DEDICATO A ROSA

nella Natura dormiente,

Rosa aulente tra le croci delle viti odorose di zolfo,

Rosa silente tra i sudari quotidiani della buona curandera

che a luglio guarda il cielo d’agosto

nei grappoli acerbi di una travagliata orgogliosa vita.

Rosa aulente,

silente,

dormiente,

Rosa mater et pater,

femina et magistra,

hermosa e sapiente,

che sa e ha sapore,

Rosa senza posa adesso riposa.

O viandante,

o poeta,

o pellegrino,

o passeggere,

voi che della Bellezza cercate sempre il cammino,

piacciavi di scendere dal castello di Collalto

verso la piana di Colfrancui tra i geometrici filari

a salutar la Rosa,

Rosa la pia,

ancora calda di umori antichi e di suoni veritieri,

Rosa l’amara,

erta sulle zolle d’argilla opitergina

a ripiegare i magri elastici tralci,

sempre secondo quel che Natura comanda,

sempre secondo quel che Natura dispone,

semper nella buona e nella cattiva sorte

con Avana alla destra e Ratzum alla sinistra,

solitaria ma non sola,

dura come l’inverno trevisano che ogni giorno gela,

forte come la buona stagione che allegra ritorna,

fedele come la cavallina storna.

Un bianco mantello finalmente si staglia

sulle spalle stoiche e composte di Colei

che tanto ha osato nel quotidiano albeggiare

per ricomporsi ossequiosa in quella Natura

che sa di mosto e di radicchio.

O Rosa aulente,

adesso sei con la Madre dormiente

tra le riconosciute armonie dei tuoi giorni mortali,

ormai sei senza tempo e senza diaspora.



Il Giardino degli Aranci, 08, 01, 2024

Salvatore Vallone pose in devota memoria di una grande Donna del popolo e di campagna.

 







LA NOTTE E’ STUPIDA PER NOI

La notte era stupida,

era anche stupita di tutte le sue cose a posto,

al posto giusto,

oltretutto nude e spalancate sul mare,

quando noi,

noi due,

eravamo sconosciuti a noi stessi,

agli altri,

a tutto il mondo con il resto di due.

Dovevamo esserlo,

signor giudice,

per posizione e pregiudizio,

per orgoglio e vanagloria,

per la canzone in fieri nei formidabili anni sessanta

dominati da pancioni mollicci e baffetti inopportuni,

da donne cannone, oltremodo belle e brave.

Questa notte,

questo tipo di notte mi sorprese di sorpresa e all’improvviso,

mi colse allibito nella nebbia di Melzo e lungo l’Adda con la Rita,

mi raccolse amminchialuto nel freddo della laguna putrida con la Marisa,

cette nuit ci sorprese foresti e forestieri nella foresteria di madre Natura,

proprio come gli anonimi personaggi della serie americana

chi erano questi due

che alle sei del mattino ritornano alla losca magione

barcollando

dopo aver frequentato il bar long drink Bar Collo”?

Questa notte,

ebbene e ribadisco,

o signor giudice,

questa notte ci sorprese sconosciuti,

io e lei,

noi due sconosciuti,

il titolo dell’ultimo romanzo della grande Liala,

al secolo Liana Negretti Odescalchi,

coniugata Cambiasi,

la donna delle Mille e una notte del popolo italiano proletario

in guerra e in pace,

alla Lev Tolstoj.

Fin qui tutto liscio

e senza pirtusi alla spingole francese,

perché ancora non ci sono stati pizzichi e vase.

Ma,

sentite questa,

s’il vous plait,

se poi nel buio le tue mani d’improvviso vanno sulle mie

e s’improvvisano numeri da circo Orfei,

allora,

mi capisce,

o signor giudice,

gatta ci cova e qualcosa ci sfugge.

Lei dirà saggiamente

che è cresciuto troppo in fretta questo nostro amore

e ha ragione.

