SIGNORINELLA

ATTO QUARTO



Bei tempi di baldoria,

dolce felicità fatta di niente,

brindisi coi bicchieri colmi d’acqua

al nostro amore povero e innocente.”



Eravamo poco baldi

per far la giusta baldoria,

eravamo sciocchi e incontinenti.

I padri ci avevano castrato,

le madri ci avevan troppo amato,

le nonne lavavano i piatti dopo il parco pranzo:

ditalini rigati con la salsa e patate fritte una per una.

Felicità è assenza di affanno,

è presenza di un demone

che non turba le note vitali del nostro concerto.

Amami

per quello che è consentito dal codice Rocco:

un tutto che si ricongiunge con il suo nulla,

un maschio che cerca la sua morbida mela in Svizzera,

una femmina che cerca il suo melograno sulle pendici dell’Etna,

un androgino occultato nell’occulto dei giardinetti pubblici.

Brindiam,

su brindiamo, brindiamo, brindiamo!

Oggi è tempo di pace e di solidarietà.

Quanta acqua è passata fortunatamente sotto i ponti dell’eroico Piave!





Il Giardino degli aranci, 28, gennaio, 2024



Salvatore Vallone



COME SI SPIEGANO LE ALI

E arrivi tu,

crogiolo di urla in versi.

Parole di ovatta attutiscono la caduta nella fossa del leone.

Vorrei risalire,

ma ognuno ha i suoi demoni,

laggiù,

sul fondo del buio irrinunciabile.

Leggo.

Coraggioso capitolo folle,

spire di serpente,

abbraccio finale.

Scrivi come si respira,

dentro e fuori,

sangue rosso,

sangue blu.

Vene,

arterie,

vie di percorrenza di vite ordinarie,

straordinario narratore della bestia ancestrale,

guerra e pace,

fatica dell’amore.

Ti ho sognato,

eri proprio tu,

in veste prima d’uomo e poi di donna.

Potrei riconoscerti tra mille,

ogni invenzione appartiene all’inventore.

Spargevi il tuo seme,

ne raccoglievo una parte

e la montavo a neve

fino ad ottenere una spuma azzurra.

La assaggiavo,

il sapore era soffice come la sostanza.

Ti chiedevo

che città avresti voluto essere

se avessi potuto essere una città.

Rispondevi Pete.

Non sono mai stata a Pete,

dicevo.

Pensavo all’Australia.

No,

è nelle campagne emiliane,

spiegavi.

Ma Pete non esiste,

è solo un sogno,

solo una parola.

Le tue parole esistono.

Sabina

Trento, 20, 04, 2022


BUONANOTTE

Fernando caro,

eteronimo in un mondo di gaudenti

subordinati solo a se stessi,

quando apro le tue lettere,

mi si riempie la bocca di chicchi di melagrana.

Io capisco,

poeta cantore della Madre.

Le tue parole mi contengono,

sono il mio luogo di estasi e pace.

Ho tanto avuto voglia di scriverti

in questo tempo nuovo che sto vivendo

e che non mi dà tempo per il vecchio e il nuovo.

Lo farò presto,

ma avevo bisogno di andare a dormire

facendoti sapere

che sei il mio pensiero felice

per una notte di nuovi sogni.

Ciao, Ulisse, viaggiatore e viaggio.

Antonia

Lisbona 10, 05, 2022

ELLA O ELLO FU

La Globalizzazione?

Chi è costui o costei?

Un Carneade o una Carneade?

Costui o costei era,

non è e non sarà.

Magari!

La Globalizzazione è finita.

Ella o Ello fu,

passò,

transiit,

ha statu,

s’inni fuiu cu Cammela a cinisi o cu Cammelu u rumenu

e non è più tornata o tornato,

c’est fini.

La troia o il troio è andata o andato

in gran stramona di bagascia o di bagascio.

Magari!

E voi, o popolo popolano e popolare, cosa fate qui?

Cosa aspettate babbo Pasquale con la colomba al napalm?

Cosa aspettate la colomba con il ramoscello d’olivo al plutonio?

Ite,

ite,

andate in pace,

come dice don Giuseppe della Borgata alla fine della messa

a quei poveri borgatari tutti a pois e a colori.

Non ferite gli ulivi per la signora Pace.

E tanto meno le Palme.

Pax fuit et pax facta est.

Omnia turpia turpibus.

Non lo sapete?

Il Mondo è cambiato.

Non c’è più il Mondo di una volta.

Figuriamoci l’Uomo!

Non c’è più spazio

per i minchioni di omnia munda mundis,

tanto meno per i coglioni e le coglionate

della solita sera con i popcorn americani passata in tivvu,

per i pivelli nostrani dalle uova d’oro all’improvviso

dopo una vita di fame e di puttanesimi,

per i professori esibizionisti alla panna montata

dopo l’espulsione dai sommi Licei,

per i filosofi e le filosofesse narcisisti

all’odor di varechina della nonna e di naftalina,

per i nuovi Sofisti e Sofiste dell’italiota agorà

malati di fantasia e di sogni a occhi aperti,

per quelli e quelle che hanno girato

e girano le sette parrocchie in una sola volta e a ginocchioni,

per le galline e i galli imbellettati al sapore di prugna,

come il buon confetto di una volta,

quello che faceva veramente cagare tanto e di gusto.

Animo, orsù, manica di picchiatelli!

Lo sballo è passato,

il manicomio è chiuso,

i folli si sono sciolti nell’acido mafioso

della notorietà occulta e manifesta,

la guerra è cominciata e impazza dalle Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno,

la bomba guizza in un baleno,

l’oppio è sempre dei popoli

per lenire l’angoscia di morte,

ma Karl non c’è più.

