PILLOLE DI VITA

Acetamol,

paracetamolo,

tachipirina non di marca,

degna di un ex proletario

che adesso se la gode in quel di Guascogna,

500 mg di veleno

per un corpo contestato e non vaccinato a suo tempo,

con Gianna che reclama il mio amore

e io che non riesco a dire bagliola o amore mio

a questo peluche di una cagnetta

che deve fare pipì tre volte al giorno

e cacca alla bisogna,

tutta quella che vuole e dove vuole,

in tre ettari di terreno, sine die e nisi obmolumenta,

anche sul parabrezza di questa station wagon

che è mezza marcia e mezza rossa,

una carcassa del ‘68 ad ampio uso e disuso,

una al mattino,

una a mezzodì,

una la sera.

O madonna del natale,

tu che insegni la sacralità del parto

e la mortalità dei bambini mai nati,

quelli che volevano e non potevano.

Ci sarà in questo ospedale dei poveri

un santo Raffaele che gradisce

e percepisce duemila e ottocento sesterzi

per curare i testicoli erniosi di Tersite.



Salvatore Vallone



25/ 12/ 2023 in quel di Karancino, giardino degli aranci.

REGINELLA

O Reginella,

mia salvezza eterea e celestiale,

donna delle mie brame e del mio reame in quel di Napoli,

oggi distrattamente ti penso in Ortigia

e inevitabilmente ripenso al fior caduco dei tuoi gentili anni,

un fiore reciso nel pieno rigoglio della giovinezza

dalla furia omicida di un bieco assassino.

Non hai avuto il tempo di cantare con me

mentre si mangiava pane e cirase,

non abbiamo avuto il tempo di baciarci con i pizzilli e senza.

Che vase, che vase!

La gelosia porta soltanto ghirlande intrecciate a lutto

e crisantemi di tutti i colori.

Bum, bum,

la rivoltella di un pazzo ha fatto bumbum

e ancora bumbum.

O Immacolatella napoletana,

o Madonna del Carmelo siracusana,

hanno ucciso Reginella in via Claudio Mario Arezzo al civico 32.

Correva il malefico 1948.

Salvatore Vallone

Karancino, 20, giugno, 2023

SOLSTIZIO

Solstizio,

sol stat,

sto stas, steti, statum, stare.

Fermati, o frate sole,

ho gridato,

anch’io sto,

anch’io risto,

io mi fermo qui,

qui con te,

qui dove vivi tu,

dove c’è sempre il sole,

il sole,

il sole nel cielo,

in mezzo al mare,

il mare nel cielo,

il cielo azzurro nel sole arancione,

il mare verde nel sole giallo,

dove ci sei tu,

tu che cucini le lasagne al ragù

in ricordo della pasta con la salsa della mia adorata mamma,

una pasta fritta e rifritta la sera del dì di festa

e non solo per me e Silvia,

la pasta al forno con le melanzane e le polpette,

la mortadella e la provoletta a forma di caciocavallo.

Eh, cosa succede?

Ahi, ahi, ahi,

an’ammazzatu cumpari Turiddru!

Aveva fatto becco Alfio con donna Lola,

ma Alfio lo ha mandato in paradiso.

Erano amanti.

Ora Turiddru, il masculu, non vuole entrare senza la sua Lolita,

Lola,

pardon,

quella Lola

che sa ancora di latte nelle poppe

e porta la camicia bianca e rossa

come una ciliegia turgida dell’Etna focosa,

il Mongibello,

u Muncibbeddru,

quella Lola che si affaccia al balcone bombato di ferro barocco

e atteggia la bocca al sorriso malizioso della piana di Catania

e non al riso sguaiato della pianura padana.

O Lola,

sia beato

chi ti da il primo bacio

in sul mattino e sul far della sera,

anche nel dì di festa,

o Lola,

sulla tua soglia è sparso il sangue amaro di Salvatore,

il compare infido di Alfio il selvaggio,

u sarbaggiu.

Che me ne importa a me,

ah, ah,

ah, ah,

se muoio ucciso da un carrettiere cafone,

io speriamo sempre che me la cavo,

e se muoio

e vado in paradiso

e non La trovo quella madonna angelicata,

io manco ci entro

e torno giù,

giù da Lola,

donna Lola.

