PRODIGIO

Anarchico è il flusso delle parole

che sfilano sul filo di un rasoio,

verba che tagliano molto più delle lame di Toledo,

verba che si sfilano e s’infilano.

Sei avanguardia pura,

visione superiore.

E io mi trovo qui

e in te mi perdo.

Finché scrivi, esisto.

Il resto lo sai.

Siamo figli delle stelle.

Sava

Karancino, 28, 03, 2023

NESSUNA RIGA, BUONA RIGA

Nessuna riga,

buona riga,

riga nuova,

senza una riga,

senza una squadra,

una squadra di parole,

undici parole da calcio,

quindici parole da rugby,

sei parole da pallavolo,

due parole da pallacorda.

Finalmente non ci sarà fine,

non ci sarà un fine e una fine.

Nessuna differenza,

solo diversità da difendere con le armi,

perché c’è sempre una guerra,

una guerra che vale più di un’altra guerra,

c’è sempre un relitto sopra cento parole,

un barcone alla deriva nel romanzo di Odisseo.

Ho le tasche vuote e un libro di poesie: Odissea.

Potrà mai spaventarmi una pistola?

Ho le tasche vuote e un libro di poesie: Iliade.

Potrà mai spaventarmi un pistola?

Energia,

caro,

energia palpabile,

cara,

vita e libido,

correnti continue e alternate,

turbìne,

tùrbine,

sposta l’accento

e vedi che mondo,

finalmente un turbinio.

Inventeremo qualcosa,

un’espansione eccentrica per talenti ribelli,

un’evasione fiscale da flattaxincul.

Emergenza ed emarginazione vanno di pari passo,

passo dell’oca,

ideologia di merda abbandonata,

ideologia osannata e dissennata:

il ballo del qua qua.

Finalmente.

Infine.

Insomma.

Sava

Carancino di Belvedere, 20, 02, 2023

A FILOMENA

Mia cara madre,

oggi ti scrivo questa lettera

che non riceverai mai,

che non potrai leggere,

che non ti commuoverà,

ma sono sicura

che in qualche modo ti farà bene

nelle tue perenni regioni celesti,

lontana dai torsoli e dal sangue,

lontana dalle miserie umane,

così come ha fatto fa tanto bene a me

prendere la penna

e buttare le mie semplici parole

su questo foglio bianco di carta.

Finalmente faccio

quello che non sono riuscita a fare

nella mia vita vissuta a fianco a te,

parlare vero e sincero,

parlare d’amore con te,

non un parlare a vanvera o del più e del meno,

un parlare di noi due,

di una madre e di una figlia

che si sono tanto cercate e amate

senza mai apertamente dirlo,

parlare di me,

di una figlia che non è riuscita

a regalarti tutte le parole dei suoi sentimenti,

delle sue emozioni,

delle sue paure,

dei suoi desideri,

delle sue vergogne,

delle sue vittorie,

delle sue sconfitte,

una figlia che non è riuscita a dire di sé

e che, adesso che non ci sei più,

di notte ti sogna nelle altre persone,

di giorno ti cerca tra la gente

perché finalmente è sicura

di quanto ci siamo volute bene

e capisce

perché allora ci siamo tenute a vista

con il pudore e il rispetto.

Oggi finalmente io trovo le parole

per dire quanto ti ho amato,

oggi finalmente trovo la forza

per gridare a te quanto mi manchi

e quanto mi manchi ogni sera prima di addormentarmi

ricordando

quando da bambina volevo sulla mia testa la tua mano,

quella mano che ho sentito tante volte

e quelle volte non erano mai troppe,

quella mano che ho sempre ricordato nei momenti difficili.

La vita è stata severa con te

quand’eri bambina,

la guerra,

la fame,

la lontananza,

la solitudine,

ma ti ha regalato la forza

di portare avanti la famiglia con il tuo lavoro

e di fare studiare quattro figli così diversi e così belli,

come siamo ancora noi,

i tuoi figli rimasti quaggiù

che di notte guardano le stesse stelle nel cielo

con gli occhi rivolti all’insù

nella ricerca del tuo dolce viso.

 

Salvatore Vallone

 

compose e pose per l’eroica Filomena e a sollievo della dolce Chiara

in Carancino di Belvedere,

il giorno 05, del mese di Gennaio, dell’anno 2023



MA L’AMORE NO – ATTO TERZO

Io lo veglierò, io lo difenderò

da tutte quelle insidie velenose

che vorrebbero strapparlo al cuor,

povero amor.”

Ditemi,

chi è quell’uomo

che sembra un angelo,

sorride a tutti

e tutti gli sorridono,

cammina per le strade come in estasi,

chi è?

