DEDICATO A LUCIA

Avrei potuto incontrarti in un luogo qualsiasi,

con te sarebbe sempre stata la Giudecca o Ortigia

isole sospese in un miraggio,

mentre vanno lentamente alla deriva.

Eri un’isola anche tu,

avvolta nella luce del tuo sguardo

che decifrava i segni e le parole

per poterli fissare sulla tela,

tu che eri sempre sola in mezzo alle altre.

Hai sempre avuto il dono della visione.

Camminavi lungo la promenade,

lasciandoti alle spalle il Redentore,

le grandi chiese,

le orde di curiosi a bocca aperta

e lo sciacquio delle acque ferme,

mentre dentro di te capivi il mondo.

Non eri mai dove ti pensavo,

eri altrove,

nel tuo antro pieno di tele e di sogni.

Mi spogliavo degli abiti

e posavo davanti a te.

Il corpo perdeva la sua forma

e si trasformava in un disegno.

Rinascevo con nuove vesti

a coprire parole sciupate in rime semplici

come cuore-amore.

Non mi hai mai svilito,

mi hai dipinto

perché mi guardassero al di fuori della grande vetrina dei like.

Lo sanno?

No,

non lo sanno.

Lo so io

e vorrei tanto essere l’uomo della mia Lucia di Siracusa

anche qua,

in questa immobile Giudecca settembrina.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere, 10, settembre, 2021

 

 

ETERORITRATTO

“Come sei bello
con i grandi occhi circassi,
benevoli e insieme furenti,
le labbra piene di carne e parole,
il viso d’argilla aperto al sole,
la barba antica come una statua greca.
Come sei bello,
profumi di rosmarino della memoria.”

Io non sono questo,
io sono l’Altro,
io non sono io
e tanto meno il mio linguaggio.
Il linguaggio non è mio,
è dell’Altro,
è sempre dell’Altro.
Benvenuto mio Altro
visto che io sono il linguaggio dell’Altro.
Ma se io sono il linguaggio dell’Altro,
tu,
mia numinosa concubina,
sei la Maja vestida e desnuda
che non ha consapevolezza dei suoi vizi e delle sue virtù,
come dei suoi abiti e dei suoi costumi,
i suoi boni mores,
disconosci il tuo Verbo,
sei muta come una campana senza campanile e senza sacrestano,
non profferisci parola
come il bambino contenuto nella mamma freezer di Bettelheim,
il superstite incallito dell’olocausto,
l’ebreo errante al di sopra della vita e della morte,
tu sei l’Afrodite cnidia
che confonde il coniugale con il congiuntivo
avvolta nel suo marmo pentelico.
Tu vuoi un Io
che non abita più qui.
Quell’Io che tu cercavi,
adesso ristagna in Grecia,
presso la fonte di Pirene nell’antica Corinto.
Si chiama Narciso.
Questi è colui
che fece il gran rifiuto,
il disdegno superbo della bellissima Eco,
la povera ninfa senza voce
che ancora invoca il suo perduto amore
annegato nella fonte della vanità,
alle radici delle vanità,
tra le vanitas vanitatum della fonte Aretusa
nell’isoletta di Ortigia
che ancora mena vanto del suo splendore
tra l’incuria e l’indifferenza degli indigeni.
Narciso è morto,
Narciso si è ammazzato con il pugnale,
Narciso si è annegato nella fonte,
Narciso non c’è più.
Narciso è autospirato
mentre Eco ruffiana intratteneva Era
per lasciare Zeus scopare a destra e a manca
le dee e le ninfe,
le capre e i cavoletti di Bruxelles,
i cigni e le anatre all’arancia,
le mucche e le salsicce di Longo & Attardi
presso I Piaceri della carne della mia Belvedere,
del mio vallone Carancino
dove Anapo pose la sua vergogna di fiume innamorato.
Ma Era la punì.
Era le tolse il verbo,
le parole,
l’uso e l’abuso delle parole,
la condannò a ripetere soltanto le ultime sillabe
delle parole degli altri,
quelle che sentiva per caso
e che poteva cavalcare al volo
per dire a Narciso mille volte “quanto ti amo”.
“…to …i …mo”,
“…to…i…mo!”.
Ma il linguaggio era dell’altro.
E allora,
Eco implora:
“dammi le tue ultime parole
raccontandomi la storia bella di un uomo e di una donna
che si amano senza parole
dopo le ultime parole raccattate nell’agorà di Atene.”
Eco piange e si prosciuga.
Di lei resta la voce
che echeggia nelle gole dei monti Iblei,
quelli del buon miele di zagara e di gaggia,
e nelle colline di Pieve di Soligo,
quelle delle viti di Prosecco,
dei mille veleni che oggi abitano
dentro un buon bicchiere di vino dalle micidiali bollicine.
Questa è la vendetta di Nemesi:
innamorarsi di se stessi,
non mangiare,
non bere,
dipendere,
straziarsi,
morire,
per lasciare ai posteri uno splendido fiore,
il fior di Narciso per i capelli di tante splendide Eco.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 22, 03, 2021

DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN SECONDO PASSEGGERE

Panta rei,
mio caro Eraclito,
in questa strambata evolutiva di un divenire eterno
che attanaglia le ossa
come la salsedine saporita del lungomare di Ortigia,
come la ruggine inesorabile delle sue vetuste ringhiere,
come le giravolte dei tanti amplessi del principe di Lampedusa
consumati sotto il sole instancabile di un triste matrimonio combinato
o nel fertile bordello di Palermo,
in via delle Vergini,
al numero civico 88,
dove lo scolo e la sifilide sono sempre sottocosto,
sarà poi vero
che tutto scorre dentro e fuori del Tutto eterno,
nei nostri corpi eccelsi,
nei nostri volti silvani,
tra gli ultimi degli ultimi,
nell’anima buona che suona novella,
nella favola bella che ieri c’illuse
e che oggi ci illude?
Sarà vera la parabola dei talenti?
Dammi dieci e ti darò un ventino?
Oppure tutto è come prima e magari peggio di prima,
tutto si ripete
e magari marcisce in un apparente cammin facendo?
O oscuro e tenebroso uomo di Efeso,
tu che navighi nella dialettica dell’Essere e del Non Essere,
del Tutto e del Nulla,
tra la Vita e la Morte,
tra le nebbie delle apparenze
che nascondono la verità del divin Cosmo,
portami lontano dalle miserie dei centri commerciali,
dalle luci della ribalta
e dal camaleontico caleidoscopio delle vanità,
portami lontano dai torsoli e dal sangue
di questo mercato fatiscente e in puzza di santità.
Fammi immergere centomila volte con te
nel fiume che sotto scorre e sopra tace,
dove immergersi due volte non si puote nemmeno con il candeggio,
in Ameles,
il senza cure e il senza affanni,
senza il tormento della morte e della sofferenza
che governa questo intrallazzo materiale
di mille e mille movenze danzanti attorno a un mazzo di rose rosse
che ho regalato a colei che solo a me continua a parer donna
e che nel tempo si è rivelata una carrozza funerea e funebre
con tanto di cavalli poderosi e neri,
con tanto di pennacchio dorato e di briglie argentate.
Io ti chiamo,
io t’invoco,
ma tu non torni ancora al tuo paese.
O mia gattina,
mia dolce Paola,
quando partisti come son rimasto,
come l’aratro in mezzo alla maggese.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 04, 2021

A PROPOSITO DI FEMMINICIDIO…

A proposito di “femminicidio” mi ricordo che

correva l’anno1953 dentro l’umida isoletta di Ortigia.

Quella sera di Gennaio un malefico Libeccio infilzava la viuzza dedicata a Claudio Mario Arezzo, un letterato umanista siracusano che contro Bembo sosteneva l’importanza del dialetto siciliano rispetto all’aulico toscano.

Mia sorella Francesca, detta Franca, che sin d’allora era dispettosa e vezzosa come una scimmia, in quella sera di quell’anno e in quel posto mi dimostra la sua bravura fermandosi all’improvviso e leggendo su una lastra di calcare la seguente iscrizione.

“Candido giglio reciso

nel fiore della sua giovinezza

dalla furia omicida

di un bieco assassino”

Il “candido giglio” si chiamava Giovanna Borgia, detta Nannina, e nel 1947 contava soltanto 19 primavere. Era bionda e portava i capelli a coda di cavallo.

Era fidanzata con Santo Agnello, detto Santino, di anni 22, rampollo della Siracusa bene in quel misero dopoguerra.

In un soleggiato pomeriggio di Aprile Giovanna, celiando con Santino che le chiedeva un appuntamento per la sera, aveva graziosamente risposto che era già impegnata con un bell’uomo.

Voleva essere il complimento traslato di una donna innamorata e, invece, fu la sua condanna a morte.

Accecato dalla maledetta gelosia e angosciato dall’immane senso di perdita, Santino si armò di rivoltella e consumò le sue assurdità psichiche sul corpo procace di Giovanna.

Si celebrava il capolavoro estremo di madri fredde e di padri fascisti.

Questa è la tragica storia d’amore di Santino e di Giovanna.

Io ho imparato a leggere nel 1954 e sono ritornato senza la dispettosa sorella a cimentarmi nella lettura di quella lastra di calcare anche per capirne il significato.

Quel giorno la stradina dedicata al povero umanista, un budello lastricato di lava che scende verso la Marina, era infilzata da un sole in tramonto che illuminava di sinistra luce rossastra la barocca iscrizione.

Sono riuscito a leggerla correttamente senza capire un bel niente.

Rassegnato ho chiesto alla mia sorella intelligente e istruita il significato di quelle parole, di quei versi, di quella poesia, di quella storia da cantastorie.

Mia sorella, malefica come il Libeccio, mi ha detto che si trattava di un necrologio, addirittura un necrologio.

Mi ha preso a manina e mi ha portato da via Savoia numero n° 15 in via Claudio Mario Arezzo al numero 52, ha letto e riletto con enfasi da teatro greco i versi, mi ha fatto leggere il macabro insieme e alla fine mi ha raccontato la storia.

Ricordo che quel giorno il vento si chiamava Tramontana, era freddo e soffiava da Nord: il giorno dopo l’ennesima bronchite si era accanita sui miei venti chili di ossa e cartilagine.

Santo Agnello, detto Santino, era figlio di un valente oculista e studiava medicina all’Università di Catania.

Fu processato nei diversi gradi dalla Corte d’Assise della città dove studiava e fu condannato all’ergastolo.

Cambia scena e cambia registro.

Correva l’anno 1950 e il bambino Vincenzo Grillo, destinato a essere sentito Bucaleddru, inciampava e cadeva sull’acuta scogliera davanti al carcere barocco di Ortigia. Il sangue usciva copioso dal suo piede sinistro. Il fratello Salvatore, detto mangiatorrone, lo prese in braccio e lo portò presso l’infermeria del carcere, detto la casa con un occhio.

Il bambino Enzuccio fu curato dal detenuto infermiere Santo Agnello, detto Santino, un uomo destinato a non vedere la luce della libertà e della ragione.

