LA SOLITUDINE

 

Sono solo ormai.

Anche se sono ancora giovane,

sono solo ormai.

Credimi,

non c’è più nessuno accanto a me,

non ho più nessuno vicino a me.

L’ultimo uomo è andato via

lasciandomi più solo di prima,

più solo che mai.

L’ultima donna è andata via

lasciandomi più solo di prima,

più solo che mai.

Allora mi sono ricordato di te,

di te che, quando chiedevi, chiedevi troppo

e sapevi che chiedevi troppo.

Che esagerato!

Che esagerata!

Tu volevi da me quello che io non ero,

quello che non sapevo essere,

quello che non potevo essere.

Come potevo darti tutto questo vuoto?

Penso ancora l’assurdità di quello che chiedevi:

un nulla mischiato con il niente per stare in piedi.

Eppure, oggi ti vorrei ancora.

Forse non mi crederai,

ma ricordati lo stesso di me,

di me che sono ancora qui per te

e che non sono il Pio o la Pia,

non sono Paolo o dei Tolomei.

Eri come l’oro per me,

l’oro e l’argento nei paramenti sacri dei preti di una volta,

il monumento della città nella piazza del duomo.

Tutti hanno degli eroi

quando non lo sono,

tutti chiedono

quando vogliono qualcosa,

chiedono a chi può sentirli,

a chi ha orecchie per intendere,

a chi ha posperi e coglioni,

lo sai.

Vuoi cambiare vita?

La cambio io la vita a te,

quella vita che non ce la fa a cambiare me.

Bevi qualcosa.

Cosa volevi?

Vuoi fare l’amore con me?

La cambio io la vita

che mi ha deluso più di te.

Portami al mare,

fammi sognare

e dimmi che non vuoi più morire.”



Salvatore Vallone



Il Giardino degli Aranci, Harah Lagin, 31, 01, 2024







IN NOME DELLA PIA

In un letto di spine spinate giace la Pia.

E’ appena caduta dalle mura del maniero di Nello dei Pannocchieschi,

in quel Castel di Pietra,

in Maremma,

un castello arcinoto per i suoi fantasmi in ghingheri bianchi e neri.

Ricordati di me che son la Pia,

Siena mi fè,

disfecemi Maremma.

In un letto di fuoco il Sommo poetastro la colse

e la depose sopra la pubblica coscienza

mettendola in versi aulici e proletari,

tanto da far contente la destra e la sinistra.

Quando tornerò nel mondo dei morti,

dopo questo gran paradiso di plastica e di amianto,

appena avrò un minuto di tempo in quella terra,

di te mi ricorderò,

o donna Silvana

dal mento aggraziato e dalle tette grosse,

tu che, insieme alla gracile Francesca da Rimini, girovaghi

nei gironi dei bordelli maltesi dell’Inferno di Dante,

l’amica di Paolo,

la moglie di Gianciotto lo sciancato,

quello che firmava i pizzini di Totò lu curtu

a che più oltre il becco non si metta.

Quando finirà questa cruenta guerra tra maschi e femmine,

tra uomini e donne,

tra mariti e mogli?

Da lì trarrem gli auspici della civiltà e della nuova Armonia.



Salvatore Vallone



Giardino degli Aranci, 28, 10, 2023

AUTORITRATTO 4

Caru deu ti scrivo,

così mi rilasso un po’,

e ti ritorno a dire

che ci sono anch’io in questo mondo,

“in estu mundu ghe sum eu”,

io ed Erasmo che mi elogia,

io e la mia follia.

E ti dico e sottolineo che,

che non sono per niente contento,

“che ni so cuntentu eu”.

Come vedi,

siamo ancora una volta in due,

nonostante la prima volta e il mito della prima volta,

io e Sigmund stavolta,

mica Vittoriu u babbu o sua sorella Carmelina,

Sigmund in persona,

l’ebreo errante che fuma puzzolenti sigari Thuskanen

del monopolio dell’OsterReich rampante e altezzosa,

ieri governata dall’imperatore Joseph Franciose e da Adolfo,

oggi da un ragazzino licchettato,

impomatato di brillantina Linetti,

quella dell’infallibile ispettore Rock

nel famigerato Carosello dell’Italia povera ma bella.

