DEDICATO A LUCIA

Avrei potuto incontrarti in un luogo qualsiasi,

con te sarebbe sempre stata la Giudecca o Ortigia

isole sospese in un miraggio,

mentre vanno lentamente alla deriva.

Eri un’isola anche tu,

avvolta nella luce del tuo sguardo

che decifrava i segni e le parole

per poterli fissare sulla tela,

tu che eri sempre sola in mezzo alle altre.

Hai sempre avuto il dono della visione.

Camminavi lungo la promenade,

lasciandoti alle spalle il Redentore,

le grandi chiese,

le orde di curiosi a bocca aperta

e lo sciacquio delle acque ferme,

mentre dentro di te capivi il mondo.

Non eri mai dove ti pensavo,

eri altrove,

nel tuo antro pieno di tele e di sogni.

Mi spogliavo degli abiti

e posavo davanti a te.

Il corpo perdeva la sua forma

e si trasformava in un disegno.

Rinascevo con nuove vesti

a coprire parole sciupate in rime semplici

come cuore-amore.

Non mi hai mai svilito,

mi hai dipinto

perché mi guardassero al di fuori della grande vetrina dei like.

Lo sanno?

No,

non lo sanno.

Lo so io

e vorrei tanto essere l’uomo della mia Lucia di Siracusa

anche qua,

in questa immobile Giudecca settembrina.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere, 10, settembre, 2021

 

 

LA STANZA CHIUSA E BUIA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.

Quindi si è tranquillizzato.”

Poi mi sono svegliata.

Bea

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.”

Potevo intitolare il sogno di Bea “Ava et magistra” o “Mater et magistra”, mettendo in rilievo la premura della nonna e l’amore della madre. Ho scelto “La stanza chiusa e buia” semplicemente perché la stanza di questa casa è di Bea e in sogno la “sposta” nel caro nipotino Jake “proiettando” anche il suo conflitto psicofisico.

Procedo con calma e devozione in onore alla donna, alla madre e alla nonna e senza far torto a nessuna rappresentazione reale e simbolica di Bea.

La “casa”, mi ripeto di sogno in sogno ormai da sei anni, rappresenta simbolicamente la “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, come è corretto definire la vecchia “struttura psichica”, la obsoleta “personalità”, l’antiquato “carattere”, sulla scia delle dottrine di Sigmund Freud e di Melanie Klein. Bea sta visitando se stessa, è in introspezione, si sta guardando dentro perché ha ricevuto uno stimolo a visitarsi interiormente. Ma la sua coscienza è obnubilata, non è limpida semplicemente perché è turbata da un pensiero, da una preoccupazione, da un affanno: “in una casa non molto luminosa”. In effetti, Bea ha un deficit di lucidità mentale, è sovrappensiero, è in libera associazione, è in sub-vigilanza, è in uno stato crepuscolare. Si riconosce ma non si capisce e tanto meno si giustifica, visto che il suo pensiero affannoso non si è ancora ben evidenziato o, meglio, illuminato. Le “sue case” fanno parte del suo complesso psichico organizzato, meglio le sue “stanze”. E’ questa una pulsione d’amor proprio e un moto d’orgoglio che stanno benissimo in una persona che ha vissuto ed è pervenuta al traguardo venerabile di nonna. Eppure, qualcosa di nuovo si profila ancora nell’orizzonte psichico e nella panoramica mentale di questa signora navigata e articolata. Un pensiero si muove con lo strascico emotivo annesso formando una latina “cura”, una preoccupazione e un affanno.

Vediamo di cosa si tratta e cosa ci riserva il Fato.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.”

La dimensione psichica di madre e di nonna si mostra in tutta la sua bellezza e superbia: “questi sono i miei gioielli”. Bea è come Cornelia, la madre dei Gracchi. Bea ha accanto a sé la figlia e i nipoti, le sue propaggini, il suo futuro in progressione reale e affettiva. Il “con me”, latino “mecum”, denota il senso del possesso sentimentalmente mediato e giustificato dalla stazza psichica del personaggio che Bea incarna con nerbo e interpreta con gentilezza. Si noti l’uso dei possessivi “mia” e “miei”, quasi una forma di capitalismo psichico da matriarca, a testimonianza, qualora ce ne fosse bisogno, del legame nerboruto che avvince le tre generazioni: nonna, figlia, nipote. La “America” non è un simbolo, è un dato di fatto che si inquadra nella psicodinamica come rafforzamento degli affetti e dei turbamenti. La lontananza non fa dimenticare coloro che si amano, tutt’altro, cementa con il desiderio e allucina con il sentimento della nostalgia, dolore del ritorno, mettendo in crisi la coscienza di sé”. Ricapitolando: in una “stanza” di una “casa” di Bea si ritrovano in sogno madre, figlia e nipoti. L’emotività e l’appagamento affettivo turbano la Psiche di Bea, al punto che si ritrova in uno stato crepuscolare della coscienza e in una leggera caduta della vigilanza.

E’ lecita la domanda: ma perché?

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.”