Io le obietterò soltanto

che certi discorsi non si fanno al telefono

e tanto meno con il telefono della SIP,

quello a gettoni,

dentro una cabina maleodorante

del piscio di cani e gatti,

nonché di qualche incontinente,

tumoroso e non timorato.

E, adesso, lei mi vuol telefonare telefonando

per mandarmi a cagare,

a cagher in emiliano da oltre Po pavese,

per dirmi basta prima di cominciare,

per un amore appena nato che è già finito.

Dica, allora,

benedetta signorina,

che si tratta della solita scopata foresta

e voluttuaria come un bene proficuo da voluptas galoppante,

di uno swarovski fatto con un fondo di bottiglia di buona birra,

qualcosa del tipo porcellana di Capodimonte in quel di Catania,

dica,

benedetta ragazza,

che è inspiegabile ma vero

che il nostro amore appena nato sia già finito

con buona pace dei benpensanti e dei bacchettoni.

A questo punto e con queste premesse gradisca cordiali saluti da

Salvatore Vallone.

P.S.

La prossima volta…replay.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 30, 12, 2021

SOLEILA

Anima pura di bimba,

esulata in altri territori,

in altri confini,

in altri contorni,

per la furia omicida di biechi assassini,

o anima santa di bambina,

piacciati di restare in questo luogo

dove la loquela non ti fa più manifesta

di quella trista patria natia

dove regnano druidi e dromedari,

dove c’è anche il passator cortese,

re della strada e re della foresta.

Tu perdona loro

anche se ben sanno quello che fanno,

o Mirinalini,

moglie bambina,

madre di un nido distrutto in luna crescente,

moglie di Thàkhur Rabindranàth,

tu tra monismo e panteismo,

tu nelle Upanishad,

tu il mio monsone,

tu il mio sole,

tu madre Natura.

Salvatore Vallone

Karancino di Belvedere, 26, 04, 2023

MAGGIO IN SICILIA

Questo è il cardo mariano dai fiori porporini,

bellezza della natura,

e tutt’attorno i cardi gialli ardono come astri

nel giardino che non conosce la rotta dell’inverno.

Bocche di leone crescono sui muri,

il rosmarino sorge dall’asfalto,

la natura vince lo squallore delle sghembe passioni quotidiane.

Filari di sedano spuntano dalla grande madre terra,

capelli verdi di monelli scalzi.

Il mistero dell’anello perpetua la catena,

simbolo regale di fertilità.

Legnaia di un contadino siciliano,

spettinata come i pensieri del suo ordinato padrone,

ossimoro vivente.

Pesche pasta bianca,

biologiche al cento per mille,

perché le proporzioni non sono al centro dei pensieri del Poeta.

Un orto con zucchine e prezzemolo e basilico e altre piante,

che matureranno al frinire delle cicale.

Ci vuole pazienza e amore per godere dei frutti della terra.

Quinto Orazio Flacco aveva un orto a Venosa.

C’era un fico.

Sava

Hàrah Làgin, 02, 06, 2023

IN FIERI

In fieri,

signori in carrozza,

prendete i vostri quattro stracci,

si parte,

si parte per l’Oriente con l’Express,

per amoreggiare con Mata Hari,

per guarire il putinot dal cancro alla prostata

e l’osel putinel dal male oscuro del sangue infetto.

Si parte

per curare la depressione e la guerra,

l’Alzheimer nel mondo e la sola igiene dei popoli,

si va da santa Lucia stazione a santa Lucia badia,

da Venezia a Siracusa tutto di un fiato,

tutto in un sorso,

in un battibaleno,

con un Italo d’acciaio lucido di zecca

come un cannone del 1914 nel museo di Fagarè della Battaglia,

in provincia di Treviso,

quella che se la vedi t’innamori o t’intossichi,

si parte con una Frecciarossa tutta linda e ben disposta,

l’amica segreta e apparecchiata del fascistone italico,

Italo per l’appunto e per la precisione.

