SILENZIO

Gelindo.

Vive!

Antenore.

Vive!

Aldo.

Vive!

Ovidio.

Vive!

Ferdinando.

Vive!

Agostino.

Vive!

Ettore.

Vive!

IL SOGNO E’ POESIA

Io ti dirò,

ti dirò qualcosa,

ti dirò qualcosa d’importante,

d’interessante,

non ti dirò che mi piaci,

né che questa notte diventa poesia perché ci sei tu,

non ti chiederò i baci che ti ho dato

e che ancora non mi hai restituito,

non mi lascerò andare alla melissa nostalgia

in questo tragico frangente del mondo intero,

non ti lascerò un fiore sul cuscino o una lacrima sul viso,

come da copione nei romanzi di Liala,

come da rituale nelle canzoni di Nilla e Bobby,

non ti chiederò perché da me sei andata via

dopo che ti ho aiutata a vincere la balbuzie e la pollachiuria,

non ti dirò dei grandi sacerdoti crudeli

che ancora uccidono in nome del deus ex machina

e stuprano in nome della disonesta castità ideologica,

non parlerò della colorata madonna di gesso

che ci onora a tavola con i cibi prelibati della tradizione,

io ti dirò,

io ti dirò soltanto che il sogno è poesia,

la tua poesia bella, buona e brava

come la Gianna dagli occhi blu,

quella di cui sono follemente innamorato,

come la pubblicità dei biscotti alla nutella,

come la disposizione a delinquere dei colletti bianchi,

come le tangenti e i pizzini dei mafiosi introvabili,

io ti griderò buongiorno,

poi canterò buongiorno a questo giorno

che ti vede senza di me,

buongiorno al latte e al caffè,

buongiorno a chi dorme sorniona e libertina

con le braccia conserte fuori dalle coperte

in questa giornata di sole antico e futurista

come il vino e il pane degli emirati e dei reami,

come il pane e il vino di Marcellino e di fra Pappina,

io ti griderò di stare attenta,

attenta alla botte di piombo che ti libera

quando agiti le mani tendenziose

per salutarmi alla stazione di Conegliano,

mentre slacci le culotte in pizzo e cotone nell’albergo a ore,

mentre io indosso appena uno slippino in microfibra

che fa tanto danno ai testicoli,

specialmente in età senile o dintorno ai vent’anni,

perché se andiamo avanti di questo passo

non ci saranno più bambini furbi o scugnizzi arditi

a fare il girotondo intorno al mondo di Sergio,

semplicemente perché le donne non ci vogliono più bene

se portiamo la camicia nera o a pois con cinque stelle.

Ardimento delle mie brame,

o Ardimento,

regalami una faccetta nera dell’Abissinia

in maniera che io posso farla romana

senza che aspetti e speri un posto

in un parlamento a strozzo e a spruzzo

da tempo occupato come un cesso pubblico

dai soliti compari di madama Dorè

che se la intende per interesse con madama Santè.

O Ardimento,

liberami dal male di tanta malora a spezzatino,

cucinata allo spiedo arcobaleno

negli scantinati scandalosi del colle Vaticano,

mentre la signora Maria cura i migranti

in procinto di occupare Ortigia con le loro mercanzie,

liberami dai preti inutilmente spretati

e dalle suore ferocemente insuorate alla camomilla,

antesignane dei tiranni cocainomani

e di quella immarcescibile vergine cuccia

che becca ancora il piede villan del servo

e che ancora nudo andò,

spogliato dell’assisa clericale

e delle accise politiche sulla benzina,

onde era un giorno venerabile al vulgo,

liberami dai padroncini incandescenti della val padana

e dagli schiavi inconsistenti della pianura asiatica,

insegnami a dormire sonni eterni

e a sognare sogni contingenti

dove libertà e necessità coincidono

in un grande bordello filosofico di tesi, antitesi e sintesi,

spiegami il delirio detto da Hegel

e ridetto dal professore fumatore della scuola,

quella dialettica tra razionale e reale e tra razionale e reale

che mi ha spaccato i maroni a Combai

e i marroni nei banchi di scuola,

in quel Liceo che di Aristotele nulla aveva,

che di tanta gentaglia ignorante tutto possedeva.

Ricordati che il meglio deve ancora venire,

che si trova tra le anse del numero settantasette,

che si ritrova tra le coperte di un rifugio antiaereo

dove si concepivano i bambini a ufo e a sbafo

per esorcizzare l’angoscia di morte.

Sia lodata la guerra.

Oggi e sempre sia lodata.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2023

MENO MALE

Sei generoso,

tanto,

quasi un asceta,

altrettanto,

un uomo senza dubbio e senza dubbi,

uno scettico,

un Pirrone dell’Elide,

un padre Pirrone, il gesuita confessore del puttaniere don Fabrizio,

un vivente senza il pudore del pusillanime,

un guardone senza ritegno e senza riguardo,

un monaco senza il compenso dell’obolo,

un maschio tutto d’un pezzo,

sempre sul mazzo a chiedere il pizzo,

quello delle sottane femminili,

non quello degli inetti parassiti

che affollano questa mia landa

in attesa di una notizia che striscia

per essere smascherati.

Sono generoso.

Sei ricco di buon sangue come un mestruo fulgens

e io mi perdo in un turbamento infantile da suora orsolina

quando mi vedo nelle mie storte parole sulla tua lavagna.

Faccio come la mia bambina,

quella dentro e quella fuori,

che copriva il suo capino con una coperta

per non farsi scovare giocando a nascondino.

E immancabilmente la trovavo chinata sul divano

col culetto in aria e il viso avvolto in un grande mistero,

il dubbio della fede,

la vertigine della libertà,

il bene della fiducia,

la possibilità dell’affidamento,

l’incanto dell’amor proprio,

la follia di Narciso a piccole dosi.

Sono ricco di buon sangue come un mestruo fulgens.

Cosa vuoi,

o mia cara insolente e impertinente,

c’è sempre un aliquis che ci trova e ci sgama,

qualcuno che ci attende e ci sottende,

qualcuno che ci circuisce e ci consola,

nei giardinetti pubblici o nella degna magione,

nella Camera alta e nella Camera bassa.

C’è sempre un quidquid,

qualcosa in cui crediamo e farnetichiamo,

qualcosa in cui nuotiamo e affondiamo,

qualcosa in cui ci perdiamo definitivamente.

C’è sempre un qualcuno e un qualcosa

a sinistra e a destra,

in alto e in basso.

Cosa vuoi.

Ciao,

maestra del mio cuore,

numquam mater, semper domina.

In un quaderno rosso, maoista e a righe strette

e stretto al petto ansante come la vaporiera di Giosuè,

si scioglie l’orrenda boria della vita,

si annida la facile futilità dell’esistenza,

si consuma il più grande peccato,

la strage di se stessi,

il suicidio collettivo,

collettivo come l’Inconscio di Karl Gustav Jung,

il mago che la sapeva lunga,

l’esoterico folle affetto da sedicente esaurimento nervoso.

Cosa vuoi,

Ortigia ormai è un borgo arido e deserto,

pieno di topastri e architetti in fiore e allo spritz,

un sito affidato al terribile Fato degli inetti

e regalato al miglior deficiente in qualità di offerente,

un’isola fatiscente e sconnessa,

pullulante di prodi ed eterni profughi,

ricca di meravigliosi clandestini

che vanno in culo alla vita e al mondo

vendendo cianfrusaglie inutili in ogni cantone

e nel mercato dove mia madre osava

e aveva posto li suoi riguardi.

Cave canem!

Così aveva ammonito la buona Oriana.

Così aveva insegnato la buona Ida:

l’inviata Fallaci e la professoressa Magli.

Chi altrimenti?

Non vedo divinità all’orizzonte.

Dio è morto nell’arena dei gladiatori,

nel tempio di Apollo,

nei giornali di parte e non di partito,

nelle sacre stimmate delle logge,

nelle scuole pubbliche e private,

nella latitanza della civica educazione.

Quanta ignoranza,

o madonna mia degli Angeli,

quella del cortile in fondo a piazza Termini,

quella dei buffoni e dei ciarlatani,

quella dei poeti e dei contastorie.