L’attenzione di nonna Bea è focalizzata sul “piccolo Jake”, il nipote elettivo per affinità psichiche e maggiormente indifeso, nel vissuto della nonna, a causa della sua giovane età. La psicodinamica si svolge attorno al tema di un nipotino tutto da scoprire e tutto da conoscere, a cui in sogno la nonna Bea chiude una “porta” d’accesso a una “stanza”: la stessa Bea si chiude una “porta” per entrare in un suo ambito psichico. E’ come se questo ragazzino fosse stato per Bea lo schermo su cui proiettare il suo film: un nipotino in fase evolutiva rappresenta la nonna in crisi di auto-consapevolezza. Jake è piccolo e per questo è indifeso e va protetto, ma è anche in crescita e tutto da vivere perché non ha niente di scontato. Nonna Bea si preoccupa proprio di Jake e gli attribuisce il suo conflitto psichico. Vuole proteggerlo perché vuole proteggersi.

Quale vissuto proietta in Jake?

Il prosieguo del sogno lo dirà.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.”

Bea “proietta” sul nipote la sua psicodinamica depressiva, dice a se stessa di far chiarezza sui suoi “fantasmi” usando la testa e migliorando la presa di coscienza per uscire dal tunnel dell’obnubilamento con la “razionalizzazione”. Ma Bea ha paura, istruisce le “resistenze” atte a impedire la riesumazione della sua verità psichica in atto e che in tempo di morte, coronavirus, è a due passi dal vedere la luce. Bea non conosce la causa della sua paura. E’ in buona compagnia di se stessa, ma non riesce a illuminare l’angoscia di morte, la “stanza buia” della sua “organizzazione psichica” che ospita il nucleo depressivo, quel nucleo che nel corso della vita ha rimosso agendo e frastornandosi alla grande. In sogno sta traslando il conflitto e acquietando le tensioni nervose emerse. Cerca di dare nome e cognome alla sua angoscia di morte.

Ma perché si è fiondata proprio nel nipotino più piccolo?

Lo stato d’animo ansioso e doloroso è stato assimilato alla persona indifesa e bisognosa di aiuto. Bea vive Jake in una condizione psichica simile alla sua. Bea è “regredita” all’infanzia quando ha elaborato l’angoscia depressiva della perdita e si è assimilata al nipote bambino. Lo stimolo a questa operazione difensiva dall’angoscia, processo della “regressione”, è l’azione psichica nefasta del coronavirus.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.”

Bea prende per mano la sua bambina impaurita e la rassicura e la consola con la ragione. La classica paura dei bambini è quella del l’uomo nero o del ladro o dello zingaro, di quella figura angosciante che ti porta via dall’affetto dei tuoi cari genitori: una “traslazione” della morte per abbandono e per inedia. Bea non si rende conto che il suo “deficit” psichico contingente è legato a questo “fantasma” e lo vive in sogno “spostandolo” nel nipote e si pone in certosina attesa di capirlo. Intanto ha sognato l’intruso, quel “nessuno” che si teme sempre che s’intrufoli dentro di noi per violare la nostra intimità e la nostra sensibilità affettiva.

Come nasce dentro di noi bambini questo “nessuno” così forte e così presente?

Lo formuliamo da soli e non soltanto nella penuria degli affetti e delle coccole, ma soprattutto nel massimo dell’abbondanza al semplice pensiero “e se non fosse più così?”, commutando lo stato di benessere attuale nell’opposto. Lo formuliamo quando viviamo il sentimento di ostilità nei riguardi dei nostri genitori e quando si ridestano i sensi di colpa per aver tanto osato nei loro confronti per i nostri bisogni di possesso. Lo formuliamo per i nostri bisogni inappagati e per i nostri desideri infranti. Secondo questi parametri universali formuliamo la nostra “morte” psichica da abbandono e da inedia. Tutti abbiamo una “stanza” della morte nella nostra “casa” psichica. Tutti abbiamo una stanza atta all’accumulo disordinato delle nostre perdite immaginarie e reali, la stanza depressiva dove abbiamo messo dentro le nostre morti. Basta una causa scatenante adeguata per tirarle fuori alla rinfusa. Dobbiamo tenere in ordine questa strana e naturale “stanza” della nostra “casa”. Dobbiamo tenerla illuminata dalla razionalità che ci permette non solo la “razionalizzazione del lutto”, ma soprattutto la consapevolezza della fine naturale della nostra vita, quella morte che addolora e fa paura, ma che non è angosciante se sappiamo della nostra umana debolezza e della nostra sovrumana onnipotenza. Vivendo, bisogna imparare ad andare via alzandosi satolli dalla tavola, come l’ospite di Orazio dopo il banchetto nel comodo triclinio. Per far morire la Morte, impareremo a usare il pensiero simbolico, i “processi primari” che governano la funzione onirica, e a ridurre tutto a simbolo, noi stessi in primo luogo.

Quindi si è tranquillizzato.”

