RIATTRAVERSANDO ORAZIO

DIECI POESIE D’AMORE E DI MORTE

Epodo XIII

Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose
e una bufera di neve ci travolge.
La tramontana sibila tra gli alberi e sopra il mare.
Prenditi,
o amico mio,
tutto quello che la vita ti dà e,
se ancora le forze decorosamente ti sostengono,
non angosciarti al pensiero della vecchiaia.
Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato
e non parlare d’altro.
Forse,
con il mutare della sorte,
un dio volgerà tutto verso il meglio.
Adesso non rimane
che profumarci di essenze orientali
e allontanare dal cuore con la musica l’angoscia del domani.
Queste sono le parole di Chirone,
il suo congedo per Achille:
“Giovane invincibile,
nato mortale da una dea,
la terra di Assaraco,
solcata dalle acque rapide e gelide del Simoenta e del torrente Xanto,
ti attende.
Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno
e neppure tua madre,
azzurra come il mare,
potrà ricondurti in patria.
Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,
la fugace tenerezza di un conforto
all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

Ode I, 5

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

Ode I, 23

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

Ode I, 11

Carpe diem

O Leuconoe,
non chiedere anche tu agli dei
quale destino hanno riservato alla nostra vita
perché è impossibile saperlo
e sarebbe come ricercare un senso logico
nei calcoli astrali dei Caldei.
Credimi,
è meglio rassegnarsi,
sia se Giove ci concede ancora molti inverni
e sia se l’ultimo è proprio questo
che infrange le onde del mar Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci bene!
Versati un po’ di vino
e soltanto per un breve tempo
concediti l’illusione di una speranza.
Mentre noi parliamo,
il tempo impietosamente è diventato passato.
Godi l’attimo
e non affidarti assolutamente al domani.

Ode I, 9

Inverno

Guarda la neve che imbianca tutto
il Soratte e gli alberi che gemono
sotto il suo peso, guarda i fiumi rappresi
nella morsa del gelo.

Sciogli questo freddo, Taliarco,
e metti legna, tanta legna nel focolare;
poi senza alcun calcolo versa il vino vecchio
dall’anfora sabina.

Lascia il resto agli dei: quando placano
sul mare in burrasca la furia dei venti,
non trema più nemmeno un cipresso,
un frassino cadente.

Smettila di chiederti cosa sarà domani
e qualunque giorno la fortuna ti conceda,
segnalo tra quelli utili.
Se ancora lontana è la vecchiaia fastidiosa

dalla tua verde età, non disprezzare, o giovane,
gli amori teneri e le danze.
Ora ti chiamano l’arena, le piazze e i sussurri lievi
di un convegno alla sera;

il riso soffocato che ti rivela l’angolo
segreto dove si nasconde il tuo amore;
il pegno strappato da un braccio
o da un dito che ancora e resiste appena.

Ode II, 3

La morte è spietata

Ricordati di conservare serena la mente nel dolore
e lontana da un’allegria sfrenata nella fortuna:
ricordati, Dellio, che verrà la morte.

Che tu viva sempre nella tristezza
o che in ogni giorno festivo,
sdraiato in un campo solitario,
tu goda del vino più vecchio.

E un pino smisurato, un pioppo bianco
s’ingegnano a intrecciare l’ombra accogliente
dei rami? E l’acqua scorre
fuggendo irrequieta in un ruscello tortuoso?

Vedi che ti portino i vini, i profumi,
il fiore elegante e troppo effimero della rosa,
se la sorte, l’età e il filo oscuro
delle tre sorelle lo concedono.

Dovrai lasciare ciò che possiedi: i pascoli,
la villa che il Tevere biondo lambisce,
la casa, tutto. L’erede si godrà
ogni ricchezza che hai accumulato.

Che tu sia nato ricco da famiglia reale
o povero da gente oscura
e senza un rifugio, non importa.
La morte è spietata.

Siamo destinati tutti a un luogo, tutti
il destino, che si agita nell’urna,
ci attende un giorno sulla barca
per l’esilio eterno.

Ode II, 14

Rapidi fuggono gli anni

Ahimè, o Postumo, rapidi fuggono gli anni
e non c’è preghiera
che ti eviti l’aggressione delle rughe,
gli insulti della vecchiaia, il confronto con la morte.
Anche se t’illudessi per tutta la vita,
o amico mio, di strappare una lacrima a Plutone
con infinite e continue offerte,
ricordati che fra le sue onde di tenebra incatena
esseri incredibili come Gerione e Tizio,
quelle onde che chiunque viva su questa terra,
dal più povero al più potente,
è destinato a navigare.
Non serve evitare i rischi della guerra,
le scogliere dove s’infrange il rumore del mare;
non serve difendersi ogni autunno
dai venti che corrodono le ossa.
Credimi!
Conosceremo il fiume della morte,
il suo vagare inerte e opaco,
conosceremo le figlie maledette di Danao
e Sisifo incatenato per sempre alla sua pena.
Lasceremo i campi,
la casa,
la donna che amiamo e degli alberi che ora coltivi
nessuno,
se non questo cipresso odioso,
seguirà un padrone così effimero.
Il tuo erede, meno sciocco, si berrà
il Cecubo che difendi con cento chiavi
e di quel vino generoso,
più che nelle cene dei pontefici,
bagnerà la terra.

Ode III, 1

Odio il volgo profano

Odio il volgo profano e lo respingo.
Tacete!
Io, sacerdote delle Muse,
canto alle vergini e ai giovinetti carmi mai prima uditi.
E’ proprio dei re terribili il potere sui loro popoli,
ma è proprio di Giove il potere sugli stessi re,
Giove famoso per la vittoria sui Giganti,
che muove tutte le cose con le sopracciglia.
E’ come un uomo che dispone le sue viti nei solchi
per un tratto più vasto rispetto a un altro uomo,
è come che uno scenda in campo come candidato più nobile
e migliore per i costumi a contendere
questa sua forza con la moltitudine dei clienti.
La Necessità con giusta Legge
trae a sorte i grandi uomini e gli umili;
l’urna capace agita ogni nome.
A colui al quale pende sull’empio capo la spada sguainata
non daranno dolce sapore le vivande siciliane,
né il canto degli uccelli e della cetra riporteranno il sonno:
il sonno placido degli uomini agresti
non disdegna le umili case e l’ombrosa riva,
né la valle di Tempe agitata dagli zefiri.
Chi desidera solo quanto gli basta
non è reso ansioso né dal mare tempestoso,
né dalla furia selvaggia di Arturo quando tramonta
o dei Capretti quando sorgono,
né dal podere bugiardo della vigna colpita dalla grandine,
mentre gli alberi danno la colpa alla pioggia
o agli astri o agli inverni rigidi che bruciano i frutti.
I pesci sentono restringersi le distese marine
per i macigni gettati in mare: ora l’imprenditore
fa calare pietrame dagli schiavi
come se fosse il signore superbo della terra.
Ma il Timore, le Minacce seguono nello stesso modo il signore,
né si allontana il nero Affanno dalla trireme ornata di bronzo,
ma siede in groppa dietro di lui.
A chi è dolente, né il marmo frigio,
né l’uso di porpore più splendenti delle stelle
solleva la sua angoscia, né la vite Falerna
o l’unguento orientale degli Achemenidi.
Perché dovrei costruirmi un alto palazzo
dagli stipiti degni di invidia o secondo la nuova moda?
Perché dovrei cambiare la valle sabina, la casa,
con le ricchezze che sono causa di maggiori fatiche?

Ode IV, 7

Pulvis et umbra sumus

Le nevi si sciolgono,
i campi ritornano verdi,
le chiome degli alberi rifioriscono;
muta volto la terra,
i fiumi rientrano negli argini.
La Grazia con le Ninfe
e le sorelle gemine ardisce nuda
condurre a danza il coro.
Non sperare in eterno,
ti dice,
l’anno e l’ora che il giorno rapisce.
Il vento di Zefiro è mite;
l’estate,
che dovrà pure morire,
calpesta la primavera;
e appena l’autunno ha versato i suoi frutti,
ricorre la bruma, inerte.
Ma le fasi lunari veloci
riparano i danni del cielo:
e noi,
una volta scesi giù dove stanno il padre Enea
ed Anco e Tullo ricco,
polvere siamo e ombra.
E’ ignoto
se gli dei aggiungano il domani ai tuoi giorni.
Tutto quello che avrai negato al tuo animo
cadrà nelle mani avide dell’erede.
Scomparso che tu sia ed abbia udito
il decreto solenne di Minosse,
non potrà la facondia,
o Torquato,
non la tua origine,
né la tua religione
ridonarti alla vita.
Diana non può liberare
dall’ombra il casto Ippolito,
e Teseo tenta invano
di spezzare all’amico Piritoo le catene di Lete.

Ode III, 30

Io non morirò del tutto…

Ho innalzato un monumento più resistente del bronzo,
più alto della regale mole delle piramidi
e non potranno mai demolirlo
la pioggia battente
o la furia
del vento Aquilone
o la lunga serie degli anni
o il trascorrere fugace delle stagioni.
Io non morirò del tutto,
ma molta parte di me sfuggirà a Proserpina.
Nella lode dei posteri io crescerò sempre di nuova vita,
finché il pontefice salirà al Campidoglio
accompagnato dalla silenziosa vergine.
Là dove ancora l’Ofanto strepita con violenza,
là dove Dauno ha regnato su terre aride
e su genti agresti,
di me si dirà
che mi sono riscattato da umili natali nobilitandomi
e che per primo ho adattato ai versi italici
il carme eolico.
Fai tua,
o Melpomene,
la superbia del merito
e incorona
la mia fronte con l’alloro di Delfi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 11, 04, 2021

LE PAROLE

LE PAROLE DELLA QUARTA PAGINA DI COPERTINA DE “LA COSA PARLA”

 

In principio fu il Linguaggio e di poi la Parola.