Viva il duce,

viva il duce

che ci dà l’acqua e la luce!

A che prezzo?

A che prezzo, sticazzi amari!

Per curare la depressione e la guerra,

si va e si viene in questa nottata puttanella

insieme agli amici pottaioni e alle amiche fidate,

tutti innamorati della potta e del putto,

un gruppo misto di porsei e di porsee

che i giudici e le giudicesse non contemplano

nei codici di Rocco, di Pietro, di Paolo e di Paperino.

Signori si va,

si va,

si va,

si va.

Madre,

nome comune di donna che ha partorito,

Madre santa,

nome comune di donna che non ha partorito,

Madre Natura,

nome comune di donna in fieri produttiva maestruascens,

Natura,

o Natura, o Natura,

quella che promette e non mantiene,

quella che inganna di tanto e di troppo i figli suoi,

quella di Jacopo da Recanati,

lo studioso matto e disperatissimo,

quella di Silvia e delle sue sorelle

nella sera del dì di festa,

o Demetra e Cerere,

quelle del forno biologico di Avola antica

che sforna biscotti consistenti alle mandorle e alle noci,

nonché crostate alla marmellata di mirtilli trentini

o torte alla crema di ricotta di pecorelle smarrite

da redimere nel bordello di via del Campo,

o Gea e Persefone,

quelle della campagna etnea e del Vulcano mai domo,

quelle che vanno in giro

per farsi rapire dai soliti rapitori irsuti,

così dicono i soliti misogini della tivvù cavalleresca

e dei giornali del mitico capitan codardo,

o Madre,

salve o mia regina,

dammi sempre la forza e l’estro

di essere un buon contadino,

di essere un bravo sacerdote,

di essere un Sommo Poeta come Quinto Orazio Flacco,

un grande uomo

che ha il coraggio delle sue parole,

un modesto uomo

che segue Giovanni nell’elogio del Verbo,

Giogiò l’annunciatore e l’apocalittico,

il vate che ha la forza del suo flatus vocis,

che adora il suono del sottofondo osceno delle galassie,

che annuncia l’entropia dell’universo

che si espande

e che non cade mai,

il giornalista che predica il disordine scostumato

che sta consumando la forza

impressa in illo tempore agli atomi dalla Parola,

che mischia l’energia dei venti della rosa

tra nord e nordest non è tramontana e non è Grecale,

non è Scirocco e non è Libeccio,

ma è il vento giusto che porta giusto e diretto

dalla Rosy,

dalla Maru,

dalla Margherita,

dalla Bepa,

dalla Nanà,

dallo spazio celeste all’aldilà altrettanto celeste,

indorato dalla rigenerazione cellulare,

segnato dalla lotta contro l’invecchiamento

secondo il patto con il diavolo

di vivere di più in un corpo giovane,

con un salto di prima qualità

attraverso quelle cellule staminali

che mi riprogrammerò sulle singole cellule già fatte,

già fatte e rifatte,

le cura tumori,

i grimaldelli di dio,

quel dio che ci dà il nostro pane quotidiano,

ci redime dai debiti

come le banche defunte con tutti i bancari,

i raccomandati di una volta,

di dà la vita eterna

e un sonoro così sia

al posto di un blasfemo vaffancucchio.

E nel frattempo?

Intanto un vecchio è allo specchio,

seduto su un secchio sul suo lungomare

e attende lo sticchio di una vecchia

seduta con spocchia su una secchia

mentre si spacchia a crepapelle

come una vacca che succhia la potta.

Signori,

si scende,

finalmente si scende davvero

da questo treno mezzo scuro e mezzo nero

al grido di “a ognuno il suo”

e “a chi la tocca, la tocca”,

secondo il nobile pensiero dell’umile Gervaso.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 04, 06, 2022

DORMIVEGLIA

Zia!