Bea si è tranquillizzata tramite il suo nipotino. Ricordati Bea che devi fargli un bel regalo, perché lui lo ha fatto a te e di gran valore: la moneta affettiva e simbolica. In effetti, Bea si è regalata la possibilità di capire e di capirsi sognando. E allora dovrà fare un bel regalo al suo sognare. Ma il sogno non l’aveva capito del tutto, l’aveva intuito e forse neanche, perché l’aveva confezionato con tutti i crismi del simbolismo mitico dei Greci. E allora dovrà fare un bel regalo al sottoscritto che glielo ha spiegato. Di sicuro Bea si tranquillizzerà adesso che sa razionalmente cosa ha sognato approfittando del nipote piccolo e indifeso come lei quand’era bambina. Il tempo del coronavirus, questo tempo di morte imperante dentro e fuori, ha disoccultato il Profondo psichico e ha aperto “la stanza chiusa e buia” che tutti abbiamo e custodiamo con accuratezza. Bisogna ringraziare anche il “coronavirus” se Bea ha trovato la sua verità depressiva e se si è disposta verso la “atarassia”, il “morire della morte” perché nulla in lei chiede di continuare a vivere pur vivendo.

Purtroppo questo virus ha portato più danni che benefici, specialmente per i tanti che non riescono a vedere il bicchiere mezzo pieno e tendono al “maximum” catastrofico.

Poi mi sono svegliata.”

Bea si è svegliata. Era ora. La sveglia l’ha riportata alla ragione e alla realtà, alla tutela di se stessa e all’amor proprio, al volersi bene senza onnipotenza e senza follia, senza le suggestioni sociali e culturali e in special modo quelle della politica e delle tv di stato, dei giornali maldicenti e dei plenipotenziari privati e dei loro servi. Abbiamo da svegliarci, più che mai in questo tempo del “coronavirus”, anche dal “sonno dogmatico” di cui scriveva Immanuel Kant in riguardo all’umano ottimismo logico sulle verità conoscitive. Asteniamoci dal coinvolgimento acritico e dai messaggi degli illusionisti con il viso rifatto e con il ghigno innato. Piuttosto affidiamoci e fidiamoci del nostro sognare e del sogno che, a suo modo, non ci può mentire e dice necessariamente la nostra verità, quella che ha il sapore dell’angoscia forgiata da noi e soltanto da noi risolvibile.

INVOCAZIONE

O Sogno,

o Essere che illudi con la tua Realtà,

svelami il tuo inganno,

dimmi la tua verità!

O Sogno,

fa’ che io sappia di sognare sognando,

per desiderarti con la lucidità del mio delirio,

per capire finalmente che non sei vanità,

vanitas vanitatum inter vanitates,

per sapere che non sei la Realtà che mi contiene nella veglia,

per sentire che tu sei la Vita che si specchia nella Morte,

per avvertire con animo perturbato e commosso

che tu sei la Morte che si specchia nella Vita.

O sogno lucido,

tu che dissipi l’illusione della Realtà,

fammi consapevole,

illuminami,

liberami dalla gioia e dal dolore,

sciogli il mio piacere e la mia sofferenza,

nobilita la mia paura del distacco.

Liberami, o Liberatore!

Illuminami, o Illuminato!

Risvegliami, o Risvegliato!

Mentre sono vivo nell’inganno,

destami in questa Realtà

che Maya ha avvolto nel suo velo multicolore

a che l’uom più oltre non si metta

e infin che il mar fu sovra lui richiuso.

Che sia veramente risveglio il mio bodhi!

Che sia veramente illuminazione il mio bodhi!

Che io possa dire semplicemente

che sono sveglio come Colui che a suo tempo si è risvegliato,

come Colui che è ancora sveglio,

il Risvegliato.

Fa’ che io dica a me stesso che non sono un uomo,

non sono un dio,

sono semplicemente sveglio.

Il sogno lucido mi attizza,

mi lascia meditare,

mi apre una coscienza superiore,

l’alta verità che si nasconde dentro il fenomeno,

dentro ciò che appare e che non è l’essenza,

dentro l’assenza dell’aletheia,

in tutto ciò che è visibile e che non è il noumeno.

Quando il mio corpo dorme,

il mio karma è sveglio.

Fa’ che io riconosca i miei sogni

e trasformi l’illusione in compassionevole lumi-nosità:

cum patior,

lux,

lumen,

nous.

Non voglio giacere nell’ignoranza di un cadavere.

Non voglio dormire come un essere animato.

Voglio vivere nel sonno la Realtà del sogno.

Quando albeggerà la mia sostanza onirica,

quando lieviteranno il mio spirito e il mio corpo,

vedrò le profondità della mia mente,

affronterò la mia vivente sofferenza.

Sarò lucido in una vita lucida

e anche nella veglia sarò libero dai limiti:

la gioia e la paura,

l’esaltazione e l’angoscia,

la salute e il dolore,

l’ingenuità e la delusione.

Finalmente sarò libero dal Bene e dal Male.

Finalmente sarò pronto alla Compassione.

Finalmente sarò il mio Bodhi.

Amin

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 8, 12, 2020

AMACA

Dondolo.

