LA CICALA E LA FORMICA

Carissima,

treschera,

tres chere,

ti penso a spasso con qualche orso

per i monti cari della tua vita,

un orso marrano convertito al miele di Sortino,

un maculato mugugnone di indubbia prestanza,

uno che può ancora ballare sotto le stelle.

Treschera,

ti penso in un’avventura televisiva demenziale

e costretta dai legacci della montagna sociale e culturale

che non va mai da Muhammad,

va sempre a finire dove piove sul bagnato.

Sta gran puttana!

A furia di coitare a ufo nel piccolo schermo,

farà scoppiare un incidente diplomatico con la santa sede,

con il barbecue del solito giornalista infallibile,

con la solita giovinetta ingenua del settimo colle altoatesino.

Tres chere,

ti penso felice a gogò e storna per l’ultima birra infame,

sorbita nella solita pizzeria di via Cesare Battisti,

colui che amò l’Italia

come i democristiani, i socialisti e i liberali.

Importante che tu senta e ti senti,

così come deve essere da parte di una senziente,

una curandera sciamanica e yoghettara

sempre in armonia con le leggi temporanee del nostro amato universo,

quello che ubbidisce all’Amore del ferro e dello zolfo

e all’Armonia del maschile e del femminile,

ita Francuzzus dixit e cantò a perdifiato,

quasi a squarciapalle.

Carissima,

chiedi sempre di me a Empedocle di Agrigento,

quello della terra, dell’aria, del fuoco, dell’acqua.

Ma io appartengo al sole, alla luna, al vento,

ai monti di Venere e alle falci di Marte.

Cosa ti può dire un filosofo pazzo dell’energia,

del tutto che si trasforma senza essere mai creato?

Comunque e per farla breve,

breviter,

sappi che da me hanno portato via le alghe

e che adesso la spiaggia è pulita,

ma dietro ci sono le ciminiere della russa Lukoil

che sparano nel cosmo fetidi vapori di merda greggia.

Che furbi i siracusani!

Non bastavano la Sincat e la Rasiom,

la Montedison e la Esso,

si abbisognava di nuovo veleno per non morire,

alla Mitridate, se ben ricordi.

In compenso a tanta malora ti dirò

che Archimede sta bene

e d’inverno soffre di reumatismi

a causa del forte vento di tramontana

che gli sbatte i coglioni di ghisa,

come a suo tempo Lui fece con il miles gloriosus.

Anche se ci lasciò le palle,

ebbe le palle

e le mostrò alla comunità scientifica.

Oggi i siracusani sono di altra varia e variopinta pasta.

Tu non ti curar di lor quando vieni,

ma vestiti sempre con cura

e cura gli ignudi senza malizia e comunismo dei beni.

Ti stringo con una stretta di mano e nulla più,

come si conviene

e si costuma presso i tuoi popoli trogloditi.

Tienimi tra le tue cianfrusaglie fisiche e morali.

Mi firmo e mi distinguo: Salvuccio Lagrange Sinagra, detto Totonno.





Giardino degli aranci, 29, 11, 2023



IL BACIO DI SATURNO E DELLA LUNA

Baciami o Luna,

baciami o dolce Luna delle rimembranze e dei desideri

e dimmi in ciel che fai,

dimmi che fai giorno e notte sospesa nel vuoto

su un etereo appendiabiti firmato d & g?

Baciami come il mitico Arsenio Lupin

con intrallazzo e delinquenza,

con fascino e scioglilingua,

baciami con i pizzilli e le pizzocchere,

come se fossi un re della ristorazione di alto prezzo,

come se fossi un re di cuori di alto loco,

come se fossi un putinot di odoroso pollaio.

Io,

Saturno,

ho ragione da vendere e anelli da regalare,

da sempre girovago tra le miste Perseidi,

le rocce maligne della famiglia di Perseo

che si piantano nel tuo piatto di calamari osceni e fritti

quando meno te l’aspetti,

mentre giri gli occhi in libera uscita,

strabici che è meglio,

per guardare le gambe affusolate e succulente

della nuova cameriera valdostana,

la solita Charlene tutta bionda e tutta crucca,

quando orbito di gusto nelle notti d’agosto

dentro lo sciame di alghe profumate al kerosene

e intinte di plastica merlettata all’arsenico

insieme a quella graziosa gabbianella

e a quel gatto Coraggioso ferito nell’onore

perché tradito con un’altra gabbianella,

una questione femminile,

una vicenda materna,

una pulsione maternale,

robe da sante femministe:

io coverò le tue uova in tua assenza,

tu coverai le mie uova in mia assenza,

noi vinceremo la morte con l’istinto di vita,

noi useremo il gabbiano.

Sopravviveremo per altre cinquanta primavere

e noi due femmine per sempre amandoci,

feconde faremo le uova e le coveremo,

accudiremo i nostri pulcini senza papà

nell’irto costone delle montagne scozzesi

che precipitano su un mare

che sta morendo per il termosifone sempre acceso

nella tua camera da letto a marca doimo

e nel tuo azzurro bagno firmato richard ginori.

Cosa importa,

o adorata Luna,

se io sono razional glacial,

se in ogni stella non vedo nient’altro che il mal.

Tu,

solo tu sei quell’amore satellite

che mi sconvolse la vita sul cuscino

sin da quando ero un bel bambino.

Cosa importa

se adesso senza losanghe e ramingo per il cosmo io vo

e mi sbatto le palle polverose dell’oraziano

quem mihi, quem tibi finem di dederint.

Io razionale e tu battona,

io zoccoletto e tu magistra,

dammi solo tre parole per dirti

omnia munda mundis”.

Così lontani, così vicini.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 14, 08, 2022

IL SOGNO DI PENTEO

TRAMA DEL SOGNO

“Mia madre veniva a chiamarmi una notte, diceva che il popolo aspettava un mio discorso. E allora la stringevo forte, le dicevo che no, che non so farli, io, i discorsi.

Ma la mamma tra le mie braccia diventava sempre più fredda e sottile. Aprivo gli occhi e mi ritrovo abbracciato all’asta di un microfono che neanche riuscivo a vedere, tanto era alto. Si perdeva incontro alla luna. O forse era il microfono e sembrava la luna.

Come che sia, mi facevo coraggio, mi attorcigliavo attorno all’asta e cominciavo ad arrampicarmici sopra. Ma più salivo e più l’asta si faceva calda ed era come se le gorgogliasse dentro qualche umore bollente.

Fu quando vidi due grandi bocchettoni sputarmi in faccia un profumo bruciante che compresi: l’asta del microfono era anche la torretta di una caffettiera.

Mi lasciavo cadere nel vuoto, inseguito da un fiotto di caffè bollente, ma invece di sfracellarmi sul pavimento sono caduto su una distesa di cotone, senza rumore, come farebbe un petalo di gelsomino.

Mi sentivo come tra le mie lenzuola la mattina presto, quando non c’è nessuna fretta. Mi guardavo intorno, c’era ancora la luna – è una ficcanaso, la luna -, e attorno a me era cresciuto un muro candido a forma di anello.

Affondavo la testa nel cotone e da sotto i batuffoli sentivo come i rintocchi di una campana nascosta. Ma sì, ero dentro una pipa di marmo bianco, caricata con quintali di cotone caldo, e sotto di me cantava di lontano una campana.