Adesso che siamo tutti sistemati,

si può andare serenamente anche in culo.

Ciao.

E noi?

Noi che facciamo?

Noi continuiamo a sbatterci la gnocca e il pisello

con il solito pane quotidiano,

quello di ieri e di domani,

con la surroga dei nostri debiti in altra banca,

con i prodotti finanziari derivati e sempre inclusi

che hanno suicidato tanti improvvidi pensionati in un sol boccone,

con le labbra gonfiate al silicone botuloso,

con i tatuaggi sulle splendide chiappe e sul venereo pube,

con le culottes delle influencer alla spremipatata,

con le indecenze sottili e luminose di un raggio di sole

fortunatamente in via di estinzione.

Moriremo d’amore e di nostalgia in Sicilia

tra i cumuli dei rifiuti della Storia

che nihil docet ai Farisei, ai Sadducei, ai Manichei,

ai Siciliani insomma.

Peccato o meno male?

A noi l’ardua sentenza.

Sava

Carancino di Belvedere 12, 10, 2021

LO STRUZZO DI KONCETTA

LA LETTERA

Buongiorno Salvatore, come va?

Se ha tempo, ho voglia di raccontarle un altro sogno e la mia interpretazione, mi corregga se la sbaglio.

Ho sognato che avevo un cucciolo di struzzo completamente nero come animale di compagnia.

Secondo me lo struzzo rappresenta alcune qualità di me.

Tenevo il piccolo in casa e non lo facevo uscire per paura di perderlo, ma la casa era buia. Il piccolo struzzo era molto affettuoso con me, ma quando io non c’ero aveva paura e rimaneva nascosto. Quando io tornavo a casa, dovevo mettermi a cercarlo sotto i mobili e sotto il letto e quando lo trovavo correva da me e lo tenevo in braccio.

Si addormentava con me e faceva versi di affetto.

Penso che il significato è che nella mia vita ho frenato delle qualità che avevo per la paura di affrontare gli altri all’esterno e, di conseguenza, col tempo mi sono sentita incapace ed è stato difficile ritrovare autostima.

Un giorno mi sono decisa a uscire con lo struzzo e appena ho aperto la porta fuori era bellissimo, c’era un fiume colorato con prati e montagne e non c’erano case o persone. Lo struzzo ha subito iniziato a correre a destra e a sinistra e io avevo ancora un po’ paura di perderlo, allora lo richiamavo vicino con le coccole.

Ma dopo un po’ non avevo più paura e correvo con lui sempre più veloce e stavo benissimo.

Ad un certo punto qualcosa nella mia vita è scattato e con il coraggio ho recuperato e ho scoperto che amo essere libera.

Lei cosa pensa?

Questo sogno è di ieri, poi questa mattina il mio ragazzo mi ha detto che ha sognato me che andavo in mezzo a un branco di lupi e dicevo, è bellissimo stare in mezzo a loro, ma ad un tratto venivo sbranata. Mi ha lasciata un po’ così..

QUALCHE NOTA

Accettabilissima la sintesi interpretativa di Koncetta.

Lo “struzzo” è la chiara “proiezione” di Koncetta bambina, la chiara condensazione della sua infanzia e della sua bambina introiettata, del suo essere stata bambina infante e del suo essere donna in atto.

Koncetta si relaziona bene e con giudizio e ama la compagnia, è stata educata e si è educata a stare insieme agli altri, alla gente, al suo prossimo. Per questo semplice motivo si è distinta senza confondersi e tanto meno fondersi per bisogni profondi e ha potuto coltivare la sua persona e la sua individualità. Koncetta in tal modo si è individuata, si è fatta persona con tutte le sue maschere e le sue difese, curando il suo intimo & privato, la sua interiorità e la sua intimità e in attesa di maturare una buona autocoscienza e un’adeguata auto-consapevolezza, al fine di evitare dolori e angosce, brutti incontri e traumi.

La “casa buia” rappresenta proprio questo stato crepuscolare della coscienza e dell’Io, questa necessità psico-evolutiva che è introduttiva e propedeutica alla crescita della Mente e del Corpo. Senza crepuscolo non c’è alba. E Koncetta ha bisogno urgente di crescere e di essere adulta per il mondo che la circonda e che sa essere anche pericoloso, oltre che protettivo e didattico. Koncetta nella sua forma di “struzzo” ha un giusto riguardo dei lupi, dei predatori, dei leoni vestiti da agnelli. Insomma ha un buon rapporto con se stessa, associato a una giusta timidezza e introversione.

Ripeto: Koncetta si difende bene, sa istruire le giuste e adeguate difese nelle relazioni con se stessa e con gli altri, nello specifico sa difendere il suo mondo interiore e la sua intimità dalle ingerenze altrui.

Tenevo il piccolo in casa e non lo facevo uscire per paura di perderlo, ma la casa era buia. Il piccolo struzzo era molto affettuoso con me, ma quando io non c’ero aveva paura e rimaneva nascosto. Quando io tornavo a casa, dovevo mettermi a cercarlo sotto i mobili e sotto il letto e quando lo trovavo correva da me e lo tenevo in braccio.”

Raccontava Freud della nipotina che, quando la madre usciva, nascondeva il rocchetto di legno per il filo da cucito sotto un mobile e diceva “non c’è”, di poi lo tirava fuori e diceva “c’é”, esorcizzando in tal modo l’angoscia dell’abbandono da parte della madre. Mirabile è la stessa psicodinamica e la figurazione o rappresentazione della scena, a conferma dell’universalità dei meccanismi psichici di difesa che poi vengono usati anche nel sognare.

Koncetta si accetta e si ama senza scadere nel fatuo narcisismo. Koncetta si è conciliata con se stessa assolvendo i sensi di colpa eventuali che costellano il cammino della vita.

Ricordo a Koncetta che la libertà deve essere anticipata sempre dall’autonomia, dal “fare legge a se stessa” senza dipendenze varie e variopinte dagli altri e dalle cose.

Koncetta conferma che soltanto accettando e razionalizzando la nostra infanzia si può stare bene con se stessi e con gli altri.

Questo sogno è di ieri, poi questa mattina il mio ragazzo mi ha detto che ha sognato me che andavo in mezzo a un branco di lupi e dicevo, è bellissimo stare in mezzo a loro, ma ad un tratto venivo sbranata. Mi ha lasciata un po’ così..”

Il “ragazzo” di Koncetta sogna e proietta su di lei la sua “invidia”, meglio il suo sentimento di competizione e il suo desiderio di essere come lei, soprattutto invidia, (letteralmente si traduce dal latino “vede in lei”), proietta le sue paure e le sue angosce di relazione.

Sbranata” sembra eccessivo, ma rappresenta figurativamente una aggressività normale e diffusa che ognuno di noi ha dentro. Del resto, ognuno dà quello che ha e quello che non ha non può dare.

La cosa più importante è la coscienza di sé, l’auto-consapevolezza.

Di questo Koncetta ha piene le bisacce.

Complimenti donna dalle mille risorse e dai mille equilibri!

Tieniti pure il moroso, un ragazzo sincero e semplice, soprattutto ben fatto con le sue lineari qualità.


E’ VERO !

Dalle Alpi alle Piramidi,

dal Manzanarre al Reno

il popolo unito si libererà del tiranno,

canterà canzoni di libertà,

perché il popolo va,

il popolo, alla fine, va sempre a trionfare.

Questa è la nostra verità,

quella del popolo che si alza e si adira,

con voce squillante grida:

adelante, adelante e senza iudicio!”

Sarà poi vero?

Dai!

Ti racconto questa.

Bologna è una vecchia signora dagli occhi vivaci

che dorme di notte distesa sul fianco sinistro,

scoperta nel petto e guardando il deserto,

le nobili vestigia di sabbia del divino Cheope.

Bologna è una vecchia signora dal viso composto

che veglia di giorno distesa sul fianco destro

guardando l’orologio della stazione

fermo all’ora dell’orgoglio politico della viltà di stato.

Bologna è una donna sborona,

Bologna ferita è una donna giammai guarita.

Bologna non dimentica,

ricorda,

condanna,

rifiuta.

Un’altra storia, un’altra brutta storia!