Luce nel cielo,

profumo dalla terra.

Uno scricchiolio

desta le mie paure.

Nella tempesta

non si può temere una goccia.

Lucia

L’ANELLO DI FIDANZAMENTO

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di trovarmi in coda alla cassa (denominata MESE nel cartello in alto) di un supermercato.

Passo la mia merce, ma il pacchetto di gomme da masticare cade nella vasca d’acqua in cui si è trasformato il ripiano della cassa.

Lo ripesco dicendo a chi mi sta vicino “spero che siano ancora mangiabili”, alludendo che l’acqua non era solo acqua, ma era mista a qualcos’altro.

In due vasi di vetro ho due lucertole-gechi.

Chi mi sta vicino mi dice di fare attenzione perché sono pericolosi.

Metto i vasi nel microonde e dentro, vicino alle lucertole, si accendono due piccole luci.

Mi ritrovo vicino al mio compagno sul divano che parla al telefono con una mia amica d’infanzia e le dice che mi chiederà di sposarlo.

L’amica al telefono chiede cosa ne penso io e dico forte “SI! SI! ma non ho l’anello di fidanzamento!”

E lei chiede se 3 dollari sono sufficienti per comprarlo.

Rispondo di sì.”

Patrizia

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di trovarmi in coda alla cassa (denominata MESE nel cartello in alto) di un supermercato.”

Patrizia è una donna come tutte le altre donne e che come tutte le altre donne mensilmente rende conto a se stessa della propria natura femminile. Il “supermercato” attesta simbolicamente di questa relazione sociale e di questa condivisione pubblica della modalità psicofisiologica di essere donna: il sangue mestruale, il chiaro segnale di una mancata gravidanza e l’inizio del nuovo ciclo. Patrizia si trova “in coda alla cassa”, non è una donna oltremodo affermativa e non ama esibirsi narcisisticamente, è una donna moderata e modica, compatta quello che basta e non ha bisogno di inutili esibizionismi. La sua natura psicofisica femminile è interessata alla realizzazione della maternità, per cui sta molto attenta al profilarsi del mestruo. Degna di nota è la “figurabilità”, l’uso del meccanismo onirico che serve a rappresentare in immagine grafica la questione in ballo, quella “denominata mese nel cartello in alto”. Non resta che proseguire con l’interpretazione del sogno per assolvere la curiosità di come Patrizia vive la sua dimensione di donna che aspira a diventare madre e a realizzare appieno la sua “libido genitale”, le potenzialità psicofisiche della sua “posizione psichica genitale”. Vediamo quali pendenze si possono presentare nella realizzazione di questo sano progetto esistenziale, personale e di coppia.

Passo la mia merce, ma il pacchetto di gomme da masticare cade nella vasca d’acqua in cui si è trasformato il ripiano della cassa.”

Questa è una buona allegoria della “fecondazione”. “La mia merce” attesta simbolicamente degli attributi sessuali ed endocrini di Patrizia, “le mie cose” si dice in gergo a proposito del mestruo e compagnia cantante. La “vasca d’acqua” condensa la classica dimensione psicofisica femminile che va dalla anatomia alla funzione, dall’utero alle ovaie, dalla vagina alla mestruazione. Fondamentalmente è il grembo pronto alla fecondazione, per cui le “gomme da masticare” che cadono nella “vasca d’acqua” contengono tutto l’imprinting di un coito finalizzato alla gravidanza, contengono una pulsione organica alla fecondazione e un desiderio impellente di maternità. “Il ripiano della cassa “trasformato” esprime la forza di un potere quasi atavico e sacro come quello della Dea Madre e di ogni donna che di mestruo in mestruo attende la realizzazione della sua “libido genitale”, la maternità come congruo completamento anche dell’evoluzione psicofisica personale: la “posizione psichica genitale”, quella del dono e del farsi un dono, quella della condivisione e del riconoscimento benevolo dell’altro.

Una domanda si pone spontanea e azzeccata: perché Patrizia ha scelto la simbologia del “pacchetto delle gomme da masticare” per dare corpo al simbolo degli spermatozoi?

Il desiderio, che la fusione uovo-spermatozoo avvenga in maniera decisa e affermativa, è implicito nella scelta figurativa di una gomma da masticare che notoriamente si attacca con estrema facilità nelle varie superfici. Sintetizzo: il potere di donna che aspira alla maternità si esplicita nella “figurabilità” allegorica del capoverso in questione. Si spera in una prognosi fausta e in una realizzazione della pulsione e del desiderio di Patrizia in questo sogno che parla di maternità sin dall’esordio.

Lo ripesco dicendo a chi mi sta vicino “spero che siano ancora mangiabili”, alludendo che l’acqua non era solo acqua, ma era mista a qualcos’altro.”

