DIALOGO DI UN CONTASTORIE E DI UN SECONDO PASSEGGERE

Panta rei,
mio caro Eraclito,
in questa strambata evolutiva di un divenire eterno
che attanaglia le ossa
come la salsedine saporita del lungomare di Ortigia,
come la ruggine inesorabile delle sue vetuste ringhiere,
come le giravolte dei tanti amplessi del principe di Lampedusa
consumati sotto il sole instancabile di un triste matrimonio combinato
o nel fertile bordello di Palermo,
in via delle Vergini,
al numero civico 88,
dove lo scolo e la sifilide sono sempre sottocosto,
sarà poi vero
che tutto scorre dentro e fuori del Tutto eterno,
nei nostri corpi eccelsi,
nei nostri volti silvani,
tra gli ultimi degli ultimi,
nell’anima buona che suona novella,
nella favola bella che ieri c’illuse
e che oggi ci illude?
Sarà vera la parabola dei talenti?
Dammi dieci e ti darò un ventino?
Oppure tutto è come prima e magari peggio di prima,
tutto si ripete
e magari marcisce in un apparente cammin facendo?
O oscuro e tenebroso uomo di Efeso,
tu che navighi nella dialettica dell’Essere e del Non Essere,
del Tutto e del Nulla,
tra la Vita e la Morte,
tra le nebbie delle apparenze
che nascondono la verità del divin Cosmo,
portami lontano dalle miserie dei centri commerciali,
dalle luci della ribalta
e dal camaleontico caleidoscopio delle vanità,
portami lontano dai torsoli e dal sangue
di questo mercato fatiscente e in puzza di santità.
Fammi immergere centomila volte con te
nel fiume che sotto scorre e sopra tace,
dove immergersi due volte non si puote nemmeno con il candeggio,
in Ameles,
il senza cure e il senza affanni,
senza il tormento della morte e della sofferenza
che governa questo intrallazzo materiale
di mille e mille movenze danzanti attorno a un mazzo di rose rosse
che ho regalato a colei che solo a me continua a parer donna
e che nel tempo si è rivelata una carrozza funerea e funebre
con tanto di cavalli poderosi e neri,
con tanto di pennacchio dorato e di briglie argentate.
Io ti chiamo,
io t’invoco,
ma tu non torni ancora al tuo paese.
O mia gattina,
mia dolce Paola,
quando partisti come son rimasto,
come l’aratro in mezzo alla maggese.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 04, 2021

COSI’ PARLO’ IL POETA PUPAZZETTO

Esce il tuo sorriso dalla bianca ombra del sole
e appari fresca di vita nella giovinezza che si perde.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Spezza il tuo viso,
spezza il tuo cuore,
spezza il sorriso,
spezza l’amore.”

Perché ondeggi?
Non è forse la notte negli occhi?
Non è forse la luce nelle labbra?
Diniega,
respinge,
non è niente,
io sono felice,
io sono io,
non vedi?
Quale tristezza,
quale dolore?
Non posso fare a meno di essere felice,
non potrei non esserlo,
come potrei dulcissima virgo,
dulcissima femina di sangue spagnolo,
di accento profondo,
di voce calda e roca,
sensuale e medianica.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Denuda il tuo viso,
denuda il tuo cuore,
denuda il sorriso,
denuda l’amore.”

Tu non hai sorelle,
sei figlia unica
e unica nel tuo breve universo,
sei Gea e sei Moira,
la radice dell’albero della vita,
il congedo della morte,
sei l’alfa e l’omega,
la prima e l’ultima lettera di ogni vocabolario,
sei il lievito della comunità di Cristo,
il primo degli ultimi,
sei pane e pagnotta,
pastosa e gustosa per chi ti mangia,
inquieta e fremente per chi ti gode,
odorosa alla francese,
puzzolente di calamari fritti alla messicana.
Riposa senza posa, o dolce sposa.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Raccogli il tuo viso,
raccogli il tuo cuore,
raccogli il sorriso,
raccogli l’amore.”

Hai vergogna?
Psicodramma o farsa?
Una verità che tu sai,
una menzogna che tu neghi.
E’ difficile pesarti.
E’ arduo ponderarti.
E’ impossibile governarti.
L’ago gira, gira, gira,
la bussola si rompe,
roteano le pupille,
turbinano i testicoli.
La trance,
il delirio,
la vita e la morte.
Quale continuo congedo?
Quale continuo addio?
Quale valle mostri al tuo Josafat?
Quale fiume attraversi
per il tuo soldatino in grigioverde denominato Scarpel?
Il Piave o il Monticano?
Sul Montello hanno ucciso un partigiano di vent’anni.
Ma da che parte stava il partigiano a vent’anni?
Stava dalla parte sbagliata.
Punto e basta!
Nel Monticano si è annegata la Dolores,
la Maria Dolores da Motta di Livenza.
Era esaurita
e aveva perso la bussola.
Era spaesata la poverina.
Punto e basta!
E allora, a questo punto, dimmi,
dimmi tu che sai
e che hai navigato.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Copri il tuo viso,
copri il tuo cuore,
copri il sorriso,
copri l’amore.”

Il corpo,
il corpo vuole,
il corpo vuole riposare,
vuole dormire,
vuole vivere,
vuole godere,
vuole morire.
Il corpo vuole morire.
Quanta pace!
Quanta serenità!
Quanta morte!
Vibra e ronza il cellulare.
Pronto?
Chi parla?
Sono le voci dell’amore antico,
le voci del pianto antico.
“L’albero a cui tendevi la pargoletta mano,
il verde melograno dai bei vermigli fior…
sei nella terra fredda,
sei nella terra nera,
né il sol più ti rallegra,
né ti risveglia amor.”
E’ morto il piccolo Dante,
il figlio di Giosuè!
E allora?
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Vesti il tuo viso,
vesti il tuo cuore,
vesti il sorriso,
vesti l’amore.”

