TUTTA COLPA DI TUA MADRE

La montagna non fa per me e il mare mi deprime.

Vivevo con la mia famiglia in una verde collina di Treviso,

un paradiso chiamato Col San Martino,

e non vedevo l’ora di scappare dalla mia famiglia e dalla mia collina.

Esco, allora, da questa famiglia ed entro in un’altra famiglia,

ma la cosa non funziona.

Scappo da questa collina e mi ritrovo in un’altra verde collina di Treviso,

un paradiso chiamato Tarzo,

ma la cosa non funziona.

I confronti sono inevitabili, ma non quadrano mai.

Avevo l’idea di star fuori finalmente dalla mia famiglia e dalla mia collina.

Poteva succedere e lo speravo.

Anche il calcolo delle probabilità era dalla mia parte.

Era previsto che poteva succedere.

Quanto egoismo da proprietà privata!

Tutto questo succedeva grazie a te, mio enigmatico uomo.

La tua famiglia m’intrippa,

la tua collina mi disorienta.

Vuoi loro o vuoi me?

C’è sempre da dire,

da ridire,

da discutere,

da cosare,

da brigare,

da litigare.

Mi dispiace, ma tutto ha un limite.

Si può arrivare fino a un certo punto,

dopo scatta il divieto di circolazione,

dopo scatta il divieto di accesso.

Io mi devo difendere.

Non si può dire tutto,

non si può aprire il bagagliaio agli sconosciuti.

Io potrei scendere dal tram

per evitare le interferenze disturbanti dei tuoi parenti serpenti.

Tu mi chiedi di capire, ma non c’è niente da capire.

Io spero sempre

che questa sia l’ultima volta

che i tuoi mi disturbano con le loro stronzate di merda.

La verità è che io sono allergica all’istituto famiglia.

Non ho sopportato e non sopporto la mia famiglia

e, allora, figurati se digerisco la tua.

Non voglio essere ospite da nessuna parte,

non voglio il ruolo di ospite in alcun caso.

Una parte di me, purtroppo, mi dice

che non riesco a vivere da sola.

E allora?

Allora vorrei e non vorrei,

credimi,

ma io non faccio parte di questa tua famiglia

e tanto meno di quella che mi proponi di formare,

la nostra,

tutta nuova

e tutta da costruire secondo le regole del “facciamo da noi”.

Questa non è libertà.

Questa è bieca improvvisazione.

Sono senza entusiasmo e sensibile alle bidonate.

Questo tu lo sai.

“Vediamo soltanto come va”, tu mi dici oggi.

“Non creare tensioni incomprensibili agli altri. Vivi e lascia vivere.”

Così tu mi continui a dire.

Io lo so,

io so già quello che mi dirai domani

perché me l’hai già detto ieri.

La vera verità è che sei attaccatissimo a tua madre,

che non vedevi l’ora di tornare da lei insieme a una donna

per darti una veste di quasi normalità,

ma il morboso legame tu non lo sai nascondere,

lei non lo sa nascondere

e a me non resta che assistere alla vostra sordida tresca.

La tua intimità con lei mi dà un fastidio enorme.

Ti sei fottuto la libertà

perché lei ti prepara la vita

sotto la forma di una minestra e di una finestra.

O mangi o ti butti giù.

Il mio non è egoismo,

il mio non è bisogno di possesso.

Io possiedo la verità.

Tu sei attaccatissimo a tua madre.

E allora io chi sono?

Vuoi me o la tua mamma?

Ma siamo due cose diverse,

mio emerito ignorante,

mio povero deficiente,

mio nobile impotente.

Io dico e ridico,

ma tu non capisci

e vuoi stare seduto su due sedie

a testimoniare il tuo attaccamento morboso

a chi ti ha soltanto procreato per necessità biologica

a confermare il complesso di Edipo per i dizionari di scuola psicoanalitica.

Ma io sono la tua donna,

io sono la tua promessa sposa,

io sono la tua Lucia Mondella,

mio caro Lorenzo Tramaglino.

Ma cosa t’importa?

A te tutto questo non tange.

Tu vuoi da me un’amicizia libera,

un rapporto senza indagini e al di sopra di ogni sospetto.

No!

No, mio caro coglione, io scendo dal tram.

Io scappo perché non ho smanie di nessun tipo,

non ho l’elasticità mentale che si richiede ai moribondi,

non ho la rassegnazione eroica dei morituri.

Io non ho nessuna intenzione di morire insieme a te per colpa tua.

Ti ricordi il capodanno dello scorso anno?

Che massacro di palle seduti sul divano,

incollati alla cosa luccicante e suonante

in quella tua casa con tutti i tuoi parenti e i tuoi affini,

costretti ad ascoltare il concerto della Filarmonica di Vienna

diretta dal maestro Ciccio Busacca.

Ma vaffanculo tu e i tuoi!

Vaffanculo tu, Ciccio Busacca e tuo zio Alfio Curcuzza, il pedofilo!

Quante scemenze!

Che orribile errore vivere in un cesso pubblico!

Io mi ero adagiata sulla merda

perché è già morbida di suo

e ci ero caduta per ignoranza e per comodità.

Pensavo e si pensava che da puzzolenti si stesse bene insieme.

Ma no, ma cosa ho pensato e cosa si è pensato?

Non parlare,

non discutere,

non litigare è la morte della coppia,

la tomba del cosiddetto grande amore

a cui tutti come tordi aspiriamo.

Noi si viveva in un caos di perbenismo, di tolleranza, di libertarietà.

Quanti elogi sperticati alla monotonia dell’apparente diverso!

Meglio stare alla larga per non aver pesi

e per raggiungere l’atarassia e l’apatia.

Ma se tu non parli, non si sa cosa pensi.

C’è chi parla troppo e non capisce niente degli altri

perché è interessato a dire soltanto di sé.

Se tu non parli e non mi parli,

allora evviva il veneziano ciacolone che mi fa sentir viva,

evviva il trevigiano millantatore che mi fa scoprire innamorata.

Ben vengano gli amici e gli amanti con cui far due parole,

con cui scambiare le merci preziose e gli accessori firmati,

con cui mangiare “poenta e osei”.

Ma oggi non voglio aver nessuno,

oggi non voglio stare con nessuno,

oggi voglio stare per i fatti miei.

In fondo io sono una donna solitaria e mi piace tanto pregare.

Per non lasciare il pensiero pensare,

io prego

e così non prendo il “lexotan”.

Ma quali aperture!

Quale disposizione all’altro, anche se intimo!

Nessuna!

Viva il silenzio e viva la libertà!

Quant’è bello pensare ai cazzi propri!

E tu?

Tu sei uno schiavo dalla pelle bianca.

Tu hai ancora bisogno di tua madre,

di un miscuglio di madre e di amante,

di un omogeneizzato di ruoli diversi.

Vergognati!

Ma vergognati, per favore!

