WOW

Diceva wow,

ma wow non era una parola,

era un verso d’animale.

Non credo lo immaginasse,

lo stridore era solo dentro di me,

un gesso sulla lavagna,

la nausea che si fa strada nel lindore dell’infanzia.

Nel frattempo, ho perduto l’innocenza,

non quella racchiusa nella stretta delle cosce,

no.

Ho solo avuto un paio d’occhi estranei in prestito

e questa è la vita.

Occhi in prestito.

Ed è ancora Natale, pensa.

Pensa con gli occhi veri, i tuoi.



Sabina



Trento 24, 12, 2023

PILLOLE DI VITA

Acetamol,

paracetamolo,

tachipirina non di marca,

degna di un ex proletario

che adesso se la gode in quel di Guascogna,

500 mg di veleno

per un corpo contestato e non vaccinato a suo tempo,

con Gianna che reclama il mio amore

e io che non riesco a dire bagliola o amore mio

a questo peluche di una cagnetta

che deve fare pipì tre volte al giorno

e cacca alla bisogna,

tutta quella che vuole e dove vuole,

in tre ettari di terreno, sine die e nisi obmolumenta,

anche sul parabrezza di questa station wagon

che è mezza marcia e mezza rossa,

una carcassa del ‘68 ad ampio uso e disuso,

una al mattino,

una a mezzodì,

una la sera.

O madonna del natale,

tu che insegni la sacralità del parto

e la mortalità dei bambini mai nati,

quelli che volevano e non potevano.

Ci sarà in questo ospedale dei poveri

un santo Raffaele che gradisce

e percepisce duemila e ottocento sesterzi

per curare i testicoli erniosi di Tersite.



Salvatore Vallone



25/ 12/ 2023 in quel di Karancino, giardino degli aranci.

DICE FERNANDO

Il poeta è un fingitore,

un vasaio di Creta da argilla giallastra,

un Demiurgo di Atene e di prima qualità,

come le macellerie di una volta nello scoglio di Ortigia,

quelle dei fratelli Giudice,

gli ucceri,

gli uccisori di vacche magre anche in tempi grassi,

comprate a Cremona dai fratelli Balzarini

insieme al cioccolato alle nocciole con il burro.

Il poeta è un plasmatore di verità iperuraniche,

tutta quella roba che sta al di là del culo di Ouranos,

tutta sganga da vulcanizzare per il gran premio di Monza

come le gomme della Michelin,

della Brigestone,

della Pirelli.

Il poeta è uno sfruttatore di quelle verità sincere

che stanno al di là del Cielo stellato,

tra Gea e Urano

tra la Madre e il Padre,

tra la Madre e il figlio.

Il poeta è un crumiro di quelle verità

che corrono nel Cosmo così vasto

e buono soltanto da immaginare,

negli spazi interstellari così cari a Franco il battezzato,

la dove l’universo ubbidisce all’Amore,

a Francuzzu u cantanti buddista

che con la musica leggera ci faceva u broru per la pasta.

Il poeta è un cantastorie,

un trovatore,

un vate,

un emerito coglione senza le palle di vetro

che a Natale si appendono sulle porte delle nonne in calore.

Io sono Fernando,

mi chiamo Firnendo,

mi sento Fefè,

vado in giro per le strade di Lisbona antigua

con affettata noncuranza portoghese

alla ricerca del testosterone smarrito nei bordelli

dei romanzi degli scrittori sudamericani,

Marquez & Sepulveda & Borges & Cortazar

e ci metto anche u miricanu Charles Bukowski.

Io non sono un poeta.

Io sono un Maestro con la m minuscola.

Io sono un morto di fame con la m maiuscola,

vivo in un paese ricco di supermercati

stracarichi di imballaggi e di cartoni,

vado in mare inquinato e faccio il bagno fetido,

mi sdraio su un vasto posacenere portacicche

insieme a miei dissimili che detesto,

che aborro,

che ignoro da buon autistico.