C’è qualcosa che non va. Le cose non girano per il verso giusto e non si capisce se si tratta dell’acqua o di quel “qualcos’altro” che si è mischiato all’acqua impedendo la realizzazione del progetto di maternità e l’appagamento del desiderio di fecondazione. Insomma, Patrizia è costretta nel corso della sua vita di donna a rivedere le sue manovre e ad attendere che il seme sia ancora buono per essere “mangiabile”, per dare la continuazione della vita all’uovo, per costituire un embrione a tutti gli effetti biologici. “L’acqua mista a qualcos’altro” è ambivalente e oscilla tra un esito positivo e un’evoluzione mancata. “Lo ripesco” attesta simbolicamente della volitività e della forza della donna che vuole diventare madre e che fa di tutto per la realizzazione della sua natura femminile “genitale”. “A chi mi sta vicino” indica il compagno e la parte maschile con tutti gli affetti e i sentimenti impliciti, ma può essere indizio di un aiuto tecnico di ordine medico. Il prosieguo del sogno lo dirà e chiarirà il contesto in cui Patrizia si trova a rievocare la sua esperienza vissuta di donna e di potenziale madre.

In due vasi di vetro ho due lucertole-gechi.”

La fecondazione è andata a buon fine e si tratta di una fecondazione assistita. Patrizia rievoca chiaramente in sogno la sua esperienza di donna che si è fatta aiutare giustamente dalla Scienza medica per diventare madre. Le “due lucertole-gechi” rappresentano gli embrioni che sono stati realizzati tramite la fecondazione in vitro e che attendono di essere inseriti nel posto giusto, nell’utero di Patrizia per essere naturalmente portati avanti nella loro crescita dopo l’artificialità della fecondazione. Patrizia si è fatta prelevare due uova e li ha fatti fecondare, possibilmente con il seme del compagno, e adesso attende l’impianto nell’utero.

Quante donne ricorrono alla fecondazione assistita e quante donne hanno potuto grazie alla scienza e alla tecnologia biomedica dare ragione a se stesse del loro bisogno e del loro desiderio di maternità!

Tante, anzi tantissime e sicuramente più di quante noi immaginiamo. Patrizia si è sottoposta a questa lunga e dolorosa trafila per appagare la sua “genitalità”, la sua pulsione biologica e il suo desiderio psichico a diventare madre. Il meccanismo onirico della “figurabilità” provvede ottimamente a dare due “lucertole-gechi” al posto di due embrioni.

Meraviglia dell’umana naturale creatività poetica!

Procedere diventa umanamente interessante e si è indotti a fare il tifo per Patrizia e per la ricompensa della sua travagliata procedura psicofisica.

Chi mi sta vicino mi dice di fare attenzione perché sono pericolosi.”

Volevo prima precisare che è possibile simbolicamente che Patrizia abbia in atto una gravidanza dizigotica, che abbia due embrioni in due placente e che il “vetro” sia il simbolo del grembo e dell’utero nel caso specifico, ma ho preferito la versione medica della fecondazione esterna “in vitro” e del successivo impianto proprio per il richiamo al vetro e alla visione diretta della combinazione “lucertola-geco”. In ogni caso siamo nel testo e nel contesto onirici di uno psicodramma che riguarda in pieno l’essere femminile e materno di Patrizia.

Torniamo al sogno.

Patrizia teme questo viaggio avventuroso verso la maternità e si circonda di alleati, “chi mi sta vicino”, medici e persone a lei vicino che inducono le giuste cautele e hanno le giuste premure verso una donna in piena crisi evolutiva e dal coraggio da vendere. Le “lucertole-gechi” hanno una loro delicatezza che li rende pericolosi nel senso della tutela della vita. Gli “embrioni” pongono anche un problema etico per gli operatori e per le persone interessate, oltre a essere un rischio per il personale medico. In qualsiasi situazione clinica si trovi Patrizia, questo stato comporta una certa pericolosità, quella di non avere un buon fine in tanta avventura psicofisica e di non portare avanti la gravidanza dopo l’impianto, quella di abortire per mancato attecchimento degli embrioni fecondati “in vitro”. Il sogno tratta un tema oltremodo importante e delicato per le donne che hanno bisogno di essere sostenute clinicamente per adire alla realizzazione della maternità. E sono tante le donne che con coraggio e determinazione ricorrono alla fecondazione “in vitro” e al successivo impianto nell’utero pur di essere madri. Lo stesso elogio non si può concedere al Legislatore italiano, visto che da tempo memorabile le donne sono state costrette e sono costrette ancora oggi a riparare all’estero per ricorrere alle cure dei sanitari del settore. La nostra patria è sempre in ritardo perché governata da bacchettoni, da incompetenti e da mercanti. Bando alle giuste polemiche e torniamo a dare conto a Patrizia del significato del suo sogno.

Metto i vasi nel microonde e dentro, vicino alle lucertole, si accendono due piccole luci.”

