LA MATRIARCA

RIFLESSIONI E APPROFONDIMENTI SUL SOGNO DI SIMONE

PSICOLOGIA PROFONDA DELLA MATRIARCA

In principio era la Madre: matriarcato.

La “matriarca” è quella “madre” che vive e ritiene il figlio una sua proprietà e tende a rafforzarne la dipendenza anche in maniera subdola e sofisticata, esercitando un “potere” assoluto di vita e di morte. La psicodinamica profonda della “matriarca” è basata sui processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione” alla posizione “orale”, alla dimensione affettiva primaria e all’angoscia della perdita. Questa operazione è dettata dal bisogno della “matriarca” di non incorrere nelle spire della “depressione severa”, con la perdita di senso e di significato della vita e del vivere, con la perdita di ruolo, di mansione e di riconoscimento. All’angoscia di perdita la “matriarca” reagisce con il meccanismo primario della “conversione nell’opposto” ed esibisce l’acquisto massimo di potere sui figli e sul figlio unico in maniera elettiva. Si ricostituisce la sacra diade “madre-figlio” delle religiose pitture in maniera esasperata e in relazione complementare. La maternità della “matriarca” si esalta in una psicoterapia autogena e si sviluppa in funzione del benessere psicofisico della “madre”. Il “figlio” è l’oggetto terapeutico, lo strumento su cui convogliare le proprie angosce di abbandono e solitudine, di perdita e di frammentazione. Il “figlio” è “l’organon” della catarsi della “madre”. Tramite il possesso e la gestione del “figlio” la “madre” degenera in “matriarca” e disconosce l’altro da sé, offrendosi a se stessa e agli altri come in uno stato perpetuo di gravidanza: il “figlio” è nel suo corpo, è una parte del suo corpo. Il suo corpo comprende il “figlio”. La “matriarca” non lo concepisce fuori di lei e, tanto meno, dalla sua orbita. Il corpo si è dilatato e abbraccia il “figlio” e, di conseguenza, la sua gestione psicofisica. La “matriarca” non investe nel “figlio” la “libido genitale”, quella che riconosce l’altro da sé e investe la giusta “libido”, quella che ama il figlio senza alcun bisogno di possesso del corpo e di coartazione della coscienza. La “matriarca” è una madre “regredita” e “fissata” nella “posizione psichica orale” e investe nella relazione questa qualità di “libido”, oltremodo affettiva e sensibile alla perdita, depressiva per l’appunto. La “matriarca” è attaccata all’oggetto della sua salute psichica e del suo equilibrio organico al punto di non riconoscerlo come esterno e di incorporarlo magicamente come si usa fare nei rituali sacri a base orale: Eucaristia. La oro-incorporazione del “figlio” allevierà magicamente le angosce depressive della “matriarca” attraverso il rituale della fagocitazione. L’investimento “genitale” non è contemplato dalla “madre” degenerata in “matriarca” e il suo comportamento psicofisico viene contrabbandato come l’esempio vivente del grande amore materno. La morte in vita del “figlio” si sublima nell’orgoglio della madre per quel che riguarda gli affetti e i sentimenti. La “matriarca” opera per difesa un contenimento del suo “nucleo psichico depressivo”, elaborato e incamerato nella sua prima infanzia, con il vissuto possessivo del “figlio”, proprio traslando nel “figlio” il nucleo, la sua potenziale depressione, e controllando il nucleo attraverso la gestione del “figlio”. Quest’ultimo non è vissuto come “figlio”, ma come la stessa angoscia di perdita, per cui la “matriarca” deve manipolarlo per sentirsi viva e in equilibrio psicofisico. La “matriarca” è l’esempio vivente e in esercizio dell’immaturità psichica di quelle madri che non hanno portato avanti la giusta evoluzione e sono rimaste ancorate alla prima “posizione”, quella “orale” della loro dipendenza dalla loro madre e da lì non si sono spostate nonostante lo scorrere del tempo e delle esperienze. I “processi psichici di difesa” dall’angoscia della “regressione e della “fissazione” fungono al massimo per la necessità e l’impellenza psicofisiche. Questa forma di immaturità va al di là dell’età anagrafica dell’attrice protagonista, la “madre”. E’ possibile, infatti, ad esempio presso le culture dei nomadi Sinti, che una ragazzina diventi madre a quattordici anni e investa sul figlio “libido genitale”. E’ altrettanto possibile nella cultura occidentale che una donna diventi madre a quarantanni e investa sul figlio “libido orale”. La prima ha evoluto la sua formazione psichica e viaggia di conseguenza verso la migliore relazione possibile con il figlio, la seconda è rimasta “fissata” alla “posizione orale” e fugge dalla depressione incombente controllando l’angoscia collegata e “traslandola” nel possesso e nella tirannica gestione del “figlio”.

E per quest’ultimo quali prospettive psichiche si aprono?

Il “figlio” attivo della “matriarca”, secondo i naturali parametri psicologici, si può ribellare alla “madre” scegliendo la sua autonomia psicofisica nel momento opportuno della sua crescita evolutiva e quando il danno psichico ed esistenziale in lui si fa manifesto. Deve progressivamente rifiutare di essere gestito dai voleri impetuosi e dai bisogni ricattatori della “madre” proprio stimandone la motivazione di fondo, la depressione latente e la difesa dall’emersione dei sintomi. Questa pacata e progressiva “ribellione” del figlio deve essere sempre controllata nei risvolti profondi, perché può produrre sensi di colpa e conseguenti espiazioni nei sintomi psicosomatici delle crisi di timor panico. Il cammino esistenziale del “figlio” attivo della “matriarca” si risolve benignamente nell’adozione della madre e nella devota cura della sindrome depressiva in agguato attraverso la presenza e la fermezza.

Se il “figlio” soccombe ai bisogni “orali” della “matriarca”, resta vittima vita natural durante e deve abdicare alla realizzazione personale e sociale. Il “figlio” passivo della “matriarca” non matura, come la madre, la “libido genitale” e, quindi, spesso non forma una famiglia. E’ cresciuto tra le angosce della madre ed è stato da lei manipolato per fini terapeutici di contenimento psichico del suo nucleo depressivo “orale”, quello severo. Questa soccombenza del “figlio” culmina nella morte della “madre” e prosegue nella progressiva esaltazione del nucleo depressivo, del figlio s’intende, fino all’esplosione della sindrome depressiva. Il “figlio” non ha il contenimento del suo nucleo in un “figlio”, per cui la catena, “coazione a ripetere”, si interrompe e l’isolamento e la solitudine prendono il sopravvento psicologico manifestandosi in uno stato depressivo da incapacità di investimenti di “libido genitale” e da esplosione dei bisogni “orali” di affetto e di protezione. Il “figlio” della “matriarca” rimane sempre “figlio” anche in assenza della “madre”. Oltretutto, il legame è rafforzato dalla psicodinamica della “posizione edipica” che la “madre” ha oltremodo fomentato con il suo attaccamento morboso al “figlio” e da quest’ultimo equivocato anche come relazione d’amore sublimata.

Questo quadro si spiega in assenza psichica della figura paterna ed è riferito espressamente al “figlio” e possibilmente unico.

Per quanto riguarda la “figlia”, la psicodinamica istruita dalla “madre matriarca” si diversifica notevolmente a causa della “posizione edipica” e dei vissuti di rivalità e di identificazione che scatenano nella “figlia” il bisogno di autonomia psicofisica.

Adduco qualche nota culturale antropologica traendola dalla mia infanzia vissuta a Siracusa.

Nella prima metà del Novecento la primogenita era destinata culturalmente all’accudimento dei genitori nella loro vecchiaia, mentre per il “figlio” si apriva la necessità del mantenimento materiale e finanziario dei genitori.

Ricordo che i primi tatuaggi avvenivano in carcere ed era privilegiata la scritta “AMO MAMMA”.

Ricordo ancora che il carcerato teneva esclusivamente al perdono della mamma e non dello Stato.

Le canzoni popolari e dialettali avevano questo tipo di richiesta verso la figura materna, a testimonianza della polivalenza psichica e simbolica della “Madre” archetipo e della “madre” reale anche se non necessariamente “matriarca”.

Ricordo ancora che quest’ultima è limitrofa e contigua alla classica “parte negativa” del “fantasma della madre”, la rappresentazione infantile della figura materna che il bambino opera attraverso il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “splitting” o “scissione delle imago”. Nel caso della “matriarca” si è verificato un passaggio naturale dalla rappresentazione infantile, parte negativa del fantasma della madre, alla realtà e alla concretezza delle azioni e dei fatti. Il materiale psichico, elaborato autonomamente dalla bambina nei primi sei mesi di vita, ha visto la luce per la mancata evoluzione psichica e per la costante minaccia della depressione severa.

Va da sé che la psicopatologia depressiva ha le sue radici nella “posizione psichica orale”, nei vissuti fantasmici del primo anno di vita e nella loro mancata evoluzione, per cui si struttura il “nucleo” depressivo che nel tempo può esplodere con la sintomatologia. La “regressione” e la “fissazione” sono difese dall’angoscia, contengono il malessere anche spostando gli investimenti nel figlio. E’ questa la psicoterapia autogena della “matriarca”.

MIO FIGLIO E MIA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.

Mi sono svegliato angosciato.”

Simone è il sognatore in questione.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Annuncio subito che questo sogno si decodifica secondo le coordinate simboliche di un doppio registro: “Simone e sua madre”, “il figlio di Simone e la madre”, ossia la moglie di Simone e sempre secondo i vissuti di Simone. Entrambe le interpretazione sono presenti e possibili. La prima è profonda, la seconda meno, ma funge da causa scatenante, “resto diurno”, del sogno. La prima risale all’infanzia, la seconda all’età matura.

Parto per questa ardua impresa.

Mi trovavo in un parco naturalistico con mio figlio.”

Il quadretto onirico presenta il padre e il figlio in una cornice di vera Natura. E’ veramente degno di menzione per l’eccezionalità qualitativa e comporta nell’immediato una riflessione. L’agiografia, la pittura dei santi e non soltanto, mostra sempre la Madonna con il bambino e quasi mai Giuseppe con Gesù infante. Anche la pittura laica ha scelto e preso questo orientamento culturale.

Avete mai visto un quadro o un affresco sul tema della paternità?

Un figlio e tanto meno una figlia in braccio al padre?

Io ignoro, almeno per il momento. La spiegazione antropologica culturale esige che la madre con il figlio condensi simbolicamente l’Origine e il primato occulto del “principio femminile”, mito greco di Gea. Il padre con il figlio contiene la simbologia del potere culturale e politico, nonché la trasmissione di questo potere.

La spiegazione psicoanalitica, sempre su “padre-madre-figlio-figlia”, richiama la “posizione psichica edipica”, la conflittualità tra padre e figlio e la “castrazione” psichica di quest’ultimo a opera del primo e sempre nei vissuti del figlio. La spiegazione psicoanalitica rievoca la primordiale ostilità verso il padre da parte dei figli e l’imposizione dei tabù per la convivenza sociale dopo il parricidio da parte di quei figli terribili. Mentre, per quanto riguarda la madre con il figlio, la Psicoanalisi ha un occhio di riguardo perché la relazione ha un contenuto etico e filogenetico di Amore della Specie che oscura il desiderio incestuoso del figlio: il primato femminile e la dipendenza dell’universo maschile. Se poi, per par condicio, consideriamo la diade “padre-figlia”, la dialettica psico-culturale s’imbatte nel tema dell’incesto e della violenza paterna almeno durante la giovinezza del padre, mentre nella vecchiaia la dialettica acquista i toni della devozione e dell’amore filiale, “pietas” verso il padre: il tema psico-culturale della figlia Antigone e del padre Edipo. Una figlia in braccio al padre in una tela pittorica, sacra e profana, risulta assente nella mia debole memoria e nella mia tanta ignoranza.

Questi accenni antropologici come inizio dell’interpretazione di un sogno non vanno proprio male. Del resto, ho sempre sostenuto che un sogno non è un semplice sogno, è tanto di più, è un prodotto psichico che contiene veramente tanto di altro. Evoca tanta Cultura, per esempio. Nulla di nuovo sotto il sole e la luna.

Convergo sul tema onirico di Simone.

La rara e preziosa diade “padre-figlio” si trova in un ambito di intimità affettiva e protettiva dove dominano, per l’appunto, i bisogni naturali e sono estromessi le artificialità formali, oltretutto destituite di carica emotiva e sentimentale. Simone si sta dicendo in sogno che sta bene con suo figlio e che vive bene il ruolo di padre anche nella veste familiare, quando le manifestazioni psichiche vertono sull’intimo e sul privato. Non si tratta della classica gita al parco del Gran Sasso o di Vindicari o di Pantalica, si tratta della simbolica solidarietà che si stabilisce tra padre e figlio quando si convive e, possibilmente nei casi di divorzio, quando il figlio soggiorna con il padre per obblighi di legge e soprattutto per bisogni formativi psichici. Insomma Simone ama suo figlio e sicuramente è molto attaccato alla sua creatura a tutti i livelli. Questo è il significato psichico di “mi trovavo con mio figlio in un parco naturalistico”: il senso intimo e vitalistico della paternità.

