IO E MIO FRATELLO

TRAMA DEL SOGNO

Salve, se le fa piacere, mi interpreti questo sogno. La ringrazio.

Sogno di avere 11 o 12 anni e di essere una immigrata mulatta orfana, insieme al mio fratellino un po’ più piccolo, che ha una specie di ritardo lieve, viviamo in una casa abbandonata in un luogo isolato nella campagna.

La zona in cui abitiamo è un po’ tetra, non lontano c’è una cittadina sul mare dove io e mio fratello andiamo tutti i pomeriggi a fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate.

Non abbiamo amici e non siamo benvoluti perché siamo stranieri e poveri, allora qualche volta ce la prendiamo col mondo e facciamo qualche sciocchezza come tirare sassi alle vetrine o prendere a calci i bidoni, siamo due bambini.

Invece a casa io mi occupo di tutto come si deve, per far vivere mio fratello decentemente, e tengo sempre pulita la nostra casa fatiscente.. faccio ciò che posso. Tuttavia abbiamo una vicina di casa, una donna vecchia e acida che ci odia e ci vuole mandare via minacciandoci di chiamare i servizi sociali.

Io e mio fratello viviamo con la paura che questo succeda e ci capitino brutte cose.. ed una notte decidiamo di andare ad uccidere la vecchia, la facciamo anche a pezzi e la seppelliamo lì vicino sotto ad un albero.

Passa del tempo in cui siamo sereni, finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa, spiando la scena dalla finestra sentiamo questa che dice ai poliziotti “sono stati loro, l’hanno seppellita là”.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume, io cerco di tranquillizzare mio fratello dicendogli che se non trovano le ossa non possono provare niente.

Il giorno dopo tornano i poliziotti e vedono la terra smossa e si mettono a cercare al fiume.. allora io decido con mio fratello che dobbiamo lasciare quel posto e andiamo alla stazione per prendere un treno.

Tutto ad un tratto quando un treno passa io mi butto sotto… e dopo sto nuotando.”

Questo sogno appartiene a Koncetta.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Salve, se le fa piacere, mi interpreti questo sogno. La ringrazio.”

E’ sempre un piacere per me interpretare un sogno, in specie se possiede il travaglio psichico e culturale di Koncetta, una serie di conflitti psicodinamici assolutamente naturali.

Ricordo che nel mio lunghissimo viaggio di ricerca sul sogno sono partito dall’interpretazione umanistica per approdare a quella strettamente psicologica di scuola psicoanalitica. Oggi mi trovo ancora a viaggiare in territori non meno tranquilli, quelli che stanno tra la Poesia e il Sogno. Domani navigherò sul mare tempestoso su cui fluisce il Sogno e la Morte.

Mi sono evoluto come Koncetta e ancora è tutto in discussione.

Comunque, è sempre un piacere.

Sogno di avere 11 o 12 anni e di essere una immigrata mulatta orfana, insieme al mio fratellino un po’ più piccolo, che ha una specie di ritardo lieve, viviamo in una casa abbandonata in un luogo isolato nella campagna.”

Koncetta regredisce temporalmente e sviluppa la tematica conflittuale della sua adolescenza, della sua identità psichica, del suo spirito materno, delle sue difficoltà esistenziali, della sua solitudine, della sua carenza affettiva.

Quanta roba simbolica in poche righe!

Chiaramente Koncetta parla di sé anche quando parla del “fratellino”; quest’ultimo le serve per sviluppare la sua pulsione affettiva, i suoi investimenti di “libido genitale”, l’energia più buona, più bella e più giusta: amare se stessi e gli altri. Proprio lei che è “orfana” e “mulatta” e “immigrata”, nel senso di “sola”, “diversa” e “solitaria”, proprio Koncetta esordisce con una carta psichica di identità che abbraccia la sua prima infanzia per trasportarsi nel tempo attuale. Del resto, la formazione psichica in universale avviene proprio nei primi anni di vita, infanzia e adolescenza. Il “ritardo lieve del fratellino” è un semplice complesso d’inferiorità di Koncetta in riguardo al registro mentale e intellettivo. Della “casa abbandonata” e del “luogo isolato nella campagna” ho detto in precedenza, ma la metafora della struttura psichica di Koncetta, la “casa” e della difficoltà a relazionarsi, il “luogo”, sono apprezzabilissime per la loro carica poetica elaborata e immessa dai meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” e dello “spostamento”. Il Sogno è nella sua essenza Poesia.

La zona in cui abitiamo è un po’ tetra, non lontano c’è una cittadina sul mare dove io e mio fratello andiamo tutti i pomeriggi a fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate.”

Il meccanismo psichico della “compensazione” viene in soccorso di Koncetta in tanta desolazione psichica ed esistenziale, “zona tetra” abitata nell’infanzia e nell’adolescenza quando si formano le umane “organizzazioni psichiche”, e colora con la “cittadina” e il “mare” gli abbozzi di un miglioramento delle relazioni sociali e del mondo psicologico. Koncetta è cresciuta e ha recuperato gli schemi psichici della socializzazione e delle relazioni significative. Koncetta vive in sodalizio e in accudimento con il fratello manifestando la sua duttilità psichica e le sue capacità di adattamento, oltre che di concretezza: “fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate”. Con i pattini Koncetta scorre sulla realtà psichica e relazionale in atto.

Va benissimo aver recuperato la tanta pregressa desolante difficoltà umana ed esistenziale. Le risorse non mancano a questa donna “immigrata”, “mulatta” e “orfana”. Koncetta si sta evolvendo verso il meglio consentito dalle situazioni che sta vivendo.

Non abbiamo amici e non siamo benvoluti perché siamo stranieri e poveri, allora qualche volta ce la prendiamo col mondo e facciamo qualche sciocchezza come tirare sassi alle vetrine o prendere a calci i bidoni, siamo due bambini.”

Fa sempre capolino nel sogno il “fantasma” dell’isolamento e della solitudine. Koncetta si lascia quasi rifiutare dagli altri per compensare le sue difficoltà a inserirsi nel gruppo. L’aggressività di tanto sconforto è la ciliegina sulla torta: “tirare sassi alle vetrine” o rifiuto della propria immagine, “prendere a calci i bidoni” o scarico l’aggressività verso gli altri per via traslata. “Siamo due bambini” è la giustificazione e l’assoluzione di questo disagio psichico per la conflittuale accettazione di sé e dello status umano. Koncetta sta svolgendo in sogno il suo sforzo di accettarsi e di farsi accettare e lo inserisce in un quadro di amore materno verso il “fratellino” bisognoso di cure e di protezione. In effetti, il “fratellino” è sempre Koncetta che ama se stessa, il suo amor proprio e la sua autostima in crescita, il recupero di sè.

Invece a casa io mi occupo di tutto come si deve, per far vivere mio fratello decentemente, e tengo sempre pulita la nostra casa fatiscente.. faccio ciò che posso.

Ecco l’amor proprio e il recupero della consapevolezza delle sue capacità di affermazione e d’azione!

Le lamentele, in specie le auto-lamentazioni, sono inutili e non servono perché Koncetta ha le carte in regola per la sua evoluzione psichica ed esistenziale, per formare la sua “organizzazione psichica” e ripulirla dai sensi di colpa e dalle recriminazioni contro gli altri e il mondo infame che l’ha rifiutata e discriminata. Koncetta ha recuperato se stessa, si è data da fare per sistemare i suoi conflitti e le sue angosce, la “casa fatiscente” anche se conserva l’orgoglio delle sue radici e le nobilita, “sublimazione”, al meglio possibile, “faccio ciò che posso”. Ritorna il quadro di una donna che si è data tanto da fare nella sua evoluzione psichica, sociale e culturale, umana per dirla con una sola parola e quella giusta per l’appunto. Spicca sempre la “libido genitale”, l’istinto materno verso il suo essere stata una bambina in grande difficoltà esistenziali. Questa “genitalità” si allarga alla sua dimensione psichica materna. Koncetta è una buona madre di se stessa e dei suoi figli, tutti rappresentati nel sogno simbolicamente nella figura del “fratellino”.

Tuttavia abbiamo una vicina di casa, una donna vecchia e acida che ci odia e ci vuole mandare via minacciandoci di chiamare i servizi sociali.”

Questa è la classica rappresentazione onirica della “parte negativa del fantasma della madre”, la strega, “la donna vecchia e acida”, la madre che uccide con l’anaffettività e abbandona, che discaccia e “odia”. Questa rappresentazione appartiene a Koncetta ed è una parte del “fantasma della madre”, quella “negativa” che ha elaborato nella sua primissima infanzia, primo anno di vita per la precisione, quando la sua mente pensava e usava soltanto il meccanismo della scissione, lo “splitting”. L’esperienza affettiva di Koncetta con la madre è stata estremamente problematica e conflittuale: è “orfana”, senza madre e padre. Del resto, nel sogno ha un fratello che tratta come figlio dimostrando una ottima “libido genitale” negli investimenti. Koncetta è stata costretta dalle esperienze della sua vita a maturare prima del tempo e soprattutto in riguardo alla sua femminilità e al suo esser donna: ha accudito e amato un fratello. Nei fatti è possibile, nel sogno il fratello è la “proiezione” della sua bambina, della cura che ha riservato alla sua persona per sopravvivere in un mondo adulto particolarmente disastrato e moralmente discutibile. Si spiega il ricorso ai “servizi sociali”, una minaccia e un episodio reale che sono immaginate nel sogno per attestare della precarietà etica in cui la sua famiglia viveva. Il demone è la figura materna. Insomma, Koncetta ha maturato importanti carenze affettive e si è riscattata amandosi.

Ben fatto!

Io e mio fratello viviamo con la paura che questo succeda e ci capitino brutte cose.. ed una notte decidiamo di andare ad uccidere la vecchia, la facciamo anche a pezzi e la seppelliamo lì vicino sotto ad un albero.”

Questa è la carica aggressiva del sentimento dell’odio, la difesa di Koncetta di se stessa e del fratellino nella forma dell’uccisione della vecchia, aggravata dallo scempio del corpo e dall’occultamento del cadavere nella forma del seppellimento “sotto ad un albero”. Koncetta può fare questo in sogno perché si rafforza con la difesa del “fratello”. Raddoppia se stessa nella donna e nella bambina, difende la sua realtà femminile e la sua realtà psichica di bambina indifesa. Koncetta uccide simbolicamente la madre per sopravvivere, per non soccombere ai colpi mortali della madre fredda e priva di affetti vitali. Il meccanismo onirico della “figurabilità” si presenta e offre a Koncetta la possibilità di dipingere la liberazione dalla madre, il riscatto dalla crudeltà materna. In sostanza, Koncetta ha risolto la sua “posizione edipica” secondo la formula dello “uccidi il padre e la madre”. E’ lontana, almeno per ora, dal salvifico “riconosci il padre e la madre” e non contempla la formula “onora il padre e la madre”. Il tutto a prescindere dalla realtà familiare di Koncetta, perché si parla espressamente dei suoi vissuti personali e originali. Mi spiego: Koncetta può anche non avere avuto una famiglia, come il sogno suggerisce, ma ha elaborato ugualmente dentro di lei le figure del padre e della madre. Per difendere se stessa, si è rafforzata e si è sbarazzata della madre cattiva, come nelle migliori fiabe. In tal modo Koncetta è maturata prematuramente nell’amore di sé e degli altri, nella “posizione genitale”. Questo è il viaggio che vivono le donne anzitempo responsabilizzate e abbandonate a se stesse, come nelle migliori famiglie piene di ghiaccio e di qualsiasi latitudine e longitudine. Non c’entra niente il fatto che Koncetta è “immigrata”, “mulatta” e “orfana”, il vissuto verso la madre è fortemente vivo e vivace nel versante conflittuale. Ancora: la simbologia del “seppellire” non si traduce in “rimozione”, dimenticare per sopravvivere, tutt’altro, è la scarica dell’odio mortifero verso una figura particolarmente importante e significativa che è stata vissuta in maniera negativa.

Passa del tempo in cui siamo sereni, finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa, spiando la scena dalla finestra sentiamo questa che dice ai poliziotti “sono stati loro, l’hanno seppellita là”.

Il misfatto è compiuto, andate momentaneamente in pace. Il senso di colpa è soffocato dal vantaggio ottenuto con questa risoluzione aggressiva nei riguardi della figura materna. Koncetta odia la madre crudele e sopravvive alla sua assenza. Ma i salmi non finiscono sempre in gloria, a volte si concludono con il ritorno sulla scena del defunto sotto la forma e la veste di un fac-simile, di una figura equivalente ed equipollente a testimoniare che i “fantasmi” che espelliamo dalla porta prima o poi rientrano dalla finestra proprio quando meno ce ne accorgiamo, quando abbassiamo le difese psichiche. “Passa del tempo in cui siamo sereni”: i meccanismi e i processi psichici di difesa dall’angoscia hanno fatto il loro dovere, hanno funzionato bene e hanno contenuto la carica nervosa legata al senso di colpa, In questo caso il meccanismo inquisito è la “rimozione”. Koncetta si è dimenticata del vissuto negativo e del sentimento annesso al “fantasma della madre”, poi un episodio qualsiasi lo ha rievocato fungendo da causa scatenante dell’affioramento, meglio del “ritorno del rimosso”. Si traduce in questo modo “finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa”. Ma ancora non basta: il “Super-Io”, “i poliziotti”, di Koncetta non ce la fa a reggere il peso della colpa, per cui esige immediatamente la punizione, esige di pagare il fio, esige di espiare il tragico reato. Koncetta spia dalla finestra, sente riemergere il ricordo del vissuto rimosso in riguardo alla madre, “l’hanno seppellita là”, e non può fare a meno di riconoscere che la “rimozione” non ha funzionato perché adesso la sua istanza psichica repressiva, il “Super-Io”, esige l’espiazione della colpa, la condanna. Il prosieguo del sogno di Koncetta è sempre più intrigato e intrigante, ma lineare e comprensibile.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume, io cerco di tranquillizzare mio fratello dicendogli che se non trovano le ossa non possono provare niente.”

Potrei dire che questa è l’allegoria, la psicodinamica simbolica, del meccanismo principe di difesa dall’angoscia, la “rimozione”, il seppellire, mentre in disseppellire equivale pari pari al “ritorno del rimosso” per cause scatenanti occasionali e alla “presa di coscienza” del rimosso affluito. Quest’ultima impedisce al materiale psichico emerso dal profondo di trasformarsi soprattutto in un doloroso sintomo e per l’appunto psicosomatico. Koncetta prende coscienza e razionalizza la sua tremenda aggressività nei riguardi della figura materna, rivede la sua “posizione edipica” e passa al riconoscimento della madre per quelli che sono stati i suoi vissuti e al di là della effettiva consistenza esistenziale della augusta e improvvida genitrice. Ripeto che i figli degli immigrati sono costretti a una emancipazione rapida dalle figure genitoriali per motivi culturali e politici che non sto a discutere, perché porterebbero il mio discorso su altri versanti che non attengono la decodificazione del sogno di Koncetta. Voglio, però, sottolineare come il sogno è uguale per tutti ed è la base di ogni democrazia diretta alla Greca o alla Rousseau. Usiamo tutti gli stessi “meccanismi” e trattiamo i dati personali con le stesse capacità creative: Poesia.

Torno al sogno.

Koncetta dopo aver vissuto il “ritorno del rimosso” in riguardo alla madre, può prendere consapevolezza e razionalizzare la sua “posizione edipica” o subirlo e convertirlo in sintomo, insomma questo “ritorno del rimosso” è formativo in qualsiasi modo, ma bisogna trattarlo in maniera che sia il meno traumatico e logorante possibile.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume”. Koncetta si serve dell’acqua di “un fiume”, simbolo di vita che si evolve, “tutto scorre” di Eraclito, per ripulire i sensi di colpa della sua avversione mortifera verso la figura materna: “catarsi” greca della colpa dopo la “ubris”, il peccato originale dei Greci, l’ira e il turbamento dell’equilibrio voluto dagli dei. Koncetta inserisce i suoi nuovi vissuti riparatori nella sua struttura psichica, “meglio “organizzazione”, e compatta la sua persona e la sua personalità per darsi all’azione nel mondo sociale e nelle relazioni significative. Koncetta è sempre accompagnata dal “fratellino”, il suo alleato e il suo rafforzamento per portare alla superficie un trauma di quel tipo: l’uccisione psichica della madre. Koncetta capisce che è un danno gratuito e auto-procurato, per cui intelligentemente passa alla riesumazione delle “ossa”, unica condizione per provare qualcosa e sempre a se stessa e no di certo agli altri e tanto meno al mitico fratellino orfano, mulatto e abbandonato.

Si può procedere verso il capolavoro psichico del sogno di Koncetta.

Il giorno dopo tornano i poliziotti e vedono la terra smossa e si mettono a cercare al fiume.. allora io decido con mio fratello che dobbiamo lasciare quel posto e andiamo alla stazione per prendere un treno.”

Allora, ritorna l’istanza psichica censoria e morale del “Super-Io” di Koncetta a esigere la giusta punizione per pagare il fio della colpa orrenda del simbolico e psichico matricidio. Koncetta non è contenta della risoluzione data in precedenza e persiste nell’analisi del suo quadro psichico in atto. Koncetta si analizza e sente che il vissuto pregresso sulla madre è il suo punto debole e che non può trovare il suo giusto equilibrio tra spinte e contro-spinte se non mette a tacere dentro di lei il “fantasma della parte negativa della madre” e se non risolve al meglio la sua “posizione edipica”. Koncetta è inquieta e irrequieta a causa della psiconevrosi scatenata dal conflitto con la figura materna e allora le pensa tutte. Pensa che la “catarsi della colpa” del “fiume” non sia sufficiente a placare la tensione nervosa, la sua rabbia verso questa figura assente nella sua vita e quanto meno molto spartana, per cui, sempre insieme al suo alleato “fratello”, esperimenta la possibilità di pagare il fio della colpa proprio morendo, uccidendo quella parte di sé che tanto aveva osato in passato nei riguardi di una figura sacra come la madre. La “stazione” e il “treno” sono simboli di distacco, di partenza e di fine, insomma evocano il “fantasma di morte”, così come la fuga verso la morte per anaffettività è stato il rischio frequente corso da Koncetta. Si è dovuta amare da sola e amando la proiezione di se stessa, il “fratello”, questo meraviglioso oggetto transferale su cui condensa e investe tutte le sue buone energie per sopravvivere. Insomma, Koncetta si sta dicendo in sogno che ha rischiato di morire per mancanza d’amore e che è uscita da questa condizione d’inedia amandosi in maniera “genitale” senza scadere nel narcisismo.

Tutto ad un tratto quando un treno passa io mi butto sotto… e dopo sto nuotando.”

Il conto è stato saldato. Koncetta ha espiato le sue colpe. La madre cattiva elaborata nel suo “fantasma” al riguardo è stata buttata sotto il treno secondo le linee di un rito espiatorio primordiale, ma la nostra eroina non soccombe, tutt’altro risorge a nuova vita, rinasce, nasce a nuova vita dopo essersi buttata “sotto” e trapassa verso un “sopra” molto vitale e finalmente libero da colpe e da “fantasmi”.

Questa è la traduzione simbolica di “dopo sto nuotando”.

I tre puntini di sospensione tra “sotto” e “dopo” sono il capolavoro onirico di Koncetta.

Tutto bene quel che finisce bene.

Grazie Koncetta e al prossimo sogno con piacere!

BUON COMPLEANNO!

Sono l’invincibile estate nel bel mezzo dell’inverno.
In questo tempo di grande crudeltà sarà poi vero
che dalla Morte nasce la Vita più forte
e che Lei verrà e avrà i tuoi occhi?
E dimmi, tu che sai, dell’immunità di gregge.
Ma chissà chi lo sa
se questi amletici dubbi sono veri anche per noi
che abbiamo il buon gusto dell’autenticità di noi stessi
oppure sono castronerie inventate da sedicenti scienziati
nel gran ballo quotidiano dell’abbuffata pandemica.
Avere una coscienza è d’impedimento
a tanto giovamento progressivo del ciclo naturale darwiniano?
Potessimo, almeno, essere piante magre e grasse,
nutrite e accolte dalla fertile dea Madre
con radici robuste e chiome che ondeggiano al vento di Scirocco,
per poi mutare inconsapevoli nel gran pasto dei bisognosi!
Rinnovarsi nella quiete dell’indifferenza
è la meraviglia dell’abbastanza,
è la panacea dell’abbondanza.
Io,
poeta contadino,
io che rivolto col vomere anime umane e terra marrone,
io so
che tra le zolle si intravede l’alcova della morte.
È lì che va la Belle de jour.
Lì gli amanti accedono all’eterno primo motore immobile
perché ascoltano soltanto il richiamo dell’ignoto.
Ce ne ricorderemo mai del prima,
del durante,
del viaggio veloce della mente
che ci portava a spasso in infiniti campi magnetici?
Ricorderemo i nostri corpi noncuranti dell’orbita del tempo,
dell’effluvio sinistro
che si insinuava come un dubbio opaco nella trama dei cuscini?
Io,
poeta contastorie,
io che racconto i sogni ai sognatori,
ti dirò perché la mia essenza è insieme lieve e greve,
quasi fossi il mare
che se n’è andato nel mare.
Oggi vengo da me,
è il mio compleanno.
Mi lascio una cornucopia davanti alla porta,
piena di frutti e spighe di grano.
Godo dell’abbondanza della vita
che non è mai finita finché non è finita,
coltivo i campi,
aro le pagine bianche,
non faccio morire l’infanzia che ho dentro.
E penso a me ogni tanto.
Lo faccio con indulgenza.
Buon compleanno,
purezza di un ragazzo caro,
molto caro,
ai cuori impuri.

Sava

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2021

LA GROTTA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere insieme a mio marito e ai miei nipoti.

Eravamo in un castello e siamo saliti sulla parte più alta. C’era un panorama meraviglioso.

Mio marito si è appoggiato al muro e questo è crollato. Lui è caduto giù dove c’era il mare.

E’ stato risucchiato in una grotta e non l’ho più visto.

Ero terrorizzata e allora ho preso i bambini e sono andata via.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Questo sogno appartiene a Biba.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere insieme a mio marito e ai miei nipoti.”

Il senso della famiglia e della “koinè”, comunità e unione, appartiene, di certo, a Biba. Non sa stare da sola e si concepisce con gli altri e questi altri sono familiari intimi e tutti da proteggere. Il significato di “insieme” è importante per il senso di amalgama e di comunione, di armonia e di fusione: il tutto nelle giuste dosi, quelle che non creano dipendenza nociva a nessuno degli attori protagonisti. Biba è “insieme” soprattutto a se stessa e coltiva la sua sfera affettiva nelle vesti del “marito” e dei “nipoti”, persone acquisite che sono arrivate nella sua vita per sua scelta, il marito, e per scelta dei suoi figli, “i miei nipoti”. Rilievo acquista il possessivo “mio” e “miei”, a testimonianza del forte legame affettivo della donna nelle sue vesti di moglie e di nonna. In sostanza risulta che Biba ha un culto degli affetti che rasenta la sacralità: “insieme” in una triade e in armonia nella sua Psiche.

Richiamo le radici mitologiche greche del concetto di “armonia”.