Al barbone hanno da tempo tagliato il barbone.

Quanti barboni in questa via delle vecchie maestranze!

Il fantasma però c’è,

è rimasto in casa,

ha cambiato solo tunica,

è davanti alla statua di una donna in gesso,

prega una madre celeste per i figli di Eva,

una imperdonabile Eva.

I popipopi eterodossi condannano ancora i figli di Lilith,

una adorabile Lilith,

e sono davanti al grande Capo tutta cacca

con abiti d’oro e diamanti in testa

al suono di una nenia da neo impero dell’Est.

Eva ha partorito il buon Abele.

Eva ha partorito l’intoccabile Caino.

Eva ha partorito tutti noi.

Noi siamo gli esuli figli di Eva

gementi e piangenti in hac lacrimarum valle,

in hoc mundo furenti

colmo di uomini ferini e di mercanti in fiera,

ricolmo di guerrieri mercenari e ortodossi ministri della Morte,

di lanzichenecchi oculati e pieni di scolo,

affollato di gentaglia senza pietas con la sifilide e l’aids,

fottuti in hoc mundo furenti sine pietate,

sine bontade,

sine beltade,

sine poetica.

Viviamo in un mondo sine pueris et puellis,

in un pianeta adescato da osceni banchieri

e violentato dal Mercato banderuola,

quel Mercato girovago che sta sopra la onesta Nazione,

quella buona Nazione che sta sotto il Mercato assurdo.

Povero Giuseppe!

Una, libera, indipendente e repubblicana,

Ah, questa Giovine Italia!

Cosa volete, o picchiatelli?

E’ il prezzo della Storia,

quella Storia che potrebbe anche ribassare i prezzi

vista l’inflazione di storici e filosofi,

vedi Cugin e cuginastri,

vedi qualche professore nostrano sedicente filosofo,

vedi i politicanti e i pressaioli allo sbando bellico,

vedi chicchessia in sonoro e in video

alla ricerca del pezzo eccezionale

per stare sul pezzo e sul mercato con il pezzo.

Lilith non vuole.

La fanciulla proletaria non vuole stare sotto.

Eva ci sta,

Eva vuole stare sotto,

è una costola clerico-capitalistica,

una costoletta imperialista

rifatta al meglio da un chirurgo abusivo

che ha l’ambulatorio in una traversa di Trebaseleghe,

una buona donna,

una donna troppo buona

per essere di cartapesta e al botulo.

Eppure, ha labbra enormi e tette ingombranti.

E allora?

Allora tutti in Cina,

tutti in Cina,

andiamo in Cina a prenderlo tra le chiappe chiare.

Gridiamo, orsù, “Trade”,

commercio, commercio,

gridiamo tutti in coro “evviva il libero commercio”,

osanna al Liberismo”,

osanna nel più basso dei mercatini rionali.

Gridiamo, orsù, “Adam”,

viva Smith”,

evviva Adam”

che ci dà il gas e la luce

come se fosse un duce,

che ci dà un mondo inquinato al sapore di plastica,

i supermercati strapieni al gusto di niente

che esondano la merda di caciocavalli

negli ampi orinali di seduttivi casini commerciali.

Hai visto cosa hai combinato tu che non c’eri?

Plutocrati,

oligarchi,

timocrati,

panfili a cinque stelle stesi al sole in Marina di Pietrasanta,

a Portofino e a Pozzallo.

Le sette sorelle sono diventate sette fratelli,

si sposano sempre e lo stesso tra di loro,

mutatis mutandum e come i nobili deficienti,

ci danno un gioco del Calcio senza fosforo

negli stadi della fascinosa Europa,

non quella stuprata dall’infoiato Zeus,

quella del nuovo toro bianco di tutte le Russie

e dell’imbellettato con il sacro cirillo,

con in testa la crocetta d’oro.

E noi?

Noi chi siamo?

Da dove veniamo?

Dove andiamo?

Cosa portiamo?

Quanto dazio paghiamo?

Noi,

noi siamo i figli di quelle stelle tramontate

che da lassù ci guardano ancora stupefatte

dalla coca e dal grattaevinci

e da quaggiù si lasciano ancora amare.

Cronin non era russo,

non era bielorusso,

non era ceceno,

non era siciliano,

Cronin era scozzese,

un modesto e parsimonioso scozzese senza la gonna,

era un medico ippocrateo

che aveva giurato il giuramento di Ippocrate,

aveva giurato sulla testa di Zorba il greco.

Cronin era un profeta

che parlava prima e a favore della gente normale,

prae et pro for faris, fatus sum, fari.

Ita locutus est per prophetis pro plebe.

Cronin non era maritato con Maria Maddalena.

E allora, cossa vu tu?

Lo Stato è finito nel cesso,

la Nazione è morta di diarrea,

il Popolo è allo sbando mediatico,

la Res pubblica è l’Internazionale del Quattrino,

non quella Socialista dell’Inno “Noi siamo dei lavoratori”,

salariati e plusvaloristi,

non valorizzati e inflazionisti,

Internet è cresciuta in verticale senza Netiquette,

il Mercato è un Mercatismo dentro un pugno di uomini,

un pugno di ferro con la maschera di Zorro,

un supereroe metallico di un metro e mezzo

con la Zeta tracciata su un petto senza cervello,

un veritiero che impone di negare la realtà

a tutti quelli che conoscono l’imbroglio

di un Impero russasiatico nuovo di zecca e vecchio di zucca.

E il Poeta?

