LE PAROLE

LE PAROLE DELLA QUARTA PAGINA DI COPERTINA DE “LA COSA PARLA”

 

In principio fu il Linguaggio e di poi la Parola.

L’Uomo atterrito da quello che poteva esprimere,

parola latente o significante,

e da quello che esprimeva,

parola manifesta o significato,

proiettò il conflitto nel grembo degli dei.

Nello scorrere inesorabile del Tempo

e con la formazione progressiva delle Lingue

lo stesso Uomo si è ricomposto

e ha recuperato la sua scissione e la sua alienazione

nel benefico tentativo di esorcizzare l’angoscia

di una permanente torre di Babele.

E così,

nella nostra attualità annoveriamo tra le tante Lingue

diverse modalità espressive e comunicative:

la lingua “alta” e nobile dei filosofi e dei sacerdoti,

la lingua “media” e borghese della massa convenzionale,

la lingua “bassa” e proletaria dell’immediatezza emotiva.

Anche i poeti hanno ricercato la Lingua giusta

per il loro personale Linguaggio

e tra le altre cose hanno scovato una dimensione psichica

che nel tempo è stata definita “Inconscio”

e hanno rielaborato senza piena consapevolezza

modalità espressive prossime ai procedimenti del sogno,

una comunicazione sempre efficace a tutti i livelli,

sotto sotto,

terra terra,

alto alto.

La cosa parla” appiana il conflitto tra Linguaggio e Parola

tramite una serie di intrecci di significanti e di significati,

insiemi di parole che formano testi

e consentono al lettore ampi spazi di proiezione dei propri vissuti

al fine esclusivo di lasciarlo chiuso nel suo ambito psichico

e nella sfera della propria irripetibile soggettività.

La cosa parla” è un cumulo,

più o meno organizzato,

di parole latenti e manifeste,

di significanti e di significati.

Datemi un canovaccio e vi parlerò di un mondo.

 

Salvatore Vallone

 

Pieve di Soligo, 29, 03, 1990

 

ENUNCIAZIONE PROGRAMMATICA IN PAROLE

 

Ideologie: cumuli di idee “a-peironiche”,

emersi da un Cielo indistinto,

fusi e confusi,

misti e frammisti.

Idee in parole e viceversa,

parole ideali,

idee verbali,

verba” ermeneutiche,

interpretative di fatti e di non fatti,

esecutive di misfatti,

pragma” verbali,

weltanschauung”,

visioni su visioni

per visionari,

per profeti,

per grilli parlanti,

parlanti a favore e anticipatamente,

parlanti a vanvera.

Si parla e si riparla.

Un plus-valore smodato di parole,

di parolai,

di tuttologi,

di neo-sofisti.

I mass-media parlano e sparlano,

verbalizzano e blatterano,

ideologizzano con incastri di parole,

labirinti di ideologie,

tortuosità in parole,

di parole in ideologie.

Incesti di idee parlate,

tabù di “verba, quae non sapienda sunt”,

incrinature e crisi in “apertis verbis”,

concerti parlati in spaccata,

balle lacerate di filosofi non profeti,

chiare e inservibili parole arrugginite dall’umido capitalismo,

vocabolari secolarizzati,

sintesi semantiche non deducibili in volatili e volubili analisi

nel quotidiano tanto parlare per etere e per cavo,

per bocca e per immagine.

Attimi scordati sulla chitarra sonante del tempo

tra storie incrociate,

cruciverba di miserabili torme

con dittature sacre e profane di sedicenti messia,

Caesar”,

Czar”,

papi e papisti,

guelfi e neo-guelfi,

guelfi e ghibellini,

laici lerci e affamati,

ubriachi della politica e della Storia,

una Storia non storicizzata,

che non trapassa e non si evolve,

una Storia alternativa e popolare,

ignota come il milite che non sa e non ha saputo mai di sé,

una Storia che non si è fatta Pensiero e Azione

come voleva don Benedetto Croce,

una Storia che è rimasta senza storia

a didascalizzare il vietato e il non-impedibile,

regolarmente punito perché irrazionale e neurovegetativo.

Quando sorgerà il Sole in Occidente?

Quando sorgerà il Sole là dov’è tramontato?

L’alba sarà quando nascerà il Pensiero alla luce del Sole

come simbolo di irrazionali architetture.

L’alba sarà quando vedrà la luce il Pensiero innocente,

il Pensiero bambino,

incorruttibile,

non compromesso con logge massoniche,

in-fante”,

che non sa ancora parlare,

ricco del suo senso e del suo significato,

significante,

portatore di “signa”,

di nulla reo e di tutto sapiente.

Il Pensiero bambino arriverà` sulle ali di cavalli fantasiosi

che come farfalle

si poseranno sui vari tabù del Sapere ufficioso,

del Sapere ufficiale.

Un Pensiero bambino di tutto curioso e di nulla sicuro,

un Pensiero innocente senza “Super-Io”,

intriso di amniotico “Es”,

orgoglioso del suo “Io”.

Un Pensiero bambino,

coscienza di libertà,

saputello e giovanile,

senza pretese di fatti,

di incarnazioni,

di trinitarie disposizioni,

di magiche virtù,

di esigenze storico-teologiche,

di contaminazioni nell’ “insù”,

nel “fuori di Se´”,

nel sospirato ritorno “a Sé e in Sé” dopo alienazioni impensate,

mai pensate,

eppur vere di cartesiana evidenza,

di bruniana furiosa eroica memoria.

Hanno inventato il mito del buon ebreo con la garanzia di Spinoza,

un Dio dotato di infiniti attributi e infiniti modi,

ma io sono un Pensiero innocente

e non mi lego a nessuno.

Accà nisciuno è fesso”!

Pensiero “scugnizzo”,

furbo quel che basta per non essere fregato dagli americani

che sono appena sbarcati nel porto di Napoli

per il primo giro d’Italia in questo tragico 1944.

Pensiero “putel”,

Pensiero “petel”

figlio di nessuno,

né dell’aristocrazia inetta,

né del clero parassita,

né del terzo stato dal ventre obeso e dalle mani sudate.

Io sono un Pensiero vergine,

non coniugato in comune o in chiesa.

