LA STANZA CHIUSA E BUIA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.

Quindi si è tranquillizzato.”

Poi mi sono svegliata.

Bea

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.”

Potevo intitolare il sogno di Bea “Ava et magistra” o “Mater et magistra”, mettendo in rilievo la premura della nonna e l’amore della madre. Ho scelto “La stanza chiusa e buia” semplicemente perché la stanza di questa casa è di Bea e in sogno la “sposta” nel caro nipotino Jake “proiettando” anche il suo conflitto psicofisico.

Procedo con calma e devozione in onore alla donna, alla madre e alla nonna e senza far torto a nessuna rappresentazione reale e simbolica di Bea.

La “casa”, mi ripeto di sogno in sogno ormai da sei anni, rappresenta simbolicamente la “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, come è corretto definire la vecchia “struttura psichica”, la obsoleta “personalità”, l’antiquato “carattere”, sulla scia delle dottrine di Sigmund Freud e di Melanie Klein. Bea sta visitando se stessa, è in introspezione, si sta guardando dentro perché ha ricevuto uno stimolo a visitarsi interiormente. Ma la sua coscienza è obnubilata, non è limpida semplicemente perché è turbata da un pensiero, da una preoccupazione, da un affanno: “in una casa non molto luminosa”. In effetti, Bea ha un deficit di lucidità mentale, è sovrappensiero, è in libera associazione, è in sub-vigilanza, è in uno stato crepuscolare. Si riconosce ma non si capisce e tanto meno si giustifica, visto che il suo pensiero affannoso non si è ancora ben evidenziato o, meglio, illuminato. Le “sue case” fanno parte del suo complesso psichico organizzato, meglio le sue “stanze”. E’ questa una pulsione d’amor proprio e un moto d’orgoglio che stanno benissimo in una persona che ha vissuto ed è pervenuta al traguardo venerabile di nonna. Eppure, qualcosa di nuovo si profila ancora nell’orizzonte psichico e nella panoramica mentale di questa signora navigata e articolata. Un pensiero si muove con lo strascico emotivo annesso formando una latina “cura”, una preoccupazione e un affanno.

Vediamo di cosa si tratta e cosa ci riserva il Fato.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.”

La dimensione psichica di madre e di nonna si mostra in tutta la sua bellezza e superbia: “questi sono i miei gioielli”. Bea è come Cornelia, la madre dei Gracchi. Bea ha accanto a sé la figlia e i nipoti, le sue propaggini, il suo futuro in progressione reale e affettiva. Il “con me”, latino “mecum”, denota il senso del possesso sentimentalmente mediato e giustificato dalla stazza psichica del personaggio che Bea incarna con nerbo e interpreta con gentilezza. Si noti l’uso dei possessivi “mia” e “miei”, quasi una forma di capitalismo psichico da matriarca, a testimonianza, qualora ce ne fosse bisogno, del legame nerboruto che avvince le tre generazioni: nonna, figlia, nipote. La “America” non è un simbolo, è un dato di fatto che si inquadra nella psicodinamica come rafforzamento degli affetti e dei turbamenti. La lontananza non fa dimenticare coloro che si amano, tutt’altro, cementa con il desiderio e allucina con il sentimento della nostalgia, dolore del ritorno, mettendo in crisi la coscienza di sé”. Ricapitolando: in una “stanza” di una “casa” di Bea si ritrovano in sogno madre, figlia e nipoti. L’emotività e l’appagamento affettivo turbano la Psiche di Bea, al punto che si ritrova in uno stato crepuscolare della coscienza e in una leggera caduta della vigilanza.

E’ lecita la domanda: ma perché?

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.”

