GLI ALIENI E LA GUERRIERA

TRAMA DEL SOGNO

“E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Questo è quanto ha sognato Giglio.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.”

Giglio è nei pressi di se stessa, della “parte psichica” adibita alla “sublimazione della libido”. E’ tempo di nobilitare le proprie pulsioni e di dar loro un fine generoso al fine di non avvertire gli eventuali sensi di colpa destati dal pensiero di essere egoisti e bisognosi. La “chiesa su un’altura” è un rafforzamento simbolico di quanto affermato. “L’estate” aiuta a sentire il calore delle pulsioni e la consapevolezza di una donna che si accompagna al padre: “qualcuno che non vedo”. Questa figura è simbolicamente e universalmente sempre il padre “edipico”, quello con cui non sono stati sciolti i legami ambigui e ambivalenti, le pulsioni seduttive ed erotiche di una bambina che cerca la sua dimensione psichica femminile. Giustamente Giglio ha sublimato a suo tempo la “libido edipica” e si porta a spasso per il sogno il padre in versione di abile commentatore della Bellezza. La figlia riconosce al padre una sensibilità estetica, fatta di tanta ammirazione e di consapevole stupore. Giglio sublima l’attrazione verso il padre per non colpevolizzarsi, ma riconosce nello stesso tempo al padre quella propensione alla Bellezza, “della chiesa” nel caso specifico. Sintetizzo e chiarisco: Giglio riesuma e rievoca la figura paterna e assolve i sensi di colpa legati all’attrazione psicofisica e approfitta della circostanza per mettere in luce la sensibilità al Bello e all’Arte dell’augusto genitore.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.”

I conti “edipici” tornano tutti: il fidanzato numero due, la madre o una figura anonima e indifferenziata, sempre un “qualcun altro” dentro, una figura “introiettata” e nel sogno tirata fuori, “proiettata”. Il “fidanzato numero uno” è sempre il padre per tutte le bambine, il “fidanzato numero due” è quello che segue e consegue alla complessità dei vissuti in riguardo alla figura paterna. Poi, arrivano anche gli altri fidanzati, i numero enne, nella speranza che siano tanti per depurare i vissuti “edipici” e scegliere il proprio uomo senza i condizionamenti subdoli dell’infanzia e dell’adolescenza, senza sposare la “traslazione” del padre insomma. Giglio non mette in scena la “triade edipica”, si limita a visitare i singoli protagonisti e li alterna sul palco a simboli dei suoi vissuti e della sua evoluzione psicofisica, dall’infanzia all’età adulta. Degna di nota è la poligamia di Giglio, “(ho due relazioni)”, la sua naturalezza a vivere il maschio senza i limiti imposti dalla Morale pubblica, il “Super-Io” collettivo, e dal suo “Super-Io”, la sua istanza psichica censoria. Giglio manifesta una disinibizione nella gestione delle relazioni amorose, affettive e sessuali, a testimonianza della sua capacità di alternare nella vita, non soltanto nel sogno, situazioni di coppia varie e variopinte. La caratteristica si spiega con una riduzione dell’investimento di “libido” nei suoi uomini e del coinvolgimento amoroso. Insomma, Giglio non s’innamora abbastanza o teme di legarsi troppo e per questa paura si difende da quello che lei vive come un coinvolgimento minaccioso della sua autonomia. Il prosieguo del sogno darà le ragioni di questa nota caratteristica della protagonista. Possibilmente c’è ancora un ristagno “edipico”, per cui Giglio non si è evoluta degnamente nella “posizione psichica genitale” e non investe appieno le sue energie e i suoi sentimenti secondo le naturali norme della disposizione donativa e della generosità altruistica, della “comprensione” e dell’abbraccio psichico dell’altro.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.”

Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” non trova Giglio disponibile al cento per cento dal momento che percorre “tutto il perimetro esterno della chiesa”, non entra nel tempio sacro per depositare le sue cariche istintive e le sue pulsioni in attesa di essere purificate dalla grazia della Psiche. Giglio è una donna che non si coinvolge del tutto nelle operazioni di recupero e di rimessa in atto del vietato e dei tabù. Giglio salta di palo in frasca e travalica dalla “sublimazione” alla contemplazione estetica, anzi predilige tranquillamente quest’ultima e trova nella Bellezza la risoluzione idonea e congrua. Giglio sente il bisogno di “catarsi” dell’illecito e della colpa, ma fa tutto a metà e si ricovera sempre in “alto”, nel culto della madre che ristagna, il “lago Maggiore”. Dal sacro passa con disinvoltura all’umano, dal carisma alla concretezza estetica. Giglio le sta provando tutte le operazioni di ripulitura di eventuali traumi o fantasie, di pulsioni e desideri. Predilige non investire totalmente su azioni che nella Borsa del sacro hanno un valore, mentre nella Borsa dell’umano presentano una vitale consistenza. Vediamo dove procede dopo questo preambolo introduttivo.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.”

Dopo il “qualcuno che non vedo” del primo capoverso, decisamente decodificato come la figura paterna, ecco che si presenta in tutta evidenza e in pompa magna la figura molto importante nella formazione psichica di Giglio, la madre. A quest’ultima la figlia associa il processo psichico di difesa della “materializzazione” e il principio annesso della “realtà”. Giglio ama la concretezza e si è tenuta a fianco della “chiesa”, non è entrata nel luogo del sacro e della censura morale, ha preso atto e ha apprezzato l’aspetto culturale, filosofico ed estetico, La compagnia era la figura del padre. Adesso arriva la madre e la materia vivente, il “lago”, e Giglio si sente alla sua “altezza”, si è ben identificata nella madre durante la sua formazione ed evoluzione psicofisiche, per cui va da sé che ci sia la “canoa”, il grembo, la culla anatomica adibita alla sessualità e alla maternità. “Saliamo sulla canoa” attesta “l’identificazione” nella madre che ha portato Giglio a maturare nel tempo la sua “identità” femminile. Il padre non si è evidenziato abbastanza semplicemente perché è la figura conflittuale della “triade edipica” ed allora Giglio per difendersi non gli ha dato un volto e l’ha lasciato nell’anonimato. Guardate che bel quadretto al femminile: madre e figlia in canoa sul lago. Questa è una buona e originale allegoria con il rafforzamento dei simboli femminili, “lago” e “canoa”, ma Giglio non dimentica il padre e allora se lo porta dietro sotto forma classica del “fiume”. Non dimentica nemmeno di essere lei la protagonista della sua femminilità e si mette alla guida della sua “canoa” in buona e completa compagnia “edipica”. Ritorna la figura paterna in veste simbolica a testimonianza di una delicatezza e paura verso la figura maschile. E allora andiamo in “Svizzera”, il luogo simbolico delle libertà e dell’autonomia.

Che Giglio stia risolvendo la sua “posizione psichica edipica”, la sua relazione conflittuale con i genitori, e stia maturando la sua autonomia psichica riconoscendo il padre e la madre e risolvendo le pendenze maturate nel corso della vita?

Chi vivrà vedrà.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.”

La figlia dispensa amore per la madre. Dal suo grembo, lo “zaino”, il luogo della femminilità e della “genitalità”, Giglio partorisce da sola e senza aiuto dell’ostetrica, “tiro fuori”, tutti gli affetti possibili nei riguardi della figura materna, “un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma”, tutto l’amore verso la madre. Questa operazione di riconoscimento e di riconoscenza avviene con una preziosa nota narcisistica, “mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio”, una pietanza non da morti di fame o da profani, oltretutto condita con tutto il trasporto affettivo di una figlia che si prende cura della madre dopo averla riconosciuta come la sua origine e la sua identità femminile: “glielo do da mangiare” e “io guido la canoa”. Degna di nota è l’assenza della stessa premura nei riguardi del padre, che, pur tuttavia, è presente in forma traslata e anonima. Ricapitolando: Giglio sviluppa in sogno la sua “relazione edipica” e mostra di averla superata, soprattutto in riguardo alla madre. Il padre resta una mina vagante nel mare psichico della formazione evolutiva della protagonista. Con la madre Giglio ha assunto un atteggiamento di cura e premura che si può definire “adozione”, una forma concreta e massiccia di “libido genitale” sublimata. La figura sacra della madre viene investita di affetti e atti che attestano riconoscimento e gratitudine.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.”

Giglio rievoca il momento della sua evoluzione psicofisica in cui ha operato il distacco dalla madre e ha risolto la sua dipendenza psichica dal momento che aveva ampiamente accettato e razionalizzato la sua identità femminile. Trascorso il periodo dell’identificazione e superato il bisogno di adottarla accudendo i bisogni di lei e prendendosi una cura speciale della sua persona, risolta questa benefica e matura operazione umana, Giglio riacquista la sua autonomia e indipendenza dal momento che “i paesi sulle sponde del lago” erano “allagati”. Giglio percepisce “come un problema questo trasporto e “prende “in mano l’azione”, le redini della sua vita “per continuare la gita” della sua vita “da sola”. In questa presa di coscienza dei vissuti complessi nei riguardi della madre Giglio razionalizza che non ha subito alcun danno e che la “razionalizzazione” di questo rapporto speciale con la madre è stato positivo e costruttivo al massimo, dal momento che ha apportato la tranquillità dell’animo, una forma di “atarassia” individuale da completamento d’opera e da scelta di se stessa dopo il periodo di dipendenza a vario titolo, o perché bambina o perché moralmente portata al sollievo dell’augusta figura materna. Traduco meglio e pari pari: Giglio, del tutto consapevole della sua femminilità e della sua persona, “guardando dalla canoa”, dopo aver temuto di aver corso il rischio di dipendere dalla madre, riacquista la sua autonomia psichica e vive la sua vita di donna e di femmina senza alcun turbamento e con tanta consapevolezza. Meglio di così non poteva andare.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.”