L’Uomo atterrito da quello che poteva esprimere,

parola latente o significante,

e da quello che esprimeva,

parola manifesta o significato,

proiettò il conflitto nel grembo degli dei.

Nello scorrere inesorabile del Tempo

e con la formazione progressiva delle Lingue

lo stesso Uomo si è ricomposto

e ha recuperato la sua scissione e la sua alienazione

nel benefico tentativo di esorcizzare l’angoscia

di una permanente torre di Babele.

E così,

nella nostra attualità annoveriamo tra le tante Lingue

diverse modalità espressive e comunicative:

la lingua “alta” e nobile dei filosofi e dei sacerdoti,

la lingua “media” e borghese della massa convenzionale,

la lingua “bassa” e proletaria dell’immediatezza emotiva.

Anche i poeti hanno ricercato la Lingua giusta

per il loro personale Linguaggio

e tra le altre cose hanno scovato una dimensione psichica

che nel tempo è stata definita “Inconscio”

e hanno rielaborato senza piena consapevolezza

modalità espressive prossime ai procedimenti del sogno,

una comunicazione sempre efficace a tutti i livelli,

sotto sotto,

terra terra,

alto alto.

La cosa parla” appiana il conflitto tra Linguaggio e Parola

tramite una serie di intrecci di significanti e di significati,

insiemi di parole che formano testi

e consentono al lettore ampi spazi di proiezione dei propri vissuti

al fine esclusivo di lasciarlo chiuso nel suo ambito psichico

e nella sfera della propria irripetibile soggettività.

La cosa parla” è un cumulo,

più o meno organizzato,

di parole latenti e manifeste,

di significanti e di significati.

Datemi un canovaccio e vi parlerò di un mondo.

 

Salvatore Vallone

 

Pieve di Soligo, 29, 03, 1990

 

ENUNCIAZIONE PROGRAMMATICA IN PAROLE

 

Ideologie: cumuli di idee “a-peironiche”,

emersi da un Cielo indistinto,

fusi e confusi,

misti e frammisti.

Idee in parole e viceversa,

parole ideali,

idee verbali,

verba” ermeneutiche,

interpretative di fatti e di non fatti,

esecutive di misfatti,

pragma” verbali,

weltanschauung”,

visioni su visioni

per visionari,

per profeti,

per grilli parlanti,

parlanti a favore e anticipatamente,

parlanti a vanvera.

Si parla e si riparla.

Un plus-valore smodato di parole,

di parolai,

di tuttologi,

di neo-sofisti.

I mass-media parlano e sparlano,

verbalizzano e blatterano,

ideologizzano con incastri di parole,

labirinti di ideologie,

tortuosità in parole,

di parole in ideologie.

Incesti di idee parlate,

tabù di “verba, quae non sapienda sunt”,

incrinature e crisi in “apertis verbis”,

concerti parlati in spaccata,

balle lacerate di filosofi non profeti,

chiare e inservibili parole arrugginite dall’umido capitalismo,

vocabolari secolarizzati,

sintesi semantiche non deducibili in volatili e volubili analisi

nel quotidiano tanto parlare per etere e per cavo,

per bocca e per immagine.

Attimi scordati sulla chitarra sonante del tempo

tra storie incrociate,

cruciverba di miserabili torme

con dittature sacre e profane di sedicenti messia,

Caesar”,

Czar”,

papi e papisti,

guelfi e neo-guelfi,

guelfi e ghibellini,

laici lerci e affamati,

ubriachi della politica e della Storia,

una Storia non storicizzata,

che non trapassa e non si evolve,

una Storia alternativa e popolare,

ignota come il milite che non sa e non ha saputo mai di sé,

una Storia che non si è fatta Pensiero e Azione

come voleva don Benedetto Croce,

una Storia che è rimasta senza storia

a didascalizzare il vietato e il non-impedibile,

regolarmente punito perché irrazionale e neurovegetativo.

Quando sorgerà il Sole in Occidente?

Quando sorgerà il Sole là dov’è tramontato?

L’alba sarà quando nascerà il Pensiero alla luce del Sole

come simbolo di irrazionali architetture.

L’alba sarà quando vedrà la luce il Pensiero innocente,

il Pensiero bambino,

incorruttibile,

non compromesso con logge massoniche,

in-fante”,

che non sa ancora parlare,

ricco del suo senso e del suo significato,

significante,

portatore di “signa”,

di nulla reo e di tutto sapiente.

Il Pensiero bambino arriverà` sulle ali di cavalli fantasiosi

che come farfalle

si poseranno sui vari tabù del Sapere ufficioso,

del Sapere ufficiale.

Un Pensiero bambino di tutto curioso e di nulla sicuro,

un Pensiero innocente senza “Super-Io”,

intriso di amniotico “Es”,

orgoglioso del suo “Io”.

Un Pensiero bambino,

coscienza di libertà,

saputello e giovanile,

senza pretese di fatti,

di incarnazioni,

di trinitarie disposizioni,

di magiche virtù,

di esigenze storico-teologiche,

di contaminazioni nell’ “insù”,

nel “fuori di Se´”,

nel sospirato ritorno “a Sé e in Sé” dopo alienazioni impensate,

mai pensate,

eppur vere di cartesiana evidenza,

di bruniana furiosa eroica memoria.

Hanno inventato il mito del buon ebreo con la garanzia di Spinoza,

un Dio dotato di infiniti attributi e infiniti modi,

ma io sono un Pensiero innocente

e non mi lego a nessuno.

Accà nisciuno è fesso”!

Pensiero “scugnizzo”,

furbo quel che basta per non essere fregato dagli americani

che sono appena sbarcati nel porto di Napoli

per il primo giro d’Italia in questo tragico 1944.

Pensiero “putel”,

Pensiero “petel”

figlio di nessuno,

né dell’aristocrazia inetta,

né del clero parassita,

né del terzo stato dal ventre obeso e dalle mani sudate.

Io sono un Pensiero vergine,

non coniugato in comune o in chiesa.

Io appartengo soltanto a me stesso.

Un plus valore da capitalizzare,

ti assicuro.

Ah, se potessi spendermi,

investirmi,

lasciarmi fottere dai fottuti borghesi!

Io non mi coinvolgo per principio e per posizione.

Io non sono colpevole per assunto di base,

io non discendo dal peccato di Adamo o dal suo seme.

Io sono incontaminato dalla morte

e non ho colpe da espiare in vita.

Sono lindo e sono puro,

senza quel peccato della disubbidienza

che impedisce le tautologiche gioie

che si sciorinano di parola in parola,

di concetto in concetto,

di giudizio in giudizio,

per sillogismi,

come l’acrobata sul trapezio di un circo e senza rete.

La colpa si è cristallizzata in trattati,

dialoghi e “De rerum natura”,

in riti orfici e cannibalici

(mangiami tu, che ti mangio anch’io),

dalle parole onnipotenti e dai pensieri profondi.

Quanti imbrogli si ordiscono

e quante colpe si esorcizzano con parole aliene al medesimo “Fato”:

for, faris, fatus sum, fari”.

Chi ha detto “ciò che è stato detto”?

Chi lo dice ancora oggi in cantilene latine e con musiche gregoriane?

Io sono un Pensiero innocente

e non ho l’arroganza della “autoctisi”,

dell’atto del Pensiero pensante in atto.

Io sono ancora nel grembo dei simboli.

Lasciatemi pensare senza categorie,

senza “a priori” e “a posteriori”,

senza leggi e senza modi.

In me tutto e` centro e tutto e` periferia, o divin Cusano!

Intuisci un poligono di infiniti lati coincidenti in cerchi mirabili?

Non sono bolle di sapone,

ma verità mirabili in assenza della ripudiata scienza,

in attesa dell’addiveniente dio,

quello che non si vede ancora

nonostante che il vecchio Dio sia morto da tempo.

Non è notte ancora,

né dì.

La terra di nessuno,

il West,

è il luogo dove pasce il Pensiero bambino.

Dov’è il luogo?

U-Topia!

Il Non-Luogo?

Identica U-Topia!

Un Pensiero anoressico,

che non vuol crescere con una madre occidentale,

con una donna vecchia e smunta sulla via del tramonto ormonale.

Un Pensiero anoressicamente sano,

autopartorito senza travaglio: né grida o grandi gesta.

Io non ho verità da barattare,

indulgenze per anime in pena,

purgatori e meriti di santi in abbondanza

da contrabbandare con pacchetti di Marlboro.

Io non ho il triviale,

l’opinabile “doxa”,

le utilità moralistiche

quali verità forti per un Pensiero debole.

Lascia che cardinali pasciuti e politici ambigui

sghignazzino in Campidoglio in difesa della patria e del potere,

difensori unici di interessi costituiti in botteghe alternative,

intolleranti e fanatici supervisori di atti inconsulti.

Io mi affido agli umili personaggi

che attraversano la Storia senza coscienza sotto il nome di popolo,

loro malgrado o loro bengrado,

uomini costretti a scantonare al momento opportuno

in una morte volatile che tutto travolge,

vittime degli indifferenti qualunquismi di chi ha il potere,

uomini che non hanno scelto di essere nessuno

e che si ritrovano nel nulla o nel quasi nulla

per necessità ed egoistica rimozione.