Armonia era figlia di Ares, il dio della crudele guerra, e di Afrodite, la dea della sensualità amorosa: passione e desiderio. Alle sue nozze parteciparono tutti gli dei dell’Olimpo e furono le prime celebrate nella storia di quella cultura occidentale che ha le sue radici, appunto, nella Grecia antica. Armonia ricevette in dono da Efesto, il dio del fuoco e della fusione dei metalli quanto brutto e ruvido nell’aspetto e nei modi, una “collana”, chiaro simbolo della sessualità femminile allargata all’ambito coniugale, e fu la madre Afrodite a metterla al collo della figlia in segno di trasmissione e di consenso all’esercizio della sessualità sempre in ambito della coppia. La “collana” ha simbolicamente anche il potere della bellezza e della giovinezza. Passione e desiderio si sposano con la bellezza di un “insieme” ben disposto nelle sue parti.

Così vollero i Greci e così intende il sogno di Biba nel suo significato profondo e soprattutto nella parola “insieme”: amalgama tra le parti nel rispetto dell’individualità e della singolarità, disposizione verso l’altro, proporzione negli investimenti, connessione per formare il tutto, collegamento all’ambito e all’ambiente. Questo richiamo per un giusto approfondimento della psicodinamica innescata dalle semplici e comuni parole di Biba e a conferma che le parole non sono soltanto semplici emissioni di fiato o, peggio ancora, di aria.

Eravamo in un castello e siamo saliti sulla parte più alta. C’era un panorama meraviglioso.”

Ed ecco profilarsi la componente sacra di cui si diceva nel capoverso precedente: “siamo saliti sulla parte più alta”. Biba e la “sublimazione della libido” vanno pienamente d’accordo, oltre all’austerità sacrale e impositiva di un “castello” che risale all’epoca più buia dell’umanità, il Medioevo. Biba si porta dietro marito e nipoti, i “suoi” gioielli, in questo “panorama meraviglioso” che rappresenta la sua vita psichica in atto, la sua esistenza e le sue relazioni significative e oltremodo affettive. Biba si trova bene nell’uso della “sublimazione della libido”, vive bene in un mondo d’amore rarefatto, quanto concreto e codificato nelle istituzioni familiari, un mondo in cui coabitano il marito, i figli, i nipoti. Questa è la chiesa familiare di Biba, il suo habitat interiore fatto di valori e virtù, affetti indelebili e assodati, relazioni inossidabili e fuori discussione. Biba si è educata secondo i bisogni affettivi in questo registro familiare che ha tutti crismi della sacralità. Da questa prospettiva psico-esistenziale, oltremodo altolocata, il “panorama è meraviglioso”.

Mio marito si è appoggiato al muro e questo è crollato. Lui è caduto giù dove c’era il mare.”

La rottura della “koinè” e dell’armonia si presenta all’improvviso nel teatro onirico di Biba, la “ubris”, il peccato d’ira, il peccato originale dei Greci, la disobbedienza, il peccato originale degli Ebrei. C’è sempre una colpa, più o meno irreparabile, nella Psiche collettiva. Non basta per Biba, perché c’è anche un “muro” e il “marito”, sempre “mio”, “è caduto” nel dimenticatoio dell’indifferenziato e dell’indistinto, è stato risucchiato dal baratro da cui proveniva: la Morte. Non è una morte qualsiasi, è la “Morte”, l’archetipo in persona e il simbolo collettivo della perdita irreparabile e ineffabile della fine e dell’assenza di fine.

Ma chi ha eretto questo “muro”, questa chiusura, questa difesa, questa protezione?

Il sogno è di Biba, di certo, è il suo vissuto nei riguardi del marito, una sua consapevolezza sulla chiusura di quest’uomo che si avviava verso la fine e l’assenza di un fine, verso la morte, personale e collettiva. Infatti, la rappresentazione simbolica di Biba ha questa valenza: la morte è di ogni uomo ed è anche di tutti gli uomini. Tutti “si cade giù dove c’è il mare”, tutti si ritorna a quell’Inconscio da dove si proviene e si è spuntati, a quella Madre ambigua che prima ti sputa dall’acqua sulla Terra e poi ti rivuole nel suo grembo protettivo e fagocitante. “Caduto giù” è metafora della depressione, della perdita affettiva e del distacco irreparabile. Quando si muore, si cade giù secondo i dettami del registro simbolico e poetico degli uomini. Il “basso” è spazialmente indizio di materia e di carenza di spiritualità. L’avverbio “giù” rafforza questo senso di negatività e di ritorno alla materia inanimata. A questo punto del sogno manca la “pietas” della grande Madre per riscattare e soccorrere la morte del figlio. Manca la Madonna.

E’ stato risucchiato in una grotta e non l’ho più visto.”

Eccola nella figurazione della “grotta” che risucchia e annienta senza lasciare la possibilità di una presa di coscienza adeguata: “non l’ho più visto”. Biba si è fatta una ragione della morte del marito e della sua solitudine, ma questa operazione difensiva dall’angoscia non basta mai e non è mai adeguata alla perdita e al trauma. La morte non si può accettare, ma si può compensare. Biba ha subito il lutto e non ha ancora razionalizzato nella sua interezza il trauma della perdita semplicemente perché non è possibile. Resta sempre il senso del mistero e della speranza a lenire e a impedire la completa “razionalizzazione” dell’assurdo. Neanche la Poetica teatrale più avanguardistica e innovativa è riuscita a dare un senso e un significato totali e totalizzanti alla Morte. Accontentiamoci della fede di Agostino che si affidava all’assurdità o all’apparente tale: “non timeo mortem, sed momentum a quo pendet aeternitas”. “Risucchiato” è un termine truce e si serve di una simbologia violenta, legata a una Madre che si ingravida da sola, all’incontrario e in riparazione all’operazione subita dal maschio, una madre possessiva al massimo che non riconosce l’autonomia del figlio. La “grotta” rappresenta la Madre nella sua parte mitica e possibilmente negativa per l’aspetto misterioso che assume nella sua rudimentale conformazione. “Più visto” equivale simbolicamente a “non razionalizzato”. La vista è simbolo della funzione logica e della realtà.

Ero terrorizzata e allora ho preso i bambini e sono andata via.”

La reazione è quella umanamente giusta e considerata ampiamente in precedenza. Il sentimento della “pietas” materna reagisce al terrore della morte e si esalta nel seme, nella discendenza, nei “bambini”, in quello che rimane di noi dopo la vita e con la morte. Il terrore è la reazione emotiva congrua di fronte al trauma della perdita improvvisa e alla caduta del senso e del significato della vita e del vivere. Non è soltanto una questione filosofica cara agli esistenzialisti e cantata da Juliette Greco, è la situazione psichica prodotta dall’assurdità della dialettica del “vivere per morire”. Biba smette di pensare e di riflettere su se stessa e sul trauma occorso con la perdita del marito, va via, si aliena beneficamente in qualcosa di altro che in sogno non viene espresso. Biba si serve di altri “meccanismi e processi di difesa” dall’angoscia per continuare a vivere, possibilmente la “sublimazione” e la conversione del trauma nella fede di un “post mortem” gratificante e ambito. Pur tuttavia, anche la fede più grande abbisogna della debolezza del dubbio per essere tale. I “bambini” sono della madre, della nonna nel nostro caso, e sono oggetto di un ambivalente vissuto perché perpetuano la Vita e la Morte. Intanto vanno via con la nonna e con il sostituto dell’amore materno, con la dolcezza della donna che conosce le psicodinamiche della vita e della morte della donna che ha vissuto e ha imparato per non dimenticare. La sintesi di questo quadretto è meravigliosa per i sensi e i significati che include.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Il sogno si è compiuto e si può andare in pace, “adelanti” e fiduciosi in tutto quello che è racchiuso nel nostro cuore e nella nostra mente.

L’interpretazione del misterico sogno di Biba si può ritenere soddisfatta, almeno per quanto mi riguarda. Di poi, ognuno ne può trarre conseguenze logiche, etiche, estetiche, mistiche.

IL SOGNO A MATRIOSCA 4

RIASSUNTO DEL TERZO SOGNO A MATRIOSCA

Il sogno a matriosca numero 3 è dedicato alla madre e si conclude con l’incontro e la conferma che restiamo sempre nella psicodinamica della maternità e dell’identificazione al femminile. Persiste pacato il rammarico e la consapevolezza della mancata esperienza e del persistente desiderio di avere un figlio.

Il filo conduttore dei tre sogni a matriosca di Saba è la contrastata dimensione materna. Non resta che analizzare il quarto sogno e trarre gli auspici da questa libera e originale associazione onirica.

TRAMA DEL QUARTO SOGNO A MATRIOSCA

“E vado nel mio quarto sogno, al mare con mia sorella, su un’alta scogliera da cui si vede l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.

L’immagine dall’alto è molto bella, c’è una specie di barriera corallina, anche se non ci sono colori ad evidenziarla, ma forme.

Scendiamo velocemente e dico a mia sorella (che solo per quell’attimo è diventata mia madre) che voglio bagnarmi i piedi nell’acqua.

Corro ed entro nel mare, la sabbia è come velluto sotto i piedi, ci sono animaletti simili a piccoli pesciolini vermiformi ovunque e mi piace tanto.

Mia sorella intanto raccoglie granchietti, dice che collezionarli è la sua passione.

Mi stupisco, non lo sapevo. Stiamo bene assieme, esco dall’acqua e le voglio far vedere una torre saracena che sta in alto.

Saliamo, ma la torre è un campanile. Allora le spiego che è perché i cristiani combatterono e vinsero contro i mori e trasformarono la torre in una chiesa.

Lei cerca granchi sulle pareti della torre e io cerco coccinelle.”

INTERPRETAZIONE DEL QUARTO SOGNO A MATRIOSCA

E vado nel mio quarto sogno, al mare con mia sorella, su un’alta scogliera da cui si vede l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.”

E siamo fortunatamente approdati al quarto sogno, la matriosca più piccola ma sempre altamente significativa nel suo essere un valido condensato. Si spera di incontrare il tema della femminilità e della maternità al fine di confermare la tesi he i sogni non procedono per salti: anche se cambiano i simboli, non cambia la psicodinamica in ballo. In ogni caso il “lavoro onirico” tratta sempre nel suo spazio e nel suo tempo il materiale psichico che occupa lo stato di coscienza in maniera più o meno consapevole e che viene attivato da una causa scatenante minima occorsa nel giorno precedente.

Andiamo al dunque e al sodo.

Saba chiama nuovamente in scena la “sorella” con la funzione di alleata psichica che permette al sogno di scorrere e al sonno di continuare. La “sorella” è pari pari la “proiezione” di Saba, lo strumento di cui si serve per portare avanti i suoi disegni psichici. Saba si trova “su un’alta scogliera”, in un ambito di netta “sublimazione della libido” senza sensi di colpa nell’immediato e con qualche pendenza nel pregresso. E’ questo il significato della scena che Saba ha costruito: “l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.” Il “mare” è simbolo della dimensione psichica profonda, nonché della vita e dell’attività creativa, del deposito vitale dei desideri e delle pulsioni, una zona giustamente oscura e densa di significati. Saba sta contemplando dall’alto la sua dimensione profonda e più o meno consapevole.

L’immagine dall’alto è molto bella, c’è una specie di barriera corallina, anche se non ci sono colori ad evidenziarla, ma forme.”

La bellezza estetica è la sublimazione della “libido” più cruda. Ci mancava la “barriera corallina” in questa parata del sistema psichico difensivo e meno male che “non ci sono i colori” a tormentare gli argini della scogliera, l’acqua scura e l’acqua chiara di cui in precedenza ci siamo occupati. Saba è in piena difesa dal coinvolgimento e dall’investimento delle sue energie più genuine e si è installata “su un’alta scogliera” insieme alla sua alleata sorella o meglio si è raddoppiata per non svegliarsi e per continuare a sognare questo splendido isolamento in cui si relegata con la sua vena estetica e il suo culto della bellezza, ma non la bellezza con la “b” minuscola, la Bellezza con la “B” maiuscola. Saba si rifugia nell’Arte per non vivere la Materia e opera a trecentosessanta gradi con il processo psichico difensivo della “sublimazione”. I “colori”, che “non ci sono”, rappresentano le emozioni e le pulsioni che si sono stemperati in tanta opera di bonifica dell’agro psichico. Le “forme”, che “ci sono”, condensano l’assenza di contenuto emotivo o meglio l’unicità del contenuto emotivo fissato nel sentimento della bellezza, la metodologia estetica del Barocco. Saba e la sorella sono paghe di cotanto freddo natural calcare sotto forma di barriera corallina che le tempeste del mare dal cuore escludono. Ognuno si difende come sa.

Ma da cosa si sta difendendo Saba?

Scendiamo velocemente e dico a mia sorella (che solo per quell’attimo è diventata mia madre) che voglio bagnarmi i piedi nell’acqua.”

Saba è irrequieta, non è una donna qualsiasi, è degna figlia della madre e non si appaga di sublimare, non vive soltanto del Sublime kantiano, sa e vuole concretizzare, imbeversi di materia vivente ed energizzarsi tra maschile e femminile con i suoi “piedi” bagnati “nell’acqua”. “Scendiamo” è simbolo del processo di difesa opposto alla “sublimazione”, la “materializzazione”, il ricorrere alla concretezza della “libido” nella sua accezione più carnale. La “sorella” è l’alleata che consente la discesa in tanta materia e “velocemente”. “ Voglio bagnarmi” rappresenta l’atto consapevole dell’eccitazione volitiva, il desiderio di vivere l’intensità sensoriale ed emotiva del corpo, un’abbondante lubrificazione vaginale. “I piedi” sono simboli fallici che rappresentano il potere maschile dell’incidere e del penetrare, il potere di Afrodite o dell’universo psichico femminile con la seduzione e la perdizione del maschio in una con le strategie mitologiche delle povere e infelici Sirene. “L’acqua” è il classico simbolo della Madre e delle madri, il corredo essenziale del “principio femminile” e di tutte le donne. Il pusillis della questione per l’interpretazione corretta del sogno è la frase messa da Saba tra parentesi e come se fosse un lapsus, “(che solo per quell’attimo è diventata mia madre)”. Saba è in compagnia di una figura materna perché si sta ancora portando dietro la maternità, il “fantasma” di avere un figlio, di realizzare la sua pulsione a procreare e il suo istinto materno. Dalla “sublimazione” alla “materializzazione” si snoda in alto e in basso il viaggio di Saba intorno alla prerogativa classicamente femminile della fecondazione e della gravidanza. Anche la quarta matriosca evidenzia la stessa psicodinamica delle altre tre sorelle maggiori e sicuramente la rappresenta con la ricchezza poetica del contenuto psicofisico. Un figlio è materia vivente e non è un angelo con le ali.

Corro ed entro nel mare, la sabbia è come velluto sotto i piedi, ci sono animaletti simili a piccoli pesciolini vermiformi ovunque e mi piace tanto.”

Saba istruisce un rito propiziatorio e liberatorio, “corro ed entro nel mare”, come se fosse stata bloccata nelle sue capacità di espansione psichica e di investimento della sua “libido”. Saba va verso la vita e la vitalità, investe le sue energie fisiche e mentali, i suoi muscoli e i suoi progetti. Il potere su se stessa e sulla realtà è cresciuto ed è libidico, “velluto sotto i piedi”. Saba si dispone alla gravidanza e a gestire il potere della madre. Gli “animaletti simili a pesciolini vermiformi” son gli spermatozoi che vanno a fecondarla. E il lasciarsi andare a questa invasione vitale è tanto piacevole. Il quadro iniziale della “sublimazione della libido” si è ribaltato e la “libido” in prima persona si è messa al servizio diretto del Genio della Specie senza trascurare il piacere erotico e orgasmico del coito fecondante.

Mia sorella intanto raccoglie granchietti, dice che collezionarli è la sua passione.”

Ecco la “passione” di cui si diceva prima, ecco il godimento della recezione sessuale e dell’orgasmo: “patior” latino si traduce sono affetto e subisco, mi lascio andare al moto naturale del sistema neurovegetativo, mi affido alle sensazioni intense del mio corpo. La sorella alleata, la stessa Saba, è una donna che con la passione ci va a spasso, è disinibita e orgasmica, è attratta dal mettere insieme le sue emozioni e sensazioni senza disdegnare il rischio di rimanere incinta, di raccogliere nel suo grembo dei “granchietti”. Il meccanismo onirico della “figurabilità” in questo caso fa un gran figurone così come viene usato. Il granchietto si avvicina figurativamente al feto nei primi mesi di vita. Comunque e per farla breve, il tema del sogno è sempre lo stesso anche se trattato in maniera diversa e secondo formule estetiche, mistiche, realistiche o surreali. Saba è una donna sessualmente disposta al maschio e alla fecondazione. Eppure qualcosa mi dice che il sogno di Saba va a complicarsi, piuttosto che risolversi in tanto benessere. Chi vivrà vedrà e godrà.

Mi stupisco, non lo sapevo. Stiamo bene assieme, esco dall’acqua e le voglio far vedere una torre saracena che sta in alto.”

Qualcuno penserà che io sono un profeta e invece non è così, sentivo che Saba poteva introdurre ancora con la sua creatività onirica qualche altro tema importante e compatibile con la psicodinamica trattata.

E chi ti arriva?

Il padre in carne e ossa, anzi sotto forma di “una torre araba che sta in alto”. E, del resto, la “posizione edipica” esige che sia il padre la prima figura con cui una figlia si accoppia anche per avere un figlio. Un figlio dal padre è stato desiderato da tutte le figlie che si rispettano e che si possono definire tali. Traduco con dovizie di particolari e chiarezza. Saba sta bene con se stessa e soprattutto con i suoi stupori, le sue cadute della vigilanza e l’abbandono fiducioso alle fantasie e ai ricordi della famiglia, del padre, della madre, della sorella, del tempo dell’infanzia e dell’adolescenza quando maturavano le nespole e le mele. Appena evoluta in donna, Saba ha riscoperto la figura paterna anche perché costretta a riformulare il vissuto edipico per conquistare la sua autonomia psicofisica. “La torre saracena che sta in alto” è da “vedere”, da prendere consapevolezza, il padre è da razionalizzare per sistemarlo nel posto giusto e all’uopo necessita il processo di difesa della “sublimazione”, “in alto”.

E perché è proprio “saracena” questa torre?

Saba rievoca un tratto caratteristico del padre che verte sulle culture arabe e mediterranee. Di più il sogno non dice, almeno per il momento.

Saliamo, ma la torre è un campanile. Allora le spiego che è perché i cristiani combatterono e vinsero contro i mori e trasformarono la torre in una chiesa.”

“Saliamo”, ritorna quella “sublimazione della libido” che nei riguardi del padre e della “posizione edipica” è più che mai indicata e opportuna come difesa dall’angoscia di aver tanto desiderato e tanto osato con il pensiero e la fantasia. Dopo la madre in diretta nel sogno precedente, la terza matriosca per intenderci, adesso tocca alla figura paterna per completare l’opera onirica e il capolavoro estetico. Il padre da mediterraneo e saraceno diventa ebraico cristiano, “trasformarono la torre in una chiesa”, acquista attributi e caratteristiche sempre in linea con il processo di “sublimazione” e non esenti dalla sofferenza e dal martirio, a testimonianza del trasporto affettivo ed erotico della figlia adolescente verso di lui. “Combatterono e vinsero” offre il senso tragico del conflitto intrapsichico a cui Saba si è naturalmente sottoposta con i suoi vissuti nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza. Saba archivia il padre con il carisma a lui dovuto e questa è una forma di riconoscimento della figura e di risoluzione della “posizione edipica”.

Lei cerca granchi sulle pareti della torre e io cerco coccinelle.”

Saba cerca i ricordi che la legano al padre e, in particolare, al desiderio dell’infanzia di avere un figlio da lui, “granchi sulle pareti”, e per difesa li attribuisce alla sorella alleata. Saba, di poi, ha cercato il seme giusto per essere fecondata e diventare madre. Chiarisco: il sogno di Saba rievoca il travaglio psichico adolescenziale nei riguardi del padre e il successivo tentativo della donna di diventare madre, presentando un feto abortito e la ricerca degli spermatozoi atti all’ingravidamento. Saba ha incamerato questi vissuti nel corso della sua esistenza e li presenta a se stessa dormendo e sognando.

L’interpretazione del quarto sogno a matriosca si può concludere con questo chiaro e netto richiamo dei temi trattati nel primo sogno.

Il cerchio onirico si chiude mirabilmente.

Buona fortuna!

CARONTE

Come un gabbiano

scivolo nell’azzurro,

tra sole e mare.

Immobile

nella contemplazione della mia Sicilia.

Par che io ti stia lasciando.

Sì.

Ma il cuor mio resta con te

e l’amore incondizionato che

dolcemente

a te mi lega.

Lucia

UN ALTRO MARE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero in viaggio.

Prendo una camera. Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine e, infatti, il posto dà sul mare.

Poso le mie cose. Nella stanza ci sono molte cose. Dà un’idea di vissuta, non quella di anonimato solita degli alberghi.

Faccio una passeggiata verso il mare in una striscia di terra. Ci sono onde molto lunghe anche se il tempo è bello.

Mi avvicino e mi faccio bagnare dagli spruzzi e penso, mentre lecco il sale: “bello farsi bagnare da un altro mare”.

Dopo essermi cosparso ben bene, penso: “ora faccio una foto e lo racconto”. Ma non ho il cell che ho lasciato in camera.

Penso: “vabbè, poi, quando torno, faccio la foto.”

Penso, però, che in realtà ho lasciato il cellulare, i documenti (strano perché ho la sindrome del “Fu Mattia Pascal” e non giro mai senza), i soldi.

Mi avvio verso la camera non preoccupato, ma faccio una bella corsetta: (sto in piedi, eh!).

Non trovo la camera. Allora dopo aver bussato a varie porticine, vado verso la reception per chiedere il numero di stanza.

Ci sono due signore e una mi dice: “Oui, oui, monsieur Margaritò (quindi sono in Francia), il numero è questo e mi avvio verso la stanza.”

Margarito

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero in viaggio.”

Margarito sta vivendo. E’ un uomo che cerca e che spera di trovare, ma dentro di lui è in movimento e non si vuole acquietare. La vita è un “viaggio”. La metafora della vita è il “viaggio”. Il “viaggio” è l’allegoria del vivere. Mettila come vuoi, ma Margarito ha tanto viaggiato e ha tanto vissuto al di là della sua età anagrafica. Adesso sogna di essere nuovamente in corsa e in giro per il mondo, sempre dentro di lui s’intende. Margarito ha una buona confidenza con se stesso e può permettersi di viaggiare nella sua interiorità, nei meandri della sua psiche, nei recessi del suo “psicosoma”, negli anfratti della sua “persona”, maschera s’intende. E il sogno ne manifesta alcuni, i più tosti e delicati. Procedere urge e giova.

Prendo una camera. Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine e, infatti, il posto dà sul mare.”