Io,

io sono io,

proprio io,

solo io

che amo te

e vivo solamente

per amare te.

Strappi dal mio cuore,

o insidia velenosa,

il povero amor che mi sostiene,

mi avvince,

mi avvinghia,

mi scalza,

mi sobbalza,

mi annichilisce,

mi svariona,

mi disorienta.

O insidia,

o insidia,

perché non rendi poi

quel che prometti allor?

Perché di tanto inganni gli innamorati?

Quelli dell’amore vegliato,

quelli dell’amore difeso,

gli innamorati della Retorica,

dell’arte di convincere per esaurimento scorte,

dell’Eristica,

dell’arte di trascinare insieme alle parole,

di persuadere,

dell’arte di appagare con dolcezza le voglie matte,

dell’Oratoria,

dell’arte del bel parlare forbito ed ecologico.

Ma quel che è bello non è sempre buono

e quel che è buono non è sempre bello.

Manca la via di mezzo del giusto,

manca il giusto,

l’amore giusto che va dall’avvocato azzeccagarbugli

e si fa difendere a botte di carte da cinquecento,

le ex spigliate e sudate carte della banca europea,

quella del drago dragon ammazzabuffon,

quella del Cerutti Gino,

il mago del bar del Giambellino,

quello che da solo gioca al biliardo.

Quante storie e quante parole

per un amore andato a male

dentro il cartone del latte

in un frigo che va a corrente alternata

per insolvenza di bolletta boom e boom.

Andè tutti a cagher!

Mi vui sol che na femena da amar.

Sbalie o son just?

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 09, 2022

A CICIOCIACIO

Che non si dica mai un giorno

e in giro per le contrade sgarrupate dell’ameno Carancino

che io non ho parole per te,

mentre gli altri parlano di te

e hanno parole per te,

dicono parole a te,

dicono e parlano di te.

O parola,

o parola,

parola su parola,

parola contro la parola,

parola abusata,

parola vituperata,

parola ingiuriata,

parola di quel Verbo che fu in principio

e poi sparì dalla circolazione

perché diventò Fatto,

perché si fece carne

per abitare con noi in tanto bordello

con una donna di provincia,

la Maria Maddalena

che aveva un gatto

che non eri tu.

E tu che fai?

E tu che dici?

O Ciciociacio,

questuante

petulante,

richiedente,

postulante,

impertinente,

insolente,

esigente,

cigolante,

rinculante,

rimpallante,

richiamante,

rimbalzante.

Ciciociacio vivente

incallito,

tracotante,

replicante,

sacripante,

mestierante,

criticante,

un gatto maldestro della Destra felina,

uno che si fa un baffo della Sinistra

e dei tortelli in brodo di Crapa Pelata,

che sarei io,

io che sono il tuo peggiore amico,

un illusionista,

un narcisista,

un commediante,

un parolaio,

un ladro di polli verbali,

un quaraquaquà delle migliori risme,

il tuo sponsor per l’oggetto della scena del crimine:

l’amore di un gatto per un povero uomo.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 20, 04, 2022

 

FOLTI DI FERITE COME GATTI VELLUTATI

Precipita tutto rapidamente,

era troppo bello per essere vero.

Abbiamo avuto un tempo

per farci un’idea della vita

e poi la vita si è manifestata

e non era sola,

c’era la sorella bella,

quella con la falce nella borsetta.

Cosa ti ispira oggi, Maestro?

Cosa ne è stato di quei giorni di campanelli e sogni,

del caffè al bar,

del valore molle del benessere?

C’è quella canzone in sottofondo,

una volta conoscevo le parole,

ma adesso non so,

non riesco a ricordare.

Quando nella mia testa entra la tua testa,

tutto prende forma.

Mi sembra di aver sempre pensato

e non è vero,

sei tu che pensi per me,

per noi,

è il tuo sguardo che va oltre l’orlo dei merletti,

ma Burano è lontana,

le sue case colorate sono macerie.

Portami nel senso ultimo delle cose,

fammi strada,

fammi capire perché la musica si ferma

e non ricordo le parole.


Sabina

 

Trento, 20, Marzo, 2022

 

 

DEDICATO A LUCIA

Avrei potuto incontrarti in un luogo qualsiasi,

con te sarebbe sempre stata la Giudecca o Ortigia

isole sospese in un miraggio,

mentre vanno lentamente alla deriva.

Eri un’isola anche tu,

avvolta nella luce del tuo sguardo

che decifrava i segni e le parole

per poterli fissare sulla tela,

tu che eri sempre sola in mezzo alle altre.

Hai sempre avuto il dono della visione.