Autonomia su, autonomia!

La tua vita è un sordido appiccicaticcio tra generazioni diverse.

La giovane è invecchiata e la vecchia è ringiovanita.

Io sono la tua donna e non tua madre.

E’ talmente evidente la cosa

che non abbisogna di parole e di test.

Meglio star zitti

e mettere a tacere la propria espressività.

Cancello dal mio volto le posture espressive per non tradirmi.

Tra quello che è e quello che non è, qual’è la misura?

Tu dove stai, tu dove sei?

Su e giù, di qua e di là,

tutto ti sembra,

“tibi videtur”,

nessuna verità,

nessuna certezza,

tanta opinione.

Quante “doxa”!

Ma chi siamo noi?

Chi siamo io e te che rincorriamo le “doxa” e le “aletheia”?

Una grande comitiva, una grande famiglia, un tutti insieme appassionatamente?

Che confusione epidermica!

Che striature sulla pelle!

Peggio del fuoco di sant’Antonio.

Necessariamente abbiamo litigato io e te

essendo infognati tra le “doxa” e le “aletheia”.

Questo è vero e giusto allo stesso tempo.

Ma un genitore tra me e te,

una madre in mezzo è disdicevole,

è immorale,

sta a guardare,

fa la voyeur,

fa male all’equilibrio mentale.

A suo tempo io ho detto e ti ho parlato.

Uomo avvisato è mezzo salvato.

Donna salvata non è stata mezza avvisata,

conosce la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità,

ha certezze.

Senza la fobia di spazi vuoti,

senza fuochi d’artificio,

i miei occhi non reggono i lampi

e si perdono in un palazzo veneziano,

antico e austero,

con stanze grandi,

con grida soffocate,

con urla inibite.

Gli specchi riflettono i soffitti alti del settecento

e nasce l’idea di traumi consumati nelle alcove e nei giardini,

idea paurosa dei primi tempi della mia vita

quando dovevo ritirarmi nelle mie stanze

per la paura che le porte si aprissero

costringendomi al coraggio di vedere camicie di forza e armature

al posto di un erotico body a losanghe

che lascia trasparire i capezzoli, l’ombelico e i peli del pube.

Quanta tensione!

Il mio stomaco adesso ha la gastrite,

bruciori intensi causati da involontari danni.

Non so, è tutto così strano!

E’ così strano sapere le verità fino a un certo punto

senza dover render conto a nessuno.

Nessuno che ti dice “redde rationem”

e alla fine la mia libertà va a finire tra le corna

che tu mi fai con tua madre.

Tutto va a finire in merda.

Che senso estetico!

Che chic!

Io danneggio tutto quello che tocco,

per cui rovinerò anche il tuo paltò di montone affumicato

e anche i miei ragionamenti oculati,

sconvolgendo i soggetti per restare sul vago

e lasciando i predicati sul fatuo, sull’effimero, sull’assente.

La verità è che tu e tua madre avete da tempo rovinato tutto.

Adesso è troppo tardi

e io ho altre cose più importanti da fare.

Le rinunce sono dei santi

e io, invece, pecco “fortiter” e non credo “fortius”.

Io ti mollo insieme alla tua augusta genitrice.

Tu dirai che tutto sommato è meglio così

e che è colpa della mia natura puttana di femmina caliente

e nient’altro.

Tu non aggiungerai nulla di altro.

Io, domani, sciando sulle piste innevate di San Martino di Castrozza,

ricomincerò la solita vita

con la libertà e la sicurezza delle mie cose usate.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 23, 06, 1999

DEDICATO A LUCIA

Avrei potuto incontrarti in un luogo qualsiasi,

con te sarebbe sempre stata la Giudecca o Ortigia

isole sospese in un miraggio,

mentre vanno lentamente alla deriva.

Eri un’isola anche tu,

avvolta nella luce del tuo sguardo

che decifrava i segni e le parole

per poterli fissare sulla tela,

tu che eri sempre sola in mezzo alle altre.

Hai sempre avuto il dono della visione.

Camminavi lungo la promenade,

lasciandoti alle spalle il Redentore,

le grandi chiese,

le orde di curiosi a bocca aperta

e lo sciacquio delle acque ferme,

mentre dentro di te capivi il mondo.

Non eri mai dove ti pensavo,

eri altrove,

nel tuo antro pieno di tele e di sogni.

Mi spogliavo degli abiti

e posavo davanti a te.

Il corpo perdeva la sua forma

e si trasformava in un disegno.

Rinascevo con nuove vesti

a coprire parole sciupate in rime semplici

come cuore-amore.

Non mi hai mai svilito,

mi hai dipinto

perché mi guardassero al di fuori della grande vetrina dei like.

Lo sanno?

No,

non lo sanno.

Lo so io

e vorrei tanto essere l’uomo della mia Lucia di Siracusa

anche qua,

in questa immobile Giudecca settembrina.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere, 10, settembre, 2021

 

 

IL MIO COMPLEANNO ZEN

TRAMA DEL SOGNO

“Il luogo era un insieme della casa in campagna di mia nonna, di un monastero Zen e di un campeggio per artisti di strada in cui si allenavano con i numeri di giocoleria e costruivano amache e altre cose da vendere.

Lì viveva una comunità folta e l’atmosfera che dominava era di serenità e di grande equilibrio. Io ero arrivata da poco e abbastanza inaspettatamente e sentivo quel posto come la mia vera casa.

Erano i giorni attorno al mio compleanno. Lì c’era mia madre che sorseggiava una tisana e mi teneva la mano, contenta per il fatto che avrei passato il mio compleanno insieme a lei.

C’era anche una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida, che vive in Brasile e che non vedo da due anni, e io ero curiosa di cosa avrei provato a passare il giorno del mio compleanno insieme a lei.

Lei era molto sorridente e amorevole, come tutti là, ed era felice che fossi là. I sorrisi non erano mai espressione di un’allegria frizzante o esplosiva, ma come di una calma interiore, un’amorevolezza profonda e gratitudine.

Io e mia madre guardavamo la foto dei miei due fratelli maschi: erano seduti su un tronco e guardavano davanti a loro verso l’orizzonte con lo sguardo assorto, erano seri nel volto ma sereni, assolutamente presenti nei loro corpi.”

Io sono Lucia.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il luogo era un insieme della casa in campagna di mia nonna, di un monastero Zen e di un campeggio per artisti di strada in cui si allenavano con i numeri di giocoleria e costruivano amache e altre cose da vendere.”