Salvatore Vallone

Hàrah Làgin, ( il Giardino degli aranci ), 21, 05, 2023

IL SOGNO E’ POESIA

Io ti dirò,

ti dirò qualcosa,

ti dirò qualcosa d’importante,

d’interessante,

non ti dirò che mi piaci,

né che questa notte diventa poesia perché ci sei tu,

non ti chiederò i baci che ti ho dato

e che ancora non mi hai restituito,

non mi lascerò andare alla melissa nostalgia

in questo tragico frangente del mondo intero,

non ti lascerò un fiore sul cuscino o una lacrima sul viso,

come da copione nei romanzi di Liala,

come da rituale nelle canzoni di Nilla e Bobby,

non ti chiederò perché da me sei andata via

dopo che ti ho aiutata a vincere la balbuzie e la pollachiuria,

non ti dirò dei grandi sacerdoti crudeli

che ancora uccidono in nome del deus ex machina

e stuprano in nome della disonesta castità ideologica,

non parlerò della colorata madonna di gesso

che ci onora a tavola con i cibi prelibati della tradizione,

io ti dirò,

io ti dirò soltanto che il sogno è poesia,

la tua poesia bella, buona e brava

come la Gianna dagli occhi blu,

quella di cui sono follemente innamorato,

come la pubblicità dei biscotti alla nutella,

come la disposizione a delinquere dei colletti bianchi,

come le tangenti e i pizzini dei mafiosi introvabili,

io ti griderò buongiorno,

poi canterò buongiorno a questo giorno

che ti vede senza di me,

buongiorno al latte e al caffè,

buongiorno a chi dorme sorniona e libertina

con le braccia conserte fuori dalle coperte

in questa giornata di sole antico e futurista

come il vino e il pane degli emirati e dei reami,

come il pane e il vino di Marcellino e di fra Pappina,

io ti griderò di stare attenta,

attenta alla botte di piombo che ti libera

quando agiti le mani tendenziose

per salutarmi alla stazione di Conegliano,

mentre slacci le culotte in pizzo e cotone nell’albergo a ore,

mentre io indosso appena uno slippino in microfibra

che fa tanto danno ai testicoli,

specialmente in età senile o dintorno ai vent’anni,

perché se andiamo avanti di questo passo

non ci saranno più bambini furbi o scugnizzi arditi

a fare il girotondo intorno al mondo di Sergio,

semplicemente perché le donne non ci vogliono più bene

se portiamo la camicia nera o a pois con cinque stelle.

Ardimento delle mie brame,

o Ardimento,

regalami una faccetta nera dell’Abissinia

in maniera che io posso farla romana

senza che aspetti e speri un posto

in un parlamento a strozzo e a spruzzo

da tempo occupato come un cesso pubblico

dai soliti compari di madama Dorè

che se la intende per interesse con madama Santè.

O Ardimento,

liberami dal male di tanta malora a spezzatino,

cucinata allo spiedo arcobaleno

negli scantinati scandalosi del colle Vaticano,

mentre la signora Maria cura i migranti

in procinto di occupare Ortigia con le loro mercanzie,

liberami dai preti inutilmente spretati

e dalle suore ferocemente insuorate alla camomilla,

antesignane dei tiranni cocainomani

e di quella immarcescibile vergine cuccia

che becca ancora il piede villan del servo

e che ancora nudo andò,

spogliato dell’assisa clericale

e delle accise politiche sulla benzina,

onde era un giorno venerabile al vulgo,

liberami dai padroncini incandescenti della val padana

e dagli schiavi inconsistenti della pianura asiatica,

insegnami a dormire sonni eterni

e a sognare sogni contingenti

dove libertà e necessità coincidono

in un grande bordello filosofico di tesi, antitesi e sintesi,

spiegami il delirio detto da Hegel

e ridetto dal professore fumatore della scuola,

quella dialettica tra razionale e reale e tra razionale e reale

che mi ha spaccato i maroni a Combai

e i marroni nei banchi di scuola,

in quel Liceo che di Aristotele nulla aveva,

che di tanta gentaglia ignorante tutto possedeva.

Ricordati che il meglio deve ancora venire,

che si trova tra le anse del numero settantasette,

che si ritrova tra le coperte di un rifugio antiaereo

dove si concepivano i bambini a ufo e a sbafo

per esorcizzare l’angoscia di morte.