Crescendo anche Vincenzo Grillo, ormai saputo come Enzo Bucaleddru da coloro che gli volevano bene, ha conosciuto la tragica storia di Santino e di Giovanna e da poeta decadente ha posto su carta di papiro i seguenti versi.

“Si può in un sol baleno fare cose

che in eterno cangiare non si puote.

Tutta una vita a pensare a un lampo accecante

che toglie agli occhi ogni altro bagliore,

senza lasciare all’angoscia

né pausa, né spazio alcuno.

Ciò ch’io vidi nei suoi occhi fissi

era sempre l’imago che menò,

sempre esitante, nel pensiero.

Mi dissero che puerili gesta,

“bum bum”, “bum bum”,

erano da libero nella sua mano senile.

Eppur sicuro operò sul mio arto ferito,

perché sollievo provai dalle sue cure.”

Santo Agnello, detto ancora Santino, fu graziato dalla pietà umana nell’anno 1995. Dopo quarantacinque anni di reclusione e in piena follia fu restituito a coloro che erano rimasti e che ancora gli volevano bene.

Dicono di lui che girava per le stradine umide di Ortigia sempre al tramonto, con il Libeccio e con la Tramontana, con il Grecale e con lo Scirocco, e che, quando passava per via Claudio Mario Arezzo, gridava “bum bum” alzando la mano destra e componendola a mo’ di rivoltella.

Era follia o era verità?

Santino è morto d’inedia e nella dimenticanza collettiva.

Una mente acuta e una mano pietosa hanno rimosso la lapide calcarea di via Claudio Mario Arezzo, sempre al numero 52, e al suo posto hanno posto questa modesta preghiera, scolpita in opaco e ruvido marmo.

“Gesù e Maria,

accogliete tra i vostri martiri

colei che qui trovò la fine

al suo calvario.”

Ero un bambino quando ho saputo del “femminicidio” e quella fu la mia prima volta.

Da adulto ho anche pensato che nel Codice penale di allora figurava il delitto d’onore.

Era il Codice fascista a firma del guardasigilli Rocco, ancora in vigore nell’Italia repubblicana degli anni ‘70.

Da questo ricordo il passo all’attualità, ancora tragica, è naturale.

Ripropongo

DONNE !

ATTENTE AL LUPO !

Il titolo sembra carico d’ironia, ma è di una verità sconcertante che si andrà assodando cammin facendo.

Mi è stato chiesto da alcune donne di chiarire e di approfondire le norme che “Psiconline” aveva pubblicato in occasione della giornata contro il “femminicidio”.

Ho accolto di ben grado questa richiesta e ho formulato una Prognosi puntuale e allargata per consentire alle donne una migliore comprensione della situazione in cui si possono trovare loro malgrado.

Comincio fissando una serie di norme psichiche da ben valutare e a cui attenersi qualora si viene in contatto non soltanto con la dura situazione di poter subire violenza da parte di un uomo o del proprio uomo, ma nell’altrettanto dura situazione di cominciare a prender atto che nella psicodinamica individuale del vostro uomo e, di conseguenza, nella vostra psicodinamica di coppia si verificano fenomeni specifici che esulano da quella che fino a ieri era la vostra normalità, una degenerazione del rapporto di coppia.

Ignorare non è ammissibile alla luce dei tragici eventi e delle drammatiche statistiche che quotidianamente vengono fornite alla pubblica coscienza e alla pubblica opinione.

Affinché non si rimuovano per difesa queste tragiche realtà e questi incresciosi dati, contribuisco a divulgare una

PROGNOSI PSICOLOGICA

per le donne e per tutti gli uomini di buona volontà. A questa seguirà un’adeguata “prognosi” anche per gli uomini, gli attori coinvolti nel tragico fenomeno, e in conclusione anche per i figli intrappolati nelle riottose psicodinamiche di mamma e papà senza avere gli strumenti emotivi e razionali per capire.

  1. Mettere fra parentesi i sentimenti e non minimizzare la gravità della situazione: meglio esagerare piuttosto che essere ammazzate.

La freddezza emotiva si ottiene con la sospensione dell’affettività e con il momentaneo disinvestimento psichico sul vostro uomo per valutare al meglio voi stesse e la situazione di coppia, cercando di essere, per quanto possibile, oggettive. La realtà psichica in atto è più importante della sfera sentimentale e affettiva. Questa sospensione affettiva è temporanea e non significa non voler più bene al vostro uomo. La riduzione emotiva amplia la comprensione razionale della situazione.

Esemplificazione: “ma chi è quest’uomo che penso di amare e con cui ho scelto di vivere e di far famiglia?” o “Mi trovo in una situazione pericolosa e sto rischiando troppo!” o “Non l’avevo mai visto così!” o “E se esce fuori di testa e mi ammazza?”

  1. Non essere fataliste e non attendere il miracolo del “tutto passa e tutto si risolve”. All’incontrario bisogna agire con freddezza, cautela e intelligenza.

Il “fato” o “destino” non esiste di per se stesso, ma esiste nella testa degli irresponsabili, nelle fantasie dei poeti, nei bisogni religiosi. Tanto meno i miracoli! I santi hanno altro da fare e non si curano dei fatti umani, tanto meno delle miserie. “L’uomo è arbitro del proprio destino”, quindi i nostri pensieri e le nostre azioni dipendono esclusivamente e soltanto da noi. Di fronte alle emergenze psichiche e relazionali necessita freddezza logica ed emotiva nel valutare e decidere, cautela nel dire e nel provocare, intelligenza nel fare e nel prevenire.

