ELLA O ELLO FU

La Globalizzazione?

Chi è costui o costei?

Un Carneade o una Carneade?

Costui o costei era,

non è e non sarà.

Magari!

La Globalizzazione è finita.

Ella o Ello fu,

passò,

transiit,

ha statu,

s’inni fuiu cu Cammela a cinisi o cu Cammelu u rumenu

e non è più tornata o tornato,

c’est fini.

La troia o il troio è andata o andato

in gran stramona di bagascia o di bagascio.

Magari!

E voi, o popolo popolano e popolare, cosa fate qui?

Cosa aspettate babbo Pasquale con la colomba al napalm?

Cosa aspettate la colomba con il ramoscello d’olivo al plutonio?

Ite,

ite,

andate in pace,

come dice don Giuseppe della Borgata alla fine della messa

a quei poveri borgatari tutti a pois e a colori.

Non ferite gli ulivi per la signora Pace.

E tanto meno le Palme.

Pax fuit et pax facta est.

Omnia turpia turpibus.

Non lo sapete?

Il Mondo è cambiato.

Non c’è più il Mondo di una volta.

Figuriamoci l’Uomo!

Non c’è più spazio

per i minchioni di omnia munda mundis,

tanto meno per i coglioni e le coglionate

della solita sera con i popcorn americani passata in tivvu,

per i pivelli nostrani dalle uova d’oro all’improvviso

dopo una vita di fame e di puttanesimi,

per i professori esibizionisti alla panna montata

dopo l’espulsione dai sommi Licei,

per i filosofi e le filosofesse narcisisti

all’odor di varechina della nonna e di naftalina,

per i nuovi Sofisti e Sofiste dell’italiota agorà

malati di fantasia e di sogni a occhi aperti,

per quelli e quelle che hanno girato

e girano le sette parrocchie in una sola volta e a ginocchioni,

per le galline e i galli imbellettati al sapore di prugna,

come il buon confetto di una volta,

quello che faceva veramente cagare tanto e di gusto.

Animo, orsù, manica di picchiatelli!

Lo sballo è passato,

il manicomio è chiuso,

i folli si sono sciolti nell’acido mafioso

della notorietà occulta e manifesta,

la guerra è cominciata e impazza dalle Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno,

la bomba guizza in un baleno,

l’oppio è sempre dei popoli

per lenire l’angoscia di morte,

ma Karl non c’è più.

Al barbone hanno da tempo tagliato il barbone.

Quanti barboni in questa via delle vecchie maestranze!

Il fantasma però c’è,

è rimasto in casa,

ha cambiato solo tunica,

è davanti alla statua di una donna in gesso,

prega una madre celeste per i figli di Eva,

una imperdonabile Eva.

I popipopi eterodossi condannano ancora i figli di Lilith,

una adorabile Lilith,

e sono davanti al grande Capo tutta cacca

con abiti d’oro e diamanti in testa

al suono di una nenia da neo impero dell’Est.

Eva ha partorito il buon Abele.

Eva ha partorito l’intoccabile Caino.

Eva ha partorito tutti noi.

Noi siamo gli esuli figli di Eva

gementi e piangenti in hac lacrimarum valle,

in hoc mundo furenti

colmo di uomini ferini e di mercanti in fiera,

ricolmo di guerrieri mercenari e ortodossi ministri della Morte,

di lanzichenecchi oculati e pieni di scolo,

affollato di gentaglia senza pietas con la sifilide e l’aids,

fottuti in hoc mundo furenti sine pietate,

sine bontade,

sine beltade,

sine poetica.

Viviamo in un mondo sine pueris et puellis,

in un pianeta adescato da osceni banchieri

e violentato dal Mercato banderuola,

quel Mercato girovago che sta sopra la onesta Nazione,

quella buona Nazione che sta sotto il Mercato assurdo.

Povero Giuseppe!

Una, libera, indipendente e repubblicana,

Ah, questa Giovine Italia!

Cosa volete, o picchiatelli?

E’ il prezzo della Storia,

quella Storia che potrebbe anche ribassare i prezzi

vista l’inflazione di storici e filosofi,

vedi Cugin e cuginastri,

vedi qualche professore nostrano sedicente filosofo,

vedi i politicanti e i pressaioli allo sbando bellico,

vedi chicchessia in sonoro e in video

alla ricerca del pezzo eccezionale

per stare sul pezzo e sul mercato con il pezzo.

Lilith non vuole.

La fanciulla proletaria non vuole stare sotto.

Eva ci sta,

Eva vuole stare sotto,

è una costola clerico-capitalistica,

una costoletta imperialista

rifatta al meglio da un chirurgo abusivo

che ha l’ambulatorio in una traversa di Trebaseleghe,

una buona donna,

una donna troppo buona

per essere di cartapesta e al botulo.

Eppure, ha labbra enormi e tette ingombranti.

E allora?

Allora tutti in Cina,

tutti in Cina,

andiamo in Cina a prenderlo tra le chiappe chiare.

