IL REWIND ONNIPOTENTE E I DUE CANI DI MARIGIO’

TRAMA DEL SOGNO

“Non mi ricordo come è cominciato il sogno, ma mi ritrovo con un pene in bocca e con la lingua che gira attorno al glande tessendo un filo come a costruire qualcosa.

Finita questa operazione, quando mi distacco per guardarlo si trasforma in un quadretto di legno scuro con l’immagine nel mezzo. Penso che è una bella opera e che devo trovare una galleria dove esporla.

Approfitto dell’occasione che mio padre deve andare a Milano per affari per farmi dare un passaggio e trovare un compratore.

Arriviamo nella ditta di un suo cliente e lui parcheggia in un capannone dove ci sono tante altre auto e mi lascia lì ad aspettare. Io passeggio per sgranchirmi le gambe e, mentre sono un po’ distante, noto un gruppo di uomini che sta armeggiando attorno ad un’auto.

Li spio e li controllo. Vorrei andare a nascondermi in auto, ma loro spostano l’auto presa di mira proprio a fianco della nostra ed io non posso aprire le portiere.

Poi non so come, ma mi ritrovo in un altro luogo alla guida della nostra auto, al mio fianco c’è un enorme cane tipo terranova.

Arrivata a destinazione apro la porta e il cane mi passa davanti e scende. Fuori c’è un pastore tedesco che sembra lo stesse aspettando. Il pastore lo assale e iniziano a mordersi.

Ho paura per il mio cane, faccio un rewind e lo ricarico in auto.

Penso di rifare la scena con me che scendo per prima e allontano il pastore tedesco per poi far scendere il mio cagnone.

Col cavolo!

Appena apro la porta, il pastore salta dentro e davanti alla mia persona cominciamo ad azzannarsi. Vedo sangue e mi sveglio.”

Questo sogno è stato concepito e composto dalla Fantasia di Marigiò.

INTERPRETAZIONE

Non mi ricordo come è cominciato il sogno, ma mi ritrovo con un pene in bocca e con la lingua che gira attorno al glande tessendo un filo come a costruire qualcosa.

Marigiò si meraviglia di esordire in sogno ricordando una scena altamente erotica e avvolta dal pudore dei benpensanti per la “traslazione” del coito che comporta: le labbra diventano le grandi labbra e il cavo orale la vagina. In effetti, Marigiò sta sognando di fare l’amore con un uomo anonimo e con l’intento di giustificare a se stessa l’atto sessuale apparentemente orale. Marigiò è una donna che non concepisce la sessualità fine a se stessa e per la persona che la vive, ma è all’antica perché la giustifica con un progetto di varia natura e qualità tra i due viaggiatori nei territori del sesso. “Tessendo un filo” condensa una progressiva costruzione in coppia, “come a costruire qualcosa”. Gli insegnamenti familiari di madri improvvide ritornano in queste scarne parole: si fa sesso con l’uomo che sposi e non prima. E adesso che Marigiò è adulta e vaccinata non riesce a concepire un rapporto sessuale fine a se stesso e tutto e soltanto per lei, per il suo piacere, per il suo corpo, perché ci deve mettere dentro qualche giustificazione progettuale che la possa assolvere dagli inevitabili sensi di colpa per aver trasgredito alle norme materne e familiari. E’ interessante come nella “traslazione del coito” si serva di un atto erotico che sicuramente non è previsto nel codice didattico ed etico familiare, della serie “più reprimi e più la cosa viene fuori da altre parti in maniera accentuata”.

Finita questa operazione, quando mi distacco per guardarlo si trasforma in un quadretto di legno scuro con l’immagine nel mezzo. Penso che è una bella opera e che devo trovare una galleria dove esporla.”

Il progetto matrimoniale è servito su un pezzo di legno scuro, qualcosa di lugubre e per niente radioso. Oltretutto “l’immagine nel mezzo” non si vede, ma è una bella opera degna di essere esposta nella formalità di una rinomata galleria d’arte. Marigiò è cresciuta fantasticando sulla sua vita sessuale e contenendo le sue pulsioni al fine di essere accettata in famiglia e al fine di non coinvolgersi in storie di sesso che magari le destavano timore. Marigiò ha eroicamente controllato i suoi desideri per essere della partita familiare e sicuramente questo contenimento innaturale ha accentuato la sua vitalità erotica e sessuale, ma il risultato di tanta castrazione e frustrazione è quello di entrare in conflitto con i suoi bisogni di base corporea, di innescare una psiconevrosi tra l’istanza censoria “Super-Io” e l’istanza pulsionale “Es”, mettendo il povero “Io” a non saper che pesci pigliare in tanto mare aperto. Marigiò è stata una brava bambina e una brava adolescente e continua a essere una brava donna, ha fatto una “bella opera” degna di essere esposta alla formalità dei bigotti e nelle sedi dell’infelicità. La semina del passato ritorna nel presente e quando meno te l’aspetti e magari sotto forma di un sogno proprio per indicarti che non è utile mantenere questa castrazione e questa frustrazione per l’equilibrio psichico, pena la somatizzazione in sintomi: “conversione isterica” per l’appunto.

Approfitto dell’occasione che mio padre deve andare a Milano per affari per farmi dare un passaggio e trovare un compratore.”

Marigiò vuole sbarazzarsi della sua filosofia di coppia e della sua cultura della castità che la costringe per insegnamento subito e magari non condiviso a vivere la sua sessualità entro certi angusti confini e secondo antiquati criteri culturali. Nel far questo introduce la sua prima trasgressione, va con suo “padre” in macchina a Milano, si fa dare “un passaggio” per “trovare un compratore” a cui sbolognare la sua filosofia di coppia e la sua metodologia sessuale. E’ veramente una “occasione” offerta dall’uomo che è stato il primo oggetto erotico e sessuale della sua vita, “mio padre”, nonché il primo oggetto d’amore contrastato e infelice. Due piccioni con una fava, meglio con un viaggio a Milano, perché mi libero del padre edipico e della mia ideologia fascista sul sesso e dintorni. Marigiò è sul punto di riformulare la sua vita sessuale e di riformularsi nei riguardi degli uomini al fine di viversi meglio e di relazionarsi senza inutili resistenze e conflitti. Marigiò vuole “trovare anche un compratore” del nuovo, della nuova disposizione erotica e sessuale, un uomo che sia degno della verve in via di acquisizione e conquista. I viaggi sono sempre forieri di novità e di proficua evoluzione. Chissà chi e cosa incontrerà a Milano la nostra eroina.

Arriviamo in una ditta di un suo cliente e lui parcheggia in un capannone dove ci sono tante altre auto e mi lascia lì ad aspettare. Io passeggio per sgranchirmi le gambe e, mentre sono un po’ distante, noto un gruppo di uomini che sta armeggiando attorno ad un’auto.”

Il papà è un uomo di mondo, uno che ha viaggiato e viaggia ancora, uno che sa intrattenere e intrattenersi, un uomo che nelle fantasie della figlia non deve tradirla con altre donne. Marigiò ha un buon concetto del padre in riguardo alla sua prestanza e bellezza, nonché in riguardo al suo “parcheggiare in un capannone dove ci sono tante altre auto”. Marigiò “si lascia lasciare lì ad aspettare” perché è giunto il tempo di risolvere una volta per tutte questa pendenza “edipica” che la vuole attratta dalla figura paterna e desiderosa della sua persona. Marigiò ha bisogno di emanciparsi e di rendersi autonoma e soprattutto in questo territorio e in questi ambiti che simbolicamente traducono la vita sessuale in prima persona e le relazioni di quel tipo. Ed ecco che passeggia e si sgranchisce le gambe, ed ecco che nota “un gruppo di uomini che sta armeggiando attorno ad un’auto”. Ecco che si disinibisce e si vive meglio disponendosi alle novità e all’avventura, ecco che concepisce per lei uomini che sappiano armeggiare sul suo corpo e sulla sua sessualità. Questi sono i bisogni e i desideri di Marigiò, disporsi sessualmente a un uomo esperto con libertà di fare e licenza di agire, viversi sessualmente come una donna finalmente disinibita anche grazie a questa tipologia di uomini a cui piace tanto la gnocca. Per il momento Marigiò si tiene “un po’ distante”, ma soltanto un po’. L’atto di “sgranchirsi le gambe” equivale simbolicamente alla liberazione dai tabù e dai divieti in riguardo alla sessualità. Secondo i dettami teorici della Psicoanalisi Marigiò sta ridimensionando il “Super-Io” per lasciare all’Es di esprimere le sue esigenze, sta procedendo verso la sua salute fisica e mentale mentre l’Io sta a guardare come le stelle. Vediamo dove la psicodinamica va a parare.

Li spio e li controllo. Vorrei andare a nascondermi in auto, ma loro spostano l’auto presa di mira proprio a fianco della nostra ed io non posso aprire le portiere.”

Marigiò rischia di imprigionarsi nuovamente e soprattutto rischia di inibire le sue pulsioni, rischia di far vincere il Super-Io sull’Es e di sacrificare la sua sessualità mettendo l’Io nella condizione di non sapere che pesci pigliare. Marigiò è riuscita a scendere dalla sua macchina, è riuscita a disinibirsi sessualmente e a prendere confidenza con l’universo maschile, “un gruppo di uomini” intenti ad armeggiare l’apparato sessuale femminile, ma ecco che rischia ancora una volta a “nascondesi in auto”, a battere in ritirata dopo aver tanto osato. Di fronte alle “avances” provocatorie maschili, da lei costruite in sogno, Marigiò mette in gioco il suo corpo e non blocca l’istinto sessuale: “li spio e li controllo”. Marigiò si è messa nella condizione di avere un buon autocontrollo e di aprirsi al maschio e di poter disporre della sua sessualità, non ha battuto in ritirata anche perché sarebbe stata una ritirata difensiva che l’avrebbe fatta ripiombare nel passato e nei vecchi schematismi culturali e nelle sperimentate e fallimentari modalità di approccio sessuale. Degna di nota è la difesa dal coinvolgimento sessuale in “spostano l’auto presa di mira”, il meccanismo dello “spostamento” è ben visibile e utile per continuare a dormire e a sognare. La missione di emancipazione e di liberazione è in via di compimento, non resta che vedere il prosieguo del sogno per trarre gli auspici di un conquistato equilibrio psicofisico.

Poi non so come, ma mi ritrovo in un altro luogo alla guida della nostra auto, al mio fianco c’è un enorme cane tipo terranova.”

Cambia la scena onirica, ma non cambia il tema. Tutto è in regola e secondo logica consequenziale. Marigiò viene direttamente in contatto con i suoi buoni ed enormi bisogni sessuali, i suoi buoni ed enormi istinti e le sue gratificanti ed enormi pulsioni: “al mio fianco c’è un enorme cane tipo terranova”. Prima Marigiò era al fianco del padre nella macchina che correva verso Milano, adesso è sola con se stessa e ha pienamente coscienza della sua sessualità e della sua autonomia dalla figura paterna. Son passati i tempi in cui la ragazzina sbarazzina era legato a filo doppio con il padre e non si sentiva in sintonia con la madre. Ne è passata acqua sotto i ponti del fiume Piave da quando il modello maschile perfetto e reale era soltanto e solamente il mio papà. Adesso Marigiò è cresciuta e si è presa amorosa cura di sé e del suo destino di donna, nonché del prezioso corredo della sua sessualità: “alla guida della nostra auto”. Marigiò tende a essere padrona di se stessa nei termini consentiti dalla situazione psichica in atto, ci sta provando e vediamo come procede il suo guidare la macchina con a fianco il suo cane terranova, non certo un bassottino o un cane di piccola taglia, Marigiò ha una imponenza erotica e sessuale con le dovute dolcezze e bontà.

Arrivata a destinazione apro la porta e il cane mi passa davanti e scende. Fuori c’è un pastore tedesco che sembra lo stesse aspettando. Il pastore lo assale e iniziano a mordersi.”

Quale degna architettura siamo capaci di inventare in sogno!

Quale stupenda “figurabilità” e quali centrate rappresentazioni!

La “macchina” o la sessualità, il “cane dentro la macchina” o le pulsioni, il “pastore tedesco fuori dalla macchina” o le repressioni psichiche del Super-Io sulla sessualità e della cultura sempre sulle modalità della vita sessuale, “l’assalto e i morsi” o il conflitto psicofisico e sociale. Marigiò si trova alle prese con se stessa e con il materiale psichico che ha messo dentro nel corso della sua esistenza e della sua educazione. Marigiò ha subito da parte del suo Super-Io il sopravvento della repressione culturale sulle pulsioni sessuali elaborate dall’Es e in questo conflitto non aveva maturato un Io forte e capace di dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio, di mediare e concedere la giusta mercede al corpo vivente e senziente. Il “pastore tedesco” è messo là fuori, e “sembra che stesse aspettando” il povero e benamato cucciolone del terranova. La cultura e la società sono in agguato e colpiscono bene e tosto, ma prima di loro ci pensiamo noi con la nostra “organizzazione psichica reattiva” a darci le frustrazioni della “libido” e le castrazioni degli impulsi, procurandoci gravi danni psicosomatici. Marigiò ha rievocato in poche parole la sua psicodinamica evolutiva in riguardo al conflitto tra le istanze psichiche sul tema della sessualità.

Ho paura per il mio cane, faccio un rewind e lo ricarico in auto.”

Che meraviglia!

Non mi era mai capitato nella mia lunga esperienza clinica di incontrare il “rewind”, mi era sempre capitato di imbattermi nel processo psichico di difesa della “regressione”, in base al quale di fronte all’angoscia è meglio tornare indietro e ripristinare le giuste difese prima che il nemico aggredisca in maniera irreparabile. Il “rewind” è un consapevole riavvolgere il nastro per tornare indietro a migliori fortune secondo il nostro intendimento, è l’Io che decide di riascoltare, rivedere, riproporre saltando le complicazioni della dimensione temporale e magicamente andando a sbattere e a mettere in riedizione quello che deliberiamo e decidiamo di rivivere. La “regressione” è un processo di difesa dell’Io, il “rewind” è un oltremodo consapevole meccanismo difensivo intriso di forza e di potere, quasi una onnipotenza, oltretutto in linea con i tempi tecnologici attuali. Marigiò per salvare la sua sessualità è costretta a chiudere le relazioni con la cultura e con il Super-Io, deve far perno su stessa e salvaguardare la sua salute psicofisica tramite l’amorosa accettazione della sua formazione e dei suoi genuini impulsi erotici, è costretta a estromettere il “pastore tedesco” con la sua bieca ferocia. In un certo senso Marigiò torna indietro anche per prendere consapevolezza, qualora ce ne fosse bisogno, dei condizionamenti genitoriali e familiari e delle forze tabuiche presenti nella società. Il “terranova” è in auto, per cui si può procedere anche se la mutilazione della cultura non è la soluzione migliore possibile. Vediamo Marigiò dove va a parare con il suo sogno.

Penso di rifare la scena con me che scendo per prima e allontano il pastore tedesco per poi far scendere il mio cagnone.”

Marigiò possiede talmente bene i termini della questione in ballo, per cui può fare la regista di se stessa e di “parti psichiche di sé” in via di ulteriore definizione. In sostanza Marigiò decide di rafforzare l’Io e di procedere con la forza della ragione, dell’auto-consapevolezza e secondo il principio di realtà e di convenienza: “rifare la scena con me che scendo per prima”. Di poi, me ne sbatto delle ingiunzioni morali della società e degli schemi sessuofobici della cultura dominante, “allontano il pastore tedesco” e mi tengo con gran cura e devozione “il mio cagnone”, la mia proficua e eccitante sensibilità sessuale. Marigiò è padrona a casa sua ed è padrona della sua intimità e della sua vitalità. Queste operazioni psichiche, mi ripeto, sono di competenza dell’Io, per cui Marigiò si prescrive la sua psicoterapia: “penso di rifare la scena”. Bontà del “rewind” che è possibile soltanto a livello psichico e in sogno, almeno nei termini in cui lo ha condotto Marigiò. Non ci troviamo di fronte a un volgare strumento elettronico, ma a contatto con i nostri meccanismi psichici altrettanto precisi e funzionali.

Col cavolo!

Appena apro la porta, il pastore salta dentro e davanti alla mia persona cominciamo ad azzannarsi. Vedo sangue e mi sveglio.”

Sembrava tutto meravigliosamente risolto con l’intervento dell’Io mediatore e deliberante, ma ecco che le cose non vanno al giusto posto e gli incastri non collimano come avrebbero dovuto. Non si può vivere la sessualità secondo il proprio edonismo e in base alle regole del gioco che ci siamo dati da soli. Bisogna giocare con gli altri e specialmente nell’attività sessuale c’è bisogno dell’altro e delle sue convinzioni formative. La società civile incombe e limita, ma può anche rassicurare tramite il confronto e la condivisione fisica e psichica. Il conflitto di Marigiò è aspro e cruento, la donna è assalita dai suoi dubbi e dai suoi schemi, per cui svegliarsi e interrompere il sogno è la maniera migliore per non vivere l’angoscia collegata al conflitto della psicodinamica tra Io, Es e Super-Io e tra Marigiò e l’altro, il suo uomo, nonché tra Marigiò e la cultura ufficiale. L’operazione di contemperamento è in corso e non si risolverà mai con una trasgressione sessuale e una castrazione del piacere o una frustrazione dell’erotismo. Di conflitto in conflitto matura anche il sistema psichico e si evolvono i conflitti in base al “principio del meglio”. Per ogni tempo c’è una risposa e una soluzione ai vari problemi che la società civile e le varie persone pongono sul tappeto della vita quotidiana.

Questo è quanto dovuto all’interessantissimo sogno di Marigiò.

“IL BIAVER”

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Sono nella casa di mia nonna.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.

Ci rimango male.”

Questo è il sogno di Mariannina.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

Sono nella casa di mia nonna.

Mariannina ha decisamente un buon rapporto con la nonna, si è anche identificata in alcuni tratti psichici della sua figura, visto che si trova “nella casa” della nonna, anzi “nella casa di mia nonna”. “Sono” si traduce in “mi attesto”, in “consisto”, in “ho il mio fondamento”, in un’affermazione positiva di tipo strutturale fatta di sicurezza affettiva e di note psichiche consone all’infanzia. La “casa” condensa la struttura psichica evolutiva o la “organizzazione psichica reattiva”, insomma quella che tradizionalmente si definisce la “personalità” o il “carattere”. “Mia” indica magistralmente il senso del possesso e della sicurezza implicita all’affermazione decisa di appartenenza. La “nonna” rappresenta simbolicamente la “madre” saggia e positiva, la “parte buona” del “fantasma della madre”. La “nonna” è una madre vicina all’archetipo Madre anche perché la vecchiaia l’avvicina alla sacralità della morte: il valore etico della senescenza. Mariannina è cresciuta con la nonna, ha trascorso la sua infanzia con tanta figura. Magari è figlia di gelatai veneti emigrati in Germania che hanno appoggiato, non lasciato, la figlia alla madre di uno dei due, come spesso avveniva nel contesto rurale del laborioso e tenace Veneto degli anni sessanta. Tra un cantiere edile della boriosa e fredda Svizzera e la gelateria di una tollerante e accogliente Germania era di gran lunga preferibile il dio “Marco” rispetto al dio “Franco”. E così una generazione di bambini e di bambine è cresciuta senza la presenza dei genitori e con le solerti figure del nonno e della nonna in trepida attesa che i genitori facessero i soldini per costruire una bella villa nel paese d’origine. Questi genitori mercanti hanno coltivato la ricchezza e hanno mietuto traumi psichici per se stessi e per i figli.

Fine del papocchio morale e del pistolotto etico.

In sintesi, allora, risulta che Mariannina si è identificata al femminile nella nonna e sta rievocando in sogno questa figura per lei così importante, direi determinante per la sua formazione psichica.

Dietro c’è il biaver e sotto la cantina.”

Questo di Mariannina è un sogno spaziale, parla di luoghi e di punti cardinali, di “dietro” e di “sotto”, di una “casa” che si trova in un luogo e occupa uno spazio. La protagonista proietta i suoi vissuti negli spazi reali che automaticamente acquistano un significato simbolico. Poche parole tagliate con l’accetta e tanti significati simbolici tirati fuori anche con compiacenza.

Allora vediamo cosa dice Mariannina.

La nonna mi ha fato da madre, la nonna mi ha amata, protetta e cresciuta. Dalla nonna ho imparato a rimuovere le mie angosce di abbandono e di solitudine, il mio bel “fantasmino di morte”. La mia psicologia profonda è ricca e piena di idee e di vissuti che da bambina non potevo gestire. Il “biaver” è il posto dove si mettono le pannocchie di granoturco, la biada, l’oggetto simbolico dell’amore materno, la polenta, quel pane antico e giallo dei contadini veneti che, strofinato su una benedetta aringa affumicata, si poteva buttare giù nello stomaco con una incerta soddisfazione. Per la bambina abbandonata dalla madre e dal padre il “biaver” è consolazione e sopravvivenza, così come la “cantina” è quella vitalità immaginativa che temprava l’animo alle angosce presenti e future. Niente di inconscio in Mariannina, soltanto materiale profondo da approfondire magari quando diventa grande.

Dall’altra parte c’è una rimessa per le macchine.”

Il tempo passa e la bambina cresce sotto gli occhi attenti e vigili della nonna fino a diventare signorina. Non bastano gli affetti, servono anche le pulsioni e i desideri. La vita procede e la “libido” la sostiene nella leggerezza del suo essere che da adolescente si ritrova donna a pieno titolo. Quest’evoluzione psicofisica avviene sotto l’egida della nonna, nella casa della nonna. L’identificazione di Mariannina verte sulla figura femminile della nonna dal momento che della mamma non si vede l’ombra. La nonna è sempre una donna anche se in età matura. La simbologia delle “macchine” verte sul sistema neurovegetativo che governa la sessualità e la “rimessa” attesta di una particolare difesa e protezione della propria identità femminile. Mariannina distribuisce nello spazio le sue parti psichiche in via di evoluzione e opera quella gelosa tutela di se stessa dal momento che è stata toccata realmente dall’abbandono dei genitori.

Faccio per andare nel biaver, dove da bambina andavo a fantasticare, e trovo la porta murata.”

Mariannina ha bisogno di essere amata e cerca il cibo simbolico proprio in quel “biaver” che tanto ha scatenato in lei di bisogni, di pulsioni, di fantasie, di desideri, tanto ha stimolato l’immaginazione. Ma ormai è cresciuta ed è cresciuta in fretta, troppo in fretta per non trovare la porta ancora aperta. La porta è addirittura “murata”, il “biaver” si è trasformato in una tomba, gli affetti sono andati e possibilmente anche la nonna è morta. La fantasia di Mariannina in quell’angolo elaborava mondi e persone che compensavano la magrezza affettiva di quel periodo in cui sapeva della mamma e del papà senza poterli gustare. Quell’infanzia è perduta definitivamente anche perché Mariannina l’ha completamente rimossa e la nonna non abita più in quella casa. Chissà che nel tempo arrivi qualche stimolo e qualche grimaldello per riaprire il “biaver”, per demolire quel muro che ancora divide un triste passato e un triste presente. Mariannina è condannata alla tristezza, a essere triste nel suo fondo psichico per l’ingiustizia subita quand’era bambina anche se con la nonna nel “biaver” non mancava nulla.

