IL BACIO DI SATURNO E DELLA LUNA

Baciami o Luna,

baciami o dolce Luna delle rimembranze e dei desideri

e dimmi in ciel che fai,

dimmi che fai giorno e notte sospesa nel vuoto

su un etereo appendiabiti firmato d & g?

Baciami come il mitico Arsenio Lupin

con intrallazzo e delinquenza,

con fascino e scioglilingua,

baciami con i pizzilli e le pizzocchere,

come se fossi un re della ristorazione di alto prezzo,

come se fossi un re di cuori di alto loco,

come se fossi un putinot di odoroso pollaio.

Io,

Saturno,

ho ragione da vendere e anelli da regalare,

da sempre girovago tra le miste Perseidi,

le rocce maligne della famiglia di Perseo

che si piantano nel tuo piatto di calamari osceni e fritti

quando meno te l’aspetti,

mentre giri gli occhi in libera uscita,

strabici che è meglio,

per guardare le gambe affusolate e succulente

della nuova cameriera valdostana,

la solita Charlene tutta bionda e tutta crucca,

quando orbito di gusto nelle notti d’agosto

dentro lo sciame di alghe profumate al kerosene

e intinte di plastica merlettata all’arsenico

insieme a quella graziosa gabbianella

e a quel gatto Coraggioso ferito nell’onore

perché tradito con un’altra gabbianella,

una questione femminile,

una vicenda materna,

una pulsione maternale,

robe da sante femministe:

io coverò le tue uova in tua assenza,

tu coverai le mie uova in mia assenza,

noi vinceremo la morte con l’istinto di vita,

noi useremo il gabbiano.

Sopravviveremo per altre cinquanta primavere

e noi due femmine per sempre amandoci,

feconde faremo le uova e le coveremo,

accudiremo i nostri pulcini senza papà

nell’irto costone delle montagne scozzesi

che precipitano su un mare

che sta morendo per il termosifone sempre acceso

nella tua camera da letto a marca doimo

e nel tuo azzurro bagno firmato richard ginori.

Cosa importa,

o adorata Luna,

se io sono razional glacial,

se in ogni stella non vedo nient’altro che il mal.

Tu,

solo tu sei quell’amore satellite

che mi sconvolse la vita sul cuscino

sin da quando ero un bel bambino.

Cosa importa

se adesso senza losanghe e ramingo per il cosmo io vo

e mi sbatto le palle polverose dell’oraziano

quem mihi, quem tibi finem di dederint.

Io razionale e tu battona,

io zoccoletto e tu magistra,

dammi solo tre parole per dirti

omnia munda mundis”.

Così lontani, così vicini.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 14, 08, 2022

ANCORA

Ancora un papa,

ancora un pope,

ancora una regina,

ancora un re,

ancora uno zar,

ancora un kaiser,

ancora un duce,

ancora una duchessa cosìecosì,

ancora un principino assassino.

Quanto bisogno abbiamo di un capo!

Quanto bisogno abbiamo di un padre!

Quanta oscenità in questa spiaggia settembrina!

Quanto bisogno abbiamo del culo!

Tra chiappe ridenti e cosce sonanti

il corteo è funebre e sorridente

in questa sfilata accalorata di Avola e dintorni.

Tra crape pelate e lustri di gente lustrata

si ricerca un’identità nazionale stupida e stupita

in queste file smodate di gente attendente.

Ancora un principino che scrive,

ancora una principessa che scopa,

ancora una contessa con il marchese,

ancora un marchese con la contessa.

Quanta sabbia cenerosa sporca in questo stupidarium

ripieno di cicche ciucciate da labbra inferocite

durante la calura di un sole in senescenza

e ripieno di elio e di plutonio,

luminoso come le gote degli infanti

prima che inizino a sproloquiare

tra le braccia di una matrigna o di una maestra,

meglio che di un prete.

Zozza è la zozzura di questa fetta di storia

distolta dalle stoltezze di personaggi opachi,

di uomini moderni e di donne arcaiche

che tendono al sovrannaturale e attentano la ragione,

minano e menano la Ragione.

Prendimi ben bene per il culo

in questa festa afosa di un settembre alternato

in odore di santità profana e laica

e forte di quel vino buono di Pachino

che fa resuscitare i testosteroni latenti e girovaghi,

i vagabondi ormoni della Giudecca e della strada maestra,

la mastra rua.

Parlami della regina appena defunta

e del figlio appena regalizzato in sovrano con il cavallo

di un popolo che sta silente in fila,

dimmi del suo stuolo di servi e servette

che adorano la vergine Cuccia,

mentre il piede villan del servo scalcia come un ciuco

le fresche e rigenerate palle di Barbazucon,

ossidate dal tempo galante e galantuomo,

ma sempre buone all’uopo e alla bisogna.

Meno male che la morte arriva sempre

prima che si consumi il grande evento,

prima che la forchetta si sposi con il consommé,

prima di quel porco fottuto con il limone in culo.

Il matrimonio non va,

non fa per me,

lo sposalizio non mi giova.

Per una salsiccia mi tocca tenere a vita tutto il maiale.

Ormai il prete non sposa,

il prete si sposa,

specula sui sensi di colpa dei figli sui padri e sulle madri,

celebra solo funerali

e apre la cassettina per l’obolo dei defunti.

Quanti morti su questa terra!

Ancora,

ancora,

perché io da quella volta non ho capito un cazzo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 25, 09, 2022

LA VALIGIA BIRICHINA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Era appena arrivato l’autobus per l’aeroporto dove mi aspettava un aereo per la Germania, dove sarei andata a trovare il mio ragazzo. Faccio per caricare la valigia nel bagagliaio, quando qualcosa mi distrae.

Una volta arrivati all’aeroporto, vado a prendere la valigia ma, sorpresa, mi accorgo che non c’è. Allora, ricordo di non averla mai caricata, perché distratta da qualcosa.

Presa dal panico, decido di avvertire casa per vedere se qualcuno sarebbe potuto andare a prendere il mio bagaglio, ma, preso in mano il telefono, mi accorgo che si trattava di quello di mio padre, che è identico al mio. Tuttavia, non potevo utilizzarlo dato che, per farlo, c’era bisogno di un pin che non conoscevo.

Così, sempre più in ansia, mi rivolgo a un uomo dell’agenzia degli autobus, spiegandogli la situazione, ma senza ammettere il fatto che io stessa non avevo infilato la valigia nel bagagliaio, dicendo invece che qualcun altro l’aveva tirata fuori a mia insaputa.

Mi vergognavo abbastanza di questa mia grande distrazione.

Lui mi dice, rassicurante, che la mia valigia era stata trovata, che era in viaggio su un autobus e che avrei dovuto aspettarla lì.

Sarei arrivata a prendere il mio aereo?”

Questo è il sogno di Bruna.

INTERPRETAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Si tratta di un sogno carico di simbologie femminili che sviluppa il tema della consapevolezza di essere femmina e il potere di essere donna, l’assimilazione dell’identità psichica femminile in espresso riguardo alla sessualità e alle figure dei genitori. E’ una tematica universale e una tappa evolutiva che riguarda le ragazze che si affacciano alla vita amorosa relazionandosi a un uomo in questo caso, una figura che oltretutto ha la sua radice e il suo modello nel padre. Ricordo che per par condicio la madre funge per l’identificazione e l’identità psichiche della figlia.

Era appena arrivato l’autobus per l’aeroporto dove mi aspettava un aereo per la Germania, dove sarei andata a trovare il mio ragazzo. Faccio per caricare la valigia nel bagagliaio, quando qualcosa mi distrae.”

