WOW

Diceva wow,

ma wow non era una parola,

era un verso d’animale.

Non credo lo immaginasse,

lo stridore era solo dentro di me,

un gesso sulla lavagna,

la nausea che si fa strada nel lindore dell’infanzia.

Nel frattempo, ho perduto l’innocenza,

non quella racchiusa nella stretta delle cosce,

no.

Ho solo avuto un paio d’occhi estranei in prestito

e questa è la vita.

Occhi in prestito.

Ed è ancora Natale, pensa.

Pensa con gli occhi veri, i tuoi.



Sabina



Trento 24, 12, 2023

DORMIVEGLIA

Zia!

Dimmi, bambina.

Mi fai un gatto?

Non posso.

Pecché?

Perché sono una donna.

Le donne fanno i bambini

e le gatte fanno i gatti.

Zia!

Dimmi bambina.

Mi fai una gatta?

Zia,

Quand’ero pica dicevo Camon gande gande.

È vero, bambina.

Adesso come dici?

Camon gande gande.

Ricordi prima di andare a dormire.

Infanzia azzurra,

meravigliose parole sospese nella memoria.

Grandi camion pieni di puro istinto poetico,

natura.

Tu sei il mio camon gande gande

e, forse, anche un gatto.

Mi fai una gatta?

 

Sabina

 

Trento, 01, 07, 2022

 

IL MIO STRANO AMICO

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in una città dove non sono mai stata, ricordo in Veneto.

Sono andata in cattedrale per assistere alla messa. Ero in compagnia di amiche.

C’era una funzione religiosa e nella prima fila c’era un mio amico d’infanzia con alcune persone che io non conoscevo.

Dopo la funzione lui è uscito e si è seduto su una sdraio davanti alla chiesa.

Quando sono uscita non mi ha riconosciuta. Io mi sono avvicinata per salutarlo e per fargli vedere qualcosa sul telefonino.

Poi sono arrivati altri suoi amici e io timidamente l’ho salutato e sono andata via.

Fine del sogno, non ricordo altro.”

Il mio nome è Mariù.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovavo in una città dove non sono mai stata, ricordo in Veneto.”

Sognare luoghi mai visitati e mai visti si riduce al meccanismo psichico di difesa della “rimozione”, della dimenticanza funzionale a non evocare dolore e tanto meno angoscia. Mariù si trova in se stessa e sta elaborando un vissuto personale che avvolge nel mistero della non consapevolezza e del vago, ma è precisa nel ricordare che la geografia indica la regione Veneto come lo spazio inquisito e per lei significativo. Ed è in questo spazio che si svolge il sogno con i suoi misteri e le sue coperture. Procedere nell’interpretazione riserva le giuste sorprese.

Sono andata in cattedrale per assistere alla messa. Ero in compagnia di amiche.”

L’alleanza con le amiche è sempre difensiva e rafforza l’azione e il prosieguo della trama del sogno. La “cattedrale” attesta la presenza e l’azione del processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”, così come la “messa” rafforza il senso tragico della repressione dell’energia vitale. La “messa” contiene un “fantasma di morte” nella forma concreta del sacrificio della propria vita a favore di altri, nonché la trasfigurazione della “libido” nella fede nella sopravvivenza dopo la morte. Mariù usa simboli e simbologie complesse a cui è particolarmente devota e nel sogno questo materiale psichico crea dinamiche umanissime e nello stesso tempo nobili proprio per l’apertura al senso della fede e del mistero. Mariù è andata in Veneto insieme alle amiche alleate e sta sublimando alla grande la “libido”, come usa fare nella sua vita quotidiana e in linea con la sua formazione umana e spirituale.

C’era una funzione religiosa e nella prima fila c’era un mio amico d’infanzia con alcune persone che io non conoscevo.”

Mariù è andata in sogno nel Veneto a trovare un amico dell’infanzia e si è portata dietro le sue amiche per sentirsi più forte e più sicura nel prosieguo della sua psicodinamica. Non è finita. Ha portato in “cattedrale” un suo amico d’infanzia e lo ha messo in prima fila nell’assistere e partecipare a una funzione religiosa, la “messa”. Questo amico, a sua volta, è in compagnia di persone a lei sconosciute. L’opera di difesa e di rafforzamento della struttura onirica è particolarmente accurata ed equamente distribuita dalla parte di Mariù e dalla parte dell’amico d’infanzia. I due personaggi hanno in comune la devozione religiosa e la partecipazione alla “pietas” cristiana nella forma di una cerimonia che li accomuna. La condivisione è un sentimento che Mariù sublima con la sua tinta preferita: la religiosità e l’altruismo.

Dopo la funzione lui è uscito e si è seduto su una sdraio davanti alla chiesa.”

Eh no, non va mica bene così!

Questo sgarbo non lo doveva fare a Mariù questo amico d’infanzia!

Meglio: perché Mariù ha attribuito questo sgarbo al suo amico?

Probabilmente quest’ultimo non è poi tanto devoto nella vita reale e Mariù lo ha posto in una posizione impietosa e di ridicolizzazione del sacro proprio per sottolineare la differenza che li contraddistingue: lei è cristiana, lui è ateo anche se appartiene per cultura alla famiglia di Cristo. Mariù ha un vissuto contrastato e ambivalente nei riguardi di questo amico d’infanzia. Da un lato lo va a trovare direttamente in Veneto e se lo porta nella migliore cattedrale del circondario in maniera devota e compartecipe, dall’altro lato lo veste da turista balneare e lo sdraia davanti al sagrato della chiesa in un luogo che non merita simile collocazione e trattamento. Si evidenzia la diversità tra i due, tra chi crede e ha il dono della fede e chi crede per cultura e non ha il dono della fede. Di questa psicodinamica è pienamente consapevole la sublimata Mariù.

