LUCIA

Lei abitava nella via delle maestranze

di una città disoccupata e negligente

al numero civico settantadue

e oscillava come un pendolo

tra un balconcino e un terrazzino

per non farsi notare dal suo amore segreto.

Lucia era cristiana

e aveva gli occhi azzurri e scagliati di verde,

frequentava la chiesa sotterranea della Giudecca,

studiava latino e greco presso il Liceo del conte Gargallo

in via dei Mergulensi al civico sempre settantadue.

Un bieco assassino scaricò la sua furia omicida

sul suo corpo adolescens e segnato dalla verginità.

Ah, se avessi accettato il mio anello nuziale!

Oggi io non sarei cieco e tu una santa.

Salvatore Vallone

Harah Lagin, 13, 12, 2023

 

IL NUOVO NOVECENTO

Poeta,

porti sulle spalle la tua Siracusa e il tuo Veneto,

la tua Milano grigia e sputtanata,

la storia di Lucia e della Pia

in questo purgatorio senza uscita.

Io leggo

ed è come se fossi seduta in un museo

ad osservare un incanto appeso al muro.

Ho detto al custode di lasciarmi stare,

di chiudere

e farmi rimanere,

perché avevo una lama conficcata

tra il cuore e la panca di pietra.

Mi piace tanto quello che scrivi

e mi piaci tantissimo quando scrivi,

aggraziato e rude come il nostro Novecento.

Tutto è così acceso e moderno,

oggi,

luci nuove e nuovi argomenti.

Io ascolto con attenzione

e distrattamente attendo

che si allunghino le giornate,

senza credere fino in fondo

che basti ad una vera comprensione.

La mia natura sarà sempre legata a ricordi di stagioni

che nascono nel freddo e nel buio delle mie latitudini.

Nascevo nell’approssimarsi dell’inverno,

neve bianca frammista al latte del mio nutrimento:

non si dimentica la cornice

che inquadra il seno di una madre.

E tu,

tu che mi abiti nel cappotto di astrakan,

caldo collo,

abbraccio.

Mi scrivi nell’ora della noia,

so anche questo.

Io non temo le intemperie del tuo carattere incostante;

la tua voce argentina nella corte di uno sgangherato palazzo

mi arriva come un vento,

a volte una folata,

altre un alito così lento

che basterebbe mettere le mani a conchiglia

per tenerlo dentro.

Siamo tre giorni in un inverno

e per me il futuro esiste sempre.

Carpe diem,

ogni domani sa diventare un oggi.

Sabina

Trento, 13, 12, 2021


IL 7 DI MAGGIO

Il 7 di maggio che dirti io ben so

in questa piazza barocca per aristocratica nomea

e baroccata dai mercanti in fiera,

in tonaca e in divisa,

c’è la santa vestita d’argento,

c’è la vergine senza carne e ossa,

c’è la memoria di una giovane donna,

c’è la banda cittadina

che incolta sbareghea in funesta allegria.

Le campane suonano a festa,

din don dan,

sussurrano prega,

dan don din,

sussurrano affidati,

c’è un cieco tra i turisti osceni

che soffocato grida:

sarausana iè”.

C’è sempre un qualcuno

che recita salmi senza i sarausani

e non è il sindaco tricolore.

Lucia, Lucia,

dolcezza immane dell’anima mia,

vergine e non madre,

sollevami da tanta inumana miscredenza,

liberami dal peccato di non averti amato.”