Sia lodata la guerra.

Oggi e sempre sia lodata.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2023

NOSTALGHEIA CANAILLE

E così te la intendi con il massimo dei minimi,

con i seguaci dell’improponibile e improbabile Jacques,

il francese alle Gauloises dal dolce sapore di prugna.

E così segui anche tu la luce delle stelle morte,

il fenomeno luminoso di un noumeno,

un visibile e massiccio pensabile,

la scia ardente delle moderne camere mortuarie,

le sale umane del congedo inumano.

E magari vai a comprare in libreria quel malloppo di detto e ridetto

per arricchire gli editori ingordi e gli autori innarcisiti,

quelli che hanno ucciso i libri di carta con i diritti in salotto,

la manega di esibizionisti sporcaccioni

che toccano i culi delle donne improvvide.

E magari mi dirai alla stazione del fiero Primolano

che le stelle sono morte per colpa dell’Alighieri

che infine uscì a rivederle dopo cotanto inutile fottio,

dopo tanto strafottente primeggiare tra impari.

Eppure Ulisse ti parlò a suo tempo e a suo modo

con tanto di baldracche nel suo pullman diretto a Monza,

con tanto di libri da svendere nelle catene erremoscia & cavalieri.

Tu sapevi di quel dolore del ritorno e del ritorno del dolore.

Io te l’avevo spiegato ad ampie falcate sulla strada di Damasco

insieme a Palinuro,

il nocchiero del capo,

colui che non deve chiedere mai

semplicemente perché non ha editori disposti al culo,

benemeriti della patata igp e dop.

Tu hai guardato indietro e non avanti,

hai amato il dolore e non il progetto,

tu non ci sei ieri alla fiera perché oggi c’eri in te stessa,

una persona giuridica senza futuro

e con tanto di pedigree nel collo senza collana e senza imbroglio.

O angelo del cielo restituisci alla mia bambina

quelle stelle morte che ancora sono vive

e parlano al suo cammino illuminandolo di lastricate zolle.

Meglio venirci con la testa bionda sul guanciale

per le ultime carezze degli ipocriti dissennatori.

E’ vero che non siamo mai soli nelle nostre brande

e odoriamo di morte per inedia e di violenza militare.

E’ vero che sei la creatura di un qualche dio mercenario,

ma non dovevi di certo innamorarti di quell’Ulisse

che annegò nelle fogne delle colonne

dove Ercole pose li suoi riguardi

a che il poeta più oltre non si metta.

Lascia gli idoli del foro e del mercato,

abbraccia gli idoli della tribù e della spelonca,

stai in mezzo alla gente ignara

che porta gioiosamente a spasso per la città

una donna argentata sul pulpito inanimato,

ama la Parola di Giovanni,

quel Verbo che non si compra perché non si vende,

quel verso libero che non è dolore del passato,

dolore del presente,

dolore del futuro,

ma semplicemente un emerito dono

che non si compra perché non si vende.

Solo così eviterai le chiese e le parrocchie,

i salotti osceni e le sirene ricostituite,

mia cara Gianna,

nostalgica addolorata madonna

che non ristai in un altare mercenario o in una bancarella premiata.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 18, 12, 2022

ELOGIO DEL BATTAGLIONE

Attenzione,

battaglione,

c’è la mucca col pancione

e non sono stato io,

è stato un milite ignoto,

un maschio sconsiderato e mai morto,

un uomo assente e sempre vivo,

un similpelle umana di plastica,

un padre impietoso non pervenuto,

un paron dalle belle braghe bianche

e con tanto di palanche nelle tasche oscene.

Attenzione,

battaglione,

un marrano ha ingravidato la tosa,

un fanfarone ha messo il naso nella marmellata

e ha tanto ciucciato di gusto

da mordersi la lingua e le labbra,

ma non ha usato le dita

per ripulire il vaso,

ha pisciato fuori dall’orinale di porcellana

in vendita da Floresta in via Cristoforo Colombo

al numero civile 1942.

Attenzione,

battaglione,

c’è il fango sullo stradone,

la miseria che il cielo ha mandato,

dall’alto e dal basso per non sbagliare,

per una par condicio politicante allo sbaraglio,

il Puffo e le sue tivvù,

il Buffo e le sue fregnacce.