Ci rimango male.”

Un eufemismo, “ci rimango male” è un semplice e facile eufemismo che serve a indicare il danno subito senza far sentire in colpa la mamma e il papà, quei genitori maldestri che adesso sono tornati dall’Eden per sbarcare il lunario nell’ingrata terra natia. La consapevolezza di Mariannina adulta associa il “male” sentimento e sensazione con il “male” essenza e apparenza. Un nostalgico “si poteva vivere meglio” chiude le scelte del tempo andato e del tempo presente dentro le ciglia chiuse di Mariannina che dorme e ancora sogna quel “biaver” della nonna pieno di pannocchie di granturco e di topi che razzolavano e rosicchiavano anche loro una razione d’amore o una manciata d’affetto.

Il breve sogno di Mariannina trova qui il suo giusto riposo.

LA DOLCE MORTE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero a Venezia, ma non era quella reale.

Ho preso la macchina e ho cominciato a correre.

Mentre ero alla guida avevo una sorta di ansia, perché sapevo di avere le gomme lisce.

Avevo la percezione di sbandare perché pioveva, questa ansia aumentava e mi sono messo a piangere.

Sentivo di dover rallentare, ma in prossimità di una curva non ho frenato, ho accelerato e la macchina ha sbandato.

Sono andato addosso al cancello di una casa e mi sono svegliato.”

L’autore di questo sogno si è firmato con il nome di Marietto.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero a Venezia, ma non era quella reale.”

Marietto esordisce in sogno con l’equivoco di essere nel bel mezzo del Romanticismo, Venezia, e di ritrovarsi nella squallida periferia di un’anonima città. L’inganno si mostra con la piena consapevolezza di chi ha navigato nella vita e sa distinguere il bene dal male, il bello dal brutto, la fantasia dalla realtà. Marietto è un uomo che ha ben vissuto le sue quattro stagioni e può permettersi il sentimento della nostalgia, il dolore del ritorno, il dolore di un ritorno impossibile. La trasfigurazione di Venezia equivale alla simbologia di una città pregna di Eros e di Thanatos, di amore e di morte, di bellezza e di decadenza. Venezia è l’allegoria della vita, la metafora di Marietto, un sognatore che deve fare i conti con la realtà, un esteta che s’impatta con la progressiva e inesorabile caduta della vitalità. Venezia è un ideale, Venezia è un simbolo, Venezia è un uomo che ha la consapevolezza dell’inesorabile necessità della morte e del progressivo sfiorire della Bellezza, ma non quella “grande” di Paolo Sorrentino, bensì quella personale, quella del “singolo” di Soeren Kierkegaard non di fronte Dio, ma di fronte a se stesso.

Ho preso la macchina e ho cominciato a correre.”

Marietto ripercorre le tappe della sua vita a metà tra la bella Venezia e la triste terraferma e s’imbatte nella giovinezza, nella “macchina” che permette di correre, nel corpo che sprizza salute e ormoni da tutti i pori, nello slancio vitale della “libido”, nell’espansione dei sensi e del benessere psicofisico. Marietto è padrone della sua vita e del suo corpo, gestisce il suo psicosoma con volitività affermativa lungo le strade del giovanile benessere e in un tempo in cui si comincia e s’impara a vivere in piena autonomia, libero dai condizionamenti e dai tabù: il tempo della “prima volta” e delle tante “prime volte”.

Mentre ero alla guida avevo una sorta di ansia, perché sapevo di avere le gomme lisce.”

La gioventù è una stagione e la “prima volta” lascia il posto alla monotonia della ripetizione. Gli investimenti della “libido” perdono di originalità e di interesse e lasciano il posto al male di vivere, all’ansia, all’insicurezza, alla paura, alle fobie, all’angoscia. Marietto si è affidato al suo “Io” consapevole e concreto, ha seguito i dettami del “principio di realtà”, è vissuto sul pezzo e sulle contingenze dell’esistenza e ha maturato la “malattia mortale”, il male di vivere, la depressione, l’ansia, l’angoscia dell’esistente basata sul “fantasma della perdita” e sulla nostalgia dell’ineffabile, di quello che si perde e non ritorna più. In primo luogo Marietto sogna della sua progressiva impotenza, della sua incapacità sessuale, delle sue difficoltà fisiche a connettersi con una donna, dell’ansia da prestazione, dell’angoscia di perdita della prestanza fisica e della funzione erettile. Venezia è lontana se vista dalla luna o dalla periferia di Mestre. Quel “battistrada”, che era l’orgoglio virile della vitalità corrente, è andato consumato nel corso degli eventi storici e Marietto lo sa, ma non piange e non si dispera. La sua vita vissuta rievoca un sentimento di pacata nostalgia in un presente che, di certo, non gli sorride.

Avevo la percezione di sbandare perché pioveva, questa ansia aumentava e mi sono messo a piangere.”

Marietto si è imbattuto proprio in un brutto sogno, ma per sua fortuna i meccanismi onirici lo hanno camuffato talmente bene che capirlo nei suoi meandri simbolici non è assolutamente facile. Questo è un sogno depressivo, un sogno di perdita in cui si percepisce vagamente l’inizio della fine, la perdita della vitalità e la preparazione all’imminenza della morte. Marietto avverte questa crisi psicofisica e la sublima in crisi esistenziale, cerca di farsene una ragione, magari si sarà detto che ha vissuto la sua vita al meglio e che è giunta l’ora di partire senza fare tante storie e senza tanti fronzoli.

Quale atmosfera triste costruisce con lo sbandamento e la pioggia!

Quale dolore scatena al pensiero di quello che poteva fare e non ha fatto!

Quale nostalgia sta vivendo per il “non nato di sé”!

La pioggia è il pianto di un cielo metaforicamente plumbeo, di un’evoluzione che tende al suo compimento, di un “fato” che ha scandito bene quello che doveva dire, di un destino che era stato scritto nel libro arabo dei sogni. Il pianto è la pioggia di un uomo che ha in mano la bussola del suo viaggio per mare e per terra, di un vivente che non si ritrova le energie per ripartire dopo la sconfitta. L’ansia è inesorabile nella sua tensione nervosa e nella sua versione umana. Marietto sbanda, è in procinto di perdere la sua vitale frequenza elettromagnetica e di cambiare banda, di passare ad altra dimensione possibile e inimmaginabile, pur con tutte le cautele di memoria buddista e le certezze di memoria cristiana. Lo sbandamento è la metafora della perdita di vigilanza dell’Io, ma non per lasciare il passo agli istinti dell’Es, magari, o ai tabù del Super-Io, magari, lo sbandamento si attesta nell’interruttore che si chiude e nella vita che si spegne.

Sentivo di dover rallentare, ma in prossimità di una curva non ho frenato, ho accelerato e la macchina ha sbandato.”

Nel suo andare incontro alla morte Marietto percepisce l’estremo tentativo di allungare la vita e di ubbidire al Genio della specie. Si lascia andare al moto vitale accelerandolo e facendo una “conversione nell’opposto”. Immaginiamo quest’uomo che si lascia andare alla “libido” residua e tenta di incarnarla al massimo consentito dalla neurofisiologia. Immaginiamo quest’uomo che si congeda alla grande dalla sua sessualità affermando la vitalità in una curva affrontata a rotta di collo, così per andare a morire, tanto per farla finita nella maniera per lui migliore, erotizzando il suo morire e imprimendo ulteriore vita alla “macchina” che ormai non risponde ai comandi del pilota. Eros sposa Thanatos, come nelle migliori versioni mitologiche del buon tempo greco ormai andato, la Vita si fonde con la Morte nel suo progressivo e inesorabile andare verso la fine, quella fine che può avere un fine, ma che può anche non averlo. Marietto non è morto in un incidente stradale, Marietto sta morendo piano piano invecchiando in piena consapevolezza laica e senza l’ausilio di una fede qualsiasi da acquistare nel mercato delle religioni.

Sono andato addosso al cancello di una casa e mi sono svegliato.”

Marietto è morto, Marietto è morto dentro e si è schiantato nel cancello della casa di tutti, nel cancello del cimitero che è la massima espressione logistica della democrazia e dell’uguaglianza, la giusta e degna conclusione del “diritto naturale” vissuto e affermato vivendo: tutti hanno diritto a morire. Il cimitero è la casa di tutti e il “cancello” è l’approdo violento alla morte. La “depressione filosofica esistenziale” si esalta nella disposizione alla morte e possibilmente nell’andare incontro alla morte, il suicidio. La “depressione psichica maggiore” o quella “grande”, come la prima guerra mondiale, si imbatte prima o poi in quel “cancello” che separa il regno di quelli che sono, i vivi e i meno, dal regno di coloro che furono, i morti e i più, senza tener conto del blasone e delle ricchezze, come ha decantato il principe Antonio De Curtis nella sua poesia popolare “a livella”. Marietto si sveglia dopo aver sognato la sua disposizione a morire e la sua progressiva preparazione all’evento finale senza trauma e al viaggio senza ritorno.

Il triste sogno di Marietto non lascia l’amaro in bocca e non induce tristezza e tanto meno dolore, parla e descrive la “morte dolce”, quell’eutanasia a cui si aspira nelle tristi e lunghe giornate dell’inverno della vita e quando la vitalità si raffredda imitando la cicuta che sale dai piedi al cuore del buon Socrate. Venezia è veramente triste se vista da Mestre, dalla terraferma piena di tossiche ciminiere e di fabbriche della “morte a piccole dosi”.

Il sogno di Marietto si conclude degnamente e dignitosamente con queste pacate riflessioni.

IN VIAGGIO CON IL PADRE E LA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola, ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

Giglio

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).”

Giglio guida, Giglio crede di essere sola, Giglio amoreggia con se stessa e non disdegna di affidarsi a un uomo che non c’è e che è dentro di lei, un uomo straniero che l’attrae, un tipo di maschio. Giglio non è per tutti e di tutti, Giglio sa di sé e sa dove andare, Verbania per l’appunto, sa quello che desidera perché l’ha immaginato da bambina. Giglio pensa alle sue bellezze e le vuole condividere, vuole mostrarle. Siamo sull’apparente vago e sul decisamente certo, siamo nel corpo e nel suo patrimonio di pulsioni ben organizzate e di bisogni ben calibrati. Lo straniero dentro la casa di Giglio non è tanto “tedesco”, è una persona familiare e ha radici antiche: un ospite degno e giusto, santo come una figura sacra. Procedere in questo lungo sogno è veramente poetico, un prodotto psichico tutto da scoprire e da inventare.

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.”

“Un complesso di chiese di pietra” rappresenta la difesa dal coinvolgimento affettivo e il raffreddamento della “libido”. Tale operazione titanica viene eseguita attraverso il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione”, “le chiese”, e il meccanismo di “conversione”, “di pietra”. Giglio ha una buona consapevolezza analitica della sua evoluzione psicosessuale, “le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente”, e si sofferma all’attualità dei suoi blocchi e delle sue remore, attribuendo al suo “Super-Io” la censura morale della sua vita erotica e riconvertendo la suddetta con la vena creativa e la Fantasia. La Bellezza e i suoi sensi soccorrono Giglio in quest’adeguamento esistenziale della sua vitalità e della sua energia vitale, la “libido”. Nonostante “le strutture di cemento” non dispongano bene per la sessualità, si può apprezzare l’astrattezza delle figure e il “parco artistico contemporaneo”. Giglio conferma la sua evoluzione psicosessuale verso forme estetiche di buona fattura che riducono le difese della “sublimazione”. La Bellezza è sempre fonte di godimento globale. Confermo: Giglio ha ben chiara la sua evoluzione psicosessuale da sublimata e contratta a bella e degna, nonché etica e sana. Impressiona la Poetica del Sognare, la “figurabilità” in primis.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).”

Le tappe evolutive della formazione sessuale di Giglio si alternano tra una guida alla “sublimazione” con giudizio e una ripresa matura verso l’appagamento intimo e privato. Soprattutto subentrano nel sogno le figure femminili che hanno portato la protagonista a identificarsi dalla parte a lei consona e confacente, “se è femmina o maschio”, ma non sa chi ci sia con lei, perché anche il versante maschile è stato curato nella propria formazione nel senso della “parte psichica maschile”, vedi “Androginia”. Giglio è una donna completa e si ritrova nella figura femminile della nonna e nel desiderio latente del maschio che c’è, non si vede, ma si sente tanto, il famigerato V. Meglio di così non poteva andare. Siamo sempre in un ambito di assoluta correttezza psico-evolutiva e lo stesso Darwin non disdegna l’applauso a una donna chiamata Giglio che se la dorme e si sogna.

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.”

Il sogno con molta diplomazia e delicata accortezza svolge il tema del corpo e della “libido”, nonchè con espresso riferimento all’erotismo e, nello specifico, all’autoerotismo e senza nulla togliere alla seduzione e alle arti sorelle. E’ un sogno da “spa”, da “resort” e da “piscine”, è un sogno bellissimo perché dedicato al benessere psicofisico passando attraverso la base nobilmente materiale del Corpo. Giglio guida, Giglio è in amore, Giglio è partita per il pianeta Venere, Giglio è eccitata: “guido lungo una strada tutta curve sulle colline”. Giglio sceglie e non si lascia scegliere anche quando lascia che scelga l’altro, ma in questo frangente Giglio è in piena masturbazione: “comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.” A venticinque anni il “mignolo” in questione è proprio il clitoride e non non certo il dito, oltretutto affetto da artrite. Il meccanismo della “figurabilità” ancora una volta ha ben provveduto a rappresentare anche attraverso lo “spostamento” la dinamica psicofisica in atto. L’artrite si riduce a uno stato di buona salute colpevolizzata e il capoverso si può catalogare tra le allegorie della masturbazione femminile con annesso orgasmo. Il senso di colpa è connesso alla vita sessuale ed è destato in prima istanza dal sistema educativo e culturale: sessuofobia.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.”

In un ambito d’intimità subentra una figura maschile, “un signore anzianissimo e buffo”, un educatore, un padre, uno che insegna, uno che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi”. Giglio sta rievocando in sogno la tematica evolutiva del suo erotismo e della sua sessualità e giustamente immette la figura paterna bonaria e buffa per stemperare l’angoscia dell’illecito e dell’incesto, dell’immoralità e della trasgressione acuta.

Una domanda è obbligatoria: la figura paterna contribuisce nella formazione della vita sessuale dei figli e nello specifico delle figlie?

La risposta è affermativa.

Il processo educativo è soprattutto auto-educativo e non rientra esclusivamente nella “posizione psichica edipica”, la conflittualità con i genitori, ma si spalma dalla posizione orale”, affettività, fino alla “posizione narcisistica” per influenzare la “posizione genitale” ossia la modalità di offerta e di relazione in funzione del proprio godimento e dell’altrui piacere. Questo processo e queste modalità sono rievocate in sogno da Giglio: l’influenza del padre nella sua formazione psichica e, nello specifico, in riguardo al corpo, l’erotismo e la sessualità. E’ questo il senso e il significato di “lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio”. Giglio ha ben calibrato la figura paterna sin dall’infanzia e l’influenza che ha avuto, meglio che lei ha dato, nella sua evoluzione psicofisica. L’attesa “in corridoio” attesta del tempo necessario a tale processo formativo, così come “la compagnia di qualcuno che non so” attesta dell’aleggiare della figura materna nel quadro onirico e dentro la psiche di Giglio, un tratto “edipico” in funzione della propria evoluzione. La madre non si vede chiaramente in sogno, ma è presente perché il padre è evidente nel suo essere figurato “vecchio e buffo” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato nel momento in cui i significati, “latente” e “manifesto”, del sogno coincidono.

Riepilogando: Giglio elabora l’importanza del padre nella conoscenza del corpo e della vita sessuale, la sua femminilità, proprio distraendola dalla figura materna: uscita dalla piscina e l’attesa in zona massaggi. Adesso il corpo è degno di essere amato e vissuto. È stato auto-battezzato.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.”

Un ricordo personale trova posto in questo sogno poliedrico e universale di Giglio. Le madri siciliane tutelavano le figlie non soltanto dai maschi adulti, ma soprattutto dai padri, vissuti dalle mogli per natura violenti e incestuosi, nonché determinati da pulsioni sessuali irrefrenabili, affetti da un grado erotico e pulsionale di ferinità.

Una domanda si pone: si trattava di un vissuto traumatico irrisolto delle madri che avevano subito violenza durante l’infanzia o era un dato di fatto storico e culturale legato alla repressione sessuale e all’anaffettività dominante?

In medio stat veritas.

Ricordo che non lasciavano mai in casa le figlie sole con il padre e tanto meno permettevano loro di andare, sempre da sole, nei giardinetti, un luogo classico della pedofilia e dei maniaci sessuali. La guerra miserabile e la miseria morale avevano prodotto un imbarbarimento dei costumi e una tolleranza reverenziale da parte delle donne verso l’universo maschile, contrassegnato da una ferinità che esigeva lo scarico della “libido” al di là delle relazioni di sangue. Il maschio era larvatamente considerato un bruto a cui tutto era concesso e permesso. Anche il “tabù dell’incesto” poteva essere violato e non fungeva da barriera nei maschi in preda al raptus anche di fronte alle giovani figlie.

Stendo un velo pietoso su queste tragedie collettive e contemporanee e torno volentieri da Giglio e dal suo sogno così interessante e variegato.

Si presentano in scena la “massaggiatrice”, la mamma che fa tante carezze rilassanti e rassicuranti specialmente nell’infanzia, “una coppia”, la coppia “edipica”, il padre e la figlia, “l’uomo visto nell’infanzia” e Giglio, la “ragazzina” tanto innamorata e attratta dalla figura paterna: “Giacomo o Jacopo”. Arriva a questo punto la tentazione “edipica” di un legame forte e totale con il padre, ma la madre massaggiatrice, il “Super-Io” di Giglio, provvede a raffreddare i bollenti spiriti del “caffè” con il divieto del “caffè che non fa bene ai bambini”. Il capoverso è denso ma non irto di difficoltà interpretative, per cui lo spiego meglio onde evitare confusioni. La figlia è attratta dal padre, ma la madre pone il suo divieto a un legame morboso con il padre: così ragiona sempre Giglio bambina. In effetti è proprio lei che si è vietato il trasporto globale verso il padre e verso l’universo maschile adulto. Giglio ricorda la sua bambina che tanto sentiva, altrettanto desiderava e quasi tutto censurava. I personaggi sono sempre i tre soliti compari: “io, mammeta e papeta”, per dirla alla napoletana, un dialetto, quasi una lingua, che tanto esprime nel suo tratto universale.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.”

Il “significato latente”, disoccultato in precedenza tramite l’interpretazione dei simboli, diventa quasi “manifesto”: “mia madre”, l’uomo di prima”, “arrestato per pedofilia”, le “molte bambine adolescenti”. Il “servizio del telegiornale in tv” comporta un raffreddamento emotivo e una istanza censoria compatibile con la continuazione del sogno. Non è da trascurare la gelosia di Giglio nell’attribuire al padre il trasporto affettivo verso le “molte bambine adolescenti”: sentimento della “rivalità fraterna”, scatenato dalla presenza di sorelle o fratelli e anche in assenza di questi immaginato dalla stessa Giglio e attribuito al padre tramite il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Giglio si è riconciliata con la madre a cui aveva tolto il marito: “sono in camera d’albergo seduta sul letto con mia madre”. La solidarietà al femminile ricompone il quadro familiare e il padre resta un “fantasma edipico” che aleggia nelle psicodinamiche, oniriche e non, di Giglio. Notate l’anonimato della “camera d’albergo”. Il lettone dei genitori, trofeo ambito di tutti i bambini, sarebbe stato troppo compromettente e smascherante. Questo capoverso spiega il travaglio psicofisico di Giglio bambina nella sua “posizione edipica”.

Ma a cosa serve tanto trambusto universale evolutivo?

La risposta insiste sulla formazione psichica dei figli e, nello specifico, sulla formazione della “organizzazione” dei vissuti e dei “fantasmi” che reagiscono e interagiscono determinando con il vario dosaggio la struttura psichica, la, cosiddetta volgarmente, personalità. La risoluzione della “posizione edipica” implica il passaggio evolutivo alla “posizione genitale” matura e destinata all’investimento sull’altro, alla donazione amorosa che concilia la vita affettiva con la vitalità sessuale. Tramite quest’esperienza contrastata e intima con le figure genitoriali si formano individui caratterialmente e strutturalmente completi. Ma questo viaggio universale è sempre riempito dalle mille caratteristiche individuali e predilige destinazioni particolarmente gradevoli e gradite: i tratti psichici sono variazioni individuali sul tema universale della varia e ampia conflittualità con i genitori.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…”

Giglio si riconcilia con la madre al fine di rafforzare la sua identità psicofisica e di viversi al meglio come la bambina evoluta in donna: identificazione e identità. La riconciliazione comporta il riconoscimento della figura femminile materna e del suo ruolo specifico di genitrice e di donna. Durante la pubertà la bambina si stacca dal padre e si avvicina alla madre riconoscendo che “il suo amico” era suo marito, nonché suo padre. Il ridestarsi dei sentimenti e delle sensazioni “edipiche” procura una certa agitazione in Giglio che non trova di meglio che ripescare i suoi desideri e le sue pulsioni di insidia da parte del padre elaborate e vissute quando era bambina. Giglio, in questa difesa estrema dal senso di colpa di aver tanto osato e altrettanto desiderato durante la sua formazione infantile, proietta sul padre la sua pulsione incestuosa e sulla madre la sua responsabilità incestuosa. In effetti, era lei e soltanto lei che desiderava in mille modi quell’uomo, Giacomo o Jacopo in precedenza, e che adesso chiede a se stessa ragione del suo vissuto di uso ed abuso di lei bambina proiettandola sulla madre che avrebbe dovuto difenderla da tanto mostro e da cotanta mostruosità. Non basta tutto questo trambusto sentimentale ed emotivo, Giglio dice a se stessa la sua spiegazione logica: ero infante, ero senza la parola, ero dominata dalle pulsioni e dai bisogni che tendevano al desiderio, ero senza il potere della parola, non avevo il verbo, non avevo il potere di una donna, avevo soltanto l’innocenza di una bambina, non sapevo tradurre i miei vissuti interiori in parole, non sapevo dare parola ai miei “fantasmi”, alle rappresentazioni emotive dei miei istinti, non avevo il fallo del verbo. Di conseguenza, senza il potere della parola mi era impossibile la consapevolezza e la coscienza di me stessa, il “sensus mei” eccedeva la presa di coscienza e la traduzione logica dei miei vissuti edipici e, nello specifico, la trama delle vaste relazioni con mio padre e con mia madre. La “parola” è il potere della comunicazione e della seduzione: “non parlavi e a lui piacciono le bambine che parlano”, le donne adulte che hanno un grado di auto-consapevolezza. Il padre non era incestuoso e gradiva le sue pari, quelle che sapevano conquistarlo con le armi creative del linguaggio. Giglio se la racconta tanto bene che quasi quasi crede a se stessa e si sente nel giusto che più giusto non si può, neanche con il candeggio del super disinfettante in voga. Nel momento in cui Giglio permette al padre di tradirlo con le altre si è liberata dell’ingombro edipico e può procedere verso la sua identificazione psicofisica, si concede di crescere dopo aver superato gli scogli edipici di Scilla e Cariddi e l’illusione di essere una Sirena, la creatura più infelice che l’uomo abbia mai potuto immaginare e descrivere.