Salvatore Vallone

Piazza Duomo, 07, 05, 2023, ore 12,02

POESIA IN FA MAGGIORE

Adorata e fermentata Antonia,

mia Antonia indorata e fomentata,

pillola agognata e nutrimento ad hoc

per i crudi nel cuore e nelle carni,

è Fernando che ti scrive,

il tuo Fernando,

Fernando il Savio,

nostromo dell’Hispaniola e Re di tutte le Hispanie,

e ti parla come il Grande Giovanni

di quel Tempo che verrà,

l’annunciatore in tv e in press

dell’avvento dell’Apocalisse

e del ritorno del Verbo

per mietere il loglio

e fare finalmente un buon pane di casada

con il nostro grano quotidiano,

un Fernando Giovanni che non sa chi tu sei,

chi ti ingloba

e ti satolla tra le sue spire vitali,

chi gode dei tuoi ardenti baci

e compra le tue cartoline libiche,

di quella Libia che non c’è più

e dove ancora dorme mio fratello Giovanni,

non quello di Ugo,

quello di Salvatore,

un Fernando Giovanni che ben sa sulla sua pelle

quanto di giorno tu turbi i sonni miei

con i deliri quotidiani di tante vere e vane verità,

russe e non russe,

antirusse e filorusse,

condite con le mille vanità di journal et journalistes,

con le pose antiche di Senechi e di Seneche

in attesa della volontà perversa di Nerone

durante l’ultima sciocchezza quotidiana

inferta allo schermo lucido di rate senza interesse,

con le movenze truffaldine di una Mafalda in ghingheri,

di una donna che non so chi sia

quando si sposa con il turpe Narciso

e si accoppia con le sue mille bellissime immagini.

Io non so chi tu sei,

ma Tosca mi sembri dalla tua favella del tempo di mezzo,

in questo Mare di mezzo alle Terre emerse e scomparse,

in questo Atlantide crollato dopo l’ultima barzelletta sui caramba

recitata agli amici dal Puffo Paffo inpiduato,

la rovina d’Italia postcraxista e pulita nelle mani,

pur sempre ricca d’ignoranza e di ignoranti,

di netturbini imboscati e di spazzatura immobiliare,

Tosca tu sei

e vieni dalla regione aulica dove il Sì suona,

dove si posa e si deposita in quella favella disonesta

alla qual, forse, io fui troppo molesto e maldestro,

nonché inetto, indolente, accidioso, incurioso.

Ma se le mie parole esser dien seme

che frutti infamia alla tua persona,

mi vedrai urlare e lagrimare insieme

e insieme alla premiata ditta Pippo & Paolo

in quel paese in cui la nonna Pina,

famosa con i caroselli danteschi

e fumosa con le sue mannaie di terracotta,

ancora impasta le tagliatelle con la farina dell’Ucraina,

dove ancora ti danno del tu e del ti

insieme a un maschio e una femmina a volontè,

come democrazia rousseauiana vuole

e impone con tanto di gentilezza e di buona crianza.

Adorata e crogiolata Antonia,

non curare la mia punteggiatura,

non emendare la mia eccelsa Logica,

non censurare i miei sensi e controsensi,

io sono vittima insana di dissennatori acuti e persistenti,

piacciati di restare in esto loco,

piacciati di liberare le affannate anse

che divulgano quelle verità umide

che si nascondono tra le tue sapienti cosce,

sempre disposte a non far niente con un maschio,

come le donne fasciste di quella volta in cui

io provai a chiedere un contatto del mio tipo.

Ebbene,

mia cara Lucia,

tu mi hai respinto,

mi hai bocciato,

mi hai scartato,

quella volta tu mi hai respinto, bocciato, scartato.

Allora e soltanto allora mi hai detto

che tuo zio abitava da quelle parti

e che, se ti avesse visto con un giovane ragazzo lindo e savio,

ti avrebbe ucciso insieme a lui

per la quotidiana e normale pratica della violenza

in quel mondo di terroristi malvagi,

di uomini poveri in camicia di un tetro colore

e di donne in cammino chirurgico

verso la maternità di un maschio migliore.

So che sei rimasta incinta di un mio bel pargoletto

durante quel san Lorenzo che ti ha portato in cielo

tra le mille e mille fiammelle fatue di un cimitero extraterrestre.

Fanne tesoro

e custodiscilo in saecula saeculorum.