E, infatti, Margarito va alla ricerca delle “parti psichiche di sé” che vuole disbrigare in questo sogno. Intanto prende “una camera”, intanto si addentra in un luogo tutto suo che ancora non si palesa nella sua identità e nella sua qualità. La “camera”, ormai, si sa che nel linguaggio dei simboli rappresenta ed è una “parte psichica di sé”, una “parte” a cui accostarsi in maniera delicata e senza forzature, senza grimaldelli da ladro di periferia. Non si sa mai quale porta si apre e dove ci si imbatte, specialmente quando si va in hotel, in un luogo di tutti e necessariamente anonimo nella popolare visione, in un luogo così vario e così variamente vissuto da tanta gente e da tante dialettiche psico-esistenziali. Margarito ha tante camere dentro di lui, nel suo sito psichico, nella sua “organizzazione psichica reattiva”, nella sua “struttura evolutiva”, insomma, Margarito non è un uomo da poco e poco considerato “in primis” ai suoi stessi occhi, è un uomo complesso e complicato e specialmente dentro: “Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine”. Si è capito che il sogno non appartiene a un pincopallo qualsiasi o a un Giobatta da Cefalù. Questo prodotto psichico è di un uomo che inizialmente si sta giustamente difendendo dietro l’anonimato e la genericità. Si sa che il sogno tratta di lui, ma questo lui non si appalesa nella sua evidenza sostanziale come un ente toccato dallo spirito santo, questo lui è in pieno qualunquistico anonimato. Di solito questa è la manovra difensiva degli introversi, coloro che hanno tanto vissuto dentro prima che fuori. Tutti abbiamo elaborato un patrimonio notevole di vissuti, ma le persone che propendono all’uso del meccanismo di difesa della “introversione” hanno accumulato tanti tesori presso i castelli medioevali sulla Loira, in Francia guardacaso. Le “porte”, le “porticine”, le “tipo cabine” sono il patrimonio psichico che Margarito sta investendo in questo sogno e trattasi di materiale, “fantasmi” e “vissuti” sotto forma di esperienze o di “erlebnis” alla tedesca, molto coperto perché intensamente pensato ed elaborato. Viene fuori una ricchezza interiore assoggettata a una gamma di difese che la rendono fascinosa per il portatore e gestore, Margarito per l’appunto, e per gli altri, quelle persone che aspirano a intrufolarsi in queste “stanze” e in questi abbozzi di “stanze”, di “parti psichiche” di Margarito.

Perché queste “porte”, “porticine” e queste “tipo cabine” sono fascinose?

Semplice, lo dice lo stesso interessato: “il posto dà sul mare”. Margarito sogna di affacciarsi sul “mare” con i piedi ben saldi sulla terra, sulle sue “stanze” e sui segreti pensieri che vengono dalla profondità psichica ed esulano verso la stessa profondità psichica in cui risiedono. Il “mare” rappresenta simbolicamente il “principio femminile”, la dimensione psichica inconscia, l’esistere e il vivere. Margarito si prospetta alla grande Madre, alla “rimozione” per fomentare un consistente Inconscio, all’essere gettato nel mondo con la sua individualità e la sua libertà, a operare i suoi investimenti di “libido”, a fare le sue scelte, a deliberare e a decidere.

Questo è “il posto sul mare” che Margarito ha tanto bramato, un altro “mare”, il suo “mare”.

Poso le mie cose. Nella stanza ci sono molte cose. Dà un’idea di vissuta, non quella di anonimato solita degli alberghi.”

“Poso le mie cose”: pondero bene i miei vissuti e li razionalizzo al meglio in questa situazione quasi magica in cui mi trovo, uno “status” psichico che soltanto il sogno può dare naturalmente. Margarito sa prendere e sa soprattutto lasciare. Dentro ha una ricchezza consistente e un patrimonio psichico fatto di “molte cose”. Ancora non si capisce bene di quale “stanza” si tratta, ma si è detto in precedenza che Margarito è un uomo coperto e difeso, strutturato e coriaceo che sa dispensarsi al momento giusto come un buon vino d’annata. Del resto, è assolutamente naturale mantenere nell’età matura, quando si ha “l’idea di vissuta”, le “stanze” in ordine, è importante per l’equilibrio psicofisico mettere ogni cosa al posto giusto e dare il posto giusto a ogni cosa. Margarito lo sa e lo ha fatto regolarmente perché non ha potuto concedersi il disordine mentale e l’agitazione nervosa. Ha dovuto organizzare e organizzarsi nel corso del cammin di sua vita e in tal modo ha potuto assaporare nel bene e nel male i frutti delle sue esperienze e i vissuti delle sue modalità cognitive ed emotive, i suoi pensieri e le sue azioni, le sue emozioni e i suoi affetti, i suoi investimenti di “libido” per dirla in gergo psicoanalitico. Ha vissuto e si è contraddistinto secondo le note caratteristiche che ha maturato seguendo il ritmo del coinvolgimento psicofisico che di volta in volta ha dettato in prima persona e secondo le sue valenze. Non si può di certo dire che Margarito è un uomo anonimo e convenzionale, un uomo per tutte le stagioni: tutt’altro! Margarito non ha niente di anonimo e di obsoleto nelle sue “stanze”. Anche il suo albergo ha una tonalità individuale che va dal distacco alla condivisione, dal silenzio al rumore, dall’isolamento al coinvolgimento. Il sogno dice che Margarito si sta ben difendendo con l’uso dei “processi primari” e che si sta aprendo progressivamente alla verità psichica concreta che vuole emergere: “adelante cum iudicio”. Nonostante queste benefiche cautele, Margarito non si esime dal descriversi nei tratti caratteristici della sua formazione evolutiva e dei suoi modi di essere e di esistere.

Faccio una passeggiata verso il mare in una striscia di terra. Ci sono onde molto lunghe anche se il tempo è bello.”

L’attrazione verso l’imponderabile e l’evanescente è irresistibile. Margarito è intenzionato con la sua coscienza “verso il mare” curando di tenere i piedi ben saldi sulla terra. All’uopo è buona anche “una striscia di terra”, un aggancio alla coscienza dell’Io, in una incursione verso il crepuscolo e l’obnubilato, il materiale psichico “rimosso” che non vede la luce della consapevolezza e che fa da sostegno al sistema psichico, alla “organizzazione psichica reattiva” di Margarito. Le sue introspezioni sono incursioni ben ponderate verso il “non vissuto” e il “non detto”, verso tutto quello che poteva nascere e che non ha visto la luce. Il senso della potenza è ben visibile in questo “fallo” di terra, questa “striscia” che s’insinua e s’incunea nell’elemento femminile rappresentato simbolicamente dal “mare”. In linea e in sintonia con il quadro sornione e attendista sono le “onde molto lunghe”, quasi un mare di scirocco, che contrastano con “il tempo bello” a conferma che i simboli parlano un loro linguaggio e non si riducono alla Logica consequenziale di Aristotele. Il mare di scirocco, con il suo moto ondoso di culla, favorisce il rilassamento e la distensione, l’abbandono dei sensi, la “reverie”. Il quadro psicofisico è in sintonia e in sincronia con lo stato d’animo di Margarito, un uomo che cerca e ricerca se stesso nel crepuscolo della sua coscienza e di fronte a “un altro mare”, in una nuova e diversa circostanza esistenziale ovviamente congrua con il momento psicofisico che il Tempo segna scorrendo inesorabile verso il bisogno d’ignoto e la speranza di quiete. “Il tempo è bello” quando è riservato all’abbandono psicosensoriale e alla ricerca di quel “se stesso” diverso e nuovo che non è mai andato al di là del “mare” in cui è nato e cresciuto. La “passeggiata”, il “mare”, la “striscia di terra”, le “onde lunghe”, il “tempo bello” sono gemme che incastonano il gioiello allegorico di un uomo che cerca la sua “atarassia”, la tranquillità del suo animo alla greca. Vediamo dove va a parare la tanta bellezza degli elementi in ballo.

Mi avvicino e mi faccio bagnare dagli spruzzi e penso, mentre lecco il sale: “bello farsi bagnare da un altro mare”.

Leccare il sale di un altro mare, di cui mi lascio “bagnare dagli spruzzi” e intanto “penso”: variando l’ordine delle parole il senso e il significato non cambiano. Margarito è un uomo che cerca una sua nuova dimensione psicofisica, una migliore e rinnovata “coscienza di sé”, proprio in questa allegoria sessuale della ricerca di “un altro mare” salato da leccare e in cui immergersi.

E’ proprio vero che Eros e Thanatos sono fratelli gemelli e marrani!

Il gusto del sale ricorda una canzone d’amore “anni sessanta” dell’ombroso Gino Paoli, un testo e una musica di una semplicità estrema e di un coinvolgimento pop che scende dai sensi per arrivare al cervello soltanto se è necessario. Per il resto è tutta un’emozione gustosa di calore sulla pelle e di sale sul palato. Margarito si smarrisce consapevolmente in questo “altro mare” e si abbandona al gusto di una sapienza che aspira a sublimarsi in saggezza, come in una fase di passaggio da un’età a un’altra, come in una “età” storica di Giambattista Vico, come in un’evoluzione psicofisica del collaudato duo Darwin-Freud. Il “sale” è un simbolo sacro, possiede un carisma e un valore. Quest’ultimo è culturale e ampiamente mercenario. Il “sale” sala e accresce la durata delle sensazioni, delle emozioni e delle certezze consapevolmente razionali, oltre che conservare il pesce e la carne sin dai tempi dei Romani, oltre che fare la fortuna dei primi veneziani della laguna. Il “sale” è come il “mare” un simbolo complesso e atavico, talmente antico che affonda le sue braccia negli albori del “pitecantropo” per la sua naturale gratuità e innata generosità. Il “sale” lo trovi bello e servito sugli anfratti delle scogliere in riva al mare, esige le giuste dosi per essere prezioso al corpo e alla mente, alle ghiandole endocrine e all’eccitazione logica e consequenziale delle libere associazioni e del discorso dialettico. Il “sale” di un “altro mare” è simbolicamente sempre lo stesso, anche se in natura è più o meno saturo e più meno salato. Margarito è eroticamente preso dalla ricerca di una nuova dimensione della sua consapevolezza e non sa fare a meno della parte gustosa ed eccitante della sua unità psicosomatica, del suo bisogno del Femminile, della sua propensione al crepuscolo della coscienza e dei frutti creativi della Fantasia. Ribadisco la coalizione cospiratoria di Eros e Thanatos in questo capoverso fortemente allegorico nell’interazione delle sue dinamiche simboliche. Aggiungo che il richiamo alla modalità cenestetica di scrivere del grande Giuseppe Tomasi, duca di Palma e principe di Lampedusa, nel suo “Gattopardo”: sensualità e sensorialità nelle parole e nelle loro combinazioni tramite l’uso di figure retoriche altamente cariche di sensi e di significati. Leggete il libro per confermare, più che per credere, anche perché ancora l’effetto contaminazione dei sensi e delle parole non è finito.

Dopo essermi cosparso ben bene, penso: “ora faccio una foto e lo racconto”. Ma non ho il cell che ho lasciato in camera.”

Margarito si è “cosparso” di acqua salata, del “sale di un altro mare”, si è cosparso “ben bene” e in questa operazione auto-erotica di qualità sensoriale sente il bisogno di tradurre in parole e in immagini il film che sta vivendo già in sogno. Al normale processo onirico Margarito aggiunge il processo grafico e fotografico. Entrambe le modalità descrittive sono funzionali all’appagamento narcisistico ed esibizionistico, compiacciono la “posizione psichica narcisistica” del protagonista, quella tutta incentrata sull’auto-compiacimento e sull’auto-gratificazione, sulla propria persona e sul gusto della stessa con l’aggiunta del dovuto retrogusto, come nelle migliori degustazione di whisky scozzese in quel di Castelfranco veneto durante le notti nebbiose. Margarito è in debito di offerte di sé ed è in credito di mancate offerte di sé. Si profila un tumulto psicofisico in questa dialettica narcisistica di Margarito con se stesso e con gli altri nel dire e far vedere quel se stesso con il gusto del sale addosso, quel se stesso brillante e saporito come un salmone affumicato norvegese. E’ questo il problema di Margarito, l’offerta di sé al migliore offerente e nelle condizioni prospere di parola e immagine. La rappresentazione “di sé” si associa alla narrazione “di sé” ed entrambe si squadernano verso un prossimo che attende l’epifania del sacro oggetto e del carismatico evangelo. Margarito aspira a raccontarsi e a farsi vedere nelle condizioni migliori del suo essere e del suo esistere lontano dal suo “mare” e in un altro “mare”. E’ presente una vena di fuga e di ritrovamento, fuga dal suo ambiente e da se stesso, ritrovamento di nuovi modi e di nuove forme, sempre di sé, della sua persona che aspira a manifestazioni congrue e congeniali, quasi desiderate con devozione e auspicate a mani giunte. Ma tutto questo processo evangelico ed epifanico è vanificato dalla negligenza, “non ho il cellulare che ho lasciato in camera”. Margarito ha dimenticato dentro se stesso, per la precisione in una “camera” della sua casa psichica, il prezioso strumento di comunicazione che avrebbe permesso l’appagamento di un desiderio e di un bisogno, quello che consentiva il passaggio dal “narcisismo” alla “genitalità”, dall’autocompiacimento gratificante alla condivisione di “parti psichiche di sé” che non trovano la strada giusta per esprimersi in mezzo alla gente. Si precisa sempre meglio la psico-dialettica di Margarito: passare da se stesso agli altri con tutto il carico di “sale” e di sapori “di sé” che si porta addosso e dietro. Per questo progetto è opportuno “un altro mare”, una diversa dimensione della “coscienza di sé” e opportunamente legata a una diversa esibizione di sé: epifania psicofisica. Lo strumento fallico del “cellulare”, che consentiva tale manifestazione, è stato “rimosso”, è stato lasciato dentro di sé, si è inceppato in prigione, si è rotto nei suoi ingranaggi, per cui a Margarito non resta altro che l’appagamento narcisistico e viene a mancare la condivisione, la “genitalità” del dare e del comunicare semplicemente perché ciò che sente “dentro” non riesce a tradurre “fuori”. Questo è lo psicodramma di Margarito: la distonia tra l’interiorità e l’esteriorità, la mancata collusione tra quel che c’è “dentro” e quel che si tira “fuori”.

Penso: “vabbè, poi, quando torno, faccio la foto.”

La “compensazione” val bene una Messa!

Come re Enrico di Borbone in piena guerra di religione nella Francia del sedicesimo secolo.

Margarito usa questo processo di difesa dall’angoscia, la “compensazione” per la precisione, con disinvoltura e perizia. Oltretutto alla fine del sogno si scoprirà che si trova in Francia. Non si perde d’animo semplicemente perché nella sua vita ha imparato a “far di necessità virtù”, seguendo la sapienza antica e assecondando le emergenze moderne. Margarito sa molto bene che non serve opporsi alle forze del destino e tanto meno alla forza dei fatti, per cui la “compensazione” cade a fagiolo nel suo piatto quotidiano di lenticchie. “Nondum matura est”, disse la volpe a se stessa guardando l’appetito e l’inarrivabile grappolo d’uva ancora appeso al suo tralcio. Volgarmente si tratta del meccanismo principe di difesa della “razionalizzazione”, quello che non traligna nel delirio paranoico e che si ferma alla constatazione intelligente dei fatti e della realtà in atto. Così, in un batter d’occhio, l’angoscia che bussava alla porta si risolve in un accorato appello a non lasciarsi prendere dal panico e a ragionare su qualsiasi evento per ricondurlo alle sue coordinate logiche e concettuali. Questo è quanto si può tirare fuori da un semplice e sintetico “vabbè”, nonché fatalistico e di siculo-araba estrazione culturale. Margarito esterna un “amor fati” più nietzschiano di quello di Nietzsche, anzi e meglio, più greco di quello di Zenone. La teoria filosofica dello “eterno ritorno” degli Stoici si riverbera nel suo piccolo nel “quando torno” del semplice Margarito, un uomo che ripete, senza averne coscienza, tragitti psichici già effettuati e già vissuti, il “dejà vu” e il “dejà vecu”, percorsi universali che corrispondono alle modalità dell’Uomo di porsi di fronte alle proprie evenienze contingenti senza avere la consapevolezza che si tratta di posizioni universali di affrontare l’angoscia del vuoto e della perdita. “Quando torno” si traduce in “quando riattraverso”, così come “faccio la foto” si traduce papale papale in “prendo coscienza” in maniera diretta e traslata, razionalizzo secondo immagini, decodifico i simboli. Margarito si dispone alla presa di coscienza che ha posposto in precedenza dimenticando il cellulare in camera. La disposizione psichica di Margarito è buona e tende a disoccultare il materiale psichico rimosso nel mare profondo, a far emergere le sue angosce in riguardo ad eventi drammatici e traumatici. La “razionalizzazione” è da rimandare nel suo quotidiano esercizio. Meglio: Margarito ricorre quotidianamente alla “razionalizzazione”, a farsi una ragione del suo “mare” e del suo nuotare in un “altro mare”, ma il “sale” carismatico della verità non è mai abbastanza da spalmare sul suo corpo.

Penso, però, che in realtà ho lasciato il cellulare, i documenti (strano perché ho la sindrome del “Fu Mattia Pascal” e non giro mai senza), i soldi.”

Il “vabbè” non va più tanto bene al nostro eroe protagonista. Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “compensazione” non funziona come nei tempi migliori, quelli che furono come fu il nostro, immancabilmente siculo, Mattia Pascal e nonostante il nome decisamente francese o francesizzante e la sua residenza ligure. Anche la “razionalizzazione” lascia sul terreno qualche morto da sindrome strana. Il povero meccanismo di difesa e di salute, detto tra noi povera gente del popolo, è stato consumato da un male incurabile: il dubbio francese, la “scepsi” greca. Ma non si tratta del dubbio metodico di Renato delle Carte o della drastica “scepsi” di Pirrone di Elide. Margarito mette in serio e complesso dubbio la sua identità psichica, maturata oltretutto in tanti anni di esercizio del vivere e in tante vicissitudini esistenziali, nonché diffida del suo potere di uomo, maschilità compresa. E’ uscito senza cellulare, senza soldi e senza documenti ed è grande amico e ammiratore di Mattia Pascal e di Adriano Meis. Margarito si trova in “un altro mare”, possibilmente in Francia, per rievocare e mettere in discussione la sua identità psicofisica, la sua parte antica e la sua parte moderna, il suo Mattia e il suo Adriano. L’identità auspicata lo vuole libero dal potere fallico della rete di relazioni, il “cellulare”, lo vuole libero dai suoi connotati psicofisici, “i documenti”, lo vuole libero dal potere maschile d’investimento della “libido”, “i soldi”. Questo è il nuovo Margarito, l’Adriano Meis della situazione, un uomo che ha seppellito i suoi vecchi modi di essere e di esistere e che ha scelto “un altro mare” di cui intingere le membra con il nuovo “sale” dell’autocoscienza, la conoscenza di sé e del suo mondo diametralmente opposta alla vecchia e obsoleta identità alla Mattia Pascal. Margarito in sogno sta istruendo un conflitto sulla sua identità psicofisica e sta cercando una nuova dimensione del suo essere e del suo esistere. Pirandello insegna non a caso. Freud suggerisce il conflitto tra l’ideale dell’Io e l’Io ideale, una dialettica tormentata e ispirata da una forte insoddisfazione e dalla ricerca di una fuga dalla realtà in atto, una contingenza troppo avara e severa nei vissuti di Margarito.

Mi avvio verso la camera non preoccupato, ma faccio una bella corsetta: (sto in piedi, eh!).”

L’affanno non è alleato di Margarito anche nelle questioni importanti. Abituato ai tormenti dell’anima e dell’animo in riguardo alla sua “organizzazione psichica reattiva”, alla sua struttura psichica evolutiva e alla sua identità reale e ideale, Margarito entra in se stesso con la stessa facilità con cui i Greci antichi facevano dire a Socrate “rientra in te stesso” o “conosci te stesso”. L’introspezione non ha fatto difetto nello svolgimento della sua vita, così come la riflessione ha messo a posto i dilemmi più acuti e le disavventure più intrigate, per cui Margarito può avviarsi “verso la camera” “sine cura”, quella camera che lo riguarda in prima persona e tanto da vicino, la camera della sua identità psichica, la camera degli “uno, nessuno e centomila”, la camera di Pirandello e di Kafka.

Chi sono Io?

Quanti Io albergano in me?

Quante immagini di me stesso mi trascino da un mare all’altro?

Quante carte d’identità mi porto in tasca ed esibisco al pubblico ufficioso e ufficiale?

Margarito è abituato alle tante immagini di sé e ha confidenza con le sfaccettature del suo poliedrico e intraprendente “Io”: “faccio una bella corsetta”. E’ questo il senso del muoversi con la Mente, più che con il Corpo, nel mare delle pulsioni, dei desideri, delle aspettative, delle riflessioni, dei ragionamenti. Margarito introduce due piani di realtà, quella onirica che si sta considerando e quella reale che viene commentata da sveglio: “sto in piedi, eh!” Margarito in sogno può correre, nella veglia non può farlo.

Perché e cosa significa questo apparente contrasto?

Nella vita Margarito è andato avanti con le sue abilità psicofisiche che non coincidono con le sue gambe fisiche e a esse non si riducono. “Camminare” in sogno si traduce nel procedere passo dopo passo nelle strade della vita e nella possibilità di riflettere: “mi avvio verso la camera”. La “bella corsetta” equivale al fascino dei processi psichici creativi e nello specifico alla fertilità delle fantasie e dei pensieri, nonché al saltar di palo in frasca o nel procedere per via associativa nella gestione dei tanti vissuti che si affacciano e affollano la sua psiche, di questa sua capacità di movimento nelle stanze dell’Io e nelle camere della Mente. Margarito si mostra compiaciuto e orgoglioso di questa sua abilità nel procedere e nel sostare, di questa sua capacità di movimento tra i meandri della sua vitalità psichica. Ha tanto camminato e corso dentro di lui rispetto allo spazio esterno. Il dilemma dell’identità psichica resta aperto e affidato al miglior offerente. Vediamo chi arriva primo e cosa profetizza.

Non trovo la camera. Allora dopo aver bussato a varie porticine, vado verso la reception per chiedere il numero di stanza.”

Margarito si difende con le sue “resistenze” a riesumare traumi rimossi in riguardo alla sua evoluzione psicofisica e al fine di migliorare la “coscienza di sé”: “non trovo la camera”. Eppure la “camera” c’è, eppure esiste il materiale psichico inquisito e con cautela ricercato, ma la sopravvivenza induce alla prudenza. Quest’ultima in Psicoanalisi si definisce “difesa” e serve a impedire all’angoscia di affiorare e di scaricare la sua connaturata carica nervosa. Quest’ultima è destabilizzante e pericolosa, per cui anche la funzione onirica fa in modo che il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto” per non fare scattare l’incubo e il risveglio immediato. Margarito “non trova la camera”, la sua camera, da sé e abbisogna di progressione e di tutela con l’atto vario di bussare “a varie porticine” che aprono varie stanzette. Margarito non vuole “sapere di sé” nella sua autenticità e si crogiola cazzeggiando su false immagini di sé o su parziali rendiconti della consapevolezza del suo Io. Le “porticine” chiudono accessori psichici e non essenze e sostanze di buona qualità, le “porticine” appartengono a quelle stanzette in cui si occulta in maniera disordinata il materiale che apparentemente non serve nella vita corrente anche se ha una buona importanza formativa. Margarito ricorre alla “reception” per “sapere di sé”, ricorre al riconoscimento che riceve dall’esterno, dalle sue capacità relazionali e dall’offerta sociale di “parti psichiche di sé”. Margarito si commisura agli altri per avere il suo “numero di stanza”. Mi spiego meglio: se chiedete a Margarito “chi sei?”, vi risponderà “io sono quello che gli altri rimandano dal mio dare loro”, ribatterà che la sua identità prevalente è collocata nei dati e nei riscontri che la sua persona riceve dai suoi investimenti sociali. E’ come se il “narcisismo” si sposasse con la “genitalità”, l’Io si rinforzasse continuamente dal riconoscimento degli altri, l’uomo si nutrisse del bene che opera e del come opera bene nei riguardi della gente che lo circonda e che riconosce e apprezza il suo operato. Importante è per Margarito quello che viene a lui dall’ambiente sociale, dagli altri a cui non fa mancare i suoi investimenti. Narciso si sposa con il buon uomo e coltiva di sé questo bisogno di riconoscimento. Margarito è socialmente un buon padre, appartiene alla comunità e predilige i centri sociali. Da questa azione trova forza il suo Io. Questa è la “reception” dell’hotel di Margarito, nonché il suo numero di stanza che si andrà a precisare nel prosieguo. La dialettica tra Margarito e la gente è intensa e determina in gran parte l’identità psichica. Margarito è decisamente un “animale sociale”, uno “zoon polithicon”, secondo i dettami filosofici del buon Aristotele.