Dimmi, bambina.

Mi fai un gatto?

Non posso.

Pecché?

Perché sono una donna.

Le donne fanno i bambini

e le gatte fanno i gatti.

Zia!

Dimmi bambina.

Mi fai una gatta?

Zia,

Quand’ero pica dicevo Camon gande gande.

È vero, bambina.

Adesso come dici?

Camon gande gande.

Ricordi prima di andare a dormire.

Infanzia azzurra,

meravigliose parole sospese nella memoria.

Grandi camion pieni di puro istinto poetico,

natura.

Tu sei il mio camon gande gande

e, forse, anche un gatto.

Mi fai una gatta?

 

Sabina

 

Trento, 01, 07, 2022

 

LA GRATITUDINE

Il Tempo è prezioso quanto me stessa

che in questo momento mi vivo,

quanto l’attenzione generosa che ho sempre verso l’altro.

Con generosità dico anche di me:

una persona semplice nella mia evoluzione di donna,

una donna complessa nell’evoluzione della mia anima.

Nulla è più difficile di una prima lettura di sé e dell’altro.

Inseguo il tempo,

un tempo breve e frettoloso che amo,

che mi induce a fare tutto ciò che amo fare:

scrivere,

leggere,

vedere qualche amica,

fare un giro per i negozi,

fermarmi,

osservare la Natura.

Fare,

poi fare e ancora fare.

Troppi obblighi e pochi interessi veri.

Vorrei,

ma non posso

o, forse, è meglio dire

che non riesco a trovare l’energia

per vivere oltre quella stanchezza

che ristagna negli esseri che vivono per lavorare,

piuttosto che, più sanamente, lavorare per vivere.

Eppure sono felice e grata,

certa che arriverà di nuovo il tempo

in cui il Tempo e il suo dafare smetterà di inseguirmi,

lasciandomi godere di quella Vita che è la mia vera vita:

un dono per il quale sono grata a chi merita.

La gratitudine è la bellezza che in essa abita.

Intanto dormicchio dentro un un cassetto,

insieme al mio progetto di scrittura,

come i miei gatti in questa giornata di ordinaria calura.

Carmen Cappuccio

Siracusa, 10, 07, 2021

TANTI AUGURI

Oggi nel cielo c’è qualcosa di nuovo,

anzi d’antico,

piena è la luce in questo austero rimasuglio siracusano di Aretusa,

dentro la sua fonte invasa dai morbidi ratti di Persefone,

in questo soggiorno coatto e di color amaranto

come la topolino di Paolo nel quarantasei.

Stanotte nel cielo spicca qualcosa di latteo,

splende il biancore tra le onde spumose di una Afrodite smaniosa,

brilla la costellazione di Orione con la sua clessidra di traverso,

illumina i desideri di Alfeo infranti come specchi ustori,

mostra le sue tre stelle lungo la linea retta

che da casa mia porta a casa tua,

di notte,

come la befana con le scarpe tutte rotte,

per ricordarti che il tempo è sabbia

che scivola e poi torna,

che tempus fugit

e non si arresta mai,

neanche per fare la pipì

come le donne di Ginettaggio,

il Bartali,

come le donne ancora di Paolo,

il Conte delle canzoni ardite e apparentemente jazz,

quelle che vanno liberamente a farsi fottere

tra grammatiche evanescenti e vocabolari inesistenti,

in mezzo al mar,

dove ci sono camin che fumano

o in Sud America

dove il divorzio si compra fuori dal motel

tra l’azzurro di un cielo sopra i piedi di un seminarista

in attesa di diventare papa,

non papà,

senza cadere nelle tentazioni della carne,

pascolo delle carni sublimate di maschi e femmine

nei corpi spirituali e androgini di gente votata all’inumano,

a varcare il confine che dall’Ucraina porta in Russia

in questo rimando guerresco di barbariche invasioni.