Il poeta vuole soltanto morire di sballo,

se la ride tra i limoni e le patate della famigerata Siracusa,

il femminello e la femminella,

una città greca,

famosa per la spazzatura nostrana e l’incuria politica,

per le sue strade bucate ad arte e per la cultura mancata,

un’isola affollata di nuovi barbari e di eterni mercanti importati

che ne combinano di tutti i colori.

Io e la mia famiglia abitavamo in Ortigia,

la quaglia greca,

con i veri Siracusani di quel tempo che fu

e in quel tempo che non sarà mai più.

Che finale travolgente!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 04, 04, 2022

 

 

MISTURA

La sera fresca bruiva con le sue parole tiepide,

parole fuggitive fruite in forma di commiato lacrimoso

in questa strana primavera di Libeccio bellico

che è veramente un primo tempo alla francese,

printemps a rien ne va plus jamais,

in questa sera operosa del dì di festa

vissuta alla finestra del cortile antico di Alfred,

consunta in famiglia tra le Asteracee,

il cardo minore,

buono per il cuore,

il cardo saettone,

buono per il fegato,

il cardo dentellato,

buono per lo stomaco,

il cardo rosso,

buono per il sangue,

il carduus siculus,

buono per tutte le stagioni,

nonché il cardo mariano,

buono per i miracoli,

bollito prima che il frutto si esalti nel fiore,

il fiore blu come la rosa di Michele,

l’oggetto del mistero innamorato dell’impossibile.

E’ tutto all’incontrario in questa sera rusticana

trascorsa con solerte cavalleria sicula

insieme alla bella e procace Lola

e al magico e terrestre compare Turiddru,

senza il solito cornuto di don Alfio

sullo schermo lucido di serale follia,

senza essere necessariamente soli sopra questa terra,

tanto meno trafitti dai raggi obliqui del sole saputello

anche se la sera puttana arriva sempre subito

e in qualsiasi strabenedetta stagione.

Joe lo sa

e canta a squarciagola da uno sgangherato grammofono

per i poveri nel corpo e i senza spirito della via Resalibera.

Era Natale,

il giorno della carne bollita con le polpettine di nonna Tita,

l’occasionale rinascita dei furori ardenti ed eroici

per quello squarcio cosmico di miseria antica e disonesta

che si spaccava fino al quartiere degli Ebrei.

C’era la guerra,

c’era la pace,

c’erano la guerra e la pace,

c’eravamo noi,

i figli del conte e del marchese,

gli eredi dei Gargallo e dei Pupillo,

io e te ignoti a noi stessi e ai nostri simili o affini,

tra un ballo lento e un twist scatenato,

tu che finivi sul divano per eccesso di foga,

la giovanile irruenza di chi nulla si aspetta dalla vita

e tutto pretende dagli altri,

quei simili dissimili e quasi identici.

Beatrice era di Dante,

Laura era di Francesco,

Fiammetta era di Giovanni.

Restava Lucia per ogni evenienza umana e inumana

in questa guerra disumana tra poveri bottoni

da espiantare dalla logora giacchetta della domenica,

per giocarli in quel gratta e vinci degli esperti kamikaze.

Ma Lucia era di Lorenzo il fesso,

era una sposa promessa,

era in piena peste all’italiana

tra virologi e giornalisti,

tra politici e papponi,

tra monatti e untori,

era nel Lazzaretto delle mie brame,

era nel più squallido reame di Gianbattista

in via del Corso e del Ricorso storico

a perpetuare la specie e la stirpe

in questa domenica odorosa di manzo lesso

e di cardi amari come la sfiga latente

che ormai non si nasconde

e si manifesta come le parole del tuo sogno

quando al mattino mi racconti di te e dei tuoi tatuaggi.

Di te dicono nel giro che ci stai

e che fai tutte le cose previste nel codice dei cencelli,

il kamasutra degli arricchiti sotto gli occhi socialisti

di quella Milano da bere e da vomitare subito

a che più oltre l’Uomo vero non si metta.

Una notte da leone vale più di una messa

cantata sotto il Portico dipinto di Zenone e dei suoi seguaci,

sotto un sole greco che si taglia a spicchi

come il melone retato di questa laboriosa Pachino.

Domani è un altro giorno,

la sera che bruiva sarà già passata

anche tra i cipressi e i cipressetti

che dal cimitero vanno verso Floridia in un solo filare.

Domani si vedrà.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 20, 05, 2022

 

 

COSI’ PARLO’ IL POETA PUPAZZETTO

Esce il tuo sorriso dalla bianca ombra del sole
e appari fresca di vita nella giovinezza che si perde.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Spezza il tuo viso,
spezza il tuo cuore,
spezza il sorriso,
spezza l’amore.”

Perché ondeggi?
Non è forse la notte negli occhi?
Non è forse la luce nelle labbra?
Diniega,
respinge,
non è niente,
io sono felice,
io sono io,
non vedi?
Quale tristezza,
quale dolore?
Non posso fare a meno di essere felice,
non potrei non esserlo,
come potrei dulcissima virgo,
dulcissima femina di sangue spagnolo,
di accento profondo,
di voce calda e roca,
sensuale e medianica.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Denuda il tuo viso,
denuda il tuo cuore,
denuda il sorriso,
denuda l’amore.”