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…”

Ma ancora la misura non è colma, Giglio ha ulteriore bisogno di “catarsi del senso di colpa edipico” e all’uopo è costretta a rispolverare-rivivere la sua contrastata avventura-disavventura con il padre, deve dare alla madre le sue responsabilità, sue di Giglio per intenderci, come si dà a Cesare, meglio si restituisce, quello che notoriamente gli appartiene. Giglio si difende in sogno “proiettando” e “spostando” sulla figura materna la responsabilità “edipica” che lei vive a metà tra la pedofilia e l’incesto, la violenza e l’impeto. La vena erotica si esalta nella rabbia imperante: “so che ti ha accarezzata dappertutto”, la cruda vena sessuale si manifesta in “non riusciva a entrare”, la vena conflittuale e affettiva si evidenzia in “ma nemmeno a staccarsi”. Man mano che Giglio procede nel sogno, il contrasto profondo tra il mondo pulsionale dell’Es e la repressione morale del Super-Io si fa sempre più stringente e struggente. Giglio non riesce a staccarsi dall’attrazione fatale vissuta nei riguardi del padre e l’ambivalenza psichica nei riguardi della madre, una figura importantissima in cui identificarsi per maturare la sua identità femminile senza trascurare i migliori tratti maschili del padre. Prevale in questa “posizione edipica” l’erotismo e la sessualità che normalmente si colpevolizzano tramite la degenerazione in pedofilia e incesto. Giglio sogna che il padre non riusciva a entrare, mantiene una dirittura morale o meglio una difesa dall’angoscia dell’incesto per non risvegliarsi e una resistenza a riesumare nei particolari più scabrosi i suoi vissuti verso la maschilità del padre. L’ambivalenza psichica si colora di affettività quando la figlia non fa staccare il padre immorale che voleva entrare ma non riusciva, padre morale. Il mancato distacco di “non riusciva a staccarsi” ha una valenza affettiva: la figlia non fa staccare il padre perché il suo amore è importante per la sua economia psichica evolutiva.

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…”

L’isteria e la scarica purificatrice esordiscono in questo capoverso a testimonianza del quadro dominante di natura e qualità “edipiche”, risalgono ai trambusti profondi e agli sconquassi relazionali che Giglio ha vissuto da bambina e che si è portata dentro maturando in età adulta i tratti psichici erotici e seduttivi, nonché una buona fattura relazionale. Del resto, l’isteria è la conversione di conflitti rimossi a suo tempo e che nel tempo trovano la valvola di sfogo quando una causa occasionale scatena il materiale accatastato e sedimentato. Il sogno è la via maestra per l’emergere dei conflitti psichici e relazionali e di tutto il vissuto dei sensi e dei sentimenti. Giglio “si allontana da sua madre” perché si sente schifata” dal suo vissuto “edipico”, rifiuta e non riconosce la sua naturale “posizione edipica”, per cui allontana la madre e il padre dalla sua scena onirica in quanto responsabili del suo psicodramma esistenziale e relazionale. Giglio è “piegata in avanti dal dolore” come se avesse subito una violenza sessuale, più che per un normale malore possibilmente allo stomaco, nella zona degli affetti, tanto meno per una dismenorrea. Giglio razionalizza la figura materna andando via da lei, ma l’operazione è frettolosa. Il disgusto non è foriero di buone novità. Giglio si è staccata dai genitori risolvendo la “posizione edipica” ed è pronta per i suoi uomini, è disposta alle relazioni mature e adulte. Giglio è cresciuta e si è partorita, “maieutica di Socrate, attraverso la presa di coscienza che la sua vita si incanala verso le relazioni maschili dopo lo spazio concesso al padre e verso le relazioni femminili dopo aver mal digerito la filosofia screditante e spartana della madre. Quest’ultima è stata poco protettiva nell’evoluzione educativa della figlia, almeno così l’ha vissuta, o, meglio ancora, Giglio aveva bisogno di tanto sazio per viversi il padre senza la presenza invasiva della madre che giustamente averebbe recriminato i suoi diritti di proprietà e di esercizio nei riguardi del marito, il padre di Giglio. Quest’ultima non sa che farsene degli uomini, il primo e il secondo, “F” e “il secondo”, figure poco importanti e significative rispetto al padre. La nostra protagonista ha tanto vissuto da bambina e, adesso che è adulta, anche i suoi uomini sono superficiali come la mamma che a suo tempo e, sempre nei suoi vissuti, l’ha lasciata in balia del padre. Questo era chiaramente il suo desiderio. Anche il suo secondo uomo non riesce a capirla, “si stanca, mi prende in giro e riattacca”. Un’ultima domanda seria si pone nel finale di questa lunga decodificazione del sogno di Giglio: “riesco solo a piangere in una maniera strana”, che vuol dire?. Vuol dire che Giglio ha acquisito una maniera diversa di scaricare le sue tensioni. Il pianto è una salutare “catarsi” delle tensioni nervose accumulate. Giglio non piange più come una bambina, adesso si libera come donna. E’ maturata e ha maturata nuove modalità espressive e liberatorie.

Ancora un appunto mi sento di fare: come la mettiamo con il fatto che il primo fidanzato di tutte le bambine del mondo è il papà?

Forse il papà non c’è più e Giglio non può comunicargli tutto il bene che gli ha voluto, un bene completo e fatto di tutto quello che è inesprimibile nella realtà ed esprimibile con naturalezza nel sogno attraverso i simboli e la Bellezza. E’ proprio vero che la funzione onirica è foriera di prosperità estetica mostrando i nostri inconsapevoli capolavori.

Bonne chance, Gigliò!

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

In precedenza Giglio piangeva “in una maniera strana”, adesso fa “versi disperati”. Questa donna è proprio sull’orlo di una crisi di nervi o è ancora in piena scarica isterica, si sta liberando delle ultime scorie nevrotiche di qualità “edipica”, è ancora fortemente arrabbiata con la madre e il padre perché l’hanno buggerata e poco protetta nelle disavventure costruttive della sua evoluzione psicofisica. Giglio è in piena teatralità creativa e attira l’attenzione su di sé e sui suoi trascorsi: un classico comportamento dei bambini cosiddetti normali. Insomma, Giglio ha maniere alternative di esprimersi e tenta di farsi capire con le sue personali e creative espressioni. Una bambina incompresa suggella la fine del sogno, ma questo l’aveva già detto. Convergendo ancora su se stessa, Giglio si riprende tutto il materiale che aveva alienato nel padre e tenta di convincersi che forse non l’ha del tutto razionalizzato questo padre così importante e ingombrante. Resta il dubbio di aver messo insieme, “confuso”, il proprio con l’altrui, di aver usato il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento”, della “traslazione” e della “proiezione”. Ma tutto questo è ancora assolutamente normale e naturale. Resta una figlia che ha vissuto un intenso travaglio con il padre e con figure maschili equivalenti. Ho anche pensato che Giglio possa aver subito molestie e violenza durante la sua infanzia, ma anche questo dato è frequente a causa della repressione sessuale della società e della cultura sessuofobica del passato e del presente più che mai.

La verità psichica e fisica di questo sogno è stata depositata nel grembo della dea Giglio e a lei, soltanto a lei, spetta il responso.

TANTA VOGLIA D’INNAMORARSI

TRAMA DEL SOGNO

“Avevo l’immagine del mio ex.

Dopo si è presentato un tatuatore.

Mi parla e decidiamo un tatuaggio.

Voglio provare un altro tatuatore.

I colori del nuovo tatuaggio sono rossi, turchesi e neri, ma la forma non la ricordo.

Poi mi trovo in macchina.

Qualcuno mi segue e io dallo specchietto non vedo perché è appannato.

Comunque non ho paura e continuo tranquilla.

La strada è dritta.”

Questo è il sogno di Miky.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Avevo l’immagine del mio ex.”

La “imago”, immagine, è la rappresentazione emotiva elaborata dai “processi primari”, dalla Logica della prima infanzia, è il “fantasma” di Melanie Klein formato dalle modalità psichiche neurovegetative del neonato fatte di senso e di “organizzazione primaria” dei dati: la “posizione schizo-paranoide” e la “posizione depressiva” del primo anno di vita. Durante la prima scindo la “imago” o fantasma in buono e cattivo, durante la seconda espio il senso di colpa e mi sento perseguitato dalla parte cattiva che ho espulso da me e proiettato in altro oggetto. Insomma la “immagine”, di cui scrive Miky, non è una semplice “cosa” alla Lacan buttata là tanto per parlare e per comunicare. La “parola immagine” ha una lunghissima storia filosofica e un ammasso di sensi e di significati, la “parola immagine” è un segno, “signum” latino, gravido di etimologie profonde che l’uomo ha immesso, è una “insegna” dell’esercito umano dietro la quale corrono e si ritrovano da sempre i soldati di tutto il mondo e non soltanto quelli romani.

Miky ha usato una “parola” gravida di storia e di creatività, una “parola” poetica e prosaica, scientifica e tecnica, per dirsi in sogno che stava pensando al suo “ex” innamorato con una modalità affettiva ed emotiva, sensoriale e sensuale, “libidica” per dirla all’ingrosso. Non lo stava sognando e rievocando secondo i procedimenti della Logica di Aristotele, lo stava ricordando secondo i canoni del registro neurovegetativo, emotivo e sentimentale. Di sicuro è questa la maniera giusta e degna di imprimersi nella memoria e di lasciarsi ricordare da parte di un qualsiasi uomo che si relaziona amorosamente con una donna, “il mio ex”. Dico meglio: questa è la maniera migliore di vivere le proprie storie d’amore, di sesso e di varia umanità da parte di una donna autonoma e libera da pregiudizi e cianfrusaglie morali.

Un altro commento cade a fagiolo per tutte le persone curiose. Quando si sogna il proprio “ex”, il primo significato esige una relazione emotivamente in sospeso e un discorso ancora in via di composizione e di sistemazione. In ogni caso una propria storia sentimentale non si riduce a una definitiva e fredda “razionalizzazione”, semplicemente perché resta un sottofondo emotivo nel bene e nel male.

Tornando al sogno, Miky rievoca la storia d’amore, di sesso e di varia umanità che ha vissuto con un uomo in cui ha sospeso gli investimenti psichici evidenti, ma su cui non ha interrotto gli investimenti psichici interiori. Non avendo rimosso tutto e adeguatamente, resta sempre in Miky qualcosa di insoluto e di ritornante nell’aura dorata dei sentimenti e nell’ampio spettro delle sensazioni apparentemente sospese.

Ogni storia d’amore non si chiude mai abbastanza e del tutto. Per questo motivo ritorna sui suoi passi e presenta nuovi interessi nei momenti di crisi psico-esistenziale.

Dopo si è presentato un tatuatore.”

Ecco cosa è rimasto insoluto e parzialmente sospeso in Miky: la “libido epiteliale” con tutti i suoi risvolti erotici ed affettivi. Miky rievoca in sogno la parte tenera del suo “ex”, l’uomo che la accarezzava e la erotizzava con le sue carezze. Le manca il “tatuatore”, l’uomo anonimo che rievoca l’ex per connotazione emotiva e che lavora la sua donna sulla pelle, una parte del corpo dotata di forte sensibilità e sensorialità. All’immagine emotiva e affettiva dell’ex è subentrata la precipua proprietà erotica nei vissuti di Miky dell’uomo, colui che s’imprimeva nella sua pelle e s’imprimeva nel suo vissuto erotico. Ricordo che Miky “sposta” nel “tatuatore” il suo ex per continuare a dormire e per non trovarselo faccia a faccia con la possibilità di un risveglio che inevitabilmente disturba il sonno. Ricordiamo che il sogno è il “guardiano del sonno” e che l’insonnia è in prevalenza un pesante disturbo psicosomatico, oltretutto pericoloso per lo sconquasso neurovegetativo che si porta addosso e dietro.

Mi parla e decidiamo un tatuaggio.”

Questo è il classico e costante “ritorno dell’ex” con coito annesso e connesso. Tante coppie si ritrovano dopo la rottura della relazione per sperimentare una “intesa” cordiale ed erotica, un riallacciamento possibile delle cinture e del ritorno possibile alla praticabilità del rapporto a due. In questo titanico tentativo la sessualità è il veicolo di trasmissione dei sentimenti e il raccordo giusto per comprovare una ripresa o un distacco. Nulla di definitivo esiste nel mondo degli uomini e delle donne in età di matrimonio civile o religioso, in età di “libido genitale”. Miky e il suo ex hanno un rigurgito erotico e tagliano la testa al toro, “decidiamo”, ritrovandosi in esorcismo alla dolorosa nostalgia e per recuperare quanto meno un momento di piacevolezza e di appagamento del desiderio. Dopo essersi regalati le parole per dirlo, “mi parla”, si passa al tatuaggio, a imprimere sulla pelle il marchio di gloria o di infamia. Il tutto dipende dal vissuto successivo all’happening. I dati del sogno dicono in sintesi che Miky e il suo “ex” si sono ritrovati per riprovarci e riprendere la storia o per ritrovarsi e vivere l’attimo, il “momentum” o meglio il “diem”, fuori dal tempo e dalla storia, come era solito poetizzare il furbetto Quinto Orazio Flacco nelle sue rievocazioni in esorcismo all’angoscia di morte.

Voglio provare un altro tatuatore.”

Miky è una donna oltremodo libera, non libertina. E’ una donna padrona del suo corpo, per cui dispone a chi affidarlo per un nuovo tatuaggio, per una nuova impressione sulla carne, per un nuovo marchio di proprietà, per una nuova esperienza umana e sessuale. Il termine “provare” attesta del potere che Miky esercita sugli uomini almeno nei suoi vissuti e del pragmatismo con cui vive le relazioni. Niente di strumentale e di prevaricatore, ma sicuramente la parola “provare” indica l’efficienza materiale e la carnalità del processo di conoscenza. Niente di sublimato c’è nell’atto del “provare” e nessun riferimento al detto antico “chi non risica non rosica”. Il corpo e le sue sensazioni sono l’oggetto indiscusso del bisogno psicofisico di Miky in questa sua personalissima ricerca dell’uomo giusto.

I colori del nuovo tatuaggio sono rossi, turchesi e neri, ma la forma non la ricordo.”

Ogni uomo, ex o non ex, ha le sue caratteristiche psicofisiche, ogni uomo ha i suoi tratti caratteriali, ogni uomo di Miky presenta una diversità che si colora di originalità. L’imprimatur impartito al nuovo entrato, “i colori del nuovo tatuaggio”, è un mix di chiara eccitazione e di oscuro fascino. Miky ricorda le sensazioni e le emozioni provate e non ricorda il corpo e le fattezze del nuovo arrivato sotto le sue grinfie di donna fatale che è alla ricerca della nuova preda, più che della persona giusta con cui avviare un discorso “genitale” e uno scambio di omonima “libido”. Si conferma l’autonomia erotica e sessuale di Miky e la sua dipendenza dal tatuatore e dal tatuaggio per la completezza dell’operazione psicofisica. Traspare un tratto “narcisistico” che mette in minoranza il tratto “genitale” della condivisione e della donazione a favore del godimento solipsistico in compagnia. Si conferma la libertà della donna che esercita il suo fascino nelle relazioni con i suoi uomini e appaga i suoi bisogni erotici e sessuali senza inibizioni e con cognizione di causa e di potere.

Poi mi trovo in macchina.”

Il sogno non è finito e continua l’esibizione della carta d’identità psichica di Miky, lo svelamento delle sue inclinazioni e delle sue pulsioni. Miky è sempre interessata alla sua sessualità e questa volta in maniera individuale e senza il tatuatore e tanto meno l’ex e gli ex. Miky “si trova in macchina”, è alle prese con la sua femmina, con la forza dei suoi istinti. Prima la pelle rappresentava la “libido”, adesso tocca agli organi sessuali, la “libido genitale” nel suo variegato complesso, ma sempre in funzione idolatrica da parte di una Miky in piena eccitazione seduttiva. La donna “sa di sé” e del suo corpo, nonché del potere seduttivo che ha ampiamente trattato in precedenza. Vediamo la seduzione dove va a parare, se trova l’oggetto giusto o se è fine a se stessa, se serve soltanto per rafforzamento narcisistico, per il gusto della conferma di essere bella, attraente e disinibita.

Qualcuno mi segue e io dallo specchietto non vedo perché è appannato.”

E ti pareva?

Miky è una narcisista, ma non sa fare a meno degli uomini, dei maschi che appetisce e di cui in sogno si fa appetire. Pensate che si fa seguire da un anonimo “qualcuno” che non desta paura o impressione perché è come da quel copione che dall’inizio si sta snodando nel sogno di Miky. Il desiderio di sedurre e di essere sedotta è una questione vitale per una donna che non è in debito di “libido” e che è in cerca di relazioni eccitanti e vitalistiche a diversi livelli. Il sogno conferma l’auto-gratificazione e la continua tensione nel costruire scenari “appannati”, nella chiara allusione al lasciarsi andare, alla caduta della vigilanza razionale a favore di un’aura crepuscolare che fa tanto bene al moto e al respiro dei sensi. Lo “specchietto” è simbolo di un surrogato di coscienza, una consapevolezza riflessa e non rivolta all’oggetto in sé. “Non vedo” è l’affermazione che in certe circostanza non si può e non si deve ragionare. “Appannato” è il termine giusto per figurare l’obnubilamento erotico del corteggiamento nella duplice versione di lei che procede e di lui che la segue. Queste sono le coordinate simboliche dell’allegoria della seduzione.

Comunque non ho paura e continuo tranquilla.”

Si è capito da tempo che Miky è una donna affermativa e impavida, ma persiste il bisogno di rafforzare l’immagine dell’autonomia e del “fare legge a se stessa”. Miky ha una buona “coscienza di sé” che le consente di procedere nella vita senza patemi d’animo e incertezze esistenziali, “tranquilla”. Non è certo una forma di “atarassia” e tanto meno di pace dei sensi, tutt’altro! Miky sa ben gestire e gestirsi nelle relazioni amorose, soprattutto sessuali, che le aggradano e che la trovano “arbiter elegantiarum” e abile dispensatrice delle sue bellezze al momento opportuno secondo riti che la donna ha meditato e maturato in vista del raggiungimento di un traguardo di vera completezza. L’autonomia e la libertà si fondono in questa ammissione simbolica di Miky: la paura non abita da Miky e la tranquillità è una forma di sicurezza.

La strada è dritta.”

Oltre che “sapere di sé” e dell’altro, Miky è una donna navigata e vissuta. Possiede l’esperienza giusta che le concede di affermare con cognizione di causa che la sua vita e la sua esistenza vanno verso un traguardo ben chiaro e senza tanti intoppi. La sicurezza è anche speditezza nel cammino della vita. “La strada dritta” conferma la buona visione mentale degli eventi che Miky vuole concretizzare e delle scelte che vuole fare. Poche idee ma chiare, direbbe il solito maligno, ma nel caso di Miky questa cattiveria non ha motivo di essere, semplicemente perché le sue conquiste psichiche sono frutto di esperienza e per vivere alla grande ci vuole anche coraggio e coinvolgimento. Merito al merito. Pur tuttavia, il sogno di Miky attesta del grande desiderio di innamorarsi senza perdere l’autonomia e la libertà di donna emancipata.

Per questo sottofondo psichico universale ho dato al sogno il titolo di “tanta voglia d’innamorarsi”, mettendo in rilievo il bisogno della donna di passare dalla “posizione fallico-narcisistica” alla “posizione genitale”, dalla gestione del potere femminile alla condivisione dei sensi e dei sentimenti, dall’individualismo esasperato a una relazione matura che contempla la solidarietà e la cura dell’altro, oltre e in primo luogo di se stessa. Miky è una donna che cerca, Miky è una donna che sta cercando quella “parte di sé” che si apre alle persone e al mondo senza il bisogno di avere un ruolo e di esercitare una funzione, la disposizione “genitale”, la migliore formulazione del sentimento d’amore presente oggi sul mercato linguistico e soprattutto umano.

Insisto e invito ad approfondire il concetto psicoanalitico di “Genitalità” e suggerisco la lettura del libro di Franco Fornari “Genitalità e Cultura” proprio per capire come il concetto di “Maternità” si sposa con il concetto di “Paternità”, almeno nei primordi psicofisici dell’Umanità senza scissioni e limitazioni a ruoli naturali e culturali definiti e ristretti all’ambito biologico.

Ricordo che quando si parla d’amore, non si può assolutamente prescindere dalla “Genitalità”, dal partorire qualcosa per l’Altro a prescindere dal sesso fisiologico.

L’ALFA 159

TRAMA DEL SOGNO

“Sono per strada e vengo rapito da due ragazzi con un’alfa 159.

Mi mettono nel bagagliaio con altre due persone. Io sono terrorizzato dall’idea di soffocare per lo spazio angusto. In realtà il cofano è molto spazioso e riesco perfino a togliermi il giubbotto.

Riesco a tirare fuori il busto come se fossi nei sedili posteriori ed inizio a parlare con i rapinatori. Non ricordo di cosa parlavamo precisamente, ma ricordo di aver fatto in modo di far loro capire che avevo bisogno di respirare meglio.

A questo punto si avvicina alla macchina un pedone che chiede informazioni. L’autista prende una pistola e gli spara due colpi al petto. Quindi scappiamo.

Dopodiché spara ancora ad un altro pedone e continua a scappare. Mi fa vedere la pistola ed insieme al suo complice mi consiglia di stare in silenzio altrimenti fa fuori anche me.”

Questo sogno appartiene a Oneiro.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sono per strada e vengo rapito da due ragazzi con un’alfa 159.”

La “strada” non è il cammin di nostra vita dove ci si ritrova soli e morti di fame a trentacinque anni perché la dritta “via” è smarrita.

La “strada” non è la “via” ben definita e artefatta da percorrere con l’eleganza barocca della civiltà e l’orgoglio noncurante dell’uomo in frac.

La “strada” è il simbolo della vita disinibita e triste della gioventù bruciata degli anni cinquanta: vedi James Dean.

La “strada” è il simbolo della vita spericolata di Vasco che cerca l’esagerazione e la finzione dei film recitati secondo il copione del “chi se ne frega” del tutto e della parte dietro la spinta opportuna e maliarda delle pasticche al mentolo.

Pasolini Pier Paolo era particolarmente affascinato dalle psicodinamiche che si giocavano nelle “strade” delle periferie urbane, Roma nello specifico, tra la peggio gioventù e il resto del mondo: vedi “Ragazzi di vita”.

La “strada” non ha riferimenti nel suo essere omogenea e generica, ma possiede tutta la precisione delle vite vissute senza regole o con la regola di non avere regole, una vita senza le ingiunzioni restrittive del “Super-Io” individuale e collettivo, un’esistenza acrobatica e da circo, esibita sul trapezio e senza rete.