Bruna è in procinto di incontrare il suo ragazzo e, sognando, mette in discussione il suo essere femminile in previsione dell’intimità da convivere e timorosa della femminilità da offrire. “L’aereo” è un simbolo materno, così come la “valigia” rappresenta il grembo con gli annessi e connessi genitali e sessuali dell’universo femminile. Bruna ha qualche sospeso con la consapevolezza della sua femminilità e qualche timore in riguardo alla sua sessualità, per cui non carica la “valigia nel bagagliaio”. Bruna ha qualche conflitto latente con la madre. La “distrazione” è una difesa psichica che si chiama “rimozione”. Lei parte ma dimentica, non vuol pensare a quel qualcosa di intimo e privato che si prospetta in questo happening con il suo ragazzo.

Buon viaggio, allora, anche con questa vena di vago erotismo e di stupore diffuso: “qualcosa mi distrae”.

Una volta arrivati all’aeroporto, vado a prendere la valigia ma, sorpresa, mi accorgo che non c’è. Allora, ricordo di non averla mai caricata, perché distratta da qualcosa.”

Bruna ha dimenticato di caricare la valigia nell’autobus che la sta portando all’aeroporto per volare verso il suo amore. Ritorna la distrazione, “quando qualcosa mi distrae” e “perché distratta da qualcosa”, Bruna mantiene in vita il meccanismo di difesa della “rimozione”, Bruna si aliena leggermente e senza pericolo in quella che è la parte del suo corpo più coinvolta in quest’avventura, la sua natura femminile e la sua sessualità. Il “non averla mai caricata” si traduce in non averla mai adeguatamente vissuta e razionalizzata. Bruna è una giovane donna e in quanto tale non ha avuto ancora la possibilità di fare le giuste esperienze di vita e di vitalità erotica, per cui va da sé che si senta frastornata e inadeguata a tanto viaggio. La leggera brezza della “rimozione” aiuta e incoraggia a proseguire il cammino verso l’innamorato e nella vita. Ritorna “l’aeroporto” nel sogno a testimoniare del “tramite” che porta all’autonomia psicofisica, alla libera gestione del suo “psicosoma”. Bruna deve partire e, se non parte, non cresce.

La domanda legittima a questo punto è la seguente: quale causa innesca questa “rimozione”?

Presa dal panico, decido di avvertire casa per vedere se qualcuno sarebbe potuto andare a prendere il mio bagaglio, ma, preso in mano il telefono, mi accorgo che si trattava di quello di mio padre, che è identico al mio. Tuttavia, non potevo utilizzarlo dato che, per farlo, c’era bisogno di un pin che non conoscevo.”

Ecco in ballo la figura paterna e in forma esplicita!

Bruna riesuma il padre in un contesto erotico e leggermente conflittuale, uno status psicofisico dettato dalle radici della sua formazione e dalla sua evoluzione psichica, in particolare la “posizione edipica”, i vissuti affettivi ed erotici in riguardo alla dialettica “padre-figlia” in questo caso, ma in cui è coinvolta necessariamente la “madre” per rendere completo il quadro psicodinamico. Bruna, sognando, si mette in relazione con il padre tramite il “telefono” di lui e giustifica il lapsus con la condivisione dello stesso modello. Ma guarda un po’ come ragiona Bruna in sogno. Invece di rivolgersi all’ufficio dei bagagli smarriti, richiama il padre e la relazione pregressa con lui per dire che in questa “rimozione” della sua femminilità e in questo viaggio verso la passione ha una parte importante ma non determinante, perché c’entra anche la madre e la stessa Bruna in un’ampia gamma dell’atavica diatriba sul freudiano “complesso di Edipo”. La differenza tra la figlia e il padre si attesta nel “pin”, nel codice personale che giustamente Bruna non conosce e che si traduce nella formazione e nell’evoluzione psicofisiche. Del resto, i vissuti formativi sono estremamente personali e unici ed è questa unicità che ci rende fortunatamente originali e irripetibili. Il padre non può andare a prendere il bagaglio smarrito della figlia. La questione s’intriga e si evolve verso le giuste e naturali conseguenze, seguendo sempre la linearità evolutiva del fenomeno onirico e della psicodinamica innescata.

Nulla di nuovo sotto il sole!

Così, sempre più in ansia, mi rivolgo a un uomo dell’agenzia degli autobus, spiegandogli la situazione, ma senza ammettere il fatto che io stessa non avevo infilato la valigia nel bagagliaio, dicendo invece che qualcun altro l’aveva tirata fuori a mia insaputa.”

“Presa dal panico” in precedenza e “sempre più in ansia” adesso, Bruna viaggia verso la soluzione del problema: ritrovare e riappropriarsi della propria “valigia” dimenticata da qualche parte senza l’ausilio del padre e proprio adesso che sta per volare per raggiungere il suo ragazzo “in Germania” e consumare la sua carica erotica. Degna di nota è la componente isterica e leggermente fobica della nostra eroina, il panico e l’ansia, ma si tratta di somatizzazioni che si fondono e si confondono con la piacevole eccitazione che sta provando da un paio di giorni a questa parte in attesa di volare verso una forma di rendiconto della sua formazione erotica e sessuale. Dopo il padre ritorna una figura maschile, “un uomo dell’agenzia degli autobus”, uno “spostamento e una “traslazione” che rende meno traumatico il prosieguo del sonno e del sogno. L’ansia e il panico si risolvono “spiegando la situazione” e chiaramente a se stessa e con la truffa dell’omissione, “senza ammettere”, che è una mezza furbesca e quasi consapevole “rimozione”. Bruna si sta dicendo “ adesso vado dal mio moroso in Germania e chi vivrà vedrà con valigia e senza valigia, ma è meglio che recuperi una certa qual consapevolezza della mia sessualità.” Lei aveva infilato la valigia nel bagagliaio, ma qualcun altro l’aveva tirata fuori a mia insaputa: una consapevole bugia difensiva per non pagare il dazio, per non prendere del tutto coscienza di quanto il padre abbia contribuito con la sua figura nella formazione della sua struttura psichica reattiva ed evolutiva e nella sua vitalità erotica e disposizione sessuale. Degna di nota è la difesa protettiva della sua sessualità e si vede chiaramente in “io stessa avevo infilato la valigia nel bagagliaio”, due simboli femminili che attestano delle paure maturate da Bruna nel corso della sua formazione psichica evolutiva. Chi mi aveva fatto conoscere la mia sessualità è quel qualcun altro che risponde alla figura paterna. I conti tornano e tornano alla grande a confermare la bontà della griglia interpretativa della “posizione edipica”. Si nasce femmine, ma si diventa femmine. Così parlò Sigmund!

Mi vergognavo abbastanza di questa mia grande distrazione.”

Non è vero, si tratta di un naturale meccanismo psichico di difesa che ha nome “rimozione” associato a una consapevole tutela da incidenti sociali in corso d’opera. Meglio aver paura, piuttosto che prendere botte con grande danno. La “distrazione” si traduce in “metto una cosa da un’altra parte e la sottraggo alla sua naturale e giusta collocazione”. E’ una difesa psichica che si definisce “spostamento” e serve a distribuire eventuale angoscia in maniera di renderla vivibile senza alterare l’equilibrio omeostatico anche durante il sonno e nel sogno. Ricordo che il sentimento della “vergogna” verte simbolicamente su temi riguardanti l’intimità, la vita erotica e sessuale, i bisogni del corpo. Bruna sta recuperando in sogno la sua identità di giovane donna che si appresta a vivere esperienze degne di interesse per la loro carica erotica e per la crescita personale.

Lui mi dice, rassicurante, che la mia valigia era stata trovata, che era in viaggio su un autobus e che avrei dovuto aspettarla lì.”