Giglio è con se stessa, in dolce compagnia di se stessa e della sua autonomia psicofisica. Giglio ha risolto i legami di figlia nei riguardi della madre e ha provveduto al suo accudimento: “in giro non c’è nessuno”. La figlia ha riconosciuto la madre dopo averla onorata e odiata e non è rimasta schiava e sola in questa improba controversia sull’identità e sul possesso dei beni affettivi. Sul padre il discorso è sospeso e la figura del genitore vaga come le mine nei mari durante il tempo di guerra in cerca della nave su cui esplodere. Giglio rientra in se stessa e per la precisione nella “sublimazione narcisistica del suo Io”, nel luogo riservato all’auto-gratificazione e all’auto-compiacimento, per rivivere i momenti di questa sua crescita personale. Giglio si ripensa come persona compiuta, ma non riconosce nella sua dimensione relazionale alcune figure o “parti psichiche di sé” che ancora aspettano una risoluzione congrua. Ritorna questa tendenza di Giglio all’incompiuta con alcune “persone” e con alcune esperienze della sua vita dove avrebbe voluto essere più decisa e incisiva. Si accontenta di un “autoplay” che si riduce a un “autoreplay”, a un rivedersi e a un riconsiderarsi narcisistici che lasciano l’amaro dell’incompiuta in bocca. Purtuttavia, ha il buon senso di ritenere “amiche” queste persone e manifesta quell’ottimismo non esagerato che non guasta, se confrontato con il pessimismo bieco della disperazione e del rancore di chi avrebbe voluto cambiare le carte in tavola. Tra le persone ci mettiamo d’ufficio il padre. Vediamo dove si dirige Giglio nel suo sogno. Adesso è ferma in una Svizzera calvinista e protestante, isolata e libera, ligia al dovere e alle leggi morali, ricca di buona cioccolata e di emmental, di orologiai e di orologi, di cucù e di mucche viola.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.”

Giglio entra nell’intimità, nel personale, nel privato, nel proprio. La “camera da letto” condensa i vissuti interiori e indicibili, quelle “pietre preziose” che riguardano soltanto Giglio e nessun altro, la sua sfera anatomica e sessuale da non condividere e da stimare con grande perizia, i vissuti intimi e le esperienze erotiche che vertono sul versante sessuale maschile come i “disegni di scorpioni e di nasi”, una vasta gamma di simboli fallici, fecondanti al negativo i primi, penetranti con decisione i secondi. Lo “scorpione” rappresenta simbolicamente il pene che emette lo sperma temuto dalla donna che ha una tosta fobia della fecondazione e della gravidanza, mentre il “naso” condensa l’invadenza del pene e le sue ben note competenze erotiche e sessuali. Tra “pietre preziose” femminili e “scorpioni e nasi” maschili Giglio si compiace narcisisticamente delle sue doti erotiche e delle sue qualità sessuali, nonché delle sue paure e delle sue fobie, estendendo questi “oggetti” ai suoi ricordi sotto la forma di amuleti che esorcizzano l’angoscia di fecondazione e di gravidanza. Si conferma sempre con maggiore evidenza quel sano “narcisismo” che si snoda a metà tra l’amor proprio e il culto di sé. Non è da meno il senso del possesso e i due fidanzati con la loro umana gestione. Giglio è una donna che si compiace del suo potere erotico e sessuale, una femmina che sa gestire il maschio di turno. Il suo “narcisismo” prevale sulla “genitalità” di un sentimento d’amore donativo. L’evoluzione psichica di Giglio oscilla tra la “posizione edipica” e la “posizione narcisistica” e trascura la “posizione genitale”. Decisamente è una donna che non si innamora follemente di un uomo, è una donna che avanza con giudizio e temperanza verso gli investimenti sugli altri, è una donna che si compiace delle sue capacità, è una donna che ha due uomini e oltretutto generici e anonimi, uomini senza qualità.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.”

Il passaggio dalla zona intima degli affetti speciali e dei segreti pensieri alla zona erotica e sessuale è breve, del resto come sempre e come giusto. Giglio si era imbattuta in precedenza nei suoi gioielli femminili e nei suoi trofei maschili, le “pietre preziose” e gli “scorpioni” e i “nasi”, adesso va proprio in “bagno” dove, oltretutto, “non c’è la porta, ma solo una tenda di perline”, si coinvolge direttamente con il suo corpo e i suoi bisogni, “mentre mi sto sistemando”. La disinibizione narcisistica della donna ritorna venata di esibizionismo e di competizione al femminile, “intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica”, una figura equiparabile alla madre in quanto oggetto di presa di coscienza. Giglio “sa di sé” attraverso la madre e l’amica, “sa di sé” come donna e come corpo perché si è identificata nella prima e ha assunto identità psicofisica tramite la seconda, l’altra da sé, una persona che esiste nella realtà esterna, ma che, a tutti gli effetti, è l’immagine di sé, il fantasma del suo corpo, la rappresentazione primaria dei suoi desideri e bisogni di bambina che si accinge a evolversi in donna. Questa “amica” la spia nella sua intimità, questa “parte psichica di sé” è in conflitto con l’immagine globale che Giglio ha maturato nel corso della sua evoluzione psicofisica. Samantha è la controfigura di Giglio, quella che si assume la parte aggressiva e che aggredisce, meglio si auto-aggredisce, quella che non si piace e che non si è mai piaciuta, quella “parte psichica di sé” che si schiera per il sacro e odia il profano o viceversa, la “parte psichica oppositiva” di Giglio rivolta contro se stessa, la parte “sadomasochistica”, quella che fa male e subisce il male. Giglio conosce molto bene se stessa “Samantha” e la madre. E’ proprio vero, perché sono i personaggi e le figure che la riguardano in prima persona, sono “l’introiezione” e la “proiezione” della madre e di se stessa nella versione non gradita e rifiutata, quella parte che non piace e che non si accetta. Qualcosa della sfera intima e privata del corpo e della mente non va proprio giù a Giglio e in questo modo ricorre a Samantha per evidenziare questa suo conflitto intrapsichico.

Ma cosa scarica Giglio su Samantha?

Quale materiale psichico traumatico Giglio addossa alla povera Samantha?

Importante continuare a vivere per sapere anche questo.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.”

Giglio scarica su Samantha tutta l’aggressività incamerata nell’evoluzione della sua “posizione psichica edipica”, della sua conflittualità ambivalente nei riguardi del padre e della madre, della sua psicodinamica evolutiva in riferimento ai genitori. Samantha condensa gli affetti legati alla “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che censura e impedisce i vissuti affettivi nei riguardi del padre, la figura in cui si è in qualche modo costretta a identificarsi per acquisire la sua identità femminile, quella che limita e vieta, la madre che impone i tabù e istilla il “Super-Io” sostituendosi al padre. Ricapitolando, Giglio sta sviluppando in sogno l’iter e la risoluzione della sua “posizione psichica edipica”, sta riesumando una tappa altamente formativa della sua evoluzione e mostra chiaramente la conflittualità ambivalente nei confronti della madre e dispone in discrezione il padre come figura importante e in parte rimossa nel suo “fidanzato n°uno”, come si diceva ampiamente nei precedenti iniziali capoversi. Mostra, inoltre, il suo distacco risolutivo nei riguardi della madre lasciando che prosegua la gita in Svizzera e riaggancia il padre nella figura del fidanzato n°uno di cui percepisce la presenza mentre sta in intimità con il nuovo ragazzo che la salva dalle grinfie di una invadente e aggressiva Samantha di cui non sa bene la fine che fa. Ricapitolando ancora e meglio di prima: Giglio si stacca dalla madre attraverso l’affidamento a un uomo, “il ragazzo che sopraggiunge dalla cucina” ossia dalla zona degli affetti condivisi e da condividere. Purtroppo, questo “ragazzo” seduttivo è evanescente, è “un’ombra”, viene dal suo Profondo psichico, dall’aldilà subcosciente, emerge dai suoi desideri di bambina e di adolescente e si porta sempre dietro la figura del padre, la prima ombra del fidanzato n°uno, quello che ancora non sa riconoscere come figura formativa della sua femminilità e delle sue arti erotiche e seduttive. Giglio “percepisce una presenza” come nei migliori film gialli, un fidanzato che in qualche modo tradisce e di cui dispone le fila. Proprio vero che il primo amore non si scorda mai e non si sposa. Giglio sta in intimità con un ragazzo “ombra” che la salva dalle grinfie della madre: questo ragazzo è l’erede della prima ombra, il padre. Quest’ultimo ha contribuito nell’economia psichica di Giglio alla formazione della strategia di approccio all’universo psicofisico maschile.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.”

Ah, gli Alieni!

Ah, l’alienato, tutto quello che volevamo vivere di noi e non abbiamo fatto nascere in noi!

Ah, i mille personaggi in cerca d’autore che non siamo e che sappiamo ben interpretare per difesa dal coinvolgimento con gli altri!

Spuntano le difese sociali di Giglio. Scendono dall’astronave alla moda gli Alieni, arrivano i modi di essere e di esistere che la protagonista voleva incarnare e che per l’angoscia dell’indeterminato ha lasciato andare nell’evanescenza del Nulla e del “non se ne fa niente”. Gli Alieni “sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono”, hanno capacità mimetiche e mistificatorie, sono dei grandissimi bugiardi e non dicono mai la verità del “chi sono” e del “cosa vogliono”, sono degli impostori e degli imbroglioni di vasta portata che inquinano la società. Questa è la versione negativa dell’umana capacità psichica di empatia e di simpatia, di partecipazione e condivisione. Questa è la “parte psichica negativa” del “fantasma dell’altro”, quella che mi inganna e mi porta via sempre qualcosa e a cui non bisogna rivolgere la parola e addirittura affidarsi, questo è lo Straniero di Camus, la parte straniera di noi stessi che abbiamo definitivamente debellato criminalizzandola per paura e su suggestione dei nostri incauti e superficiali genitori. E così Giglio è cresciuta “guerriera” per difendersi da se stessa, dalle sue giuste paure e dalle altrui ingiuste angosce. La mamma istilla, suggerisce, mette dentro il cuoricino della bambina a mo’ di insegnamento i suoi traumi di donna adulta e le sue esperienze andate a male come il latte fresco di giornata il giorno dopo. Il padre c’è e non c’è, il padre ha fatto meno danno, il padre è rimasto nel limbo delle figure da salvare per amore indicibile, mai detto, mai profferito. Una Giglio censurante e oltremodo “superegoica” mostra in questo siparietto finale i suoi tabù, i suoi divieti, i suoi “verboten”, le sue difese inutili verso il resto del mondo e proprio quando le aperture all’esterno sono costruttive e necessarie per una giusta evoluzione psicofisica. E’ come se Giglio andasse contro corrente e si rinchiudesse nel mondo di Narciso per non coinvolgersi con i fidanzati n°tre, n°quattro, n°cinque, n°enne. “Giglio nei sogni è sempre una guerriera”, ma sicuramente è arrivato il tempo di far riposare questa “guerriera” dopo tanto inutile stress. Ben vengano gli Alieni a portare la loro buona novella se serve a “sapere di sé”, a una migliore autocoscienza. Giglio non deve combattere contro se stessa e le sue produzioni psichiche innovative ed evolutive, contro i suoi “Alieni”, non deve alienare il suo prodotto psichico interno lordo per paura di coinvolgersi nelle stranezze di una vita alla grande e spericolata. Gli insegnamenti della mamma e i silenzi del padre devono lasciare il posto alla normalità dell’anormale, alla convivenza con gli Alieni dentro e fuori, alla condivisione delle esperienze e delle avventure.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.”