Esemplificazione: mai pensare o dirsi “Doveva andare così.” o “Lo sapevo

e me lo merito!” o “Se avessi ascoltato mia madre o mio padre, non mi

troverei in questa situazione” o tanto meno “Bisogna solo attendere che lui

si renda conto di quello che ha detto e che ha fatto” o “Cambierà con il

tempo”. Mai colpevolizzarsi perché il senso di colpa peggiora la situazione

psichica in cui vi trovate e riduce la lucidità mentale. Meglio aver paura e

dirsi “Le cose stanno così, mi ha fatto male e mi fa paura” per cui “Devo

ben valutare la situazione in cui mi trovo” e “Non devo provocarlo, ma devo

capire fino a che punto può arrivare quando è in crisi” e “Nelle situazioni

pericolose è meglio cercare aiuto, piuttosto che stare da sola con lui”.

  1. Superare il pudore e comunicare il disagio in sul primo manifestarsi alle persone che ritenete degne di voi, di capirvi e di potervi aiutare.

Non chiudetevi in uno splendido isolamento, perché da sole non ce la potete fare. E’ importante capire che da sole non venite fuori da queste difficoltà soltanto perché si tratta di novità terribili alle quali non siete educate. Fidatevi e affidatevi! Il senso del pudore appartiene alla vostra adolescenza. Oggi bisogna comunicare al più presto il disagio che voi stesse non riuscite a capire appunto perché non lo avete mai vissuto.

Calibrate bene le persone giuste e degne di ascoltarvi e di consigliarvi. In un primo tempo si tratterà di persone che immancabilmente vi vogliono bene e che hanno un rapporto affettivo con voi.

Esemplificazione: “E adesso a chi lo dico? Mi vergogno e poi io sono orgogliosa! Come faccio a dire a qualcuno delle cose così intime e personali?” o “I fatti miei sono soltanto miei!” o “Sono sola e non posso dirlo a mia madre o alla mia migliore amica o tanto meno a mio padre. Non capirebbero! Magari mi rimproverano e mi danno la colpa di quello che sta accadendo o pensano che ho esagerato e che sono paranoica.” o “Meglio attendere e vedere come si sistema la storia.” Invece bisogna dirsi semplicemente “Vado, dico e valuto cosa mi dice quella persona su cui posso contare e di cui posso fidarmi” o “Ho bisogno di proteggermi e di essere protetta.”

  1. Non cedere assolutamente all’onnipotenza del farcela a tutti i costi e da sole.

Attente all’onnipotenza! E’ una brutta bestia e una pericolosa compagna di viaggio in qualsiasi circostanza e soprattutto in questa. Liberatevene subito! Meglio pensarsi impotenti e incapaci e anche ignoranti, piuttosto che ritenersi al di sopra del padreterno! L’onnipotenza è il sintomo di una grave psicopatologia e allora proprio in questa circostanza non potete ammalarvi o reagire alla follia del vostro uomo con la vostra lucida follia. Dovete tutelarvi dalla tentazione di farcela a tutti i costi e da sole soltanto perché in certi momenti vi sentite capaci di capire, di reagire e di controllare. Quello che vi sta succedendo esula dalle vostre capacità intellettive semplicemente perché si tratta di una malattia mentale grave del vostro uomo.

Esemplificazione: “Io sono forte e ce la farò da sola!” o “Ne ho superate difficolta ben più gravi di queste!” o “I miei mi hanno sempre detto e insegnato a cavarmela da sola e io sono cresciuta senza aver bisogno di nessuno! o “In ogni modo io ne vengo fuori”.

  1. Affidarsi a un Centro o a un Ente preposti al caso e non chiudersi in se stesse. Il primo supporto psicologico e psicoterapeutico lo trovate in queste strutture.

E’ necessario rivolgersi a una struttura specializzata nell’aiutare nella massima riservatezza le donne che si trovano in queste situazione di crisi e di emergenza. Questo non significa che da questo momento in poi dovete agire in tutto e per tutto come gli specialisti vi suggeriscono. Dovete sempre mantenere lo spirito critico perché soltanto voi potete valutare adeguatamente la situazione in cui vi trovate. Voi dovete comunicare il disagio o il pericolo e ascoltare cosa vi suggeriscono. Dovete soltanto riflettere e meditare sulle conoscenze acquisite e sui suggerimenti che vi hanno dato. State accrescendo la vostra consapevolezza. Questo obiettivo è importantissimo e determinante. Questa è la vostra salvezza! La “coscienza di sé” è la vostra terapia d’urgenza. Di poi, quando sarà passata la tempesta, penserete ad altre terapie per la vostra salute mentale e per il vostro equilibrio psicofisico fortemente turbato.

Esemplificazione: “Devo chiamare e poi chissà cosa mi dicono.” o “E se

non capisco e non so fare quello che mi dicono?” “Ma sono sicura che

questi ne capiscono qualcosa?” o “Ma questi mi possono capire o sono

lì tanto per lavorare e di me non gliene frega un bel niente?” Invece

bisogna scattare in questi termini “Datemi subito un appuntamento perché

mi trovo in difficoltà.” o “Da sola non ce la faccio” o “Non ce la faccio più!

Ho bisogno di essere aiutata, ho bisogno di sapere e di capire subito.” o

“Mi trovo in una situazione complicata e terribile”.

  1. Non lasciarsi suggestionare da promesse tipo “non lo faccio più, perdonami”. Considerate adeguatamente le minacce e specialmente le più sottili, quelle psicologiche. Considerate adeguatamente i comportamenti intimi e specialmente quelli sessuali. Considerate adeguatamente la misoginia, odio verso le donne, i comportamenti sociali e l’estremismo politico. Considerate la qualità della relazione con la madre.