Coordino per capire meglio. Bruna si fa rassicurare sulla sua femminilità e sulla sua sessualità dall’addetto ai bagagli smarriti, una figura maschile che è la “traslazione” del padre, quindi Bruna si fa rassicurare dal padre sulla sua femminilità e sulla sua sessualità perché la sua evoluzione psicofisica è passata attraverso la dialettica psichica “edipica” e abbisogna dell’autorizzazione del padre. A tutti gli effetti realistici Bruna si autorizza a procedere da sola con quelle titubanze eccitanti che condiscono la preziosa minestra delle esperienze sessuali. Le sue paure sono state risolte nel migliore dei modi attraverso il riconoscimento del padre e dei diritti del suo corpo, oltre che del suo essere femminile. Sembra che non si sia presentata in sogno la figura materna trattandosi di identificazione e di identità psichiche e questa assenza significherebbe che la madre è stata ben razionalizzata e archiviata almeno per il momento e in questa situazione. Del resto, Bruna va a trovare un uomo, il suo uomo, e il padre serve anche come nulla osta per evitare i sensi di colpa e come figura di riferimento maschile. In effetti la madre è simboleggiata nella “valigia” dentro “l’autobus”, per cui il quadro edipico si compone in tutti i suoi elementi costitutivi e la vitalità sessuale di Bruna, la figlia, sembra avviarsi nella prosperità, visto che tutti gli elementi della diatriba sono stati richiamati e andati nel loro giusto posto. In precedenza la stessa Bruna aveva affermato che lei in persona “non aveva infilato la valigia nel bagagliaio” denotando la relazione con la madre e connotandola come un contrasto che si risolve al meglio e senza danno per i contendenti. L’identificazione femminile nella figura materna c’è stata, l’autorizzazione paterna c’è stata, il “Super-Io di Bruna ha detto di sì a questa avventura, l’identità femminile è acquisita, per cui si può partire per vivere la grande storia di una donna innamorata del suo giovane uomo. Si vola in Germania con la Lufthansa.

Sarei arrivata a prendere il mio aereo?”

Bruna esprime nel finale del sogno, mentre si sta svegliando a causa del protrarsi emotivo del “lavoro onirico”, il suo dubbio esistenziale: “riuscirò a vivere bene la mia femminilità e la mia sessualità e a dispormi in maniera recettiva verso le sensazioni del mio corpo e verso il mio uomo?” La titubanza è la maniera migliore per concludere un sogno completo e composto nella sua ricca e prolifica sinteticità.

Ho fatto leggere l’interpretazione dl sogno di Bruna a un mio amico veneto che di mestiere fa il tappezziere e a tempo perso il carrozziere. Alla fine Denis ha commentato in questo modo: “ma ti te varda cossa vien fora quando si decide di andare a scopar. Par mi no l’è possibile.”

Gli ho risposto che non è importante che sia vera o falsa l’interpretazione e che, invece, è giusto porre il problema della auto-consapevolezza in quello che facciamo e viviamo per non essere presi per il culo da noi stessi anche nelle situazioni più eccitanti e birichine. Non c’è cascato e ha continuato a borbottare nel suo argentino dialetto che “no l’è possibile, no. Ti t’esagera come sempre.”

L’interpretazione del sogno di Bruna si può concludere degnamente qui, nonostante le convinzioni del mio amico Denis.

LA SORELLA UBRIACA

TRAMA DEL SOGNO

In una festa in cui non sapevo la presenza di mia sorella, la incontro.

Mi viene vicino e getta delle scarpe con il tacco nella piscina.

Io le dico: “ma cosa fai?” E mi rendo conto che era ubriaca.

Lei a quel punto mi insegue e io scappo. A un certo punto mi fermo, lei va avanti e cade nella piscina.

Io mi rendo conto che lei non riesce a riemergere e la tiro fuori dall’acqua, affidando le sue cure a mia madre e alla mia compagna, dicendo loro che devo andare a trovare il marito.

Trovo il marito nella parte coperta della “masseria” appoggiato ad un muro e gli chiedo dove fosse mia sorella e da quanto non la vedeva.

Lui mi risponde che non sapeva e che ha sempre saputo di avere la fiducia da parte nostra.

Io gli rispondo che, una volta messa la fede al dito, si stava comportando male.

Finisce qui.

Raffaele

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

In una festa in cui non sapevo la presenza di mia sorella, la incontro.”

Raffaele si imbatte subito nello struggimento del “sentimento della rivalità fraterna. Si trova in famiglia, un luogo felice, ma arriva una rivale, una contendente, una ladra d’affetti e di attenzioni, “mia sorella”, non solo in carne e ossa, ma soprattutto in “presenza”, quasi un daimon persecutorio e, quanto meno, infido. Raffaele non sapeva perché sapevano i suoi genitori e nello specifico la madre.

Mi viene vicino e getta delle scarpe con il tacco nella piscina.”

Le “scarpe” sono un chiaro simbolo femminile, vaginale per la precisione. Se poi hanno “il tacco”, si tratta di una donna fallica, una femmina di potere, una persona seducente e ricercata, appetitosa e ricca di sé: la solita rappresentazione dell’universo femminile che risale alla figura della dea Afrodite e alle Sirene. La “piscina” è una rappresentazione simbolica della Madre, le ‘viene vicino” condensa l’ambito familiare e la convivenza, “getta” equivale a fondersi con la madre. Insomma, Raffaele ha una sorella ingombrante che ha una relazione privilegiata con la madre, oltretutto viene vissuta come una donna di potere per la sua spiccata femminilità e sessualità. Si prospettano per Raffaele conflitti con l’universo femminile.

Mi piace soffermarmi sulla visione culturale e rappresentazione seduttiva della donna, per affermare l’obsoleto “fantasma” maschile dell’angoscia di castrazione, nella prima infanzia collegata al padre. Sul cambiamento della rappresentazione di questa “fantasma” si fonda il possibile cambiamento di tanti mali che ieri e soprattutto oggi sono una costante e tragica minaccia per le donne: il femminicidio. Un maggiore e migliore presenza del padre nell’educazione familiare è sempre necessaria e non soltanto auspicabile. Il Tempo evolve anche la Cultura, per fortuna, e la Psicologia consegue.

Io le dico: “ma cosa fai?” E mi rendo conto che era ubriaca.”

Raffaele vive la sorella come facile a lasciarsi andare e all’orgasmo, abile ad abbassare i livelli della vigilanza della coscienza, a disporsi a gustare l’estasi e lo sballo. Raffaele vive la donna in maniera diametralmente opposta a se stesso: “mi rendo conto”. La sorella condensa l’universo femminile. Di fronte all’autocontrollo di Raffaele la sorella è il massimo del lasciarsi andare neurovegetativo e morale. Se il fratello è apollineo, la sorella è, di certo, dionisiaca. “Io le dico”: prescrizione, rigore, “Super-Io” esigente e censorio. “Ma cosa fai” cela, per converso e meno male, anche il desiderio di autocritica. Raffaele sogna e rivedendosi si mette in discussione.

Lei a quel punto mi insegue e io scappo. A un certo punto mi fermo, lei va avanti e cade nella piscina.”

Raffaele è pienamente entrato in conflitto con la sorella, l’elemento femminile in generale, si serve della sorella per rievocare la sua formazione psichica e i suoi vissuti verso le donne, i suoi “fantasmi” al riguardo. Viene fuori questo tira e molla, questo desiderio e rifiuto, questa ambivalenza psicofisica con l’aggravante della “caduta nella piscina”: il “sentimento della rivalità fraterna”. Raffaele proietta nella sorella il suo bisogno di madre, di tanta madre, una “piscina” per l’appunto, quella dove la sorella si abbandona e si rilassa, “cade”. Il sogno si serve dei meccanismi della “traslazione” e della “proiezione” per consentire il prosieguo del sonno e per evitare il risveglio traumatico, l’incubo. In sintesi: il bambino Raffaele è stato tanto geloso della sorella e tanto bisognoso di madre, l’adulto Raffaele vive la donna come facile a lasciarsi andare fisicamente e psicologicamente, confermando una rappresentazione dell’universo femminile obsoleta e non certo originale.

Io mi rendo conto che lei non riesce a riemergere e la tiro fuori dall’acqua, affidando le sue cure a mia madre e alla mia compagna, dicendo loro che devo andare a trovare il marito.”