Facevo in tempo a sentirmi a casa. Ma d’un tratto il cotone si faceva stopposo e scuro, diventava un cumulo di tabacco sfilacciato. Dovevo dimenarmi a perdifiato per stare a galla, cercavo l’aria boccheggiando verso il cielo, ma ecco, veniva giù un colossale fiammifero acceso e la sua fiamma era un groviglio di riccioli biondi.

Il tabacco pareva non vedesse l’ora di bruciare e fremeva mentre il fuoco veniva giù, sempre più giù!

Qui sono stato saggio e mi sono svegliato.”

Questo è il sogno molto creativo di Penteo.

CONSIDERAZIONE

Quando il sogno è una poesia, una lirica in prosa vestita, la ratifica dello scorrere e dello sciabordare della “libido”, un “ecoulement” dello “slancio vitale” fissato nelle parole improvvide e inopportune che bloccano e cristallizzano l’energia che, oltre l’uomo, muove nel cielo il sole e tutte le altre stelle.

Quando il Sogno richiama la Fantasia con tutti i suoi ghirigori e meccanismi, orpelli e processi, gioielli e figure, allora il Sogno è quel discorso tra me e me che non potrò raccontare agli altri, se non sciupando la magia di quel mio momento psichico che aspira a diventare universale in quel “breve eterno”, quando il Tempo si ferma sull’orizzonte del mare Ionio e lascia il posto a un’allucinazione di verità proveniente dalla prospiciente Grecia, la Grecia di allora e di quelli che raccontavano tra di loro le cose umane con il dire divino del vate e del poeta cieco che tutto rammendava e tutto nobilitava: il “contastorie”.

Il sogno di Penteo è la ratifica dell’Immaginazione al potere e della creatività umana quando sa di divino. In un piccolo uomo s’aduna quantunque in creatura è di bontade, non certo misericordia e neanche pietade, ma soltanto la complicazione dei giochi poetici istruiti con le semplici parole e innestati su un ceppo fantasioso di mandorlo in fiore nel mese di febbraio e nelle terrazze del fiume Anapo, quello che non si vede perché s’inabissa e che poi appare e scorre in mollicci argini dove i pastori lavano le “cavagne” di canna ancora odorose di ricotta.

Questo sogno si può interpretare soltanto in poesia, brano dopo brano, accento dopo accento, singulto dopo singulto, cazzata dopo cazzata e secondo le umane posture della Psiche e della Mente, mentre il Corpo, di certo, non sta a guardare in tanto rosso-scarlatto “bendidio”.

Che Tiresia e Omero mi tengano la mano sul capo!

Qualche nota mitologica su Penteo non guasta, tutt’altro, aiuta a concepire l’Olimpo intelligente e così umano, troppo umano, dei Greci, i nostri avi, quelli che s’imbarcavano senza essere poveri migranti e portavano là dove c’era la barbarie i loro prodotti culturali sopraffini. Penteo fu re di Tebe e figlio di Agave, colei che aveva calunniato la sorella Semele per quell’intesa sessuale truffaldina che aveva portato alla nascita di Dioniso. Semele era l’amante nientepopodimenoche di Zeus, il capo dei capi, colui che si era sbarazzato del padre Crono ed era assunto al trono del sempre nebbioso monte Olimpo. Dioniso, il figlio trasgressivo e della colpa, volle vendicare il torto fatto alla madre Semele dalla rognosa e moralista sorella Agave. La indusse a ubriacarsi, non a caso era il dio della balla e della controballa, il dio della variazione dello stato di coscienza, il dio della vite quando ancora il Prosecco era nella mente di Zeus e del governatore del Veneto. Agave ebbra e in estasi sbranò il figlio Penteo, re di Tebe, scambiandolo per un cinghiale o per un capro, come da rituale dionisiaco. A consapevolezza avvenuta, dopo la tragica estasi, la povera Agave si uccise per non vivere l’inestimabile dolore di madre tragica. Eros e Thanatos si abbracciano ancora nelle membra dell’infelice eroina. Penteo, quindi, rappresenta quel bigotto moralista e quel bacchettone leghista-clericale che si oppone alla diffusione degli scandalosi e immorali “riti dionisiaci” nella città di Tebe. Così lo pensò e ne scrisse in versi il tragico Euripide. Penteo è il simbolo della repressione della “libido” e dell’energia vitale, mentre Dioniso resta in eterno il sostenitore dei diritti del sistema neurovegetativo e dell’estasi orgasmica, della variazione e della caduta reversibile dello stato di coscienza. Per la precisione ricordo che Agave non era sola nel rito di sbranamento del figlio Penteo. La sfortunata madre, nel momento in cui fa prevalere il suo ferino essere femminile, era in compagnia delle altre donne seguaci del folle dio, le “dionisiache”. En passant ricordo che le feste greche per eccellenza e le più gettonate erano le “piccole e le grandi Dionisiache”. Sempre en passant ricordo le virtù terapeutiche dell’agave, in particolare quella di cicatrizzare e di alleviare il decorso delle scottature in associazione alle mille virtù minerali e antiossidanti. Il tutto in onore a una mitica donna sensibile oltremodo a se stessa al punto di negare la propria maternità e incapace di curare le sue ferite.

INTERPRETAZIONE

Mia madre veniva a chiamarmi una notte, diceva che il popolo aspettava un mio discorso. E allora la stringevo forte, le dicevo che no, che non so farli, io, i discorsi.”

Quanto sei importante, o Penteo!

Quanto sei narciso, o Penteo!

La madre Agave ti toglie dal buio della notte

per insegnarti a parlare

e tu ti neghi alle parole,

alle parole messe in fila,

alle parole che scivolano persino

lungo la lingua degli stolti e dei fanatici,

degli imbelli e degli inetti,

degli accidiosi e dei codardi.

Tu, o Penteo, vuoi restare senza parole,

senza doni per gli altri.

Figuriamoci se può interessarti il popolo.

Gli altri ancora non esistono per te.

Eppure, negandoti, stringi forte la madre

in un bisogno e in un desiderio di simbiosi.

Ma quando crescerai, o bambino di perla dorata?

Ma la mamma tra le mie braccia diventava sempre più fredda e sottile. Aprivo gli occhi e mi ritrovo abbracciato all’asta di un microfono che neanche riuscivo a vedere, tanto era alto. Si perdeva incontro alla luna. O forse era il microfono e sembrava la luna.”

Prima ti neghi a lei

e adesso ti stacchi da lei

nascondendo il tuo imbarazzo nella freddezza e nell’evanescenza.

La Fantasia non ti è amica

e la Ragione ti restituisce la bocca di un altro

che con le parole tende all’infinito

e ripete la tiritera antica del figlio innamorato.

Ma la madre scacciata rientra nella scena di un teatro sublimato

che fonde e confonde desiderio e passione

con le parole meccaniche, ancora una volta, di un altro.

Ah, la luna!

Ancora la luna.

Ma cos’è questa luna

che tutti invocano nelle liriche e nelle vie del centro

per parlare del Femminile e del Femminino,

per parlare di donne nei convegni asettici di ginecologia e ostetricia,

per parlare di donnine nei saloni profumati dei barbieri di una volta,

per parlare di sante negli altari e di streghe nei sabba,

per parlare dell’origine del Tutto.

La luna non parla,

guarda,

capisce,

sa e si addolora.

Come che sia, mi facevo coraggio, mi attorcigliavo attorno all’asta e cominciavo ad arrampicarmici sopra. Ma più salivo e più l’asta si faceva calda ed era come se le gorgogliasse dentro qualche umore bollente.”

