IL MIO COMPLEANNO ZEN

TRAMA DEL SOGNO

“Il luogo era un insieme della casa in campagna di mia nonna, di un monastero Zen e di un campeggio per artisti di strada in cui si allenavano con i numeri di giocoleria e costruivano amache e altre cose da vendere.

Lì viveva una comunità folta e l’atmosfera che dominava era di serenità e di grande equilibrio. Io ero arrivata da poco e abbastanza inaspettatamente e sentivo quel posto come la mia vera casa.

Erano i giorni attorno al mio compleanno. Lì c’era mia madre che sorseggiava una tisana e mi teneva la mano, contenta per il fatto che avrei passato il mio compleanno insieme a lei.

C’era anche una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida, che vive in Brasile e che non vedo da due anni, e io ero curiosa di cosa avrei provato a passare il giorno del mio compleanno insieme a lei.

Lei era molto sorridente e amorevole, come tutti là, ed era felice che fossi là. I sorrisi non erano mai espressione di un’allegria frizzante o esplosiva, ma come di una calma interiore, un’amorevolezza profonda e gratitudine.

Io e mia madre guardavamo la foto dei miei due fratelli maschi: erano seduti su un tronco e guardavano davanti a loro verso l’orizzonte con lo sguardo assorto, erano seri nel volto ma sereni, assolutamente presenti nei loro corpi.”

Io sono Lucia.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il luogo era un insieme della casa in campagna di mia nonna, di un monastero Zen e di un campeggio per artisti di strada in cui si allenavano con i numeri di giocoleria e costruivano amache e altre cose da vendere.”

Lucia parla di sé in maniera gentile e garbata, come si conviene a una donna giovane che si trova sul cammino della sua vita a percorrere le strade che portano alla riflessione sulle proprie radici, sulla spiritualità elevata al Buddismo Zen e sull’arte dei giocolieri e dei “vocumprà”. Questi sono i tre pilastri su cui poggia l’esistenza in atto di Lucia, tre colonne su cui poggia anche la Sicilia nella tradizione popolare di Colapesce. La “nonna” è stata una figura importante per la formazione psichica di Lucia. Da lei ha mutuato lo slancio verso l’originalità o la tendenza a non massificarsi, nonché un buon pragmatismo e una altrettanto buona manualità. Arte e spiritualità attestano della “sublimazione della libido” da parte di Lucia come difesa dall’angoscia di vivere e il processo difensivo si riversa sulle spalle e sulla pelle delle proprie pulsioni erotiche e sessuali. La “casa di campagna” della nonna rievoca Cappuccetto rosso e le sue arcinote traversie, ma non mi dilungo in questo riferimento. Lucia è in preparazione di un evento da celebrare in questo luogo e insieme a questa gente, un luogo dell’anima nonostante le apparenze materiali, un luogo Zen, un monastero dello Spirito con i dintorni artistici e creativi tanto forieri della Bellezza e dell’Armonia. Anche attraverso il gioco e la “giocoleria” si arriva nelle sfere alte dei cieli e nei luoghi delle reincarnazioni. Ognuno ha il destino che si è scelto a suo tempo, come Lucia, la nonna, i monaci, i giocolieri, gli artisti di strada. Tutti abbiamo anche un’amaca su cui distenderci per la meditazione e su cui dondolarci in armonia con le oscillazioni dell’intero universo.

Lucia esordisce con le sue complessità psichiche e decodificandole si corre il rischio di banalizzarle. Comunque sorridere non guasta mai e soprattutto se si sa sorridere nel vero senso della parola e non lasciandosi suggestionare da temi antichi e moderni come la cocaina o l’oppio dei popoli.

Lì viveva una comunità folta e l’atmosfera che dominava era di serenità e di grande equilibrio. Io ero arrivata da poco e abbastanza inaspettatamente e sentivo quel posto come la mia vera casa.”

Dopo i trambusti formativi Lucia ha trovato un equilibrio psicofisico mettendo insieme il meglio delle sue esperienze vissute nel privato e nel sociale. “Quella serenità e quell’equilibrio” sono decisamente aspirazioni di una donna che è venuta appena fuori da una tempesta dei sensi e da un trambusto delle emozioni. Lucia si è acquietata e adesso ama stare in mezzo alla gente della sua pasta, persone creative e dalle forti tendenze a “sublimare” nell’Arte il corpo e i suoi annessi e connessi. Lucia “era arrivata da poco”, Lucia ha conosciuto altre turbolenze per poter affermare che quel posto era la sua “vera casa”. Lei stessa si meraviglia di questo approdo inaspettato in una comunità pneumatica dove domina “serenità” e “grande equilibrio”, tutto il contrario di quello che Lucia ha vissuto in precedenza e che volentieri vuole lasciarsi alle spalle. E’ evidente che Lucia si trova sulla strada di Damasco, la strada delle turbolenze magnetiche e psichiche, quella che volge all’incontrario tutto quello che l’attraversa, viventi e uomini compresi. Dopo una vita spericolata e vissuta alla grande Lucia sente il bisogno di convertirsi, volgersi nel contrario, di fare una conversione nell’opposto, dalla materia allo spirito, dall’esaltazione della prima all’esaltazione del secondo, dal processo psichico di difesa della “materializzazione” al processo psichico di difesa della “sublimazione”, difese sempre dall’angoscia esistenziale collettiva e dall’angoscia depressiva personale. Il sogno di Lucia si snoda per eccessi e non contempla una linea mediana su cui scorrere senza scompensi e salti mortali senza rete. Si presenta un “Io” pienamente consapevole del suo misticismo e di usare la “sublimazione della libido” come l’unica panacea della brutta esistenza e dei peccatori carnali. In ogni caso Lucia “sente quel posto come la sua vera casa” e allora non resta che visitarla con reverenza e con rispetto, visto che si tratta di una dimora ad alto tasso di celeste essenza.

Erano i giorni attorno al mio compleanno. Lì c’era mia madre che sorseggiava una tisana e mi teneva la mano, contenta per il fatto che avrei passato il mio compleanno insieme a lei.”

Continua la rassegna delle presenze psichiche di Lucia, delle persone particolarmente significative da ammettere alla sua visione e al mistico consesso. Le radici chiamano e chiedono la soluzione del tributo. Il giorno genetliaco di Lucia si festeggia insieme alla “madre”, la diretta responsabile di tanto travaglio e di tanta figlia. In precedenza era stata chiamata in causa la “nonna” nella sua “casa di campagna” per allietare questo sogno nel segno del Femminile e del lieto evento. Sono presenti tre donne, due mamme e una figlia; di uomini neanche l’ombra, almeno fino adesso. Una “madre” che “sorseggia una tisana” e tiene la mano alla figlia è una scena idilliaca e orientale, così come la “nonna” nel contesto bucolico risulta più casereccia del pane di casa e più concreta della bottegaia che vende il baccalà presso il mercato del popolo. Lucia costruisce in sogno atmosfere rarefatte e rilassamenti da nirvana o da fumatori di oppio. Manca la verve energetica in maniera direttamente proporzionale all’intensità delle energie investite nella precedente vita, meglio nel precedente modo di pensare e di vivere di Lucia. La fusione con la madre attraverso un cordone ombelicale adulto è una larvata dipendenza da questa figura anche se vissuta più come sorella e compagna di viaggio da parte di una figlia chiaramente cresciuta e consapevole dei suoi vissuti. La rievocazione della scena del parto è pronta e i festeggiamenti si snodano tra ricordi e nostalgie. La rinascita in vita come evoluzione spirituale si attesta nel compleanno che Lucia vive giustamente in compagnia della madre carnale. Dal corpo allo spirito il passo non è di certo breve e poco impegnativo, perché si tratta di anni luce da impiegare nel percorrere la linea dello “spaziotempo” proprio quando s’incurva. Il compleanno Zen merita tanta prosopopea in un locale dove si serve esclusivamente estasi e atarassia in versione chiaramente analcolica.

C‘era anche una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida, che vive in Brasile e che non vedo da due anni, e io ero curiosa di cosa avrei provato a passare il giorno del mio compleanno insieme a lei.”

E’ un sogno tutto al Femminile e secondo i dettami del “principio psichico femminile”. Adesso subentra “una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida”, la terza donna del sogno di Lucia. Questa figura rappresenta simbolicamente la “vita lucida”, la coscienza vigilante e la materia vivente, il “principio di realtà” e l’istanza psichica dell’Io concreto e pragmatico che usa la “libido” in maniera godereccia. Lucia è stata legata a questa donna secondo i canoni dell’innamoramento e della passione e conosce molto bene questo trasporto sensoriale e affettivo. Lucia conosce bene se stessa quando si è vissuta nella realtà di una relazione grassa e crassa. Di poi ha iniziato a sperimentarsi in questa nuova dimensione di “libido” sublimata e vuole condividerla con questa donna che nel recente passato aveva investito in pieno della sua originaria “libido”. Da buona e brava materialista, Lucia ha detto basta al corpo e ai suoi bisogni per risorgere nella spiritualità. Celebra il primo compleanno di rinascita in vita dopo la conversione alla pratica spirituale buddista Zen e vuole sperimentare i suoi sensi e i suoi affetti nella circoscrizione della “sublimazione”, nella nobiltà aristocratica dell’Arte e dello Zen. Quante nascite ha celebrato e celebra oggi Lucia? Sicuramente due, quella “materiale” e quella “spirituale” restando dentro lo stesso corpo. Ricordo che il Buddismo predica la reincarnazione o la rinascita. Quante volte è rinata Lucia, il sogno non lo dice anche perché non tocca questo punto metafisico della Filosofia buddista o del Buddismo, se vi aggrada.

Lei era molto sorridente e amorevole, come tutti là, ed era felice che fossi là. I sorrisi non erano mai espressione di un’allegria frizzante o esplosiva, ma come di una calma interiore, un’amorevolezza profonda e gratitudine.”

Anche questa donna, l’innamorata della “vita lucida”, è affascinata dalla presenza di Lucia in questa vita Zen e in questa comunità spirituale dove l’allegria non è fare bordello e disinibirsi sbevazzando, ma vivere la calma interiore. Lucia ha raggiunto un traguardo psicofisico veramente invidiabile perché è riuscita a ripulire dalla materia volgare le attività sentimentali e affettive. La bontà della “sublimazione” e la bontà della spiritualità si sommano in un ampio crogiolo orientale che rievoca società comunitarie avulse dai torbidi intrighi dell’Occidente. Lucia si è elevata dalla materia che in passato ha contrassegnato la sua vita e le sue scelte e dopo un processo di crescita si è riconciliata con se stessa e con gli altri. Ha visto la sua femminilità e l’amore attraverso la nonna, la madre, la sua donna e può esulare verso le pulsioni umane più nobili e può contemplare la verità profonda che governa l’uomo e l’universo.

Io e mia madre guardavamo la foto dei miei due fratelli maschi: erano seduti su un tronco e guardavano davanti a loro verso l’orizzonte con lo sguardo assorto, erano seri nel volto ma sereni, assolutamente presenti nei loro corpi.”

Finalmente Lucia tira in ballo l’universo maschile nelle figure “dei due fratelli” anche se in versione fotografica. La solidarietà madre-figlia si rafforza in questa prospettiva nostalgica che vuole i fratelli maschi in gran forma materiale e spirituale: “seduti, sguardo assorto, seri, sereni, presenti nei corpi”. Anche loro, pur tuttavia, sono stati sublimati dalla sorella e deprivati di quella umanità massiccia di natura libidica che connota due giovani uomini che hanno davanti tutta una vita da vivere e che puzzano di testosterone. Eppure Lucia ne fa due aspiranti al Buddismo e due asceti pronti alla meditazione, li colora nel volto di una tinta orientale che coniuga la serietà alla serenità, lo sguardo assorto all’orizzonte e vigilanti dentro i loro corpi. Non è, di certo, un’immagine goliardica quella che Lucia compone per i suoi fratelli, è un quadretto affettuoso e ben augurante in linea con l’atmosfera rarefatta e quasi perfetta degli asceti orientali che possono stare seduti su un tronco a guardare l’orizzonte.

Questa è l’interpretazione del sogno di Lucia nel giorno del suo primo compleanno Zen.

Alcune riflessioni sono importanti per meglio inquadrare il sogno di Lucia. Il prodotto psichico risente chiaramente della sua conversione al Buddismo Zen e al superamento della modalità di vita occidentale. L’ottica del sogno è prettamente femminile e la protagonista rileva con pacatezza le figure femminili che l’hanno formata a livello psichico e in cui si è in parte identificata in attesa di un suo personale superamento spirituale verso le alte sfere delle pratiche ascetiche dei monaci buddisti. La causa di questa evoluzione spirituale il sogno non la contempla, ma si può rilevare una vita pienamente vissuta all’occidentale da Lucia anche con innovazioni sul tema della coppia: amore saffico. Tutto il sogno è impostato sul processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”.

