IL BACIO DI SATURNO E DELLA LUNA

Baciami o Luna,

baciami o dolce Luna delle rimembranze e dei desideri

e dimmi in ciel che fai,

dimmi che fai giorno e notte sospesa nel vuoto

su un etereo appendiabiti firmato d & g?

Baciami come il mitico Arsenio Lupin

con intrallazzo e delinquenza,

con fascino e scioglilingua,

baciami con i pizzilli e le pizzocchere,

come se fossi un re della ristorazione di alto prezzo,

come se fossi un re di cuori di alto loco,

come se fossi un putinot di odoroso pollaio.

Io,

Saturno,

ho ragione da vendere e anelli da regalare,

da sempre girovago tra le miste Perseidi,

le rocce maligne della famiglia di Perseo

che si piantano nel tuo piatto di calamari osceni e fritti

quando meno te l’aspetti,

mentre giri gli occhi in libera uscita,

strabici che è meglio,

per guardare le gambe affusolate e succulente

della nuova cameriera valdostana,

la solita Charlene tutta bionda e tutta crucca,

quando orbito di gusto nelle notti d’agosto

dentro lo sciame di alghe profumate al kerosene

e intinte di plastica merlettata all’arsenico

insieme a quella graziosa gabbianella

e a quel gatto Coraggioso ferito nell’onore

perché tradito con un’altra gabbianella,

una questione femminile,

una vicenda materna,

una pulsione maternale,

robe da sante femministe:

io coverò le tue uova in tua assenza,

tu coverai le mie uova in mia assenza,

noi vinceremo la morte con l’istinto di vita,

noi useremo il gabbiano.

Sopravviveremo per altre cinquanta primavere

e noi due femmine per sempre amandoci,

feconde faremo le uova e le coveremo,

accudiremo i nostri pulcini senza papà

nell’irto costone delle montagne scozzesi

che precipitano su un mare

che sta morendo per il termosifone sempre acceso

nella tua camera da letto a marca doimo

e nel tuo azzurro bagno firmato richard ginori.

Cosa importa,

o adorata Luna,

se io sono razional glacial,

se in ogni stella non vedo nient’altro che il mal.

Tu,

solo tu sei quell’amore satellite

che mi sconvolse la vita sul cuscino

sin da quando ero un bel bambino.

Cosa importa

se adesso senza losanghe e ramingo per il cosmo io vo

e mi sbatto le palle polverose dell’oraziano

quem mihi, quem tibi finem di dederint.

Io razionale e tu battona,

io zoccoletto e tu magistra,

dammi solo tre parole per dirti

omnia munda mundis”.

Così lontani, così vicini.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 14, 08, 2022

U TUPPU

U tuppu tuppa,

senza tuppu nun si tuppa

picchi u tuppu s’antuppa.

A vecchia co tuppu si tuppa,

s’intrippa e s’intruppa

com’a lupa c’allappa e c’allippa.

A picciotta senza tuppu nun si tuppa,

a picciotta co tuppu allippa,

ma nun allappa.

Il poeta è un rigattiere,

uno squallido merciaiolo,

un trovatore da art de trombar,

uno squallido trombatore,

un provenzale che ha letto tanto,

uno squallido lettiere,

un troviere cavalleresco a cui nulla osta,

cui nihil obstat,

neanche un ergastolo ostativo e non,

perché il poeta è un furtivo ladruncolo,

un sussurratore che usa le parole degli altri,

un ladrone che preleva da un vecchio bancomat verbale in disuso,

un accalappiatore che acchiappa il già detto per ridirlo,

un Ali Babà che dice quello che si può sempre ridire

perché è stato detto,

il già detto che non è il già visto,

è il già sentito,

il deja entendu nei vicoli sdirupati di Calascibbetta,

nelle trazzere sdurrubbate e polverose di Spacafunnu,

nei Superconvenienti di Mariastella la zozza,

nei Centri ecologici per la raccolta del cibo avariato.

A proposito, o poeta vate di Montpellier,

ricordami di comprare

un panino allo sgombro della ditta Drago da Giuseppe,

gli affastellati affumicati della Frishies per l’amata Gianna,

i biscotti integrali del Mulino bianco per Salvatore,

ricordami di fare il solito pellegrinaggio al Lidl,

di comparare gli orologi dalla cinesina senza culo e con le tette grosse,

prendere i noccioli da Marchetto di Belvedere,

di degustare lo gyogurth di Gianfranco da Lucia la santa.

E intanto,

mentre non te ne accorgi,

ohi, ohi, ohi,

vardè tosati,

prima spaccano l’atomo,

ahi ahi ahi, che dolor,

e poi lo sposano con la picciotta senza tuppu.

Viva, viva, viva gli sposi

e a matri che allatta e alletta co tuppu e senza tuppu.

Viva la mamma,

viva le figlie della lupa fascista,

le giovani donne di Cecco degli angeli,

quelle che tuppano senza tuppu,

les filles de Francoise la francese ardita,

pelle e ossa sotto il maglione nero alla dolce vita.

Viva, viva l’olio extravergine d’oliva,

tassato dal pizzo pazzo di Matteo il brigante

che tuti i vol e nisuni lo cioe,

che tutti lo cercano e nessuno lo trova.

Che vergogna questo tuppu intuppatu in mezzo alle cosce!

Destati Sicilia e giù botte da chiaroveggenti con l’Etna!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2023

LE BALENE

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di essere in riva al mare insieme a dei conoscenti che, ad un certo punto, decidono di tuffarsi in acqua senza alcun timore, per raggiungere la sponda opposta di quello che mi sembra la foce di un fiume.

Il mare è molto mosso e il vento è forte.

Io non mi fido a tuffarmi anche perché ci sono molte balene che saltano nell’acqua impetuosa e che mi fanno paura temendo di essere mangiata.

Ritengo possibile raggiungere l’altra sponda camminando lungo la spiaggia, ma arrivata ad una curva rocciosa, il vento mi spinge indietro con alti spruzzi d’acqua.

Desisto e dopo non molto, il tempo migliora, il cielo è blu, il sole splende e il mare calmissimo. A quel punto non sento più l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda.”

Moby Dick

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in riva al mare insieme a dei conoscenti che, ad un certo punto, decidono di tuffarsi in acqua senza alcun timore, per raggiungere la sponda opposta di quello che mi sembra la foce di un fiume.”

Siamo in famiglia e ci troviamo di fronte all’avvenire: “in riva al mare”. I “conoscenti” sono i familiari, per l’appunto. Si vive e si va avanti nella vita con la ricerca coraggiosa di mete agognate, con la forza della giovinezza e il sostegno della famiglia.

Tuffarsi in acqua” si traduce in un coinvolgimento esistenziale fatto di consapevolezza e non di pulsioni inconsce: esserci ed essere sul pezzo anche se questo “tuffarsi in acqua” evoca la figura materna.

La foce di un fiume” significa la parte finale di un percorso e di un cammino operativo, il traguardo di tanti sforzi, ma include anche l’ultima fase del parto e la nascita, l’emancipazione della figlia Moby dalla augusta genitrice.

TRADUZIONE ESTETICA

Mi tufferò in acqua senza alcun timore

insieme a voi,

fratelli e sorelle,

insieme a tutti i nati da madre.

Non avrò paura di annegare,

non sarò fagocitata da colei che mi ha liberata

e da cui mi sono staccata,

non sarò divorata dal nulla inconsapevole ed eterno,

questo mare che tutto bolle e ribolle

o che sta fermo sulla linea dell’orizzonte.

Torno indietro e rivivo mia madre.

Sono cresciuta e sono grande.

Conosco bene mia madre

e saprò anche liberarmi del suo abbraccio fatale,

dalle sue ansie e dalle sue angosce.

Mia madre è importante,

come tutte le madri per tutti i figli.

Il mare è molto mosso e il vento è forte.”