Patrick studia a Bologna,

passeggia sotto i suoi portici dipinti,

compra il pane e il companatico dai fratelli Roversi in via Cairoli.

Patrick è libertario,

Patrick è appassionato.

Bologna gradisce,

lo vuole,

lo cerca,

lo abbraccia.

Ma qualcosa si spezza.

Ahimè,

Patrick è partito da tempo e non è ancora tornato.

Patrick è stato incarcerato nel suo lontano Egitto.

Qualcuno ha detto ancora una volta e a quelle latitudini

che la sua testa non doveva pensare.

Bologna che lavora e che studia,

che si irrita e s’incazza,

che teme e trema,

grida i suoi cori contro il tiranno:

O libertà,

o libertà,

tu che sei tanto cara

anche a colui che per te vita rifiuta,

dona a Lui la forza di resistere,

concedi a noi la gioia di rivederlo

attento ai suoi amori,

intento alle sue passioni,

libero dagli infingardi.

Bologna ti aspetta.

l’Italia ti vuole cittadino delle sue brame,

ti ha eletto suo figlio in Parlamento,

nostro fratello nel cuore e nelle carte.

Sarà poi vero?

Continuano a vendere le armi all’Egitto,

a intrallazzare con le pistole e i pistolotti.

Che strana cosa sono gli uomini!

Può bastare un impasto di carne

con un paio d’occhi strabici che non vogliono vedere,

con un cervello a salvadanaio e pingue come il maiale dei Nebrodi,

con un cuore atrofico e atrofizzato.

A cosa serve un ministro del rione Sanità

dal viso aperto e dal riso dominante?

Può bastare cotanta ipocrita intelligenza

o è soltanto roba buona per fare mortadella.

Bologna che sa e conosce,

che sa tutto e conosce il mondo,

Bologna tace e si addolora.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere, 10, 04, 2021

TUTTA COLPA DI TUA MADRE

La montagna non fa per me e il mare mi deprime.

Vivevo con la mia famiglia in una verde collina di Treviso,

un paradiso chiamato Col San Martino,

e non vedevo l’ora di scappare dalla mia famiglia e dalla mia collina.

Esco, allora, da questa famiglia ed entro in un’altra famiglia,

ma la cosa non funziona.

Scappo da questa collina e mi ritrovo in un’altra verde collina di Treviso,

un paradiso chiamato Tarzo,

ma la cosa non funziona.

I confronti sono inevitabili, ma non quadrano mai.

Avevo l’idea di star fuori finalmente dalla mia famiglia e dalla mia collina.

Poteva succedere e lo speravo.

Anche il calcolo delle probabilità era dalla mia parte.

Era previsto che poteva succedere.

Quanto egoismo da proprietà privata!

Tutto questo succedeva grazie a te, mio enigmatico uomo.

La tua famiglia m’intrippa,

la tua collina mi disorienta.

Vuoi loro o vuoi me?

C’è sempre da dire,

da ridire,

da discutere,

da cosare,

da brigare,

da litigare.

Mi dispiace, ma tutto ha un limite.

Si può arrivare fino a un certo punto,

dopo scatta il divieto di circolazione,

dopo scatta il divieto di accesso.

Io mi devo difendere.

Non si può dire tutto,

non si può aprire il bagagliaio agli sconosciuti.

Io potrei scendere dal tram

per evitare le interferenze disturbanti dei tuoi parenti serpenti.

Tu mi chiedi di capire, ma non c’è niente da capire.

Io spero sempre

che questa sia l’ultima volta

che i tuoi mi disturbano con le loro stronzate di merda.

La verità è che io sono allergica all’istituto famiglia.

Non ho sopportato e non sopporto la mia famiglia

e, allora, figurati se digerisco la tua.

Non voglio essere ospite da nessuna parte,

non voglio il ruolo di ospite in alcun caso.

Una parte di me, purtroppo, mi dice

che non riesco a vivere da sola.

E allora?

Allora vorrei e non vorrei,

credimi,

ma io non faccio parte di questa tua famiglia

e tanto meno di quella che mi proponi di formare,

la nostra,

tutta nuova

e tutta da costruire secondo le regole del “facciamo da noi”.

Questa non è libertà.

Questa è bieca improvvisazione.

Sono senza entusiasmo e sensibile alle bidonate.

Questo tu lo sai.

“Vediamo soltanto come va”, tu mi dici oggi.

“Non creare tensioni incomprensibili agli altri. Vivi e lascia vivere.”

Così tu mi continui a dire.

Io lo so,

io so già quello che mi dirai domani

perché me l’hai già detto ieri.

La vera verità è che sei attaccatissimo a tua madre,

che non vedevi l’ora di tornare da lei insieme a una donna

per darti una veste di quasi normalità,

ma il morboso legame tu non lo sai nascondere,

lei non lo sa nascondere

e a me non resta che assistere alla vostra sordida tresca.

La tua intimità con lei mi dà un fastidio enorme.

Ti sei fottuto la libertà

perché lei ti prepara la vita

sotto la forma di una minestra e di una finestra.

O mangi o ti butti giù.

Il mio non è egoismo,

il mio non è bisogno di possesso.

Io possiedo la verità.

Tu sei attaccatissimo a tua madre.

E allora io chi sono?

Vuoi me o la tua mamma?

Ma siamo due cose diverse,

mio emerito ignorante,

mio povero deficiente,

mio nobile impotente.

Io dico e ridico,

ma tu non capisci

e vuoi stare seduto su due sedie

a testimoniare il tuo attaccamento morboso

a chi ti ha soltanto procreato per necessità biologica

a confermare il complesso di Edipo per i dizionari di scuola psicoanalitica.

Ma io sono la tua donna,

io sono la tua promessa sposa,

io sono la tua Lucia Mondella,

mio caro Lorenzo Tramaglino.

Ma cosa t’importa?

A te tutto questo non tange.

Tu vuoi da me un’amicizia libera,

un rapporto senza indagini e al di sopra di ogni sospetto.

No!

No, mio caro coglione, io scendo dal tram.

Io scappo perché non ho smanie di nessun tipo,

non ho l’elasticità mentale che si richiede ai moribondi,

non ho la rassegnazione eroica dei morituri.

Io non ho nessuna intenzione di morire insieme a te per colpa tua.

Ti ricordi il capodanno dello scorso anno?

Che massacro di palle seduti sul divano,

incollati alla cosa luccicante e suonante

in quella tua casa con tutti i tuoi parenti e i tuoi affini,

costretti ad ascoltare il concerto della Filarmonica di Vienna

diretta dal maestro Ciccio Busacca.

Ma vaffanculo tu e i tuoi!

Vaffanculo tu, Ciccio Busacca e tuo zio Alfio Curcuzza, il pedofilo!

Quante scemenze!

Che orribile errore vivere in un cesso pubblico!

Io mi ero adagiata sulla merda

perché è già morbida di suo

e ci ero caduta per ignoranza e per comodità.

Pensavo e si pensava che da puzzolenti si stesse bene insieme.

Ma no, ma cosa ho pensato e cosa si è pensato?

Non parlare,

non discutere,

non litigare è la morte della coppia,

la tomba del cosiddetto grande amore

a cui tutti come tordi aspiriamo.

Noi si viveva in un caos di perbenismo, di tolleranza, di libertarietà.

Quanti elogi sperticati alla monotonia dell’apparente diverso!

Meglio stare alla larga per non aver pesi

e per raggiungere l’atarassia e l’apatia.

Ma se tu non parli, non si sa cosa pensi.

C’è chi parla troppo e non capisce niente degli altri

perché è interessato a dire soltanto di sé.

Se tu non parli e non mi parli,

allora evviva il veneziano ciacolone che mi fa sentir viva,

evviva il trevigiano millantatore che mi fa scoprire innamorata.

Ben vengano gli amici e gli amanti con cui far due parole,

con cui scambiare le merci preziose e gli accessori firmati,

con cui mangiare “poenta e osei”.

Ma oggi non voglio aver nessuno,

oggi non voglio stare con nessuno,

oggi voglio stare per i fatti miei.

In fondo io sono una donna solitaria e mi piace tanto pregare.

Per non lasciare il pensiero pensare,

io prego

e così non prendo il “lexotan”.