Un ultimo particolare non indifferente si attesta nell’interpretazione del sogno fatta da un occidentale prettamente materialista come il sottoscritto. Questo sogno doveva essere interpretato da un collega buddista che prontamente ho reperito. Questo è stato il suo lapidario giudizio: “il sogno è la chiara riflessione di Lucia sulla liberazione della sofferenza attraverso la meditazione e dopo la razionalizzazione della sofferenza stessa. Spirito e Materia si fondono in un tutto unico, olismo. Il Buddismo non conosce queste classiche differenze e opposizioni della cultura occidentale”

Io ho ragionato da uomo occidentale proprio usando la classica opposizione mente e corpo, psiche e soma, spirito e materia. Me ne scuso con Lucia e con i marinai.

Alla prossima e con la speranza che non mi capiti il sogno di un certo Siddharta Gautama da interpretare.

18, 03, 2020

I camion sono maculati di grigioverde,
gravidi di lucide bare,
tutte uguali,
tutte di abete,
tutte segnate di croce.
In questo nero mercoledì di marzo
la notte è piovosa,
la notte è di piombo
la notte è scura.
Da Berghem de hura l’angoscia scollina verso Berghem de hota.
Le bare sono gravide di corpi infetti,
smunti e senza respiro,
abbandonati e buttati là in fretta e furia,
senza la pietas dovuta a nostra sora morte corporale,
senza il sacro commiato di chi li amava,
in questa notte piovosa e malsana
che da Berghem de hura scollina verso Berghem de hota.
La marcia funebre procede con lentezza
tra vapori nauseabondi di nafta
dentro la nuvola caduta dal cielo a occultare l’infamia
e si trascina come una processionaria,
bruco dopo bruco,
Iveco dopo Iveco,
verso i forni crematori di Udine, di Mestre, di Trieste,
a che si consumi l’ultima fredda e arida beffa.
La notte è sempre piovosa e malsana
mentre i camion militari,
maculati a lutto,
ancora scollinano da Berghem de hura verso Berghem de hota.
Un sacerdote segna di croce il funebre passaggio,
una benedizione improvvisata e sempre provvida.
Un poeta si commuove
e trema cercando le parole per dirlo.
Quando finirà questa tragedia
che si consuma e ci consuma
tra feste funeste e bordelli isterici,
tra notizie insane e caroselli mediatici,
tra vanghe di fuoco e campane a martello,
tra figure ridicole e controfigure esotiche?
La radio suona e la tv incanta,
ma la Verità non si nasconde.
Aiuto!
Aiuto!
Help!
Aide!
Hilfe, Hilfe!
La strategia pandemica del potere democratico è da copia e incolla.
Come faremo con l’aria infetta
che tira da trentanni nel nostro Belpaese?
I buoi colpevoli sono scappati dalle stalle
con il malloppo e con le corna,
sono intoccabili,
sono immuni,
sono auto ed etero immuni,
hanno il passaporto targato Emmenthal.
Meno male che la buona novella dell’avvento del regno dei cieli
aleggia in una piazza deserta di Roma antica
sulle mani tremolanti del pastore delle greggi.
Eli eli lammà sabactani!
Intanto è morto il medico,
l’infermiere,
la nonna e il nonnino,
il furbetto e il malandrino,
il buono, il brutto e il cattivo.
La Morte è la livella del principe Antonio De Curtis.
Però manca il cacio e il pecorino.
Al mercato super dei dettaglianti non si trova più il lievito
per fare il pane e la pizza.
E noi,
il popolo sapiente e paziente,
cosa facciamo in tanta malora?
Noi,
il popolo sapiente e paziente,
attendiamo il momento
di lacerare il cielo gridando:
“annatevene tutti,
vogliamo morir da soli!”
Lo scriveremo sui muri delle nostre città d’arte
e sui calcinacci delle nostre periferie proletarie
come in quel 1944,
lo scriveremo con il sangue dei troppi martiri
sulla loro bandiera biancarossaeverde
ancora appesa al balcone anonimo di un quinto piano
come in questo 2020.
Alle cinque del pomeriggio
un bambino cerca il nonno,
una bambina la mamma,
un uomo il padre,
una donna il marito.
Mia madre è sopravvissuta a tanto orrore
e mi chiede dalla cucina
cosa mi piacerebbe mangiare domani.
Ti amo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 18, 03, 2021

IL MIO VERO MATRIMONIO

TRAMA DEL SOGNO

“Era il mio matrimonio. Lo sposo non so chi fosse. Mi aspettavo una bella festa, ma constatavo che la gente era sconosciuta ed era lì come se fosse per qualcosa d’altro.

Mi sentivo in un angolo. Dicevo, che matrimonio è senza gli sposi, i parenti dello sposo (parenti del mio ex che chiamerò R) da una parte e i miei dall’altra. I parenti dello sposo erano in gruppo con l’attuale compagna del mio ex R. Loro ridevano e stavano bene.

Camminavo in piazza verso fine “festa” con un abito a fiori (nemmeno l’abito bianco) le persone si congedavano e notavo che non facevano nemmeno i saluti a me che ero la sposa.

Ero arrabbiata e delusa. Era come se non fosse né un matrimonio, né il mio. Nel sogno dicevo a mia madre che non c’era nemmeno la torta nuziale. Per di più ero già stata sposata (matrimonio vero con abito con un altro mio ex che non amavo e non sapevo nemmeno io perché mi fossi sposata, ma era come se ormai avessi avuto la mia chance).

Ero sul pullman vicino al mio ex R in piedi, mi parlava ma con aria distratta e canzonatoria. Rideva e non mi prendeva sul serio e come se non esistessi più. La sua attuale ragazza si intrometteva e rispondeva alle sue battute e ridevano. Mi sentivo a disagio sola, vuota, esclusa, trasparente.”

Sabi

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Era il mio matrimonio. Lo sposo non so chi fosse. Mi aspettavo una bella festa, ma constatavo che la gente era sconosciuta ed era lì come se fosse per qualcosa d’altro.”

Sabi si vuole sposare.

Finalmente Sabi si vuole sposare con quella “parte psichica di sé” che non ha trovato e che ancora non trova, ma che sente, sente che esiste e che si può trovare. Sabi non sa quale sia questa sua “parte”: “lo sposo non so chi fosse”. Sabi è una donna insoddisfatta e inappagata, una donna che è in cerca, ma non certo di un uomo, una donna che sta cercando la sua “parte psichica maschile”, la sua parte affermativa e decisionale, il suo realismo e la sua ragione, la sua autonomia e la sua libertà. Ogni matrimonio in sogno esprime questa simbologia di riformulazione, di novità, di riscatto dal passato, di autenticità. E’ molto importante che Sabi abbia deciso di mettersi sulle tracce di questa “parte” della sua psiche e del suo “Io” globale. Giustamente, essendo la sua una ricerca, non può trovare alcunché nella gente che la circonda. Il lavoro e il lavorio sono estremamente personali e niente viene da fuori e niente viene regalato dagli altri, neanche dalle persone prossime e deputate a volerci bene. La gente è “sconosciuta” ed è sempre “lì, come se fosse “lì” per qualcos’altro”. La gente è anonima, è massa ed è massificante. E’ anche vero che Sabi è un animale sociale, un vivente tra i viventi, ma per il momento è giusto che cerchi se stessa in se stessa per trovare la chiave che apre le sue porte e non quelle del prossimo, una massa di sconosciuti da cui Sabi non può più accettare caramelle e bonbon. Il riconoscimento della sua identità psichica verrà da sé e non dagli altri, così come il bisogno di rafforzamento della sua persona è esclusivamente suo.

Mi sentivo in un angolo. Dicevo, che matrimonio è senza gli sposi, i parenti dello sposo (parenti del mio ex che chiamerò R) da una parte e i miei dall’altra. I parenti dello sposo erano in gruppo con l’attuale compagna del mio ex R. Loro ridevano e stavano bene.”

Sabi chiama in causa i suoi complessi di inadeguatezza, le sue paure sociali, i suoi timori reverenziali da figlia di un dio minore e li tira fuori con certosina meticolosità condensandoli nell’ampia simbologia dello “angolo”. Sabi è un pugile bastonato all’angolo, anzi “in un angolo”, uno dei tanti angoli che contraddistinguono il poliedro delle relazioni sociali. Anche l’angolo è mutilato: il “matrimonio è senza gli sposi”, come nella canzone Alice di Francesco De Gregori. Ognuno sta dalla sua parte. Le parti non collimano, non si toccano, non si attraggono, non si desiderano, non si amano. Le parti sono divise, scisse, schizzate. La distinzione è netta tra i parenti della sposa e dello sposo. I primi sono in sofferenza da stress postraumatico, i secondi se la godono insieme a quella donna, “l’attuale compagna”, che in passato era Sabi, quell’immagine femminile a cui si era accostata, quell’identità psicofisica di donna che ha aspirato di realizzare: la sua immagine sociale ideale. Il conflitto psichico non è tra gruppi, i suoi e i miei, è tra “gruppalità” interiori e interiorizzate della stessa Sabi, quei “fantasmi” e quelle “immagini” che la bambina ha consegnato alla ragazzina e che la ragazzina ha consegnato alla donna, “gruppalità” finalizzate alla modalità migliore dell’essere femminile e assorbite dall’ambito familiare, il gruppo dei suoi parenti. Resta assodato che il conflitto è intrapsichico e non relazionale, che verte sul tentativo di acquisire la “parte psichica maschile”, i contro-coglioni, e di coniugarla con la “parte psichica femminile” in atto. Resta assodato che Sabi è chiamata a ricostituire la sua personalità mutilata. Ripeto e mi ripeto consapevolmente: a Sabi manca quella affermatività dell’Io consapevole e quella volitività razionale che sfanculano i complessi d’inferiorità e di inadeguatezza, insieme alle altre difese dal coinvolgimento sociale e dagli investimenti affettivi ed erotici di una donna a metà, una donna tutta donna e niente maschio, una Venere senza Minerva, una Giunone senza Diana. Sabi deve tendere all’incarnazione psicofisica della mitica Afrodite, la dea nata dallo sperma del membro amputato di Urano e dalla schiuma del mare Ionio, dalla coniugazione paritaria di attributi del “principio maschile” e del “principio femminile”. La simbologia mitologica rende l’idea, ma l’operazione di Sabi si attesta nella comunicabilità delle sue “parti psichiche”e non nella comunicabilità degli strani parenti serpenti.

Camminavo in piazza verso fine “festa” con un abito a fiori (nemmeno l’abito bianco) le persone si congedavano e notavo che non facevano nemmeno i saluti a me che ero la sposa.”

La “sindrome dell’indegnità” trionfa in questa versione “Cenerentola” di una Sabi sorniona che attira l’attenzione degli altri “con un abito a fiori”, più che con l’obsoleto abito bianco di tutte le spose del mondo, quell’abito che indica la purezza psichica, più che fisica della donna. L’istituto sociale del matrimonio nasce come regolamentazione della vita sessuale e ha la sua matrice nella volontà del “principio maschile”. Sono i maschi che vogliono l’abito bianco e la verginità, come nei migliori film del neorealismo siciliano. Sono i maschi che non vogliono “l’abito a fiori” delle chantose e delle donne libere di tutte le stagioni, delle ballerine del Moulin rouge e delle venditrici di sigarette nei locali notturni. I maschi e le persone non notano Sabi “in abito a fiori” perché Sabi ancora non ha la consapevolezza dell’abito che porta, che non è un abito da educanda delle suore orsoline, ma un abito di potere femminile, un abito impegnativo da indossare con seduzione e secondo il rito di Afrodite e come la inquisita scarpetta di Cenerentola. La “piazza verso fine festa” vede finalmente una donna libera che cammina senza bisogno di salamelecchi arabeggianti e di ruffianate da cortile. Dentro l’abito bianco Sabi si è sempre difesa dagli altri acconsentendo al loro desiderio, finalmente non è come le altre o come gli altri la vogliono, finalmente non è una delle tante, è se stessa e libera dai condizionamenti psichici e dagli schemi culturali. E poi, diciamo la verità, “l’abito a fiori” le sta da dio.

Ero arrabbiata e delusa. Era come se non fosse né un matrimonio, né il mio. Nel sogno dicevo a mia madre che non c’era nemmeno la torta nuziale. Per di più ero già stata sposata (matrimonio vero con abito con un altro mio ex che non amavo e non sapevo nemmeno io perché mi fossi sposata, ma era come se ormai avessi avuto la mia chance).”