Che fatica crescere!

Il coraggio premia i forti in cerca di certezze e di successi,

ma la sublimazione della libido non basta

e la masturbazione è a due passi dall’eiaculazione,

mio caro infante

che continui a parlare con le parole dell’altro,

che persisti nel salire in alto

e ti attesti nello scaldare il basso.

Cosa gorgoglia dentro di te?

Gli umori non sono stati d’animo,

sono liquidi vitali da non deviare in un binario morto.

Orsù,

prendi in mano il tuo destino

e con un moto d’impeto cavalca la rabbia

che hai in corpo

e portala sul monte Bianco

per sciogliere la neve

e gustare una pozione al dolce sapore di coffee.

Ormai è fatta,

ormai sei a due passi dall’orlo dello sboro,

de lo sborar, se ti garba l’infinito.

Fu quando vidi due grandi bocchettoni sputarmi in faccia un profumo bruciante che compresi: l’asta del microfono era anche la torretta di una caffettiera.”

Che confusione e che leggera follia tormenta

il bambino che non sa parlare

e che attende la forza del caffè a marca Dioniso

per prendere coscienza dell’asta che parla

e della torretta che sputa.

Le allegorie del membro e della masturbazione

sono servite in un piatto di rame greco antico

e sono intenzionate alla sempiterna figura materna,

a quella dea madre bramata come la polenta con gli osei

e misconosciuta dal pretendente ingrato,

da un figlio che non si chiama Edipo e neanche Sigmund,

da un figlio che si chiama Penteo.

Perché ti ostini a combattere Dioniso e il suo culto?

Sai che la follia è la punizione del dio per tanta colpa.

La madre e le Menadi ti sbraneranno

e le tue membra vivranno nel grembo delle donne invasate.

Il linguaggio del corpo è appassionato e bruciante.

Come parla bene il corpo!

Non si può, di certo, dire

che gli manca la parola.

Mi lasciavo cadere nel vuoto, inseguito da un fiotto di caffè bollente, ma invece di sfracellarmi sul pavimento sono caduto su una distesa di cotone, senza rumore, come farebbe un petalo di gelsomino.”

L’orgasmo alienante e il seme caldo accompagnano il rito.

Il dio bambino si lascia andare al dondolio dei profumi,

al rito del silenzio di una chiesa tibetana

e cade in una culla di petali afgani senza farsi male.

La regressione è ben servita,

mio caro bebè,

proprio quando si celebra l’età adulta.

Bontà del menarsi!

Altro che diventare cieco nella bocca degli infidi preti!

Bontà del traffico e del trafficare.

Bontà di un fiotto di caffè bollente

che cade senza far rumore,

come la neve nella val Brembana,

come il cotone nei fiocchi dei bambini

a riscaldare il verde prato delle speranze,

come un gelsomino che odora tanto di donna,

di madre civettuola che riempie la greppia dell’ampio seno

di fragranze esotiche e rinfrescanti.

Madonna quanto caldo fa stasera!

Mi sentivo come tra le mie lenzuola la mattina presto, quando non c’è nessuna fretta. Mi guardavo intorno, c’era ancora la luna – è una ficcanaso, la luna -, e attorno a me era cresciuto un muro candido a forma di anello.”

Finalmente ti sei accorto che non sei solo

e che prima eri con la perfida mamma

e adesso sei con una infida donna.

Le lenzuola odorano di fresco bucato

e avvolgono le membra odorose di un bambino innocente e perverso

che spia la luna che sorge sopra i canali

e che tramonta in mezzo ai mandarini marzaioli,

un infante che vuole richiudersi in boccia nella culla di una donna.

Quante lune esistono nel cielo dei bambini e degli adolescenti?

Tante quante sono i desideri di protezione

e i bisogni di possesso.

Dove ti trovi bel bambino

che adeschi le donne e carpisci gli anelli?

Tra le mie fresche lenzuola e senza fretta.

Un muro,

datemi un muro ancora per il mio regno

e io saprò farne una candida luna a forma di anello

per i giorni senza fine,

quando sarò senza di te,

mia cara madre,

in un mare tra le terre

che tende all’infinito le corde di questa mia vita agra.

Totem della mia tribù,

proteggimi dagli ignoranti con le gote a pagnotta

e dai malandrini senza arte e senza parte.

Così sia in saecula, saeculorum!

Affondavo la testa nel cotone e da sotto i batuffoli sentivo come i rintocchi di una campana nascosta. Ma sì, ero dentro una pipa di marmo bianco, caricata con quintali di cotone caldo, e sotto di me cantava di lontano una campana.”

Il mio battacchio affonda nella morbidezza della campana

e sento dentro il ritmo erotico del rintocco.

Caldo è il cotone dei batuffoli

dentro le carezze partorite con desiderio dalla testa,

mentre l’orologio scandisce il tempo e lo spazio,

il moto e la sosta

il sussulto del moribondo e il riposo del guerriero,

la strana agonia del malato immaginario.

Sono dentro una vagina vietata e calda

che vibra al suono di campana

dentro una marmorea pipa riscaldata dal sole d’estate

nella campagna di un indefinito paesaggio

fatto di maschio e fatto di femmina,

imprittato di Adamo e di Eva

nel correre vertiginoso di un calore

che si sposa volentieri con l’umidità dello scirocco

secondo le linee oblique di un desiderio

che sale verso le nuvole

e scende sul bianco marmo

della statua di Venere di Cnido,

quella firmata da un certo Prassitele di Atene.

Quale pipa ancora invocherai

per gabellare un androgino o un coito ben fatto,

o vecchio marrano di un bimbo mai cresciuto?

Facevo in tempo a sentirmi a casa. Ma d’un tratto il cotone si faceva stopposo e scuro, diventava un cumulo di tabacco sfilacciato. Dovevo dimenarmi a perdifiato per stare a galla, cercavo l’aria boccheggiando verso il cielo, ma ecco, veniva giù un colossale fiammifero acceso e la sua fiamma era un groviglio di riccioli biondi.”

O mamma, o mamma,

deh, come si sta bene con te

nell’illusione della libertà effimera

che gareggia nel cortile di un carcere barocco!

Perché adesso mi abbandoni sul Golgota insanguinato

tra cumuli di emozioni vissute, stoppose e scure,

tra grumi e torsoli di sangue rappreso?

Perché di tanto inganni il figlio tuo?

Nella culla di bianco rivestita piange un bambino

e l’aria si riempie del tanto fiato

consumato a invocare colei che non c’è.

Mamma, mamma, perché mi hai abbandonato?

Coraggio giovane,

suvvia impenitente bambino,

c’è un groviglio di riccioli biondi per te.

Boccheggia verso il cielo per un’ultima volta

prima di scendere dalle stelle,

o re del cielo,

ad acchiappare tanto ben di dio

con il tuo colossale fiammifero acceso.

Vai,

sdurrubbati,

sduvachiti!

Il tabacco pareva non vedesse l’ora di bruciare e fremeva mentre il fuoco veniva giù, sempre più giù!”

L’infanzia è passata

e la parola ha da arrivare nella stazione dei balbuzienti,

là dove gli autobus gareggiano

a sputare gli scarichi dei testicoli,

là dove fuoriesce il seme,

il degno patrimonio di ghiandole endocrine.