Giglio sa di non stare bene e di avere bisogno di una cura che verta sulla consapevolezza delle cause dei suoi mali, “l’origine dei problemi”, una psicoterapia psicoanalitica che, risalendo per libere associazioni alle esperienze significative della sua vita, le dia quell’equilibrio e quella sicurezza insieme a quella tranquillità dell’animo che non guasta mai come lo zucchero nel caffellatte dei bambini. E allora Giglio tira in ballo la sua bambina dentro e il suo pensiero magico, i “processi primari” che che usava nell’infanzia e che si chiamavano con una sola parola la “Fantasia”, il pensare per allucinazioni e per fantasmi, l’andare contro il “principio di realtà” a favore del “principio del piacere”, l’esaltare le pulsioni e abolire i divieti, tira fuori il suo Harry Potter e la sua “pietra” filosofale “nera con dei puntini azzurri”, quella che ha la capacità taumaturgica della presa di coscienza, della riflessione su se stessa e sugli eventi della propria formazione ed evoluzione: il possesso mentale delle cause. Giglio estrae dal suo cilindro di prestigiatrice la magia, per arrivare alla “interpretazione” e alla “razionalizzazione” delle cause insieme al suo analista, al suo “salvatore”, che, come Ermes, comunica la volontà degli dei ai mortali. La magia è una pratica antichissima che ha il sapore dell’eternità semplicemente perché è la prima forma mentale di tutti gli infanti, di tutti coloro che sono ancora senza parola ma pensano e pensano tanto e di tutto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “annullamento”, che si attesta nella conversione accettabile e gestibile dell’angoscia attraverso il rito, attraverso l’esorcismo di un divieto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento” attraverso la costruzione del “feticcio”, la “pietra nera con dei puntini azzurri”, quella “che non salta mai fuori” e che esiste da qualche parte del culo del mondo, quella che, semplicemente usando la Ragione” deterministica, arriva alla “atarassia” per la via preferita dalla Cultura occidentale, la “razionalizzazione”, il meccanismo principe di difesa dall’angoscia che non è mai abbastanza, a conferma dell’umana debolezza che connota la creatura privilegiata di Dio o di Madre Natura, l’uomo, il solo animale vivente che soffre della malattia mortale, che è malato della consapevolezza della fine, della coscienza della morte e dell’assurdità della vita che si conclude nel niente. Eppure Giglio ritorna bambina e rispolvera il suo pensiero magico per risolvere le sue angosce. Vediamo la conclusione di questa lunga cavalcata nelle praterie psichiche durante il sonno, nel pensiero del sonno, il sogno.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Giglio cerca “invano” la sua “kaba”, la pietra nera della sua religione psichica “dentro la sua casa” psichica insieme al suo “salvatore”, ed ecco che appare un “alieno”, un trauma, un non vissuto, un fantasma, un conflitto, una semplice fantasia o un semplice fatto, su cui Giglio insieme al suo salvatore analista può esercitare e far pesare la forza della Ragione e della “razionalizzazione”. Inizia lo scontro corpo a corpo con se stessa e in particolare con quelle “parti di sé” che si sono opposte alla sua integrità e armonia psichiche, gli Alieni per l’appunto, che aspirano a essere capite e riassorbite nel tessuto connettivo di un Corpo fatto di carne e ossa e di una Mente fatta di fantasmi e di ragionamenti. Alla fine del tragitto e dei tanti conflitti a Giglio resterà l’ultimo combattimento, la risoluzione del “transfert” esperito verso il suo analista, la liquidazione del vissuto emotivo e affettivo maturato nel corso del viaggio insieme al suo navigatore al fine di acquistare definitivamente la sua autonomia psicofisica.

E’ possibile tutto questo?

Decisamente “non potest” e “non possumus”, ma tentar non nuoce. Non è possibile liquidare relazioni e vivere da soli, a meno che non ci si trovi nel carcere della follia. E allora ben vengano le dipendenze e tutti i tentativi di liberazione che nel corso dell’esistenza intentiamo contro e a favore di noi stessi.

Il sogno di Giglio merita ulteriori riflessioni, ma si può concludere qui.

Buon viaggio!

IO E L’ALTRA

L’IO TRA L’ES E IL SUPER-IO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in macchina con una ragazza con la quale non parlo più.

Dovevamo raggiungere la stazione dei treni.

Viaggiavamo in auto e le corsie erano molto larghe e tratteggiate di giallo.

Tenevo in mano il navigatore ed ero impaurita da qualcosa.

Lei ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada.

Arrivate in stazione l’ho lasciata partire da sola.”

Aggiungo che sogno in dimensioni enormi.

Norma

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Parto dal finale di questo sogno, semplice e arduo allo stesso tempo, per i risvolti metodologici che comporta: perché si sogna in dimensioni enormi?

L’ipertrofia della funzione onirica è direttamente proporzionale alla ipertrofia dell’Io e al bisogno che quest’ultimo ha di difendersi dall’angoscia. Proprio perché ha bisogno di ridimensionare i vissuti, la Psiche esalta in sogno il trauma servendosi del meccanismo di convertirlo nell’opposto, della serie “voglio minimizzarlo e allora lo ingrandisco tramite la “figurabilità”. Da un lato avviene la “proiezione” dell’alto-locazione e dell’ipertrofia dell’Io e dall’altro lato si ingigantisce la “parte psichica” che è in crisi e che vorrebbe essere eliminata o quanto meno ridimensionata. Il sogno di Nora mi permetterà di spiegare meglio una proprietà della Psiche e una qualità dell’irripetibile corredo psichico personale: la “organizzazione reattiva” evolutiva.

Vado al dunque prima di perdermi con la retorica.

Il sogno di Nora esordisce mettendo chiaramente in rilievo il “meccanismo psichico di difesa” dall’angoscia della “scissione dell’Io”: “Mi trovavo in macchina con una ragazza con la quale non parlo più.” Nora si divide in “una se stessa” che accetta e in cui si riconosce e in “un’altra se stessa” che non gradisce e civilmente rifiuta. Il titolo “Io e l’Altra”, attenzione con la A maiuscola, sintetizza chiaramente la delicata psicodinamica della “scissione”. Questa è la lettura profonda del sogno di Nora e ci dice che la nostra “organizzazione psichica evolutiva” reagisce e attinge ai “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia secondo l’urgenza del bisogno e senza distinzioni di qualità o di altro. Nello specifico Nora, usando la “scissione dell’Io” e dividendosi in due Nora, induce una preoccupazione allarmistica dal momento che è stato sempre detto dalla Psichiatria ufficiale di scuola medica e organicistica che la “scissione dell’Io”, è un sintomo pericoloso che porta alla cosiddetta follia ossia a perdere il contatto con la realtà e a elaborare un delirio. La Psicoanalisi, invece, dice che la Psiche si organizza usando naturalmente i “meccanismi e i processi di difesa” dall’angoscia senza discriminazione qualitativa, ma per risolvere il conflitto e attenuare, di conseguenza, le tensioni ripristinando l’equilibrio psicofisico. Questi strumenti di difesa sono tutti funzionali a difenderci dall’angoscia, per cui sono buoni e utili semplicemente perché sono reali e positivi. Appartengono all’umano corredo psicofisico come i testicoli e le ovaie. La Psiche, di conseguenza, è da intendere anche come il precipitato dell’insieme dei “meccanismi e dei processi di difesa” che l’Io usa nel corso della sua evoluzione psicofisica. La scelta di questi strumenti appartiene a ogni persona e avviene in maniera naturale come reazione alle pulsioni sin dall’infanzia e si perfeziona nell’età adulta con la consapevolezza e la complessità. Non tutti usiamo gli stessi meccanismi e gli stessi processi di difesa dall’angoscia. La Psicoanalisi ha fornito il quadro della loro quantità e qualità. Il discorso scientifico resta, pur tuttavia e meno male, aperto.

E passo alla seconda interpretazione del sogno di Nora, quella che vuole l’interazione conflittuale tra le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io” in riguardo alla sessualità e ai vissuti collegati o alle esperienze vissute. Il titolo è il seguente: “L’Io tra l’Es e il Super-Io”. Riepilogo: l’Io è l’istanza consapevole e vigilante legata al “principio di realtà” e all’esercizio della razionalità, l’Es è l’istanza che rappresenta le pulsioni e le inquadra nei “fantasmi” ed è legato al “principio del piacere” e all’esercizio degli istinti, il Super-Io è l’istanza che censura e limita ed è legata al “principio del dovere”. Nel sogno di Nora si coglie lampantemente il conflitto tra le istanze, per cui la decodificazione terrà conto di questi due piani psichici che sono convergenti e si integrano dando completezza al sogno di una donna che in poche righe si trova squadernata non soltanto una sua consistente psicodinamica, il conflitto tra le istanze, ma anche le modalità e le qualità della sua “organizzazione psichica reattiva”.

Un ultima considerazione esige che l’evoluzione e la formazione psichiche avvengono anche con il rifiuto di “parti di noi” e di esperienze vissute particolarmente traumatiche e fomentatrici di tensioni. L’estromissione attraverso i meccanismi della “negazione” e della “scissione” deve essere temporaneo perché la Psiche ha il compito e il merito di integrare nella “organizzazione evolutiva” i suddetti vissuti e le suddette esperienze al fine di raggiungere quell’armonia omeostatica tra pulsioni e limiti, tra istinto e ragione secondo le mediazioni dell’Io. Ripeto: il materiale psichico avvolto di vergogna e di colpa va accettato e non rifiutato, al fine di essere migliori nel presente e nel futuro prossimo.