Ma quali aperture!

Quale disposizione all’altro, anche se intimo!

Nessuna!

Viva il silenzio e viva la libertà!

Quant’è bello pensare ai cazzi propri!

E tu?

Tu sei uno schiavo dalla pelle bianca.

Tu hai ancora bisogno di tua madre,

di un miscuglio di madre e di amante,

di un omogeneizzato di ruoli diversi.

Vergognati!

Ma vergognati, per favore!

Autonomia su, autonomia!

La tua vita è un sordido appiccicaticcio tra generazioni diverse.

La giovane è invecchiata e la vecchia è ringiovanita.

Io sono la tua donna e non tua madre.

E’ talmente evidente la cosa

che non abbisogna di parole e di test.

Meglio star zitti

e mettere a tacere la propria espressività.

Cancello dal mio volto le posture espressive per non tradirmi.

Tra quello che è e quello che non è, qual’è la misura?

Tu dove stai, tu dove sei?

Su e giù, di qua e di là,

tutto ti sembra,

“tibi videtur”,

nessuna verità,

nessuna certezza,

tanta opinione.

Quante “doxa”!

Ma chi siamo noi?

Chi siamo io e te che rincorriamo le “doxa” e le “aletheia”?

Una grande comitiva, una grande famiglia, un tutti insieme appassionatamente?

Che confusione epidermica!

Che striature sulla pelle!

Peggio del fuoco di sant’Antonio.

Necessariamente abbiamo litigato io e te

essendo infognati tra le “doxa” e le “aletheia”.

Questo è vero e giusto allo stesso tempo.

Ma un genitore tra me e te,

una madre in mezzo è disdicevole,

è immorale,

sta a guardare,

fa la voyeur,

fa male all’equilibrio mentale.

A suo tempo io ho detto e ti ho parlato.

Uomo avvisato è mezzo salvato.

Donna salvata non è stata mezza avvisata,

conosce la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità,

ha certezze.

Senza la fobia di spazi vuoti,

senza fuochi d’artificio,

i miei occhi non reggono i lampi

e si perdono in un palazzo veneziano,

antico e austero,

con stanze grandi,

con grida soffocate,

con urla inibite.

Gli specchi riflettono i soffitti alti del settecento

e nasce l’idea di traumi consumati nelle alcove e nei giardini,

idea paurosa dei primi tempi della mia vita

quando dovevo ritirarmi nelle mie stanze

per la paura che le porte si aprissero

costringendomi al coraggio di vedere camicie di forza e armature

al posto di un erotico body a losanghe

che lascia trasparire i capezzoli, l’ombelico e i peli del pube.

Quanta tensione!

Il mio stomaco adesso ha la gastrite,

bruciori intensi causati da involontari danni.

Non so, è tutto così strano!

E’ così strano sapere le verità fino a un certo punto

senza dover render conto a nessuno.

Nessuno che ti dice “redde rationem”

e alla fine la mia libertà va a finire tra le corna

che tu mi fai con tua madre.

Tutto va a finire in merda.

Che senso estetico!

Che chic!

Io danneggio tutto quello che tocco,

per cui rovinerò anche il tuo paltò di montone affumicato

e anche i miei ragionamenti oculati,

sconvolgendo i soggetti per restare sul vago

e lasciando i predicati sul fatuo, sull’effimero, sull’assente.

La verità è che tu e tua madre avete da tempo rovinato tutto.

Adesso è troppo tardi

e io ho altre cose più importanti da fare.

Le rinunce sono dei santi

e io, invece, pecco “fortiter” e non credo “fortius”.

Io ti mollo insieme alla tua augusta genitrice.

Tu dirai che tutto sommato è meglio così

e che è colpa della mia natura puttana di femmina caliente

e nient’altro.

Tu non aggiungerai nulla di altro.

Io, domani, sciando sulle piste innevate di San Martino di Castrozza,

ricomincerò la solita vita

con la libertà e la sicurezza delle mie cose usate.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 23, 06, 1999

VOCI DI DONNE

Tutto il mio tempo,
tutto,
aperto ai flutti delle mie parole.
Entro nel mare della mia forza generativa
assieme a ogni donna degna dei miei versi
e ieri o oggi sono solo semantica.
Siamo eterne vergini suicide,
sognate e sognanti,
addormentate al suono di una canzone d’amore.
Rifletto la mia ombra dentro di noi,
cerco l’opposto e trovo uno specchio,
un continuo desiderio di fuga mi distrae.
Lo spirito irrequieto della libertà serpeggia nel labirinto delle mie vene
e tutto è perduto
e riavuto
e ripetuto nel mio incessante bisogno di conquista.
Per me è sempre amore,
solo amore,
un ossimorico splendore del desiderio.

Sabina

Trento, 20, maggio, 2021

PSICOANALISI DEL GRUPPO

L’uomo è un vivente sociale, un animale che abita nella “polis”, città stato della Grecia antica, fa delle scelte e prende delle decisioni insieme agli altri. Aristotele: “zoon politicon”.

Un gruppo è costituito da individui intesi a evolversi psicologicamente in persone.

Ogni persona ha una organizzazione psichica, una sua struttura evolutiva, un suo carattere, una sua personalità, una sua gruppalità interna, una sua modalità culturale, interpretativa ed esecutiva, una sua rete di relazioni interne che dispongono verso l’esterno secondo modalità esperite e tendenti alla finalità e all’innovazione.

La coppia è un gruppo biologico e la famiglia è la cellula della società.

La famiglia ha una “organizzazione psichica collettiva” che si forma e si evolve attraverso l’interazione delle “organizzazioni psichiche” dei vari membri a cominciare dalla coppia.

La famiglia possiede, di conseguenza, una connotazione psichica originale e individuale, come se fosse una persona, incentrata sulle modalità di pensare e di agire, di intendere e di volere, di sentire e di ragionare, di interpretare e di eseguire.

Ogni famiglia possiede un “Es”, un “Io, un “Super-Io”, le istanze psichiche freudiane estese e applicate al gruppo.

Ogni famiglia ha un corredo di istinti e di pulsioni, ha una rappresentazione dei bisogni e dei desideri, ha una intimità, ha una sub-liminalità e un “principio del piacere”: istanza psichica “Es”.

Ogni famiglia ha una modalità razionale e logica, una sua vigilanza e una auto-consapevolezza, una linea di pensiero e di azione, un esercizio del “principio di realtà” e della volontà, ha una sua filosofia di vita e una sua subcultura: istanza psichica “Io”.

Ogni famiglia ha una gradazione del senso del dovere e del limite, del divieto e del tabù, della censura e della morale: istanza psichica “Super-Io”. Ogni famiglia vive al suo interno una rete di azioni possibili e tollerabili, non impedibili, che contempla e fissa la legalità al suo interno. La tensione interattiva del gruppo è volta a realizzare il valore della tolleranza.

Ogni famiglia è un’isola libera che trova il suo significato all’interno dell’arcipelago. La famiglia non è, di certo, anarchia e follia, è un microcosmo autonomo nel macrocosmo. La sua libertà è condizionata dal contesto e dalla tradizione, ma soprattutto dalle funzioni psichiche che al suo interno vedono la luce e la vita, agiscono e si evolvono.

L’istituto familiare è un gruppo umano caratterizzato nella sua formazione dalle modalità psichiche evolutive di cui l’individuo è portatore. La Psiche individuale e la Psiche della famiglia si servono degli stessi “meccanismi” e “processi” psichici di difesa dall’angoscia e sviluppano contenuti propri, sia come persona e sia come gruppo. La prima privilegia ed elabora i vissuti individuali in riguardo a se stesso e alla realtà esterna, la seconda privilegia ed elabora i temi sociali della relazione e della convivenza.

La combinazione e l’interazione delle “organizzazioni psichiche” all’interno del gruppo familiare caratterizzano la qualità dei vissuti dei vari membri e del gruppo stesso. In quest’opera educativa il condizionamento psichico delle figure genitoriali è di grande influenza e importanza per la formazione dei figli e per la trasmissione culturale dei valori. Di poi, le strutture scolastiche assolvono il compito di arricchire l’identità storica e sociale, nonché di allargare il contesto della collettività nazionale e internazionale.