Lucia parla di sé in maniera gentile e garbata, come si conviene a una donna giovane che si trova sul cammino della sua vita a percorrere le strade che portano alla riflessione sulle proprie radici, sulla spiritualità elevata al Buddismo Zen e sull’arte dei giocolieri e dei “vocumprà”. Questi sono i tre pilastri su cui poggia l’esistenza in atto di Lucia, tre colonne su cui poggia anche la Sicilia nella tradizione popolare di Colapesce. La “nonna” è stata una figura importante per la formazione psichica di Lucia. Da lei ha mutuato lo slancio verso l’originalità o la tendenza a non massificarsi, nonché un buon pragmatismo e una altrettanto buona manualità. Arte e spiritualità attestano della “sublimazione della libido” da parte di Lucia come difesa dall’angoscia di vivere e il processo difensivo si riversa sulle spalle e sulla pelle delle proprie pulsioni erotiche e sessuali. La “casa di campagna” della nonna rievoca Cappuccetto rosso e le sue arcinote traversie, ma non mi dilungo in questo riferimento. Lucia è in preparazione di un evento da celebrare in questo luogo e insieme a questa gente, un luogo dell’anima nonostante le apparenze materiali, un luogo Zen, un monastero dello Spirito con i dintorni artistici e creativi tanto forieri della Bellezza e dell’Armonia. Anche attraverso il gioco e la “giocoleria” si arriva nelle sfere alte dei cieli e nei luoghi delle reincarnazioni. Ognuno ha il destino che si è scelto a suo tempo, come Lucia, la nonna, i monaci, i giocolieri, gli artisti di strada. Tutti abbiamo anche un’amaca su cui distenderci per la meditazione e su cui dondolarci in armonia con le oscillazioni dell’intero universo.

Lucia esordisce con le sue complessità psichiche e decodificandole si corre il rischio di banalizzarle. Comunque sorridere non guasta mai e soprattutto se si sa sorridere nel vero senso della parola e non lasciandosi suggestionare da temi antichi e moderni come la cocaina o l’oppio dei popoli.

Lì viveva una comunità folta e l’atmosfera che dominava era di serenità e di grande equilibrio. Io ero arrivata da poco e abbastanza inaspettatamente e sentivo quel posto come la mia vera casa.”

Dopo i trambusti formativi Lucia ha trovato un equilibrio psicofisico mettendo insieme il meglio delle sue esperienze vissute nel privato e nel sociale. “Quella serenità e quell’equilibrio” sono decisamente aspirazioni di una donna che è venuta appena fuori da una tempesta dei sensi e da un trambusto delle emozioni. Lucia si è acquietata e adesso ama stare in mezzo alla gente della sua pasta, persone creative e dalle forti tendenze a “sublimare” nell’Arte il corpo e i suoi annessi e connessi. Lucia “era arrivata da poco”, Lucia ha conosciuto altre turbolenze per poter affermare che quel posto era la sua “vera casa”. Lei stessa si meraviglia di questo approdo inaspettato in una comunità pneumatica dove domina “serenità” e “grande equilibrio”, tutto il contrario di quello che Lucia ha vissuto in precedenza e che volentieri vuole lasciarsi alle spalle. E’ evidente che Lucia si trova sulla strada di Damasco, la strada delle turbolenze magnetiche e psichiche, quella che volge all’incontrario tutto quello che l’attraversa, viventi e uomini compresi. Dopo una vita spericolata e vissuta alla grande Lucia sente il bisogno di convertirsi, volgersi nel contrario, di fare una conversione nell’opposto, dalla materia allo spirito, dall’esaltazione della prima all’esaltazione del secondo, dal processo psichico di difesa della “materializzazione” al processo psichico di difesa della “sublimazione”, difese sempre dall’angoscia esistenziale collettiva e dall’angoscia depressiva personale. Il sogno di Lucia si snoda per eccessi e non contempla una linea mediana su cui scorrere senza scompensi e salti mortali senza rete. Si presenta un “Io” pienamente consapevole del suo misticismo e di usare la “sublimazione della libido” come l’unica panacea della brutta esistenza e dei peccatori carnali. In ogni caso Lucia “sente quel posto come la sua vera casa” e allora non resta che visitarla con reverenza e con rispetto, visto che si tratta di una dimora ad alto tasso di celeste essenza.

Erano i giorni attorno al mio compleanno. Lì c’era mia madre che sorseggiava una tisana e mi teneva la mano, contenta per il fatto che avrei passato il mio compleanno insieme a lei.”

Continua la rassegna delle presenze psichiche di Lucia, delle persone particolarmente significative da ammettere alla sua visione e al mistico consesso. Le radici chiamano e chiedono la soluzione del tributo. Il giorno genetliaco di Lucia si festeggia insieme alla “madre”, la diretta responsabile di tanto travaglio e di tanta figlia. In precedenza era stata chiamata in causa la “nonna” nella sua “casa di campagna” per allietare questo sogno nel segno del Femminile e del lieto evento. Sono presenti tre donne, due mamme e una figlia; di uomini neanche l’ombra, almeno fino adesso. Una “madre” che “sorseggia una tisana” e tiene la mano alla figlia è una scena idilliaca e orientale, così come la “nonna” nel contesto bucolico risulta più casereccia del pane di casa e più concreta della bottegaia che vende il baccalà presso il mercato del popolo. Lucia costruisce in sogno atmosfere rarefatte e rilassamenti da nirvana o da fumatori di oppio. Manca la verve energetica in maniera direttamente proporzionale all’intensità delle energie investite nella precedente vita, meglio nel precedente modo di pensare e di vivere di Lucia. La fusione con la madre attraverso un cordone ombelicale adulto è una larvata dipendenza da questa figura anche se vissuta più come sorella e compagna di viaggio da parte di una figlia chiaramente cresciuta e consapevole dei suoi vissuti. La rievocazione della scena del parto è pronta e i festeggiamenti si snodano tra ricordi e nostalgie. La rinascita in vita come evoluzione spirituale si attesta nel compleanno che Lucia vive giustamente in compagnia della madre carnale. Dal corpo allo spirito il passo non è di certo breve e poco impegnativo, perché si tratta di anni luce da impiegare nel percorrere la linea dello “spaziotempo” proprio quando s’incurva. Il compleanno Zen merita tanta prosopopea in un locale dove si serve esclusivamente estasi e atarassia in versione chiaramente analcolica.

C‘era anche una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida, che vive in Brasile e che non vedo da due anni, e io ero curiosa di cosa avrei provato a passare il giorno del mio compleanno insieme a lei.”