Adesso vi racconto la storia del sogno di Nora. C’era una volta Nora e a un certo punto della sua giovane vita ha vissuto un’esperienza sessuale traumatica che non ha ben razionalizzato. Doveva necessariamente liberarsi di questa angoscia che si portava dentro e allora ha elaborato un’altra Nora a cui ha donato il carico emotivo ed ha attribuito la responsabilità del trauma. Di poi, ha accompagnato alla stazione questa sua liberatoria costruzione psichica per non farla tornare mai più e illudendosi sulla bontà della sua operazione.

Procedere nella decodificazione del sogno di Nora sarà degno di interesse per l’opportunità che offre di vedere in atto meccanismi delicati e per superare i pregiudizi psichiatrici organicistici che non consentivano di concepire la follia come una delle tante forme di normalità o di “organizzazione psichica reattiva” dei propri fantasmi e dei propri irripetibili vissuti. Importante è l’Etica del “non farsi male e non far male”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovavo in macchina con una ragazza con la quale non parlo più.”

Nora esordisce con la sua funzione sessuale e si sdoppia mettendo in mostra il suo “alter ego”, quella “se stessa” che non merita il dono del suo affetto e della sua attenzione, quella “se stessa” che non può investire di “libido genitale” e di amorosa cura. Nora non si vive nella sua interezza e unicità, ma si scinde nella donna che gestisce la sua vita sessuale e nella donna che non condivide la gestione della vita sessuale. Norma offre immediatamente una conflittualità psiconevrotica nel vivere la sua sessualità e si pone nelle due modalità. Norma non si piace del tutto nella sua sessualità e nel modo di viverla e gestirla. Degno di nota è l’uso del delicato “meccanismo di difesa” della “scissione dell’Io”. Aggiungo che non si capisce chi delle due Nora guida la macchina. In ogni caso nel conflitto tra le due donne emerge anche un aspro conflitto tra le istanze psichiche dell’intera Nora.

La simbologia dice che “mi trovavo” equivale a essere sul pezzo in trattamento onirico, “in macchina” si traduce nella mia vita sessuale, “una ragazza” si attesta nella “proiezione” nell’altra Nora e nella “scissione dell’Io”, “non parlo più” significa che non amo, non condivido e non riconosco.

Dovevamo raggiungere la stazione dei treni.”

Nora si vuole sbarazzare della “altra se stessa” che decisamente non accetta e rifiuta dal momento che introduce un simbolo depressivo di perdita e un “fantasma di morte” nella “stazione dei treni”. Nora è consapevole di vivere male una sua esperienza sessuale e di volersene liberare. All’uopo difensivo dall’angoscia l’attribuisce alla sua altra “ragazza” ed è decisa a sbarazzarsene al più presto non solo sdoppiandosi, ma anche negando che si tratti di qualcuna e di qualcosa che le appartenga.

La simbologia dice che “dovevamo raggiungere” si traduce “devo ottenere il risultato desiderato e prefisso, “la stazione dei treni” significa la liberazione definitiva per altri meccanismi di difesa come “l’isolamento” o la “rimozione”, il tutto almeno fino a quando Nora non si disporrà verso una benefica “razionalizzazione” del trauma e della responsabilità attribuita alla “altra se stessa”.

Viaggiavamo in auto e le corsie erano molto larghe e tratteggiate di giallo.”

Nora opera un “amarcord”, “io mi ricordo”, e insiste sulla dimensione sessuale rilevando che la sua disposizione è di ampia apertura e ben delineata nel suo obiettivo. Nora non ha conflitti specifici o ristrettezze mentali in riguardo alla sua “posizione psichica genitale” e precisa che tutto va bene e che il suo “Io” gestisce bene le censure del “Super-Io” e le pulsioni dell’Es. Anzi Nora è più propensa all’ordine e al limite, piuttosto che all’esplosività dell’istinto. Questa è la Nora intera e non la Nora scissa di prima. Nel riattraversare la sua formazione sessuale ha operato in sogno una reintegrazione delle due Nora.

I simboli dicono che “viaggiavamo in auto” equivale a “vivevamo la sessualità”, le “corsie” sono percorsi logici e consapevoli come le deliberazioni a cui conseguono le decisioni, “larghe” si traduce in di facile comprensione ed elastiche e di ampia tolleranza, “tratteggiate” conferma la direttività logica e consequenziale, “giallo” è il colore della reattività nervosa e del risentimento, una mezza rabbia.

Tenevo in mano il navigatore ed ero impaurita da qualcosa.”

Ecco la conferma della funzionalità dell’Io, della consapevolezza razionale e della vigilanza realistica!

Nora è attestata sulla sua funzione razionale e sulle disposizioni dell’Io e non vuole in alcun modo affidarsi alle sue emozioni e alle sue pulsioni, specialmente perché non si sente sicura e avverte turbamenti e vacillamenti della dimensione razionale dell’Io. L’autocontrollo è sottoposto a una oscura minaccia e tutto sempre in riguardo alla sessualità, proprio perché le due Nora si trovano in “macchina”.

I simboli dicono che “tenevo in mano” si traduce in possedevo e gestivo, “il navigatore” si traduce nella funzione consapevole e razionale dell’Io, “impaurita” si traduce affetta da emozioni, “da qualcosa” si traduce nell’indefinito di un’emozione e di una pulsione che vuole emergere.

Lei ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada.”

E’ la Nora trasgressiva e contestata che guida. Prima il sogno non lo aveva evidenziato in maniera così chiara.

Ed ecco la trasgressione!

L’altra Nora ha vissuto ed esercitato la sua sessualità, libido genitale”, in maniera non idonea alla norma e censurata. Si manifesta in sogno nella sua potenza l’azione limitante e censoria del “Super-Io”. Si ha l’impressione che le due Nora rappresentino l’Es con le sue pulsioni e il “Super-Io” con i suoi divieti morali e i suoi tabù. E l’Io va in sofferenza perché non è il degno attore di questa “scissione” e non è capace di integrare e gestire spinte e contro-spinte.

Ci si chiede veramente a questo punto: “l’Io dove sta e chi lo gestisce?”

I simboli dicono che “ha imboccato” dà il senso della costrizione e della scelta, “zona a traffico limitato” significa ambito sessuale illecito e inibito, “sbagliando strada” ossia derogando dalla norma ufficiale e conclamata.

Arrivate in stazione l’ho lasciata partire da sola.”

Il divorzio è avvenuto. La “Nora Super-Io” si è liberata della “Nora Es” e l’ha relegata nella perdita depressiva, l’ha rinnegata e non ha voluto e potuto riconoscerla come una parte costitutiva della sua “organizzazione psichica reattiva” durante l’evoluzione della sua formazione umana e psicologica. Il “Super-Io” si è sbarazzato dell’Es, il sistema delle censure morali ha sconfitto il sistema delle pulsioni e nello specifico quelle sessuali.

Si pone la domanda di prima: l’Io che fine ha fatto?

E’ stato divorato dal senso del limite e del dovere perché non ha saputo comandare a casa sua e dare equilibrio all’economia delle pulsioni e dei divieti. Nora evidenzia in sogno un conflitto tremendo tra le istanze del desiderio e del limite, ma soprattutto evidenzia una pericolosa crisi della funzione moderatrice e mediatrice della preziosa istanza “Io”.

I simboli dicono che “arrivate” traduce la soluzione del dissidio, “stazione” significa distacco e perdita, “lasciata” conferma della drastica perdita, “partire da sola” equivale a scissione conclamata e a psiconevrosi depressiva.

La decodificazione del delicato sogno di Nora si può concludere con queste ultime note.

PSICODINAMICA

Il sogno di Nora sviluppa la psicodinamica del conflitto tra l’istanza censoria e limitante “Super-Io” e l’istanza pulsionale “Es” con danno della funzione mediatrice “Io”. Tanto trambusto si attesta sulla funzione psicofisica sessuale e tira in ballo anche il “meccanismo psichico di difesa” della “scissione dell’Io” per alleviare la carica d’angoscia e il senso di colpa associato al senso del pudore e al sentimento della vergogna. Il sogno di Nora conferma le tesi della Psicoanalisi in base alle quali la “normalità” psichica non esiste e la cosiddetta “follia” non è altro che una specifica “organizzazione psichica reattiva”. Tale contestazione ribadisce che non esistono “meccanismi e processi di difesa” patologici e normali, ma che esistono “meccanismi e processi psichici di difesa” intesi come modalità di percepire e di organizzare i vissuti individuali: punto e basta! La “organizzazione psichica reattiva” o struttura psichica evolutiva è il “precipitato” calibrato ed equipollente dell’uso dei “meccanismi e dei processi di difesa” gestiti dall’Io.

PUNTI CARDINE

Il punto di snodo interpretativo del sogno di Nora è “Tenevo in mano il navigatore ed ero impaurita da qualcosa”, nonché “Lei ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è già ampiamente detto cammin facendo, per cui vi rimando ai vari capoversi.

Il sogno di Nora rievoca un tema caro allo “Archetipo” della “Sessualità”, femminile nello specifico, nonché il senso di colpa che spesso l’avvolge e la impregna.

Il “fantasma della sessualità” si scinde nella parte “buona” e positiva che viene incarnata da Nora e in quella “cattiva” e negativa che viene attribuita all’altra ragazza: “Lei ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada.”

Il sogno di Nora mette in risalto le tre istanze psichiche “Es”, “Io” e “Super-Io” al punto che poteva intitolarsi “L’Io tra l’Es e il Super-Io”. Il prodotto onirico di Nora si può anche stimare l’allegoria della loro psicodinamica.

L’Es pulsionale o rappresentazione dell’istinto si vede chiaramente in “in macchina con una ragazza con la quale non parlo più.” e in “ero impaurita da qualcosa.” e in “Arrivate in stazione l’ho lasciata partire da sola.”

L’Io vigilante e razionale si mostra in “mi trovavo” e in “Tenevo in mano il navigatore”.

L’istanza censoria e limitante “Super-Io” è presente in “ero impaurita da qualcosa. Lei ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada.”

Il sogno di Nora richiama le “posizioni psichiche orale e genitale” in “Mi trovavo in macchina con una ragazza con la quale non parlo più.” e in “Viaggiavamo in auto e le corsie erano molto larghe e tratteggiate di giallo.” e in “Arrivate in stazione l’ho lasciata partire da sola.” Sono presenti le dimensioni affettive e sessuali.