Consideriamo anche la tesi che Simone rievoca la sua infanzia e il suo bambino dentro. Quel figlio è quel se stesso proteso nel desiderio di un padre ideale. Simone si “sposta” in suo figlio e si attesta come quel padre che è e come un buon modello di padre che cura il figlio nel versante psicofisico e che avrebbe desiderato.

C’erano tanti animali liberi che correvano, cervi e rinoceronti.”

Questa è la classica descrizione simbolica dell’universo degli affetti, delle pulsioni e dei bisogni allo stato puro, quando gli istinti sono liberi di esprimersi nel migliore teatro e nelle forme diverse. Tutta la fenomenologia dell’amore parte dal basso e, di poi, include l’alto, parte dal sistema neurovegetativo e arriva alla consapevolezza dell’Io e alla razionalizzazione. La base dell’amore paterno è l’istinto di investire nel figlio liberamente la “libido”, quell’energia vitale del padre che occupa i suoi spazi pulsionali e sentimentali. Il padre provvede alla sopravvivenza e al benessere del corpo del figlio e in questo compito filogenetico non è da meno della madre. Queste sono situazioni che richiedono un intervento sanguigno e ancestrale. Simone ama suo figlio con quel trasporto sensoriale ed emotivo che rievoca le frustrazioni della paternità e i sensi di colpa legati all’assenza. Il padre sta compensando ampiamente con il figlio tutta una serie di istinti e di pulsioni che si traducono nei bisogni consapevoli di un uomo devoto al suo ruolo e al suo compito per profonda convinzione. Gli “animali” rappresentano simbolicamente gli istinti e sono tutti maschi e “liberi” come in una prateria naturale e ricca di vita. Niente è addomesticato dalla Cultura o dall’abitudine, tutto il sistema neurovegetativo è allo stato puro o quasi. Simone è orgoglioso del suo essere maschile e del figlio maschio. Si tratta di corrispondenza di amorosi sensi, di empatia e di simpatia, si tratta di “filia” e di “pathos”.

Quello che Simone ha descritto per il figlio, vale anche per se stesso nell’infanzia.

C’era anche un torrente di acqua limpida e ho sollecitato mio figlio a tuffarsi.”

Dopo l’elogio della paternità Simone sposta, trasla, proietta sul figlio i suoi bisogni di assolvere eventuali sensi di colpa. E’ questo il senso del “torrente” e il significato della “acqua”. Quest’ultima, oltretutto, è “limpida”, è quasi pura, è esente da qualsiasi colpa e travaglio psicologico sulla colpevolezza. Simone non si sente in colpa nei confronti del figlio e si tuffa tramite il figlio in questo bagno che non può essere catartico per il motivo suddetto. Il sollecitare a “tuffarsi” indica la ricerca di un eventuale residuo di colpa, ma in ogni caso l’azione del “torrente” è forte e liberatoria da eventuali scorie psichiche non pienamente ripulite dalla consapevolezza e dalla razionalizzazione. Simone ha una buona e limpida “coscienza di sé”, almeno fino a questo punto. Il padre si sta gestendo con il figlio in maniera egregia e costruttiva, analizzando le sue pulsioni e le sue colpe. Le prime sono ottime e le seconde altrettanto. Meglio di così c’è il paradiso delle “uri”, le fanciulle dagli occhi neri di cui parla il Corano. Non dimentichiamo, comunque, che la simbologia del “torrente” e della “acqua limpida” indica l’energia vitale, la “libido” disinibita.

Lui si è tuffato e il torrente si è ridotto a una pozza d’acqua che piano piano l’ha inghiottito. Solo la mano era fuori.”

Da pieno e poderoso il sogno di Simone si colora all’improvviso di un drammatico evento: la fagocitazione materna. Mostra la “parte psichica negativa” del “fantasma della madre” elaborato nella primissima infanzia, la madre che annienta e divora il figlio, la madre che crea forti dipendenze e non libera, la madre che ama e ricatta, la madre che disconosce e uccide l’autonomia psicofisica del figlio. Si conferma la doppia lettura del sogno, una di superficie e l’altra profonda, una che riguarda il figlio di Simone e l’altra che riguarda lo stesso Simone.

Meglio: Simone sta rievocando la sua storia psichica o è preoccupato per la relazione del figlio con la madre?

Ci sono entrambe le possibilità e le problematiche. In ogni caso si privilegia Simone e la sua storia psichica e si afferma che il figlio e la sua relazione con la madre funge da “causa scatenante”, resto diurno”, del sogno di Simone. Mi spiego ancora meglio. Simone padre è preoccupato per la dipendenza eccessiva dal figlio dalla madre, sua moglie o ex moglie, e nel sogno elabora la sua storia psichica di dipendenza da sua madre. Chiarito ogni equivoco e dubbio, la simbologia dice che la “pozza d’acqua” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che crea dipendenze e non favorisce l’autonomia: “Piano piano l’ha inghiottito”. “La mano” che “era fuori” rappresenta la sola relazione salvifica possibile dalle grinfie nefaste della madre, simbologia, rafforzata e inequivocabile, della terra e dell’acqua. Questa “mano”, che Simone lascia fuori dal fango nello psicodramma onirico del figlio, è la sua. Si cerca disperatamente a questo punto il salvatore, il “deus ex machina” della tragedia greca che risolveva alla fine tutti gli enigmi e i conflitti che agli uomini mortali non era data possibilità di soluzione e di ripartenza per il prossimo travaglio delle umane sorti, per la prossima tragedia.

Ho cercato di dargli la mia mano per tirarlo fuori.”

Cosa può fare un padre di fronte al figlio che viene divorato dalla madre?

Cosa può fare un figlio di fronte alla madre possessiva che non lo riconosce come l’altro da sé, come l’oggetto esterno da amare e non da distruggere, come l’oggetto esterno su cui investire la sua “libido genitale” e non “orale”, insomma come il figlio?

Chi ha dato a suo tempo una mano a Simone?

Di certo, al figlio è il padre in persona, Simone, a tentare il salvataggio. Quel padre è mancato a Simone bambino. Gli è mancata quella figura che poteva salvarlo dalle insidie della madre immatura e ferma all’esercizio della “libido orale”, una madre ferma a contenere il rischio depressivo e per questo motivo indotta naturalmente a tenere i figli con sé vita natural durante. Simone realizza con suo figlio il desiderio di un padre presente che a suo tempo lo avrebbe tirato fuori dalle sabbie mobili della madre possessiva e in odore di depressione per la sua immaturità psichica. Gli ha “dato la mano”, non lo ha afferrato con la “mano”. Il salvataggio del figlio non è energeticamente consono e proporzionale al pericolo della madre fagocitatrice e del pericolo di annientamento che sono sul drammatico tappeto. La simbologia riporta in auge la “mano” e il “tirarlo fuori”, lo strumento relazionale e la soluzione del dramma senza ricorrere al “deus ex machina” di prima o all’imponderabile di sempre. Sulla scena sono presenti una madre possessiva, un padre preoccupato che ricalca in parte la figura di suo padre, un figlio in piena crisi di dipendenza e alla ricerca di una possibile autonomia. Tutti questi personaggi sono lo stesso Simone, sia nell’essere traslati nel figlio e sia nell’essere attribuiti al figlio. Lo psicodramma è del padre e il figlio è lo strumento per rivivere e riattraversare le esperienze vissute a suo tempo.

Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Simone ha fato di tutto per salvarsi dalle spirali maligne della madre, ma non c’è riuscito anche perché l’azione salvifica del padre non è stata a suo tempo incisiva e determinante. Simone adesso, vedendo il tipo di relazione del figlio con la madre, rivive la stessa psicodinamica e lo stesso dramma. La scena biblica dell’essere “inghiottito dalla terra” si risolve nella semplice dipendenza psichica dalla figura materna per bisogno della madre di avere un ruolo, una funzione, un compito, una collocazione storica al fine di evitare la perdita di senso, di significato e di valore, la sua larvata “depressione” da “oralità” non risolta e non superata perché non evoluta nelle successive “posizioni psichiche”. E in quest’ultima minaccia psicopatologica incide anche la solitudine della madre e l’angoscia della perdita, favorita da altre perdite subite, tra cui ci può essere un marito assente o un uomo superficiale. Certo che la dipendenza del figlio dalla figura materna non evoca soltanto l’adolescenziale “posizione edipica”, il conflitto con il padre e il bisogno di possesso della madre, evoca soprattutto il forte legame affettivo della prima infanzia che ha rasentato la morbosità, la quasi malattia.

Il meccanismo psichico del “processo primario” che gestisce la scenografia del sogno, la “figurabilità”, ha trovato la sua eccellenza nel rappresentare allegoricamente lo psicodramma in questione: “Lui l’ha presa, ma non sono riuscito a tiralo fuori e ho visto che è stato inghiottito dalla terra.”

Nulla da aggiungere, perché tutto si è compiuto nel migliore dei modi psicologici, nonostante la crudele atrocità del quadro finale.

Altro che il figlio in braccio al padre!

L’ANIMA CHE VOLA DI ELISA

E’ una canzone importante e premiata per il valore letterario del testo, fascinosa nella musicalità e suadente nel messaggio. Elisa l’ha dedicata al suo uomo e al padre dei suoi figli: una canzone d’amore composta dopo la seconda maternità. “L’anima vola” segna il primo lavoro discografico in lingua italiana della cantante friulana.

Ma cosa contiene di “Psichico profondo” questo testo di scuola ermetica?

La metodologia psicoanalitica trova pane per i suoi denti.

L’anima vola”

Il simbolo “anima” è antichissimo, risale ai primordi dell’umanità. L’antropologia culturale lo attribuisce alla magia, alla religione, alla mitologia, alla filosofia, alla psicologia, alla psicoanalisi, per cui al simbolo si associa anche il concetto. L’anima è il più diffuso ed efficace esorcismo all’angoscia di morte con il suo attributo dell’immortalità. Jung volle che “l’anima” fosse la componente inconscia femminile del maschio, così come “l’animus” era l’equivalente maschile nella femmina. Ci piace pensare che “l’anima” di Elisa sia il suo tratto psichico femminile, la “parte femminile” della sua psiche che si integra con la “parte maschile” per comporre la sua “androginia psichica”. Quest’ultima si attesta nel coniugare attributi psichici maschili e femminili simbolicamente e culturalmente ascritti all’universo maschile e femminile, al di là del loro essere biologico maschile o femminile. Questo per quanto riguarda l’anima. In riferimento alla sua immaterialità è possibile che che l’anima “vola”. Il “volo” richiama il meccanismo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e si attesta simbolicamente nell’evoluzione della materia verso la spiritualità con il conseguente benessere psicofisico. L’emancipazione dalle dipendenze materiali riguarda “l’anima” e il “volare”. La liberazione dalla pesantezza del corpo e dalla dimensione materiale porta alla sfera eterea del mistero e del mistico. Nel prosieguo dell’analisi del testo si definirà “femminilità” l’anima e nello specifico la “femmina biologica” e la “femmina psichica”.

le basta solo un po’ d’aria nuova”

L’”aria” è simbolo della vita e della vitalità. Rievoca il soffio di Dio nel “Genesi” per animare il pupazzo “AdamEva” composto dal fango e chiamato uomo nel senso di maschile e femminile. L’”aria” è il principio cosmogonico, “arké”, secondo Anassimandro e secondo le teorie filosofiche dei Sumeri e dei popoli dell’area mesopotamica. Se l’”aria” rappresenta simbolicamente la vita, l’aria “nuova” condensa il dare la vita, la verità biologica della procreazione e dell’amore della Specie. La femminilità è vita e dà la vita.

se mi guardi negli occhi”

Gli “occhi” contengono la luce della ragione e della realtà, la verità di sé e la coscienza di sé, la relazione vigile con se stessi e con gli altri. Negli “occhi” si attesta una vena di consapevole “simpatia” nella partecipazione emotiva e nella condivisione emotiva. Il “guardare” condensa un’ispezione interiore dell’altro e può degenerare in un’istanza paranoica. Il “se mi guardi negli occhi” si traduce in “se indaghi nella mia vigilanza razionale”, “se mi vuoi conoscere nella realtà”, “se aspiri a una conoscenza formale e visibile”. E’ richiamata la funzione razionale dell’”Io” con l’esercizio del “principio di realtà”.

cercami il cuore”

Il “cuore” è simbolo della “vita neurovegetativa”, delle emozioni, dei sentimenti, degli affetti, delle pulsioni, dell’empatia e della simpatia. “Cercami” è un invito seduttivo alla fusione sentimentale, una “traslazione sublimata” di un amplesso erotico e sessuale, la ricerca d’intimità e d’interiorità mista alla ricerca dei corpi.

non perderti nei suoi riflessi”

Perderti” equivale all’abbandono psicofisico, all’affidamento acritico e fiducioso. Niente di depressivo, tutt’altro! Condensa la grande capacità di lasciarsi andare e la disposizione all’orgasmo insieme a una benefica caduta nell’indifferenziato senza squilibrio. I “riflessi” del cuore sono tutte le dimensioni sopra citate che vanno da Eros a Pathos, dal corpo che vive al sentimento che si vive.

non mi comprare niente”

La femminilità è aliena dalla materialità, si esalta nel senso mistico e si appaga delle atmosfere rarefatte. La femminilità si volge alla spiritualità. Il “comprare” equivale a un’acquisizione possessiva, a un potere di investire la “libido” per avere. La femminilità non chiede niente, è aliena dalla materia e dal potere.

sorriderò se ti accorgi di me fra la gente”

La femminilità esige attenzione e premura, la consapevolezza dell’importanza della complicità, del sorriso, dell’apertura, del piacere, della gioia che traspare nel riconoscimento e nella bellezza. Il “sorriderò” accattivante e ruffiano segna la seduzione e l’intesa. La “gente” sono gli altri, i senza nome, i senza individualità che fanno contorno e cornice a una relazione speciale, quella della femminilità con il suo interlocutore. Il “ti accorgi” attesta dell’afflusso del “rimosso” e della conseguente presa di coscienza.

sì che è importante”

Le cose che contano, quelle che hanno valore per la femminilità, sono la complicità seduttiva e il sorriso consenziente. “Importante” equivale all’amor proprio e all’autocoscienza, allo spirito affermativo e alla valorizzazione di sé, all’autostima dell’Io e del suo vissuto.

che io sia per te in ogni posto”

Onnipotenza e ubiquità dell’amore materno! Per il bambino la mamma è una dea. La femminilità esaltata nella maternità induce l’augurio che il pensiero possa annullare lo spazio. Il ruolo psichico assimilato è imprittato di sacro e lo schema culturale parla della femminilità come di un soggetto di maggior diritto.

in ogni caso quella di sempre.”