E’ un sogno tutto al Femminile e secondo i dettami del “principio psichico femminile”. Adesso subentra “una donna di cui sono stata innamorata nella vita lucida”, la terza donna del sogno di Lucia. Questa figura rappresenta simbolicamente la “vita lucida”, la coscienza vigilante e la materia vivente, il “principio di realtà” e l’istanza psichica dell’Io concreto e pragmatico che usa la “libido” in maniera godereccia. Lucia è stata legata a questa donna secondo i canoni dell’innamoramento e della passione e conosce molto bene questo trasporto sensoriale e affettivo. Lucia conosce bene se stessa quando si è vissuta nella realtà di una relazione grassa e crassa. Di poi ha iniziato a sperimentarsi in questa nuova dimensione di “libido” sublimata e vuole condividerla con questa donna che nel recente passato aveva investito in pieno della sua originaria “libido”. Da buona e brava materialista, Lucia ha detto basta al corpo e ai suoi bisogni per risorgere nella spiritualità. Celebra il primo compleanno di rinascita in vita dopo la conversione alla pratica spirituale buddista Zen e vuole sperimentare i suoi sensi e i suoi affetti nella circoscrizione della “sublimazione”, nella nobiltà aristocratica dell’Arte e dello Zen. Quante nascite ha celebrato e celebra oggi Lucia? Sicuramente due, quella “materiale” e quella “spirituale” restando dentro lo stesso corpo. Ricordo che il Buddismo predica la reincarnazione o la rinascita. Quante volte è rinata Lucia, il sogno non lo dice anche perché non tocca questo punto metafisico della Filosofia buddista o del Buddismo, se vi aggrada.

Lei era molto sorridente e amorevole, come tutti là, ed era felice che fossi là. I sorrisi non erano mai espressione di un’allegria frizzante o esplosiva, ma come di una calma interiore, un’amorevolezza profonda e gratitudine.”

Anche questa donna, l’innamorata della “vita lucida”, è affascinata dalla presenza di Lucia in questa vita Zen e in questa comunità spirituale dove l’allegria non è fare bordello e disinibirsi sbevazzando, ma vivere la calma interiore. Lucia ha raggiunto un traguardo psicofisico veramente invidiabile perché è riuscita a ripulire dalla materia volgare le attività sentimentali e affettive. La bontà della “sublimazione” e la bontà della spiritualità si sommano in un ampio crogiolo orientale che rievoca società comunitarie avulse dai torbidi intrighi dell’Occidente. Lucia si è elevata dalla materia che in passato ha contrassegnato la sua vita e le sue scelte e dopo un processo di crescita si è riconciliata con se stessa e con gli altri. Ha visto la sua femminilità e l’amore attraverso la nonna, la madre, la sua donna e può esulare verso le pulsioni umane più nobili e può contemplare la verità profonda che governa l’uomo e l’universo.

Io e mia madre guardavamo la foto dei miei due fratelli maschi: erano seduti su un tronco e guardavano davanti a loro verso l’orizzonte con lo sguardo assorto, erano seri nel volto ma sereni, assolutamente presenti nei loro corpi.”

Finalmente Lucia tira in ballo l’universo maschile nelle figure “dei due fratelli” anche se in versione fotografica. La solidarietà madre-figlia si rafforza in questa prospettiva nostalgica che vuole i fratelli maschi in gran forma materiale e spirituale: “seduti, sguardo assorto, seri, sereni, presenti nei corpi”. Anche loro, pur tuttavia, sono stati sublimati dalla sorella e deprivati di quella umanità massiccia di natura libidica che connota due giovani uomini che hanno davanti tutta una vita da vivere e che puzzano di testosterone. Eppure Lucia ne fa due aspiranti al Buddismo e due asceti pronti alla meditazione, li colora nel volto di una tinta orientale che coniuga la serietà alla serenità, lo sguardo assorto all’orizzonte e vigilanti dentro i loro corpi. Non è, di certo, un’immagine goliardica quella che Lucia compone per i suoi fratelli, è un quadretto affettuoso e ben augurante in linea con l’atmosfera rarefatta e quasi perfetta degli asceti orientali che possono stare seduti su un tronco a guardare l’orizzonte.

Questa è l’interpretazione del sogno di Lucia nel giorno del suo primo compleanno Zen.

Alcune riflessioni sono importanti per meglio inquadrare il sogno di Lucia. Il prodotto psichico risente chiaramente della sua conversione al Buddismo Zen e al superamento della modalità di vita occidentale. L’ottica del sogno è prettamente femminile e la protagonista rileva con pacatezza le figure femminili che l’hanno formata a livello psichico e in cui si è in parte identificata in attesa di un suo personale superamento spirituale verso le alte sfere delle pratiche ascetiche dei monaci buddisti. La causa di questa evoluzione spirituale il sogno non la contempla, ma si può rilevare una vita pienamente vissuta all’occidentale da Lucia anche con innovazioni sul tema della coppia: amore saffico. Tutto il sogno è impostato sul processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”.

Un ultimo particolare non indifferente si attesta nell’interpretazione del sogno fatta da un occidentale prettamente materialista come il sottoscritto. Questo sogno doveva essere interpretato da un collega buddista che prontamente ho reperito. Questo è stato il suo lapidario giudizio: “il sogno è la chiara riflessione di Lucia sulla liberazione della sofferenza attraverso la meditazione e dopo la razionalizzazione della sofferenza stessa. Spirito e Materia si fondono in un tutto unico, olismo. Il Buddismo non conosce queste classiche differenze e opposizioni della cultura occidentale”

Io ho ragionato da uomo occidentale proprio usando la classica opposizione mente e corpo, psiche e soma, spirito e materia. Me ne scuso con Lucia e con i marinai.

Alla prossima e con la speranza che non mi capiti il sogno di un certo Siddharta Gautama da interpretare.

LA PROCESSIONE DI SANTA LUCIA

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di essere stata invitata dai miei cugini ad andare alla festa di Santa Lucia. Ho accettato l’invito e sono andata con loro. C’era tanta confusione, ma silenziosa e pacata come sempre.

Mi sono allontanata da loro e ho seguito la processione. Ho visto Santa Lucia, bella come sempre.

Era tutto controllato da tanti militari, sembrava un assetto di guerra, controllavano i tombini e le persone.

Ad un certo punto ad alcuni dei partecipanti, compresa me, ci hanno fatto uscire dalla processione e hanno voluto un attestato.

Io pensavo di averlo e invece no, ho detto che l’avrei portato dopo. Mi sono fermata in fondo a Via Piave e dietro di me c’era una camionetta di militari che controllavano la zona.

Ho continuato a camminare e ho visto che da un balcone, era lo studio di mio marito a Corso Umberto, c’era mio fratello Salvatore e gli ho chiesto di preparare anche per me questo attestato prima che la Santa passasse da quella strada.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

Biby

INTERPRETAZIONE

Ho sognato di essere stata invitata dai miei cugini ad andare alla festa di Santa Lucia. Ho accettato l’invito e sono andata con loro. C’era tanta confusione, ma silenziosa e pacata come sempre.”

Biby è una donna amabile e socievole, religiosa e particolarmente devota alle tradizioni e alle cerimonie sacre. La festa di santa Lucia è l’occasione per mostrare anche la sua tendenza alla “sublimazione della libido”, un processo psichico di difesa che si attesta nel mettere al servizio del prossimo le proprie energie deprivandole della loro qualità sessuale. La disponibilità di Biby è infinita, così come l’apertura verso la gente conosciuta o anonima, quella “confusione silenziosa e pacata come sempre”. Biby descrive se stessa immettendosi tra gli altri e in particolare le aggrada l’attributo della pacatezza e il valore della modestia, alieno dalle esibizioni e dalle esternazioni narcisistiche. Biby è una donna di popolo che “sa di sé” e che trova negli altri la sua definizione e il suo completamento.