L’attenzione di nonna Bea è focalizzata sul “piccolo Jake”, il nipote elettivo per affinità psichiche e maggiormente indifeso, nel vissuto della nonna, a causa della sua giovane età. La psicodinamica si svolge attorno al tema di un nipotino tutto da scoprire e tutto da conoscere, a cui in sogno la nonna Bea chiude una “porta” d’accesso a una “stanza”: la stessa Bea si chiude una “porta” per entrare in un suo ambito psichico. E’ come se questo ragazzino fosse stato per Bea lo schermo su cui proiettare il suo film: un nipotino in fase evolutiva rappresenta la nonna in crisi di auto-consapevolezza. Jake è piccolo e per questo è indifeso e va protetto, ma è anche in crescita e tutto da vivere perché non ha niente di scontato. Nonna Bea si preoccupa proprio di Jake e gli attribuisce il suo conflitto psichico. Vuole proteggerlo perché vuole proteggersi.

Quale vissuto proietta in Jake?

Il prosieguo del sogno lo dirà.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.”

Bea “proietta” sul nipote la sua psicodinamica depressiva, dice a se stessa di far chiarezza sui suoi “fantasmi” usando la testa e migliorando la presa di coscienza per uscire dal tunnel dell’obnubilamento con la “razionalizzazione”. Ma Bea ha paura, istruisce le “resistenze” atte a impedire la riesumazione della sua verità psichica in atto e che in tempo di morte, coronavirus, è a due passi dal vedere la luce. Bea non conosce la causa della sua paura. E’ in buona compagnia di se stessa, ma non riesce a illuminare l’angoscia di morte, la “stanza buia” della sua “organizzazione psichica” che ospita il nucleo depressivo, quel nucleo che nel corso della vita ha rimosso agendo e frastornandosi alla grande. In sogno sta traslando il conflitto e acquietando le tensioni nervose emerse. Cerca di dare nome e cognome alla sua angoscia di morte.

Ma perché si è fiondata proprio nel nipotino più piccolo?

Lo stato d’animo ansioso e doloroso è stato assimilato alla persona indifesa e bisognosa di aiuto. Bea vive Jake in una condizione psichica simile alla sua. Bea è “regredita” all’infanzia quando ha elaborato l’angoscia depressiva della perdita e si è assimilata al nipote bambino. Lo stimolo a questa operazione difensiva dall’angoscia, processo della “regressione”, è l’azione psichica nefasta del coronavirus.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.”

Bea prende per mano la sua bambina impaurita e la rassicura e la consola con la ragione. La classica paura dei bambini è quella del l’uomo nero o del ladro o dello zingaro, di quella figura angosciante che ti porta via dall’affetto dei tuoi cari genitori: una “traslazione” della morte per abbandono e per inedia. Bea non si rende conto che il suo “deficit” psichico contingente è legato a questo “fantasma” e lo vive in sogno “spostandolo” nel nipote e si pone in certosina attesa di capirlo. Intanto ha sognato l’intruso, quel “nessuno” che si teme sempre che s’intrufoli dentro di noi per violare la nostra intimità e la nostra sensibilità affettiva.

Come nasce dentro di noi bambini questo “nessuno” così forte e così presente?

Lo formuliamo da soli e non soltanto nella penuria degli affetti e delle coccole, ma soprattutto nel massimo dell’abbondanza al semplice pensiero “e se non fosse più così?”, commutando lo stato di benessere attuale nell’opposto. Lo formuliamo quando viviamo il sentimento di ostilità nei riguardi dei nostri genitori e quando si ridestano i sensi di colpa per aver tanto osato nei loro confronti per i nostri bisogni di possesso. Lo formuliamo per i nostri bisogni inappagati e per i nostri desideri infranti. Secondo questi parametri universali formuliamo la nostra “morte” psichica da abbandono e da inedia. Tutti abbiamo una “stanza” della morte nella nostra “casa” psichica. Tutti abbiamo una stanza atta all’accumulo disordinato delle nostre perdite immaginarie e reali, la stanza depressiva dove abbiamo messo dentro le nostre morti. Basta una causa scatenante adeguata per tirarle fuori alla rinfusa. Dobbiamo tenere in ordine questa strana e naturale “stanza” della nostra “casa”. Dobbiamo tenerla illuminata dalla razionalità che ci permette non solo la “razionalizzazione del lutto”, ma soprattutto la consapevolezza della fine naturale della nostra vita, quella morte che addolora e fa paura, ma che non è angosciante se sappiamo della nostra umana debolezza e della nostra sovrumana onnipotenza. Vivendo, bisogna imparare ad andare via alzandosi satolli dalla tavola, come l’ospite di Orazio dopo il banchetto nel comodo triclinio. Per far morire la Morte, impareremo a usare il pensiero simbolico, i “processi primari” che governano la funzione onirica, e a ridurre tutto a simbolo, noi stessi in primo luogo.