Gridiamo, orsù, “Trade”,

commercio, commercio,

gridiamo tutti in coro “evviva il libero commercio”,

osanna al Liberismo”,

osanna nel più basso dei mercatini rionali.

Gridiamo, orsù, “Adam”,

viva Smith”,

evviva Adam”

che ci dà il gas e la luce

come se fosse un duce,

che ci dà un mondo inquinato al sapore di plastica,

i supermercati strapieni al gusto di niente

che esondano la merda di caciocavalli

negli ampi orinali di seduttivi casini commerciali.

Hai visto cosa hai combinato tu che non c’eri?

Plutocrati,

oligarchi,

timocrati,

panfili a cinque stelle stesi al sole in Marina di Pietrasanta,

a Portofino e a Pozzallo.

Le sette sorelle sono diventate sette fratelli,

si sposano sempre e lo stesso tra di loro,

mutatis mutandum e come i nobili deficienti,

ci danno un gioco del Calcio senza fosforo

negli stadi della fascinosa Europa,

non quella stuprata dall’infoiato Zeus,

quella del nuovo toro bianco di tutte le Russie

e dell’imbellettato con il sacro cirillo,

con in testa la crocetta d’oro.

E noi?

Noi chi siamo?

Da dove veniamo?

Dove andiamo?

Cosa portiamo?

Quanto dazio paghiamo?

Noi,

noi siamo i figli di quelle stelle tramontate

che da lassù ci guardano ancora stupefatte

dalla coca e dal grattaevinci

e da quaggiù si lasciano ancora amare.

Cronin non era russo,

non era bielorusso,

non era ceceno,

non era siciliano,

Cronin era scozzese,

un modesto e parsimonioso scozzese senza la gonna,

era un medico ippocrateo

che aveva giurato il giuramento di Ippocrate,

aveva giurato sulla testa di Zorba il greco.

Cronin era un profeta

che parlava prima e a favore della gente normale,

prae et pro for faris, fatus sum, fari.

Ita locutus est per prophetis pro plebe.

Cronin non era maritato con Maria Maddalena.

E allora, cossa vu tu?

Lo Stato è finito nel cesso,

la Nazione è morta di diarrea,

il Popolo è allo sbando mediatico,

la Res pubblica è l’Internazionale del Quattrino,

non quella Socialista dell’Inno “Noi siamo dei lavoratori”,

salariati e plusvaloristi,

non valorizzati e inflazionisti,

Internet è cresciuta in verticale senza Netiquette,

il Mercato è un Mercatismo dentro un pugno di uomini,

un pugno di ferro con la maschera di Zorro,

un supereroe metallico di un metro e mezzo

con la Zeta tracciata su un petto senza cervello,

un veritiero che impone di negare la realtà

a tutti quelli che conoscono l’imbroglio

di un Impero russasiatico nuovo di zecca e vecchio di zucca.

E il Poeta?

Il poeta vuole soltanto morire di sballo,

se la ride tra i limoni e le patate della famigerata Siracusa,

il femminello e la femminella,

una città greca,

famosa per la spazzatura nostrana e l’incuria politica,

per le sue strade bucate ad arte e per la cultura mancata,

un’isola affollata di nuovi barbari e di eterni mercanti importati

che ne combinano di tutti i colori.

Io e la mia famiglia abitavamo in Ortigia,

la quaglia greca,

con i veri Siracusani di quel tempo che fu

e in quel tempo che non sarà mai più.

Che finale travolgente!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 04, 04, 2022

 

 

CARA JULIETTE

Juliette,

ma chère,

ma chère Juliette,

me le cali le tue scalette

perché io voglio salire,

voglio esaudire i tuoi desideri di maitresse e di putain,

voglio appagare i miei bisogni di leccaculo e di ruffiano,

voglio soddisfare le tue voglie insane di aspirante strega

e di strega in carriera,

il tuo trasporto sconsiderato verso il Diavolo,

le Diable,

il prof. Woland,

il mago teatrante,

l’ipnotista dinamico che flagella i vizi sociali con il telecomando.

Cala la tua scaletta,

o novella Lilith,

io vengo

e ti porto il mio cuore

che pulsa d’amore,

d’amore per te.

Tu mi dai un bacetto,

io do un bacillo a te

e così di Juliette e Pompeo resterà per sempre l’idea,

la spensierata e pazza idea della Patty,

quella di desiderare la donna e l’uomo d’altri,

quella che va contro il nono emendamento del nostro mandamento,

mentre tutti stanno a guardare sul Bosforo

la luna rossa vicina vicina alle tue labbra,

il perigeo,

il perineo,

il periperi,

il tutti in giro e poi giù per terra

come nel girotondo di una volta nei cortili dei preti.