La “rabbia” consegue a frustrazione, la “delusione” è una presa di coscienza da scioglimento delle ultime difese sociali e resistenze psichiche. In tal modo Sabi si libera dalle formalità del matrimonio e dal bisogno di un protagonismo limitato a poche ore di un giorno ipocrita. La “madre” e la “torta nuziale” completano l’opera infame di una tragicomica giornata “già vista” e “già vissuta”. Sabi ama le ripetizioni per difendersi meglio dal nuovo e per non coinvolgersi con quella “parte maschile” che la vita le impone di afferrare al volo e di inforcare come una bicicletta artigianale da corsa a marchio “Stella veneta”. La vita è anche fatta di “chance”, ma è soprattutto fatta di tenacia e di certosino pedaggio nell’autostrada lastricata di buonissimi propositi. La “parte psichica maschile” di Sabi si sposa con la “parte psichica femminile”, che ha già dato e ha già vissuto, proprio nel momento in cui la consapevolezza del fallimento spinge verso nuove vie e ambiziosi traguardi senza la mamma e senza la dea bendata, quella Fortuna che quando vuole ci vede benissimo; e, dimenticavo, senza la “torta”, senza sdolcinati bisogni affettivi. Gli uomini di Sabi sono due in sogno: il primo si coniuga con il fallimento della “parte psichica femminile”, il secondo si marita con la “parte psichica maschile”, quella che Sabi aveva trascurato ma non alienato. I due uomini sono dei simboli dell’universo psichico “maschile” e servono per indurre donna Sabi a concepire quale tipo di potere vuole assumere su di sé: quello effimero e fasullo, il primo e quello che si sposa secondo copione, o quello affermativo e seduttivo, il secondo e quello che si sposa con l’integrità della persona. Sabi si avvia a non essere una donna che dipende dal maschio, ma una donna che dipende da se stessa: autonoma.

Ero sul pullman vicino al mio ex R in piedi, mi parlava ma con aria distratta e canzonatoria. Rideva e non mi prendeva sul serio e come se non esistessi più. La sua attuale ragazza si intrometteva e rispondeva alle sue battute e ridevano. Mi sentivo a disagio sola, vuota, esclusa, trasparente.”

Sabi si “sposta” nel suo “ex” e nella “sua attuale ragazza”, operando due “proiezioni” dei modi di essere e di esistere che è in procinto di abbandonare: l’essere la “donna a metà” di un uomo e l’essere una donna con la chance di essere sposata da un uomo. Sono due concetti potenti che vale la pena spiegare al meglio consentito dal vocabolario italiano. Sabi era una donna mutilata quando si è sposata, le mancava la “parte psichica maschile”, i “coglioni” di Afrodite. Sabi era una donna bisognosa di essere riconosciuta da un uomo per affermarsi come “donna a metà”. Questa poltiglia non interessa più donna Sabi, la sua nuova dimensione è ben altra. Il “pullman” condensa la perdita benefica di una partenza e di una vita sessuale da irridere: l’aria distratta e canzonatoria. Sabi fa ironia su se stessa, sui vecchi modi di essere e di viversi e di vivere, come un ricredersi in vista di un riformularsi. In effetti, Sabi non apparteneva più a quel mondo perché era a disagio, sola, vuota, esclusa, trasparente.

Analizziamo il quadro degli attributi e convertiamoli nel loro significato psichico a coronamento dell’interpretazione del sogno e a giustificazione del titolo: “il mio vero matrimonio”.

Il “disagio” attesta di un agio andato in fumo, di una novità che si palesa con un certo contrasto, di una crisi che prepara il suo superamento nella creazione di un nuovo agio.

L’attributo “sola” contiene la degenerazione della libertà e il bisogno di dipendenza, condizione psicofisiche che dispongono alla riflessione, al cambiamento e alla scelta. Non è una solitudine da abbandono, ma una solitudine funzionale al convergere in se stessa al fine di assumersi l’onere e l’onore delle deliberazioni e delle decisioni.

Il sentirsi “vuota” condensa la vertigine della libertà legata allo svuotamento delle difese e delle resistenze al cambiamento, la condizione per operare una disposizione al nuovo e un proficuo ordine tra le esperienze vissute.

La sensazione dell’esclusione, “esclusa”, denota un bisogno di porsi al di là del gruppo, ormai vissuto come massa e massificante. Di fatto è un autoescludersi per un bisogno impellente e drastico di originalità e di affermazione della propria individualità. Non è in alcun modo l’abbandono e la perdita depressive di chi non sa che pesci pigliare e a che santo rivolgersi, tutt’altro, è un fare perno su se stessa e cercare la rotta opportuna in questo cambiamento psico-esistenziale.

Sentirsi “trasparente” conferma l’abbandono delle false verità psichiche su cui si basava in precedenza e la perdita di quelle inutili sovrastrutture, un senso di leggerezza e di auto-consapevolezza basato sul minimo possibile e consentito dalla sopravvivenza.

Il tempo sarà utile per ricostruire su nuove basi il matrimonio di Sabi con se stessa. Il resto verrà con speditezza, secondo natura e sempre come Sabi delibera e decide. La Cultura spesso combina grossi guai e nel caso di Sabi la norma sociale di donna bisognosa di un uomo non corrisponde alla sua nuova norma di donna libera, compatta e finalmente intera.

RITORNO AL GREMBO MATERNO

TRAMA DEL SOGNO

“Ero nel bel mezzo di un pranzo.

Alla fine mi sono ritrovato immerso dentro l’acqua di una piscina grande e profonda di cui non vedevo il fondo.

Nuotavo sott’acqua e riuscivo a respirare in apnea, come se fossi un pesce, e mi sentivo bene.

Un braccio spuntava fuori dall’acqua e in mano aveva tre tortellini mentre io ero sempre sott’acqua.”

Questo sogno appartiene a Oscar.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero nel bel mezzo di un pranzo.”

Oscar esordisce in sogno ponendo decisamente la questione affettiva, la psicodinamica legata alla simbologia del cibo, “nel bel mezzo di un pranzo”, alla “posizione psichica orale”, quella che si origina e si vive nel primo anno di vita e che si porta avanti nella vita con le dovute evoluzioni e con le necessarie maturazioni. Oscar dichiara di essere particolarmente sensibile alla dimensione psichica e relazionale degli affetti e degli scambi fisici d’amore. All’uopo si offre in sogno con questi connotati “orali” e con un pieno appagamento psichico: il “bel mezzo del pranzo” indica un buon appetito e una disposizione alla vita e alla vitalità affettiva. A tavola non si invecchia mai, recita l’antico adagio, ma è oltremodo vero che a tavola si evidenziano bisogni, carenze, conflitti e compagnia “mangiante”: modalità affettive e relazionali. Nasciamo in un letto e la prima poppata è la prima tavola imbandita e carica di sensi pronti a evolversi in sentimenti. Da questo momento non abbandoneremo più la tavola, saremo amati e ameremo. Aggiungo che in questo primissimo tempo si pongono le basi per i traumi e per i futuri comportamenti psichici di ordine affettivo e relazionale.

Alla fine mi sono ritrovato immerso dentro l’acqua di una piscina grande e profonda di cui non vedevo il fondo.”

Si trattava della madre, era sotteso e sottinteso l’amore materno, era in agguato la “regressione” difensiva al capiente grembo della madre e al mitico e archetipico Inconscio della Dea Madre, di Gea, la sposa di Urano e madre di tutti i Viventi, uomini e dei compresi nello stesso capiente e misterico Mare. Oscar passa senza colpo ferire dal suo vissuto affettivo profondo verso la madre al simbolo della femminilità, rasentando l’Archetipo junghiano della Alma Mater, la Madre che alimenta i suoi figli, l’umanità divina e non. Di tutto questo universo psichico, arcaico e presente, Oscar ha vago sentore anche se preciso è l’attributo del “fondo” invisibile, a testimonianza dell’oscurità necessaria alla Verità ontogenetica e filogenetica, quella che non cade nella luce della Ragione e della Logica umane. Oscar è da un lato protetto dalla madre, dall’altro ne teme i connotati del potere e della dipendenza. Nel sognare sua madre, Oscar si imbatte della simbologia della Madre e ne evince l’attributo universale misterico, come al tempo dei Greci e di Eleusi.

Nuotavo sott’acqua e riuscivo a respirare in apnea, come se fossi un pesce, e mi sentivo bene.”

Mito e realtà si sposano, come universalità e individualità si coniugano in questo capoverso onirico che vede Oscar regredito simbolicamente al grembo materno dentro il liquido amniotico nella massima protezione fisica e psichica dello stato fusionale madre-figlio, la diade originaria che contiene la dipendenza e la protezione, l’ontogenesi e la filogenesi, l’origine dal principio femminile e l’amore della Specie. Oscar sogna di essere il feto di allora, il pesce effettivo che respira in apnea nell’acqua. La Madre avvolge e protegge il figlio che ha bisogno di tornare nel suo grembo sotto le sferzate dell’angoscia dei tempi e delle evenienze che corrono. Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “regressione” la fa da padrone in questo psicodramma che riguarda Oscar e tutti quelli che da donna sono venuti alla luce, che al principio femminile si rivolgono imploranti quella protezione e quell’amore che necessitano di fronte al “fantasma di morte” individuale e collettivo. Il sogno di Oscar ha un vasto respiro e abbraccia tutti gli uomini con la semplicità espressiva che offre uno spicchio di profondità trattando un tema universale.

Un braccio spuntava fuori dall’acqua e in mano aveva tre tortellini mentre io ero sempre sott’acqua.”

Oscar è un uomo che con l’ironia si è tirato fuori d’impaccio nelle sue traversie personali ed esistenziali. Si pensi alla drammaturgia del caso e ai “tre tortellini” che fuoriescono dall’acqua placidamente adagiati sulla “mano” di “un braccio”. L’anonimato stempera l’angoscia che faceva capolino e che non è riuscita a emergere in maniera seria, chiara e distinta, dal complesso onirico del protagonista. Quest’ultimo addirittura si sdoppia nell’uomo del braccio e della mano con “tre tortellini” e nell’uomo che era “sempre sott’acqua” dal momento che l’angoscia di perdita e d’abbandono è tanta e degna di riderci sopra. I “tre tortellini” sono simboli affettivi perché si tratta di un cibo elettivo delle madri. Direi, concludendo, che Oscar è un uomo che sa ridere sopra i suoi bisogni e i suoi conflitti di cui è in gran parte consapevole. La “coscienza di sé” garantisce l’ironia, dal momento che solo chi sa può ridere sopra quel se stesso bisognoso e irrisolto.

LE GROSSE TRECCE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che il mio amico aveva dei capelli neri, bellissimi e lunghi.

Io gli facevo due grosse trecce e poi gliele tagliavo.”

Mukuruzza.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che il mio amico aveva dei capelli neri, bellissimi e lunghi.”

Il sogno è breve, anzi brevissimo, e limpido nella sua simbologia, ma è tanto, tanto complesso nella sua apparente sinteticità.

Vediamolo subito.

“Il mio amico” cela sempre tanto di più di una semplice amicizia. “Il mio amico” è sempre tanto più di un amico normale, un alleato, un complice, un innamorato, un amante.

“Il mio amico” è una persona intima con cui si condividono intimità e segrete cure, desideri ardenti e sospirosi affanni.

“Il mio amico” è una persona privilegiata e non certo scelta a caso tra i tanti conoscenti, è un uomo con affinità psichiche elettive d’attrazione e convergenze parallele d’interessi.

Mukuruzza ha un uomo speciale con cui scambia materiale intimo e privato anche grazie al fatto che non ha un rapporto istituzionale e ufficiale che logora la qualità degli investimenti affettivi e libidici.

Tutti abbiamo un “amico” manifesto o latente, ufficiale e ufficioso, esibito o segreto, in fondo al cuore o dentro il cuore, una persona che è l’esatta “proiezione” dei nostri desideri in riguardo alle nostre attese di crescita individuale e alle nostre paure di esibizione sociale. “L’amico” è in primo luogo il nostro alleato, un “oggetto transferale” che esorcizza le nostre angosce in riguardo ai temi evolutivi della Mente e del Corpo, della nostra unita “psiche e soma”.

“L’amico” è il serbatoio del nostro bene e del nostro male, il deposito delle nostre colpe e delle nostre ambizioni, il complice dei nostri peccati indicibili e delle nostre gioie inconfessabili.

“L’amico” è la condensazione del Decalogo laico, quello che sta a metà tra la Filosofia morale ed estetica di un rigido Kant e il Pessimismo solidale e compassionevole di un indianeggiante Schopenhauer.

Veniamo al sogno, decisamente intrigante con i suoi doppi simboli e i suoi umani sotterfugi.

Mukuruzza ha un “amico” personale e privato su cui riversa, di volta in volta e alla bisogna, le “parti psichiche di sé” che aspirano a vedere la luce della realtà sempre in base ai bisogni contingenti della vita corrente.

Se poi questo “mio amico” ha i “capelli neri, bellissimi e lunghi”, il ricco patrimonio mentale ed estetico è in piena fusione nucleare senza strafare dalle leggi della Fisica delle particelle minime e dei sistemi massimi, senza derogare dai principi essenziali del microcosmo e del macrocosmo.