Velo velino,
velo velato,
chi è la più bella del creato?
Marisa la tossica!
Proprio lei?
Non l’aspettavo a quest’ora.
La sua intelligenza zampilla,
spruzza,
sprizza,
esce dagli occhi e non dalle labbra.
Lei respira,
respira parole,
lei dice,
lei parla,
lei parla parole,
respira e parla parole,
parole e vita,
silenzio e morte.
Eternità chi sei?
Compagna della morte ti ho costruito invano.
L’esistenza è un mare di dolore,
un mare di piacere,
un mare di ambiguo malanno.
L’esistenza è una nenia araba,
un sorriso che ghigna,
un rumore sottile che metallico risuona,
un tonfo che echeggia alle radici dell’albero della vita.
Riposa senza posa
o dolce compagna di giorni migliori.
Riposa senza posa.
Cosa dice il poeta Pupazzetto?

“Raccogli il tuo viso,
raccogli il tuo cuore,
raccogli il sorriso,
raccogli l’amore.”

Vaffanculo poeta Pupazzetto!

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo 10, 10, 2010

18, 03, 2020

I camion sono maculati di grigioverde,
gravidi di lucide bare,
tutte uguali,
tutte di abete,
tutte segnate di croce.
In questo nero mercoledì di marzo
la notte è piovosa,
la notte è di piombo
la notte è scura.
Da Berghem de hura l’angoscia scollina verso Berghem de hota.
Le bare sono gravide di corpi infetti,
smunti e senza respiro,
abbandonati e buttati là in fretta e furia,
senza la pietas dovuta a nostra sora morte corporale,
senza il sacro commiato di chi li amava,
in questa notte piovosa e malsana
che da Berghem de hura scollina verso Berghem de hota.
La marcia funebre procede con lentezza
tra vapori nauseabondi di nafta
dentro la nuvola caduta dal cielo a occultare l’infamia
e si trascina come una processionaria,
bruco dopo bruco,
Iveco dopo Iveco,
verso i forni crematori di Udine, di Mestre, di Trieste,
a che si consumi l’ultima fredda e arida beffa.
La notte è sempre piovosa e malsana
mentre i camion militari,
maculati a lutto,
ancora scollinano da Berghem de hura verso Berghem de hota.
Un sacerdote segna di croce il funebre passaggio,
una benedizione improvvisata e sempre provvida.
Un poeta si commuove
e trema cercando le parole per dirlo.
Quando finirà questa tragedia
che si consuma e ci consuma
tra feste funeste e bordelli isterici,
tra notizie insane e caroselli mediatici,
tra vanghe di fuoco e campane a martello,
tra figure ridicole e controfigure esotiche?
La radio suona e la tv incanta,
ma la Verità non si nasconde.
Aiuto!
Aiuto!
Help!
Aide!
Hilfe, Hilfe!
La strategia pandemica del potere democratico è da copia e incolla.
Come faremo con l’aria infetta
che tira da trentanni nel nostro Belpaese?
I buoi colpevoli sono scappati dalle stalle
con il malloppo e con le corna,
sono intoccabili,
sono immuni,
sono auto ed etero immuni,
hanno il passaporto targato Emmenthal.
Meno male che la buona novella dell’avvento del regno dei cieli
aleggia in una piazza deserta di Roma antica
sulle mani tremolanti del pastore delle greggi.
Eli eli lammà sabactani!
Intanto è morto il medico,
l’infermiere,
la nonna e il nonnino,
il furbetto e il malandrino,
il buono, il brutto e il cattivo.
La Morte è la livella del principe Antonio De Curtis.
Però manca il cacio e il pecorino.
Al mercato super dei dettaglianti non si trova più il lievito
per fare il pane e la pizza.
E noi,
il popolo sapiente e paziente,
cosa facciamo in tanta malora?
Noi,
il popolo sapiente e paziente,
attendiamo il momento
di lacerare il cielo gridando:
“annatevene tutti,
vogliamo morir da soli!”
Lo scriveremo sui muri delle nostre città d’arte
e sui calcinacci delle nostre periferie proletarie
come in quel 1944,
lo scriveremo con il sangue dei troppi martiri
sulla loro bandiera biancarossaeverde
ancora appesa al balcone anonimo di un quinto piano
come in questo 2020.
Alle cinque del pomeriggio
un bambino cerca il nonno,
una bambina la mamma,
un uomo il padre,
una donna il marito.
Mia madre è sopravvissuta a tanto orrore
e mi chiede dalla cucina
cosa mi piacerebbe mangiare domani.
Ti amo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 18, 03, 2021

LA NOSTRA GRANDE STORIA D’AMORE

La nostra grande storia d’amore è una dissonanza di accordi,

una tonalità di cori ermetici e vagabondi,

una modulazione di frequenze alte e basse,

destrorse e sinistrorse,

mai di centro, anche se organico.

Eh,

vu tu far chè,

amore mio,

vu tu far chè?

Non ci sono più le armonie di una volta,

le orchestrine di periferia che suonavano per un soldino di rame

musiche approssimate alla perfezione e prossime al talento.

Non ci sono più gli uomini e le donne

di quella volta in cui io e te ci siamo imbattuti l’uno nell’altro

senza cognizione di causa e di effetto,

senza saper né leggere e né scrivere,

senza le parole per dirlo.

Noi due siamo conflitti in un modulo poetico,

in un moto contrario,

in un moto retrogrado,

in un andamento lento,

tutti moti che sconfinferano nel vago greco e nelle vaghezze latine,

animula vagula blandula,

nugae nugarum,

sciocchezze delle sciocchezze,

tutti moti che non confinferano con le nostre esigenze di gente comune

che abita i piani bassi di Montecitorio

insieme a quattro scalzacani in gonnella o in abito talare.