Ma perché questo avvenga,

senza rumors et senza tremors,

devi strofinare il manico della lampada del cretino di turno,

del puffo e del buffo e del pacioccone,

nonché le tettine della vispa Teresa,

devi immaginare che verrà la vita e non la morte

in questa nottata di vacche nere e smunte dopo munte,

come voleva Georg Wilhelm Friedrich Hegel,

quello che pensava nel mitico Ottocento

secondo il suo genio in quel di Stuttgard,

devi pensare che non avrai gli occhi

per guardare e per piangere,

per guardare il sole nascente dei socialisti democratici,

per piangere la luna calante dei fasci di combattimento.

C’è una fessura tra i rami del cespuglio di mirto

in fondo al vallone di Carancino

dove i carrettieri lasciano quintali di merda,

la loro exlinfa sopravvissuta al colera e ai suoi tempi.

Aprila con discrezione e con ardore

ed entra nella Wunderkammer del kaiser Franciose,

nella camera delle meraviglie e del consenso,

dans la chambre de Juliette la madame,

quella dell’agenzia dei viaggi di sogno per l’Aldiqua,

l’Aldisu e l’Aldigiù.

Dell’Aldilà ce ne fottiamo,

tanto con i razzi lo bombardiamo,

X-22 per la precisione e direttamente dal mar Nero.

E gira e gira l’elica,

romba il motor,

questa è la bella vita del poeta contadino,

dello scrittore dell’assurdo e del pur vero,

del piccolo scrivano di testi senza contesti,

la bella vita di Michail Bulgakov,

il compagno russo,

il Maestro senza nome,

il Maestro come il Nazareno o il Nepalese.

Evviva,

goditi il viaggio caldo,

o vecchio puttaniere di Notre Dame e della Graziella,

su e giù per le montagne tra boschi e valli,

su e giù per ritrovare la montanara

mentre canta canzoni stonate d’amore

che parlano di un tempo vicino nel tempo,

quando Gabriele a suo plaisir scriveva il suo Piacere.

Era il 1889,

milleottocentoottantanove,

era proprio ieri

e tutto era al caldo nella cucina di madame,

nel suo forno a legna della regina Clementi,

nella sua stube a calore radiante e democratico

di via della Concordia e dell’Armonia,

proprio ieri defunte entrambi sulle coste isolane del Giglio.

Sì,

è stata una donna moderna la nostra Juliette,

ma Margherita non è, non è stata e non sarà da meno,

tanto più se insieme al suo Maestro,

il povero Michail che scrive e riscrive per vent’anni

la sua storia di vita indegna per l’editore,

finisce in manicomio ante temporibus del grande Franco,

tesse e disfa la tela di Penelope

che non era lieta di suo marito Ulisse,

dell’amor di cui doveva godere,

per cui con la penna in bocca

giorno e notte stuzzicava l’inchiostro appiccicoso

fino a sentire la sua lingua parlare una lingua universale,

la speranza di un Esperanto

da mandare giù con facilità fonetica e lessicale

giù,

sempre più giù,

come un sorso d’acido lisergico in flacone aspergico,

come un sorso di sornione assenzio.

Su, su, su,

giù, giù, giù,

glu, glu, glu

e rien ne va plus.

 

Sava

 

Crancino di Belvedere, 21, 06, 2022

 

APPUNTI DI VIAGGIO

Camminavo per caso tra i vicoli della Giudecca,

il quartiere degli Ebrei

quando gli Ebrei abitavano in Ortigia

e frequentavano i loro bagni.

Pensavo alle parole come segni colorati per un quadro,

come segni colorati di un quadro.

Il poeta è un pittore.

Pensavo che io sono un pittore

che non frequenta accademie e botteghe,

che non compra alcunché,

che tutto regala.

Mi imbatto nell’antro di un pittore siracusano.

Mi fa vedere l’opera di tutte le opere

e mi parla della sua enorme tela su Lucia e Siracusa.

Vi lavora da due anni e mezzo.

Lux fiat et lux facta est.

Lascio un pensiero scritto sul vanitoso quadernone grigioperla.

La Giudecca mi inghiotte,

Carancino mi accoglie.

Ed ecco che tu mi dici del quadro,

della tela e delle mie parole,

del poetapittore.

La magia esiste.

In due giorni il poeta e il mago si sono meravigliati

del ritorno del sentire romantico:

il poetamago è meglio del poetagenio.

Un’acquasantiera senza aspersorio non esiste,

neanche nella puritana chiesa di san Filippo.

Ti apprezzo.

Sì,

la magia esiste.

La mente e il cuore umani hanno soltanto bisogno

di non essere sedati dalle blandizie di una comodità ordinaria,

hanno bisogno di allertare sempre i sensi,

di muovere i flussi,

di spostare gli influssi,

come fanno le vecchie zingare

quando leggono le autostrade della tua mano.

Fiat lux:

se ci pensi, con due parole Dio ha dipinto il mondo.

C’è qualcosa di nuovo,

qualcosa di profondo e prima taciuto,

nel tuo quadro,

o Mago,

o Poeta,

o Pittore.

Aggiungerò ai tuoi i miei appunti di viaggio,

ma solo in qualità di modella in posa,

integra e integrale.