I “meccanismi psichici” di difesa presenti e in azione sono la “condensazione” in “non parlo più” e in “stazione dei treni” e in “corsie” e in “navigatore” e in “strada”,

lo “spostamento” in “macchina” e in “dovevamo raggiungere” e in “viaggiavamo in auto” e in “tratteggiate di giallo” e in “tenevo in mano” e in “sbagliando strada” e in “zona a traffico limitato”,

la “proiezione” in “con una ragazza”,

la “scissione dell’Io” in “una ragazza con la quale non parlo più”,

la “figurabilità” in “Lei ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada. Arrivate in stazione l’ho lasciata partire da sola.”, la “rimozione” in “ero impaurita da qualcosa.”.

Il “processo psichico” di difesa della “regressione” è presente nei termini inscritti nella funzione onirica.

La “sublimazione” e la “compensazione” risultano non pervenute.

Il sogno di Nora presenta un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: affettività e sessualità. Nora non accetta e non riconosce la esperienza traumatica sessuale e la proietta scindendosi.

Le “figure retoriche” formate da Nora nel suo sognare sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “stazione dei treni” e in “navigatore” e in “strada”, la “metonimia” o nesso logico in “non parlo più” e in “macchina” e in “corsie” e “tratteggiate di giallo” e in “zona a traffico limitato” e in “partire da sola”.

“Allegoria dell’Io” è “Tenevo in mano il navigatore” e del “Super-Io” è “ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada.”

Allegoria della depressione è “Arrivate in stazione l’ho lasciata partire da sola.”

La “diagnosi” dice di un conflitto tra le istanze psichiche “Es” e “Super-Io” e della difficoltà di mediazione dell’Io, nonché dell’uso del meccanismo di difesa della “scissione dell’Io” in risoluzione temporanea di una psicodinamica sessuale.

La “prognosi” impone a Nora di “razionalizzare” il conflitto sessuale e di comporre il dissidio tra le istanze psichiche dando all’Io il ruolo dovuto senza cadere negli eccessi delle pulsioni e dei divieti, sempre in riguardo alla vita sessuale. Inoltre, Nora è chiamata alla consapevolezza nell’uso del meccanismo di “scissione dell’Io” al fine di risolverlo al più presto e di ripristinare l’equilibrio psicofisico turbato. L’interezza e l’unità sono valori psichici da curare e da seguire.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nell’uso eccessivo di “meccanismi di difesa primari” e primitivi che si usano da bambini, nonché nella drastica risoluzione dei conflitti senza servirsi della “razionalizzazione” per dare forza all’Io. Nora rischia di interpretare la realtà in maniera distorta non accettando le sue “parti psichiche” conflittuali e proiettandole a destra e a manca.

Il “grado di purezza onirica” è nell’ordine del “buono”. Nora non ha potuto camuffare la trama del sogno perché si snodava secondo un significato logico consequenziale.

La “causa scatenante” del sogno di Nora si attesta in una riflessione sul passato o nell’incontro con una persona significativa.

La “qualità onirica” è il “dinamismo” delle azioni: “dovevamo raggiungere”, “viaggiavamo”, “ha imboccato”. “arrivate”.

Il sogno di Nora si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della sua qualità narrativa e della sua pacatezza.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del senso globale del “movimento” in “mi trovavo” e in “dovevamo raggiungere” e in “viaggiavamo” e in “ha imboccato” e in “arrivate”.

Il “grado di attendibilità” del sogno di Nora è “buono”, per cui il grado di fallacia è “scarso”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Nora è stata letta da un collega. Questo è il nostro dialogo sui temi contenuti.

Collega

Ho capito che Nora si è scissa in due Nora, una positiva e una negativa, che la buona non comunicava e non voleva avere niente a che fare con la cattiva, che voleva liberarsene tramite un treno che effettuasse il viaggio definitivo di perdita. Il fattaccio e la causa di questa decisione da parte della Nora buona risiede in una questione sessuale, possibilmente in un trauma che ha colpito la protagonista e che non è riuscita a razionalizzare e a integrare nella sua struttura psichica. Nora non può proprio accettare questa sua parte psichica che si era macchiata di colpa e di reato e allora l’abbandona al suo luttuoso destino. Nora si libera di una parte storica che le appartiene e che non riesce proprio ad accettare. Questo è un breve sunto. Ha usato il meccanismo della “scissione dell’Io” e sta vivendo una aspro conflitto interiore tra le sue istanze. In particolare è divorata dalla censura del Super-Io e dalle pulsioni dell’Es e in questo scontro l’Io non funziona come dovrebbe. Ho capito e sintetizzato bene?

Salvatore

Quasi perfetto. In che cosa consista questo conflitto sessuale, il sogno non lo dice, ma conferma che la questione verte sulla sessualità. Le pulsioni sessuali sono inibite dal senso morale per educazione e formazione o per esperienza traumatica? Il fatto è talmente delicato che Nora si difende dall’angoscia usando il meccanismo primario della “scissione dell’Io” e si libera della sua parte critica e trasgressiva. Se escludiamo il trauma, includiamo il lampante conflitto tra le istanze psichiche e la poca gestione dell’Io in questo equilibrio precario. Se ammettiamo il trauma e il conflitto tra le istanze, dobbiamo ammettere che prima viene il trauma e poi il conflitto e che il disagio culmina nella criticità della scissione.

Collega

Certo, ma questa è una questione sottile e di lana caprina. Meglio soffermarci sui “meccanismi di difesa” dell’Io. Nora usa un meccanismo primario che è normale ma che fa impressione in ambito psichiatrico perché si suole identificare la “scissione dell’Io” con la follia ossia con la perdita del contatto con la realtà e con la formazione di un delirio. E invece non c’è niente di più avventato e fasullo. Il bambino, che usa i “meccanismi di difesa primari” e si sdoppia giocando, non è ritenuto un folle o un demente, è tollerato perché è un bambino e perché la Fantasia gli permette di uscire fuori di testa e di realtà con le sue immaginazioni.

Salvatore

Allora tutti i “meccanismi e i processi psichici di difesa” sono positivi nel senso che sono dei dati di fatto, degli strumenti e dei modi di vivere e valutare la realtà interiore. Non sono né buoni e né cattivi, ma sono funzionali a mantenere il nostro equilibrio psicofisico quando rischia di vacillare dietro a turbamenti della Mente e del Corpo legati a fattori interiori e personali o a fattori esterni e sociali. Se fungono per l’equilibrio psicofisico, “omeostasi”, tutti i “meccanismi e i processi psichici di difesa” sono nel giusto e sono degni di essere usati senza incorrere in censure e in valutazioni morali e sociali che esulano dalla Psicoanalisi, soprattutto dalla psicodinamica e dalla psico-economica o gestione delle energie.

Collega

Intervengo io e dico che questi “meccanismi e processi di difesa” costituiscono gran parte della Psiche e che l’Io è funzione determinante per l’uso e per la scelta dei suddetti. Quindi, se Nora ha un “Io” taglieggiato dal “Super-Io” e dall’Es, questo è il suo vero problema. E se ha usato il meccanismo della “scissione dell’Io”, si è soltanto difesa in quel momento della sua vita e nel sogno per ottenere l’equilibrio turbato. Avrà tempo per usare altri meccanismi utili e rapidi come la “razionalizzazione”. Ho detto quello che dovevo dire e l’ho detto assieme a te in buona sintonia.

Salvatore

Proprio vero. Si vede che siamo stati allievi del buon Carletto Ravasini in quel di Cremona e in quei formidabili anni ottanta, tempo in cui la Psicologia e la Psicoterapia cominciava a muoversi nella penisola e nelle isole. Si vede anche che abbiamo ben studiato e ponderato i contenuti innovatori del suo libro “La follia contestata”. Il grande Antonio Gramsci, il cervello che il violento Mussolini voleva che non pensasse, aveva suggerito alla Psicoanalisi di curare il paziente e non la malattia, intendendo che è l’uomo che va in sofferenza e che si deve aiutare, al di là delle etichette che gli si possono perfidamente affibbiare in base al suo modo originale di apparire. Freud aveva scritto che il Tempo avrebbe confermato quante allucinazioni o quante verità conteneva la sua complessa e poliedrica dottrina, meglio, il suo “sistema”. E alla Psicoanalisi si appellarono gli antipsichiatri europei capeggiati dall’inglese Laing per ammodernare le idee e le istituzioni. In Italia anche Franco Basaglia e il suo gruppo intesero la malattia mentale non più su base organica alla Krapelin, ma su base psichica, economica e dinamica, nonché relazionale e sociale, alla Sigmund Freud insomma. Partendo da questa ottica psicoanalitica, si arrivò alla chiusura dei manicomi e alla messa in discussione dei trattamenti clinici e farmacologici anche in Italia, si cominciò a concepire il vecchio malato mentale come un essere umano in difficoltà e in sofferenza, si cominciò a stimare la “follia” come una modalità psichica dell’uomo di manifestarsi in una contingenza storica della propria vita, uno stato transitorio di turbamento psicofisico. La sofferenza psichica comincia a essere trattata e razionalizzata con le psicoterapie individuali e di gruppo e non con la reclusione e con l’abbrutimento meccanico e farmacologico delle sfortunate persone che incorrevano sotto le grinfie dei carnefici di turno. I letti di contenzione, i volgari e disumani mal-trattamenti, la pratica sistematica della “terapia” elettro-convulsivante o il famigerato elettroshock, i farmaci micidiali neurolettici propinati “a tinchitè” (dialetto siculo che si traduce “alla cazzo di cane”), la Chimica di ogni tipo che deprivava dell’umanità e… altro, altro di peggio e altro di pessimo, insomma, questo sistema sadico di lager e di violenze, voluto dalla Legge e dalla Cultura post-fascista, venne in gran parte ridimensionato dalla Legge 180. Siamo nel 1978 ed è merito di Franco Basaglia e dei suoi colleghi aver portato avanti la visione psicoanalitica intorno alla follia e il suo giusto trattamento clinico. I manicomi furono chiusi, ma la Legge non fu applicata nella sua totalità, un costume classicamente italiano che dura ancora oggi. Nonostante tutto, la legge 180 è un fiore all’occhiello di civiltà e di cultura innovativa, così come il professor Basaglia resta un “uomo di grande umanità”, un uomo coraggioso che coniugava la Grammatica con la Pratica. Il mio ricordo e il mio elogio va a Lui e agli Allievi e Amici che hanno realizzato i suoi progetti e hanno soprattutto combattuto la pratica mortale dell’elettroshock fino alla sua condanna. La T.E.C. era un’esecuzione medica basata soltanto sull’esaltazione del sadismo degli operatori e non certo su conoscenze scientifiche serie. Il ricordo va a tutti i cosiddetti malati mentali che hanno popolato i lager manicomiali e sono morti di ictus o di infarto dopo pochi anni dall’aver subito la famigerata terapia elettroconvulsiva. Memorabile e necessaria la visione del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e degna di nota è l’interpretazione incredibile di un espressivo Jack Nicholson.

