SIGNORINELLA

ATTO QUARTO



Bei tempi di baldoria,

dolce felicità fatta di niente,

brindisi coi bicchieri colmi d’acqua

al nostro amore povero e innocente.”



Eravamo poco baldi

per far la giusta baldoria,

eravamo sciocchi e incontinenti.

I padri ci avevano castrato,

le madri ci avevan troppo amato,

le nonne lavavano i piatti dopo il parco pranzo:

ditalini rigati con la salsa e patate fritte una per una.

Felicità è assenza di affanno,

è presenza di un demone

che non turba le note vitali del nostro concerto.

Amami

per quello che è consentito dal codice Rocco:

un tutto che si ricongiunge con il suo nulla,

un maschio che cerca la sua morbida mela in Svizzera,

una femmina che cerca il suo melograno sulle pendici dell’Etna,

un androgino occultato nell’occulto dei giardinetti pubblici.

Brindiam,

su brindiamo, brindiamo, brindiamo!

Oggi è tempo di pace e di solidarietà.

Quanta acqua è passata fortunatamente sotto i ponti dell’eroico Piave!





Il Giardino degli aranci, 28, gennaio, 2024



Salvatore Vallone



LA SCATOLA

TRAMA DEL SOGNO

Eravamo a casa mia…

ma c’era la tavola nostra…

della nostra casa familiare…

sopra c’era una scatola aperta…

fatta con le carte di giornale…

ma solida…

mio padre era appena dietro di me a destra…

poi si avvicinò alla mia sinistra…

e mi disse …

Miky, chiudi la scatola…

e mettila via…

deve stare lì…

ascoltami…

io chiusi la scatola e la misi a casa mia in alto, in un posto semibuio…

dentro quella stessa mia stanza che si era trasformata in una stanza vecchia ma ordinata…

c’erano tanto scaffali con tante scatole.

Miky

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Eravamo a casa mia…

ma c’era la tavola nostra…

della nostra casa familiare…”

Miky rievoca la sua storia familiare, i vissuti che hanno contraddistinto l’economia affettiva della sua infanzia e adolescenza. La “casa” è simbolo della struttura psichica, la “tavola” rappresenta gli scambi affettivi.

sopra c’era una scatola aperta…

fatta con le carte di giornale…

ma solida…”

Miky rievoca la sua femminilità, la sua sessualità: la “scatola”. Ricorda la sua disposizione verso il prossimo e le sue aperture sociali, disinibite ma controllate, i suoi valori in riguardo al suo esser donna: “solida”.

mio padre era appena dietro di me a destra…

poi si avvicinò alla mia sinistra…

e mi disse …”

Miky elabora la sua “posizione edipica”, la sua relazione conflittuale e seduttiva con la figura paterna, nel caso specifico, necessaria nell’evoluzione della sua “organizzazione psichica”. Inizialmente colloca il padre “appena dietro a destra”, una figura maschile inserita nella realtà e di supporto nell’economia psicofisica. Miky ha introiettato la figura paterna con il suo essere attiva e dominante, ha acquisito forza e potere nel suo esser donna.

Successivamente colloca il padre nel suo passato e lo archivia, “alla mia sinistra”, non gli serve più nella sua quotidianità psichica e acquista in femminilità seduttiva e recettiva. Non sente il bisogno di essere dominante e potente.

Miky analizza la “parte maschile” e la “parte femminile” della sua “organizzazione psichica”, “androginia psichica”, e in sogno le condensa nella figura paterna, un uomo che è stato oggetto di investimenti di amore e odio, come richiede la “posizione edipica” nella sua universalità formativa.

Miky, chiudi la scatola…

e mettila via…

deve stare lì…

ascoltami…”

Miky dice a se stessa: la mia formazione femminile si è adeguatamente compiuta e non ho bisogno di alcun potere e di ulteriori esperienze. Miky ha trovato la giusta dimensione psichica individuale e relazionale e soprattutto nel suo esser donna e potenzialmente madre. Il processo conflittuale di identificazione nel padre si è acquietato, per cui Miky può procedere nell’acquisizione della sua autonomia psichica risolvendo le pendenze con il padre. L’ascolto di sé, “ascoltami”, equivale a una presa di coscienza sulla sua dimensione psichica di figlia e di donna.

io chiusi la scatola e la misi a casa mia in alto, in un posto semibuio…”

La maturazione psichica al femminile di Miky riceve la conferma e dopo averla assimilata, “a casa mia”, riceve una sublimazione, “in alto”, una forma di purificazione e assoluzione dei sensi colpa che inevitabilmente hanno accompagnato la formazione psichica nella sua evoluzione. Il “posto semibuio” rappresenta simbolicamente una forma di obnubilamento della coscienza, una lieve “rimozione” o dimenticanza del suo essere femminile, della sua “scatola”. Miky ha per le mani esperienze più importanti.

dentro quella stessa mia stanza, che si era trasformata in una stanza vecchia ma ordinata…,

c’erano tanto scaffali con tante scatole.”

Anch’io sono come le altre donne. Miky ha acquisito la dimensione sociopolitica della femminilità e della collocazione psicofisica della donna, “tanti scaffali con tante scatole”. Miky ha fatto le sue esperienze evolutive e ha trovato nella figura paterna un valido stimolo ad acquisire quei tratti psichici a lei congeniali. La sua autonomia femminile può ritenersi momentaneamente conclusa in questo sogno che condensa e riepiloga la storia psichica di tante donne.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 09, 2023

TUTTI O QUASI NESSUNO

Tutti abbiamo bisogno di un dio,

io nodio,

tutti abbiamo bisogno di un santo,

io nosanto,

tutti abbiamo bisogno di un padre,

io nopadre,

tutti abbiamo bisogno di un grande fratello,

io nograndefratello,

tutti abbiamo bisogno di un drago,

io nodrago,

tutti abbiamo bisogno di una reliquia da baciare,

io noreliquia e tanto meno da baciare,

tutti abbiamo bisogno di un vaccino,

io novaccino,

tutti abbiamo bisogno di un green pass,

io nogreenpass,

tutti abbiamo bisogno di un super green pass,

io nosupergreenpass,

tutti siamo questuanti e replicanti,

tutti siamo claudicanti e impertinenti,

tutti siamo insolenti e sbeffeggianti,

tutti siamo sciancati e svarionati.