Tu non hai sorelle,
sei figlia unica
e unica nel tuo breve universo,
sei Gea e sei Moira,
la radice dell’albero della vita,
il congedo della morte,
sei l’alfa e l’omega,
la prima e l’ultima lettera di ogni vocabolario,
sei il lievito della comunità di Cristo,
il primo degli ultimi,
sei pane e pagnotta,
pastosa e gustosa per chi ti mangia,
inquieta e fremente per chi ti gode,
odorosa alla francese,
puzzolente di calamari fritti alla messicana.
Riposa senza posa, o dolce sposa.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Raccogli il tuo viso,
raccogli il tuo cuore,
raccogli il sorriso,
raccogli l’amore.”

Hai vergogna?
Psicodramma o farsa?
Una verità che tu sai,
una menzogna che tu neghi.
E’ difficile pesarti.
E’ arduo ponderarti.
E’ impossibile governarti.
L’ago gira, gira, gira,
la bussola si rompe,
roteano le pupille,
turbinano i testicoli.
La trance,
il delirio,
la vita e la morte.
Quale continuo congedo?
Quale continuo addio?
Quale valle mostri al tuo Josafat?
Quale fiume attraversi
per il tuo soldatino in grigioverde denominato Scarpel?
Il Piave o il Monticano?
Sul Montello hanno ucciso un partigiano di vent’anni.
Ma da che parte stava il partigiano a vent’anni?
Stava dalla parte sbagliata.
Punto e basta!
Nel Monticano si è annegata la Dolores,
la Maria Dolores da Motta di Livenza.
Era esaurita
e aveva perso la bussola.
Era spaesata la poverina.
Punto e basta!
E allora, a questo punto, dimmi,
dimmi tu che sai
e che hai navigato.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Copri il tuo viso,
copri il tuo cuore,
copri il sorriso,
copri l’amore.”

Il corpo,
il corpo vuole,
il corpo vuole riposare,
vuole dormire,
vuole vivere,
vuole godere,
vuole morire.
Il corpo vuole morire.
Quanta pace!
Quanta serenità!
Quanta morte!
Vibra e ronza il cellulare.
Pronto?
Chi parla?
Sono le voci dell’amore antico,
le voci del pianto antico.
“L’albero a cui tendevi la pargoletta mano,
il verde melograno dai bei vermigli fior…
sei nella terra fredda,
sei nella terra nera,
né il sol più ti rallegra,
né ti risveglia amor.”
E’ morto il piccolo Dante,
il figlio di Giosuè!
E allora?
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Vesti il tuo viso,
vesti il tuo cuore,
vesti il sorriso,
vesti l’amore.”

Velo velino,
velo velato,
chi è la più bella del creato?
Marisa la tossica!
Proprio lei?
Non l’aspettavo a quest’ora.
La sua intelligenza zampilla,
spruzza,
sprizza,
esce dagli occhi e non dalle labbra.
Lei respira,
respira parole,
lei dice,
lei parla,
lei parla parole,
respira e parla parole,
parole e vita,
silenzio e morte.
Eternità chi sei?
Compagna della morte ti ho costruito invano.
L’esistenza è un mare di dolore,
un mare di piacere,
un mare di ambiguo malanno.
L’esistenza è una nenia araba,
un sorriso che ghigna,
un rumore sottile che metallico risuona,
un tonfo che echeggia alle radici dell’albero della vita.
Riposa senza posa
o dolce compagna di giorni migliori.
Riposa senza posa.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Raccogli il tuo viso,
raccogli il tuo cuore,
raccogli il sorriso,
raccogli l’amore.”

Vaffanculo poeta Pupazzetto!

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo 10, 10, 2010

RIPASSIONE NAPOLETANA

Più lontana tu sei,

più vicina ti sento.

Chissà in questo momento chi pensi e cosa fai.

A chi regali oggi le tue preziose parole e gli sguardi all’hashish?

Tu mi hai messo nelle vene

un veleno che è dolce

e non mi pesa questa croce

che trascino per te.

Ti voglio,

ti penso,

ti chiamo,

ti immagino,

ti sento,

ti sogno,

ti desidero.

E’ un anno,

è proprio da un anno

che questi occhi non possono

più pace trovare.

Così canta il mio menestrello napoletano

e canta per te,

solo per te,

per la mia Diletta.

La mia Diletta è una donna eccezionale.

Di suo è proprio Lei,

ma ha di tutto e in abbondanza

e parla con la voce ovattata dal piacere che cresce.

Quando scrive, sa dell’Oriana,

è cazzuta,

è misterica,

è ambigua,

è greca del Peloponneso,

ma sa anche della Elsa,

è una cruda realista,

è forte di stomaco e sa il fatto suo,

è ebrea di Roma.

La mia Diletta è una donna con il cappello,

ma tanto di cappello,

e si nota anche a distanza

anche quando tra la gente acquista i cavoli verdi

e le rape rosse nel mercato rionale,

vicino all’Università,

tra i banchetti dalle tende a strisce bianche e rosse.

La mia Diletta è segnata nel Cantico:

“O mia colomba,

che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce,

perché la tua voce è soave,

il tuo viso è leggiadro”.

La mia Diletta ha gambe di gazzella

e braccia ampie per abbracciare,

testa di donna e pensiero gentile,

petto accogliente e sentimento accorato,

grembo di madre e sensi spiccati.

La mia Diletta traballa e trabocca,

è giovane e tutta da indovinare,

si muove e si atteggia come scimmietta,

si slancia e si contrae

come la barca al rematore.

La mia Diletta parla,

parla con le sue parole

e conosce il suo Verbo,

“In principio era Lei…”.

La mia Diletta non è la Diletta di DAZN,

quella che sa di football e di legge,

quella che sa dispensarsi con modestia e innocenza

tra le pagine dello schermo televisivo,

tra un InterMilan a san Siro,

tra un NapoliRoma al san Diegoarmando.