“L’amico” di Mukuruzza è un uomo che consente l’esibizione della Bellezza e della Consistenza delle Idee, una forza mentale di analisi che colpisce e affascina, avvince e incatena per la forza logica e per i contenuti originali. L’Estetica si sposa e si coniuga con la Logica secondo le coordinate della Oratoria e della Retorica, l’arte del bel parlare e l’arte del buon convincere. I “capelli neri, bellissimi e lunghi”, non sono l’oggetto della perizia di un abile parrucchiere, sono la “proiezione” dei bisogni di Mukuruzza di avere valore ideologico e abilità discorsiva, sono idee di sostanza e processi dialettici di persuasione in un mondo così povero di sostanza e semplificato nell’ignoranza. Mukuruzza aspira a un uomo che condensi i suoi bisogni di Logica discorsiva e i suoi desideri di convinzione e persuasione. Aggiungerei la terza arte della Logica e della Parola, l’Eristica, l’arte del convincere con il discorso ferreo e con la suggestione ipnotica. Si tratta sempre di proprietà e di doti del Pensiero che si traducono nel Verbo senza sconquassi emotivi e senza salti di logica.

Così Mukuruzza ha immaginato se stessa proiettandosi in questo benemerito e sostanzioso “amico”.

Io gli facevo due grosse trecce e poi gliele tagliavo.”

La cura e l’amabilità di Mukuruzza si mostra nella combinazione ideologica delle tante idee e dei valori logici dell’amico, meglio “proiettati” nell’amico, nell’emersione di quella “parte intellettiva di sé” che aspira a essere considerata e valutata nei bisogni e nei desideri profondi.

Eppure c’è una valenza erotica e sessuale nelle “due grosse trecce” che la donna “faceva” all’amico, un’induzione amorosa all’erezione del fallo. La simbologia dei “capelli” viene assolta dal meccanismo onirico e primario della “figurabilità”: la treccia grossa richiama il membro eretto come nei migliori affreschi delle falloforie e dei riti annessi. I meccanismi della “condensazione” e dello “spostamento” evocano catene associative di ordine mentale e ideale. In sostanza Mukuruzza elabora in sogno tutta la sua ammirazione e la sua attrazione nei riguardi dell’intelligenza e dei prodotti mentali del suo “amico”, la simbologia del “capelli bellissimi e lunghi”, e in questa reverenza non esulano il sentimento dell’invidia e una forma di aggressività verso colui che sa di più e sa meglio comporre il suo Sapere, la sua erudizione e la sua saggezza fino al punto di raggiungere l’Amore del Sapere, quello che si associa all’Amore per la Bellezza, la Filosofia, “filos kai sophia” per l’appunto e per la precisione.

Si spiega in tal modo anche la “castrazione” del fallo del Sapere, la decurtazione della potenza e della forza concesse a colui che sa di sé e dell’altro, la “castrazione” del Filosofo, dell’amante del Sapere come conoscenza psicologica ed estetica. Mukuruzza ha un amico saggio e apprezza la sua Filosofia di vita e di scienza. Di queste proprietà e di questa virtù è invidiosa e manifesta questa aggressività proprio nell’atto di tagliare le “grosse trecce” per incorporarle in un momento della sua vita e in una contingenza psichica e mentale in cui accusa un deficit di vigilanza e di conoscenze, di esperienza e di reattività. L’amico offre a Mukuruzza di colmare questa momentanea lacuna attraverso la simbologia onirica dei capelli belli, delle trecce interessanti e del taglio invidioso quanto virtuoso.

Questo è quanto e anche in abbondanza, ma ancora non basta.

Se avessi interpretato il sogno di Mukuruzza con la valenza erotica e sessuale, il discorso sarebbe stato più facile e consequenziale, nonché banale e semplicistico. Avrei detto freudianamente che le pulsioni erotiche e sessuali di Mukuruzza avevano investito il membro del suo amico procurando una notevole erezione, doppia rispetto a quella consentita da madre Natura. Non appagata di questo effetto naturale, Mukuruzza avrebbe ridestato la sua “invidia del pene” e avrebbe operato la “castrazione” dell’amico in pieno ossequio alla sua mancata e a suo tempo desiderata fuoruscita dell’organo sessuale, secondo la convinzione infantile che esiste un solo sesso, quello maschile per l’appunto.

La “traslazione” del membro eretto nella Filosofia trova conferma anche nelle antiche mitologie sul tema della Scienza e dell’Amore del Sapere.

Per rafforzare l’interpretazione del sogno di Mukuruzza e per renderla più degna e completa, richiamo il mito di Eros secondo le linee culturali e filosofiche di Platone nel dialogo titolato il “Convito”. Il concetto di Filosofia racchiude l’emozione sentimentale dell’Amore, “filos” e “filia”, e la coscienza razionale della Scienza, “sophos” e “sophia”.

Parliamo di Eros.

Eros nasce da Poros, colui che sa come procurarsi la ricchezza e che possiede l’intelligenza operativa, e da Penia, la povertà nel senso pieno di una forma di ricchezza, la pienezza del nulla.

Eros fu concepito per espressa e consapevole manovra della madre quando il padre era ubriaco di nettare dopo la festa in onore di Afrodite. Dai genitori matura il “giusto mezzo”, quello di non essere né buono e né bello, né ricco e né povero, né cattivo e né brutto. Nella sua vera essenza Eros non è un dio, è un “daimon”, uno spirito vitale, un’energia, una “libido”, un desiderio, un messaggero tra il cielo e la terra, una forza cosmica che unisce, una carica empatica che simpatizza, una fusione tra empatia e simpatia alla greca, una forza magnetica che attrae, un’eccitazione che cerca l’appagamento, una carica elettrica che esiste in grazie ai poli opposti. Per essere stato concepito nella festa di Afrodite, Eros si porta addosso la Bellezza, così come dalla madre Penia si porta dietro la forza della povertà e dal padre Poros si trascina il coraggio. La combinazione di questi divini attributi fa di Eros un originale “daimon” che esalta con facilità e naturalezza le doti dell’Amore e del Sapere, dell’Es e dell’Io per dirla secondo un registro psicoanalitico.

Eros tende alla “coscienza di sé” attraverso il bisogno di crescere, di arricchirsi, di coinvolgersi, di escogitare sotterfugi, di sperimentarsi, di esserci nelle varie forme e modalità che possiede e che sa mettere bene in atto. Non possiede niente, come la Madre Penia, e può possedere tanto seguendo le strategie del padre Poros. Eros può essere amante, bello e saggio secondo le dinamiche di una tensione psicofisica che contempla e coniuga l’azione del “Pathos”, l’istinto, con le armonie del Logos, la “Filia”. Questa “Sofia” appare sotto l’insegna luminosa di Afrodite, la Bellezza. Ma non basta. Quest’ultima è coniugata con l’Ethos, la “Kalokagatia”: il Bello e il Bene secondo Natura stanno insieme. Questa Natura non è “dionisiaca”, immanente al sistema neurovegetativo, né “religiosa”, trascendente la Realtà, ma è una Natura vivente che abbraccia il Tutto, “ilozoismo”. L’Ethos è dell’Uomo, secondo l’insegnamento di Socrate, e non si traduce nelle prescrizioni acritiche della Morale e fideistiche della Religione.

Convergendo su Eros, si può attribuire a questa energia vitale, “daimon”, il senso e il sentimento dell’Amore, l’erotismo e la sessualità, la “eudaimonia”, la Felicità legata a un buon demone, la seduzione e soprattutto la Bellezza in onore ad Afrodite e in onore alla Logica, armonia tra le parti. Ma la straordinaria duttilità e la poliedrica valenza di Eros si allargano nella nostalgia del Tutto e nella possibilità di perpetuarlo proprio rigenerandolo, la “genitalità”, freudianamente la “libido genitale” che contraddistingue l’uomo nella sua individualità e universalità. Eros esalta il dono della Vita e la generosità del dare la Vita nel suo essere la versione maschile della Dea Madre. La Filosofia è la trasmissione altruistica del Sapere, come il Padre è la versione fallica dell’Amore della Specie. Eros è il Padre buono che ama i figli e non li divora, li tutela e non li manda allo sbaraglio, li esalta e non li castra, li accompagna senza esser visto e facendo sentire la sua presenza nel messaggio e nei valori trasmessi: la Cultura. Ogni uomo e ogni donna sono Eros quando elaborano e vivono la “posizione genitale” nel corso della loro evoluzione psicofisica. Eros mette d’accordo il Maschile e il Femminile nel suo essere “androgino”. Eros insegna l’innocenza indiscriminata del donare, dell’investire “libido” nella sua qualità massima.

Meritava tutto questo mostruoso papello il sogno breve, anzi brevissimo, di una parsimoniosa e profonda Mukuruzza.

IL TENERO CALAMARO

TRAMA DEL SOGNO

“Mia madre mi ha preparato un fritto misto di pesce.

C’era un calamaro e provo a staccare i tentacoli.

Era ancora vivo.

E’ scappato e si è nascosto sotto la tovaglia e si vedevano gli occhietti.

Guardo per terra e c’erano tanti gattini piccoli.”

Angelina ha composto questa sua trama psichica in sogno.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mia madre mi ha preparato un fritto misto di pesce.”

Il legame affettivo di Angiolina con la madre e di immediata rilevanza. La figlia lo esibisce subito a conferma della sua dipendenza e della sua devozione. Il possessivo “mia” rientra nel gergo linguistico e nella modalità affettiva. La “Madre” è una figura universalmente suggestiva ed enigmatica. Si tratta di un “archetipo”, un simbolo universale atavico e di scuola junghiana, a conferma che la nascita è un fenomeno ontogenetico e filogenetico che trova nel vissuto di ogni donna la sua versione personale. Tutti i vissuti sulla “mamma” sono identici nella base e diversissimi nei tratti. Anche tra fratelli vige la dinamica dell’identità e della diversità nel vissuto introno alla “madre” e questa difformità si spiega con l’elaborazione nei primi mesi di vita del “fantasma di morte” da parte di ogni figlio, per cui le variabili affettive variano con le sensazioni e i sentimenti vissuti. Angiolina parte alla riscossa nel suo sogno con la dipendenza affettiva dalla madre. Niente di pericoloso, tutto nella norma perché senza danno. La simbologia del “fritto misto di pesce” si attesta nella sfera affettiva più che sessuale. E’ un cibo consono alla tradizione familiare e ai gusti della figlia, almeno in questo esordio del sogno, perché nel prosieguo questo prelibato “fritto misto di pesce” si può colorare di una valenza simbolica importante. Provo ad andare avanti e a calibrare bene la semplicità apparente delle parole e la complessità dei simboli.

C’era un calamaro e provo a staccare i tentacoli.”

Angiolina viene colpita da un “calamaro” e si concentra su questo mollusco cefalopode bello e fritto per un suo personale “fantasma”, a conferma di quanto dicevo in precedenza: il simbolo universale si riempie di connotati psichici personali. Da un “calamaro”, morto da frittura in olio extravergine d’oliva bollente, Angiolina procede verso il suo simbolico “calamaro” a cui prova “a staccare i tentacoli”.

Ricapitolo.

Angiolina è in pieno feeling affettivo con la madre e nello specifico sta rispolverando la sua dimensione materna, l’identificazione psichica al femminile che ha operato a suo tempo nella madre e che l’ha portata a scegliere la possibilità di gustare i frutti della maternità. La maniera in cui procede è particolarmente traumatica perché “stacca i tentacoli al calamaro”, opera una mutilazione vitale a un organismo che tanto echeggia il feto e la sua conformazione fisiologica. Inoltre, la scelta di un mollusco che vive nel mare conferma la dimensione materna e nello specifico la gravidanza. Qualcosa non è andato a buon fine, per cui questa gravidanza va incontro a un aborto indesiderato che lascia il segno nelle dimensioni profonde della psiche di Angiolina. Tra il gusto di una frittura mista di pesce e la rievocazione di un aborto il passo è simbolicamente consequenziale, grazie ai meccanismi della “condensazione”, dello “spostamento” e della “figurabilità”.

Portento numinoso dell’umano sognare!

Era ancora vivo.”