Anche tu, mona!

Per il momento dimmi, per favore e per forza, chi sei,

altrimenti chiamo i carabinieri,

la polizia,

la finanza,

la forestale,

i vigili urbani e municipali,

chiamo Bepy mona,

chiamo sempre qualcuno,

chiamo il capo dei capi,

colui che si chiama Gino,

non Gino ginettaccio,

il maledetto cagnaccio in bicicletta,

Cerutti Gino,

l’amico di Giorgio,

quello del bar del Giambellino,

il figlio del ciambellano della riforma fascista del vocabolario,

per l’appunto ridetto ciambelculo,

Cerutti Gino,

quello che chiamavan drago,

gli amici,

sempre al bar del Giambellino,

dicevan ch’era un mago,

era un mago,

era un mago,

il napoletano delle tre carte nella fiera di Godega di sant’Urbano,

quello che incanta il bilancio all’incanto,

quello delle tre banche e delle sette sorelle,

quello dei quelli della signora Orietta,

tu sei quello

che s’incontra una volta e mai più,

meno male,

meno male che tutto va bene,

meno male,

meno male,

meno male che niente va male,

meno male,

meno ma.

Basta,

basta una sola volta,

la seconda non riesco,

la seconda non la reggo,

ho la mia età,

ho i miei traumi

e non posso esternarli in tivvù

dalla signora dei traumi antichi e anali,

quella dell’università goliardica e arruffona

che fonde e confonde le tette con le gote,

basta una sola volta,

mi creda,

egregio perito di laboratorio e tecnico dell’assicurazione,

egregia infermiera che sgobbi,

egregio dottore della tele,

egregio professore del santo Camillo e del santo Raffaele,

profeti messi insieme a ciucciar coca cola e ciupaciupa,

i nostri leccalecca dell’infanzia inquinata dal d.d,t.

ai bordi del lettino dell’orfanotrofio Fatebenefratelli,

basta una sola volta,

perché altrimenti son veramente cazzi vostri.

Intanto balliamo con le stelle sotto le stelle,

non nelle stalle del potere,

le stanze della lirica e le strofe della poesia

che odorano di palle di merda e di celluloide.

Intanto balliamo con le palle e le sventole.

Domani ci penseremo,

domani penseremo chi vuoi for president.

Noi vogliam dio che è nostro padre,

noi vogliam dio che è nostro re,

noi vogliamo il puffo con i capelli incollati,

noi vogliamo il buffo in costume da bagno sulla spiaggia di Scilla & Cariddi,

noi vogliamo il pacioccone con il maglione di turno,

noi vogliamo la vispa Heidy con le lentiggini sul desco patrio fiorito,

noi vogliamo essere padroni,

ma nessuno è padrone di se stesso,

noi non siamo seguaci di Karl, del baffone e del capellone,

noi seguiamo il vento come tira a Monza

e come non tira nella bonaccia della vecchiezza.

Intanto ho bisogno di una rete o di un prete,

una buona rete di nylon e un buon prete di lana caprina,

dammi una rete e un prete

per pescare gli uomini di buona volontà

e le donne ingenue e giuste

che vanno dalla sgionfa e dalla brisolada

a far menate oscene in pubblico pagante,

voglio una rete tivvù per dire stronzate stratosferiche,

per fare potacci con i tortelli e potaccetti con il ragù,

per sbarcare il lunario cotidie e con la giacca double face,

per fare spettacolo da filosofo sempre incazzato

e da mattaccin del beneamato circolo Picnic,

per vendere il panettone delle quattro sorelle vergini e gravide,

per giocare con il mercante in fiera,

in casa in ospedale,

dappertutto,

un mercante dappertutto.

Tu aiutami,

tu che sai e che non sei,

dammi il salario per il sale,

dimmi che tutti siamo liberi e schiavi,

tosatei imberbi e putee in menarca,

gente mai cresciuta in questo diuturno ballo di san Vito,

mentre il fuoco di sant’Antonio impazza nelle piazze e nei circhi,

tose nobili e timidette,

tosatan dalla vita bassa nei pantaloni e nelle palle,

tutti imbroglioni della migliore risma di carta marcata Fabriano,

tutte imbrogliate dalle multinazionali del petrolio e del crimine,

dagli editori a largo profilo,

dalle influencer di riferimento,

mentre in Siria nasce un bambino dagli occhi cerulei

e in Afganistan nasce un bambino dagli occhi neri.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 24, 12, 2021

CONTAMINAZIONE N° 77

PRIMO TEMPO

Vorrei coprir la tua bocca di baci,

di baci,

di baci,”

(ma non si può

perché sarei irriguardoso,

così invasore,

così invasivo,

mi condanneresti all’oblio,

il tuo oblio

e io ne morirei),

per dirti quanto mi piaci,”

(ahi ahi ahi,

non esageriamo con le parole,

qui si rasenta il peccato originario,

il maschilismo atavico e antico,

la libido acritica e testicolare,

non siamo mica epicurei,

tanto meno edonisti,

di quelli che non tengono le mani e gli attrezzi a posto

e non riconoscono i figli che hanno seminato

in lungo e in largo per boria narcisistica

più che per la pietas di Enea),

e poi tenerti sul cuor,”

(con il ricorso al cuore

e alla cardiologia letteraria di tutti i tempi

posso finalmente riparare

il tentativo di un eventuale maltolto

e dell’offesa al corpo mistico e diplomatico

della serenissima repubblica di Malta,

là dove il buoncostume alberga e indomito regna,

presso la donna di provincia in mezzo al mare

e non di bordello).