Amen.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 15, 05, 2022

GOVERNO LADRO

Piove,

oggi piove anche sull’Impossibile,

omnia non potest in omnibus rebus,

deus ex machina sine iniquis temporibus quiescit,

piove sull’impostura salmastra ed arsa,

sui vestimenti cinesi del bazar di Chi a Zè

vestita d’anoressia in taglia quarta all’insù e all’ingiù,

sine terga,

senza chiappe,

insomma,

piove sui freschi meloni di una donna mulatta

in cerca di avocado nel bazar di via del Campo,

cade sabbia gialla sahariana dal cielo amaranto,

un cielo rosso sangue

come la camicia dei garibaldini di Giuseppe,

come le mutande marxiste-leniniste della nonna Lucia

quando cantava imperterrita e gaudente l’Internazionale

aspettando il marito Giovanni appena partito per l’America,

seduta davanti alla toletta nera di mogano antico,

là dove aveva appena recitato la santa messa

nel suo latino maccheronico

e condito con il ragù di donna Ciuzza,

le patate affettate e messe a solaio

nella pentola d’argento luminosa di mia madre Tita.

Anche il Cielo ci ha abbandonato

in questa deriva della nostra esistenza

e del rimanente da vivere

con la parsimonia di colui

che ha anche risparmiato sul proprio seme,

di colei che ha contato sin da piccola le proprie uova.

Cosa ci resta di questa splendida giornata

velata con la veletta rossa prima delle nozze arabe

di una bambina promessa a suo tempo dal nonno e dal padre

ai briganti della tribù dei Bungabunga,

una giornata turbata dai tanti diamanti

ritrovati nelle tasche dei già e sempre nullatenenti

in bolletta con il fisco

e in fiasco con le bollette della luce e del gas,

dell’acqua e della fogna,

della spazzatura e del senso civico.

La Morale del pudore è normale

in questo giorno di pioggia rossa del Sahara,

come la Civiltà è in regola con i pagamenti

e tribuisce a ognuno rose rosse provenienti dall’Est.

Mi porterai al ristorante delle stelle,

più di cinque per favore e senza buffoni,

mi comprerai una rosa blu da tatuare sul petto villoso

e mi dirai maschilista nell’animo e nel corpo.

Io non sono famoso,

ma abito in un’isola fiera della sua decadenza.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 22, 05, 2022

 

MISTURA

La sera fresca bruiva con le sue parole tiepide,

parole fuggitive fruite in forma di commiato lacrimoso

in questa strana primavera di Libeccio bellico

che è veramente un primo tempo alla francese,

printemps a rien ne va plus jamais,

in questa sera operosa del dì di festa

vissuta alla finestra del cortile antico di Alfred,

consunta in famiglia tra le Asteracee,

il cardo minore,

buono per il cuore,

il cardo saettone,

buono per il fegato,

il cardo dentellato,

buono per lo stomaco,

il cardo rosso,

buono per il sangue,

il carduus siculus,

buono per tutte le stagioni,

nonché il cardo mariano,

buono per i miracoli,

bollito prima che il frutto si esalti nel fiore,

il fiore blu come la rosa di Michele,

l’oggetto del mistero innamorato dell’impossibile.

E’ tutto all’incontrario in questa sera rusticana

trascorsa con solerte cavalleria sicula

insieme alla bella e procace Lola

e al magico e terrestre compare Turiddru,

senza il solito cornuto di don Alfio

sullo schermo lucido di serale follia,

senza essere necessariamente soli sopra questa terra,

tanto meno trafitti dai raggi obliqui del sole saputello

anche se la sera puttana arriva sempre subito

e in qualsiasi strabenedetta stagione.

Joe lo sa

e canta a squarciagola da uno sgangherato grammofono

per i poveri nel corpo e i senza spirito della via Resalibera.

Era Natale,

il giorno della carne bollita con le polpettine di nonna Tita,

l’occasionale rinascita dei furori ardenti ed eroici

per quello squarcio cosmico di miseria antica e disonesta

che si spaccava fino al quartiere degli Ebrei.