La vita e il vivere si traducono in forti emozioni e impetuosi sentimenti che rasentano lo stordimento e richiedono tanta forza per essere affrontati.

TRADUZIONE ESTETICA

Sul mare non luccica l’astro d’argento,

né placida è l’onda,

né prospero è il vento.

La donna sente dentro,

la donna sente fuori,

la donna si perde nel turbinio dei sensi

insieme alla vita che le scorre vitale

e non è mai appagata in questa ricerca

di una se stessa che è mare,

di una se stessa che è vento.

Portami via con te, o mare, o vento!

Datemi l’ebbrezza di una giornata felice

a bordo dei miei sensi e dei miei sentimenti.

Io non mi fido a tuffarmi anche perché ci sono molte balene che saltano nell’acqua impetuosa e che mi fanno paura temendo di essere mangiata.”

Moby non si lascia andare alle sue emozioni e non si affida alle sue tempeste emotive, perché Moby non si affida alle madri che nuotano nel mare della vita e delle gravidanze. Moby ha paura di essere fagocitata dalla madre, ha bisogno di essere protetta dalla madre, desidera essere nel grembo materno. Moby svela il possessivismo materno che l’ha connotata nella sua esistenza e il suo travaglio a liberarsi dalla madre e dal suo mondo incantato fatto di favole e di regressioni. Moby ha paura della madre e di essere madre. Troppo tormento, troppa tempesta, troppe competizioni e Moby ha timore, è timida, è gentile, è umile, è piccola, è all’erta con le novità repentine.

TRADUZIONE ESTETICA

Madre della terra,

o madre mia carnale,

che vai nuda e sicura con le altre madri

incontro alle tempeste della vita di donna,

vergine di umiltà,

ricca di possesso e potere,

o mamma mia di sempre,

prenditi cura di me

che non so ancora nuotare,

che non so ancora salire le cime tempestose

che portano nel fondo del mare,

di quel mare,

di questo mare,

gli oceani interiori che ribollono dentro fragili e forti membra,

fragili di affanni,

forti di tenacia.

Di sale brilli nell’altare,

di sale il tuo pane sapeva

quando eri stanca di essere madre.

Tienimi con te,

mettimi dentro di te,

nel tuo ventre ampio e calorosamente caldo

che un giorno mi ha visto con te.

Proteggimi dal bene infido

e dammi la forza

di non cedere alle lusinghe del destino infame.

Fa’ che io sia padrona

del mio incedere elegante

in questa sfilata della vita che scorre

anche sui marciapiedi della graziosa cittadina

che mi vide timorosa

e oggi mi scopre civetta.

Ritengo possibile raggiungere l’altra sponda camminando lungo la spiaggia, ma arrivata ad una curva rocciosa, il vento mi spinge indietro con alti spruzzi d’acqua.”

La dialettica psichica della diade “madre-figlia” è aspra e la libertà è lontana vista dalla spiaggia, non è lineare, il conflitto è acceso e il vento spinge a regredire con forti prepotenze materne. La figlia è entrata in conflitto con la madre: “posizione psichica edipica”. Tutto è normale e come da copione, ma la “curva rocciosa” attesta di forti ostacoli intercorsi e interposti nella liquidazione della conflittualità con la madre. Moby ha tanto sofferto per le irruenze emotive e sentimentali vissute durante la sua psicodinamica con la madre e di riferimento con il padre, per cui “l‘altra sponda” non è stata di facile approdo, in special modo per via agevole: “camminando lungo la spiaggia”.

TRADUZIONE ESTETICA

Vento,

ancora il vento mi porta l’odore acre della competizione,

ancora una spiaggia si allontana dai miei occhi ingenui

e ancora il mare mugugna e muggisce

in tanta tempesta dei sensi e degli umori.

Quanta necessità sofferta per far crescere la libertà dentro!

Mamma,

mormora la bambina,

mentre pieni di pianto gli occhi,

per la tua piccolina non compri mai balocchi,

mamma tu compri soltanto le ciprie per te.

Colonie aromatiche della compagnia delle Indie

per una donna d’alta classe,

una boccetta di chopard casmir

per la signorina che verrà,

una bambolina di pezza ruvida con diadema di perle marine

per il regno fantasioso

di una principessa minore e del suo re maggiore.

Desisto e dopo non molto, il tempo migliora, il cielo è blu, il sole splende e il mare calmissimo. A quel punto non sento più l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda.”

L’altra sponda” è la libertà dopo la guerra, dopo il conflitto, dopo la sofferenza acuta di rinunciare a un pezzo di radice. La vera e veritiera “altra sponda” è l’autonomia psicofisica, il fare legge a se stessa nel corpo e nella mente, la soluzione delle pendenze edipiche, lo scioglimento dei nodi marinari che tenevano attraccata la barca al molo. Moby mostra a se stessa con il suo sogno la psico-dialettica che ha vissuto e le psicodinamiche che ha istruito per la risoluzione del suo “complesso di Edipo”, tappa che l’ha particolarmente attratta per la figura femminile della madre, fascinosa e misterica nel suo essere l’origine della sua esistenza.

Desisto”, posizione psicologica buddista, non mi coinvolgo, mi lascio andare, cesso di combattere, apatia stoica di chi conosce il vero, latino “de-sisto”, mi colloco da una parte in un’altra parte. Questo verbo così chiaro è altrettanto profondo e ricco di implicazioni mistiche, culturali, religiose, filosofiche, semiologiche e tanto altro. In un semplice “desisto” sono condensati l’approdo e la ricerca ulteriore della verità personale, figlia di quella Verità collettiva e assoluta che non si nasconde più all’occhio smagato e all’intelletto libero di chi ha tanto cercato e finalmente trovato dopo tanto cammino, come Moby.

Il tempo migliora” si traduce sto crescendo e sto risolvendo le mie dipendenze e pendenze, edipiche nel nostro caso, sto maturando e anche l’umore si assesta in una dimensione psichica matura.

Il cielo è blu”, tutto è più tranquillo in me e fuori di me, “sublimo” l’angoscia con la migliore consapevolezza, ho collocato i miei valori in un luogo superiore e le mie verità al di là di ogni discussione logora e logorante, insomma mi sono liberata del “fantasma” materno e adesso mi sento compatta.

Il sole splende”, la luce della ragione illumina il camino della vita e dell’azione, la consapevolezza si è estesa al “senso di sé” ed è diventata autocoscienza, “sapere di sé. “Cogito ergo sum” e sono cartesianamente una persona pensante e fattiva, associo il pensiero all’azione come la Storia di Benedetto Croce, insomma, procedo nell’esistenza con lo strumento della Ragione e del Sapere.

Il mare calmissimo” contiene una forma di atarassia, di assenza di angoscia, di apatia stoica che, non è caduta della vitalità emotiva e sentimentale, bensì padronanza di sé tramite la “coscienza di sé”, ampliamento del “sensus sui”, maturazione della persona e della personalità, compattezza psichica. Il “mare” è simbolo dell’inconscio vitalistico e neurovegetativo, oltre che dell’esistenza.

E’ giusto e sacrosanto che, a questo punto, Moby non senta il bisogno e “l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda”, la madre o un altro traguardo, il padre o un altro obiettivo.

Sembra rinuncia e rassegnazione e invece è la rappresentazione in sogno della SAGGEZZA, della “sapientia sui”. Moby non è approdata nell’altra sponda, ma è approdata nel suo porto. Adesso l’angoscia della perdita è appagata e automaticamente scomparsa. Nulla chiede in Moby di sopravvivere, tutto chiede di vivere.