E’ bello essere autistico,

è buono chiudere le porte e le finestre,

come le monadi del grande Leibniz,

dopo avere visto in faccia la morte,

nella faccia di un grembo freezer,

nella faccia di un padre ignoto,

è giusto essere autistico

perché a me non piacciono i caramba,

la pula,

la finanza,

i vigili inurbani inesistenti,

tutta gente vestita dai Dolci dei voltagabbana

con divise irripetibili e inimmaginabili.

A me non piace più vivere tra questa brutta gente,

orrenda e orribile come la fame di marzo e di aprile

ai tempi del colera e del corona.

Meglio una birra solitaria nel pub del 69.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 06, 2022

A MILANO

A Milano non crescono i cardi,

i cardi mariani in onore della Madonna nera,

tanto meno i cardi silvestri in odore di rose rosse,

drupacee vespertine e asteracee maioline,

rampicanti e rampanti come i lumbard sui grattacieli di vetro

della benemerita ditta Pamela & Lisa di Conegliano veneto,

i cardoni non abitano in qualche attico sopraffino di vip e controvip

pagato da altri come se niente fudesse al culo,

tutta gente di merda o gente di classe

che ostenta augelli maldestri alle tose in calore

e scassa le balle oneste dei poveri pescatori di frodo nell’Adda,

quelli che nell’esodo festoso di luglio

gustano già gli effetti malefici del controesodo infausto di giugno.

Dammi una crianza, o benemerita pulzella di Orleans!

Dammi e dimmi balle sgarrupate, o statuetta di gesso che piangi!

Dammi quel beneplacito assurdo di pentobarbital,

una fialetta al giorno per essere un Mitridate,

un re bafè, biscotto e minè,

che aveva una figlia bafiglia, biscotta e miniglia,

innamorata di un bavoso, fetoso, biscotto e minoso.

Oppure favoriscimi le tre fialette che ho firmato per Red,

il gatto rosso,

per Pietro primo,

il piccolo selvatico

che non ho capito che stava male

e non l’ho afferrato di forza

per portarlo dalle care e dai cari dottori.

La dottoressa mi disse candidamente:

la prima rilassa,

la seconda ottunde,

la terza ammazza.

Cazzo e stracazzo!

Tutti e tutto in culo, porca paletta!

Red, adesso, abita da me,

in un monumento barocco di pietra bianca di Noto

che ho edificato per la vittima ignota del coronavirus,

la persona felina più bella del mondo,

Red,

Pietro primo il piccolo.

Lugete Veneres Cupidinesque,

come ho pianto io

in quel giorno di tanta malora,

di stravento e di naufragio.

A barca rotta ogni vento è ostile.

A Milano non crescono le lattughine e i fiori di zucca,

non crescono i lampascioni e la valerianella,

crescono soltanto candele di sego e di formentone

per ricordare il Natale degli umili e dei giusti,

la nascita dei vespri siciliani

e dei cardoni amari della betulla,

per onorare il lutto di Natale e di Pasqua,

la piccola vita svanita nel nulla

di un arrivo previsto e mai pervenuto,

i mai nati ma nati,

i vissuti mai adeguatamente.

Onde di luce,

candele accese nei borghi della metropoli

e nelle contrade dello spazzacamino,

il povero lavoratore del fumo che non feconda,

non scopa la fuligine,

non pulisce la ragnatela,

non fuligina e non fulighia,

come Tonino il carpentiere

che non ha più i ferri del mestiere

ed è costretto alla sua cassintegrazione,

a farsi una sega, insomma.

E così le donne felici ristagnano a braccia vuote

con una perdita difficile da elaborare,

neanche con una nuova formidabile gravidanza,

neanche dal più costoso degli psicoanalisti freudiani e non.

Ma queste son tutte cazzate,

sono solo canzonette smunte da minchie e da tette.