Ah, questi preti non sposati!

Vade retro Satana,

non tentare e non tentarmi!

Ah Martin Lutero,

monaco fratacchione di Agostino,

tu prete e lei preta,

insieme una splendida costellazione dentro la clessidra del solito Orione.

Volevo dirti

che confido nella suggestione delle stelle,

lontane come la casa avita lasciata in giovinezza

dietro la valigia in pelle della premiata ditta “bridge”

e a cui si torna per sentirsi quieti dopo la tempesta della Lega,

dopo aver portato il vocabolario e la grammatica

ai servi della gleba del conte di Collalto e di Brandolini.

Sei quieto?

Sei felice?

Lo spero ed è il mio augurio.

Non sono quieto,

non sono felice.

Da un mese ormai il vecchio Pietro non sculetta i suoi cingotti

agli occhi attenti delle signore e delle signorine.

Aveva un milione di globuli rossi,

gli altri cinque li aveva regalati alla sfiga

con la sua esistenza felice consumata nel vallone ameno

dove Anapo si intrattiene con Aretusa

lasciando i fazzolettini bagnati di sperma

nella stradina del signor Vallone

che tanto s’incazza di fronte a tanta vanagloria,

a tanta cornucopia del Genio della Specie.

C’est la vie,

mi dice al cellulare Juliette

con il suo canzonare nel solfeggio di un cazzeggio.

E poi la terra è fertile,

il pane è quotidiano,

qualche buon libro prima di dormire non serve,

gli amici non sono fidati,

le allegre compagnie si svendono con una bottiglia di Nero d’Avola,

la famiglia riscalda il cuore di chi non c’è.

La mia esistenza mi è cara e,

sebbene non conosco dei miei giorni futuri,

so che dove vivo il vento profuma,

sconvolge i capelli acuminati di idee della mia donna.

Occupo pienamente lo spazio dell’eterno presente,

mi chiamo Salvatore,

faccio sentire la mia voce in mezzo alla grassa folla,

scarna di progetti in questi anni nuovi

piegati dall’arbitrarietà della Natura.

Io sono un grillo parlante,

non importa se qualcuno lancerà il suo martello,

racconto sempre per il mio conforto,

scrivo per virtù,

riscrivo per metodo.

In questo mondo rurale niente sembra vero,

tranne me.

Alzo il calice,

bevo con me,

ai miei 75 anni.