FINE PRIMO TEMPO

SECONDO TEMPO

Ma non si può,

in ogni caso e con ogni eventualità,

non si può semplicemente perché

io non so parlar d’amore”,

(parole, parole, parole,

parole, soltanto parole,

parole d’amore di quel Verbo che in principio fu,

di quel for, faris, fatus sum, fari,

notoriamente inteso come Fato dagli stenterelli,

da coloro che si svendono in tivvù per un ricco lesso,

il Fato,

notoriamente da intendere come ciò che è stato detto,

checché ne dicano il puffo,

il buffo,

il pacioccone

e la vispa Teresa),

l’emozione non ha voce”

(semplicemente perché l’emozione grida,

ciò che si muove dentro sbraita,

sbareghea,

ietta vuci,

crie,

scassa le balle

e sconquassa il cardiocircolatorio apparato,

ha tutto un corpo a sua disposizione per la grancassa,

per fare bene le sue cose e a puntino il suo dovere),

e mi manca anche il respiro”,

(no covid,

no vicks vaporub,

no paracetamolo,

si tratta di una semplice somatizzazione d’angoscia

da sindrome abbandonica,

quanta solitudine sin da piccolo,

tanta solitudine,

tanta solitudine da sempre,

quasi cent’anni di solitudine,

italica e non sudamericana,

sicula per la precisione,

orfano di padre,

vedovo di madre,

certo che potevo parlare con me stesso,

ma il maestro non me l’aveva insegnato

e io speravo di cavarmela,

mi circuiva come un chierico

e io non sapevo che fare),

se ci sei, c’è troppa luce”,

( lux fiat et lux facta est

nella tua splendida persona,

una maschera oscena da opera dei pupi,

o Ganu di Maganza

tiriti la distanza,

l’ammazzasti a Guerrin

detto il meschino,

a metà tra un dio tra i tanti sul mercato

e una marionetta dipinta in acrilico,

abbagliami,

straziami,

non baciarmi al buio,

potrei morirne,

di cotanto oltraggio potrei morire

folgorato sulla strada di Floridia

mentre sono in cerca dell’Eldorado,

mentre creo il cielo e la terra

con il sudore della fronte,

come il Primo disse in quel tempo

quando creò il Tempo)

la mia anima si spande come musica nel vento”

( la musica nel vento seduce,

porta via le cambiali scadute e mai pagate,

attizza lo spread senza l’invasione del puffo

che paga la mia anima in via dell’Olgettina

e direttamente in Egitto,

presso le donne furbette del cortile

che mostrano il deretano al pellegrino

che ansante cerca ancora la strada

che porta alla Mecca,

a quella pietra nera che è caduta dal cielo

perché stanca di ballare con le stelle),

e la voglia sai mi prende”

( quella non manca mai nelle stalle popolari

e nei bassifondi della pianura padana

tra moscerini attizzati e mosche pudiche,

tra zanzare longobarde e zecche nostrane,

mamma Piero mi tocca,

toccami Piero

che la mamma non c’è,

come faccio a corteggiarti

se mi respingi in una con i baci di Perugia,

con i mon chery de Turin al dolce sapore di ciliegia,

con quel cesto di ricci di mare

che raccolsi spinandomi sulle coste di Brucoli ),

e si accende con i baci tuoi”

( la ragazza del mio cuore sei,

tu lo sai,

ma baciare non ti posso mai,

sempre con la mamma te ne stai

e sola non vuoi uscire mai con me,

allora che amore è il nostro,

un brodino di pescetti e di calamari,

un fritto di paranza che nuoce alla panza,

no,

io non ci sto

e non mi accendo come un accendino

a tuo piacimento e a tuo complemento,

io voglio l’armonia e la simmetria,

io ambisco a un’armonia simmetrica,

sarà troppo,

sarà impossibile,

ma io ti voglio baciare

dopo averti sposata,

così parlò Zaratustra

e più non dimandare

perché altrimenti rompi,

rompi quell’armonia costruita intorno a te

da qualche banca in vena di sollazzi.)

FINE

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 24, 02, 2022

LA YUCCA DEL PADRE

Deh, com’era bello mio padre!

Deh, quant’era grande mio padre!

Beh, che succede?

Maestoso nella sua imponenza appare sulla porta

alla bambina che paziente l’aspettava,

alla piccola che trepida l’attendeva,

la sera,

ogni sera,

quando anche la paura bussa alla porta,

alla figlia che l’anelava timorosa ogni sera,

quelle sere quando il cuoricino batte forte

per le ansie dell’amore novello,

per il desiderio di un padre e il bisogno di una madre,

per la gelosia e il pudore.

Quant’è bella la yucca di Carmen sulla terrazza di Carancino,

esposta come il petto di una donna,

alta come il vanto di un bel padre,

un fiore bianco all’occhiello di una figlia,

la favola bella di colei che ieri era putella.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 25, 02, 2023

FRUTTI ROSSI RETATI

TRAMA DEL SOGNO

“Estraevamo con qualche difficoltà degli strani frutti rossi retati delle dimensioni di una mela dal nostro ombelico.

Mio padre ci aveva spiegato il modo di farlo. Per lo più bisognava insistere e soprattutto crederci.

A un certo punto sono seduto sul divano. Mio fratello nudo sale sul ventre di mia madre nuda a cavalcioni come a compiere una specie di copula che non era una propriamente una copula.

Trovo il corpo di mia madre assai giovane.

Giro gli occhi altrove. Poi mi sposto nell’altra stanza dove sulla mia scrivania vedo un cesto di quei frutti. Hanno al centro, nel punto in cui dovrebbe trovarsi il picciolo, una piccola chiazza bianca perlacea, simile ad una stomatite.

Mi avvicino goloso col pensiero di mangiarli, ma pensando all’improvviso al luogo da cui provengono provo un sottile disgusto.”

Gregorio

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Estraevamo con qualche difficoltà degli strani frutti rossi retati delle dimensioni di una mela dal nostro ombelico.”

Ecco il portentoso meccanismo onirico della “figurabilità” in azione!