Collega

Adesso tocca a me parlare e voglio definire temi che tu hai toccato nell’interpretazione del sogno di Nora e, in particolare, il sentimento del pudore e della vergogna, il concetto di follia, di normalità e di “alter ego”. L’affiorare di una pulsione, “Es”, e la lieve censura del “Super-Io” mettono in crisi l’istanza “Io” e in base alla quantità e alla qualità della pulsione e della censura scattano visibilmente le reazioni alla violazione dell’intimità. Il “pudore” è una forma d’amor proprio in riguardo al corpo e all’affettività, così come la “vergogna” chiama in causa il senso di colpa ed è la prima reazione individuale alla violazione etica o morale in attesa dell’espiazione del reato imposta dalle leggi e dalla regole sociali. La “follia” si attesta nella sofferenza psichica legata alla perdita reversibile dell’uso del “principio di realtà” e alla formazione di una realtà illusoria e compensativa ma socialmente non ammissibile. La “normalità” si attesta nella formulazione di una visione di se stesso e del mondo socialmente compatibile e condivisa. Si può essere originali restando sempre in un ambito di comprensione sociale e senza esser causa di danno individuale o collettivo. “L’alter ego” si attesta in un altro se stesso a seguito di uno “sdoppiamento dell’Io” dovuto al “meccanismo di scissione” in difesa dall’angoscia di un vissuto traumatico ingestibile e inaccettabile dalla coscienza e sempre dell’Io. Ribadisco che il criterio di tolleranza dell’originalità psichica si basa eticamente sul non essere di danno a se stesso e agli altri. Si può essere folli ma senza farsi male e senza fare del male.

Salvatore

Quasi quasi abbiamo allargato e chiarito gran parte dei temi e dei concetti che conteneva il ricco sogno di Nora. Non resta che scegliere quale prodotto culturale associare a coronamento di questa bella scampagnata. La scelta è d’obbligo: “Bocca di rosa” del mai compianto abbastanza Fabrizio De Andrè, un poeta popolare strappato alla nostra gioia dal tabagismo infame. Nora si scinde dalla sua “Bocca di rosa”, così come il “Super-Io” sociale espelle la generosa e benemerita donna che faceva l’amore per passione. Ricordiamo che “Bocca di rosa” viene accompagnata alla “stazione” in processione e con la Vergine in prima fila e anche dal prete e da tutto il paese, eccezion fatta per le donne invidiose di tanta prosperità e disinibizione. E non dimentichiamo che alla stazione successiva c’era molta più gente di quando partiva. Significherà qualcosa.

Grazie e alla prossima!

Ricordo ai marinai che nel frontespizio di “sogni interpretati” del blog trovate i miei lavori, quelli che purtroppo non sono in circolazione per la fuga del distributore, un individuo senza scrupoli che è letteralmente sparito. Intanto gustate la lettura della “Stanza rosa” in due parti e di “Benetton dieci e lode” sulla pubblicità innovativa di Oliviero Toscani negli anni ottanta. Ricordo che il blog contiene ormai 230 sogni. Potete prendere confidenza con il sogno e il sognare, nonché trovare qualcosa di personale inserendo nella casella in alto a destra con la voce “cerca” i simboli presenti nei vostri sogni. In tal modo potete intanto soddisfare la vostra curiosità, di poi, se volete appagarla in pieno e in maniera diretta, potete spedire i vostri sogni. Quanto prima troverete in prima pagina la decodificazione del vostro prezioso prodotto psichico.

Buona navigazione e sempre con il vento in poppa e la prua a sinistra!

LA POETICA DEL SOGNO

“Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.

Ho sognato che ero felice.

Questa è la “buona novella” di Sabina

Morire, dormire.

Dormire, forse sognare.

Il Sonno è da sempre equiparato alla Morte, una breve sospensione della Vita. Non è il Sonno eterno e tanto meno il Sonno dei giusti, è “il Sonno dei sogni”, quello che ti permette di essere un piccolo dio cavalcando superbamente la Fantasia e di non essere un misero mendicante raccattando a destra e a manca con la Ragione. Il Sogno è di tutti anche se tutti non ricordano la trama. Il Sogno è la democrazia universale che dispensa il pane quotidiano come il buon fornaio di Pablo Neruda e non è “La vida es sueno” di Pedro Calderon de La Barca. Il Sogno non è futile e illusorio anche se tocca le note filosofiche della fugacità e della vanità dell’esistenza. Il prezioso sillogismo di Sabina dice che “la Morte è Sonno”, “il Sonno è un Sogno”, “la Morte è un Sogno”. Aristotele ringrazia. Piace pensare con l’audace Sabina che il suo sillogismo sia non soltanto una verità logica, ma anche e soprattutto una verità massiccia come la lava dell’Etna, il vulcano di Ades e la dimora di Persefone, almeno per i sei mesi invernali.

Poche immortali parole e sono lì,

sul palcoscenico che il sogno ogni notte mi offre,

Giovanni non a caso insegna che “In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio”. La Parola è l’energia primaria di quel Principio che tutto contiene e da cui il Tutto scaturisce. La Parola non muore. La Parola si evolve da energia a rumore, da rumore a suono, da suono a significato, da significato a significante “et in saecula saeculorum, amen”: dal Principio si arriva a Sabina passando attraverso le sonorità del Tempo astronomico e del Tempo storico. Questa formidabile donna si attesta nella sua roccaforte di parole “significanti”, i segni e i vessilli che sanno di lei, e si catapulta sul suo palcoscenico notturno seguendo i doni del crepuscolo della sua coscienza, quella sospensione che regala un appuntamento ineludibile a cui la generosità della notte non fa mancare l’intimità e la privatezza di un teatro e di un palcoscenico dove si recita veramente a soggetto nella periferia dei sensi e dei ricordi.

Sia benedetto colui che si vuol bene e non si fa mancare i suoi sogni.

a recitare lo spettacolo che ho scritto e che interpreto,

le mille vite parallele possibili,

il desiderio di non morire mai.”

Sabina è un’attrice vanagloriosa e vanitosa, esordisce come il “Miles gloriosus” di Plauto e recita il suo canovaccio con la sua soggettività emergente. Le rime traducono le esperienze vissute, i versi trasudano le allucinazioni, il poema contiene quel che “cade dalle stelle”, i suoi “de sideribus”. Sabina sa che i sogni sono suoi e di nessun altro, ma non si ferma a questa consapevolezza perché arriva a echi buddisti di Siddharta Gautama e metafisici di Platone: “le mille vite parallele possibili”.

Quante vite hai vissuto e quante ne vivrai!

Quante scelte farai nelle vite che verranno prima di acquistare quella consapevolezza che fa volare verso l’alto e ritornare nel grembo della Grande Luce!

O forse stai pensando a come puoi riempire questa vita e a quali scelte puoi fare cambiando di un grado la tua prospettiva?

Di certo, hai pensato e desiderato in tutte le tue vite “di non morire mai” e soprattutto di vincere quell’angoscia di morte e di convertirla nella vita eterna, nel tuo “breve eterno” che dura tutto il tempo di una vita e si realizza nello spazio di un Corpo che esige e di una Mente che vuole. Il Tempo non esiste, mia cara, il Tempo si dilata all’infinito e nel sogno si mischia con il passato e il futuro secondo le regole di una buona pietanza.

Fin da bambina è stato così,

andare a dormire significava andare a sognare,

vivere altre vite.

Se il sonno non fa paura, cosa non riesce a fare l’onnipotenza della bambina!

Sabina è infante, “senza la parola”, ma il suo pensiero vola alto verso le sfere incontaminate dell’autonomia, del far da sé intessendo un sogno nel sonno, un dono a sorpresa da ripetere tutte le notti e secondo i vari copioni da inventare. La realtà non è gratificante e merita una fuga notturna tra i progetti possibili e in attesa di essere realizzati. Sabina si butta in avanti e questo slancio può bastare in attesa di una degna ricompensa.

Ah se avessi avuto un’altra mamma e un altro papà!

Ah se non fossi nata bianca, rossa e verde!

La bambina anticipa giustamente la donna e le scelte possibili e inammissibili. Sabina studia il presente sognando quello che vuole vivere e si prepara al lieto evento di una “nuova sé”, ma una nuova sé “fuori serie”.

Amavo il buio,

nel buio scomparivano i confini

e lo spazio era a mia disposizione,

una infinita via di fuga.

Sabina segue le sue inclinazioni crepuscolari, le fantasie e le allucinazioni: una bambina dai contorni oscuri in onore a Demetra e a metà tra Athena la “virago” e Afrodite la seduttrice. Già si pensa vaga e vagante negli spazi evanescenti di un “apeiron”, di tanti indefiniti e indistinti spazi tutti da occupare con l’aiuto del buio amico. E le espropriazioni proletarie non finiscono mai.

Quelli erano i giorni, quelli erano i tempi!

Padrona della sua Fantasia Sabina illuminava gli spazi che regolarmente occupava. E l’Infinito non costava niente, era a portata di immagine e di fantasma, ma soprattutto era a gratis. E andava di fuga in fuga come il coniglio di Alice nella ricerca del paese delle meraviglie. Finalmente Sabina è padrona in casa sua. Il buio le ha dato il potere di plasmare il suo spazio vitale.

Col buio arrivavano i sogni,

ma non ho fatto altro che sognare anche di giorno,

gran parte della vita l’ho vissuta nella mia mente.”