Dimenticare e` un meccanismo infausto di difesa

che, se aiuta a sopravvivere,

lascia di merda chiunque vi ricorre.

Tu non fidarti!

Affidati alla riflessione bambina di un Pensiero innocente,

debole e tollerante,

ecologico e dionisiaco,

che accetta e non rifiuta,

comprende e non condanna,

un Pensiero che vive dell’oggi

e nasce dal presente di un “carpe diem”,

verità di un attimo fuggente da fissare

che non necessariamente troverà la sua Leuconoe,

la “donna dalle bianche braccia”,

disposta a farsi sbattere

da un perfido Quinto Orazio Flacco in tanta vena di potta.

 

Tratto da “La cosa parla” di Salvatore Vallone

 

 

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 5

Quis multa…

Quis multa gracilis te puer in rosa
perfusus liquidis urget odoribus
grato, Pyrrha, sub antro?
Cui flavam religas comam

simplex munditiis? Heu quotiens fidem
mutatosque deos flebit et aspera
nigris aequora ventis
emirabitur insolens,

qui nunc te fruitur credulus aurea,
qui semper vacuam, semper amabilem
sperat, nescius aurae
fallacis. Miseri, quibus

intemptata nites: me tabula sacer
votiva paries indicat uvida
suspendisse potenti
vestimenta maris deo.

VERSIONE LETTERALE

A Pirra

Quale fanciullo snello tra tante rose
asperso di profumi odorosi si stringe a te,
o Pirra, dentro una compiacente grotta?
Per chi annodi la bionda chioma

semplice per le eleganze? Ahimè quante volte
piangerà la fedeltà e gli dei cambiati e le acque
sconvolte da neri venti
guarderà stupito,

lui che credulone ora ti gode splendida,
lui che sempre libera, sempre amabile
ti spera, ignaro del vento ingannevole.
Infelici coloro ai quali

tu risplendi integra: la sacra parete
con la tavola votiva indica che io
ho appeso al dio potente del mare
i vestiti inzuppati.

VERSIONE LETTERARIA

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

COMMENTO

La prima questione verte sull’identità di Pirra.
Chi è Pirra?
E’ una donna viva e vegeta che Orazio ha amato con tanto trasporto dei sensi per essere poi ripagato con un tradimento o con una serie di imbrogli fedifraghi?
E’ il fantasma della seduzione femminile, introiettato durante l’infanzia nel corso della sua formazione psichica, depositato nella sua dimensione profonda e proiettato in maniera inequivocabile e terapeutica nei suoi prodotti poetici?
Il nome Pirra può riferirsi alla realtà del colore rosso fuoco dei capelli della donna o simbolicamente può riguardare l’ardente forza amorosa e l’indole particolarmente caustica della donna nei confronti dell’universo maschile.
Pirra è una donna reale e fascinosa che Orazio vive in maniera paranoica e condensa nei versi dell’ode per rilevarne l’inaffidabile seduzione.
Il nome è antico e rievoca il mito di Pirra, la progenitrice delle donne scampata insieme al marito Deucalione a quel diluvio universale che Zeus aveva scatenato per punire la malvagità degli uomini.
La mitica Pirra era una donna giusta e privilegiata dal Cielo olimpico, una donna eletta dagli dei e sopravvissuta alla catastrofe naturale in versione mitologica greca, una donna che ripopola il mondo nella sua componente femminile gettandosi alle spalle le pietre che simbolicamente rappresentavano le ossa di Gea, la dea madre.
La Pirra descritta da Orazio non è certo una progenitrice delle donne e tanto meno rientra nel ruolo della benefattrice dell’umanità; la Pirra di Orazio possiede una forte ambivalenza psichica e morale, oscilla tra “Eros” e “Thanatos”, tra la vita e la morte, tra il bene e il male, tra il piacere e il dolore, la sindrome di Afrodite e della sirena, un connubio fascinoso di maschile e femminile.
Pirra è provvida e gratificante nei confronti dei suoi maschi perché è fonte di godimento sensoriale, ma guai a quegli uomini che a lei si affidano attraverso i sentimenti e peggio ancora avanzano pretese di possesso della sua femminilità, una dimensione intesa nella duplice valenza del corpo e del carattere.
In questo infausto caso è assicurato un terribile naufragio, un disastro amoroso che comporta l’alienazione e la perdita di sé.
Pirra è stata certamente amata da Orazio con trasporto di sensi e con rischio di sentimenti, ma il poeta ha avuto l’accortezza di non abbandonarsi ingenuamente alla volubilità della donna, una mutevolezza simile a quella del mare nel suo naturale trapassare da calmo a tempestoso nello spazio di breve tempo.
Orazio si era già trovato nella tremenda tempesta emotiva della gelosia e si era invischiato in maniera struggente nel personale fantasma di ipotizzare un maschio, più potente di lui nell’esercizio amoroso, che insidia il suo possesso, oggi la volubile e inaffidabile Pirra, ieri la spergiura e infedele Neera.
L’epodo XV, nei versi 1…6 recita sul tema della volubilità femminile in questo modo:
“Nox erat et caelo fulgebat luna sereno
inter minora sidera,
cum tu, magnorum numen laesura deorum,
in verba iurabas mea,
artius atque hedera procera adstringitur ilex
lentis adhaerens bracchiis,“
“Era notte e la luna brillava nel cielo sereno
tra le stelle minori,
quando tu, pronta a offendere la potenza degli dei sommi,
giuravi sulle mie parole,
stretta a me con le braccia abbandonate più fortemente
che non si avvinghi l’edera all’alto leccio,”.
Neera è la donna spergiura a cui Orazio si rivolge in questo epodo senza struggimento e senza rancore, quasi con una freddezza che sa di delusioni superate e di esperienze umane proficuamente acquisite.
Orazio poteva approfittare del verso giambico per aggredire l’inaffidabile Neera e per esternare la sua giustificata misoginia, ma in lui prevale sull’istinto aggressivo un intento poetico e un’ispirazione lirica che si esprimeranno in maniera costante nelle successive opere.
La discutibile e discussa figura di Neera ritorna nel carme III, 14, versi 21 e 22, sempre connotata da un misterioso fascino e da una delicata sensualità, quasi a confermare che Orazio è ambiguamente attratto da un tipo di donna che poi possibilmente condanna per la precaria affidabilità.
“Dic et argutae properet Neaerae
murreum nodo cohibere crinem;”
“Dì a Neera dalla bella voce che si affretti
ad annodare la treccia color di mirra;”.
I connotati del fascino di Neera sono la bella voce e i rossi capelli, oltremodo degni di essere raccolti in una treccia con la premura di una donna amante che si dispone alla seduzione amorosa o si stacca dall’amplesso sessuale.
La voce bella e i capelli rosso bruno nella cornice di un bel viso sono attributi femminili che Orazio predilige e che ricorrono con frequenza nelle poesie dedicate alle donne che a diverso titolo si sono alternate nelle sue predilezioni estetiche, sentimentali ed erotiche.
Anche la figura di Lidia nel carme III, 9, nei versi 1…4 e nei versi 17…24 conferma l’ambivalenza psicologica di Orazio nei confronti dell’universo femminile.
“Donec gratus eram tibi
nec quisquam potior bracchia candidae
cervici iuvenis dabat,
Persarum vigui rege beatior.“
“Finché ti ero gradito
e nessun giovane più forte cingeva le braccia
intorno al tuo candido collo,
sono vissuto più felice del re dei Persiani.”
Dall’analisi dei versi si evince ancora una volta il fantasma della labilità affettiva femminile, della precarietà temporale nella vita amorosa e della minaccia incombente di un uomo più prestante nel cuore e sul corpo della donna.
Questi tormentati vissuti psichici non dispongono decisamente alla felicità, sia nella forma della “eudaimonìa”, la disposizione della mente e del corpo in versione socratica e aristotelica, sia nella forma della “atarassìa”, la disposizione della mente e del corpo in versione scettica ed epicurea.
La presenza di un “buon demone”, una buona vitalità, o la “assenza di angoscia”, l’imperturbabilità dell’animo, sono un traguardo arduo da raggiungere, dal momento che persiste in Orazio a livello psichico profondo un pessimismo nei confronti dell’universo femminile, un vissuto negativo maturato sicuramente durante l’infanzia e riferito alla madre, una figura determinante nella formazione psicologica e prevalentemente rimossa che inevitabilmente ricompare traslata nelle varie donne di cui immancabilmente Orazio è attratto nella buona e nella cattiva sorte.
E’ opportuno rilevare che della madre il nostro poeta non fa alcun cenno nelle sue opere e all’incontrario presenta spesso la figura paterna come determinante nella sua educazione e nella sua formazione psicologica.
La “eudaimonìa” e la “atarassìa” impedite pregiudicano anche la felicità intesa come “edonè”, piacere dei sensi, a causa dello struggimento che comporta il sentimento della gelosia.
Orazio ha sempre un conto sospeso con la donna e in particolare con le sue donne come si deduce dalle tante poesie in cui domina l’elemento femminile contraddistinto dai soliti opposti sentimenti e dai soliti ambigui contrasti.
Consideriamo il sentimento della nostalgia, il desiderio della riconciliazione e il senso estremo dell’amore riferiti alla figura di Lidia e di Cloe sempre nel carme III, 9, versi 17…24.
“Quid si prisca redit Venus
diductosque iugo cogit aeneo?
Si flava excutitur Chloe
reiectaeque patet ianua Lydiae?
Quamquam sidere pulcrior
ille est, tu levior cortice et improbo
iracundior Hadria,
tecum vivere amem, tecum obeam libens.”
“Cosa diresti se l’antica Venere ritornasse
e noi separati costringesse in un giogo di bronzo?
Se la bionda Cloe fosse scossa giù
e si riaprisse la porta per Lidia respinta?
Sebbene quello è più bello di una stella,
tu più leggero di un sughero e
più irascibile dell’ingiusto Adriatico,
con te amerei vivere, con te volentieri morirei.”
Ritornando all’analisi della figura umana di Pirra, è opportuno rilevare che al posto dello struggimento per la naturale tendenza della donna al tradimento Orazio esibisce una lucida coscienza sulla natura femminile, dimostrando anche di aver adeguatamente razionalizzato i suoi fantasmi psichici sulla parte negativa dell’universo femminile e di avere in tal modo vanificato i suoi tormenti, per cui riesce finalmente a guardare con sorridente comprensione sia la donna e sia il “gracilis puer”, quell’uomo giovane e avvenente che lo ha sostituito nelle grazie di Pirra.
Al contrario di lui e per contrasto Orazio si reputa sano e salvo come un abile e fortunato marinaio che dopo un naufragio, un naufragio d’amore, può ancora ringraziare il dio del mare che lo ha voluto tra la sacra lista dei sopravvissuti alle pene infernali delle onde e dell’amore.
Al giovane inesperto ed ingenuo si oppone il poeta ricco della sua maturità di uomo e della coscienza di sé grazie alla sua esperienza di amante della stessa donna e di navigato conoscitore dell’universo femminile.
In ogni caso la considerazione della donna risulta sempre deficitaria e ambigua nel versante umano, sentimentale ed erotico, una ostinata misoginia associata a un drastico fantasma personale.
Pur tuttavia Orazio ritiene che l’amore sensuale sia una panacea per la malattia esistenziale dell’uomo, ma è accorto nell’evitare la sua possibile degenerazione in una fonte di ulteriore dolore.
Un compiaciuto sollievo e un sottile rimpianto sono condensati nelle vesti ancora umide e appese come “ex voto” alle pareti del tempio del dio del mare; l’autoironia domina nella figura del naufrago scampato alla tempesta.
L’ode è leggera e raffinata, cosi come convenzionale è il tema della volubilità femminile.
Esiste su questo tema un preciso riferimento al grande poeta greco Anacreonte: frammento 65 G.
“Duro, il mio pugilato:
ora emergo e sollevo
il capo, e a te, Dioniso,
io rendo grazie, ché ho fuggito Amore
………………………………
porti il vino nell’anfora
e porti l’acqua…
e chiami….
la grazia……