A Milano ci sono le ville del popolo,

le case sospese sull’arcobaleno a equo canone,

le case di Giufà e di Barbazucon,

le case dei casini e dei tiramisù,

le dimore che echeggiano di odori osceni,

quelli della povera gente berluscata

che veniva dal Sud con il treno del Sud.

Oh, brutta razza di minchioni!

Oh, emerite teste di cazzumst!

A Milano crescono soltanto i trunzi re brocculi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 06, 2022

CIAO FERNANDO

Ciao Fernando,

oggi mi sento triste e completamente assente.

Mi sento estranea a me stessa

e sto cercando con questa lettera

un punto d’incontro tra la me stessa esterna e la me stessa interna.

La cosa è difficile,

tremendamente difficile.

Significherebbe la risoluzione della schizofrenia,

la guarigione da un male oscuro,

uno dei tanti mali oscuri,

ammesso e non concesso che la scissione sia una malattia.

Mi hanno detto

che star bene significa impegnarsi e fare le cose.

Allora dovrei star bene

perché partecipo alle attività del Centro diurno dei matti

e a casa mi do da fare anche se in maniera fantasiosa,

il solito mio modo creativo,

quello che alla lunga mi ha fottuto.

E invece non sto bene,

non sto per niente bene, porca paletta.

Ma se non mi ritrovo,

dove sono andata allora?

Dove sono andata a finire?

Perché ci deve essere sempre questa distinzione tra interno ed esterno

per essere normali e soprattutto per stare bene?

E allora perché quando sono completamente esterna,

come in questo periodo,

mi sento triste

e sento che mi manca qualcosa,

sento che mi manca una me stessa,

una partecipazione emotiva,

un coinvolgimento?

E perché quando sono completamente interna,

come in altri periodi,

sto male

e non riesco più a partecipare alla vita di tutti i giorni?

Dove sta la modulazione?

Dove sta la via di mezzo?

Dove sta l’equilibrio?

Dove sta l’incastro?

Dove si può trovare?

Si compra?

Si impara?

Si capisce?

Si sente?

Si sente dove?

Sono forse i farmaci che te lo danno?

Io, di certo, no!

Io non riesco a trovarlo e tanto meno a darmelo.

Non so,

non so proprio.

Mi sento triste

perché tutto è come un battito d’ali di farfalla

e niente si ferma,

niente si fa sentire

come vera partecipazione di una me stessa,

una me stessa qualsiasi,

in tutte le cose che faccio.

Forse m’incasino la vita per niente.

In fondo, se non fosse per questi momenti di tristezza,

le cose andrebbero abbastanza bene.

Se non fosse per questi momenti di tristezza,

non potrei dire che mi sento triste.

Meno male,

perché almeno un pochino mi sento,

almeno un pochino sono viva.

Eppure a volte le distanze si fanno enormi

e quasi mi spaventano.

Mi spaventa l’assenza,

la mia assenza

o meglio l’assenza di una parte di me.

Può spaventare l’assenza di chi va in ferie e ti lascia sola?

Forse questa non spaventa affatto,

ma rende soltanto tristi e malinconici.

Forse è normale sentirsi così.

Magari non va bene

essere troppo in contatto con se stessi

perché si perdono delle occasioni,

le occasioni di stare con gli altri,

di viverla questa vita

per quanto a volte possa sembrare piatta e superficiale.

Tutto questo non mi piace,

Fernando,

non mi piace affatto.

Mi è molto difficile scegliere,

visto che in certi momenti ho la fortuna e la disgrazia di scegliere.

Mi è difficile scegliere

quella che chiamano la salute mentale.

In certi momenti preferisco rifugiarmi nella malattia

e questi momenti arrivano proprio quando sto meglio.

A volte preferisco rifugiarmi nei miei pensieri

per quanto a un certo punto il livello d’angoscia sale

e allora non penso più

e questo vuoto mentale mi spaventa.

