si frantumano le intenzioni

e le mani cadono lungo i fianchi

a somma protezione di un sentimento.

La crudeltà non deve entrare,

non sono un forno crematorio.

Sono vicina alle femmine poete

che si suicidano in un giorno qualunque,

senza pensare alla fama

che la fine si porta appresso.

Sono vicina al pozzo,

ai pazzi.

Amerò anche da morta?

Io non lo so

e adesso non mi viene voglia di pensarti,

ma tu dimmi quando arrivi

ed io scenderò dalla mia polveriera

per darti il benvenuto.

Non portarmi mazzi di rose,

non pungere una fuorilegge.

Toccata da mani che conoscono i corpi

e non lasciano impronte su questo campo di battaglia che è il mio,

mi muovo ancora in cerca di te.

Voglio imparare dal tuo malessere

a vincere la nausea delle ore del giugno polveroso,

la luce violenta del solstizio che rovescia lo stomaco

come un guanto di velluto.

Rumino,

sono un bovino estinto,

una scimmia urlatrice,

la discarica della carta su cui scrivo.

Fogli vergati da un inchiostro azzurrino si alzano sopra carcasse di albatri,

il vento favorisce il volo.

Appoggio la mia schiena scarna sopra le loro grandi ali immobili,

è tempo di allettare il sole.

 

Sabina

Trento, 06, 06, 2021

LA NUOVA GERUSALEMME

Rubo i tuoi occhi

per guardare il tuo sogno.

Ritorno nei miei luoghi di diaspora

e mi appari.

Gerusalemme è distrutta

e io sono in fuga da sempre

per mantenere intatta l’acuta nostalgia di casa

il desiderio è un amplificatore che suona musiche ancestrali –

Tu dove sei?

Non riesco a immaginarti morto.

La mia mente è un ripostiglio fitto di conversazioni e gesti,

il tuo volto ripetuto in tutte le espressioni,

un album di foto che sfoglio

come il salterio tra l’ora delle lodi e la compieta

ma all’ora nona ti ho sentito gridare –

Ripercorro le nostre strade polverose

nelle ore lente del pomeriggio estivo,

ciuffi di erba sporca costeggiano i fossati,

rendendo disperato il paesaggio.

I miei passi risuonano solitari

e un’eco sorda rimbalza nella valle.

Tra le fronde argentate degli ulivi ti ravviso,

agiti la mano in segno di saluto,

la tua accoglienza è per me

e la mia felicità non sembra passeggera.

Abbiamo molto da dirci,

un confronto tra anime accese dalla furia della passione.

Tu ed io,

dall’infanzia all’incanutimento un’illusione composta in metrica.

Se fossi qui con me,

non avrei paura dei miei versi.


Sabina

 

Trento, 10, 08, 2021

MASSIMA ALTEZZA NELL’EMISFERO NORD

Lasciami dire del nido dei merli in mezzo all’edera,

del malvone sgraziato ancora nudo,

senza memoria alcuna del suo fiore,

di quello che già c’è e di ciò che non c’è ancora,

del lauro selvatico che da solo sembra una foresta sconfinata,

del muro a secco pieno di bestiole,

del chiasso di cicale sfaccendate,

dei grilli sempre in frac dentro all’estate.

Lasciami dire delle albe illuminate

che spostano il mio senso del presente

quel tanto che io possa immaginare un tempo

senza coda nel passato e senza muso di cane sul futuro.

Lasciami dire che ho pensato tanto senza pensare a niente,

ma solo per tenerti nella mente

mentre spargevo semi alla carlona

dentro un pezzo di prato sgangherato,

così,

per fare qualcosa di importante.

E avevo torto.

E avevo ragione.

Sabina

Trento, 20, giugno, 2021

FIAT LUX

FIAT LUX

Così ritorni al punto di partenza per la nuova corsa,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

che, tanto, a cosa servono ora?

Non più piedi,

né gambe,

né volto,

che regali al ricordo di chi resta.

Ora il pensiero diventa sguardo,

si sofferma su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che adesso ti si spalanca dentro.

Un po’ ti invidio,

se non facesse male.

Sab

Trento, 17,11, 2020

ET LUX FACTA EST

E così sono tornato al punto di partenza,

pronto per la nuova corsa,

come disse Gautama Buddha,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

come disse mia madre,

che tanto,

a cosa servono le scarpe?