La struttura dell’ode è complessa e articolata con legami tra le parti che attestano un calibrato “labor limae” e una preziosa capacità tecnica e formale che contribuiscono insieme all’ironia a sollevare l’ode dalla piatta autobiografia all’universalità del vissuto.
Del resto il tema della natura sentimentale ed erotica femminile ricorreva negli epigrammi ellenistici, un repertorio che costituisce per Orazio un vasto serbatoio a cui attingere con la sua arte finemente allusiva al di là della convenzionalità lessicale.
Giusta considerazione meritano le metafore marine: il mare e la tempesta, la donna e il tradimento, figure retoriche diffuse nella letteratura greca e latina per evidenziare sempre l’instabilità emotiva e la fallacia sentimentale della donna insieme alla sua tendenza fedifraga.
Nell’ode III, 26 Orazio esprime il suo tormentato anelito verso Venere e il mare con i significati simbolici annessi.
“Vixi puellis nuper idoneus
et militavi non sine gloria;
nunc arma defuntumque bello
barbiton hic paries habebit,

laevom marinae qui Veneris latus
custodit. Hic, hic ponite lucida
funalia et vectis et arcus
oppositis foribus minacis.

O quae beatam diva tenes Cyprum et
Memphin carentem Sithonia nive
regina, sublimi flagello
tange Chloen semel arrogantem.”

“Sono vissuto fino a ieri idoneo alle fanciulle
e ho militato non senza gloria;
ora le mie armi e questa cetra
veterana staranno qui, alla parete

che protegge il fianco sinistro di Venere
del mare. Ecco, le fiaccole di luce,
qui a questo punto. E gli archi minacciosi,
le leve per forzare porte ostili.

Ma tu dea che sei signora a Cipro
e in Menfi dove mai cade la neve,
regina, con la punta della sferza
tocca una volta Cloe, fanciulla presuntuosa.

Si rileva il trasporto sentimentale e nostalgico nei confronti di Cloe, una presenza femminile costante e sempre inquietante, così come non si può tralasciare il distacco emotivo di Orazio dalle dinamiche psicofisiche e relazionali classiche della giovinezza.
Il poeta attesta infatti un’incapacità di pathos, una freddezza supportata e compensata ampiamente dall’ironia, quella sua vena ironica maturata nel tempo e nel travaglio delle esperienze vissute.
Questo bagaglio esistenziale viene espresso senza la contaminazione formale di questa o di quella scuola letteraria, dal momento che è autentica e appartiene tutto all’uomo Orazio.
L’ombra malinconica del distacco di un uomo maturo dal fascinoso gioco della vita si staglia nitida nel tappeto del tempo e con leggerezza apparente e grazia elegante si dispone secondo le linee d’ombra di uno stile armonico nell’architettura e nel colore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 17, 03, 2021

ALL’APOLLINEA LIDIA DI ORAZIO

Parla,
o Lidia,
e il mio cuore respirerà.
Il silenzio è oro,
ma io voglio restar povero
e sentire la tua voce.
Parla
e non fermarti mai.
Se tu parli,
leggerai nei miei occhi quanto ti amo.
Tecum vivere amem.
Io ti ascolterò senza dir niente
e la mia anima candida parlerà il linguaggio del cuore,
mentre le tue labbra si muoveranno ancora in dolci note
che salgono in cielo
e ricadono nel verde tappeto della vita,
nelle timorose attese di una giovane speranza.
Tu parla,
o bella Lidia,
tu parla perché il mio cuore respira.
Non farmi morire con lunghi silenzi
che sanno di tristi pensieri,
che odorano di lapidi senza nome.
E’ la morte
se la tua voce si ferma.
Tecum obeam libens.
Parla,
o monumentale Lidia,
e veloci le tue parole alla notte ruberanno le luminose stelle
e io le rincorrerò come pazzo assetato di cielo.
Parla,
o Lidia dal seno esposto,
perché,
se non parli,
bevi soltanto il respiro della tua vita.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 30, 10, 1979

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 11

Tu ne quesieris…

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babilonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

VERSIONE LETTERALE

Tu non cercare…

Tu non cercare, il sapere non è lecito, quale a me, quale a te
fine gli dei hanno dato, o Leuconoe, non provare
i calcoli babilonesi. Al meglio, qualunque cosa accadrà, sopporta!
Sia che Giove ha dato parecchi inverni o come ultimo
questo che ora affatica il mar Tirreno tra le opposte scogliere,
sii saggia, mesci i vini e in uno spazio breve
taglia una lunga speranza. Mentre parliamo, sarà fuggito il tempo
invidioso: cogli il momento, quanto minimamente fidente nel futuro.

VERSIONE LETTERARIA

Carpe diem

O Leuconoe, non chiedere anche tu agli dei
quale destino hanno riservato alla nostra vita
perché è impossibile saperlo
e sarebbe come ricercare un senso logico
nei calcoli astrali dei Caldei.
Credimi, è meglio rassegnarsi,
sia se Giove ci concede ancora molti inverni
e sia se l’ultimo è proprio questo
che infrange le onde del mar Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci bene! Versati un po’ di vino
e soltanto per un breve tempo
concediti l’illusione di una speranza.
Mentre noi parliamo, il tempo impietosamente è diventato passato.
Godi l’attimo e non affidarti assolutamente al domani.

COMMENTO

Celebre e celebrata l’ode del “carpe diem” è stimata il capolavoro della poesia di Orazio; in essa i temi dominanti dell’Etica epicurea sono espressi in maniera lucida e sobria, essenziale e incisiva.
Il testo è dedicato a Leuconoe, la donna “dall’animo candido” o “dai pensieri ingenui”, in ogni caso una fanciulla preoccupata del domani a cui il saggio e maturo Orazio non lesina i suggerimenti più obsoleti e ricorrenti nella letteratura greca: Alceo, Saffo, Anacreonte, Bacchilide, Simonide, Mimnermo, Euripide, Epicuro.

Anacreonte

Frammento 44 D sulla morte.

“Le mie tempie son canute,
la mia testa è tutta bianca:
la gentile gioventù
è svanita, ho i denti vecchi:
poco tempo mi rimane
della bella vita ormai.
Così spesso mi lamento,
nel terrore di laggiù.
E’ terribile l’abisso
della morte, il passo è amaro.
Perché questa è verità,
che chi scende non risale.

Anacreonte

Frammento 69 D

Ho desinato con un pezzettino
Smilzo smilzo di focaccia;
ma di vino
ne ho tracannato un orcio fino in fondo;
e ora con la cetra
faccio la serenata alla mia bella.

Simonide

Frammento 6 D

“Uomo qual sei, non dire mai quel che domani sarà
né se vedi uomo felice, quanto durerà.
Di una mosca dalle lunghe ali
non è così veloce il volo.