Gregorio elabora una scena di parto, la trasla nell’ombelico al posto della vagina, rappresenta il feto con “strano frutto rosso retato delle dimensioni di una mela”. Il meccanismo funziona ed è creativo, poetico per la precisione, un’immagine che contiene un bel “fantasma” che risponde alla domanda universale: “come nascono i bambini?” Gregorio si fa assistere nel sogno, particolarmente scabroso nella sua semplicità, da altre persone, per mantenere un certo equilibrio nervoso e per non svegliarsi cadendo nell’incubo: la coincidenza del “significato latente” e del “significato manifesto”. Notare, ancora, come la figurabilità onirica rappresenta il feto: “frutto rosso retato” e la vagina nello “ombelico”, l’organo simbolico del potere della madre.

Mio padre ci aveva spiegato il modo di farlo. Per lo più bisognava insistere e soprattutto crederci.”

Ecco il padre, colui che insegna l’educazione sessuale ai figli, “ci aveva spiegato” come nascono i bambini e anche come si fanno i bambini, “il modo di farlo”. Insomma, il padre di Gregorio ha operato nel migliore dei modi una forma di educazione sessuale, ottemperando beneficamente al suo ruolo. L’elaborazione poetica appartiene al figlio, Gregorio per l’appunto. “Per lo più bisognava insistere e soprattutto crederci” apre lo scenario al coito e alla reiterazione dello stesso, al fine di avere un buon esito per tanta prestazione sessuale. “Crederci” lo decodifico dal latino come “affidarsi” a se stessi e alla donna con cui si è in relazione. Insomma: se vuoi un figlio, procedi con sicurezza e fiducia, sicut pater docet e come figura di riferimento privilegiata specialmente per un figlio maschio. Tutto bene fino a questo punto.

Che il sogno ce la mandi buona!

A un certo punto sono seduto sul divano. Mio fratello nudo sale sul ventre di mia madre nuda a cavalcioni come a compiere una specie di copula che non era una propriamente una copula.”

Dopo l’insegnamento paterno e l’autorizzazione a procedere arrivano i nostri a cavallo di un caval: la madre dal ventre nudo, il fratello nudo a cavalcioni.

Si copula o non si copula?

Gregorio guarda se stesso “seduto sul divano” perché si proietta nel fratello e realizza con la dovuta censura il desiderio libidico di avere dalla madre l’insegnamento sessuale opportuno e concreto. Il tutto dopo avere avuto la licenza didattica dal padre. E’ assolutamente normale e giusto che ogni figlio e ogni figlia si chieda il perché della censura concreta dei genitori in riguardo alla sessualità e all’erotismo, in riguardo alla vita del corpo neurovegetativo. Gregorio procede con cautela morale e si “sposta” sul fratello. Non poteva essere una “copula” vera e propria perché sarebbe stato un incesto e il “Super-Io”, individuale e culturale, non sarebbe stato davvero contento.

Vediamo dove va a parare il nostro eroe puritano.

Trovo il corpo di mia madre assai giovane.”

Che bella immagine!

Che bel vissuto!

La mamma bella e il desiderio bello del corpo vivente sono recuperati dall’età in cui il figlio aveva l’età giusta per desiderare sfacciatamente con pudore. Da bambino Gregorio ha desiderato il corpo della mamma. Freud lo chiamò “complesso di Edipo” e costruì un mare di teorie sopra tragedie antiche e moderne. Immarcescibile questa “posizione psichica” dell’infanzia in universale, al di là delle razze e del censo, al di là delle ipocrisie e delle verità filosofiche, al di là del gusto e del sapore.

Guai al bimbo e alla bimba che non hanno desiderato fisicamente il padre e la madre!

Quasi in un nuovo vetusto e attuale comandamento si coniuga questo “desidera e riconosci il padre e la madre” per avere anche una fausta vitalità sessuale all’interno di una armonica “organizzazione psichica”.

Giro gli occhi altrove. Poi mi sposto nell’altra stanza dove sulla mia scrivania vedo un cesto di quei frutti. Hanno al centro, nel punto in cui dovrebbe trovarsi il picciolo, una piccola chiazza bianca perlacea, simile ad una stomatite.”

Rimozione” e “spostamento” sono due ben precisi “meccanismi di difesa” dall’angoscia di aver tanto peccato nel pensiero e non nell’opera: giro gli occhi altrove” o non ci rifletto e dimentico e “poi mi sposto”, dopo il fratello, “sulla mia scrivania”, mi riapproprio dell’alienato in maniera delicata e compatibile al mio vissuto psichico e ai mie “fantasmi” edipici. Ricordo che il “fantasma” è una rappresentazione primaria della realtà psichica, il nostro modo infante e bambino di pensare che non si abbandona mai, neanche dopo il benefico avvento della razionalità, un pensiero fantasioso e caldo oltremodo ricco di allucinazioni e di emozioni, una modalità onirica di inquadrare i propri vissuti, un essere poeti e “criatori”, come diceva Giambattista Vico. Insomma il “fantasma” è una rappresentazione della realtà psichica sempre e in ogni caso. “L’altra stanza” in cui Gregorio si sposta, quella dove è posizionata la “scrivania”, rappresenta l’attività razionale adulta, quella con cui ha proprio razionalizzato i suoi “fantasmi edipici”, le rappresentazioni fortemente emotive e simboliche delle sue varie relazioni con i genitori e nello specifico la madre. “Quei frutti” sono le rappresentazioni simboliche del feto con tanto di cordone ombelicale: “Hanno al centro, nel punto in cui dovrebbe trovarsi il picciolo, una piccola chiazza bianca perlacea, simile ad una stomatite.” Sono in un “cesto” che rappresenta simbolicamente il grembo materno, l’apparato genitale femminile, il sistema ovarico riproduttivo. Ricordo che il cordone ombelicale è il tramite che lega il figlio alla madre e che dopo il parto si taglia ma non si scinde il rapporto simbiotico psichico con l’augusta genitrice. Io sono ancora affetto da un meraviglioso “complesso di Edipo” e ho un altrettanto meraviglioso rapporto con mia madre, ho un cordone ombelicale ancora ben funzionante e attivo. Di mia madre, fuori di me, conservo la reliquia nel cimitero di Siracusa. Ma questo è tutto un altro discorso e un altro discorrere.