I processi di identificazione e l’identità psicosociali completano il percorso educativo e formativo della persona e del gruppo.

Partiamo dalla cellula biologica della società, la famiglia, inquadrandola per comodità teorica e sempre applicando lo schematismo psichico evolutivo della persona.

Una famiglia può definirsi a prevalenza “orale”, “anale”, “fallico-narcisistica”, “edipica”, “genitale”. Il termine “prevalenza” attesta della compresenza interattiva degli altri fattori secondo incidenze minori. Lo stato puro è utopico.

La famiglia a prevalenza “orale” si connota per l’affettività e per il sentimento che mette in circolazione e fa prevalere al suo interno e che esibisce all’ambiente esterno. E’ sensibile alla perdita di questi attributi e, di conseguenza, tende a strutturare tratti depressivi. L’affabilità e la volitività, la generosità e l’afflato emotivo sono dominanti nella fenomenologia e negli investimenti sociali rispetto alle altre caratteristiche psichiche maturate nel corso della sua evoluzione. La recettività prevale sulla donazione sociale.

La famiglia a prevalenza “anale” è caratterizzata dall’esercizio dell’aggressività nel versante interno ed esterno: sadismo e masochismo. La valenza mentale è la diffidenza e la ritrosia, la valenza psichica è fobica e ossessiva con tratti paranoici. La parsimonia nel dispensare affetti ed emozioni struttura difficoltà espressive e comunicative. L’avarizia connota la degenerazione degli investimenti materiali, così come l’aggressività per difesa paranoica si può evolvere nella violenza. La famiglia a prevalenza “anale” accusa conflitti nell’acquisizione e della distribuzione dei sentimenti e dei messaggi collettivi, nonché a livello razionale tende a coltivare le sue cognizioni e le sue convinzioni. Gli scambi psicosociali sono contraddistinti dalla dialettica della chiusura e del rifiuto.

La famiglia a prevalenza “narcisista” è auto-referente e superba, onnipotente e sprezzante, ostica e fredda. Tende all’isolamento per orgoglio e pregiudizio. La sua autonomia è apparente e la sua dipendenza non viene riconosciuta in alcun settore. La rete delle relazioni è altolocata e subalterna alla nobiltà psichica e al valore del gruppo familiare. I fattori e i veicoli altruistici sono disconosciuti nella vera essenza e vengono esaltati a proprio vantaggio e a propria esaltazione. L’isolamento domina socialmente nonostante il bisogno di manifestarsi per autoesaltazione, ma la famiglia a prevalenza “narcisistica” non si accorge dell’esistenza degli altri e tanto meno del loro concorso alla formazione della società. L’autolesionismo è il nucleo psichico che si evidenzia quando viene socialmente giocato nel massimo dell’esaltazione e dell’onnipotenza. La sfida con se stessi tocca corde sensibili e l’onnipotenza si converte nell’impotenza, ma la ripartenza è la tappa successiva al fallimento.

La famiglia a prevalenza “edipica” si presenta con un tasso polemico e conflittuale molto elevato al suo interno e all’esterno. La socializzazione è importante perché è la palestra dello scontro e del valore. La critica in eccesso procura enormi difficoltà nelle relazioni e tendenza all’isolamento per molestie procurate e subite in reazione e in difesa dall’ambiente sociale. Il comportamento oppositivo denota una modalità di pensiero divergente e tendente all’originalità. L’azione è contraddistinta dalla ricerca di un coinvolgimento dialettico e competitivo, nonché dalla tendenza a vivere negli altri quelle autorità da combattere e quelle imposizioni da rifiutare. La famiglia a prevalenza “edipica” ha bisogno della società per competere e per innovare, per contestare e progredire. Ha una valenza positiva nel favorire il progresso civile tramite il confronto e lo scontro. Ha seguaci e conoscenti indifferenti per mancato investimento. La malattia della famiglia è la frustrazione delle energie investite e la penuria dei risultati, a cui consegue un tratto psichico isterico nello scarico della frustrazione sociale.

La famiglia a prevalenza “genitale” assolve pienamente la formula aristotelica dell’animale politico. E’ amorevole e razionale, ubbidisce al “principio di realtà” senza trascurare il “principio del piacere” e il “principio del dovere”. Cura l’affettività e i sentimenti, i bisogni e le riflessioni, non sacrifica alcunché della costellazione delle pulsioni e dei desideri, così come razionalizza molto bene la sfera dei limiti sociali e delle imposizioni legali. La famiglia a prevalenza “genitale” ha capacità recettiva e altruistica, assorbe e restituisce, produce investimenti sociali solidali e partecipa alle psicodinamiche politiche senza fanatismo e con tolleranza. L’Io familiare “genitale” delibera e decide con equilibrio e armonia secondo i “processi secondari” della razionalità e senza smarrire la gioia dell’equilibrio tra la Mente e il Corpo. Il suo unico rischio è proprio quello di “regredire” a forme precedentemente vissute e problematiche per l’incompletezza e la parzialità della loro evoluzione.

LIBERTA’ E NECESSITA’

“Gentilissimo,

mi piacerebbe veder affrontato il tema della privazione della libertà, oltre a quello della paura del contagio. E’ un interrogativo che mi sono posta in questi momenti concitati: salute o libertà? Necessità o principio filosofico. Per cosa combatterei con maggior foga?”

Sabina

Andiamo sul semplice, accipicchia!

Eppure in questi tempi la riflessione filosofica ha la sua giustificazione per illustrare i criteri e i principi che nello scorrere quotidiano del tempo, di questo tempo critico, incarniamo senza averne piena consapevolezza: “incarniamo” mi piace di più del freddo “siamo portatori”.

La “privazione della libertà”, quella psicologica e non quella fisica, è un falso problema semplicemente perché l’uomo è un prodotto psico-socio-culturale “condizionato” e non gode della prerogativa divina di essere “assoluto”, sciolto da ogni legame e da ogni forma di dipendenza, per cui la sua unica libertà si attesta nella possibilità della scelta, la Politica. L’uomo è libero nel momento in cui opera una scelta tra le diverse tesi o visioni del mondo. Quando la scelta è fatta ed è imposta dalla Politica per motivi eccezionali, come di questi tempi nel nostro bel paese, l’Uomo deve farla sua attraverso la valutazione etica.

E’ giusta questa scelta del potere politico?

Risponde al criterio del Bene individuale e collettivo?

Con questa operazione riflessiva l’Uomo è libero pur restando all’interno del suo naturale contesto di Necessità.

Passiamo al secondo punto.

La contingente “privazione della libertà fisica” ubbidisce al “principio di convenienza” e al “principio del meglio”, in base ai quali l’uomo tende alla Vita e alla conservazione della Vita, Filogenesi, alle condizioni date nel contesto storico e culturale in cui agisce. I principi del Diritto naturale, elaborati nel Seicento da Grozio e Gentile e di poi ripresi da Locke e altri filosofi, affermano che la Vita e la conservazione della Vita sono diritti massimamente oggettivi perché risiedono nel Corpo, nel Vivente, (in tutto il Vivente, animali, vegetali e minerali compresi, aggiungo io buddisticamente) e si giustificano inconfutabilmente con la Materia Vivente, il Corpo. Se la privazione della libertà fisica ubbidisce alla Vita e alla conservazione della Vita, il Diritto naturale è pienamente rispettato e la scelta individuale e collettiva ha le prerogative di essere “etica”, di ubbidire al principio del Bene, e di essere universale perché sostenuto dalla Logica e, quindi, necessariamente valido e condivisibile da tutti in quanto basato sulla Ragione. Ottimismo illuministico.

Può bastare.

La “paura del contagio” oscilla tra la fobia e la paranoia. In quanto “paura” è giusta e salutare, fa soltanto bene perché offre un limite su cui riflettere prima di agire. Che tutti abbiano paura di essere contagiati senza tralignare nella fobia assurda e nella manie di persecuzione, va bene, anzi benissimo. Nessuno vuol morire, il Corpo vuole naturalmente vivere, la Mente non può essere birichina e annientare la vita.

Analizziamo il terzo punto.