Frammento 9 D

“Degli uomini scarso è il potere,
sono gli affanni vani;
dolore su dolore è la breve vita.
Su tutti uguale pende l’inevitabile morte:
i vili e i forti ugualmente l’hanno in sorte.

Saffo

Frammento 58 D

Morta tu giacerai,
ne più memoria sarà di te,
né rimpianto; ché non cogliesti
le rose della Pieria:
e ombra ignota anche nell’Ade
ti aggirerai,
tra scure ombre di morti
sperduta.

Bacchilide

Epinicio V 151 162

“Per un istante è ancora la dolce vita,
sentii venir meno le forze, oh misero,
dando l’ultimo respiro
piansi lasciando la bella giovinezza.”
Soltanto allora, come narrano,
l’impavido figlio di Anfitrione
bagnò gli occhi di pianto
lamentando la sorte dell’eroe infelice
e rispondendogli disse:
“Meglio per l’uomo non essere nato
E non vedere la luce del sole.”

Alceo

Frammento 39 D

Bisogna ubriacarsi ora, bere anche
se non si vuole, perché è morto Morsilo.

Frammento 90 D

Zeus manda pioggia. Un grande inverno
Dal cielo. Sono ghiacciati i corsi d’acqua…
E ammazzalo l’inverno. Butta fuoco,
mesci senza risparmio vino buono,
gira la lana morbida sul capo

Frammento 91 D

Non devi ai mali concedere l’anima.
a nulla giova soffrire e piangere,
o Bucchi. Far portare il vino
ed inebriarsi è il solo rimedio.

Frammento 104 D

Sì, il vino è per gli uomini uno specchio.

Frammento 94 D

Gonfiati di vino: già l’astro
che segna la grave stagione,
dal giro celeste ritorna,
e ogni cosa è arsa di sete.
e l’aria fumica per la calura.

Acuta tra le foglie degli alberi
la dolce cicala di sotto leali,
fitto vibra il suo canto, quando
il sole a picco sgretola la terra.

Solo il cardo è in fiore:
le femmine hanno avido il sesso,
i maschi poco vigore, ora che Sirio
il capo dissecca e le ginocchia.

Frammento 96 D

Beviamo. Le lucerne
perché attendiamo? Il giorno è solo un attimo.
Prendi, amor mio, le grandi,
le bellissime coppe variopinte.
Il vino, oblio dei mali,
diede il figlio di Semele e di Zeus,
ai mortali. Due parti
mescola d’acqua, una di vino; riempi
fin all’orlo il cratere.
Ed una coppa spinga l’altra giù.

Frammento 73 D

Bevi, bevi ed ubriacati,
Melanippo, con me. Credi tu forse,
quando varcato avrai
Acheronte, il gran fiume vorticoso,
credi tu che vedrai
la luce pura splendere del sole
un’altra volta? Amico,
non vagheggiare cose grandi mai.
Ma, pur saggio come era,
due volte, per volere della sorte,
il fiume vorticoso,
l’Acheronte, varcò; dolori immensi
il re figlio di Crono
laggiù gli diede da soffrire, sotto
la nera terra. Ma i pensieri tristi
scacciamo, finché giovani
siamo. Bisogna questa volta ancora
bere, e soffrire il male
che ancora voglia il dio farci soffrire.

Mimnermo

Frammento 2 D

Noi siamo come foglie, che la bella stagione
di primavera genera, quando del sole ai raggi
crescono: brevi istanti, come foglie godiamo
di giovinezza il fiore, né dagli dei sappiamo
il bene e il male. Intorno stanno le nere dee:
reca l’una la sorte della triste vecchiaia,
l’altra di morte. Tanto dura di giovinezza
il frutto quanto in terra spande la luce il sole.
Ma, quando questa breve stagione è dileguata,
allora, anzi che vivere, è più dolce morire.

Il poeta dissuade Leuconoe dall’interrogare gli astrologi babilonesi sul futuro che l’attende e le suggerisce la soluzione migliore di carpire alla fuga e alla rapina del tempo la giornata presente senza sperare in quell’ovvio domani che resta sempre affidato agli dei e depositato nel loro grembo.
Lo scenario più naturale dell’ode appartiene alla stagione invernale: il mare in tempesta e le onde che si infrangono sugli scogli a simboleggiare senza equivoci le ineffabili sofferenze della vita umana e l’ineffabile imprevedibilità di un destino situato tra scienza e magia.
In una formidabile sintesi poetica Orazio include molti temi: la fanciulla ingenua, la volontà degli dei, l’inesorabile scorrere del tempo, l’ineffabile destino umano, la vita e la morte, la saggezza dell’uomo maturo, la ricerca di un’impossibile coscienza di sé, il tabù della conoscenza, la mitica astrologia, la volgare superstizione, la necessaria rassegnazione, la passiva accettazione del progetto degli dei, la cosciente illusione delle speranze, la benefica panacea del vino, l’angosciante fugacità del tempo e la provvida soluzione del “carpe diem”.
L’ode muove da una circostanza immaginaria dal momento che non contiene indizi cronologici precisi che consentano una collocazione temporale plausibile. Del resto, l’angosciante tema della rapina del tempo appartiene alla “coscienza collettiva” insieme alle riflessioni logiche opportune e alle forti emozioni implicite, un tema che rientra nello “Immaginario collettivo” con tutto il corredo dei fantasmi psichici collegati all’angoscia della morte.
La concezione epicurea della felicità, la “atarassia” per l’appunto, ingiunge al comune e saggio mortale di vivere intensamente l’attimo e il tempo presente per eliminare le angosce del futuro e della fine; in quest’ode Orazio affida a otto intensi e concisi versi un messaggio atavico e obsoleto a testimonianza della sua capacità di elaborare e riproporre in poesia i classici temi filosofici intorno alla situazione esistenziale e ispirati alla morale corrente.
Nell’approfondire la fugacità della vita umana Orazio non esorta a vivere banalmente la quotidianità, ma a essere padroni di se stessi, estimatori delle gioie consentite agli uomini e consapevoli dei propri limiti. Questi temi ricorrono nella sua poesia come se fossero radicati nella dimensione psichica profonda del poeta e fossero stati oggetto nella sua adolescenza di una drastica e difensiva introiezione.
L’autocontrollo del poeta appare manifesto dentro un coerente e adeguato modello espressivo, un testo denso e privo di ridondanza, un procedere colloquiale, il tono e l’indeterminatezza elegante musicalità del ritmo creano un fascino autentico e un gioiello della lirica di ogni tempo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 22, 02, 2021

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 23

Vitas inuleo…

Vitas inuleo me similis, Chloe,
quaerenti pavidam montibus aviis
matrem non sine vano
aurarum et silvae metu.

Nam seu mobilibus veris inhorruit
adventus foliis, seu virides rubum
dimovere lacertae
et corde et genibus tremit.

Atqui non ego te, tigris ut aspera
Gaetulusve leo frangere persequor!
Tandem desine matrem
tempestiva sequi viro.

VERSIONE LETTERALE

Tu mi sfuggi…

Tu mi sfuggi simile a una cerbiatta, o Cloe,
che cerca la madre pavida per monti impervi
non senza una vana paura
dei venti e della selva.

Infatti sia che l’arrivo della primavera si increspò
per le foglie mobili, sia che i verdi ramarri
mossero il rovo,
tu tremi sia nel cuore e sia nelle ginocchia.

Ma io non ti inseguo, come una tigre feroce
o un leone Getulo, per sbranarti!
Finalmente matura per un uomo cessa
di seguire la madre.