Non ho più piedi per camminare,

né gambe possenti per pedalare la bici verde di Salvatore

sulla strada che porta a Floridia,

né volto da regalare al ricordo di chi resta

e invoca un mio segno,

un mio messaggio da spalmare nell’album di famiglia,

come la Nutella,

e per lenire le angosce della fine,

come un disperato che si vota al sacerdozio.

Il mio sguardo è diventato pensiero,

i miei occhi cerulei sono ancora vispi

come quelli di un bambino assetato di vita.

Sono energia,

Verbo,

e mi posso soffermare su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che, adesso, mi si è spalancato dentro,

sullo spazio che si riduceva nei teoremi di Talete e di Pitagora

e che, adesso, mi si stende all’infinito.

Un po’ mi invidio,

se non facesse tanto male la dipartita.

Adesso penso

e penso che c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico,

io vivo altrove

e sento che da te,

nella valle dell’Anapo,

il fiume che non si vede,

sono nati i cardi mariani e le cicoriette selvatiche.

Penso che tu non sai,

che tu ignori,

che tu arranchi.

Cosa sai, tu, della notte che si affida alla luce?

Cosa sai, tu, del buio che si sposa con la bionda chioma di Aurora?

Cento paia di scarpe ho consumato per Lei ritrovare,

per ritrovarmi con Lei e con il sole in fronte

a cantare beatamente le dolci nenie di quella madre

che da bambino mi pettinò con i bei capelli a onda,

adagio,

adagio per non farmi male.

Sappi che io sono partito

e ho lasciato sul tavolo della cucina,

là dove la Morte non può entrare,

i resti di un pasto di lenticchie consumato nella luce della Sicilia

con i versi di pochi vati e di alcuni poeti,

con le foto dei miei cari vicino alla stufa economica

che bruciava la legna dell’ulivo e dell’arancio,

del limone e del mandorlo.

Ho lasciato sul vecchio canterano di legno antico,

tra il pianoforte restaurato da mio padre Paolo

e la credenza di faggio della nonna Agata,

quel poco che mi serviva a respirare

in quella stagione di fame e di inedia.

Tutto questo adesso non c’è e non serve.

L’assenza è la sorellastra dell’eternità,

te l’assicuro

e te lo dico adesso che so

quanto languore si stende ogni notte sui cuscini di seta

per la mia breve presenza sotto il tetto della mia casa,

passando tra Omero e l’ira funesta di Achille,

soggiornando presso il benemerito Istituto nautico di piazza san Giuseppe,

costruendo con pazienza solerte e creativa i miei intramontabili amori.

Ho contato dodici giorni di agonia

per colmare una vita di pensiero e di azione.

Adesso non mi servono le gambe

per arrivare all’ora che volge al desio

e ai naviganti intenerisce il core,

quel cuore che non invidio

e che si è spento tra le pareti di una casa buona

per ritrovare finalmente colei che solo a me par donna,

per dire grazie a nostra sora morte corporale.

Sal

Carancino di Belvedere, 20, 11, 2020

CLELIA

Clelia,

appari all’improvviso tra un mazzo di algoritmi

offerti all’ingordigia di occhi invisibili,

resa umana dall’incarnazione astratta di un vizio.

Nello spazio vuoto dell’azione

ti fai maschera magnifica in minuscoli fotogrammi

per conquistare la scelta di gentiluomini decenti

che pagheranno il tuo pane

col suono di un piacere solitario e vano.

Dove si posa lo sguardo,

termina l’immaginazione

e la poesia si sgretola ai piedi del feticcio.

Ma questo tu lo sai,

eserciti il dominio in un mondo di appetiti elementari

e incassi i proventi dell’illusione seduta su un divano,

dove poggi le tue lunghe gambe

che terminano in sandali di corda.

Ripensi alla tua fuga,

al fiume che accoglie le bracciate ampie della tua ribellione

e la tua promessa non illumina il tempo libero

degli eroi eccessivi di questo nuovo tempo,

illumina la tua libertà,

illumina il tuo tempo,

che oggi mi appare come mi appari tu:

con un’attitudine all’eterno.