Ricordiamoci sempre che “natura non procedit per saltus”: la Natura non procede per salti. Domani il sole sorgerà a oriente. Dalle tante constatazioni empiriche fu desunto nella Greci antica il “principio dell’uniformità della Natura” in base al quale esiste una Logica nella Natura che governa i suoi processi evolutivi. La Natura è libera perché non è limitata da un’altra Natura, è una e unica. La Natura è Necessità perché è vincolata dal suo progetto atomico evolutivo. La monade di Leibniz sviluppa il Logos che contiene e non altro. Necessità e Libertà non sono opposti, così come Salute e Libertà non sono inconciliabili. E’ un concetto “etico” scegliere liberamente la Salute. La Natura trasmette all’uomo, in quanto sua parte, la sua essenza logica ed etica. L’uomo ha una essenza logica in quanto parte della Natura ed è chiamato a sviluppare il suo progetto. Possiede, inoltre, un’essenza “etica” in quanto la sua azione è indirizzata verso il Bene. Se a tutto questo ben di dio si aggiunge all’uomo l’essenza estetica, la Bellezza, tocchiamo l’apice della civiltà e del progresso culturale e scientifico a misura antropologica.

Concludo questa sintetica e discutibile disamina.

Se noi assimiliamo gli obblighi di legge contingenti, è perché queste disposizioni politiche sono logiche ed etiche e le sentiamo come espressione attuale dei nostri bisogni di vivere e di continuare a vivere.

Trovare questa corrispondenza tra Ragione, Diritto, Etica, Politica è raro e in questo momento storico è meraviglioso. Il merito va al “fantasma di morte” individuale e collettivo che ha sfrondato l’albero della Vita e ha rifiutato i fronzoli e le sciocchezze dell’ignoranza. Dietro le sferzate depressive della possibilità della fine siamo stati costretti a ragionare e a essere essenziali, siamo stati fortunatamente costretti ad abbandonare i falsi problemi su cui per mesi e mesi si sono agitati gli interessati catastrofisti del sovranismo e del qualunquismo mediale.

Charles Darwin parodiando Karl Marx ci sta dicendo che “un virus si aggira per il mondo”, il coronavirus e non è monarchico, né capitalista, né proletario, né razzista, né patriottico, né nazista, né fascista, né comunista. E’ un semplice microcosmo cosmopolitico che mette tante idee e tante ambizioni narcisistiche al posto giusto in tutto il mondo e che ci fa ritrovare come “gruppo” umano legato dalla condivisione culturale, come “popolo” unito dal comune processo storico, come “nazione” abbracciata dal sentimento di solidarietà, come gli eredi di quell’homo sapiens curioso come una scimmia e generoso come un cane.

“Ammuttamu e caminamu!”

Spingiamo la carretta e andiamo avanti, magari cantando “o sole mio” e l’inno di Mameli.

Per tutto questo io combatterei con maggior foga, cara Sabina.

Domani è un altro giorno buono e utile, tutto da vivere.

DOPO L’ORGASMO

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà… avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole.
Vedevo la luce sopra di me.
Sentivo la pace e la libertà dentro.
Nel fondo cerano sassi bianchi, grandi e piccoli.
I colori che ricordo erano il rosso e il turchese.
Ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo per non poter risalire e riuscivo a vedere perfettamente la superficie.
Ho provato un senso di libertà totale.

Il colmo è che nella vita reale io non so nuotare e ho paura dell’acqua.

Grazie anticipate da Matilde.”

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Questo sogno consegue a uno stato di benessere psicofisico definito “orgasmo”, a un rapporto sessuale andato a buon fine.
Matilde si è addormentata dopo l’intensa vitalità sensoriale che dalla zona genitale si è allargata secondo le onde neurofisiologiche a tutto il corpo. Matilde aveva parzialmente sospeso la funzione di vigilanza del cervello e si era abbandonata al moto erotico del “sistema neurovegetativo” per vivere le contrazioni piacevolmente spasmodiche all’interno della vagina, quel corto circuito erotico che dopo il picco lentamente ricade verso la normalità vitale.
Matilde si è addormentata dopo aver fatto l’amore e ha rappresentato in sogno le sensazioni in atto, quelle del “dopo l’orgasmo”. Questa è la meravigliosa capacità dei meccanismi del “processo primario”, quelle modalità psichiche che riescono a riprodurre in immagini le sensazioni globali molto forti e irripetibili nella loro intensità.
Il sogno ha sempre una valenza “cenestetica”, sensoriale, proprio perché si basa sul fattore psicofisico dell’allucinazione e sulle fasi REM e NON REM.
Il sogno scatena tutti i sensi e in prevalenza quello prediletto e adatto all’uso e al vissuto da rappresentare. I sogni si basano anche su sensazioni abnormi e magari mai vissute nella realtà, allucinano un desiderio come sosteneva Freud, ma non soltanto, allucinano il vissuto in atto, la realtà psichica e magari le sensazioni vissute qualche ora prima di dormire.
Il sogno di Matilde mostra come si può tradurre uno stato di benessere psicofisico e come il “processo primario” riesca a trovare le immagini giuste per rappresentare le benefiche conseguenze di un orgasmo con l’apposito e specialistico meccanismo psichico della “figurabilità”.
La “figurabilità” opera una selezione tra le diverse rappresentazioni o immagini che traducono il vissuto psichico, il bisogno o il desiderio, e sceglie quelle che meglio si prestano alla loro espressione visiva, consentendo ancora una volta il passaggio da un concetto astratto a un’immagine concreta. Esempio: la rappresentazione della mucca rende perfettamente l’idea dell’amore materno a differenza dell’immagine del serpente. Quest’ultima, a sua volta, rende perfettamente l’idea dell’organo sessuale maschile a differenza dell’immagine della mucca.
Vediamo quali fattori il “processo primario” ha usato nel sogno di Matilde: la relazione del soggetto con se stesso, l’autorielaborazione allucinatoria dei vissuti psichici, l’alterazione dello schema temporale, la distorsione della categoria spaziale, il gusto del paradosso, l’eccesso della fantasia, il principio del piacere, l’appagamento del desiderio.
A livello neurofisiologico sono state richiamate le attività dell’emisfero cerebrale destro.
Un sogno non è mai un semplice sogno alla luce di quanta “roba” comporta e di quanti “strumenti” tira fuori.
Vediamolo da vicino e nello specifico.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà… avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole.

Matilde esordisce con una simbologia “cenestetica” sensoriale: “nuotavo e sentivo la libertà”, un tema ricorrente nel sogno. La forza di gravità è stata allentata “nel fondo di un mare”, in piena confidenza con il mondo interiore e con il conseguente abbandono psicofisico.
Il “nuotavo” induce a una “regressione” al grembo materno, ma il “sentire la libertà” è in netto contrasto con la costrizione protettiva del grembo materno. Matilde confuta il simbolo della dipendenza materna e lo commuta nella sensazione di massima autonomia psicofisica: vivevo.
Gli “occhi aperti” dicono di una buona vigilanza legata a una altrettanto buona presa di coscienza delle problematiche della dipendenza materna e non. Matilde non ha alcuna paura a lasciarsi andare al moto psicofisico del nuotare in libertà, non teme il suo corpo perché non ha sensi di colpa e possiede una buona lucidità mentale. Matilde si abbandona ai sensi del suo essere femminile con la piena consapevolezza delle mirabili capacità del suo corpo: “vedevo l’acqua trasparente e anche il sole”.

“Vedevo la luce sopra di me.”

Matilde insiste sull’auto-consapevolezza: “vedevo”.
La “luce” conferma la “coscienza di sé” ed il fatto che è “sopra di me” attesta che la relazione privilegiata è con il corpo e le sensazioni, con le pulsioni e gli istinti, con la “cenestesi” neurovegetativa e non con il materiale astratto o tanto meno sublimato: simbologia del “sotto”, istanza psichica pulsionale “Es”.

“Sentivo la pace e la libertà dentro.”