Come volevasi dimostrare. Madre e sorella appaiono in sogno spudoratamente e altrettanto spudorato è Raffaele il censore, l’uomo che vuole sanare le situazioni relazionali. Appare anche la dialettica di coppia in doppia versione: la “mia compagna” e “il marito” della sorella. Riconfermo: nei vissuti di Raffaele la sorella e la donna sono facili a lasciarsi andare, così come la madre la sorella a cui Raffaele si affida, presumendo la loro diversità in base al suo desiderio e al suo bisogno di avere una donna a sua immagine e somiglianza. Il “marito” include anche la figura paterna, un barlume spostato di padre in mancanza di una sostanziosa figura paterna. L’eroe Raffaele blocca l’orgasmo della donna, vive male il lasciarsi andare alle pulsioni del sistema neurovegetativo della sua donna sentendolo come un difetto e un pericolo. Della serie: ragioniamo sempre e comunque, che è meglio.

Trovo il marito nella parte coperta della “masseria” appoggiato ad un muro e gli chiedo dove fosse mia sorella e da quanto non la vedeva.”

La figura maschile nel sogno di Raffaele si scinde nel censore e nel libertario, colui che reprime e colui che se ne fotte. Nella casa psicologica, la “parte coperta della masseria”, albergano due figure: il marito e il fratello-padre che protegge a suo modo la sorella o la donna in generale. Raffaele è combattuto tra il collocarsi come freddo critico e come premuroso attendente nei riguardi della donna, oscilla tra queste due pulsioni di protettore e di inquisitore. Ripeto: c’è poco padre in questo contesto familiare e il figlio ne ha preso il posto e ne ha usurpato il ruolo. Il “muro” attesta simbolicamente di questa difficoltà di Raffaele a liberarsi di sovrastrutture inutili nei riguardi della donna.

Lui mi risponde che non sapeva e che ha sempre saputo di avere la fiducia da parte nostra.”

Non sapeva della donna, ma sapeva della stima formale della famiglia. La fiducia è un elemento freddo e un tramite fragile che non cementano la relazione. Raffaele oscilla nuovamente tra l’uomo ingenuo che non conosce la psicologia delle donne e l’uomo ineccepibile che si comporta bene con le donne. Raffaele non si coinvolge nelle relazioni con l’universo femminile, ma di lui non si può dire alcunché di negativo, anzi tutt’altro. Ha preso il posto del padre e ne fa le veci. Questo cognato ha tanto sapore di padre.

Io gli rispondo che, una volta messa la fede al dito, si stava comportando male.”

La fede al dito” è una chiara simbologia del coito, la prima rappresenta la vagina e il secondo condensa simbolicamente il pene. Come dire in gergo giovanile e simpaticamente: dopo che me l’hai data, sono diventato strafottente, sicuramente non sono più quello di prima. L’attrazione sessuale si spegne dopo la conquista sessuale della donna, dopo il coito si va spegnendo il desiderio e la pulsione. Dopo aver appagato il senso della conquista e il bisogno del possesso, l’investimento affettivo ed emotivo va progressivamente scemando. Raffaele rappresenta nel sogno questa sua difficoltà a stabilire una relazione matura con una donna e a investire di volta in volta sempre nuova “libido”, a portare avanti la relazione affettiva e sessuale in un unico contesto: la cura amorevole della sua donna. Il perché di tutto questo trambusto psichico il sogno lo accenna quando parla della figura materna e della collocazione paterna del figlio. Inoltre, è di rilievo la dimensione razionale in eccesso e la paura della donna dionisiaca o in orgasmo.

Dire di più non so, per cui la decodificazione del sogno di Raffaele si ferma a queste succose e interessanti linee.

L’INCONTRO

Ho un corpo da usare senza grancassa.

Non voglio tacchi alti

che annuncino il mio arrivo.

A farti vedere che sono entrata,

ci penso io.

Lo sapremo noi due,

non ci serve la claque.

Non so ancora chi sei

mentre sei tra la folla,

ma saprò puntare il mio sguardo su di te.

Conosco bene il battere

e il levare del canto del gallo,

l’odore della carne di un uomo.

Nessun abito anticipa la femmina,

ti ho avvertito

che io sono il mio corpo.

Ma tu spogliami lo stesso,

perché mi piace essere spogliata

quando mi spogli.

Io sono la figlia di mezzo,

quella con i vestiti del primo,

nata e cresciuta nello spazio di condivisione e accettazione:

poche lagne e tante corse.

E tu mi dici che non devo correre?

Non mi è possibile,

sono spudorata,

ma per celia,

per piacere al padre nostro,

che non è nei cieli.

Papà, papà!

Lui non ha tempo per me,

ne ha avuto

quando è rimasto solo.

Allora sì,

prenditi cura di me,

fa’ tutto quello che puoi.

Sì,

lo farò,

è nella mia natura farlo,

mi hai programmata così,

sono la lavatrice che monda le tue colpe,

ora,

ora che non serve più,

non a me,

mai a me.

E tra un leggimi Pirandello

e due consigli lapidari su come accettare il rifiuto,

hai lasciato il tuo marchio nel mio petto valoroso,

dove batte per metà il tuo cuore spezzato.

Abbiamo riso,

assieme,

tanto.

Mi hai resa forte e vulnerabile.

Che bastardo!

Ma quello che sono è affar mio,

voltati,

Maestro,

guardami,

è Pentecoste tra breve,

abbiamo un po’ di tempo per parlare d’amore o per farlo,

che poi è la stessa cosa,

prima che scenda lo Spirito Santo in fiamme.

Ti leggerò ogni sera,

sarai il poeta immortale a cui confido i miei segreti,

conosci i passi incerti del mio incedere.

Le tue parole mi estasieranno ancora e ancora.

Hai sentito che hanno fotografato un buco nero?

Pensi che dentro si sentano cantare le sirene?

Incantami con i tuoi versi,

ho visto la luce gialla prepotente che assola la tua terra,

so cosa ti ha forgiato.

Non smetterò di correre,

ma questa volta prenderò il tuo posto

e mi legherò all’albero maestro

per non cedere alla lusinga infida della tua testa raffinata.

Sabina

Trento, 21, 11, 2018

IL REWIND ONNIPOTENTE E I DUE CANI DI MARIGIO’

TRAMA DEL SOGNO

“Non mi ricordo come è cominciato il sogno, ma mi ritrovo con un pene in bocca e con la lingua che gira attorno al glande tessendo un filo come a costruire qualcosa.

Finita questa operazione, quando mi distacco per guardarlo si trasforma in un quadretto di legno scuro con l’immagine nel mezzo. Penso che è una bella opera e che devo trovare una galleria dove esporla.

Approfitto dell’occasione che mio padre deve andare a Milano per affari per farmi dare un passaggio e trovare un compratore.

Arriviamo nella ditta di un suo cliente e lui parcheggia in un capannone dove ci sono tante altre auto e mi lascia lì ad aspettare. Io passeggio per sgranchirmi le gambe e, mentre sono un po’ distante, noto un gruppo di uomini che sta armeggiando attorno ad un’auto.

Li spio e li controllo. Vorrei andare a nascondermi in auto, ma loro spostano l’auto presa di mira proprio a fianco della nostra ed io non posso aprire le portiere.

Poi non so come, ma mi ritrovo in un altro luogo alla guida della nostra auto, al mio fianco c’è un enorme cane tipo terranova.

Arrivata a destinazione apro la porta e il cane mi passa davanti e scende. Fuori c’è un pastore tedesco che sembra lo stesse aspettando. Il pastore lo assale e iniziano a mordersi.

Ho paura per il mio cane, faccio un rewind e lo ricarico in auto.

Penso di rifare la scena con me che scendo per prima e allontano il pastore tedesco per poi far scendere il mio cagnone.