Siamo una coppia trina e quadrina:

un doppio litro sgargiante e sgualdrino

che puoi bere di notte nelle osterie di Conegliano

insieme agli ultimi uomini arditi,

Giobattino, Nane, Bortolo, Renatino, Bruno,

e alle tante donne argute del quartier del Piave,

la Mara, la Luisona, la Marietta, la Marina, la Bepa.

Sai che l’universo ha i suoi suoni,

l’universo suona di rumori residui e ancora vivi,

come una sorta di eco che rimbomba,

rimpilza,

rinfranca,

s’inerpica,

scavalca,

s’imballa tra le pieghe della cassa armonica,

si insinua nella fisarmonica del maestro Gorny Kramer,

quello del Musichiere e di Mario Riva,

quelli della febbre del sabato sera nel post fascismo.

Sai che il frastuono delle stelle in collisione

decreta l’armonia dell’Universo?

Armonia era ed è ancora figlia di Ares e di Afrodite.

La guerra e l’amore sono sempre in prima fila

a sancire la scissione e la fusione del Cosmo

in questa guerra di maramaldi e di saltimbanchi,

di avventurieri e di diplomati.

Tu amami secondo i moti naturali

del tuo micro e del tuo macro cosmo,

secondo le regole e i cicli

del tuo sangue girovago e vagabondo.

Amami sempre,

ti prego,

e dimmi come stai,

dimmi se il tuo corpo regge il peso della tua vita

in questo tempo di miseria morale e di esaltazione paranoica.

Dammi una parola,

dimmi una sola parola,

dammi e dimmi una parola sola

per quietare la mia angoscia di uomo abbandonato

sul lastrico amaro di un gratta e vinci da dieci euro

in una notte di mezzo inverno

e con uno strudel squisito di alta pasticceria londinese in mano.

Saperti senza parole,

mia gradita e rustica concubina,

immersa nella cura della grande Madre Terra

mi riempie il cuore e mi svuota i testicoli.

Tutto questo significa che stai bene.

C’è qualcosa di esotico oggi nel tuo sole,

come ieri e domani sarà stato e sarà nelle tue giornate,

forse il luogo o forse i mandarini,

le fave,

i ceci,

l’aglio,

le cipolle bianche e rosse,

le talee di piante antiche,

i fiori bianchi d’arancio che trasudano miele,

i rametti del mandorlo che trascolorano nel rosaceo.

Di certo, Tu,

tu sei esotica,

un mondo fiabesco,

ai miei occhi abituati ai lunghi inverni

che odorano di neve,

sempre in attesa che finiscano

e che non ritornino mai più.

Questo è un pensiero pericoloso,

oltre che inutile e melenso.

La Sicilia fa bene a chi non è siciliano.

Il grande Nord e la Liga veneta possono attendere

in questo momento di soqquadro psicofisico

e di furto demente della democrazia bambina.

E poi,

noi possiamo attendere per sempre.

Che importa?

Ci sarà sempre e ancora un vaccino.

Ci sarà sempre e ancora un’altra vita

da inforcare come una Stella veneta o una Legnano

per noi seguaci di Budda e di Mosè,

per noi figli di quelle stelle,

di quei genitori che da lassù ci guardano

e si lasciano ancora amare.

I padri e le madri non sono morti di covid

o di ostello per vecchi ringiovaniti

lungo il soleggiato viale Contardo Guerrini di Avola.

I nostri padri e le nostre madri hanno riposato

sul loro letto a fianco dei figli e dei nipoti

e sono morti al suono dei lamenti delle maiare,

le donne oltremodo mature e adeguatamente maritate,

pagate all’uopo lugubre e alla bisogna dolorosa,

quando gli occhi esausti dei familiari hanno smunto

tutte le lacrime di questo mondo crudele nell’ora dell’addio.

Intanto il desiderio è di tornare definitivamente alla terra natia,

di morire in un pomeriggio d’incarnazione,

di reincarnarsi immantinente e in modo subitaneo

in un gatto selvatico di nome Coraggiosetti,

un vivente dagli occhi di tigre mancata,

amico dei passeri e dei topini del cantante Zero.

Sono così pochi i gatti rimasti nei vicoli di Ortigia

e sono belli da morire nella campagna di Carancino

quando si spacciano per bulimici e affettuosi,

per Orlando e Rinaldo,

per compare Turiddru e il signor Provenzano.

Stringi, stringi,

sono soltanto dei marrani e dei farabutti.

Io?

Io,

per guarire dal male oscuro,

vado giorno e notte a spasso nei miei pensieri,

circolo ai margini del cosmo

a braccetto con te sulla via maestra,

la via Lattea,

quella della spruzzata di latte dalla tetta di Era

sotto le succhiate micidiali di Eracle.

Sai che botte!

Comunque e per farla breve,

perché altrimenti la processione s’ingruma,

in tanta coatta e casta contingenza virale,

ti arrivino sempre i miei non casti baci.

Buona pasqua di resurrezione!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 09, 03, 2021

LA CANTILENA DI JACOB

Din din din pomarè,

din din din pomarè,

din din din pomarè,

dindin, onignorè.

Stavo crescendo,

ma non sono più cresciuto,

sono ancora vivo,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Dan dan dan signorè,

dan dan dan signorè,

dan dan dan signorè,

dandan, onignorè.

La notte tutto appare più vero,

come di giorno tutto era vero,

ti prego di accudirmi

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Oh oh oh magazè,

oh oh oh magazè,

oh oh oh magazè,

ohoh, onignorè.

E’ stato proprio come sai,

tutto è stato irrimediabilmente,

con Ilse e gli altri bambini ho giocato, come con te

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Iè iè iè santorè,

iè iè iè santorè,

iè iè iè santorè,

ièiè, onignorè.