Sono un essere fuori dagli schemi,

mi meraviglio sempre.

A presto, o Fingitore.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere 20, settembre, 2021

 

ALLA RICERCA DEL VERNACOLO

Ehilà tosa,

come eo ko ghe seo da e to parti?

Sta ti ben,

sta ti mal,

sta ti a tre tubet?

Noialtri in questa tera di terun magnem,

magnem sempre,

magnem tant.

Magnem el pan de Tony,

el pan de Bepy,

el pan de Bortolo.

Magnem anca el pan de tuti i dì,

el pan de casada,

el pan dei poeti morti di fame,

magnem el pan co a soppressa,

magnem el pan e vin come Marcellino.

En sto momento semo tuti Marselin,

spetemo sto Cristo

che sende de a crose

e vien bambin bambin

in de a staleta

col so mus e co a so mucheta,

co a so mama e so pare,

co tute le so robe a posto

e imbrigato ne so strasse de pura lana vergine.

Sperem ch’el vegna al più presto,

perché in tanta desgrassia non ne podemo pi.

E ti?

Cossa eo che ti fa su a brosa de i to monti

in questa normale giornata di ordinaria follia

alla ricerca disperata del mio linguaggio e della mia lingua,

in questo dì de merda

che piove e che nevica,

che tira vento e formeghea,

co e scarpe rotte e le bae girate

in sto paese de matacin,

de strilloni e de comedianti?

A ti fat el buset in te bras?

Mi sie

e stae un benon de dio.

Beata la sienza e li studiadi!

Noialtri semo gnurant e soli,

ma semo tuti anca patrioti

per i skei de a citadinansa.

Me manca me mare

che ogni meodì curava i so gerani sul balcon

co e so mani de perla

e parea che se basava con il moroso,

parea che basava el putel de alora,

de quando el pan de Tony nol ghe sera in casa e in hostaria,

de quando Bepy fasea el mona co e tose nostrane

senza andare in gattabuia per molestie e tanto di peggio,

de quando Bortolo se fracchea le bale davanti alla brava gente

per furegar la sfiga.

Oggi par mi la va cussì,

cussita la va e nol va nianca mal,

doman vedarem de farla andar megio

anca senza le ilusion de a tivù

e i sbaregament del rompicoioni de me pare.

A ti te augure i paneton e i ciucciament,

VINA LIQUES, QUAM MINIMUM CREDULA POSTERO.

Salvatore Vallone

Carancino di Belevedere, 11, 12, 2021

ICARO

Vaste steppe,

grandi spazi aridi,

niente e nessuno intorno.

Cammino fino alla taiga fitta di alberi gelati.

Quanta illusione si cela dietro la muraglia!

Quanta Cina di carta!

Quant’è lontana!

Invento cose che si sgretolano,

niente esiste se non ha una voce

e non è nulla quella che risuona dentro la testa,

è solo testa,

solo creazione.

Quanta tristezza mi fa la realtà?

Sempre la stessa,

tanta.

Ho una pazienza accanita,

una volontà prepotente,

una fantasia demente,

faccio autostop guidando.

Il silenzio è una lama di coltello a serramanico

infilato nel sangue di un abbraccio.

Si frantumano le intenzioni

e le mani cadono lungo i fianchi

a somma protezione di un sentimento.

La crudeltà non deve entrare,

non sono un forno crematorio.

Sono vicina alle femmine poete

che si suicidano in un giorno qualunque,

senza pensare alla fama

che la fine si porta appresso.

Sono vicina al pozzo,

ai pazzi.

Amerò anche da morta?

Io non lo so

e adesso non mi viene voglia di pensarti,

ma tu dimmi quando arrivi

ed io scenderò dalla mia polveriera

per darti il benvenuto.

Non portarmi mazzi di rose,

non pungere una fuorilegge.

Toccata da mani che conoscono i corpi

e non lasciano impronte su questo campo di battaglia che è il mio,

mi muovo ancora in cerca di te.

Voglio imparare dal tuo malessere

a vincere la nausea delle ore del giugno polveroso,

la luce violenta del solstizio che rovescia lo stomaco

come un guanto di velluto.

Rumino,

sono un bovino estinto,

una scimmia urlatrice,

la discarica della carta su cui scrivo.

Fogli vergati da un inchiostro azzurrino si alzano sopra carcasse di albatri,

il vento favorisce il volo.

Appoggio la mia schiena scarna sopra le loro grandi ali immobili,

è tempo di allettare il sole.

 

Sabina

Trento, 06, 06, 2021

BUON COMPLEANNO!