Io appartengo soltanto a me stesso.

Un plus valore da capitalizzare,

ti assicuro.

Ah, se potessi spendermi,

investirmi,

lasciarmi fottere dai fottuti borghesi!

Io non mi coinvolgo per principio e per posizione.

Io non sono colpevole per assunto di base,

io non discendo dal peccato di Adamo o dal suo seme.

Io sono incontaminato dalla morte

e non ho colpe da espiare in vita.

Sono lindo e sono puro,

senza quel peccato della disubbidienza

che impedisce le tautologiche gioie

che si sciorinano di parola in parola,

di concetto in concetto,

di giudizio in giudizio,

per sillogismi,

come l’acrobata sul trapezio di un circo e senza rete.

La colpa si è cristallizzata in trattati,

dialoghi e “De rerum natura”,

in riti orfici e cannibalici

(mangiami tu, che ti mangio anch’io),

dalle parole onnipotenti e dai pensieri profondi.

Quanti imbrogli si ordiscono

e quante colpe si esorcizzano con parole aliene al medesimo “Fato”:

for, faris, fatus sum, fari”.

Chi ha detto “ciò che è stato detto”?

Chi lo dice ancora oggi in cantilene latine e con musiche gregoriane?

Io sono un Pensiero innocente

e non ho l’arroganza della “autoctisi”,

dell’atto del Pensiero pensante in atto.

Io sono ancora nel grembo dei simboli.

Lasciatemi pensare senza categorie,

senza “a priori” e “a posteriori”,

senza leggi e senza modi.

In me tutto e` centro e tutto e` periferia, o divin Cusano!

Intuisci un poligono di infiniti lati coincidenti in cerchi mirabili?

Non sono bolle di sapone,

ma verità mirabili in assenza della ripudiata scienza,

in attesa dell’addiveniente dio,

quello che non si vede ancora

nonostante che il vecchio Dio sia morto da tempo.

Non è notte ancora,

né dì.

La terra di nessuno,

il West,

è il luogo dove pasce il Pensiero bambino.

Dov’è il luogo?

U-Topia!

Il Non-Luogo?

Identica U-Topia!

Un Pensiero anoressico,

che non vuol crescere con una madre occidentale,

con una donna vecchia e smunta sulla via del tramonto ormonale.

Un Pensiero anoressicamente sano,

autopartorito senza travaglio: né grida o grandi gesta.

Io non ho verità da barattare,

indulgenze per anime in pena,

purgatori e meriti di santi in abbondanza

da contrabbandare con pacchetti di Marlboro.

Io non ho il triviale,

l’opinabile “doxa”,

le utilità moralistiche

quali verità forti per un Pensiero debole.

Lascia che cardinali pasciuti e politici ambigui

sghignazzino in Campidoglio in difesa della patria e del potere,

difensori unici di interessi costituiti in botteghe alternative,

intolleranti e fanatici supervisori di atti inconsulti.

Io mi affido agli umili personaggi

che attraversano la Storia senza coscienza sotto il nome di popolo,

loro malgrado o loro bengrado,

uomini costretti a scantonare al momento opportuno

in una morte volatile che tutto travolge,

vittime degli indifferenti qualunquismi di chi ha il potere,

uomini che non hanno scelto di essere nessuno

e che si ritrovano nel nulla o nel quasi nulla

per necessità ed egoistica rimozione.

Dimenticare e` un meccanismo infausto di difesa

che, se aiuta a sopravvivere,

lascia di merda chiunque vi ricorre.

Tu non fidarti!

Affidati alla riflessione bambina di un Pensiero innocente,

debole e tollerante,

ecologico e dionisiaco,

che accetta e non rifiuta,

comprende e non condanna,

un Pensiero che vive dell’oggi

e nasce dal presente di un “carpe diem”,

verità di un attimo fuggente da fissare

che non necessariamente troverà la sua Leuconoe,

la “donna dalle bianche braccia”,

disposta a farsi sbattere

da un perfido Quinto Orazio Flacco in tanta vena di potta.

 

Tratto da “La cosa parla” di Salvatore Vallone

 

 

MUTATIS MUTANDIS

Carissima e adorato,

questa è una lettera,

una lettera speciale per un essere speciale,

la mia lettera per te.

Questa è la mia lettera per te,

o amato bene della Valle dell’Anapo,

là dove crescono mirtilli osceni e papiri esosi.

Il mio pensiero va a te,

oggi come altre volte,

mille altre volte.

Cosa dico?

Come mille e mille e altre mille,

più uno per la mancia all’infermiera,

come i baci che Gaio Valerio prenotava all’amata Lesbia

per un soggiorno sacralmente impuro

nella dependance del lago di Garda,

in quel di Sirmione.

Il mio pensiero vola da te,

oggi come altri oggi,

ieri come altri domani,

finché l’arrossarsi dei cirri annunzia il giorno che muore.

E’ importante che tu lo sappia.

Aliquam sit, amet quam scire.

E’ importante

come una giornata di nebbia per un contadino mantovano,

è importante per me,

altrimenti mi perdo nel solipsismo della mia realtà

di soggetto senza oggetto e predicato verbale,

di atto stonato nel coro delle veraci voci del popolo,

di ardita analisi logica nelle scuole del Fascio dei combattenti,

di concetto disarmonico di alta semantica,

di quantum atomico senza qualità invisibile.

I taggia dicere

che tu, per me, sei due mani sapienti

che pizzicano un’arpa delicata,

che inforcano una tromba carnosa,

di Eustachio o di Falloppio,

a votre plaisir, madame Bovary,

tra strazianti dolori attendendo la morte al gusto di cianuro,

a votre plaisir, monsieur Jean Paul,

tra immense volute attendendo la morte al sapore di bluette Gauloise.

Cosa vuoi,

mia cara,

questo è il prezzo della gloria,

quella che non ribassa mai i prezzi,

quella che non fa sconti ma soltanto saldi

a Malta come a Saint Vincent,

la Gloria della casa chiusa di via delle Vergini al civico 23.