Mi sono allontanata da loro e ho seguito la processione. Ho visto Santa Lucia, bella come sempre.”

Si ripete il “come sempre”. La vita di Biby non subisce grandi scosse e non scorre in ambiti tortuosi e in modalità irruente. Biby ha una vita tranquilla che viaggia nella calma rassicurante della tradizione e secondo i ritmi cadenzati di una gradevole monotonia. Biby afferma la sua individualità e autonomia, pur restando in un ambito sociale anonimo e segue la ritualità religiosa e del quotidiano vivere. Biby impregna la sua vita del senso del sacro e non cambia i modi di essere e di esistere in questo contesto cultuale. Si immedesima nella figura della santa e condivide qualcosa di lei, la bellezza, che non è un fattore estetico e formale, ma è una dote sostanziale, un sentirsi dentro, una sensazione e un sentimento, una condivisione nel bene e nel male. Anche Biby, come santa Lucia, ha dentro il dolore e la gioia, il tragico martirio e la coscienza eletta. Questa è la decodificazione di “ho visto santa Lucia, bella come sempre”, una forma di identificazione a metà tra il sacro e il laico, una nobilitazione della vita corrente e della monotonia esistenziale. Biby è una donna pensosa e che pensa. Fin qui i bisogni profondi; vediamo il sogno dove si dirige.

Era tutto controllato da tanti militari, sembrava un assetto di guerra, controllavano i tombini e le persone.”

I bisogni profondi, di cui si diceva prima, sono controllati dall’istanza censoria e morale del “Super-Io”, “tanti militari” e in “assetto di guerra”. Le pulsioni e i bisogni sublimati di Biby hanno la tendenza a non sublimarsi del tutto e allora tentano di scappare da tutte le parti. Del resto, Biby appartiene alla Specie “homo sapiens”, per cui le sue deroghe sono comprensibili e pienamente giustificate. Si giustifica la necessità psichica da parte del “Super-Io” di controllare e censurare gli istinti sessuali e le relazioni elettive e significative: “i tombini e le persone”. Proprio per la loro connotazione e qualità, questi due elementi rappresentano simbolicamente i bisogni materiali, le istanze erotiche e sessuali, nonché il bisogno dell’altro. La “sublimazione della libido” non sempre funziona nel modo giusto ed ecco che interviene il “Super-Io” a richiamare al dovere e al senso di responsabilità sacrificando il corpo e i suoi bisogni. In questa repressione Biby a volte esagera, per cui si giustifica “l’assetto di guerra” in una “processione” sacra e con una santa Lucia in cui degnamente si è identificata per la condivisione di un dramma. Il prosieguo dell’interpretazione del sogno lo dirà con chiarezza.

Ad un certo punto ad alcuni dei partecipanti, compresa me, ci hanno fatto uscire dalla processione e hanno voluto un attestato.”

Biby ha già tirato fuori dalla tasca il suo “Super-Io”, “i militari in assetto di guerra”, adesso sente il bisogno di tirare fuori dalla tasca il suo “Io”, la coscienza di sé, l’auto-consapevolezza, “un attestato”. Quest’ultimo si riduce alla dignità di poter partecipare alla processione e di condividere con santa Lucia qualche tratto umano e psichico. Biby non è sola e in questa operazione di polizia si fa accompagnare, per lenire la tensione e continuare il sogno, da “alcuni dei partecipanti della processione” della serie popolare del “mal comune, mezzo gaudio”. Biby si sta chiedendo se la sua assimilazione e identificazione a santa Lucia ha una sua verità e correttezza o se invece è un abuso blasfemo di stampo mito-maniacale. Per questo motivo chiede al suo “Io”, “hanno voluto l’attestato”, di attestare la congruenza o il delirio di questa operazione psichica di condivisione e di identificazione. Biby chiede al suo “Io” di autenticare quello che il suo “Super-Io” ha censurato, ha messo in discussione. E’ una lotta e un braccio di ferro tra le due istanze psichiche “Io” e “Super-Io” sul tema seguente: “Biby è degna di santa Lucia o è una millantatrice di credito e va punita per eccesso di supponenza?”

E come la mettiamo con i suoi bisogni sessuali, i “tombini” e le relazioni sociali, le “persone”?

Chi vivrà vedrà e saprà di tanta combutta tra sé e sé da parte della nostra protagonista del sogno.

Io pensavo di averlo e invece no, ho detto che l’avrei portato dopo. Mi sono fermata in fondo a Via Piave e dietro di me c’era una camionetta di militari che controllavano la zona.”

Biby è più creativa di quanto pensa, ha più vissuti di quanto se ne accrediti, ha un “Io” che non sta dietro a tutte le sue produzioni psichiche, ne pensa una più del diavolo, elabora più di quanto riesce a immagazzinare, insomma Biby è ricca e prospera mentalmente e sa tirarsi fuori dagli impacci e dagli impicci. Adesso le tocca di mettere a posto la sua identità psichica e aggiornarla con i tratti della santità e del carisma per essere in linea con i tempi. La processione di santa Lucia le ha tirato fuori un vissuto partecipativo particolarmente devoto e sta controllando se l’equiparazione non è sacrilega. A tale necessità si fa tallonare dal suo “Super-Io” particolarmente attrezzato alla censura e, se è il caso, anche alla repressione. Biby è sull’orlo di una crisi di nervi e sta controllando la legittimità delle sue prerogative di accreditamento alla figura umana della santa protettrice della città di Siracusa, il cui corpo è ancora venerabile in Venezia presso la chiesa omonima nel sestriere di Cannaregio. Del resto, i santi sono elaborati dalla pietà umana proprio perché danno la possibilità ai fedeli di ritrovarsi nei tratti caratteristici e di migliorarsi. I caramba, i militari”, stanno controllando “la zona” e il Super-Io” è all’erta su questa operazione di possibile contrabbando dei dati tra Biby e la santa protettrice della vista e degli occhi, Lucia dal latino “lux”.

Ho continuato a camminare e ho visto che da un balcone, era lo studio di mio marito a Corso Umberto, c’era mio fratello Salvatore e gli ho chiesto di preparare anche per me questo attestato prima che la Santa passasse da quella strada.”