C’era la guerra,

c’era la pace,

c’erano la guerra e la pace,

c’eravamo noi,

i figli del conte e del marchese,

gli eredi dei Gargallo e dei Pupillo,

io e te ignoti a noi stessi e ai nostri simili o affini,

tra un ballo lento e un twist scatenato,

tu che finivi sul divano per eccesso di foga,

la giovanile irruenza di chi nulla si aspetta dalla vita

e tutto pretende dagli altri,

quei simili dissimili e quasi identici.

Beatrice era di Dante,

Laura era di Francesco,

Fiammetta era di Giovanni.

Restava Lucia per ogni evenienza umana e inumana

in questa guerra disumana tra poveri bottoni

da espiantare dalla logora giacchetta della domenica,

per giocarli in quel gratta e vinci degli esperti kamikaze.

Ma Lucia era di Lorenzo il fesso,

era una sposa promessa,

era in piena peste all’italiana

tra virologi e giornalisti,

tra politici e papponi,

tra monatti e untori,

era nel Lazzaretto delle mie brame,

era nel più squallido reame di Gianbattista

in via del Corso e del Ricorso storico

a perpetuare la specie e la stirpe

in questa domenica odorosa di manzo lesso

e di cardi amari come la sfiga latente

che ormai non si nasconde

e si manifesta come le parole del tuo sogno

quando al mattino mi racconti di te e dei tuoi tatuaggi.

Di te dicono nel giro che ci stai

e che fai tutte le cose previste nel codice dei cencelli,

il kamasutra degli arricchiti sotto gli occhi socialisti

di quella Milano da bere e da vomitare subito

a che più oltre l’Uomo vero non si metta.

Una notte da leone vale più di una messa

cantata sotto il Portico dipinto di Zenone e dei suoi seguaci,

sotto un sole greco che si taglia a spicchi

come il melone retato di questa laboriosa Pachino.

Domani è un altro giorno,

la sera che bruiva sarà già passata

anche tra i cipressi e i cipressetti

che dal cimitero vanno verso Floridia in un solo filare.

Domani si vedrà.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 20, 05, 2022

 

 

IL CIELO

L’universo è selvaggio

come l’uomo rosso di latta,

altro che ordinato e perfetto

come l’uomo bianco di una volta.

Quello sì che era un uomo,

quello di Primo in Torino

e di Adolfo in nostra sora terra di Alemagna,

quello di Ecce homo o come si diventa ciò che si è,

quello del matto Friedrich Wilhelm

che abbraccia le cheval in Turin.

L’universo è entropico

come la città di Aretusa,

casino su casino in strade fatiscenti

e in cervelli post archimedici,

altro che armonico ed equilibrato

come l’uomo greco di una volta,

quello che non peccava di ubris

e non disturbava le proficue scopate di Zeus,

quello che non danzava nel bosco futurista

e non sbranava il povero capretto di Dioniso.

L’universo è fuori di testa e imbrogliato

come un matto savio sulla via di Damasco,

è cattivo

come l’homo homini lupus di Machiavelli e Hobbes,

è ferino

come i mangiatori dell’agnello pasquale

con le patate rosse novelle di Bologna

e le cipolle bianche antiche di Giarratana.

Ma quale universo?

Amore, amore, amore,

non c’è più pellet per scaldarti il cuore e il culo

in queste funeste e funeree giornate di ordinaria follia.

Fuori tutto è magnifico,

dice la dolce Francesca da Bassano,

quasi svarionato,

dice la meravigliosa Sofia da Bergamo,

non c’è un pallet di pellet in nessun mercato,

super o mega,

di questa striscia di terra

baciata dagli dei siculi e sicani,

greci e fenici,

romani e cristiani,

arabi e normanni,

svevi e spagnoli,

savoiardi e italiani,

beati Paoli e cose nostre,

minchioni a cinque punte,

leghisti a buon mercato.