La sostanza della femminilità è “sempre” la stessa, quella” che non varia al variare delle apparenze. Dopo il superamento dei limiti della dimensione spaziale, l’essere femminile presenta l’immutabilità del tempo e sceglie per sé il tempo che non scorre perché è fermo, perché è un presente continuo, un “breve eterno”. L’essere della femminilità resta identico secondo le tracce di una onnipotenza psichica e secondo i bisogni affettivi.

Un bacio è come il vento”

La fusione orale, un bacio”, l’affettività trasporta, inebria, emoziona, è una pulsione incontrollabile, “come il vento”, è il simbolo della passione e la metafora della volitività, della vitalità, della “libido”, delle energie da investire, dell’umore. Tutto questo è contenuto in un ingenuo e tenero “bacio”.

quando arriva piano però muove tutto quanto”

La dolcezza si sposa con la passione che muove la femminilità e commuove la maternità. “Eros” e “pathos” si coniugano ed esaltano in trasporto sensuale e sentimento. La donna perde la testa in progressione con il cuore.

è un anima forte che sa stare sola”

L’essere femminile è autonomo e si appaga di sé. La forza significa che sa di sé e non ha bisogno di altro fuori di sé. La madre è autosufficiente e consapevole. Il sapere della propria solitudine è affermazione di potere, difesa dal coinvolgimento e rasenta l’onnipotenza narcisistica

quando ti cerca è soltanto perché lì ti vuole ancora”

La seduzione femminile è finalizzata al desiderio che cerca il maschio per appagare se stessa e il Genio della Specie. Istinto è pulsione a cercare, è aver bisogno di sé e dell’altro affermando un potere. Volere è desiderio passionale e coscienza di godimento.

e se ti cerca è soltanto perché l’anima osa”

“Memento audere semper” recita un motto latino invitando a vivere intensamente la vita e la vitalità. La femminilità ci prova sempre e si basa sui fatti e non sulle astrazioni. La femminilità osa nel senso di fare e con coraggio e nel senso di realizzarsi come una pulsione e di dare concretezza all’idea, ai pensieri, ai desideri, ai bisogni. L’osare simbolico è un investire con ardimento. La donna è ardita e va all’assalto della vita senza il coltello tra i denti.

è lei che si perde e poi si ritrova”

Passare dall’emozione alla ragione, dall’orgasmo alla vigilanza, dal crepuscolo della coscienza alla limpidezza della mente, è questo il passaggio della femminilità dall’Inconscio al Conscio, dal buio alla luce per ricomporsi e ricompattarsi dopo essersi smontata psico-analiticamente. Viva il principio femminile!

E come balla quando si accorge che sei tu a guardarla”

La femminilità si esalta con la consapevolezza di essere per te e di essere piaciuta a te. Tu la esalti con interesse affettivo e sessuale. “Guardare” equivale ad apprezzare la bellezza e la ragione, a metà tra il movimento sensuale di appagamento e il sentimento d’amore verso la femminilità.

non mi portare niente”

Non voglio materia, la femminilità e la maternità esigono movenze psicologiche, danze affettive, presenze amorose, perché la donna e la madre si appagano di sé e nulla chiedono.

mi basta fermare insieme a te un istante”

“Fermati, sei bello” dice all’attimo Schiller. Vivere fuori dal tempo insieme a te comporta una creatività che fa a meno della Storia, un’eternità che va contro la miseria del Tempo. La Bellezza della femminilità e della maternità si coglie nell’attimo e non nello scorrere dei secondi, dei minuti, delle ore.

e se mi riesce”

Se sono capace di fermare la mia femminilità, se è nei miei mezzi fermare il tempo e vivere l’attimo insieme a te con tutta la bellezza della dimensione eterna della maternità, io sarò pienamente appagata di questo traguardo.

poi ti saprò riconoscere anche nelle tempeste”.

L’imprinting è avvenuto, adesso puoi andare, se vuoi, perché io ormai so di te, ho il tuo sapore e saprò di te quando il mio corpo navigherà nel trambusto dei sensi, nei tempi meteorologici che cambiano in tempeste.

l’anima vola, mica si perde”

La femminilità e la maternità non condividono i processi d perdita, tutt’altro! Il bilancio è sempre attivo e prospero. La partita doppia vede sempre il rialzo nella voce “attivo”. La donna e la madre non conoscono la depressione e la caduta delle energie da investire, semplicemente perché sono fatte di “libido genitale”, quella che si dona e appaga nella cornice magica del sentimento d’amore.

l’anima vola, non si nasconde”

La femminilità e la maternità non si rimuovono, non si dimenticano, non si lasciano archiviare facilmente come una pratica burocratica o un vizio assurdo. La femminilità e la maternità vivono nel presente e nel breve eterno. Esigono la costante memoria e l’imperitura manifestazione dettate dalla consapevolezza di essere i veicoli della vita e della vitalità: filogenesi.

l’anima vola, cosa le serve”

La femminilità e la maternità bastano a se stesse, non hanno bisogno di alcunché, vivono di se stesse e si appagano della loro autonomia. Hanno solo bisogno di amare perché sono anima, essenza vitale che aleggia e nutre.

l’anima vola, mica si spegne.”

La femminilità e la maternità sono eterne, almeno quanto l’eternità della vita che ha coscienza di sé, che sa di sé e aspira a perpetuarsi grazie all’anima che vola e non si imbatte nella fine e tanto meno nella morte. C’è sempre un’anima che sorge come il sole giocondo e libero in sul primo albeggiare.

Questo è quanto e scusate se è una canzone di musica leggera.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giovedì 14 del mese di maggio dell’anno 2020

NOI SIAMO DEI LAVORATORI

IL NOSTRO PANE QUOTIDIANO

Alla fine, come sempre del resto, il sentimento d’amore esce dal ghetto e trionfa tra la brava gente nei nobili gesti del quotidiano vivere.

Nonostante i menagrami, che dagli schermi televisivi pontificano sul loro nulla e soltanto per ritirare dal capo l’obolo serale, il popolo unito avanza e combatte il tiranno, il virus, la vanagloria degli imbecilli e la malasorte delle brutte compagnie.

E allora?

Allora tutti a fare il pane!

Noi siamo dei lavoratori, dei gran lavoratori, come diceva mia madre.

Non potendo andare in nessun luogo, tanto meno al mare a mostrar le chiappe chiare, si resta tutti in casa e si va in cucina a fare il pane insieme ai nostri affetti più veri.

Questo è il primo comandamento che spontaneo scatta dal sistema neurovegetativo appena si sente la costrizione del corpo in una gabbia di ferro o d’oro.

Il giorno si illumina d’immenso tra gli odori intimi della casa che amorosamente protegge e con la stessa facilità costringe.

Non tutte le case sono le stesse e diversi sono coloro che le abitano, ma tutti amano il pane, tutti vogliono il pane, tutti sono fornai. E tutti hanno i segreti familiari, quelli della nonna e della mamma, quelli del paesello natio o del borgo antico, quelli del signor Drago o della signora Romico. Tutti conservano la pozione magica, combinano le farine giuste, le impastano accortamente con l’acqua e il lievito, con il latte e le noci, con le olive e i pomodori secchi, le lasciano riposare nei tempi raccomandati da madre natura e dalla zia Assuntina. Tutti si sbizzarriscono nel dare forma all’impasto, nella perizia d’infornarlo e di sfornarlo secondo tradizione e necessità. Il travaglio del fare il pane è un arcobaleno variopinto sospeso nel tinello sulle memorie che ci portiamo addosso come il marchio di fabbrica. In compenso il modo di mangiare il pane è quasi universale. In ogni caso l’originalità del fornaio è sempre il prezzo da pagare al narcisismo.

Quale magnetismo scatta nel riappropriarsi del rito più antico del mondo e nel metterlo in moto con il concorso allegro di tutta la famiglia?

Ogni mito ha il suo rito e insieme esorcizzano un divieto, un tabù: vietato morire!

Il pane è corpo, il nostro corpo, la metafora del corpo, il sostituto magico del corpo, la causa della colpa, la riparazione dell’angoscia, il nutrimento spirituale della materia, la trasfigurazione della morte, la vita eterna. Il pane è la Pasqua dei poveri di spirito che si nutrono di quotidiane rinunce e di eterne virtù.

E allora avanti con il Santo, altrimenti la processione s’ingruma.

La corsa al supermercato è di quelle senza fiato. La ricerca della migliore farina è d’obbligo, almeno fino a quando gli scaffali sono pieni. Di poi, qualsiasi intruglio di grano e di cereali andrà bene per celebrare il laico rito e fino alla contesa dell’ultimo pacco e prima dello scaffale vuoto.

Il lievito!

Ci vuole il lievito per fare il pane.

Quello di birra o quello chimico?

Meglio il lievito madre, quello liofilizzato che costa tanto perché fatto come madre natura comanda.

E la farina?

La zero o la doppio zero, la semola rimacinata di grano tenero o di grano duro?

Meglio la semola rimacinata di grano duro della Sicilia o del Tavoliere della Puglia?

Meglio quella della Sicilia.

Nella Trinacria i contadini sono poeti e sono talmente poveri che non hanno i soldi per comprare il disseccante o il pesticida. I contadini siciliani sono all’antica, come lo zio Nino Schiavone, dalla schiena ricurva ad angolo retto per colpa del manico corto della sua zappa e della terra bassa, il pioniere dei pomodori genuini e rossi, quelli concimati con il letame e non con le polveri chimiche della Montedison.

Intanto, tra un discorso e l’altro, è finito anche il lievito, qualsiasi tipo di lievito, naturale e innaturale. Non si trova più il lievito. Non importa si va avanti.

E il sale?

Tradizionale o trattato, grosso o fino, forse oltremodo iodato?

E l’acqua deve essere naturale o frizzante, quella dell’acquedotto o quella di Fiuggi?

Basta con i dubbi e le perplessità!

Noi siamo dei lavoratori, specialmente oggi, e non dei pelandroni, tanto meno dei ciarlatani.

A questo punto serve soltanto olio di gomito e amore per la Specie, serve la fame di una volta, quando il pane era l’unico alimento che si accompagnava al salato di qualche oliva o di un filetto di acciuga o di aringa.

Adesso che siamo quasi tutti chiusi in casa, curiamo il nostro corpo pensando anche all’anima. Tutti vogliamo sopravvivere e dotarci del pane quotidiano. Le mamme sono adibite al corpo e ai suoi bisogni, le mamme sono le panificatrici, le impastatrici della sacra combinazione di farina, acqua, lievito e sale. Tutti abbiamo una mamma fuori o dentro di noi.

Questo è l’immediato vaccino, quello che basta. Questa è l’Eucarestia degli ultimi, il buon nutrimento. Questo è il grembo della madre che ci ingravida e ci dà il pane in segno di amore. Questo è il profano mistero che fa bene a tutti perché si condivide e non richiede la fede.

La febbre da panificazione ha colpito l’italianità.

Un’ultima nota è d’obbligo.

Ricordate che non si butta il pane e si mette sulla tavola sempre nel verso giusto, non si capovolge mai. Il pane è Provvidenza, come il bastimento dei Malavoglia. Il pane non si disprezza. Ricordatevi sempre di Pollicino, altrimenti le fiabe a cosa servono.

Un consiglio è altrettanto d’obbligo.

Quando ti sei calato un “paninazzo cunzatu” con olio extravergine di oliva, origano, sale, pecorino fresco, peperoncino rosso e datterino di Pachino, sei in pace con te stesso e con il virus. Ti sei calato anche le tradizioni, le radici, il Cristianesimo e i valori mai perduti.

Buon appetito e ricordate sempre che, finché inforniamo il pane, è severamente VIETATO MORIRE e soprattutto in guerra.