TRADUZIONE ESTETICA

Desisto,

mi colloco altrove,

atarassia,

il senza angoscia,

la cura di Franco,

un disco,

un quarantacinque giri di allora,

di quando ero una ragazzina tutta madre e tutta chiesa,

niente casa del popolo,

così come voleva la mamma,

la mia balena,

la saggezza è sapore di sale,

non quello altrui,

è il mio sale,

il mio sale in zucca,

il mio mare salato,

mare immenso e salato,

mare e marosi,

io so di me,

io finalmente so di me,

tu, o mare, non mi agiti

perché non sei agitato,

sei ammarato nella marina,

mentre il tempo soffia sulle vetuste scene

dei teatri antichi e greci,

quando si recita il soggetto di Edipo,

l’uomo dai piedi ritorti,

figlio del mare e della luna,

figlio di Laio e Giocasta,

figlio delle stelle di Tebe,

solo in un quadrivio all’europea

con precedenza a destra e a sinistra,

comme vous voulez,

sotto questo cielo intirizzito dall’incesto,

stupito e stupefatto dalle donne dionisiache

che in corteo sbranano il capretto

secondo la sanguinolenta processione del fine settimana,

sempre sotto il sole

che di lassù dice

e afferma che è di tutti

e appartiene anche a te,

anche a noi,

come la strada che mi porta da te

e mi allontana dalla madre,

dalla balena,

dal mare.

La sponda fa da sponda,

poi non serve.

Grazie madre!

Io non gioco più al biliardo

nella solita sala del monte di Belluno.

A FILOMENA

Mia cara madre,

oggi ti scrivo questa lettera

che non riceverai mai,

che non potrai leggere,

che non ti commuoverà,

ma sono sicura

che in qualche modo ti farà bene

nelle tue perenni regioni celesti,

lontana dai torsoli e dal sangue,

lontana dalle miserie umane,

così come ha fatto fa tanto bene a me

prendere la penna

e buttare le mie semplici parole

su questo foglio bianco di carta.

Finalmente faccio

quello che non sono riuscita a fare

nella mia vita vissuta a fianco a te,

parlare vero e sincero,

parlare d’amore con te,

non un parlare a vanvera o del più e del meno,

un parlare di noi due,

di una madre e di una figlia

che si sono tanto cercate e amate

senza mai apertamente dirlo,

parlare di me,

di una figlia che non è riuscita

a regalarti tutte le parole dei suoi sentimenti,

delle sue emozioni,

delle sue paure,

dei suoi desideri,

delle sue vergogne,

delle sue vittorie,

delle sue sconfitte,

una figlia che non è riuscita a dire di sé

e che, adesso che non ci sei più,

di notte ti sogna nelle altre persone,

di giorno ti cerca tra la gente

perché finalmente è sicura

di quanto ci siamo volute bene

e capisce

perché allora ci siamo tenute a vista

con il pudore e il rispetto.

Oggi finalmente io trovo le parole

per dire quanto ti ho amato,

oggi finalmente trovo la forza

per gridare a te quanto mi manchi

e quanto mi manchi ogni sera prima di addormentarmi

ricordando

quando da bambina volevo sulla mia testa la tua mano,

quella mano che ho sentito tante volte

e quelle volte non erano mai troppe,

quella mano che ho sempre ricordato nei momenti difficili.

La vita è stata severa con te

quand’eri bambina,

la guerra,

la fame,

la lontananza,

la solitudine,

ma ti ha regalato la forza

di portare avanti la famiglia con il tuo lavoro

e di fare studiare quattro figli così diversi e così belli,

come siamo ancora noi,

i tuoi figli rimasti quaggiù

che di notte guardano le stesse stelle nel cielo

con gli occhi rivolti all’insù

nella ricerca del tuo dolce viso.

 

Salvatore Vallone

 

compose e pose per l’eroica Filomena e a sollievo della dolce Chiara

in Carancino di Belvedere,

il giorno 05, del mese di Gennaio, dell’anno 2023



INVOCAZIONE

Oh tu che stai,

oh tu che ristai,

oh tu che ristagni in hac lacrimarum valle,

piacciati di restare in esto loco

anche se la tua loquela ti fa manifesto

di altra nobil patria natio

e alla quale non fosti molesto

traghettando il mare nostrum

in cerca di squali e di balene,

novel Caronte e novel Sardanapalo,

piacciati di giacere con l’esquimese

secondo le ospitali norme di Cupido,

secondo libido orale,

anale,

narcisistica,

edipica,

genitale.

Alsò spracht Sigmund!

Piacciati in cotanta avventura virale

di annegare in calde lacrime

come un amore degli anni sessanta

secondo il sestante di Neil Sedaka,

senza fare i capricci ridicoli

seguendo i bei giorni e il tempo invidioso,

inseguendo Heidy nelle sue montagne

così fredde,

così pungenti,

così maliarde,

accoccolando semi di girasole e ampi consensi.

Proprio perché della fatal quiete tu sei l’imago,

a me sì cara vieni,

oh tosa delle nevi,

delle malghe anguste di muffa,

odorose di ceneri ardenti e di pini aulenti,

nonché di formaggi grassocci,

oh domina delle mie brame,

la più furbetta del reame,

la più costosa del mercato rionale di san Basilio,

all’angolo con la bottega del baccalà e dello stoccafisso,

quella di donna Ciuzza,

vezzeggiativo di Luciuzza,

sincopato in Lusy l’afarensis,

quella che non sapeva parlare,

la femina scimmiesca di un metro e dieci,

pelosa e irta come il mirto dei Sardi,

il ginepro di Gabriele che annunzia il nuovo e il vecchio Verbo,

come le more dei monti Iblei in odore di rosa canina,

tettuta e capezzolata come le mucche argentine

prima di finire in scatola,

dopo una fugace apparizione in tivvù,

la madre di tutte le scimmie,

evolute secondo i dettami di Charles,

spregevoli secondo religio et superstitio.

Parlaci,

o madre,

rompi questo silenzio inumano,

disponici nel petel,

nel dialetto,

nella lingua,

nei linguaggi,

partorisci Umberto il boss

per farci capire le nostre mirabili sorti progressive.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 27, 12, 2021

LA VALIGIA BIRICHINA

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Era appena arrivato l’autobus per l’aeroporto dove mi aspettava un aereo per la Germania, dove sarei andata a trovare il mio ragazzo. Faccio per caricare la valigia nel bagagliaio, quando qualcosa mi distrae.

Una volta arrivati all’aeroporto, vado a prendere la valigia ma, sorpresa, mi accorgo che non c’è. Allora, ricordo di non averla mai caricata, perché distratta da qualcosa.

Presa dal panico, decido di avvertire casa per vedere se qualcuno sarebbe potuto andare a prendere il mio bagaglio, ma, preso in mano il telefono, mi accorgo che si trattava di quello di mio padre, che è identico al mio. Tuttavia, non potevo utilizzarlo dato che, per farlo, c’era bisogno di un pin che non conoscevo.

Così, sempre più in ansia, mi rivolgo a un uomo dell’agenzia degli autobus, spiegandogli la situazione, ma senza ammettere il fatto che io stessa non avevo infilato la valigia nel bagagliaio, dicendo invece che qualcun altro l’aveva tirata fuori a mia insaputa.

Mi vergognavo abbastanza di questa mia grande distrazione.

Lui mi dice, rassicurante, che la mia valigia era stata trovata, che era in viaggio su un autobus e che avrei dovuto aspettarla lì.

Sarei arrivata a prendere il mio aereo?”

Questo è il sogno di Bruna.

INTERPRETAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Si tratta di un sogno carico di simbologie femminili che sviluppa il tema della consapevolezza di essere femmina e il potere di essere donna, l’assimilazione dell’identità psichica femminile in espresso riguardo alla sessualità e alle figure dei genitori. E’ una tematica universale e una tappa evolutiva che riguarda le ragazze che si affacciano alla vita amorosa relazionandosi a un uomo in questo caso, una figura che oltretutto ha la sua radice e il suo modello nel padre. Ricordo che per par condicio la madre funge per l’identificazione e l’identità psichiche della figlia.

Era appena arrivato l’autobus per l’aeroporto dove mi aspettava un aereo per la Germania, dove sarei andata a trovare il mio ragazzo. Faccio per caricare la valigia nel bagagliaio, quando qualcosa mi distrae.”