Sigmund mi parla,

m’ispira,

mi inebria,

mi traduce,

mi incita,

mi vocifera dentro e fuori.

Siamo ancora in due,

io e il me medesimo ebreo della Giudecca

che mi attrae,

mi respinge,

mi gingilla,

mi attizza,

m’incastona,

io e il me stesso poeta italico e vernacolare,

contaminatore e falsario,

che riattraversa,

mischia,

confonde,

rifonde,

io e il me contastorie e contaballe

che vaticina,

rievoca,

fantastica,

desidera,

la spara grossa.

In tanto bordello non c’è una donna di provincia,

ma soltanto una serva Italia di dolore ostello

e in mano alla meglio gioventù del Testaccio e di Forcella,

de Milan e di Firenze.

Manca Platone,

il ragazzotto greco dalle spalle larghe e dalle palle mosce.

Platone non c’è,

è rimasto ad Atene a cazzeggiare con le sue mille Idee iperuraniche

prima di venderle in Amazon.

Soffre il mal di mare e non sa nuotare,

teme un nuovo Dionisio e un vecchio Dione,

è allergico ai giovani di belle speranze e ai mercanti in fiera,

nonché ai nani e ai buffoni di corte,

gli inetti osceni che sputano sul desco

fiorito di occhi larghi di bambini affamati,

di poveri migranti ricchi di uova e di seme,

fecondi e feconde,

è allergico alle gentili servitrici della tivù di Stato

e della tivù ciarlatana e beffarda,

quella dell’eterno e costoso tempo che farà,

quella che gioca con le solite carte a sette e mezzo,

quella che la sera massacra i poveri di spirito del Belpaese

con il ghigno saliente del giornalista camaleonte

e l’amorfa mummia imbellettata del tempo che fu

e che fu, a quanto pare, invano.

Questo è una parte di quel quanto,

mio caro dio,

“caru lu me deu”,

che vorrei depositare sulle tue auguste ginocchia

per la grazia ricevuta di aver vissuto questi tempi

di grande ingordigia e di vasta ignoranza,

di tanta scienza e di cacasotto pandemia,

di stupidi marioli e di incongruenti scassapagliai,

di bastardi onnipresenti e di emerite teste di cazzo.

E allora, cosa resta agli sconsolati ed eterni esclusi?

Signori in carrozza,

per fortuna finalmente si parte.

Il grande vate e il gran balon sono serviti

nel vagone ristorante di questo treno,

mezzo vuoto e mezzo pieno,

targato anni trenta e ferrovie dello Stato di Benito

e dei suoi imperituri immarcescibili accoliti.

O Ciccia,

Francesca all’anagrafe di Arcore,

ricordi che allora i treni arrivavano sempre in anticipo,

forse non partivano,

forse non partivano mai,

come i migranti dall’Africa di Maryl Streep,

come gli emigranti da Corleone di Vito e da Forcella di Raffaele,

come gli alberi degli zoccoli prima della Lega socialista,

come i poveri di spirito e lo spirito dei poveri,

la chiesa luterana e la grappa trentina.

O Bepa,

Giuseppina all’anagrafe di Pieve di Soligo e del quartier del Piave,

come farò a non vendermi l’anima,

se sei tu a volerla comprare

e mi seduci

mentre questo vagone letto di marca francese,

“compagnie internationale des wagons lits”,

viaggia spedito come l’Italo del Prezzemolo?