Ci sono due signore e una mi dice: “Oui, oui, monsieur Margaritò, (quindi sono in Francia), il numero è questo e mi avvio verso la stanza.”

Le donne, le “signore” sono maieutiche nel sogno di Margarito, sono “due” e sono francesi. Queste due figure femminili detengono il potere, sempre secondo il vangelo psichico e onirico, di avere in deposito l’identità psichica di Margarito, meglio di Margaritò. Dire che sono due donne della sua vita è troppo semplice e quasi banale, dire che sono due “parti psichiche” del nostro eroe protagonista è prossimo alla verità, dire che sono introiezioni di figure psichiche che hanno contribuito alla formazione psichica di Margarito è giusto e al di là del loro sesso fisiologico. Queste “due signore” detengono “il numero” di accesso alla “stanza”, sono figure che hanno consentito a Margarito l’ingravidamento e il parto progressivo di se stesso: socraticamente “maieutiche”. Nella realtà possono essere due donne, così come possono essere due figure maschili nelle quali Margarito ha investito gran parte della sua “libido” nel processo psicofisico evolutivo. In “un altro mare” Margarito alla fine ha fatto sempre i conti con la sua identità psichica, “il numero della stanza”, un dato e un vissuto che trovano riscontro in figure protettive e affidabili, carismatiche e “genitali” che hanno rinforzato e sostenuto l’evoluzione dell’Io con la giusta dose di narcisismo. Il “mare francese” è “l’altro mare” di Margarito e in questa scelta si coglie la predilezione verso culture mediterranee neolatine, nonché verso una tipologia di femminilità sofisticata e fascinosa, “charmant”. Non dimentichiamo che le due donne sono salvifiche, soteriologiche alla greca e non alla francese, perché l’identità psicofisica di Margarito passa attraverso queste due figure formative.

Altro non so aggiungere a questa lunga disamina del sogno di Margarito, per cui l’analisi si può chiudere qui.

Anzi, ricordo che la lingua francese è la più sensuale dell’universo.

Adesso il sogno di Margarito ha trovato il suo fine e la sua fine.

TRA PASSATO & PRESENTE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“E’ estate e sono al mare, in piedi sulla parte alta di uno scoglio che a gradoni scoscesi penetra nell’acqua. Ci sono molte coppie di giovani e sono ragazza anch’io; siamo tutti in costume da bagno, ho un filarino con un ragazzo molto bello che mi bacia e sfiora con naturalezza. Sto bene, sono a mio agio con me stessa e con quello che c’è intorno (mi sento come mi sentivo realmente da ragazza, il corpo in mostra, baluardo di un infinito presente, e la mente proiettata di diritto su un futuro certo). Scendiamo in gruppo a vedere com’è il mare e lo trovo bellissimo. Ad un tratto noto che in realtà c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa, ma mi piace anche questo, sono estasiata da tutto quello che vedo.

Sono nel mio presente, ora, e cammino (ma a momenti guido) con la mia nipote adorata lungo l’argine di un ampio torrente in piena, sebbene con l’acqua calma e chiara; nel paesaggio c’è anche un grande fiume, incantevole. Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda. Vado da entrambe le parti, mi sento serena, c’è una bella luce, il paesaggio e la natura mi riempiono di felicità. Sono in compagnia di alcune donne, credo componenti della mia famiglia o care amiche.

Poi ritorno ragazza sullo scoglio ed è calata la sera. Con me c’è il gruppo di giovani di inizio sogno e ci stiamo divertendo, si ride, forse ci stiamo preparando per una festa. Mi giro e sulla sinistra vedo avanzare mio padre; il suo viso nel sogno non è affatto quello di mio padre: ha gli occhiali e una chierica, indossa un vestito elegante ma ordinario, grigio chiaro, sembra un travet. Sono così contenta di vederlo, mi si riempie il petto di gioia. Lo abbraccio forte e lui mi sorride e mi stringe a sé. Mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio e lui è su quello sottostante, mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo. Provo un potente sentimento di amore che mi appaga pienamente. Non ho mai amato mio padre con il sentimento che provo nel sogno; ho amato mia madre così, vorrei dire “in modo così puro”. Era come se nel sogno provassi per la prima volta per un uomo un sentimento deprivato del suo potere seduttivo.”

Mi sono svegliata.

Questo è il sogno di Sabina

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Possono convivere in sogno passato e presente magari in una notte di mezza estate?

Certo, nel “breve eterno”!

Il sogno di Sabina è l’esempio di come la Psiche riesce a tenere nell’arco consapevole del suo orizzonte i “fantasmi” e le esperienze vissute al di là della loro qualità. La “coscienza di sé” è la consapevolezza di questo materiale psico-esistenziale fermata nel momento storico considerato. Il Vivere porta a trascurare la Psiche a vantaggio del Pragma, il vissuto psicologico rispetto al fatto occorso nella sua concretezza. Il sistema delle “resistenze” è funzionale alla difesa dell’equilibrio tra corpo e mente con il suo impedire l’afflusso alla coscienza del materiale psichico dimenticato o “rimosso”, così come il sistema dei “processi e meccanismi di difesa” opera in maniera articolata per lo stesso fine omeostatico: il contenimento dell’angoscia.

E così, vivendo e sin dal primo vagito, il trauma e l’angoscia scandiscono i tempi e i modi della riflessione su se stessi e sulla propria formazione. Il bambino infante usa i seguenti “meccanismi di difesa”, definiti per l’appunto “primari”: il “ritiro primitivo” che consiste nel non vivere l’angoscia fuggendo dalla realtà e disinvestendo, il “diniego” che si attesta nel rifiuto dell’angoscia e nella negazione della perdita, il “controllo onnipotente” che si esplica nel potere esercitato nel conflitto con la realtà traumatica, la “idealizzazione e svalutazione primitive” che si esercita nell’esaltazione della protezione da parte dei genitori e nella successiva delusione, la “proiezione” e la “introiezione” e la “identificazione proiettiva” che si giustificano con la difficoltà del bambino di capire la dialettica tra mondo interiore e mondo esterno e nell’attribuire all’altro il proprio passato psichico, la “scissione delle imago” e la scomposizione dei “fantasmi” nella “parte positiva” e nella “parte negativa”, la “dissociazione” che si attesta nella difesa dall’angoscia attraverso lo sdoppiamento dell’Io.

Questo è il corredo psichico difensivo del bambino. L’adulto userà “meccanismi e processi” sofisticati ed evoluti per difendersi dall’angoscia che è la “malattia mortale” secondo le Religioni monoteistiche, la filosofia di Epicuro, di Kierkegaard, di Schophenauer, di Heidegger, di Sartre e di altri filosofi che hanno posto l’accento sulla consapevolezza umana intorno alla fine e all’uopo hanno ricercato il fine della vita in base alla loro formazione psichica, ai loro “fantasmi” e alle loro esperienze vissute. Anche i filosofi hanno proiettato nelle loro opere il corredo composto dei loro turbolenti “fantasmi” e i tratti caratteristici delle loro “formazioni psichiche reattive”. Il processo difensivo è ancora più evidente nelle opere poetiche. Quindi, anche i poeti non sono esenti da “proiezioni” catartiche e da contaminazioni tra il privato e il pubblico. Provate a leggere Leopardi in chiave psicodinamica e ne vedrete delle belle.

Il sogno di Sabina si snoda narrativamente ponendo di tanto in tanto, quasi per gradire, qualche simbolo consistente e massiccio a testimoniare che il “processo primario” è in funzione, qualora qualcuno non se ne fosse accorto. E così tra il racconto e la rievocazione del passato la Fantasia immette i “fantasmi” per condire al meglio la minestra, di per se stessa gustosa e piccante sullo stile anni settanta. Sarà interessante scindere la narrazione descrittiva dalla simbologia dei “fantasmi” e tra ricordi e desideri, tra pulsioni ed emozioni il piatto della nostalgia sarà alla fine ben ricolmo di ricche e sfiziose primizie che il Tempo non è riuscito a consumare con le sue tinte grige e le sue sfumature altrettanto grige.

Il film di Sabina è in tre tempi e si svolge con un rimando temporale rincorrendo la figura paterna e materna. Il fine è quello di sistemare la “posizione edipica” partendo dall’adolescenza e arrivando alla maturità. Sabina non accettava il padre e si sentiva rifiutata. Nel sogno non solo lo recupera e lo riconosce, ma lo adotta al fine di integrare la sua identità psichica e di migliorare la comprensione della sua storica relazione con l’universo maschile.

Il tragitto interpretativo è diviso in tre parti ed è oltremodo interessante.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

IL SOGNO DEL PASSATO

E’ estate e sono al mare, in piedi sulla parte alta di uno scoglio che a gradoni scoscesi penetra nell’acqua. Ci sono molte coppie di giovani e sono ragazza anch’io; siamo tutti in costume da bagno, ho un filarino con un ragazzo molto bello che mi bacia e sfiora con naturalezza.”

La vena narrativa non manca nel disegnare questo quadretto anni settanta della serie “un giorno d’estate al mare”. Sabina è una ragazza tra le tante, ma è super, come la benzina e le sigarette di allora. Guarda caso, lei si trova tra le altre adolescenti accoppiate, ma è in piedi e sulla parte alta dello scoglio. Il senso dell’alto-locazione, più che dell’ipertrofia, dell’Io, è appariscente in questa seducente e sedicente “ragazza” che non si fa mancare il “filarino con un ragazzo molto bello”. Sabina non si limita al corteggiamento di un liceale, procede verso la naturalezza della “libido orale” ed epiteliale. Questo spaccato da “Sapore di sale” del mitico Gino Paoli è talmente delicato e semplice da diventare eccitante nella lettura e nell’attraversamento di desideri ed emozioni universalmente vissute tra i meridiani e i paralleli dell’inquinato pianeta. E l’incauto lettore debitamente ringrazia la ragazza che con naturalezza sogna e si descrive mentre attraversa la penultima fase REM del suo sonno.

Sto bene, sono a mio agio con me stessa e con quello che c’è intorno (mi sento come mi sentivo realmente da ragazza, il corpo in mostra, baluardo di un infinito presente, e la mente proiettata di diritto su un futuro certo).”

L’esibizione del benessere e della sicurezza avviene in maniera pacata ma decisa. Sabina rievoca e commenta orgogliosamente una fase importante della sua vita e della sua formazione psichica, l’adolescenza o “il tempo delle mele”. Il passato ritorna al presente nelle posture psicofisiche di base per proiettarsi in un gratificante futuro: il “breve eterno” è servito su una insalatiera d’argento come quella della coppa Davis. Quest’operazione è resa possibile dal “corpo in mostra” e disposto all’altro, nonché dalla “mente” certa del “futuro” e sicura del suo diritto naturale. Sabina è il suo corpo, Sabina è la sua mente, il corpo è baluardo e la mente è progetto. Su queste fondamenta Sabina costruisce la sua casa nella fusione dei tempi del ricordo, della vita in atto e dell’attesa. Vedi cosa combinano il Corpo e la Mente quando sono a briglia sciolta e in un attimo di distrazione dell’Io.

Scendiamo in gruppo a vedere com’è il mare e lo trovo bellissimo. Ad un tratto noto che in realtà c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa, ma mi piace anche questo, sono estasiata da tutto quello che vedo.”

Fino a questo punto il sogno di Sabina si è lasciato spiegare tra narrazione e riflessione senza ricorrere a pericolose e strane acrobazie simboliche. Del resto, la ragazza è semplice e sofisticata al punto giusto, per cui si lascia cogliere nelle sue linee e nei suoi archi, nelle sue rotondità e nelle sue piramidi. Socializza bene Sabina, non ha remore e blocchi nel suo giovanile motore di adolescente che cerca di conoscersi nel gruppo. Ma il vero gruppo è la sua “gruppalità” interna, il complesso delle sue istanze e la rete delle sue relazioni, i mille modi di rappresentare le sue pulsioni e gli altrettanto mille nodi che intesse tra le varie parti di sé.

“Il mare è bellissimo”.

Ecco la simbologia tanto attesa e tanto ampia!

Sul mare si è tanto discusso, tanto si discute e tanto si discuterà, come è giusto nel consorzio dell’umana ignoranza e della recidiva presunzione.

E’ il simbolo dell’Inconscio freudiano?

E’ il simbolo della Vita e del Vivere?

Rappresenta la parte fascinosa e misteriosa della Madre?

Raffigura l’ardimento e la sfida umana all’apparente Indefinito?

E’ quello che ognuno di noi vuole?

Ecco, è sicuramente il nostro “significante”!

Di certo il Mare è un po’ di tutto, ma per Sabina è soprattutto il suo presente che si infutura. Ma lei non si accontenta della normalità rassicurante, non si appaga di ammirare il mare e di viverlo come il suo spazio d’investimento. Sabina cerca la simbologia complessa e fa interagire il mare con l’estuario di un fiume, rappresenta il Principio Maschile e il Principio Femminile nella fusione di un meraviglioso e poetico coito primordiale. Il Fiume è maschio e rappresenta il Padre e il suo estuario è l’orgasmo che acquieta la tensione dello scorrimento e la ricerca della fine, mentre il Mare è femmina e rappresenta la Madre che accoglie e annega lo spasmo del nobile consorte nelle sue ampie anse. Sabina tocca apici mitologici in questa poetica quanto inconsapevole descrizione proprio rappresentando in maniera originale la scena del “Coito primordiale”. Ma attenzione, è tutta farina del suo sacco semplicemente perché non risulta immagine mitologica simile tra le mie conoscenze e le mie erudizioni. Non mi risulta che Zeus si sia trasformato in “potamos”, fiume, per accoppiarsi con la Dea di turno frutto delle sue brame erotiche e dei suoi istinti sessuali. Ma la meraviglia non è ancora finita. State attenti che Sabina, introducendo l’amplesso primario della coppia genitoriale, sta rispolverando la sua conflittualità con i suoi genitori, “posizione psichica edipica”, ed evidenzia i suoi sensi di colpa nelle acque limacciose e verdastre. Ma non è finita la storia perché Sabina dimostra di aver risolto la sua scomoda collocazione tra padre e madre e dichiara “apertis verbis” che è “estasiata da quello che vede” e non lesina di aggiungere che le piace, prova godimento nella visione del padre e della madre in simbiosi. Certo che il Mare è più grande del Fiume, certo che la Madre domina nel vissuto della Figlia, certo che la figura materna è maestosa nella visione della figlia, certo che la mamma è tanta per Sabina. Il Padre Fiume viene accolto nel suo disperdersi i mille rivoli neurovegetativi nell’ampio e misterico Grembo della Madre. La madre è dominante nella psicologia formativa di Sabina.

Sintetizzo questo ampio quadro allegorico. Sabina rievoca la sua “posizione edipica” rappresentando in maniera personale la mitica fusione maschio-femmina. In quest’operazione dimostra di aver riconosciuto il padre e la madre, per cui il benessere psicofisico necessariamente consegue.

I simboli e gli archetipi sono il “mare” o l’esercizio del vivere al femminile, il “fiume” o l’insinuazione maschile, “l’estuario” o la dilatazione maschile, “l’acqua verdastra e limacciosa” o dei sensi di colpa, “estasiata” o la caduta della vigilanza e la variazione dello stato di coscienza, “vedo” o sono consapevole

IL SOGNO DEL PRESENTE

Sono nel mio presente, ora, e cammino (ma a momenti guido) con la mia nipote adorata lungo l’argine di un ampio torrente in piena, sebbene con l’acqua calma e chiara; nel paesaggio c’è anche un grande fiume, incantevole.”

Passata è in sogno l’adolescenza e la donna si manifesta nel suo splendore e nella sua controllata irruenza psicofisica mentre lascia scorrere la sua vita senza farsi mancare l’amor proprio e tenendo in grande considerazione la figura maschile nella persona del padre idealizzato. Nell’hic et nunc, nell’aqui y ahora, nel suo presente Sabina vive e si vive rafforzandosi nell’amor proprio tramite la giovane nipote che si porta a spasso come se fosse la Sabina adolescente del precedente sogno. La vitalità della “libido” è in eccesso ed è da gestire con giudizio. Ma la “libido” non è mai in eccesso, come la femminilità evidente e il bel portamento. L’uomo ideale si insinua in questo quadro bucolico come l’eredità della “parte buona” del padre. L’adolescente è diventata donna e ha razionalizzato la sua “posizione edipica” riconoscendo il padre e sistemandolo secondo norma e secondo dovere.

Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda.”

Come Edipo, giovane e intraprendente, piomba con il suo carro nel quadrivio di Tebe dove incontra Laio, il padre sconosciuto, e lo uccide per una questione apparente di precedenza, anche Sabina nel corso della vita arriva a un bivio, perviene a una presa di coscienza sulla sua “destra” e sulla sua “sinistra”. Sabina è chiamata a deliberare sul futuro basato sulla storia psico-familiare e sulla sua formazione o a decidere di tornare indietro sui suoi passi e ristagnare ancora sul padre e sulla madre, sul pontile e sul lago, sul maschio e sulla femmina, sulla sua relazione conflittuale con i genitori e le loro enigmatiche figure. Anche Edipo era di questa pasta e si avviava a consumare la tragedia a lui dedicata e ampiamente voluta dagli dei dell’Olimpo anche per dare l’opportunità a un certo doctor Sigmund Freud di dare sfogo alla sua genialità creativa e alla sua grafomania. Nel sogno sul tempo passato di Sabina c’era l’estuario di un fiume e il mare, nel sogno sul tempo presente c’è un pontile e un lago. La simbologia è la stessa, ma manca la monumentalità della scena e l’entità dei componenti.

Vuoi mettere un misero pontile che si insinua sia pur nel lago di Garda con il mare che assorbe e dona la pace a un fiume in piena dilatazione dei sensi? Eppur la Madre domina sempre sia nel suo essere “mare” e sia nel suo essere “lago”.

Potenza dei suoi insegnamenti e delle sue virtù!

Cosa suggerisce la simbologia del pezzo considerato?

Il “bivio” rappresenta la deliberazione e la scelta, la “destra” rappresenta il maschile e il futuro e la ragione e la realtà, la “sinistra” rappresenta il femminile e il sistema neurovegetativo e il passato e il crepuscolo della coscienza, il “pontile” rappresenta la protuberanza e l’insinuazione maschili, il “lago” rappresenta la ponderatezza oscura del femminile o l’acqua cheta.

Vado da entrambe le parti, mi sento serena, c’è una bella luce, il paesaggio e la natura mi riempiono di felicità. Sono in compagnia di alcune donne, credo componenti della mia famiglia o care amiche.”

Onnipotenza e ubiquità sono le doti dell’infanzia, quell’età che in Sabina non è mai fortunatamente tramontata e che si trasporta dietro nel cammin di sua vita quasi dicendo che è riuscita a comporre in armonia il passato con il presente e che attualmente la sua vita gode ottima salute secondo l’ultimo bollettino meteopsicorologico. Sabina riconosce il suo passato e il suo presente perché ha composto il padre e la madre nel “simbolo delle sue origini”. Tale nobile e proficua operazione ha maturato i frutti di una buona armonia psicofisica. La carta d’identità psichica di Sabina è la seguente: riconoscimento e “sapere di sé”, disinibizione e disimpegno. Una lucida razionalità si accompagna a una buona emotività, un buon demone governa le fattezze e le movenze del corpo. Finalmente Sabina è in compagnia di se stessa e degli altri, sa relazionarsi con le sue “parti psichiche” e con gli oggetti dei suoi investimenti di buona “libido”.

La simbologia dice che “serena” equivale a mancanza di nubi o ataraxia e assenza di affanni, “luce” o ragione e processi secondari, “paesaggio” o “status” psichico in atto, “natura” o ciò che nasce, “felicità” o buon demone o spirito vitale, “donne” o del potere femminile, “famiglia” o “gruppalità” interiore e parti psichiche in relazione, “amiche” o confidenza tra sé e sé.

RITORNO AL SOGNO DEL PASSATO

Poi ritorno ragazza sullo scoglio ed è calata la sera. Con me c’è il gruppo di giovani di inizio sogno e ci stiamo divertendo, si ride, forse ci stiamo preparando per una festa.”

Il sognare consente di giocare con il Tempo e magari di beffarlo con una innocente manovra della memoria che permette alla saltimbanco Sabina di spostarsi a suo piacimento tra le pieghe dei ricordi più gratificanti e intimi. L’animo si muove tra le note di una musica scandita dalle pulsioni e dalle emozioni di una donna matura che rievoca la sua adolescenza e il suo corpo alla ricerca della giusta identità. L’adolescenza viene rivissuta da Sabina nello spazio temporale di un giorno: “sullo scoglio è calata la sera”, il momento del passaggio da uno stato di entropia ormonale a uno stato di migliore consapevolezza del proprio patrimonio genetico. Sabina celebra in sogno il passaggio dall’adolescenza alla prima giovinezza, dal “tempo delle mele” al “tempo delle albicocche”, dall’acerba adolescente alla pienezza della donna. Vediamo come si vive e si descrive Sabina: socievole, gioviale, disponibile, gioiosa.

La simbologia conforta l’interpretazione affermando che “divertendo” equivale a stabilisco una dialettica relazionale o socializzo mantenendo la mia personalità, “si ride” equivale a si amoreggia, “festa si traduce in “dies festus” o giorno solenne e atto alle cerimonie e alle condivisioni pubbliche.

Mi giro e sulla sinistra vedo avanzare mio padre; il suo viso nel sogno non è affatto quello di mio padre: ha gli occhiali e una chierica, indossa un vestito elegante ma ordinario, grigio chiaro, sembra un travet.”

Sabina non è contenta e si complica la vita psichica continuando a sognare temi consistenti e di grande spessore: il padre e la sua “posizione edipica”. Ma quanto importante è stata questa figura nell’economia e nella dinamica evolutiva di questa benedetta e sacrosanta donna?

Sabina rivive il passato e sulla scena onirica fa arrivare “mio padre”: “mio” indica un possesso significativo. Ma non può rappresentare il padre reale con i suoi pregi e i suoi difetti, le sue virtù e i suoi disvalori, Sabina deve presentare il padre ideale e idealizzato. I tratti del viso non sono affatto quelli del padre reale, è un uomo calibrato, razionale, avveduto ed è soprattutto un uomo sublimato, un gran sacerdote dalla “chierica” che ha rinunciato al mondo materiale con il taglio di cinque ciocche dei capelli. Per il resto il padre è un “monsù Travet”, un uomo qualunque con la distinzione dell’ordinario grigiore di una figura che ha attratto per quello che non possiede e che la figlia ha immaginato che avesse e fosse dotato. Degna d’interesse è la “sublimazione” del padre nella “chierica”: l’impedimento difensivo dall’attrazione sessuale. Sabina si difende in sogno dal coinvolgimento erotico con la figura paterna provvedendo alla sua svirilizzazione. Così marcia la “posizione edipica” secondo la “buona novella” della protagonista.