Il feto “era ancora vivo”. Miracolo dell’istinto materno, del “fantasma della maternità” che ogni bambina coltiva nel suo corpo e nella sua psiche, del desiderio di Angiolina di portare al culmine la sua femminilità con l’avere un figlio, di completare la sua personale evoluzione psicofisica con l’esercizio completo della “posizione genitale”. Perché di questo si tratta, di vivere appieno e secondo natura la psicobiologia della maternità, la “genitalità”, senza ricorrere a “processi e meccanismi di difesa” per risolvere la frustrazione della maternità e l’angoscia dell’incompiuta e dell’indeterminato. Se poi la donna ha subito una perdita indesiderata del feto, un aborto spontaneo e naturale, allora lo psicodramma si complica e acquista spessore. In questo caso bisogna operare la “razionalizzazione della perdita, come se si trattasse di un “lutto”, in quanto si è rievocato e messo in circolazione il “nucleo psichico depressivo” elaborato nella prima infanzia. La delicatezza di questa impietosa situazione è oltremodo evidente negli strascichi emotivi e nelle psicosomatizzazioni che innesca in rievocazione del trauma subito. Il processo psichico di difesa della “sublimazione” della maternità è il più usato e naturale, almeno nel mondo contemporaneo e nella cultura occidentale. Proseguendo in questo excursus legato al sogno di Angiolina e destato dalla psicodinamica della maternità, un cenno sull’interruzione volontaria della gravidanza è opportuno, dal momento che si tratta di un fenomeno complesso che va letto su registri diversi. Mi limito a sensibilizzare sul danno psicofisico subito dalla donna quando si trova a scegliere se proseguire o interrompere la gravidanza. L’importanza dell’educazione sessuale e dell’uso degli anticoncezionali è la prognosi giusta e la tutela massima per evitare congestioni oltremodo traumatiche e complicate, a causa della delicatezza di un nucleo così sensibile come quello della maternità.

Procedo con l’interpretazione del sogno di Angiolina.

E’ scappato e si è nascosto sotto la tovaglia e si vedevano gli occhietti.”

Da truce il linguaggio diventa tenero e il “calamaro” da cefalopode si trasforma in un tenero bambino che si nasconde impaurito sotto la coperta del lettone della madre in cerca d’aiuto e in attesa che il pericolo sia passato. L’allucinazione onirica di Angiolina rievoca il suo trauma di donna che tenta l’avventura gioiosa della maternità con esito negativo, nonostante “gli occhietti” espressivi del calamaro sotto la tovaglia della tavola. Dalla morte alla vita e alla sopravvivenza, questo è il viaggio del povero “calamaro bambino”, questo era il desiderio infranto di Angiolina. Le capacità figurative del sogno trovano la rappresentazione giusta per alternare la realtà del trauma alla realtà del desiderio nel povero “calamaro” che acquista le sembianze di un “bambino” impaurito. “E’ scappato” attesta anche della fuga dalla dolorosa realtà da parte di Angiolina, che è chiamata ad archiviare e a razionalizzare una mancata maternità anche se il cuore si ribella e ridà la vita a un “calamaro” fritto nella sua vera forma di un “bambino”. In questo caso il sogno ha anche la funzione di lenire il dolore attraverso la manifestazione del desiderio: un prendersi avanti con la “razionalizzazione del lutto”.

Guardo per terra e c’erano tanti gattini piccoli.”

Il sogno di Angiolina sembra saltare di palo in frasca, ma il simbolismo poetico consente con la sua Logica di rafforzare la psicodinamica in maniera lineare e consequenziale. Angiolina prende coscienza che ha ancora altre possibilità di diventare mamma, “per terra ci sono tanti gattini piccoli”, nella materialità del suo corpo. Angiolina ha ancora altre uova da fecondare. Il “gattino” è simbolo della femminilità e condensa nello specifico la fecondazione, il feto. Dopo il “calamaro” subentra il “gattino” in questo sogno di Angiolina che usa la sua sensibilità verso il mondo animale per attestare anche i suoi drammi personali. La consolazione resta sempre il nuovo tentativo di una gravidanza che compensa, ma non risolve, il senso depressivo della perdita vissuta. Angiolina viaggia in un sentiero lastricato di calamari e gattini sulla scia di un istinto materno che non molla e si ripresenta a ogni piè sospinto con tutte le credenziali delle esperienze vissute.

Il sogno di Angiolina tocca con la sua stravaganza figurativa una problematica dei tutte le donne che s’imbattono nella possibilità di evolvere la propria “libido” nella “genitalità” massima che soltanto una donna può vivere proprio dando la vita a un altro essere vivente, il figlio. Quest’esperienza è negata all’universo maschile e la sua “libido genitale” si dirige verso altre forme sublimate di creatività.

Così si dice in giro, ma io non ne sono del tutto convinto. L’esperienza vissuta di una fecondazione, di una gravidanza e di un parto sono e restano il maestoso capolavoro che soltanto una donna concepisce, compone e può vivere.

AUTORITRATTO 2

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io ed Erasmo che mi elogia.

Siamo in due,

siamo sempre in due,

il me savio e il me matacin,

mi che son dentro e mi che son fora,

mi che me manca un bojo e una poenta brustolada,

mi che son just e mi che son sbalià.

Il me perbenino fu rapito sul monte con il cappello in mano

dal paron che dispensa ananassi e satanassi,

il me sacranone e sacrarmenta viaggiò nei pascoli eterni

con la schiena dritta senza piegarsi davanti a nisuni,

neanche con l’ammollo o con il pizzo.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e me mare Concetta Giudice,

detta Tita o Titina,

mia madre che m’annaca,

che mi dondola cantando la ninna nanna,

insomma.

Siamo ancora in due,

il me bambinello e il me mentecatto,

il me picciriddru con la sucalora in mano

che si tocca il pisello,

il me in astinenza da rete quattro

con il cervello freddo di Libeccio,

il me amoroso e niuru infame,

fortemente abbronzato da madre natura

sotto i colpi micidiali dello Scirocco,

il me affetto da lasette nei bronchi umidi di catarro

e odorosi alla menta del benemerito vicks vaporub.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia radice,

io e me pare Concetto,

detto ‘Nnittulu,

ridetto ‘Nzuliddru.

Siamo ancora in due,

il me derelitto e il me gran sior,

io e il resto in saldo degli spermatozoi del dopoguerra

di un padre provato dalla caduta dell’amato Fascismo,

io e il derivato di un relitto militare,

formato cacciatorpediniere,

io e l’escremento infetto di una nave spitalera

ferocemente bombardata dagli Inglesi ubriachi,

io e le quattro travi portanti di un bastimento

ricolmo di migranti che coltivavano un sogno,

una chimera,

un’illusione,

un miraggio,

un pane condito con il sangue degli avi,

trasportati a suo tempo dalla mia Africa nel mondo civile

per l’Etica protestante e lo spirito del Capitalismo,

per la Camorra e la Mafia dell’uomo bianco miricano.

Sia sempre lodato e ringraziato Salvuccio Kunta Kinte,

quel tzeno innalzato al cielo africano dalla pietas del padre.

Sia maledetto il machete dello yankee bastardo

che non riuscì a tagliare le dita dei suoi piedi.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Ci sono anch’io in questo mondo,

io e la mia follia,

io e Alex Haley che m’incanta.

Siamo ancora e sempre in due,

io e Kunta Kinte dei Mandinka,

il me siculo e il me veneto,

il me libero e il me schiavo,

il me dotor e il me contadin.

Siamo ancora e sempre in due,

io e le varianti del mio virus,

così personali,

così vitali per l’aldiqua e l’aldilà,

io incoronato il 19 di gennaio dell’anno gentium 1947

dalla levatrice signorina Calvo Carmela

al civico 23 di via Emanuele Giaracà,

io poeta terrone e patriot italiano,

nonché capo del carrarmato M113,

dono natalizio degli Usa all’italica plebe in quel 1945,

me contastorie e contaballe,

io e le mie fave tarde a spuntare

in quest’inverno da favola noir,

io e i miei ciciri migna restii alla luce

sotto questo cielo che oggi sposa Saturno e Giove,

sotto la solita buona stella ‘mbriaca,

la stella cometa stordita e sperduta dentro un cielo limpido

come la luce di Lucifero,

Venere,

stella del mattino,

stella maris,

l’astro d’argento che brilla lassù

e indica ai saggi la strada della vera vita

sotto l’augusta volta celeste tibetana.

“Santu deu,

santu deu,

a sto mundu

ghe sum eu

e ni so cuntentu eu.”

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 31, 12, 2020

IN VIAGGIO CON IL PADRE E LA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola, ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

Giglio

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).”

Giglio guida, Giglio crede di essere sola, Giglio amoreggia con se stessa e non disdegna di affidarsi a un uomo che non c’è e che è dentro di lei, un uomo straniero che l’attrae, un tipo di maschio. Giglio non è per tutti e di tutti, Giglio sa di sé e sa dove andare, Verbania per l’appunto, sa quello che desidera perché l’ha immaginato da bambina. Giglio pensa alle sue bellezze e le vuole condividere, vuole mostrarle. Siamo sull’apparente vago e sul decisamente certo, siamo nel corpo e nel suo patrimonio di pulsioni ben organizzate e di bisogni ben calibrati. Lo straniero dentro la casa di Giglio non è tanto “tedesco”, è una persona familiare e ha radici antiche: un ospite degno e giusto, santo come una figura sacra. Procedere in questo lungo sogno è veramente poetico, un prodotto psichico tutto da scoprire e da inventare.

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.”

“Un complesso di chiese di pietra” rappresenta la difesa dal coinvolgimento affettivo e il raffreddamento della “libido”. Tale operazione titanica viene eseguita attraverso il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione”, “le chiese”, e il meccanismo di “conversione”, “di pietra”. Giglio ha una buona consapevolezza analitica della sua evoluzione psicosessuale, “le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente”, e si sofferma all’attualità dei suoi blocchi e delle sue remore, attribuendo al suo “Super-Io” la censura morale della sua vita erotica e riconvertendo la suddetta con la vena creativa e la Fantasia. La Bellezza e i suoi sensi soccorrono Giglio in quest’adeguamento esistenziale della sua vitalità e della sua energia vitale, la “libido”. Nonostante “le strutture di cemento” non dispongano bene per la sessualità, si può apprezzare l’astrattezza delle figure e il “parco artistico contemporaneo”. Giglio conferma la sua evoluzione psicosessuale verso forme estetiche di buona fattura che riducono le difese della “sublimazione”. La Bellezza è sempre fonte di godimento globale. Confermo: Giglio ha ben chiara la sua evoluzione psicosessuale da sublimata e contratta a bella e degna, nonché etica e sana. Impressiona la Poetica del Sognare, la “figurabilità” in primis.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).”

Le tappe evolutive della formazione sessuale di Giglio si alternano tra una guida alla “sublimazione” con giudizio e una ripresa matura verso l’appagamento intimo e privato. Soprattutto subentrano nel sogno le figure femminili che hanno portato la protagonista a identificarsi dalla parte a lei consona e confacente, “se è femmina o maschio”, ma non sa chi ci sia con lei, perché anche il versante maschile è stato curato nella propria formazione nel senso della “parte psichica maschile”, vedi “Androginia”. Giglio è una donna completa e si ritrova nella figura femminile della nonna e nel desiderio latente del maschio che c’è, non si vede, ma si sente tanto, il famigerato V. Meglio di così non poteva andare. Siamo sempre in un ambito di assoluta correttezza psico-evolutiva e lo stesso Darwin non disdegna l’applauso a una donna chiamata Giglio che se la dorme e si sogna.

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.”

Il sogno con molta diplomazia e delicata accortezza svolge il tema del corpo e della “libido”, nonchè con espresso riferimento all’erotismo e, nello specifico, all’autoerotismo e senza nulla togliere alla seduzione e alle arti sorelle. E’ un sogno da “spa”, da “resort” e da “piscine”, è un sogno bellissimo perché dedicato al benessere psicofisico passando attraverso la base nobilmente materiale del Corpo. Giglio guida, Giglio è in amore, Giglio è partita per il pianeta Venere, Giglio è eccitata: “guido lungo una strada tutta curve sulle colline”. Giglio sceglie e non si lascia scegliere anche quando lascia che scelga l’altro, ma in questo frangente Giglio è in piena masturbazione: “comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.” A venticinque anni il “mignolo” in questione è proprio il clitoride e non non certo il dito, oltretutto affetto da artrite. Il meccanismo della “figurabilità” ancora una volta ha ben provveduto a rappresentare anche attraverso lo “spostamento” la dinamica psicofisica in atto. L’artrite si riduce a uno stato di buona salute colpevolizzata e il capoverso si può catalogare tra le allegorie della masturbazione femminile con annesso orgasmo. Il senso di colpa è connesso alla vita sessuale ed è destato in prima istanza dal sistema educativo e culturale: sessuofobia.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.”

In un ambito d’intimità subentra una figura maschile, “un signore anzianissimo e buffo”, un educatore, un padre, uno che insegna, uno che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi”. Giglio sta rievocando in sogno la tematica evolutiva del suo erotismo e della sua sessualità e giustamente immette la figura paterna bonaria e buffa per stemperare l’angoscia dell’illecito e dell’incesto, dell’immoralità e della trasgressione acuta.

Una domanda è obbligatoria: la figura paterna contribuisce nella formazione della vita sessuale dei figli e nello specifico delle figlie?

La risposta è affermativa.