Quindi si è tranquillizzato.”

Bea si è tranquillizzata tramite il suo nipotino. Ricordati Bea che devi fargli un bel regalo, perché lui lo ha fatto a te e di gran valore: la moneta affettiva e simbolica. In effetti, Bea si è regalata la possibilità di capire e di capirsi sognando. E allora dovrà fare un bel regalo al suo sognare. Ma il sogno non l’aveva capito del tutto, l’aveva intuito e forse neanche, perché l’aveva confezionato con tutti i crismi del simbolismo mitico dei Greci. E allora dovrà fare un bel regalo al sottoscritto che glielo ha spiegato. Di sicuro Bea si tranquillizzerà adesso che sa razionalmente cosa ha sognato approfittando del nipote piccolo e indifeso come lei quand’era bambina. Il tempo del coronavirus, questo tempo di morte imperante dentro e fuori, ha disoccultato il Profondo psichico e ha aperto “la stanza chiusa e buia” che tutti abbiamo e custodiamo con accuratezza. Bisogna ringraziare anche il “coronavirus” se Bea ha trovato la sua verità depressiva e se si è disposta verso la “atarassia”, il “morire della morte” perché nulla in lei chiede di continuare a vivere pur vivendo.

Purtroppo questo virus ha portato più danni che benefici, specialmente per i tanti che non riescono a vedere il bicchiere mezzo pieno e tendono al “maximum” catastrofico.

Poi mi sono svegliata.”

Bea si è svegliata. Era ora. La sveglia l’ha riportata alla ragione e alla realtà, alla tutela di se stessa e all’amor proprio, al volersi bene senza onnipotenza e senza follia, senza le suggestioni sociali e culturali e in special modo quelle della politica e delle tv di stato, dei giornali maldicenti e dei plenipotenziari privati e dei loro servi. Abbiamo da svegliarci, più che mai in questo tempo del “coronavirus”, anche dal “sonno dogmatico” di cui scriveva Immanuel Kant in riguardo all’umano ottimismo logico sulle verità conoscitive. Asteniamoci dal coinvolgimento acritico e dai messaggi degli illusionisti con il viso rifatto e con il ghigno innato. Piuttosto affidiamoci e fidiamoci del nostro sognare e del sogno che, a suo modo, non ci può mentire e dice necessariamente la nostra verità, quella che ha il sapore dell’angoscia forgiata da noi e soltanto da noi risolvibile.

AKHTER MABIA 15

San Biagio di Callalta, 19 gennaio 200…

Mio amato nana vai,

forse non ci crederai, ma chi ti scrive è il tuo piccolo nipote Pervez.

Questa è la prima lettera della mia vita e sono contento che la spedisco al mio povero nana vai che sta tanto male perché è preoccupato per me e per ma.

Dopo avere ricevuto la tua lettera ho pianto e ogni volta che la leggo mi cadono le lacrime dagli occhi senza riuscire a comandarle.

Certo io piango perché tu sei triste e soffri, ma io non posso aiutarti perché sono lontano e piccolo e perché tu non vieni mai a trovarmi in Italia.

E allora io ti faccio compagnia e piango tanto dopo che leggo la tua lettera.