Sai,

mi è stata regalata una bellissima raccolta di poesie di Derek Walcott,

un poeta che amo come si ama un amante,

con fiducioso abbandono,

con giusta ironia,

un cofanetto discreto come un educando,

avvolto di velluto amaranto con dentro quei libri

che t’insegnano ad amare quello che tu sai,

come tu sai che io amo

prima di questa lettera e di questa lettura.

Scrive bene e compone ancora meglio

il creolo delle Antille con i baffetti a sbuffo

che beffeggia gli Inglesi e la loro lingua universale,

gli Svedesi e i loro premi orribili e cosparsi di polvere da sparo,

l’uomo che ama le creole dalle brune aureole

e nei suoi versi profonde il miele dei favi iblei,

i melograni e i fichi d’India del vallone Carancino,

un bene UNESCO per le persone civili,

una discarica per gli indigeni.

Le ho lette tutte le poesie di Derek,

le ho lette assieme a te

nella toilette argentata e nel soggiorno amaranto,

erano tue,

erano mie,

erano piene di isole e di mare,

di nausea da calamari fritti,

di luce estiva alla Gattopardo,

di luoghi irrinunciabili ai non credenti,

di luoghi comuni ai novax del quarto cesso del cavaliere Pisciotta,

cornici del dolore sordo di una mente sivax votata al pensiero,

di un corpo adibito e abilitato agli atti impuri e osceni.

Mi piacerebbe fartene dono,

un giorno,

forse domani,

forse giammai,

sicuramente ieri,

quell’ieri che tarda sempre a venire,

quell’ieri che tarda per tutti a diventare oggi.

Non disperare, orsù!

Vedrai tu

se darmi un indirizzo presso un ufficio postale o un bordello nostrano

o qualsiasi altro posto che non scalfisca la discrezione degli alcolisti

e la buona creanza dei democristiani o dei pidocchi piduisti.

Altrimenti,

le leggerò per te dentro le stanze della mia mente,

al sicuro dai torsoli e dal sangue,

dalle cicche di Marlboro e dai mezzi culi delle spiagge,

deretani bellissimi e imperanti al sole di questa impietosa estate.

Tu scrivimi sempre e scrivimi qualcosa.

Spedisci il tutto in via dei Matti al numero 0,

zero per la precisione e per il Fisco,

presso la casa di Sergio,

l’amico di Teresa,

quella della rosa rossa camuffata,

quella timorosa del pubblico ludibrio.

Lì troverai anche Stefano e Valentina

che suonano pop e cenano rock,

Stefano con le sue giacche introvabili e imperdibili,

la Vale con le sue immancabili scollature a V,

senza il reggiseno criss cross della Playtex,

quello extra che confonde le orbite pudiche dei non vedenti.

Per il resto, mia cara,

tutto è sempre disuguale e disadorno

in questa valle di lacrime

dove anche Maria ha scelto di piangerci sopra

per continuare a sperare in un mondo canaglia

intessuto di vaccini di tutti i tipi

e di mozzarelle filamentose e color viola,

come i tuoi mirtilli in calore umano.

Io apro gli occhi e ti penso,

ti penso

e ti immagino all’opera.

l’opera agricola e l’opera dei pupi,

in mezzo agli ulivi essiccati dal sole acerbo,

tra i nodosi mandorli non più in fiore,

tra le arance rosse della signorina Rosaria,

quelle sanguinelle tardive come il mestruo

quando l’uovo è stato fecondato,

tra i melograni della procace Proserpina,

tanto simile alla principessa inglese dai mille amanti,

costretta al coito con il rude Ades

o alle carezze dell’affettato don Carlos del Galles.

Io ti immagino e ti penso

nella piena capacità di godere delle meravigliose disarmonie della natura,

di sopportare le ordinarie minacce di una vita lunga e onesta

e quelle straordinarie di ogni mare in tempesta.

Cura ut valeas, amico mio e amica mia!

La vita è ombra,

è l’ombra di un sogno che fugge,

una favola bella che finisce,

il vero immortale è Eros,

è Thanatos,

il sogno che ieri t’illuse,

che oggi mi illude,

Erminda.

Ma tu ti chiami Silvana,

la donna delle selve,

femina silvarum,

là dove il lupo e l’orso fanno combutta

con la postina della Valsugana.

Cura ut valeas, amica mia e amico mio!

Ma tu ti chiami Silvano,

l’uomo ruspante delle selve,

vir fallicus,

non quello del dottore Enzo

che faceva combutta con Giobattino.

Prenditi cura di quel corpo

che ospita lo splendore della tua mente,

maschera visibile dell’Ente invisibile.

Sii felice,

quando possibile e il più possibile,

ama la vita,

le donne,

gli uomini,

le parole,

i gatti che dormono senza ansia,

i raggi obliqui del sole sui contorni del mondo.

Ricordati sempre del tuo rifugio

anche quando il morbo del doctor Alzheimer ti bracca le meningi.

Noli timere,

è soltanto un fantasma di morte doc e dop,

originale come il Barbazucon,

tempestoso come il Mazariol,

pennuto come il Madorin.

Il tempo è passato

e tu sei diventato e diventata anche il mio asilo politico

in tanta donna di provincia e in tanto bordello.

Mutatis mutandis,

mia cara e mio caro,

perché la vita è bella

e la voglio vivere sempre più.

Sava

Carancino di Belvedere 05, 08, 2021

 

NON DISPERARE

Ieri era un oggi di tanti anni fa,

un giorno magico da festeggiare

tra parole e silenzi,

sorrisi e risate,

ricordi e desideri,

nostalgie e tumulti.

Il cibo scorreva imperioso e burlone

sulla nostra tavola di rustico legno,

come i simboli migliori nelle poesie bellissime degli augusti poeti,

come le casse da morto dei poveri di spirito,

a ricordare le nostre identità di modesti figli di Zeus

che ricercano con desiderio pudico e immorale

quel quando saremo ancora insieme

a godere di un oggi presente e reale,

quello appena appena vissuto,

quello appena appena consumato,

un oggi consunto talmente vero e potente

da farci il bagno nelle giornate dell’ardente Agosto

nella baia di Brucoli putrida di turisti increduli,

sotto le stelle infami e invidiose,

sotto il solleone feroce e africano,

sotto noi due in cerca di sontuoso feeling.