La “strada” è la vita da vivere senza protezione e senza recinti, per quello che viene e succede, la vita senza la volontà di fare e di brigare e soltanto con l’estro masochistico di godere subendo e possibilmente di sopravvivere alla meglio o alla meno peggio.

La “strada” è il simbolo dell’esistenza coatta e dell’uomo coatto delle borgate brutte e senza senso, è il luogo filosofico e letterario di Heidegger, di Sartre, di Camus, è il luogo sensuale della splendida e fascinosa Juliette Greco.

La “strada” è il luogo patetico di Federico, nelle argute e variopinte vesti di Zampanò e di Gelsomina Di Costanzo, dove si consuma la violenza e l’ingenuità con la stessa drammatica indifferenza del conte Ugolino.

La “strada” è il “topos” della buona democrazia quando si sposa con la capricciosa anarchia: Rousseau e Bakunin in congresso e senza Grilli in testa.

La “strada” è un succulento teatro dove far giostrare i migliori simboli della nostra esistenza e della cultura che ci ha impregnati, nostro bengrado e nostro malgrado.

E così, cari marinai, Oneiro si trova “per strada”, nel coacervo delle simbologie suddette e in un momento specifico della sua vita e del suo vivere, si ritrova dentro la sua esistenza psicofisica alla ricerca delle ragioni introvabili durante le crisi di senso e di significato.

E in questa “strada” sacra e laica Oneiro si lascia “rapire” da due ragazzi sessualmente brillanti e dotati di “un’Alfa 159”. La competizione e l’invidia vertono sulla sessualità e nello specifico sugli organi sessuali, sulla virilità e sull’estetica maschile, sulla potenza del motore, sulle cariche della “libido”, una “libido edipica” competitiva e intenzionata all’altro, una “libido narcisistica” intenzionata a se stesso.

Oneiro “viene rapito” da due ragazzi con una macchina di gran lusso e di gran classe, “un’Alfa 159” e non una Fiat 500. Traduco: Oneiro si perde nei suoi desideri di essere bello e possente, si perde nei suoi sentimenti di rivalità, ridestando e riesumando la sua vanità e la competizione con il padre, la prima figura maschile con la quale è entrato in contatto durante la sua infanzia e con la quale ha ingaggiato una dialettica naturalmente aspra per la sua contrastata evoluzione psicofisica.

Oneiro condensa nei due ragazzi dotati di “Alfa 159” la sua figura e la figura paterna, quel padre che nell’infanzia e nell’adolescenza ha vissuto ed elaborato durante la “posizione psichica edipica”, al fine di identificarsi al maschile e di vivere la sua autonomia evolvendosi nella “posizione psichica genitale”, quella in cui si riconosce l’altro e ci si dona anche sessualmente per andare al massimo e a gonfie vele.

“Rapito” si traduce simbolicamente “sono preso dai miei ricordi e desideri”, sono preso da me stesso e dai miei vissuti, mi perdo nelle esperienze vissute, ma soprattutto significa sono in balia delle mie emozioni e dei miei sensi.

I “due ragazzi” si traducono simbolicamente in un rafforzamento della figura paterna e della virilità, gli oggetti del desiderio invidioso.

“L’Alfa 159” rappresenta simbolicamente l’apparato sessuale, proprio per il riferimento agli automatismi neurovegetativi che lo contraddistinguono e governano. Ricordo ancora che l’autovettura richiamata è di gran lusso e di grande potenza per essere una berlina, oltretutto è una Alfa Romeo, una macchina elegante e potente che tanto si presta al simbolismo del “narcisismo” sessuale.

Ritraduco in sintesi: Oneiro è tutto preso emotivamente dalla bellezza e dalla potenza della funzione sessuale.

Mi mettono nel bagagliaio con altre due persone. Io sono terrorizzato dall’idea di soffocare per lo spazio angusto. In realtà il cofano è molto spazioso e riesco perfino a togliermi il giubbotto.”

Il vissuto suddetto sulla bellezza e potenza della funzione sessuale è contrastato e non si snoda in maniera lineare. Il “narcisismo e l’edipico” sono rissosi coinquilini e non si sono ben spiegati e, di conseguenza, ben capiti in questo condominio aristocratico del quartiere Mazzarona in Siracusa. Si rileva che il numero “due” è presente nello spazio esterno, “due ragazzi con un’Alfa 159”, e nello spazio interno, “nel bagagliaio con altre due persone”. Il numero “due” condensa simbolicamente e di base la relazione e la coppia. Oneiro, infatti, è in relazione con se stesso, “posizione narcisistica”, e con le figure genitoriali, “posizione edipica”. Di grande interesse è l’emergere del simbolismo materno, dopo quello paterno, “nel bagagliaio”, dove Oneiro si mette e si lascia mettere da una figura materna possessiva e seduttiva. Oneiro, oltre al padre virile e prestante, oggetto degno di desiderio e d’invidia, manifesta una madre soffocante che poco concede alla libertà del figlio, una donna che non insegna e favorisce la sua autonomia psicofisica: “io sono terrorizzato dall’idea di soffocare per lo spazio angusto”. Oneiro si trova tra il padre e la madre, come da piccolo nel rifugio del loro lettone, e sta cercando le strategie efficaci e indolori per subire il minor danno psicofisico possibile da queste figure che lo supportano anche secondo i loro bisogni, meglio secondo i bisogni che il figlio individua e proietta nei suoi genitori. La parabola significa che Oneiro descrive i genitori secondo il suo evangelo in un momento evolutivo preciso, il passaggio dalla “posizione narcisistica” alla “posizione edipica”. In questo trambusto Oneiro spezza una lancia nei confronti della madre e la compone “in un cofano molto spazioso” dove riesce “perfino a togliersi il giubbotto”, a fare a meno di una quota d’affettività in sovrappiù e di una serie di difese inutili. Oneiro gestisce bene la funzione psichica materna e si conosce al punto di dispensarla nelle giuste dosi e senza maturare danni.

Riesco a tirare fuori il busto come se fossi nei sedili posteriori ed inizio a parlare con i rapinatori. Non ricordo di cosa parlavamo precisamente, ma ricordo di aver fatto in modo di far loro capire che avevo bisogno di respirare meglio.”

Decodifico subito per una migliore chiarezza: “riesco a liberarmi in parte dalle dipendenze psicofisiche materne e ad assumere il mio ruolo di figlio per passare all’elaborazione della figura paterna e al mio “complesso di castrazione”, un “fantasma” maturato nel vissuto conflittuale del padre per l’appunto. Oneiro ha sistemato alla bene meglio la madre e può passare “a parlare con i rapinatori”, a elaborare quella “parte psichica di sé” che lo lega in maniera ambivalente al padre, a risolvere la sua “posizione edipica” in riguardo al versante maschile, il “topos” verso il quale dovrà orientare la sua identità psichica tramite un’operazione contrastata d’identificazione. Oneiro è consapevole del bisogno di autonomia psicofisica, “bisogno di respirare meglio”, non nega o rifiuta il padre, ma gli chiede una collocazione discreta e non invasiva. Insomma, Oneiro è in piena risoluzione della sua “posizione edipica” e, nello specifico, si trova nella “strada” che porta al riconoscimento del padre dopo averlo ucciso e onorato, dopo aver reagito con aggressività per maturare il senso di “castrazione”, dopo aver reagito con remissività per maturare il bisogno affettivo di dipendenza. E così Oneiro è cresciuto e si è guadagnato i galloni di un figlio che riconosce il padre e la madre e può degnamente guardare narcisisticamente all’evoluzione del suo “Io”, quell’amor proprio che non guasta mai e che non si deve smarrire anche percorrendo le “strade” più impervie dell’esistenza.

A questo punto si avvicina alla macchina un pedone che chiede informazioni. L’autista prende una pistola e gli spara due colpi al petto. Quindi scappiamo.”

Purtroppo la “strada” presenta qualche buca di troppo e la “via” regolare non è così spedita come nel finale dei film più belli. Tutta colpa di un volgare “pedone” che “si avvicina” per chiedere “informazioni”. Oneiro non è convinto di sé e della sua persona, soprattutto non è sicuro della sua formazione sessuale. Avverte con animo perturbato e commosso che fuori dalla “macchina” qualcosa non gira bene e che gli affetti non si coniugano a dovere con l’esercizio della “libido”. La “macchina” è in distonia e opposizione con la “deambulazione”, l’esercizio del vivere nella quotidianità. Ed è anche tutta colpa “dell’autista”, del padre e dell’Io di Oneiro, se l’organo sessuale, la “pistola”, allargata alla vitalità erotica, se ne impipa dell’esercizio affettivo, se il sentimento d’amore esula dalla pulsione aggressiva e dall’attrazione sessuale. Oneiro non ha maturato il “narcisismo” nella “genitalità”, è rimasto fermo al conflitto “edipico” e alla competizione funesta con il padre e, per risolvere la sofferta psicodinamica, è regredito alla “posizione psichica narcisistica”, ha rielaborato il culto di sé e della sua potenza virile: io non mi innamoro e non mi lego, tanto meno mi dono. Oneiro è continuamente in fuga da se stesso e dal coinvolgimento affettivo, dal momento che privilegia se stesso e la propria immagine virile. La “posizione edipica” è stata risolta a metà e non è stata portata a buon fine: “l’autista spara due colpi al petto” e poi fugge. Oneiro rifugge e il suo “Io” dispone la strategia del non coinvolgimento per difesa: meccanismo psichico del “disinvestimento”. Oneiro evita in tal modo “l’angoscia di castrazione” e persiste nel nulla risolto e nel tutto rimandato. La pena è la mancata crescita umana, più che sessuale.

Dopodiché spara ancora ad un altro pedone e continua a scappare. Mi fa vedere la pistola ed insieme al suo complice mi consiglia di stare in silenzio altrimenti fa fuori anche me.”

La sparatoria continua come nei migliori film western degli anni cinquanta a marca americana “L’autista”, ormai, è un conclamato assassino di incauti pedoni che si avvicinano per avere quelle informazioni o, meglio, quelle giuste consapevolezze su quello che sta accadendo nella “strada” e nei suoi dintorni. Oneiro vuole “sapere di sé” e dei suoi trascorsi psichici che si stanno riverberando nella sua attualità esistenziale e manifesta apertamente che la psicodinamica “edipica” non è ancora risolta e che tende a ripresentarsi sul suo elegante teatro psichico. L’Io di Oneiro tende alla fuga, usa meccanismi psichici di difesa dall’angoscia, come “l’evitamento” e “l’isolamento”, che equivalgono a “disinvestire” e a “spostare la libido”, a richiamare la “posizione psichica narcisistica” e “anale” e a scaricare aggressività sul mondo umano in cui vive e che lo circonda. Si conferma la tesi che Oneiro non progredisce verso la “posizione genitale”, ma inverte la rotta e regredisce a espressioni psichiche vissute e sperimentate. Non è, di certo, vietato istruire queste operazioni difensive, ma non è la giusta e proficua evoluzione psichica semplicemente perché Oneiro sposta la conflittualità dalle figure edipiche dei genitori alle figure che popolano il suo mondo sociale e alle relazioni importanti. Oneiro è sempre con la pistola in pugno, pronto a sparare e a fuggire per non incorrere nella punizione della legge e dei carabinieri, del suo “Super-Io”. La complicità con se stesso è la conferma della bontà temporanea della strategia difensiva. La condivisione comporta la persistenza nell’errore e nell’angoscia di perdere i pezzi della sua funzione sessuale: “insieme al suo complice mi consiglia di stare in silenzio altrimenti fa fuori anche me.” Il “silenzio” non è quello degli innocenti, ma quello degli psicoastenici, le persone che vivono la debolezza psicofisica come sindrome di convenienza, che conoscono il segnale del prevalere dello svantaggio sul vantaggio, che sanno che lo svantaggio si “sublima” in un vantaggio finale tramite l’attenuazione dell’angoscia del coinvolgimento e degli investimenti di “libido”. L’immaturità psichica da mancata risoluzione della “posizione edipica” e “regressione” alla “posizione narcisistica” con tinte “anali” e in evitamento della “posizione genitale” è la psicodiagnosi del sogno di Oneiro. Questa strategia psichica non fa vivere male, ma non è il massimo della goduria, è sempre un vivere nell’incompletezza e nella precarietà della solitudine.

EROS E TANATHOS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono in una macchina insieme ad altre due persone: una è la mia fidanzata, che siede nel sedile passeggero anteriore e l’altra persona è l’autista: uno sconosciuto, calvo, dallo sguardo di ghiaccio.

Io siedo nel sedile posteriore.

Io e la mia fidanzata iniziamo a discutere e alziamo i toni della voce. L’autista caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo.

Lei non muore, ma resta ferita e ci ritroviamo in una casa lussuosa, in una Sicilia gattopardiana e io mi scuso con lei continuamente per aver provocato questa situazione.

Lei è ferita e sanguina molto, ma è capace a stare in piedi e parlare. È un po’ offesa e un po’ arrabbiata, ma in fondo sembra che possa perdonarmi.

Io intanto sono nudo e mi vergogno.

Ad un certo punto in stanza entrano sua sorella (mia cognata) e un’amica di sua sorella ed io mi nascondo dietro il tavolo perché sono completamente nudo.

A questo punto mi sveglio, molto turbato, e non prendo sonno prima di un’oretta.”

Questo sogno è di Oneiro.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sono in una macchina insieme ad altre due persone: una è la mia fidanzata, che siede nel sedile passeggero anteriore e l’altra persona è l’autista: uno sconosciuto, calvo, dallo sguardo di ghiaccio.”

Oneiro è il nome scelto dal protagonista di questo apparentemente languido psicodramma e si traduce “onirico”, “sognante”, “subliminale”, “crepuscolare”, “fantasioso”, “inconsapevole”, “trasognato”, “felliniano”. L’interpretazione del sogno dirà anche se la scelta del nome è del tutto casuale o è attinente ad alcuni tratti della struttura psichica di Oneiro, alla sua “organizzazione psichica reattiva”, alla sua formazione psichica evolutiva. Dopo questa iniziale scommessa diventa interessante l’immersione nel mondo profondo di Oneiro.

La “macchina”, è ormai risaputo, simboleggia la sessualità con i suoi meccanismi neurovegetativi, spontanei e naturali, quasi meccanici, dal momento che l’azione dell’Io è notevolmente ridotta a causa della pulsionalità istintiva che governa e contraddistingue l’umana funzione sessuale.

Oneiro è in piena tresca erotica e sessuale con “altre due persone”. Meglio: Oneiro sogna di vivere la sua sessualità portandosi dietro due “immagini” elaborate nel tempo e per la precisione si tratta della “immagine della donna” rappresentata nella figura della sua “fidanzata” e la “immagine dell’uomo”, “l’autista” automatico, aggressivo, senza idee, freddo, glaciale, il maschio che guida la macchina e che si accompagna alla sua fidanzata. Insomma, Oneiro sta rivisitando in sogno le “immagini di sé” come parte della coppia e durante l’amplesso erotico e sessuale, nei preliminari del coito, nella dimensione intima e privata, la vita a modo suo “amorosa”. Oneiro sta osservando se stesso e nello specifico i modi di relazionarsi eroticamente e sessualmente con la sua “fidanzata”. In questa naturale e primaria operazione difensiva di “sdoppiamento dell’imago”, meglio “proiezione”, Oneiro scopre quella “parte psichica di sé” caratterizzata dalla calvizie o carenza depressiva di idee e di progetti, dallo “sguardo di ghiaccio” o freddezza affettiva e ridotto coinvolgimento sessuale, nonché poche prospettive progettuali. Insomma Oneiro è “sconosciuto” a se stesso, “uno sconosciuto”, uno strano “sconosciuto” perché teme di essere “l’autista” e sa di essere “l’autista”, un uomo che guida i meccanismi della sua macchina sessuale senza il naturale coinvolgimento e la dovuta partecipazione: “l’homme que regarde”. Oneiro vive male se stesso e la sua donna, “fidanzata”, a causa dello “autista”, quell’uomo “sconosciuto”, “calvo e dallo sguardo di ghiaccio”. Oneiro non si accetta e, allora, in sogno si sdoppia e di “proietta” in questa “immagine negativa di sé” per continuare a dormire e non cadere nel risveglio con l’incubo. Ricordo che quest’ultimo si attesta nella coincidenza del “significato latente” con il “significato manifesto” del sogno.

Per adesso e fin qui la decodificazione può già bastare al fine di operare le giuste riflessioni, ma andare avanti è necessario, oltre che degno di curiosità e interesse.

Io siedo nel sedile posteriore.”

Oneiro è sornione, psichicamente difeso, “siede nel sedile posteriore”, si guarda quando fa sesso o fa l’amore che dir si voglia, si osserva per bisogno di essere formalmente a posto e secondo i suoi bisogni soggettivi e le sue necessità personali, si defila nelle retroguardie per potersela svignare al momento opportuno e dire a se stesso “quello non sei tu”. In effetti, l’uomo seduto “nel sedile posteriore” è “l’immagine positiva di sé”, la “parte positiva del fantasma” della sua persona, la “rappresentazione di sé” vissuta ed elaborata nel corso della sua formazione ed evoluzione psichiche: un uomo che teme di essere come “l’autista” della macchina, sessualmente freddo ed affettivamente gelido, e che si scinde e si osserva al fine di evitare di essere quello che teme. Ricordo che il “fantasma” è la rappresentazione primaria legata alla modalità del pensiero infantile e che la “scissione delle imago” è un “meccanismo primitivo di difesa dall’angoscia”. Oneiro, quindi, in riguardo alla sua vita sessuale, usa queste modalità e questo meccanismo, entrambi risalenti all’infanzia. Niente di negativo, tutto normale e possibile, ma di certo l’evoluzione è stata bloccata in questo settore delicato della vitalità umana come la sessualità e soprattutto è stato compromesso il coinvolgimento erotico e sessuale con una donna. In specie, se è la “fidanzata”, la questione relazionale e umana si complica per entrambi i soggetti in questione, il fidanzato e la fidanzata. Quest’ultima, in particolare, deve stare in questo gioco dinamico difficile da comprendere e far proprio.

Io e la mia fidanzata iniziamo a discutere e alziamo i toni della voce. L’autista caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo.”

Come non detto!

Ecco la suddetta questione papale papale, precisa precisa!

Neanche un indovino avrebbe potuto prevedere tutto questo, ma la Psicoanalisi del sogno certamente è di casa in questi intrighi relazionali di cui non si parla con nessuno e spesso neanche con il partner.

Traduco il capoverso così significativo ed esplicativo.

Oneiro discute con se stesso e si pone il suo problema traslandolo per difesa dall’angoscia nella fidanzata al punto che la fa arrabbiare e gridare: “alziamo i toni della voce”, perché il problema personale e, di poi, relazionale non è da poco, è grande, anzi è colossale, dal momento che la “parte psichica negativa” di Oneiro, la rappresentazione fredda e anaffettiva, istruisce un coito violento: “caccia una pistola e le spara tre colpi al corpo”. Insomma, non siamo mica combinati bene, se, quando si fa l’amore o il sesso o si penetra la vagina o si è in intimità con la propria fidanzata, ci si spoglia di qualsiasi calore affettivo e dolcezza relazionale e si diventa un freddo frequentatore del bordello di Malta, un uomo asettico, freddo, glaciale, senza le qualità umane e sessuali che la circostanza e il ruolo richiedono. Non si può andare a letto con la propria ragazza e trattarla come un pezzo di legno su cui intagliare le tacche dei propri trofei. La donna non è il calcio della tua pistola. Tutto questo non si può fare in primo luogo per se stessi, perché è la chiara prova che non ci si rispetta e non si rispetta. Insomma, Oneiro, per dirla con Freud e la sua dottrina, è in piena “fase narcisistica” e fa sesso con se stesso andando a letto non soltanto con la sua fidanzata, ma anche con l’autista. “Queste son situazioni di contrabbando”, canta ancora dal cielo stellato Enzo Iannacci in “Messico e nuvole” a proposito del divorzio. Si va a letto in tre e chissà quanti altri “fantasmi” innominati e non riconosciuti si intrufolano tra le lenzuola di un motel o sui sedili della mitica “cinquecento”. Insomma, non si può trattare di merda la fidanzata facendola sentire nell’intimità sessuale e affettiva una parte poco importante del corredo e dell’arredamento.

Dal faceto, non tanto faceto, andiamo sul serio, non tanto serio come tutte le umane cose.

Il problema di Oneiro è in primo luogo l’angoscia del coinvolgimento affettivo con una donna, erotico e sessuale di conseguenza. Oneiro non opera investimenti di “libido genitale”, ma è fermo e conosce molto bene gli investimenti di “libido narcisistica”, quella che alla coppia fa solamente danno e arreca detrimento all’equilibrio psicofisico e relazionale. Oneiro deve maturare per poter stare in coppia da uomo, con il suo ruolo maschile, con la sua storia e la sua formazione evolutiva. Proprio quest’ultima abbisogna di essere portata avanti nella “posizione psichica genitale”, la dimensione donativa e generosa verso di sé e verso il partner, la relazione matura e completa che non ha bisogno di altro, se non del piacere reciproco di avere un piacere completo di ordine sessuale e soprattutto affettivo. In sintesi: Oneiro fa sesso con la fidanzata e non è soddisfatto della sua persona e della sua prestazione, nonostante la pistola, chiaro simbolo fallico, e “i tre colpi sparati al corpo” e non all’interezza della persona che risponde formalmente al ruolo di sua “fidanzata”. Oneiro fortunatamente non è contento di sé e del suo virile operato che sa tanto di immaturità affettiva e di angoscia dell’investimento e del coinvolgimento. “En passant”, capita di solito tutto questo “bailamme” ai figli di mamme possessive che hanno impedito e bloccato l’evoluzione dei figli per i loro bisogni e le loro angosce depressive e abbandoniche. Naturalmente devono essere i figli a liberarsi anche se le mamme sono resistenti e restie a lasciarli volare fuori del nido e, tanto meno, ad affidarli ad altre donne. Tutto questo viene detto sempre “en passant”.

Lei non muore, ma resta ferita e ci ritroviamo in una casa lussuosa, in una Sicilia gattopardiana e io mi scuso con lei continuamente per aver provocato questa situazione.”