Non siete chiamate a giudicare nessuno, tanto meno ad assolvere o a condannare. Dovete soltanto guardare i fatti in maniera nuda e cruda.

Esemplificazione: “Mi ha fatto male e mi ha fatto paura” o “Mi ha detto che mi ammazza.” o “Mi ha detto di tacere perché non capisco niente.” o “Mi ha ricattato e mi ha minacciato” o “Mi ha detto di non dire niente a nessuno.”

Per quanto riguarda le tante promesse, non lasciatevi assolutamente

impietosire e non aderite alla richiesta di dargli ancora fiducia. Il male

subito non si può convertire in bene e tanto meno si può sublimare come

una sofferenza in vita che apre le porte dei cieli. Non avete bisogno del

paradiso, ma soltanto di valutare l’inferno in cui vi trovate e di uscirne fuori

al più presto. Raccomando sensibilità alla minaccia “Ti ammazzo!” Non è

un semplice modo di dire. E’ molto grave a livello umano, ma è

pericolosissimo a livello relazionale, oltre al fatto importantissimo che

disocculta una grave psicopatologia.

Per quanto riguarda la vita intima e sessuale valutate la “sindrome del

lupo e dell’agnello”, i comportamenti fortemente aggressivi e gli

atteggiamenti infantili e filiali del vostro uomo nei vostri confronti. Questa

drastica oscillazione tra l’essere tenero e indifeso e l’essere brutale e

perverso attesta di un’organizzazione psichica molto fragile che può

esplodere da un momento all’altro nella perdita dell’autocontrollo e del

“principio di realtà” se non è contenuta dai meccanismi di difesa.

Se il vostro uomo sessualmente manifesta interesse morboso verso i

rapporti anali e non genitali, se il vostro uomo esprime la sua “libido”

secondo pulsioni sadomasochistiche, se il vostro uomo si autocompiace

narcisisticamente e non vi riconosce come persona da amare, se il vostro

uomo riconosce e adora soltanto se stesso come unica e vera realtà, se

riscontrate tratti di questi comportamenti e di queste tendenze potete

certamente preoccuparvi della situazione rischiosa in cui vi trovate e potete

prospettare una psicoterapia individuale per il vostro “lui” o di coppia per

porre intanto il problema allo specialista e avere una migliore

consapevolezza della situazione in cui, vostro malgrado, vi trovate.

Bisogna ancora valutare l’aggressività intima e sociale che il vostro uomo

esterna nelle parole o nei fatti durante la vita quotidiana. In particolare se

viene fuori con espressioni del tipo “li ammazzerei tutti” o “meritano di

morire” o “ci vorrebbe la pena di morte” o “bisogna farli fuori” e similari

soluzioni su fenomeni sociali in atto.

Valutate ancora la “misoginia” del vostro uomo, il sentimento

dell’odio, consapevole e non, che esterna nei confronti delle donne, il

concetto negativo che ha sull’universo femminile, lo schema culturale

materialistico e arretrato che ha inscritto nella sua interiorità.

Esemplificazione: “Le donne sono tutte uguali.” o “A cosa servono le

donne? Solo per far sesso!” o “Le donne devono essere soltanto

bastonate.” o “Le donne sono esseri inferiori.” o semplicemente “Tutte

troie!”.

In conclusione bisogna valutare il tipo di rapporto che il vostro uomo ha

con sua madre. Se esterna una relazione ambigua di amore e odio, di

dipendenza e autonomia, di accettazione e rifiuto, se manifesta un legame

ambiguo di fusione e distacco, di premura e rabbia, se manifesta una

pulsione di morte verso questa figura a suo modo sacra. In tal modo potete

avvalorare la convinzione di avere vicino una persona notevolmente

contrastata e conflittuale che versa in uno stato psichico “limite”, ai bordi

tra la nevrosi e la psicosi, tra la normalità e la follia.

  1. Convincersi che la psicodinamica dell’uomo violento ha radici lontane ed è una psicopatologia grave non legata alla vostra azione e tanto meno alla vostra responsabilità.

E’ importante e determinante acquisire la ferma consapevolezza che il vostro uomo ha una storia esistenziale e psicologica che voi avete in pieno, nel bene e nel male, ereditato. La “formazione psichica reattiva”, il carattere, del vostro uomo non è dipesa da voi. In nulla avete contribuito alla sua prima formazione psichica e alla basilare evoluzione psicologica. State raccogliendo quello che altri hanno seminato, state subendo le conseguenze nefaste di una formazione psichica altamente critica e conflittuale. Siete il capro espiatorio di altri bisogni di affermazione e di altre vendette. Le radici violente del vostro uomo risalgono alla sua prima infanzia, tecnicamente alle “posizioni orale e anale” e alla mancata risoluzione del legame con i genitori e in special modo con la madre. La psicopatologia è grave perché ha origini lontane e risale al tempo in cui l’Io, la vigilanza e l’autocontrollo erano ancora in formazione. Semplificando: il vostro uomo regredisce a quelle posizioni psichiche, vi confonde con la madre e diventa veramente pericoloso per la sua donna.

Valutate anche i costumi e i gusti sessuali del vostro uomo, il

comportamento nei riguardi del vostro corpo e della vostra persona, le

propensioni narcisistiche, la violenza giustificata con la pulsione sessuale,

le fantasie e i giochi erotici, la qualità globale della relazione, la remissività

del bambino che contrasta con la violenza dell’uomo adulto. Valutate la

gelosia e le pulsioni ossessive, la paranoia e le compulsioni, la necessità di

fare determinate azioni per sentirsi meglio.