La bambina non ha paura dei sogni, la bambina non ha paura di se stessa, la bambina cresce in bellezza e progredisce in immaginazione. Sabina vive il buio della Notte e la luce del Giorno. Fobetore, Fantaso e Morfeo escono per lei da una porta d’avorio e le portano in dono i sogni veritieri, il suo desiderio di creare e di crearsi. Nel contempo i sensi crescono, si raffinano e allucinano la Fantasia secondo i temi tragici delle fiabe antiche e secondo le trame sornione delle favole moderne.

E la Mente?

La Mente non sta a guardare e partorisce i “fantasmi” e i ragionamenti sul tema “vorrei” o “vorrei vivere”. Non è per niente vero che “l’erbavoglio cresce sempre nel campo del vicino”. Sabina ha il suo bel da fare nel dividere le fantasie e le immaginazioni dai fatti quotidiani dell’avara realtà. Sabina vive tra il Giorno e la Notte, tra le pieghe di una vita che stenta a farsi riconoscere alla Luce del sole.

Benedetto sia il Sogno e chi lo manda!

Sono stata una bambina docile e una ragazza esuberante,

due caratteristiche che convivono nella donna che sono diventata;

la sorte è stata clemente e ho amato esserci,

amo la vita,

lo stupore della fioritura della ginestra.”

I fiori gialli della ginestra mandano fuori di testa Sabina, una bambina docile, una ragazza esuberante, una donna complessa e dotata di yn e yang, della Notte e del Giorno, della “coincidentia oppositorum”. La ginestra non è quella eroica e triste del combattente Giacomo Leopardi in quel di Napoli e appena sotto il Vesuvio, non è quella del deserto che prospera anche tra le rupi calcaree di Siracusa, la Ginestra è Sabina con i suoi fiori gialli di rabbia e di gelosia, con i suoi slanci vitali e superbi, con le sue cose a posto e tutte da regalare al suo godimento. Sabina è stata anche ai ferri corti con la Vita, ma la Sorte è stata clemente e ha “amato esserci” in questa valle di stupore esuberante. La vena autodistruttiva ha toccato regolarmente le rive narcisistiche di un corpo ancora oggetto d’amore e in attesa di assorbire con gli odori del deserto di lava anche l’amore del proprio destino. Disposta a “sapere di sé” e a imparare, dotata di rotondità e fecondità, Sabina trasborda di ormoni e di sensualità nel suo incedere elegante e con gli occhi sognanti tra le strade della sua contrada natia e della sua straniera città. La ginestra è fiorita e non è ombrosa, tutt’altro, la ginestra è luminosa. Eros trionfa su Thanatos. La Sorte evoca il mito di Er di Platone, così come “l’Esserci” calza bene con il “Dasein” di Martin Heidegger.

Ho nostalgia,

nostalgia della vita,

dell’amore,

di me bambina e di me ragazza,

di tutte le volte in cui ho stretto il mio corpo a quello di un uomo,

di tutti gli uomini,

di ciò che non ho avuto,

del desiderio,

che è sempre fame di vivere.”

La nostalgia è il dolore del trasognato ritorno, è la “sindrome di Ulisse”, di ogni uomo e di ogni donna che cerca Itaca per ritrovare le sue radici e per definitivamente reciderle. Sabina desidera soffrire per tornare a vivere la sua bambina e la sua adolescente dentro, quelle che avevano sempre qualcosa in più da chiedere e da vivere. Sabina desidera soffrire per rivivere la “se stessa” adulta nel trionfo dei sensi e nel calore erotico di una fusione del suo tipo: l’androgino è ricostituito, andate in pace. Sabina è ormai intera, mille volte intera, tutte le volte che ha sentito il suo maschio e la sua femmina calzare a fagiolo com’era in principio e prima che l’invidia degli dei separasse la loro quasi perfetta unione, la loro quasi perfetta intesa.

Quanti sono gli uomini di Sabina?

Uno, nessuno, centomila grida il drammaturgo alla ricerca della vera identità di una donna che del vivere ha fatto un’arte di pienezza e di abbondanza. La fame del desiderio la sostiene e la tiene dritta con la schiena anche se il “non nato di sé” ancora addolora e copre di uggia le giornate dedicate alla paturnia.

E adesso… ‘sto’ tale di cui sento in lontananza la voce,

lui che scandisce il conto alla rovescia

e avanza inesorabile.”

La dialettica tra Kronos e Thanatos è da Titani e non s’addice a piccole donne che crescono in un cortile alle spalle di una collina e tanto meno sotto una montagna del Trentino. Il Tempo regala la consapevolezza della Morte non prima di aver concesso un qualche sentore del “chi sono io?” e una qualche avvisaglia del “conosci te stesso”. Fortunatamente la Morte sarà quella di un’altra vita scelta tra le tante vite possibili e di un’altra morte liberamente scelta per questa vita. Anche la fine aspira a diventare un desiderio di rinascita, una Pasqua. Pitagora e il grande Buddha ringraziano per la preferenza accordata, così come è scritto sulle carte oleate delle migliori pasticcerie siciliane.

Va a finire che dovrò offrirgli un caffè in segno di ospitalità,

e non è nemmeno il mio tipo.”

Sarà l’uomo del definitivo orgasmo questo Kronos maschio che si presenta con un Thanatos altrettanto maschio?

Sarà ancora quel maschio da accogliere per il definitivo congedo dagli inganni di un caffè sorbito a gocce nel bistrot del lungomare di Marina di Melilli?

Ma a quanti uomini Sabina ha detto di no?

Ho sognato che ero felice.”

La felicità è “eudaimonia”, è presenza di un buon demone dentro, è sentire la vitalità dei sensi e la forza dei sentimenti prima di bere la cicuta.

Sogno, oh sogno delle mie brame, dimmi, chi è la più bella del reame?

LA NOTTE DI ANTONIA SOARES

Io cercavo da tempo una stanza, ma la stanza non c’era.

Vorrei andarmene e passare la notte all’aperto, vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio, vorrei andare in Portogallo a trovare Fernando Pessoa, vorrei dormire sulla sua tomba…, sento solo odio, rabbia, disprezzo, fuggire via, fuggire lontano.

Fuggire dove?

Vorrei sparire e farmi inghiottire dal buio.

E quell’ombra ritorna.

Si era nascosta dietro a una nuvola,

ma ora ritorna.

E tu continui a dare la colpa alla gente,

ma forse non ti accorgi

che sei tu a non valere niente.

Vattene gatto nero,

vattene all’inferno,

vattene ombra scura lontano dai pensieri,

ma quando tutto tace e tutto dorme,

ecco che allora si risvegliano i sospiri,

che come forte vento ti portano via la pace e la luce del sole.

La notte ti è amica,

la notte ti è vicina,

non ti lascia mai sola,

ma ti accompagna alla scoperta di una nuova vita.

Ma quell’ombra scura ti mette paura,

ti porta lontano,

ti toglie il respiro,

ti soffoca

e tu guardi fuori e c’è la notte.

Ma la notte è buona.

da “La stanza rosa” di Salvatore Vallone

VERGINITA’ E NOSTALGIA

luggage-1436515_960_720

 TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

 “Mi trovavo nella mia vecchia casa universitaria ed era l’alba.

Avrei dovuto fare la valigia e partire qualche ora dopo. Tuttavia, invece di affrettarmi con i preparativi, mi trattengo in compagnia di un ragazzo e, con lui, guardo un video di noi due che facciamo l’amore.

Non volevo guardare l’orologio, sapendo che era già tardi.

Una volta finito il video, apro le mie due valigie e prendo dal mio armadio, dagli scaffali e dai portagioie soltanto alcuni dei miei effetti personali, dato che non sarebbe stato possibile portare tutto con me. Faccio tutto abbastanza in fretta, sapevo perfettamente ciò che volevo portare con me e ciò che volevo lasciare.

Mentre faccio le valigie, entrano nella mia stanza tante ragazze che cominciano a frugare tra le cose che avrei lasciato, prendendo ciò che poteva essere loro utile.

Avevo le valigie chiuse, quando ricordo di avere dimenticato di prendere una preziosa collana di rubini, regalo di una zia.”

Questo è il sogno di Mariastella.

DEODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

 CONSIDERAZIONI

Il sogno di Mariastella è elaborato splendidamente dall’”Io” nel dormiveglia, è raccontato in maniera logica e lineare, non contiene alcunché di assurdo o di paradossale, ha la sua degna simbologia.

Tratta di una giovane donna che trasloca e fa le valige, di un esodo costruttivo e non certo di un distacco depressivo, di vita attuale con video annessi e gusti voyeuristici in linea con i tempi e con la tecnologia elettronica. Mariastella ha inviato un bel prodotto psichico adeguatamente confezionato e sognato tra la veglia e il sonno: un cinquanta per cento da sveglia e l’altro cinquanta da dormiente, come insegnava negli anni settanta l’emerito professor Marco Marchesan in quel benemerito “Istituto di Indagini Psicologiche” di Milano che tanto ha contribuito alla divulgazione della Psicologia in quegli anni pioneristici. Mariastella, di poi, acconcia logicamente

Il suo ricordo onirico e lo offre come un “sogno a occhi semichiusi”.

 SIMBOLI ARCHETIPI FANTASMI

Andiamo a vendemmiare il sogno di Mariastella per reperire i tradimenti simbolici, quelli che contengono e nascondono la verità psichica in atto.

“Mi trovavo nella mia vecchia casa universitaria ed era l’alba.”

Mariastella ritorna al passato, rievoca un tempo trascorso, riattualizza  esperienze vissute e fantasmi che hanno consentito l’avvento del nuovo, l’evoluzione degli “investimenti di libido”.

“L’alba” rappresenta quello che può e vuole nascere in Mariastella.

La “valigia” condensa il grembo femminile con tutti i suoi annessi sessuali e procreativi, rappresenta la donna e la madre nelle sue valenze psichiche e neurovegetative.

 “Avrei dovuto fare la valigia e partire qualche ora dopo. Tuttavia, invece  di affrettarmi con i preparativi,”. E’ da rilevare la mancanza di fretta, l’assenza di ansia nevrotica, la disposizione a ricordare: “amarcord”. Io mi ricordo di quando studiavo tra studenti e studentesse e del tempo della goliardia e dell’avventura, della conoscenza umana e della crescita psicofisica, dell’autocoscienza e dell’autonomia. “Amarcord” di quel “sapere di me” che faceva volentieri a meno dei dettami moralistici e censori del mio “Super-Io”. Mariastella evidenzia il sentimento della nostalgia senza dolore acuto, una vena di pacata tristezza soltanto in riguardo alla collana preziosa di rubini, oltretutto dono della zia. Tutto il resto è ben digerito e la consapevolezza del presente psichico attesta della dimensione, “breve eterno”, che consente di rivivere il nostro intimo “dejà vu e dejà vecu, il nostro personale ”già visto” e “già vissuto”.