L’impianto è riuscito e i cuoricini battono. La luce della vita si è accesa nel momento in cui “i vasi” sono stati messi “nel microonde”, gli embrioni sono stati inseriti nell’utero. Le operazioni di Patrizia sono descritte in sogno in maniera oltremodo tecnica per abbassare il livello delle tensioni da coinvolgimento diretto e per raffreddare l’evento attraverso il ricorso alla tecnologia. Il microonde è un utero tecnologico, non è una incubatrice, ma è lo strumento che porta avanti il processo vitale degli embrioni, “le lucertole”. Le “due piccole luci” rappresentano simbolicamente l’inizio della nuova vita. Prima erano in vita a livello di embrioni, adesso sono passati allo stato di feti. Questo passaggio è sottolineato dalle due piccole luci che si accendono. Il sogno di Patrizia sta procedendo nel suo registro simbolico in maniera logica e consequenziale senza perdere colpi e senza salti di senso e di significato. Passo dopo passo la donna sta rievocando esperienze a suo tempo vissute e che l’hanno particolarmente segnata. Il prosieguo diventa interessante per l’esito finale delle operazioni di fecondazione e di gravidanza.

Mi ritrovo vicino al mio compagno sul divano che parla al telefono con una mia amica d’infanzia e le dice che mi chiederà di sposarlo.”

Il quadro cambia in apparenza perché coinvolge la parte maschile della coppia e il diretto interessato alla situazione, sempre nel vissuto di Patrizia: “mi ritrovo vicino al mio compagno”. In tanto travaglio psichico e in tanta avventura clinica la presenza dell’uomo è importantissima per la aspirante madre o per la donna che ha deciso di farsi aiutare nella realizzazione della maternità. Spesso il maschio è presente in maniera confortante e massiccia e in special modo se l’esigenza a diventare padre urge anche in lui, nel “compagno” steso “sul divano” che ha accettato di seguire la propria compagna in questa strada degna di umano interesse e di sociale comprensione. L’uomo si collega nei vissuti di Patrizia direttamente ai desideri della sua infanzia quando il desiderio di avere un figlio matura nella bambina prima che il corpo dia il suo consenso anatomico e ormonale. Lo sposalizio, “mi chiede di sposarlo” sintetizza il simbolismo della sessualità sublimata nelle istituzioni e consentita dal “Super-Io” individuale e sociale. In sostanza Patrizia rispolvera in sogno il tempo del suo dolce travaglio di bambina che si identifica nella madre e pensa alla possibilità di portare al massimo compimento la sua immagine femminile, magari dopo aver superato l’istanza “edipica” di avere un figlio direttamente dal padre, la figura inquietante che si ammira composta sul divano e al telefono nel quadretto considerato. Patrizia proietta sull’uomo, il compagno legalmente accettabile, il progetto di gravidanza e di maternità, completando in questo modo il disegno immaginato e ambito. Tutto è nella norma universale di una bambina che si pensa donna e madre dopo aver compiuto il viaggio “edipico” e dopo aver risolto le pendenze conflittuali identificandosi nella madre e lasciando il padre a migliore fortuna con la donna a suo tempo scelta: “riconosci il padre e la madre”.

L’amica al telefono chiede cosa ne penso io e dico forte “SI! SI! ma non ho l’anello di fidanzamento!”

La bambina Patrizia ancora non è donna e non possiede la funzione genitale, “non ha l’anello di fidanzamento”. Questa è la conferma che il sogno verte sull’origine del desiderio di maternità, l’infanzia e dintorni. “L’amica” resta in sogno sempre una buona alleata per tirare fuori materiale psichico pregresso senza destare particolari angosce anche perché non sono state a suo tempo maturate. Si tratta, infatti, delle normali fantasie e dei normali desideri che una fanciulla elabora nel momento in cui accetta il suo essere femminile e si identifica al femminile nel femminile: la possibilità di avere un figlio è il coronamento della vitalità e anticipa la “sessualità genitale”, stare con un maschio e i doni dell’orgasmo. La bambina si pensa prima come la donna del padre, “posizione edipica, e di poi donna madre, “posizione genitale”. In questo secondo momento “l’anello di fidanzamento” si avvia a essere idoneo all’uso consentito alla legge del gruppo umano a cui appartiene. “L’anello” è il classico simbolo vaginale e condensa la funzione genitale in quanto porta d’ingresso del “regno delle madri”. Il “fidanzamento” è un tratto simbolico culturale in cui si chiede espressamente la funzione sessuale della donna, la sua vagina e la collegata capacità procreativa. L’assenso di Patrizia, immesso nel dire forte “Si, Si!”, attesta dell’avvenuta e compiaciuta adesione al mondo delle donne e al corredo genetico e genitale, mentre resta l’attesa della maturazione fisiologica dal momento che quella psicologica è bella e pronta. Ricapitolando, Patrizia è partita in sogno a rivivere i suoi travagli per una gravidanza assistita e si è ancorata all’infanzia per rievocare il tempo in cui è maturato il suo desiderio e la sua convinzione di essere donna e di poter avere un figlio. Il prosieguo è degno di interesse per capire anche le capacità taumaturgiche della funzione onirica nel compensare possibilmente un trauma con la dolcezza della storia personale di una bambina diventata donna a tutti gli effetti, ma che incontra difficoltà nel diventare madre.

E lei chiede se 3 dollari sono sufficienti per comprarlo.”