Sono l’invincibile estate nel bel mezzo dell’inverno.
In questo tempo di grande crudeltà sarà poi vero
che dalla Morte nasce la Vita più forte
e che Lei verrà e avrà i tuoi occhi?
E dimmi, tu che sai, dell’immunità di gregge.
Ma chissà chi lo sa
se questi amletici dubbi sono veri anche per noi
che abbiamo il buon gusto dell’autenticità di noi stessi
oppure sono castronerie inventate da sedicenti scienziati
nel gran ballo quotidiano dell’abbuffata pandemica.
Avere una coscienza è d’impedimento
a tanto giovamento progressivo del ciclo naturale darwiniano?
Potessimo, almeno, essere piante magre e grasse,
nutrite e accolte dalla fertile dea Madre
con radici robuste e chiome che ondeggiano al vento di Scirocco,
per poi mutare inconsapevoli nel gran pasto dei bisognosi!
Rinnovarsi nella quiete dell’indifferenza
è la meraviglia dell’abbastanza,
è la panacea dell’abbondanza.
Io,
poeta contadino,
io che rivolto col vomere anime umane e terra marrone,
io so
che tra le zolle si intravede l’alcova della morte.
È lì che va la Belle de jour.
Lì gli amanti accedono all’eterno primo motore immobile
perché ascoltano soltanto il richiamo dell’ignoto.
Ce ne ricorderemo mai del prima,
del durante,
del viaggio veloce della mente
che ci portava a spasso in infiniti campi magnetici?
Ricorderemo i nostri corpi noncuranti dell’orbita del tempo,
dell’effluvio sinistro
che si insinuava come un dubbio opaco nella trama dei cuscini?
Io,
poeta contastorie,
io che racconto i sogni ai sognatori,
ti dirò perché la mia essenza è insieme lieve e greve,
quasi fossi il mare
che se n’è andato nel mare.
Oggi vengo da me,
è il mio compleanno.
Mi lascio una cornucopia davanti alla porta,
piena di frutti e spighe di grano.
Godo dell’abbondanza della vita
che non è mai finita finché non è finita,
coltivo i campi,
aro le pagine bianche,
non faccio morire l’infanzia che ho dentro.
E penso a me ogni tanto.
Lo faccio con indulgenza.
Buon compleanno,
purezza di un ragazzo caro,
molto caro,
ai cuori impuri.

Sava

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2021

LA MAGIA DELLA POESIA

Il poeta è così.
Già, così!
Il poeta è prodigo di senso.
Il poeta non possiede i significati dei suoi sensi.
Il poeta è libertario perché è libero,
è libero dentro e fuori,
è libero di fare e di brigare,
di combinare,
di evocare,
di tirare fuori,
di contaminare,
di rubare,
di associare il visibile e l’invisibile come Freud,
di realizzare il possibile e l’impossibile come Teresa,
di dare in pasto i suoi fantasmi ai gladiatori nel Colosseo come Nerone,
di piangere come un bambino
che non ha imparato Pianto antico a memoria
perché il piccolo Dante lo faceva piangere,
come Salvatore.
Il poeta s’en fous dell’editore
e della sua preziosa carta straccia
che puzza di inciucio e di fottisterio.
Il poeta è come Jacob nel lager,
compone con Ilse e con Andrea,
inquacchia con i pennelli i colori delle sue parole,
verba quae volant,
verba quae sapiunt,
verba quae nesciunt,
parole che non cercano alcunché
e nulla valgono al cospetto dell’Ente
che in principio le pronunciò creando:
sia il poeta et poeta factus est.
Il poeta è un piccolo dio e un grande fornaio,
vedi Pablo,
un infante che non sa parlare come Jacob o Slomo,
come Tommaso e Mariapia,
come tutti i dislessici e gli autistici dell’universo,
il poeta parla per loro,
diventa un verso
e porta con sé un vocabolario,
il suo,
come dono per i più fortunati,
i muti nelle corde vocali ma non nel cuore.
Questo suono vuol dire poesia,
vuol dire voce e grido e cadenza,
uno stato di quiete che si accovaccia ai piedi della tragedia,
l’eco di un canto di speranza
che accompagna il tormento,
che si tatua sulla pelle sottile dell’infanzia.
Il poeta entra anche nell’orrore
e ne esce pulito.
Oggi anche tu sei Jacob,
anche tu sei Alan a viso in giù sulla sabbia gentile di Lampedusa,
anche tu sei my baby nelle grida della madre disperata,
anche tu sei Rosetta Nascimbeni,
anche tu sei Dante Carducci,
anche tu sei Pirro Viviani,
l’amico di Giovanni Pascoli
su cui disse le orazioni dovute
per un buon esito della gita nella campagna romagnola dell’aldilà.
Il poeta è ricco di fantasmi
e li sparge per i campi fertili in lungo e in largo.
In questo il poeta è un bambino:
usa il fantasma
e va per libere associazioni,
lavora per se stesso e non tende all’universale,
non aspira al premio di Venegazzù nella civile Svezia.
Se ti ritrovi e ti evochi,
il poeta è per te,
altrimenti va bene lo stesso,
tutto va bene,
tutto va ben madama la marchesa
e in bocca al buon lupo,
tutto va ben,
tout va tres bien.
Sarà per la prossima volta,
magari quando anche tu proietterai i tuoi fantasmi
alla ricerca di una eco nella gente,
nel prossimo che ti circonda
e che ha tante storie uguali alle tue da raccontare,
ma non ha il coraggio di dirle.