Caro nana vai, io mi ricordo che quando ero piccolo in Bangladesh tu eri alto e magro e non sorridevi mai e non giocavi con me, ma ogni tanto mi guardavi e mi dicevi qualcosa che non capivo e poi mi prendevi per mano e mi portavi nella piazza del paese dove c’era tanta gente e mi compravi i pida che erano tanto buoni e in Italia non si trovano ma in compenso ci sono i popcorn.

Io non capivo se eri buono o cattivo perché mi compravi i pida ma non mi sorridevi mai.

Spero che in questo tempo che non ci siamo visti, tu sia ingrassato un po’, perché quando ti spogliavi si vedevano le ossa del petto e io pensavo che tu fossi cattivo.

Ma allora ero un bambino ingenuo e non capivo che tu mi volevi bene e poi la ma mi ha detto che questo è il tuo carattere.

Non preoccuparti per me, perché il tuo carattere mi va bene e non devi cambiare perché altrimenti non saresti il mio vero nana vai, quello magro e con il viso sempre arrabbiato.

Non preoccuparti che io e ma stiamo bene e abitiamo nella casa della moglie del direttore e loro sono persone molto gentili e buone con noi.

Ogni tanto il mio baba viene a prendermi e parla con me fuori della casa e mi dice che vuole tornare con ma e che mi vuole bene e che devo dire a ma di accettare le sue scuse e che non farà mai più quello che di male ci ha fatto.

Ma intanto ma non vuole che io vada con lui e che lui mi dica queste cose perché lei ha tanta paura che mi porti via e non vuole ritornare a vivere nella casa dove abitavamo.

Io sono dispiaciuto perché ba non vive con noi, ma sono anche tranquillo adesso e finalmente di notte dormo senza svegliarmi e non grido più quando mi sveglio, insomma non ho più gli incubi.

Forse avevo tanta paura di ba e adesso che lui non c’è la malattia del sonno è guarita senza andare dal dottore come mi diceva ma.

Io vado a scuola e sono molto bravo in tutte le materie, ma il professore d’italiano dice che ancora devo migliorare.

Con ma parlo la nostra lingua e studio ogni giorno il Corano e l’arabo come faceva ma quand’era piccola nella tua casa e ogni mattina andava nella Moschea dal molovì.

Ma mi parla sempre di te e ogni volta immancabilmente le spuntano le lacrime e non le vanno più via e io glielo dico e lei risponde che non è vero o che non se ne accorge, ma io lo vedo e penso che ma ti vuole tanto bene, ma veramente tanto e forse quasi troppo, e allora soffre perché tu sei lontano.

E allora, caro mio nana vai, cosa aspetti ?

Prendi l’aereo e vieni da noi in Italia a difenderci e vedrai che diventerai sicuramente grasso e le ossa del petto non si vedranno più e diventerai anche più contento perché saremo insieme e ricordati di portare la mia nana vai e così siamo al completo e possiamo essere tutti contenti.

Io voglio studiare per fare l’ingegnere che costruisce i ponti e le dighe e il professore ha detto che posso andare avanti e che in matematica sono più bravo dei miei compagni.

Ma lavora e non ha molto tempo per scriverti perché parte al mattino e torna la sera ed è stanca, ma prega lo stesso, cucina, pulisce la biancheria e la casa del direttore e non si diverte mai perché non ha tempo e, quando ha tempo, si riposa sul letto e si addormenta subito e ogni tanto fa rumore mentre respira.

Ba Joshim tenta di parlarle, ma lei non lo vuole neanche vedere e una volta che ba ha battuto forte alla porta, lei ha chiamato la polizia e ba è scappato e da allora ba non viene più perché ha preso tanta paura quando ha visto la macchina dei carabinieri.

Ogni tanto viene a trovarci Razia e suo figlio Massud, ma dopo un po’ ma vuole stare da sola e dice che è stanca, ma io ho capito che ma non si fida di nessuno di quelli del suo paese perché ha paura che poi dicono tutto a ba o che parlano male di lei.