L’allegoria della masturbazione è finita,

vai in pace,

ma non in quella dei sensi,

perché la voglia di variare lo stato di coscienza è ancora tanta,

così come la frenesia di Eros brucia le sostanze

mentre i fremiti del membro in fiore

sputano lapilli e lava da un monte generoso in odor di vulcano.

Qui sono stato saggio e mi sono svegliato.”

Io che so,

io che ho sapore di me,

res venereae quae sapiunt,

quattro parole latine per coniugare i sensi,

mentre la coscienza non sta a guardare come le stelle

e pone fine al dolce e caldo idillio con te stesso.

Ricordati di divorare un pezzo del capro di Dioniso,

di sacrificare un gallo a Esculapio,

di offrire al dio del mare le tue vesti bagnate di naufrago,

di prendere l’ostia consacrata nei riti dei seguaci di Cristo.

In ogni modo… deo gratias,

rendiamo grazie a qualsiasi dio si profila

in nome di Gea e di Narciso.

RILIEVO

Il sogno di Penteo possibilmente si conclude con una polluzione, in pieno ossequio allo struggimento erotico che consente di classificare il sogno nella seconda fase del sonno REM. Quando il sogno si carica di tensioni neurofisiologiche dovute allo sviluppo della trama, il meccanismo di difesa della “conversione nel sintomo” risolve questo eccesso psicofisico nella conversione somatica di natura isterica per difendere il sonno. Ma l’effetto erotico spesso causa il risveglio.

LE ALLEGORIE

Il rituale erotico della masturbazione maschile con annessa eiaculazione si esalta mirabilmente in “Il tabacco pareva non vedesse l’ora di bruciare e fremeva mentre il fuoco veniva giù, sempre più giù!” e compone le seguenti figure retoriche: metafora, metonimia ed enfasi.

Metafora o relazione di somiglianza in “fremeva” e “veniva giù”, metonimia o nesso logico in “tabacco” e in “fuoco”, l’enfasi o forza espressiva in “sempre più giù”. Il meccanismo dei “processi primari” della “figurabilità” viene usato ampiamente dal lavoro onirico per rappresentare poeticamente gli atti della masturbazione e dell’eiaculazione.

CONCLUSIONE PROVVISORIA E NON SCIENTIFICA

Questa sperimentazione si può definire “Quando il sogno diventa anche la poesia di un altro”.

Cosa hanno in comune i due malcapitati, Penteo e il sottoscritto, nell’umana Storia?

Entrambi condividono da dormienti la creatività mentre sognano, ognuno con le sue storie e le sue memorie, entrambi con la matrice di tutte le poesie del tempo andato e del tempo presente: l’individualità della Bellezza si sposa con l’universalità della funzione onirica.

Giambattista Vico e Immanuel Kant sorridono nell’alto dei cieli, nella regione perenne delle certezze e lontani dai torsoli e dal sangue, come voleva e predicava il principe di Lampedusa, nonché duca di Palma, nel suo “Gattopardo”.

Alla prossima e sempre “in bocca alla lupa”, là dove si è amati e protetti almeno fino a quando non si diventa lupi.

IL MARZIANO

Il marziano veniva da Marte,

aveva occhi di ghiaccio e lineamenti barbari,

procedeva marziale come marionetta di bassa lega,

da opera dei pupi,

puparo e pupazzo

tra i suoi deliri sognanti,

tra i suoi sogni infranti sotto il sole dei soviet

quand’era residuo bellico di un missile oscuro,

infante malnato da grembo metallico,

uno sputnik sputato sulla terra dalla lontana luna,

lunatica anzichenon,

quasi selvaggia nel suo osceno luccichio di latta,

quella dello sgombro sott’olio di un carrarmato al computer.

E il marziano sognava con la m minuscola,

sognava,

sognava.

E sorrideva,

sorrideva,

sorrideva.

Se la rideva senza i baffi,

se la rideva di grasso e di fino

davanti al mondo attonito al nunzio,

un nunzio nunziato a suon di balbettii cirillici,

di sgraziate movenze inumane,

di tracotanti deliri risonanti di forbito acciaio,

un marziano della Improvvidenza,

brutto come la fame di gennaio,

non benedicente come il vento Libeccio,

di marmo quando si mescola alla Tramontana.

L’armi,

qua l’armi,

combatterò sol io,

procomberò davanti a un popolo che esegue,

che non obbedisce al duce,

che non esegue il capriccio del fhurer,

che ammazza quel padre ucraino,

che uccide il fratello russo,

che sconquassa i soviet di una volta,

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 24, 02, 2022

 

L’ALBA

Il cielo della notte

si sta aprendo

e le tenebre stanno sparendo.

Intravedo un fascio di luce.

Forse è il sole,

forse è la luna,

ma so che non è la paura.

Si sta alzando qualcosa…

cos’è…? una palla infuocata,

un cerchio rosso.

Ma no… E’ il sole,

quello che porta il buon umore durante il giorno,

quello che ci fa compagnia per tutte le ore,

quello che gira intorno.

 

Gregorio

 

San Donà di Piave, 05, 11, 2021

ORA E’ PRIMAVERA

Prima della prima luna piena.
Poi sarà Pasqua,
ma ora,
ora è primavera.
È primavera.
Ti ricordi?
Mi volevi bene,
forse mi amavi.
È primavera,
lo stupore continuo della rinascita,
una vera gioia in luogo di un sollievo
e che vuoi che sia
se l’inverno tenta l’impronta sui fiori del ciliegio,
ormai sta morendo
e noi veniamo al mondo.
Sei vestita di gemme nuove, oggi.
Nella mia testa fatta di fiori ti rinnovi.
Sbocci,
ti apri inaspettata,
luminosa,
ancora piena di vita e di parole,
odori di talco e di erba verde,
di olio di oliva,
di papaveri che non mi hai mandato mai,
di fiori d’aglio,
di fiumi sotterranei,
di cardi selvatici,
di amore regalato,
di versi recitati davanti alla maestra,
di vita furiosa che straripa gli argini dell’abitudine,
di donna.
C’è fuori una luna sdraiata
a metà di una stagione che non abbiamo avuto mai.
Sei vestita di bianco
come quando andavi incontro all’amore.
Sei la sposa.
Prima della prima luna piena.
Poi sarà Pasqua,
ma ora,
ora è primavera.

Sava

Carancino di Belvedere, 21, 03, 2021

MOI ET JACQUELINE

Cet amour non è il sentimento dell’altro,

è il mio sentimento,

quello che io ho inventato per te

e che è fatto così,

di tante cose e di tante movenze,

di tante note e di tanti ritornelli,

di tante sciocchezze e di tante leggerezze.

E’ bello come la luce

ed è bello come il buio,

è bello come il tempo

quando il tempo si ferma,

è brutto come il tempo

quando il tempo scorre.

E’ vero come te

quando sei felice,

è gioioso come te

quando sei contenta.

Questo amore trema di paura

come un bambino nel buio

e non indietreggia

come un uomo sereno nella luce.

Cet amour che faceva paura,

ti ha insegnato a parlare,

ti ha donato la potenza delle parole,

la gioia di impallidire e di arrossire,

il timore di tremare e di stare,

l’eccitazione di spiare e di manifestarti,

la voglia di braccare e di esporti,

il desiderio di ferire e di curare,

l’ansia di calpestare e di carezzare,

la pulsione di uccidere e di salvare,

il bisogno di negare e di affermare,

la capacità di dimenticare e di ricordare.

