SIGNORINELLA

ATTO QUARTO



Bei tempi di baldoria,

dolce felicità fatta di niente,

brindisi coi bicchieri colmi d’acqua

al nostro amore povero e innocente.”



Eravamo poco baldi

per far la giusta baldoria,

eravamo sciocchi e incontinenti.

I padri ci avevano castrato,

le madri ci avevan troppo amato,

le nonne lavavano i piatti dopo il parco pranzo:

ditalini rigati con la salsa e patate fritte una per una.

Felicità è assenza di affanno,

è presenza di un demone

che non turba le note vitali del nostro concerto.

Amami

per quello che è consentito dal codice Rocco:

un tutto che si ricongiunge con il suo nulla,

un maschio che cerca la sua morbida mela in Svizzera,

una femmina che cerca il suo melograno sulle pendici dell’Etna,

un androgino occultato nell’occulto dei giardinetti pubblici.

Brindiam,

su brindiamo, brindiamo, brindiamo!

Oggi è tempo di pace e di solidarietà.

Quanta acqua è passata fortunatamente sotto i ponti dell’eroico Piave!





Il Giardino degli aranci, 28, gennaio, 2024



Salvatore Vallone



LA DISPENSA

Tu mi ricordi la nostra casa,
il nostro nonsochè,
la materia prima e primordiale dei filosofi
nel sempre verde trattato di Emilio Paolo Lamanna,
quel qualcosa di modica qualità
che si sente nel nostro quotidiano andare verso la Vita.
Tu mi ricordi le nostre poche semplici cose
che non si lasciano appassire nella superbia di un bel corpo
come le pansè di Renato Carosone,
che non si lasciano smarrire sul sedile del metrò di Parigi
insieme a le Figaro e alla baguette,
che non si lasciano ingannare dagli orpelli del savoir faire
in un ristorante di lusso con tanto di carta dei vini e di menù.
Le nostre poche semplici cose
non ascoltano la voce ingannevole del domani,
si nutrono di un sobrio e tenero presente
che riversa sulla tavola di legno antico fiori variopinti di campo
e grappoli maturi di sole che inebria il corpo e la mente,
gladioli naturali granata e miele di Sortino negli Iblei,
cardi mariano spinosi e imbellettati a ricamo certosino,
tenere olive argentate di pace e citrigne al punto giusto per il palato,
neri mirtilli di piante perenni e amarognole con retrogusto lento,
e poi carciofi,
cicorie,
tenerumi,
spinaci,
radicchi,
patate,
cipolle,
peperoni,
origano,
timo,
peperoncino,
borragine,
tarassachi,
senape,
pagnotte di pane come seni intonsi di donne devote ai santi,
fragoline di bosco arrossate e antiche come le favole
di Esopo,
di Fedro,
di Hans Christian,
di Gianni.
Così ho sognato la nostra dispensa.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2021

DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN PRIMO PASSEGGERE

Apeiron,
mio caro Anassimandro,
il senza confine è la tua Verità?
E allora parlami di questo Indeterminato
che contiene gli atomi primaverili in fiore
ed esplode ancora nelle forme poetiche del Kosmos.
Cosa sarà mai questo tuo Infinito
per uno zoon politikon in cerca di guai
nell’agorà di Mileto o negli studi di Saxa Rubra?
Sarà etico ed estetico?
Sarà giusto, buono e bello
come i codici fascisti di un lindo bordello?
Sarà secondo virtù e secondo armonia!
Sarà secondo libertà e secondo necessità!
Lui disse,
ipse dixit,
e ogni cosa fu secondo la sua Specie,
fu buona, bella e giusta,
come in un prezioso film del grande Sergio.
Ma si sa,
mio caro mezzo prete strozzato,
che fatta la legge si trova l’inganno.
Siamo uomini di mondo
e siamo vissuti tanto tempo,
e non invano,
in questa valle di lacrime
con la statuetta di gesso della madonnina sul capezzale.
E allora,
mio caro solerte impostore e parolaio,
distinguimi,
determinami un corpo buono
per questo tragitto che si chiama la mia vita,
disegnami una sagoma armoniosa
per queste membra informi e ancora in odore di sesso,
indicami la strada spedita
per questo mio viaggio senza ritorno,
dammi un approdo che consola nel porto di Augusta
per una complicazione che si dipana e si disvela,
fammi essere la libera espressione di me stesso
senza migranti da accogliere e tribunali da visitare,
senza il solito scemo del villaggio dei Navigli
che si piscia addosso a ogni piè sospinto
dicendo di essere figlio della stampella di Enrico Toti.
Io sono una parte del Tutto.
Posso fare da solo,
grazie,
in splendida autonomia e in modica economia,
senza strafalcioni ed esibizioni clandestine,
senza salamellecchi in questa cosa nostra globale,
senza imposte occulte sul valore aggiunto,
senza P2 e P3 3 P4 e Pn,
senza di lei che fu la Pia,
nata a Spaccafunnu in provincia di Enna,
morta in Forlimpopoli di coronavirus,
spenta senza ossigeno per i suoi polmoni di latta,
avvezzi ai fumi della stube sudtirolese e delle Marlboro rosse,
la donna di quell’uomo insano
che disposando l’avea con la sua gemma
in una notte di mezza estate e di mezzo inverno,
in quella notte dei miracoli e dei miracolati.
In tanta Verità ancora qualcosa si nasconde
e le mie braccia muscolose non ce la fanno
a scavare tra le macerie di una pandemia assortita
in cerca del veleno giusto per morire.
Caro Apeiron,
caro Anassimandro,
caro Indistinto,
caro Infinito,
traiemi d’esta focora
che n’abio a volontade,
ne ho pieni i coglioni,
non abio abiento notte e dia,
nescio et timeo
nell’aspettare ancora nel giorno e nella notte
i passi di colei che solo a me par donna,
colei che oggi mi cerca a Samarcanda
tra i mercati esotici e le spezie rare,
tra gli odori orientali che sanno di puzza,
mentre io mi palpo i coglioni a Carancino
per sopravvivere tra tanti menagrami televisivi,
mentre io coltivo le mie patate a Carancino,
nella terra dei Corinzi e dei cafoni,
quelli che vivono da sempre in un continuo apeiron
e del tuo Indistinto,
giustamente,
fanno trombetta con il fetido culo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 15, 03, 2021