E intanto il tempo se ne va,

come il treno inquisito e osceno,

tra una canzone di Totuccio e un articolo di Marchetto,

tra un saggio puttaniere e un emerito imbecille,

tra un politico ovunque e un giornalista dappertutto,

giorno e notte,

notte e giorno,

sempre a lacerare i coglioni della povera gente,

organi intirizziti da un virus virulento e virile

che circola tra i colori dell’arcobaleno

saltellando di palo in frasca come la vispa Teresa

che aveva trovato tra l’erbetta una gentil farfalletta

e tutta giuliva gridava l’ho presa,

l’ho presa,

stringendola, oltretutto, al petto.

Vedi,

vedi, “caru deu”,

cosa ci tocca sentire e vedere in questa valle di lacrime,

dove non ci soccorre neanche la statuetta di una madonnina di gesso

con le sue stille argentate e le sue litanie monotone,

mentre attendiamo il greco deus ex machina

che alla fine trionferà

e risolverà la fame e la sete,

il morbillo e la tubercolosi,

la sifilide e lo scolo,

il Mes e il Recovery Fund,

Dante e Boccaccio tramite Petrarca.

Vedi,

“caru deu”,

cosa ci tocca fare per ridere e sognare un po’?

E ancora Ulisse non si mostra all’orizzonte

di questo mare che sta in mezzo alle terre,

di questo pelago mezzo scuro e mezzo chiaro,

di queste acque salate e inquiete

che spruzzano contenuti immorali

contro le mura ammuffite del convento delle suore di Orsola,

mentre un bambino bianco e nero è seduto sullo scanno

davanti un pianoforte nero con la coda bianca,

un organo che non suona da solo,

ma che può volare.

Se vuole,

un pianoforte di notte può volare nel cielo più scuro

e sotto le mani di un intenditore come Paolo Grillo,

ti porta chissà dove,

chissà dove,

sulle tamerici salmastre e arse,

sui rosmarini di viola guarniti,

sui freschi pensieri che l’anima schiude novella,

sulla favola bella di un P.C.I.

che ieri c’illuse e che oggi ci sgamma,

o Francesco.

Intanto sono gradite una preghiera e una mancetta

per ricevere una grazia mafiosa nella chiesa del buon Gesù.

Padre mio,

dammi oggi il pane quotidiano,

dammi domani il pane di ieri,

possibilmente condito con sgombro e olive,

e liberami dalla tentazione del gran rifiuto e della gran viltà.

La tragedia si sta velocemente consumando.

Andiamo in America

a salvare la statua della Libertà.

All’Italia ci penseranno i travicelli,

neri di storia e di vergogna,

che ancora oggi onorano gli uomini di ghiaccio della Siberia.

Fu vera gloria?

Tutto questo Alice non lo sa.

E Ulisse?

Ancora non si vede a Cefalù

e neanche nella quinta strada di Nuova York.

Amin!

Così è se vi pare e se vi garba,

come disse Matteo ai coglioni di Machiavelli.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 28, 02, 2021

POESIA IN FA MAGGIORE

Adorata e fermentata Antonia,

mia Antonia indorata e fomentata,

pillola agognata e nutrimento ad hoc

per i crudi nel cuore e nelle carni,

è Fernando che ti scrive,

il tuo Fernando,

Fernando il Savio,

nostromo dell’Hispaniola e Re di tutte le Hispanie,

e ti parla come il Grande Giovanni

di quel Tempo che verrà,

l’annunciatore in tv e in press

dell’avvento dell’Apocalisse

e del ritorno del Verbo

per mietere il loglio

e fare finalmente un buon pane di casada

con il nostro grano quotidiano,

un Fernando Giovanni che non sa chi tu sei,

chi ti ingloba

e ti satolla tra le sue spire vitali,

chi gode dei tuoi ardenti baci

e compra le tue cartoline libiche,

di quella Libia che non c’è più

e dove ancora dorme mio fratello Giovanni,

non quello di Ugo,

quello di Salvatore,

un Fernando Giovanni che ben sa sulla sua pelle

quanto di giorno tu turbi i sonni miei

con i deliri quotidiani di tante vere e vane verità,

russe e non russe,

antirusse e filorusse,

condite con le mille vanità di journal et journalistes,

con le pose antiche di Senechi e di Seneche

in attesa della volontà perversa di Nerone

durante l’ultima sciocchezza quotidiana

inferta allo schermo lucido di rate senza interesse,

con le movenze truffaldine di una Mafalda in ghingheri,

di una donna che non so chi sia

quando si sposa con il turpe Narciso

e si accoppia con le sue mille bellissime immagini.