Questo furto è stato operato da Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 05, 2021

DEDICATO AD ANDREA

Caro amico,
da tempo non ti si vede per le calli della marca trevigiana,
terra di conti, marchesi, vassalli, valvassori e valvassini,
terra di servi della gleba in odore di borghesia rurale,
terra dei futuri miracoli industriali, visibili e invisibili,
terra dei miracolati del nordest storico e geografico,
terra della Liga stupida e crudele e dei crumiri mercanti della lana,
terra dello spritz frizzante al Campari e dello spiedo alla salvia lucens,
terra della grappa da bus che inciucca e ingroppa,
terra del tiramisù inventato dalla maitresse del casino di Cae de oro,
terra delle buone e belle fritoe da gustare soltanto a Carnevale.
Da tempo non giri per i sestrieri e i campielli di Venessia,
non girovaghi per i porteghi e i sottoporteghi di Cannaregio,
per i ghetti degli Ebrei e i vicoli della Giudecca,
non senti gli olezzi maligni della laguna
e delle fogne a cielo aperto nel nostro patrimonio umano e collettivo.
Da tempo il basco blu non copre la tua testa sopraffina,
i tuoi pensieri arditi di alpino mancato e di pacifista ostinato,
il tuo credo profondo di socialista devoto a Pietro e non a Bettino,
le tue idee felliniane di dolce vita e bianciardiane di vita agra,
i tuoi modi austeri di antico poeta e di modico contadino.
Finalmente non odori più di Nobel.
In culo gli Svedesi e tutti i ruffiani dei Vikinghi!
In mona le Accademie moleste e i conventi televisivi!
In stramona gli intellettuali di destra e di sinistra!
Tu eri troppo timido e modesto
per le ciurme infami degli avventurieri e dei pirati.
Ormai tu puzzi del sego dei nobili di cuore,
dei veri criatori di sensi e di significati,
di significanti e di neologismi,
di metafore argute e di allegorie saltate in quattro padelle,
di suoni molesti e di verba quae sapiunt,
parole sincere che sanno e hanno un sapore,
come il lesso di bue con il kren nell’osteria di Lino,
in quel di Solighetto,
come lo speo di pollo e costesine de maial nella trattoria della Clemy,
in quel di Labella in Follina.
Il camposanto di Collalto è la tua umile dimora
e alla gente onesta di campagna va ancora il tuo santo ritornello:

“pin piedin,
paladin,
pin penin,
mascareto,
dolze è il viso de la femena bea
che jeri jera putea.”

E noi?
Noi come facciamo senza di te?

Fen, fene?
Fon, fone?
Fasen, fasene?
Fasòn, fasone?

Noialtri canten co ti e co a siora Lily de Pieve
nel filò che si celebra stasera
nella stalla dei siori Zanzotto a Col san Martin.

Fen a Biadén,
fene a Biadene,
fon a Piavòn,
fone a Piavone,
fasen a Piovén,
fasene a Piovene,
fasòn a Cisòn,
fasone a Cisone.

Ahimè, ahimè!
Gente & gente accorrete!
Orsù, fé presto!
Il poeta è morto come la Toti,
il sacrestano Bepy insemenio spara le campane a morto
contro il cielo amaranto di Pieve di Soligo,
il popolo nobile si toglie il logoro cappello di feltro nero
e allaccia il miglior tabarro, sempre nero, per la festa,
la banda suona una intrigante mazurca di periferia,
una donna innamorata mormora la sua cantilena
come una nenia antica di rurale virtù,
una litania a metà tra il sacro e il puttano,
una canzone pop e comunista del miglior Vasco,
una marcia funebre da quaranta carati
con tanto di carro funebre e di cavalli neri
che seminano sul selciato palle di merda gialla
e odorosa di fieno fresco,
quello proprio di giornata,
come le uova della Bepa da Cadoneghe.
Il filò ritorna nelle promesse
e nelle speranze di questa donna innamorata,
un femenon intonacato di bianco con la falce lucente e affilata,
un femenon avvezzo ai tristi congedi,
una donna cannone sempre prona alle fusioni oscene
e senza compromessi tra le cosce.

Pin Penin,
fureghin,
perle e filo par inpirar
e pètena par petenar
e po’ codini e nastrini e cordèa.
Le xe le comedie e i zoghessi de chèo
che jeri la jera putèo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 27, 02, 2021

Post scriptum sempre di parole

Oh bambino,
piccolo e piccolino,
monellaccio e monellino,
tu che giochi con i bottoni di madreperla
e li cuci con il filo nella tua vesticciola,
tu che hai un pettine per pettinarti
e anche i nastrini e la cordella
per legare i codini dei tuoi capelli d’oro.
Queste erano le azioni,
questi erano i giochini di quell’omino
che ieri era bambino.