Non portarmi rancore,

se sono partito anzitempo,

tienimi ancora nel tuo cuore,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Hem hem hem gamasè,

hem hem hem gamasè,

hem hem hem gamasè,

hemhem, onignorè.

Ho appena appena giocato con la vita,

quella che vedo in te,

nel tuo sguardo felice,

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Im im im immodì,

im im im immodì,

im im im immodì,

imim, onignorè.

Porta i miei saluti,

porta la gioia a chi ancora mi ricorda,

ricorda di portarmi i giochini e le leccornie

quando vengo nel tuo sogno a farmi amare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 25, 01, 2021

INVOCAZIONE

O Sogno,

o Essere che illudi con la tua Realtà,

svelami il tuo inganno,

dimmi la tua verità!

O Sogno,

fa’ che io sappia di sognare sognando,

per desiderarti con la lucidità del mio delirio,

per capire finalmente che non sei vanità,

vanitas vanitatum inter vanitates,

per sapere che non sei la Realtà che mi contiene nella veglia,

per sentire che tu sei la Vita che si specchia nella Morte,

per avvertire con animo perturbato e commosso

che tu sei la Morte che si specchia nella Vita.

O sogno lucido,

tu che dissipi l’illusione della Realtà,

fammi consapevole,

illuminami,

liberami dalla gioia e dal dolore,

sciogli il mio piacere e la mia sofferenza,

nobilita la mia paura del distacco.

Liberami, o Liberatore!

Illuminami, o Illuminato!

Risvegliami, o Risvegliato!

Mentre sono vivo nell’inganno,

destami in questa Realtà

che Maya ha avvolto nel suo velo multicolore

a che l’uom più oltre non si metta

e infin che il mar fu sovra lui richiuso.

Che sia veramente risveglio il mio bodhi!

Che sia veramente illuminazione il mio bodhi!

Che io possa dire semplicemente

che sono sveglio come Colui che a suo tempo si è risvegliato,

come Colui che è ancora sveglio,

il Risvegliato.

Fa’ che io dica a me stesso che non sono un uomo,

non sono un dio,

sono semplicemente sveglio.

Il sogno lucido mi attizza,

mi lascia meditare,

mi apre una coscienza superiore,

l’alta verità che si nasconde dentro il fenomeno,

dentro ciò che appare e che non è l’essenza,

dentro l’assenza dell’aletheia,

in tutto ciò che è visibile e che non è il noumeno.

Quando il mio corpo dorme,

il mio karma è sveglio.

Fa’ che io riconosca i miei sogni

e trasformi l’illusione in compassionevole lumi-nosità:

cum patior,

lux,

lumen,

nous.

Non voglio giacere nell’ignoranza di un cadavere.

Non voglio dormire come un essere animato.

Voglio vivere nel sonno la Realtà del sogno.

Quando albeggerà la mia sostanza onirica,

quando lieviteranno il mio spirito e il mio corpo,

vedrò le profondità della mia mente,

affronterò la mia vivente sofferenza.

Sarò lucido in una vita lucida

e anche nella veglia sarò libero dai limiti:

la gioia e la paura,

l’esaltazione e l’angoscia,

la salute e il dolore,

l’ingenuità e la delusione.

Finalmente sarò libero dal Bene e dal Male.

Finalmente sarò pronto alla Compassione.

Finalmente sarò il mio Bodhi.

Amin

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 8, 12, 2020

FIAT LUX

FIAT LUX

Così ritorni al punto di partenza per la nuova corsa,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

che, tanto, a cosa servono ora?

Non più piedi,

né gambe,

né volto,

che regali al ricordo di chi resta.

Ora il pensiero diventa sguardo,

si sofferma su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che adesso ti si spalanca dentro.

Un po’ ti invidio,

se non facesse male.

Sab

Trento, 17,11, 2020

ET LUX FACTA EST

E così sono tornato al punto di partenza,

pronto per la nuova corsa,

come disse Gautama Buddha,

sudato come un ragazzo e con le scarpe stracce,

come disse mia madre,

che tanto,

a cosa servono le scarpe?

Non ho più piedi per camminare,

né gambe possenti per pedalare la bici verde di Salvatore

sulla strada che porta a Floridia,

né volto da regalare al ricordo di chi resta

e invoca un mio segno,

un mio messaggio da spalmare nell’album di famiglia,

come la Nutella,

e per lenire le angosce della fine,

come un disperato che si vota al sacerdozio.

Il mio sguardo è diventato pensiero,

i miei occhi cerulei sono ancora vispi

come quelli di un bambino assetato di vita.

Sono energia,

Verbo,

e mi posso soffermare su un paesaggio caro,

sui volti storditi dall’assenza,

sul tempo che sembrava sempre poco

e che, adesso, mi si è spalancato dentro,

sullo spazio che si riduceva nei teoremi di Talete e di Pitagora

e che, adesso, mi si stende all’infinito.

Un po’ mi invidio,

se non facesse tanto male la dipartita.

Adesso penso

e penso che c’è qualcosa di nuovo oggi nel sole,

anzi d’antico,

io vivo altrove

e sento che da te,

nella valle dell’Anapo,

il fiume che non si vede,

sono nati i cardi mariani e le cicoriette selvatiche.

Penso che tu non sai,

che tu ignori,

che tu arranchi.

Cosa sai, tu, della notte che si affida alla luce?

Cosa sai, tu, del buio che si sposa con la bionda chioma di Aurora?

Cento paia di scarpe ho consumato per Lei ritrovare,

per ritrovarmi con Lei e con il sole in fronte

a cantare beatamente le dolci nenie di quella madre

che da bambino mi pettinò con i bei capelli a onda,

adagio,

adagio per non farmi male.

Sappi che io sono partito

e ho lasciato sul tavolo della cucina,

là dove la Morte non può entrare,

i resti di un pasto di lenticchie consumato nella luce della Sicilia

con i versi di pochi vati e di alcuni poeti,

con le foto dei miei cari vicino alla stufa economica

che bruciava la legna dell’ulivo e dell’arancio,

del limone e del mandorlo.