“…

pace per il fornaio e i suoi amori,

pace per la farina,

pace per tutto il grano che deve nascere

…”

Così parlò Pablo nell’Ode alla pace.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giorno 1, del mese di Maggio odoroso, dell’anno 2020

IL PADRE E IL BAMBINO

TRAMA DEL SOGNO

“Il sogno è il seguente: dapprima la visione parziale e notturna di un vecchio cimitero (pressoché monumentale, come in genere in altri miei sogni) consistente in una scala di pietra circondata da fittissimi arbusti. Alla base di essa, a destra, una cappelletta; in alto a sinistra un viottolo conduce ad un’altra cappelletta.

I miei genitori, specie mio padre che lavora al comune, mi raccontano un recente caso piuttosto strano, che molto rumore ha fatto nella nostra città: due morti, nello specifico quelli che riposano nelle due cappellette di cui sopra, hanno iniziato a decomporsi in modo abnorme.

Pare che abbiano essudato una placenta (?) la quale ha travalicato la cassa in cui sono racchiusi deteriorando orrendamente perfino le pareti interne delle rispettive cappellette, umide e scalcinate come per un lungo periodo di infiltrazioni.

I cadaveri stessi devono puzzare in maniera indicibile. Tutto ciò mi viene raccontato in Via Cavour, un viottolo del centro storico di ***. Da lì stesso, come nel pensiero, ho visione del cimitero. Provo addirittura a controllare sul mio cellulare come sia avvenuto un fatto del genere: leggo che è si raro, ma possibile.

Poi mi raccontano di un esperto chiamato da fuori per ovviare all’incidente dei cadaveri. Devono essere riesumati per potergli praticare l’asportazione degli organi interni, in particolare il cuore.

Mio padre immagina con commozione le esalazioni pestifere, di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere, che l’esperto dovrà affrontare.

Infine arriva quella che deve essere la rivelazione, ma che per la verità non mi scuote oltremodo, quasi ne fossi intrinsecamente a conoscenza: uno di quei morti, quello della cappelletta in alto è proprio mio figlio, mio figlio che è vivo, lo so, ma che ha pure un cadavere in quel cimitero.

Nutro ugualmente per lui gran pena. Penso infatti all’esperto, su come potrà mettere mano su quel corpicino decomposto, per strappargli il cuore, provando infine compassione anche per lui.

Vedo anche in scorcio l’interno della cappelletta. Quella che racchiude il corpo di mio figlio non è propriamente una cassa, ma una scatola quadrangolare piuttosto malridotta e rivestita da un foglio del genere pacchi regalo, di un azzurro a fiori sbiadito.

Come in una radiografia gialla riesco per giunta a vederne all’interno, pur se in maniera incerta, gli ossicini.

Rimprovero bonariamente i miei di non avermi detto subito la verità, anche se per il mio bene.

L’angoscia soffocante di questo sogno molto dettagliato, mi ha accompagnato per tutta la notte, in cui altri sogni, altrettanto chiari, mi riportavano alla mente il precedente, quasi ne fossero il proseguimento, ma in essi non sono più comparsi né cimiteri, né cadaveri.”

Valentino

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno è il seguente: dapprima la visione parziale e notturna di un vecchio cimitero (pressoché monumentale, come in genere in altri miei sogni) consistente in una scala di pietra circondata da fittissimi arbusti. Alla base di essa, a destra, una cappelletta; in alto a sinistra un viottolo conduce ad un’altra cappelletta.”

Valentino è una persona attenta e precisa, intellettivamente analitica e sensibile al particolare spaziale, sentimentalmente legato alla sua storia e alla sua formazione, affettivamente controllato nell’espressione della sua interiorità. Valentino sa anche essere formale, in linea con l’ambiente temperato delle tradizioni, con i valori annessi e connessi. La sua sensibilità si sposa senza stridore con l’autocontrollo e la freddezza, quando serve e quando non guasta, come lo zucchero nel caffè degli intenditori. Con questo bagaglio psico-culturale di fondo Valentino s’imbatte in sogno nella “visione parziale e notturna di un vecchio cimitero monumentale”. Traduco l’interazione dinamica dei simboli. Valentino ha una consapevolezza crepuscolare, razionalmente poco lucida e nei fatti incompleta, del suo materiale psichico “rimosso” e pervenuto, nel corso della sua esistenza, soltanto in parte alla coscienza dell’Io e all’opera di “razionalizzazione”, sempre dell’Io, semplicemente perché le sue “resistenze” psichiche lo hanno impedito al fine di mantenere un equilibrio psicofisico e la “omeostasi” tra pulsioni opposte. In questo modo si è stabilito, in certe congrue circostanze e sotto determinati stimoli, un conflitto nevrotico dovuto al “ritorno del rimosso” e alla necessità che quest’ultimo sia gestito dai vari “processi e meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia, sempre per garantire il miglior equilibrio psicofisico e per continuare a vivere. “La scala di pietra circondata da fittissimi arbusti” conforta l’interpretazione proprio con l’ambivalenza del salire e dello scendere, così come i “fittissimi arbusti” attestano del materiale psichico “rimosso” che non riesce a vedere la luce della coscienza e della consapevolezza. Valentino può “sublimare” la sua angoscia se sale questa “scala” e può “materializzare” la sua angoscia se scende questa “scala” che condensa la psicodinamica del suo cimitero interiore, il suo “fantasma di morte” e di inanimazione, di perdita e d’inerzia. Valentino sta sognando di sé, della sua “organizzazione psichica reattiva” e dei suoi conflitti psichici, al di là delle cause scatenanti che hanno portato all’elaborazione della trama del sogno. Ma ancora non è finita la “condensazione” del cimitero di Valentino. La sua attenta analisi precisa che “alla base a destra” c’è “una cappelletta”. Traduco: ho piena consapevolezza nei pensieri e nei fatti di un mio “fantasma di morte”, mentre dell’altro “fantasma di morte” che ho sublimato, la “altra cappelletta in alto a sinistra”, devo ancora avere consapevolezza perché in parte è rimosso e il processo di presa di coscienza non è spedito e agevole. Valentino ha bonificato la sua angoscia depressiva di morte con la “materializzazione” realistica e la “sublimazione”. Questi processi hanno funzionato nel contenere l’angoscia, ma non bastano perché dalle sue maglie sfuggono tensioni e conflitti che decisamente non dispongono a una buona salute psicofisica. Simbolicamente il “viottolo” non è la bella strada aperta della “razionalizzazione” di cui Valentino ha bisogno per risolvere il materiale “rimosso” ed evitare il “ritorno del rimosso”.

I miei genitori, specie mio padre che lavora al comune, mi raccontano un recente caso piuttosto strano, che molto rumore ha fatto nella nostra città: due morti, nello specifico quelli che riposano nelle due cappellette di cui sopra, hanno iniziato a decomporsi in modo abnorme.”

Il padre, autorità in proposito, accorre in aiuto a un figlio perplesso che ha vissuto traumaticamente le sue due perdite, “cappellette”, e ha usato “processi” di difesa dall’angoscia diversi. Valentino “proietta” sul padre la sua funzione razionale per capire i traumi che si stanno profilando in queste due perdite, in queste “due cappellette”. Il sogno si compiace di precisare che due lutti sono occorsi con due “fantasmi di morte” identici: l’inanimazione traligna nella decomposizione. Un lutto è stato “sublimato”, quello “sopra”, e l’altro lutto è stato concretamente vissuto, quello “sotto”. Un lutto è stato razionalizzato, quello a “destra”, l’altro lutto tende al dimenticatoio della rimozione, quello a “sinistra”. Le due “cappellette” sono ben servite. Pur tuttavia, Valentino non si accontenta dell’angoscia di morte come perdita della vitalità, ha bisogno di introdurre l’aggravante della decomposizione, un’angoscia che appartiene ai suoi vissuti dell’infanzia, che non è un’angoscia nevrotica di “castrazione” in superamento e risoluzione della “posizione psichica edipica”, conflitto con il padre, che non è un’angoscia borderline da “perdita d’oggetto”, solitudine interiore, ma è una pericolosa angoscia di “frammentazione”, disgregazione dell’Io, vissuta ed elaborata nei primi anni di vita. Decisamente Antonello si dice in sogno che nella sua prima infanzia sono intercorsi dei traumi che hanno favorito l’elaborazione di fantasie abnormi che avevano come tema un bambino morto e chiuso in una bara e dentro una “cappelletta”. In effetti non è “abnorme” la decomposizione naturale dei corpi, ma il racconto del padre e il “molto rumore” che ha fatto non nella città, ma dentro il piccolo Valentino, l’eco psichico che è risuonato durante l’evoluzione del bambino. Uno dei “due morti” è Valentino in persona, la rappresentazione fantasmica del suo corpo inanimato. Chiediamoci il perché di questo “fantasma di morte” così pericoloso. La risposta è duplice nella sua semplicità: o Valentino da piccolo ha assistito al funerale e alla tumulazione di un bambino e ha ricamato un bel trauma, o Valentino è stato sollecitato a elaborare progressivamente il trauma sullo stimolo dei racconti macabri dei genitori improvvidi, il padre “in primis”, che si trastullavano a terrorizzare il bambino e i suoi affini e simili. Il secondo è più pericoloso del primo perché ha innescato la Fantasia e l’amplificazione dei temi mortiferi, ha allargato a dismisura il “fantasma di morte”, che di per se stesso è assolutamente naturale nel primo anno di vita perché è il prodotto della modalità di pensiero dell’universo infantile. Eppure Valentino sogna il “modo abnorme” in cui un “trauma” di morte ha nutrito e nutre il “fantasma” di morte.

Pare che abbiano essudato una placenta (?) la quale ha travalicato la cassa in cui sono racchiusi deteriorando orrendamente perfino le pareti interne delle rispettive cappellette, umide e scalcinate come per un lungo periodo di infiltrazioni.”

La precisione semantica e la puntualità linguistica attestano del lavorio costante che la Fantasia di Valentino ha operato su questi temi della morte e dei corpi in orrenda metamorfosi. Crescendo, il bambino ha apportato le pezze giustificative al suo trauma e lo ha reso complesso e sofisticato con le normali e difensive esagerazioni del caso. Queste “cappellette” e queste “bare” sono dei contenitori e, di conseguenza, hanno una simbologia femminile e materna, appartengono al corredo psicofisico della Dea Madre, la Signora della Vita e della Morte. La “placenta” che essuda e che viene fuori dal grembo è la perfetta allegoria della Morte per parto, la metafora di un aborto che lascia conseguenze non soltanto psicologiche, ma anche fisiche nella persona che l’ha vissuto, la madre in primo luogo.

Quale psicodinamica e quale psicodramma si combinano in queste succose parole e in questi acrobatici concetti che descrivono e circoscrivono il sogno orrendo di Valentino?

Valentino ha subito un lutto e ha vissuto la frustrazione della sua paternità in maniera traumatica?

Valentino rievoca in maniera simbolica un episodio reale occorso nella sua infanzia alla madre o alla sua donna in età adulta?

Una “angoscia di frammentazione” è proiettata anche sulle “cappellette” con tutto il supporto della macabra decomposizione. Quest’ultima è una fantasia dominante di Valentino bambino sottoposto alle frustate del racconto degli adulti o a un fatto reale a cui ha assistito. E’ anche possibile nella ricchezza del sogno che Valentino abbia subito il trauma di una donna che faceva fatica a restare incinta e a darli un figlio, nonostante il lungo periodo di infiltrazioni, nonostante i tanti rapporti sessuali. E magari questa donna ha subito alcuni aborti che hanno reso l’attesa di un figlio tanto desiderata e contrastata. Il sogno dice chiaramente, senza precisare i particolari, la psicodinamica e il possibile svolgimento di questi fatti e di questi traumi. Resta assodata l’ambivalenza tra la realtà vissuta e l’elaborazione della Fantasia sul tema della maternità e della morte da parte di un contrastato e perplesso Valentino. Se consideriamo i “segni” linguistici, le parole e la semantica, i “significanti” e i “significati”, quello che vale per il solo Valentino secondo i suoi codici e quello che vale per tutti gli altri secondo la logica del vocabolario, si resta di stucco di fronte ad “abbiano essudato”, “ha travalicato la cassa”, “deteriorando orrendamente”, “cappellette umide e scalcinate” proprio per quei contenuti psicofisici a cui rimandano chi elabora e chi legge, Valentino e noi spettatori. E non si tratta soltanto di arte retorica in onore al “fantasma di morte”, di metafore, di metonimie, di sineddochi, di iperboli, di enfasi, è tutto anche secondo Natura, come Natura comanda Valentino ubbidisce e risponde.

A questo punto si spera in una migliore chiarezza della trama nel prosieguo del sogno per andare a bersaglio, almeno a un bersaglio grosso.

I cadaveri stessi devono puzzare in maniera indicibile. Tutto ciò mi viene raccontato in Via Cavour, un viottolo del centro storico di ***. Da lì stesso, come nel pensiero, ho visione del cimitero. Provo addirittura a controllare sul mio cellulare come sia avvenuto un fatto del genere: leggo che è si raro, ma possibile.”