Bruna è in procinto di incontrare il suo ragazzo e, sognando, mette in discussione il suo essere femminile in previsione dell’intimità da convivere e timorosa della femminilità da offrire. “L’aereo” è un simbolo materno, così come la “valigia” rappresenta il grembo con gli annessi e connessi genitali e sessuali dell’universo femminile. Bruna ha qualche sospeso con la consapevolezza della sua femminilità e qualche timore in riguardo alla sua sessualità, per cui non carica la “valigia nel bagagliaio”. Bruna ha qualche conflitto latente con la madre. La “distrazione” è una difesa psichica che si chiama “rimozione”. Lei parte ma dimentica, non vuol pensare a quel qualcosa di intimo e privato che si prospetta in questo happening con il suo ragazzo.

Buon viaggio, allora, anche con questa vena di vago erotismo e di stupore diffuso: “qualcosa mi distrae”.

Una volta arrivati all’aeroporto, vado a prendere la valigia ma, sorpresa, mi accorgo che non c’è. Allora, ricordo di non averla mai caricata, perché distratta da qualcosa.”

Bruna ha dimenticato di caricare la valigia nell’autobus che la sta portando all’aeroporto per volare verso il suo amore. Ritorna la distrazione, “quando qualcosa mi distrae” e “perché distratta da qualcosa”, Bruna mantiene in vita il meccanismo di difesa della “rimozione”, Bruna si aliena leggermente e senza pericolo in quella che è la parte del suo corpo più coinvolta in quest’avventura, la sua natura femminile e la sua sessualità. Il “non averla mai caricata” si traduce in non averla mai adeguatamente vissuta e razionalizzata. Bruna è una giovane donna e in quanto tale non ha avuto ancora la possibilità di fare le giuste esperienze di vita e di vitalità erotica, per cui va da sé che si senta frastornata e inadeguata a tanto viaggio. La leggera brezza della “rimozione” aiuta e incoraggia a proseguire il cammino verso l’innamorato e nella vita. Ritorna “l’aeroporto” nel sogno a testimoniare del “tramite” che porta all’autonomia psicofisica, alla libera gestione del suo “psicosoma”. Bruna deve partire e, se non parte, non cresce.

La domanda legittima a questo punto è la seguente: quale causa innesca questa “rimozione”?

Presa dal panico, decido di avvertire casa per vedere se qualcuno sarebbe potuto andare a prendere il mio bagaglio, ma, preso in mano il telefono, mi accorgo che si trattava di quello di mio padre, che è identico al mio. Tuttavia, non potevo utilizzarlo dato che, per farlo, c’era bisogno di un pin che non conoscevo.”

Ecco in ballo la figura paterna e in forma esplicita!

Bruna riesuma il padre in un contesto erotico e leggermente conflittuale, uno status psicofisico dettato dalle radici della sua formazione e dalla sua evoluzione psichica, in particolare la “posizione edipica”, i vissuti affettivi ed erotici in riguardo alla dialettica “padre-figlia” in questo caso, ma in cui è coinvolta necessariamente la “madre” per rendere completo il quadro psicodinamico. Bruna, sognando, si mette in relazione con il padre tramite il “telefono” di lui e giustifica il lapsus con la condivisione dello stesso modello. Ma guarda un po’ come ragiona Bruna in sogno. Invece di rivolgersi all’ufficio dei bagagli smarriti, richiama il padre e la relazione pregressa con lui per dire che in questa “rimozione” della sua femminilità e in questo viaggio verso la passione ha una parte importante ma non determinante, perché c’entra anche la madre e la stessa Bruna in un’ampia gamma dell’atavica diatriba sul freudiano “complesso di Edipo”. La differenza tra la figlia e il padre si attesta nel “pin”, nel codice personale che giustamente Bruna non conosce e che si traduce nella formazione e nell’evoluzione psicofisiche. Del resto, i vissuti formativi sono estremamente personali e unici ed è questa unicità che ci rende fortunatamente originali e irripetibili. Il padre non può andare a prendere il bagaglio smarrito della figlia. La questione s’intriga e si evolve verso le giuste e naturali conseguenze, seguendo sempre la linearità evolutiva del fenomeno onirico e della psicodinamica innescata.

Nulla di nuovo sotto il sole!

Così, sempre più in ansia, mi rivolgo a un uomo dell’agenzia degli autobus, spiegandogli la situazione, ma senza ammettere il fatto che io stessa non avevo infilato la valigia nel bagagliaio, dicendo invece che qualcun altro l’aveva tirata fuori a mia insaputa.”

“Presa dal panico” in precedenza e “sempre più in ansia” adesso, Bruna viaggia verso la soluzione del problema: ritrovare e riappropriarsi della propria “valigia” dimenticata da qualche parte senza l’ausilio del padre e proprio adesso che sta per volare per raggiungere il suo ragazzo “in Germania” e consumare la sua carica erotica. Degna di nota è la componente isterica e leggermente fobica della nostra eroina, il panico e l’ansia, ma si tratta di somatizzazioni che si fondono e si confondono con la piacevole eccitazione che sta provando da un paio di giorni a questa parte in attesa di volare verso una forma di rendiconto della sua formazione erotica e sessuale. Dopo il padre ritorna una figura maschile, “un uomo dell’agenzia degli autobus”, uno “spostamento e una “traslazione” che rende meno traumatico il prosieguo del sonno e del sogno. L’ansia e il panico si risolvono “spiegando la situazione” e chiaramente a se stessa e con la truffa dell’omissione, “senza ammettere”, che è una mezza furbesca e quasi consapevole “rimozione”. Bruna si sta dicendo “ adesso vado dal mio moroso in Germania e chi vivrà vedrà con valigia e senza valigia, ma è meglio che recuperi una certa qual consapevolezza della mia sessualità.” Lei aveva infilato la valigia nel bagagliaio, ma qualcun altro l’aveva tirata fuori a mia insaputa: una consapevole bugia difensiva per non pagare il dazio, per non prendere del tutto coscienza di quanto il padre abbia contribuito con la sua figura nella formazione della sua struttura psichica reattiva ed evolutiva e nella sua vitalità erotica e disposizione sessuale. Degna di nota è la difesa protettiva della sua sessualità e si vede chiaramente in “io stessa avevo infilato la valigia nel bagagliaio”, due simboli femminili che attestano delle paure maturate da Bruna nel corso della sua formazione psichica evolutiva. Chi mi aveva fatto conoscere la mia sessualità è quel qualcun altro che risponde alla figura paterna. I conti tornano e tornano alla grande a confermare la bontà della griglia interpretativa della “posizione edipica”. Si nasce femmine, ma si diventa femmine. Così parlò Sigmund!

Mi vergognavo abbastanza di questa mia grande distrazione.”

Non è vero, si tratta di un naturale meccanismo psichico di difesa che ha nome “rimozione” associato a una consapevole tutela da incidenti sociali in corso d’opera. Meglio aver paura, piuttosto che prendere botte con grande danno. La “distrazione” si traduce in “metto una cosa da un’altra parte e la sottraggo alla sua naturale e giusta collocazione”. E’ una difesa psichica che si definisce “spostamento” e serve a distribuire eventuale angoscia in maniera di renderla vivibile senza alterare l’equilibrio omeostatico anche durante il sonno e nel sogno. Ricordo che il sentimento della “vergogna” verte simbolicamente su temi riguardanti l’intimità, la vita erotica e sessuale, i bisogni del corpo. Bruna sta recuperando in sogno la sua identità di giovane donna che si appresta a vivere esperienze degne di interesse per la loro carica erotica e per la crescita personale.

Lui mi dice, rassicurante, che la mia valigia era stata trovata, che era in viaggio su un autobus e che avrei dovuto aspettarla lì.”