La mia Diletta è la mia Diletta,

quella della Bibbia e del profeta.

Di poi e di altro dirti non so e non voglio

e tu più non dimandare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 21, 02, 2021

RESTARE IN SILENZIO

Ora conteremo fino a dodici
e tutti resteremo fermi.
Una volta tanto sulla faccia della terra,
non parliamo in nessuna lingua;
fermiamoci un istante,
e non gesticoliamo tanto.

Che strano momento sarebbe
senza trambusto, senza motori;
tutti ci troveremmo assieme
in un improvvisa stravaganza.

Nel mare freddo il pescatore
non attenterebbe alle balene
e l’uomo che raccoglie il sale
non guarderebbe le sue mani offese.

Coloro che preparano nuove guerre,
guerre coi gas, guerre col fuoco,
vittorie senza sopravvissuti,
indosserebbero vesti pulite
per camminare coi loro fratelli
nell’ombra, senza far nulla.

Ciò che desidero non va confuso
con una totale inattività.
È della vita che si tratta…

Se non fossimo così votati
a tenere la nostra vita in moto
e per una volta tanto non facessimo nulla,
forse un immenso silenzio interromperebbe la tristezza
di non riuscire mai a capirci
e di minacciarci con la morte.

Forse la terra ci può insegnare,
come quando tutto d’inverno sembra morto
e dopo si dimostra vivo.

Ora conterò fino a dodici
e voi starete zitti e io andrò via.

Pablo Neruda

DOPO L’ORGASMO

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà… avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole.
Vedevo la luce sopra di me.
Sentivo la pace e la libertà dentro.
Nel fondo cerano sassi bianchi, grandi e piccoli.
I colori che ricordo erano il rosso e il turchese.
Ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo per non poter risalire e riuscivo a vedere perfettamente la superficie.
Ho provato un senso di libertà totale.

Il colmo è che nella vita reale io non so nuotare e ho paura dell’acqua.

Grazie anticipate da Matilde.”

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Questo sogno consegue a uno stato di benessere psicofisico definito “orgasmo”, a un rapporto sessuale andato a buon fine.
Matilde si è addormentata dopo l’intensa vitalità sensoriale che dalla zona genitale si è allargata secondo le onde neurofisiologiche a tutto il corpo. Matilde aveva parzialmente sospeso la funzione di vigilanza del cervello e si era abbandonata al moto erotico del “sistema neurovegetativo” per vivere le contrazioni piacevolmente spasmodiche all’interno della vagina, quel corto circuito erotico che dopo il picco lentamente ricade verso la normalità vitale.
Matilde si è addormentata dopo aver fatto l’amore e ha rappresentato in sogno le sensazioni in atto, quelle del “dopo l’orgasmo”. Questa è la meravigliosa capacità dei meccanismi del “processo primario”, quelle modalità psichiche che riescono a riprodurre in immagini le sensazioni globali molto forti e irripetibili nella loro intensità.
Il sogno ha sempre una valenza “cenestetica”, sensoriale, proprio perché si basa sul fattore psicofisico dell’allucinazione e sulle fasi REM e NON REM.
Il sogno scatena tutti i sensi e in prevalenza quello prediletto e adatto all’uso e al vissuto da rappresentare. I sogni si basano anche su sensazioni abnormi e magari mai vissute nella realtà, allucinano un desiderio come sosteneva Freud, ma non soltanto, allucinano il vissuto in atto, la realtà psichica e magari le sensazioni vissute qualche ora prima di dormire.
Il sogno di Matilde mostra come si può tradurre uno stato di benessere psicofisico e come il “processo primario” riesca a trovare le immagini giuste per rappresentare le benefiche conseguenze di un orgasmo con l’apposito e specialistico meccanismo psichico della “figurabilità”.
La “figurabilità” opera una selezione tra le diverse rappresentazioni o immagini che traducono il vissuto psichico, il bisogno o il desiderio, e sceglie quelle che meglio si prestano alla loro espressione visiva, consentendo ancora una volta il passaggio da un concetto astratto a un’immagine concreta. Esempio: la rappresentazione della mucca rende perfettamente l’idea dell’amore materno a differenza dell’immagine del serpente. Quest’ultima, a sua volta, rende perfettamente l’idea dell’organo sessuale maschile a differenza dell’immagine della mucca.
Vediamo quali fattori il “processo primario” ha usato nel sogno di Matilde: la relazione del soggetto con se stesso, l’autorielaborazione allucinatoria dei vissuti psichici, l’alterazione dello schema temporale, la distorsione della categoria spaziale, il gusto del paradosso, l’eccesso della fantasia, il principio del piacere, l’appagamento del desiderio.
A livello neurofisiologico sono state richiamate le attività dell’emisfero cerebrale destro.
Un sogno non è mai un semplice sogno alla luce di quanta “roba” comporta e di quanti “strumenti” tira fuori.
Vediamolo da vicino e nello specifico.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà… avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole.

Matilde esordisce con una simbologia “cenestetica” sensoriale: “nuotavo e sentivo la libertà”, un tema ricorrente nel sogno. La forza di gravità è stata allentata “nel fondo di un mare”, in piena confidenza con il mondo interiore e con il conseguente abbandono psicofisico.
Il “nuotavo” induce a una “regressione” al grembo materno, ma il “sentire la libertà” è in netto contrasto con la costrizione protettiva del grembo materno. Matilde confuta il simbolo della dipendenza materna e lo commuta nella sensazione di massima autonomia psicofisica: vivevo.
Gli “occhi aperti” dicono di una buona vigilanza legata a una altrettanto buona presa di coscienza delle problematiche della dipendenza materna e non. Matilde non ha alcuna paura a lasciarsi andare al moto psicofisico del nuotare in libertà, non teme il suo corpo perché non ha sensi di colpa e possiede una buona lucidità mentale. Matilde si abbandona ai sensi del suo essere femminile con la piena consapevolezza delle mirabili capacità del suo corpo: “vedevo l’acqua trasparente e anche il sole”.