Io non so chi tu sei,

ma Tosca mi sembri dalla tua favella del tempo di mezzo,

in questo Mare di mezzo alle Terre emerse e scomparse,

in questo Atlantide crollato dopo l’ultima barzelletta sui caramba

recitata agli amici dal Puffo Paffo inpiduato,

la rovina d’Italia postcraxista e pulita nelle mani,

pur sempre ricca d’ignoranza e di ignoranti,

di netturbini imboscati e di spazzatura immobiliare,

Tosca tu sei

e vieni dalla regione aulica dove il Sì suona,

dove si posa e si deposita in quella favella disonesta

alla qual, forse, io fui troppo molesto e maldestro,

nonché inetto, indolente, accidioso, incurioso.

Ma se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia alla tua persona,

mi vedrai urlare e lagrimare insieme

e insieme alla premiata ditta Pippo & Paolo

in quel paese in cui la nonna Pina,

famosa con i caroselli danteschi

e fumosa con le sue mannaie di terracotta,

ancora impasta le tagliatelle con la farina dell’Ucraina,

dove ancora ti danno del tu e del ti

insieme a un maschio e una femmina a volontè,

come democrazia rousseauiana vuole

e impone con tanto di gentilezza e di buona crianza.

Adorata e crogiolata Antonia,

non curare la mia punteggiatura,

non emendare la mia eccelsa Logica,

non censurare i miei sensi e controsensi,

io sono vittima insana di dissennatori acuti e persistenti,

piacciati di restare in esto loco,

piacciati di liberare le affannate anse

che divulgano quelle verità umide

che si nascondono tra le tue sapienti cosce,

sempre disposte a non far niente con un maschio,

come le donne fasciste di quella volta in cui

io provai a chiedere un contatto del mio tipo.

Ebbene,

mia cara Lucia,

tu mi hai respinto,

mi hai bocciato,

mi hai scartato,

quella volta tu mi hai respinto, bocciato, scartato.

Allora e soltanto allora mi hai detto

che tuo zio abitava da quelle parti

e che, se ti avesse visto con un giovane ragazzo lindo e savio,

ti avrebbe ucciso insieme a lui

per la quotidiana e normale pratica della violenza

in quel mondo di terroristi malvagi,

di uomini poveri in camicia di un tetro colore

e di donne in cammino chirurgico

verso la maternità di un maschio migliore.

So che sei rimasta incinta di un mio bel pargoletto

durante quel san Lorenzo che ti ha portato in cielo

tra le mille e mille fiammelle fatue di un cimitero extraterrestre.

Fanne tesoro

e custodiscilo in saecula saeculorum.

Amen.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 15, 05, 2022

IPOTESI

Se il poeta non deve morire,

lo scrittore non deve tacere,

lo scrivano non deve vergare,

il ragioniere non deve contare,

il romanziere non deve raccontare,

il giornalista non deve testimoniare,

il maestro non deve insegnare.

Giovanni l’evangelista aveva ragione:

In principio era il Verbo.

La Scrittura è morta insieme a Dio

nei campi di sterminio moderni,

i media & i media.

La Grafia si trova nel camposanto dei geroglifici,

nella tomba del cuneiforme,

nel cimitero dei Segni.

Povero Umberto,

non il povero legomane,

il grande semiologo.

La Calligrafia è defunta,

defunse dopo gli uomini e le donne del Fascio dei combattenti,

dopo Concetto,

dopo Lucia,

dopo Paolo,

dopo Giuseppina,

dopo Ciccio,

dopo Ninetta,

colei che era intesa spimmuliddra per la sua magrezza,

per la sua anoressia, se gradite.