Oh che giorno beato il ciel ci ha dato

ricoprendo di fieno le mele della mia cascina,

offuscando di dolore le fragole della mia piccina.

Viva, viva Mariarosa,

non quella della marmellata o del lievito Bertoldino,

la pulzella che è chantosa,

che combina in un batter d’occhio

pane, amore e fantasia

sulle tavole del teatro della val di Fassa

con la gente che si sconquassa,

con la gente che si scompiscia,

con la gente che si attizza

al suo ridere elegante in un’avanguardia luccicante

che è solo la follia delle parole,

italiane,

francesi,

spagnole,

le creature più belle del mondo

che parlano in lingua corposa a Mariarosa,

la pulzella che fa la chantosa,

che mostra il deretano al mostro

che in varia misura ha colmato la sua indegnità.

Oh tosa chantosa!

Oh discrimine del Bene e del Male!

Oh madonna delle maldicenze,

mostraci le gambe scosciate

come i fusilli dei polli spellati ad arte

nel bancone del super conveniente mercato delle pulci!

Oh madonna dell’imbroglio,

indicaci la strada della verità,

la via del disonore,

l’impresa della spazzatura mafiosa

che accende roghi per la nostra Giovanna dell’Arco

durante il raro temporale d’agosto!

Donna e domina,

fammi morire di diossina,

inquinami le poche cellule

ancora detenute in questo corpo gramo

che aspira dal culo coca buona

e stronzate varie dai giornali della tele

di quel fesso che comanda anche la povera regina!

O amorevole signora nostra Morte,

dammi le chiavi della questura e del tribunale,

nonché della caramberia fedele e inurbana,

per protestare le mie lettere di cambio

acquistate dal monaco impostore

che con la questua si comprava il coniglio

dallo zio Gesualdo nel mercato di Ortigia!

Sia resa grazia alla signora Cannarella

in via Emanuele Giaracà al civico 23,

il numero che in cabala popolana traduce il culo,

che denunciò il misfatto al maresciallo Vittorio u babbu.

Attenzione,

battaglione, avanti march!

Un, due,

un, due,

op, tuì

passo,

passo,

segnare il passo,

un, tuì,

un, due,

un, due.

Battaglione, alt!

Sergente di cavalleria

Salvatore Vallone

da Siracusa

Carancino di Belvedere, 01, 09, 2022

MENO MALE

Sei generoso,

tanto,

quasi un asceta,

altrettanto,

un uomo senza dubbio e senza dubbi,

uno scettico,

un Pirrone dell’Elide,

un padre Pirrone, il gesuita confessore del puttaniere don Fabrizio,

un vivente senza il pudore del pusillanime,

un guardone senza ritegno e senza riguardo,

un monaco senza il compenso dell’obolo,

un maschio tutto d’un pezzo,

sempre sul mazzo a chiedere il pizzo,

quello delle sottane femminili,

non quello degli inetti parassiti

che affollano questa mia landa

in attesa di una notizia che striscia

per essere smascherati.

Sono generoso.

Sei ricco di buon sangue come un mestruo fulgens

e io mi perdo in un turbamento infantile da suora orsolina

quando mi vedo nelle mie storte parole sulla tua lavagna.

Faccio come la mia bambina,

quella dentro e quella fuori,

che copriva il suo capino con una coperta

per non farsi scovare giocando a nascondino.

E immancabilmente la trovavo chinata sul divano

col culetto in aria e il viso avvolto in un grande mistero,

il dubbio della fede,

la vertigine della libertà,

il bene della fiducia,

la possibilità dell’affidamento,

l’incanto dell’amor proprio,

la follia di Narciso a piccole dosi.

Sono ricco di buon sangue come un mestruo fulgens.

Cosa vuoi,

o mia cara insolente e impertinente,

c’è sempre un aliquis che ci trova e ci sgama,

qualcuno che ci attende e ci sottende,

qualcuno che ci circuisce e ci consola,

nei giardinetti pubblici o nella degna magione,

nella Camera alta e nella Camera bassa.

C’è sempre un quidquid,

qualcosa in cui crediamo e farnetichiamo,

qualcosa in cui nuotiamo e affondiamo,

qualcosa in cui ci perdiamo definitivamente.

C’è sempre un qualcuno e un qualcosa

a sinistra e a destra,

in alto e in basso.