Camminavi lungo la promenade,

lasciandoti alle spalle il Redentore,

le grandi chiese,

le orde di curiosi a bocca aperta

e lo sciacquio delle acque ferme,

mentre dentro di te capivi il mondo.

Non eri mai dove ti pensavo,

eri altrove,

nel tuo antro pieno di tele e di sogni.

Mi spogliavo degli abiti

e posavo davanti a te.

Il corpo perdeva la sua forma

e si trasformava in un disegno.

Rinascevo con nuove vesti

a coprire parole sciupate in rime semplici

come cuore-amore.

Non mi hai mai svilito,

mi hai dipinto

perché mi guardassero al di fuori della grande vetrina dei like.

Lo sanno?

No,

non lo sanno.

Lo so io

e vorrei tanto essere l’uomo della mia Lucia di Siracusa

anche qua,

in questa immobile Giudecca settembrina.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere, 10, settembre, 2021

 

 

VOCI DI DONNE

Tutto il mio tempo,
tutto,
aperto ai flutti delle mie parole.
Entro nel mare della mia forza generativa
assieme a ogni donna degna dei miei versi
e ieri o oggi sono solo semantica.
Siamo eterne vergini suicide,
sognate e sognanti,
addormentate al suono di una canzone d’amore.
Rifletto la mia ombra dentro di noi,
cerco l’opposto e trovo uno specchio,
un continuo desiderio di fuga mi distrae.
Lo spirito irrequieto della libertà serpeggia nel labirinto delle mie vene
e tutto è perduto
e riavuto
e ripetuto nel mio incessante bisogno di conquista.
Per me è sempre amore,
solo amore,
un ossimorico splendore del desiderio.

Sabina

Trento, 20, maggio, 2021

ORA E’ PRIMAVERA

Prima della prima luna piena.
Poi sarà Pasqua,
ma ora,
ora è primavera.
È primavera.
Ti ricordi?
Mi volevi bene,
forse mi amavi.
È primavera,
lo stupore continuo della rinascita,
una vera gioia in luogo di un sollievo
e che vuoi che sia
se l’inverno tenta l’impronta sui fiori del ciliegio,
ormai sta morendo
e noi veniamo al mondo.
Sei vestita di gemme nuove, oggi.
Nella mia testa fatta di fiori ti rinnovi.
Sbocci,
ti apri inaspettata,
luminosa,
ancora piena di vita e di parole,
odori di talco e di erba verde,
di olio di oliva,
di papaveri che non mi hai mandato mai,
di fiori d’aglio,
di fiumi sotterranei,
di cardi selvatici,
di amore regalato,
di versi recitati davanti alla maestra,
di vita furiosa che straripa gli argini dell’abitudine,
di donna.
C’è fuori una luna sdraiata
a metà di una stagione che non abbiamo avuto mai.
Sei vestita di bianco
come quando andavi incontro all’amore.
Sei la sposa.
Prima della prima luna piena.
Poi sarà Pasqua,
ma ora,
ora è primavera.

Sava

Carancino di Belvedere, 21, 03, 2021

LA NOSTRA GRANDE STORIA D’AMORE

La nostra grande storia d’amore è una dissonanza di accordi,

una tonalità di cori ermetici e vagabondi,

una modulazione di frequenze alte e basse,

destrorse e sinistrorse,

mai di centro, anche se organico.

Eh,

vu tu far chè,

amore mio,

vu tu far chè?

Non ci sono più le armonie di una volta,

le orchestrine di periferia che suonavano per un soldino di rame

musiche approssimate alla perfezione e prossime al talento.

Non ci sono più gli uomini e le donne

di quella volta in cui io e te ci siamo imbattuti l’uno nell’altro

senza cognizione di causa e di effetto,

senza saper né leggere e né scrivere,

senza le parole per dirlo.

Noi due siamo conflitti in un modulo poetico,

in un moto contrario,

in un moto retrogrado,

in un andamento lento,

tutti moti che sconfinferano nel vago greco e nelle vaghezze latine,

animula vagula blandula,

nugae nugarum,

sciocchezze delle sciocchezze,

tutti moti che non confinferano con le nostre esigenze di gente comune

che abita i piani bassi di Montecitorio

insieme a quattro scalzacani in gonnella o in abito talare.

Siamo una coppia trina e quadrina:

un doppio litro sgargiante e sgualdrino

che puoi bere di notte nelle osterie di Conegliano

insieme agli ultimi uomini arditi,

Giobattino, Nane, Bortolo, Renatino, Bruno,

e alle tante donne argute del quartier del Piave,

la Mara, la Luisona, la Marietta, la Marina, la Bepa.