Questo amore non è una parte,

è un tutto intero

come il sole quando soleggia

e la luna quando è piena e quando è nuova,

quando hai paura che ti cade addosso

alzando gli occhi al cielo in una notte di luna.

Cet amour è vivo e sempre nuovo,

palpitante e caldo

come il cuore quando batte.

Questo amore ci segue e ci perseguita

come un rimorso assurdo,

come un andare e un tornare

senza dimenticare quello che hai visto,

quello che hai vissuto,

riaddormentandoti e risvegliandoti

senza soffrire,

senza invecchiare,

sognando la morte senza morire

e per riderci sopra da svegli.

Cet amour resta là,

piantato al suolo come un ulivo secolare

che ha tante storie

da raccontare agli amanti

nelle notti di luna piena

e nell’ora dei lupi mannari.

Questo amore non scende dalle stelle,

vive nelle stalle insieme agli asini testardi

ed è crudele come la nostalgia

che non sa ricordare quella carezza mai ricevuta senza soffrire

ed è tenero come un rimpianto o un’emozione pudica.

Cet amour è come Dio,

ci guarda sorridendo

e ci parla senza parole,

senza dire niente.

Questo amore si lascia ascoltare con timore e tremore,

con sussurri e grida,

con le preghiere dell’amato per lei,

con l’invocazione dell’amata per lui.

Cet amour non è mio,

non è tuo,

è dell’Amore,

è degli amanti,

di tutti quelli toccati quotidianamente nel corpo e nella mente

da un buon demone,

da un generoso messaggero del dio bendato.

O Amore,

fermati,

lasciati guardare,

contemplare,

restami addosso,

braccami,

non andartene

perché io non ti ho mai lasciato,

ricordami

perché io non ti ho mai dimenticato.

E, allora, tu non scordarti di me

che ho solo te sulla terra e dentro il cielo,

non lasciarmi morire,

lasciami vivere insieme a te

e lontano dai torsoli e dal sangue,

non importa dove,

non importa quanto.

Ricordati di dare sempre un segno di vita

nel Trentino così come in Sicilia,

nei freschi boschi di coccole aulenti,

nell’assolata campagna di nere more.

Sorgi a ogni alba

nella foresta della memoria e della speranza,

tra i muschi e i licheni,

inducimi sempre in tentazione

e non salvarmi mai dal Male.

Così sia.

Salvatore Vallone

Libera contaminazione di “Cet amour” di Jacques Prevert

Carancino di Belvedere 15, 01, 2021



A ENZO

Enzo è partito.

Ha infilato l’orologio nel polso sinistro,

ha comprato il biglietto nella stazione di Augusta,

è andato a Roma dai suoi amori.

Ha lasciato la biro su un foglio di carta,

sul tavolino del soggiorno:

sopra un bambino

che va sorridente a scuola con la cartella vecchia

e il panino imbottito di mortadella in mano.

Ha scritto parole semplici,

una stanza chiusa con dentro un mondo:

la primavera,

l’attesa,

la speranza,

la nostalgia.

Enzo è partito,

non come le tante volte,

come la volta fatale.

Il marinaio ha lasciato la barca a metà sul cortile di casa,

la poppa ancora da saldare

e la prua orgogliosa in cima ai suoi pensieri di ragazzo.

Saprà navigare anche questa volta,

saprà salpare verso un altro porto,

non Suez o Eilat,

il luogo delle sue paure e delle sue speranze di uomo dolce.

Enzo è morto

lasciandoci più poveri e più soli

nel nostro egoismo di sopravvissuti.

Omnia munda mundis, mondo cane!

Cura ut valeas, prezioso cugino mio!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 17, novembre, 2020

IL TEMPO

Cosa è il tempo…

il presente, il passato, il venire?

il levar del sole,

il biancor della Luna,

il manto sempre cangiante delle stelle?

Non puoi prendere il tempo,

non voglio il tuo tempo,

ma posso darti il mio tempo

a fermare la tua bellezza,

a fissare la luce del tuo sorriso

sempre immutato nel tempo,

a fare del tuo tempo

giorni di amore…

senza tempo.

Vincenzo Grillo

Augusta, primavera dell’anno 2019

MATERNITA’ E COLPA

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“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte: la strada che porta da casa sua a quella dei genitori.

E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.

Le viene intorno un cane piccolo color crema, che poi sparisce in quel buio. Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo.

Allora torna lì dove lo aveva perso di vista. E’ buio e la luna non c’è a farle  chiaro.

Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.

Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.

Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.

Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella strada di sassi.”

 

Il sogno di Martina è intenso e denso di sensi e di significati, di emozioni e di simboli, di ricordi e di traumi, di soluzioni e d’integrazioni.

Procederò con la decodificazione progressiva dei “segni” onirici portanti.

“Martina si trova in una strada di sassi in piena notte”.

L’esordio del sogno attesta di uno stato crepuscolare della coscienza e di una situazione psichica “d’interiorità intima”: si profilano vissuti personali di un certo spessore e di una certa delicatezza. La strada con i sassi indica una situazione esistenziale difficile in cui Martina è chiamata a deliberare e a decidere.

“La strada che porta da casa sua a quella dei genitori”, dall’attualità e dal presente al passato e a ciò che è stato vissuto, condensa una “regressione”.

Uso il termine “regressione” non in senso di “processo di difesa dall’angoscia”, ma in senso esclusivamente temporale. Martina torna indietro nel tempo, magari stimolata dal “resto diurno”, da un ricordo occasionale o da un incontro fortuito o da un fatto insignificante che sfugge alla sua coscienza e alla sua riflessione.

“E’ buio, ma Martina è colpita dalla luna bellissima che le fa chiaro lungo il percorso.” La strada è di sassi, ma la “luna bellissima” accompagna Martina in questo suo conflitto o meglio in questo suo “ritorno del rimosso”. La luna è un classico simbolo femminile, una femminilità nella sua globalità e interezza, dal versante buono al versante cattivo: la luna nuova e la luna nera. Oltretutto la luna è bellissima per attestare che nel sogno è coinvolta la femmina Martina e la femminilità di Martina: il buio della piena notte e il chiaro della luna, una sintesi simbolica globale e meravigliosa dell’universo psicofisico femminile. C’è tutto in questa sintesi: la maternità, la seduzione,  il ciclo mestruale, la sensualità, la sessualità, il sistema neurovegetativo non dissociato dal crepuscolo della ragione.

“Le viene intorno un cane piccolo color crema”: alla femminilità si associa l’esser femmina e la maternità. Il “cane piccolo” rappresenta l’oggetto vivente dell’amore materno, la “traslazione” o lo “spostamento” del figlio. Il “color crema” evoca la pelle e il calore affettivo, le carezze e le premure materne.

Ma la maternità e l’amore materno subiscono una pesante frustrazione: il cane piccolo “poi sparisce in quel buio”. Sparire è un brutto “fantasma di morte”, condensa l’impossibilità affettiva e la drasticità della fine, l’angoscia depressiva della perdita e dell’abbandono materno. Così leggo nel mio personale dizionario dei simboli onirici. Il “fantasma di morte” è aggravato dal “buio”: dimensione psichica profonda e meccanismo di difesa dall’angoscia della “rimozione”, colpa e male, assenza di coscienza e di razionalità.