Ritorna il tema dell’esaltazione dei sensi dal momento che la “pace” è un simbolo di mancanza di “resistenze” e di lasciarsi andare con il moto vitale in piena azione.
Il “dentro” attesta dell’assenza di condizionamenti esterni e di un autogeno movimento del corpo.
“Sentivo” conferma il trionfo dei sensi. Quello di Matilde è un sogno tutto intessuto di abbandono psicofisico e di una consapevolezza che ingrandisce la sfera sensoriale.
La “libertà” si attesta nel libero cospirare dei sensi e nell’assenza di “resistenze”, nel non temere il moto vitale dei sensi: un buon rapporto con il mondo degli istinti e delle pulsioni, con l’istanza “Es”.

“Nel fondo cerano sassi bianchi, grandi e piccoli.”

Una coreografia estetica e non certo un “fantasma di inanimazione!
Tutto procede all’incontrario.
“I sassi bianchi” fungono da cornice di un quadro di bellezza, un’estetica equiparabile alla bellezza dei sensi e in esaltazione direttamente proporzionale all’abbandono psicofisico, quando niente chiede di ragionare e tutto esige di vivere al massimo.
Ricordo che il “sasso” in altro contesto contiene una simbologia di anaffettività e una consistente caduta della “libido”.
Questa interpretazione si capisce nel prossimo capoverso.

“I colori che ricordo erano il rosso e il turchese.”

Il sogno di Matilde e il suo “post-orgasmo” si associano alla bellezza neurovegetativa delle sensazioni e si giustificano nella loro intensità di eccitazione e di benefico rilassamento. Del resto, non c’è orgasmo senza bellezza semplicemente perché non è controllabile e avviene secondo natura e secondo finalità positivamente meccaniche, meglio neurofisiologiche a conferma che l’architettura corpo-mente è molto sofisticata.
Ed ecco la bellezza che si esprime simbolicamente nei colori.
I simboli: il “rosso” rappresenta l’eccitazione neurovegetativa e l’intensità organica cenestetica, il “turchese” è una combinazione di azzurro-verde- giallo, tre colori determinanti, secondo Lusher e il suo test, che sono simboli rispettivamente della distensione vigilante e della realtà, della vitalità in atto e della “libido” esistenziale in essere, nonchè della reattività.
Cosa si può aggiungere: Matilde sta proprio bene, sta vivendo un buon momento della sua vita.

“Ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo per non poter risalire e riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”

Matilde non teme i moti naturali neurovegetativi del suo corpo. Matilde si conosce bene e non ha paura di lasciarsi andare per vivere un buon orgasmo. Del resto, l’abbandono psicofisico è la condizione perché avvengano la lubrificazione e la progressiva crescita delle contrazioni involontarie della vagina. Matilde non si blocca per paura di svenire e, tanto meno, per controllare ciò che sta avvenendo in lei e fuori di lei, è tutta presa da se stessa e dallo sviluppo della sua “libido genitale”.
Matilde si attesta, senza tante intellettualizzazioni e filosofie, a vivere e gustare con una leggera coscienza il suo orgasmo.
Questo è il significato di “ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo”.
“Poter risalire” significa avere consapevolezza, passare dalle pulsioni alla vigilanza calma e tranquilla della consapevolezza. Matilde sa che deve godere ed è padrona del suo corpo senza comandarlo ma soltanto vivendolo. Sa che il suo corpo non la inganna e non la tradisce, tanto meno in tanto benessere. Matilde sa di sé a livello neurovegetativo e sta sognando il suo benessere “post orgasmo”: “riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”

“Ho provato un senso di libertà totale.”

Ritorna il “refrain” che ha dominato il sogno: la “libertà totale” di viversi e di abbandonarsi ai sensi, il lasciar che avvenga tutto quello che naturalmente deve avvenire, quel sano fatalismo neurovegetativo.
La libertà è la disposizione femminile all’orgasmo nel coito. Matilde non ha blocchi, remore e sensi di colpa, sta bene con l’uomo che ama con cui si relazione e si imbeve nella vita quotidiana.
Si tratta di un uomo e non di una donna per il fatto che la “libertà totale” comporta il completamento “maschio-femmina” senza varianti sul tema.

“Il colmo è che nella vita reale io non so nuotare e ho paura dell’acqua.”

Matilde coglie la vita onirica e la distingue dalla “vita reale” rilevando che nel sogno fa quello che non sa fare da sveglia, “nuotare”.
“Il colmo” racchiude la distinzione tra “realtà reale” e “realtà onirica”.
Aggiungo che la fobia dell’acqua nella realtà rievoca un “fantasma di morte” collegato alla figura materna o semplicemente a un trauma di annegamento.

“Grazie anticipate da Matilde.”

Tanta gente mi ringrazia e anche in anticipo e sulla fiducia.
E così, di sogno di sogno, di grazie in grazie, “dimensionesogno” festeggia i centocinquanta sogni interpretati nell’arco di un anno e dieci mesi. In questo periodo ho evoluto la mia ricerca e questo naturale sforzo è ben visibile se rileggete i primi sogni del gennaio 2016 e l’ultimo sogno pubblicato.
Quanta strada e quante riflessioni in questo comune percorso!
Io credo che sul sogno tanto è stato detto da varie scuole psicoanalitiche e indirizzate all’analisi dell’immaginazione e della vita psichica dei “fantasmi”.
Il mio divertimento è stato quello di “sincretizzarlo”, di combinare insieme gli apporti più interessanti delle varie scuole e di organizzarli secondo la mia griglia. Quest’ultima si è ampliata notevolmente da tre voci iniziali alle attuali sedici.
Tutto questo è stato possibile “GRAZIE A VOI” e alla curiosità coraggiosa che vi ha contraddistinto nell’affidarmi i vostri prodotti psichici.
Il “grazie anticipate da Matilde” lo converto in grazie a te, Matilde, e grazie a voi marinai di questo splendido mare.

PSICODINAMICA

Il sogno di Matilde sviluppa la psicodinamica dello stato di benessere conseguente all’orgasmo e la traduce con il meccanismo primario e universale della “figurabilita” nelle congrue e consone immagini personali.
La “Bellezza” è una funzione universale, ma la sua traduzione è soggettiva, come sosteneva Kant nella “Critica del Giudizio”. Il sognare traduce in simboli le emozioni e le sensazioni che Matilde ha appena vissuto prima di addormentarsi. Si tratta di un sogno ricorrente nell’universo femminile e avviene spesso con queste simbologie estetiche e neurovegetative: “libido genitale” in esercizio e senza originali storpiature e inutili perversioni, la vitalità sessuale vissuta naturalmente come madre natura comanda.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Il sogno di Matilde mostra chiaramente l’istanza psichica “Es” nel pieno delle sue funzioni pulsionali e neurovegetative mentre elabora e organizza i dati secondo i meccanismi del “processo primario” e in particolare della “figurabilità”.
L’Es è ben visibile in “Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà” e in “Sentivo la pace e la libertà dentro.” e in “I colori che ricordo erano il rosso e il turchese.”
L’istanza psichica razionale e vigilante “Io” è presente in “avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole” e in “Vedevo la luce sopra di me.” e in “riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”.
L’istanza psichica censoria e limitante “Super-Io” non compare in un sogno intessuto di piacere e di sana “libido genitale”.
La “posizione psichica genitale” è dominante in associazione a un buon narcisismo o meglio definito “amor proprio”, quello che non guasta mai nelle giuste dosi.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

Il sogno di Matilde usa i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” in “fondo” e in “profondo” e in “superficie” e in “rosso” e in “turchese” e in “luce” e in “sole”, dello “spostamento” in “”libertà totale” e in “libertà dentro”, della “figurabilità” in “Ero nel fondo di un mare… nuotavo e sentivo la libertà… avevo gli occhi aperti e vedevo l’acqua trasparente e anche il sole.”“Ero nel fondo, ma non era abbastanza profondo per non poter risalire e riuscivo a vedere perfettamente la superficie.”
Nel sogno di Matilde non figurano i processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e tanto meno della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Matilde con l’esaltazione della “libido” dispone per una “organizzazione psichica reattiva”, l’obsoleto “carattere” o la nobile “personalità”, “narcisistica-genitale”: consapevolezza dei valori erotici del corpo e amor proprio.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche presenti nel sogno di Matilde sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “fondo” e in “profondo” e in “rosso” e in “turchese” e in “sole”, la “metonimia” o relazione logica in “libertà” e in “luce”.