Biby procede nel cammino della sua vita e ha la consapevolezza che può avere questo benedetto attestato di buona condotta e lo chiede al fratello per non chiederlo al marito, il diretto interessato di questa drammatica ma pacata psicodinamica. In sostanza Biby ha perso il marito, ma non è rimasta sola perché è circondata dai parenti e dalla gente che le vuol bene. Lei stessa è una donna ricca di emozioni e di sensazioni vitali, socievole, gradevole e affabile, per cui speso si chiede quanto degna è la sua sopravvivenza al marito e quanto degna è del marito, questa figura che entra in punta di piedi alla fine nella scena onirica a chiarire tutto il quadro. L’identificazione con santa Lucia è possibile qualora il Super-Io opera le giuste censure rispetto all’Io e più che mai all’Es che presenta bisogni e pulsioni, slanci amorosi e slanci di investimento di “libido”. Del resto, chi sopravvive al coniuge tanto amato deve pur vivere con le proprie sofferenze e con la colpa del sopravvissuto, ma anche con l’appagamento dei bisogni del corpo e della mente, gli affetti e il piacere. Questa è la lotta tra le esigenze psicofisiche in una donna che continua a vivere portando onore alla memoria del marito defunto. Passerà la processione di santa Lucia da corso Umberto e troverà Biby sul marciapiede a onorare con devozione la santa che di sofferenze ne ha subite nella sua vita e che ancora rappresenta simbolicamente la fedeltà al suo Dio, come Biby al suo uomo.

Poi mi sono svegliata e non ricordo altro.”

In effetti il sogno si era concluso con questo accomodamento diplomatico tramite il fratello Salvatore per un giudizio benevolo e rispettoso della sorella, nonostante sia stata chiamata a una sofferenza anticipata nella sua vita di coppia e nella sua famiglia.

Non c’era altro da ricordare, perché quello che ha sognato Biby, scatenato dai festeggiamenti della santa protettrice della sua città, è completo ed esauriente. Bisognava soltanto decodificarlo per capirlo.

Nulla da aggiungere anche da parte mia, se non l’auspicio per Biby di giorni sereni e vissuti alla grande con un bell’Io e con un Super-Io da tenere sotto controllo e da ridimensionare quando esagera.

La sopravvivenza non è una colpa e tanto meno un peccato mortale.

NEL GIORNO ONOMASTICO DEI MIEI GENITORI

Siracusa, 8 dicembre 1954

Tema

I miei genitori

Svolgimento

Mio padre si chiama Concetto.

Mio padre è detto Nnittulu.

Mio padre è sentito Nzuliddru.

Mia madre si chiama Concetta.

Mia madre è detta Tita.

Mia madre è sentita Titina.

Oggi è l’Immacolata.

Oggi i miei genitori fanno l’onomastico.

Oggi a casa mia si mangia brodo di carne con i pizzulati e le polpettine.

Oggi a casa mia si mangia la carne bollita con le patate fritte una per una e tagliate a forma di cerchio da mia mamma che ha tanta pazienza e anche se è la sua festa si siede davanti al focolare e frigge le patate con amore per tutti noi.

Come frutta ci sono i mandarini e le bucce non si buttano perché servono la sera per giocare a tombola. Io spero di fare almeno un terno e una cinquina, così poi mi compro la palla di gomma bianca puzzolente e gioco per strada con i miei cugini.

Come dolce ci sono i cannoli di ricotta che ha mandato lo zio Pippo Giudice e la zia Lucia Giarratana come regalo. I miei zii sono molto buoni e con le loro ricchezze tolgono tanti pensieri a mia madre quando fa la spesa perché sono macellai come mio nonno e puzzano di sangue.

Noi siamo sei figli e riempiamo tutta la tavola assieme alla nonna Lucia e alla zia Assuntina che viene da Tripoli e porta le sigarette, il tè e la cioccolata quando i finanzieri la fanno passare senza guardare nelle sue valige. Ma ci guardano sempre e rubano le leccornie a causa della divisa e le portano a casa ai loro bambini. Almeno lo spero.

La zia Assuntina è magica perché ha tanti soldi e fa tanti regali che tira fuori dalla sua valigia piano piano e quando meno te lo aspetti.

Mia nonna dicono che è cattiva, ma a me regala sempre le caramelle di carrubba per la tosse perché io soffro di bronchite e non respiro bene la notte quando mi vengono i gattini nel petto mentre dormo. Per questo mia madre mi spalma il petto di Vicks Vaporub alla menta.

Mia madre mi regala sempre le sue polpettine perché sono il più piccolo, il cacaniro, il figlio che fa la cacca sul nido.

Questa non l’ho mai capita, come la festa dell’Immacolata.

Padre Raffaele Cannarella ha detto che Immacolata concezione significa che la Madonna è nata senza peccato originale e non che era sposa di Giuseppe come poteva essere mia madre per mio padre.

Questa non l’ho capita.

Perché dobbiamo nascere con il peccato, non l’ho capito.

Perché si chiama originale se ce lo abbiamo tutti, non l’ho capito.

Il maestro ha detto che siamo tutti originali perché siamo tutti diversi, ma io non penso di essere diverso dagli altri. Però il maestro ha sempre ragione e dice tante cose difficili da capire. Il mio maestro si chiama Salvatore Grillo e fa anche il poeta, il musicista e il pittore. Ha scritto una canzone sulla Sicilia e a Messina gli hanno dato un premio di mille lire. Il mio maestro ha i capelli lunghi e ricci e sembra un pazzo. Però è sempre pulito e i capelli se li lava con lo sciampo Palmolive, quello che non usa mia madre perché costa caro.

Mia madre si lava e mi lava con il sapone Palmolive all’olio d’oliva dentro la bagnarola e anche i capelli li lava con questo sapone che fa bruciare gli occhi.

Io chiamo mia madre mamma e basta.

Mio padre lo chiamo papà.

Dopo la festa dell’Immacolata tutto torna come prima a casa mia e devo dire che non è male. Se continua così fino alla fine della scuola elementare, mi sta bene anche se non capisco tante cose, ma sono sicuro che mi rifarò perché sono curioso come una scimmia dell’Africa dove abita la zia Assuntina.

Questi sono i miei genitori e questo sono io che sono loro figlio.

scolaro Vallone Salvatore

classe terza C del primo Circolo

scuola Elementare di via dei Mergulensi n° 23

Siracusa

AMACA

Dondolo.

Luce nel cielo,

profumo dalla terra.

Uno scricchiolio

desta le mie paure.

Nella tempesta

non si può temere una goccia.

Lucia

IL “MAR EDIPICO” IN PERSONA

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Protagonista indiscusso dei miei sogni è il mare.

Il mare da sempre inonda le mie notti e, in base ai periodi e ai miei stati d’animo, lo vedo tranquillo o agitato, scuro o limpido.

In linea di massima ho notato che, mentre in un passato recente era spesso scuro e minaccioso, ora è quasi sempre limpido e tranquillo.

Inoltre, mentre prima sognavo di esserci dentro (pur sentendo fisicamente la sensazione di essere in acqua ) o al massimo di guardarlo in barca o in nave (sempre ricorrenti nei miei sogni), ora sogno di guardarlo dall’alto come se io fossi un uccello, un gabbiano che vola sopra ed il mare è quasi sempre di un azzurro e di un verde bellissimi.