Coordino per capire meglio. Bruna si fa rassicurare sulla sua femminilità e sulla sua sessualità dall’addetto ai bagagli smarriti, una figura maschile che è la “traslazione” del padre, quindi Bruna si fa rassicurare dal padre sulla sua femminilità e sulla sua sessualità perché la sua evoluzione psicofisica è passata attraverso la dialettica psichica “edipica” e abbisogna dell’autorizzazione del padre. A tutti gli effetti realistici Bruna si autorizza a procedere da sola con quelle titubanze eccitanti che condiscono la preziosa minestra delle esperienze sessuali. Le sue paure sono state risolte nel migliore dei modi attraverso il riconoscimento del padre e dei diritti del suo corpo, oltre che del suo essere femminile. Sembra che non si sia presentata in sogno la figura materna trattandosi di identificazione e di identità psichiche e questa assenza significherebbe che la madre è stata ben razionalizzata e archiviata almeno per il momento e in questa situazione. Del resto, Bruna va a trovare un uomo, il suo uomo, e il padre serve anche come nulla osta per evitare i sensi di colpa e come figura di riferimento maschile. In effetti la madre è simboleggiata nella “valigia” dentro “l’autobus”, per cui il quadro edipico si compone in tutti i suoi elementi costitutivi e la vitalità sessuale di Bruna, la figlia, sembra avviarsi nella prosperità, visto che tutti gli elementi della diatriba sono stati richiamati e andati nel loro giusto posto. In precedenza la stessa Bruna aveva affermato che lei in persona “non aveva infilato la valigia nel bagagliaio” denotando la relazione con la madre e connotandola come un contrasto che si risolve al meglio e senza danno per i contendenti. L’identificazione femminile nella figura materna c’è stata, l’autorizzazione paterna c’è stata, il “Super-Io di Bruna ha detto di sì a questa avventura, l’identità femminile è acquisita, per cui si può partire per vivere la grande storia di una donna innamorata del suo giovane uomo. Si vola in Germania con la Lufthansa.

Sarei arrivata a prendere il mio aereo?”

Bruna esprime nel finale del sogno, mentre si sta svegliando a causa del protrarsi emotivo del “lavoro onirico”, il suo dubbio esistenziale: “riuscirò a vivere bene la mia femminilità e la mia sessualità e a dispormi in maniera recettiva verso le sensazioni del mio corpo e verso il mio uomo?” La titubanza è la maniera migliore per concludere un sogno completo e composto nella sua ricca e prolifica sinteticità.

Ho fatto leggere l’interpretazione dl sogno di Bruna a un mio amico veneto che di mestiere fa il tappezziere e a tempo perso il carrozziere. Alla fine Denis ha commentato in questo modo: “ma ti te varda cossa vien fora quando si decide di andare a scopar. Par mi no l’è possibile.”

Gli ho risposto che non è importante che sia vera o falsa l’interpretazione e che, invece, è giusto porre il problema della auto-consapevolezza in quello che facciamo e viviamo per non essere presi per il culo da noi stessi anche nelle situazioni più eccitanti e birichine. Non c’è cascato e ha continuato a borbottare nel suo argentino dialetto che “no l’è possibile, no. Ti t’esagera come sempre.”

L’interpretazione del sogno di Bruna si può concludere degnamente qui, nonostante le convinzioni del mio amico Denis.

LA SORELLA UBRIACA

TRAMA DEL SOGNO

In una festa in cui non sapevo la presenza di mia sorella, la incontro.

Mi viene vicino e getta delle scarpe con il tacco nella piscina.

Io le dico: “ma cosa fai?” E mi rendo conto che era ubriaca.

Lei a quel punto mi insegue e io scappo. A un certo punto mi fermo, lei va avanti e cade nella piscina.

Io mi rendo conto che lei non riesce a riemergere e la tiro fuori dall’acqua, affidando le sue cure a mia madre e alla mia compagna, dicendo loro che devo andare a trovare il marito.

Trovo il marito nella parte coperta della “masseria” appoggiato ad un muro e gli chiedo dove fosse mia sorella e da quanto non la vedeva.

Lui mi risponde che non sapeva e che ha sempre saputo di avere la fiducia da parte nostra.

Io gli rispondo che, una volta messa la fede al dito, si stava comportando male.

Finisce qui.

Raffaele

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

In una festa in cui non sapevo la presenza di mia sorella, la incontro.”

Raffaele si imbatte subito nello struggimento del “sentimento della rivalità fraterna. Si trova in famiglia, un luogo felice, ma arriva una rivale, una contendente, una ladra d’affetti e di attenzioni, “mia sorella”, non solo in carne e ossa, ma soprattutto in “presenza”, quasi un daimon persecutorio e, quanto meno, infido. Raffaele non sapeva perché sapevano i suoi genitori e nello specifico la madre.

Mi viene vicino e getta delle scarpe con il tacco nella piscina.”

Le “scarpe” sono un chiaro simbolo femminile, vaginale per la precisione. Se poi hanno “il tacco”, si tratta di una donna fallica, una femmina di potere, una persona seducente e ricercata, appetitosa e ricca di sé: la solita rappresentazione dell’universo femminile che risale alla figura della dea Afrodite e alle Sirene. La “piscina” è una rappresentazione simbolica della Madre, le ‘viene vicino” condensa l’ambito familiare e la convivenza, “getta” equivale a fondersi con la madre. Insomma, Raffaele ha una sorella ingombrante che ha una relazione privilegiata con la madre, oltretutto viene vissuta come una donna di potere per la sua spiccata femminilità e sessualità. Si prospettano per Raffaele conflitti con l’universo femminile.

Mi piace soffermarmi sulla visione culturale e rappresentazione seduttiva della donna, per affermare l’obsoleto “fantasma” maschile dell’angoscia di castrazione, nella prima infanzia collegata al padre. Sul cambiamento della rappresentazione di questa “fantasma” si fonda il possibile cambiamento di tanti mali che ieri e soprattutto oggi sono una costante e tragica minaccia per le donne: il femminicidio. Un maggiore e migliore presenza del padre nell’educazione familiare è sempre necessaria e non soltanto auspicabile. Il Tempo evolve anche la Cultura, per fortuna, e la Psicologia consegue.

Io le dico: “ma cosa fai?” E mi rendo conto che era ubriaca.”

Raffaele vive la sorella come facile a lasciarsi andare e all’orgasmo, abile ad abbassare i livelli della vigilanza della coscienza, a disporsi a gustare l’estasi e lo sballo. Raffaele vive la donna in maniera diametralmente opposta a se stesso: “mi rendo conto”. La sorella condensa l’universo femminile. Di fronte all’autocontrollo di Raffaele la sorella è il massimo del lasciarsi andare neurovegetativo e morale. Se il fratello è apollineo, la sorella è, di certo, dionisiaca. “Io le dico”: prescrizione, rigore, “Super-Io” esigente e censorio. “Ma cosa fai” cela, per converso e meno male, anche il desiderio di autocritica. Raffaele sogna e rivedendosi si mette in discussione.

Lei a quel punto mi insegue e io scappo. A un certo punto mi fermo, lei va avanti e cade nella piscina.”

Raffaele è pienamente entrato in conflitto con la sorella, l’elemento femminile in generale, si serve della sorella per rievocare la sua formazione psichica e i suoi vissuti verso le donne, i suoi “fantasmi” al riguardo. Viene fuori questo tira e molla, questo desiderio e rifiuto, questa ambivalenza psicofisica con l’aggravante della “caduta nella piscina”: il “sentimento della rivalità fraterna”. Raffaele proietta nella sorella il suo bisogno di madre, di tanta madre, una “piscina” per l’appunto, quella dove la sorella si abbandona e si rilassa, “cade”. Il sogno si serve dei meccanismi della “traslazione” e della “proiezione” per consentire il prosieguo del sonno e per evitare il risveglio traumatico, l’incubo. In sintesi: il bambino Raffaele è stato tanto geloso della sorella e tanto bisognoso di madre, l’adulto Raffaele vive la donna come facile a lasciarsi andare fisicamente e psicologicamente, confermando una rappresentazione dell’universo femminile obsoleta e non certo originale.