Sai che l’universo ha i suoi suoni,

l’universo suona di rumori residui e ancora vivi,

come una sorta di eco che rimbomba,

rimpilza,

rinfranca,

s’inerpica,

scavalca,

s’imballa tra le pieghe della cassa armonica,

si insinua nella fisarmonica del maestro Gorny Kramer,

quello del Musichiere e di Mario Riva,

quelli della febbre del sabato sera nel post fascismo.

Sai che il frastuono delle stelle in collisione

decreta l’armonia dell’Universo?

Armonia era ed è ancora figlia di Ares e di Afrodite.

La guerra e l’amore sono sempre in prima fila

a sancire la scissione e la fusione del Cosmo

in questa guerra di maramaldi e di saltimbanchi,

di avventurieri e di diplomati.

Tu amami secondo i moti naturali

del tuo micro e del tuo macro cosmo,

secondo le regole e i cicli

del tuo sangue girovago e vagabondo.

Amami sempre,

ti prego,

e dimmi come stai,

dimmi se il tuo corpo regge il peso della tua vita

in questo tempo di miseria morale e di esaltazione paranoica.

Dammi una parola,

dimmi una sola parola,

dammi e dimmi una parola sola

per quietare la mia angoscia di uomo abbandonato

sul lastrico amaro di un gratta e vinci da dieci euro

in una notte di mezzo inverno

e con uno strudel squisito di alta pasticceria londinese in mano.

Saperti senza parole,

mia gradita e rustica concubina,

immersa nella cura della grande Madre Terra

mi riempie il cuore e mi svuota i testicoli.

Tutto questo significa che stai bene.

C’è qualcosa di esotico oggi nel tuo sole,

come ieri e domani sarà stato e sarà nelle tue giornate,

forse il luogo o forse i mandarini,

le fave,

i ceci,

l’aglio,

le cipolle bianche e rosse,

le talee di piante antiche,

i fiori bianchi d’arancio che trasudano miele,

i rametti del mandorlo che trascolorano nel rosaceo.

Di certo, Tu,

tu sei esotica,

un mondo fiabesco,

ai miei occhi abituati ai lunghi inverni

che odorano di neve,

sempre in attesa che finiscano

e che non ritornino mai più.

Questo è un pensiero pericoloso,

oltre che inutile e melenso.

La Sicilia fa bene a chi non è siciliano.

Il grande Nord e la Liga veneta possono attendere

in questo momento di soqquadro psicofisico

e di furto demente della democrazia bambina.

E poi,

noi possiamo attendere per sempre.

Che importa?

Ci sarà sempre e ancora un vaccino.

Ci sarà sempre e ancora un’altra vita

da inforcare come una Stella veneta o una Legnano

per noi seguaci di Budda e di Mosè,

per noi figli di quelle stelle,

di quei genitori che da lassù ci guardano

e si lasciano ancora amare.

I padri e le madri non sono morti di covid

o di ostello per vecchi ringiovaniti

lungo il soleggiato viale Contardo Guerrini di Avola.

I nostri padri e le nostre madri hanno riposato

sul loro letto a fianco dei figli e dei nipoti

e sono morti al suono dei lamenti delle maiare,

le donne oltremodo mature e adeguatamente maritate,

pagate all’uopo lugubre e alla bisogna dolorosa,

quando gli occhi esausti dei familiari hanno smunto

tutte le lacrime di questo mondo crudele nell’ora dell’addio.

Intanto il desiderio è di tornare definitivamente alla terra natia,

di morire in un pomeriggio d’incarnazione,

di reincarnarsi immantinente e in modo subitaneo

in un gatto selvatico di nome Coraggiosetti,

un vivente dagli occhi di tigre mancata,

amico dei passeri e dei topini del cantante Zero.

Sono così pochi i gatti rimasti nei vicoli di Ortigia

e sono belli da morire nella campagna di Carancino

quando si spacciano per bulimici e affettuosi,

per Orlando e Rinaldo,

per compare Turiddru e il signor Provenzano.

Stringi, stringi,

sono soltanto dei marrani e dei farabutti.

Io?

Io,

per guarire dal male oscuro,

vado giorno e notte a spasso nei miei pensieri,

circolo ai margini del cosmo

a braccetto con te sulla via maestra,

la via Lattea,

quella della spruzzata di latte dalla tetta di Era

sotto le succhiate micidiali di Eracle.

Sai che botte!

Comunque e per farla breve,

perché altrimenti la processione s’ingruma,

in tanta coatta e casta contingenza virale,

ti arrivino sempre i miei non casti baci.

Buona pasqua di resurrezione!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 09, 03, 2021