Sottolineo che ho un rapporto molto profondo con il mare. Non potrei vivere lontano dal mare. Sin da ragazzina è stato il mio rifugio, il complice dei miei momenti di sconforto, il confidente delle mie più amare delusioni, l’ascoltatore inconsapevole delle mie preghiere più sincere e profonde, dei miei segreti e delle mie disperazioni, l’amico fidato da cui correre e da cui farsi abbracciare con il suo profumo di sale e iodio e con le sue onde incessanti e rassicuranti.

Quando scrivevo, è stato l’ispiratore dei miei primi versi. Il mare m’incute calma ma anche passione, rispetto e ammirazione, oltre che un sacro timore. Mi fa paura tutta questa immensità e quello che si può nascondere nelle sue profondità. Lo amo e lo temo.”

Lucia offre un’ampia sintesi dei suoi sogni in riguardo al mare, un “sogno a occhi aperti”, una serie di riflessioni sul mare, una “fantasticheria”, una benefica combinazione di “fantasmi” personalissimi in riguardo al mare e in sostituzione di qualcos’altro. Meglio: Lucia trasla creativamente sul mare “parti di sé” sedimentate a livello profondo durante la formazione psichica e di qualità prevalentemente affettiva, “parti di sé” mai dome e mai fortunatamente domate. Ma quali personaggi e quale psicodinamica rappresentano simbolicamente il mare nel teatro psichico di Lucia? La decodificazione puntuale ci sarà di grande aiuto.

Il “mare” è un simbolo universale, non proprio un “archetipo”, ma comunque ha una valenza collettiva di notevole portata e un’influenza robusta nell’umano “Immaginario”. Rappresenta simbolicamente il “principio femminile”, un attributo psichico del corredo della “Grande Madre”, condensa la “dimensione psichica inconscia” e la ricerca dell’autocoscienza, associa l’esistere e il vivere, contiene “Eros” e “Thanatos”, la pulsione vitale e la pulsione distruttiva. Questi sono i recipienti universali che poi si riempiono di contenuti interiori e si colorano di tinte personali. Il “mare di Lucia” interessa proprio per la valenza individuale e intima: quel mare che si riempie dei bisogni e dei desideri della protagonista, dei suoi fantasmi. In ogni caso si rispetta sempre la regola: anche se si tratta di un simbolo universale e condiviso, di poi ci mettiamo del nostro, ma tanto del nostro come in questo caso.

Il “mare” occupa tanto spazio nei vissuti di Lucia, è “protagonista”, il primo motore all’azione e alla contesa, il primo attore della sua compagnia teatrale, il primo oggetto d’investimento della sua “libido”.

Il “mare” è il signore del suo umore, la “proiezione” benefica delle sue emozioni, il padrone privilegiato del crepuscolo della sua coscienza, l’alleato ambiguo e ambivalente del suo quadro psichico in atto. Al mare Lucia si affida e si abbandona come una bambina alla propria madre.

Il “mare” è la cartina di tornasole dell’evoluzione psichica di Lucia: evidenzia l’acido. Dopo il tormento e lo struggimento adolescenziali, Lucia approda alla serenità e alla pacatezza, alla migliore autoconsapevolezza e alla tranquillità dell’animo. E il mare attesta e conferma che siamo in presenza di una verità.

Ecco che il mare prende forma. Da indistinto si determina in un’entità precipua: la madre. Lucia è in uno stato fusionale e, di poi, nasce al mondo per diventare autonoma e adulta quando il mare è oggetto di contemplazione e di “sublimazione”. Vediamo quanto può essere plausibile questa affermazione.

Prima sognavo di esserci dentro (pur sentendo fisicamente la sensazione di essere in acqua) o al massimo di guardarlo in barca o in nave (sempre ricorrenti nei miei sogni), ora sogno di guardarlo dall’alto come se io fossi un uccello, un gabbiano che vola sopra e il mare è quasi sempre di un azzurro e di un verde bellissimi.”

La figura materna è servita dal sogno in maniera completa e fascinosa ad attestare la fusione, la nascita, l’autonomia, la libertà, il riconoscimento, la “sublimazione”. Ecco la prima persona incarnata dal mare in una cornice estetica e cromatica che si snoda tra il verde e l’azzurro, i colori della vita e della vitalità: Afrodite sorge dalla schiuma delle acque del mare, fecondate dallo sperma del membro castrato di Urano nel mito cosmogonico di Esiodo. L’identificazione nel “gabbiano” concilia la natura e la cultura, lo spirito libero e la necessaria socializzazione, ma consente soprattutto il distacco maturo della “sublimazione della libido”, come se fosse mancato a Lucia l’oggetto del suo investimento concreto e materiale, per cui è stata costretta a nobilitarlo e a renderlo non aggredibile, sacro di conseguenza.

Ecco che il mare di Lucia acquista nei suoi ricordi la valenza maschile di un amico, di una “madre-padre”, di un uomo a cui affidarsi nella propria evoluzione psichica, di un “androgino” al di sopra di ogni sospetto edipico.

Sottolineo che ho un rapporto molto profondo con il mare. Non potrei vivere lontano dal mare.”

Il mare è un oggetto d’amare con la consapevolezza dell’unicità e della costante presenza. Un amore inimitabile e ineliminabile: un padre nobile e austero. Ecco la dichiarazione d’amore!

Sin da ragazzina è stato il mio rifugio, il complice dei miei momenti di sconforto, il confidente delle mie più amare delusioni, l’ascoltatore inconsapevole delle mie preghiere più sincere e profonde, dei miei segreti e delle mie disperazioni, l’amico fidato da cui correre e da cui farsi abbracciare con il suo profumo di sale e iodio e con le sue onde incessanti e rassicuranti.”

La “traslazione” o lo “spostamento” operato da Lucia nel sogno riguarda chiaramente e inequivocabilmente la figura paterna, un “padre ideale” sia a livello affettivo e sia a livello protettivo. Lucia sogna il mare al posto del padre e descrive il suo “complesso di Edipo” nei termini di un coinvolgimento empatico: rifugio, complice, confidente, ascoltatore, amico, nonché il profumo di colonia o il dopobarba, anzi “il suo profumo di sale e iodio”. Quanta nostalgia e quanta pacatezza il sogno di Lucia contiene in riguardo al mare, gli stessi sentimenti che Lucia ha investito e composto sulla figura paterna secondo il suo evangelo.

La domanda lecita riguarda il perché di questa “traslazione” “padre-mare”, ma su questo tema il sogno di Lucia non offre elementi plausibili, se non quello di un padre ideale e desiderato, quasi perfetto e per questo non presente all’appello: un padre tutto suo!

Quando scrivevo, è stato l’ispiratore dei miei primi versi. Il mare m’incute calma ma anche passione, rispetto e ammirazione, oltre che un sacro timore. Mi fa paura tutta questa immensità e quello che si può nascondere nelle sue profondità. Lo amo e lo temo.”