Io non capisco bene cosa è giusto fare e se ma ha sbagliato come dice ba, ma io sono sicuro che ma ha fatto bene e si comporterà sempre bene nella sua vita perché è una donna molto forte e sa difendersi, per cui io sono tranquillo con lei e ho deciso che vivrò sempre con lei.

E allora, caro e povero nana vai, non essere stupido e vieni a trovarci in Italia e così starai bene anche tu insieme a noi e mangerai tanti spaghetti e così le ossa del tuo petto si nasconderanno dentro la carne.

Dimenticavo di dirti che gioco a rugby con la squadra del mio paese e sono tanto bravo che la domenica mi vengono a prendere a casa con la macchina e questo vuol dire che io sono molto bravo e che non possono fare a meno di me per vincere la partita e questo mi fa piacere perché vuol dire che sono buono e gli altri mi vogliono bene.

Ogni tanto però mi può capitare di incontrare qualche imbecille del partito della Lega che mi dice che io sono un mezzo negro e che non sono né negro e né bianco, ma io cerco di non ascoltarlo e sfogo la mia rabbia giocando a rugby e per questo sono molto bravo perché sono molto arrabbiato, ma sono sicuro che fra qualche anno e quando sarò grande e grosso nessuno mi dirà niente o mi dirà cose buone e mi farà soltanto i complimenti.

Stai tranquillo per le macchine e per la strada perché io non ho paura e so andare anche in bicicletta sempre senza avere nessuna paura.

E poi di cosa devo avere paura se ma è con me e mi vuole tanto bene ?

Adesso ti lascio e mando tanti baci al mio nana vai che mi ha scritto e a cui io ho scritto la prima lettera della mia vita, a cui voglio tanto bene, ma tanto e poi ancora tanto bene anche se non lo vedo da tanto tempo.

Quando la nana vai mi scriverà, allora io risponderò a lei con una lunghissima lettera come ho fatto con te e allora devi dirle che mi scriva al più presto.

Pervez saluta e manda baci al suo triste e stupido nana vai, sicuro che lui dopo aver letto questa mia lettera diventerà contento e intelligente.

E’ giusto che tu sappia che questa lettera l’ho scritta con l’aiuto della ma, ma per te è buona lo stesso perché i sentimenti sono quelli miei e lei ha soltanto corretto la lingua perché la sto imparando e tra l’italiano e il bengalese a volte faccio tanta confusione e mi sembra di parlare una lingua bastarda che non esiste e che capisco soltanto io.

Comunque io sono contento così.

Se a te va bene e va ancora meglio, io sono contento e ancora più contento e sempre per te.

Caro nana vai, il tuo nipote Pervez ti saluta con tutto l’affetto del suo giovane cuore e come un asino testardo ricordati sempre di spingere bene la tua carretta.

AKHTER MABIA 13

Savar, mag mash, 200…

Al mio caro Pervez auguri e baci dal suo lontano nana vai.

Allah ti aiuti e sia sempre con te che sei una giovane speranza del nostro domani e del nostro popolo, ma tu non fare mancare mai le tue preghiere al Misericordioso perché Lui è Onnipotente e conosce quello che c’è dentro il tuo giovane cuore e vede tutto quello che scegli di fare nella tua vita.

Non dimenticare mai che chi chiede aiuto al nostro Dio deve sempre dare prima di ricevere; avere non è mai garantito perché la fede basta a se stessa e non ha bisogno di un premio.

Il tuo nana vai è tanto preoccupato per te e per la tua ma da quando ha saputo che siete andati via dalla vostra casa e che adesso per fortuna siete ospiti nella casa della moglie del direttore.

In tanta disgrazia mi è di conforto sapere che non siete in mezzo alla strada in una terra straniera anche se generosa.

Allah ha già provveduto nel farvi trovare questa brava gente che capisce la vostra triste situazione e consola il vostro dolore.