Oh, Madonna del Carmelo,

nessuno sa più scrivere,

nessuno sa più vergare,

nessuno ara alba pratalia

con il vomere arrugginito di Giosuè,

nessuno abbandona l’aratro in mezzo alla maggese

come si abbandona ancora oggi il sempiterno cane Bobby,

nessuno,

ti giuro,

nessuno,

mena i buoi per i campi di terra ammerdata,

possiede un menabò,

nessuno sa arzigogolare cum signis,

avec les signes,

con le volute,

con i fronzoli,

con le giravolte e gli archi,

con il Barocco e le baroccate,

con i broccoli e le acciughe tritate,

nessuno colora i muri di Margherita con secchi di vernice,

nessuno ha visto la neve dipinta

dai segni del sangue di mamma Graziella e del bellissimo Lello,

nessuno sa dirmi della spina nella carne

del contorto Soeren prima di lasciare Regina,

nessuno ricorda la circoncisione di Shlomo,

l’uomo della pace e della prosperità scientifica,

il segno nella carne di un bambino orgoglioso e inerme,

nessuno difende Dinka la bambina etiope

quando le vecchie vigliacche la infibulano,

nessuno ha difeso il piccolo Salvuccio dal graffio

del pennino intriso di tubercolina

in via dei Mergulensi al numero 23,

scuola elementare statale,

nessuno sa

che con la penna ci hanno spogliato della democrazia.

Tu scrivimi nel corpo,

dimmi chi sei

per sapere chi sono.

Fammi un tatuaggio futurista

dove le capre non mangiano i cavoli,

dove i giornalisti e i politici sono eterni bambini

in cerca di trofei e di macchinine di latta.

Madonna mia degli Angeli,

in questa piazza del Duomo

mi avete visto scolaro ogni mattina

al seguito di mio padre

e con una candela di sego

per il cuore immacolato di Gesù

da accendere nella chiesa ottagonale dei Gesuiti,

i seguaci di Ignazio,

il barbiere di via Savoia.

Imparai a scrivere senza leggere.

Così m’innamorai di Nina,

senza lettere e consonanti

per scrivere una poesia di sentimento e di sesso.

Eppure scrissi e riscrissi senza eleganza le orazioni,

con quel decoro degli innocenti,

con quell’estro del povero bambino

cresciuto all’ombra di un tozzo di pane nella mano destra

da salare con quattro olive nella mano sinistra.

Eppure,

ancora oggi io non so parlare d’amore.

Il professore Bruno Gioacchino al ginnasio

mi ha rimandato agli esami di settembre

proprio in italiano

e ha fatto bene,

aveva proprio ragione.

I segni sono una brutta cosa,

tanto meno in mano ai bambini.

Figuriamoci le parole nella bocca degli adulti.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 29, 02, 2022

 

TANTI AUGURI

Oggi nel cielo c’è qualcosa di nuovo,

anzi d’antico,

piena è la luce in questo austero rimasuglio siracusano di Aretusa,

dentro la sua fonte invasa dai morbidi ratti di Persefone,

in questo soggiorno coatto e di color amaranto

come la topolino di Paolo nel quarantasei.

Stanotte nel cielo spicca qualcosa di latteo,

splende il biancore tra le onde spumose di una Afrodite smaniosa,

brilla la costellazione di Orione con la sua clessidra di traverso,

illumina i desideri di Alfeo infranti come specchi ustori,

mostra le sue tre stelle lungo la linea retta

che da casa mia porta a casa tua,

di notte,

come la befana con le scarpe tutte rotte,

per ricordarti che il tempo è sabbia

che scivola e poi torna,

che tempus fugit

e non si arresta mai,

neanche per fare la pipì

come le donne di Ginettaggio,

il Bartali,

come le donne ancora di Paolo,

il Conte delle canzoni ardite e apparentemente jazz,

quelle che vanno liberamente a farsi fottere

tra grammatiche evanescenti e vocabolari inesistenti,

in mezzo al mar,

dove ci sono camin che fumano

o in Sud America

dove il divorzio si compra fuori dal motel

tra l’azzurro di un cielo sopra i piedi di un seminarista

in attesa di diventare papa,

non papà,

senza cadere nelle tentazioni della carne,

pascolo delle carni sublimate di maschi e femmine

nei corpi spirituali e androgini di gente votata all’inumano,

a varcare il confine che dall’Ucraina porta in Russia

in questo rimando guerresco di barbariche invasioni.