Ho lasciato sul vecchio canterano di legno antico,

tra il pianoforte restaurato da mio padre Paolo

e la credenza di faggio della nonna Agata,

quel poco che mi serviva a respirare

in quella stagione di fame e di inedia.

Tutto questo adesso non c’è e non serve.

L’assenza è la sorellastra dell’eternità,

te l’assicuro

e te lo dico adesso che so

quanto languore si stende ogni notte sui cuscini di seta

per la mia breve presenza sotto il tetto della mia casa,

passando tra Omero e l’ira funesta di Achille,

soggiornando presso il benemerito Istituto nautico di piazza san Giuseppe,

costruendo con pazienza solerte e creativa i miei intramontabili amori.

Ho contato dodici giorni di agonia

per colmare una vita di pensiero e di azione.

Adesso non mi servono le gambe

per arrivare all’ora che volge al desio

e ai naviganti intenerisce il core,

quel cuore che non invidio

e che si è spento tra le pareti di una casa buona

per ritrovare finalmente colei che solo a me par donna,

per dire grazie a nostra sora morte corporale.

Sal

Carancino di Belvedere, 20, 11, 2020

A ENZO

Enzo è partito.

Ha infilato l’orologio nel polso sinistro,

ha comprato il biglietto nella stazione di Augusta,

è andato a Roma dai suoi amori.

Ha lasciato la biro su un foglio di carta,

sul tavolino del soggiorno:

sopra un bambino

che va sorridente a scuola con la cartella vecchia

e il panino imbottito di mortadella in mano.

Ha scritto parole semplici,

una stanza chiusa con dentro un mondo:

la primavera,

l’attesa,

la speranza,

la nostalgia.

Enzo è partito,

non come le tante volte,

come la volta fatale.

Il marinaio ha lasciato la barca a metà sul cortile di casa,

la poppa ancora da saldare

e la prua orgogliosa in cima ai suoi pensieri di ragazzo.

Saprà navigare anche questa volta,

saprà salpare verso un altro porto,

non Suez o Eilat,

il luogo delle sue paure e delle sue speranze di uomo dolce.

Enzo è morto

lasciandoci più poveri e più soli

nel nostro egoismo di sopravvissuti.

Omnia munda mundis, mondo cane!

Cura ut valeas, prezioso cugino mio!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 17, novembre, 2020

IL TEMPO

Cosa è il tempo…

il presente, il passato, il venire?

il levar del sole,

il biancor della Luna,

il manto sempre cangiante delle stelle?

Non puoi prendere il tempo,

non voglio il tuo tempo,

ma posso darti il mio tempo

a fermare la tua bellezza,

a fissare la luce del tuo sorriso

sempre immutato nel tempo,

a fare del tuo tempo

giorni di amore…

senza tempo.

Vincenzo Grillo

Augusta, primavera dell’anno 2019

JULIETTE

Potevi chiamarti Greco e non Grecò,

come la signora Mara,

quella donna esposta di petto

e orgogliosa delle sue mani e della sua silhouette,

vestita di nero per lutto perpetuo,

che vende elettrodomestici in via Savoia

e liquida ritualmente al cinquanta per cento anche il padre

insieme agli estrattori del succo dei melograni di Proserpina.

Credimi,

saresti sempre stata la rosa nera dei cortili di Ortigia

che dalla Mastra Rua sboccano in fila indiana alla Giudecca,

nel quartiere degli Ebrei,

in un pieno maligno di odori speziati,

intessuti di salsedine e rosmarino,

di gerani ardenti di un rosso cupo

e di alghe morte di questo mare

che sopra dorme e sotto ribolle.

Poteva essere la tua Montpellier,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Giulia,

come la mia compagna di classe,

la maestra abbandonata dalla madre infame e infoiata,

che con trecce bionde e lenti spesse

coltiva ancora la sua miopia

sopra i libri ammuffiti di greco e di latino,

in un bailamme osceno a lume di candele al sego puzzolente

intrattenendosi separatamente in via Mirabella,

la tua Rue Mirabeau,

al civico 23 del rinomato Cortile dei Porci

con Quinto Orazio Flacco e Publio Ovidio Nasone

e in ammucchiata con Eschilo, Sofocle ed Euripide,

sempre secondo il rito antico di Dioniso:

la follia nella testa e la danza nel ventre.

Poteva essere la tua Paris,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Lisetta,

come la donna fedele soltanto a se stessa

e libera dai tabù del tempo e della storia

che attende sul balcone fiorito di basilico e di citronella

l’amore del marinaio infedele,

il naufrago che viene dal mare per grazia ricevuta

a consegnare le vesti ancora bagnate a Poseidon,

prima di accingersi all’amplesso ferino

dentro la grotta della Pellegrina di fronte l’isolotto di Ortigia,

mentre le onde del mare Ionio sciacquano le colpe dei nobili padri greci

e sciabordano i sensi infetti dei figli incivili in un continuo gorgoglio di morte.

Poteva essere la tua Saint Germain des Près,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Sabina,

come la donna rapita dalla Tramontana e dallo Scirocco

con le cateratte del cielo poggiate sul balcone,

la maliarda che giostra le sue paturnie

in mezzo a sensuali trasporti

tra i muschi lucenti e le stelle cadenti

nella valle dell’invisibile Anapo,

immersa in tanta furia di natura sincera

là dove anche il povero Ercole pose li suoi riguardi

per eccesso di zelo e codardia,

occultandosi di giorno nelle chambres odorose di madame Suzette

e ricomparendo di notte nel bistrot di Via santa Maria dei miracoli,

nei pressi della Corte des Invalides.

Poteva essere la tua Ramatuelle,

mais c’est si bon.