Non so se la sensazione che ho alla testa

sia causata dal dormire male o dai farmaci,

ma di certo adesso penso troppo poco

e mi sento rallentata nel pensiero.

La fluidità che c’è,

invece,

quando non sto molto bene,

per quanto confusa o isterica,

questa fluidità mi riempie

e allora mi sento

come quando ero incinta per la prima volta,

come quando aspettavo mia figlia.

Non mi sento sola

e le ore passano

perché i pensieri le fanno passare.

Invece adesso sono praticamente annegata nella banalità della vita

e, tutto sommato, ci si sta bene, sai.

Eppure mi sento triste,

non so esattamente perché a dire il vero,

ma mi sento triste,

profondamente triste.

La tristezza è l’unico contatto

che ho con la me stessa interna,

quella che abita dentro.

E quella che abita fuori,

la me stessa esterna,

che fine ha fatto?

Ma in quanti sono io?

Due, più di due, forse uno?

In quanti si deve essere?

In quanti siete voi?

Nei momenti in cui sono una soltanto

mi sento estremamente sola.

Nei momenti in cui sono due

mi sento meno sola.

Nei momenti in cui siamo tante

mi sento così e così.

Vedi,

oggi abbiamo fatto una riunione

con lo psichiatra e i familiari degli abitanti del Centro diurno

e queste due realtà,

unità sanitaria locale e famiglie dei matti,

mi sembravano distanti tra loro,

molto distanti,

quasi senza possibilità di alcun collegamento.

Io so già che sarò,

se tutto va per il meglio,

per metà giornata Unità sanitaria locale

e per l’altra metà Cooperativa di famiglie infelici.

Ci dovrebbe essere una complementarità,

ma non c’è

o meglio io non riesco a trovarla.

E poi le attività non dovrebbero essere negli stesi orari,

perché creano il conflitto di scegliere.

Credi forse che non mi piacerebbe far pallavolo?

Certo che sì,

ma non posso

perché è nell’orario della seduta di gruppo.

Mi sono presa quest’impegno

e non posso prendermi altri impegni.

Io non ho il dono dell’ubiquità

e la capacità di scegliere mi manca da sempre,

altrimenti non sarei in questo stato di ebete.

Mi sembra che in questa guerra

o in questo quello che è

mi devo schierare e,

piuttosto di farlo,

mi faccio in due, in tre e anche in tante.

Forse non è una guerra,

manca soltanto la comunicazione

e questa è una realtà,

la vera realtà.

Certi segnali purtroppo li leggo

e non vorrei.

Alcuni operatori del centro sono un po’ ostili

e io non vorrei perché mi sento in colpa.

Mi chiedo in che cosa ho sbagliato

e mi tormento

e dopo mi massacro.

E allora mi faccio in tanti pezzi,

piccole parti di me che funzionano ovunque io sono.

Ma io,

io nel mio complesso,

dove sono andata?

Dove mi attesto?

Dove consisto?

Chissà!

Forse dovrei starmene zitta

e non parlare mai,

ma, anche se non parlo,

è sempre così che funziona,

chi sta sopra di me fa di tutto

per far funzionare le cose a modo proprio

e così io non valgo un fico secco neanche a Natale.

E io?

Io mi do da fare,

vado avanti

e tutto il resto lo lascio stare.

E io faccio i bigliettini di auguri

e tutto il resto lo lascio stare,

io faccio il regalo di Natale

e tutto il resto lo lascio stare,

io scrivo nel giornalino “Penso positivo”

e allora penso anche positivo

e tutto il resto lo lascio stare.

Però sai una cosa, mio caro Fernando?

Mi sento triste e amareggiata lo stesso,

ma non fa niente,

lascio stare anche questo,

fumiamoci sopra una sigaretta

e tutto il resto lo lascio stare,

anzi lo lasciamo stare

visto che non sono da sola.

Scusami

se ancora una volta ti ho travolto con le mie paranoie,

ma è che mi sentivo triste

e mi sono partite tutte queste cose,

non so da dove,

visto che avevo la sensazione di vuoto alla testa.