Si presenta il valore venale, “3 dollari”, a conferma del costo dell’intervento per la fecondazione assistita, un costo notevole se effettuato all’estero in cliniche private e in paesi civili, sicuramente più del nostro. Il valore della maternità perde il suo arredo di nobili virtù e di sacrosanti impalcature e si fissa sulla quota di mercato americano, spagnolo, svizzero, inglese, svedese e chi più ne ha più ne metta in questa fiera delle ricerche della speranza di realizzare il diritto naturale della donna con l’ausilio della Scienza chimica e medica. “3 dollari” indicano la via americana per il recupero del desiderio di maternità e la successiva realizzazione, ma sono sempre cifre simboliche che attestano, sempre simbolicamente, della bambina Patrizia che racconta alla donna adulta e matura che tutto è in linea con l’evoluzione coraggiosa di un progetto che si può realizzare anche con l’artificialità di un aiuto dato alla funzione naturale della fecondazione. E così la “lucertola-geco” ha iniziato il suo viaggio verso la formazione di una futura vita umana. I misteri dell’embrione si sono disvelati nel sacro tempio delle Madri dopo essere passati dalle altrettanto sacre mani dei mercanti. La Vita non guarda fortunatamente questi particolari e trionfa in ogni modo, in Patrizia e in tutte le donne che con coraggio hanno lottato e lottano per il loro diritto alla maternità senza ostacoli morali e politici, religiosi e culturali. Di dollari ce ne vorranno quanti ne richiederanno, ma il principio trionfa sempre grazie alle lotte dell’universo femminile che sul suo corpo paga il coraggio di dare adito alla sua natura e all’identità psicofisica acquisita. Questo è l’ampio significato simbolico dello “anello” e anche quello di fidanzamento rientra in questo settore dell’oreficeria e dei meravigliosi gioielli che soltanto una donna sa e può fare con la gravidanza e il parto: la maternità. Ecco perché nel concludere il suo sogno Patrizia risponde di sì.

Rispondo di sì.”

Tutto ok!

Questo è quanto si è potuto trarre dal sogno di Patrizia, una questione attuale e molto combattuta con alterne vicende, dal momento che il fattore venale disturba e inquina il fattore etico e filogenetico. In un paese veramente civile la tutela e la profilassi della donna e della maternità devono essere i pilastri della cultura e dell’evoluzione storica del popolo, prescindendo dal fatto che si tratta di temi universali che travalicano gli Appennini e vanno a finire nelle Ande passando da Cefalù e finendo a Dubai.

Patrizia ha risposto di sì e ha tradotto nel sogno il suo coraggio e il suo travaglio di donna che vuole realizzare ciò che desidera sin da bambina.

Patrizia ha risposto due volte di “sì” e ancora “sì”, uno per la bambina, l’altro per la donna.

QUANDO ARRIVEREMO A SIRACUSA

Quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo aver attraversato il Mongibello,

il grembo infuocato di cui tutti siamo figli,

quello che da sempre fa cenere e lapilli,

quello che scaglia pietre nere agli uomini codardi

e faraglioni ai miti forestieri nel blu del mare Ionio,

quello da cui vergine immacolata nacque Afrodite

con il suo primo fecondo sorriso,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo questa Kaaba siciliana,

insozzata dai perfidi sacrilegi delle dee Madri,

dai sordidi segreti dei Beati Paoli,

dai codardi riti dei Padrini,

da don Pirrone e don Batassano,

da padron Toni e Bastianazzo,

dalla Longa e la Lupa,

da donna Lola e cumpari Turiddru,

da Maria Lavava e Santuzza Minnipriu,

da Ciccino Cirinciò, quello del mulino,

dopo,

dopo il cimelio mitico e oscuro dell’Aìtne

che brucia i suoi eterni anni e i malcelati martiri,

dopo questo instancabile e bonario Vulcano,

ombelico osceno di nostra Madre Terra corporale

e dei suoi sotterranei cordoni incandescenti

che dai gradoni dei monti Climiti dell’ameno Carancino

arrivano al regno di Partenope,

passando per lo Stromboli

e riposando dolcemente nei Campi Flegrei,

dopo questo grembo sanguinante di intricati effluvi

che lentamente vanno verso il mare

come una greggia che ripete la favola bella

della metamorfosi del magma primordiale in pezzi di vita,

dopo l’orgoglio del Caos compiaciuto nella nera lava,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo aver bussato con buonagrazia alla spelonca di Polifemo,

il Ciclope che ancora vaga per gli eterni pascoli con i suoi montoni

e che con un solo occhio domina l’orizzonte dei migranti

scorazzando con lo sguardo indomito

da Scilla a Cariddi e da Cariddi a Scilla

in attesa di un altro assurdo Ulisse

da impalare come un trappista convertito ai Catari,

dopo quell’Ulisse,

dopo quell’uomo che ancora cerca qualcuno con la lanterna,

dopo Diogene il greco,

dopo Archimede che assaggia la Natura

e grida il suo eureka in ognidove d’Ortigia

dopo aver saputo di un punto d’appoggio

a favore degli inetti di buona volontà,

quella leva che solleverà il mondo

fin dove Ercole pose li suoi riguardi

a che l’uom più oltre non si metta,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo la terra dei misteriosi Sicani