Potevi chiamarti Maria,

potevi chiamarti Giulia,

potevi chiamarti Lisetta,

potevi chiamarti Sabina.

Ti hanno chiamata Juliette,

battezzata dalla gente di strada Jujube,

Jujube de mon coeur,

una fille silenziosa e solitaria

dai piedi scalzi e dalle gambe irsute

con un padre da immaginer e da odiare,

papà Gerard,

e una madre partisan da gifler e da odiare,

Juliette, elle aussi et comme toi,

lui poliziotto charmant d’italica memoria e uomo inetto,

della stessa pasta dei corsari corsi

e dei dittatori di un metro e mezzo,

lei tanto presa dagli uomini e dalla politique,

in attesa della Gestapo, di Ravensbruck, di Holleischen,

per tornare assolta tra le tue braccia adoranti

e prima di partire per l’Indocina

e lasciarti per sempre sola nella Rue des Innocentes,

nei pressi del cimitero più antico e più grande di Parigi.

C’est la vie, ma chère, c’est la vie!

Contavi diciotto anni,

dopo la tragica guerra della follia e dei bottoni,

in quel di Saint Germain des Près,

nella cinica e magica Paris,

e i boulevards erano l’ombelico del tuo corpo acerbo,

il luogo dove i bambini diventavano adulti

e gli adulti diventavano bambini,

tu enfant e mademoiselle,

tu fille della rue,

tu bohèmien,

tu pulzelle,

tu artista per bellezza,

tu esistenzialista per necessità,

espulsa dalla gente,

esplosa nella vita

dietro il decomporsi dell’amore

e dei sentimenti degli uomini

che a turno facevano a gara per averti,

per avere un tuo bacio,

per il caldo bacio di una magica vagabonda

che odora di avorio e di ghiaccio,

di pan brioche e di sesamo tostato.

Tu già sai quello che vuoi,

quello che ami e ammiri,

uomini e donne,

tu sai anche saltellare con un je m’en fous

tra i viali lunghi dei Campi Elisi

appena sconnessi dalla Luftwaffe.

Tu vuoi vivere soltanto le cose belle,

il resto lo lasci agli altri,

resisti alla banalità,

muovi il corpo a ritmo e le mani a danza

lungo le spire del tuo corpo sinuoso

in quel teatro di Montmartre

ripieno di clochard e accattoni,

di invalidi e deformi,

di cocottes e gigolò,

di artisti e commedianti,

di pittori e ladri,

di ballerine e cantanti,

il meglio del meglio di Paris après la guerre.

Nella strada cerchi il companatico e la baguette,

piedi nudi,

maglione nero dolce vita

e in un nero altrettanto sucrè nei pantaloni attillati,

ultima tra gli ultimi come nel vangelo della strada,

alla ricerca del sogno dei ricchi e della lotteria dei poveri.

Ma Paris è già canaille per una jeune miserable,

selvaggia,

indomabile,

silenziosa,

bizzarra,

asociale.

Mai dire jamais.

E così Mauriac ti saluta con un sonoro “bonjour Grecò”

davanti all’Hotel des Etrangers

tra le madames truccate e incappellate,

in odore di cipria e menopausa,

tra le pimpanti ballerine del Moulin rouge

in attesa di un ricco impotente da castigare.

Mai dire jamais.

Jean Paul e Simone ti parlano dell’Essere e del Nulla,

mentre se la godono al bar du Montana

tra una puzzolente Gauloises

e un aspro cognac Courvoiser da dopoguerra.

Per te,

proprio e solo per te,

il sarto sornione e furbetto cuce e adorna

La rue des blanques manteaux

con un boia pronto a gettare nel torrente dei frati bianchi

la tete avec le chapeau di generali e vescovi,

di ammiragli e commissari,

compresa quella di papà Gerard.

Mai dire jamais.

Alla Rumerie martiniquaise Albert fuma da straniero

le sue oppiacee Safir senza stare in cielo e in terra,

nella ricerca oscena dei tuoi baci e dei tuoi abbracci.

Ma tu non sei straniera a te stessa

e cerchi l’orgasmo del sapere di sé e dell’altro

al Bar du Port Royal con Maurice,

le vieil saggio che desidera i tuoi pantaloni neri e il dolcevita buio,

la dama in nero,

la rosa nera nei bistrot e la rosa rossa nel corpo,

la femmina di buon sangue e di voce pastosa:

le philosophe e la jeune femme

che vuol sapere della vita e della morte,

dell’amore e dell’odio

del sesso e della castità,

della Bellezza e dell’Arte,

del maschio e della femmina,

della libertà e della necessità,

della razza e della menzogna,

del giusto e dell’ingiusto,

dell’essere e dell’esistere,

del tempo e dell’eterno.

La jeune femme vuol sapere anche del Niente,

le Rien,

le Rien de Rien,

e, intanto, canta e fuma,

si tocca il bel viso e le buone fattezze con sapiente ironia

nel teatrino sconnesso della Bastille

con la Viceroy all’aschisch

che le pende dalla bocca ammiccante e maliarda

come uno stendardo slanciato al vento dell’ipocrisia.

Anche Jacques s’innamora di te e delle feuilles mortes

che tappezzano in autunno les boulevards de Paris

sotto il respiro del vento del nord

e in attesa di un oblio che non arriva,

in cerca di una canzone che unisce

e ricorda soltanto che ci amavamo,

toi tu m’aimais et je t’aimais.

Ma la vita separa les amoureux senza rumore

e anche il mare cancella le orme dei loro passi sulla sabbia,

mentre l’amore silenzioso e fedele ringrazia

e non riesce a dimenticare.