Forse sono partite dalla penna,

forse sono partite dalla mano,

forse sono partite da chissà.

E allora?

Allora tutto il resto lo lasciamo stare.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, (TV), 20, aprile, 1992

MISTURA

La sera fresca bruiva con le sue parole tiepide,

parole fuggitive fruite in forma di commiato lacrimoso

in questa strana primavera di Libeccio bellico

che è veramente un primo tempo alla francese,

printemps a rien ne va plus jamais,

in questa sera operosa del dì di festa

vissuta alla finestra del cortile antico di Alfred,

consunta in famiglia tra le Asteracee,

il cardo minore,

buono per il cuore,

il cardo saettone,

buono per il fegato,

il cardo dentellato,

buono per lo stomaco,

il cardo rosso,

buono per il sangue,

il carduus siculus,

buono per tutte le stagioni,

nonché il cardo mariano,

buono per i miracoli,

bollito prima che il frutto si esalti nel fiore,

il fiore blu come la rosa di Michele,

l’oggetto del mistero innamorato dell’impossibile.

E’ tutto all’incontrario in questa sera rusticana

trascorsa con solerte cavalleria sicula

insieme alla bella e procace Lola

e al magico e terrestre compare Turiddru,

senza il solito cornuto di don Alfio

sullo schermo lucido di serale follia,

senza essere necessariamente soli sopra questa terra,

tanto meno trafitti dai raggi obliqui del sole saputello

anche se la sera puttana arriva sempre subito

e in qualsiasi strabenedetta stagione.

Joe lo sa

e canta a squarciagola da uno sgangherato grammofono

per i poveri nel corpo e i senza spirito della via Resalibera.

Era Natale,

il giorno della carne bollita con le polpettine di nonna Tita,

l’occasionale rinascita dei furori ardenti ed eroici

per quello squarcio cosmico di miseria antica e disonesta

che si spaccava fino al quartiere degli Ebrei.

C’era la guerra,

c’era la pace,

c’erano la guerra e la pace,

c’eravamo noi,

i figli del conte e del marchese,

gli eredi dei Gargallo e dei Pupillo,

io e te ignoti a noi stessi e ai nostri simili o affini,

tra un ballo lento e un twist scatenato,

tu che finivi sul divano per eccesso di foga,

la giovanile irruenza di chi nulla si aspetta dalla vita

e tutto pretende dagli altri,

quei simili dissimili e quasi identici.

Beatrice era di Dante,

Laura era di Francesco,

Fiammetta era di Giovanni.

Restava Lucia per ogni evenienza umana e inumana

in questa guerra disumana tra poveri bottoni

da espiantare dalla logora giacchetta della domenica,

per giocarli in quel gratta e vinci degli esperti kamikaze.

Ma Lucia era di Lorenzo il fesso,

era una sposa promessa,

era in piena peste all’italiana

tra virologi e giornalisti,

tra politici e papponi,

tra monatti e untori,

era nel Lazzaretto delle mie brame,

era nel più squallido reame di Gianbattista

in via del Corso e del Ricorso storico

a perpetuare la specie e la stirpe

in questa domenica odorosa di manzo lesso

e di cardi amari come la sfiga latente

che ormai non si nasconde

e si manifesta come le parole del tuo sogno

quando al mattino mi racconti di te e dei tuoi tatuaggi.

Di te dicono nel giro che ci stai

e che fai tutte le cose previste nel codice dei cencelli,

il kamasutra degli arricchiti sotto gli occhi socialisti

di quella Milano da bere e da vomitare subito

a che più oltre l’Uomo vero non si metta.

Una notte da leone vale più di una messa

cantata sotto il Portico dipinto di Zenone e dei suoi seguaci,

sotto un sole greco che si taglia a spicchi

come il melone retato di questa laboriosa Pachino.