Su queste due morti e su queste due “cappellette” Valentino ha maturato notevoli sensi di colpa che, purtroppo, non riescono a raggiungere la coscienza dell’Io per essere verbalizzati in maniera razionale e si fermano all’espressione simbolica: “i cadaveri devono puzzare in maniera indicibile”. Si conferma la tesi che Valentino da bambino ha sentito i racconti degli adulti su questi temi luttuosi e oltremodo impressionanti: “tutto ciò mi viene raccontato” in un luogo dove Valentino ha vissuto la sua infanzia. “via Cavour”. Il passaggio dal racconto all’allucinazione della Fantasia è immediato. Al racconto corrisponde in simultanea l’immagine del cimitero e l’elaborazione del tema tramite il controllo sul “cellulare”: passaggio dalla realtà alla sua allucinazione tramite la Fantasia e alla conferma tramite l’ausilio elettronico. La meraviglia di Valentino risiede sul fatto quasi magico che il pensiero e l’allucinazione vanno di pari passo. Al bambino raccontano un fatto tragico e il bambino ascolta, immagina, rappresenta dentro di sé, dà la luce alle scene e matura il suo personale “fantasma di morte”. E’ descritta in tal modo l’auto-confabulazione di Valentino infante sui temi traumatici raccontati dal padre e la ricerca di avvallo: “controllare sul mio cellulare”. Il ricorso ai tempi moderni e alla tecnologia dominante traduce il bisogno del bambino di capire e di razionalizzare. Ma Valentino non ha ancora gli strumenti logici perché è ancora un bambino. Valentino si è chiesto nel tempo come mai queste esperienze traumatiche siano capiate proprio a lui e si è reso conto dell’eccezionalità degli eventi e della verità dei fatti, siano essi racconti e siano essi allucinazioni. La Psiche è fatta così ed è anche ghiotta di narrazioni per riempirsi d’orgoglio e per pavoneggiarsi nel cortile di via Cavour.

Poi mi raccontano di un esperto chiamato da fuori per ovviare all’incidente dei cadaveri. Devono essere riesumati per potergli praticare l’asportazione degli organi interni, in particolare il cuore.”

Il bambino Valentino è stato affidato a uno psicologo, è stato portato da un “esperto” di traumi che possa curargli l’azione nefasta del “fantasma di morte” che tanto sconquasso ha procurato nel suo animo. Questi medici della psiche sono personaggi strani e non se ne vedono in giro specialmente nei tempi andati e in certi contesti refrattari alla Psicologia come l’Italia del recente passato. Questi esperti vengono “da fuori” e possibilmente dal Continente. Così diceva mia nonna Lucia negli anni sessanta in quella Sicilia fatta, come sempre, a modo suo in mezzo al Mediterraneo e con un piede in Africa e un piede in Italia. “L’incidente dei cadaveri” si può risolvere tramite la presa di coscienza del trauma subito: “devono essere riesumati”. Ma non basta, al trauma deve essere asportata la carica nervosa, l’intensità emotiva che lo tiene in vita. Ecco la psicoterapia analitica: la “razionalizzazione” del trauma o del lutto. Bisogna sviscerare i vissuti sul tema della morte e in particolare risolvere la paura e l’angoscia, i valori emotivi e neurovegetativi che tengono in vita il trauma subito e allucinato per naturale necessità difensiva. Bisogna raffreddare la carica allucinatoria e razionalizzare le esperienze che hanno portato il bambino a tanta sofferenza. A tal proposito ricordo che mia madre nel 1954 mi portò da una donna anziana per curarmi “u scantu”, la paura, e la pagò con mezzo chilo di pasta, ditalini rigati per la precisione del rinomato pastificio Conigliaro presso la borgata di Siracusa. Erano tempi eroici in cui l’infanzia era sottoposta a logorii psichici di varia natura e di una certa entità da una cultura rimasta fascista. Del resto non poteva essere diversamente perché la Cultura, come la Psiche, ha tempi evolutivi più lunghi di quelli politici. Eppure lo psichiatra e la maga erano presenti, sia pur nella loro stranezza e in concorrenza ai preti dalle nere tonache svolazzanti per le strade, a testimoniare le sponde opposte del mar Mediterraneo.

Mio padre immagina con commozione le esalazioni pestifere, di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere, che l’esperto dovrà affrontare.”

Il padre di Valentino è stato sensibile alla Psicologia e alla psicologia del figlio, dal momento che era consapevole dei danni che i traumi in riguardo ai morti procurano ai bambini e a suo figlio nello specifico. Le “esalazioni pestifere” sono proprio gli effetti dolorosi che dal Profondo psichico affiorano alla coscienza quando la “rimozione” non funziona: “ritorno del rimosso”. Di poi, bisognerà “razionalizzare” e comporre il materiale emerso destituendo la carica nervosa implicita. Questo breve capoverso è l’allegoria di un trattamento psicoterapeutico a orientamento psicoanalitico: dall’Inconscio al Conscio del primo sistema psichico freudiano, dall’Es all’Io del secondo sistema psichico sempre freudiano, dal Profondo rimosso all’Io. Il comandamento esige di riportare alla luce della coscienza il trauma dimenticato ma presente sotto forma di sintomi nel bambino e nell’adulto. Il padre di Valentino ha avuto la sensibilità di far curare il figlio ammalato di un male per quei tempi ambiguo e avvolto dal pudore e spesso dalla vergogna. Quello di Valentino non è stato del resto un semplice trauma che ha maturato un “fantasma di morte”, è stato più intenso e delicato: “le esalazioni erano di gran lunga superiori a quelle di un ordinario cadavere”. Sia dato ulteriore merito alla sensibilità del padre di Valentino. Degna di nota è l’espressione linguistica “ordinario cadavere” a cui si associa la necessità di una figura straordinaria, di un “esperto” con i controcoglioni.

Infine arriva quella che deve essere la rivelazione, ma che per la verità non mi scuote oltremodo, quasi ne fossi intrinsecamente a conoscenza: uno di quei morti, quello della cappelletta in alto è proprio mio figlio, mio figlio che è vivo, lo so, ma che ha pure un cadavere in quel cimitero.”

Valentino è padre e non si “scuote” di fronte al riconoscimento del figlio morto che è vivo e che si trova nella “cappelletta in alto”. E’, oltretutto, consapevole di questa assurdità logica da film di Totò e Peppino nel meraviglioso Neorealismo italiano degli anni cinquanta. Valentino esterna ed esibisce una consapevolezza sbalorditiva su quello che sta dicendo e affermando. E ha pienamente ragione, perché, mentre dorme, sogna secondo la Logica onirica e non secondo la Logica di Aristotele, quella che usiamo da svegli, quella che afferma che A è A e non è B. Cerco di coordinare e sintetizzo al meglio il quadro psichico ed esistenziale tempestoso. Valentino è padre, Valentino ha un figlio verso il quale nutre una profonda aggressività per motivi che per il momento non si evidenziano e questa carica nervosa la sublima, tant’è vero che il figlio si trova nella “cappelletta in alto”, di cui si è detto al momento opportuno e in precedenza. Per questo motivo non si scompone e non si adombra, perché in sogno sa che il figlio è simbolicamente morto in quanto aggredito dal padre e nella realtà è pienamente vivo e non è ben vissuto sempre dal padre. Più chiaro di così non si può, neanche con il Vetril. Però, una domanda sorge spontanea presso il popolo moralista ed è la seguente: come fa un padre a essere aggressivo con il figlio? Nelle buone parrocchie è lecita, ma nel consorzio psicoanalitico la domanda è sciocca semplicemente perché i sentimenti di amore e odio contraddistinguono la psicologia dei genitori, madre e padre senza esclusione di colpi. E come si spiega? I genitori hanno ripetuto o commutato nell’opposto il comportamento e l’atteggiamento che i genitori hanno avuto nei loro riguardi quando erano bambini. I genitori ripetono o convertono le loro matrici dimostrando di non essere autonomi dalle figure genitoriali e di non aver cercato la loro dimensione libertaria dai condizionamenti del passato e di queste figure oltremodo importanti e significative. Ancora: Valentino nutre un sentimento d’odio e di aggressività nei confronti del figlio anche per la sua “organizzazione psichica”, per la sua formazione. Sappiamo che Valentino aveva un buon rapporto con il padre anche se quest’ultimo poteva essere inquisito per avere terrorizzato il figlio in maniera maldestra raccontando di morti, di decomposizioni magiche, di placente fuori dalla bara e altro materiale tempestoso che sta bene nei film di Dario Argento e non in una normale famiglia di una città italiana. Notiamo il processo di difesa della “sublimazione” che rende nobile il sentimento negativo del padre verso il figlio, vissuto che resta incarcerato nel Profondo e quando Valentino dorme e sogna viene fuori senza colpo ferire e specialmente se è trainato da una causa scatenante, da un “resto diurno” come lo definiva Freud. Inoltre, la rivalità padre-figlio richiama la “posizione edipica”, uno stato psichico che vede il figlio insidiare il padre nel possesso della madre. E’ un conflitto per il possesso e per l’esercizio psicofisico della figura femminile, il conflitto “edipico” di Valentino si riproduce nel conflitto edipico del figlio, psicodinamica che il padre conosce bene e che possibilmente non ha ancora risolto, per cui Valentino proietta nel figlio la sua insofferenza nei riguardi del padre al tempo in cui ambiva alla conquista della madre. Può anche succedere che il padre nutri invidia verso il figlio a livello affettivo e viva il figlio come l’oggetto degli investimenti della moglie e come il rivale che gli porta via una congrua razione di affetto. In ogni modo Valentino manifesta nel sogno questa sua dimensione affettiva immatura e questa competizione innaturale nei riguardi del figlio. Questa aggressività si manifesta nella “cappelletta” sublimata che contiene la bara, che a sua volta contiene il corpo del figlio in eccezionale decomposizione.

Questa è la vera Rivelazione, quella che “non scuote oltremodo” per la sua naturale consistenza.

Nutro ugualmente per lui gran pena. Penso infatti all’esperto, su come potrà mettere mano su quel corpicino decomposto, per strappargli il cuore, provando infine compassione anche per lui.”

Il padre ha portato dallo psicologo il figlio in piena crisi psichica per l’emergere del trauma legato alla morte e prova un sentimento di “compassione”, una sofferenza che condivide con il figlio e con lo psicologo per il compito arduo che ha quest’ultimo di “strappargli il cuore”, di deprivare l’emozione affettiva dal mero fatto della morte. Lo psicoterapeuta ha il compito di aiutare il bambino a raffreddare il trauma per consentirgli di riprendere le normali attività della sua vita senza l’aggravio emotivo del trauma della morte, la famigerata angoscia. La sensazione e il sentimento della “pena” sono simbolicamente le “proiezioni” della “pietas” nei riguardi del figlio, del riconoscimento del dolore del figlio per quanto gli è occorso di altamente traumatico nell’infanzia, per questo “fantasma di morte” che gli è capitato tra capo e collo nel momento in cui non poteva e non sapeva gestirlo a causa della sua età. Il padre si è messo sulle spalle il figlio strappandolo alla sicura morte nell’incendio di Troia. Il figlio si è messo sulle spalle il padre strappandolo alla sicura morte nell’incendio di Troia. Cambiando l’ordine dei fattori il sentimento della “pietas” non cambia.

Una domanda, a questo punto, sorge ancora spontanea: Valentino sta parlando di suo figlio o di se stesso e della sua storia traumatica?

Buona la seconda. Dimenticavo: il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia che scinde l’affetto e l’emozione dal fatto e dalla rappresentazione si definisce “isolamento”. Lo psicologo esperto lo aiuterà a scindere il trauma nel fatto e nell’angoscia, meglio, aiuterà il bambino a rievocare e dare parola al trauma e a liberarsi delle sue emozioni dolorose: “catarsi” aristotelica di greca memoria. Procediamo in questo gioco onirico di rimpallo e di rimando tra padre e figlio, dialettica che ha sempre un unico attore protagonista, colui che sogna: Valentino.

Vedo anche in scorcio l’interno della cappelletta. Quella che racchiude il corpo di mio figlio non è propriamente una cassa, ma una scatola quadrangolare piuttosto malridotta e rivestita da un foglio del genere pacchi regalo, di un azzurro a fiori sbiadito.”

Valentino non è convinto della sua presa di coscienza e del processo di “sublimazione” che ha innescato sulla relazione con il figlio, che poi equivale alla sua relazione con il padre, psicodinamica che sta ripetendo in tutto e per tutto con suo figlio. Valentino vuole analizzare la qualità della relazione, chiaramente “edipica” a questo punto, e trova che la cassa del figlio morto per aggressione del padre è un oggetto sbiadito che si trova in casa e magari in uno sgabuzzino angusto e umido, una di quelle scatole dove si mettono le varie cianfrusaglie a metà tra ricordo e avarizia. L’azzurro sbiadito a fiori è il colore del maschile, un figlio maschio “rimosso” nello sgabuzzino e non adeguatamente immesso nella coscienza di padre. Valentino è un padre che ha rimosso in parte l’amore paterno perché non l’ha vissuto bene e conosciuto adeguatamente nella sua famiglia d’origine, con le sue figure genitoriali e nello specifico con la figura paterna. Valentino si è trovato ad avere un figlio e a viverlo come un rivale e un usurpatore degli affetti materni, lo stesso suo vissuto nella triangolazione edipica e riprodotto con la stampante “tridimensionale” laser. La presenza del figlio in famiglia è stimata ingombrante e il vissuto è di freddezza, gli affetti sono tralignati nell’ostilità e nell’avversione per esperienza vissuta. Questo è il figlio vivo ma morto e “sublimato” in una forma di rivalità compatibile con la politica familiare e tollerabile con le istanze sociali. Decisamente questo figlio non è stato per Valentino un buon e bel regalo da parte della moglie. Vedete cosa comportano la formazione e l’educazione psichiche dell’infanzia e come tutto il quadro appreso si tramanda e si trascina come la storia della Nutella? La nonna la dava alla mamma, la mamma alla figlia e andiamo avanti di questo passo senza cambiare gli ingredienti della saporita crema condita con l’olio di palma.