Via con il sogno di Gregorio!

Mi avvicino goloso col pensiero di mangiarli, ma pensando all’improvviso al luogo da cui provengono provo un sottile disgusto.”

Ecco la gola e i suoi peccati, ecco la vitalità sessuale, ecco l’erotismo, ecco il corpo campo d’amore, ecco la “libido” e l’energia vitale di Dioniso e di Sigmund, di Darwin e di Nietzsche e di Bergson. “Goloso col pensiero” ossia il sistema neurovegetativo e il sistema nervoso centrale, la vitalità e la razionalità, l’emozione e la ragione, Dioniso e Aristotele, Giordano Bruno ed Hegel, la poesia e la filosofia, l’essere umano, il vivente per quello che restrittivamente di esso conosciamo e possiamo dire. Dell’altro e di altro non so fin adesso, ma sto cercando con la lanterna di Diogene, sto ricercando con il metodo di Aristotele e di Renè Descartes.

Convergo sul sogno di Gregorio e analizzo “ma pensando al luogo da cui provengono”, l’ombelico secondo “Gregorio padre” e l’apparato genitale secondo la scienza, “provo un sottile disgusto”. Ancora un “pensando”, anzi un “ripensando” leopardiano, la ragione fredda in atto che stacca dalle emozioni e le abbandona pensando di tenerle sotto controllo e senza sapere che ciò che butti dalla porta ti rientra dalla finestra, come la tanta spazzatura che inonda la mia città greca. Ancora ritorna l’emozione del “sottile disgusto”, un gusto emotivo contrastato e contrapposto, una guerra di gusti, quello emotivo e sensoriale e quello razionale e morale, l’eterna diatriba occidentale e psicoanalitica tra Es e Io alleato del Super-Io in questo caso. E’ questo lo psicodramma onirico di Gregorio, l’essere in conflitto con se stesso e nello specifico tra le sue istanze psichiche della vita istintiva ed emotiva, “Es”, della vita censoria e morale,”Super-Io”, della vita razionale e discernitiva, “Io”.

Mi fermo e consegno quanto emerso dal prodotto psico-poetico di Gregorio.

IL BACIO DI SATURNO E DELLA LUNA

Baciami o Luna,

baciami o dolce Luna delle rimembranze e dei desideri

e dimmi in ciel che fai,

dimmi che fai giorno e notte sospesa nel vuoto

su un etereo appendiabiti firmato d & g?

Baciami come il mitico Arsenio Lupin

con intrallazzo e delinquenza,

con fascino e scioglilingua,

baciami con i pizzilli e le pizzocchere,

come se fossi un re della ristorazione di alto prezzo,

come se fossi un re di cuori di alto loco,

come se fossi un putinot di odoroso pollaio.

Io,

Saturno,

ho ragione da vendere e anelli da regalare,

da sempre girovago tra le miste Perseidi,

le rocce maligne della famiglia di Perseo

che si piantano nel tuo piatto di calamari osceni e fritti

quando meno te l’aspetti,

mentre giri gli occhi in libera uscita,

strabici che è meglio,

per guardare le gambe affusolate e succulente

della nuova cameriera valdostana,

la solita Charlene tutta bionda e tutta crucca,

quando orbito di gusto nelle notti d’agosto

dentro lo sciame di alghe profumate al kerosene

e intinte di plastica merlettata all’arsenico

insieme a quella graziosa gabbianella

e a quel gatto Coraggioso ferito nell’onore

perché tradito con un’altra gabbianella,

una questione femminile,

una vicenda materna,

una pulsione maternale,

robe da sante femministe:

io coverò le tue uova in tua assenza,

tu coverai le mie uova in mia assenza,

noi vinceremo la morte con l’istinto di vita,

noi useremo il gabbiano.

Sopravviveremo per altre cinquanta primavere

e noi due femmine per sempre amandoci,

feconde faremo le uova e le coveremo,

accudiremo i nostri pulcini senza papà

nell’irto costone delle montagne scozzesi

che precipitano su un mare

che sta morendo per il termosifone sempre acceso

nella tua camera da letto a marca doimo

e nel tuo azzurro bagno firmato richard ginori.

Cosa importa,

o adorata Luna,

se io sono razional glacial,

se in ogni stella non vedo nient’altro che il mal.

Tu,

solo tu sei quell’amore satellite

che mi sconvolse la vita sul cuscino

sin da quando ero un bel bambino.

Cosa importa

se adesso senza losanghe e ramingo per il cosmo io vo

e mi sbatto le palle polverose dell’oraziano

quem mihi, quem tibi finem di dederint.

Io razionale e tu battona,

io zoccoletto e tu magistra,

dammi solo tre parole per dirti

omnia munda mundis”.

Così lontani, così vicini.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 14, 08, 2022

ANCORA

Ancora un papa,

ancora un pope,

ancora una regina,

ancora un re,

ancora uno zar,

ancora un kaiser,

ancora un duce,

ancora una duchessa cosìecosì,

ancora un principino assassino.

Quanto bisogno abbiamo di un capo!

Quanto bisogno abbiamo di un padre!

Quanta oscenità in questa spiaggia settembrina!

Quanto bisogno abbiamo del culo!

Tra chiappe ridenti e cosce sonanti

il corteo è funebre e sorridente

in questa sfilata accalorata di Avola e dintorni.

Tra crape pelate e lustri di gente lustrata

si ricerca un’identità nazionale stupida e stupita

in queste file smodate di gente attendente.

Ancora un principino che scrive,

ancora una principessa che scopa,

ancora una contessa con il marchese,

ancora un marchese con la contessa.

Quanta sabbia cenerosa sporca in questo stupidarium

ripieno di cicche ciucciate da labbra inferocite

durante la calura di un sole in senescenza

e ripieno di elio e di plutonio,

luminoso come le gote degli infanti

prima che inizino a sproloquiare

tra le braccia di una matrigna o di una maestra,

meglio che di un prete.

Zozza è la zozzura di questa fetta di storia

distolta dalle stoltezze di personaggi opachi,

di uomini moderni e di donne arcaiche

che tendono al sovrannaturale e attentano la ragione,

minano e menano la Ragione.