Il processo educativo è soprattutto auto-educativo e non rientra esclusivamente nella “posizione psichica edipica”, la conflittualità con i genitori, ma si spalma dalla posizione orale”, affettività, fino alla “posizione narcisistica” per influenzare la “posizione genitale” ossia la modalità di offerta e di relazione in funzione del proprio godimento e dell’altrui piacere. Questo processo e queste modalità sono rievocate in sogno da Giglio: l’influenza del padre nella sua formazione psichica e, nello specifico, in riguardo al corpo, l’erotismo e la sessualità. E’ questo il senso e il significato di “lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio”. Giglio ha ben calibrato la figura paterna sin dall’infanzia e l’influenza che ha avuto, meglio che lei ha dato, nella sua evoluzione psicofisica. L’attesa “in corridoio” attesta del tempo necessario a tale processo formativo, così come “la compagnia di qualcuno che non so” attesta dell’aleggiare della figura materna nel quadro onirico e dentro la psiche di Giglio, un tratto “edipico” in funzione della propria evoluzione. La madre non si vede chiaramente in sogno, ma è presente perché il padre è evidente nel suo essere figurato “vecchio e buffo” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato nel momento in cui i significati, “latente” e “manifesto”, del sogno coincidono.

Riepilogando: Giglio elabora l’importanza del padre nella conoscenza del corpo e della vita sessuale, la sua femminilità, proprio distraendola dalla figura materna: uscita dalla piscina e l’attesa in zona massaggi. Adesso il corpo è degno di essere amato e vissuto. È stato auto-battezzato.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.”

Un ricordo personale trova posto in questo sogno poliedrico e universale di Giglio. Le madri siciliane tutelavano le figlie non soltanto dai maschi adulti, ma soprattutto dai padri, vissuti dalle mogli per natura violenti e incestuosi, nonché determinati da pulsioni sessuali irrefrenabili, affetti da un grado erotico e pulsionale di ferinità.

Una domanda si pone: si trattava di un vissuto traumatico irrisolto delle madri che avevano subito violenza durante l’infanzia o era un dato di fatto storico e culturale legato alla repressione sessuale e all’anaffettività dominante?

In medio stat veritas.

Ricordo che non lasciavano mai in casa le figlie sole con il padre e tanto meno permettevano loro di andare, sempre da sole, nei giardinetti, un luogo classico della pedofilia e dei maniaci sessuali. La guerra miserabile e la miseria morale avevano prodotto un imbarbarimento dei costumi e una tolleranza reverenziale da parte delle donne verso l’universo maschile, contrassegnato da una ferinità che esigeva lo scarico della “libido” al di là delle relazioni di sangue. Il maschio era larvatamente considerato un bruto a cui tutto era concesso e permesso. Anche il “tabù dell’incesto” poteva essere violato e non fungeva da barriera nei maschi in preda al raptus anche di fronte alle giovani figlie.

Stendo un velo pietoso su queste tragedie collettive e contemporanee e torno volentieri da Giglio e dal suo sogno così interessante e variegato.

Si presentano in scena la “massaggiatrice”, la mamma che fa tante carezze rilassanti e rassicuranti specialmente nell’infanzia, “una coppia”, la coppia “edipica”, il padre e la figlia, “l’uomo visto nell’infanzia” e Giglio, la “ragazzina” tanto innamorata e attratta dalla figura paterna: “Giacomo o Jacopo”. Arriva a questo punto la tentazione “edipica” di un legame forte e totale con il padre, ma la madre massaggiatrice, il “Super-Io” di Giglio, provvede a raffreddare i bollenti spiriti del “caffè” con il divieto del “caffè che non fa bene ai bambini”. Il capoverso è denso ma non irto di difficoltà interpretative, per cui lo spiego meglio onde evitare confusioni. La figlia è attratta dal padre, ma la madre pone il suo divieto a un legame morboso con il padre: così ragiona sempre Giglio bambina. In effetti è proprio lei che si è vietato il trasporto globale verso il padre e verso l’universo maschile adulto. Giglio ricorda la sua bambina che tanto sentiva, altrettanto desiderava e quasi tutto censurava. I personaggi sono sempre i tre soliti compari: “io, mammeta e papeta”, per dirla alla napoletana, un dialetto, quasi una lingua, che tanto esprime nel suo tratto universale.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.”

Il “significato latente”, disoccultato in precedenza tramite l’interpretazione dei simboli, diventa quasi “manifesto”: “mia madre”, l’uomo di prima”, “arrestato per pedofilia”, le “molte bambine adolescenti”. Il “servizio del telegiornale in tv” comporta un raffreddamento emotivo e una istanza censoria compatibile con la continuazione del sogno. Non è da trascurare la gelosia di Giglio nell’attribuire al padre il trasporto affettivo verso le “molte bambine adolescenti”: sentimento della “rivalità fraterna”, scatenato dalla presenza di sorelle o fratelli e anche in assenza di questi immaginato dalla stessa Giglio e attribuito al padre tramite il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Giglio si è riconciliata con la madre a cui aveva tolto il marito: “sono in camera d’albergo seduta sul letto con mia madre”. La solidarietà al femminile ricompone il quadro familiare e il padre resta un “fantasma edipico” che aleggia nelle psicodinamiche, oniriche e non, di Giglio. Notate l’anonimato della “camera d’albergo”. Il lettone dei genitori, trofeo ambito di tutti i bambini, sarebbe stato troppo compromettente e smascherante. Questo capoverso spiega il travaglio psicofisico di Giglio bambina nella sua “posizione edipica”.

Ma a cosa serve tanto trambusto universale evolutivo?

La risposta insiste sulla formazione psichica dei figli e, nello specifico, sulla formazione della “organizzazione” dei vissuti e dei “fantasmi” che reagiscono e interagiscono determinando con il vario dosaggio la struttura psichica, la, cosiddetta volgarmente, personalità. La risoluzione della “posizione edipica” implica il passaggio evolutivo alla “posizione genitale” matura e destinata all’investimento sull’altro, alla donazione amorosa che concilia la vita affettiva con la vitalità sessuale. Tramite quest’esperienza contrastata e intima con le figure genitoriali si formano individui caratterialmente e strutturalmente completi. Ma questo viaggio universale è sempre riempito dalle mille caratteristiche individuali e predilige destinazioni particolarmente gradevoli e gradite: i tratti psichici sono variazioni individuali sul tema universale della varia e ampia conflittualità con i genitori.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…”

Giglio si riconcilia con la madre al fine di rafforzare la sua identità psicofisica e di viversi al meglio come la bambina evoluta in donna: identificazione e identità. La riconciliazione comporta il riconoscimento della figura femminile materna e del suo ruolo specifico di genitrice e di donna. Durante la pubertà la bambina si stacca dal padre e si avvicina alla madre riconoscendo che “il suo amico” era suo marito, nonché suo padre. Il ridestarsi dei sentimenti e delle sensazioni “edipiche” procura una certa agitazione in Giglio che non trova di meglio che ripescare i suoi desideri e le sue pulsioni di insidia da parte del padre elaborate e vissute quando era bambina. Giglio, in questa difesa estrema dal senso di colpa di aver tanto osato e altrettanto desiderato durante la sua formazione infantile, proietta sul padre la sua pulsione incestuosa e sulla madre la sua responsabilità incestuosa. In effetti, era lei e soltanto lei che desiderava in mille modi quell’uomo, Giacomo o Jacopo in precedenza, e che adesso chiede a se stessa ragione del suo vissuto di uso ed abuso di lei bambina proiettandola sulla madre che avrebbe dovuto difenderla da tanto mostro e da cotanta mostruosità. Non basta tutto questo trambusto sentimentale ed emotivo, Giglio dice a se stessa la sua spiegazione logica: ero infante, ero senza la parola, ero dominata dalle pulsioni e dai bisogni che tendevano al desiderio, ero senza il potere della parola, non avevo il verbo, non avevo il potere di una donna, avevo soltanto l’innocenza di una bambina, non sapevo tradurre i miei vissuti interiori in parole, non sapevo dare parola ai miei “fantasmi”, alle rappresentazioni emotive dei miei istinti, non avevo il fallo del verbo. Di conseguenza, senza il potere della parola mi era impossibile la consapevolezza e la coscienza di me stessa, il “sensus mei” eccedeva la presa di coscienza e la traduzione logica dei miei vissuti edipici e, nello specifico, la trama delle vaste relazioni con mio padre e con mia madre. La “parola” è il potere della comunicazione e della seduzione: “non parlavi e a lui piacciono le bambine che parlano”, le donne adulte che hanno un grado di auto-consapevolezza. Il padre non era incestuoso e gradiva le sue pari, quelle che sapevano conquistarlo con le armi creative del linguaggio. Giglio se la racconta tanto bene che quasi quasi crede a se stessa e si sente nel giusto che più giusto non si può, neanche con il candeggio del super disinfettante in voga. Nel momento in cui Giglio permette al padre di tradirlo con le altre si è liberata dell’ingombro edipico e può procedere verso la sua identificazione psicofisica, si concede di crescere dopo aver superato gli scogli edipici di Scilla e Cariddi e l’illusione di essere una Sirena, la creatura più infelice che l’uomo abbia mai potuto immaginare e descrivere.

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…”

Ma ancora la misura non è colma, Giglio ha ulteriore bisogno di “catarsi del senso di colpa edipico” e all’uopo è costretta a rispolverare-rivivere la sua contrastata avventura-disavventura con il padre, deve dare alla madre le sue responsabilità, sue di Giglio per intenderci, come si dà a Cesare, meglio si restituisce, quello che notoriamente gli appartiene. Giglio si difende in sogno “proiettando” e “spostando” sulla figura materna la responsabilità “edipica” che lei vive a metà tra la pedofilia e l’incesto, la violenza e l’impeto. La vena erotica si esalta nella rabbia imperante: “so che ti ha accarezzata dappertutto”, la cruda vena sessuale si manifesta in “non riusciva a entrare”, la vena conflittuale e affettiva si evidenzia in “ma nemmeno a staccarsi”. Man mano che Giglio procede nel sogno, il contrasto profondo tra il mondo pulsionale dell’Es e la repressione morale del Super-Io si fa sempre più stringente e struggente. Giglio non riesce a staccarsi dall’attrazione fatale vissuta nei riguardi del padre e l’ambivalenza psichica nei riguardi della madre, una figura importantissima in cui identificarsi per maturare la sua identità femminile senza trascurare i migliori tratti maschili del padre. Prevale in questa “posizione edipica” l’erotismo e la sessualità che normalmente si colpevolizzano tramite la degenerazione in pedofilia e incesto. Giglio sogna che il padre non riusciva a entrare, mantiene una dirittura morale o meglio una difesa dall’angoscia dell’incesto per non risvegliarsi e una resistenza a riesumare nei particolari più scabrosi i suoi vissuti verso la maschilità del padre. L’ambivalenza psichica si colora di affettività quando la figlia non fa staccare il padre immorale che voleva entrare ma non riusciva, padre morale. Il mancato distacco di “non riusciva a staccarsi” ha una valenza affettiva: la figlia non fa staccare il padre perché il suo amore è importante per la sua economia psichica evolutiva.

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…”

L’isteria e la scarica purificatrice esordiscono in questo capoverso a testimonianza del quadro dominante di natura e qualità “edipiche”, risalgono ai trambusti profondi e agli sconquassi relazionali che Giglio ha vissuto da bambina e che si è portata dentro maturando in età adulta i tratti psichici erotici e seduttivi, nonché una buona fattura relazionale. Del resto, l’isteria è la conversione di conflitti rimossi a suo tempo e che nel tempo trovano la valvola di sfogo quando una causa occasionale scatena il materiale accatastato e sedimentato. Il sogno è la via maestra per l’emergere dei conflitti psichici e relazionali e di tutto il vissuto dei sensi e dei sentimenti. Giglio “si allontana da sua madre” perché si sente schifata” dal suo vissuto “edipico”, rifiuta e non riconosce la sua naturale “posizione edipica”, per cui allontana la madre e il padre dalla sua scena onirica in quanto responsabili del suo psicodramma esistenziale e relazionale. Giglio è “piegata in avanti dal dolore” come se avesse subito una violenza sessuale, più che per un normale malore possibilmente allo stomaco, nella zona degli affetti, tanto meno per una dismenorrea. Giglio razionalizza la figura materna andando via da lei, ma l’operazione è frettolosa. Il disgusto non è foriero di buone novità. Giglio si è staccata dai genitori risolvendo la “posizione edipica” ed è pronta per i suoi uomini, è disposta alle relazioni mature e adulte. Giglio è cresciuta e si è partorita, “maieutica di Socrate, attraverso la presa di coscienza che la sua vita si incanala verso le relazioni maschili dopo lo spazio concesso al padre e verso le relazioni femminili dopo aver mal digerito la filosofia screditante e spartana della madre. Quest’ultima è stata poco protettiva nell’evoluzione educativa della figlia, almeno così l’ha vissuta, o, meglio ancora, Giglio aveva bisogno di tanto sazio per viversi il padre senza la presenza invasiva della madre che giustamente averebbe recriminato i suoi diritti di proprietà e di esercizio nei riguardi del marito, il padre di Giglio. Quest’ultima non sa che farsene degli uomini, il primo e il secondo, “F” e “il secondo”, figure poco importanti e significative rispetto al padre. La nostra protagonista ha tanto vissuto da bambina e, adesso che è adulta, anche i suoi uomini sono superficiali come la mamma che a suo tempo e, sempre nei suoi vissuti, l’ha lasciata in balia del padre. Questo era chiaramente il suo desiderio. Anche il suo secondo uomo non riesce a capirla, “si stanca, mi prende in giro e riattacca”. Un’ultima domanda seria si pone nel finale di questa lunga decodificazione del sogno di Giglio: “riesco solo a piangere in una maniera strana”, che vuol dire?. Vuol dire che Giglio ha acquisito una maniera diversa di scaricare le sue tensioni. Il pianto è una salutare “catarsi” delle tensioni nervose accumulate. Giglio non piange più come una bambina, adesso si libera come donna. E’ maturata e ha maturata nuove modalità espressive e liberatorie.