Cosa vuoi.

Ciao,

maestra del mio cuore,

numquam mater, semper domina.

In un quaderno rosso, maoista e a righe strette

e stretto al petto ansante come la vaporiera di Giosuè,

si scioglie l’orrenda boria della vita,

si annida la facile futilità dell’esistenza,

si consuma il più grande peccato,

la strage di se stessi,

il suicidio collettivo,

collettivo come l’Inconscio di Karl Gustav Jung,

il mago che la sapeva lunga,

l’esoterico folle affetto da sedicente esaurimento nervoso.

Cosa vuoi,

Ortigia ormai è un borgo arido e deserto,

pieno di topastri e architetti in fiore e allo spritz,

un sito affidato al terribile Fato degli inetti

e regalato al miglior deficiente in qualità di offerente,

un’isola fatiscente e sconnessa,

pullulante di prodi ed eterni profughi,

ricca di meravigliosi clandestini

che vanno in culo alla vita e al mondo

vendendo cianfrusaglie inutili in ogni cantone

e nel mercato dove mia madre osava

e aveva posto li suoi riguardi.

Cave canem!

Così aveva ammonito la buona Oriana.

Così aveva insegnato la buona Ida:

l’inviata Fallaci e la professoressa Magli.

Chi altrimenti?

Non vedo divinità all’orizzonte.

Dio è morto nell’arena dei gladiatori,

nel tempio di Apollo,

nei giornali di parte e non di partito,

nelle sacre stimmate delle logge,

nelle scuole pubbliche e private,

nella latitanza della civica educazione.

Quanta ignoranza,

o madonna mia degli Angeli,

quella del cortile in fondo a piazza Termini,

quella dei buffoni e dei ciarlatani,

quella dei poeti e dei contastorie.

Adesso che siamo tutti sistemati,

si può andare serenamente anche in culo.

Ciao.

E noi?

Noi che facciamo?

Noi continuiamo a sbatterci la gnocca e il pisello

con il solito pane quotidiano,

quello di ieri e di domani,

con la surroga dei nostri debiti in altra banca,

con i prodotti finanziari derivati e sempre inclusi

che hanno suicidato tanti improvvidi pensionati in un sol boccone,

con le labbra gonfiate al silicone botuloso,

con i tatuaggi sulle splendide chiappe e sul venereo pube,

con le culottes delle influencer alla spremipatata,

con le indecenze sottili e luminose di un raggio di sole

fortunatamente in via di estinzione.

Moriremo d’amore e di nostalgia in Sicilia

tra i cumuli dei rifiuti della Storia

che nihil docet ai Farisei, ai Sadducei, ai Manichei,

ai Siciliani insomma.

Peccato o meno male?

A noi l’ardua sentenza.

Sava

Carancino di Belvedere 12, 10, 2021

DECORO

Ecco la Donna,

ecco Colei

che libera le colombe bianche nel cielo azzurro d’Aspromonte,

la Madonna

che non ha da piangere alcun soldato noto e ignoto,

la Compagna dei soviet di Pietroburgo e di Pietrogrado

che combatte l’ingiustizia con il libro rosso di Mao,

la Femina dalle molecole succinte e impertinenti

che intercede davanti all’eternità,

che sta ferma dentro i buchi neri della Storia

a che più oltre il marziano non si metta.

Scendi dal mite colle di Fiesole,

o Madonna fiorentina,

prendi le tue ali di morbida lana

e corteggia questo Tempo moderno

che aspira alla Morte da gran suicidio

come unica igiene del mondo infame di Antonello,

seducilo,

dagli Vita.

Sursum corda,

leviamo in alto i cuori e le palle

quando la misura è colma in questo mercato rionale di Mosca,

in questa Vucciria di Renato in una Panormo

così insanguinata dal sangue rosso

dei capretti e degli agnelli,

dei maiali e delle vacche,

dei vitelloni e delle manze,

dei colori a olio di un pittore che dipinge un altare,

l’altare del milite,

ignoto a se stesso e agli altri.