Col cavolo!

Appena apro la porta, il pastore salta dentro e davanti alla mia persona cominciamo ad azzannarsi. Vedo sangue e mi sveglio.”

Questo sogno è stato concepito e composto dalla Fantasia di Marigiò.

INTERPRETAZIONE

Non mi ricordo come è cominciato il sogno, ma mi ritrovo con un pene in bocca e con la lingua che gira attorno al glande tessendo un filo come a costruire qualcosa.

Marigiò si meraviglia di esordire in sogno ricordando una scena altamente erotica e avvolta dal pudore dei benpensanti per la “traslazione” del coito che comporta: le labbra diventano le grandi labbra e il cavo orale la vagina. In effetti, Marigiò sta sognando di fare l’amore con un uomo anonimo e con l’intento di giustificare a se stessa l’atto sessuale apparentemente orale. Marigiò è una donna che non concepisce la sessualità fine a se stessa e per la persona che la vive, ma è all’antica perché la giustifica con un progetto di varia natura e qualità tra i due viaggiatori nei territori del sesso. “Tessendo un filo” condensa una progressiva costruzione in coppia, “come a costruire qualcosa”. Gli insegnamenti familiari di madri improvvide ritornano in queste scarne parole: si fa sesso con l’uomo che sposi e non prima. E adesso che Marigiò è adulta e vaccinata non riesce a concepire un rapporto sessuale fine a se stesso e tutto e soltanto per lei, per il suo piacere, per il suo corpo, perché ci deve mettere dentro qualche giustificazione progettuale che la possa assolvere dagli inevitabili sensi di colpa per aver trasgredito alle norme materne e familiari. E’ interessante come nella “traslazione del coito” si serva di un atto erotico che sicuramente non è previsto nel codice didattico ed etico familiare, della serie “più reprimi e più la cosa viene fuori da altre parti in maniera accentuata”.

Finita questa operazione, quando mi distacco per guardarlo si trasforma in un quadretto di legno scuro con l’immagine nel mezzo. Penso che è una bella opera e che devo trovare una galleria dove esporla.”

Il progetto matrimoniale è servito su un pezzo di legno scuro, qualcosa di lugubre e per niente radioso. Oltretutto “l’immagine nel mezzo” non si vede, ma è una bella opera degna di essere esposta nella formalità di una rinomata galleria d’arte. Marigiò è cresciuta fantasticando sulla sua vita sessuale e contenendo le sue pulsioni al fine di essere accettata in famiglia e al fine di non coinvolgersi in storie di sesso che magari le destavano timore. Marigiò ha eroicamente controllato i suoi desideri per essere della partita familiare e sicuramente questo contenimento innaturale ha accentuato la sua vitalità erotica e sessuale, ma il risultato di tanta castrazione e frustrazione è quello di entrare in conflitto con i suoi bisogni di base corporea, di innescare una psiconevrosi tra l’istanza censoria “Super-Io” e l’istanza pulsionale “Es”, mettendo il povero “Io” a non saper che pesci pigliare in tanto mare aperto. Marigiò è stata una brava bambina e una brava adolescente e continua a essere una brava donna, ha fatto una “bella opera” degna di essere esposta alla formalità dei bigotti e nelle sedi dell’infelicità. La semina del passato ritorna nel presente e quando meno te l’aspetti e magari sotto forma di un sogno proprio per indicarti che non è utile mantenere questa castrazione e questa frustrazione per l’equilibrio psichico, pena la somatizzazione in sintomi: “conversione isterica” per l’appunto.

Approfitto dell’occasione che mio padre deve andare a Milano per affari per farmi dare un passaggio e trovare un compratore.”

Marigiò vuole sbarazzarsi della sua filosofia di coppia e della sua cultura della castità che la costringe per insegnamento subito e magari non condiviso a vivere la sua sessualità entro certi angusti confini e secondo antiquati criteri culturali. Nel far questo introduce la sua prima trasgressione, va con suo “padre” in macchina a Milano, si fa dare “un passaggio” per “trovare un compratore” a cui sbolognare la sua filosofia di coppia e la sua metodologia sessuale. E’ veramente una “occasione” offerta dall’uomo che è stato il primo oggetto erotico e sessuale della sua vita, “mio padre”, nonché il primo oggetto d’amore contrastato e infelice. Due piccioni con una fava, meglio con un viaggio a Milano, perché mi libero del padre edipico e della mia ideologia fascista sul sesso e dintorni. Marigiò è sul punto di riformulare la sua vita sessuale e di riformularsi nei riguardi degli uomini al fine di viversi meglio e di relazionarsi senza inutili resistenze e conflitti. Marigiò vuole “trovare anche un compratore” del nuovo, della nuova disposizione erotica e sessuale, un uomo che sia degno della verve in via di acquisizione e conquista. I viaggi sono sempre forieri di novità e di proficua evoluzione. Chissà chi e cosa incontrerà a Milano la nostra eroina.

Arriviamo in una ditta di un suo cliente e lui parcheggia in un capannone dove ci sono tante altre auto e mi lascia lì ad aspettare. Io passeggio per sgranchirmi le gambe e, mentre sono un po’ distante, noto un gruppo di uomini che sta armeggiando attorno ad un’auto.”

Il papà è un uomo di mondo, uno che ha viaggiato e viaggia ancora, uno che sa intrattenere e intrattenersi, un uomo che nelle fantasie della figlia non deve tradirla con altre donne. Marigiò ha un buon concetto del padre in riguardo alla sua prestanza e bellezza, nonché in riguardo al suo “parcheggiare in un capannone dove ci sono tante altre auto”. Marigiò “si lascia lasciare lì ad aspettare” perché è giunto il tempo di risolvere una volta per tutte questa pendenza “edipica” che la vuole attratta dalla figura paterna e desiderosa della sua persona. Marigiò ha bisogno di emanciparsi e di rendersi autonoma e soprattutto in questo territorio e in questi ambiti che simbolicamente traducono la vita sessuale in prima persona e le relazioni di quel tipo. Ed ecco che passeggia e si sgranchisce le gambe, ed ecco che nota “un gruppo di uomini che sta armeggiando attorno ad un’auto”. Ecco che si disinibisce e si vive meglio disponendosi alle novità e all’avventura, ecco che concepisce per lei uomini che sappiano armeggiare sul suo corpo e sulla sua sessualità. Questi sono i bisogni e i desideri di Marigiò, disporsi sessualmente a un uomo esperto con libertà di fare e licenza di agire, viversi sessualmente come una donna finalmente disinibita anche grazie a questa tipologia di uomini a cui piace tanto la gnocca. Per il momento Marigiò si tiene “un po’ distante”, ma soltanto un po’. L’atto di “sgranchirsi le gambe” equivale simbolicamente alla liberazione dai tabù e dai divieti in riguardo alla sessualità. Secondo i dettami teorici della Psicoanalisi Marigiò sta ridimensionando il “Super-Io” per lasciare all’Es di esprimere le sue esigenze, sta procedendo verso la sua salute fisica e mentale mentre l’Io sta a guardare come le stelle. Vediamo dove la psicodinamica va a parare.

Li spio e li controllo. Vorrei andare a nascondermi in auto, ma loro spostano l’auto presa di mira proprio a fianco della nostra ed io non posso aprire le portiere.”