Oneiro è un uomo sensibile e colto. Oneiro ha fatto delle sue conoscenze e delle sue letture anche materia psicologica di identificazione e di identità psichiche. Oneiro si è parzialmente identificato nel corso della sua tormentata formazione in don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, il Gattopardo. Oneiro ha letto o visto a suo tempo il capolavoro di Giuseppe Tomasi, a sua volta duca di Palma e principe di Lampedusa , “Il Gattopardo” per l’appunto, ed ha assimilato la figura burbera e severa, nonché sessualmente a suo modo attiva di don Fabrizio, quello che andava regolarmente dalle “benefattrici” in quel di Palermo e che faceva tirare giù tutti i santi del Paradiso alla moglie Maria Stella quando le toccava sottostare, nel senso concreto della parola, al corpo monumentale del marito principe e in crisi per astinenza sessuale, più che erotica e affettiva. Del resto, don Fabrizio Corbera è la classica espressione del Narcisismo decadente e sornione che si arrende soltanto alla Morte e non al Mondo, è un uomo che non concepisce gli altri come persone su cui investire sensi e affetti, “libido”, gente da amare insomma. Don Fabrizio non ama neanche i suoi figli, è attratto soltanto dalla sua immagine giovanile “proiettata” nel giovane nipote Tancredi. Con i propri figli don Fabrizio è di una freddezza glaciale, con la moglie esercita il diritto sessuale più bieco e atavico, lo scarico animale della “libido narcisistica”. Oneiro si scusa con la sua fidanzata e la illude compensandola con una “casa lussuosa” e con i beni di consumo venale, ma non è contento in primo luogo di se stesso con se stesso, per come tratta se stesso in questa circostanza affettiva e sessuale, non è contento di come vive e gestisce la sua vita e la sua vitalità. Oneiro ha la consapevolezza che “questa situazione”, questa “modalità psichica narcisistica” di porsi con le donne non va per niente bene e che va evoluta e portata a giusta maturazione. Decisamente e volentieri in coscienza mi ripeto e dico che Oneiro non è contento di se stesso. Ergo, si pone l’esigenza ineludibile di muoversi e di cambiare registro e spartito.

Meno male e viva l’Italia tutta intera, dalla Sicilia al Friuli!

Lei è ferita e sanguina molto, ma è capace a stare in piedi e parlare. È un po’ offesa e un po’ arrabbiata, ma in fondo sembra che possa perdonarmi.”

Oneiro si rende conto che la sua fidanzata o la sua “lei”, come la definisce da due capoversi, è offesa nella dignità di persona e soffre molto non soltanto a livello psicologico, ma anche a livello di equilibrio psicofisico, energetico o libidico. Oneiro si rende anche conto o si illude che la sua “lei ce la fa e ce la potrà fare, perché “è capace” di mantenere la schiena dritta e di comunicare la sua insofferenza e sofferenza “in primis”, perché ha una personale e originale vitalità di persona “ferita” e che “sanguina molto”. A tutti gli effetti si tratta di “proiezioni” di Oneiro nella sua “fidanzata lei”, è tutto materiale psichico dell’uomo che se la racconta a suo uso e consumo soltanto per non modificarsi e adeguarsi dignitosamente alla situazione di coppia. E’ proprio Oneiro che è offeso con se stesso da se stesso, è arrabbiato con se stesso, ma soltanto e sempre “un po’ e mai abbastanza per prendere consapevolezza e adire al cambiamento psichico e relazionale. “In fondo” si può sempre perdonare, assolvere in queste insolvenze e incongruenze. Oneiro sente che non va bene la sua “posizione psichica narcisistica” quando si trova con la sua “lei”, sente che ci vuole la “posizione psichica genitale” per amarsi e per amare, sa che la sua situazione psicofisica non è matura al punto di donarsi e donare, al punto di concepire il “dono” come la novità psichica della sua evoluzione: il riconoscimento dell’altro. Questo è il “dono” e non i soliti baci perugina o le caramelle di Annamaria Mazzini in “Parole, parole, parole”. Il “dono” è il riconoscimento dell’altro ed è il segno della maturazione psichica effettuata e assimilata. Adesso puoi essere anche padre, mio caro don Fabrizio Corbera, principe di Salina, duca di Querceta, marchese di Donnafugata, mio caro Gattopardo. Adesso non solo puoi amare Maria Stella, ma la puoi anche onorare della tua bella persona senza vanagloria e prevaricazione, senza raccontarsi la storia dell’uomo fatale e originale che girava per il mondo alla ricerca della sua “metà mela”. Quante stronzate sono state elaborate al fine dell’immobilità e sacrificate sull’altare della demenza televisiva e giornalistica.

Io intanto sono nudo e mi vergogno.”

Hai capito il perché, mio caro Oneiro, uomo del tempo andato e sognatore di un cielo stellato tutto tuo?

Finalmente “nudo”, finalmente Oneiro è innocente e senza difese, finalmente è privo degli inutili “meccanismi psichici di difesa dall’angoscia”, quelli che non servono e sono pericolosi per l’equilibrio psicofisico individuale e relazionale, dal momento che nessuno al mondo è un’isola bagnata o un asteroide ghiacciato. La nudità attesta della prima atavica consapevolezza dell’uomo chiamato Adamo e della donna chiamata Eva, la primaria “coscienza di sé”, il primo “sensus sui” possibile soltanto nel momento in cui si deroga dalla Legge del Padre e della Madre per diventare “auto-nomi”: “legge a se stessi”. Finché si è in minorità psicofisica, la nudità è possibile e praticabile. Puoi sempre dire a te stesso e agli altri che “non sapevi”, non eri consapevole, non avevi il gusto e l’olfatto di te, non avevi sentito la voce del potere, ma, quando ti accorgi di essere “nudo”, vuol dire che sei cresciuto e il voler stazionare nella posizione ingenua e innocente ti rende ridicolo ai tuoi occhi “in primis” e agli occhi degli altri “in secundis”. La vergogna è la vertigine della libertà. Mai sensazione e sentimento sono stati positivi e fattivi. Pudet, Oneiro pudet. Dopo aver istruito la competizione tra Eros e Tanathos, Oneiro si vergogna per tutto quello che non ha ancora scoperto di sé e non ha messo in atto, si vergogna del “non nato di sé, di tutto quello che poteva far nascere di sé e di cui ha impedito il venire alla luce. La “vergogna” è la latina “verecundia”, la molla che scatta nel momento in cui tu assumi sulle tue spalle il carico della tua natura di esistente e aspiri alla liberazione dalle dipendenze e in primo luogo le tue, quelle che ti sei costruito per difesa dal coinvolgimento con te stesso e con gli altri, quelle sovrastrutture ideologiche che ti bloccano in un ruolo gratificante e in un modo, tutto sommato, accettabile per continuare a vivere da solo insieme agli altri: una vita da Narciso in attesa di arrivare alla ingannevole fonte ed estrarre il pugnale o annegarsi della propria limpida acqua.

Ad un certo punto in stanza entrano sua sorella (mia cognata) e un’amica di sua sorella ed io mi nascondo dietro il tavolo perché sono completamente nudo.”

La tematica antica del “Genesi” ritorna a vivere nella fattispecie di un uomo nudo che cerca la sua identità migliore e di evolversi verso il “dono”, un uomo chiamato Adamo, pardon Oneiro, un uomo strutturato e difeso che prova disagio nel sentirsi nuovo e nella condizione buona per evolversi e migliorarsi: la perdita delle difese inutili da effettuare non soltanto nei riguardi della sua “fidanzata” o della sua “lei” a seconda della vostra bontà, ma nei riguardi dell’universo femminile, di tutte le donne del mondo, quelle che Oneiro ha introiettato sotto forma di sorella o cognata e di amica della sorella o cognata. Oneiro si porta dentro, “entrano in stanza”, un “fantasma della donna” che deve essere riconsiderato nella sua “parte positiva e negativa”, meglio che deve essere evoluto nella rappresentazione della donna e senza le distinzioni oppositive che da bambino, come tutti i bambini umani, ha elaborato sulle ali del suo “pensiero primario”, Fantasia, e sotto le sferzate dei “processi primari” che chiedono a qualsiasi infante di rappresentarsi quello che vive dentro, a dare forma alle sue sensazioni semplicemente per difesa dall’angoscia dell’indefinito e dell’indeterminato, l’angoscia di morte di cui tutti i bambini soffrono insieme all’abbandono. Oneiro è ancora fermo al “fantasma della donna” e si è arenato per difesa dalla donna nel suo “narcisismo”, “posizione psichica narcisistica” classica dei cinque anni di vita. Oneiro non è andato avanti con la rappresentazione concettuale della figura femminile e con la “posizione psichica genitale”, quella “donativa” di cui ho detto abbondantemente in precedenza, quella in cui farsi un “dono” significa far contento anche l’altro, quella che impone felicemente il riconoscimento dell’altro come persona a se stante nonché unica e irripetibile, quella che investe “libido genitale” ossia quella che gode in sintonia del godimento dell’altro, quella che impone empatia e simpatia nell’unisono dell’orgasmo. Insomma Oneiro ha tanta strada da fare nel suo cammino esistenziale. E poi il sogno non dice alcunché delle figure genitoriali.

Che genitori ha avuto e ha vissuto Oneiro?

Come ha elaborato la “posizione psichica edipica”?

Sono domande sostanziali e non peregrine o da programma televisivo di Bonolis o Scotti. Certo lo psicoanalista esperto e smagato ha già capito tutto, ma non si può interpretare quello che non compare nel sogno e che si subodora. Mi limito a dire che se Oneiro è fermo alla “posizione narcisistica” ha risolto la “posizione edipica” conflittuale con i suoi genitori in maniera narcisistica, è andato avanti nei vissuti verso i genitori privilegiando il suo Io e gli investimenti su se stesso anche in questo caso. E’ anche vero che i suoi genitori non l’hanno aiutato a superare lo stallo dello splendido isolamento e a lanciare il cuore oltre l’ostacolo. All’incontrario hanno goduto per i loro fantasmi depressivi di questa permanenza del figlio in ambito di splendido isolamento.

E allora, signori miei, cosa volete e cosa andate cercando?

Non vi resta che una donna capace di accettare la vostra arroganza narcisistica per le sue paure di abbandono e di solitudine e per le sue inferiorità e non certo perché è innamorata di voi.

E allora, caro Oneiro, cosa vai a nasconderti “dietro il tavolo”?

La tua nudità dice che è ora di mostrare il vero cazzo e il vero potere di non aver bisogno di esercitare il potere e in special modo sugli altri. Anche perché la psicodinamica non riguarda soltanto la relazione con la “fidanzata” o la “lei” e chicchessia di femminile, il discorso vale per tutte le relazioni. La modalità psichica è quella della relazione di Narciso mitico: io e me stesso. Speriamo che Oneiro resti completamente nudo come con le altre ragazze, che esca da “dietro il tavolo” e manifesti “urbi et orbi” dalla sua piazza barocca di che pasta è fatto un uomo chiamato Oneiro e che “in primis” lo mostri alla sua donna, una persona tenuta in poca considerazione e relegata agli umori e ai fantasmi del maschio narciso.

A questo punto mi sveglio, molto turbato, e non prendo sonno prima di un’oretta.”

Il sogno ha comunicato materiale importante e lo ha fatto in maniera abbastanza chiara, della serie chi vuol capire si accomodi e capisca pure, a conferma della psicoprofilassi propria della funzione onirica. Oneiro si rende conto che questo sogno non è stato invano come gli altri e che deve fare qualcosa per capire meglio se stesso senza difendersi ulteriormente e inutilmente. Questa presa di coscienza è dettata in primo luogo dalla qualità della sua vita e nello specifico della vita di coppia, sessualità inclusa, per cui nel sogno emergono quelle qualità dei “fantasmi” che Oneiro si porta dentro e che si riverberano su se stesso e sulla sua donna. Non trascuriamo il sacrificio psicofisico di sé, lo dicevo in precedenza, che una donna deve operare per tenere in vita una relazione con un uomo decisamente fermo alla “posizione psichica narcisistica”. Il turbamento di Oneiro è necessario alla luce dell’intensità e della qualità del sogno, ma è positivo soltanto se il protagonista non ci dorme sopra dopo un’oretta: “non prendo sonno prima di un’oretta”. La consapevolezza della psicodinamica è stata intuita, ma la “coazione a ripetere” e a perpetuare il solito rito con la fidanzata è in agguato, meglio, il rischio a perpetuarsi con le sue vecchie obsolete modalità fantasmiche e relazionali. Oneiro doveva svegliarsi del tutto e riflettere adeguatamente sulla comunicazione di servizio della sua psiche e ben valutare un processo psicoterapeutico di ristrutturazione e di ripartenza sulla strada della vita con una migliore qualità esistenziale e con una donna completa al suo fianco, con una relazione sana e non mutilata dalle mille attenzioni che il “narcisismo” costringe a riservare soltanto a se stessi.

Come si fa stare con gli altri, se dentro di te gli altri non esistono e fuori sono delle minacce per l’equilibrio del tuo Io ipertrofico?

Oneiro e tutti quelli che si sono arenati sulla “posizione narcisistica” daranno la giusta risposta al quesito non certo peregrino. Del resto, si tratta di andare avanti e di risolvere la relazione con il padre e la madre e di accorgersi dell’altro, dell’esistenza indispensabile dell’altro per il proprio benessere: “posizione edipica” e “posizione genitale”. Si tratta di imparare a riconoscere il padre e la madre come le proprie origini reali e simboliche, nonché di godere del dono da fare per provare il gusto di sé.

Cosa c’è di meglio di avere qualcosa da fare e da adempiere nella vita?

Non si morirà di noia, si penserà a stare bene e a non stare dietro alle mille vanità del grande fratello e dei glutei da esporre alle infezioni dell’infida sabbia nelle spiagge assolate e più che mai affollate dei nostri giorni.

Saranno gli effetti della clausura imposta e della repressione subita nel tempo del virus dei pipistrelli.

Bonne chance!

Un’ultima nota sul titolo val bene una Messa: Amore e Morte vanno a braccetto nel Mito, nel Rito e anche nel Sogno, a testimonianza della “coincidentia oppositorum” di cui ha detto sin dagli albori della Coscienza collettiva l’oscuro Eraclito.

Quale valenza accomuna qualità così diverse come Eros e Tanathos?

L’intensità psicofisica e null’altro, semplicemente perché tutto il resto è noia.

LA MACCHINA INTROVABILE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che mi avevano rubato l’auto.

Ero in un luogo strano, il parcheggio di una stazione o di un aeroporto, e stavo tornando a casa da non so dove.

Ero con amici e avevo aperto il bagagliaio per mettere le valigie.

Sono andata verso di loro e, quando mi sono voltata, la macchina non c’era più.

Tutto era andato bene e ho pensato che questa non ci voleva.

Non ricordo come sono andata a casa.

Durante la cena ho detto a mio marito che mi avevano rubato la macchina.

Era arrabbiato e diceva che proprio quella non dovevano rubarla. Cercava un modo per rintracciarla, ma diceva che non la troveremo più.

A questo punto mi sono svegliata.”

Il mio nome è Marumaru.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che mi avevano rubato l’auto.”

C’è qualcosa che non va negli apparati e nelle funzioni del sistema neurovegetativo di Marumaru. C’è qualcosa che non va nella sessualità, ma non in senso organico, c’è qualcosa di psicologico che si è inceppato e causa una disfunzione all’esercizio della vita sessuale. C’è un “fantasma di castrazione” in circolo nella “organizzazione psichica reattiva” di Marumaru. La donna non vive bene in questa contingenza psico-storica la sua femminilità e la sua sessualità. Deve essere successo qualcosa di traumatico che ha riesumato questo “fantasma” che si matura nell’infanzia e che si trasporta nel corso dell’evoluzione psicofisica sotto forma depressiva di perdita. “Rubato l’auto” si traduce in “vivo malissimo il mio corpo e le mie funzioni erotiche e sessuali”, mi sento castrata.

Ero in un luogo strano, il parcheggio di una stazione o di un aeroporto, e stavo tornando a casa da non so dove.”

Il luogo sarà “strano”, ma simbolicamente è inequivocabile. E’ il luogo del distacco e della perdita. Un “fantasma di morte” si profila subito dopo il “fantasma di castrazione”. Di certo, siamo in un ambito psichico fortemente depressivo. Marumaru sta mettendo a dura prova la sua solidità psichica sotto le sferzate amare del distacco e della perdita. Se nella “castrazione” c’è una causa traumatica esterna che esaspera la “rappresentazione” di se stessa, nella “morte” c’è una congrua emersione dal profondo del nucleo depressivo dell’infanzia a cui nel tempo si sono associati tutti vissuti di perdita successivi. Marumaru è in uno stato psichico di obnubilamento mentale, uno stato crepuscolare della coscienza che non le consente quella lucidità necessaria per una reazione adeguata alla situazione in corso. Sta rientrando in se stessa dopo aver subito uno shock, “stavo tornando a casa da non so dove”. Marumaru ha appena vissuto un’esperienza fortemente emotiva che l’ha scombussolata dalle fondamenta ed ha evocato i suoi “fantasmi di castrazione e di morte”, l’angoscia di non essere giusta e adeguata, l’angoscia di vivere una perdita affettiva e un distacco sentimentale. Questo è il vero senso e significato di “ero in un luogo strano”.

Ero con amici e avevo aperto il bagagliaio per mettere le valigie.”

Marumaru è una donna che socializza bene, “ero con gli amici”, ha una disposizione psichica a stare con la gente e in mezzo alla gente, nonché a fidarsi della gente. Pur tuttavia, la sua apertura sociale non sempre incorre nel giusto premio e nel doveroso riconoscimento. La gente sa che Marumaru è una donna e una madre, che ha una precisa identità psichica e sociale, che occupa un ruolo inequivocabilmente femminile: il suo “bagagliaio contiene le valigie”. Non si capisce bene quanto i cosiddetti “amici” siano solidali con Marumaru dal momento che sono messi in questa cornice onirica come tramite per cambiare quadro, più che come possibili alleati. In ogni caso questi amici movimentano la psicodinamica onirica senza stonare. La funzione onirica ha una valida capacità rappresentativa e creativa.

Sono andata verso di loro e, quando mi sono voltata, la macchina non c’era più.”

La disposizione sociale di Marumaru è, altresì, confermata proprio nell’andare “verso di loro” quasi in atto di solidarietà, di ricerca di consenso e di approvazione di fronte al trauma della “castrazione” e della “morte”, della deprivazione e della perdita. Marumaru si trova di botto senza la funzione sessuale e senza il ruolo di madre e chiede alla società la nuova modalità di riconoscimento, chiede a se stessa quale immagine sociale deve esibire tra la gente che l’ha vissuta e riconosciuta come donna intera e madre integra. Marumaru ha perso proprio la figura di donna e il ruolo di madre. In qualche modo è stata deprivata della sua identità psicofisica. Non si tratta certamente del trauma dell’invecchiamento legato alla menopausa e alla perdita della capacità di essere fecondata e di avere un figlio, la questione verte su un trauma che Marumaru ha subito e che ha leso la sua identità psicofisica e il suo ruolo di madre, nonché il suo ruolo sociale di donna che vive e lavora tra la gente. Viene confermato quanto detto in precedenza.

Tutto era andato bene e ho pensato che questa non ci voleva.”

E’ intercorsa una circostanza che ha smascherato lo status psicosociale di Marumaru, è brillato un fulmine nel ciel sereno che ha turbato l’equilibrio psicofisico, è occorso uno strano evento che ha messo a nudo la verità storica di un’esistenza: “tutto era andato bene”. Serve un cabarettista con il suo repertorio di intrighi e paradossi per illustrare che “tutto era andato bene” e che questo trauma “non ci voleva” proprio. Spesso la malafede e l’ingenuità vanno a braccetto nelle relazioni umane e specialmente in quelle amorose. Una inedita fiducia e un acritico affidamento sono virtù che spesso si sacrificano nel campo di battaglia. E’ successo che una donna chiamata Marumaru si è imbattuta con molta pacatezza riflessiva nella necessaria modificazione del vissuto su se stessa e sul suo ruolo di donna e di madre. Il trauma non è da poco anche se viene sostenuto dall’esperienza e dai meccanismi di difesa dell’età matura: la “razionalizzazione” ad esempio. Per questa motivo l’espressione “ho pensato che questa non ci voleva” calza a pennello con i tempi e le circostanze.

Non ricordo come sono andata a casa.”

Traduco immediatamente dal registro simbolico al registro logico: “ho operato una poderosa “rimozione”, non “razionalizzazione”, per difendermi da tanto inganno e da tanta lesione personale”. Marumaru sistema nella sua “organizzazione psichica” i segni funesti di tanta sventura e, anche se possiede gli strumenti per archiviare bene il trauma dimenticando e ridimensionando gli eventi, è costretta a inserire nella sua “casa” psichica mobilio e accessori di non propria pertinenza e competenza. Ripeto: di fronte agli effetti psicofisici del trauma subito dalla sua persona e dalla sua figura, Marumaru trova una sistemazione idonea ai nuovi vissuti, oltretutto imposti da inaspettate occasioni e malcelate omissioni. La “rimozione” è un meccanismo psichico di difesa che soccorre ogni persona che vi ricorre con la sua blanda consolazione di oblio e di leggera dimenticanza e senza ricorrere necessariamente a ipotizzare dimensioni psichiche inconsce.

Durante la cena ho detto a mio marito che mi avevano rubato la macchina.”

“Lupus in fabula”. Il quadro onirico si sposta consequenzialmente nella zona relazionale degli affetti costituiti e consolidati per spiegare la psicodinamica e l’entità della questione relazionale in corso. Il “marito” rappresenta non certo il partner di Marumaru, ma sicuramente la sua “parte psichica maschile”, quella affermativa che esige il massimo rispetto della propria autonomia psicofisica ed esclude, di conseguenza, qualsiasi forma di dipendenza che si può essere strutturata nel tempo e soprattutto nella convivenza massimamente fiduciaria. La “cena” attesta di un contesto sociale in cui è avvenuta la “castrazione”, il furto della “macchina”, la depauperazione della propria sessualità e l’offesa della propria femminilità. Marumaru prende progressivamente coscienza che, al di là dell’evento traumatico, ha fatto difetto la sua “parte psichica maschile”, “mio marito”, in questa relazione drammatica con se stessa, magari scatenata da stupidità altrui, ma in ogni caso male affrontate da una donna ingenua e innocente che pensava di essere al di sopra di ogni sospetto e circostanza. A Marumaru è venuta a mancare la direttività decisionale nella circostanza in cui è stata messa in gioco la sua fiducia e il suo affidamento nei riguardi degli altri.

Era arrabbiato e diceva che proprio quella non dovevano rubarla. Cercava un modo per rintracciarla, ma diceva che non la troveremo più.”

Questa è la reazione da cavallo di razza della nostra protagonista: la rabbia scatenata dall’ingiustizia subita dalla sua persona e l’offesa arrecata alla sua figura, “proprio quella”. Marumaru dimostra un forte attaccamento alla sua femminilità e alla sua vita sessuale. La reazione è direttamente proporzionale all’intensità emotiva del sentimento della rabbia che per difesa ha spostato nella figura del marito, la sua “parte psichica maschile”, quella adibita alla difesa dell’orgoglio e alla tutela dell’onore. Marumaru le tenta tutte per recuperare la sua dimensione psicofisica turbata e umiliata, ma alla fine si convince che la “castrazione” è avvenuta anche se per interposta persona. La donna non ha saputo evitare l’umiliazione al suo essere femminile e il danno alla sua sessualità. La rabbia si compone nell’accettazione, il sentimento si placa nella consapevolezza della perdita. Il sogno si conclude con la pacatezza dell’inesorabilità dell’evidenza e con il rifiuto di una compensazione delirante che deroga dalla realtà dei vissuti e dei fatti. Dopo la “rimozione” arriva la “razionalizzazione”, dopo la dimenticanza subentra la presa di coscienza.