Ah, questi preti non sposati!

Vade retro Satana,

non tentare e non tentarmi!

Ah Martin Lutero,

monaco fratacchione di Agostino,

tu prete e lei preta,

insieme una splendida costellazione dentro la clessidra del solito Orione.

Volevo dirti

che confido nella suggestione delle stelle,

lontane come la casa avita lasciata in giovinezza

dietro la valigia in pelle della premiata ditta “bridge”

e a cui si torna per sentirsi quieti dopo la tempesta della Lega,

dopo aver portato il vocabolario e la grammatica

ai servi della gleba del conte di Collalto e di Brandolini.

Sei quieto?

Sei felice?

Lo spero ed è il mio augurio.

Non sono quieto,

non sono felice.

Da un mese ormai il vecchio Pietro non sculetta i suoi cingotti

agli occhi attenti delle signore e delle signorine.

Aveva un milione di globuli rossi,

gli altri cinque li aveva regalati alla sfiga

con la sua esistenza felice consumata nel vallone ameno

dove Anapo si intrattiene con Aretusa

lasciando i fazzolettini bagnati di sperma

nella stradina del signor Vallone

che tanto s’incazza di fronte a tanta vanagloria,

a tanta cornucopia del Genio della Specie.

C’est la vie,

mi dice al cellulare Juliette

con il suo canzonare nel solfeggio di un cazzeggio.

E poi la terra è fertile,

il pane è quotidiano,

qualche buon libro prima di dormire non serve,

gli amici non sono fidati,

le allegre compagnie si svendono con una bottiglia di Nero d’Avola,

la famiglia riscalda il cuore di chi non c’è.

La mia esistenza mi è cara e,

sebbene non conosco dei miei giorni futuri,

so che dove vivo il vento profuma,

sconvolge i capelli acuminati di idee della mia donna.

Occupo pienamente lo spazio dell’eterno presente,

mi chiamo Salvatore,

faccio sentire la mia voce in mezzo alla grassa folla,

scarna di progetti in questi anni nuovi

piegati dall’arbitrarietà della Natura.

Io sono un grillo parlante,

non importa se qualcuno lancerà il suo martello,

racconto sempre per il mio conforto,

scrivo per virtù,

riscrivo per metodo.

In questo mondo rurale niente sembra vero,

tranne me.

Alzo il calice,

bevo con me,

ai miei 75 anni.

Sava

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2022

AUTORITRATTO 3

Sono un frate povero

e vivo in un convento ricco,

presso la valle del fiume assente,

l’Anapo,

protetto dall’Unesco e offeso dagli incivili indigeni.

Vivo tra l’origano odoroso e la salvia fulgente,

tra il timo discreto e la rosamarina ardente,

tra lu basiricò piccante e l’alloro magnifico dei poeti.

Sono povero e sono ricco,

sono frate e sono convento,

sono poeta e sono infante,

sono maestro e sono ciarlatano.

Ho accumulato sesterzi in questa terra

vendendo beni per il Paradiso,

quello umano e quello carnale.

All’Aldilà,

promesso dai preti neri e dalle suore con i cappellacci bianchi,

ho preferito un Aldiqua

vissuto in pieno e mai mancato neanche in parte.

Se lo sa Martin,

fa una nuova Riforma,

quella giusta e a misura di bestia:

“pecca fortiter et vive fortius”.