Esemplificazione: “Non sono io che lo provoco e gli scateno la crisi di

nervi.” o “Quando dà in escandescenze, non lo riconosco. E’ tutta un’altra

persona!” o “Sembra una bestia quando si arrabbia. Ha uno sguardo

terribile e gli occhi sono di ghiaccio.” o “Mi guarda e sembra che non mi

riconosce.”

  1. Essere fermamente consapevoli che non potete aiutare chi ha soltanto necessità di curarsi.

Alla luce di quanto avete capito di voi e della situazione in cui vi trovate, potete abbandonare l’onnipotenza terapeutica e la vostra pulsione materna di aiutare e perdonare chi ha tanto sofferto da bambino. Abbandonate la pulsione della buona samaritana o della prospera infermiera. Voi non siete valenti psicoterapeuti e tanto meno esperti psichiatri, voi siete la parte lesa e, vostro malgrado, la parte in causa senza aver in nulla contribuito a tanto marasma psichico. Ricordate che il medico pietoso procura cancrena nella ferita. E allora valutate la necessità della psicoterapia e di un lungo periodo di cura per ripristinare un equilibrio corretto nel vostro uomo in coppia e in famiglia.

Esemplificazione: “Non posso far nulla per te. Io posso soltanto accompagnarti in questo tragitto terapeutico.” o “A mia volta posso farmi aiutare a capirmi e a capirti. Devo anche superare i traumi inferti dalla tua malattia.” o “Ci vuole qualcuno che ragiona in questa situazione e questo qualcuno meno male che sono io.”

Questo punto è importantissimo: il vostro uomo è malato, ha una psicopatologia grave anche se non si vede sempre e soprattutto anche se oscilla tra la violenza e la remissività. Quest’ultimo sintomo è la ineccepibile prova della malattia: il lupo e l’agnello, la crudeltà del primo e l’innocenza del secondo.

  1. Per rafforzare la vostra azione difensiva, considerate l’importanza di evitare traumi ai vostri figli. Considerate che anche loro possono essere vittime della follia omicida di un padre tralignato in bieco assassino a causa della sua malattia.

I figli sono da tutelare in ogni senso, dal versante psichico al versante fisico. Passate dal vostro giusto amor proprio e dalle vostre adeguate difese alla necessaria difesa dei vostri figli. Pensate di essere massimamente nel giusto. Recuperate il senso ancestrale della maternità, la legge neurovegetativa del sangue, quell’istinto che ancora è presente dentro di voi e che avete scoperto nel momento successivo al travaglio e al parto. In questo modo acquistate quella forza che eventualmente vi manca in così grande emergenza. La psicopatologia del vostro uomo non riconosce nei suoi eccessi critici i figli e il suo delirio induce a viverli come suoi prodotti da portare via o come strumenti per punirvi.

Esemplificazione: “Dobbiamo tutelarci e proteggerci.” o “I bambini non hanno nessuna responsabilità e non devono assistere a queste scene terribili.” o “E se ci ammazza?”

  1. Volersi tanto bene, agire con il buon senso e seguire anche i consigli che troverete da voi stesse cammin facendo.

In tanta emergenza considerate la vostra importanza e l’importanza del volersi bene. Siete nel giusto, ma la situazione può degenerare nel drammatico-quasi tragico. State imparando una lezione che avreste benissimo evitato, ma il ballo della vita e delle persone vi ha voluto coinvolgere e vi ha richiesto buon senso e amor proprio senza esagerazioni della paura e del panico o della superficialità e del minimizzare. Avete avuto bisogno di altri, ma non avete smarrito voi stessi, le vostre capacità e il buon consiglio che potete dare a voi stesse. Dopo attenta riflessione su quello che vi hanno detto da tutte le parti, chiedetevi “E io cosa penso e cosa mi dico?” Questo è importantissimo per voi e dispone per una buona reazione a tanta disgrazia.

Esemplificazione: “Non mi devo confondere, impaurire e tanto meno perdere d’animo.” o “Secondo me devo fare in questo modo” o “Ho capito”.

  1. Ricordare sempre che il corpo è tutelato dal Diritto naturale e dalla Legge ordinaria e che nessuno può usargli violenza. Al primo ematoma “112” o “113” è il numero giusto.

Bisogna anche avere una buona coscienza socio-politica-giuridica in questa situazione estrema, esserne fiere e curarla. Nessuno può usare violenza al vostro corpo. L’ematoma e la fuoruscita di sangue sono reati penali che devono essere denunciati e registrati per il bisogno futuro. Recatevi sempre al “Pronto soccorso” per farvi curare e per registrare il reato subito, la violenza sul corpo, l’emorragia, la contusione, l’ematoma. Il referto medico, la diagnosi, la terapia e la prognosi hanno un valore legale enorme e possono esservi utilissime per tutti i casi riconosciuti dalla Legge e per le evenienze future. Di poi, possono essere utili le diagnosi psicologiche e le psicoterapie di sostegno o di ristrutturazione psichica in riparazione dei traumi subiti. La Polizia e i Carabinieri riteneteli i vostri naturali difensori e non pensate mai che mettete nei guai il vostro uomo se vi rivolgete alle Forze dell’Ordine. Non cadete nella banalità paranoica di una possibile divulgazione dei fatti vostri. Chi sbaglia deve pagare per ravvedersi. La vostra vita vale più di ogni altro bene. Voi siete importanti per voi stesse e anche per i vostri figli. Avete la responsabilità di educarli, di farli studiare e di realizzare tanti progetti insieme a loro. Trovate la forza per procedere anteponendo a tutto il resto voi e i vostri figli. Consapevoli che le minacce nei casi gravi non servono, anzi a volte acuiscono la gravità della situazione, pur tuttavia dovete sempre fare presente al partner che siete soggetti di diritto sin dal primo insorgere dei maltrattamenti psicofisici e precisate che il corpo è vostro e lo potete gestire soltanto voi.