Io mi rendo conto che lei non riesce a riemergere e la tiro fuori dall’acqua, affidando le sue cure a mia madre e alla mia compagna, dicendo loro che devo andare a trovare il marito.”

Come volevasi dimostrare. Madre e sorella appaiono in sogno spudoratamente e altrettanto spudorato è Raffaele il censore, l’uomo che vuole sanare le situazioni relazionali. Appare anche la dialettica di coppia in doppia versione: la “mia compagna” e “il marito” della sorella. Riconfermo: nei vissuti di Raffaele la sorella e la donna sono facili a lasciarsi andare, così come la madre la sorella a cui Raffaele si affida, presumendo la loro diversità in base al suo desiderio e al suo bisogno di avere una donna a sua immagine e somiglianza. Il “marito” include anche la figura paterna, un barlume spostato di padre in mancanza di una sostanziosa figura paterna. L’eroe Raffaele blocca l’orgasmo della donna, vive male il lasciarsi andare alle pulsioni del sistema neurovegetativo della sua donna sentendolo come un difetto e un pericolo. Della serie: ragioniamo sempre e comunque, che è meglio.

Trovo il marito nella parte coperta della “masseria” appoggiato ad un muro e gli chiedo dove fosse mia sorella e da quanto non la vedeva.”

La figura maschile nel sogno di Raffaele si scinde nel censore e nel libertario, colui che reprime e colui che se ne fotte. Nella casa psicologica, la “parte coperta della masseria”, albergano due figure: il marito e il fratello-padre che protegge a suo modo la sorella o la donna in generale. Raffaele è combattuto tra il collocarsi come freddo critico e come premuroso attendente nei riguardi della donna, oscilla tra queste due pulsioni di protettore e di inquisitore. Ripeto: c’è poco padre in questo contesto familiare e il figlio ne ha preso il posto e ne ha usurpato il ruolo. Il “muro” attesta simbolicamente di questa difficoltà di Raffaele a liberarsi di sovrastrutture inutili nei riguardi della donna.

Lui mi risponde che non sapeva e che ha sempre saputo di avere la fiducia da parte nostra.”

Non sapeva della donna, ma sapeva della stima formale della famiglia. La fiducia è un elemento freddo e un tramite fragile che non cementano la relazione. Raffaele oscilla nuovamente tra l’uomo ingenuo che non conosce la psicologia delle donne e l’uomo ineccepibile che si comporta bene con le donne. Raffaele non si coinvolge nelle relazioni con l’universo femminile, ma di lui non si può dire alcunché di negativo, anzi tutt’altro. Ha preso il posto del padre e ne fa le veci. Questo cognato ha tanto sapore di padre.

Io gli rispondo che, una volta messa la fede al dito, si stava comportando male.”

La fede al dito” è una chiara simbologia del coito, la prima rappresenta la vagina e il secondo condensa simbolicamente il pene. Come dire in gergo giovanile e simpaticamente: dopo che me l’hai data, sono diventato strafottente, sicuramente non sono più quello di prima. L’attrazione sessuale si spegne dopo la conquista sessuale della donna, dopo il coito si va spegnendo il desiderio e la pulsione. Dopo aver appagato il senso della conquista e il bisogno del possesso, l’investimento affettivo ed emotivo va progressivamente scemando. Raffaele rappresenta nel sogno questa sua difficoltà a stabilire una relazione matura con una donna e a investire di volta in volta sempre nuova “libido”, a portare avanti la relazione affettiva e sessuale in un unico contesto: la cura amorevole della sua donna. Il perché di tutto questo trambusto psichico il sogno lo accenna quando parla della figura materna e della collocazione paterna del figlio. Inoltre, è di rilievo la dimensione razionale in eccesso e la paura della donna dionisiaca o in orgasmo.

Dire di più non so, per cui la decodificazione del sogno di Raffaele si ferma a queste succose e interessanti linee.

IN FIERI

In fieri,

signori in carrozza,

prendete i vostri quattro stracci,

si parte,

si parte per l’Oriente con l’Express,

per amoreggiare con Mata Hari,

per guarire il putinot dal cancro alla prostata

e l’osel putinel dal male oscuro del sangue infetto.

Si parte

per curare la depressione e la guerra,

l’Alzheimer nel mondo e la sola igiene dei popoli,

si va da santa Lucia stazione a santa Lucia badia,

da Venezia a Siracusa tutto di un fiato,

tutto in un sorso,

in un battibaleno,

con un Italo d’acciaio lucido di zecca

come un cannone del 1914 nel museo di Fagarè della Battaglia,

in provincia di Treviso,

quella che se la vedi t’innamori o t’intossichi,

si parte con una Frecciarossa tutta linda e ben disposta,

l’amica segreta e apparecchiata del fascistone italico,

Italo per l’appunto e per la precisione.

Viva il duce,

viva il duce

che ci dà l’acqua e la luce!

A che prezzo?

A che prezzo, sticazzi amari!

Per curare la depressione e la guerra,

si va e si viene in questa nottata puttanella

insieme agli amici pottaioni e alle amiche fidate,

tutti innamorati della potta e del putto,

un gruppo misto di porsei e di porsee

che i giudici e le giudicesse non contemplano

nei codici di Rocco, di Pietro, di Paolo e di Paperino.

Signori si va,

si va,

si va,

si va.

Madre,

nome comune di donna che ha partorito,

Madre santa,

nome comune di donna che non ha partorito,

Madre Natura,

nome comune di donna in fieri produttiva maestruascens,

Natura,

o Natura, o Natura,

quella che promette e non mantiene,

quella che inganna di tanto e di troppo i figli suoi,

quella di Jacopo da Recanati,

lo studioso matto e disperatissimo,

quella di Silvia e delle sue sorelle

nella sera del dì di festa,

o Demetra e Cerere,

quelle del forno biologico di Avola antica

che sforna biscotti consistenti alle mandorle e alle noci,

nonché crostate alla marmellata di mirtilli trentini

o torte alla crema di ricotta di pecorelle smarrite

da redimere nel bordello di via del Campo,

o Gea e Persefone,

quelle della campagna etnea e del Vulcano mai domo,

quelle che vanno in giro

per farsi rapire dai soliti rapitori irsuti,

così dicono i soliti misogini della tivvù cavalleresca

e dei giornali del mitico capitan codardo,

o Madre,

salve o mia regina,

dammi sempre la forza e l’estro

di essere un buon contadino,

di essere un bravo sacerdote,

di essere un Sommo Poeta come Quinto Orazio Flacco,

un grande uomo

che ha il coraggio delle sue parole,

un modesto uomo

che segue Giovanni nell’elogio del Verbo,

Giogiò l’annunciatore e l’apocalittico,

il vate che ha la forza del suo flatus vocis,

che adora il suono del sottofondo osceno delle galassie,

che annuncia l’entropia dell’universo

che si espande

e che non cade mai,

il giornalista che predica il disordine scostumato

che sta consumando la forza

impressa in illo tempore agli atomi dalla Parola,

che mischia l’energia dei venti della rosa

tra nord e nordest non è tramontana e non è Grecale,

non è Scirocco e non è Libeccio,

ma è il vento giusto che porta giusto e diretto

dalla Rosy,

dalla Maru,

dalla Margherita,

dalla Bepa,

dalla Nanà,

dallo spazio celeste all’aldilà altrettanto celeste,

indorato dalla rigenerazione cellulare,

segnato dalla lotta contro l’invecchiamento

secondo il patto con il diavolo

di vivere di più in un corpo giovane,

con un salto di prima qualità

attraverso quelle cellule staminali

che mi riprogrammerò sulle singole cellule già fatte,

già fatte e rifatte,

le cura tumori,

i grimaldelli di dio,

quel dio che ci dà il nostro pane quotidiano,

ci redime dai debiti

come le banche defunte con tutti i bancari,

i raccomandati di una volta,

di dà la vita eterna

e un sonoro così sia

al posto di un blasfemo vaffancucchio.