Vediamo i simboli. La “sinistra” è regressione e ritorno al passato, il “viso” è il complesso dei tratti caratteristici esibiti nel sociale, gli “occhiali” sono la versione ambivalente della razionalità nel rafforzamento e compensazione di debolezza, la “chierica” è la “sublimazione della libido”, il “vestito” è l’insieme dei modi psichici di apparire, “elegante” equivale a essere suo padre e fuori dal gregge, “ordinario” è tutto ciò che non è straordinario, “grigio” è privo di slancio vitale, “travet” è rafforzamento di ordinario e grigio.

Sabina non ha una buona opinione del padre e lo vive come una figura di poco spessore, ma ha operato tutte le difese del caso come tutte le bambine, lo ha accettato e se ne è staccata.

Sono così contenta di vederlo, mi si riempie il petto di gioia. Lo abbraccio forte e lui mi sorride e mi stringe a sé. Mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio e lui è su quello sottostante, mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo. Provo un potente sentimento di amore che mi appaga pienamente.”

La psicodinamica “edipica” in riguardo alla figura paterna non si è conclusa e Sabina la porta avanti dal rifiuto all’accettazione, dalla razionalizzazione al riconoscimento, dall’inclusione all’adozione. Il quadro non si era composto durante l’adolescenza e le pennellate si sono spiattellate ancora sulla tela. Come sosteneva e insegnava Carlo Ravasini, “l’Edipo non si risolve mai del tutto e meno male”. Vediamo come e in che modo Sabina è andata avanti nel suo amorevole travaglio. La donna associa il sentimento alla consapevolezza, la gioia all’immagine interiore o alla “parte positiva” del “fantasma del padre”. L’empatia e la simpatia diventano di casa. Il padre e la figlia ormai si capiscono e soffrono insieme di quella dolorosità nostalgica basata sul tempo perduto e su quello che potevamo mangiare e per pudore non hanno consumato. Lo stare insieme diventa intrigante e seduttivo, acquista un colore erotico che va dal rosso passione al giallo gelosia per sfumarsi definitivamente sul verde vitale della realtà in atto. Il pudore ancora è vincente e la “sublimazione” si colora di tinte delicate che sfumano dalla recezione sessuale traslata all’avvolgimento in un abbraccio protettivo pudicamente posizionato di spalle e in una forma di ingravidamento. Sabina incorpora il padre nel suo grembo come quel figlio che avrebbe voluto nelle sue fantasie avere dal padre e che adesso è diventato accudimento materno del padre, l’adozione di un uomo che a suo tempo fu figlio e oggetto di multicolori sensazioni e di indicibili emozioni, di losche fantasie e di foschi pensieri, un padre che adesso è oggetto di cura e di premura.

I simboli dicono che “contenta di vederlo” si traduce in piena e soddisfatta della mia consapevolezza nei riguardi del padre, “riempie il petto di gioia” si traduce in appagata nel sentimento e nell’emozione, “abbraccio forte” si traduce in lo assimilo e lo faccio mio, “mi sorride e mi stringe a sé” si traduce in mi scatena pulsioni e desideri, “mi siedo su uno dei gradoni naturali dello scoglio” si traduce in ho potere, “lui è su quello sottostante” si traduce in ha bisogno di me, “mi gira la schiena” si traduce in ho pudore e mi difendo dal coinvolgimento diretto, “allargo le gambe e le mie braccia” si traduce in mi dispongo alla fusione erotica e al coinvolgimento affettivo, “lo cingo forte nell’incavo del mio corpo” si traduce nella traslazione dell’ingravidamento, “provo un potente sentimento d’amore” si traduce nella sublimazione della libido, “mi appaga pienamente” si traduce in pieno funzionamento della difesa psichica.

Questo è il paragrafo più allegorico e poetico perché contiene ed esprime la psicodinamica edipica completa di Sabina nei riguardi del padre. Non è da meno per le donne di qualsiasi parte del globo terracqueo.

Non ho mai amato mio padre con il sentimento che provo nel sogno; ho amato mia madre così, vorrei dire “in modo così puro”. Era come se nel sogno provassi per la prima volta per un uomo un sentimento deprivato del suo potere seduttivo.”

Nel sogno si fanno anche riflessioni e quest’operazione richiede che il sonno non sia pesante, che le fasi REM o nonREM siano blande e che magari Sabina si stia svegliando dolcemente emozionata dal vissuto tenero e materno verso il padre. Sabina si prende cura del padre ed è pronta ad amarlo “in modo così puro”. La “sublimazione della libido” soccorre la figlia adulta nel capire che lo stesso trattamento affettivo e sentimentale che aveva riservato alla madre, adesso lo può vivere con il padre. I corollari erotici e seduttivi del potere femminile si sono evoluti nella capacità di amare il genitore con la stessa moneta della madre. Sabina non vuole ripetere con i suoi uomini la modalità erotica e affettiva che in passato riservava al padre, per cui introduce la benefica presa di coscienza, “razionalizzazione”, che le permette di liberarsi dalla “coazione a ripetere” e di liberare l’inventiva sulle altre svariate modalità di “investimento di libido” sull’oggetto del proprio desiderio. E’ importante che la donna non scarichi sul partner quello che ha vissuto nei confronti del padre e che da lui non pretenda la compensazione delle sue frustrazioni erotiche e affettive. Sabina ha ben razionalizzato la sua psicodinamica edipica e adesso è una donna libera di amare l’uomo senza essere condizionata dalla ricerca nell’uomo del padre buono o del padre cattivo, del padre vissuto secondo il “fantasma”.

Vediamo i simboli: “in modo così puro” equivale alla sublimazione della libido o desessualizzazione, “deprivato del suo potere seduttivo” significa che ho abbandonato la “posizione fallico-narcisistica” e mi sono evoluta nella “posizione psichica genitale”.

Questo è quanto dovuto al sogno di Sabina.

PSICODINAMICA

Il sogno di Sabina svolge la psicodinamica edipica in riguardo alla figura paterna secondo le linee guida di un processo evolutivo che viaggia dalla conflittualità al riconoscimento per poi adire all’adozione e all’accudimento amoroso e sublimato del padre.

PUNTI CARDINE

I punti cardine dell’interpretazione del sogno di Sabina s’incentrano in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa,” e in “Proseguo ed arrivo ad un bivio: sulla destra scende una strada che porta al tratto di mare visto in precedenza e sulla sinistra un’altra arriva ad un pontile che dà sul lago di Garda.” e in “mi gira la schiena e io allargo le mie gambe e le mie braccia e lo cingo forte nell’incavo del mio corpo.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei simboli si è detto lungo il tragitto. Tra il narrativo e discorsivo il sogno di Sabina offre simbologie allargate in allegorie. La più creativa è l’allegoria del coito edipico: “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa,”.

L’archetipo del “Padre” si manifesta nella sua maestosità in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare”. L’archetipo della “Madre” si evidenzia in “mare” e in “lago”.

Il “fantasma” dominante riguarda il padre.

Sono ampiamente distribuite nel sogno di Sabina l’istanza vigilante “Io”, l’istanza “Es” rappresentazione dell’istinto, l’istanza censurante e limitante “Super-Io”.

La “posizione psichica edipica” trova la sua epifania e il suo trionfo attraverso le fasi globali. La “posizione genitale” consegue naturalmente.

I meccanismi psichici di difesa sono la “condensazione”, lo “spostamento”, la “simbolizzazione”, la “figurabilità”. Quest’ultima si esalta in “c’è un fiume che entra ad estuario in questo mare e porta con sé un’acqua verdastra e limacciosa”. Il “processo psichico di difesa della “regressione” appare nelle esigenze psicofisiche oniriche, ma è la “sublimazione della libido” a trovare la sua forza nelle varie circostanze descritte dal sogno.

Il sogno di Sabina esibisce un deciso tratto “edipico” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”.

Sabina elabora nel sogno le figure retoriche della “metafora”, “metonimia”, “enfasi”, ma dominante è la “allegoria”.

La “diagnosi” dice di un’evoluzione completa della “posizione edipica” e nello specifico della relazione con la figura paterna: dalla conflittualità alla razionalizzazione, dal riconoscimento all’adozione.

La “prognosi” impone a Sabina di integrare e compattare le conquiste fatte, nonché di disporle a buon fine nei riguardi della figura maschile che ammette alla sua condivisione e allo scambio dei doni psicofisici.

Il “rischio psicopatologico” si attesta in una “psiconevrosi edipica”: isteria, angoscia, fobica e ossessiva, depressiva.

Il “grado di purezza onirica” è “buono” nel suo conciliare la narrazione con la logica consequenziale attraverso il ricamo dei pezzi da novanta, i simboli.

La “causa scatenante” del sogno di Sabina è un riferimento al padre o a una figura similare, nonché la nostalgia del bel tempo vissuto.

Le “qualità oniriche” sono decisamente l’atemporalità e la diacronia. Il “breve eterno” si sposa con il rivivere il passato.

Il sogno di Sabina si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della spedita conciliazione del fattore narrativo con il fattore simbolico.

Il “fattore allucinatorio” trova riscontro nell’esaltazione del senso della vista. Le sensazioni di movimento sono presenti in maniera progressiva e senza alta incidenza.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Sabina è sicuramente “buono” perché i simboli sono evidenti e interagiscono senza stridore. Il “grado di fallacia” è veramente minimo.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Sabina è stata valutata da un lettore che di mestiere fa il ragioniere in un’impresa di pompe funebri e per hobby recita in commedie dialettali. So che si chiama Tatai, rifacimento di Gaetano, e che si vanta in giro di essere mio amico.

Tatai

Innanzitutto voglio sfatare il fatto che il mio lavoro porti sfortuna. Questo pregiudizio è frutto della paura della gente di aver bisogno di questo servizio. Ma lei deve sapere che la mia azienda sponsorizza una squadra di calcio amatoriale e i giocatori portano sulla maglietta la dicitura “con …asso hai un buon trapasso” e il prossimo anno faremo pubblicità all’urna ecologica con l’immagine di una bambina bionda seduta su un prato verde e con la dicitura “nonno raccontami ancora”. Cosa pensa lei, che è bravo nella pubblicità, di questa bella mia trovata?

Salvatore

Che tu fossi un personaggio eccentrico, mi era chiaro e risaputo. Confermi la tua eccezionalità e la tua sicilianità nel raccontare e nel chiedere, ma ti ricordo che poi dobbiamo parlare del sogno di Sabina e non delle tue bravate. Comincio. Una volta c’era il becchino, ma oggi è giusto che ci sia l’impresa dell’aldilà con tutti i “confort” che possono alleviare i sensi di colpa dei cari parenti sopravvissuti. Voi beccamorti siete operatori del “fantasma di morte”, siete benemeriti funzionari del triste congedo, sapete di psicologia e di sociologia, di semiotica e di psicoanalisi, di finanza e di speculazione e anche di malaffare nello spartirvi le povere salme fuori dagli obitori. Siete destinati a funzionare sempre e vi siete organizzati anche a livello di corporazione e non soltanto. La pubblicità sulle magliette della squadra di calcio era stata fatta negli anni settanta, mentre l’altra l’ho già vista presso il cimitero di Siracusa qualche anno fa. Quindi non mi resta che dirti che sei un imbroglione e un istrione, un ciarlatano e un millantatore. So che per te sono tutti complimenti, mentre per una persona normale sarebbero soltanto offese.

Tatai

Come mi conosce bene! Quando mi dice queste cose mi fa accapponare la pelle. Lei è sempre sul pezzo ed è difficile prenderlo per il culo. Allora il sogno di Sabina è semplice e l’ho capito all’ingrosso e al dettaglio. Ho capito anche cosa vuol dire adottare il padre o la madre. Lei sa della mia situazione di figlio che accudisce il padre paralitico e quindi ha sfondato una porta aperta. Non c’è cosa più bella di vedere mio padre ogni giorno ridere per le mie sciocchezze e sorridere per il fatto che non gli faccio pesare i servizi più intimi. Mio padre è sempre fresco e odoroso come una rosa di maggio e la zagara dell’arancio quando è sbocciata. La sfortuna dell’incidente sul lavoro, poteva essere morto fulminato dalla corrente elettrica, ha cambiato la sua vita, ma ha avuto il merito di avere educato dei buoni figli e in particolare il sottoscritto.

Salvatore

L’accudimento materiale e pratico è la degna conseguenza del riconoscimento psichico. Prendersi cura dei genitori significa umana premura e disposizione all’altro in assimilazione non solo del comune “amor fati”, ma soprattutto dell’essenza empatica e simpatica dell’essere umano. Lenisce i nostri sensi di colpa e la nostra angoscia di perdita. E’ una psicoterapia laica che induce ancora una volta a dire grazie all’altro e in questo caso al padre e alla madre.

Amico

Essenza empatica e simpatica? Comunque, dottor Vallone mi ricordo che quand’ero piccolo non c’era l’INPS e non esisteva la pensione. I figli mantenevano i genitori e se ne facevano carico e, se vuole, i maschi davano i soldi e le femmine provvedevano al sostentamento dei nostri vecchi. Ma lei non immagina come si stava bene in questa nobiltà d’animo e, mi creda, non era una nobile miseria. Io so di avere avuto un rapporto difficile con mia madre perché non mi dava la libertà di cui avevo bisogno. Era una donna paurosa, ma comunque è stata forte nell’affrontare la disgrazia di suo marito, mio padre. Che campino cent’anni ancora. Io ci sto e sono sicuro che ci sarò sempre per loro.

Salvatore

Sei un istrione, ma, quando non ti nascondi, sai tirare fuori il bravo ragazzo. Ti dico che empatia e simpatia significano sentire e condividere emozioni e sentimenti. So che lo sai e che è un tuo modo naturale e congenito di scassare i “cabbasisi” alla Montalbano di Camilleri.

Tatai

Lo sapevo. Vuole che io, attore dilettante sopraffino, non sappia cosa significano empatia e simpatia? Dunque a Sabina io dico dal profondo della Sicilia di campare tranquilla e di non farsi problemi inutili. Se viene in Sicilia, non solo la ospitiamo, ma le insegniamo pure a capire meglio tutto quello conta nella vita. Il sole e la luce aiutano tanto a vivere bene e a dare il giusto peso alle cose. Il mare è uno splendore. Se poi consideriamo una buona pasticceria e una gustosa tavola calda, il capolavoro dell’esistenza è bello e fatto.

Salvatore

E io aggiungo per Sabina che si nasce maschi o femmine, ma si diventa maschi e femmine attraverso il gioco delle identificazioni. Le dico ancora che il maschile e il femminile, androginia, sono tratti psichici simbolici che si ascrivono a tutti gli uomini e al di là della loro identità sessuale. Mi spiego: se Sabina si mostra forte, sta realizzando un tratto psichico simbolicamente maschile. Se, per converso, è dolce e remissiva, sta agendo un tratto psichico simbolicamente femminile. L’androginia psichica si realizza nell’esercizio di caratteristiche simboliche ascritte all’universo maschile e femminile. Noi siamo il precipitato anche di questi tratti che assorbiamo in famiglia e filtriamo criticamente in seguito, lasciando per noi quelli che si confanno alla nostra formazione e che sono stati assorbiti nella nostra “organizzazione psichica reattiva”.

Tatai

Ho capito e non ho capito. Comunque è una cosa tra voi due, questo l’ho capito e sono affari vostri.

Salvatore

Oltre che un “grillino” dell’ultim’ora, sei anche un ruffiano gentile. Sappi che resti il siciliano più gradevole del mondo perché conosci mezza Divina commedia a memoria, perché sei un attore dialettale dilettante, perché sei catanese e perché vendi casse da morto con il sorriso sulle labbra e la battuta sempre pronta per sdrammatizzare. Sarà quel che sarà, ma ancora una volta mi hai fatto sorridere di gusto e mi hai fatto capire le giuste regole del buon vivere insieme agli altri.

Tatai

Certo e se non ha capito bene, le spiego meglio tutto quanto magari davanti a una pasta al forno o a un timballo di melanzane, quello con le polpettine di mia madre s’intende. Per quanto riguarda il “grillino”, pensi che non mi sono iscritto alla Lega e così dormirà sonni tranquilli. Alla sua età dormire è un buon segno di salute. Se poi sogna, meglio ancora. Comunque non voglio certo salutarla dicendole “sempre a sua disposizione” perché le voglio bene e lo voglio vivo e arzillo, ma comunque non si sa mai. Ah, dimenticavo di dirle che le urne ecologiche sono il nostro pezzo forte e che fino a luglio sono in offerta speciale. Alla prossima, ma sono certo che non mi chiamerà.

Salvatore

Tu sei un gran figlio di “buttana”, nel senso che sei un gran simpaticone. E invece ti chiamerò per sdrammatizzare. Salutami il papà e digli che lo penso sempre e che gli voglio tanto bene. Appena passo da Catania vengo a trovarvi.

Cara Sabina,

al posto della signora Maria di Col San Martino, ti è toccato un burlone siciliano che non è da meno. Ogni male non viene per nuocere. Comunque, “baciamo sempre le mani” e specialmente a una donna eccezionale.

I CINQUE SOGNI DI BICELLA

TRAME DEI SOGNI – CONTENUTI MANIFESTI

PRIMO SOGNO

“Ho sognato di essere in una stanza dalla quale si vedeva il mare azzurro e calmo. C’erano tanti libri grigi, penso fossero dei romanzi. E poi pensavo al numero 19 di questo mese che era la ricorrenza di un compleanno.”

SECONDO SOGNO

Ho sognato di essere in una barca e pranzavo lì. Ricordo che ero sola e c’era un grande silenzio. Guardavo il mare ed era il tramonto.

TERZO SOGNO

Ho sognato di essere in una chiesa per un evento. C’era anche mia cugina e qualche prete. Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino, ma mi cadevano a terra. Poi li prendevo. C’era tanta gente.

QUARTO SOGNO

Ho sognato di essere in aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta. Io salivo in quella stretta e arrivata in cima c’era un burrone e non potevo andare avanti né ritornare indietro.

QUINTO SOGNO

Ho sognato che partecipavo ad un balletto classico dove c’erano tante ballerine e una musica eccezionale. Alla fine dello spettacolo andavo in campagna da una mia cugina che festeggiava un compleanno. Terminata la cena ritornavo a teatro per un altro spettacolo.

Bicella è il vezzeggiativo di Bice, che a sua volta è l’abbreviativo di Beatrice.

DECODIFICAZIONI – CONTENUTI LATENTI

CONSIDERAZIONI

Questa è un’occasione da non perdere, una contingenza più unica che rara. Bicella mi ha spedito nell’arco di un mese ben cinque sogni e in ossequio alla sua poderosa capacità di sintesi. La brevità delle sue produzioni oniriche si coniuga con l’intensità emotiva e l’abbondanza simbolica, a conferma che la memoria sintetica del sogno non è da meno della memoria analitica. Un sogno breve è privo di resistenze e di remore che si istruiscono naturalmente al risveglio, manca dei camuffamenti intercorsi anche mentre si sogna, non ha pezze giustificative più o meno logiche che ostacolano l’interpretazione. Il sogno breve è tutto là e ti chiede soltanto di prenderlo in amorevole cura e di tradurlo nel linguaggio logico della veglia.

Ma c’è di più.

Per la prima volta nella mia pluriennale ricerca ho la possibilità di comparare i sogni, di tirare fuori lo stato psichico profondo della protagonista, di rilevare cosa persiste e cosa si ripete con immagini e fantasmi diversi ma con simbologia identica o quanto meno attinente. Si tratta di una possibilità eccezionale che mi è offerta per puro caso e senza alcuna deliberazione. Mi ripeto volentieri: effettuare la comparazione di cinque sogni è motivo di entusiasmo e di reverenza, per cui mi calo con timore e tremore, nonché con certosina pietà, nello studio dei “cinque sogni di Bicella”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

PRIMO SOGNO

Ho sognato di essere in una stanza dalla quale si vedeva il mare azzurro e calmo.

Bicella visita la sua parte psichica adibita e abilitata alle relazioni con l’esterno, con la realtà che la circonda, con il mondo fuori di lei ed esibisce in questa benefica apertura la sua sensibilità verso la Natura.

Ma questa scelta di direzione, questa “intenzionalità” della sua coscienza non è ancora tutto.

Ben difesa nella sua “organizzazione psichica reattiva”, ben stabilizzata nella sua struttura evolutiva, consapevole del personale “PsicoSoma”, Bicella esibisce in sogno anche la sua sensibilità introspettiva, nonostante l’apparenza ingannevole di guardare fuori: meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “proiezione”. Bicella si guarda dentro e prende consapevolezza del suo “mare azzurro e calmo”, della sua esistenza, della sua vita nel suo essere e nel suo divenire, e ferma un fotogramma del suo “presente psichico”, del suo “breve eterno”: la personale realtà psichica in atto. Il colore “azzurro”, chiara attenuazione del rilassante e soporifero “blu”, attesta di un benefico autocontrollo, a metà tra la vivacità esistenziale del verde e la reattività vitale del giallo. Bicella precisa nel mare “calmo” il giusto controllo della “libido”. Bicella è una donna saggia, “sa di sé” e accetta il suo “status” psicofisico ed esistenziale “azzurro”.

C’erano tanti libri grigi, penso fossero dei romanzi.”

Nella sua stabilità psicofisica in atto Bicella rievoca i ricordi del passato, le memorie condensate nelle sue esperienze vissute e necessariamente le riattualizza. Il senso del Tempo che passa, la nostalgia del “già visto” e del “già vissuto” si condensa nei “libri grigi”, i “romanzi”, le storie vissute, le esperienze desiderate e le esperienze fatte. Un velo “grigio” di tristezza avvolge i ricordi e le rievocazioni di un passato che si attualizza in questo “mare” di saggezza e di consapevolezza, in una distesa azzurra e calma. La psicodinamica scorre composta e senza apparente movimento, come nel mare tranquillo che sotto ribolle di correnti armoniche e ben compensate.

E poi pensavo al numero 19 di Gennaio che era la ricorrenza di un compleanno.”

Il ricordo pacato del passato si condensa e precisa in un numero che Bicella fissa e che sa. Il simbolo della “ricorrenza” si associa al ritorno in mente del concreto numero “19”, un dato individuale e significativo per la nostra protagonista. Il Tempo si presenta nella versione circolare e annuncia il ritorno del “compleanno”, la “ricorrenza” di un pensiero e di un ricordo. Il tempo gira su se stesso come in una dolce centrifuga e viene equiparato al ritorno in mente di una persona significativa che ha a che fare con il numero “19”.

PSICODINAMICA

Il sogno di Bicella esprime la psicodinamica di una nostalgia pacata e ben razionalizzata intorno alle esperienze vissute ed estrae dal suo “già vissuto” una data per lei significativa. Bicella è ben attestata nella sua struttura psicofisica e manifesta una buona “coscienza di sé”. Degna di rilievo è la nota di tristezza inscritta nel colore “grigio” e nell’inesorabilità circolare del Tempo. Bicella è una brava massaia che sa mettere a posto gli oggetti nel suo arredo.