Sabina

PREGHIERA PER GLI SCONOSCIUTI

Invoco invano la mia immaginazione

per rievocare la tua immagine.

Il mio cuore è un manto erboso

mosso dai caldi venti di caduta,

la mia testa una fitta foresta di pensieri,

alcuni fedeli,

altri mercenari e altri prigionieri.

Io sono un mistero per me stessa.

Si fa buio,

si ammassano i ricordi.

Mi abbandono alla malinconia,

che è nemica dei sogni.

Nelle infruttuose speculazioni notturne

frugo all’interno dell’anima

per capire se ti ho inventato

solo per stare dentro lo sguardo di qualcuno.

L’eco delle nostre conversazioni rimbalza

sui tronchi dei miei alberi secolari

e si perde nel fiato che espiro.

L’erba si muove, sei arrivato.

Respiro.

Polmoni, sangue, cuore.

Devo aver letto

che attendere significa aspettarsi qualcosa

che non succederà,

ma ho letto molte cose

e ho perso il filo.

Mi visitano i personaggi dei romanzi,

i loro discorsi riempiono le distanze,

sovrapponendosi in epoche disuguali.

Ho risentito Anna Karenina

che insegna la preghiera della sera al suo bambino:

“Proteggi tutti i conoscenti e gli sconosciuti”.

Non c’è altro da dire,

altro da fare.

Tutto questo tempo,

tanto e tutto uguale,

troppo per poter creare.

Ho bisogno di non avere tempo

per fare quello che voglio fare,

di ritagli di minuti tra la fine del pasto

e il letto per poterti scrivere.

Ho bisogno di rubarlo, questo tempo.

Invece adesso lo perdo soltanto

e non sono in grado di mettere sul banco

il fardello delle mie passioni.

Forse non c’è bisogno di quello che posso creare,

è tutto fermo,

permane l’assenza,

scompare l’illusione che sia reciproca.

Ma esiste sempre un elemento imprevisto

e torneremo nel continuo esordio.

Voglio lasciare andare i morti.

Voglio che tu stia in ascolto mentre piango.

Sara

Treviso, lunedì 20 del mese di Aprile dell’anno 2020

LE FASI DELLA VITA, LA VITA IN FASI

Dobbiamo rinunciare all’armonia del caos,

nessuna attrazione,

nessuna gravità,

pianeti allo sbando in deserte autostrade siderali.

Le ombre non si incrociano,

un unico solitario riflesso di se stessi

stampato sulla strada nel raggio del proprio metro,

misura di solitudine,

vessillo di indifferenza.

Scompaio a voi,

priva di germi,

sterile.

L’intimità del tatto giace dentro guanti di plastica

e la paura di morire spia di sottecchi l’altro,

volti occultati da maschere funebri,

sospetto,

pericolo,

vittoria della ragione.

Non ci contempliamo più,

gli orizzonti sono chiusi,

il nostro corpo in sicurezza,

la nostra solitudine decretata.

Quando si fa la cosa giusta

il cuore è felice,

ma se sto facendo la cosa giusta

perché il mio cuore è così triste?

La sera arriva sempre in fretta,

ripetuta e senza promesse.

Sto cercando di trasformare il presente in un ricordo,

sto cercando di fidarmi.

Il cuore stretto nella sua gabbia d’ossa

batte al tocco di campane

che annunciano il passare delle ore

o il passaggio della morte,

il tempo che fugge e quello eterno insieme,

sottofondo di musica nei giorni dolorosi,

il tragico vuoto delle rose sopra assi di legno tutte uguali.

E tu che cerchi di dimenticare

l’attesa inutile della tua terra irraggiungibile.

Quanto è lontano il mare?

Quanto la nostra Africa ancestrale?

Oh, non si può raccontare,

non si può raccontare,

si deve stare in silenzio davanti ad un dolore.

L’esausta età dell’oro dorme lontana

e appoggiata al tronco di un ulivo

la faretra di Eros mostra le sue frecce arrugginite.

Nel viaggio senza peso l’aria trasporta carezze,

tutto è possibile,

l’onda ritorna,

nulla è perduto.

Trascorro settimane di sei giorni.

Il settimo è per me,

devo inventare l’incantevole maggio.

Sabina

Trento, domenica 26 del mese di Aprile dell’anno 2020