VERSIONE LETTERARIA

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

COMMENTO

L’ode è complessa nella sua linearità formale e variegata nella sua brevità semantica.
Orazio si è sicuramente ispirato a un carme di Anacreonte di cui ci è pervenuto un frammento che permette di cogliere il senso e il significato della sintesi poetica da lui operata.
Anacreonte nel frammento 39 D descrive una giovane donna con i seguenti attributi:
“dolcemente come una cerbiatta giovane, lattante,
che la madre dalle grandi corna
ha abbandonato nella selva e si sbigottisce”.
Il poeta greco evidenzia in pochi versi la dipendenza della cerbiatta dalla figura materna e l’angoscia dell’abbandono; il termine “sbigottisce” è oltremodo significativo per evidenziare la degenerazione dello stato di coscienza all’interno di un’emozione dolorosa, un complesso di sensazioni struggenti che definiscono l’angoscia dell’autonomia e della solitudine.
Orazio, dopo aver ricalcato nella prima parte dell’ode la metafora del poeta greco, la cerbiatta per l’appunto, si distacca nella seconda parte elaborando il conflitto di Cloe tra la dipendenza fisica e l’autonomia psichica, la connivenza tra l’innamoramento struggente e la timidezza adolescenziale, l’oscillazione tra l’agilità del corpo e la grazia delle movenze erotiche.
Questi sono temi umani presenti anche nelle poesie di Alceo e di Saffo, autori greci nati a Mitilene, vissuti tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, poeti a cui Orazio ha spesso attinto a piene mani.
Il frammento 94 D di Alceo recita in questi termini:
“Innaffiati le viscere di vino.
E’ canicola, la stagione dura,
tutto brucia di sete nella vampa,
strepita la cicala nel fogliame,
e piace…
Fiorisce il cardo.
Le donne marciscono di voglia, il maschio è esausto.
Sirio gli snerva il capo e le ginocchia.”
Nel frammento 114 D Saffo, la decima Musa, esprime in due versi l’ambiguo rapporto tra madre e figlia e il naturale desiderio erotico di quest’ultima.
“Mamma cara, non posso più filare.
Ho voglia di un ragazzo.
L’amore è così tenero.”
Convergendo nell’ode di Orazio si rileva nella parte iniziale il quadro delicato e compiuto, uno spaccato lirico intessuto da un abile gioco di sensazioni e da un flusso tormentato di sentimenti: la natura, il fruscio, il soffio, la madre, la solitudine, il tremore, la paura.
Nella parte finale Orazio si distacca dalla vena morbida di Anacreonte e si esalta in maniera autentica nell’ammonimento, apparentemente ironico, di affidarsi a un uomo, un invito ispirato da una partecipazione ai sentimenti della fanciulla e dalla coscienza delle drastiche deliberazioni oggettive del tempo: Cloe è pronta per amare un uomo o forse meglio per concedersi sessualmente a un uomo.
Cloe appare in alcune odi con diversi attributi caratteriali; ora è una donna tenera e timida, ora è una donna superba e presuntuosa, sempre una donna eroticamente appetibile.
Il nome deriva dal greco e si traduce “erba verde” o “tenero germoglio”, un chiaro simbolo dell’adolescenza e della procacità femminile; la similitudine con la cerbiatta coglie i tratti psichici essenziali della fanciulla Cloe, la ritrosia e la timidezza.
L’ode scorre delicatamente nella mirabile sintesi poetica ed è corredata di termini puntuali e oltremodo significativi nella loro pacatezza anche quando evocano aggressività come nella simbologia del leone getulo e dell’atto violento di sbranare.
La spicciola filosofia esistenziale di Orazio non concepisce l’amore come fonte di tormento semplicemente perché il turbamento non si addice in alcun modo al saggio, l’amore deve tradursi in un puro diletto e in una gioiosa espansione dei sensi, il piacere e la consolazione della vita alla stessa stregua del sapore inebriante di una coppa di vino o del profumo intenso di un fiore.
I versi di Orazio non contengono il bisogno struggente di un bieco possesso della donna, ma sono la sintesi psicologica di tanti amori assaporati dal poeta all’insegna del “carpe diem” e possibilmente secondo le linee della “aurea medietà” dei sensi e dei sentimenti.
Orazio non conferisce spessore psicologico alle sue figure femminili perché la loro conoscenza secondo i canoni culturali della sua epoca si ferma ancor prima che possa dar luogo a qualcosa d’imprevisto e di pericoloso.
Delle sue donne restano i nomi: Lidia, Clori, Glicera, Leuconoe, Galatea, Cloe ed altri ancora, nomi a volte talmente letterari da giustificare il sospetto che non si riferiscono a persone reali.
Di queste figure femminili resta nel poeta il ricordo di una passione più o meno tempestosa della quale a volte si compiace di essersi liberato o Soratte,almeno così vuol far credere o nella quale è rimasto piacevolmente invischiato e della quale desidera nostalgicamente la riedizione.
Resta anche qualche rapida pennellata con la quale Orazio ci restituisce il ritratto stilizzato e prezioso di una di quelle fanciulle senza nome che riscaldavano il suo cuore magari mentre contemplava le nevi del monte Soratte.
La timida e tenera Cloe era probabilmente una giovane contadina della Sabina dai capelli biondi.
In quest’ode è associata al pavido cerbiatto che ha smarrito la madre, in altre viene presentata come esperta nel canto e nel suono della cetra, in altre odi ancora viene data come una donna arrogante e insopportabile con cui non vivere e non morire.
In questa ode fondamentalmente Cloe è matura per l’amore sensuale e per concedersi eroticamente a un uomo in base ai gusti culturali del tempo che vedevano nell’adolescenza femminile la fase erotica più attraente e la fascia seduttiva più struggente.
Orazio non vuole spaventarla di certo, ma tenta con pacatezza nella sintesi dei versi di convincerla ad abbandonarsi ai piaceri dell’erotismo secondo le note poetiche di una musica delicatissima fatta di sensazioni impercettibili.
Un tema convenzionale e possibilmente volgare, la seduzione erotica di una fanciulla popolana da parte di un uomo maturo negli anni e disincantato nella sua esperienza di vita, si sublima nobilmente in una breve lezione di arte amatoria.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2021

ODI ET AMO

a Gaio Valerio Catullo

Odio i tuoi seni piccoli e superbi
che sfidano il mio sguardo con i loro occhi scuri
e mi invitano a carezzarli
muovendosi sodi in dolce ritmo,
armonia d’amore in cerca di una carezza che sazia,
avvizzisce la carne,
spegne un desiderio che scende,
che scende,
che scende.

Amo i tuoi seni bianchi e superbi,
frutti di melograno fiorito,
semi fecondi della vita,
fiaccole calde nelle fredde notti
che spingono a premere il viso
e a spegnere il sano desiderio che scende,
che scende,
che scende.

Ora son belli i tuoi seni,
duri e larghi respirano con affanno,
si alzano,
più forti risorgono,
s’abbassano umili
e risorgono,
si dondolano
come la vita che equilibrio non conosce,
non conosce,
non conosce.

Son viscidi come olio,
morbidi di muschio,
tumidi,
rugiadosi,
rossi di piacere,
lacrime che non scendono,
acini di pregni grappoli
nell’amoroso settembre che sfronda
che sfronda,
che sfronda.

Odi et amo.
Quare id faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior,
excrucior,
excrucior.

Io non amo,
io non odio i tuoi seni.
Ormai hanno imparato a vivere,
a godere,
a soffrire,
a morire,
mentre raccolgo il frutto del tuo grembo acerbo,
o indomita Lesbia.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, gennaio, 2021

LA “COSA” PARLA 5

ENUNCIAZIONE PROGRAMMATICA IN PAROLE

Ideologie: cumuli di idee “a-peironiche”,

emersi da un Cielo indistinto,

fusi e confusi,

misti e frammisti.

Idee in parole e viceversa,

parole ideali,

idee verbali,

verba” ermeneutiche,

interpretative di fatti e di non fatti,

esecutive di misfatti,

pragma” verbali,

weltanschauung”,

visioni su visioni

per visionari,

per profeti,

per grilli parlanti,

parlanti a favore e anticipatamente,

parlanti a vanvera.

Si parla e si riparla.

Un plus-valore smodato di parole,

di parolai,

di tuttologi,

di neo-sofisti.

I mass-media parlano e sparlano,

verbalizzano e blatterano,

ideologizzano con incastri di parole,

labirinti di ideologie,

tortuosità in parole,

di parole in ideologie.

Incesti di idee parlate,

tabù di “verba, quae non sapienda sunt”,

incrinature e crisi in “apertis verbis”,

concerti parlati in spaccata,

balle lacerate di filosofi non profeti,

chiare e inservibili parole arrugginite dall’umido capitalismo,

vocabolari secolarizzati,

sintesi semantiche non deducibili in volatili e volubili analisi

nel quotidiano tanto parlare per etere e per cavo,

per bocca e per immagine.

Attimi scordati sulla chitarra sonante del tempo

tra storie incrociate,

cruciverba di miserabili torme

con dittature sacre e profane di sedicenti messia,

Caesar”,

Czar”,

papi e papisti,

guelfi e neo-guelfi,

guelfi e ghibellini,

laici lerci e affamati,

ubriachi della politica e della Storia,

una Storia non storicizzata,

che non trapassa e non si evolve,

una Storia alternativa e popolare,

ignota come il milite che non sa e non ha saputo mai di sé,

una Storia che non si è fatta Pensiero e Azione

come voleva don Benedetto Croce,

una Storia che è rimasta senza storia

a didascalizzare il vietato e il non-impedibile,

regolarmente punito perché irrazionale e neurovegetativo.

Quando sorgerà il Sole in Occidente?

Quando sorgerà il Sole là dov’è tramontato?

L’alba sarà quando nascerà il Pensiero alla luce del Sole

come simbolo di irrazionali architetture.

L’alba sarà quando vedrà la luce il Pensiero innocente,

il Pensiero bambino,

incorruttibile,

non compromesso con logge massoniche,

in-fante”,

che non sa ancora parlare,

ricco del suo senso e del suo significato,

significante,

portatore di “signa”,

di nulla reo e di tutto sapiente.

Il Pensiero bambino arriverà` sulle ali di cavalli fantasiosi

che come farfalle

si poseranno sui vari tabù del Sapere ufficioso,

del Sapere ufficiale.

Un Pensiero bambino di tutto curioso e di nulla sicuro,

un Pensiero innocente senza “Super-Io”,

intriso di amniotico “Es”,

orgoglioso del suo “Io”.

Un Pensiero bambino,

coscienza di libertà,

saputello e giovanile,

senza pretese di fatti,

di incarnazioni,

di trinitarie disposizioni,

di magiche virtù,

di esigenze storico-teologiche,

di contaminazioni nell’ “insù”,

nel “fuori di Se´”,

nel sospirato ritorno “a Sé e in Sé” dopo alienazioni impensate,

mai pensate,

eppur vere di cartesiana evidenza,

di bruniana furiosa eroica memoria.

Hanno inventato il mito del buon ebreo con la garanzia di Spinoza,

un Dio dotato d’infiniti attributi e infiniti modi,

ma io sono un Pensiero innocente

e non mi lego a nessuno.

Accà nisciuno è fesso”!