Prendimi ben bene per il culo

in questa festa afosa di un settembre alternato

in odore di santità profana e laica

e forte di quel vino buono di Pachino

che fa resuscitare i testosteroni latenti e girovaghi,

i vagabondi ormoni della Giudecca e della strada maestra,

la mastra rua.

Parlami della regina appena defunta

e del figlio appena regalizzato in sovrano con il cavallo

di un popolo che sta silente in fila,

dimmi del suo stuolo di servi e servette

che adorano la vergine Cuccia,

mentre il piede villan del servo scalcia come un ciuco

le fresche e rigenerate palle di Barbazucon,

ossidate dal tempo galante e galantuomo,

ma sempre buone all’uopo e alla bisogna.

Meno male che la morte arriva sempre

prima che si consumi il grande evento,

prima che la forchetta si sposi con il consommé,

prima di quel porco fottuto con il limone in culo.

Il matrimonio non va,

non fa per me,

lo sposalizio non mi giova.

Per una salsiccia mi tocca tenere a vita tutto il maiale.

Ormai il prete non sposa,

il prete si sposa,

specula sui sensi di colpa dei figli sui padri e sulle madri,

celebra solo funerali

e apre la cassettina per l’obolo dei defunti.

Quanti morti su questa terra!

Ancora,

ancora,

perché io da quella volta non ho capito un cazzo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 25, 09, 2022

ELOGIO DEL BATTAGLIONE

Attenzione,

battaglione,

c’è la mucca col pancione

e non sono stato io,

è stato un milite ignoto,

un maschio sconsiderato e mai morto,

un uomo assente e sempre vivo,

un similpelle umana di plastica,

un padre impietoso non pervenuto,

un paron dalle belle braghe bianche

e con tanto di palanche nelle tasche oscene.

Attenzione,

battaglione,

un marrano ha ingravidato la tosa,

un fanfarone ha messo il naso nella marmellata

e ha tanto ciucciato di gusto

da mordersi la lingua e le labbra,

ma non ha usato le dita

per ripulire il vaso,

ha pisciato fuori dall’orinale di porcellana

in vendita da Floresta in via Cristoforo Colombo

al numero civile 1942.

Attenzione,

battaglione,

c’è il fango sullo stradone,

la miseria che il cielo ha mandato,

dall’alto e dal basso per non sbagliare,

per una par condicio politicante allo sbaraglio,

il Puffo e le sue tivvù,

il Buffo e le sue fregnacce.

Oh che giorno beato il ciel ci ha dato

ricoprendo di fieno le mele della mia cascina,

offuscando di dolore le fragole della mia piccina.

Viva, viva Mariarosa,

non quella della marmellata o del lievito Bertoldino,

la pulzella che è chantosa,

che combina in un batter d’occhio

pane, amore e fantasia

sulle tavole del teatro della val di Fassa

con la gente che si sconquassa,

con la gente che si scompiscia,

con la gente che si attizza

al suo ridere elegante in un’avanguardia luccicante

che è solo la follia delle parole,

italiane,

francesi,

spagnole,

le creature più belle del mondo

che parlano in lingua corposa a Mariarosa,

la pulzella che fa la chantosa,

che mostra il deretano al mostro

che in varia misura ha colmato la sua indegnità.

Oh tosa chantosa!

Oh discrimine del Bene e del Male!

Oh madonna delle maldicenze,

mostraci le gambe scosciate

come i fusilli dei polli spellati ad arte

nel bancone del super conveniente mercato delle pulci!

Oh madonna dell’imbroglio,

indicaci la strada della verità,

la via del disonore,

l’impresa della spazzatura mafiosa

che accende roghi per la nostra Giovanna dell’Arco

durante il raro temporale d’agosto!

Donna e domina,

fammi morire di diossina,

inquinami le poche cellule

ancora detenute in questo corpo gramo

che aspira dal culo coca buona

e stronzate varie dai giornali della tele

di quel fesso che comanda anche la povera regina!

O amorevole signora nostra Morte,

dammi le chiavi della questura e del tribunale,

nonché della caramberia fedele e inurbana,

per protestare le mie lettere di cambio

acquistate dal monaco impostore

che con la questua si comprava il coniglio

dallo zio Gesualdo nel mercato di Ortigia!

Sia resa grazia alla signora Cannarella

in via Emanuele Giaracà al civico 23,

il numero che in cabala popolana traduce il culo,

che denunciò il misfatto al maresciallo Vittorio u babbu.

Attenzione,

battaglione, avanti march!

Un, due,

un, due,

op, tuì

passo,

passo,

segnare il passo,

un, tuì,

un, due,

un, due.

Battaglione, alt!

Sergente di cavalleria

Salvatore Vallone

da Siracusa

Carancino di Belvedere, 01, 09, 2022

LA VALIGIA BIRICHINA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Era appena arrivato l’autobus per l’aeroporto dove mi aspettava un aereo per la Germania, dove sarei andata a trovare il mio ragazzo. Faccio per caricare la valigia nel bagagliaio, quando qualcosa mi distrae.

Una volta arrivati all’aeroporto, vado a prendere la valigia ma, sorpresa, mi accorgo che non c’è. Allora, ricordo di non averla mai caricata, perché distratta da qualcosa.

Presa dal panico, decido di avvertire casa per vedere se qualcuno sarebbe potuto andare a prendere il mio bagaglio, ma, preso in mano il telefono, mi accorgo che si trattava di quello di mio padre, che è identico al mio. Tuttavia, non potevo utilizzarlo dato che, per farlo, c’era bisogno di un pin che non conoscevo.

Così, sempre più in ansia, mi rivolgo a un uomo dell’agenzia degli autobus, spiegandogli la situazione, ma senza ammettere il fatto che io stessa non avevo infilato la valigia nel bagagliaio, dicendo invece che qualcun altro l’aveva tirata fuori a mia insaputa.

Mi vergognavo abbastanza di questa mia grande distrazione.