SECONDO SOGNO

Ho sognato di essere in una barca e pranzavo lì. Ricordo che ero sola e c’era un grande silenzio. Guardavo il mare ed era il tramonto.”

Bicella si trova nella situazione esistenziale in atto, nella contingenza della vita che sta vivendo. La “barca” è un simbolo generico femminile e attesta dello strumento di navigazione che usiamo nel mare della Vita. Vale per i maschi e per le femmine, a riprova che il Principio femminile e le Madri sono le depositarie della Specie e dell’amore della Specie: “ontogenesi” e “filogenesi”. La “barca” è l’oggetto protettivo della vita che si eredita dalla Madre e che permette di navigare con una certa sicurezza nel mare dell’esistenza. Bicella dimostra di volersi bene, “pranzavo”, e di non farsi mancare alcunché in questa “posizione psichica” ibrida che include la “libido orale”, la “libido fallico-narcisistica” e la “libido genitale”: esercizio degli affetti, gratificazione e amor proprio, amore verso l’altro o l’oggetto dell’investimento. Le tre “posizioni psichiche” richiamate hanno in comune la sfera affettiva e l’energia che viene dispensata in modalità diverse. Mi spiego. Appena nati si prende confidenza con l’affettività e la si vive in prima persona, di poi si ama se stessi per portare a maturazione l’investimento affettivo sull’altro, l’oggetto esterno, la persona degna di essere amata.

In tanta mescolanza affettiva e in tanti intrecci relazionali Bicella è “sola”, è in compagnia di se stessa. L’assenza dell’altro induce a stimare l’essere “sola” nello spazio psichico che conchiude la perdita dell’oggetto d’amore e la forzata autonomia. Il “grande silenzio” taglia la testa al toro e fa propendere verso una forma di solitudine legata a un vissuto di perdita in via di “razionalizzazione”. Il “silenzio” è assenza di vitalità affettiva sia nel dare e sia nel ricevere, è simbolo della riduzione degli investimenti di “libido genitale” e dello scambio amoroso, dell’isolamento e della non condivisione, del forzato stato esistenziale di solitudine. “Guardavo” attesta della “presa di coscienza” e della consapevolezza dell’Io sulla situazione esistenziale di cui si diceva in precedenza. Il “mare” è simbolo del vivere e della situazione psicofisica in atto. Bicella sa di sé e della sua vita. La vena di tristezza dei simboli “sola” e “silenzio” trova il suo coronamento nel “tramonto”, la terza età, la fase matura della vita che si avvia inesorabilmente verso la riduzione della vitalità.

PSICODINAMICA

Bicella si vuole particolarmente bene in questo preciso momento della sua vita e in una situazione psicofisica contraddistinta da tristezza per la solitudine e da progressiva perdita della vitalità. La compostezza e la consapevolezza dimostrano un buon uso del prospero meccanismo di difesa dall’angoscia della “razionalizzazione”, nello specifico in riguardo ai vissuti e ai “fantasmi depressivi di perdita”. Ben venga la terza età, se si ha la barca giusta per navigare su un mare ammaliato dal canto lontano delle perfide Sirene. La partenza può attendere.

TERZO SOGNO

Ho sognato di essere in una chiesa per un evento. C‘era anche mia cugina e qualche prete.”

Bicella istruisce il “processo psichico” di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” di fronte a una situazione esistenziale o a un fatto preciso della sua vita: “una chiesa per un evento”. Quest’ultimo non è meglio precisato nella sua sostanza. Si fa accompagnare dalla figura femminile della cugina per rafforzarsi nell’impresa delicata che si accinge a vivere. Il “prete” è una figura maschile in perfetta linea con la “sublimazione”, un alleato e un uomo con cui non è possibile relazionarsi in maniera amorosa, un oggetto tabù per gli investimenti di “libido”. Il “qualche” conferma la genericità della figura. La donna Bicella sublima la sua vita sessuale e si vieta di vivere concretamente la “libido”. La “chiesa” rappresenta simbolicamente il luogo della sofferenza e del dolore all’interno di una cornice permeata dagli esiti depressivi del “fantasma di morte”. La “chiesa” è simbolicamente anche il luogo dell’espiazione dei sensi di colpa.

Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino, ma mi cadevano a terra.”

I colori sono ricorrenti nelle brevi trame dei sogni di Bicella. Ritorna l’azzurro e si manifestano il bianco e il verde. Le simbologie dicono che l’azzurro rappresenta il vivere e l’agire composto e ponderato, il “bianco” denota una forma di innocenza e la verginità psichica di un mancato coinvolgimento, il “verde” contiene la vitalità e l’attualità degli investimenti di “libido” in forma ben consapevole. Bicella vive la sua vita dispensando in piena consapevolezza ingenuità, compostezza e intensità: una donna che sa il fatto suo e che si comporta nelle varie evenienze con le modalità che ritiene adeguate. Questi colori e queste caratteristiche riguardano gli “orecchini” e il “ciondolo”.

Che simboli sono?

“L’orecchino” rappresenta la sensibilità femminile e il potere della seduzione, componente fallica come dal mito della nascita di Afrodite. Non manca nella simbologia dell’orecchino il feticismo e la distinzione sociale in una con la pulsione sadomasochistica. Almeno così leggo nel mio “dizionario psicoanalitico dei simboli onirici”, ma non è ancora finita perché alla voce “orecchio” leggo “relazione seduttiva e complicità erotica, traslazione della libido genitale” e il tutto va a braccetto con la simbologia dell’orecchino. Ma vediamo quale sorpresa ci riserva il “ciondolo”: condensazione del potere psicofisico maschile, componente altrettanto fallica e traslazione di un tratto psichico genitale.

Vediamo di poter capire per poter spiegare.

Bicella si trova in chiesa e sta sublimando la sua sessualità e il suo potere seduttivo di donna. Si abbiglia dei suoi attributi erotici e sessuali, si manifesta in ambito sociale con modestia e compostezza e usa la discrezione senza eccedere nell’esibizione del potere femminile. L’atto di riporre gli ammennicoli in eccesso dentro “uno scatolino” è l’allegoria del coito perché il recipiente è simbolo della ricettività sessuale femminile. Ma questo rapporto sessuale genitale non si può fare a causa di un processo di perdita, la caduta degli orecchini “a terra”. Bicella ha subito un processo di perdita progressiva del suo potere femminile di seduzione e della sua “libido genitale”. La psicodinamica simbolica dice di una frustrazione della dimensione erotica e sessuale. Niente di eccezionale e di particolarmente scandaloso e semplicemente perché la scena si rappresenta in un teatro psichico contraddistinto da orgogliosa consapevolezza e da elegante signorilità.

Poi li prendevo. C’era tanta gente.”

Il recupero della sua psicodinamica è immediato. Bicella ricompone la sua persona e la sua figura sociale dopo il trauma e assorbe la carica emotiva collegata all’evento critico. La “tanta gente” attesta di una distribuzione e di una condivisione dell’angoscia depressiva di perdita. “Prendevo” equivale a una riassimilazione del ruolo femminile, quello giusto agli occhi degli altri e alla valutazione sociale, sempre secondo il vangelo di Bicella, secondo quello che lei stima socialmente utile e plausibile. Dopo lo sconquasso ben assorbito Bicella si ripropone e si manifesta nella trama di un processo di perdita ben razionalizzato.

PSICODINAMICA

Il breve e intenso sogno di Bicella mostra la psicodinamica di reazione a un evento traumatico che ha messo in discussione la sua entità psicofisica femminile e la sua dimensione sociale. Nel versante erotico e sessuale è presente la “sublimazione della libido” a causa di una frustrazione delle pulsioni e nel versante sociale si manifesta la ricomposizione della persona dopo il trauma. L’evento critico è stato razionalizzato e la condivisione da parte degli altri attesta di una distribuzione dell’angoscia depressiva di perdita.

QUARTO SOGNO

Ho sognato di essere in aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta.”

Bicella si trova nel cammino della sua vita davanti a un bivio, due direzioni possibili che comportano una scelta ponderata e in linea con le sue caratteristiche psichiche. E’ l’allegoria dell’esistenza di cui parlavano e parlano ancora i filosofi e i poeti, nonché la gente comune che s’imbatte nelle mille traversie del quotidiano vivere. “L’aperta campagna” è la metafora dell’indefinito che esige di essere circoscritto per operare una deliberazione a cui far conseguire una decisione. La “campagna aperta” rappresenta la disposizione a vivere e a scegliere una definizione psichica per non cadere nell’evanescente e nel depressivo. Le “due strade” condensano due soluzioni alla problematica esistenziale in atto e in reazione a un evento che ha determinato lo stato psichico di indeterminazione, quello spazio presente che aspira a essere circoscritto. Le “due strade” sono due scelte esistenziali e due soluzioni possibili, due scelte di vita e due possibilità di istruire i migliori “meccanismi di difesa” dall’angoscia, quelli che sono in sintonia con la “organizzazione psichica reattiva” di Bicella. Una possibilità e una soluzione è “larga”, presenta una speditezza e una comodità, oltre che una riduzione di sofferenza. Il “meccanismo di difesa” dall’angoscia “largo” è quello che procura meno dolore e quello maggiormente usato dalla gente e, quindi, quasi normale: la “rimozione” per esempio. Una possibilità e una soluzione è “molto stretta” quando presenta sofferenza e oltrepassa la soglia del dolore e mette a dura prova la tolleranza. Bicella chiede a se stessa una coraggiosa disposizione ad accollarsi le conseguenze di un esito infausto. Il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia particolarmente indicato a questa pulsione sadomasochistica è “l’annullamento”, la conversione accettabile della carica nervosa in un rito o in un sintomo. Oppure si può ricorrere alla sempre verde “sublimazione” che consente di sentirsi attivi e sempre sul pezzo anche nelle contingenze sfortunate della vita.

Io salivo in quella stretta e arrivata in cima c’era un burrone e non potevo andare avanti né ritornare indietro.”

Bicella sceglie il processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, “Io salivo”, e abbraccia la soluzione più dolorosa, la strada “quella stretta”. Si desume che la nostra protagonista si sia trovata disposta a percorrere un cammino angusto e abbia scelto di procedere eroicamente secondo le sue tendenze psichiche e le sue intenzioni mentali. “Arrivata in cima”, dopo aver esperito la “sublimazione della libido”, dopo aver nobilitato le cariche pulsionali in fini accettabili e utili anche al prossimo, Bicella si è accorta che rischiava la depressione ridestando il suo pregresso “fantasma di perdita”: “un burrone”. Bicella ha preso coscienza che si è trovata, di sublimazione in sublimazione, a non avere vie di scampo e soluzioni di progresso nel suo cammino esistenziale. Le strade sono finite, non ci sono più soluzioni all’angoscia, al dolore e alla psicodinamica in atto. L’impossibilità di progredire e di retrocedere è descritta in termini pacati, ma è drammatica. Bicella è costretta ad accettare la realtà dei fatti e a ricercare nuove soluzioni che per il momento non si profilano all’orizzonte. Lo stato di costrizione è pesante dal momento che comporta la coartazione psichica. La “sublimazione” ha funzionato e l’ha portata o a cadere nel burrone dando sfogo alla pulsione depressiva e sadomasochistica o a fermarsi in cima alla ricerca di un altro meccanismo psichico di difesa più idoneo e meno doloroso per il suo stato psichico. Il sogno si conclude in questa attesa e in questa convinzione di non dover regredire ma di accettare il presente, di riflettere su quello che le è successo e che si porta addosso. Bicella non ha più la forza di sublimare generosamente la sua energia vitale, si sta ingiungendo di vivere meglio, di ben usare le sue potenzialità e di tradurle in atto, sta chiedendo a se stessa di accomodarsi comodamente nel suo spazio esistenziale.

PSICODINAMICA

Il sogno di Bicella manifesta la psicodinamica della ricerca dei “meccanismi” e dei “processi psichici di difesa” dall’angoscia in riferimento all’evento traumatico non meglio precisato. L’uso della “sublimazione della libido” si mostra esaurito pur nella sua benefica azione, per cui Bicella si imbatte nella possibilità della depressione e nella necessità di evitarla ricercando altre soluzioni di difesa più proficue e meno dolorose.

QUINTO SOGNO

Ho sognato che partecipavo a un balletto classico dove c’erano tante ballerine e una musica eccezionale.”

Bicella fa parte di un gruppo, socializza, sta in mezzo alla gente e si colloca in maniera elegante e con posture antiche e moderne, immortali e classiche, con modalità collettive e universali di fronte alle traversie della vita. Bicella passa dall’isolamento individualistico e dalla superbia di una condizione problematica a fondersi con la gente e a identificarsi anche con le sofferenze comuni. Bicella partecipa, esce fuori dal suo splendido isolamento e si scopre una delle “tante ballerine” che affrontano la musica classica e la “musica eccezionale”, quelle esperienze che capitano a tutte e non tutti i giorni fortunatamente. Bicella stempera le sue angosce e il suo dolore nel “balletto classico”, scarica le sue tensioni nel muoversi in armonia con il mondo e con le altre donne. La similarità di condizione è il presupposto di questa condivisione di atteggiamenti nel cammino della vita.

Alla fine dello spettacolo andavo in campagna da una mia cugina che festeggiava un compleanno.”

Dopo l’esibizione sociale del proprio stato psichico, “spettacolo” compatibile con la difesa della propria intimità, Bicella si avventura negli affetti familiari e nella consolazione e nell’esorcismo del tempo che passa, “un compleanno”. Quest’ultimo ritorna e si manifesta nel rito del festeggiamento amaro dell’ineluttabilità e dell’ineludibilità del trascorrere del Tempo. Dopo aver visto la soluzione armonica del dolore nel ballo classico e nella reazione delle donne, Bicella ricorre agli affetti familiari per dare un senso alla ripresa psichica e alla reazione consapevole al dolore.

Terminata la cena, ritornavo a teatro per un altro spettacolo.”

“La cena” è consumo di “libido orale”, è affettività, è un volersi bene e un voler bene, è famiglia, è identità psichica e sociale, è stare nel gruppo, è difesa naturale dall’angoscia depressiva di solitudine. Bicella trova nella famiglia la panacea ai suoi mali psico-esistenziali e al trauma occorso, trova nei suoi cari e negli affetti antichi la soluzione dello psicodramma e la condivisione del travaglio di una “razionalizzazione della perdita” depressiva. Dopo l’esercizio degli affetti in ambito affidabile e sincero, Bicella può tornare a recitare il suo ruolo nel teatro sociale, a esibirsi in mezzo agli altri in maniera formale, un altro spettacolo” intessuto con le sue caratteristiche personali. Vivere con gli altri è una “catarsi”, una purificazione che fa tanto bene nel non farti sentire un marziano sul pianeta terra. Tra il privato e il pubblico il dolore trova la sua epifania e l’angoscia si condivide e si annacqua volentieri perché questa essenza mortale dell’uomo non è un vino buono. Meglio vivere insieme agli altri e tutti accucciati nelle città. E così la vita va.

PSICODINAMICA

Il sogno di Bicella svolge la psicodinamica della consapevolezza di condividere un trauma, di portarlo nella società e di stemperarne l’angoscia condividendola con i familiari secondo le conosciute movenze affettive. Tra privato e pubblico le ferite cercano la loro cicatrice secondo le coordinate di una benefica “razionalizzazione”. La nuova ripresa psicofisica è in via di formulazione e a dispetto del tempo che scorre.

COMPARAZIONE

Bicella è ben attestata nella sua struttura psicofisica e manifesta una buona “coscienza di sé” con una nota di tristezza e un sentimento di pacata nostalgia sul “già vissuto”.

Bicella ricorre all’amor proprio in questo preciso momento della sua vita e in una situazione psicofisica contraddistinta da solitudine e dai “fantasmi depressivi di perdita”.

Bicella reagisce a un evento traumatico che ha messo in discussione la sua entità psicofisica femminile e la sua dimensione sociale. Si serve del processo psichico di difesa della “sublimazione” per ricomporre la sua persona dopo il trauma. L’evento critico è stato razionalizzato e la condivisione da parte degli altri favorisce la distribuzione dell’angoscia depressiva di perdita.

Quando l’uso della “sublimazione” non funziona, Bicella si imbatte nel rischio della depressione e reagisce ricercando altre soluzioni di difesa più proficue e meno dolorose.

Bicella è consapevole del bisogno di condividere il trauma per stemperarne l’angoscia e ricorre ai familiari e alle conosciute movenze affettive. La ripresa psicofisica avviene con una sana e spedita “razionalizzazione” del trauma.

COMMENTO

Per spiegare il meccanismo psichico di difesa della “razionalizzazione del lutto” le interpretazioni dei cinque sogni di Bicella sono gli strumenti opportuni perché evidenziano le modalità psichiche di affrontare, di vivere e di reagire a una perdita significativa. Spesso ho analizzato sogni che riguardavano la “razionalizzazione del lutto” e a quei lavori vi rimando, ma i cinque sogni di Bicella evidenziano il migliore corredo in riguardo all’angoscia, al dolore, alla nostalgia, al rischio di ammalarsi e alla soluzione finale di portare alla consapevolezza il dolore e di inserirlo nella realtà dei fatti.

Come si è ampiamente rilevato, i cinque sogni di Bicella hanno come comune denominatore il vissuto della “perdita”, un tratto psichico distintivo che immancabilmente evoca il “fantasma” incamerato nella primissima infanzia con tutte le turbolenze di allora e ingrossate dalle angosce successive riguardanti le altre perdite inevitabilmente vissute. Viene confermata la tesi che il sogno elabora il materiale psichico in atto e che la Psiche non procede per salti, come la Natura secondo la Filosofia greca. Mi spiego. La Psiche elabora in tempi consistenti e duraturi i vissuti che emergono e la occupano e non riesce a liberarsi del tema e dell’emozione in breve tempo anche se usa un meccanismo di difesa rapido e valido come la “razionalizzazione”. Nel sogno questo materiale si manifesta in maniera simbolica e turbolenta seguendo la dinamica delle libere associazioni, per cui richiama e coagula tutte le esperienze vissute e le esperienze similari che riguardano sempre colui che sogna. Il principio della “intenzionalità della coscienza” esige che la Psiche sia sempre occupata da un contenuto e diretta verso l’elaborazione di quest’ultimo. La Psiche è particolarmente attratta dalla complicazione e dalla complessità piuttosto che dalla semplicità, oltre al fatto che manifesta interesse magnetico verso determinati vissuti per lei degni di analisi. Questo è il “principio dell’intenzionalità della coscienza” elaborato da Brentano, ripreso e approfondito dalla scuola filosofica della “Fenomenologia”. L’assemblaggio dei dati in via di configurazione suscitano l’interesse della Psiche al punto che quest’ultima interviene a complicare eventi e vissuti significativi per l’attenzione e l’attrazione in lei suscitate. La Psiche seleziona i suoi contenuti e sceglie quelli che sono di suo precipuo interesse. Il “principio della intenzionalità della coscienza” è intrigante perché non si conosce bene il funzionamento e non si spiega altrettanto bene il perché delle scelte operate. La teoria dell’associazionismo non soddisfa pienamente, del resto è datata Ottocento e inizia con il “Positivismo” empirico inglese di Stuart Mill e di Spencer. In ogni caso si tratta di magnetismo psichico ispirato e dettato dal principio antico in base al quale “simile simili cognoscitur” o “il simile è conosciuto o si assimila al simile”. E’ un discorso lungo che rimando ad altra occasione. Intanto buona fortuna agli stranieri che approdano sulle coste di Siracusa.

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” presenti nel sogno di Bicella si è già detto cammin facendo. Degni di rilievo sono quelli riguardanti i colori “grigio”, “azzurro”, “verde”, “bianco”. Degni di importanza sono “mare”, “libri”, “barca”, “silenzio”, “tramonto”, “chiesa”, “prete”, “orecchini”, “ciondolo”, “scatolino”, “campagna”, “strade”, “stretta”, “larga”, “salivo”, “burrone”, “balletto”, “ballerine”, “compleanno”, “cena”, “teatro”, “spettacolo”. Vista l’abbondanza dei simboli è sorprendente la combinazione logica all’interno del sogno e con le tematiche degli altri sogni, a conferma che la Psiche “non procedit per saltus” come Madre Natura, per cui domani il sole sorgerà a oriente. State pur tranquilli. E così domani sognerete con gli stessi “meccanismi” e con i contenuti psichici che stanno premendo o si stanno azzuffando dentro di voi.

L’archetipo richiamato è la “Vita” in “il mare azzurro e calmo” e in “guardavo il mare”.

Il “fantasma” evidenziato riguarda la “perdita”: “Ricordo che ero sola e c’era un grande silenzio. Guardavo il mare ed era il tramonto.”

Sono presenti le istanze psichiche “Io” o vigilanza della coscienza, “Es” o rappresentazione dell’istinto e pulsione, “Super-Io” o limite e censura.

“Io” è presente in “si vedeva” e in “pensavo” e in “ricordo” e in “guardavo”.

“Es” è presente in “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino, ma mi cadevano a terra.”.

“Super-Io” è presente in “Poi li prendevo” e in “C’era tanta gente” e in “io salivo in quella stretta”.

I sogni di Bicella presentano in prevalenza la “posizione psichica orale” e la “posizione psichica genitale”: affettività, riconoscimento dell’altro, condivisione e donazione. Fa capolino la “posizione fallico-narcisistica” in “pranzavo”, il giusto amor proprio che è la condizione per amare gli altri, per emergere in pompa magna in “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro.”.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia presenti e in atto sono la “condensazione” in “mare” e in “barca” e in “ciondolo” e in altro, lo “spostamento” in “chiesa” e in “prete” e in “in cima” e in altro, la “proiezione” in “mare azzurro e calmo”. La “figurabilità” la fa da padrona e crea bellissime allegorie in “si vedeva il mare azzurro e calmo. C’erano tanti libri grigi, penso fossero dei romanzi.” e in “Guardavo il mare ed era il tramonto.” e in “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino, ma mi cadevano a terra.” e in “aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta. Io salivo in quella stretta e arrivata in cima c’era un burrone e non potevo andare avanti né ritornare indietro.”

I “processi psichici di difesa dall’angoscia in atto sono la “regressione” per quanto riguarda la funzione onirica e qualcosa si desume in “C’erano tanti libri grigi, penso fossero dei romanzi.”. La “sublimazione” si evidenzia nettamente in “Io salivo” e qualcosa si desume in “qualche prete” e in “chiesa”.

I sogni di Bicella manifestano un tratto psichico “depressivo” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva”, struttura evolutiva”, di qualità “orale” e “genitale”: affettività e disposizione psichica all’altro e all’oggetto d’amore senza abdicare all’amor proprio. “Depressivo” si traduce “sensibile alla perdita”.

I sogni di Bicella elaborano le seguenti figure retoriche: la “metafora” o relazione di somiglianza in “barca” e in altro, la “metonimia” o relazione logica in “libri grigi” e in altro. Le “allegorie” abbondano: “essere in aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta.” o allegoria dell’esistenza. “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro. Ne mettevo uno per ognuno, gli altri li riponevo in uno scatolino,” o allegoria del coito.

La “diagnosi” dice di una progressiva “razionalizzazione” del trauma e di un tratto psichico depressivo in agguato se stimolato da una perdita affettiva.