“Vedevo la luce sopra di me.”

Matilde insiste sull’auto-consapevolezza: “vedevo”.
La “luce” conferma la “coscienza di sé” ed il fatto che è “sopra di me” attesta che la relazione privilegiata è con il corpo e le sensazioni, con le pulsioni e gli istinti, con la “cenestesi” neurovegetativa e non con il materiale astratto o tanto meno sublimato: simbologia del “sotto”, istanza psichica pulsionale “Es”.

“Sentivo la pace e la libertà dentro.”

Ritorna il tema dell’esaltazione dei sensi dal momento che la “pace” è un simbolo di mancanza di “resistenze” e di lasciarsi andare con il moto vitale in piena azione.
Il “dentro” attesta dell’assenza di condizionamenti esterni e di un autogeno movimento del corpo.
“Sentivo” conferma il trionfo dei sensi. Quello di Matilde è un sogno tutto intessuto di abbandono psicofisico e di una consapevolezza che ingrandisce la sfera sensoriale.
La “libertà” si attesta nel libero cospirare dei sensi e nell’assenza di “resistenze”, nel non temere il moto vitale dei sensi: un buon rapporto con il mondo degli istinti e delle pulsioni, con l’istanza “Es”.

“Nel fondo cerano sassi bianchi, grandi e piccoli.”

Una coreografia estetica e non certo un “fantasma di inanimazione!
Tutto procede all’incontrario.
“I sassi bianchi” fungono da cornice di un quadro di bellezza, un’estetica equiparabile alla bellezza dei sensi e in esaltazione direttamente proporzionale all’abbandono psicofisico, quando niente chiede di ragionare e tutto esige di vivere al massimo.
Ricordo che il “sasso” in altro contesto contiene una simbologia di anaffettività e una consistente caduta della “libido”.
Questa interpretazione si capisce nel prossimo capoverso.

“I colori che ricordo erano il rosso e il turchese.”

Il sogno di Matilde e il suo “post-orgasmo” si associano alla bellezza neurovegetativa delle sensazioni e si giustificano nella loro intensità di eccitazione e di benefico rilassamento. Del resto, non c’è orgasmo senza bellezza semplicemente perché non è controllabile e avviene secondo natura e secondo finalità positivamente meccaniche, meglio neurofisiologiche a conferma che l’architettura corpo-mente è molto sofisticata.
Ed ecco la bellezza che si esprime simbolicamente nei colori.
I simboli: il “rosso” rappresenta l’eccitazione neurovegetativa e l’intensità organica cenestetica, il “turchese” è una combinazione di azzurro-verde- giallo, tre colori determinanti, secondo Lusher e il suo test, che sono simboli rispettivamente della distensione vigilante e della realtà, della vitalità in atto e della “libido” esistenziale in essere, nonchè della reattività.
Cosa si può aggiungere: Matilde sta proprio bene, sta vivendo un buon momento della sua vita.

“Ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo per non poter risalire e riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”

Matilde non teme i moti naturali neurovegetativi del suo corpo. Matilde si conosce bene e non ha paura di lasciarsi andare per vivere un buon orgasmo. Del resto, l’abbandono psicofisico è la condizione perché avvengano la lubrificazione e la progressiva crescita delle contrazioni involontarie della vagina. Matilde non si blocca per paura di svenire e, tanto meno, per controllare ciò che sta avvenendo in lei e fuori di lei, è tutta presa da se stessa e dallo sviluppo della sua “libido genitale”.
Matilde si attesta, senza tante intellettualizzazioni e filosofie, a vivere e gustare con una leggera coscienza il suo orgasmo.
Questo è il significato di “ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo”.
“Poter risalire” significa avere consapevolezza, passare dalle pulsioni alla vigilanza calma e tranquilla della consapevolezza. Matilde sa che deve godere ed è padrona del suo corpo senza comandarlo ma soltanto vivendolo. Sa che il suo corpo non la inganna e non la tradisce, tanto meno in tanto benessere. Matilde sa di sé a livello neurovegetativo e sta sognando il suo benessere “post orgasmo”: “riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”

“Ho provato un senso di libertà totale.”

Ritorna il “refrain” che ha dominato il sogno: la “libertà totale” di viversi e di abbandonarsi ai sensi, il lasciar che avvenga tutto quello che naturalmente deve avvenire, quel sano fatalismo neurovegetativo.
La libertà è la disposizione femminile all’orgasmo nel coito. Matilde non ha blocchi, remore e sensi di colpa, sta bene con l’uomo che ama con cui si relazione e si imbeve nella vita quotidiana.
Si tratta di un uomo e non di una donna per il fatto che la “libertà totale” comporta il completamento “maschio-femmina” senza varianti sul tema.

“Il colmo è che nella vita reale io non so nuotare e ho paura dell’acqua.”

Matilde coglie la vita onirica e la distingue dalla “vita reale” rilevando che nel sogno fa quello che non sa fare da sveglia, “nuotare”.
“Il colmo” racchiude la distinzione tra “realtà reale” e “realtà onirica”.
Aggiungo che la fobia dell’acqua nella realtà rievoca un “fantasma di morte” collegato alla figura materna o semplicemente a un trauma di annegamento.