Sava

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2022

ELOGIO ALLA MENOPAUSA

Carissimo, vecchio amico mio,
di recente hai pubblicato sul tuo blog un articolo sulla menopausa, che, senza offesa ma senza giri di parole, reputo offensivo per la femminilità di ogni donna, mediocre, impreciso, disinformativo e purtroppo, ahimè si quoque tu Salve, legato ad una visione altamente misogina ed antiquata dell’universo femminile.
Inizierei, come sempre nella nostra visione occidentale della realtà, dai nostri carissimi/odiatissimi Greci.
Il termine menopausa deriva dal greco e significa letteralmente cessazione del mese ovvero interruzione di quell’appuntamento mensile che accompagna ogni donna per mediamente 40 anni della sua esistenza.
Il termine climaterio deriva sempre dal greco e significa propriamente gradino, denotando l’accezione negativa di un ostacolo, un intoppo nella vita riproduttiva che porta ad una scalinata discendente verso un’inesorabile vecchiaia.
È evidente che un tale approccio semantico e semiologico ci conduce ad una visione aspramente maschilista e retrograda di questa fase del percorso biopsicofisico della donna.
Potremmo aspettarci altro da una cultura che riconosce, tollera ed inneggia all’amore omoerotico verso giovanetti e corifei del simposio, ma reclude la donna nei ginecei affidandole la mera funzione di essere dotato di utero dove contenere il seme maschile per fini gestazionali?
La donna nella sua potenza e pericolosità sessuale è da evitare o da emarginare nei boschi, nei riti dionisiaci, dove appunto si perde la misura ed il controllo. Quale peggiore condizione per l’archetipo di uomo razionale, che permane fino alla contemporaneità, della perdita del controllo e della virtù?
Non andò, di sicuro, meglio a noi donne in epoca romana imperiale quando era addirittura proibito l’aborto e veniva dato un premio alle donne più prolifiche. Tralasciamo l’epoca buia del Medioevo dove il connubio donna/ peccato divenne cavallo di battaglia della Chiesa e irreprensibilmente perseguito e represso dalla Santa Inquisizione nei processi e nei roghi a povere donne colpevoli soltanto di non essere povere ma insolentemente ed istintivamente ricche di intelligenza ed esperte di natura e medicina rudimentale ma empirica.
E che dire dell’Ebraismo e dell’Islamismo che vietano, nelle declinazioni più ortodosse, anche la mera stretta di mano con una donna perché potrebbe essere mestruata e quindi impura al pari della carne suina?
Ma non siamo stati certamente più evoluti o meno fondamentalisti noi cristiani, se negli anni 40 nella mia natia campagna veneta le mie nonne dopo i parti venivano sottoposte all’umiliazione della benedizione purificatrice davanti alla chiesa, tassativamente fuori l’edificio sacro, prima di essere ricondotte ed ammesse all’interno al cospetto di Dio.
E che dire della tua affascinante e mistica Sicilia, ricca più di Sante che di stelle, dove il sangue verginale dei corredi candidi matrimoniali veniva esposto sui balconi di buon mattino come le reliquie di qualche martire sugli altari barocchi inebrianti d’incenso alla folla adorante.
Ma, allora, se un evento tanto pericoloso, immondo e impuro come il sanguinamento mestruale ad un certo momento cessa, si dissolve, si autoelimina dovremmo esultare e gioire di euforia. Invece…..
Invece eccoci qui catalogate come vecchie, acide, appesantite, depresse lunatiche, incapaci di deporre uova, ma nemmeno assunte al rango consolatorio di un buon brodo, come recita il noto ed antico adagio.
Noi siamo in quanto femmine della Specie umana meno degne di rispetto di una gallina.
Analizzerei la questione da un aspetto meramente biologico. Da questo punto di vista ci soccorre la pragmatica lingua tedesca. Qui il termine menopausa viene indicato “Wechseljahre”, che letteralmente si traduce in anni del cambiamento.
Biologicamente ci troviamo difronte ad un cambiamento ormonale.

Punto e basta.
Non mi addentrerei in elucubrazioni mediche e scientifiche perché la natura abbia deciso così. D’altra parte la nostra ricerca medico/scientifica dai suoi albori fino ad oggi è stata diretta e dettata da medici maschi, ginecologi maschi che, udite udite, non sanno nemmeno definire, inquadrare e spiegare, nè dal punto di vista anatomico, nè dal punto di vista funzionale l’oggetto misterioso della nostra storia evolutiva.

Cos’è?

Non ci arriverai mai nemmeno tu, mio caro psicoanalista freudiano.
E come potresti amico mio…..

Ti hanno plasmato le teorie di un signore ebreo viennese che ha impostato tutto su un fallo e tutto diventa determinante, commisurato e rapportato alla differenza tra averlo o non averlo.
Non avendolo noi donne a cosa siamo destinate?

A desiderarne uno?????
Ma quando mai!!!!!!

E’ la solita vecchia storiella resa un po più piccante per inserirci nel solito millenario schema: fare figli!!!!
L’oggetto misterioso non identificato è il clitoride!
Non ci crederai, ma esiste una società Svizzera che in cooperazione con ginecologi di mezza Europa ha analizzato e catalogato migliaia di clitoridi per giungere a faustissime conclusioni. Premetto che sono stati costruiti dei modelli anatomici 3D in gomma per permettere ai ginecologi di colmare le evidenti lacune degli ultimi secoli.
So di scardinare le tue certezze, tu abituato a ragionare tra il primitivo/primordiale orgasmo clitorideo e il più maturo ed evoluto orgasmo vaginale, (che per raggiungerlo guarda caso serve un membro maschile).