“Martina arriva a casa dei suoi e pensa a quel cane che è solo”: “ritorno del rimosso” e “riedizione del trauma”. La “rimozione” è il meccanismo principe di difesa dall’angoscia e funziona relegando nel “dimenticatoio” il materiale psichico ingestibile dall’”Io”. Il “ritorno del rimosso” è dovuto al mancato funzionamento della “rimozione” e al conseguente riemergere alla coscienza  del materiale, per l’appunto rimosso, insieme alle emozioni collegate. Martina aveva rimosso il trauma del piccolo “cane che è solo”, ma quest’ultimo riemerge con tutto il suo carico emotivo e si presenta in forma adeguatamente camuffata in sogno. Si deve ulteriormente rilevare la benefica funzione catartica del sogno.

Martina “allora torna lì dove lo aveva perso di vista.” E’ chiarissimo il “contenuto manifesto” e il “contenuto latente”: il trauma è tornato alla memoria e alla coscienza.

“E’ buio e la luna non c’è a farle chiaro.” Martina si trova in piena crisi perché non riesce a razionalizzare il trauma che le è piombato addosso senza avere avuto la possibilità di prepararsi per rielaborarlo. Il “buio” simboleggia l’assenza di coscienza razionale e la dimensione psichica cosiddetta inconscia. Il “buio” è piombato nella sua dimensione femminile:”la luna non c’è a farle chiaro”. Martina ha litigato con la sua “luna”, la sua femminilità, la sua femmina, la sua maternità. Si profila questo trauma nel passato di Martina e precisamente quando era figlia in famiglia.

“Martina non ha paura e continua a chiamare quel cane.” Martina persiste nel tentativo di assolvere il senso di colpa di aver abbandonato al suo destino di solitudine il “cane piccolo color crema”: riparazione del trauma in grazie all’istinto materno. L’assenza di paura attesta della rassegnazione legata a un’esperienza  vissuta, per cui Martina sa che non troverà il “cane piccolo color crema”, ma esprime il bisogno legato al suo universo desiderante e sempre nel tentativo di assolvere quella che vive come una colpa.

“Decide di chiudere gli occhi e di tornare a casa dei suoi, dal momento che la strada la conosce a memoria perché la faceva sempre da piccola.”

“Chiudere gli occhi” equivale a un disimpegno della coscienza, a un non voler vedere in faccia la realtà dei fatti, a una “rimozione” del trauma. “Tornare a casa dei suoi” equivale a rivisitare il luogo e il tempo del trauma, rafforzato dal fatto che la sua vita in famiglia la ricorda bene perché è stata vissuta intensamente nel bene e nel male.

Mi ripeto soltanto per confermare la funzione dei meccanismi psichici di difesa: il trauma è riemerso perché la “rimozione” non ha funzionato in riguardo a quel trauma. Quest’ultimo è stato scatenato da un evento fortuito o da un’associazione mentale e allora si è verificato il “ritorno del rimosso” con la rappresentazione o l’immagine del trauma e l’emozione collegata.

“Alla fine della strada di sassi Martina sente con le mani che davanti c’è una tenda e la sposta sempre con le mani.”

Alla fine del travaglio c’è il trauma nel simbolo della “tenda”: la madre e la maternità nella sua componente sacrale. Sentire e spostare con le mani la tenda attesta dell’istinto materno e della “rimozione”, entrambi esenti da riflessione razionale. Martina non ragiona, ma si emoziona sul tema della maternità e la rimanda, la dimentica pur sentendo la spinta pulsionale di natura organica e psichica.

“Non ha paura e si dice “sei arrivata” e si chiede cosa fosse quella tenda in mezzo a quella stradina di sassi.”

E’ tutto passato, l’esperienza è stata rivissuta in sogno e si può nuovamente comporre. Adesso Martina sa il significato profondo della” tenda”, la madre e la maternità, in rievocazione di quel travagliato momento della sua vita di adolescente.

 

Basta la frustrazione di una gravidanza o una mancata maternità per scatenare questo sogno. Basta che uomo e donna discutano sul tema della paternità e della maternità, perché si presenti il “fantasma” in riguardo all’essere stato figlio, il come uomo e donna si sono vissuti da bambini in seno alla famiglia. Esistono altri fattori più traumatici legati a esperienze drastiche che aspirano a essere considerati clinicamente. Il sogno di Martina attesta della delicatezza dell’argomento maternità nella psiche di una donna o meglio nella “borsa di una donna” come recita una canzone di musica leggera, non tanto leggera in questo caso.

 

La prognosi impone a Martina di considerare il “ritorno del rimosso” e di approfittare per un’adeguata e decisa presa di coscienza: razionalizzazione del trauma o della frustrazione. Il sogno è sempre un buon alleato perché non mente anche se racconta le storie in maniera camuffata per non angosciarci e farci dormire.

 

Il rischio psicopatologico si attesta nella variazione d’umore collegata al persistere del “ritorno del rimosso” e soprattutto nelle tensioni collegate e congelate a livello profondo, in quei settori della psiche che contengono tutti i vissuti che non si possono tenere nella dimensione cosciente. Queste tensioni in eccesso ritrovano il loro equilibrio turbato nella “conversione isterica” e nella “formazione di sintomi”. In ogni caso viene sensibilizzato anche il tratto depressivo della “formazione reattiva”, il carattere per la precisione. Martina non deve essere vittima della tirannia del “rimosso”.

 

Riflessioni metodologiche: un riepilogo sul meccanismo di difesa della “rimozione” è opportuno. Di poi, sintetizzerò il cosiddetto “istinto materno” e il significato psico-antropologico della “tenda”.

La “rimozione”è il meccanismo di difesa principe e nobile riscontrato da Freud nella sua pratica clinica come causa delle psiconevrosi isteriche e di poi elaborato per giustificare la cosiddetta scoperta dell’”Inconscio”. In realtà di “Inconscio” avevano parlato i filosofi sin dal tempo del greco Anassimandro a partire dal quinto secolo “ante Cristum natum”, del tedesco Leibniz e dell’ancora tedesco Shelling e di altri filosofi di varia nazionalità. Si distinguono tre livelli operativi.

La “rimozione primaria” è il residuo arcaico, individuale e collettivo, di rappresentazioni disturbanti non coscienti, come la “scena primitiva”, la “colpa” e la “seduzione”, che costituiscono di poi punti di fissazione per le rimozioni successive.

La vera “rimozione” consiste in un processo attivo dell’”Io” che mantiene fuori dalla coscienza le rappresentazioni inaccettabili per semplificare la vita corrente. La “rimozione” da parte dell’”Io” si attesta nel relegare a livello profondo rappresentazioni angoscianti. In quest’operazione di difesa  le istanze del “Super-Io” e dell’”Io” sono alleate nel disattivare la memoria da questi vissuti angoscianti inconciliabili e incompatibili con l’equilibrio psicofisico .

Il “ritorno del rimosso”, la fuga dalla “rimozione” delle rappresentazioni sottili e delicate, può essere utile e funzionale come nel sogno e nei fantasmi o imbarazzante come nei “lapsus” e nelle “paraprassie”, le false azioni, oppure può essere patologica come nei sintomi nevrotici che testimoniano del fallimento reale della “rimozione”. Al suo mancato funzionamento e al “ritorno del rimosso” si attribuiscono i fenomeni isterici, le inibizioni, le ossessioni e l’impoverimento psichico in generale. Il processo consiste nel disinvestimento delle rappresentazioni angoscianti e nel successivo controinvestimento dell’energia pulsionale disponibile in rappresentazioni autorizzate. Freud riteneva inizialmente che la “rimozione” fosse la causa dell’angoscia, di poi dimostrò che è l’angoscia a creare la “rimozione”.