Chi più ne ha,

più ne metta

in questo lurido albergo a cinque stelle,

in questo mondo dei puffi e dei buffoni.

E noi?

Cossa fene noialtri?

Non ci resta che andare alla Marina sul far della sera

a vedere il meraviglioso tramonto

della nostra povera stella ammalata,

questo sole

che si sta spegnendo in un bagno di lacrime incandescenti

insieme alla madonnina di gesso del santuario,

questo sole

che muore di covid 19 dentro un ricovero anticovid

che funziona alla siciliana,

come i cannoli di ricotta e cioccolata

nella psicoterapia dell’anoressia.

Non ci resta che Vladimiro,

l’oscuro come Eraclito,

per avere un po’ di umano calore,

per un pallet di pellet omologato

e al dolce sapore di faggio,

intriso dei dolciastri effluvi

nella sempre atomica centrale di Chernobyl,

già saltata in aria in illo tempore

come un ramoscello della pace all’olivo

durante le grandi e le piccole Dionisiache

dei soliti santoni nostrani in tuta mimetica

e delle solite baldracche vostrane in costume carnascialesco.

Guarda,

o damigella vestita in luminoso tailleur,

giallo come la paura e la gelosia,

la desolazione anfibia marinara

e la fatiscenza atavica di questo ricettacolo patriottico,

fulmina il quadro terrestre e celeste

come un’aquila dell’acuto Montecitorio

e trema con i visitatori incauti

come un parkinsoniano appena in fiore.

Un pianeta è solo,

è senza la sua stella,

è stato abbandonato nel cosmo

dalla madre ignuda e a gambe aperte,

dal solito padre ignoto

andato sul fronte a belligerare e a stuprare.

Un altro pianeta si è perso negli spazi interstellari

tra tante madri sogghignanti e senza cuore,

tra tanti padri fottuti dalla tubercolosi a furia di fottere

e ingravidare le pulzelle indifese e virginee di Orleans.

Che generazione malata nel corpo e nella mente!

Che stirpe indegna di celebri avi e di tante ave!

E tu dove sei?

Dove sei finita?

Tu sei alla deriva nella nostra galassia,

fluttui nella via Lattea senza una stella ospite,

senza una stella che ti accoglie,

ti abbraccia

e ti lascia riposare su un giaciglio di polvere,

la polvere delle stelle,

la polvere del cosmo che fa sempre un leggero rumore,

la polvere sul comò antico di mogano della mia nonna Lucia.

O nonna, o nonna,

nonna iuventina vestita di nero e di bianco,

cantami la nenia religiosa del peccatore e del peccato,

recitami ancora la santa messa sopra la tua toletta del 1881,

introibo ad altarem dei,

ad deum qui letificat iuventutem meam,

sollevami al cielo

come fece il padre di Kuntakinde,

dimmi che sono sceso su questa terra

soltanto per puro amore e non per sesso,

non per sgraffignare il companatico senza il pane,

non per far saltare gli ospedali di Mariupol.

Ogni universo ha bisogno di Mary Poppins,

un poco di zucchero e la pillola va giù,

di una madre

surrogata al cioccolato amaro delle Antille francesi

e affossata nello spazio vuoto di due braccia ormai sterili,

di un grembo da tempo andato in stramona.

Appena nato,

ho brillato anch’io di un calore residuo nel mio cielo

al calduccio astronomico di colori sorgenti di luce,

rogue planets,

io,

un oggetto sfuggente al suo passato e al suo destino,

sottratto alle Moire come il figlio di una dea puttana,

Afrodite nel mar Ionio intrisa dello sperma

di un Urano senza fallo,

io,

un soggetto esente dal grande Nulla,

presente e vivo in un universo vuoto

ed emergente dalle onde di questo greco mare

da cui vergine nacque quella Venere di dianzi

che fea quest’isole feconde con il suo primo sorriso,

io,

un uomo che abita la sferica regione del globo terracqueo

contaminata dal napalm americano e dal plutonio russo,

un uomo cullato in tante galassie

disposte come una ragnatela gigante,

un poeta benedetto che razzola gallinaceo

in questa enorme stalla di anime

dannate dal pope e dal papa.