L’ultima parte del sogno mostra l’investimento di Lucia sul mare come su una persona, un padre nello specifico, quella figura su cui ha usato il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”. Un padre ispiratore di versi, un uomo che scuote l’emotività e la libera nella parola adatta e ricercata, nella parola creata con un suo “significante” e con un suo “significato”. Chi non ha scritto una poesia da adolescente per la mamma o per il primo amore? Certo la figura paterna è la meno gettonata in ambito lirico e quest’originalità traslata nel mare di Lucia attesta la “pietas” verso il padre, il culto del padre. Ricordo che la poesia è la via primaria di sblocco dell’emozione nella comunicazione. Secondo Aristotele era catartica, liberava emozioni e angosce profonde individuali e collettive, teoria estetica che il grande filosofo aveva argutamente individuato nelle tragedie greche di Eschilo, di Sofocle e di Euripide. Il “padre edipico” include nelle giovani figlie protezione e soprattutto fascino, attizza i sensi e i sentimenti: una figura intrigante che fa “patire” nel senso latino di “passione” e che rende possibile il vissuto sentimentale orgasmico dello “struggimento”, un’esperienza psichica che si conserverà e che ritornerà nella vita amorosa successiva e lecita con tutte le movenze sensoriali e sentimentali già sperimentate sul corpo e nella mente. Il “padre edipico”, inoltre, tende a strutturare l’istanza psichica del “Super-Io”, il rispetto verso l’autorità, il senso del limite, l’ammirazione verso l’autorevolezza, il senso del sacro e del mistico, il “timore e il tremore” di cui parlava Kierkegaard a proposito del rapporto uomo- Dio nell’opera omonima. Il “padre edipico” è una tappa fondamentale nella formazione del cosiddetto carattere, meglio “formazione reattiva”. In concorso con l’Io e l’”Es forma le caratteristiche e le sfumature della struttura psichica. Il “padre edipico” incide in maniera meno traumatica sulla figlia rispetto al figlio, dal momento che la femmina si è già identificata nella madre e ha superato la ferita narcisistica della mancata maschilità ed è stata costretta ad accettare la sua femminilità e ad esaltarla con le arti seduttive, mentre il maschio deve identificarsi nel nemico dello stesso sesso e deve subire un forte ridimensionamento traumatico del proprio narcisismo. La bambina, in sintesi, vive meno dolorosamente la “castrazione”. Questa sintesi teorica riporta l’esperienza clinica di Freud agli inizi del secolo scorso. Ritornando a Lucia e ai suoi fantasmi sul “mare edipico”, bisogna rilevare la paura, la sacralità, il mistero, l’immensità mistica, il timor panico, il fascino dell’ignoto di lui, il desiderio di sapere. Lucia ama e teme se stessa, quelle parti edipiche in riferimento al padre e alla madre anche se maggiore spessore è stato riservato alla figura maschile. “Lo amo e lo temo.” Non c’era modo estetico migliore per concludere questo sogno.

Il mare di Lucia non è un sogno, ma la sintesi “a occhi aperti” di una serie di sogni, a testimonianza che si possono interpretare prodotti psichici pienamente coscienti e che l’uomo è “animale creativamente simbolico”, definizione tanto gradita a Umberto Eco. Il mare di Lucia tratta del complesso di Edipo, meglio definita “posizione edipica” perché non si supera del tutto, ma si conserva in parte, ed è stato titolato all’uopo “il mar edipico in persona”. La sintesi onirica passa dalla fusione con la madre al riconoscimento del sacro paterno, dopo aver attraversato le fasi erotiche e passionali della conquista, della confidenza, della reverenza. L’itinerario preciso delle sequenze e la pacata turbolenza si giustificano con il fatto che si tratta di una riflessione molto consapevole sui sogni in riguardo al mare. Scrivendo, Lucia non ha immaginato che stava parlando del padre e della madre. I suoi conflitti pregressi e in atto si sono stemperati e placati nel mare meraviglioso, mai adeguatamente onorato, della sua inquietante Siracusa.

La prognosi impone a Lucia di mantenere questa immagine ideale del padre e di ben custodirla tra i suoi crucci più amari e i suoi desideri più puri. Del resto, si tratta clinicamente di un’ottimale risoluzione del “complesso di Edipo”, fatta di consapevolezza e riconoscimento.

Il rischio psicopatologico si attesta nell’intensificarsi dell’immagine intorno al “padre ideale” e non adeguatamente vissuto, nell’esigenza di dare vita concreta al fantasma e di agirlo: una psiconevrosi ansioso-depressiva che può essere di pregiudizio alle relazioni affettive.

Riflessioni metodologiche: il sogno ha sempre una forma “poetica” perché si traduce in realtà tramite i meccanismi poetici del “processo primario”. Il sogno è un insieme armonico di “forma e contenuto” sulla scia della “Estetica” di Benedetto Croce, una fusione di parole-immagini e sentimenti-emozioni, una combinazione adatta a esprimere le psicodinamiche di questa e di quella struttura sognante. Il sognare è la “forma” che giustifica con i suoi meccanismi le figure retoriche del “contenuto” psichico. Perché tutti abbiamo scritto una poesia nella nostra vita o abbiamo sentito l’esigenza di cimentarci in quest’impresa? Perché tutti sogniamo e di notte siamo poeti per natura e non per professione. Le scuole poetiche sono tante e si snodano nella storia delle varie letterature. La scuola poetica onirica è una, unica e universale. Tutti sognano allo stesso modo e tutti sognano gli stessi contenuti psichici, fatte salve le differenze personali e culturali. La “creatività” è sperimentata ogni notte in sogno da qualsiasi persona. Non essendo consapevoli di queste nostre capacità creative, lasciamo all’orgoglioso vate, all’aedo più o meno cieco, al poeta più o meno suggestivo, al cantastorie popolare e ad altri, a tanti altri che abusivamente si definiscono “artisti”, la professione intellettuale dell’esteta, del cultore della bellezza. Esemplificazione della “ars poetica” onirica: nella sintesi di Lucia c’è un richiamo preciso al poeta latino Gaio Valerio Catullo e al seguente squisito carme: “Odi et amo. Quare id faciam, fortasse requiris. Nescio, sed sentio et excrucior.” Un solo distico elegiaco è bastato a tradurre il tormento d’amore tra senso e sentimento, più senso, se gradiamo. “Odio e amo. Perché faccio ciò, forse tu vuoi sapere. Non lo so, ma lo sento e mi struggo.” Correva il primo secolo ante Cristum natun. Anche Lucia parla del mare secondo la figura retorica “Lo amo e lo temo”, anche Lucia, se non avesse smesso di scrivere versi, oggi potrebbe scrivere esteticamente tanto sui suoi poetici sogni in riguardo al “mare”. Ah, queste incompiute!