Domani è un altro giorno,

la sera che bruiva sarà già passata

anche tra i cipressi e i cipressetti

che dal cimitero vanno verso Floridia in un solo filare.

Domani si vedrà.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 20, 05, 2022

 

 

LA PENNA ROSSA E BLU

Buongiorno,

la ringrazio per il suo lavoro. Io tento di interpretare i miei sogni che ricordo quando ogni giorno mi sveglio. A volte mi sembra di non avere molti strumenti e mi sembra di voler far emergere sempre un significato ottimista, pur rendendomi conto che dovrei evitare un giudizio di valore e limitarmi a comprendere il significato di ciò che ho sognato.

TRAMA DEL SOGNO

Stanotte ho sognato che ero nella casa dei miei genitori e volevo fare sesso con un uomo. Lo facevamo sul letto della mia camera di adolescente e io godevo e poi lui veniva.

Pulivo lo sperma e mi rendevo conto che c’erano molte macchie sulle coperte e sui cuscini colorati. Le pulivo e poi mettevo tutto in lavatrice, sicura di nascondere ciò che avevo fatto a mia madre che appariva in lontananza mentre scendevo le scale. Avevo la consapevolezza che quello sperma fosse di mio fratello.

Il sogno poi cambia contesto.

Sono con i miei colleghi di lavoro e stiamo organizzando degli eventi per il giorno di Natale cui devono partecipare tutti. Questi eventi si svolgono in un luogo a me sconosciuto. Io non ho altri impegni per Natale, ma a un certo punto mi voglio defilare.

Mi ritrovo in un cerchio di persone, (appartenenti all’organizzazione che non è la mia, ma che coordina il progetto per cui lavoro), passo del tempo con loro, poi mi sento fuori luogo e me ne vado.

Nei giorni seguenti sono assegnata a un progetto coordinato da un mio collega (della mia organizzazione, che nella realtà è una persona ambigua, mi piace molto e mi sembra di essere ricambiata e che lui sia timido, ma non riesco bene a inquadrare che gioco faccia, sono diffidente), faccio un po’ di storie per alcune cose che non funzionano, ma poi sono soddisfatta della nostra collaborazione.

Scrivo alla mia azienda una mail con delle penne cancellabili rossa e blu (quelle che si usavano alle elementari, anche se è irreale scrivere una mail con la penna, le lettere e la scrittura in effetti sembrano appartenere ad un bambino), poi nell’aggiungere una seconda parte (questa volta scritta con la tastiera) la parte scritta a penna sparisce quasi tutta. Io continuo a scrivere la mail come se ci fosse quella parte, ma penso che forse è meglio che sia sparita.”

La ringrazio in anticipo.

Cari saluti da Luana

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Buongiorno,

la ringrazio per il suo lavoro. Io tento di interpretare i miei sogni che ricordo quando ogni giorno mi sveglio. A volte mi sembra di non avere molti strumenti e mi sembra di voler far emergere sempre un significato ottimista, pur rendendomi conto che dovrei evitare un giudizio di valore e limitarmi a comprendere il significato di ciò che ho sognato.”

Noi siamo i migliori interpreti dei nostri sogni quando abbiamo alle spalle una formazione e un allenamento psicoanalitici, quando ci diamo del tu con i simboli, quando sappiamo guardarci dentro senza censure e con spregiudicatezza. Comunque, preferiamo che sia un altro a cogliere il nucleo significativo del sogno, ma sappiamo all’ingrosso di che si tratta. Per capire l’arcano basta enucleare il simbolo portante, decodificarlo e coniugarlo con gli altri simboli. Il resto viene da sé e con l’aiuto della memoria. Chi ha tanto censurato la sua persona fa più fatica a ritrovarsi nei suoi prodotti psichici, ma chi ha dimestichezza con il suo mondo interiore riesce senza dubbio a percepirsi e a migliorarsi.