E poi,

dopo la gavetta,

après ses preuves,

si va con il vento nelle poppe erette

e gli occhi pittati di carbone,

con il naso a punta che attende un ritocco,

con la silhouette da danceur

e la voce impostata da chanteuse e già buona per l’Opéra,

si va a far la chantosa elegante e sofisticata nei bistrot e nei bar,

nei cafè e nelle rumerie,

si va a carezzarsi il corpo con le mani scivolose sui fianchi ricurvi

a suggerire anzitempo ai buongustai deshabillez moi,

a cantare che le foglie sono morte

e che il nostro amore è stato bello

anche perché è finito.

Sarà anche vero,

ma ancora non basta e tu insisti.

Ce soir non lasciarmi,

ne me quitte pas,

prendimi con forza e sii generoso,

sbalordiscimi,

prendi e porta via con te una donna

che canta in piedi l’amore e la libertà,

che fa sesso con maschi e femmine,

che parla del razzismo, dell’immobilismo, della menzogna,

che da voce ai bambini felici e ai vecchi bambini felici,

a tutti quelli che si amano come bambini felici,

une femme gèniale che canta storie d’amore senza tempo,

che al Bataclan danza la sensualità del corpo

e all’Odeon si esalta in Belfagor,

une femme sensuelle et sensible

che comunica la sua verità per sconfiggere la morte

con le parole che diventano pietre preziose e milioni di poesie,

con la voce che contiene guizzi eleganti e milioni di canzoni,

con Laurence Marie che parte anzitempo per il Nulla eterno

e con l’ictus sotto i capelli ardenti di nero.

Un coup de chapeau, madame Jujube!

A Saint Germain des Près

la memoria è un piacere carnale

e nella notte color carbone echeggiano i tuoi formidabili

déshabillez toi e ne me quitte pas.

Per te ho condito parole sensate

che ben capirai,

Jujube de mon coeur.

Ti ho parlato degli amanti

qui ont vu deux fois.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 11, 2020

LE PAROLE DI UN DOLORE

Ciatu, Respiro,

ciatu miu! respiro mio!

Figghiu Figlio,

figghiu , figlio,

iancu comu nu gigliu. bianco come un giglio.

Figghiu miu, Figlio mio,

sulu miu, soltanto mio,

figgh’i ta mattri, figlio di tua madre,

figghiu miu figlio mio

ca mi muriu, che mi è morto

figghiu miu risgraziatu, figlio mio disgraziato,

figghiu miu figlio mio

mottu ammazzatu. morto ammazzato.

Ciatu, Respiro,

ciatu miu! respiro mio!

Figghiu miu, Figlio mio,

ca mi muriu. che mi è morto.

Macar’a mmia m’ammazzaru, Anche me hanno ammazzato,

figghiu amaru. figlio amaro.

Matri assassinata, Madre assassinata,

matri risgraziata! madre disgraziata!

Figghiu miu, Figlio mio,

figghiu assancatu, figlio affascinante,

figghiu risgraziato, figlio disgraziato,

assancatu ri la me vita, fascino della mia vita,

figghiu, figlio,

pi’mmia è finita. per me è finita.

Sulu miu, Soltanto mio,

ciatu miu, respiro mio,

ciatu, respiro,

ciatu, respiro,

mottu ammazzatu, morto ammazzato,

figghiu sdisanuratu. figlio disonorato.

Pi’mmia Per me

nun ci po fari nenti, non puoi far nulla,

po me tuluri per il mio dolore

nun ci sunu curi, non ci sono cure,

nun ci sunu primuri. non ci sono premure.

Sulu vileni Soltanto veleni

pi li me peni! per le mie pene!

Iù Io

caia’ffari senza ri tia? cosa devo fare senza di te?

Figgh’i Maria, Figlio di Maria,

figghiu ra Beddramattri figlio della Madonna

mi lassasti nura nura. mi hai lasciato nuda nuda.

Quanta primura! Quanta fretta!

Mi lassasti sula sula, Mi hai lasciata sola sola,

sula coma nu cani sola come un cane

nmenz’a na strata, in mezzo a una strada,

com’a na cannalata come un tubo di scarico

ca ietta sancu che getta sangue

ro cori stancu. dal cuore stanco.

Stancu iè lu me cori, Stanco è il mio cuore,

si nun ti po’ amari. se non ti può amare.

Comu nda nu mari Come in un mare

senza pisci senza pesci

lu me beni tuttu svanisci, il mio bene tutto svanisce,

sinni và o ventu se ne va al vento

senza suspiri, senza sospiri,

senza lamentu. senza lamento.

Ma iù c’aia ‘ffari? Ma io cosa devo fare?

Rimmillu tu! Dimmelo tu!

M’aia ‘mmazzari? Mi devo uccidere?

M’aia ‘mmazzari Mi devo uccidere

cu lu cuteddru, con il coltello,

figghiu miu beddru? figlio mio bello?

M’aia ‘mmazzari Mi devo uccidere

cu la lupara, con la lupara,

sotti maiara? sorte infame?

M’aia ‘mmazzari Mi devo uccidere

cu lu vilenu con il veleno

uò sutta nu ttrenu? o sotto un treno?

Figghiu sdisanuratu, Figlio disonorato,

figghiu mottu ammazzatu! figlio morto ammazzato!

Tu rommi Tu dormi

e nu’mmi senti, e non mi senti,

tu rommi tu dormi

e nun t’arruspigghi e non ti svegli

mancu a li me schigghi, neanche alle mie grida,

figghiu addummisciutu, figlio addormentato,

ristinu miu scunchiurutu! destino mio insignificante!

C’aia ‘ffari? Cosa devo fare?

Rimmillu tu! Dimmelo tu!

M’aia ‘mmazzari? Mi devo uccidere?

Tu rommi Tu dormi

e nu ‘mmarrispunni. e non mi rispondi.

Tu nun mi senti Tu non mi senti

e nu’mmi parri. e non mi parli.