Quante cose volevamo dire e fare prima di morire

per colmare le lacune

che il tempo bastardo

aveva infilato nella nostra povera memoria

tra il chi eravamo e il chi siamo,

noi,

sempre noi,

i figli di quelle luminose stelle

che da lassù, sornione, ci stanno a guardare

e da quaggiù, preziose, si lasciano ancora amare.

E mentre ti parlo,

le tue ceneri mute mi dicono di non disperare.

Passi sicuri sui freschi sentieri,

parole nude dei nostri pensieri,

di memorie spente dal tempo

a fare la mente leggera.

Era ieri,

ma già ora è un altro dì

ad accusare la solitudine di tante ore,

dove gli occhi e il cuore

guardano ansiosi

a sperare altre nuove.

Attesa vana a volte pare,

ma tanta forza dice di non disperare

che la luce ritornerà.”

La luce ritornerà ancora domani,

ci sarà un altro giorno,

ci sarà un altro dì e un’altra notte,

ci sarà un altro sole e un’altra luna,

ci saranno ancora anche senza di te e senza di me.

Ma dimmi,

orsù e per sempre,

cosa ci fai alle otto del mattino e vestito di bianco

sul marciapiede della linda stazione di Conegliano,

proprio tu che da Augusta hai preso il treno per Roma

e vestito di nero?

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 19, 07, 2021

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 5

Quis multa…

Quis multa gracilis te puer in rosa
perfusus liquidis urget odoribus
grato, Pyrrha, sub antro?
Cui flavam religas comam

simplex munditiis? Heu quotiens fidem
mutatosque deos flebit et aspera
nigris aequora ventis
emirabitur insolens,

qui nunc te fruitur credulus aurea,
qui semper vacuam, semper amabilem
sperat, nescius aurae
fallacis. Miseri, quibus

intemptata nites: me tabula sacer
votiva paries indicat uvida
suspendisse potenti
vestimenta maris deo.

VERSIONE LETTERALE

A Pirra

Quale fanciullo snello tra tante rose
asperso di profumi odorosi si stringe a te,
o Pirra, dentro una compiacente grotta?
Per chi annodi la bionda chioma

semplice per le eleganze? Ahimè quante volte
piangerà la fedeltà e gli dei cambiati e le acque
sconvolte da neri venti
guarderà stupito,

lui che credulone ora ti gode splendida,
lui che sempre libera, sempre amabile
ti spera, ignaro del vento ingannevole.
Infelici coloro ai quali

tu risplendi integra: la sacra parete
con la tavola votiva indica che io
ho appeso al dio potente del mare
i vestiti inzuppati.