E per ovviare all’ignoranza dei simboli, consiglio di enuclearli e di scriverli nello spazio in alto a destra del blog, sezione “sogni interpretati”, e di leggere le interpretazioni dei sogni degli altri marinai che si sono prestati a essere filtrati e purificati dal lavoro gradevole e gratificante del sottoscritto.

Stanotte ho sognato che ero nella casa dei miei genitori e volevo fare sesso con un uomo. Lo facevamo sul letto della mia camera di adolescente e io godevo e poi lui veniva.”

Quando l’uomo con cui si fa sesso non si vede in faccia, trattasi quasi sempre della figura paterna e della “posizione psichica edipica”. La “camera di adolescente” attesta di un desiderio sessuale del periodo adolescenziale di Luana che trova nel padre il partner naturale e fascinoso. L’attrazione edipica è forte, così come forte è la “posizione genitale”, “io godevo e poi lui veniva”. La ragazzina ha sviluppato la conflittualità psichica, naturale e formativa, con i genitori, per evolversi a livello psicofisico mettendo insieme le pulsioni narcisistiche con le trasgressioni edipiche e con la sua vocazione di donna senza inibizioni e particolarmente facile all’eccitazione e al piacere. Riepilogo: desideri sessuali e pulsioni edipiche trovano il loro compimento naturale senza censure morali e sociali. Luana cresce e cresce bene, almeno per questo primo capoverso del sogno.

Pulivo lo sperma e mi rendevo conto che c’erano molte macchie sulle coperte e sui cuscini colorati. Le pulivo e poi mettevo tutto in lavatrice, sicura di nascondere ciò che avevo fatto a mia madre che appariva in lontananza mentre scendevo le scale. Avevo la consapevolezza che quello sperma fosse di mio fratello.”

Si sa che la norma evolutiva esige limiti e inibizioni per non cadere nell’onnipotenza del “fratturando”, (persona che tende a farsi male), per cui i sensi di colpa di Luana ci stanno benissimo e non come i cavoli a merenda. Le “molte macchie sulle coperte e sui cuscini colorati” rappresentano simbolicamente i sensi di colpa legati alla vitalità sessuale e alle fantasie erotiche. “Lo sperma” condensa la sessualità “genitale” e donativa, generosa verso se stessi e verso gli altri, il dono di madrenatura funzionale al piacere, la “libido” vissuta in relazione all’altro. “Pulivo” è il classico atto di “catarsi”, purificazione, del senso di colpa. Luana assolve il suo erotismo e la sua sessualità adolescenziale riferita al desiderio dell’altro e non vissuta in maniera solipsistica e narcisistica. La “madre” rappresenta la “censura” della vitalità erotica e sessuale, l’inibitrice della libido, ma in effetti è il “Super-Io” di Luana che impone limiti e censure nel vivere il proprio corpo e i suoi bisogni, le pulsioni e gli istinti. “Scendevo le scale” simboleggia la “materializzazione” e la fine della “sublimazione” sempre della “libido”. Luana è cresciuta e può gestire le sue “lavatrici” sia nelle fantasie, nei pensieri e nelle opere. “Avevo la consapevolezza” attesta della presa di coscienza e della “razionalizzazione” sempre della vita sessuale e della vitalità erotica. Luana è soggetto di diritto sessuale a tutti gli effetti e la sua sessualità è “genitale”, rivolta all’altro e investita sull’oggetto maschile, il “fratello”.

Il sogno poi cambia contesto.”

Può darsi, ma non sempre è così. Il sogno cambia simboli, “contesto”, pur sviluppando la stessa psicodinamica. Vediamo se questa regola vale anche per il sogno di Luana.

Sono con i miei colleghi di lavoro e stiamo organizzando degli eventi per il giorno di Natale cui devono partecipare tutti. Questi eventi si svolgono in un luogo a me sconosciuto. Io non ho altri impegni per Natale, ma a un certo punto mi voglio defilare.”