Pensiero “scugnizzo”,

furbo quel che basta per non essere fregato dagli americani

che sono appena sbarcati nel porto di Napoli

per il primo giro d’Italia in questo tragico 1944.

Pensiero “putel”,

Pensiero “petel”

figlio di nessuno,

né dell’aristocrazia inetta,

né del clero parassita,

né del terzo stato dal ventre obeso e dalle mani sudate.

Io sono un Pensiero vergine,

non coniugato in comune o in chiesa.

Io appartengo soltanto a me stesso.

Un plus valore da capitalizzare,

ti assicuro.

Ah, se potessi spendermi,

investirmi,

lasciarmi fottere dai fottuti borghesi!

Io non mi coinvolgo per principio e per posizione.

Io non sono colpevole per assunto di base,

io non discendo dal peccato di Adamo o dal suo seme.

Io sono incontaminato dalla morte

e non ho colpe da espiare in vita.

Sono lindo e sono puro,

senza quel peccato della disubbidienza

che impedisce le tautologiche gioie

che si sciorinano di parola in parola,

di concetto in concetto,

di giudizio in giudizio,

per sillogismi,

come l’acrobata sul trapezio di un circo e senza rete.

La colpa si è cristallizzata in trattati,

dialoghi e “De rerum natura”,

in riti orfici e cannibalici

(mangiami tu, che ti mangio anch’io),

dalle parole onnipotenti e dai pensieri profondi.

Quanti imbrogli si ordiscono

e quante colpe si esorcizzano con parole aliene al medesimo “Fato”:

for, faris, fatus sum, fari”.

Chi ha detto “ciò che è stato detto”?

Chi lo dice ancora oggi in cantilene latine e con musiche gregoriane?

Io sono un Pensiero innocente

e non ho l’arroganza dell’ “autoctisi”,

dell’atto del Pensiero pensante in atto.

Io sono ancora nel grembo dei simboli.

Lasciatemi pensare senza categorie,

senza “a priori” e “a posteriori”,

senza leggi e senza modi.

In me tutto e` centro e tutto e` periferia, o divin Cusano!

Intuisci un poligono di infiniti lati coincidenti in cerchi mirabili?

Non sono bolle di sapone,

ma verità mirabili in assenza della ripudiata scienza,

in attesa dell’addiveniente dio,

quello che non si vede ancora

nonostante che il vecchio Dio sia morto da tempo.

Non è notte ancora,

né dì.

La terra di nessuno,

il West,

è il luogo dove pasce il Pensiero bambino.

Dov’è il luogo?

U-Topia!

Il Non-Luogo?

Identica U-Topia!

Un Pensiero anoressico,

che non vuol crescere con una madre occidentale,

con una donna vecchia e smunta sulla via del tramonto ormonale.

Un Pensiero anoressicamente sano,

autopartorito senza travaglio: né grida o grandi gesta.

Io non ho verità da barattare,

indulgenze per anime in pena,

purgatori e meriti di santi in abbondanza

da contrabbandare con pacchetti di Marlboro.

Io non ho il triviale,

l’opinabile “doxa”,

le utilità moralistiche

quali verità forti per un Pensiero debole.

Lascia che cardinali pasciuti e politici ambigui

sghignazzino in Campidoglio in difesa della patria e del potere,

difensori unici di interessi costituiti in botteghe alternative,

intolleranti e fanatici supervisori di atti inconsulti.

Io mi affido agli umili personaggi

che attraversano la Storia senza coscienza sotto il nome di popolo,

loro malgrado o loro bengrado,

uomini costretti a scantonare al momento opportuno

in una morte volatile che tutto travolge,

vittime degli indifferenti qualunquismi di chi ha il potere,

uomini che non hanno scelto di essere nessuno

e che si ritrovano nel nulla o nel quasi nulla

per necessità ed egoistica rimozione.

Dimenticare è un meccanismo infausto di difesa

che, se aiuta a sopravvivere,

lascia di merda chiunque vi ricorre.

Tu non fidarti!

Affidati alla riflessione bambina di un Pensiero innocente,

debole e tollerante,

ecologico e dionisiaco,

che accetta e non rifiuta,

comprende e non condanna,

un Pensiero che vive dell’oggi

e nasce dal presente di un “carpe diem”,

verità di un attimo fuggente da fissare

che non necessariamente troverà la sua Leuconoe,

la “donna dalle bianche braccia”,

disposta a farsi sbattere

da un perfido Quinto Orazio Flacco in tanta vena di potta.

QUINTO ORAZIO FLACCO

POESIA D’AMORE E DI MORTE

EPODO XIII
Horrida tempestas…

Horrida tempestas caelum contraxit et imbres

nivesque deducunt Iovem; nunc mare, nunc siluae

Threicio Aquilone sonant. Rapiamus, amici,

occasionem de die, dumque virent genua,

et decet, obducta solvatur fronte senectus.

Tu vina Torquato move consule pressa meo.

Cetera mitte loqui: deus haec fortasse benigna

reducet in sedem vice. Nunc et Achaemenio

perfundi nardo iuvat et fide Cyllenea

levare diris pectora sollicitudinibus,

nobilis ut grandi cecinit Centaurus alumno:

“Invicte, mortalis dea nate puer Thetide,

te manet Assaraci tellus, quam frigida parvi

findunt Scamandri flumina lubricus et Simois,

unde tibi reditum certo subtemine Parcae

rupere, nec mater domum caerula te revehet.

Illic omne malum vino cantuque levato,

deformis aegrimoniae dulcibus alloquiis.

VERSIONE LETTERALE
Un’orribile tempesta…

Un’orribile tempesta chiuse il cielo e le piogge

e le nevi tirano giù Giove; ora il mare, ora le selve

risuonano del tracio Aquilone. Strappiamo, o amici,

l’occasione dal giorno, e mentre le ginocchia hanno vigore

ed è di decoro, la vecchiaia sia sciolta dalla fronte corrucciata.

Tu porta i vini spremuti sotto il mio console Torquato;

tralascia di parlare delle altre cose: un dio forse con propizia vicenda

riporterà a posto queste cose. Ora anche giova spargerci

con il profumo di Achemene e con la lira di Mercurio

sollevare i petti dai crudeli affanni,

come cantò il nobile centauro all’alunno adulto:

“O invincibile, nato fanciullo mortale dalla dea Tetide,

ti rimane la terra di Assaraco, che le fredde correnti

del piccolo Scamandro solcano, anche il rapido Simoenta,

da dove a te le Parche con il filo infallibile hanno troncato

il ritorno,né la madre azzurra ti riporterà in patria.

Laggiù ogni male allevierai con il vino e con il canto,

dolci consolazioni della deturpante tristezza.

VERSIONE LETTERARIA
Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose

e una bufera di neve ci travolge; la tramontana

sibila tra gli alberi e sopra il mare. Prenditi, o amico mio,

tutto quello che la vita ti dà e, se ancora le forze decorosamente

ti sostengono, non angosciarti al pensiero della vecchiaia.

Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato

e non parlare d’altro: forse, con il mutare della sorte,

un dio volgerà tutto verso il meglio. Adesso non rimane

che profumarci di essenze orientali e allontanare

dal cuore con la musica l’angoscia del domani.

Queste sono le parole di Chirone, il suo congedo per Achille:

“Giovane invincibile, nato mortale da una dea,

la terra di Assaraco, solcata dalle acque rapide

e gelide del Simoenta e del torrente Xanto, ti attende.

Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno

e neppure tua madre, azzurra come il mare, potrà ricondurti in patria.

Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,

la fugace tenerezza di un conforto

all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

COMMENTO

Si pensa che Orazio abbia scritto questo epodo nell’anno 42 a.C. sul modello del greco Archiloco (nato a Paro nel VII° secolo a.C.) e sul campo di battaglia di Filippi, magari nell’intervallo tra la disfatta militare e la morte di Cassio o addirittura dopo la rotta definitiva dell’esercito di Bruto.

Un’altra ipotesi vuole che questa poesia sia stata scritta nel 41 a. C., proprio quando Orazio si trova in compagnia di altri reduci ed è angosciato dalla sua futura sorte, più che dei mali politici di Roma.

Probabile è il tempo e plausibile è l’occasione.

Il componimento è particolarmente originale e anomalo, dal momento che nel suo sviluppo è privo della violenza giambica, una poesia pacata dal tema epicureo, a lui tanto caro, dell’inesorabile trascorrere del tempo e dell’altrettanto inesorabile evento della morte.

Orazio tenta di sublimare quella tremenda angoscia di morte che esiste soltanto durante la vita, proprio quando la morte non c’è e sempre seguendo e sorbendo il potente farmaco del filosofo di Samo.

Il tempo, la vecchiaia, il vino, il canto e la sorte sono temi oltremodo ricorrenti nel sentire filosofico e poetico di Orazio, oltretutto presenti a larga vena nel suo universo psichico profondo sotto forma di energici fantasmi e di mitiche simbologie.

Orazio proietta le sue umane angosce nel paesaggio invernale dominato da una terribile, quanto naturale, tempesta.

L’inquietudine dei tempi successivi alla disfatta di Filippi, le drammatiche vicende politiche romane, la caduta degli ideali libertari e repubblicani destano un impetuoso ribollimento del suo animo e il furore giovanile si realizza nell’asprezza veloce del giambo.