Passiamo all’istinto materno. Può essere definito come la rappresentazione fantasmica della psicofisiologia genitale femminile, il modo di vivere la “libido genitale” e di sentire il corpo nel suo essere materno. Istinto materno è il complesso delle fantasie in riguardo al corpo, nello specifico l’apparato sessuale femminile, che di poi viene inquadrato e organizzato dalla mente. Tali vissuti si incamerano durante la “posizione edipica” e la “fase genitale” degli investimenti della “libido”, si fissano nell’identificazione nella madre e nell’acquisizione dell’identità femminile e si evolvono nell’adolescenza con la pubertà e la maturazione genitale.

Passiamo alla “tenda”. Il significato antropologico della “tenda” presso la cultura degli indiani americani, i cosiddetti “Pellerossa”, si attestava in una simbologia materna e in una forma di extraterritorialità. Chi, maschio ovviamente,  commetteva un reato e si rifugiava nella tenda della donna anziana della tribù non poteva essere catturato, perché il luogo godeva dell’impunità. Questa è memoria, perché la cultura dei Pellerossa è stata mirabilmente distrutta o relegata a coreografia turistica. In compenso ricordo che nella simbologia archetipale, universale e primaria, la “Madre” assolve le colpe dei figli in base al suo codice fusionale, al di là della “Legge del Padre” che invece condanna ed esige l’espiazione della colpa in base al suo codice dirimente.

Maestro nella decodificazione dei simboli universali e culturali è stato Karl Gustav Jung, collega di Freud e della prima psicoanalisi e di poi dissidente e fondatore della “Psicologia analitica”, semplicemente un grande per la sua vasta formazione e per la sua capacità di sintetizzare le varie conoscenze in una valida teoria. Senza il suo contributo oggi sapremmo poco sul fenomeno psicofisico del sogno. Invito a leggere il suo testo “L’uomo e i suoi simboli” per una prima introduzione alla “Psicologia analitica” e al tema del significato profondo dei sogni.

IL  RICONOSCIMENTO  DELLA  MADRE TRA  ANDROGINIA  E  SOPRAVVIVENZA

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“Anna sogna di trovarsi di notte in un luogo illuminato soltanto dal riflesso della luna.

Davanti a lei c’è un canale sommerso dall’acqua che straripa e allaga i campi.

Anna vede soltanto il riflesso dell’acqua, ma sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti e che fungono da passerelle.

L’acqua scorre impetuosa e Anna cammina velocemente sopra il

muretto-passerella destro seguendo il flusso forte della corrente.

A un certo punto si rende conto che deve tornare indietro e per risalire il canale deve spostarsi a sinistra e poi saltare a destra: così di continuo. Comincia a saltare a sinistra e a destra e riesce a farlo bene. Per un tratto vede suo figlio che risale il canale insieme a lei, ma dopo non lo vede più.

Risale la corrente con l’angoscia di cadere dentro l’acqua e di annegare.

Ma vede che ce la fa facilmente e che è semplice e divertente saltare a  sinistra e a destra.

Anna è contenta e soddisfatta di se stessa.”

Si prospetta l’interpretazione di un sogno veramente funambolico, non solo a livello dinamico, ma anche a livello simbolico dal momento che le condensazioni sono precise e di vasta portata; alcune hanno una valenza di “archetipi”, sono simboli universali che vanno al di là dell’elaborazione  culturale e individuale, altre sono ad ampio spettro perché includono temi culturali e filosofici. Si tratta nello specifico dei simboli della “acqua”, della “destra”, della “sinistra”, della “luna”. E’, inoltre, sorprendente come il sogno di Anna riesca a camuffare la figura materna e la psicodinamica collegata all’universo femminile con una simbologia assolutamente naturale: “l’acqua” e la “luna”. I simboli sono attinenti per diversi aspetti e per alcuni attributi.

Il sogno di Anna si può definire “come riconoscere la madre” nella fase finale del complesso di Edipo e mostra la dialettica madre-figlia senza trascurare le paure e le angosce che si accompagnano all’emancipazione relazionale e all’autonomia psichica.

Il sogno contiene ancora una caratteristica importante che si può definire “come si risolve il complesso di Edipo in una dimensione di sopravvivenza”: una forma di onnipotenza nell’andare sopra la vita. ”L’acqua scorre impetuosa e Anna cammina velocemente sopra il muretto-passerella destro seguendo il flusso forte della corrente.” Il sogno di Anna è coniugato al femminile e, oltre al funambolismo, presenta i caratteri acrobatici della magia. “Anna vede soltanto il riflesso dell’acqua, ma sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti e che fungono da passerelle.” Trattasi dell’illusione ottica di camminare sulle acque da parte di un eventuale ingenuo spettatore e della consapevolezza di Anna del sostegno determinante dei muretti. Inoltre, Anna,  per risalire il canale, “comincia a saltare a sinistra e a destra e riesce a farlo bene.” Questa è la potenza plastica della “figurabilità” del sogno che supera i limiti della fisica gravitazionale e fa gridare al miracolo. Quanto meno Anna in sogno si permette delle gesta ginniche che nella realtà sono molto improbabili.

Il sogno di Anna si può, in ultima istanza, definire nel suo oscillare a destra e a sinistra come la dialettica psichica tra la “parte maschile” e la “parte femminile”, altrimenti detta “androginia psichica”, che per la sua prima formulazione ci riporta al “Convito”, un delizioso dialogo del grande Platone datato quarto secolo “ante Cristum natum”. Vi invito a leggerlo e nel caso specifico si tratta della parte VI, il discorso di Aristofane.

Partiamo con l’analisi del sogno estrapolando i simboli dominanti. Il sogno si svolge “di notte” a testimoniare che la coscienza è obnubilata. Anna è in uno stato crepuscolare, in una dimensione interiore e intima: al tema del sogno, che di per se stesso sviluppa l’interiorità, si associa anche l’atmosfera psichica di abbandono al sonno e al sogno, di disimpegno dalle mille attività della giornata, di riflessione su se stessa. Non basta la notte a connotare la scena onirica, ma si aggiunge come rafforzamento la fievole e bianca luce del “riflesso della luna”. La “luna” è il classico simbolo dell’universo femminile e nello specifico del ciclo mestruale, ma condensa anche il fascino e la seduzione nelle espressioni più crudeli. Si pensi alla “licantropia”, al tema favolistico del “lupo mannaro”, al delirio legato alla visione della luna piena e all’angoscia innescata dalla luna nuova. Quando è luminosa, la luna non contiene la “parte negativa” del fascino e della seduzione femminile, quella che, invece, contiene la “luna nera”, la luna nuova, quella minacciosa e infida che si sa che è in cielo ma non si vede, quella che guarda dall’alto e si nasconde agli occhi atterriti del povero maschio. Questa fase lunare condensa la “parte negativa della donna” in quanto minaccia il maschio nella sua virilità con la sua seduzione subdola, castrante e addirittura mortifera. Si richiamano a tal uopo i miti in riguardo a Lilith, alle sirene, alle maghe, alle streghe, tutte figure femminili improntate a tremendo danno per l’universo maschile soltanto perché portano il maschio alla perdizione con le lusinghe carnali, con le magie psichiche, con la decerebrazione, con la malattia mortale e con l’asportazione traumatica del membro. Ovvio che questa cultura è stata elaborata dai maschi sin dal tempo antico, a testimonianza del terrore che incuteva la femmina, più che la donna, con l’angoscia di castrazione collegata alla recettività sessuale del suo corpo e soprattutto con l‘angoscia collegata alla prorompente sessualità, così diversa da quella maschile e così impegnativa per il maschio. Nel sogno di Anna la luna è luminosa, quindi è femmina e seducente e fa da degno contorno coreografico al teatro femminile in cui si svolge la psicodinamica. La notte e il paesaggio oscuro, inoltre, condensano la femminilità neurovegetativa, l’intimità, la seduzione, la caduta della vigilanza e della razionalità, la creatività, la fantasia, i meccanismi del “processo primario”, proprio quelli che elaborano il sogno.