Marigiò rischia di imprigionarsi nuovamente e soprattutto rischia di inibire le sue pulsioni, rischia di far vincere il Super-Io sull’Es e di sacrificare la sua sessualità mettendo l’Io nella condizione di non sapere che pesci pigliare. Marigiò è riuscita a scendere dalla sua macchina, è riuscita a disinibirsi sessualmente e a prendere confidenza con l’universo maschile, “un gruppo di uomini” intenti ad armeggiare l’apparato sessuale femminile, ma ecco che rischia ancora una volta a “nascondesi in auto”, a battere in ritirata dopo aver tanto osato. Di fronte alle “avances” provocatorie maschili, da lei costruite in sogno, Marigiò mette in gioco il suo corpo e non blocca l’istinto sessuale: “li spio e li controllo”. Marigiò si è messa nella condizione di avere un buon autocontrollo e di aprirsi al maschio e di poter disporre della sua sessualità, non ha battuto in ritirata anche perché sarebbe stata una ritirata difensiva che l’avrebbe fatta ripiombare nel passato e nei vecchi schematismi culturali e nelle sperimentate e fallimentari modalità di approccio sessuale. Degna di nota è la difesa dal coinvolgimento sessuale in “spostano l’auto presa di mira”, il meccanismo dello “spostamento” è ben visibile e utile per continuare a dormire e a sognare. La missione di emancipazione e di liberazione è in via di compimento, non resta che vedere il prosieguo del sogno per trarre gli auspici di un conquistato equilibrio psicofisico.

Poi non so come, ma mi ritrovo in un altro luogo alla guida della nostra auto, al mio fianco c’è un enorme cane tipo terranova.”

Cambia la scena onirica, ma non cambia il tema. Tutto è in regola e secondo logica consequenziale. Marigiò viene direttamente in contatto con i suoi buoni ed enormi bisogni sessuali, i suoi buoni ed enormi istinti e le sue gratificanti ed enormi pulsioni: “al mio fianco c’è un enorme cane tipo terranova”. Prima Marigiò era al fianco del padre nella macchina che correva verso Milano, adesso è sola con se stessa e ha pienamente coscienza della sua sessualità e della sua autonomia dalla figura paterna. Son passati i tempi in cui la ragazzina sbarazzina era legato a filo doppio con il padre e non si sentiva in sintonia con la madre. Ne è passata acqua sotto i ponti del fiume Piave da quando il modello maschile perfetto e reale era soltanto e solamente il mio papà. Adesso Marigiò è cresciuta e si è presa amorosa cura di sé e del suo destino di donna, nonché del prezioso corredo della sua sessualità: “alla guida della nostra auto”. Marigiò tende a essere padrona di se stessa nei termini consentiti dalla situazione psichica in atto, ci sta provando e vediamo come procede il suo guidare la macchina con a fianco il suo cane terranova, non certo un bassottino o un cane di piccola taglia, Marigiò ha una imponenza erotica e sessuale con le dovute dolcezze e bontà.

Arrivata a destinazione apro la porta e il cane mi passa davanti e scende. Fuori c’è un pastore tedesco che sembra lo stesse aspettando. Il pastore lo assale e iniziano a mordersi.”

Quale degna architettura siamo capaci di inventare in sogno!

Quale stupenda “figurabilità” e quali centrate rappresentazioni!

La “macchina” o la sessualità, il “cane dentro la macchina” o le pulsioni, il “pastore tedesco fuori dalla macchina” o le repressioni psichiche del Super-Io sulla sessualità e della cultura sempre sulle modalità della vita sessuale, “l’assalto e i morsi” o il conflitto psicofisico e sociale. Marigiò si trova alle prese con se stessa e con il materiale psichico che ha messo dentro nel corso della sua esistenza e della sua educazione. Marigiò ha subito da parte del suo Super-Io il sopravvento della repressione culturale sulle pulsioni sessuali elaborate dall’Es e in questo conflitto non aveva maturato un Io forte e capace di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, di mediare e concedere la giusta mercede al corpo vivente e senziente. Il “pastore tedesco” è messo là fuori, e “sembra che stesse aspettando” il povero e benamato cucciolone del terranova. La cultura e la società sono in agguato e colpiscono bene e tosto, ma prima di loro ci pensiamo noi con la nostra “organizzazione psichica reattiva” a darci le frustrazioni della “libido” e le castrazioni degli impulsi, procurandoci gravi danni psicosomatici. Marigiò ha rievocato in poche parole la sua psicodinamica evolutiva in riguardo al conflitto tra le istanze psichiche sul tema della sessualità.

Ho paura per il mio cane, faccio un rewind e lo ricarico in auto.”

Che meraviglia!

Non mi era mai capitato nella mia lunga esperienza clinica di incontrare il “rewind”, mi era sempre capitato di imbattermi nel processo psichico di difesa della “regressione”, in base al quale di fronte all’angoscia è meglio tornare indietro e ripristinare le giuste difese prima che il nemico aggredisca in maniera irreparabile. Il “rewind” è un consapevole riavvolgere il nastro per tornare indietro a migliori fortune secondo il nostro intendimento, è l’Io che decide di riascoltare, rivedere, riproporre saltando le complicazioni della dimensione temporale e magicamente andando a sbattere e a mettere in riedizione quello che deliberiamo e decidiamo di rivivere. La “regressione” è un processo di difesa dell’Io, il “rewind” è un oltremodo consapevole meccanismo difensivo intriso di forza e di potere, quasi una onnipotenza, oltretutto in linea con i tempi tecnologici attuali. Marigiò per salvare la sua sessualità è costretta a chiudere le relazioni con la cultura e con il Super-Io, deve far perno su stessa e salvaguardare la sua salute psicofisica tramite l’amorosa accettazione della sua formazione e dei suoi genuini impulsi erotici, è costretta a estromettere il “pastore tedesco” con la sua bieca ferocia. In un certo senso Marigiò torna indietro anche per prendere consapevolezza, qualora ce ne fosse bisogno, dei condizionamenti genitoriali e familiari e delle forze tabuiche presenti nella società. Il “terranova” è in auto, per cui si può procedere anche se la mutilazione della cultura non è la soluzione migliore possibile. Vediamo Marigiò dove va a parare con il suo sogno.

Penso di rifare la scena con me che scendo per prima e allontano il pastore tedesco per poi far scendere il mio cagnone.”

Marigiò possiede talmente bene i termini della questione in ballo, per cui può fare la regista di se stessa e di “parti psichiche di sé” in via di ulteriore definizione. In sostanza Marigiò decide di rafforzare l’Io e di procedere con la forza della ragione, dell’auto-consapevolezza e secondo il principio di realtà e di convenienza: “rifare la scena con me che scendo per prima”. Di poi, me ne sbatto delle ingiunzioni morali della società e degli schemi sessuofobici della cultura dominante, “allontano il pastore tedesco” e mi tengo con gran cura e devozione “il mio cagnone”, la mia proficua e eccitante sensibilità sessuale. Marigiò è padrona a casa sua ed è padrona della sua intimità e della sua vitalità. Queste operazioni psichiche, mi ripeto, sono di competenza dell’Io, per cui Marigiò si prescrive la sua psicoterapia: “penso di rifare la scena”. Bontà del “rewind” che è possibile soltanto a livello psichico e in sogno, almeno nei termini in cui lo ha condotto Marigiò. Non ci troviamo di fronte a un volgare strumento elettronico, ma a contatto con i nostri meccanismi psichici altrettanto precisi e funzionali.

Col cavolo!

Appena apro la porta, il pastore salta dentro e davanti alla mia persona cominciamo ad azzannarsi. Vedo sangue e mi sveglio.”

Sembrava tutto meravigliosamente risolto con l’intervento dell’Io mediatore e deliberante, ma ecco che le cose non vanno al giusto posto e gli incastri non collimano come avrebbero dovuto. Non si può vivere la sessualità secondo il proprio edonismo e in base alle regole del gioco che ci siamo dati da soli. Bisogna giocare con gli altri e specialmente nell’attività sessuale c’è bisogno dell’altro e delle sue convinzioni formative. La società civile incombe e limita, ma può anche rassicurare tramite il confronto e la condivisione fisica e psichica. Il conflitto di Marigiò è aspro e cruento, la donna è assalita dai suoi dubbi e dai suoi schemi, per cui svegliarsi e interrompere il sogno è la maniera migliore per non vivere l’angoscia collegata al conflitto della psicodinamica tra Io, Es e Super-Io e tra Marigiò e l’altro, il suo uomo, nonché tra Marigiò e la cultura ufficiale. L’operazione di contemperamento è in corso e non si risolverà mai con una trasgressione sessuale e una castrazione del piacere o una frustrazione dell’erotismo. Di conflitto in conflitto matura anche il sistema psichico e si evolvono i conflitti in base al “principio del meglio”. Per ogni tempo c’è una risposa e una soluzione ai vari problemi che la società civile e le varie persone pongono sul tappeto della vita quotidiana.