Esemplificazione: “Non devi alzare le mani, perché ti denuncio!” o “Non

mi devi nemmeno toccare o chiamo immediatamente la polizia”.

Salvatore Vallone

QUANDO ARRIVEREMO A SIRACUSA

Quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo aver attraversato il Mongibello,

il grembo infuocato di cui tutti siamo figli,

quello che da sempre fa cenere e lapilli,

quello che scaglia pietre nere agli uomini codardi

e faraglioni ai miti forestieri nel blu del mare Ionio,

quello da cui vergine immacolata nacque Afrodite

con il suo primo fecondo sorriso,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo questa Kaaba siciliana,

insozzata dai perfidi sacrilegi delle dee Madri,

dai sordidi segreti dei Beati Paoli,

dai codardi riti dei Padrini,

da don Pirrone e don Batassano,

da padron Toni e Bastianazzo,

dalla Longa e la Lupa,

da donna Lola e cumpari Turiddru,

da Maria Lavava e Santuzza Minnipriu,

da Ciccino Cirinciò, quello del mulino,

dopo,

dopo il cimelio mitico e oscuro dell’Aìtne

che brucia i suoi eterni anni e i malcelati martiri,

dopo questo instancabile e bonario Vulcano,

ombelico osceno di nostra Madre Terra corporale

e dei suoi sotterranei cordoni incandescenti

che dai gradoni dei monti Climiti dell’ameno Carancino

arrivano al regno di Partenope,

passando per lo Stromboli

e riposando dolcemente nei Campi Flegrei,

dopo questo grembo sanguinante di intricati effluvi

che lentamente vanno verso il mare

come una greggia che ripete la favola bella

della metamorfosi del magma primordiale in pezzi di vita,

dopo l’orgoglio del Caos compiaciuto nella nera lava,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo aver bussato con buonagrazia alla spelonca di Polifemo,

il Ciclope che ancora vaga per gli eterni pascoli con i suoi montoni

e che con un solo occhio domina l’orizzonte dei migranti

scorazzando con lo sguardo indomito

da Scilla a Cariddi e da Cariddi a Scilla

in attesa di un altro assurdo Ulisse

da impalare come un trappista convertito ai Catari,

dopo quell’Ulisse,

dopo quell’uomo che ancora cerca qualcuno con la lanterna,

dopo Diogene il greco,

dopo Archimede che assaggia la Natura

e grida il suo eureka in ognidove d’Ortigia

dopo aver saputo di un punto d’appoggio

a favore degli inetti di buona volontà,

quella leva che solleverà il mondo

fin dove Ercole pose li suoi riguardi

a che l’uom più oltre non si metta,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo la terra dei misteriosi Sicani

e del mare che sta in mezzo,

là sulle irte scogliere dove le Sirene depongono il canto,

come le gabbianelle di primo uovo,

per lo sciocco marinaio infoiato di natural lussuria,

prima e dopo il folle volo

e infin che il mar fu sovra lui richiuso,

dopo,

dopo gli esuli Corinzi

delle doriche colonne e dell’umana polis,

dopo le stravaganze giuridiche dei violenti Romani,

spocchiosi e arguti per quello che alla Patria basta,

dopo i mosaici decadenti di Bisanzio

e i limoni portati in dono dagli Arabi

ai miseri braccianti di Avola e Pachino,

dopo i leziosi Francesi,

gli infingardi Spagnoli,

i monolitici Tedeschi,

i lassisti Borboni,

gli indolenti Savoia,

dopo gli ineffabili Italiani

e prima dell’amore di Federico lo svevo,

l’uomo mandato dal dio della Bellezza

a mostrare il morire della Morte,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

ancora dopo l’alcova mistica e carnale di Ades e Persefone,

gli dei innamorati degli oscuri anfratti e dei verdi prati,

sempre in vena di consumare sei semi di melograno in sei mesi

per dare vita alle messi di Demetra,

per dare un senso al logoro morire di un uomo

che sta tra il cielo e la terra e nel nulla più,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che Eros e Thanatos si sono baciati con Pathos,

dopo tutto questo e altro ancora che dirti non so,

la Pietra bianca ci verrà incontro nella luce

solcata dalle acque tormentate di Anapo,

colui che si occulta alla vista,

il demone che non ha più occhi

per vedere l’amato bene,

la ninfa Ciane

che nelle notti di Aprile ancora grida vendetta,

la donna aggrappata al cocchio di metallo temprato di Ades

per impedire il ratto della sua Persefone,

per trattenere il dio perfido dall’infamia sulla bella donna,

Ciane,

la femmina percossa dal vanitoso scettro di un uomo

e immantinente disciolta in acqua sorgiva,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

quando sentirai il lamento innamorato di Anapo

scendere da Pantalica come acqua di fiume

per incontrare Ciane,

acqua con acqua in un amplesso di carnali umori,

dopo,

dopo che la pietà di Persefone

ha condensato in chiare perle turchine di sonante acqua,

nel profondo oscuro di ogni uomo

l’eterno replay della vita e della morte,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che vedrai Aretusa finalmente e per sempre,