Madonna,

proteggici in questo giorno di grazia,

riscalda queste nostre mani giunte

che a te si volgono come figli alle mamme,

come fiammelle speranzose di una tiepida primavera

in questo Paradiso ucraino di martiri congiunti,

di tutte le età,

di ogni regione,

di ogni città,

proletari di tutto il mondo che si uniscono

per te invocare,

per te sussurrare furtivamente

di chiedere anche al buon Allah

di intercedere presso Ho Chi Minh,

l’uomo buono del Vietnam,

a favore di tanti beati

che per li suoi preghi oggi stringon le mani.

Chi ama brucia,

brucia anche il compagno,

il fratello,

il camerata.

In questo rogo tutto russo

anche Giordano se la ride beato

da quel Paradiso dei martiri

che oggi festeggia la Donna,

la Madonna.

Eppure è vero.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 08, 03, 2022



RIPASSIONE NAPOLETANA

Più lontana tu sei,

più vicina ti sento.

Chissà in questo momento chi pensi e cosa fai.

A chi regali oggi le tue preziose parole e gli sguardi all’hashish?

Tu mi hai messo nelle vene

un veleno che è dolce

e non mi pesa questa croce

che trascino per te.

Ti voglio,

ti penso,

ti chiamo,

ti immagino,

ti sento,

ti sogno,

ti desidero.

E’ un anno,

è proprio da un anno

che questi occhi non possono

più pace trovare.

Così canta il mio menestrello napoletano

e canta per te,

solo per te,

per la mia Diletta.

La mia Diletta è una donna eccezionale.

Di suo è proprio Lei,

ma ha di tutto e in abbondanza

e parla con la voce ovattata dal piacere che cresce.

Quando scrive, sa dell’Oriana,

è cazzuta,

è misterica,

è ambigua,

è greca del Peloponneso,

ma sa anche della Elsa,

è una cruda realista,

è forte di stomaco e sa il fatto suo,

è ebrea di Roma.

La mia Diletta è una donna con il cappello,

ma tanto di cappello,

e si nota anche a distanza

anche quando tra la gente acquista i cavoli verdi

e le rape rosse nel mercato rionale,

vicino all’Università,

tra i banchetti dalle tende a strisce bianche e rosse.

La mia Diletta è segnata nel Cantico:

“O mia colomba,

che stai nelle fenditure della roccia,

nei nascondigli dei dirupi,

mostrami il tuo viso,

fammi sentire la tua voce,

perché la tua voce è soave,

il tuo viso è leggiadro”.

La mia Diletta ha gambe di gazzella

e braccia ampie per abbracciare,

testa di donna e pensiero gentile,

petto accogliente e sentimento accorato,

grembo di madre e sensi spiccati.

La mia Diletta traballa e trabocca,

è giovane e tutta da indovinare,

si muove e si atteggia come scimmietta,

si slancia e si contrae

come la barca al rematore.

La mia Diletta parla,

parla con le sue parole

e conosce il suo Verbo,

“In principio era Lei…”.

La mia Diletta non è la Diletta di DAZN,

quella che sa di football e di legge,

quella che sa dispensarsi con modestia e innocenza

tra le pagine dello schermo televisivo,

tra un InterMilan a san Siro,

tra un NapoliRoma al san Diegoarmando.

La mia Diletta è la mia Diletta,

quella della Bibbia e del profeta.

Di poi e di altro dirti non so e non voglio

e tu più non dimandare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 21, 02, 2021

LA GROTTA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere insieme a mio marito e ai miei nipoti.

Eravamo in un castello e siamo saliti sulla parte più alta. C’era un panorama meraviglioso.

Mio marito si è appoggiato al muro e questo è crollato. Lui è caduto giù dove c’era il mare.

E’ stato risucchiato in una grotta e non l’ho più visto.

Ero terrorizzata e allora ho preso i bambini e sono andata via.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Questo sogno appartiene a Biba.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere insieme a mio marito e ai miei nipoti.”

Il senso della famiglia e della “koinè”, comunità e unione, appartiene, di certo, a Biba. Non sa stare da sola e si concepisce con gli altri e questi altri sono familiari intimi e tutti da proteggere. Il significato di “insieme” è importante per il senso di amalgama e di comunione, di armonia e di fusione: il tutto nelle giuste dosi, quelle che non creano dipendenza nociva a nessuno degli attori protagonisti. Biba è “insieme” soprattutto a se stessa e coltiva la sua sfera affettiva nelle vesti del “marito” e dei “nipoti”, persone acquisite che sono arrivate nella sua vita per sua scelta, il marito, e per scelta dei suoi figli, “i miei nipoti”. Rilievo acquista il possessivo “mio” e “miei”, a testimonianza del forte legame affettivo della donna nelle sue vesti di moglie e di nonna. In sostanza risulta che Biba ha un culto degli affetti che rasenta la sacralità: “insieme” in una triade e in armonia nella sua Psiche.