E nel frattempo?

Intanto un vecchio è allo specchio,

seduto su un secchio sul suo lungomare

e attende lo sticchio di una vecchia

seduta con spocchia su una secchia

mentre si spacchia a crepapelle

come una vacca che succhia la potta.

Signori,

si scende,

finalmente si scende davvero

da questo treno mezzo scuro e mezzo nero

al grido di “a ognuno il suo”

e “a chi la tocca, la tocca”,

secondo il nobile pensiero dell’umile Gervaso.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 04, 06, 2022

DI MADRE IN FIGLIA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato una mia cara zia. Era sorridente. Si trovava nella casa dove prima abitavo con la mia famiglia. Era di sera e nella casa c’era la luce accesa.

La casa era pulita e in ordine. Si vedeva che la zia stava bene, come quando veniva a trovarci e sorrideva contenta.

Passavo da lì con i miei figli piccoli e, come se la casa fosse a pianterreno, guardavo attraverso i vetri della finestra.

Allora raccontavo ai miei figli che io in quella casa ci abitavo da piccola.

La zia mi vedeva e apriva e io facevo notare ai miei figli come allora vivevamo in una casa così piccola.

Poi su un tavolo vedevo in una cesta tanti sacchetti da sposa con dei nastrini e fiorellini, alcuni erano un po’ aperti e altri chiusi, e pensavo che fossero quelli del matrimonio di mia figlia.

Il pavimento della stanzetta era lucido e pulito, non vedevo il letto e c’erano delle piante ben curate e messe vicino a questo tavolo.”

Sofia

P.S.

Ricordo che qualche giorno prima io e i miei cugini abbiamo pagato al Comune la tassa per evitare al feretro della zia lo sfratto dal loculo in cui riposa da più di venticinque anni.

CONSIDERAZIONE

L’ultima notizia di Sofia necessita di una severa riflessione.

La “Pietas” è morta.

Il sentimento di appartenenza alla famiglia umana è stato ucciso dalla trista e fredda amministrazione comunale. Il culto dei morti è vivo nei cuori dei sopravvissuti, ma non è contemplato negli aridi verbali delle istituzioni. Per fare cassa il sindaco e il consiglio comunale hanno imposto una sostanziosa tassa per prolungare la permanenza dei resti del defunto agli occhi e alla memoria dei posteri, pena lo smaltimento delle ossa e delle ceneri in un anonimo ossario. E così, i nipoti hanno versato il freddo denaro per consentire alla zia di essere ancora ricordata tramite il luogo e lo spazio occupato in cimitero e regolarmente pagato. Questo generoso e nobile riscatto dei familiari è ispirato a quella “Pietas” di cui dicevo in precedenza, quel sentimento che nella mitologia greca spingeva il giovane Enea a caricarsi sulle spalle il vecchio padre Anchise e a salvarlo dalle ceneri di Troia e dall’ira veemente dei Greci. Enea non salvava soltanto il corpo di Anchise dalla sicura morte, Enea riconosceva e onorava le sue radici ancora vive e visibili e le portava in salvo per onorarle a favore della sua identità psicofisica, culturale e civile. Il sentimento della “Pietas” e il culto della memoria tramite i defunti si attestano nel rafforzamento della nostra identità e della nostra storia: noi siamo i nipoti della zia e apparteniamo a quella famiglia da cui traiamo i connotati organici, psichici e culturali.

Questo discorso non fa una grinza, ma non si conclude con la tristezza e la rabbia di un Comune inumanamente balordo che per sanare il bilancio impone le tasse sulle tombe, semplicemente si allarga nell’interiorità di ogni nipote che ha avuto modo tramite questo stimolo di riesumare i propri contenuti psichici in riguardo alla famiglia e nello specifico alle figure genitoriali. Il fatto storico e concreto di sanare un freddo debito con il potere politico e amministrativo scatena la tematica dell’identità psichica di ogni nipote e i meccanismi dell’identificazione messi in atto per la propria formazione evolutiva e per la propria “organizzazione psichica reattiva” o struttura. Sofia ha sognato di sé e della sua formazione in netto riferimento alla figura materna e alla maternità. Il sogno è interessato fortunatamente non alle beghe politiche, ma alle psicodinamiche umane anche belle e piacevoli e non sempre travagliate.

INTERPRETAZIONE

Ho sognato una mia cara zia. Era sorridente. Si trovava nella casa dove prima abitavo con la mia famiglia. Era di sera e nella casa c’era la luce accesa.”

Sofia ha “spostato” o “traslato” nella “cara zia” la figura materna con tutto il carico di vissuti che ha contraddistinto la sua formazione e la sua evoluzione durante l’infanzia e l’adolescenza. L’essere “sorridente” conferma la bontà del vissuto e la bellezza della relazione “madre-figlia”, nonché l’assenza di sensi di colpa. La “casa” è il simbolo della nostra “casa psichica”, della nostra “organizzazione psichica”, della nostra struttura formativa ed evolutiva. Sofia sognando precisa che il materiale prodotto la riguarda in prima persona, la sua “famiglia”. In quella casa e con quella famiglia sono cresciuta e mi sono formata. “Abitavo” dà proprio il senso della consistenza psicofisica e della pienezza della vita vissuta in quel contesto spaziale e temporale. “Era di sera” suggerisce uno stato crepuscolare della coscienza, ma questo obnubilamento viene ridimensionato dalla “luce accesa” ossia dalla presenza dell’Io e delle sue funzioni razionali. Sofia “sa di sé” e della sua storia, ha ben razionalizzato la sua infanzia e adolescenza e le psicodinamiche familiari.

Riepilogando: Sofia sogna la madre e il proficuo periodo dell’infanzia senza traumi e sensi di colpa. In sogno ha operato uno “spostamento” difensivo della figura materna nella “zia” per continuare a dormire e a sognare. La causa scatenante del sogno è stato l’evento storico del pagamento del canone cimiteriale a favore della salma della cara zia, familiare con cui condivideva la permanenza in un tempo diverso nella stessa casa.

La casa era pulita e in ordine. Si vedeva che la zia stava bene, come quando veniva a trovarci e sorrideva contenta.”

Come dicevo in precedenza, la relazione con la zia era di buona qualità e di buon spessore nella memoria storica di Sofia, ma il capoverso si traduce nel modo seguente: la relazione con mia madre è stata chiara e non presenta sensi di colpa, ”pulita e in ordine”. Inoltre, la vivevo bene e senza traumi e rancori, con pienezza di sensazioni e di sentimenti. Anche la sua morte non ha compromesso e alterato questo vissuto nei riguardi di mia madre. “Contenta” dà il senso della pienezza del vissuto amoroso e “sorrideva” attesta della bontà e della bellezza dell’esperienza di figlia. Sofia esterna un buon vissuto nei riguardi della madre, dimostra di rievocarla senza particolari angosce e di non avere resistenze psichiche nel far emergere i ricordi.

Passavo da lì con i miei figli piccoli e, come se la casa fosse a pianterreno, guardavo attraverso i vetri della finestra.”