La “prognosi” impone a Bicella di portare avanti la “razionalizzazione” del trauma e di considerare sempre la sua sensibilità alla perdita. La vita sociale e l’esercizio dell’affettività sono gli antidoti indicati ed efficaci.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nel mancato funzionamento della “razionalizzazione” e nell’insorgere di una “psiconevrosi depressiva”.

Il “grado di purezza onirico” è “buono”. I cinque sogni di Bicella non hanno subito accomodamenti logici a causa della loro brevità.

Il “resto diurno”, causa scatenante del sogno o “resto notturno”, si attesta nel ricordo del trauma vissuto e subito o in qualche associazione fortuita. In ogni caso, il trauma della perdita e i “fantasmi” ridestati stazionano e sono sensibili a essere proficuamente elaborati in sogno. Capire il sogno è terapeutico proprio perché ti aiuta ad accelerare lo smaltimento delle tensioni legate all’esperienza vissuta, a razionalizzare il lutto, a ricordarlo senza che si scatenino le angosce sulla propria morte e le tensioni dolorose sulla morte altrui.

La “qualità onirica” è cromatica e paesaggistica con una notevole vena esistenziale. Vedi “vedeva il mare azzurro e calmo. C’erano tanti libri grigi,” e “Avevo degli orecchini verdi, bianchi e un ciondolo azzurro.” e “Guardavo il mare ed era il tramonto.” e “in aperta campagna dove c’erano due strade, una larga e un’altra molto stretta. Io salivo in quella stretta e arrivata in cima c’era un burrone”.

I cinque sogni di Bicella appartengono alla penultima fase del sonno REM e all’incipit delle successiva fase nonREM. Sono sogni che si fanno dalle “tre” in poi.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione dei seguenti sensi: la “vista” in “si vedeva il mare azzurro e calmo” e in “guardavo il mare ed era il tramonto.”, “l’udito” in “c’era un grande silenzio”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione dei sogni di Bicella è “buono”. Il “grado di fallacia” è “minimo” a causa della brevità e della limpidezza simbolica.

REPETITA IUVANT”

Le ripetizioni aiutano a capire meglio e a scoprire quale tematica è consistente e persiste nelle psicodinamiche di Bicella. Nei cinque sogni si presentano due volte i seguenti simboli: “compleanno”, “mare”, “campagna”, “azzurro”, “spettacolo”. Traduco: “compleanno” o ritorno ciclico del tempo con nota depressiva d’angoscia e tendenza alla ritualità, “mare” o metafora della vita e dell’esistenza, “campagna” o realtà psichica in atto, “azzurro” o vitalità pacata e riflessiva, “spettacolo” o esibizione sociale con difesa. Bicella è presa dalla sua esistenza e dalla sua vitalità, nonché dalle problematiche in atto. Tende a vivere tra la gente e a dare di sé un’immagine adeguata e congrua. E’ particolarmente sensibile alla fuga del tempo. Quello che ancora si può evincere da questi ritorni simbolici sarà aggiunto dall’interessata.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione dei sogni di Bicella è stata visionata da un collega. E’ venuto fuori il seguente dialogo.

Collega

Cinque sogni sono serviti a scoprire cosa?

Vallone

Primo: la Psiche non ha una attività ballerina e discontinua, non salta di palo in frasca in quanto a movimento, è determinata dalla persistenza di determinati contenuti in base alla contingenza dei vissuti e delle evenienze esistenziali. La Psiche non è soggetta a entropia e non confonde i suoi dati. Le attività psichiche non producono disordine, ma ordinano i dati in base al “principio dell’associazionismo”. La Psiche si tutela dal possibile disordine attraverso le attività di entrata e di uscita dei dati, come un lago limpido che ha un emissario e un immissario. Questa è l’allegoria giusta per capire le attività psichiche e la cosiddetta “salute mentale”. Più si invecchia è più il lago dev’essere limpido.

Collega

Buona questa allegoria e buona la teoria. Tu dici che l’attività psichica in sogno è come nella veglia, si svolge in maniera uniforme e con il persistere costante di temi e di tratti personali. In sogno però il linguaggio è simbolico, mentre nella veglia il linguaggio è logico-consequenziale.

Vallone

Hai sintetizzato benissimo. Da svegli non possiamo essere mentalmente ballerini e discontinui nelle attività psichiche, altrimenti rischiamo di essere ricoverati in un padiglione psichiatrico per un grave disturbo di personalità o qualcos’altro di pesante: dico meglio, altrimenti siamo di danno a noi stessi e agli altri. Quella continuità funzionale e quella permanenza dell’identità psichica garantiscono un “Io” in buona salute dinamica. Ma quali contenuti ha la Psiche? Ha gli stessi contenuti che ha in sogno. Da sveglio l’Io sta vivendo ed elaborando quello che poi di notte in sogno traduce in psicodinamiche simboliche.

Collega

Senti, tu predichi sempre di essere chiari e popolari, ma mi sembra che non ci stiamo riuscendo. I discorsi sono astrusi. Proviamo a parlare come mangiamo.

Vallone

Hai proprio ragione. Allora diciamo che noi siamo a livello psicologico sempre pieni della nostra storia, di come abbiamo vissuto noi stessi e gli altri, di come abbiamo interpretato le cose e il mondo attorno a noi. In ogni momento della nostra vita abbiamo dentro ricordi su esperienze vissute che non cambiano in fretta e da un giorno all’altro, ma persistono per un certo tempo in attesa di evolversi ed evolvendosi variano.

Collega

Esempio: se io sto per diventare padre, tirerò fuori i vissuti di mio padre e di figure simili, la mia vita da figlio, la relazione con mia madre e le mie sorelle e anche qualche trauma che immancabilmente si presenta.

Vallone

Nel caso di Bicella la Psiche era piena dell’esperienza di perdita, un lutto, la perdita di una persona amata, e questa angoscia depressiva e questo dolore reale se li è portati dietro da tempo, magari da due anni, il tempo della “razionalizzazione del lutto”, in maniera sempre più stemperata. Tutto questo materiale di giorno viene pensato e diventa oggetto di pianto e di ragione, si dice in gergo “farsene una ragione”, mentre di notte viene sognato ed elaborato con i meccanismi primari. Aggiungo che nell’essere sognato si scaricano tensioni e si può capire meglio cosa abbiamo dentro.

Collega

Bene, adesso è tutto più chiaro. Ma la scoperta in cosa consiste?

Vallone

Più che una scoperta è una conferma. Tu sai benissimo che non si scopre un bel niente, ma che si approfondisce e precisa soltanto il tema e la modalità di funzionamento della Psiche. Bicella è interessata da tempo ai contenuti affettivi ed esistenziali, pur avendo una vita ampia e variopinta. Di nuovo c’è che cinque sogni nello spazio di un mese e coerenti nel tema non li avevo ancora trovati dopo averne analizzati ben duecentoventuno nel “blog” e chissà quanti nella pratica clinica. Il sogno è classico, ma non è ballerino. Tratta la stessa tematica in maniera diversa. Se io nella veglia sono preso da un conflitto e ci penso, immancabilmente la notte lo elaboro. Di nuovo rispetto al passato c’è che non sapevo che per due mesi o sei mesi sognerò quasi sempre la stessa cosa nella sostanza ma non nella forma.

Collega

Si evidenzia una sensibilità depressiva nei cinque sogni di Bicella.

Vallone

Come al solito un evento traumatico tira fuori il passato e in questo caso scatena la sensibilità alla perdita. I sogni dicono che i livelli di tensione sono ben contenuti dalle sponde e che il torrente non è particolarmente rapido. La “razionalizzazione del lutto” è stata salvifica per Bicella e non ha scatenato ulteriore marasma.

Collega

Cos’è e cosa consigli per la depressione?

Vallone

Puoi dirlo tu in sintesi.

Collega

La depressione è una caduta della vitalità degli investimenti di “libido”. La persona si ritrae e non ha la forza di rivolgersi all’esterno, si contrae e in questo modo fa ristagnare le sue buone energie. Queste ultime si ritorcono contro la persona perché non possono stare dentro inutilizzate. Allora a livello mentale abbiamo la “noia” o la patologia del pensiero, non si hanno desideri, non si formulano idee, non si fanno progetti. A livello emotivo si vive il dolore di questa incapacità di agire e di fare e aumenta il rischio che si aggravi e diventi insopportabile. Quando le tensioni superano la soglia di tolleranza, si somatizzano inevitabilmente e beneficamente per consentire la continuazione della vita. Sembra un paradosso, ma i disturbi psicosomatici attestano del buon funzionamento della macchina “psico-soma”. E’ come la reazione della febbre all’azione di un virus o di una malattia.

Vallone

Freud parlò anche di rabbia inespressa per quanto riguarda la depressione.

Collega

Come si cura se si aggrava?

Risposta

Eterno problema. Con la psicoterapia, psicoanalitica e non. Sugli psicofarmaci non mi pronuncio, ma certamente un farmaco non mi cambia i connotati psichici che ho incamerato nell’evoluzione storica e culturale della mia esistenza. La “psiconevrosi depressiva” va curata concretamente stando in mezzo alla gente e rafforzando la propria identità sociale in primo luogo. Di poi afferrando le cause della propria introversione e della difficoltà a esternare e ad aggredire nei giusti modi, della difficoltà a scaricare la tensione e a difendersi dagli immancabili agguati altrui. La “depressione grave o maggiore” abbisogna di essere curata con gli ausili necessari. Aggiungo che la depressione è grave quando è invalidante e impedisce alla persona di vivere anche al minimo consentito dalla psicodinamica in atto. Allora c’è anche il rischio del suicidio.

Vallone

Va bene. Ci fermiamo, ma prima aggiungo che la canzone, scelta per “i cinque sogni di Bicella” e per il tema che tratta, è “Imparerò a volare” cantata da due vecchi poeti e compagni, Guccini e Vecchioni. Il testo è di Roberto Vecchioni ed è dedicato ad Alex Zanardi. Esalta la bellezza del vivere e la grandezza del coraggio di vivere, il gran “culo” che contiene la vita se la sai prendere nel verso giusto a tutte le età e specialmente in quella “anziana”: “io sono un vivente che viene prima di voi”. Bicella sarà contenta di questa scelta. Alla prossima e intanto GRAZIE & GRAZIE e ricordate che “questo venire al mondo è stato un gran colpo di culo”. E allora “buon volo a tutti”!

“E VUI DURMITI ANCORA”

“E VUI DURMITI ANCORA”
O
DEL VALORE CULTURALE DELLA VERGINITA’

GLI AUTORI E IL TEMPO

Giovanni Formisano compose “E vui durmiti ancora” nel 1910, una poesia in dialetto siciliano con versi endecasillabi e con una precisa metrica. Il testo tratta di una bella e giovane donna molto parsimoniosa nell’offerta ai maschi della sua procacità, una donna costretta al pudore e alla clausura dalla Cultura. Piacevole è pensarla libera e ammirarla come un prezioso dono di madre Natura e con un pregevole corredo di bellezza, femminilità, illibatezza, potere di seduzione e capacità di scelta.
Gaetano Emanuel Calì aggiunse la musica ai versi del poeta Formisano e ne fece nell’immediato una “mattinata”, di poi una “serenata”, entrambe adatte al pianoforte, al mandolino, alla chitarra.
La lirica musicata è conosciuta dal popolo catanese senza essere pubblicata. Il tempo scorre tra un balcone e l’altro delle strade di Catania, nonché nella voce e nella musica dei menestrelli a pagamento, ma la giovane donna continua a dormire aizzando, più che mai, il desiderio dell’innamorato e aspirante amante. Tra le pietre squadrate di nera lava scivolano il ritmo e il canto nei riguardi di una donna che “angelicata” non è e che nessuno vuole che lo sia.

IERI

Cambia il tempo e la guerra incombe, la guerra Grande, una tragedia geograficamente lontana dalla Sicilia ma tanto vicina nel cuore delle madri, dei padri, delle donne, dei figli che hanno i loro figli e i loro mariti e i loro padri sul fronte e in trincea. La Patria ingrata sacrifica i suoi giovani sull’altare infame della guerra.
Corre l’anno 1916 sul fronte della Carnia con il mese di giugno. La migliore gioventù austriaca e italiana è posizionata in trincea e a un tiro di schioppo. La notte è di luna piena. Le armi tacciono e i soldati bisbigliano nel fossato fangoso. Il fante catanese Concetto Mamo accantona il fucile e pizzica le corde di una rozza chitarra secondo il ritmo giusto, mentre il fante Carmelo Tringali modula a “serenata” i versi di “E vui durmiti ancora”. Alla fine i ragazzi austriaci applaudono all’armonia, mentre i ragazzi italiani piangono alle parole e al canto.
Potenza della musica!
Per il tempo della “serenata” il Linguaggio della musica è stato la Lingua di tutti.
Questo è il racconto del sopravvissuto Salvatore Squillaci da Siracusa, tenente sul fronte carnico in quel tragico frangente storico.

OGGI

Concetto Mamo riposa nel cimitero di guerra di Fagarè della Battaglia in provincia di Treviso. Il suo corpo fu riconosciuto dalla matricola RF47197 incisa nella piastrina di alluminio che aveva al collo. La “spedizione punitiva” degli Austriaci aveva richiesto i suoi eroi. Concetto era venuto dalla lontana Sicilia nel Friuli senza sapere il perché e il modo, “picchì e piccome”. Aveva vent’anni, aveva la moglie Assuntina, aveva due figlioletti, Nuccio e Carmelo, abitava in via delle Finanze al numero 76 nella città di Catania. Quando lavorava, era bracciante agricolo.
Carmelo Tringali aveva ventidue anni e riposa nel cimitero di guerra di Redipuglia. Riconosciuto dalla matricola RF77943 incisa nella piastrina di alluminio, era morto durante la “spedizione punitiva” degli Austriaci. Era venuto dalla Sicilia nel Friuli senza sapere né leggere e né scrivere. I genitori affranti lo hanno sempre atteso e sono morti senza riabbracciarlo. Si dice che la madre si sia abbandonata al crepacuore dopo aver gridato il nome di Carmelo in “ognidove”.
Questa è la tragica storia di due morti per guerra. Sia sempre maledetta la guerra insieme a tutti coloro che la dichiarano e la professano.
A noi sopravvissuti resta la poesia di Formisano e la musica di Calì, possibilmente interpretate dalla compianta Mara Eli, anche Lei anzitempo divorata ai nostri occhi e schiacciata dalle lamiere sulla perfida strada.
Riattraversare “E vui durmiti ancora” manifestera la “grande bellezza” del prodotto psichico, così come ascoltarla sarà gradevole anche ai profani del siculo dialetto.

E’ VUI DURMITI ANCORA

“Lu suli è già spuntatu di lu mari” “Il sole è già spuntato dal mare”

Un’ardita associazione, una fausta combinazione: il “sole” e il “mare” calati nell’alba. Il “sole” condensa la razionalità vigilante dell’Io, mentre il “mare” abbraccia le oscurità psichiche. La luce della coscienza sa che il fascinoso mistero femminile si può profilare in questo semplice modo.

“e vui, biddruzza mia, durmiti ancora.” “e voi, bellezza mia,dormite ancora”

Il sonno della graziosa adolescente si attesta in una quiescenza erotica forzata e contro Natura. Il sonno è imposto ai sensi dalle mille costrizioni della Cultura. “Mia” cara e desiderata creatura, l’attesa vi rende più desiderabile. Il “mia” denota il possesso di una donna “angelicata” per pudore morale e ambita per materia verginale.

“L’aceddri sunu stanchi di cantari” “gli uccelli sono stanchi di cantare”

Gli “uccelli” condensano la “fallicità” maschile con tutta la “libido narcisistica” che ci va immancabilmente dietro in una Cultura matriarcale dove il possesso del membro virile è la condizione sociale per essere un capo formale. Il trionfo del fallo si imbatte nell’eccesso del desiderio e nella frustrazione della “libido”. Bellissima la metafora del “cantare”, dell’essere sedotto dall’attesa di un riscontro erotico, una stanchezza fatta di solipsismo e di masturbazione.

“Affriddateddri aspettanu ccà fora” “infreddoliti aspettano qua fuori”

Il rigore caldo dell’erezione si oppone al rigore freddo della morte: “rigor erectionis et rigor mortis”. Il rigore della vita è opposto al rigore della morte. Il freddo esalta la costrizione erotica e l’astinenza sessuale in unione alla metafora dell’esclusione del membro. Quest’ultimo attende soltanto di essere ammesso nella vagina intatta della giovinetta, a sua volta costretta a trattenere le pulsioni sessuali. Si palesa un simbolico avvolgimento del pene astinente da parte della calda vagina.

“Supra ssu barcuneddru su pusati” “sopra questo balconcino son posati”

Più che nel sessuale “ante portas”, l’attesa si consuma nello struggimento di un’offerta di sé alla bellezza erotica di una giovane donna. Il desiderio attende udienza e ammissione al cospetto della femminilità procace e prorompente. La scena è retoricamente poetica, quanto umiliante per l’eccitato universo maschile.

“E aspettanu quann’è ca v’affacciati” “e aspettano quand’è che vi affacciate”

La disposizione sessuale della donna si condensa nell’affacciarsi al balconcino, così come l’attesa dell’uomo si consuma sul balconcino. Il desiderio, forzatamente sublimato, accresce la sacralità e la devozione dell’ambito consumo dell’atto sessuale di un maschio rispettoso e decadente.

“Lassati stari nun durmiti cchiui” “Lasciate stare, non dormite più”

Ecco l’invocazione interessata del pretendente amante! Ecco l’invito, a mo’ di ritornello, a risolvere il conflitto dei sensi e del pregiudizio! Lasciate stare è un generico, quanto fatalistico, monito all’abbandono delle resistenze che vogliono la bella donna preda dell’astinenza e della sofferenza. Il sonno dei sensi è un pessimo compagno di viaggio nel cammino della vita.

“Ca’nzemi a iddi dintra sta vanedda” “perché insieme ad essi, dentro questa viuzza,”

Si presenta la figura dell’innamorato pretendente di tanti beni mentali e corporali. Tra gli altri maschi portatori di fallo e giustamente attratti dal fascino femminile c’è proprio lui. In questa contingenza intima della vita si presenta colui che desidera prima di amare o che ama desiderando, un attributo che non fa mai male. Si celebra il trionfo dell’amore sensoriale.

“Ci sugnu puru iu c’aspettu a vui” “ci sono anch’io che aspetto voi”

Il sentimento d’amore e il desiderio carnale si esaltano nell’attesa e nella rivalità della compagnia. Attendere non logora, ma rafforza il valore della conquista. Fuori discussione, come si può constatare da sempre, è la figura della donna a metà tra sacro e profano. La donna è fatta carico della scelta del maschio che desidera consumarne la verginità.

“Ppi viriri ssa facci accussì bedda” “per vedere questo viso così bello”

Il “viso bello” è la parte usata per il tutto: la poetica figura retorica della “sineddoche”. A tutti gli effetti il bel viso include la realtà visibile, mentre tutto il corpo è fascinosamente incluso nel particolare che si può esibire con parsimonia per lasciare spazio all’immaginazione e aizzare il desiderio. Il “viso bello” da “vedere” sembra essere quello di un’ingenua “donna angelicata” e non quello di una donna maliarda che è destinata culturalmente a essere esaltata per il suo visibile corporeo. Il resto del corpo è reso invisibile e viene negato agli altri: uno struggimento gratuito senza fine.

“Passu cca fora tutti li nuttati” “passo qua fuori tutte le nottate”

L’innamorato sa attendere perché l’attesa attizza il desiderio e rende l’istinto sensibile alla preda. La prova d’amore del maschio è l’attesa drastica, giorno e notte, vento e pioggia, sole e tenebre, per attestare l’intensità del desiderio sessuale e non certo dell’investimento platonico. Io aspetto e ti sorveglio a che tu non fugga e non ti conceda ad altro pretendente. Il tempo, che trascorre di notte senza dormire, ha il sapore di una castrazione volontaria in onore di una dea visibile. La bellezza sensuale induce alla veglia notturna nell’attesa di consumare un rito dionisiaco.

“E aspettu sulu quannu v’affacciati” “e aspetto solo quando vi affacciate.”

L’attesa è finalizzata a convincere la donna a lasciarsi andare, ad aprirsi al maschio e a disporsi all’amplesso tanto desiderato. “L’affacciarsi” è proprio la metafora sessuale di un consenso psicofisico, di una gentile concessione del proprio corpo e soprattutto della propria verginità. La pazienza maschile avrà il suo premio nell’eccitazione e nel primato. Il tutto non è vanità delle vanità, ma prestigio individuale e sociale come cultura comanda.

“Li ciuri senza i vui nun vonnu stari” “I fiori senza di voi non vogliono stare,”

Il “fiore” è un simbolo ambiguo nel suo condensare l’organo sessuale maschile e quello femminile nel periodo dell’infanzia, il “fiorellino”. Ma in questo caso è evidente il riferimento al maschio e al pene adulto. Son tanti gli uomini che desiderano la fanciulla ormai pronta all’erotismo e alla sessualità, pronta a essere onorata degnamente dai maschi anche se soltanto uno avrà la palma della vittoria e potrà consumare la sua verginità con godimento. Il maschio è fatto per la femmina e non cerca altro e tanto meno qualcosa di diverso.

“Su tutti ccu li testi a pinnuluni” “sono tutti con le teste a penzoloni;”

La metafora dell’organo sessuale maschile si evidenzia e completa nella posizione di quiescenza, prima del desiderio e dell’erezione. La “testa a penzoloni” attesta l’attesa dell’erotismo e della carica sessuale addiveniente. Il mito della verginità ispira sempre il quadro poetico e acquista una valenza seduttiva ed erotica, piuttosto che traumatica. L’attesa e il desiderio operano la “sublimazione” del necessario dolore da privazione.

“ognunu d’iddi nun voli sbucciari” “ognuno di essi non vuole sbocciare”

I maschi e il maschile sono in compagnia e in attesa. La femmina è fatta per il maschio, come si diceva in precedenza, e lo “sbocciare” del fiore maschile resiste e non lascia emergere l’orgoglio e il piacere narcisistico di una erezione naturale da donare alla donna in onore ed esaltazione della sua femminilità. Ogni rito ha il suo divieto come da mitico copione.

“si prima nun si rapi ssu barcuni” “se prima non si apre questo balcone”

La metafora del “balcone che si apre”, non per far entrare la luce del sole, come nei migliori film di Giuseppe Tornatore del tipo “Nuovo cinema Paradiso”, ma per fare uscire la procace donna alla luce del sole. Ebbene, questa metafora ritorna a confermare il desiderio classicamente maschile dell’assenso femminile e dell’accettazione implicita. L’apertura del “balcone” condensa, più che la disposizione sessuale, l’esibizione estetica e la maturazione della scelta di liberarsi dell’inutile verginità, nonché la scelta del maschio a cui concedersi e concederla come trofeo di madre Natura e di padre Cultura.

“intra li buttuneddri su ammucciati” “dentro i boccioli sono nascosti”

Ritornano i fiori maschili in quiescenza e avvolti dal protettivo prepuzio che nasconde il roseo glande, la dolce potenza della forzatura e della benefica rottura dell’imene. Il “bocciolo” è la metafora dell’avvolgimento del fiore in attesa del suo fiorire, una somiglianza per niente volgare. Tutt’altro! E’ una nobile “metafora” della discrezione naturale dello strumento del piacere e del dolore. Le cose più buone e più belle sono nascoste e si nascondono come la verità, la greca “aletheia”, letteralmente tradotta con “il senza nascondimento”.