Richiamo le radici mitologiche greche del concetto di “armonia”.

Armonia era figlia di Ares, il dio della crudele guerra, e di Afrodite, la dea della sensualità amorosa: passione e desiderio. Alle sue nozze parteciparono tutti gli dei dell’Olimpo e furono le prime celebrate nella storia di quella cultura occidentale che ha le sue radici, appunto, nella Grecia antica. Armonia ricevette in dono da Efesto, il dio del fuoco e della fusione dei metalli quanto brutto e ruvido nell’aspetto e nei modi, una “collana”, chiaro simbolo della sessualità femminile allargata all’ambito coniugale, e fu la madre Afrodite a metterla al collo della figlia in segno di trasmissione e di consenso all’esercizio della sessualità sempre in ambito della coppia. La “collana” ha simbolicamente anche il potere della bellezza e della giovinezza. Passione e desiderio si sposano con la bellezza di un “insieme” ben disposto nelle sue parti.

Così vollero i Greci e così intende il sogno di Biba nel suo significato profondo e soprattutto nella parola “insieme”: amalgama tra le parti nel rispetto dell’individualità e della singolarità, disposizione verso l’altro, proporzione negli investimenti, connessione per formare il tutto, collegamento all’ambito e all’ambiente. Questo richiamo per un giusto approfondimento della psicodinamica innescata dalle semplici e comuni parole di Biba e a conferma che le parole non sono soltanto semplici emissioni di fiato o, peggio ancora, di aria.

Eravamo in un castello e siamo saliti sulla parte più alta. C’era un panorama meraviglioso.”

Ed ecco profilarsi la componente sacra di cui si diceva nel capoverso precedente: “siamo saliti sulla parte più alta”. Biba e la “sublimazione della libido” vanno pienamente d’accordo, oltre all’austerità sacrale e impositiva di un “castello” che risale all’epoca più buia dell’umanità, il Medioevo. Biba si porta dietro marito e nipoti, i “suoi” gioielli, in questo “panorama meraviglioso” che rappresenta la sua vita psichica in atto, la sua esistenza e le sue relazioni significative e oltremodo affettive. Biba si trova bene nell’uso della “sublimazione della libido”, vive bene in un mondo d’amore rarefatto, quanto concreto e codificato nelle istituzioni familiari, un mondo in cui coabitano il marito, i figli, i nipoti. Questa è la chiesa familiare di Biba, il suo habitat interiore fatto di valori e virtù, affetti indelebili e assodati, relazioni inossidabili e fuori discussione. Biba si è educata secondo i bisogni affettivi in questo registro familiare che ha tutti crismi della sacralità. Da questa prospettiva psico-esistenziale, oltremodo altolocata, il “panorama è meraviglioso”.

Mio marito si è appoggiato al muro e questo è crollato. Lui è caduto giù dove c’era il mare.”

La rottura della “koinè” e dell’armonia si presenta all’improvviso nel teatro onirico di Biba, la “ubris”, il peccato d’ira, il peccato originale dei Greci, la disobbedienza, il peccato originale degli Ebrei. C’è sempre una colpa, più o meno irreparabile, nella Psiche collettiva. Non basta per Biba, perché c’è anche un “muro” e il “marito”, sempre “mio”, “è caduto” nel dimenticatoio dell’indifferenziato e dell’indistinto, è stato risucchiato dal baratro da cui proveniva: la Morte. Non è una morte qualsiasi, è la “Morte”, l’archetipo in persona e il simbolo collettivo della perdita irreparabile e ineffabile della fine e dell’assenza di fine.

Ma chi ha eretto questo “muro”, questa chiusura, questa difesa, questa protezione?