Lo sai che un clitoride ha più terminazioni nervose di un fallo, che è mediamente lungo 10-12 cm, che non ha tempi refrattari?

Se vogliamo ragionare per paragoni, ammetterai che paragoni non ghe n’è!
(ringrazio il lockdown per le serate passate davanti alle tele guardando meravigliosi documentari tedeschi, che la benpensante e cattolica Italia trasmetterebbe forse alle 3 del mattino, facendo crollare comunque gli ascolti).
Caro Freud, anche tu quanto maschilista sei stato, ovvio d’altronde eri ebreo, quindi discendente di una donna nata da una costola di un uomo, punita per l’oltraggio del voler sapere, guarda caso, con il dolore del parto.
Uguale quale strada prendiamo…..
Ecco qui il solito tema spinoso: la procreazione.
Ma perc tra tutte le specie viventi, almeno sulla Terra, solo noi femmine umane, con le scimpanzé e le balene, andiamo in menopausa?
C’è stato di sicuro qualche inghippo nella nostra storia evolutiva.
Non da ultimo si era pensato alla teoria della nonna: le donne avrebbero cessato di essere fertili per prendersi cura dei cuccioli del branco, assumendo una funzione di protezione, crescita ed educazione dei piccoli, lasciando la funzione procreativa agli esemplari più giovani, con un patrimonio genetico per così dire “più fresco”.
Orbene secondo una recente e coraggiosa ricerca canadese la colpa sarebbe solo di voi maschi.
Non trovando alcuna spiegazione biologica soddisfacente per l’incepparsi del nostro equilibrio ormonale, questi ricercatori hanno supposto un adattamento evolutivo ad un impulso antropologico. La teoria della nonna, infatti, cozza contro un principio fondamentale della conservazione della specie, selezionando geni che portano alla sterilità della menopausa, anziché garantire la fertilità al maggior numero di femmine possibile e indipendentemente dalla loro età.
I ricercatori hanno capovolto i parametri della questione supponendo non che la menopausa abbia portato le donne meno giovani all’impossibilità di procreare, ma che la mancanza di accoppiamenti abbia favorito l’insorgere della menopausa. La mancata riproduzione delle donne meno giovani sarebbe stata dettata dalla preferenza dei maschi di accoppiarsi con le donne più giovani. Quindi non tiriamo in ballo la selezione naturale, ma semplicemente è stata FORSE allora come oggi una scelta del maschio.
Uguale da che prospettiva analizziamo la questione, la menopausa resta un rompicapo biologico, evolutivo e antropologico.
Non scopriremo mai cosa sarebbe avvenuto se le donne più anziane avessero deciso di riprodursi con maschi più giovani.
Ma dagli albori dell’umanità ad oggi rimaniamo comunque ostaggi di un postulato errato ovvero accoppiamento = procreazione.
Forse ora sono maturi i tempi per una nuova equazione: accoppiamento= piacere, almeno alla nostra latitudine. Nell’altra meta del mondo, infatti, continuano le mutilazioni genitali e i corpi nascosti dai burqa.
Ma ritorniamo al nostro punto di partenza, caro Salvo.
In primis, cari maschi, chiaritevi le idee e stipulate un trattato di pace con le nostre mestruazioni: per metà della nostra vita ci deridete per la sindrome premestruale e per le Rosse e per l’altra metà ci condannate all’indifferenza perché non le abbiamo più.
Con la menopausa perdiamo semplicemente la possibilità di procreare. Ma restiamo donne affascinanti, intelligenti, travolgenti e libere tremendamente e follemente libere, ma soprattutto diventiamo potenti, molto potenti.
Non siamo più sottomesse al vincolo procreativo, possiamo decidere come quando e perché fare l’amore semplicemente per piacere.
Diventiamo sagge, estremamente sagge, perché il cambiamento fisico e psichico ci tempra, rafforza e ci fa diventare più consapevoli e padrone di noi stesse. Non dobbiamo più scendere nell’agone per accaparrarci l’uomo con le caratteristiche genetiche migliori…..lasciamolo pure alle più giovani. Vogliamo un uomo forte e meraviglioso con un cuore, un’anima e un cervello che sappia amare le nostre rughe, i nostri silenzi, il nostro sorriso, i nostri capelli argento, che ti comunico non tingo orgogliosamente più. Abbiano una forza magnetica potentissima, siamo Medea, Medusa, la Sirena, l‘Amazzone, la Sibilla, la Baccante, la Curandera, la Sciamana, la Strega.
Non è il potere consolatorio e ovattato del matriarcato che presuppone comunque una visione esclusivamente materna di noi donne.
E, se voi uomini non ci guardate più o se non ci odorate più perché ora abbiamo ormoni più simili ai vostri, noi non ci abbattiamo…..non necessariamente ci serve un fallo….. A voi la natura lascia gli spermatozoi, ma il vostro pene non sempre vi obbedisce e latita. Noi abbiamo un mondo tutto da scoprire con o senza di voi….. La natura ci toglie la riserva ovarica, ma ci lascia il clitoride!!!