Ognuno ha i suoi ragni.

La tegenaria domestica e il pholcus ballerino sputano nel cosmo

i loro escrementi sacri al filo di seta antica,

quella cinese di Marco Polo da Venezia,

avvolgono strutture barocche di rara perfezione

e con i filamenti rococò di un ossobuco

ancora umido di cipolle e di carote,

adornano ammassi di galassie in concentrazione spersa

condite al pomodoro ciliegino rigorosamente di Pachino,

si ritrovano tra grandi affetti familiari

e illegalmente costituiti

attorno a un desco fiorito di rosse lingue di fuoco

ed enormi vuoti ripieni di menzogne lapalissiane,

quasi un Supervuoto di mini vuoti cerebrali

indignato del suo essere quel Tutto

che turba la Scienza

o quel Nulla

che è sempre un Qualcosa.

La Guerra non c’è,

non c’è la Pace,

la Guerra e la Pace non ci sono.

Ti prego,

cara Jean Rhies,

di non raccontarmi balle,

specialmente adesso che la Moskva è colata a picco

nel tuo vasto mare dei Sargassi.

Ti prego, animula blandula!

Dal dolore ne morirei.

Morirei di dolore.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 15, 04, 2022

DEDICATA A MIMMO LUCANO

Carissimo,

verecondo,

anima pura,

è vero,

è proprio vero

quello che oggi dicono i vecchi:

il segno dei tempi è orrendo”.

Viviamo in un disumano reale

che ci consuma momento per momento

secondo le regole assurde di un bieco assassinio,

di un lento suicidio,

di un linciaggio mediatico,

di uno spread immane che tende all’infinito,

che tende,

che tende

e mai va giù,

come la torre di Pisa ancora oggi.

Quanta tempesta per le carrette dei mari!

Quante giovani vite, profughe e diseredate, condannate a morte!

Quanta infanzia negata e rubata dall’infamia solerte dei moralisti!

Quanta gioventù annegata in una pozza di mare fognante!

Quanta vanagloria per politici e giornalisti in tivvù!

Quanto amore tra le tue braccia immense e illegali!

Mimmo,

Mimmuzzu,

gioia ri lu me cori,

anche Tideo e Anfiarao da Argo ti battono le mani di bronzo.

Quando ritornerà il sereno in questo paese di plastica,

in questa terra governata da ignoranti

venuti dalle stalle e saliti alle stelle,

le caretta-caretta depositeranno le uova

anche sulle spiagge arenose della Calabria,

là dove un uomo osò,

come le vere aquile,

andare incontro al disumano esodo,

aprire le arterie del cuore,

simile simili cognoscitur,

abbracciare il fratello e la sorella,

come nei trasgressivi Evangeli,

come negli umani Manoscritti di Karl,

come nelle ampie tuniche di Teresa,

come nelle parole accorate di nonna Lucia.

Omnia munda mundis.

Cerca solo di star bene,

o amico del mio vecchio cuore.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 20, 03, 2022

APPUNTI DI VIAGGIO

Camminavo per caso tra i vicoli della Giudecca,

il quartiere degli Ebrei

quando gli Ebrei abitavano in Ortigia

e frequentavano i loro bagni.

Pensavo alle parole come segni colorati per un quadro,

come segni colorati di un quadro.

Il poeta è un pittore.

Pensavo che io sono un pittore

che non frequenta accademie e botteghe,

che non compra alcunché,

che tutto regala.

Mi imbatto nell’antro di un pittore siracusano.

Mi fa vedere l’opera di tutte le opere

e mi parla della sua enorme tela su Lucia e Siracusa.