DIAGNOSI

La diagnosi attesta di un buon esercizio della “libido genitale” e di un conseguente stato di benessere psicofisico.

PROGNOSI

La prognosi impone di riprodurre, con i miglioramenti possibili e legati allo stato psichico in atto, il buon vissuto di corpo e mente, di pulsione e coscienza, di sistema neurovegetativo e sistema nervoso centrale. Interessante è l’assenza dei famigerati sensi di colpa che nella cultura religiosa occidentale affliggono, in special modo, l’universo femminile.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in una “regressione” e “fissazione” a stadi precedenti e riproposti in maniera unilaterale. Mi spiego: limitarsi alla “libido” “orale”, “anale” o “fallico narcisistica” nell’espletamento della vita sessuale.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Matilde è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.
Notevole è l’uso naturale e spontaneo della simbologia.

RESTO DIURNO

La causa scatenante del sogno di Matilde è fuor di dubbio l’orgasmo vissuto nel rapporto sessuale e in associazione allo stato di benessere distribuito successivamente nel corpo e nella mente.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Matilde è lampantemente “cenestetica”, sensoriale, in quanto le sensazioni di benessere psicofisico dominano l’elaborazione del sogno.

DOMANDE & RISPOSTE

Precisazione opportuna e necessaria: le domande sono formulate da un lettore anonimo che ha analizzato in anteprima la decodificazione del sogno.

Domanda
“Che cos’è l’orgasmo?”

Risposta
Neuro-fisiologicamente è il punto più alto dell’eccitazione erotica caratterizzato da azioni neuromuscolari involontarie che culminano nelle contrazioni perivaginali e altri fenomeni motori e secretori riflessi. A livello psicologico è la disposizione progressiva all’eccitazione dei sensi e dei vissuti collegati che consente il crescendo del piacere: assenza di blocchi e di traumi o piena consapevolezza degli stessi.

Domanda
“Lo provano tutte le donne?”

Risposta
Potenzialmente sì, a meno che non sussistano ostacoli fisiologici come malformazioni anatomiche o psicologici come la paura dello svenimento e della violenza maschile, un “fantasma di morte”.
In effetti non tutte le donne arrivano all’orgasmo e le statistiche adducono di un trenta per cento che non l’ha mai vissuto. Il resto della percentuale si distribuisce in donne che lo vivono occasionalmente e in base alla disposizione psicofisica, mentre una minima parte lo vive sempre.

Domanda
“In un rapporto sessuale si possono vivere più orgasmi?”

Risposta
Certamente sì! La pluriorgasmia è un fenomeno ricorrente e non raro. Importante è la disposizione psicofisica e il grado di abbandono erotico che la donna realizza nel rapporto sessuale. Bisogna precisare che dopo tre o quattro orgasmi la vagina perde sensibilità. Ottimale: uno interamente vissuto.

Domanda
“L’orgasmo si può fingere?”

Risposta
Ancora certamente sì! La finzione comporta, oltre a una buona capacità teatrale, un formidabile complesso d’inferiorità e di inadeguatezza. Meglio parlarne con il proprio partner o con uno psicoterapeuta, piuttosto che candidarsi a vita in una menzogna dolorosa precludendosi e rovinando il piacere.

Domanda
“L’orgasmo fa bene anche alla mente?”

Risposta
L’orgasmo fa bene al corpo con le endorfine e le altre sostanze ormonali che entrano in circolazione, ma fa tanto bene alla mente perché la libera dalle mille paure personali e collettive e dalle mille fobie culturali e religiose, perché ti fa stare bene e sentire normale, perché ti scarica le tensioni inutili e ti pulisce la psiche, “catarsi”.

Domanda
“Cos’è l’anorgasmia e la dispareunia?”

Risposta
L’anorgasmia si attesta nell’assenza dell’orgasmo nel coito e nella masturbazione, la dispareunia traduce la dolorosità nella penetrazione e nel rapporto sessuale.

Domanda:
“Da cosa dipendono?”

Risposta
Escludendo fattori anatomici e organici, la causa psicologica si attesta in un trauma reale, pedofilia e violenza infantile, o in “fantasmi di morte”. Incide tantissimo la mancata risoluzione della “posizione edipica” e in special modo il rifiuto della figura paterna: parte negativa del “fantasma del padre”.

Domanda
“Come si curano i disturbi sessuali femminili?”

Risposta:
La psicoterapia psicoanalitica è indicata nella ricerca del trauma o del fantasma e nella risoluzione della “posizione edipica”, oppure le altre psicoterapie che lavorano sul corpo e sull’immaginazione come l’Ipnositerapia e l’Analisi immaginativa.

Domanda
“Può dipendere dal compagno?”

Risposta
Certamente, se manca il coinvolgimento erotico ed estetico e non necessariamente quello affettivo. Per quanto riguarda la meccanica e la tecnica, si richiedono le condizioni di base: giuste proporzioni e giuste stimolazioni. In ogni caso, si fa l’amore sempre e in primo luogo con se stessi attraverso l’altro. Questo atteggiamento basilare non è prevaricazione o tanto meno strumentalizzazione.

REM – NONREM ?

-Il sogno è un “modulo” di funzionamento del Cervello durante il sonno R.E.M. Meglio: dalle onde rapide e a basso voltaggio e dai movimenti vorticosi dei bulbi oculari la “Mente autocosciente” o “Io” legge l’attività dei moduli e produce il sogno. Questa è la teoria di Eccles, neurofisiologo.
– Il sogno è l’attività psichica del sonno e si svolge nelle fasi R.E.M. quando la funzione della memoria è favorita dallo stato di eccitazione del corpo. Questa teoria si è affermata negli anni 80.
-Oggi è degna di considerazione anche la teoria della “Continual Activation” sostenuta dalle ricerche delle neuroscienze: l’attività onirica è presente nelle fasi R.E.M. e NON R.E.M. del sonno.

Il sogno di Matilde è stato decisamente elaborato appena addormentata in uno stato di quiete psicomotoria e per la precisione tra la prima fase R.E.M. e la successiva prima fase NON R.E.M. .

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Come prodotto culturale assimilabile al sogno di Matilde ho scelto una canzone pop del 2001 del complesso Pooh. Esiste una versione filmata e assimilata a scene del famoso film “Pretty women” e a conferma che i prodotti psichici godono di una malleabilità nei temi e nei contenuti, una forma di universalità della bellezza e della gioia, così come del terribile e dell’angoscia.

Attenzione e giusta riflessione alla formula di un buono e sano erotismo: “perché ci prende, perché vogliamo, perché viviamo” e ancora “perché ci piace, perché c’incanta, perché sei tanta” e ancora “rinunciando moriamo”. Il tutto conferma delle benefiche doti globali di una sana vita sessuale.

 

DIMMI DI SI’

Non ti dirò che è stato subito amore,
che senza te non riesco neanche a dormire,
ma sarò sincero quanto più posso:
Con te vorrei una notte a tutto sesso.
La tua eleganza non e’ un punto cruciale,
la classe poi non mi sembra affatto essenziale
c’é che sei un animale da guerra:
Con te vorrei una notte terra-terra.
Dimmi di si, che si può fare
senza sparare parole d’amore.
Perché ci prende e perché vogliamo.
Perché viviamo.
Tanto l’amore a volte fa un giro strano
ti prende dal lato umano
che è quello che anch’io vorrei adesso…
…per prenderti più che posso.
Dentro noi facciamo grandi disegni,
ma se si accende un desiderio lo spegni,
e cosi che rinunciando moriamo,
ma noi stavolta no, non ci caschiamo.
Dimmi di si, senza promesse,
senza studiare le prossime mosse.
Perché ci piace, perché ci incanta.
Perché sei tanta.
Solo per noi, senza limiti ne rispetto,
stanotte qui vale tutto,
facciamo che allora sia speciale.
Tanto l’amore se passa si fa sentire,
parcheggia dove gli pare,
magari ci cascherà addosso…
…ma intanto ti voglio, adesso.
Dimmi di si, che si può fare
senza sparare parole d’amore.
Perché ci prende, perché vogliamo.
Perché viviamo.
Dimmi di si, senza promesse,
senza studiare le prossime mosse.
Perché ci piace, perché ci incanta.
Perché sei tanta.