“e aspettunu quann’è ca v’affacciati” “ “e aspettano quand’è che vi affacciate”

L’attesa non logora e non consuma, l’attesa accresce il desiderio e il valore dell’oggetto amato. Il maschi sanno attendere tanta bellezza da gustare e tanta bontà da carpire. La dea femmina non si dispone per il singolo maschio, ma per il dio maschio, per l’universo psicofisico maschile. Soltanto uno, purtuttavia, la gusterà: colui che lei sceglierà e a cui consentirà la sua crescita psicofisica tramite la perdita dell’innocenza e della verginità, colui che sa aspettare il momento in cui la donna si dispone per tanto umano evento e tanta evoluzione. La donna è per tutti, ma la deflorazione è per uno soltanto. Questo dolce trauma comporta veramente la “prima e unica volta”.

LIBERO RIATTRAVERSAMENTO DEL TESTO ITALIANO

Il sole è già spuntato dal mare   La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e voi, bellezza mia, dormite ancora.  e tu, mia bellissima donna, sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Gli uccelli sono stanchi di cantare                   Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e infreddoliti aspettano qua fuori.          e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
Sopra questo balconcino son posati                                         si mostra e si pavoneggia
e aspettano quand’è che vi affacciate.                  in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Lasciate stare, non dormite più,                               Abbandona questa indolente inerzia
perché insieme a loro, dentro questa viuzza,           e accorgiti di me e del mio desiderio
ci sono anch’io che vi aspetto                                        che attendiamo in questa strada
per vedere questo viso così bello.                                  la rivelazione della tua bellezza.
Passo qua fuori tutte le notti                                                      Io non vivo e non dormo
e aspetto soltanto quando vi affacciate.                       nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
I fiori senza di voi non vogliono stare,      Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
sono tutti con le teste a penzoloni;                              per la passione e non per l’inerzia.
ognuno di essi non vuole sbocciare                         Il mio corpo sa trattenere il desiderio
se prima non si apre questo balcone                            in attesa che ti disponi a ricevere
dentro i boccioli sono nascosti                                                   quel mio fuoco nascosto
e aspettano quand’è che vi affacciate.        che aspetta e che soltanto tu puoi spegnere.

Il riattraversamento e la riformulazione della poesia “E vui durmiti ancora” ha tanti echi “oraziani”, tratti e accenti poetici contenuti nel testo dialettale e che sono più visibili nella nuova traduzione in lingua italiana.

IMMERSA NEL SONNO DEI SENSI

La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e tu, mia bellissima donna, sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
si mostra e si pavoneggia in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Abbandona questa indolente inerzia
e accorgiti di me e del mio desiderio
che attendiamo in questa strada la rivelazione della tua bellezza.
Io non vivo e non dormo nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
per la passione e non per l’inerzia.
Il mio corpo sa trattenere il desiderio
in attesa che ti disponi a ricevere
quel mio fuoco nascosto che aspetta
e che soltanto tu puoi spegnere.

Salvatore Vallone
In Pieve di Soligo e nell’aprile del 2018

 

DOPO L’ORGASMO

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà… avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole.
Vedevo la luce sopra di me.
Sentivo la pace e la libertà dentro.
Nel fondo cerano sassi bianchi, grandi e piccoli.
I colori che ricordo erano il rosso e il turchese.
Ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo per non poter risalire e riuscivo a vedere perfettamente la superficie.
Ho provato un senso di libertà totale.

Il colmo è che nella vita reale io non so nuotare e ho paura dell’acqua.

Grazie anticipate da Matilde.”

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Questo sogno consegue a uno stato di benessere psicofisico definito “orgasmo”, a un rapporto sessuale andato a buon fine.
Matilde si è addormentata dopo l’intensa vitalità sensoriale che dalla zona genitale si è allargata secondo le onde neurofisiologiche a tutto il corpo. Matilde aveva parzialmente sospeso la funzione di vigilanza del cervello e si era abbandonata al moto erotico del “sistema neurovegetativo” per vivere le contrazioni piacevolmente spasmodiche all’interno della vagina, quel corto circuito erotico che dopo il picco lentamente ricade verso la normalità vitale.
Matilde si è addormentata dopo aver fatto l’amore e ha rappresentato in sogno le sensazioni in atto, quelle del “dopo l’orgasmo”. Questa è la meravigliosa capacità dei meccanismi del “processo primario”, quelle modalità psichiche che riescono a riprodurre in immagini le sensazioni globali molto forti e irripetibili nella loro intensità.
Il sogno ha sempre una valenza “cenestetica”, sensoriale, proprio perché si basa sul fattore psicofisico dell’allucinazione e sulle fasi REM e NON REM.
Il sogno scatena tutti i sensi e in prevalenza quello prediletto e adatto all’uso e al vissuto da rappresentare. I sogni si basano anche su sensazioni abnormi e magari mai vissute nella realtà, allucinano un desiderio come sosteneva Freud, ma non soltanto, allucinano il vissuto in atto, la realtà psichica e magari le sensazioni vissute qualche ora prima di dormire.
Il sogno di Matilde mostra come si può tradurre uno stato di benessere psicofisico e come il “processo primario” riesca a trovare le immagini giuste per rappresentare le benefiche conseguenze di un orgasmo con l’apposito e specialistico meccanismo psichico della “figurabilità”.
La “figurabilità” opera una selezione tra le diverse rappresentazioni o immagini che traducono il vissuto psichico, il bisogno o il desiderio, e sceglie quelle che meglio si prestano alla loro espressione visiva, consentendo ancora una volta il passaggio da un concetto astratto a un’immagine concreta. Esempio: la rappresentazione della mucca rende perfettamente l’idea dell’amore materno a differenza dell’immagine del serpente. Quest’ultima, a sua volta, rende perfettamente l’idea dell’organo sessuale maschile a differenza dell’immagine della mucca.
Vediamo quali fattori il “processo primario” ha usato nel sogno di Matilde: la relazione del soggetto con se stesso, l’autorielaborazione allucinatoria dei vissuti psichici, l’alterazione dello schema temporale, la distorsione della categoria spaziale, il gusto del paradosso, l’eccesso della fantasia, il principio del piacere, l’appagamento del desiderio.
A livello neurofisiologico sono state richiamate le attività dell’emisfero cerebrale destro.
Un sogno non è mai un semplice sogno alla luce di quanta “roba” comporta e di quanti “strumenti” tira fuori.
Vediamolo da vicino e nello specifico.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà… avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole.

Matilde esordisce con una simbologia “cenestetica” sensoriale: “nuotavo e sentivo la libertà”, un tema ricorrente nel sogno. La forza di gravità è stata allentata “nel fondo di un mare”, in piena confidenza con il mondo interiore e con il conseguente abbandono psicofisico.
Il “nuotavo” induce a una “regressione” al grembo materno, ma il “sentire la libertà” è in netto contrasto con la costrizione protettiva del grembo materno. Matilde confuta il simbolo della dipendenza materna e lo commuta nella sensazione di massima autonomia psicofisica: vivevo.
Gli “occhi aperti” dicono di una buona vigilanza legata a una altrettanto buona presa di coscienza delle problematiche della dipendenza materna e non. Matilde non ha alcuna paura a lasciarsi andare al moto psicofisico del nuotare in libertà, non teme il suo corpo perché non ha sensi di colpa e possiede una buona lucidità mentale. Matilde si abbandona ai sensi del suo essere femminile con la piena consapevolezza delle mirabili capacità del suo corpo: “vedevo l’acqua trasparente e anche il sole”.

“Vedevo la luce sopra di me.”

Matilde insiste sull’auto-consapevolezza: “vedevo”.
La “luce” conferma la “coscienza di sé” ed il fatto che è “sopra di me” attesta che la relazione privilegiata è con il corpo e le sensazioni, con le pulsioni e gli istinti, con la “cenestesi” neurovegetativa e non con il materiale astratto o tanto meno sublimato: simbologia del “sotto”, istanza psichica pulsionale “Es”.

“Sentivo la pace e la libertà dentro.”

Ritorna il tema dell’esaltazione dei sensi dal momento che la “pace” è un simbolo di mancanza di “resistenze” e di lasciarsi andare con il moto vitale in piena azione.
Il “dentro” attesta dell’assenza di condizionamenti esterni e di un autogeno movimento del corpo.
“Sentivo” conferma il trionfo dei sensi. Quello di Matilde è un sogno tutto intessuto di abbandono psicofisico e di una consapevolezza che ingrandisce la sfera sensoriale.
La “libertà” si attesta nel libero cospirare dei sensi e nell’assenza di “resistenze”, nel non temere il moto vitale dei sensi: un buon rapporto con il mondo degli istinti e delle pulsioni, con l’istanza “Es”.

“Nel fondo cerano sassi bianchi, grandi e piccoli.”

Una coreografia estetica e non certo un “fantasma di inanimazione!
Tutto procede all’incontrario.
“I sassi bianchi” fungono da cornice di un quadro di bellezza, un’estetica equiparabile alla bellezza dei sensi e in esaltazione direttamente proporzionale all’abbandono psicofisico, quando niente chiede di ragionare e tutto esige di vivere al massimo.
Ricordo che il “sasso” in altro contesto contiene una simbologia di anaffettività e una consistente caduta della “libido”.
Questa interpretazione si capisce nel prossimo capoverso.

“I colori che ricordo erano il rosso e il turchese.”

Il sogno di Matilde e il suo “post-orgasmo” si associano alla bellezza neurovegetativa delle sensazioni e si giustificano nella loro intensità di eccitazione e di benefico rilassamento. Del resto, non c’è orgasmo senza bellezza semplicemente perché non è controllabile e avviene secondo natura e secondo finalità positivamente meccaniche, meglio neurofisiologiche a conferma che l’architettura corpo-mente è molto sofisticata.
Ed ecco la bellezza che si esprime simbolicamente nei colori.
I simboli: il “rosso” rappresenta l’eccitazione neurovegetativa e l’intensità organica cenestetica, il “turchese” è una combinazione di azzurro-verde- giallo, tre colori determinanti, secondo Lusher e il suo test, che sono simboli rispettivamente della distensione vigilante e della realtà, della vitalità in atto e della “libido” esistenziale in essere, nonchè della reattività.
Cosa si può aggiungere: Matilde sta proprio bene, sta vivendo un buon momento della sua vita.

“Ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo per non poter risalire e riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”

Matilde non teme i moti naturali neurovegetativi del suo corpo. Matilde si conosce bene e non ha paura di lasciarsi andare per vivere un buon orgasmo. Del resto, l’abbandono psicofisico è la condizione perché avvengano la lubrificazione e la progressiva crescita delle contrazioni involontarie della vagina. Matilde non si blocca per paura di svenire e, tanto meno, per controllare ciò che sta avvenendo in lei e fuori di lei, è tutta presa da se stessa e dallo sviluppo della sua “libido genitale”.
Matilde si attesta, senza tante intellettualizzazioni e filosofie, a vivere e gustare con una leggera coscienza il suo orgasmo.
Questo è il significato di “ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo”.
“Poter risalire” significa avere consapevolezza, passare dalle pulsioni alla vigilanza calma e tranquilla della consapevolezza. Matilde sa che deve godere ed è padrona del suo corpo senza comandarlo ma soltanto vivendolo. Sa che il suo corpo non la inganna e non la tradisce, tanto meno in tanto benessere. Matilde sa di sé a livello neurovegetativo e sta sognando il suo benessere “post orgasmo”: “riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”

“Ho provato un senso di libertà totale.”

Ritorna il “refrain” che ha dominato il sogno: la “libertà totale” di viversi e di abbandonarsi ai sensi, il lasciar che avvenga tutto quello che naturalmente deve avvenire, quel sano fatalismo neurovegetativo.
La libertà è la disposizione femminile all’orgasmo nel coito. Matilde non ha blocchi, remore e sensi di colpa, sta bene con l’uomo che ama con cui si relazione e si imbeve nella vita quotidiana.
Si tratta di un uomo e non di una donna per il fatto che la “libertà totale” comporta il completamento “maschio-femmina” senza varianti sul tema.

“Il colmo è che nella vita reale io non so nuotare e ho paura dell’acqua.”

Matilde coglie la vita onirica e la distingue dalla “vita reale” rilevando che nel sogno fa quello che non sa fare da sveglia, “nuotare”.
“Il colmo” racchiude la distinzione tra “realtà reale” e “realtà onirica”.
Aggiungo che la fobia dell’acqua nella realtà rievoca un “fantasma di morte” collegato alla figura materna o semplicemente a un trauma di annegamento.

“Grazie anticipate da Matilde.”

Tanta gente mi ringrazia e anche in anticipo e sulla fiducia.
E così, di sogno di sogno, di grazie in grazie, “dimensionesogno” festeggia i centocinquanta sogni interpretati nell’arco di un anno e dieci mesi. In questo periodo ho evoluto la mia ricerca e questo naturale sforzo è ben visibile se rileggete i primi sogni del gennaio 2016 e l’ultimo sogno pubblicato.
Quanta strada e quante riflessioni in questo comune percorso!
Io credo che sul sogno tanto è stato detto da varie scuole psicoanalitiche e indirizzate all’analisi dell’immaginazione e della vita psichica dei “fantasmi”.
Il mio divertimento è stato quello di “sincretizzarlo”, di combinare insieme gli apporti più interessanti delle varie scuole e di organizzarli secondo la mia griglia. Quest’ultima si è ampliata notevolmente da tre voci iniziali alle attuali sedici.
Tutto questo è stato possibile “GRAZIE A VOI” e alla curiosità coraggiosa che vi ha contraddistinto nell’affidarmi i vostri prodotti psichici.
Il “grazie anticipate da Matilde” lo converto in grazie a te, Matilde, e grazie a voi marinai di questo splendido mare.

PSICODINAMICA

Il sogno di Matilde sviluppa la psicodinamica dello stato di benessere conseguente all’orgasmo e la traduce con il meccanismo primario e universale della “figurabilita” nelle congrue e consone immagini personali.
La “Bellezza” è una funzione universale, ma la sua traduzione è soggettiva, come sosteneva Kant nella “Critica del Giudizio”. Il sognare traduce in simboli le emozioni e le sensazioni che Matilde ha appena vissuto prima di addormentarsi. Si tratta di un sogno ricorrente nell’universo femminile e avviene spesso con queste simbologie estetiche e neurovegetative: “libido genitale” in esercizio e senza originali storpiature e inutili perversioni, la vitalità sessuale vissuta naturalmente come madre natura comanda.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Matilde mostra chiaramente l’istanza psichica “Es” nel pieno delle sue funzioni pulsionali e neurovegetative mentre elabora e organizza i dati secondo i meccanismi del “processo primario” e in particolare della “figurabilità”.
L’Es è ben visibile in “Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà” e in “Sentivo la pace e la libertà dentro.” e in “I colori che ricordo erano il rosso e il turchese.”
L’istanza psichica razionale e vigilante “Io” è presente in “avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole” e in “Vedevo la luce sopra di me.” e in “riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”.
L’istanza psichica censoria e limitante “Super-Io” non compare in un sogno intessuto di piacere e di sana “libido genitale”.
La “posizione psichica genitale” è dominante in associazione a un buon narcisismo o meglio definito “amor proprio”, quello che non guasta mai nelle giuste dosi.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Matilde usa i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” in “fondo” e in “profondo” e in “superficie” e in “rosso” e in “turchese” e in “luce” e in “sole”, dello “spostamento” in “”libertà totale” e in “libertà dentro”, della “figurabilità” in “Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà… avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole.”“Ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo per non poter risalire e riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”
Nel sogno di Matilde non figurano i processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e tanto meno della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Matilde con l’esaltazione della “libido” dispone per una “organizzazione psichica reattiva”, l’obsoleto “carattere” o la nobile “personalità”, “narcisistica-genitale”: consapevolezza dei valori erotici del corpo e amor proprio.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche presenti nel sogno di Matilde sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “fondo” e in “profondo” e in “rosso” e in “turchese” e in “sole”, la “metonimia” o relazione logica in “libertà” e in “luce”.

DIAGNOSI

La diagnosi attesta di un buon esercizio della “libido genitale” e di un conseguente stato di benessere psicofisico.

PROGNOSI

La prognosi impone di riprodurre, con i miglioramenti possibili e legati allo stato psichico in atto, il buon vissuto di corpo e mente, di pulsione e coscienza, di sistema neurovegetativo e sistema nervoso centrale. Interessante è l’assenza dei famigerati sensi di colpa che nella cultura religiosa occidentale affliggono, in special modo, l’universo femminile.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una “regressione” e “fissazione” a stadi precedenti e riproposti in maniera unilaterale. Mi spiego: limitarsi alla “libido” “orale”, “anale” o “fallico narcisistica” nell’espletamento della vita sessuale.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Matilde è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Notevole è l’uso naturale e spontaneo della simbologia.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Matilde è fuor di dubbio l’orgasmo vissuto nel rapporto sessuale e in associazione allo stato di benessere distribuito successivamente nel corpo e nella mente.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Matilde è lampantemente “cenestetica”, sensoriale, in quanto le sensazioni di benessere psicofisico dominano l’elaborazione del sogno.

DOMANDE & RISPOSTE

Precisazione opportuna e necessaria: le domande sono formulate da un lettore anonimo che ha analizzato in anteprima la decodificazione del sogno.

Domanda
“Che cos’è l’orgasmo?”

Risposta
Neuro-fisiologicamente è il punto più alto dell’eccitazione erotica caratterizzato da azioni neuromuscolari involontarie che culminano nelle contrazioni perivaginali e altri fenomeni motori e secretori riflessi. A livello psicologico è la disposizione progressiva all’eccitazione dei sensi e dei vissuti collegati che consente il crescendo del piacere: assenza di blocchi e di traumi o piena consapevolezza degli stessi.

Domanda
“Lo provano tutte le donne?”

Risposta
Potenzialmente sì, a meno che non sussistano ostacoli fisiologici come malformazioni anatomiche o psicologici come la paura dello svenimento e della violenza maschile, un “fantasma di morte”.
In effetti non tutte le donne arrivano all’orgasmo e le statistiche adducono di un trenta per cento che non l’ha mai vissuto. Il resto della percentuale si distribuisce in donne che lo vivono occasionalmente e in base alla disposizione psicofisica, mentre una minima parte lo vive sempre.

Domanda
“In un rapporto sessuale si possono vivere più orgasmi?”

Risposta
Certamente sì! La pluriorgasmia è un fenomeno ricorrente e non raro. Importante è la disposizione psicofisica e il grado di abbandono erotico che la donna realizza nel rapporto sessuale. Bisogna precisare che dopo tre o quattro orgasmi la vagina perde sensibilità. Ottimale: uno interamente vissuto.

Domanda
“L’orgasmo si può fingere?”

Risposta
Ancora certamente sì! La finzione comporta, oltre a una buona capacità teatrale, un formidabile complesso d’inferiorità e di inadeguatezza. Meglio parlarne con il proprio partner o con uno psicoterapeuta, piuttosto che candidarsi a vita in una menzogna dolorosa precludendosi e rovinando il piacere.

Domanda
“L’orgasmo fa bene anche alla mente?”

Risposta
L’orgasmo fa bene al corpo con le endorfine e le altre sostanze ormonali che entrano in circolazione, ma fa tanto bene alla mente perché la libera dalle mille paure personali e collettive e dalle mille fobie culturali e religiose, perché ti fa stare bene e sentire normale, perché ti scarica le tensioni inutili e ti pulisce la psiche, “catarsi”.

Domanda
“Cos’è l’anorgasmia e la dispareunia?”

Risposta
L’anorgasmia si attesta nell’assenza dell’orgasmo nel coito e nella masturbazione, la dispareunia traduce la dolorosità nella penetrazione e nel rapporto sessuale.

Domanda:
“Da cosa dipendono?”

Risposta
Escludendo fattori anatomici e organici, la causa psicologica si attesta in un trauma reale, pedofilia e violenza infantile, o in “fantasmi di morte”. Incide tantissimo la mancata risoluzione della “posizione edipica” e in special modo il rifiuto della figura paterna: parte negativa del “fantasma del padre”.

Domanda
“Come si curano i disturbi sessuali femminili?”

Risposta:
La psicoterapia psicoanalitica è indicata nella ricerca del trauma o del fantasma e nella risoluzione della “posizione edipica”, oppure le altre psicoterapie che lavorano sul corpo e sull’immaginazione come l’Ipnositerapia e l’Analisi immaginativa.

Domanda
“Può dipendere dal compagno?”

Risposta
Certamente, se manca il coinvolgimento erotico ed estetico e non necessariamente quello affettivo. Per quanto riguarda la meccanica e la tecnica, si richiedono le condizioni di base: giuste proporzioni e giuste stimolazioni. In ogni caso, si fa l’amore sempre e in primo luogo con se stessi attraverso l’altro. Questo atteggiamento basilare non è prevaricazione o tanto meno strumentalizzazione.

REM – NONREM ?

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Matilde è stato decisamente elaborato appena addormentata in uno stato di quiete psicomotoria e per la precisione tra la prima fase R.E.M. e la successiva prima fase NON R.E.M. .

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Come prodotto culturale assimilabile al sogno di Matilde ho scelto una canzone pop del 2001 del complesso Pooh. Esiste una versione filmata e assimilata a scene del famoso film “Pretty women” e a conferma che i prodotti psichici godono di una malleabilità nei temi e nei contenuti, una forma di universalità della bellezza e della gioia, così come del terribile e dell’angoscia.

Attenzione e giusta riflessione alla formula di un buono e sano erotismo: “perché ci prende, perché vogliamo, perché viviamo” e ancora “perché ci piace, perché c’incanta, perché sei tanta” e ancora “rinunciando moriamo”. Il tutto conferma delle benefiche doti globali di una sana vita sessuale.

 

DIMMI DI SI’

Non ti dirò che è stato subito amore,
che senza te non riesco neanche a dormire,
ma sarò sincero quanto più posso:
Con te vorrei una notte a tutto sesso.
La tua eleganza non e’ un punto cruciale,
la classe poi non mi sembra affatto essenziale
c’é che sei un animale da guerra:
Con te vorrei una notte terra-terra.
Dimmi di si, che si può fare
senza sparare parole d’amore.
Perché ci prende e perché vogliamo.
Perché viviamo.
Tanto l’amore a volte fa un giro strano
ti prende dal lato umano
che è quello che anch’io vorrei adesso…
…per prenderti più che posso.
Dentro noi facciamo grandi disegni,
ma se si accende un desiderio lo spegni,
e cosi che rinunciando moriamo,
ma noi stavolta no, non ci caschiamo.
Dimmi di si, senza promesse,
senza studiare le prossime mosse.
Perché ci piace, perché ci incanta.
Perché sei tanta.
Solo per noi, senza limiti ne rispetto,
stanotte qui vale tutto,
facciamo che allora sia speciale.
Tanto l’amore se passa si fa sentire,
parcheggia dove gli pare,
magari ci cascherà addosso…
…ma intanto ti voglio, adesso.
Dimmi di si, che si può fare
senza sparare parole d’amore.
Perché ci prende, perché vogliamo.
Perché viviamo.
Dimmi di si, senza promesse,
senza studiare le prossime mosse.
Perché ci piace, perché ci incanta.
Perché sei tanta.