Pur tuttavia negli “Epodi” il furore civile appare retorico e di poco spessore, così come l’avversione verso personaggi a lui ben noti per i vizi e le viltà, mentre sono sentiti e consistenti i temi dell’amicizia sincera, della trepidazione nei confronti delle persone care, della vita agreste, del pensiero della morte e della conseguente strategia esistenziale di cogliere l’attimo della gioia fugace, dell’oblio e del conforto che il vino offre nel variare lo stato di coscienza e nel risolvere l’angoscia profonda del momento.

Orazio avrà anche atteso durante la stagione invernale attorno al fuoco e insieme ai suoi commilitoni la fine della burrasca politica in Roma, ma nell’epodo considerato è pressante la richiesta all’amico di mettere in tavola buon vino vecchio per allontanare i tristi pensieri, il motivo della fugacità del tempo e della necessità di godere le poche gioie di una vita breve e incerta, richiesta e motivi che richiamano il saggio insegnamento del centauro Chirone, il precettore del piè veloce Achille, di obliare nel vino e nel canto ogni affanno prima di soggiacere alla dura legge del Fato, la tragica sentenza ratificata dalle Moire, Cloto, Atropo e Lachesi, le divinità femminili della morte.

Chirone predice, “cecinit” è un verbo classico delle profezie, al suo allievo la morte immatura nella terra di Troia, “te manet Assaraci tellus”, per favorire la presa di coscienza e l’accettazione della morte riducendo al minimo l’angoscia del figlio della dea marina Tetide e dell’umano Peleo.

Il testo poetico è costellato di motivi filosofici epicurei:

“………………………Rapiamus, amici,

occasionem de die, dumque virent genua

et decet…”,

“……………………………Strappiamo, o amici,

l’occasione dal giorno, e mentre le ginocchia hanno vigore

ed è di decoro…”.

Questi versi rievocano e rielaborano il farmaco di Epicuro sul tema della tirannia del tempo che inesorabilmente fugge e della crudeltà della giovinezza che inevitabilmente sfiorisce.

L’angoscia del domani si risolve nel terapeutico “carpe diem”, nel mancato affidamento al futuro e nel “Cetera mitte loqui…”, “Tralascia di parlare delle altre cose”, una rimozione parziale e metodica, quanto ardua da realizzare.

Si tratta del farmaco epicureo collegato al tempo e all’impossibilità di parlare di esperienze non vissute come la morte, un fantasma psichico dominante in Orazio e un tema poetico ricorrente nella sua poesia.

Ode I, 9, versi 13…18:

“Quid sit futurum cras fuge quaerere, et

quem fors dierum cumque dabit, lucro

appone, nec dulces amores

sperne, puer, neque tu choreas ,

donec virenti canities abest

morosa.”

“Evita di ricercare che cosa accadrà domani, e

ogni giorno che la sorte darà, ascrivilo

a guadagno, non disprezzare i dolci amori,

o giovane, e neanche le ritmate danze,

finché da te fiorente la vecchiaia lamentosa

è lontana.”

Si rileva in questi versi anche il tema della sorte, del destino o del caso che governa la vita di ogni uomo ancora prima dalla nascita, come si desume dal mito platonico di Er, l’eroe armeno morto in battaglia e ritornato sulla terra per riferire agli uomini sull’anima, sulla sorte, sulla scelta, sulla necessità fatale e sulla drammatica funzione delle terribili Moire, la filatrice Lachesi, la tessitrice Cloto e la drastica Atropo, le figlie della Necessità.

Ode I, 11, versi 7 e 8:

“…………………Dum loquimur, fugerit invida

aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.”

“………………..Mentre noi parliamo, il tempo invidioso

sarà trascorso: cogli l’attimo, fidandoti il meno possibile del domani.”

L’invito è rivolto a Leuconoe, la donna reale o immaginaria “dalla limpida mente”, una donna innocente o ingenua che Orazio seduce con versi incisivi quanto sintetici.

Ma la mente del poeta non è certamente limpida come quella di Leuconoe, perché il contenuto rivela un atteggiamento epicureo apparentemente sereno di fronte al tempo mortifero, un vissuto ricco di sottile e struggente malinconia.

Ode II, 16, versi 25…28:

“Laetus in praesens animus quod ultra est

oderit curare et amara lento

temperet risu: nihil est ab omni

parte beatum.”

“Lieto del presente l’animo eviti di preoccuparsi

di ciò che è al di là del momento e stemperi le amarezze

con un sorriso sornione: in nulla esiste

una felicità compiuta.”

Un farmaco proficuo e decisamente epicureo sottende un pacato pessimismo e una blanda rassegnazione dettata da un’esperienza di vita ormai disillusa degna di un uomo precocemente invecchiato che ha saputo di sé: la vita è amarezza e la morte risolve prima o poi la sottile e prolungata sofferenza.

La felicità compiuta non appartiene all’uomo e l’atarassia si profila come la giusta terapia nella forma di una felicità imperfetta perché collegata al vissuto intenso del momento.

Ode III, 8, versi 17 e 18:

“dona praesentis cape laetus horae,

linque severa.”

“cogli lieto i doni del tempo presente,

tralascia le gravi cose.”

Orazio celebra la ricorrenza dello scampato pericolo di un albero caduto senza danno per la sua vita e invita Mecenate ad apprezzare i doni del presente come la vera amicizia, il bel conversare e la dolce alienazione del vino.

Anche in questi versi ritorna il tema del tempo ambiguo e dell’atarassia benefica.

Ode III, 29, versi 41…43:

“…………………Ille potens sui

laetusque deget cui licet in diem

dixisse: “Vixi”:……………“

E’ signore di sé

ed è felice chi può dire a se stesso ogni giorno:

“ho vissuto”………….”

L’autonomia psichica e la felicità pacata sono collegate all’intensità delle esperienze vissute giorno dopo giorno e in prima istanza alla capacità di saperle vivere con la giusta misura.

Epistola I, 4, versi 13…15:

“Inter spem curamque, timores inter et iras

omnem crede diem tibi diluxisse supremum;

grata superveniet quae non sperabitur hora.”

“Tra speranze e affanni, tra timori e rancori

pensa che ogni giorno sia l’ultima tua luce;

gradito giungerà il tempo che non hai sperato.”

In questa lettera all’umbratile poeta elegiaco Albio Tibullo, oltre al forte sentimento dell’amicizia, Orazio dona all’amico il giusto consiglio di non affidarsi al trascorrere storico del tempo, quel tempo a tre dimensioni fatto di passato, presente e futuro e necessariamente inaffidabile qualora l’uomo non riesca a ridurre al presente, il presente della coscienza in atto e della vigilanza riflessiva.

Albio Tibullo (nato presumibilmente nel 51 e morto nel 19 a.C.) soffriva di malinconia e nel presentimento della sua precoce morte Orazio tenta con questa epistola di alleviare quel male di vivere a cui non era insensibile per personale connotazione psichica.

Scherzosamente pensa di alleviare all’amico i morsi della depressione non certo promettendogli una vita sicura e beata nell’oltretomba, ma facendogli dono di alcuni precetti classicamente epicurei, la gioia irripetibile del momento, il rifiuto delle illusioni metafisiche e la lucida accettazione della travagliata condizione umana.

E’ anche vero che questa panacea sotto forma di consiglio è rivolta soprattutto a se stesso alla luce della costante ripetizione di questi temi nelle sue poesie, il luogo traslato della sua malinconia nonostante si definisca ironicamente un “porco lindo e curato del gregge di Epicuro”.

Orazio avverte ormai con maggiore insistenza la caduta della vitalità che tenta di compensare con l’acquisita esperienza di vita, per cui questa parabola discendente si sublima in una migliore accettazione del suo destino di uomo e nell’amorosa cura della sua persona.

L’amarezza più acuta e lo scherzo più affettuoso sono il degno tributo alla malinconia dell’amico Tibullo da parte di un amico esperto della vita, una vita a cui bisogna amaramente aderire anche nel momento del declino fisico, la famigerata vecchiaia o l’anticamera della temuta morte.

Convergendo all’analisi diretta dell’epodo XIII bisogna riconoscere che vano è lo sforzo dell’uomo di risistemare le cose che la divinità indifferente ha voluto nel disordine e nell’indeterminato.

Il dolore e la malinconia deformano l’uomo trasformandolo anche nel suo aspetto fisico, per cui il vino e il canto sono i dolci conforti di ogni pena e di ogni angoscia.

Nonostante la crudeltà della natura e della divinità, il farmaco epicureo del “carpe diem” e delle gioie del banchetto è il più indicato per l’angoscia residua legata al fantasma depressivo della progressiva caduta della condizione umana.

La variazione dello stato di coscienza procurata dal vino è purtroppo una momentanea risoluzione dell’angoscia di morte, una tappa a cui deve necessariamente conseguire la razionalizzazione sempre secondo la nota prescrizione epicurea: ”quando c’è la vita non c’è la morte e quando c’è la morte non c’è la vita”.

La morte non rientra tra le esperienze vissute che si possono elaborare e raccontare, per cui ogni uomo può soltanto vivere la morte in vita, l’angoscia depressiva della perdita affettiva.

Per un’esistenza connotata alla radice dalla malattia mortale il carme I, 7, nei versi 30…32 offre la giusta consolazione.

“O fortes peioraque passi

mecum saepe viri, nunc vino pellite curas:

cras ingens iterabimus aequor.”

“O forti uomini che avete sopportato insieme a me

mali peggiori, ora con il vino scacciate le angosce:

domani riprenderemo il viaggio attraverso il mare infinito.”

Traduzione, riattraversamento e commento di Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, mese di maggio dell’anno 2000