“Grazie anticipate da Matilde.”

Tanta gente mi ringrazia e anche in anticipo e sulla fiducia.
E così, di sogno di sogno, di grazie in grazie, “dimensionesogno” festeggia i centocinquanta sogni interpretati nell’arco di un anno e dieci mesi. In questo periodo ho evoluto la mia ricerca e questo naturale sforzo è ben visibile se rileggete i primi sogni del gennaio 2016 e l’ultimo sogno pubblicato.
Quanta strada e quante riflessioni in questo comune percorso!
Io credo che sul sogno tanto è stato detto da varie scuole psicoanalitiche e indirizzate all’analisi dell’immaginazione e della vita psichica dei “fantasmi”.
Il mio divertimento è stato quello di “sincretizzarlo”, di combinare insieme gli apporti più interessanti delle varie scuole e di organizzarli secondo la mia griglia. Quest’ultima si è ampliata notevolmente da tre voci iniziali alle attuali sedici.
Tutto questo è stato possibile “GRAZIE A VOI” e alla curiosità coraggiosa che vi ha contraddistinto nell’affidarmi i vostri prodotti psichici.
Il “grazie anticipate da Matilde” lo converto in grazie a te, Matilde, e grazie a voi marinai di questo splendido mare.

PSICODINAMICA

Il sogno di Matilde sviluppa la psicodinamica dello stato di benessere conseguente all’orgasmo e la traduce con il meccanismo primario e universale della “figurabilita” nelle congrue e consone immagini personali.
La “Bellezza” è una funzione universale, ma la sua traduzione è soggettiva, come sosteneva Kant nella “Critica del Giudizio”. Il sognare traduce in simboli le emozioni e le sensazioni che Matilde ha appena vissuto prima di addormentarsi. Si tratta di un sogno ricorrente nell’universo femminile e avviene spesso con queste simbologie estetiche e neurovegetative: “libido genitale” in esercizio e senza originali storpiature e inutili perversioni, la vitalità sessuale vissuta naturalmente come madre natura comanda.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Matilde mostra chiaramente l’istanza psichica “Es” nel pieno delle sue funzioni pulsionali e neurovegetative mentre elabora e organizza i dati secondo i meccanismi del “processo primario” e in particolare della “figurabilità”.
L’Es è ben visibile in “Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà” e in “Sentivo la pace e la libertà dentro.” e in “I colori che ricordo erano il rosso e il turchese.”
L’istanza psichica razionale e vigilante “Io” è presente in “avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole” e in “Vedevo la luce sopra di me.” e in “riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”.
L’istanza psichica censoria e limitante “Super-Io” non compare in un sogno intessuto di piacere e di sana “libido genitale”.
La “posizione psichica genitale” è dominante in associazione a un buon narcisismo o meglio definito “amor proprio”, quello che non guasta mai nelle giuste dosi.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Matilde usa i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” in “fondo” e in “profondo” e in “superficie” e in “rosso” e in “turchese” e in “luce” e in “sole”, dello “spostamento” in “”libertà totale” e in “libertà dentro”, della “figurabilità” in “Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà… avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole.”“Ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo per non poter risalire e riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”
Nel sogno di Matilde non figurano i processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e tanto meno della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Matilde con l’esaltazione della “libido” dispone per una “organizzazione psichica reattiva”, l’obsoleto “carattere” o la nobile “personalità”, “narcisistica-genitale”: consapevolezza dei valori erotici del corpo e amor proprio.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche presenti nel sogno di Matilde sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “fondo” e in “profondo” e in “rosso” e in “turchese” e in “sole”, la “metonimia” o relazione logica in “libertà” e in “luce”.

DIAGNOSI

La diagnosi attesta di un buon esercizio della “libido genitale” e di un conseguente stato di benessere psicofisico.

PROGNOSI

La prognosi impone di riprodurre, con i miglioramenti possibili e legati allo stato psichico in atto, il buon vissuto di corpo e mente, di pulsione e coscienza, di sistema neurovegetativo e sistema nervoso centrale. Interessante è l’assenza dei famigerati sensi di colpa che nella cultura religiosa occidentale affliggono, in special modo, l’universo femminile.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una “regressione” e “fissazione” a stadi precedenti e riproposti in maniera unilaterale. Mi spiego: limitarsi alla “libido” “orale”, “anale” o “fallico narcisistica” nell’espletamento della vita sessuale.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Matilde è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Notevole è l’uso naturale e spontaneo della simbologia.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Matilde è fuor di dubbio l’orgasmo vissuto nel rapporto sessuale e in associazione allo stato di benessere distribuito successivamente nel corpo e nella mente.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Matilde è lampantemente “cenestetica”, sensoriale, in quanto le sensazioni di benessere psicofisico dominano l’elaborazione del sogno.

DOMANDE & RISPOSTE

Precisazione opportuna e necessaria: le domande sono formulate da un lettore anonimo che ha analizzato in anteprima la decodificazione del sogno.

Domanda
“Che cos’è l’orgasmo?”

Risposta
Neuro-fisiologicamente è il punto più alto dell’eccitazione erotica caratterizzato da azioni neuromuscolari involontarie che culminano nelle contrazioni perivaginali e altri fenomeni motori e secretori riflessi. A livello psicologico è la disposizione progressiva all’eccitazione dei sensi e dei vissuti collegati che consente il crescendo del piacere: assenza di blocchi e di traumi o piena consapevolezza degli stessi.

Domanda
“Lo provano tutte le donne?”