Varda che affari!
Il ragazzo promette bene,
il tosat va bene a scola,
ha la capacità di cogliere i valori del significante,
una naturale virtù dettata dalla sua vena musicale campagnola,
dai rumori che percepiva sin dal soggiorno nel grembo materno.
Varda, varda!
Il dovene promette ancor meglio,
va al Liceo classico Flaminio di Vittorio veneto,
sa di greco e di latino,
non tira sassi alle piante e in specie ai biancastri platani
che da Pieve portano a Solighetto in un unico filar.
Il giovane conosce Lacan e Chomsky,
l’è amigo de la Toti,
la Dal Monte, la soprano Antonietta Meneghel,

quea che piase anca al porzel de Gabriele.
Il dovene se la fa a Roma con Federico da Rimini
e le sue donne da salotto e da circo,
spupazza parole di tutte le risme
come dame dell’Ottocento in profumo di cipria
per coprire le naturali puzze,
presto sarà poeta affermato e conclamato in Campidoglio
con tanto di corona d’alloro
e di pennas de granturco e di biada.
Vana è l’attesa,
come tutte le vanitates vanitatum
di cui il poeta riempie il carrello del Despar,
del Conad,
dell’Eurospin,
del Lidl,
del Visotto di Oderzo,
del Penny market,
del Panorama de Conejan.
Verrà la Morte e avrà i suoi occhi.
E’ venuta la Morte e aveva i suoi occhi.
La Vita è stata onorata,
come la sua storia.
Onore ai caduti!
Il Silenzio è fuori ordinanza.

Pin Pidin
cossa gastu visto?
‘Sta piavoleta nua
‘sto corpesin ‘ste rosette
‘sta viola che te consola
‘sta pele lissa come sèa
‘sti pissigheti de rissi
‘sti oceti che te varda fissi
e che sa dir “te vòi ben”
‘ste suchete ‘sta sfeseta,
le xe belesse da portar a nosse,
a nosse composte de chéa
che jeri la jera putéa.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 03, 2021

COSI’ PARLO’ IL POETA PUPAZZETTO

Esce il tuo sorriso dalla bianca ombra del sole
e appari fresca di vita nella giovinezza che si perde.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Spezza il tuo viso,
spezza il tuo cuore,
spezza il sorriso,
spezza l’amore.”

Perché ondeggi?
Non è forse la notte negli occhi?
Non è forse la luce nelle labbra?
Diniega,
respinge,
non è niente,
io sono felice,
io sono io,
non vedi?
Quale tristezza,
quale dolore?
Non posso fare a meno di essere felice,
non potrei non esserlo,
come potrei dulcissima virgo,
dulcissima femina di sangue spagnolo,
di accento profondo,
di voce calda e roca,
sensuale e medianica.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Denuda il tuo viso,
denuda il tuo cuore,
denuda il sorriso,
denuda l’amore.”

Tu non hai sorelle,
sei figlia unica
e unica nel tuo breve universo,
sei Gea e sei Moira,
la radice dell’albero della vita,
il congedo della morte,
sei l’alfa e l’omega,
la prima e l’ultima lettera di ogni vocabolario,
sei il lievito della comunità di Cristo,
il primo degli ultimi,
sei pane e pagnotta,
pastosa e gustosa per chi ti mangia,
inquieta e fremente per chi ti gode,
odorosa alla francese,
puzzolente di calamari fritti alla messicana.
Riposa senza posa, o dolce sposa.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Raccogli il tuo viso,
raccogli il tuo cuore,
raccogli il sorriso,
raccogli l’amore.”

Hai vergogna?
Psicodramma o farsa?
Una verità che tu sai,
una menzogna che tu neghi.
E’ difficile pesarti.
E’ arduo ponderarti.
E’ impossibile governarti.
L’ago gira, gira, gira,
la bussola si rompe,
roteano le pupille,
turbinano i testicoli.
La trance,
il delirio,
la vita e la morte.
Quale continuo congedo?
Quale continuo addio?
Quale valle mostri al tuo Josafat?
Quale fiume attraversi
per il tuo soldatino in grigioverde denominato Scarpel?
Il Piave o il Monticano?
Sul Montello hanno ucciso un partigiano di vent’anni.
Ma da che parte stava il partigiano a vent’anni?
Stava dalla parte sbagliata.
Punto e basta!
Nel Monticano si è annegata la Dolores,
la Maria Dolores da Motta di Livenza.
Era esaurita
e aveva perso la bussola.
Era spaesata la poverina.
Punto e basta!
E allora, a questo punto, dimmi,
dimmi tu che sai
e che hai navigato.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Copri il tuo viso,
copri il tuo cuore,
copri il sorriso,
copri l’amore.”