In conclusione è opportuno ribadire che spesso il sogno approfitta di un fatto della realtà o di un’esperienza vissuta per comporre le disarmonie e per riparare i traumi: vedi la teoria onirica della Gestalt psicologia. Magari qualche difetto del marito di Marumaru ha scatenato in sogno una reazione intesa precipuamente a cogliere la propria debolezza nella tutela della propria persona e nella difesa della propria integrità psicofisica anche in occasioni impreviste e inaspettate. La rabbia normale è esternata nella realtà degli eventi, mentre nella realtà onirica persiste sempre una forma di tutela psichica legata alla migliore sopravvivenza possibile anche di fronte a traumi imprevisti.

E fu così che Marumaru si arrabbia in sogno con la sua smarrita autonomia psicofisica e con la sua improvvida fiducia nei riguardi degli altri, nonché con il suo acritico affidamento al mondo che la circonda. E’ questa la sua vera “parte psichica maschile” che è andata in crisi per negligenza e per distrazione. E’ sempre preferibile tenere alta la guardia e sapere leggere e scrivere anche di fronte a circostanze di impostura e di ignoranza altrui.

IO E L’ALTRA

L’IO TRA L’ES E IL SUPER-IO

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovavo in macchina con una ragazza con la quale non parlo più.

Dovevamo raggiungere la stazione dei treni.

Viaggiavamo in auto e le corsie erano molto larghe e tratteggiate di giallo.

Tenevo in mano il navigatore ed ero impaurita da qualcosa.

Lei ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada.

Arrivate in stazione l’ho lasciata partire da sola.”

Aggiungo che sogno in dimensioni enormi.

Norma

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Parto dal finale di questo sogno, semplice e arduo allo stesso tempo, per i risvolti metodologici che comporta: perché si sogna in dimensioni enormi?

L’ipertrofia della funzione onirica è direttamente proporzionale alla ipertrofia dell’Io e al bisogno che quest’ultimo ha di difendersi dall’angoscia. Proprio perché ha bisogno di ridimensionare i vissuti, la Psiche esalta in sogno il trauma servendosi del meccanismo di convertirlo nell’opposto, della serie “voglio minimizzarlo e allora lo ingrandisco tramite la “figurabilità”. Da un lato avviene la “proiezione” dell’alto-locazione e dell’ipertrofia dell’Io e dall’altro lato si ingigantisce la “parte psichica” che è in crisi e che vorrebbe essere eliminata o quanto meno ridimensionata. Il sogno di Nora mi permetterà di spiegare meglio una proprietà della Psiche e una qualità dell’irripetibile corredo psichico personale: la “organizzazione reattiva” evolutiva.

Vado al dunque prima di perdermi con la retorica.

Il sogno di Nora esordisce mettendo chiaramente in rilievo il “meccanismo psichico di difesa” dall’angoscia della “scissione dell’Io”: “Mi trovavo in macchina con una ragazza con la quale non parlo più.” Nora si divide in “una se stessa” che accetta e in cui si riconosce e in “un’altra se stessa” che non gradisce e civilmente rifiuta. Il titolo “Io e l’Altra”, attenzione con la A maiuscola, sintetizza chiaramente la delicata psicodinamica della “scissione”. Questa è la lettura profonda del sogno di Nora e ci dice che la nostra “organizzazione psichica evolutiva” reagisce e attinge ai “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia secondo l’urgenza del bisogno e senza distinzioni di qualità o di altro. Nello specifico Nora, usando la “scissione dell’Io” e dividendosi in due Nora, induce una preoccupazione allarmistica dal momento che è stato sempre detto dalla Psichiatria ufficiale di scuola medica e organicistica che la “scissione dell’Io”, è un sintomo pericoloso che porta alla cosiddetta follia ossia a perdere il contatto con la realtà e a elaborare un delirio. La Psicoanalisi, invece, dice che la Psiche si organizza usando naturalmente i “meccanismi e i processi di difesa” dall’angoscia senza discriminazione qualitativa, ma per risolvere il conflitto e attenuare, di conseguenza, le tensioni ripristinando l’equilibrio psicofisico. Questi strumenti di difesa sono tutti funzionali a difenderci dall’angoscia, per cui sono buoni e utili semplicemente perché sono reali e positivi. Appartengono all’umano corredo psicofisico come i testicoli e le ovaie. La Psiche, di conseguenza, è da intendere anche come il precipitato dell’insieme dei “meccanismi e dei processi di difesa” che l’Io usa nel corso della sua evoluzione psicofisica. La scelta di questi strumenti appartiene a ogni persona e avviene in maniera naturale come reazione alle pulsioni sin dall’infanzia e si perfeziona nell’età adulta con la consapevolezza e la complessità. Non tutti usiamo gli stessi meccanismi e gli stessi processi di difesa dall’angoscia. La Psicoanalisi ha fornito il quadro della loro quantità e qualità. Il discorso scientifico resta, pur tuttavia e meno male, aperto.

E passo alla seconda interpretazione del sogno di Nora, quella che vuole l’interazione conflittuale tra le istanze psichiche “Io”, “Es” e “Super-Io” in riguardo alla sessualità e ai vissuti collegati o alle esperienze vissute. Il titolo è il seguente: “L’Io tra l’Es e il Super-Io”. Riepilogo: l’Io è l’istanza consapevole e vigilante legata al “principio di realtà” e all’esercizio della razionalità, l’Es è l’istanza che rappresenta le pulsioni e le inquadra nei “fantasmi” ed è legato al “principio del piacere” e all’esercizio degli istinti, il Super-Io è l’istanza che censura e limita ed è legata al “principio del dovere”. Nel sogno di Nora si coglie lampantemente il conflitto tra le istanze, per cui la decodificazione terrà conto di questi due piani psichici che sono convergenti e si integrano dando completezza al sogno di una donna che in poche righe si trova squadernata non soltanto una sua consistente psicodinamica, il conflitto tra le istanze, ma anche le modalità e le qualità della sua “organizzazione psichica reattiva”.

Un ultima considerazione esige che l’evoluzione e la formazione psichiche avvengono anche con il rifiuto di “parti di noi” e di esperienze vissute particolarmente traumatiche e fomentatrici di tensioni. L’estromissione attraverso i meccanismi della “negazione” e della “scissione” deve essere temporaneo perché la Psiche ha il compito e il merito di integrare nella “organizzazione evolutiva” i suddetti vissuti e le suddette esperienze al fine di raggiungere quell’armonia omeostatica tra pulsioni e limiti, tra istinto e ragione secondo le mediazioni dell’Io. Ripeto: il materiale psichico avvolto di vergogna e di colpa va accettato e non rifiutato, al fine di essere migliori nel presente e nel futuro prossimo.

Adesso vi racconto la storia del sogno di Nora. C’era una volta Nora e a un certo punto della sua giovane vita ha vissuto un’esperienza sessuale traumatica che non ha ben razionalizzato. Doveva necessariamente liberarsi di questa angoscia che si portava dentro e allora ha elaborato un’altra Nora a cui ha donato il carico emotivo ed ha attribuito la responsabilità del trauma. Di poi, ha accompagnato alla stazione questa sua liberatoria costruzione psichica per non farla tornare mai più e illudendosi sulla bontà della sua operazione.

Procedere nella decodificazione del sogno di Nora sarà degno di interesse per l’opportunità che offre di vedere in atto meccanismi delicati e per superare i pregiudizi psichiatrici organicistici che non consentivano di concepire la follia come una delle tante forme di normalità o di “organizzazione psichica reattiva” dei propri fantasmi e dei propri irripetibili vissuti. Importante è l’Etica del “non farsi male e non far male”.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovavo in macchina con una ragazza con la quale non parlo più.”

Nora esordisce con la sua funzione sessuale e si sdoppia mettendo in mostra il suo “alter ego”, quella “se stessa” che non merita il dono del suo affetto e della sua attenzione, quella “se stessa” che non può investire di “libido genitale” e di amorosa cura. Nora non si vive nella sua interezza e unicità, ma si scinde nella donna che gestisce la sua vita sessuale e nella donna che non condivide la gestione della vita sessuale. Norma offre immediatamente una conflittualità psiconevrotica nel vivere la sua sessualità e si pone nelle due modalità. Norma non si piace del tutto nella sua sessualità e nel modo di viverla e gestirla. Degno di nota è l’uso del delicato “meccanismo di difesa” della “scissione dell’Io”. Aggiungo che non si capisce chi delle due Nora guida la macchina. In ogni caso nel conflitto tra le due donne emerge anche un aspro conflitto tra le istanze psichiche dell’intera Nora.

La simbologia dice che “mi trovavo” equivale a essere sul pezzo in trattamento onirico, “in macchina” si traduce nella mia vita sessuale, “una ragazza” si attesta nella “proiezione” nell’altra Nora e nella “scissione dell’Io”, “non parlo più” significa che non amo, non condivido e non riconosco.

Dovevamo raggiungere la stazione dei treni.”

Nora si vuole sbarazzare della “altra se stessa” che decisamente non accetta e rifiuta dal momento che introduce un simbolo depressivo di perdita e un “fantasma di morte” nella “stazione dei treni”. Nora è consapevole di vivere male una sua esperienza sessuale e di volersene liberare. All’uopo difensivo dall’angoscia l’attribuisce alla sua altra “ragazza” ed è decisa a sbarazzarsene al più presto non solo sdoppiandosi, ma anche negando che si tratti di qualcuna e di qualcosa che le appartenga.

La simbologia dice che “dovevamo raggiungere” si traduce “devo ottenere il risultato desiderato e prefisso, “la stazione dei treni” significa la liberazione definitiva per altri meccanismi di difesa come “l’isolamento” o la “rimozione”, il tutto almeno fino a quando Nora non si disporrà verso una benefica “razionalizzazione” del trauma e della responsabilità attribuita alla “altra se stessa”.

Viaggiavamo in auto e le corsie erano molto larghe e tratteggiate di giallo.”

Nora opera un “amarcord”, “io mi ricordo”, e insiste sulla dimensione sessuale rilevando che la sua disposizione è di ampia apertura e ben delineata nel suo obiettivo. Nora non ha conflitti specifici o ristrettezze mentali in riguardo alla sua “posizione psichica genitale” e precisa che tutto va bene e che il suo “Io” gestisce bene le censure del “Super-Io” e le pulsioni dell’Es. Anzi Nora è più propensa all’ordine e al limite, piuttosto che all’esplosività dell’istinto. Questa è la Nora intera e non la Nora scissa di prima. Nel riattraversare la sua formazione sessuale ha operato in sogno una reintegrazione delle due Nora.

I simboli dicono che “viaggiavamo in auto” equivale a “vivevamo la sessualità”, le “corsie” sono percorsi logici e consapevoli come le deliberazioni a cui conseguono le decisioni, “larghe” si traduce in di facile comprensione ed elastiche e di ampia tolleranza, “tratteggiate” conferma la direttività logica e consequenziale, “giallo” è il colore della reattività nervosa e del risentimento, una mezza rabbia.

Tenevo in mano il navigatore ed ero impaurita da qualcosa.”

Ecco la conferma della funzionalità dell’Io, della consapevolezza razionale e della vigilanza realistica!

Nora è attestata sulla sua funzione razionale e sulle disposizioni dell’Io e non vuole in alcun modo affidarsi alle sue emozioni e alle sue pulsioni, specialmente perché non si sente sicura e avverte turbamenti e vacillamenti della dimensione razionale dell’Io. L’autocontrollo è sottoposto a una oscura minaccia e tutto sempre in riguardo alla sessualità, proprio perché le due Nora si trovano in “macchina”.

I simboli dicono che “tenevo in mano” si traduce in possedevo e gestivo, “il navigatore” si traduce nella funzione consapevole e razionale dell’Io, “impaurita” si traduce affetta da emozioni, “da qualcosa” si traduce nell’indefinito di un’emozione e di una pulsione che vuole emergere.

Lei ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada.”

E’ la Nora trasgressiva e contestata che guida. Prima il sogno non lo aveva evidenziato in maniera così chiara.

Ed ecco la trasgressione!

L’altra Nora ha vissuto ed esercitato la sua sessualità, libido genitale”, in maniera non idonea alla norma e censurata. Si manifesta in sogno nella sua potenza l’azione limitante e censoria del “Super-Io”. Si ha l’impressione che le due Nora rappresentino l’Es con le sue pulsioni e il “Super-Io” con i suoi divieti morali e i suoi tabù. E l’Io va in sofferenza perché non è il degno attore di questa “scissione” e non è capace di integrare e gestire spinte e contro-spinte.

Ci si chiede veramente a questo punto: “l’Io dove sta e chi lo gestisce?”

I simboli dicono che “ha imboccato” dà il senso della costrizione e della scelta, “zona a traffico limitato” significa ambito sessuale illecito e inibito, “sbagliando strada” ossia derogando dalla norma ufficiale e conclamata.

Arrivate in stazione l’ho lasciata partire da sola.”

Il divorzio è avvenuto. La “Nora Super-Io” si è liberata della “Nora Es” e l’ha relegata nella perdita depressiva, l’ha rinnegata e non ha voluto e potuto riconoscerla come una parte costitutiva della sua “organizzazione psichica reattiva” durante l’evoluzione della sua formazione umana e psicologica. Il “Super-Io” si è sbarazzato dell’Es, il sistema delle censure morali ha sconfitto il sistema delle pulsioni e nello specifico quelle sessuali.

Si pone la domanda di prima: l’Io che fine ha fatto?

E’ stato divorato dal senso del limite e del dovere perché non ha saputo comandare a casa sua e dare equilibrio all’economia delle pulsioni e dei divieti. Nora evidenzia in sogno un conflitto tremendo tra le istanze del desiderio e del limite, ma soprattutto evidenzia una pericolosa crisi della funzione moderatrice e mediatrice della preziosa istanza “Io”.

I simboli dicono che “arrivate” traduce la soluzione del dissidio, “stazione” significa distacco e perdita, “lasciata” conferma della drastica perdita, “partire da sola” equivale a scissione conclamata e a psiconevrosi depressiva.

La decodificazione del delicato sogno di Nora si può concludere con queste ultime note.

PSICODINAMICA

Il sogno di Nora sviluppa la psicodinamica del conflitto tra l’istanza censoria e limitante “Super-Io” e l’istanza pulsionale “Es” con danno della funzione mediatrice “Io”. Tanto trambusto si attesta sulla funzione psicofisica sessuale e tira in ballo anche il “meccanismo psichico di difesa” della “scissione dell’Io” per alleviare la carica d’angoscia e il senso di colpa associato al senso del pudore e al sentimento della vergogna. Il sogno di Nora conferma le tesi della Psicoanalisi in base alle quali la “normalità” psichica non esiste e la cosiddetta “follia” non è altro che una specifica “organizzazione psichica reattiva”. Tale contestazione ribadisce che non esistono “meccanismi e processi di difesa” patologici e normali, ma che esistono “meccanismi e processi psichici di difesa” intesi come modalità di percepire e di organizzare i vissuti individuali: punto e basta! La “organizzazione psichica reattiva” o struttura psichica evolutiva è il “precipitato” calibrato ed equipollente dell’uso dei “meccanismi e dei processi di difesa” gestiti dall’Io.

PUNTI CARDINE

Il punto di snodo interpretativo del sogno di Nora è “Tenevo in mano il navigatore ed ero impaurita da qualcosa”, nonché “Lei ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è già ampiamente detto cammin facendo, per cui vi rimando ai vari capoversi.

Il sogno di Nora rievoca un tema caro allo “Archetipo” della “Sessualità”, femminile nello specifico, nonché il senso di colpa che spesso l’avvolge e la impregna.

Il “fantasma della sessualità” si scinde nella parte “buona” e positiva che viene incarnata da Nora e in quella “cattiva” e negativa che viene attribuita all’altra ragazza: “Lei ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada.”

Il sogno di Nora mette in risalto le tre istanze psichiche “Es”, “Io” e “Super-Io” al punto che poteva intitolarsi “L’Io tra l’Es e il Super-Io”. Il prodotto onirico di Nora si può anche stimare l’allegoria della loro psicodinamica.

L’Es pulsionale o rappresentazione dell’istinto si vede chiaramente in “in macchina con una ragazza con la quale non parlo più.” e in “ero impaurita da qualcosa.” e in “Arrivate in stazione l’ho lasciata partire da sola.”

L’Io vigilante e razionale si mostra in “mi trovavo” e in “Tenevo in mano il navigatore”.

L’istanza censoria e limitante “Super-Io” è presente in “ero impaurita da qualcosa. Lei ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada.”

Il sogno di Nora richiama le “posizioni psichiche orale e genitale” in “Mi trovavo in macchina con una ragazza con la quale non parlo più.” e in “Viaggiavamo in auto e le corsie erano molto larghe e tratteggiate di giallo.” e in “Arrivate in stazione l’ho lasciata partire da sola.” Sono presenti le dimensioni affettive e sessuali.

I “meccanismi psichici” di difesa presenti e in azione sono la “condensazione” in “non parlo più” e in “stazione dei treni” e in “corsie” e in “navigatore” e in “strada”,

lo “spostamento” in “macchina” e in “dovevamo raggiungere” e in “viaggiavamo in auto” e in “tratteggiate di giallo” e in “tenevo in mano” e in “sbagliando strada” e in “zona a traffico limitato”,

la “proiezione” in “con una ragazza”,

la “scissione dell’Io” in “una ragazza con la quale non parlo più”,

la “figurabilità” in “Lei ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada. Arrivate in stazione l’ho lasciata partire da sola.”, la “rimozione” in “ero impaurita da qualcosa.”.

Il “processo psichico” di difesa della “regressione” è presente nei termini inscritti nella funzione onirica.

La “sublimazione” e la “compensazione” risultano non pervenute.

Il sogno di Nora presenta un tratto “orale” all’interno di una “organizzazione psichica reattiva genitale”: affettività e sessualità. Nora non accetta e non riconosce la esperienza traumatica sessuale e la proietta scindendosi.

Le “figure retoriche” formate da Nora nel suo sognare sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “stazione dei treni” e in “navigatore” e in “strada”, la “metonimia” o nesso logico in “non parlo più” e in “macchina” e in “corsie” e “tratteggiate di giallo” e in “zona a traffico limitato” e in “partire da sola”.

“Allegoria dell’Io” è “Tenevo in mano il navigatore” e del “Super-Io” è “ha imboccato una zona a traffico limitato sbagliando strada.”

Allegoria della depressione è “Arrivate in stazione l’ho lasciata partire da sola.”

La “diagnosi” dice di un conflitto tra le istanze psichiche “Es” e “Super-Io” e della difficoltà di mediazione dell’Io, nonché dell’uso del meccanismo di difesa della “scissione dell’Io” in risoluzione temporanea di una psicodinamica sessuale.

La “prognosi” impone a Nora di “razionalizzare” il conflitto sessuale e di comporre il dissidio tra le istanze psichiche dando all’Io il ruolo dovuto senza cadere negli eccessi delle pulsioni e dei divieti, sempre in riguardo alla vita sessuale. Inoltre, Nora è chiamata alla consapevolezza nell’uso del meccanismo di “scissione dell’Io” al fine di risolverlo al più presto e di ripristinare l’equilibrio psicofisico turbato. L’interezza e l’unità sono valori psichici da curare e da seguire.

Il “rischio psicopatologico” si attesta nell’uso eccessivo di “meccanismi di difesa primari” e primitivi che si usano da bambini, nonché nella drastica risoluzione dei conflitti senza servirsi della “razionalizzazione” per dare forza all’Io. Nora rischia di interpretare la realtà in maniera distorta non accettando le sue “parti psichiche” conflittuali e proiettandole a destra e a manca.

Il “grado di purezza onirica” è nell’ordine del “buono”. Nora non ha potuto camuffare la trama del sogno perché si snodava secondo un significato logico consequenziale.

La “causa scatenante” del sogno di Nora si attesta in una riflessione sul passato o nell’incontro con una persona significativa.

La “qualità onirica” è il “dinamismo” delle azioni: “dovevamo raggiungere”, “viaggiavamo”, “ha imboccato”. “arrivate”.

Il sogno di Nora si è svolto nella terza fase del sonno REM alla luce della sua qualità narrativa e della sua pacatezza.

Il “fattore allucinatorio” si attesta nell’esaltazione del senso globale del “movimento” in “mi trovavo” e in “dovevamo raggiungere” e in “viaggiavamo” e in “ha imboccato” e in “arrivate”.

Il “grado di attendibilità” del sogno di Nora è “buono”, per cui il grado di fallacia è “scarso”.

DOMANDE & RISPOSTE

L’interpretazione del sogno di Nora è stata letta da un collega. Questo è il nostro dialogo sui temi contenuti.

Collega

Ho capito che Nora si è scissa in due Nora, una positiva e una negativa, che la buona non comunicava e non voleva avere niente a che fare con la cattiva, che voleva liberarsene tramite un treno che effettuasse il viaggio definitivo di perdita. Il fattaccio e la causa di questa decisione da parte della Nora buona risiede in una questione sessuale, possibilmente in un trauma che ha colpito la protagonista e che non è riuscita a razionalizzare e a integrare nella sua struttura psichica. Nora non può proprio accettare questa sua parte psichica che si era macchiata di colpa e di reato e allora l’abbandona al suo luttuoso destino. Nora si libera di una parte storica che le appartiene e che non riesce proprio ad accettare. Questo è un breve sunto. Ha usato il meccanismo della “scissione dell’Io” e sta vivendo una aspro conflitto interiore tra le sue istanze. In particolare è divorata dalla censura del Super-Io e dalle pulsioni dell’Es e in questo scontro l’Io non funziona come dovrebbe. Ho capito e sintetizzato bene?

Salvatore

Quasi perfetto. In che cosa consista questo conflitto sessuale, il sogno non lo dice, ma conferma che la questione verte sulla sessualità. Le pulsioni sessuali sono inibite dal senso morale per educazione e formazione o per esperienza traumatica? Il fatto è talmente delicato che Nora si difende dall’angoscia usando il meccanismo primario della “scissione dell’Io” e si libera della sua parte critica e trasgressiva. Se escludiamo il trauma, includiamo il lampante conflitto tra le istanze psichiche e la poca gestione dell’Io in questo equilibrio precario. Se ammettiamo il trauma e il conflitto tra le istanze, dobbiamo ammettere che prima viene il trauma e poi il conflitto e che il disagio culmina nella criticità della scissione.

Collega

Certo, ma questa è una questione sottile e di lana caprina. Meglio soffermarci sui “meccanismi di difesa” dell’Io. Nora usa un meccanismo primario che è normale ma che fa impressione in ambito psichiatrico perché si suole identificare la “scissione dell’Io” con la follia ossia con la perdita del contatto con la realtà e con la formazione di un delirio. E invece non c’è niente di più avventato e fasullo. Il bambino, che usa i “meccanismi di difesa primari” e si sdoppia giocando, non è ritenuto un folle o un demente, è tollerato perché è un bambino e perché la Fantasia gli permette di uscire fuori di testa e di realtà con le sue immaginazioni.