Le mie preghiere sono state ascoltate dall’Onnipotente e devi dire al direttore e a sua moglie che io prego cinque volte al giorno rivolto verso Makka anche per loro e che, se il loro Dio non si chiama Allah, le grazie che io chiedo arrivano ugualmente perché, se un Dio è vero, non si tira mai indietro di fronte alla fede di qualsiasi persona che a Lui si affida.

Caro Pervez, devi convincere la tua ma a ritornare in Bangladesh dai nana vai e poi insieme risolveremo il vostro problema.

Io so che tu sei intelligente e tanto gentile con la tua ma specialmente in questo brutto periodo della sua vita e so che, quando lei piange, tu sai consolarla come un figlio grande e sai strapparle anche un sorriso.

Devi sapere che noi siamo tutti con voi e che non vi lasceremo mai soli nel bene e nel male e che faremo sempre e soltanto la volontà del Misericordioso; questa è la strada giusta, quella che porta nel nostro verde Giardino pieno d’acqua e per la vita eterna.

Ricordati che dopo hemonto arriva sempre bosmonto e che il buon tempo e il cattivo tempo non dura per tutto il tempo.

Se penso che un vecchio nana vai è costretto a chiedere al piccolo nipote di aiutare la sua ma, mi sento veramente incapace e sento che la distanza che ci separa è tanta e non si può annullare come nelle favole.

Cosa posso fare ?

Dimmi tu cosa possa fare io, un povero e addolorato nana vai, per voi e io lo farò; io ti assicuro che certamente lo farò soltanto se tu me lo dirai e me lo chiederai.

Pervez, ti raccomando di studiare e di comportarti bene con la tua ma, sii gentile con lei e così lei sarà contenta e almeno avrà una grande consolazione nella sua vita.

Ricordale sempre con il tuo comportamento che il suo Pervez è una grande ricchezza e che nessuno potrà mai portarle via un figlio maschio che la sostiene con il braccio e con la mente e con il cuore.

Comunque non preoccuparti di nulla perché il tuo nana vai sistemerà tutto ed è sempre di sentinella.

Sii contento e gentile con la ma e con calma io vedrò quello che è meglio fare per voi due affinché siate felici.

Ti raccomando di fare molta attenzione alle macchine quando cammini per la strada.

Ho sentito che hai imparato a scrivere in bengalese e allora mandami una lunga lettera e scrivimi tutto quello che è veramente successo.

Devi chiedere a ma se mi può telefonare e così io rimango tranquillo per un mese.

Se ma non scrive, ogni tanto scrivi tu una lettera al tuo nana vai e digli se la tua ma piange o è felice, perché tu sai che io non voglio che lei pianga e purtroppo in queste notti ho sognato che tua ma piange sempre e che non sta bene nel cuore e nella mente.

Se non riesci a scrivere una lunga lettera, scrivi soltanto che tu stai bene e anche ma sta bene e così anch’io sto bene quando ricevo la tua breve lettera.

Salutami tutti quelli che mi conoscono e i tuoi amici che non mi conoscono e devi dire loro che in Bangladesh hai un nana vai che ti vuole tanto bene e che impazzisce senza vederti e che l’amore è una grande grazia di Allah.

Dai un bacio a ma e dal tuo povero nana vai prendi tanti baci, tutti i baci che tu vuoi e di cui hai bisogno, mio piccolo e dolce Pervez, e che Allah sia sempre Provvidente verso i suoi figli più indifesi e coraggiosi.

Saluti al direttore e a sua moglie che tanto vi vogliono bene e ricordati di dire che io prego sempre anche per loro e che le grazie immancabilmente arriveranno da parte dell’Onnipotente e del Misericordioso perché Allah ascolta e non dimentica e non è un dio della domenica soltanto ma il Dio di tutti i giorni.

Per te ancora un forte abbraccio dal tuo stupido nana vai.

Credimi !

E credimi sempre !