Questo è quanto dovuto all’interessantissimo sogno di Marigiò.

LA CORONCINA DI PRATOLINE

Lei aveva una coroncina di pratoline sui neri capelli,

lei aveva freschi pensieri nella sua anima novella,

lei sognava la favola bella della sua vita.

La porta finalmente si è aperta

e Diana è volata lontano,

lontano da qui,

lontano dalle umane miserie,

perché l’anima vola,

mica si ferma,

tanto meno ristagna o si adombra,

l’anima contempla l’ignominia della mente

di una madre assente,

assolve la pochezza di un padre ignoto

e le bagna di sacra pietas.

E stato così.

Adesso Diana si ama da sola

e rimboccandosi ogni sera le coperte,

troverà quell’amore gentile,

quell’amore dolce e sincero

nella notte che la invita a dormir.

Ho detto su di te le orazioni,

ho bagnato le pratoline,

ho sistemato la coroncina sulla tua testina,

adagio,

per non farti male.

Lei aveva una coroncina di pratoline sui neri capelli,

lei aveva freschi pensieri nella sua anima novella,

lei sognava la favola bella della sua vita.

Salvatore Vallone pose queste parole nel dolce ricordo di Diana.

Carancino di Belvedere, 06, 08, 2022

“IL BIAVER”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono nella casa di mia nonna.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.

Ci rimango male.”

Questo è il sogno di Mariannina.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

Sono nella casa di mia nonna.

Mariannina ha decisamente un buon rapporto con la nonna, si è anche identificata in alcuni tratti psichici della sua figura, visto che si trova “nella casa” della nonna, anzi “nella casa di mia nonna”. “Sono” si traduce in “mi attesto”, in “consisto”, in “ho il mio fondamento”, in un’affermazione positiva di tipo strutturale fatta di sicurezza affettiva e di note psichiche consone all’infanzia. La “casa” condensa la struttura psichica evolutiva o la “organizzazione psichica reattiva”, insomma quella che tradizionalmente si definisce la “personalità” o il “carattere”. “Mia” indica magistralmente il senso del possesso e della sicurezza implicita all’affermazione decisa di appartenenza. La “nonna” rappresenta simbolicamente la “madre” saggia e positiva, la “parte buona” del “fantasma della madre”. La “nonna” è una madre vicina all’archetipo Madre anche perché la vecchiaia l’avvicina alla sacralità della morte: il valore etico della senescenza. Mariannina è cresciuta con la nonna, ha trascorso la sua infanzia con tanta figura. Magari è figlia di gelatai veneti emigrati in Germania che hanno appoggiato, non lasciato, la figlia alla madre di uno dei due, come spesso avveniva nel contesto rurale del laborioso e tenace Veneto degli anni sessanta. Tra un cantiere edile della boriosa e fredda Svizzera e la gelateria di una tollerante e accogliente Germania era di gran lunga preferibile il dio “Marco” rispetto al dio “Franco”. E così una generazione di bambini e di bambine è cresciuta senza la presenza dei genitori e con le solerti figure del nonno e della nonna in trepida attesa che i genitori facessero i soldini per costruire una bella villa nel paese d’origine. Questi genitori mercanti hanno coltivato la ricchezza e hanno mietuto traumi psichici per se stessi e per i figli.

Fine del papocchio morale e del pistolotto etico.

In sintesi, allora, risulta che Mariannina si è identificata al femminile nella nonna e sta rievocando in sogno questa figura per lei così importante, direi determinante per la sua formazione psichica.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.”

Questo di Mariannina è un sogno spaziale, parla di luoghi e di punti cardinali, di “dietro” e di “sotto”, di una “casa” che si trova in un luogo e occupa uno spazio. La protagonista proietta i suoi vissuti negli spazi reali che automaticamente acquistano un significato simbolico. Poche parole tagliate con l’accetta e tanti significati simbolici tirati fuori anche con compiacenza.

Allora vediamo cosa dice Mariannina.

La nonna mi ha fato da madre, la nonna mi ha amata, protetta e cresciuta. Dalla nonna ho imparato a rimuovere le mie angosce di abbandono e di solitudine, il mio bel “fantasmino di morte”. La mia psicologia profonda è ricca e piena di idee e di vissuti che da bambina non potevo gestire. Il “biaver” è il posto dove si mettono le pannocchie di granoturco, la biada, l’oggetto simbolico dell’amore materno, la polenta, quel pane antico e giallo dei contadini veneti che, strofinato su una benedetta aringa affumicata, si poteva buttare giù nello stomaco con una incerta soddisfazione. Per la bambina abbandonata dalla madre e dal padre il “biaver” è consolazione e sopravvivenza, così come la “cantina” è quella vitalità immaginativa che temprava l’animo alle angosce presenti e future. Niente di inconscio in Mariannina, soltanto materiale profondo da approfondire magari quando diventa grande.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.”

Il tempo passa e la bambina cresce sotto gli occhi attenti e vigili della nonna fino a diventare signorina. Non bastano gli affetti, servono anche le pulsioni e i desideri. La vita procede e la “libido” la sostiene nella leggerezza del suo essere che da adolescente si ritrova donna a pieno titolo. Quest’evoluzione psicofisica avviene sotto l’egida della nonna, nella casa della nonna. L’identificazione di Mariannina verte sulla figura femminile della nonna dal momento che della mamma non si vede l’ombra. La nonna è sempre una donna anche se in età matura. La simbologia delle “macchine” verte sul sistema neurovegetativo che governa la sessualità e la “rimessa” attesta di una particolare difesa e protezione della propria identità femminile. Mariannina distribuisce nello spazio le sue parti psichiche in via di evoluzione e opera quella gelosa tutela di se stessa dal momento che è stata toccata realmente dall’abbandono dei genitori.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.”

Mariannina ha bisogno di essere amata e cerca il cibo simbolico proprio in quel “biaver” che tanto ha scatenato in lei di bisogni, di pulsioni, di fantasie, di desideri, tanto ha stimolato l’immaginazione. Ma ormai è cresciuta ed è cresciuta in fretta, troppo in fretta per non trovare la porta ancora aperta. La porta è addirittura “murata”, il “biaver” si è trasformato in una tomba, gli affetti sono andati e possibilmente anche la nonna è morta. La fantasia di Mariannina in quell’angolo elaborava mondi e persone che compensavano la magrezza affettiva di quel periodo in cui sapeva della mamma e del papà senza poterli gustare. Quell’infanzia è perduta definitivamente anche perché Mariannina l’ha completamente rimossa e la nonna non abita più in quella casa. Chissà che nel tempo arrivi qualche stimolo e qualche grimaldello per riaprire il “biaver”, per demolire quel muro che ancora divide un triste passato e un triste presente. Mariannina è condannata alla tristezza, a essere triste nel suo fondo psichico per l’ingiustizia subita quand’era bambina anche se con la nonna nel “biaver” non mancava nulla.

Ci rimango male.”

Un eufemismo, “ci rimango male” è un semplice e facile eufemismo che serve a indicare il danno subito senza far sentire in colpa la mamma e il papà, quei genitori maldestri che adesso sono tornati dall’Eden per sbarcare il lunario nell’ingrata terra natia. La consapevolezza di Mariannina adulta associa il “male” sentimento e sensazione con il “male” essenza e apparenza. Un nostalgico “si poteva vivere meglio” chiude le scelte del tempo andato e del tempo presente dentro le ciglia chiuse di Mariannina che dorme e ancora sogna quel “biaver” della nonna pieno di pannocchie di granturco e di topi che razzolavano e rosicchiavano anche loro una razione d’amore o una manciata d’affetto.