Procediamo con l’analisi.

Davanti ad Anna c’è “un canale sommerso dall’acqua che straripa e allaga i campi”. Il “canale” nella  sua funzione di regolamentare l’acqua ha una valenza maschile di natura logica e impositiva, mentre l’acqua è un attributo simbolico dell’archetipo “Madre”. Il simbolo femminile dell’acqua è dominante nel sogno di Anna in maniera direttamente proporzionale alla sua forza e alla sua potenza. L’acqua è regolata dal canale in cui impetuosa scorre, ma straripa e allaga il territorio circostante. L’acqua è l’elemento classicamente associato alla vita per la fertilità della madre terra e per il feto che naviga nel liquido amniotico durante la gravidanza. Va considerato che la donna forgia la vita nel suo grembo secondo il registro biologico del sistema neurovegetativo ed endocrino. L’acqua rappresenta, inoltre, l’energia vitale, lo slancio vitale, la forza irresistibile della natura, il sistema neurovegetativo, la “libido” di Freud depurata in parte dalla valenza sessuale e arricchita di una valenza energetica, il principio cosmogonico del primo filosofo greco, Talete.

Simboli maschili sono il canale con gli argini che non si vedono e la “destra”.

Rappresentano la direttività e la razionalità legate all’universo maschile. Ma la femminilità del sogno è anche direttiva e precisa. Anna coniuga la parte fallico-narcisistica introducendo nel sogno la sua parte maschile introiettata quando da bambina si viveva in attesa che si evidenziassero i caratteri sessuali. Anna “vede soltanto il riflesso dell’acqua”, è attratta dalla sua femminilità e dalla figura materna sopra cui cammina nella parte destra e seguendo il flusso della corrente. Anna domina la scena ed è padrona della sua psicodinamica, dal momento che va verso “destra” e procede sicura sopra il muretto dell’argine del canale: ”sa che ci sono le sponde sotto forma di muretti che fungono da passerelle”. Va giù di corsa con impeto e sicurezza nel giostrarsi con la sua femminilità e con la figura materna. L’identificazione ha avuto buon fine ed è arrivata all’identità psichica femminile con quel tratto maschile di impeto e di sicurezza. Fino a questo punto la parte progredente del sogno.

“A un certo punto si rende conto che deve tornare indietro”. Anna ha la consapevolezza di aver osato tanto e deve rivisitare, più che regredire, le sue conquiste saltando a sinistra e a destra, da una sponda all’altra del canale. Anna torna indietro a rafforzare la sua identità per l’insorgere di una normale paura di se stessa e della sua sicurezza. Del resto, il sogno di Anna ha visitato la madre e adesso deve rassodare le sue conquiste. Il figlio l’accompagna, ma Anna non ha un conflitto con la sua maternità, per cui può lasciarlo e non lo vede più. Si è soltanto ricordata che anche lei è mamma come la sua mamma. Il saltare a sinistra e a destra vuole attestare la completezza dell’ essere umano nella “androginia psichica”. Ogni persona, al di là del suo sesso biologico, a livello psichico possiede ed esprime quelle che simbolicamente si definiscono “parte maschile” e “parte femminile”, la parte razionale e la parte emotiva, la parte affermativa e la parte remissiva, la parte fallica e la parte recettiva: attributi del corredo psichico ascritto simbolicamente all’universo maschile e all’universo femminile. Nel rivisitare se stessa Anna mostra in sogno tutta la sua umana consistenza, l’angoscia di cadere nell’acqua. La femminilità ha un peso e un costo per essere portata in giro una volta libera dall’invadenza della figura materna. E’ questa la valenza edipica nell’ultima fase, il riconoscimento della figura materna per affermare se stessa come femmina. Si presenta l’angoscia di essere fagocitata dalla madre, di non riuscire a liberarsi dal possesso della figura materna. Anna ha fatto la sua ribellione alla madre per affermarsi come persona e ci è riuscita perché ha vissuto la madre come l’altro da sé e non necessariamente come una matrigna o una strega, la “parte negativa della madre”.

E’ semplice e divertente risalire e non regredire. E’ come se fosse il rafforzamento di una presa di coscienza. Anna sa di sé e della sua femminilità e si è riscattata dalla madre. Anna è appagata. Magari in sogno si è spaventata, ma dopo ha risolto anche la paura e ha rivisto la sua emancipazione e la sua autonomia psichica. Bisogna vivere la madre nella sua sacralità e nella giusta dimensione psichica e non come un ostacolo all’affermazione. L’identificazione si è risolta nell’identità, per cui ”Anna è contenta e soddisfatta di se stessa.”

La prognosi impone ad Anna di godere delle sue conquiste psichiche e di rafforzare il suo rapporto con la madre con una finalità generosa dopo aver tanto ricevuto. I genitori anziani vanno adottati dai figli e non depositati dolcemente in case di riposo, i nuovi “lager”. Anna deve portare avanti la sua autonomia con un intento donativo.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” al conflitto con la madre per l’insorgere di un bisogno di dipendenza psichica a causa di una crisi affettiva. Consegue la caduta della qualità della vita con sintomi psicosomatici da psiconevrosi edipica.

Riflessioni metodologiche: il sogno di Anna induce a parlare sul destino del complesso di Edipo, in particolare sul tema se si risolve del tutto o se si trasforma. La risposta immediata è che il complesso di Edipo, meglio il paradigma edipico, non si risolve mai del tutto così come si prospetta nella teoria psicoanalitica e così come si propone ogni genitore e ogni figlio. La relazione edipica si può proiettare sui figli e capovolgere da parte dei genitori sotto l’incalzare dell’angoscia di morte legata all’evoluzione del tempo e all’involuzione organica della vecchiaia. Come si manifesta? Facilmente un padre e una madre non vogliono fare a meno del possesso del figlio o della figlia. Oltretutto nella senescenza i genitori hanno bisogno di essere serviti e mantenuti. Si generano in tal modo conflitti tra genitori e figli, tra famiglia d’origine e famiglia di nuova formazione. E’ famoso il mito della suocera cattiva. Non sono soltanto i figli che devono risolvere il complesso di Edipo, ma anche i genitori che si ritrovano a vivere quello che hanno già vissuto al loro tempo con i loro genitori. Si ripete la storia della “Nutella”: la nonna la dava alla mamma, la mamma la dà alla figlia, la figlia la darà a sua figlia e così nel tempo che sarà: una “coazione a ripetere” della squisita crema al cacao e alle nocciole da spalmare sugli affetti familiari. Ma, attenzione al diabete!