VERSIONE LETTERARIA

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

COMMENTO

La prima questione verte sull’identità di Pirra.
Chi è Pirra?
E’ una donna viva e vegeta che Orazio ha amato con tanto trasporto dei sensi per essere poi ripagato con un tradimento o con una serie di imbrogli fedifraghi?
E’ il fantasma della seduzione femminile, introiettato durante l’infanzia nel corso della sua formazione psichica, depositato nella sua dimensione profonda e proiettato in maniera inequivocabile e terapeutica nei suoi prodotti poetici?
Il nome Pirra può riferirsi alla realtà del colore rosso fuoco dei capelli della donna o simbolicamente può riguardare l’ardente forza amorosa e l’indole particolarmente caustica della donna nei confronti dell’universo maschile.
Pirra è una donna reale e fascinosa che Orazio vive in maniera paranoica e condensa nei versi dell’ode per rilevarne l’inaffidabile seduzione.
Il nome è antico e rievoca il mito di Pirra, la progenitrice delle donne scampata insieme al marito Deucalione a quel diluvio universale che Zeus aveva scatenato per punire la malvagità degli uomini.
La mitica Pirra era una donna giusta e privilegiata dal Cielo olimpico, una donna eletta dagli dei e sopravvissuta alla catastrofe naturale in versione mitologica greca, una donna che ripopola il mondo nella sua componente femminile gettandosi alle spalle le pietre che simbolicamente rappresentavano le ossa di Gea, la dea madre.
La Pirra descritta da Orazio non è certo una progenitrice delle donne e tanto meno rientra nel ruolo della benefattrice dell’umanità; la Pirra di Orazio possiede una forte ambivalenza psichica e morale, oscilla tra “Eros” e “Thanatos”, tra la vita e la morte, tra il bene e il male, tra il piacere e il dolore, la sindrome di Afrodite e della sirena, un connubio fascinoso di maschile e femminile.
Pirra è provvida e gratificante nei confronti dei suoi maschi perché è fonte di godimento sensoriale, ma guai a quegli uomini che a lei si affidano attraverso i sentimenti e peggio ancora avanzano pretese di possesso della sua femminilità, una dimensione intesa nella duplice valenza del corpo e del carattere.
In questo infausto caso è assicurato un terribile naufragio, un disastro amoroso che comporta l’alienazione e la perdita di sé.
Pirra è stata certamente amata da Orazio con trasporto di sensi e con rischio di sentimenti, ma il poeta ha avuto l’accortezza di non abbandonarsi ingenuamente alla volubilità della donna, una mutevolezza simile a quella del mare nel suo naturale trapassare da calmo a tempestoso nello spazio di breve tempo.
Orazio si era già trovato nella tremenda tempesta emotiva della gelosia e si era invischiato in maniera struggente nel personale fantasma di ipotizzare un maschio, più potente di lui nell’esercizio amoroso, che insidia il suo possesso, oggi la volubile e inaffidabile Pirra, ieri la spergiura e infedele Neera.
L’epodo XV, nei versi 1…6 recita sul tema della volubilità femminile in questo modo:
“Nox erat et caelo fulgebat luna sereno
inter minora sidera,
cum tu, magnorum numen laesura deorum,
in verba iurabas mea,
artius atque hedera procera adstringitur ilex
lentis adhaerens bracchiis,“
“Era notte e la luna brillava nel cielo sereno
tra le stelle minori,
quando tu, pronta a offendere la potenza degli dei sommi,
giuravi sulle mie parole,
stretta a me con le braccia abbandonate più fortemente
che non si avvinghi l’edera all’alto leccio,”.
Neera è la donna spergiura a cui Orazio si rivolge in questo epodo senza struggimento e senza rancore, quasi con una freddezza che sa di delusioni superate e di esperienze umane proficuamente acquisite.
Orazio poteva approfittare del verso giambico per aggredire l’inaffidabile Neera e per esternare la sua giustificata misoginia, ma in lui prevale sull’istinto aggressivo un intento poetico e un’ispirazione lirica che si esprimeranno in maniera costante nelle successive opere.
La discutibile e discussa figura di Neera ritorna nel carme III, 14, versi 21 e 22, sempre connotata da un misterioso fascino e da una delicata sensualità, quasi a confermare che Orazio è ambiguamente attratto da un tipo di donna che poi possibilmente condanna per la precaria affidabilità.
“Dic et argutae properet Neaerae
murreum nodo cohibere crinem;”
“Dì a Neera dalla bella voce che si affretti
ad annodare la treccia color di mirra;”.
I connotati del fascino di Neera sono la bella voce e i rossi capelli, oltremodo degni di essere raccolti in una treccia con la premura di una donna amante che si dispone alla seduzione amorosa o si stacca dall’amplesso sessuale.
La voce bella e i capelli rosso bruno nella cornice di un bel viso sono attributi femminili che Orazio predilige e che ricorrono con frequenza nelle poesie dedicate alle donne che a diverso titolo si sono alternate nelle sue predilezioni estetiche, sentimentali ed erotiche.
Anche la figura di Lidia nel carme III, 9, nei versi 1…4 e nei versi 17…24 conferma l’ambivalenza psicologica di Orazio nei confronti dell’universo femminile.
“Donec gratus eram tibi
nec quisquam potior bracchia candidae
cervici iuvenis dabat,
Persarum vigui rege beatior.“
“Finché ti ero gradito
e nessun giovane più forte cingeva le braccia
intorno al tuo candido collo,
sono vissuto più felice del re dei Persiani.”
Dall’analisi dei versi si evince ancora una volta il fantasma della labilità affettiva femminile, della precarietà temporale nella vita amorosa e della minaccia incombente di un uomo più prestante nel cuore e sul corpo della donna.
Questi tormentati vissuti psichici non dispongono decisamente alla felicità, sia nella forma della “eudaimonìa”, la disposizione della mente e del corpo in versione socratica e aristotelica, sia nella forma della “atarassìa”, la disposizione della mente e del corpo in versione scettica ed epicurea.
La presenza di un “buon demone”, una buona vitalità, o la “assenza di angoscia”, l’imperturbabilità dell’animo, sono un traguardo arduo da raggiungere, dal momento che persiste in Orazio a livello psichico profondo un pessimismo nei confronti dell’universo femminile, un vissuto negativo maturato sicuramente durante l’infanzia e riferito alla madre, una figura determinante nella formazione psicologica e prevalentemente rimossa che inevitabilmente ricompare traslata nelle varie donne di cui immancabilmente Orazio è attratto nella buona e nella cattiva sorte.
E’ opportuno rilevare che della madre il nostro poeta non fa alcun cenno nelle sue opere e all’incontrario presenta spesso la figura paterna come determinante nella sua educazione e nella sua formazione psicologica.
La “eudaimonìa” e la “atarassìa” impedite pregiudicano anche la felicità intesa come “edonè”, piacere dei sensi, a causa dello struggimento che comporta il sentimento della gelosia.
Orazio ha sempre un conto sospeso con la donna e in particolare con le sue donne come si deduce dalle tante poesie in cui domina l’elemento femminile contraddistinto dai soliti opposti sentimenti e dai soliti ambigui contrasti.
Consideriamo il sentimento della nostalgia, il desiderio della riconciliazione e il senso estremo dell’amore riferiti alla figura di Lidia e di Cloe sempre nel carme III, 9, versi 17…24.
“Quid si prisca redit Venus
diductosque iugo cogit aeneo?
Si flava excutitur Chloe
reiectaeque patet ianua Lydiae?
Quamquam sidere pulcrior
ille est, tu levior cortice et improbo
iracundior Hadria,
tecum vivere amem, tecum obeam libens.”
“Cosa diresti se l’antica Venere ritornasse
e noi separati costringesse in un giogo di bronzo?
Se la bionda Cloe fosse scossa giù
e si riaprisse la porta per Lidia respinta?
Sebbene quello è più bello di una stella,
tu più leggero di un sughero e
più irascibile dell’ingiusto Adriatico,
con te amerei vivere, con te volentieri morirei.”
Ritornando all’analisi della figura umana di Pirra, è opportuno rilevare che al posto dello struggimento per la naturale tendenza della donna al tradimento Orazio esibisce una lucida coscienza sulla natura femminile, dimostrando anche di aver adeguatamente razionalizzato i suoi fantasmi psichici sulla parte negativa dell’universo femminile e di avere in tal modo vanificato i suoi tormenti, per cui riesce finalmente a guardare con sorridente comprensione sia la donna e sia il “gracilis puer”, quell’uomo giovane e avvenente che lo ha sostituito nelle grazie di Pirra.
Al contrario di lui e per contrasto Orazio si reputa sano e salvo come un abile e fortunato marinaio che dopo un naufragio, un naufragio d’amore, può ancora ringraziare il dio del mare che lo ha voluto tra la sacra lista dei sopravvissuti alle pene infernali delle onde e dell’amore.
Al giovane inesperto ed ingenuo si oppone il poeta ricco della sua maturità di uomo e della coscienza di sé grazie alla sua esperienza di amante della stessa donna e di navigato conoscitore dell’universo femminile.
In ogni caso la considerazione della donna risulta sempre deficitaria e ambigua nel versante umano, sentimentale ed erotico, una ostinata misoginia associata a un drastico fantasma personale.
Pur tuttavia Orazio ritiene che l’amore sensuale sia una panacea per la malattia esistenziale dell’uomo, ma è accorto nell’evitare la sua possibile degenerazione in una fonte di ulteriore dolore.
Un compiaciuto sollievo e un sottile rimpianto sono condensati nelle vesti ancora umide e appese come “ex voto” alle pareti del tempio del dio del mare; l’autoironia domina nella figura del naufrago scampato alla tempesta.
L’ode è leggera e raffinata, cosi come convenzionale è il tema della volubilità femminile.
Esiste su questo tema un preciso riferimento al grande poeta greco Anacreonte: frammento 65 G.
“Duro, il mio pugilato:
ora emergo e sollevo
il capo, e a te, Dioniso,
io rendo grazie, ché ho fuggito Amore
………………………………
porti il vino nell’anfora
e porti l’acqua…
e chiami….
la grazia……