Salvatore

Allora tutti i “meccanismi e i processi psichici di difesa” sono positivi nel senso che sono dei dati di fatto, degli strumenti e dei modi di vivere e valutare la realtà interiore. Non sono né buoni e né cattivi, ma sono funzionali a mantenere il nostro equilibrio psicofisico quando rischia di vacillare dietro a turbamenti della Mente e del Corpo legati a fattori interiori e personali o a fattori esterni e sociali. Se fungono per l’equilibrio psicofisico, “omeostasi”, tutti i “meccanismi e i processi psichici di difesa” sono nel giusto e sono degni di essere usati senza incorrere in censure e in valutazioni morali e sociali che esulano dalla Psicoanalisi, soprattutto dalla psicodinamica e dalla psico-economica o gestione delle energie.

Collega

Intervengo io e dico che questi “meccanismi e processi di difesa” costituiscono gran parte della Psiche e che l’Io è funzione determinante per l’uso e per la scelta dei suddetti. Quindi, se Nora ha un “Io” taglieggiato dal “Super-Io” e dall’Es, questo è il suo vero problema. E se ha usato il meccanismo della “scissione dell’Io”, si è soltanto difesa in quel momento della sua vita e nel sogno per ottenere l’equilibrio turbato. Avrà tempo per usare altri meccanismi utili e rapidi come la “razionalizzazione”. Ho detto quello che dovevo dire e l’ho detto assieme a te in buona sintonia.

Salvatore

Proprio vero. Si vede che siamo stati allievi del buon Carletto Ravasini in quel di Cremona e in quei formidabili anni ottanta, tempo in cui la Psicologia e la Psicoterapia cominciava a muoversi nella penisola e nelle isole. Si vede anche che abbiamo ben studiato e ponderato i contenuti innovatori del suo libro “La follia contestata”. Il grande Antonio Gramsci, il cervello che il violento Mussolini voleva che non pensasse, aveva suggerito alla Psicoanalisi di curare il paziente e non la malattia, intendendo che è l’uomo che va in sofferenza e che si deve aiutare, al di là delle etichette che gli si possono perfidamente affibbiare in base al suo modo originale di apparire. Freud aveva scritto che il Tempo avrebbe confermato quante allucinazioni o quante verità conteneva la sua complessa e poliedrica dottrina, meglio, il suo “sistema”. E alla Psicoanalisi si appellarono gli antipsichiatri europei capeggiati dall’inglese Laing per ammodernare le idee e le istituzioni. In Italia anche Franco Basaglia e il suo gruppo intesero la malattia mentale non più su base organica alla Krapelin, ma su base psichica, economica e dinamica, nonché relazionale e sociale, alla Sigmund Freud insomma. Partendo da questa ottica psicoanalitica, si arrivò alla chiusura dei manicomi e alla messa in discussione dei trattamenti clinici e farmacologici anche in Italia, si cominciò a concepire il vecchio malato mentale come un essere umano in difficoltà e in sofferenza, si cominciò a stimare la “follia” come una modalità psichica dell’uomo di manifestarsi in una contingenza storica della propria vita, uno stato transitorio di turbamento psicofisico. La sofferenza psichica comincia a essere trattata e razionalizzata con le psicoterapie individuali e di gruppo e non con la reclusione e con l’abbrutimento meccanico e farmacologico delle sfortunate persone che incorrevano sotto le grinfie dei carnefici di turno. I letti di contenzione, i volgari e disumani mal-trattamenti, la pratica sistematica della “terapia” elettro-convulsivante o il famigerato elettroshock, i farmaci micidiali neurolettici propinati “a tinchitè” (dialetto siculo che si traduce “alla cazzo di cane”), la Chimica di ogni tipo che deprivava dell’umanità e… altro, altro di peggio e altro di pessimo, insomma, questo sistema sadico di lager e di violenze, voluto dalla Legge e dalla Cultura post-fascista, venne in gran parte ridimensionato dalla Legge 180. Siamo nel 1978 ed è merito di Franco Basaglia e dei suoi colleghi aver portato avanti la visione psicoanalitica intorno alla follia e il suo giusto trattamento clinico. I manicomi furono chiusi, ma la Legge non fu applicata nella sua totalità, un costume classicamente italiano che dura ancora oggi. Nonostante tutto, la legge 180 è un fiore all’occhiello di civiltà e di cultura innovativa, così come il professor Basaglia resta un “uomo di grande umanità”, un uomo coraggioso che coniugava la Grammatica con la Pratica. Il mio ricordo e il mio elogio va a Lui e agli Allievi e Amici che hanno realizzato i suoi progetti e hanno soprattutto combattuto la pratica mortale dell’elettroshock fino alla sua condanna. La T.E.C. era un’esecuzione medica basata soltanto sull’esaltazione del sadismo degli operatori e non certo su conoscenze scientifiche serie. Il ricordo va a tutti i cosiddetti malati mentali che hanno popolato i lager manicomiali e sono morti di ictus o di infarto dopo pochi anni dall’aver subito la famigerata terapia elettroconvulsiva. Memorabile e necessaria la visione del film “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e degna di nota è l’interpretazione incredibile di un espressivo Jack Nicholson.

Collega

Adesso tocca a me parlare e voglio definire temi che tu hai toccato nell’interpretazione del sogno di Nora e, in particolare, il sentimento del pudore e della vergogna, il concetto di follia, di normalità e di “alter ego”. L’affiorare di una pulsione, “Es”, e la lieve censura del “Super-Io” mettono in crisi l’istanza “Io” e in base alla quantità e alla qualità della pulsione e della censura scattano visibilmente le reazioni alla violazione dell’intimità. Il “pudore” è una forma d’amor proprio in riguardo al corpo e all’affettività, così come la “vergogna” chiama in causa il senso di colpa ed è la prima reazione individuale alla violazione etica o morale in attesa dell’espiazione del reato imposta dalle leggi e dalla regole sociali. La “follia” si attesta nella sofferenza psichica legata alla perdita reversibile dell’uso del “principio di realtà” e alla formazione di una realtà illusoria e compensativa ma socialmente non ammissibile. La “normalità” si attesta nella formulazione di una visione di se stesso e del mondo socialmente compatibile e condivisa. Si può essere originali restando sempre in un ambito di comprensione sociale e senza esser causa di danno individuale o collettivo. “L’alter ego” si attesta in un altro se stesso a seguito di uno “sdoppiamento dell’Io” dovuto al “meccanismo di scissione” in difesa dall’angoscia di un vissuto traumatico ingestibile e inaccettabile dalla coscienza e sempre dell’Io. Ribadisco che il criterio di tolleranza dell’originalità psichica si basa eticamente sul non essere di danno a se stesso e agli altri. Si può essere folli ma senza farsi male e senza fare del male.

Salvatore

Quasi quasi abbiamo allargato e chiarito gran parte dei temi e dei concetti che conteneva il ricco sogno di Nora. Non resta che scegliere quale prodotto culturale associare a coronamento di questa bella scampagnata. La scelta è d’obbligo: “Bocca di rosa” del mai compianto abbastanza Fabrizio De Andrè, un poeta popolare strappato alla nostra gioia dal tabagismo infame. Nora si scinde dalla sua “Bocca di rosa”, così come il “Super-Io” sociale espelle la generosa e benemerita donna che faceva l’amore per passione. Ricordiamo che “Bocca di rosa” viene accompagnata alla “stazione” in processione e con la Vergine in prima fila e anche dal prete e da tutto il paese, eccezion fatta per le donne invidiose di tanta prosperità e disinibizione. E non dimentichiamo che alla stazione successiva c’era molta più gente di quando partiva. Significherà qualcosa.

Grazie e alla prossima!

Ricordo ai marinai che nel frontespizio di “sogni interpretati” del blog trovate i miei lavori, quelli che purtroppo non sono in circolazione per la fuga del distributore, un individuo senza scrupoli che è letteralmente sparito. Intanto gustate la lettura della “Stanza rosa” in due parti e di “Benetton dieci e lode” sulla pubblicità innovativa di Oliviero Toscani negli anni ottanta. Ricordo che il blog contiene ormai 230 sogni. Potete prendere confidenza con il sogno e il sognare, nonché trovare qualcosa di personale inserendo nella casella in alto a destra con la voce “cerca” i simboli presenti nei vostri sogni. In tal modo potete intanto soddisfare la vostra curiosità, di poi, se volete appagarla in pieno e in maniera diretta, potete spedire i vostri sogni. Quanto prima troverete in prima pagina la decodificazione del vostro prezioso prodotto psichico.

Buona navigazione e sempre con il vento in poppa e la prua a sinistra!

I RITARDI DI MARISTELLA

Lavori In Corso, Sicurezza Lavoro

TARMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Mi trovo in una festa tra amici e c’è tanta gente.

A un certo punto sento che devo andare via.

Salgo in macchina e vado per una strada in discesa. Dopo una doppia curva vedo il cartello dei lavori in corso.

Rallento perché stavo andando forte.

Ci sono degli operai con un escavatore e a questo punto la strada frana e l’operaio ci cade dentro.

Mi sono girata con la macchina e mentre salivo vedo dei camion che vengono giù a forte velocità e con i fari segnalo il pericolo.

Non sono preoccupata per i pericoli. Il mio pensiero fisso è che sono in ritardo e che devo fare qualcosa.

Mi sono svegliata con questa sensazione.”

Questo sogno appartiene al corredo psicofisico notturno di Maristella.

DECODIFICAZIONE – CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

“Mi sento vulnerabile nell’orgasmo perché potrei fare o subire delle cose che non vanno bene.”

Ricorrente è questa versione nella Psicologia femminile e nei vissuti relativi alla formazione e alla pratica della vita sessuale. La donna fatica a lasciarsi andare alle funzioni naturali del suo “sistema neurovegetativo” e ad affidarsi al suo corpo, nonché e giustamente al suo uomo, per la paura, non soltanto della gravidanza nei rapporti a rischio, ma soprattutto di perdere la vigilanza e l’autocontrollo, le funzioni privilegiate dell’istanza psichica “Io”. E allora la donna timorosa richiama in servizio il “sistema nervoso centrale” destituendo d’autorità e di diritto i valori pulsionali dell’istanza psichica “Es”, degnamente definibile rappresentazione mentale dell’istinto nelle forme di “percezione” e di “fantasma”. L’Es viene burlato dall’Io o l’Io si burla dell’Es. Il conflitto è più che evidente e drammatico, è la classica “psiconevrosi isterica” e l’altrettanto classica “conversione psicosomatica”. Un sacrosanto benefico orgasmo è tralignato in un sintomo delicato da tenere in grande considerazione per il danno che arreca all’equilibrio psicofisico e al gusto del proprio corpo.

E il “Super-Io”?

Il “Super-Io” non sta a guardare come le stelle dello scozzese Kronin, tutt’altro!

L’istanza censoria e morale si inserisce con i suoi limiti e i suoi divieti in questo conflitto, cercando con abile maestria di non farsi riconoscere. Ma, a tutti gli effetti, il sistema educativo fa capolino con le sue repressioni e i suoi tabù, quelli di mamma e papà che hanno dimenticato a loro volta i danni subiti nell’infanzia dai genitori, e quelli della società che non ha di certo smarrito la sessuofobia tra le pieghe di un lenzuolo in un motel di periferia. E così la storia continua tra grandi inventori del nulla eterno e originali banditori di fumo.

Convergendo sul sogno di Maristella, è opportuno rilevare che l’universo psicofisico femminile è privilegiato in riguardo all’orgasmo per la complessità variegata che coinvolge tutto il corpo. La metafora dei “cerchi nell’acqua” può rappresentare cosa succede alla donna nel trionfo progressivo dei sensi e nel culmine dell’appagamento della “libido narcisistica”, masturbazione, e soprattutto “genitale”, coito. Il moto concentrico parte dal clitoride e dalla vagina per irradiarsi alle estremità del corpo a macchia d’olio e questi impulsi neurovegetativi sono talmente sottili e delicati che possono essere ridotti o addirittura bloccati dall’emergere di una paura o di un trauma. L’inibizione dell’orgasmo è un disturbo della sessualità e produce una caduta del gusto del proprio corpo e del proprio vivere.

Ma cos’è l’anorgasmia?

La “anorgasmia” si traduce “assenza di orgasmo” e si attesta fisiologicamente nell’inibizione delle vibrazioni intrauterine ed extrauterine dopo un’adeguata eccitazione sessuale. L’anorgasmia si manifesta nella masturbazione e nel coito.

La definizione e la descrizione dell’orgasmo è d’obbligo per una migliore comprensione del disturbo. L’orgasmo si traduce nella massima sensazione del piacere. Questo apice psicofisico si traduce in una serie di intensi spasmi e di contrazione dei muscoli della zona anale e vaginale interna ed esterna. Particolare importanza assume la stimolazione del clitoride e della zona interna corrispondente e definita punto “g” dove si concentrano tantissime innervazioni che sintetizzano il piacere in una scarica isterica. Al massimo dell’eccitazione, orgasmo, subentra il progressivo rilassamento psicofisico, mentale e corporeo. Si distinguono due orgasmi: il clitorideo e il vaginale. Nel coito spesso e in maniera ottimale avvengono entrambi con il massimo del piacere attraverso la stimolazione e lo sfregamento delle terminazioni nervose.

Le cause, eziologia, dell’anorgasmia sono molteplici e si attestano nel versante personale dei “fantasmi” e delle relazioni. Tra le prime si rileva immediatamente un “fantasma di morte” nel vivere il rapporto sessuale come una progressiva caduta della vigilanza dell’Io che porta all’incapacità di controllare le reazioni involontarie del corpo. L’orgasmo viene vissuto come uno svenimento e un lasciarsi andare alla mercé dell’altro. Di conseguenza, la donna si ossessiona durante il rapporto sessuale nella auto-osservazione dei movimenti spontanei del suo corpo e si atterrisce nel vivere il progressivo piacere che aumenta in maniera direttamente proporzionale al suo lasciarsi andare. La donna è spettatrice di se stessa fino all’astensione difensiva dal partecipare, meccanismo psichico di difesa dello “evitamento”. Il blocco psicofisico intercorre a metà rapporto e produce la progressiva secchezza vaginale e l’anestesia delle zone erogene.

La donna non si piace e non si sente normale, non si masturba perché è convinta di non arrivare all’orgasmo, ma è ossessionata da questo traguardo. Coltiva un “fantasma di menomazione d’organo” che poi si allarga a un generale complesso d’inferiorità e d’inadeguatezza.

Un conflitto psichico relazionale è quello “edipico”, il vissuto in riguardo al padre e alla madre. Le donne anorgasmiche hanno pendenze psichiche verso la figura paterna, vissuta come fredda e anaffetiva e di conseguenza rifiutata, nonché hanno maturato una disistima nei confronti della madre su cui si sono parzialmente identificate per non incorrere in disturbi psichici gravi. La “posizione psichica edipica” è stata risolta in maniera precaria e porta la donna a ridestare un tratto “fallico”, potere e competizione, contro il maschio, oggetto del suo desiderio sessuale ma pericolo per la sua sopravvivenza. La donna anorgasmica soffre di invidia del pene, seduce come Afrodite, vuole ma si blocca, è competitiva con il maschio e facile alla rassegnazione e al compianto della sua anormalità, ha difficoltà e ambivalenze affettive, sa chiedere in riguardo al sesso ma poi si rifiuta di partecipare. Qualora si dispone al rapporto sessuale, nega a se stessa che in qualche modo può essere andato anche bene, rafforzando la sindrome d’indegnità.

L’aggressività verso il maschio è profonda e porta spesso la donna a essere compiacente alle richieste più o meno perverse per nascondere la sua inferiorità e per dimostrare all’incontrario la sua superiorità rispetto alle altre donne. La donna anorgasmica è narcisistica nella versione autolesionistica ed è carente di amor proprio. La sua attenzione ossessiva e i suoi sforzi d’investimento della “libido” sono diretti a non subire frustrazioni, castrazioni e perdite, a non ridestare il “fantasma depressivo” e i tratti psichici collegati.

La donna anorgasmica ha difficoltà a variare lo stato di coscienza dal momento che la vigilanza è imprescindibile nella sua azione fino a diventare ossessione all’autocontrollo e al controllo della situazione in cui si viene a trovare nella vita di tutti i giorni. Ha difficoltà a lasciarsi andare e a vivere i bisogni del corpo, pur avvertendo le pulsioni erotiche e sessuali specialmente in sul primo insorgere. La lubrificazione vaginale è quasi immediata in quanto la Psiche non ha il tempo di inibirla perché la sua risposta è più lenta rispetto all’immediatezza dell’istinto. Le donne anorgasmiche sono monotone nell’umore e nell’esibizione. Si mostrano spesso agli altri con spavalderia e supponenza per nascondere il loro punto debole.

Le “organizzazioni psichiche reattive” coinvolte in questo disturbo sessuale sono la “edipica” e in subordine la “fallico-narcisistica”, la “orale” e la “anale”.

La “posizione psichica edipica” è dominante nel formarsi e nell’insorgere della anorgasmia. La conflittualità nei riguardi della figura paterna e la conseguente disistima della madre sono la base profonda del disturbo.

I “meccanismi psichici di difesa” dall’angoscia coinvolti nell’anorgasmia sono il “ritiro primitivo”, il “controllo onnipotente”, la “rimozione”, “l’isolamento”, la “razionalizzazione”, la “compartimentalizzazione”, “l’annullamento”, la “legittimazione”, la “assoluzione”, “l’acting out”, la “sessualizzazione”, la “sublimazione”.

L’attività della Fantasia è ridotta rispetto all’esercizio della Ragione. La donna anorgasmica rischia di portare a degenerazione la facoltà razionale fino al limite paranoico: far pensare agli altri ciò che pensa lei.

Le istanze psichiche istruite nella anorgasmia sono “l’Io” e la consapevolezza della vigilanza e del controllo di se stessa e della situazione, il “Super-Io” e la censura moralistica della sessualità con possibilità di deroga finalizzata a nascondere la difficoltà, l’Es e il sistema delle pulsioni bloccato all’insorgere del “fantasma” di perdere il controllo.

Il disturbo dell’anorgasmia si attesta nella conversione isterica delle tensioni accumulate a causa della menomazione e dell’inferiorità.

L’anorgasmia necessita di psicoterapia a orientamento psicoanalitico dal momento che la sua radice è “edipica” e l’indagine verte su livelli psichici profondi e di particolare delicatezza. La prognosi è fausta grazie alla “razionalizzazione del fantasma” che intercorre durante il rapporto sessuale.

Questo quadro teorico non esiste allo stato puro e coinvolge soltanto in parte la protagonista del sogno. Maristella ancora non ha trovato la sua giusta dimensione erotica e sessuale e soprattutto l’uomo giusto a cui affidarsi.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Mi trovo in una festa tra amici e c’è tanta gente.”

Maristella è una donna che socializza bene e volentieri, una donna che non si lascia mancare la voglia di far festa, una donna che non si tira indietro se il coinvolgimento è appetitoso. La “tanta gente” è salutare per una Maristella che cerca e trova la sua identità psichica proprio confrontandosi e che si individua e si distingue mischiandosi e confondendosi con gli altri. Maristella è una donna che induce al corteggiamento e si lascia corteggiare, una donna che sa pasturare per favorire una buona pesca.

I simboli dicono che “mi trovo” attesta la consistenza psichica in atto, la “festa” condensa la coalizione dei sensi e la tendenza al gusto della vita, gli “amici” sono l’oggetto dell’investimento di “libido”, “tanta gente” dice di una massa da cui emerge l’individualità di Maristella.

A un certo punto sento che devo andare via.”

Maristella ama la sua vita intima e privata in maniera direttamente proporzionale alla tendenza al coinvolgimento con la gente. Maristella ha la pulsione di appartarsi e di ritrovarsi nella sua singolarità, desidera lasciarsi andare alla vita dei sensi senza l’esercizio della vigilanza e della razionalità: “devo andare via”. Si presenta in sogno il bisogno di vivere i sensi e di sentire il corpo. Dopo l’autocontrollo necessario per stare con gli altri, subentra la pulsione della guerriera. La dinamica psicofisica di andata e ritorno con un solo biglietto è la seguente: andare via con la testa, vivere il corpo e rientrare nel corpo con la testa. Il viaggio è alla grande e merita la giusta mercede.

I simboli sono chiari nel dire che “sento” equivale alle pulsioni neurovegetative, “devo” manifesta la coazione pulsionale, “andare via” si traduce in lasciarsi andare.

Salgo in macchina e vado per una strada in discesa.”

Come si diceva, Maristella è alle prese con le sue voglie e i suoi bisogni di donna giovane e pimpante che alla foga erotica somma spontaneamente la spinta ormonale fondendole in un tutt’uno da “come Natura comanda”. E’ giunto il momento di lasciarsi andare e di raggiungere l’orgasmo in questo contatto privilegiato con il suo corpo. Possibilmente Maristella sta sognando le sensazioni che vive in progressione durante la masturbazione: “posizione fallico narcisistica”. Almeno per il momento è sola e non è apparso un compagno al suo fianco. Sintetizzando: Maristella ama stare con la gente e ama anche stare con se stessa e sentire il suo corpo che si abbandona all’orgasmo.

La simbologia conferma che “salgo in macchina” significa vivo la mia sessualità e mi masturbo, “vado per una strada” significa seguo un rito e una modalità psicofisica, “in discesa” significa” mi lascio andare al piacere dei sensi.

Dopo una doppia curva vedo il cartello dei lavori in corso.”

Ma qualcosa all’improvviso non funziona a dovere o come da copione. Un ostacolo si frappone nella discesa erotica e induce una riflessione. L’Es andava alla grande con l’appagamento della pulsione sessuale, quando all’improvviso è arrivato l’Io a richiedere una certa vigilanza e il momento magico, che portava alla vibrazione orgasmica del corpo, si è interrotto bloccando tutto il processo psicofisico in atto. Maristella è incorsa in un blocco psichico che ha leso il movimento fisico.

Ma di quale impedimento si tratta?

E’ arrivato il “Super-Io” con le sue censure morali a bloccare le pulsioni dell’Es o è intervenuto l’Io a rallentare e a moderare questo lasciarsi andare di una Maristella “tutta corpo”?

La “doppia curva” dispone per un ostacolo e un blocco che inducono a un consapevole controllo, “vedo” si traduce per l’appunto in sono consapevole, “il cartello” sintetizza la modalità razionale in azione o lo schema psicofisico sopravvenuto, i “lavori in corso” condensano mirabilmente le remore e gli impedimenti che impediscono al corpo di proseguire nell’andamento orgasmico.

Rallento perché stavo andando forte.”

Maristella ha preso paura della sua buona salute psicofisica e reagisce con un disturbo, blocca l’orgasmo per paura di svenire o di perdere il controllo del corpo e soprattutto l’autocontrollo, la capacità di gestire il corpo con il “sistema nervoso centrale” e di ridurre al minimo vitale l’azione benefica del “sistema neurovegetativo”, quello che dispone per le vibrazioni intrauterine e per gli spasmi muscolari, l’orgasmo per l’appunto.

Potenza della Psiche!