e del mare che sta in mezzo,

là sulle irte scogliere dove le Sirene depongono il canto,

come le gabbianelle di primo uovo,

per lo sciocco marinaio infoiato di natural lussuria,

prima e dopo il folle volo

e infin che il mar fu sovra lui richiuso,

dopo,

dopo gli esuli Corinzi

delle doriche colonne e dell’umana polis,

dopo le stravaganze giuridiche dei violenti Romani,

spocchiosi e arguti per quello che alla Patria basta,

dopo i mosaici decadenti di Bisanzio

e i limoni portati in dono dagli Arabi

ai miseri braccianti di Avola e Pachino,

dopo i leziosi Francesi,

gli infingardi Spagnoli,

i monolitici Tedeschi,

i lassisti Borboni,

gli indolenti Savoia,

dopo gli ineffabili Italiani

e prima dell’amore di Federico lo svevo,

l’uomo mandato dal dio della Bellezza

a mostrare il morire della Morte,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

ancora dopo l’alcova mistica e carnale di Ades e Persefone,

gli dei innamorati degli oscuri anfratti e dei verdi prati,

sempre in vena di consumare sei semi di melograno in sei mesi

per dare vita alle messi di Demetra,

per dare un senso al logoro morire di un uomo

che sta tra il cielo e la terra e nel nulla più,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che Eros e Thanatos si sono baciati con Pathos,

dopo tutto questo e altro ancora che dirti non so,

la Pietra bianca ci verrà incontro nella luce

solcata dalle acque tormentate di Anapo,

colui che si occulta alla vista,

il demone che non ha più occhi

per vedere l’amato bene,

la ninfa Ciane

che nelle notti di Aprile ancora grida vendetta,

la donna aggrappata al cocchio di metallo temprato di Ades

per impedire il ratto della sua Persefone,

per trattenere il dio perfido dall’infamia sulla bella donna,

Ciane,

la femmina percossa dal vanitoso scettro di un uomo

e immantinente disciolta in acqua sorgiva,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

quando sentirai il lamento innamorato di Anapo

scendere da Pantalica come acqua di fiume

per incontrare Ciane,

acqua con acqua in un amplesso di carnali umori,

dopo,

dopo che la pietà di Persefone

ha condensato in chiare perle turchine di sonante acqua,

nel profondo oscuro di ogni uomo

l’eterno replay della vita e della morte,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che vedrai Aretusa finalmente e per sempre,

congiunta con Alfeo tra i papiri della fonte

dove Artemide ha posto i confini dell’eterno invisibile

per l’amata ninfa discesa nuda nelle acque fresche di Alfeo,

bella tra le belle

e appetita nella sua innocenza dal figlio del dio Oceàno,

e l’ha avvolta in una nuvola

per lasciarla cadere pioggia in quella fonte

dove ancora si bea con Alfeo

dei favori della dea e della forza del padre pietoso

che vede il figlio migrare per amore

tra le sponde dell’illustre mar Ionio,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che sentirai la rabbia di Archimede

scagliarsi contro quel miles gloriosus

che tangeva i circoli

che con grazia e arguzia aveva spianato sull’arenile di Ortigia

nella ricerca di un punto d’appoggio

per i suoi sogni di bambino curioso,

dopo che ascolterai il pianto del console Marcello

per quella mente anzitempo spenta

dalla furia omicida di un bieco romano assassino,

dopo,

quando la Pietra diventerà più bianca,

allora,

soltanto allora saremo arrivati a Siracusa nella luce,

in Pietrabianca,

nel vallone Carancino,

là dove Anapo ancora scompare

nella gola che lo porta al mare nel liquido grembo di Ciane,

là dove Aretusa e Alfeo ancora amoreggiano

nella fonte senza tempo tra i ciuffi dei papiri egizi

che Iside ha regalato ai felici amanti,

soltanto allora e dopo tutto questo

saremo arrivati a Siracusa nella luce,

nel luogo sacro della mega-kalo-gakathia,

dove la Morte grande, bella, giusta e buona abita

nei corpi di gente indolente e accidiosa

che ancora s’inebria con l’oppio della Bellezza altrui,

che ancora recita il mitico

“c’era una volta a Corinto, in Grecia”

e dopo,

dopo che avrai contemplato l’umana trinità

nel tempio greco di Athena,

nella moschea araba di Allah,

nella chiesa cristiana di Lucia,

dopo tanta incurante e sonnolenta Bellezza,

allora saremo veramente arrivati a Siracusa nella luce,

e soltanto allora potremo dire “ben venga il Nulla”,

il Nulla eterno,

il Nulla più,

a che non si possa più dimandare

perché tutto è stato visto nella luce,

perché tutto è stato contemplato senza nascondimento.

Belvedere di Siracusa, 10 luglio 2020 Salvatore Vallone