Risposta
Potenzialmente sì, a meno che non sussistano ostacoli fisiologici come malformazioni anatomiche o psicologici come la paura dello svenimento e della violenza maschile, un “fantasma di morte”.
In effetti non tutte le donne arrivano all’orgasmo e le statistiche adducono di un trenta per cento che non l’ha mai vissuto. Il resto della percentuale si distribuisce in donne che lo vivono occasionalmente e in base alla disposizione psicofisica, mentre una minima parte lo vive sempre.

Domanda
“In un rapporto sessuale si possono vivere più orgasmi?”

Risposta
Certamente sì! La pluriorgasmia è un fenomeno ricorrente e non raro. Importante è la disposizione psicofisica e il grado di abbandono erotico che la donna realizza nel rapporto sessuale. Bisogna precisare che dopo tre o quattro orgasmi la vagina perde sensibilità. Ottimale: uno interamente vissuto.

Domanda
“L’orgasmo si può fingere?”

Risposta
Ancora certamente sì! La finzione comporta, oltre a una buona capacità teatrale, un formidabile complesso d’inferiorità e di inadeguatezza. Meglio parlarne con il proprio partner o con uno psicoterapeuta, piuttosto che candidarsi a vita in una menzogna dolorosa precludendosi e rovinando il piacere.

Domanda
“L’orgasmo fa bene anche alla mente?”

Risposta
L’orgasmo fa bene al corpo con le endorfine e le altre sostanze ormonali che entrano in circolazione, ma fa tanto bene alla mente perché la libera dalle mille paure personali e collettive e dalle mille fobie culturali e religiose, perché ti fa stare bene e sentire normale, perché ti scarica le tensioni inutili e ti pulisce la psiche, “catarsi”.

Domanda
“Cos’è l’anorgasmia e la dispareunia?”

Risposta
L’anorgasmia si attesta nell’assenza dell’orgasmo nel coito e nella masturbazione, la dispareunia traduce la dolorosità nella penetrazione e nel rapporto sessuale.

Domanda:
“Da cosa dipendono?”

Risposta
Escludendo fattori anatomici e organici, la causa psicologica si attesta in un trauma reale, pedofilia e violenza infantile, o in “fantasmi di morte”. Incide tantissimo la mancata risoluzione della “posizione edipica” e in special modo il rifiuto della figura paterna: parte negativa del “fantasma del padre”.

Domanda
“Come si curano i disturbi sessuali femminili?”

Risposta:
La psicoterapia psicoanalitica è indicata nella ricerca del trauma o del fantasma e nella risoluzione della “posizione edipica”, oppure le altre psicoterapie che lavorano sul corpo e sull’immaginazione come l’Ipnositerapia e l’Analisi immaginativa.

Domanda
“Può dipendere dal compagno?”

Risposta
Certamente, se manca il coinvolgimento erotico ed estetico e non necessariamente quello affettivo. Per quanto riguarda la meccanica e la tecnica, si richiedono le condizioni di base: giuste proporzioni e giuste stimolazioni. In ogni caso, si fa l’amore sempre e in primo luogo con se stessi attraverso l’altro. Questo atteggiamento basilare non è prevaricazione o tanto meno strumentalizzazione.

REM – NONREM ?

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Matilde è stato decisamente elaborato appena addormentata in uno stato di quiete psicomotoria e per la precisione tra la prima fase R.E.M. e la successiva prima fase NON R.E.M. .

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Come prodotto culturale assimilabile al sogno di Matilde ho scelto una canzone pop del 2001 del complesso Pooh. Esiste una versione filmata e assimilata a scene del famoso film “Pretty women” e a conferma che i prodotti psichici godono di una malleabilità nei temi e nei contenuti, una forma di universalità della bellezza e della gioia, così come del terribile e dell’angoscia.

Attenzione e giusta riflessione alla formula di un buono e sano erotismo: “perché ci prende, perché vogliamo, perché viviamo” e ancora “perché ci piace, perché c’incanta, perché sei tanta” e ancora “rinunciando moriamo”. Il tutto conferma delle benefiche doti globali di una sana vita sessuale.

 

DIMMI DI SI’

Non ti dirò che è stato subito amore,
che senza te non riesco neanche a dormire,
ma sarò sincero quanto più posso:
Con te vorrei una notte a tutto sesso.
La tua eleganza non e’ un punto cruciale,
la classe poi non mi sembra affatto essenziale
c’é che sei un animale da guerra:
Con te vorrei una notte terra-terra.
Dimmi di si, che si può fare
senza sparare parole d’amore.
Perché ci prende e perché vogliamo.
Perché viviamo.
Tanto l’amore a volte fa un giro strano
ti prende dal lato umano
che è quello che anch’io vorrei adesso…
…per prenderti più che posso.
Dentro noi facciamo grandi disegni,
ma se si accende un desiderio lo spegni,
e cosi che rinunciando moriamo,
ma noi stavolta no, non ci caschiamo.
Dimmi di si, senza promesse,
senza studiare le prossime mosse.
Perché ci piace, perché ci incanta.
Perché sei tanta.
Solo per noi, senza limiti ne rispetto,
stanotte qui vale tutto,
facciamo che allora sia speciale.
Tanto l’amore se passa si fa sentire,
parcheggia dove gli pare,
magari ci cascherà addosso…
…ma intanto ti voglio, adesso.
Dimmi di si, che si può fare
senza sparare parole d’amore.
Perché ci prende, perché vogliamo.
Perché viviamo.
Dimmi di si, senza promesse,
senza studiare le prossime mosse.
Perché ci piace, perché ci incanta.
Perché sei tanta.