La struttura dell’ode è complessa e articolata con legami tra le parti che attestano un calibrato “labor limae” e una preziosa capacità tecnica e formale che contribuiscono insieme all’ironia a sollevare l’ode dalla piatta autobiografia all’universalità del vissuto.
Del resto il tema della natura sentimentale ed erotica femminile ricorreva negli epigrammi ellenistici, un repertorio che costituisce per Orazio un vasto serbatoio a cui attingere con la sua arte finemente allusiva al di là della convenzionalità lessicale.
Giusta considerazione meritano le metafore marine: il mare e la tempesta, la donna e il tradimento, figure retoriche diffuse nella letteratura greca e latina per evidenziare sempre l’instabilità emotiva e la fallacia sentimentale della donna insieme alla sua tendenza fedifraga.
Nell’ode III, 26 Orazio esprime il suo tormentato anelito verso Venere e il mare con i significati simbolici annessi.
“Vixi puellis nuper idoneus
et militavi non sine gloria;
nunc arma defuntumque bello
barbiton hic paries habebit,

laevom marinae qui Veneris latus
custodit. Hic, hic ponite lucida
funalia et vectis et arcus
oppositis foribus minacis.

O quae beatam diva tenes Cyprum et
Memphin carentem Sithonia nive
regina, sublimi flagello
tange Chloen semel arrogantem.”

“Sono vissuto fino a ieri idoneo alle fanciulle
e ho militato non senza gloria;
ora le mie armi e questa cetra
veterana staranno qui, alla parete

che protegge il fianco sinistro di Venere
del mare. Ecco, le fiaccole di luce,
qui a questo punto. E gli archi minacciosi,
le leve per forzare porte ostili.

Ma tu dea che sei signora a Cipro
e in Menfi dove mai cade la neve,
regina, con la punta della sferza
tocca una volta Cloe, fanciulla presuntuosa.

Si rileva il trasporto sentimentale e nostalgico nei confronti di Cloe, una presenza femminile costante e sempre inquietante, così come non si può tralasciare il distacco emotivo di Orazio dalle dinamiche psicofisiche e relazionali classiche della giovinezza.
Il poeta attesta infatti un’incapacità di pathos, una freddezza supportata e compensata ampiamente dall’ironia, quella sua vena ironica maturata nel tempo e nel travaglio delle esperienze vissute.
Questo bagaglio esistenziale viene espresso senza la contaminazione formale di questa o di quella scuola letteraria, dal momento che è autentica e appartiene tutto all’uomo Orazio.
L’ombra malinconica del distacco di un uomo maturo dal fascinoso gioco della vita si staglia nitida nel tappeto del tempo e con leggerezza apparente e grazia elegante si dispone secondo le linee d’ombra di uno stile armonico nell’architettura e nel colore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 17, 03, 2021

A ME STESSA

Rieccomi.

Emergo.

Emergo e penso.

Penso che la ricerca di sé è una necessità di sapere,

una difficoltà di accettare,

accettare il non conosciuto,

accettare ciò che sembra di non ricordare,

accettare ciò che sei

anche quando quello che vivi ti piace poco.

Accettare ed essere grati.

Queste sono le chiavi di volta della Vita,

con l’Amore padrone indiscusso.

Non solo l’amore verso gli altri,

obnubilazione del proprio essere,

ma anche quell’amore che,

amando l’altro,

non mi permette di dimenticare me stessa.

Quello che le Madri insegnano è l’inverso:

amare gli altri anche a discapito di se stessi,

soprattutto quando mettono i nostri fratelli

nelle mani del nostro accudimento

perché, a loro parere, sono più fragili di noi.

Ma la fragilità è nascosta nelle pieghe dell’anima,

dietro parole, sorrisi e allegria,

e ricorda a gran voce che è nei modi più disparati,

soprattutto in quel senso di inadeguatezza

e nella voglia di chiudersi in casa,

al sicuro,

o in quell’ansia che sbuca fuori come un ladro,

all’improvviso.

Le mie fragilità sommerse hanno deciso di bastare a se stesse

facendo credere al mondo,

quel mondo attento soltanto ai miei sorrisi,

che non ho bisogno di niente.

Per questo mio niente io chiedo

e chiedo ancora di sapere di me.

Cercare di sapere cosa nascondono le mie profondità

è forse l’unico modo che conosco di chiedere

all’unica persona dalla quale io pretendo di avere e di ricevere:

me stessa.



Carmen Cappuccio



Siracusa, 20, giugno, 2021



MASSIMA ALTEZZA NELL’EMISFERO NORD

Lasciami dire del nido dei merli in mezzo all’edera,

del malvone sgraziato ancora nudo,

senza memoria alcuna del suo fiore,

di quello che già c’è e di ciò che non c’è ancora,

del lauro selvatico che da solo sembra una foresta sconfinata,

del muro a secco pieno di bestiole,

del chiasso di cicale sfaccendate,

dei grilli sempre in frac dentro all’estate.

Lasciami dire delle albe illuminate

che spostano il mio senso del presente

quel tanto che io possa immaginare un tempo

senza coda nel passato e senza muso di cane sul futuro.

Lasciami dire che ho pensato tanto senza pensare a niente,

ma solo per tenerti nella mente

mentre spargevo semi alla carlona

dentro un pezzo di prato sgangherato,

così,

per fare qualcosa di importante.

E avevo torto.

E avevo ragione.