congiunta con Alfeo tra i papiri della fonte

dove Artemide ha posto i confini dell’eterno invisibile

per l’amata ninfa discesa nuda nelle acque fresche di Alfeo,

bella tra le belle

e appetita nella sua innocenza dal figlio del dio Oceàno,

e l’ha avvolta in una nuvola

per lasciarla cadere pioggia in quella fonte

dove ancora si bea con Alfeo

dei favori della dea e della forza del padre pietoso

che vede il figlio migrare per amore

tra le sponde dell’illustre mar Ionio,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che sentirai la rabbia di Archimede

scagliarsi contro quel miles gloriosus

che tangeva i circoli

che con grazia e arguzia aveva spianato sull’arenile di Ortigia

nella ricerca di un punto d’appoggio

per i suoi sogni di bambino curioso,

dopo che ascolterai il pianto del console Marcello

per quella mente anzitempo spenta

dalla furia omicida di un bieco romano assassino,

dopo,

quando la Pietra diventerà più bianca,

allora,

soltanto allora saremo arrivati a Siracusa nella luce,

in Pietrabianca,

nel vallone Carancino,

là dove Anapo ancora scompare

nella gola che lo porta al mare nel liquido grembo di Ciane,

là dove Aretusa e Alfeo ancora amoreggiano

nella fonte senza tempo tra i ciuffi dei papiri egizi

che Iside ha regalato ai felici amanti,

soltanto allora e dopo tutto questo

saremo arrivati a Siracusa nella luce,

nel luogo sacro della mega-kalo-gakathia,

dove la Morte grande, bella, giusta e buona abita

nei corpi di gente indolente e accidiosa

che ancora s’inebria con l’oppio della Bellezza altrui,

che ancora recita il mitico

“c’era una volta a Corinto, in Grecia”

e dopo,

dopo che avrai contemplato l’umana trinità

nel tempio greco di Athena,

nella moschea araba di Allah,

nella chiesa cristiana di Lucia,

dopo tanta incurante e sonnolenta Bellezza,

allora saremo veramente arrivati a Siracusa nella luce,

e soltanto allora potremo dire “ben venga il Nulla”,

il Nulla eterno,

il Nulla più,

a che non si possa più dimandare

perché tutto è stato visto nella luce,

perché tutto è stato contemplato senza nascondimento.

Belvedere di Siracusa, 10 luglio 2020 Salvatore Vallone

A MIA MADRE

“Tutta sfolgorante è la vetrina,

piena di balocchi e profumi,

entra un dì la mamma e il suo bambino

tra lo sfolgorio di quei lumi:

“comandi signora,

ciprie e colonie coty”.

 

Da bambino volevo comprarti un cane,

un pastore tedesco,

per difenderti da tutti i mali del tempo e della storia,

perché si accucciasse sui tuoi piedi sopraffini di donna pensierosa

e li scaldasse nelle giornate di tramontana e di scirocco,

affinché ti fosse fedele nel tempo e nella storia

come un soldatino solerte e ubbidiente del ‘99,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti una scimmietta,

uno scimpanzé africano,

per farti ridere di tutto e di niente

quando i tuoi pensieri da soavi diventavano severi

e le ciglia si aggrottavano dentro le orbite dei tuoi trasognati occhi neri,

quasi come prima di piangere,

uno scimpanzé dispettoso per farti ridere di tutto e di niente,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti una saponetta,

una saponetta al gelsomino,

Lux o Palmolive o Camay,

perché odorassi di quella dolce essenza nel bene e nel male,

dopo il risveglio e prima del sonno,

dopo la realtà e prima del sogno,

una saponetta profumata tutta per te.

L’avrei comprata nel mercato di Ortigia,

nel luogo all’aroma d’impostura

dove tu andavi nell’ora dell’addio

quando i mercanti erano disposti a vendere il bene e il male.

L’avrei regalata a te

a mo’ di “non ti scordar di me, la vita mia legata è a te”,

il pegno di un tenero amante,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti le parole più belle

e le parole più argute,

le parole di un vate o di un fanciullino,

per inanellarti una poesia immortale,

per ricordarti anche dopo il big bang,

magari parole prese in prestito

in una vecchia antologia della quinta elementare,

tipo

“Contessa che è mai la vita?

E’ l’ombra di un sogno che fugge.

La favola bella e breve è finita,

il vero immortale è l’amor.”

 

Da bambino volevo…come avrei voluto essere io per te.

Quante cose avrei voluto da bambino.

Quante cose avrei voluto dire e fare da bambino con te.

Ma tu,

mia adorabile e adorata madre,

te ne sei andata da sola e in silenzio nel giorno di san Lorenzo,

mentre le stelle cadevano senza esser viste.

Sei partita verso il chissà dove,

verso il chissà quando,

senza disturbo e senza impiccio.

Sei andata in qualche parte dall’altra parte

senza la banda e senza rumore.

Tu,

donna di popolo,

ti sei alzata senza salutare

lasciandomi addosso tutto quello che avrei voluto dare a te,

tutto quello che avrei voluto fare per te:

un pastore tedesco,

uno scimpanzé africano,

una saponetta al gelsomino,

le parole più belle e più argute.

Oggi, nel congedare una disperata speranza,

ti penso e ti ripenso

mentre Luciano Tajoli canta ancora

dallo sgangherato grammofono al civico 15 di via Savoia

per ricordarmi che

“Tutta sfolgorante era la vetrina,

piena di balocchi e profumi,

entrava un dì la mamma e il suo bambino

tra lo sfolgorio di quei lumi:

“comandi signora,

ciprie e colonie coty”.

 

Salvatore Vallone pose in dolce ricordo di Lei

 

Siracusa, 20 agosto 2010