Lui mi dice, rassicurante, che la mia valigia era stata trovata, che era in viaggio su un autobus e che avrei dovuto aspettarla lì.

Sarei arrivata a prendere il mio aereo?”

Questo è il sogno di Bruna.

INTERPRETAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Si tratta di un sogno carico di simbologie femminili che sviluppa il tema della consapevolezza di essere femmina e il potere di essere donna, l’assimilazione dell’identità psichica femminile in espresso riguardo alla sessualità e alle figure dei genitori. E’ una tematica universale e una tappa evolutiva che riguarda le ragazze che si affacciano alla vita amorosa relazionandosi a un uomo in questo caso, una figura che oltretutto ha la sua radice e il suo modello nel padre. Ricordo che per par condicio la madre funge per l’identificazione e l’identità psichiche della figlia.

Era appena arrivato l’autobus per l’aeroporto dove mi aspettava un aereo per la Germania, dove sarei andata a trovare il mio ragazzo. Faccio per caricare la valigia nel bagagliaio, quando qualcosa mi distrae.”

Bruna è in procinto di incontrare il suo ragazzo e, sognando, mette in discussione il suo essere femminile in previsione dell’intimità da convivere e timorosa della femminilità da offrire. “L’aereo” è un simbolo materno, così come la “valigia” rappresenta il grembo con gli annessi e connessi genitali e sessuali dell’universo femminile. Bruna ha qualche sospeso con la consapevolezza della sua femminilità e qualche timore in riguardo alla sua sessualità, per cui non carica la “valigia nel bagagliaio”. Bruna ha qualche conflitto latente con la madre. La “distrazione” è una difesa psichica che si chiama “rimozione”. Lei parte ma dimentica, non vuol pensare a quel qualcosa di intimo e privato che si prospetta in questo happening con il suo ragazzo.

Buon viaggio, allora, anche con questa vena di vago erotismo e di stupore diffuso: “qualcosa mi distrae”.

Una volta arrivati all’aeroporto, vado a prendere la valigia ma, sorpresa, mi accorgo che non c’è. Allora, ricordo di non averla mai caricata, perché distratta da qualcosa.”

Bruna ha dimenticato di caricare la valigia nell’autobus che la sta portando all’aeroporto per volare verso il suo amore. Ritorna la distrazione, “quando qualcosa mi distrae” e “perché distratta da qualcosa”, Bruna mantiene in vita il meccanismo di difesa della “rimozione”, Bruna si aliena leggermente e senza pericolo in quella che è la parte del suo corpo più coinvolta in quest’avventura, la sua natura femminile e la sua sessualità. Il “non averla mai caricata” si traduce in non averla mai adeguatamente vissuta e razionalizzata. Bruna è una giovane donna e in quanto tale non ha avuto ancora la possibilità di fare le giuste esperienze di vita e di vitalità erotica, per cui va da sé che si senta frastornata e inadeguata a tanto viaggio. La leggera brezza della “rimozione” aiuta e incoraggia a proseguire il cammino verso l’innamorato e nella vita. Ritorna “l’aeroporto” nel sogno a testimoniare del “tramite” che porta all’autonomia psicofisica, alla libera gestione del suo “psicosoma”. Bruna deve partire e, se non parte, non cresce.

La domanda legittima a questo punto è la seguente: quale causa innesca questa “rimozione”?

Presa dal panico, decido di avvertire casa per vedere se qualcuno sarebbe potuto andare a prendere il mio bagaglio, ma, preso in mano il telefono, mi accorgo che si trattava di quello di mio padre, che è identico al mio. Tuttavia, non potevo utilizzarlo dato che, per farlo, c’era bisogno di un pin che non conoscevo.”

Ecco in ballo la figura paterna e in forma esplicita!

Bruna riesuma il padre in un contesto erotico e leggermente conflittuale, uno status psicofisico dettato dalle radici della sua formazione e dalla sua evoluzione psichica, in particolare la “posizione edipica”, i vissuti affettivi ed erotici in riguardo alla dialettica “padre-figlia” in questo caso, ma in cui è coinvolta necessariamente la “madre” per rendere completo il quadro psicodinamico. Bruna, sognando, si mette in relazione con il padre tramite il “telefono” di lui e giustifica il lapsus con la condivisione dello stesso modello. Ma guarda un po’ come ragiona Bruna in sogno. Invece di rivolgersi all’ufficio dei bagagli smarriti, richiama il padre e la relazione pregressa con lui per dire che in questa “rimozione” della sua femminilità e in questo viaggio verso la passione ha una parte importante ma non determinante, perché c’entra anche la madre e la stessa Bruna in un’ampia gamma dell’atavica diatriba sul freudiano “complesso di Edipo”. La differenza tra la figlia e il padre si attesta nel “pin”, nel codice personale che giustamente Bruna non conosce e che si traduce nella formazione e nell’evoluzione psicofisiche. Del resto, i vissuti formativi sono estremamente personali e unici ed è questa unicità che ci rende fortunatamente originali e irripetibili. Il padre non può andare a prendere il bagaglio smarrito della figlia. La questione s’intriga e si evolve verso le giuste e naturali conseguenze, seguendo sempre la linearità evolutiva del fenomeno onirico e della psicodinamica innescata.

Nulla di nuovo sotto il sole!

Così, sempre più in ansia, mi rivolgo a un uomo dell’agenzia degli autobus, spiegandogli la situazione, ma senza ammettere il fatto che io stessa non avevo infilato la valigia nel bagagliaio, dicendo invece che qualcun altro l’aveva tirata fuori a mia insaputa.”