Luana ha le sue predilezioni per quanto riguarda gli uomini e le situazioni sociali, le persone e le relazioni. “Evento” sa di happening, sa di costruzione di una psicodinamica amorosa che esclude la folla e i convenevoli formali. “Natale” rappresenta la festa della famiglia e degli affetti collegati. Luana ha superato questa fase della sua esistenza e convivenza, è adulta e aspira a ben altre situazioni e combinazioni. “I colleghi di lavoro” rappresentano persone poco importanti e stimolanti per una donna in vena di vivere la sua libido e la sua sessualità con un uomo. Anche se in apparenza il “luogo è sconosciuto” e se “non ha altri impegni”, Luana si vuole defilare dall’anonimato per andare alla ricerca dell’eccitante e del proibito.

Mi ritrovo in un cerchio di persone, (appartenenti all’organizzazione che non è la mia, ma che coordina il progetto per cui lavoro), passo del tempo con loro, poi mi sento fuori luogo e me ne vado.”

Quante volte a Natale si pranza con i nostri cari e poi, espletato il rito o il dovere, si va a trovare l’amico o l’amica, la persona che ci intrippa e rende la giornata più intrigante ed eccitante. “Cerchio di persone”, “organizzazione che non è la mia, ma che coordina il progetto per cui lavoro” sono chiaramente la famiglia di provenienza da cui si esula al tempo giusto e di cui non si condivide tutto per poter essere anche innovatori. Devo andare, faccio gli auguri e vado a trovare la persona giusta per me: così dice Luana a se stessa in sogno e nella veglia. Dopo il dovere si passa al piacere.

Nei giorni seguenti sono assegnata a un progetto coordinato da un mio collega (della mia organizzazione, che nella realtà è una persona ambigua, mi piace molto e mi sembra di essere ricambiata e che lui sia timido, ma non riesco bene a inquadrare che gioco faccia, sono diffidente), faccio un po’ di storie per alcune cose che non funzionano, ma poi sono soddisfatta della nostra collaborazione.”

La “persona ambigua” è la stessa “parte” di Luana che trama per il godimento della sua persona e delle sue relazioni affettive, erotiche e sessuali. Luana seduce se stessa e traduce in sogno le sue arti magiche di conquista. Questo capoverso è un breve inno al narcisismo della protagonista, una donna complessa ma non complicata, una buona e brava attrice di se stessa e del suo copione preferito: la seduzione e i preamboli erotici. Si piace, è una falsa timida, è diffidente, le piace menare il gioco facendo finta di non capire.

Brava Luana!

Scrivo alla mia azienda una mail con delle penne cancellabili rossa e blu (quelle che si usavano alle elementari, anche se è irreale scrivere una mail con la penna, le lettere e la scrittura in effetti sembrano appartenere ad un bambino), poi nell’aggiungere una seconda parte (questa volta scritta con la tastiera) la parte scritta a penna sparisce quasi tutta. Io continuo a scrivere la mail come se ci fosse quella parte, ma penso che forse è meglio che sia sparita.”

Luana è adolescente e giovane donna allo stesso tempo. La simultaneità è permessa dalla psicodinamica onirica e dai meccanismi del sogno. E’ alle scuole elementari ed è davanti al suo computer di donna in carriera nell’azienda in cui lavora con tanto di colleghi e di intrallazzi erotici e amorosi, come si usa nei migliori Group del globo terracqueo. Ma Luana è cresciuta anche se mantiene dentro la sua adolescenza con tutte le ricchezze e i tormenti di quell’età. Nell’età adulta noi siamo il migliore precipitato psicofisico di quella avventura titanica, una psiche da bambina in un corpo di donna. A questo punto è meglio che Luana si ricomponga nella persona adulta che ama e cura la sua bambina dentro, che non disdegna e non dimentica, che sa oscillare nel tempo con la grazia e la delicatezza di una mail scritta con la “penna cancellabile rossa e blu”.

L’interpretazione è finita e si può essere fieri di questo vitale travaglio.