Ma come si fa a godere,

se la pandemia impazza a destra

e colora il tricolore del sangue dei patrioti

che rosicano l’ossobuco dell’autocastrazione,

mentre i senatori a vita godono ottima salute

in barba all’imbelle scansafatiche,

il cuculo crumiro che li vuole come lui,

inerti, passivi e inanimati.

A sinistra si ricorda il buon Antonio,

il piccolo sardo che non doveva pensare

secondo le direttive oscene di colui che fu

e gli auspici ridicoli dei ricottari che ancora sono.

A sinistra chi lavora non fa l’amore

e paga la pensione a chi non lavora più.

Sono spuntati i radical chic

come le mammoline nei celesti prati dei giornalisti,

come le margherite dei verdi declivi dei politicanti,

come le pansè macchiettate in Forcella da Aurelio Fierro.

Evviva,

evviva,

c’è anche la vispa Teresa

che avea tra l’erbetta al volo sorpreso

gentil caporale e gentil clandestino

e insieme a Renzo il tonto & Lucia la biondona

gridavano “l’abbiam presa,

l’abbian presa,

l’abbiam presa nel cul”.

E va bene così,

me ne vado da te,

non fa niente,

ma quando la sera ti sentirai sola,

ricordati di me che son la Elena di Troia,

maritata Menelao,

amante di Paride,

Arezzo mi fè,

disfecemi l’agro romano.

Nui chiniam la fronte al magico fattor

che volle in lei sì nobile fattura.

E io?

Io metto firma come caporale di giornata

e mi raffermo come il pane di Floridia

in questa campagna lucida di tutto punto

e brillante di calcare aggiunto.

Mille e mille di questi giorni,

mio caro,

mille anni di galera a chi fornica in canonica

senza che lo sappia Alice, la sagrestana.

Io?

Io insisto e persisto,

mi attesto e resisto,

pecco fortiter et vivo fortius.

L’inerzia crea martiri,

il narcisismo crea mostri

che per grazia ricevuta si annientano da soli,

ma solo a una certa età.

E se non sono narcisi,

sono cuculi,

sono vacui,

sono fatui,

sono campanule di bosco e orchidee selvatiche

nei campi di questo inverno indecoroso

che odora di primavera antica e di sterco perlettato,

buono per la cicoria selvatica e la zucchina domestica.

I narcisi odorano di quel letame da cui nascono,

sanno di sfasciato romanesco su visi di bambola,

hanno la calata lumbarda in un corpo bamboccio,

contrabbandono il Nulla del capo carnale o del comico sciocco.

Questa è la Legge.

Lex,

dura lex,

sed lex.

Quanta ignoranza in questa casa di bambole!

Dammi un economista e tre provetti ragionieri

e ti solleverò l’INPS e le consorelle

dalla boria insana degli inetti e degli infetti,

dal debito contratto in nome del padre,

dalle pensioni non più pagate

per decesso da covid del concorrente

o da noncovid, sempre del concorrente,

dalla dialettica filosofica dell’Essere e del Non Essere,

da Parmenide di Elea,

da William di Stratford-upon-Avon,

da Georg Wilhem Friedrich di Stuttgart,

da Martin di Mebkirch,

da Jean Paul di Paris.

Quanti morti in questa pandemia illustrata

come la vetusta “Domenica del corriere”!

Quanti ebeti in questa sagra serale degli eterni presenti

nel riquadro fosforescente a botta di mille e mille sesterzi!

Vero è,

caro compagno Francesco,

che non ci sono più gli uomini di una volta.

E noi chi siamo

e cosa facciamo in questo frangente ingrato di gioia e di sarcasmo?

Noi siamo l’elite fredda,

viviamo di politica,

non di professione,

pulluliamo nei giornali

leccando il lisoformio

per pulire la scrivania del capo.

Non c’è più lo Stato con i suoi professionisti.

Ma il siculo Leonardo da Regalbuto sbagliò

quando parlò così dei confratelli Giovanni e Paolo.

I servitori morirono da servi di uno Stato

che non li serviva

e a cui non servivano più.