Ancora un appunto mi sento di fare: come la mettiamo con il fatto che il primo fidanzato di tutte le bambine del mondo è il papà?

Forse il papà non c’è più e Giglio non può comunicargli tutto il bene che gli ha voluto, un bene completo e fatto di tutto quello che è inesprimibile nella realtà ed esprimibile con naturalezza nel sogno attraverso i simboli e la Bellezza. E’ proprio vero che la funzione onirica è foriera di prosperità estetica mostrando i nostri inconsapevoli capolavori.

Bonne chance, Gigliò!

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

In precedenza Giglio piangeva “in una maniera strana”, adesso fa “versi disperati”. Questa donna è proprio sull’orlo di una crisi di nervi o è ancora in piena scarica isterica, si sta liberando delle ultime scorie nevrotiche di qualità “edipica”, è ancora fortemente arrabbiata con la madre e il padre perché l’hanno buggerata e poco protetta nelle disavventure costruttive della sua evoluzione psicofisica. Giglio è in piena teatralità creativa e attira l’attenzione su di sé e sui suoi trascorsi: un classico comportamento dei bambini cosiddetti normali. Insomma, Giglio ha maniere alternative di esprimersi e tenta di farsi capire con le sue personali e creative espressioni. Una bambina incompresa suggella la fine del sogno, ma questo l’aveva già detto. Convergendo ancora su se stessa, Giglio si riprende tutto il materiale che aveva alienato nel padre e tenta di convincersi che forse non l’ha del tutto razionalizzato questo padre così importante e ingombrante. Resta il dubbio di aver messo insieme, “confuso”, il proprio con l’altrui, di aver usato il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento”, della “traslazione” e della “proiezione”. Ma tutto questo è ancora assolutamente normale e naturale. Resta una figlia che ha vissuto un intenso travaglio con il padre e con figure maschili equivalenti. Ho anche pensato che Giglio possa aver subito molestie e violenza durante la sua infanzia, ma anche questo dato è frequente a causa della repressione sessuale della società e della cultura sessuofobica del passato e del presente più che mai.

La verità psichica e fisica di questo sogno è stata depositata nel grembo della dea Giglio e a lei, soltanto a lei, spetta il responso.

IL SOGNO A MATRIOSCA 4

RIASSUNTO DEL TERZO SOGNO A MATRIOSCA

Il sogno a matriosca numero 3 è dedicato alla madre e si conclude con l’incontro e la conferma che restiamo sempre nella psicodinamica della maternità e dell’identificazione al femminile. Persiste pacato il rammarico e la consapevolezza della mancata esperienza e del persistente desiderio di avere un figlio.

Il filo conduttore dei tre sogni a matriosca di Saba è la contrastata dimensione materna. Non resta che analizzare il quarto sogno e trarre gli auspici da questa libera e originale associazione onirica.

TRAMA DEL QUARTO SOGNO A MATRIOSCA

“E vado nel mio quarto sogno, al mare con mia sorella, su un’alta scogliera da cui si vede l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.

L’immagine dall’alto è molto bella, c’è una specie di barriera corallina, anche se non ci sono colori ad evidenziarla, ma forme.

Scendiamo velocemente e dico a mia sorella (che solo per quell’attimo è diventata mia madre) che voglio bagnarmi i piedi nell’acqua.

Corro ed entro nel mare, la sabbia è come velluto sotto i piedi, ci sono animaletti simili a piccoli pesciolini vermiformi ovunque e mi piace tanto.

Mia sorella intanto raccoglie granchietti, dice che collezionarli è la sua passione.

Mi stupisco, non lo sapevo. Stiamo bene assieme, esco dall’acqua e le voglio far vedere una torre saracena che sta in alto.

Saliamo, ma la torre è un campanile. Allora le spiego che è perché i cristiani combatterono e vinsero contro i mori e trasformarono la torre in una chiesa.

Lei cerca granchi sulle pareti della torre e io cerco coccinelle.”

INTERPRETAZIONE DEL QUARTO SOGNO A MATRIOSCA

E vado nel mio quarto sogno, al mare con mia sorella, su un’alta scogliera da cui si vede l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.”

E siamo fortunatamente approdati al quarto sogno, la matriosca più piccola ma sempre altamente significativa nel suo essere un valido condensato. Si spera di incontrare il tema della femminilità e della maternità al fine di confermare la tesi he i sogni non procedono per salti: anche se cambiano i simboli, non cambia la psicodinamica in ballo. In ogni caso il “lavoro onirico” tratta sempre nel suo spazio e nel suo tempo il materiale psichico che occupa lo stato di coscienza in maniera più o meno consapevole e che viene attivato da una causa scatenante minima occorsa nel giorno precedente.

Andiamo al dunque e al sodo.

Saba chiama nuovamente in scena la “sorella” con la funzione di alleata psichica che permette al sogno di scorrere e al sonno di continuare. La “sorella” è pari pari la “proiezione” di Saba, lo strumento di cui si serve per portare avanti i suoi disegni psichici. Saba si trova “su un’alta scogliera”, in un ambito di netta “sublimazione della libido” senza sensi di colpa nell’immediato e con qualche pendenza nel pregresso. E’ questo il significato della scena che Saba ha costruito: “l’acqua, più limpida sulla riva e più scura al largo.” Il “mare” è simbolo della dimensione psichica profonda, nonché della vita e dell’attività creativa, del deposito vitale dei desideri e delle pulsioni, una zona giustamente oscura e densa di significati. Saba sta contemplando dall’alto la sua dimensione profonda e più o meno consapevole.

L’immagine dall’alto è molto bella, c’è una specie di barriera corallina, anche se non ci sono colori ad evidenziarla, ma forme.”

La bellezza estetica è la sublimazione della “libido” più cruda. Ci mancava la “barriera corallina” in questa parata del sistema psichico difensivo e meno male che “non ci sono i colori” a tormentare gli argini della scogliera, l’acqua scura e l’acqua chiara di cui in precedenza ci siamo occupati. Saba è in piena difesa dal coinvolgimento e dall’investimento delle sue energie più genuine e si è installata “su un’alta scogliera” insieme alla sua alleata sorella o meglio si è raddoppiata per non svegliarsi e per continuare a sognare questo splendido isolamento in cui si relegata con la sua vena estetica e il suo culto della bellezza, ma non la bellezza con la “b” minuscola, la Bellezza con la “B” maiuscola. Saba si rifugia nell’Arte per non vivere la Materia e opera a trecentosessanta gradi con il processo psichico difensivo della “sublimazione”. I “colori”, che “non ci sono”, rappresentano le emozioni e le pulsioni che si sono stemperati in tanta opera di bonifica dell’agro psichico. Le “forme”, che “ci sono”, condensano l’assenza di contenuto emotivo o meglio l’unicità del contenuto emotivo fissato nel sentimento della bellezza, la metodologia estetica del Barocco. Saba e la sorella sono paghe di cotanto freddo natural calcare sotto forma di barriera corallina che le tempeste del mare dal cuore escludono. Ognuno si difende come sa.

Ma da cosa si sta difendendo Saba?

Scendiamo velocemente e dico a mia sorella (che solo per quell’attimo è diventata mia madre) che voglio bagnarmi i piedi nell’acqua.”

Saba è irrequieta, non è una donna qualsiasi, è degna figlia della madre e non si appaga di sublimare, non vive soltanto del Sublime kantiano, sa e vuole concretizzare, imbeversi di materia vivente ed energizzarsi tra maschile e femminile con i suoi “piedi” bagnati “nell’acqua”. “Scendiamo” è simbolo del processo di difesa opposto alla “sublimazione”, la “materializzazione”, il ricorrere alla concretezza della “libido” nella sua accezione più carnale. La “sorella” è l’alleata che consente la discesa in tanta materia e “velocemente”. “ Voglio bagnarmi” rappresenta l’atto consapevole dell’eccitazione volitiva, il desiderio di vivere l’intensità sensoriale ed emotiva del corpo, un’abbondante lubrificazione vaginale. “I piedi” sono simboli fallici che rappresentano il potere maschile dell’incidere e del penetrare, il potere di Afrodite o dell’universo psichico femminile con la seduzione e la perdizione del maschio in una con le strategie mitologiche delle povere e infelici Sirene. “L’acqua” è il classico simbolo della Madre e delle madri, il corredo essenziale del “principio femminile” e di tutte le donne. Il pusillis della questione per l’interpretazione corretta del sogno è la frase messa da Saba tra parentesi e come se fosse un lapsus, “(che solo per quell’attimo è diventata mia madre)”. Saba è in compagnia di una figura materna perché si sta ancora portando dietro la maternità, il “fantasma” di avere un figlio, di realizzare la sua pulsione a procreare e il suo istinto materno. Dalla “sublimazione” alla “materializzazione” si snoda in alto e in basso il viaggio di Saba intorno alla prerogativa classicamente femminile della fecondazione e della gravidanza. Anche la quarta matriosca evidenzia la stessa psicodinamica delle altre tre sorelle maggiori e sicuramente la rappresenta con la ricchezza poetica del contenuto psicofisico. Un figlio è materia vivente e non è un angelo con le ali.

Corro ed entro nel mare, la sabbia è come velluto sotto i piedi, ci sono animaletti simili a piccoli pesciolini vermiformi ovunque e mi piace tanto.”

Saba istruisce un rito propiziatorio e liberatorio, “corro ed entro nel mare”, come se fosse stata bloccata nelle sue capacità di espansione psichica e di investimento della sua “libido”. Saba va verso la vita e la vitalità, investe le sue energie fisiche e mentali, i suoi muscoli e i suoi progetti. Il potere su se stessa e sulla realtà è cresciuto ed è libidico, “velluto sotto i piedi”. Saba si dispone alla gravidanza e a gestire il potere della madre. Gli “animaletti simili a pesciolini vermiformi” son gli spermatozoi che vanno a fecondarla. E il lasciarsi andare a questa invasione vitale è tanto piacevole. Il quadro iniziale della “sublimazione della libido” si è ribaltato e la “libido” in prima persona si è messa al servizio diretto del Genio della Specie senza trascurare il piacere erotico e orgasmico del coito fecondante.

Mia sorella intanto raccoglie granchietti, dice che collezionarli è la sua passione.”

Ecco la “passione” di cui si diceva prima, ecco il godimento della recezione sessuale e dell’orgasmo: “patior” latino si traduce sono affetto e subisco, mi lascio andare al moto naturale del sistema neurovegetativo, mi affido alle sensazioni intense del mio corpo. La sorella alleata, la stessa Saba, è una donna che con la passione ci va a spasso, è disinibita e orgasmica, è attratta dal mettere insieme le sue emozioni e sensazioni senza disdegnare il rischio di rimanere incinta, di raccogliere nel suo grembo dei “granchietti”. Il meccanismo onirico della “figurabilità” in questo caso fa un gran figurone così come viene usato. Il granchietto si avvicina figurativamente al feto nei primi mesi di vita. Comunque e per farla breve, il tema del sogno è sempre lo stesso anche se trattato in maniera diversa e secondo formule estetiche, mistiche, realistiche o surreali. Saba è una donna sessualmente disposta al maschio e alla fecondazione. Eppure qualcosa mi dice che il sogno di Saba va a complicarsi, piuttosto che risolversi in tanto benessere. Chi vivrà vedrà e godrà.

Mi stupisco, non lo sapevo. Stiamo bene assieme, esco dall’acqua e le voglio far vedere una torre saracena che sta in alto.”

Qualcuno penserà che io sono un profeta e invece non è così, sentivo che Saba poteva introdurre ancora con la sua creatività onirica qualche altro tema importante e compatibile con la psicodinamica trattata.

E chi ti arriva?