Il breve sogno di Mariannina trova qui il suo giusto riposo.

IL MORBO DI ALZHEIMER

Se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la morte la sento alle porte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine mi bussa più forte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine è per me senza un fine,

dimmi tu che male ti fò.

Se di giorno cincischio e m’inciampo,

dimmi tu che male ti fò.

Se al computer fraseggio e cazzeggio,

dimmi tu che male ti fò.

Se m’intrippo di trippa e m’intruppo,

dimmi tu che male ti fò.

Ho vissuto una vita beata,

ho sorriso alla gioia sfrenata,

ho abbracciato la truffa impensata,

ho viaggiato con i masnadieri,

ma se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Chiamami Alzheimer,

sarò il tuo morbo.

Chiamami anche Arturo o Zoe,

sarò sempre il tuo morbo.

Nella mia vita allegra e sconclusionata

tutto sbambazza e nulla sorride più,

ho ancora una speranza nella morbata

e la malattia mia sei proprio tu.

A te io ricorro,

o Alois,

esule figlio di Eva,

a te io ricorro,

o Emil,

io che sono l’erede indegno di Adamo,

l’uomo che guadagnò la Morte anche per il suo Seme

desiderando la donna propria e la donna altrui,

desiderando,

desiderando la Roba di mastro don Gesualdo,

mangiando la mela tossica delle verdi vallate tirolesi

dove vivi tu,

mea magistra et domina,

mea nouvelle vague anzichenò e anzichesì.

Nulla mi mancherà,

se tu sei con me,

o sorella Morte corporale

che,

come il poeta,

fai un uso improprio delle parole e degli attributi,

della punteggiatura e dei segnali stradali,

del cannolo e dell’assenzio,

delle nobili figurine Miralanza,

quelle dei signori Lanza di Mira di Venessia,

del Bacco e del Tobacco,

Johnnie Walker e Muratti ambassador,

del Plutonio e del monte di Venere,

Pu 94 e pube impubato.

O Morte creativa

e accattivante come un cesto d’insalata iceberg

nella fredda stagione invernale,

quando l’angoscia bussa più forte alle porte

perché anche Lei ha freddo

e vuole entrare in un corpo caldo caldo

come il cappuccino del tuo bar preferito,

il bar da Ciccio,

ex Francesco,

in odore di santità per rinnovato voto di povertà,

nonostante la Multinazionale dei conventi a cinque stelle,

gli eredi di Francisco l’umbro.

E tu, adesso, mi ricoveri in hotel,

mi lusinghi e mi seduci,

mi adeschi in un motel

dicendomi che è un bordello di tipo maltese

per camionisti crapuloni in cerca di sballo

ogni sabato e ogni domenica

quando non cavalcano il proletario Iveco

o il nobile Mercedes

o il potente Mann

o il pragmatico Scania.

E tu, adesso, mi paghi la retta e la curva,

il quadrato e il triangolo,

mi segni le strisce bianche per terra

in ricordo della bionda zebra

che amai da ragazzo in un safari moldavo,

mi dici

che sono malato del morbo del dottor Alzheimer,

il degno compare di Kraepelin,

un signore illustre che ha scoperto la demenza senile

senza essere stato mai vecchio,

senza più figli e senza più voglie,

mai stato folle,

mai stato matto,

mai affiliato a Dioniso,

un pioniere del West malandrino di Germania targato 1933

a cavallo dell’asino di Sancho Panza

in questa vasta e incolta prateria

chiamata “casa serena” in via del Piscio

al numero civico 33

in questa Siracusa dalla mancata cultura,

un luogo pieno di umane cianfrusaglie disordinate.

Sappi,

mio caro imbroglione e mio caro somaro,

che io mangio ancora pane e panelle

per fare figlie belle

con tutto questo seme che mi pullula dentro le palle

e non sa dove andare a parare,

in quale ricettacolo anfrattuoso cercare la sua degna fortuna.

Io ti chiedo la tregua per senescenza acuta

e tu mi dai la guerra per codardia incallita,

o fratello,

io ti chiedo la pace

di fronte al cadavere del figlio e della figlia,

del fratello e della sorella,

della madre e del padre,

in questa guerra tra monaci e monache per l’Inferno,

in questa guerra dei bottoni tra bambini e bambine

nel boulevard du Montparnasse

in una Parigi piena di bonbon allicchittati e di filosofi travestiti,

io ti chiedo la semplice pace

e tu mi dai la guerra più bieca del candeggio per lavatrice.

Una vita sola vale più di una vittoria sonante

sul Bosforo a cavallo del mio cannone di latta

che ormai spara soltanto fiori di ghirlanda da morto.

Vanitas vanitatum,

caro erede di Quinto Orazio Flacco,

omnia turpia turpibus.

Memento vivere, non mori!

Se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la morte la sento alle porte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine mi bussa più forte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine è per me senza un fine,

dimmi tu che male ti fò.

Se di giorno cincischio e m’inciampo,

dimmi tu che male ti fò.

Se al computer fraseggio e cazzeggio,

dimmi tu che male ti fò.

Se m’intrippo di trippa e m’intruppo,

dimmi tu che male ti fò.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 25, 03, 2022

OGNI TRENO MI PORTA DA TE

Croce sulle spalle.
Corona di spine.
Cadde una prima volta.
Parlò con la madre.
Cadde una seconda volta.
Simone lo soccorre.
Veronica lo asciuga.
E una terza.
Consola le pie donne.
Si affida al Padre.
In croce.
Golgota, chiodi, sete, aceto, invocazione, abbandono.
Elì, elì, lama sabactani!
Il cielo si fa plumbeo dall’ora sesta all’ora nona,
la terra trema.
Il Padre non ti ha abbandonato.
Ogni stazione è stata raggiunta e intensamente vissuta,
ogni treno mi porta da te.
Il sepolcro era aperto all’alba del terzo giorno.
Un angelo vi sedeva accanto.
La madre si avvicina
e chiede dove hanno portato il figlio.
Ha i profumi e le bende per onorare il corpo ferito.
“Colui che tu cerchi,
o donna,
è risorto,
ha sconfitto la Morte
e ora siede alla destra del Padre.”
E noi miseri mortali?
Che sarà di noi?
Ogni treno mi porta da te.
Il dolore avvicina,
l’amore è sempre tragedia.
Dolore, amore, amore, dolore.
Che ci hanno fatto?
Da soli deposti nel sepolcro.
Ultima stazione.
Vittime di un inganno,
siamo umani,
siamo in balia dell’attesa di un ritorno,
un venerdì santo granitico in mezzo a tutta questa precarietà.
Improvvisavano
e hanno ucciso diecimila anziani questi assassini di merda,
questi impostori del circo,
questi imbecilli di sempre.
Giocavano,
giocavano al rimbalzo da un canale all’altro dell’etere tossico.
Non hanno vaccinato subito i vecchi,
quelli che viaggiavano dai settanta ai settantacinque.
Erano tutti amici miei.
Li conoscevo tutti.
Li sentivo addosso.
Erano sessantottini.
Sfogliavo i loro petali uno per uno,
giorno dopo giorno.
Eran belli e forti,
ma sono morti.
Una strage di Stato,
un’altra strage di Stato.
Sul crinale del Golgota e di Bergamo
le ombre delle croci sono le insegne
per precipitare nel baratro della vergogna,
nel precipizio dell’ignominia,
nel grande peccato mortale.
Ogni treno mi porta da te.
Intanto,
intanto tutt’intorno sboccia la lussuria della primavera.
Eppur io amo.

Sava

Carancino di Belvedere, 01, 04, 2021