Sofia rievoca in sogno la sua infanzia e si porta dietro l’infanzia dei suoi figli. Questo elemento è significativo perché, annullando la dimensione temporale, Sofia ha la possibilità di viversi in sogno simultaneamente come figlia e come madre. La “casa a pianterreno” conferma la realistica concretezza del vissuto nei riguardi della madre e della loro massiccia solidarietà in vita e in morte. La separazione tra figlia e madre consiste nei “vetri della finestra”, le due dimensioni sono descritte in maniera che la vicinanza non venga turbata, così come la distanza non venga annullata. Si tratta di un convivere figurato della vita e della morte, della relazione e della separazione, della presenza e dell’assenza. Sofia porta i figli dalla nonna e li informa sulla sua infanzia. L’amore materno coinvolge Sofia e i suoi figli, la prima con la madre defunta, i secondi con la madre viva. Il sogno di Sofia oscilla tra questi due piani, il fisico e il metafisico, il reale e il surreale a riprova che la funzione onirica viaggia in maniera autonoma dalla Ragione e dalla Realtà e grazie alla Fantasia riesce a creare quadretti estetici e fortemente suggestivi.

Allora raccontavo ai miei figli che io in quella casa ci abitavo da piccola.”

“Di madre in figlia”, Sofia figlia si racconta come madre ai figli, mostrando a se stessa il cammino esistenziale che si è snodato sotto i suoi passi e la formazione che si è data tramite quelle esperienze vissute “da piccola”. Sofia forma anche i figli comunicando la sua formazione e precisa loro che nella semplicità abitano i vissuti di una vita di bambina fortunatamente serena. Rivisitando i luoghi della sua infanzia, Sofia incontra la madre e mostra i suoi figli senza perdere l’occasione di essere “magistra” oltre che “mater”, proprio “raccontando” una metodologia psicoterapeutica che porta colei che parla, Sofia, alla presa di coscienza dei suoi vissuti e coloro che ascoltano, i figli, all’identificazione nella madre e nella famiglia. Sofia è una madre che ha dato ai figli anche il suo esempio, oltre che il suo insegnamento. Sofia in sogno gestisce la madre e i figli parlando di sé. Questa opportunità è legata alla figura della zia e alla disposizione fiscale del Comune in materia cimiteriale.

La zia mi vedeva e apriva e io facevo notare ai miei figli come allora vivevamo in una casa così piccola.”

Ritorna il concetto della semplicità formativa ed educativa, la modalità di vita e l’insegnamento dei genitori che dal poco hanno eretto un monumento più duraturo del bronzo: “io facevo notare ai miei figli”. Sofia mostra la sua empatia con la madre in “la zia mi vedeva e apriva”, evidenzia una relazione a filo doppio nel dare e nell’avere, del reciproco scambio e della reciproca comprensione: empatia e simpatia, ti sento dentro e sentiamo insieme. Sofia sottolinea ancora le virtù della modestia e della semplicità, nonché i valori della solidarietà e della vicinanza affettiva. Il detto popolare vuole che in una botte piccola ci sia sempre e soltanto del buon vino e che le cose piccole sono piene di sentimento; Sofia è una strenua seguace di questa filosofia collettiva. Sottolineo “mi vedeva e apriva” come i simboli portanti di un’esistenza equilibrata e solidale. Questo capoverso è pregno di affettività, senso e sentimento.

Poi su un tavolo vedevo in una cesta tanti sacchetti da sposa con dei nastrini e fiorellini, alcuni erano un po’ aperti e altri chiusi, e pensavo che fossero quelli del matrimonio di mia figlia.”

A questo punto il sogno di Sofia prende il volo e passa all’approfondimento della relazione con la figlia a confermare ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, il titolo del sogno “di madre in figlia”. Dopo aver sviluppato la preziosa e semplice dialettica relazionale con la madre, Sofia svolge il suo vissuto verso la figlia adducendo una simbologia classicamente materna, come se consegnasse il testimone della maternità alla figlia dopo averlo ricevuto dalla madre in questa staffetta ontogenetica e filogenetica: origine di ciò che è e amore della specie o di ciò che è, entrambe le origini attribuite alla dea Madre e all’universo psicofisico femminile. Riepilogo e snodo il discorso simbolico del capoverso preso in considerazione. Sofia introduce due simboli classicamente femminili e materni, la “cesta” e i “sacchetti”, nonché la “sposa” e gli annessi e connessi estetici “dei nastrini e fiorellini”. L’esaltazione del grembo e della fecondazione si riscontra nell’evidenza della cesta che contiene i sacchetti, le uova pronte per essere fecondate e le uova ancora in via di maturazione e simbolo dell’abbondanza e della fertilità, la cornucopia della donna matura e pronta per essere fecondata, un discorso semplice e naturale che esclude fronzoli e ideologie. Il richiamo finale al matrimonio della figlia taglia la testa al povero toro per far pendere la bilancia sul tema archetipale della dea Madre, sulla condizione naturale della donna feconda, sullo schema culturale della verginità e dell’illibatezza, sul valore della fertilità nella coppia. “Di madre in figlia e di madre in figlia” è il titolo corretto e completo del sogno di Sofia. Sottolineo la delicatezza e la semplicità descrittiva dei quadretti che Sofia sognando riesce a elaborare, adducendo figure retoriche di massima divulgazione come le metafore della “cesta e dei sacchetti da sposa”.

Il pavimento della stanzetta era lucido e pulito, non vedevo il letto e c’erano delle piante ben curate e messe vicino a questo tavolo.”

Sofia ritorna alla “zia” ossia alla “madre” spostata nella “zia”, quella figura materna a cui ha donato con il pagamento del tributo la possibilità di memoria e di convivenza nel cuore e fuori dal cuore, in un cimitero amministrato da personaggi crudeli e senza sentimenti, dal mondo arido della politica e delle amministrazioni comunali. Sofia ripropone il suo vissuto sulla madre molto lindo ed esente da conflitti e sensi di colpa, la sua buona “razionalizzazione” della figura materna e del lutto legato immancabilmente alla perdita: “vedevo”. La dovizie di particolari simbolici come “le piante ben curate” e “il pavimento lucido e pulito della stanzetta” dimostrano quella vena realistica e concreta che ha fatto della semplicità psichica un modo di vivere e di affrontare la vita.

Il sogno di Sofia è un’esaltazione del sentimento universale della “Pietas”. Sofia nella sua individualità riconosce e onora la sua radice materna e a lei porta riconoscenza e devozione all’interno di una cornice didattica dell’amore materno rivolto alla figlia che va in matrimonio, quell’unione a cui la nonna non ha potuto assistere e partecipare. Anche questo non è un dolore di Sofia, ma una pacata riflessione. Degna di nota è la modalità di sognare nel suo essere positiva, lineare, semplice e modesta. Gli orpelli retorici e tronfi non rientrano nella psiche di Sofia e in special modo nella rievocazione della madre, così come, quando la madre era viva, le difese psichiche sono state ampiamente ridotte all’essenziale e hanno permesso a Sofia di essere autonoma e di eliminare il rischio di dipendere dalla figura materna.

Un ultimo ringraziamento va alle autorità comunali che hanno favorito con una tassa “impietosa” un così bel sogno e una altrettanto bella psicodinamica nella forma più naturale possibile.

E’ oltremodo doveroso un promemoria profetico per gli altri nipoti che hanno contribuito al pagamento del tributo. Anche voi avete sognato immancabilmente vostra madre nelle sfumature simboliche che hanno contraddistinto la personale relazione psichica con lei. Se non ve ne siete accorti, vuol dire che funzione simbolica del sogno ha ben coperto la figura materna e magari avete sognato una mucca al posto della mamma.

Bonne chance!

BUONANOTTE

Fernando caro,

eteronimo in un mondo di gaudenti

subordinati solo a se stessi,

quando apro le tue lettere,

mi si riempie la bocca di chicchi di melagrana.

Io capisco,

poeta cantore della Madre.

Le tue parole mi contengono,

sono il mio luogo di estasi e pace.

Ho tanto avuto voglia di scriverti

in questo tempo nuovo che sto vivendo

e che non mi dà tempo per il vecchio e il nuovo.

Lo farò presto,

ma avevo bisogno di andare a dormire

facendoti sapere

che sei il mio pensiero felice

per una notte di nuovi sogni.

Ciao, Ulisse, viaggiatore e viaggio.

Antonia

Lisbona 10, 05, 2022