Sabina

Trento, 20, giugno, 2021

ALL’APOLLINEA LIDIA DI ORAZIO

Parla,
o Lidia,
e il mio cuore respirerà.
Il silenzio è oro,
ma io voglio restar povero
e sentire la tua voce.
Parla
e non fermarti mai.
Se tu parli,
leggerai nei miei occhi quanto ti amo.
Tecum vivere amem.
Io ti ascolterò senza dir niente
e la mia anima candida parlerà il linguaggio del cuore,
mentre le tue labbra si muoveranno ancora in dolci note
che salgono in cielo
e ricadono nel verde tappeto della vita,
nelle timorose attese di una giovane speranza.
Tu parla,
o bella Lidia,
tu parla perché il mio cuore respira.
Non farmi morire con lunghi silenzi
che sanno di tristi pensieri,
che odorano di lapidi senza nome.
E’ la morte
se la tua voce si ferma.
Tecum obeam libens.
Parla,
o monumentale Lidia,
e veloci le tue parole alla notte ruberanno le luminose stelle
e io le rincorrerò come pazzo assetato di cielo.
Parla,
o Lidia dal seno esposto,
perché,
se non parli,
bevi soltanto il respiro della tua vita.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 30, 10, 1979

LA MAGIA DELLA POESIA

Il poeta è così.
Già, così!
Il poeta è prodigo di senso.
Il poeta non possiede i significati dei suoi sensi.
Il poeta è libertario perché è libero,
è libero dentro e fuori,
è libero di fare e di brigare,
di combinare,
di evocare,
di tirare fuori,
di contaminare,
di rubare,
di associare il visibile e l’invisibile come Freud,
di realizzare il possibile e l’impossibile come Teresa,
di dare in pasto i suoi fantasmi ai gladiatori nel Colosseo come Nerone,
di piangere come un bambino
che non ha imparato Pianto antico a memoria
perché il piccolo Dante lo faceva piangere,
come Salvatore.
Il poeta s’en fous dell’editore
e della sua preziosa carta straccia
che puzza di inciucio e di fottisterio.
Il poeta è come Jacob nel lager,
compone con Ilse e con Andrea,
inquacchia con i pennelli i colori delle sue parole,
verba quae volant,
verba quae sapiunt,
verba quae nesciunt,
parole che non cercano alcunché
e nulla valgono al cospetto dell’Ente
che in principio le pronunciò creando:
sia il poeta et poeta factus est.
Il poeta è un piccolo dio e un grande fornaio,
vedi Pablo,
un infante che non sa parlare come Jacob o Slomo,
come Tommaso e Mariapia,
come tutti i dislessici e gli autistici dell’universo,
il poeta parla per loro,
diventa un verso
e porta con sé un vocabolario,
il suo,
come dono per i più fortunati,
i muti nelle corde vocali ma non nel cuore.
Questo suono vuol dire poesia,
vuol dire voce e grido e cadenza,
uno stato di quiete che si accovaccia ai piedi della tragedia,
l’eco di un canto di speranza
che accompagna il tormento,
che si tatua sulla pelle sottile dell’infanzia.
Il poeta entra anche nell’orrore
e ne esce pulito.
Oggi anche tu sei Jacob,
anche tu sei Alan a viso in giù sulla sabbia gentile di Lampedusa,
anche tu sei my baby nelle grida della madre disperata,
anche tu sei Rosetta Nascimbeni,
anche tu sei Dante Carducci,
anche tu sei Pirro Viviani,
l’amico di Giovanni Pascoli
su cui disse le orazioni dovute
per un buon esito della gita nella campagna romagnola dell’aldilà.
Il poeta è ricco di fantasmi
e li sparge per i campi fertili in lungo e in largo.
In questo il poeta è un bambino:
usa il fantasma
e va per libere associazioni,
lavora per se stesso e non tende all’universale,
non aspira al premio di Venegazzù nella civile Svezia.
Se ti ritrovi e ti evochi,
il poeta è per te,
altrimenti va bene lo stesso,
tutto va bene,
tutto va ben madama la marchesa
e in bocca al buon lupo,
tutto va ben,
tout va tres bien.
Sarà per la prossima volta,
magari quando anche tu proietterai i tuoi fantasmi
alla ricerca di una eco nella gente,
nel prossimo che ti circonda
e che ha tante storie uguali alle tue da raccontare,
ma non ha il coraggio di dirle.

Questo furto è stato operato da Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 05, 2021

DEDICATO AD ANDREA

Caro amico,
da tempo non ti si vede per le calli della marca trevigiana,
terra di conti, marchesi, vassalli, valvassori e valvassini,
terra di servi della gleba in odore di borghesia rurale,
terra dei futuri miracoli industriali, visibili e invisibili,
terra dei miracolati del nordest storico e geografico,
terra della Liga stupida e crudele e dei crumiri mercanti della lana,
terra dello spritz frizzante al Campari e dello spiedo alla salvia lucens,
terra della grappa da bus che inciucca e ingroppa,
terra del tiramisù inventato dalla maitresse del casino di Cae de oro,
terra delle buone e belle fritoe da gustare soltanto a Carnevale.
Da tempo non giri per i sestrieri e i campielli di Venessia,
non girovaghi per i porteghi e i sottoporteghi di Cannaregio,
per i ghetti degli Ebrei e i vicoli della Giudecca,
non senti gli olezzi maligni della laguna
e delle fogne a cielo aperto nel nostro patrimonio umano e collettivo.
Da tempo il basco blu non copre la tua testa sopraffina,
i tuoi pensieri arditi di alpino mancato e di pacifista ostinato,
il tuo credo profondo di socialista devoto a Pietro e non a Bettino,
le tue idee felliniane di dolce vita e bianciardiane di vita agra,
i tuoi modi austeri di antico poeta e di modico contadino.
Finalmente non odori più di Nobel.
In culo gli Svedesi e tutti i ruffiani dei Vikinghi!
In mona le Accademie moleste e i conventi televisivi!
In stramona gli intellettuali di destra e di sinistra!
Tu eri troppo timido e modesto
per le ciurme infami degli avventurieri e dei pirati.
Ormai tu puzzi del sego dei nobili di cuore,
dei veri criatori di sensi e di significati,
di significanti e di neologismi,
di metafore argute e di allegorie saltate in quattro padelle,
di suoni molesti e di verba quae sapiunt,
parole sincere che sanno e hanno un sapore,
come il lesso di bue con il kren nell’osteria di Lino,
in quel di Solighetto,
come lo speo di pollo e costesine de maial nella trattoria della Clemy,
in quel di Labella in Follina.
Il camposanto di Collalto è la tua umile dimora
e alla gente onesta di campagna va ancora il tuo santo ritornello:

“pin piedin,
paladin,
pin penin,
mascareto,
dolze è il viso de la femena bea
che jeri jera putea.”