Il sogno è di Biba, di certo, è il suo vissuto nei riguardi del marito, una sua consapevolezza sulla chiusura di quest’uomo che si avviava verso la fine e l’assenza di un fine, verso la morte, personale e collettiva. Infatti, la rappresentazione simbolica di Biba ha questa valenza: la morte è di ogni uomo ed è anche di tutti gli uomini. Tutti “si cade giù dove c’è il mare”, tutti si ritorna a quell’Inconscio da dove si proviene e si è spuntati, a quella Madre ambigua che prima ti sputa dall’acqua sulla Terra e poi ti rivuole nel suo grembo protettivo e fagocitante. “Caduto giù” è metafora della depressione, della perdita affettiva e del distacco irreparabile. Quando si muore, si cade giù secondo i dettami del registro simbolico e poetico degli uomini. Il “basso” è spazialmente indizio di materia e di carenza di spiritualità. L’avverbio “giù” rafforza questo senso di negatività e di ritorno alla materia inanimata. A questo punto del sogno manca la “pietas” della grande Madre per riscattare e soccorrere la morte del figlio. Manca la Madonna.

E’ stato risucchiato in una grotta e non l’ho più visto.”

Eccola nella figurazione della “grotta” che risucchia e annienta senza lasciare la possibilità di una presa di coscienza adeguata: “non l’ho più visto”. Biba si è fatta una ragione della morte del marito e della sua solitudine, ma questa operazione difensiva dall’angoscia non basta mai e non è mai adeguata alla perdita e al trauma. La morte non si può accettare, ma si può compensare. Biba ha subito il lutto e non ha ancora razionalizzato nella sua interezza il trauma della perdita semplicemente perché non è possibile. Resta sempre il senso del mistero e della speranza a lenire e a impedire la completa “razionalizzazione” dell’assurdo. Neanche la Poetica teatrale più avanguardistica e innovativa è riuscita a dare un senso e un significato totali e totalizzanti alla Morte. Accontentiamoci della fede di Agostino che si affidava all’assurdità o all’apparente tale: “non timeo mortem, sed momentum a quo pendet aeternitas”. “Risucchiato” è un termine truce e si serve di una simbologia violenta, legata a una Madre che si ingravida da sola, all’incontrario e in riparazione all’operazione subita dal maschio, una madre possessiva al massimo che non riconosce l’autonomia del figlio. La “grotta” rappresenta la Madre nella sua parte mitica e possibilmente negativa per l’aspetto misterioso che assume nella sua rudimentale conformazione. “Più visto” equivale simbolicamente a “non razionalizzato”. La vista è simbolo della funzione logica e della realtà.

Ero terrorizzata e allora ho preso i bambini e sono andata via.”

La reazione è quella umanamente giusta e considerata ampiamente in precedenza. Il sentimento della “pietas” materna reagisce al terrore della morte e si esalta nel seme, nella discendenza, nei “bambini”, in quello che rimane di noi dopo la vita e con la morte. Il terrore è la reazione emotiva congrua di fronte al trauma della perdita improvvisa e alla caduta del senso e del significato della vita e del vivere. Non è soltanto una questione filosofica cara agli esistenzialisti e cantata da Juliette Greco, è la situazione psichica prodotta dall’assurdità della dialettica del “vivere per morire”. Biba smette di pensare e di riflettere su se stessa e sul trauma occorso con la perdita del marito, va via, si aliena beneficamente in qualcosa di altro che in sogno non viene espresso. Biba si serve di altri “meccanismi e processi di difesa” dall’angoscia per continuare a vivere, possibilmente la “sublimazione” e la conversione del trauma nella fede di un “post mortem” gratificante e ambito. Pur tuttavia, anche la fede più grande abbisogna della debolezza del dubbio per essere tale. I “bambini” sono della madre, della nonna nel nostro caso, e sono oggetto di un ambivalente vissuto perché perpetuano la Vita e la Morte. Intanto vanno via con la nonna e con il sostituto dell’amore materno, con la dolcezza della donna che conosce le psicodinamiche della vita e della morte della donna che ha vissuto e ha imparato per non dimenticare. La sintesi di questo quadretto è meravigliosa per i sensi e i significati che include.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Il sogno si è compiuto e si può andare in pace, “adelanti” e fiduciosi in tutto quello che è racchiuso nel nostro cuore e nella nostra mente.

L’interpretazione del misterico sogno di Biba si può ritenere soddisfatta, almeno per quanto mi riguarda. Di poi, ognuno ne può trarre conseguenze logiche, etiche, estetiche, mistiche.