Come in una radiografia gialla riesco per giunta a vederne all’interno, pur se in maniera incerta, gli ossicini.”

Si diceva all’inizio della tendenza di Valentino alla meticolosità e alla precisione analitica, quasi una pedanteria della serie “tanto per farmi male”. Questo tratto psichico “anale” di qualità ossessivo si era evidenziato, questo ritornare sul tema per guardarlo da altra prospettiva e con compiacimento. Valentino ha tanto immaginato e tanto pensato i vissuti affettivi verso il figlio dietro la memoria del suo trauma e dietro le sferzate del suo “fantasma di morte”. Di conseguenza ha maturato questa tendenza all’ossessione, al pensiero ritornante, all’idea circolare, per cui anche in sogno si presenta questo tratto psichico di qualità “anale”. La “radiografia gialla” è un compiaciuto macerarsi in se stesso, nel bagagliaio della sua coscienza che per natura e per essenza si dirige verso il trauma per analizzare con sadismo il particolare macabro e mortifero. La curiosità morbosa di Valentino non tralascia di appagarsi con l’osservazione dei particolari, “gli ossicini”, che destano orrore prima che tenerezza. Valentino guarda dentro se stesso e analizza il residuo traumatico del suo primario “fantasma di morte”. Ricordo che non è importante quello che trova, “gli ossicini”, ma l’azione e la direzione della sua coscienza: la “intenzionalità”.

Rimprovero bonariamente i miei di non avermi detto subito la verità, anche se per il mio bene.”

La voce narrante del sogno è il padre, è quest’ultimo che racconta al figlio la sua verità sul lugubre e orrido fatto, ma in effetti è Valentino che “proietta” e “sposta” nel padre la progressiva consapevolezza del suo trauma antico. Valentino adesso sa, ha una migliore “coscienza di sé”, ha un migliore “sapere di sé” come padre e come figlio, come padre-figlio e come figlio-padre. La partita del sogno si è giocata in questo continuo rimpallo tra Valentino padre e Valentino figlio. Nella scena finale si ha nuovamente sentore della madre, “i miei genitori” dell’inizio del sogno, di una figura femminile, “i miei” di questo capoverso. Per il resto il sogno è coniugato al maschile sia tra i morti e sia tra i vivi. Valentino ritiene giusto aver “rimosso” in gran parte il trauma e il “fantasma di morte” per continuare a vivere al meglio consentito dalle tensioni emergenti di volta in volta, accetta di essersi tutelato con i “meccanismi” e i “processi psichici di difesa” dall’angoscia, ma si “rimprovera bonariamente” di non avere operato prima la presa di coscienza del materiale psichico rimosso. La “verità” è la sua “verità, non quella supposta “verità” oggettiva che non esiste, ma la “sua verità” sui “suoi vissuti” di quel fatto traumatico. E il sogno agisce da galantuomo e gli restituisce una profonda verità sempre personale, le ritornanti riflessioni che emergono in sogno dietro uno stimolo che porta alla memoria il padre e il figlio, sempre quelli di Valentino. Del resto, è Valentino l’attore unico e protagonista del suo teatro onirico e l’unico spettatore della sua platea altrettanto onirica.

L’angoscia soffocante di questo sogno molto dettagliato, mi ha accompagnato per tutta la notte, in cui altri sogni, altrettanto chiari, mi riportavano alla mente il precedente, quasi ne fossero il proseguimento, ma in essi non sono più comparsi né cimiteri, né cadaveri.”

La funzione onirica ha bonificato con il sogno il territorio psichico per mezzo della “catarsi” delle tensioni e della consapevolezza embrionale dei vissuti messi in circolazione. Valentino ha potuto visitare e accettare il suo essere figlio e il suo essere padre, ha maturato una migliore consapevolezza della paternità, ha rivisitato il valore delle figure femminili per affermarle e non rimuoverle, ha rivalutato il “fantasma di morte” e la sua “intenzionalità” verso la vita e il vivere, più che verso il rimescolamento dei fatti traumatici che fuori non esistono più e dentro si riducono a questa energia primordiale della coscienza che ha bisogno di dirigersi sempre verso un oggetto che può esistere soltanto dentro di lei. Del suo essere fuori nel mondo, chissà, nulla e tutto possiamo dire, come i giornalisti e i politici che ci fanno indegna corona.

Perché non sono più comparsi cimiteri e cadaveri?

Perché l’energia implicita nella simbologia è stata in gran parte esaurita, magari la Psiche di Valentino provvederà a offrirle altri surrogati e “spostamenti.” Resta determinante la “presa di coscienza del rimosso”, a cui l’interpretazione del sogno ha dato una valida mano.

Il resto lo farà Valentino.

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Il video, doppiamente “virale” in tempo di “coronavirus”, presenta il bambino Claudio che si lamenta in maniera accorata e dolente con la mamma della sua condizione psicofisica. Questa reazione è da inserire tra le lezioni più belle e interessanti della Psicologia dell’età evolutiva e della Psicoanalisi dell’infanzia. Più che mai degna di nota è la fenomenologia di Claudio, come si mostra e cosa dice questo prodigioso bambino con le sue genuine rimostranze in questa drammatica contingenza epidemiologica. Claudio ha dato parola a milioni di bambini che in questo momento stanno vivendo la medesima esperienza psicofisica.

Il video è stato eseguito dalla madre e sicuramente non soltanto per mostrare la condizione psicologica del figlio, ma per dare un riscontro alla condizione dell’infanzia tutta, per essere un punto di riferimento per tutti quei bambini che da un giorno all’altro si sono trovati chiusi in casa con la famiglia e privati delle relazioni sociali e delle strutture educative e ludiche. La madre di Claudio ha voluto mostrare il figlio per denunciare il disagio psichico dei bambini e il suo atto coraggioso e malinconico ha avuto l’effetto di destare una buona sensibilità sociale verso l’universo infantile. Il video è benemerito perché denuncia e insegna, denuncia alle autorità costituite a vari livelli che i bambini esistono e non sono imbecilli, insegna concretamente ai genitori come valutare il disagio inevitabile dei figli e come comportarsi di conseguenza.

Vediamo cosa ci insegna Claudio con la sua reazione da bambino equilibrato e armonico.

Ho estrapolato le frasi salienti per analizzarle e per indicare un paradigma psichico ottimale di un bambino in salute e non certo sull’orlo di una crisi di nervi. Questo paradigma vale anche per il bambino che ogni adulto sente scalpitare dentro.

Io non posso vivere tutta la giornata chiuso in casa.”

E’ la coscienza vigilante di Claudio, il suo “Io”, a dare parola e senso alla costrizione della sua bella persona al chiuso della casa. La reazione avviene dopo un mese, per cui è assolutamente giusto che l’Io di Claudio esprima e denunci la sua incapacità di vivere tra le quattro mura domestiche, protettive quanto vuoi, ma ormai degenerate in prigione. E vero che ci sono stati i vantaggi iniziali, tutti “secondari”, di vivere la novità di non andare a scuola e di avere la mamma a portata di mano. E’ vero che sono stati accantonati i vantaggi “primari” di una vita attiva e costruttiva, piena di vitalità e di stimoli, di scambi e di novità. Adesso Claudio non riesce più a nobilitare la clausura in un sistema protettivo e affettivo, non riesce più a sublimare i suoi conflitti e i suoi tormenti in una logica necessità di sopravvivenza, non gli basta la mamma e i suoi modi di essere maestra di una innaturale e drammatica evenienza. La claustrofilia, l’amore coatto per lo spazio angusto, ha fatto il suo tempo e dopo un mese Claudio comunica alla madre e a tutto il mondo che il tempo è scaduto, non soltanto il suo tempo, ma anche quello di tutti i bambini. Ed è scaduto ampiamente. Adesso si corre il rischio di ammalarsi, ma non di “coronavirus”, di nevrosi fobica, di mettere a dura prova la propria “organizzazione psichica”, di mettere le basi dell’angoscia da panico, di ingrossare il nucleo psichico dell’aggressività e del senso di colpa.

Chiede Claudio: “frega a qualcuno tutto questo o mi devo arrangiare da solo?”

Tu mi accompagni dal nonno.”

Claudio ha pronta la soluzione umana e clinica: il nonno, la figura sacra e giusta, l’uomo veramente salvifico, colui che capisce e protegge con la sua veste austera e bambina. Claudio è perentorio, “tu mi accompagni dal nonno” e così ho e abbiamo risolto il problema. Claudio ha perso fiducia non nella mamma, ma nel suo costante richiamo al dovere. Stenta ad affidarsi alla sua figura dopo tanta sofferenza sublimata, non vuole regredire a stati precedenti del suo sviluppo psichico, non vuole ricorrere alla somatizzazione dei suoi blocchi. Claudio sa dare parola al suo disagio e sa proporre anche la soluzione: il nonno, il padre saggio e comprensivo, la tradizione e il valore culturale, colui che sa e sa insegnare. Questo è l’uomo giusto in tanto trambusto dei sensi e dei sentimenti. Claudio ha le idee molto chiare e si sa voler bene da solo. La mamma fa perno sul “Super-Io” del figlio, “bisogna” e “si deve” e “dobbiamo” e “devi”, e necessariamente si rivolge al suo “Io” con i suoi giusti ragionamenti perché trasmetta all’istanza del dovere quanto necessario per sopravvivere, prima che per legge. Ma Claudio non può allargare il suo “Super-Io” all’infinito, è innaturale, ci ha provato, è un bambino e la misura è colma. Claudio conosce bene il “principio del piacere” e il “principio di realtà”. Il “principio del dovere” ha cominciato a concepirlo e adesso si trova a subirlo. Il bambino sta dicendo alla madre: “o mi fai uscire o io mi ammalo.” Il dilemma non è esistenziale e filosofico, il dilemma è clinico. La reazione del bambino è sana, così come la sua auto-terapia.

Mi prepari la valigia e io vado dal nonno.”

Claudio ha le idee veramente chiare e ci tiene alla sua salute psicofisica. Il nonno è la via di fuga dal dolore e dalla malattia, la salvezza per un bambino che usa le parole come frecce acuminate per la drastica chiarezza e per il sodo contenuto. Claudio è pronto a partire e a lasciare la mamma senza rancore. Chissà quante volte è andato dal nonno e ha vissuto con lui. Del resto, si tratta di una notevole figura costruttiva di riferimento e oltretutto prospera per la sua evoluzione. Il nonno è una ricchezza, un patrimonio dell’umanità e un valore aggiunto. Claudio non sta chiedendo niente di eccezionale e di straordinario. La sua richiesta rientra nella normale politica della famiglia e non trasgredisce nessuna legge psichica e sociale. Adesso bisogna uscire da quello spazio chiuso che opprime e blocca le migliori energie. Claudio vive sensazioni bruttissime di inanimazione depressiva. La sua auto-terapia è andare dal nonno.

Non ce la faccio a stare dentro casa, voglio un pochino uscire.”

Claudio è stato deciso e perentorio. A questo punto si ricrede e si chiede se è proprio sicuro di poter fare a meno della mamma. Ragiona e riflette con il suo “Io” e capisce che i suoi bisogni affettivi risiedono in lei. Lui è soltanto allergico alle imposizioni del “Super-Io” sociale, ai drastici divieti e alle inumane costrizioni. Del resto, Claudio chiede di voler uscire “un pochino”, la dose giusta per ripartire verso i nuovi tormenti. Il passaggio dallo spazio chiuso della sua casa allo spazio aperto della strada gli consentirà di prendere aria psichica e di vivere un po’ di libertà. La claustrofilia non funziona più e sta tralignando nella claustrofobia. Tra rabbia e pianto viene fuori il “non ce la faccio a stare dentro casa”, la diagnosi giusta. Tra rabbia e pianto viene fuori “voglio un pochino uscire”, la terapia giusta. Il resto va da sé e si porta dietro tutto il carico dello slancio vitale e delle relazioni benefiche con le persone e con gli oggetti. Il culmine è raggiunto nel desiderio di andare a scuola.

Sono stanco, me ne voglio andare via da qua.”

Non è una fuga dal problema, non è un sotterfugio furbetto per esimersi dal suo dovere, è la soluzione al suo malessere. La stanchezza paradossalmente attesta della classica “psicoastenia”, la stanchezza appartiene al sistema psichico che non è più in grado di desiderare e di tollerare lo stato d’inerzia del corpo e del pensiero.

Non voglio, non ce la faccio più.”