Il corpo,
il corpo vuole,
il corpo vuole riposare,
vuole dormire,
vuole vivere,
vuole godere,
vuole morire.
Il corpo vuole morire.
Quanta pace!
Quanta serenità!
Quanta morte!
Vibra e ronza il cellulare.
Pronto?
Chi parla?
Sono le voci dell’amore antico,
le voci del pianto antico.
“L’albero a cui tendevi la pargoletta mano,
il verde melograno dai bei vermigli fior…
sei nella terra fredda,
sei nella terra nera,
né il sol più ti rallegra,
né ti risveglia amor.”
E’ morto il piccolo Dante,
il figlio di Giosuè!
E allora?
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Vesti il tuo viso,
vesti il tuo cuore,
vesti il sorriso,
vesti l’amore.”

Velo velino,
velo velato,
chi è la più bella del creato?
Marisa la tossica!
Proprio lei?
Non l’aspettavo a quest’ora.
La sua intelligenza zampilla,
spruzza,
sprizza,
esce dagli occhi e non dalle labbra.
Lei respira,
respira parole,
lei dice,
lei parla,
lei parla parole,
respira e parla parole,
parole e vita,
silenzio e morte.
Eternità chi sei?
Compagna della morte ti ho costruito invano.
L’esistenza è un mare di dolore,
un mare di piacere,
un mare di ambiguo malanno.
L’esistenza è una nenia araba,
un sorriso che ghigna,
un rumore sottile che metallico risuona,
un tonfo che echeggia alle radici dell’albero della vita.
Riposa senza posa
o dolce compagna di giorni migliori.
Riposa senza posa.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Raccogli il tuo viso,
raccogli il tuo cuore,
raccogli il sorriso,
raccogli l’amore.”

Vaffanculo poeta Pupazzetto!

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo 10, 10, 2010

18, 03, 2020

I camion sono maculati di grigioverde,
gravidi di lucide bare,
tutte uguali,
tutte di abete,
tutte segnate di croce.
In questo nero mercoledì di marzo
la notte è piovosa,
la notte è di piombo
la notte è scura.
Da Berghem de hura l’angoscia scollina verso Berghem de hota.
Le bare sono gravide di corpi infetti,
smunti e senza respiro,
abbandonati e buttati là in fretta e furia,
senza la pietas dovuta a nostra sora morte corporale,
senza il sacro commiato di chi li amava,
in questa notte piovosa e malsana
che da Berghem de hura scollina verso Berghem de hota.
La marcia funebre procede con lentezza
tra vapori nauseabondi di nafta
dentro la nuvola caduta dal cielo a occultare l’infamia
e si trascina come una processionaria,
bruco dopo bruco,
Iveco dopo Iveco,
verso i forni crematori di Udine, di Mestre, di Trieste,
a che si consumi l’ultima fredda e arida beffa.
La notte è sempre piovosa e malsana
mentre i camion militari,
maculati a lutto,
ancora scollinano da Berghem de hura verso Berghem de hota.
Un sacerdote segna di croce il funebre passaggio,
una benedizione improvvisata e sempre provvida.
Un poeta si commuove
e trema cercando le parole per dirlo.
Quando finirà questa tragedia
che si consuma e ci consuma
tra feste funeste e bordelli isterici,
tra notizie insane e caroselli mediatici,
tra vanghe di fuoco e campane a martello,
tra figure ridicole e controfigure esotiche?
La radio suona e la tv incanta,
ma la Verità non si nasconde.
Aiuto!
Aiuto!
Help!
Aide!
Hilfe, Hilfe!
La strategia pandemica del potere democratico è da copia e incolla.
Come faremo con l’aria infetta
che tira da trentanni nel nostro Belpaese?
I buoi colpevoli sono scappati dalle stalle
con il malloppo e con le corna,
sono intoccabili,
sono immuni,
sono auto ed etero immuni,
hanno il passaporto targato Emmenthal.
Meno male che la buona novella dell’avvento del regno dei cieli
aleggia in una piazza deserta di Roma antica
sulle mani tremolanti del pastore delle greggi.
Eli eli lammà sabactani!
Intanto è morto il medico,
l’infermiere,
la nonna e il nonnino,
il furbetto e il malandrino,
il buono, il brutto e il cattivo.
La Morte è la livella del principe Antonio De Curtis.
Però manca il cacio e il pecorino.
Al mercato super dei dettaglianti non si trova più il lievito
per fare il pane e la pizza.
E noi,
il popolo sapiente e paziente,
cosa facciamo in tanta malora?
Noi,
il popolo sapiente e paziente,
attendiamo il momento
di lacerare il cielo gridando:
“annatevene tutti,
vogliamo morir da soli!”
Lo scriveremo sui muri delle nostre città d’arte
e sui calcinacci delle nostre periferie proletarie
come in quel 1944,
lo scriveremo con il sangue dei troppi martiri
sulla loro bandiera biancarossaeverde
ancora appesa al balcone anonimo di un quinto piano
come in questo 2020.
Alle cinque del pomeriggio
un bambino cerca il nonno,
una bambina la mamma,
un uomo il padre,
una donna il marito.
Mia madre è sopravvissuta a tanto orrore
e mi chiede dalla cucina
cosa mi piacerebbe mangiare domani.
Ti amo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 18, 03, 2021