Vi lavora da due anni e mezzo.

Lux fiat et lux facta est.

Lascio un pensiero scritto sul vanitoso quadernone grigioperla.

La Giudecca mi inghiotte,

Carancino mi accoglie.

Ed ecco che tu mi dici del quadro,

della tela e delle mie parole,

del poetapittore.

La magia esiste.

In due giorni il poeta e il mago si sono meravigliati

del ritorno del sentire romantico:

il poetamago è meglio del poetagenio.

Un’acquasantiera senza aspersorio non esiste,

neanche nella puritana chiesa di san Filippo.

Ti apprezzo.

Sì,

la magia esiste.

La mente e il cuore umani hanno soltanto bisogno

di non essere sedati dalle blandizie di una comodità ordinaria,

hanno bisogno di allertare sempre i sensi,

di muovere i flussi,

di spostare gli influssi,

come fanno le vecchie zingare

quando leggono le autostrade della tua mano.

Fiat lux:

se ci pensi, con due parole Dio ha dipinto il mondo.

C’è qualcosa di nuovo,

qualcosa di profondo e prima taciuto,

nel tuo quadro,

o Mago,

o Poeta,

o Pittore.

Aggiungerò ai tuoi i miei appunti di viaggio,

ma solo in qualità di modella in posa,

integra e integrale.

Sono un essere fuori dagli schemi,

mi meraviglio sempre.

A presto, o Fingitore.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere 20, settembre, 2021

 

COME FACETTE MAMMETA

Aujourd’hui l’è arivada da Venessia Lusia

con le sue quattro ossa ados

e le sue quattro strasse in de a valisa,

senza i pozzi petroliferi del Texas e gli eurobond de Bruxelles,

senza i bitcoin fantasma e i schei colorati del monopoli.

L’è arivada netta e cruda come una partita iva

in attesa di foraggio e in odore di formaggio,

senza valori aggiunti,

senza valori detratti,

tutta quella che vedi e che tocchi,

Lusia la buona,

Lusia la brava,

Lusia la bella,

quella delle tre B,

quella non rifatta dal botulo e dal silikon,

quella che non abbisogna dello Svitol,

quella oscura nel viso e nel corpo,

mai limpida,

sempre contaminata nella testa e nella mente,

quella che non va dalla Lily e dalla Barby

a menare il can foresto per l’aia,

quella che non è assicurata con la Juventus

e non va allo stadio dell’infida e crumira Alleata.

Noi siamo i so fioi,

i figli di Lusy,

i so putei,

i suoi gioielli,

noi siamo quelli dello sciscì,

quelli che in questo mondo non hanno alcun perché,

alcuna voglia di fare un cazzo di niente e niente di un cazzo,

un mondo che non ci vuole più,

che non ci ha mai cagato,

che ci ha sedotto in un cesso pubblico a 5 stelle e a 5 canali,

gli accidiosi alla Dante e gli annoiati alla Arthur

che aspettano il suicidio al dolce sapore dell’eutanasia,

quelli dell’amore che può colpire anche te

dentro un frac attillato e pronto per la Scala de Milan,

la metropoli del pan de Tony,

quello delle tre marie che aspettano i tre cristi

dentro l’involucro di un avvenente cartone,

quelli del frac a pinguino che ci tormenta una cifra,

mentre le scarpe dei Cinesi fan cic ciac,

fan cic ciac

e noi che cerchiamo il ritmo giusto per l’amor,

possibilmente con una donna e con un uomo,

come li ha fatti mammeta,

come li ha fatti Siena durante l’antico Palio del torrone e del panforte,

come li ha disfatti Maremma con le sue zanzare malariche.

Tutto questo io u sacciu meglio e te,

comme facette mammeta,

comme mammeta t’ha fatto

senza essere inanellata e disposata con alcuna gemma,

comme facette Lusy,

l’australopithecus afarensis.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 15, 12, 2021