Salsi la gobba defunta di colui

che disposando il buffone e il pagliaccio

parlava in romanaccio

e recitava ogni mattina litanie pesanti nelle chiese romane

e tra i fasci di combattimento.

E tu?

Io non sono in errore

se dico tutto questo dei piccoli Lords.

E allora,

viva noi,

evviva i ragazzi della via Pal!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 21, 01, 2021

FIAT LUX

FIAT LUX

Così ritorni al punto di partenza per la nuova corsa,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

che, tanto, a cosa servono ora?

Non più piedi,

né gambe,

né volto,

che regali al ricordo di chi resta.

Ora il pensiero diventa sguardo,

si sofferma su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che adesso ti si spalanca dentro.

Un po’ ti invidio,

se non facesse male.

Sab

Trento, 17,11, 2020

ET LUX FACTA EST

E così sono tornato al punto di partenza,

pronto per la nuova corsa,

come disse Gautama Buddha,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

come disse mia madre,

che tanto,

a cosa servono le scarpe?

Non ho più piedi per camminare,

né gambe possenti per pedalare la bici verde di Salvatore

sulla strada che porta a Floridia,

né volto da regalare al ricordo di chi resta

e invoca un mio segno,

un mio messaggio da spalmare nell’album di famiglia,

come la Nutella,

e per lenire le angosce della fine,

come un disperato che si vota al sacerdozio.

Il mio sguardo è diventato pensiero,

i miei occhi cerulei sono ancora vispi

come quelli di un bambino assetato di vita.

Sono energia,

Verbo,

e mi posso soffermare su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che, adesso, mi si è spalancato dentro,

sullo spazio che si riduceva nei teoremi di Talete e di Pitagora

e che, adesso, mi si stende all’infinito.

Un po’ mi invidio,

se non facesse tanto male la dipartita.

Adesso penso

e penso che c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico,

io vivo altrove

e sento che da te,

nella valle dell’Anapo,

il fiume che non si vede,

sono nati i cardi mariani e le cicoriette selvatiche.

Penso che tu non sai,

che tu ignori,

che tu arranchi.

Cosa sai, tu, della notte che si affida alla luce?

Cosa sai, tu, del buio che si sposa con la bionda chioma di Aurora?

Cento paia di scarpe ho consumato per Lei ritrovare,

per ritrovarmi con Lei e con il sole in fronte

a cantare beatamente le dolci nenie di quella madre

che da bambino mi pettinò con i bei capelli a onda,

adagio,

adagio per non farmi male.

Sappi che io sono partito

e ho lasciato sul tavolo della cucina,

là dove la Morte non può entrare,

i resti di un pasto di lenticchie consumato nella luce della Sicilia

con i versi di pochi vati e di alcuni poeti,

con le foto dei miei cari vicino alla stufa economica

che bruciava la legna dell’ulivo e dell’arancio,

del limone e del mandorlo.

Ho lasciato sul vecchio canterano di legno antico,

tra il pianoforte restaurato da mio padre Paolo

e la credenza di faggio della nonna Agata,

quel poco che mi serviva a respirare

in quella stagione di fame e di inedia.

Tutto questo adesso non c’è e non serve.

L’assenza è la sorellastra dell’eternità,

te l’assicuro

e te lo dico adesso che so

quanto languore si stende ogni notte sui cuscini di seta

per la mia breve presenza sotto il tetto della mia casa,

passando tra Omero e l’ira funesta di Achille,

soggiornando presso il benemerito Istituto nautico di piazza san Giuseppe,

costruendo con pazienza solerte e creativa i miei intramontabili amori.

Ho contato dodici giorni di agonia

per colmare una vita di pensiero e di azione.

Adesso non mi servono le gambe

per arrivare all’ora che volge al desio

e ai naviganti intenerisce il core,

quel cuore che non invidio

e che si è spento tra le pareti di una casa buona

per ritrovare finalmente colei che solo a me par donna,

per dire grazie a nostra sora morte corporale.

Sal

Carancino di Belvedere, 20, 11, 2020