Infatti “mi trattengo in compagnia di un ragazzo e, con lui, guardo un video di noi due che facciamo l’amore.” Come volevasi dimostrare. Nessun commento sul far l’amore, ma è legittima la domanda: “ perché in video e non in vivo?” E’ un vecchio amore, uno strumento di crescita psicofisica. Adesso lui è un caro amico. Forse è il primo amore, quello che non si scorda mai perché è finito. Il sogno offre una “traslazione” del fatto occorso, più che del desiderio, una rivisitazione di un’esperienza formativa.

Il “video” condensa una “traslazione” del ricordo e non è funzionale a una nuova eccitazione dal momento che dopo non succede niente in tal senso.

“Non volevo guardare l’orologio, sapendo che era già tardi.” Mariastella vuole rivisitare il suo recente passato, vuole rivivere parti della sua formazione, vuole ricordare esperienze significative della sua evoluzione psicofisica e nello specifico in riguardo alla sua vita sessuale. L’orologio è un “fantasma di morte”, di perdita del passato, una perdita evolutiva, una crescita, un’esperienza su cui il ricordo gradevole porta alla pacata riflessione di ciò che è stato. Mariastella si compiace di soffermarsi sulle sue perdite e sui suoi acquisti secondo il sacrosanto “principio dell’evoluzione”. La consapevolezza del ritardo che si accumula attenua l’ansia della sosta.

“Una volta finito il video, apro le mie due valigie e prendo dal mio armadio, dagli scaffali e dai portagioie soltanto alcuni dei miei effetti personali, dato che non sarebbe stato possibile portare tutto con me.”

Mariastella si spiega da sola. Le valigie riguardano la sua femmina e la sua femminilità, l’armadio riguarda il suo passato più intimo, gli scaffali riguardano la sua offerta sociale, i portagioie riguardano l’intimità della vita sessuale. Non tutto può essere ricordato e non tutto ha contribuito alla formazione. Il dimenticatoio è pronto per i vissuti e le esperienze non significative. A tal uopo servirà un ripostiglio, magari uno sgabuzzino ben arredato di scaffalature idonee alla sacra conservazione del passato. Gli effetti personali confermano della preziosa intimità del materiale che Mariastella vuole portare con sé e ricordare, dal momento che è impossibile ricordare tutto ciò che si è vissuto in un periodo così intenso della vita come la prima giovinezza e la sacra goliardia della vita universitaria. E’ chiaro il richiamo alla dimensione psichica del “Subconscio” e al meccanismo di difesa della “rimozione”.

“Faccio tutto abbastanza in fretta, sapevo perfettamente ciò che volevo portare con me e ciò che volevo lasciare.” La coscienza è limpida e la memoria non fa difetto. E allora avanti con l’esplicitazione del materiale prezioso. La verità si occulta nel velo e allora bisogna disvelarla.

“Mentre faccio le valigie, entrano nella mia stanza tante ragazze che cominciano a frugare tra le cose che avrei lasciato, prendendo ciò che poteva essere loro utile.” Queste ragazze sono le tante “Mariestelle” che hanno popolato di volta in volta la casa psichica della nostra ardita protagonista. Il passato si compone delle tante tessere adeguatamente vissute e si presentano i bisogni e i desideri di allora legati a quella Mariastella emergente in quel momento storico della sua vita. Le esperienze vissute, nel bene e nel male, sono archiviate e forniscono oggi un’organizzazione psichica, la personalità di Mariastella. Bisogna notare come il contesto sia tutto al femminile e le ragazze che frugano alla ricerca di una qualche utilità rievocano un gineceo universitario fatto di confidenze e trasgressioni.

“Avevo le valigie chiuse, quando ricordo di avere dimenticato di prendere una preziosa collana di rubini, regalo di una zia.”

Ecco il punto centrale del sogno di Mariastella: nel suo essere femminile, “le valigie”, manca “una preziosa collana di rubini”, la sua verginità psicofisiologica. Mariastella manifesta un contrasto nel rievocare l’esperienza sessuale che l’ha portata a emanciparsi dallo stato verginale. La “collana”, oltretutto così preziosa e rosso rubino, è simbolo della recettività vaginale e della deflorazione. La “zia” che gliela ha regalata non è altro che la figura materna che l’ha concepita e sulla quale è avvenuta l’identificazione al femminile. Le “valigie chiuse” attestano della compiutezza delle esperienze sessuali in riferimento al suo essere femminile. Mariastella è una donna fatta.

Questo è quanto di simbolico si doveva rilevare e include l’analisi del sogno.

 PSICODINAMICA

Il sogno di Mariastella tratta i seguenti temi in riguardo all’universo psicofisico femminile: la formazione sessuale e in particolare la problematica conflittuale legata alla deflorazione, l’evoluzione della “libido” e la “posizione genitale”, il condizionamento della cultura sulla vita sessuale e nel caso specifico sulla “verginità”, i meccanismi di difesa e le resistenze istruite nel vivere l’esperienza della deflorazione. La regola sociale divulgata esige la persona giusta e il momento giusto. Un “rebus” ben combinato! Il “buon senso” psicologico suggerisce semplicemente una buona consapevolezza e un buon amor proprio, al di là dei condizionamenti culturali che hanno già svolto la loro funzione in maniera consistente e non sempre del tutto consapevole. Torniamo al sogno di Mariastella. Non appare alcun tipo di trauma, ma soltanto una pacata nostalgia e una parziale rimozione in riguardo alla  “preziosa collana di rubini”. Bisogna aggiungere che la cultura incide in base all’insegnamento delle madri e dei padri, della famiglia e della società, della politica e della religione. A tutto questo monumento di dettami inscritti nel “Super-Io” di ogni giovane donna si antepone il “fantasma” personale elaborato a tal riguardo nelle diverse “posizioni della libido”. La deflorazione è una perdita, una violenza, una liberazione, un obbligo, una costrizione, un piacere, un’emancipazione o quanto altro individualmente si è elaborato e vissuto? La verginità è un valore o un disvalore? La verginità è un “segno sulla carne” della donna di cui dover rendere conto al maschio che la prenderà in moglie e magari anche alla società di appartenenza? La verginità rientra nella dote materiale come sua parte essenziale? Di certo, la deflorazione è vissuta nell’Immaginario delle donne come una dolorosa lacerazione di una parte delicata del proprio corpo, l’imene. Escludiamo qualsiasi tipo di violenza e ci atteniamo all’ottimale: una buona consapevolezza e un buon amor proprio.

Tutto il resto è degno di un saggio specifico.

ANALISI

Seguendo la nuova tendenza di analizzare i simboli in maniera discorsiva e di inserirli in una griglia interpretativa, rimando alla precedente trattazione “simboli, archetipi, fantasmi”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE    

Il sogno di Mariastella contiene la produttiva azione dell’istanza “Io” nell’organizzazione dei simboli e della psicodinamica. La pulsione dell’istanza “Es” si manifesta nell’erotismo voyeuristico, così come il suo contenimento è opera dell’istanza “Io” con la collaborazione e il merito dell’istanza “Super-Io”. Il sogno di Mariastella sviluppa la “posizione genitale” degli investimenti della “libido”.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa istruiti sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “simbolizzazione”, la “figurabilità” per quanto riguarda la formazione del sogno: “casa, alba, valigia, orologio, armadio, scaffale, portagioie, ragazze, collana di rubini, zia”.

E’ presente la consapevolezza della “rimozione”, “ricordo di avere dimenticato”, e la “sublimazione” associata alla “razionalizzazione”, “guardo un video di noi due che facciamo l’amore”.

E’ presente, codificato in maniera squisitamente personale, il principio psicodinamico di ordine economico nel “sapevo perfettamente ciò che volevo portare con me e ciò che volevo lasciare”.

Non tutto il materiale psichico può essere contenuto e conservato, non tutti i vissuti possono occupare lo spazio, più o meno ampio, della coscienza dell’”Io”.

Non tutti i vissuti e i fantasmi possono coesistere e tanto meno sono utili alle condizioni date.

La legge di Mariastella si avvicina ai meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “intellettualizzazione” e della “razionalizzazione” a conferma della “coscienza di sé” ostentata nel sogno e nell’affermazione indagata.

Il “sapevo perfettamente” si accetta come autoconsapevolezza e non come arroganza.

ORGANIZZAZIONE REATTIVA

La “organizzazione reattiva” evidenzia un tratto psichico di natura maniacale: evitamento dell’angoscia di perdita e ripresa della vitalità.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Mariastella sono la “metafora”, la “metonimia”, l’“iperbole”, l’”enfasi” e nell’ordine “valigia”, “orologio”, “collana di rubini”.

DIAGNOSI

Mariastella esibisce la razionalizzazione di una psicodinamica conflittuale in riferimento alla “libido genitale” e in particolare alla deflorazione senza offrire particolare sofferenza psiconevrotica.

PROGNOSI

La prognosi impone a Mariastella di operare una “rimozione” adeguata in riguardo a incidenti e ripensamenti collegati alla sua vita sessuale. La “preziosa collana di rubini” rientra nella legge da lei formulata “del portare con sé e del lasciare”. Bisogna saper selezionare ciò che serve: trionfo del pragmatismo e dell’intelligenza operativa.

 RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nel sentimento-risentimento della nostalgia e in un nevrotico ritorno del passato con colpevolizzazioni dell’organo e della funzione sessuale.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Perché la simbologia della “collana preziosa di rubini” rappresenta l’organo sessuale femminile e in particolare l’esperienza della deflorazione? La “collana” condensa la recettività vaginale, la “preziosità” condensa la verginità come valore individuale e sociale, i “rubini” condensano, oltre alla preziosità, il sangue collegato alla rottura dell’imene. L’associazione di simboli perfeziona il significato profondo, una combinazione sempre gestita dal “processo primario”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Mariastella è “2” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

 Il resto diurno si attesta in un “amarcord”, un pensiero nostalgico del passato in un momento di compensazione dell’avarizia del presente. Oltre al casuale ricordo, è possibile un incontro fortuito evocatore.