Il “non voglio” non è un capriccio, è proprio la malattia del desiderio, non ho voglie, non riesco a volere nient’altro che la fine di queste drammatiche ristrettezze. Non ho più energie per tirare avanti, per trascinarmi in questo doloroso calvario.

Voglio andare in piscina.”

Voglio cimentarmi con me stesso e con gli altri, voglio mettermi alla prova, voglio ritornare alle mie rassicuranti abitudini e ai miei riti pomeridiani.

Voglio andare nel campo a giocare.”

Voglio relazionarmi nel gioco, voglio essere libero di esprimermi e di muovermi, voglio sprizzare energia da tutti i pori, voglio essere creativo e geniale.

Voglio andare a scuola.”

Voglio condividere con i miei compagni e le mie maestre i doni dell’educazione e dell’istruzione. La scuola è palestra di vita più che mai.

Voglio andare in giro e vedere gli altri.”

“Voglio”, “voglio”, “voglio”, la restrizione ha bloccato le energie genuine della volitività, un “voglio” che si traduce ho bisogno e collima con la necessità di vivere in maniera naturale. Dopo i tanti “voglio” Claudio avverte la pesante frustrazione del suo corredo psichico e si trova a vivere un “tratto depressivo” che emerge proprio quando prende coscienza dell’impossibilità di realizzare i suoi desideri e di appagare i suoi bisogni. A questo punto può scaricare l’aggressività collegata alla frustrazione magari rompendo un giocattolo, ma Claudio si rende contro che può aggredire soltanto se stesso e che può farsi male. Si congeda dalla madre e si ritira nella sua stanza dicendo:

Voglio stare un pochino da solo.”

Claudio non ha manifestato in maniera indiretta il suo “fantasma di morte”, non ha parlato della possibilità della morte, non ha seguito il discorso della madre sulla forza maggiore che costringe a stare chiusi in casa e a non incontrare nessuno, neanche il nonno, pena il pericolo del contagio e della malattia. Il bambino rimuove l’angoscia di morte e la sposta nella casa e nella costrizione al chiuso e all’inanimato. La casa è la tomba di chi vuol restare vivo.

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Cosa ci ha insegnato Claudio, un bambino come altri milioni di bambini che sono stati e sono costretti, per non ammalarsi e per continuare a vivere, nelle pareti domestiche più o meno sicure, più o meno protettive, più o meno familiari. Claudio ci ha offerto il parametro ottimale della salute mentale in tanta disgrazia, una situazione psichica individuale e collettiva di cui ancora non possiamo essere del tutto consapevoli. Claudio è un bambino sano perché si emoziona, parla, sa, si conosce e reagisce, percorre tutte le tappe del suo psicodramma. La rabbia si interseca con le parole, mentre la consapevolezza del dovere si espia con la leggera depressione del “voglio stare un pochino solo”. Claudio deve essere assunto a modello delle nostre reazioni a siffatte reclusione e frustrazione. Se noi adulti abbiamo mantenuto il nostro Claudio dentro, possiamo essere sicuri che stiamo reagendo bene a tanta malora e con il minor danno futuro possibile. Dobbiamo vivere le emozioni, il dolore, il pianto, dobbiamo tradurli in parole con piena consapevolezza, dobbiamo riflettere sulla necessità di così grande perdita di vita da vivere e di relazioni da gustare. Dobbiamo arrabbiarci senza vergogna, dobbiamo avere una mamma da amare anche senza condividerla, dobbiamo avere un nonno come il nostro rifugio, dobbiamo conoscere i nostri desideri, dobbiamo riflettere su quale vita ci piace fare, dobbiamo accettare e assecondare l’isolamento depressivo per rafforzare le nostre riflessioni e tornare fuori dalla stanza più forti di prima e convinti che a tanto male stiamo reagendo senza farci tanto male.

GRAZIE CLAUDIO !

E A BUON RENDERE

LA PIETAS E LA MORTE

LA MADRE DI CECILIA

“Scendeva dalla soglia d’uno di quegli usci, e veniva verso il convoglio, una donna, il cui aspetto annunciava una giovinezza avanzata, ma non trascorsa; e vi traspariva una bellezza velata e offuscata, ma non guasta, da una gran passione, e da un languor mortale: quella bellezza molle a un tempo e maestosa che brilla nel sangue lombardo. La sua andatura era affaticata, ma non cascante; gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante; c’era in quel dolore un non so che di pacato e di profondo, che attestava un’anima tutta consapevole e presente a sentirlo. Ma non era il solo suo aspetto che, tra tante miserie, la indicasse così particolarmente alla pietà, e ravvivasse per lei quel sentimento ormai stracco e ammortito ne’ cuori.

Portava essa in collo una bambina di forse nov’anni, morta; ma tutta ben accomodata, co’ capelli divisi sulla fronte, con un vestito bianchissimo, come se quelle mani l’avessero adornata per una festa promessa da tanto tempo, e data per premio. Né la teneva a giacere, ma sorretta, a sedere su un braccio, col petto appoggiato al petto, come se fosse stata viva; se non che una manina bianca a guisa di cera spenzolava da una parte, con una certa inanimata gravezza, e il capo posava sull’omero della madre, con un abbandono più forte del sonno: della madre, ché, se anche la somiglianza de’volti non n’avesse fatto fede, l’avrebbe detto chiaramente quello de’ due ch’esprimeva ancora un sentimento.

Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria. Ma quella, tirandosi indietro, senza però mostrare sdegno né disprezzo, «no!» disse: «non me la toccate per ora; devo metterla io su quel carro: prendete». Così dicendo, aprì una mano, fece vedere una borsa, e la lasciò cadere in quella che il monatto le tese. Poi continuò: «promettetemi di non levarle un filo d’intorno, né di lasciar che altri ardisca di farlo e di metterla sotto terra così». Il monatto si mise una mano al petto; e poi, tutto premuroso, e quasi ossequioso, più per il nuovo sentimento da cui era come soggiogato, che per l’inaspettata ricompensa, s’affacendò a far un po’ di posto sul carro per la morticina.

La madre, dato a questa un bacio in fronte, la mise lì come su un letto, ce l’accomodò, le stese sopra un panno bianco, e disse l’ultime parole: «addio, Cecilia! riposa in pace! Stasera verremo anche noi, per restar sempre insieme. Prega intanto per noi; ch’io pregherò per te e per gli altri». Poi, voltatasi di nuovo al monatto, «voi», disse, «passando di qui verso sera, salirete a prendere anche me, e non me sola». Così detto, rientrò in casa, e, un momento dopo, s’affacciò alla finestra, tenendo in collo un’altra bambina più piccola, viva, ma coi segni della morte in volto. Stette a contemplare quelle così indegne esequie della prima, finché il carro non si mosse, finché lo poté vedere; poi disparve. E che altro poté fare, se non posar sul letto l’unica che le rimaneva, e mettersele accanto per morire insieme? Come il fiore già rigoglioso sullo stelo cade insieme col fiorellino ancora in boccio, al passar della falce che pareggia tutte l’erbe del prato.”

da “I promessi sposi, di Alessandro Manzoni

. . . _ _ _ . . . S O S

INFANZIA E ADOLESCENZA

MECCANISMI E PROCESSI DI DIFESA

La costrizione psicofisica al chiuso, la restrizione dei contatti sociali e soprattutto l’angoscia di morte sono decisamente vissuti innaturali e traumatici per i bambini e per gli adolescenti, oltretutto perché prolungati e al momento indeterminati.

I “meccanismi e i processi psichici di difesa” dall’angoscia che innescano i bambini e gli adolescenti sono i seguenti:

“rimozione”, non ci pensano, dimenticano, trascurano, non ci filano dietro,

“onnipotenza”, ce la faranno, ne verranno fuori eroicamente,

“isolamento”, separano il pensiero della reclusione dalle sensazioni d’angoscia,

“annullamento”, convertono l’angoscia in un rituale elaborato o conosciuto,

“volgersi contro di sé”, si sentono in colpa e devono espiarla in qualche modo,

“spostamento”, riversano l’angoscia in un oggetto, il feticcio,

“messa in atto”, reagiscono alla vulnerabilità con l’azione, sono molto attivi,

“regressione”, tornano indietro a fasi superate dello sviluppo psicofisico,

“sublimazione”, pregano o fanno i buoni o chiedono perdono,

“altri meccanismi di difesa” dall’angoscia individuali e personali che non sono contemplati nei trattati di Medicina psicosomatica perché sono frutto della loro creatività e hanno il benefico risultato di alleviare il dolore e la sofferenza.

LA SOMATIZZAZIONE DELL’ANGOSCIA

La preoccupazione dei genitori deve subentrare quando l’angoscia dei figli si somatizza, quando il livello delle tensioni nervose accumulate non è più gestibile dal sistema nervoso centrale e periferico, per cui turba l’equilibrio omeostatico e disturba le funzioni psichiche e organiche. I bambini e gli adolescenti sono aperti alle novità proprio per la loro natura psicofisica. Hanno una buona duttilità mentale perché sentono che l’evoluzione organica è veloce e ben visibile, perché sanno che i processi psichici sono più lenti e richiedono tempo per essere assimilati. E’ questo il loro equilibrio: la consapevolezza incarnata nell’evoluzione e nella crescita, il vivere sulla pelle il divenire psicofisico, il pensiero ormonale.

Alla luce di questi fattori di gran pregio, consideriamo la crisi psicosomatica, il suo significato, la prognosi e l’intervento possibile da parte dei genitori. Preciso che tra i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia citati il più usato è la “regressione”, perché si presenta a portata di mano e risolve beneficamente un conflitto contingente. La “regressione” è dannosa se persiste e si struttura nell’adulto.

A questo punto elenco e spiego i disturbi psicosomatici, quelli che hanno una causa psichica e sono causati da uno scarico della tensione nervosa, angoscia, attraverso il corpo e in un disturbo degli organi e degli apparati che manda in tilt le funzioni psicofisiche. Bisogna considerare che trattandosi di uno scarico di tensione nervosa in sovraccarico, il disturbo è benefico perché riporta in equilibrio il sistema psicofisico di distribuzione delle energie.

I DISTURBI PSICOSOMATICI DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI

La richiesta del “ciuccino”, oggetto transferale, esprime il bisogno di un appagamento sostitutivo in riguardo agli affetti e uno scarico della tensione nervosa. La madre e il padre intervengono e acconsentono nella difficile contingenza ai bisogni del figlio, provvedono a una loro maggiore e migliore presenza. La figura materna è importante per risolvere l’investimento affettivo del figlio nel ciuccino. L’oggetto transferale è considerato un prolungamento simbolico della figura materna.

Il “dito in bocca” e qualsiasi altro rituale personale del bambino non vanno censurati, vanno tollerati in silenzio e senza rimbrotti in quanto benefiche regressioni e compensazioni. Hanno la funzione di esorcizzare l’angoscia, per cui la madre e il padre devono provvedere a instillare nel bambino maggiore sicurezza e protezione con le parole e gli atti.

La “balbuzie”, un disturbo del linguaggio, indica la conversione dell’angoscia nella fluidità della loquela. Si tratta di angoscia, il bambino ha bisogno di essere tranquillizzato attraverso il dialogo per favorire la presa di coscienza della causa contingente. Chiama in causa il padre per ridurre la tensione, ma la madre serve per l’affettività.

La “inappetenza”, un disturbo dell’alimentazione, esprime un rifiuto affettivo e una forma di isolamento, ma è anche una richiesta d’aiuto. E’ una forma apparentemente autonoma di gestire l’angoscia attraverso una riduzione del cibo. L’abbraccio costante e premuroso è sempre la migliore medicina. Privilegiata è la madre, di valido concorso è il padre.

La “fame nervosa” è un disturbo alimentare che insorge per scaricare la tensione nervosa e per significare il bisogno affettivo inappagato. Chiamata in causa è la madre e in rafforzamento è richiesto il padre.

Il “vomito” è un disturbo digestivo ed è legato a un rifiuto della dipendenza affettiva e a una reazione aggressiva verso la mancanza di affetto che il bambino avverte in base ai suoi bisogni. La rassicurazione da parte della madre e del padre sulla sua richiesta ambigua si svolgerà con le parole e con i fatti.

La ”anoressia” contingente, il rifiuto del cibo, è un tratto psicofisico delicato che bisogna considerare ben bene. L‘angoscia è legata a un conflitto affettivo che include la madre e il padre, nonché il corpo. L’intervento di entrambi è finalizzato alla risoluzione della relazione con parole e azioni, affetti e riflessioni perché la scelta del disturbo è oltremodo significativa: un campanello d’allarme.

La “diarrea” si spiega con l’azione turbolenta dell’angoscia a livello gastrointestinale. Il sintomo descrive il rifiuto della contingenza drammatica e la paura accumulata e risolta con il rituale continuato dell’espulsione delle feci. Necessita l’intervento della madre e del padre in rassicurazione benefica e in spiegazione ottimistica dell’evento.

Il “mal di stomaco” si spiega con la richiesta di essere accudito e protetto, un momento di debolezza psicologica. E’ rivolto alla madre in primo luogo e al padre per quanto riguarda la sicurezza e la rassicurazione.