E noi?
Noi come facciamo senza di te?

Fen, fene?
Fon, fone?
Fasen, fasene?
Fasòn, fasone?

Noialtri canten co ti e co a siora Lily de Pieve
nel filò che si celebra stasera
nella stalla dei siori Zanzotto a Col san Martin.

Fen a Biadén,
fene a Biadene,
fon a Piavòn,
fone a Piavone,
fasen a Piovén,
fasene a Piovene,
fasòn a Cisòn,
fasone a Cisone.

Ahimè, ahimè!
Gente & gente accorrete!
Orsù, fé presto!
Il poeta è morto come la Toti,
il sacrestano Bepy insemenio spara le campane a morto
contro il cielo amaranto di Pieve di Soligo,
il popolo nobile si toglie il logoro cappello di feltro nero
e allaccia il miglior tabarro, sempre nero, per la festa,
la banda suona una intrigante mazurca di periferia,
una donna innamorata mormora la sua cantilena
come una nenia antica di rurale virtù,
una litania a metà tra il sacro e il puttano,
una canzone pop e comunista del miglior Vasco,
una marcia funebre da quaranta carati
con tanto di carro funebre e di cavalli neri
che seminano sul selciato palle di merda gialla
e odorosa di fieno fresco,
quello proprio di giornata,
come le uova della Bepa da Cadoneghe.
Il filò ritorna nelle promesse
e nelle speranze di questa donna innamorata,
un femenon intonacato di bianco con la falce lucente e affilata,
un femenon avvezzo ai tristi congedi,
una donna cannone sempre prona alle fusioni oscene
e senza compromessi tra le cosce.

Pin Penin,
fureghin,
perle e filo par inpirar
e pètena par petenar
e po’ codini e nastrini e cordèa.
Le xe le comedie e i zoghessi de chèo
che jeri la jera putèo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 27, 02, 2021

Post scriptum sempre di parole

Oh bambino,
piccolo e piccolino,
monellaccio e monellino,
tu che giochi con i bottoni di madreperla
e li cuci con il filo nella tua vesticciola,
tu che hai un pettine per pettinarti
e anche i nastrini e la cordella
per legare i codini dei tuoi capelli d’oro.
Queste erano le azioni,
questi erano i giochini di quell’omino
che ieri era bambino.

Varda che affari!
Il ragazzo promette bene,
il tosat va bene a scola,
ha la capacità di cogliere i valori del significante,
una naturale virtù dettata dalla sua vena musicale campagnola,
dai rumori che percepiva sin dal soggiorno nel grembo materno.
Varda, varda!
Il dovene promette ancor meglio,
va al Liceo classico Flaminio di Vittorio veneto,
sa di greco e di latino,
non tira sassi alle piante e in specie ai biancastri platani
che da Pieve portano a Solighetto in un unico filar.
Il giovane conosce Lacan e Chomsky,
l’è amigo de la Toti,
la Dal Monte, la soprano Antonietta Meneghel,

quea che piase anca al porzel de Gabriele.
Il dovene se la fa a Roma con Federico da Rimini
e le sue donne da salotto e da circo,
spupazza parole di tutte le risme
come dame dell’Ottocento in profumo di cipria
per coprire le naturali puzze,
presto sarà poeta affermato e conclamato in Campidoglio
con tanto di corona d’alloro
e di pennas de granturco e di biada.
Vana è l’attesa,
come tutte le vanitates vanitatum
di cui il poeta riempie il carrello del Despar,
del Conad,
dell’Eurospin,
del Lidl,
del Visotto di Oderzo,
del Penny market,
del Panorama de Conejan.
Verrà la Morte e avrà i suoi occhi.
E’ venuta la Morte e aveva i suoi occhi.
La Vita è stata onorata,
come la sua storia.
Onore ai caduti!
Il Silenzio è fuori ordinanza.

Pin Pidin
cossa gastu visto?
‘Sta piavoleta nua
‘sto corpesin ‘ste rosette
‘sta viola che te consola
‘sta pele lissa come sèa
‘sti pissigheti de rissi
‘sti oceti che te varda fissi
e che sa dir “te vòi ben”
‘ste suchete ‘sta sfeseta,
le xe belesse da portar a nosse,
a nosse composte de chéa
che jeri la jera putéa.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 03, 2021

ODI ET AMO

a Gaio Valerio Catullo

Odio i tuoi seni piccoli e superbi
che sfidano il mio sguardo con i loro occhi scuri
e mi invitano a carezzarli
muovendosi sodi in dolce ritmo,
armonia d’amore in cerca di una carezza che sazia,
avvizzisce la carne,
spegne un desiderio che scende,
che scende,
che scende.

Amo i tuoi seni bianchi e superbi,
frutti di melograno fiorito,
semi fecondi della vita,
fiaccole calde nelle fredde notti
che spingono a premere il viso
e a spegnere il sano desiderio che scende,
che scende,
che scende.

Ora son belli i tuoi seni,
duri e larghi respirano con affanno,
si alzano,
più forti risorgono,
s’abbassano umili
e risorgono,
si dondolano
come la vita che equilibrio non conosce,
non conosce,
non conosce.

Son viscidi come olio,
morbidi di muschio,
tumidi,
rugiadosi,
rossi di piacere,
lacrime che non scendono,
acini di pregni grappoli
nell’amoroso settembre che sfronda
che sfronda,
che sfronda.

Odi et amo.
Quare id faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior,
excrucior,
excrucior.

Io non amo,
io non odio i tuoi seni.
Ormai hanno imparato a vivere,
a godere,
a soffrire,
a morire,
mentre raccolgo il frutto del tuo grembo acerbo,
o indomita Lesbia.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, gennaio, 2021