Il padre in carne e ossa, anzi sotto forma di “una torre araba che sta in alto”. E, del resto, la “posizione edipica” esige che sia il padre la prima figura con cui una figlia si accoppia anche per avere un figlio. Un figlio dal padre è stato desiderato da tutte le figlie che si rispettano e che si possono definire tali. Traduco con dovizie di particolari e chiarezza. Saba sta bene con se stessa e soprattutto con i suoi stupori, le sue cadute della vigilanza e l’abbandono fiducioso alle fantasie e ai ricordi della famiglia, del padre, della madre, della sorella, del tempo dell’infanzia e dell’adolescenza quando maturavano le nespole e le mele. Appena evoluta in donna, Saba ha riscoperto la figura paterna anche perché costretta a riformulare il vissuto edipico per conquistare la sua autonomia psicofisica. “La torre saracena che sta in alto” è da “vedere”, da prendere consapevolezza, il padre è da razionalizzare per sistemarlo nel posto giusto e all’uopo necessita il processo di difesa della “sublimazione”, “in alto”.

E perché è proprio “saracena” questa torre?

Saba rievoca un tratto caratteristico del padre che verte sulle culture arabe e mediterranee. Di più il sogno non dice, almeno per il momento.

Saliamo, ma la torre è un campanile. Allora le spiego che è perché i cristiani combatterono e vinsero contro i mori e trasformarono la torre in una chiesa.”

“Saliamo”, ritorna quella “sublimazione della libido” che nei riguardi del padre e della “posizione edipica” è più che mai indicata e opportuna come difesa dall’angoscia di aver tanto desiderato e tanto osato con il pensiero e la fantasia. Dopo la madre in diretta nel sogno precedente, la terza matriosca per intenderci, adesso tocca alla figura paterna per completare l’opera onirica e il capolavoro estetico. Il padre da mediterraneo e saraceno diventa ebraico cristiano, “trasformarono la torre in una chiesa”, acquista attributi e caratteristiche sempre in linea con il processo di “sublimazione” e non esenti dalla sofferenza e dal martirio, a testimonianza del trasporto affettivo ed erotico della figlia adolescente verso di lui. “Combatterono e vinsero” offre il senso tragico del conflitto intrapsichico a cui Saba si è naturalmente sottoposta con i suoi vissuti nel corso dell’infanzia e dell’adolescenza. Saba archivia il padre con il carisma a lui dovuto e questa è una forma di riconoscimento della figura e di risoluzione della “posizione edipica”.

Lei cerca granchi sulle pareti della torre e io cerco coccinelle.”

Saba cerca i ricordi che la legano al padre e, in particolare, al desiderio dell’infanzia di avere un figlio da lui, “granchi sulle pareti”, e per difesa li attribuisce alla sorella alleata. Saba, di poi, ha cercato il seme giusto per essere fecondata e diventare madre. Chiarisco: il sogno di Saba rievoca il travaglio psichico adolescenziale nei riguardi del padre e il successivo tentativo della donna di diventare madre, presentando un feto abortito e la ricerca degli spermatozoi atti all’ingravidamento. Saba ha incamerato questi vissuti nel corso della sua esistenza e li presenta a se stessa dormendo e sognando.

L’interpretazione del quarto sogno a matriosca si può concludere con questo chiaro e netto richiamo dei temi trattati nel primo sogno.

Il cerchio onirico si chiude mirabilmente.

Buona fortuna!

IL SOGNO A MATRIOSCA 3

RIASSUNTO DEL SOGNO PRECEDENTE

Saba conclude il secondo sogno a matriosca con la piena consapevolezza delle sue psicodinamiche e precisa anche il metodo psicoterapeutico che segue, quello più antico e vicino al Buddismo, la metodologica socratica. Nella prima parte del sogno Saba elabora il suo distacco sublimato dalle psicodinamiche sessuali della maternità e manifesta una soglia di tolleranza della frustrazione molto alta in grazie alla buona ed esibita auto-consapevolezza.

TRAMA DEL TERZO SOGNO A MATRIOSCA

“Esco di casa e sono nel mio terzo sogno, in giro con mia madre rediviva, tornata dal regno dei morti in splendida forma, vestita di rosso, ma sportiva, pantaloni anziché gonna.

È molto attiva, si muove con sveltezza. Ovviamente ha l’ultima età che le è stata consentita, io non posso sapere come sarebbe diventata, quindi la sogno in un tempo immobile, che ora coincide col mio tempo in corsa: ho la sua età di allora o lei la mia di adesso.

Vuole andare in banca a depositare un assegno e mi chiede se di pomeriggio le banche sono aperte.

“Certo, mamma”, le dico. Mi piace chiamarla mamma, al risveglio è una delle sensazioni più appaganti che mi porto dietro.

Le dico che ci rivediamo la sera stessa e me ne vado.”

Saba

INTERPRETAZIONE DEL TERZO SOGNO A MATRIOSCA

Esco di casa e sono nel mio terzo sogno, in giro con mia madre rediviva, tornata dal regno dei morti in splendida forma, vestita di rosso, ma sportiva, pantaloni anziché gonna.”

“Simile simili cognoscitur” sentenziavano gli antichi Romani, i nostri saggi e valorosi progenitori: “il simile si assimila al simile e riconosce il simile”. I Veneti dicono ancora oggi che “la ghianda caduta non va al di là della chioma della quercia”, resta nel raggio della pianta madre. E così nel terzo sogno Saba esordisce con la figura materna e ci presenta una donna in forma e dalle mille variegate sfumature di rosso, il colore della reattività e della vitalità estrema, nonché della rabbia. Saba esce dalla psicodinamica del sogno precedente, la maternità sublimata e la coscienza di sé, per immettersi nelle acque tempestose della figura materna “rediviva”, morta fuori ma viva dentro di lei, e si porta a spasso una madre riesumata dal dimenticatoio, la difesa della “rimozione”, oltre che dal regno dei morti. Saba in sogno elabora la maternità spostandola e condensandola nella madre.

Quale migliore operazione difensiva poteva fare, se non questa per continuare a dormire e a sognare?

In questo terzo sogno la macchina motrice è sempre la stessa dei primi due, la maternità, sia pur con le sfaccettature necessarie all’evoluzione del conflitto vissuto da Saba, che di getto si proietta nella madre e descrive se stessa nell’essere “sportiva” e giovanile e affermativa, “pantaloni anziché gonna”. Saba descrive una “virago”, una donna di potere che ha risolto i suoi conflitti psichici e relazionali con quell’affermatività e quella petulanza che non guastano nel grembo e nella mente di una donna arzilla. Saba si descrive, si piace e si compiace del suo essere femminile nel corpo e maschile nella psiche. Saba descrive una figura androgina molto brillante e mitica, una donna a cui non si raccontano frottole e che non costruisce castelli in aria. La “splendida forma” si attesta proprio in questa vitalità aggressiva e in questo valido pragmatismo; fatti e non chiacchiere.

È molto attiva, si muove con sveltezza. Ovviamente ha l’ultima età che le è stata consentita, io non posso sapere come sarebbe diventata, quindi la sogno in un tempo immobile, che ora coincide col mio tempo in corsa: ho la sua età di allora o lei la mia di adesso.”

Il quadro psicofisico era stato annunciato ed è stato ampiamente descritto in precedenza: “molto attiva e si muove con sveltezza”. La madre, meglio la stessa Saba si vive in sogno “molto attiva” nel fare e pragmatica più degli Inglesi positivisti in “si muove con sveltezza”. Aggiungo che la “sveltezza” è simbolicamente l’abilità mentale nei processi di intuizione e di sintesi. Corpo e mente sono in buona sintonia. Si tratta di attributi che Saba ha prelevato dalla madre durante il processo di “identificazione” per acquisire la sua “identità” psichica di donna abile e capace, non certo di donnetta lessa nel doppio brodo Star. Di poi, Saba passa a precisare le questioni temporali e in ciò denota che il suo sonno è leggero e agitato, la terza fase REM, dal momento che ragiona con la lucidità di una donna in sul primo mattino o dopo aver sorbito una buon beverone di caffè Lavazza. La madre ha l’età che aveva quando è morta, ma non ha l’età degli ultimi istanti vissuti perché Saba la ringiovanisce e la porta alla sua età e completa l’opera di giocare con il Tempo, possibile solo in sogno o nelle fantasie, invecchiandosi all’età in cui la mamma è morta. E’ la stessa tematica che Edmondo De Amicis tratta nella sua poesia dedicata alla madre, che comincia “Non sempre il tempo la beltà cancella o la sfioran le lacrime e gli affanni” per concludere “Vorrei veder me vecchio e lei dal sacrificio mio ringiovanita”. Mi spiego meglio. La madre è nel “Tempo immobile”, mentre Saba è nel “Tempo in corsa”, condividono due modalità del Tempo, lo scorrere evolutivo e lo stare fermo o il “breve eterno”, il Tempo psichico che riporta in vita le nostre presenze interiori. Quello che sta facendo Saba, dopo essersi identificata nella madre, è proprio questo, la madre “viva” dentro di lei e la madre “morta” fuori di lei. La madre “viva” è nel suo “breve eterno” o “Tempo immobile”, la madre “morta” è nello scorrere temporale o “Tempo in corsa”. Si spiega in tal modo “ho la sua età di allora e lei la mia di adesso”. L’identificazione nella figura materna è particolarmente brillante nel sogno di Saba. La presenza è stata importante e l’assenza altrettanto.

Vuole andare in banca a depositare un assegno e mi chiede se di pomeriggio le banche sono aperte.”

Decodificare “l’assegno” nel suo simbolo è determinante per il prosieguo del sogno e per la sua comprensione. “L’assegno” è la traslazione del denaro, il denaro si traduce in potere sessuale, in capacità d’investimento di “libido”, in affermazione sociale e valore femminile in questo caso. Saba rievoca della madre la sua capacità di essere affermativa e di essere una figura reale e concreta più che astratta e carismatica, un donnone con il libretto degli assegni in tasca e sempre pronta a metterci del suo nella rete delle relazioni che intercorrono nella quotidiana pratica esistenziale. La madre vuole andare in banca a depositare un assegno e non sa se le banche sono aperte di pomeriggio: Saba ha potere, ma dubita sui tempi e sulle modalità d’investimento. Saba si è proiettata nella madre e come lei ritiene di essere una donna di gran valore, un donnone, ma, ancora una volta come lei, non sa trovare le occasioni e le condizioni per esternare e rendere oggettivo quel “ben di dio” che si porta addosso in riguardo al corpo e alla mente, nonché alle sue arti seduttive, erotiche e sessuali. Saba sente di avere dentro una banca, un potenziale esplosivo di capitali e di talenti umani, ma, come il vissuto che lei ha della mamma, si vive come una donna sacrificata che non ha realizzato quel che vale e che si è costretta a non investire i suoi valori mobili.

Viva le banche aperte, viva le donne che spendono tutti i loro quattrini non soltanto in balocchi e profumi, ma anche nella piena convinzione del “sapere di sé”, quell’auto-coscienza salvifica che aiuta a investire quintali di “libido” senza alcuna paura e titubanza.

“Certo, mamma”, le dico. Mi piace chiamarla mamma, al risveglio è una delle sensazioni più appaganti che mi porto dietro.”

Anche qui ci sta bene il solito “come volevasi dimostrare” perché Saba rassicura se stessa tramite la mamma sulla possibilità di versare in banca un assegno anche nelle ore pomeridiane. La banca delle virtù e del potere è aperta anche nell’età matura. Saba si consola con la consapevolezza del valore e della dignità di donna matura. La predilezione di “chiamarla mamma” annuncia il bisogno e desiderio della maternità che Saba si sta portando dietro e dentro i suoi sogni a matriosca. Una donna è completa come la mia mamma quando diventa madre. Questa consapevolezza aiuta a vivere e riempie in questo risveglio psichico quello che è mancato a Saba.

Le dico che ci rivediamo la sera stessa e me ne vado.”

Le dico che le voglio tanto bene e vado avanti nella mia vita. Saba congeda la madre temporaneamente e dice a se stessa che la partita si gioca nella sua interiorità dove la figura materna non mancherà, il suo “breve eterno”, e soprattutto non mancherà la piena coscienza di quanto Saba abbia desiderato la maternità e di come abbia sistemato l’assenza di un figlio che l’avrebbe chiamata mamma o maman alla francese. Degno d’interesse il buon dialogo che Saba ha con se stessa: “le dico che ci rivediamo”.

Il sogno a matriosca numero 3 è dedicato alla madre e si conclude con l’incontro e la testimonianza che restiamo sempre nella psicodinamica della maternità e dell’identificazione al femminile. Persiste pacato il rammarico insieme alla consapevolezza della mancata esperienza e del persistente desiderio.

Il filo conduttore dei tre sogni a matriosca di Saba è la contrastata dimensione materna. Non resta che analizzare il quarto e trarre gli auspici di questa libera e originale associazione onirica.