“Presa dal panico” in precedenza e “sempre più in ansia” adesso, Bruna viaggia verso la soluzione del problema: ritrovare e riappropriarsi della propria “valigia” dimenticata da qualche parte senza l’ausilio del padre e proprio adesso che sta per volare per raggiungere il suo ragazzo “in Germania” e consumare la sua carica erotica. Degna di nota è la componente isterica e leggermente fobica della nostra eroina, il panico e l’ansia, ma si tratta di somatizzazioni che si fondono e si confondono con la piacevole eccitazione che sta provando da un paio di giorni a questa parte in attesa di volare verso una forma di rendiconto della sua formazione erotica e sessuale. Dopo il padre ritorna una figura maschile, “un uomo dell’agenzia degli autobus”, uno “spostamento e una “traslazione” che rende meno traumatico il prosieguo del sonno e del sogno. L’ansia e il panico si risolvono “spiegando la situazione” e chiaramente a se stessa e con la truffa dell’omissione, “senza ammettere”, che è una mezza furbesca e quasi consapevole “rimozione”. Bruna si sta dicendo “ adesso vado dal mio moroso in Germania e chi vivrà vedrà con valigia e senza valigia, ma è meglio che recuperi una certa qual consapevolezza della mia sessualità.” Lei aveva infilato la valigia nel bagagliaio, ma qualcun altro l’aveva tirata fuori a mia insaputa: una consapevole bugia difensiva per non pagare il dazio, per non prendere del tutto coscienza di quanto il padre abbia contribuito con la sua figura nella formazione della sua struttura psichica reattiva ed evolutiva e nella sua vitalità erotica e disposizione sessuale. Degna di nota è la difesa protettiva della sua sessualità e si vede chiaramente in “io stessa avevo infilato la valigia nel bagagliaio”, due simboli femminili che attestano delle paure maturate da Bruna nel corso della sua formazione psichica evolutiva. Chi mi aveva fatto conoscere la mia sessualità è quel qualcun altro che risponde alla figura paterna. I conti tornano e tornano alla grande a confermare la bontà della griglia interpretativa della “posizione edipica”. Si nasce femmine, ma si diventa femmine. Così parlò Sigmund!

Mi vergognavo abbastanza di questa mia grande distrazione.”

Non è vero, si tratta di un naturale meccanismo psichico di difesa che ha nome “rimozione” associato a una consapevole tutela da incidenti sociali in corso d’opera. Meglio aver paura, piuttosto che prendere botte con grande danno. La “distrazione” si traduce in “metto una cosa da un’altra parte e la sottraggo alla sua naturale e giusta collocazione”. E’ una difesa psichica che si definisce “spostamento” e serve a distribuire eventuale angoscia in maniera di renderla vivibile senza alterare l’equilibrio omeostatico anche durante il sonno e nel sogno. Ricordo che il sentimento della “vergogna” verte simbolicamente su temi riguardanti l’intimità, la vita erotica e sessuale, i bisogni del corpo. Bruna sta recuperando in sogno la sua identità di giovane donna che si appresta a vivere esperienze degne di interesse per la loro carica erotica e per la crescita personale.

Lui mi dice, rassicurante, che la mia valigia era stata trovata, che era in viaggio su un autobus e che avrei dovuto aspettarla lì.”

Coordino per capire meglio. Bruna si fa rassicurare sulla sua femminilità e sulla sua sessualità dall’addetto ai bagagli smarriti, una figura maschile che è la “traslazione” del padre, quindi Bruna si fa rassicurare dal padre sulla sua femminilità e sulla sua sessualità perché la sua evoluzione psicofisica è passata attraverso la dialettica psichica “edipica” e abbisogna dell’autorizzazione del padre. A tutti gli effetti realistici Bruna si autorizza a procedere da sola con quelle titubanze eccitanti che condiscono la preziosa minestra delle esperienze sessuali. Le sue paure sono state risolte nel migliore dei modi attraverso il riconoscimento del padre e dei diritti del suo corpo, oltre che del suo essere femminile. Sembra che non si sia presentata in sogno la figura materna trattandosi di identificazione e di identità psichiche e questa assenza significherebbe che la madre è stata ben razionalizzata e archiviata almeno per il momento e in questa situazione. Del resto, Bruna va a trovare un uomo, il suo uomo, e il padre serve anche come nulla osta per evitare i sensi di colpa e come figura di riferimento maschile. In effetti la madre è simboleggiata nella “valigia” dentro “l’autobus”, per cui il quadro edipico si compone in tutti i suoi elementi costitutivi e la vitalità sessuale di Bruna, la figlia, sembra avviarsi nella prosperità, visto che tutti gli elementi della diatriba sono stati richiamati e andati nel loro giusto posto. In precedenza la stessa Bruna aveva affermato che lei in persona “non aveva infilato la valigia nel bagagliaio” denotando la relazione con la madre e connotandola come un contrasto che si risolve al meglio e senza danno per i contendenti. L’identificazione femminile nella figura materna c’è stata, l’autorizzazione paterna c’è stata, il “Super-Io di Bruna ha detto di sì a questa avventura, l’identità femminile è acquisita, per cui si può partire per vivere la grande storia di una donna innamorata del suo giovane uomo. Si vola in Germania con la Lufthansa.

Sarei arrivata a prendere il mio aereo?”

Bruna esprime nel finale del sogno, mentre si sta svegliando a causa del protrarsi emotivo del “lavoro onirico”, il suo dubbio esistenziale: “riuscirò a vivere bene la mia femminilità e la mia sessualità e a dispormi in maniera recettiva verso le sensazioni del mio corpo e verso il mio uomo?” La titubanza è la maniera migliore per concludere un sogno completo e composto nella sua ricca e prolifica sinteticità.

Ho fatto leggere l’interpretazione dl sogno di Bruna a un mio amico veneto che di mestiere fa il tappezziere e a tempo perso il carrozziere. Alla fine Denis ha commentato in questo modo: “ma ti te varda cossa vien fora quando si decide di andare a scopar. Par mi no l’è possibile.”

Gli ho risposto che non è importante che sia vera o falsa l’interpretazione e che, invece, è giusto porre il problema della auto-consapevolezza in quello che facciamo e viviamo per non essere presi per il culo da noi stessi anche nelle situazioni più eccitanti e birichine. Non c’è cascato e ha continuato a borbottare nel suo argentino dialetto che “no l’è possibile, no. Ti t’esagera come sempre.”

L’interpretazione del sogno di Bruna si può concludere degnamente qui, nonostante le convinzioni del mio amico Denis.