La “stitichezza” si attesta in una contrazione nervosa dell’apparato gastrointestinale e in una conversione dell’angoscia per significare lo stato di blocco psicofisico, la rabbia per l’inanimazione e la restrizione, la chiusura individualistica e il rifiuto dell’ambiente. Il padre è chiamato in causa per rassicurare e proteggere, mentre la madre interverrà per donare e per stimolare all’abbandono affettivo al posto di un inutile e dannoso isolamento.

La “encopresi”, farsi la cacca addosso, è un disturbo regressivo che attesta di un forte bisogno di dipendenza dalla figura materna e di un ricatto affettivo. È un mettere alla prova la quantità e la qualità dell’amore materno. Il bambino manipola i genitori per avere un tornaconto affettivo e per esercitare una forma di potere all’interno della relazione con i genitori. Bisogna capire le regole del gioco e far capire al bambino che il suo obiettivo si può raggiungere per via normale e senza ricorrere a stratagemmi non igienici. La madre sostenga e affermi la figura del padre. Quest’ultimo sia autorevole e non autoritario. Questo è un conflitto preesistente all’epoca del coronavirus e che si ripropone sulla scia dell’angoscia in atto.

La “enuresi”, fare la pipì di notte addosso, desta preoccupazione perché si tratta di un conversione d’angoscia importante, di una tensione nervosa forte al punto di aprire la vescica per scaricarla. L’angoscia di questi tempi non manca ed è angoscia depressiva di perdita. Entrambi i genitori sono chiamati a prendersi amorevole cura del bambino per la qualità del disturbo: affetto e parola per aiutare la consapevolezza dei contenuti dell’angoscia. Ovvio, niente rimproveri e derisioni.

La “asma” o le difficoltà respiratorie, del tipo “mi manca il fiato”, significano una richiesta d’aiuto per l’angoscia di essere abbandonato e lasciato solo, di perdere l’amore e la protezione dei genitori. Chiamata in causa in prima istanza la madre per la rassicurazione affettiva e di poi il padre per il rafforzamento psichico.

La “emicrania” è una richiesta di attenzione fatta indirettamente ai genitori e causata dal bisogno di considerazione e di affetto. Di solito il bambino ripete il disturbo che in famiglia ha visto nelle figure genitoriali e lo propone per i suoi bisogni contingenti. Madre e padre si mettono in allerta e vanno in sostegno.

La “insonnia”, difficoltà a prendere sonno, rievoca un disagio di abbandono e di solitudine, un’angoscia nell’affidarsi al sonno per paura di restare solo e perché il sonno viene equiparato a una forma di morte. L’insonnia contiene un bisogno di controllo dei genitori per paura che muoiano, per cui è necessario non perdere la vigilanza. Di solito basta il genitore del sesso opposto a risolvere il quadro. Se non funziona, tutti sul lettone!

“L’incubo” attesta di una turbolenza nell’elaborazione del sogno e la mancanza delle difese per continuare a dormire. E’ occasionale e si risolve accudendo e rassicurando senza grandi patemi d’animo.

La “pelle” parla attraverso l’eczema, il prurito, la dermatite, disturbi che attestano di una ricerca di contatto affettivo ed erotico da carenza, secondo il registro del fabbisogno infantile, Entrambi i genitori sono chiamati in causa e i padri devono essere meno renitenti a questa forma di relazione corporea con i figli.

La “ipocondria” si manifesta con la paura di contrarre la malattia in atto ed è una paura giustificata, più che una fobia o un’angoscia. Tratti ipocondriaci sono le esagerazioni del contesto epidemico e la forte reattività emotiva. I genitori sono chiamati a rassicurare e a bloccare con mille ragionamenti e carezze questa traslazione dell’angoscia di morte.

Il “pianto isterico” si riduce a una scarica purificatrice delle tensioni nervose accumulate, “catarsi”, e fa solo bene perché libera il corpo da un sovraccarico nocivo. Non va censurato, ma va capito e si deve procedere alla rassicurazione emotiva da parte di entrambi i genitori, sempre tenendo in considerazione che spesso la madre opera a livello affettivo e il padre agisce a livello protettivo.

La “stanchezza” è una richiesta di aiuto e non una negligenza in questi tempi. Il disimpegno è una forma di noia, una caduta del desiderio, una forma depressiva. I genitori devono capire, far parlare i figli e stimolare con la giusta volitività e senza forzature e tanto meno costrizioni.

La “noia” è un pesante disturbo dell’universo desiderante del bambino, è una psicopatologia del desiderio e una crisi della tensione a pensare un traguardo e a raggiungerlo. Un bambino che non desidera è diventato vecchio perché i genitori non gli hanno concesso la possibilità di fantasticare e di appagare i suoi bisogni con la sua ricerca e le sue riflessioni. In questa drammatica situazione la “noia” è contingente e non patologica, ma è sempre un segnale da non trascurare e da considerare dopo la tempesta. Il padre e la madre sono chiamati a un intervento deciso e invitante di fronte a una chiusura depressiva e a un ristagno emotivo.

La “frequenza a far la pipì” attesta di un bisogno di scaricare la tensione nervosa, legata alla paura del contagio e della morte, attraverso un rilassamento piacevole. Non dimentichiamo mai che l’impatto di fondo della psiche dei bambini è con questo tremendo “fantasma” e con l’angoscia depressiva collegata.

“L’isolamento” dal contesto della famiglia è un segnale delicato e degno di grande considerazione da parte dei genitori, perché attesta di una chiusura in se stesso, di una manovra autistica intesa a preservarsi e a conservarsi chiudendo le relazioni con il mondo e tenendo soltanto quelle con se stesso. L’intervento dei genitori deve essere immediato e forte nel ripristinare i contatti con il figlio, nel rassicurarlo e nel farlo esprimere sul mondo interiore che sta vivendo, sull’angoscia di morte che ha preso una via pericolosa per essere risolta. Il bambino che si isola, non parla e non collabora non è un bambino tranquillo.

Il “mutismo” è un annesso dell’isolamento e vale quello che si è detto in precedenza. L’angoscia ha tolto la parola e il bambino non trova la possibilità di scaricarla. Non è un capriccio, è un’incapacità momentanea e reversibile. Il padre e la madre ridestino da questo isolamento il figlio attraverso la pazienza e la prudenza al fine di risentire la voce che ancora non sa articolare la qualità del messaggio. Lo stimolo costante delle loro parole e dei loro discorsi è auspicabile e risolutore.

“Sbattere la testa contro il muro” è un sintomo pesante e pericoloso perché attesta di un bisogno del bambino di liberarsi dai pensieri funesti e angoscianti e di una sua incapacità a risolvere da solo la brutta storia che gli gira dentro la testa. E’ necessario farlo parlare per dare corpo al pensiero, fargli dire i brutti pensieri che la sua testa elabora senza che lui possa fare qualcosa per impedirlo. Di poi, bisogna tenere sotto controllo il problema evidenziato e affidare il bambino allo specialista in psicoterapia. I genitori devono essere sensibili e non minimizzare il nucleo psichico che il “fantasma di morte” ha tirato fuori con le sue costanti provocazioni.

“Dondolare la testa” attesta di un rituale fobico e ossessivo che il bambino usa per manifestare la ripetitività dei suoi pensieri depressivi e per esorcizzare la ritornante emozione di perdita. E’ un segnale delicato e pericoloso come il precedente, per cui i genitori sono chiamati alla identica reazione.

In conclusione non dimentichiamo i “segnali individuali” che attestano di uno squilibrio o di un disturbo. I genitori conoscono i figli e sanno che qualche gesto o qualche atto, qualche postura o qualche movimento ha un significato particolare per il loro bambino. Questi sono i “segni soggettivi” che si ascrivono alla creatività di ognuno di noi. Tutti abbiamo elaborato ed elaboriamo segnali per indicare a noi stessi e agli altri uno stato d’animo o un conflitto. Tutti diamo un senso a questa nostra fenomenologia o modo di apparire agli altri. I genitori possono decodificare questi segni dei figli e possono intervenire con sollecitudine e premura. La parola e la razionalizzazione sono sempre buoni compagni di viaggio in questa relazione d’amore. Esempio: mio figlio quando ha paura mette le braccia conserte oppure mia figlia quando è arrabbiata muove la gamba o le sopracciglia: et cetera, et cetera, et cetera. Buona fortuna in questo approccio con i vostri figli e che sia foriero di nuovi sentimenti e di proficue scoperte per i grandi e per i piccoli. E quando tutto sarà passato, ricordatevi di non dimenticarli.

POSTILLA CONCLUSIVA

Il chiarimento del quadro clinico è motivato dall’attacco psichico che subiscono i bambini e gli adolescenti in questa drammatica contingenza e dalla messa in atto dei meccanismi di somatizzazione.

Siamo in un ambito psicologico, ma non va assolutamente trascurato il dato medico.

I bambini non vedono i nonni e le figure affettive di riferimento: questo è un fattore traumatico e chissà quale vissuto stanno elaborando su questa assenza.

Parecchi bambini e adolescenti sono toccati intimamente da un lutto, la perdita del nonno o della nonna, per cui i genitori stiano attenti alla “razionalizzazione del lutto” e favoriscano le manifestazioni del dolore a garanzia di una minore “rimozione” e dell’uso di meccanismi psichici meno pericolosi in tale drammatico contesto di perdita.

Ricordo che stiamo vivendo sulla testa e sulla pelle un evento eccezionale che non possiamo assorbire a livello psicologico se non con tempi lunghi. Attualmente possiamo soltanto razionalizzare la realtà in atto e metterci il migliore riparo possibile, ma cosa del nostro pregresso psichico ha evocato il famigerato “fantasma di morte” lo sapremo, grandi e piccoli, cammin facendo. Di conseguenza preservare oggi i piccoli e indifesi bambini significa aiutarli a non accusare disturbi domani. Questa opera di prognosi va fatta dai genitori con la massima solerzia e sollecitudine, oltre che con il sentimento della “pietas”, condivisione e riconoscimento, che è il miglior alleato del sentimento d’amore.

E COSI’

E così non ti vedrò mai più.

E così non ascolterò più la tua voce

sussurrarmi “quando arrivi stasera”

o “casa vuoi da mangiare”,

le domande della vita di sempre,

della vita di noi due,

quelle segnate dalle ore sull’orologio della nostra cucina.

E così sei andato a trovare la mamma.

Come un ladro ti sei nascosto ai miei occhi dentro uno scafandro

e non sei venuto con me

a respirare la fresca brezza dell’Adda

dall’acqua grigia e lenta che scorre come il fango,

non sei venuto con me

a perdere il fiato per le lunghe corse

sugli argini segnati dai biancastri platani.

Mi hanno detto che il tuo corpo sopraffino è stato cremato in Friuli

e che avrò in dono un’anfora bianca ricolma del tuo nettare,

un’anfora di marmo bianco

da cui bere il sorso dei tuoi ultimi affannosi respiri,

un’anfora in cui versare i miei ultimi affannati sospiri.

Mio adorato padre,

ci ritroveremo sulle sponde dell’Adda

tra il fango e la melma che toglie il fiato

e che sporca le bianche carni di una figlia devota,

di una donna innamorata e abbandonata

da un futuro eroe nazionale degli Spedali civili di Brescia.

Silvia

…………. (BS), martedì 31 del mese di Marzo dell’anno 2020

PREGHIERA ALLA MADONNA

Ieri pregavo in chiesa la Madonna…e ho capito…mi ha aiutato a capire. La situazione contingente d’isolamento totale dai miei cari ha per me una funzione potentissima: mi serve a capire la mia vera essenza, il mio valore, il mio fine intrinseco. Cioè non nelle relazioni, non Giulia mamma di Marco, figlia di Anna, compagna di Michele…Io non valgo per ciò che valgo nelle relazioni, ma per ciò che sono. Non è l’importanza che rivesto per loro che mi dà valore. Non valgo di più o di meno di qualcuno, ho semplicemente un mio valore intrinseco, svincolato dagli altri. E ciò che sono posso capirlo solo nel momento in cui mi stacco da tutti e invece di guardare loro con il binocolo, guardo me con il microscopio. Via tutti da torno e m’immergo.

Sono stata in uno stagno, dove da fuori mi veniva buttato il mangime…io lo chiedevo con le preghiere alla Madonna e lei me lo dava con pazienza, aspettando che io avessi il coraggio di immergermi nel mare grande.

Nel mare ci si arriva attraverso il cuore, come il velo di Maya, è attraverso il cuore che si può squarciare e unirsi al tutto. Ma prima di unirmi al tutto, io devo capire esattamente chi sono, sentire la mia come singolarità e non solitudine…altrimenti nel mare mi spavento e mi perdo. Devo sentire fortissimo chi sono.

La Madonna, che io amo, mi ha detto sostanzialmente…ti ho dato gli strumenti, o meglio, ti ho aiutato a vederli e tenerli vivi, ora usali e va…

Ho capito…questo momento contingente si declina su di me con questa connotazione positiva…ha la sua funzione o semplicemente mi ha aiutato a riconoscere la mia strada…

Non so cosa troverò, ma so che la mia vita ha senso solo attraverso questo passaggio stretto dentro al mio cuore per poi, forse, se sarò brava, rinascere al di là nel mare grande…

Una rinascita… come tutte le nascite, attraverso un condotto stretto verso la luce…

Giulia

Conegliano, martedì 17 del mese di Marzo dell’anno 2020