Maristella è riuscita a procurarsi un disturbo sessuale e a candidarsi all’anorgasmia semplicemente per l’angoscia di abbandonarsi al moto vitale dei sensi e di lasciare libero sfogo alla sua componente “dionisiaca”. Maristella è brava a prodursi un’inibizione sessuale, un disturbo psicosomatico proprio bloccando la sua “libido” e sottoponendola al controllo della Mente, inibendo le pulsioni dell’Es attraverso l’Io e possibilmente sotto la sollecitazione del Super-Io. E’ come se Maristella dicesse a se stessa a metà coito: “mi sento vulnerabile quando vivo l’orgasmo perché potrei fare o subire delle cose che non vanno bene”.

“Così parlò Maristella” sotto l’urgenza della “coscienza di sé” di giustificare il blocco delle benefiche energie intime e private. Chi è causa del suo mal pianga se stesso.

I simboli dicono chiaramente che “rallento” significa blocco tutto con l’intervento dell’Io, “stavo andando forte” si traduce in mi stavo normalmente disponendo all’orgasmo.

Ci sono degli operai con un escavatore e a questo punto la strada frana e l’operaio ci cade dentro.”

Si supponeva una masturbazione in corso, ma invece si tratta di un vero e proprio rapporto sessuale tra un maschio e una femmina, un classico coito con penetrazione, abbandono ed eiaculazione. Questo capoverso è la puntuale e originale allegoria del coito. Quindi, Maristella non era immersa in un piacere solipsistico e in un gradevole narcisismo, ma era impegnata con un uomo e soprattutto a controllare che non eiaculasse in vagina per non correre il rischio di una gravidanza indesiderata e inopportuna.

La simbologia conferma che “gli operai” sono le arti erotiche del suo uomo, “con un escavatore” equivale alla funzione della penetrazione sessuale maschile, “a questo punto la strada frana” si traduce in si lascia andare al piacere dei sensi riducendo la vigilanza, “l’operaio ci cade dentro” ossia eiacula in vagina.

Mi sono girata con la macchina e mentre salivo vedo dei camion che vengono giù a forte velocità e con i fari segnalo il pericolo.”

Traduco dal vivo: mi sono girata per impedire l’eiaculazione del mio uomo in vagina. La forte eccitazione gli avrebbe impedito il controllo e io ho reagito al rischio angosciante della gravidanza con la riacquistata consapevolezza.

Quante volta la donna interrompe il coito per impedire l’eiaculazione in vagina!

“Coitus interruptus” si definisce, latinamente e per l’appunto, l’atto maschile o femminile del tirar o buttar fuori il membro dalla vagina prima dello spasmo eiaculatorio.

Traduco il capoverso in maniera papale papale: “mi sono girata con la macchina” si traduce in “ho cambiato posizione sessuale”, “mentre salivo” si traduce in mentre attenuavo l’eccitazione e riprendevo consapevolezza, “vedo dei camion” ossia mi accorgo che l’eccitazione del mio uomo è intensa, “che vengono giù a forte velocità” equivale all’irrefrenabilità dell’orgasmo del mio uomo, “con i fari” ossia con la consapevolezza razionale, “segnalo il pericolo” si traduce in capisco e comunico il rischio di una possibile gravidanza indesiderata.

Non sono preoccupata per i pericoli. Il mio pensiero fisso è che sono in ritardo e che devo fare qualcosa.”

Maristella si corregge e precisa la sua astensione dalla partecipazione alla fase finale del coito. Non è preoccupata per il rischio di restare incinta, ma è preoccupata dall’ossessione di attendere le mestruazioni per avere la conferma che il rapporto sessuale è andato a buon fine almeno per quanto riguarda la possibilità di gravidanza. Mettila come vuoi, ma la verità è sempre la stessa. Maristella teme la gravidanza e l’impossibilità di poter fare qualcosa in questa logorante attesa. Il pensiero va anche al di là e le domande non sono amletiche: se sono incinta, cosa faccio? Mi tengo il figlio o interrompo la gravidanza? Maristella ha problematiche sessuali riguardanti la sua funzione psicofisica o ha conflitti morali che le impediscono di abbandonarsi all’orgasmo e di andare contro natura inibendo la sua vitalità sessuale?

Traduco il capoverso e la simbologia. Maristella non è preoccupata per il rischio di gravidanza che comporta un rapporto, ma per l’ansia generata dall’attesa della mestruazione e dall’impotenza collegata al naturale evento biologico. Il “sistema neurovegetativo” non si può comandare a piacimento. Non posso dire al cuore “fermati” per farlo cessare di battere. Non posso dire alle ovaie “atrofizzatevi” per non avere più il ciclo lunare. Maristella è ossessionata dalla sua impotenza a gestire la sua biologia femminile, almeno in riguardo alla maternità. E allora Maristella ha paura di diventare madre perché non si sente pronta e perché ha qualche conto psicologico sospeso con la madre? Il sogno non lo dice. Il sogno non dice se si tratta di fattori morali, “Super-Io”, o se intercorrono controlli in eccesso dell’Io e vigilanze spietate anche quando decisamente sono controproducenti.

“Preoccupata” traduce l’affanno consapevole, “pericoli” tratta di ansie ed eccitazioni, “pensiero fisso” coniuga l’ossessione e la disposizione nevrotica a rinvangare le supposte e pretese colpe, “sono in ritardo” o esigenza surreale di autocontrollo biologico e mancata accettazione dei propri limiti, “devo far qualcosa” o rifiuto dell’impotenza e controllo infantile e magico dell’onnipotenza.

Si può, in conclusione, rilevare e affermare che Maristella opera una “traslazione” dell’orgasmo nelle angosce di gravidanza e nell’impossibilità di condizionare i viaggi biologici del suo corpo.

Si tratta di una sconfitta dell’Io sulle funzioni pulsionali dell’Es?

O forse ogni istanza deve stare al suo posto e senza invasioni maldestre e dannose?

Niente di eccezionale. E’ il “cammin di nostra vita” che si manifesta nella psicologia di una giovane donna che cerca di integrare “parti psichiche” di se stessa ancora vaganti, come gli animali nei cartelli stradali lungo le strade di montagna.

Questo è quanto dovuto all’eroico sogno di Maristella.

PSICODINAMICA

Il sogno di Maristella svolge l’interessante e diffusa psicodinamica dell’inibizione dell’orgasmo per l’angoscia dell’ossessione legata all’attesa della mestruazione e della conferma della mancata gravidanza. Maristella si lascia andare nei rapporti sessuali a rischio, ma non si fida giustamente del partner, per cui assume un atteggiamento di salvaguardia della sua persona e si astiene dal partecipare alla fase orgasmica conclusiva per controllare che non avvenga l’indesiderabile eiaculazione. Non intercorrono fattori morali in questa inibizione, ma soltanto angosce legate al mancato autocontrollo e alla mancata autonomia delle sue azioni. Maristella non vuole dipendere dal suo uomo durante il coito. Non si evincono traumi al riguardo, ma una tendenza a rimuginare ossessivamente in attesa dell’evento: psiconevrosi.

PUNTI CARDINE

Il sogno di Maristella si lascia interpretare con facilità grazie al seguente capoverso: “Mi sono girata con la macchina e mentre salivo vedo dei camion che vengono giù a forte velocità e con i fari segnalo il pericolo.”

ULTERIORI RILIEVI METODOLOGICI

Dei “simboli” si è ampiamente detto e argomentato.

Il sogno di Maristella richiama “l’archetipo” della Sessualità.

Il “fantasma” riguarda “la maternità” nella parte relativa alle fantasie sulla mestruazione che Maristella ha elaborato da bambina.

Nel sogno di Maristella agiscono le istanze “Io” ed “Es. La vigilanza della prima si esprime in “vedo dei camion che vengono giù a forte velocità e con i fari segnalo il pericolo.”, mentre le pulsioni dell’Es sono individuate in “A un certo punto sento che devo andare via.” e nei successivi capoversi. L’istanza censoria e morale del “Super-Io” ammicca in “devo andare via”, ma questo intervento è di poco rilievo.

La “posizione psichica genitale” domina il sogno di Maristella con la fenomenologia simbolica della vitalità sessuale. Non si presentano bisogni affettivi, aggressività spasmodiche, autocompiacimenti narcisistici, conflittualità inutili. Il quadro è composto e incentrato sulla sessualità.

I “meccanismi psichici di difesa” attivi nel sogno di Maristella sono i seguenti: la “condensazione”, lo “spostamento”, la “drammatizzazione”, la figurabilità”. Non si sono evidenziati i processi di difesa della “sublimazione” e della “compensazione”. La “regressione” è presente nei limiti consentiti dalla funzione onirica.

Il sogno di Maristella offre inequivocabilmente un tratto “sessuale” e dispone per una “organizzazione psichica genitale”: “Salgo in macchina e vado per una strada in discesa.”

Le “figure retoriche” formate da Maristella nel sogno sono le seguenti: la “metafora” o relazione di somiglianza in “festa” e in “macchina” e in “discesa” e in altro, la “metonimia” o relazione di senso logico in “salgo” e in “vado per una strada” e in “lavori in corso” e in altro, la “enfasi” o forza espressiva in “camion che vengono giù a forte velocità e con i fari segnalo il pericolo.”

La “allegoria” del coito è presente in “Ci sono degli operai con un escavatore e a questo punto la strada frana e l’operaio ci cade dentro.” Quella della masturbazione si evidenzia in “Salgo in macchina e vado per una strada in discesa.”

La “diagnosi” dice di una consapevole induzione di anorgasmia a causa della paura di una gravidanza indesiderata e del timore di ossessionarsi nell’attesa della mestruazione.

La “prognosi” impone a Maristella di ben calibrare la sua tendenza a ossessionarsi e a remare contro i processi biologici naturali. Inoltre, l’assunzione di un contraccettivo è risolutivo per lenire gli effetti ossessivi e rassicurare l’economia psichica, nonché il danno procurato alla funzione sessuale con l’inibizione dell’orgasmo.

Il “rischio psicopatologico” dice dell’acuirsi della psiconevrosi ossessiva e del rischio anorgasmia da inibizione della funzione sessuale.

Il “grado di purezza onirica” è “buono”. Tale giudizio si giustifica con la forte simbologia presente nel sogno.

La “causa scatenante” del sogni di Maristella può essere l’attesa della mestruazione o un rapporto a rischio.

La “qualità onirica” è decisamente basta sul movimento e sulla simbologia. Maristella è padrona del suo linguaggio onirico e lo espone con assoluta naturalezza.

Il sogno può ascriversi alla seconda fase del sonno REM alla luce del trambusto composto e della memoria accurata, una fase di agitazione che ha permesso di ricordare.

Il “fattore allucinatorio” si incentra nel movimento: “salgo”, “vado”, “rallento”, “andando forte”, “ci cade dentro”, “girata”, “salivo”, “vengono giù”.

Il “grado di attendibilità” dell’interpretazione del sogno di Maristella è “alto” proprio per la chiara interazione dei simboli. Il “grado di fallacia” è di conseguenza “minimo”.

DOMANDE & RISPOSTE

La decodificazione del sogno di Maristella è stata letta da una donna che ha voluto mantenere l’anonimato e ha posto le seguenti domande.

Domanda

Maristella vive bene o male il suo corpo?

Risposta

Maristella non vive bene il suo corpo perché non riesce ad affidarsi alla fisicità autonoma e alle funzioni del “sistema neurovegetativo”, ghiandole “in primis”. In particolare non si sente adeguata alle attività sessuali per il bisogno difensivo di non lasciarsi andare alle sensazioni e di controllare i movimenti naturali e spontanei del suo corpo. Maristella va controcorrente. Se ben rifletti, il suo sogno è impostato sul movimento. La psicodinamica è tutta in moto secondo un continuo “vado”, “salgo”, “scendo”, “cado” e avanti ancora con la “cenestesi”, sensibilità globale, dell’irrequietezza motoria. Il sogno di Maristella è “isterico” nella sua fenomenologia spaziale e tutto questo ambaradan è funzionale all’angoscia indotta dall’impossibilità di controllare l’incontrollabile. La destra e la sinistra, il sopra e il sotto interagiscono nel confermare la ricerca di Maristella di muoversi per non arrecare e per non subire alcunché di brutto e di cattivo, come se dovesse perdere i sensi e di conseguenza la responsabilità delle sue azioni. C’è una istanza morale minima in questa idea, ma è presente soprattutto una angoscia del “corpo birichino”, quello che fa le cose a tua insaputa e che non si lascia controllare. La crescita è in questo quadro. L’evoluzione biologica è in questo quadro. E allora è mancata a Maristella bambina una figura che la rassicurasse sulla dimensione biologica della crescita, quella che va dall’infanzia all’adolescenza nella lunga scorribanda di fondamentali tappe psicofisiche. E’ mancata la figura materna, la “mater magistra”, la madre alleata e la complice amica dei sedici anni. La madre di Maristella non è stata gratificante e non ha rassicurato la figlia nei processi di crescita. Non le ha mai detto “che bella che sei” o che signorinella che stai diventando. Non le ha mai insegnato a portare bene il culo e a esibire con orgoglio il seno. Pur restando fondamentalmente madre, non esula da questa figura e da questo ruolo la confidenza e la suadenza, la tenerezza e l’insegnamento, il garbo e la civetteria. Ripeto, l’età che scorre dalla “posizione fallico-narcisistica” alla “posizione edipica”, dai cinque ai dieci anni per intenderci, è un periodo fondamentale per l’evoluzione psicofisica a causa dell’accelerazione che la biologia impone al corpo. La psiche della bambina e dell’adolescente non fa in tempo ad assimilare i cambiamenti somatici. L’adolescente si trova addosso un corpo procace di donna. Maristella non ha avuto una madre adeguata a questo compito.

Domanda

E il padre?

Risposta

L’apprezzamento del padre nella crescita delle figlie deve essere costante e ben calibrato perché si inserisce nel travaglio della conflittualità “edipica”. L’adolescente gradisce un padre presente ma non ammiccante e oltremodo seduttivo, semplicemente perché il padre rappresenta la sicurezza e il potere, nonché il modello di maschio da afferrare al volo o da evitare come la peste. Il padre ha una funzione simbolicamente maschile e si innesta nel rafforzamento della “coscienza di sé” e del sistema delle relazioni. Il padre rappresenta il “principio di realtà” e l’insieme dei limiti e delle censure, istanza “Super-Io”. “Simile simili cognoscitur”, il simile è conosciuto e si associa al simile. Se la figlia deve identificarsi al femminile nella madre, ha bisogno di quest’ultima per la sua identità. Il padre è un buon alleato e compagno di viaggio nelle spedizioni seduttive e nella conoscenza della psicologia maschile.

Domanda

Allora esiste una psicologia maschile e una psicologia femminile?

Risposta

Esiste una “androginia psichica”, un insieme di tratti simbolicamente maschili e femminili, che si forma e si evolve coniugando i vissuti relativi al padre e alla madre e al proprio sesso. Teoricamente si parla e si discute sul maschile e sul femminile e prerogative associate. Nella pratica questo discorso è molto pericoloso perché rischia di diventare discriminante di ciò che compete al maschile e al femminile. Specialmente in Politica l’introduzione del concetto di “cose da maschi” e “cose da femmine” deve essere assolutamente evitato perché altamente reazionario.

Domanda

E allora cos’è rivoluzionario?

Risposta

Niente è rivoluzionario. L’Evoluzione è alla base dei fatti storici e degli eventi in attesa. Le grandi rivoluzioni nascono dalla realtà dei fatti e non dalle elucubrazioni farneticanti di un folle. E’ la Storia umana che produce gli eventi e le possibilità evolutive. Nella storia della Psicologia la Psicoanalisi freudiana ha tradotto in atto realtà compatibili con la comprensione e con i fatti e ha evoluto gli eventi in conoscenze e operazioni possibili attraverso il passaggio dall’ideologia alla prassi comune e quotidiana. Lo studio e l’approfondimento dell’isteria ha portato alla luce storica la Psicoanalisi. Le cosiddette rivoluzioni non nascono dal nulla, ma da una lettura dei fatti storici e dalla soluzione delle questioni attinenti.

Domanda

Marx, Darwin, Freud come li spieghi?

Risposta

Marx aveva sul tappeto gli esiti economici e sociali della Rivoluzione industriale. Darwin aveva visto con i suoi occhi le Specie animali nel viaggio naturalistico con il Beagle. Freud si era trovato di fronte alla vetusta fenomenologia isterica ed era tempo di dare una risposta scientifica a questi inquietanti sintomi. Le teorie che non si manifestano concretamente nella Storia restano castelli di idee o poemi. Forse i poeti sono anche anticipatori delle verità scientifiche, ma fondamentalmente restano operatori e funzionari del Linguaggio primario e delle varie forme in cui si può ridurre. In effetti non creano alcunché, ma elaborano modi di dire e di riflettere, le infinite combinazioni dei “processi primari” e della Fantasia, giocano con i “fantasmi” e comunicano verità compatibili con il tempo storico e culturale.

Domanda

Tornando all’interpretazione del sogno di Maristella, mi dici chi deve spiegare alla bambina la mestruazione che inevitabilmente verrà?

Risposta

A questo compito naturale sono deputati in progressione il padre e la madre all’interno di un’educazione sessuale adeguata e serena. Di poi anche il sistema educativo sociale deve adempiere un ruolo importante. La cultura sessuofobica e clericale non aiuta in questi compiti importanti per la formazione della persona e della società. La madre è idonea al compito, ma il padre è efficace. In ogni caso i genitori devono essere molto attenti a capire e seguire i bisogni della figlia e non le loro esigenze e velleità. Sarà quest’ultima a dettare i tempi e gli interventi delle figure genitoriali. Spesso il pudore e la vergogna sono cattivi compagni di viaggio per i genitori, ma l’educazione ai diritti del corpo va fatta in prima istanza da loro. Dipende sempre da cosa chiede di sapere la figlia e dall’abilità dei genitori di dispensare le pillole di conoscenza secondo naturalezza. Anche in questi casi l’ironia e la simpatia non guastano, ma attenzione a non sparare “minchiate” sulla sessualità perché vostra figlia potrebbe lasciarvi morire nell’ignoranza e non fidarsi più di voi.

Domanda

Il dramma dell’adolescente è che si trova un corpo di donna in una testa di bambina, come hai detto in precedenza. Ti ringrazio per l’opportunità che mi hai dato e per avermi scelta.

Risposta

Grazie a te per la concretezza e la linearità. Ci sarà ancora occasione di colloquio e di confronto. Tante belle cose a te e a chi ti vuol bene.

Per concludere mi serve un pezzo a metà tra l’ironico e il drammatico per testimoniare che finché c’è vita, c’è da ridere e da piangere, ma sempre con il giusto distacco da tutti e da nessuno, da tutto e da niente: ataraxia.

Alla prossima e occhio alle demenze televisive, quelle che informano il modo di usare i nostri “processi secondari”, la ragione. Tenete sempre in cantina una certa dose di spirito critico per accompagnare le vostre cene e astenetevi dalle solite tiritere serali che propinano gli imprenditori dei media e i loro degni compari. Prima viene la formazione e dopo l’informazione. Meglio il morbo di Alzheimer, che il morbo del commendatore e degli imbecilli al soldo di Tizio, Caio, Sempronio e anche Bortolo. Almeno il primo è psicologicamente naturale.

IL CORPO BIRICHINO

Il corpo è il teatro della psiche.

E’ il luogo pulsante dove l’inconsapevole autore, che è in te, e l’inesperto attore, che tu sei, rappresentano tra fascino e mistero le commedie, le tragedie, le farse e i drammi del personale quotidiano vivere.

Ognuno ha la sua storia con cento facce nella memoria.

Un tanto di tutto e un tanto di niente sono le storie della gente, una serie di vissuti costellata da tanto splendore e da tanto dolore; nel tempo esse diventano ritornelli che solo tu puoi cantare e sai ricantare, finché sei vivo, a tutti quelli che non ti hanno ascoltato, che ancora oggi non ti ascoltano e che purtroppo non ti ascolteranno mai.

In questo modo nessuno potrà ricordare il tuo nobile messaggio, il tuo gioioso ritmo, il tuo accorato appello, il tuo cadenzato ritornello.

Di giorno in giorno i copioni si accumulano sulla tua scrivania e non sempre sono originali, a volte si colorano e si stingono, si impennano e si abbattono, si ripuliscono e si impolverano, spesso si ripetono e continuano a ripresentarsi sul palcoscenico per la paura di essere esclusi dal palinsesto ufficiale della tua stagione teatrale.

Alcuni copioni sono talmente tuoi e talmente scritti sulla tua pelle da diventare ossessioni e tu sei costretto a ripeterli continuamente per la paura di dimenticarli.

A volte è bastato un semplice canovaccio, una bozza tutta tua, per recitare a braccio o a soggetto in una strana serata e a una platea quasi vuota una parte della tua preziosa e infinita storia.

Le tue migliori prestazioni sono state sempre riservate a pochi incauti spettatori, a qualche tossico in cerca di sballo, a qualche voglioso culattone.

E poi, per non farti dimenticare, sei ancora costretto a recitare la tua storia in versione classica e in versione giullaresca oppure da buon attore di strada devi improvvisare la tua identità presso il tragico trivio in cui Edipo uccise e continua a uccidere il padre Laio per una questione di precedenza sulla madre Giocasta.

E il corpo ?

Il corpo non sta a guardare il cielo come le stelle nella loro regione di perenne certezza, lontane dai torsoli e dal sangue; il corpo è il teatro in cui rappresenti in maniera oscura il tuo bene e il tuo male, il tuo paradiso e il tuo inferno, il tuo nirvana e il tuo raptus.

Quando le ripetizioni diventano ossessioni e la rappresentazione non basta a soddisfare il tuo attore, ecco che il corpo comincia a recitare per aiutarlo a esprimersi e partecipa commosso alla geniale sceneggiatura dell’autore e alle buone trovate del giullare.

E allora il corpo gioisce, soffre, si contorce, si esalta, fa salti, fa capriole, in una sola parola si esprime.

Il corpo birichino si esprime sempre e mai a caso, si esprime in perfetta sintonia con l’attore e con l’autore e secondo il suo linguaggio: il linguaggio del corpo birichino.

E allora la farsa e il dramma, la commedia e la tragedia sono più sofferte e più difficili da recitare; il linguaggio diventa simbolico e il tema del corpo birichino perde il suo spessore individuale e si dilata alla famiglia umana.

Io ho imparato necessariamente a conoscere il linguaggio del mio corpo birichino e a interpretare con dolore i miei principali psicodrammi: il prurito, l’asma, la bulimia, l’anoressia, il panico, la stitichezza, il vomito, il sudore, la diarrea, la frigidità.

Quanta fortuna ho accumulato in terra di Francia grazie ai miei baldi paladini !

Quanti castelli possiedo sulla Loira e sul Rodano grazie ai miei fedeli feudatari !

Grazie a tutti !

Fortuna che sono sempre in tanti.

Non finirò mai di ringraziare tutti in maniera adeguata, non finirò mai di essere comunque riconoscente nei confronti di chi, nel bene e nel male, mi ha sempre dato e mi ha sempre negato qualcosa.

I miei sofferti talenti li avevo affidati a un pessimo impresario che senza ritegno li aveva investiti in disgrazie e sperperati senza gioia.

Salvatore Vallone