Rommi rommi, “Dormi dormi,

picciriddru, bambino,

c’ò papà perché il papà

à ‘cchiappatu n’ariddru, ha catturato un grillo,

rommi rommi, dormi dormi

picciriddru, bambino,

aranciu và il granchio va

iè aranciu veni, e il granchio viene,

nun ti scantari non spaventarti

ro vabberi, del barbiere,

se ti nesci se ti esce

sancu ro peri, sangue dal piede,

scinni scinni, scendi scendi,

rommi rommi, dormi dormi,

ioca ioca.” gioca gioca.”

Uno alla luna, “Uno alla luna,

due al bue, due al bue,

tre la figlia del re, tre la figlia del re,

quattro ma ‘zzia o tiattru, quattro mia zia al teatro,

cinque è una incrociatura, cinque è una incrociatura,

sei battiscopa, sei battiscopa,

setti puppetti, sette polpette,

otto risotto, otto risotto,

nove alle uova, nove alle uova,

reci senza nenti, dieci senza niente,

unnici iurici, undici giudice,

durici iè na camurria, dodici è una seccatura,

tririci santa Lucia tredici santa Lucia

ca pamma.” con la palma.”

Santa Luciuzza, Santa Luciuzza,

santa Luciuzza beddra santa Lucia bella

ramm’a vista i ll’occhi dammi la vista degli occhi

pi’vviriri u figghiu miu per vedere il figlio mio

mott’ ammazzatu morto ammazzato

comu nu sdibbusciatu. come un delinquente.

Santa Luciuzza Santa Luciuzza

facitamilla cantari ancora fammela cantare ancora

a canzuneddra la canzoncina

ca’nnicu’nnicu che da piccolo piccolo

u’ddumisceva. lo addormentava.

Facitaccilla sentiri Fategliela sentire

pi’ll’uttima vota per l’ultima volta

a canzuneddra la canzoncina

o figghiu miu, al figlio mio,

ca s’addummisciu che si è addormentato

troppu presto. troppo presto.

Facitammillu addummisciri Fatemelo addormentare

pi’ll’uttima vota per l’ultima volta

u figghiu miu, il figlio mio,

iè poi ‘cciù rugnu a motti. e poi lo do alla morte.

Sugnu sicura Sono sicura

ca mi senti che mi ascolta

iaccusì e così

sinni và ‘cchiu tranquillu se ne va più tranquillo,

senza tuluri, senza dolori,

cu ‘ssa mattri con sua madre

ca ‘cci canta a canzuneddra che gli canta la canzoncina

ca’cci piaceva tantu. che gli piaceva tanto.

Figghiu, Figlio,

figghiu miu, figlio mio,

ciatu, respiro,

ciatu miu, respiro mio,

cosa ruci, cosa dolce,

ggioia ri lu mi cori, gioia del mio cuore,

quanti maiari quante lamentatrici

aia ‘cchiamari? devo chiamare?

Quanti rinari Quanti denari

m’aia ‘mmanciari mi devo mangiare

pi ‘ppaiari per pagare

tutti sti maiari! tutte queste lamentatrici!

Viniti ccà, Venite qua,

maiari, viniti ‘cca! lamentatrici, venite qua !

Cantammaccilla a canzuneddra Cantiamogliela la canzoncina

o figghio miu. al figlio mio.

Cantamaccilla bona, cantiamogliela bene,

cu’ttutt’o cori con tutto il cuore

iè fotti fotti, e forte forte,

ca nana ‘ssentiri che ci devono sentire

tutti l’ancili ro parariso. tutti gli angeli del paradiso.

Iancilu iera Angelo era

iè ‘mmurriu ammmazzatu ed è morto ammazzato

comu nu sdibbusciatu. come un disonesto.

Cantammaccilla fotti fotti, Cantiamogliela forte forte,

c’a ‘vvinciri che deve vincere

macari a motti. anche la morte.

Po ciatu miu Per il mio respiro

quanti maiari quante lamentatrici

aià ‘cchiamari? devo chiamare?

Quanti rinari Quanti denari

m’aia manciari devo spendere

pi ‘ffari cantari per fare cantare

tutti sti maiari? tutte queste lamentatrici?

San Franciscu i Paula “San Francesco di Paola

cunsatimi la taula, apparecchiatemi la tavola,

cunsaammilla apparecchiatemela

cu ‘ppani iè pisci con pani e pesci

ca stu figghiu che questo figlio

s’addummisci”. s’addormenta”.

Fozza maiari, Forza lamentatrici,

mittitici cori mettete animo

ndò ripitiari! nel lamento!

Quant’è beddru “Quanto è bello

stu figghiu, questo figlio,

Maria. Maria.

Si lu vonu rubbari la ‘ggente, Se lo vogliono rubare la gente,

ma so mattri iè vigilanti, ma sua madre è vigile,

lu talia lo guarda

cu’ ll’occhi e la menti.” con gli occhi e la mente.”

Fozza maiari, Forza lamentatrici,

mittitici cori mettete animo

ndò ripitiari. nel lamento.

Rommi rommi, “Dormi dormi,

fai lu sonnu, fai la nanna,

ti lu fai beddru loncu te la fai bella lunga

beddru loncu cuant’a lu mari, bella lunga quanto il mare,

picchì si ‘nnicu perché sei piccolo

iè ‘tt’ arripusari.” e ti devi riposare.”

C’aia ‘ffari senze i tia, Cosa devo fare senza di te,

figgh’i Maria. figlio della Madonna.

Beddru, Bello,

figghiu beddru figlio bello

abbola, vola,

abbola coma n’aceddru, vola come un uccello,

abbola abbola, vola vola,

abbola vicinu, vola vicino,

abbola luntanu, vola lontano,

abbola senza scantu vola senza paura

ndo campusantu nel camposanto,

fagghiu amaru figlio amaro

abbola abbola vola vola

ndo cimiciaru. nel cimitero.