P. S. Quanto al cervello, ne siamo dotati entrambi, maschi e femmine, teniamolo in allenamento amico mio:-)

Con affetto un’amica in premenopausa senza istruzioni d’uso.

Margherita Leone Grieco

UN CIELO ROSA ANTICO

E’ una vera fortuna, uscire ed avere un parco di fronte casa.

L’ho sempre pensato ma, ora come ora, lo apprezzo sempre di più.

Uno degli svaghi ancora concessi a noi abitanti di Monaco di Baviera è di visitare un po’ di natura in solitudine, forse per accettarci che, nonostante tutto, sta fiorendo una frizzante e variopinta primavera.

Era però quel giorno, di cui voglio raccontare, più simile a un autunno. Il colore del cielo era tra l’azzurro chiaro ed il grigio e soffiava un vento che ricordava quello cantato dai poeti antichi, carico di significati.

Quel giorno ho percorso tutte le colline in salita e contro vento.

D’un tratto, ho ricordato uno degli ultimi giorni di libertà da quei pensieri che, adesso, sono ospiti indesiderati della nostra mente. Mi trovavo anche quel giorno lontano da sola, alla “Alte Pinakothek”, circondata dall’ingegno e dal delirio di splendidi artisti, conosciuti e non. Mi sono tornate in mente quelle tele romantiche che rappresentavano una natura nordica, dai colori per lo più cupi, con solo pochi sprazzi di luce che illuminavano qualche angolo di cielo. Il colore degli alberi sempre verdi era intenso, forse si preparava una tempesta, o forse no.

Ho sempre trovato quei quadri affascinanti, forse perché rappresentano una natura tanto distante da quella a cui sono abituata, fatta di zagare e fichi d’india. O forse perché mi sono sempre chiesta cosa vi fosse nell’animo dell’artista, quali inquietudini celasse il suo cuore, mentre spennellava un paesaggio che non poteva che esserne lo specchio. Quel giorno, tra il vento e il cielo grigio, forse ho compreso quelle inquietudini, quei timori.

Mi sono recata, infine, in un angolo che gli abitanti definiscono prodigioso: una distesa di alberi di ciliegio che provoca dimenticanza. Alzo lo sguardo e, su di me, vedo solo un cielo rosa antico.

Anche il vento si era calmato.

Bruna

Monaco di Baviera, domenica 29 del mese di marzo dell’anno 2020