Quando sono uscita non mi ha riconosciuta. Io mi sono avvicinata per salutarlo e per fargli vedere qualcosa sul telefonino.”

Lo psicodramma onirico si sta evolvendo in una farsa. Era iniziato bene e con tutti i crismi laici e religiosi, è sfociato in una scena balneare da dramma satiresco, si sta concludendo con la vanificazione di tutto quello che Mariù ha costruito: l’amico addirittura non la riconosce e si mostra vago e scostante. Mariù si sta difendendo chiaramente da se stessa e dai suoi vissuti nei riguardi dell’amico d’infanzia e proietta su di lui comportamenti di superficialità e di distacco che le appartengono. Mariù è attratta da questa figura e teme questo suo vario vissuto di attaccamento. “Se lui non mi riconosce, ho risolto il problema perché posso farmene una ragione e posso allentare gli investimenti attrattivi che vivo nei suoi riguardi e che mi agitano.” Pur tuttavia la relazione c’è e si basa sul saluto augurale e sull’elettronica del cellulare. Mariù e il suo amico condividono una storia durante l’infanzia, una relazione virtuale fatta di messaggi e di telefonate. In questo bel regime civile Mariù mostra le sue perplessità emotive e le sue resistenze perché si sente coinvolta in maniera direttamente proporzionale all’intensità del distacco o meglio del tenerlo lontano da lei non facendosi riconoscere e dandogli del “cagone”. Le difese psichiche funzionano bene anche se lo psicodramma non è poi tanto drammatico. Il sogno dice della sensibilità di una donna che si approccia al suo passato sentimentale e al suo presente virtuale.

Poi sono arrivati altri suoi amici e io timidamente l’ho salutato e sono andata via.”

Mariù attribuisce al suo amico una vasta rete di amicizie e una buona cordialità sociale, così come riserva a se stessa la dote difensiva della timidezza e della discrezione, del sapersi togliere di torno al momento opportuno per non incorrere in situazioni di chiaro disagio. Ricorre alla complicità degli amici di lui e taglia la testa al toro senza approfondire altro in questo sogno garbato e delicato. Mariù è “andata” a vivere la sua vita dopo questa breve parentesi in cui ha sognato la sua adolescenza e la sua età matura grazie alla presenza accomodante del suo amico d’infanzia. In effetti, Mariù ha difeso egregiamente un bel sentimento d’amore giovanile nei riguardi del suo amico veneto. Tanta reazione per altrettanto timore emotivo sono i dati rappresentativi di questo delicato quadretto che la funzione onirica di Mariù ha messo in piedi dormendo naturalmente.

Fine del sogno, non ricordo altro.”

Il sogno è stato composto e ordinato come la sua padrona. Il sogno ha usato le difese giuste per una buona salute mentale. Il sogno manifesta un rigore morale anche a livello profondo perché non è mai andato sul carnale e sul libidico in grazie al processo della “sublimazione”. Il sogno è uno spaccato psichico di Mariù, ma uno spaccato molto importante e significativo e le cui qualità hanno segnato e segnano il patrimonio psichico della donna.

Questo è quanto dovuto a Mariù per il suo trasognante e trasognato sogno.

FILASCIOCCA

Pappentone evvivolancio,

la scarpetta ti porta in Francia,

occhimirè,

occhimirè,

spacca mezza tavola

evviva il re.

Mi buttai dal quinto piano

con cinquanta lire in mano,

occhimirè,

occhimirè,

a uscire tocca a te.

Eravamo bambini,

tu e io con altri dieci infanti in mezzo alla strada,

via Emanuele Giaracà,

letterato e poeta siracusano,

al civico 23.

Eravamo bambini,

io e te nell’isoletta di Ortigia,

lo scoglio in mezzo al mare nostrum,

la quaglia che odorava di intimo & privato,

tu e io con altri cento infanti sul lungomare

davanti al carcere barocco dei Borboni,

la casa con un occhio,

un solo occhio che ti guarda e ti sorveglia

e che non è quello della mamma,

è quello della lex,

dura lex,

sed lex.

Eravamo bambini,

tu e io con altri mille infanti nella piazzetta

davanti al tempio di un Apollo desolato,

un Febo non più splendente come nella sua Grecia

e signore del carro del Sole e dei suoi riottosi cavalli,

un dio incredulo di essere sopravvissuto alle grandi e piccole guerre

e di essere sfruculiato nei suoi massi squadrati di calcare

dai piedi puzzolenti di turisti improvvidi,

deriso dall’ignoranza miscredente dei marrani e dei cristiani,

abbandonato ormai dagli Elleni e dai Romani,

ma ancora in piedi in quello spaccato ventoso e opaco di pietra bianca,

fatto di colonne mozzate come la testa dei bestemmiatori

nelle moschee arabe e prossime ai bagni della bonaria Giudecca.

Eravamo infanti,

io e te con gli altri mille e centodieci,

millecentododici in tutto,

di cui dianzi e poco prima,

ma sapevamo parlare,

sapevamo parlare,

eccome sapevamo parlare,

E tutti bene!

Che dico bene: benissimo!

Non ci mancava la parola

e la loquela scorreva liscia e limpida dalle nostre labbra

senza essere toscani o trovatori provenzali

o del dolce stil novo o della lingua d’oca,

tanto meno della scuola poetica siciliana del secondo Federico,

un tedesco che amava la Sicilia più dei siciliani

che fortunatamente allora non c’erano,

che non ci sono mai,

che non ci sono mai stati

perché emigrati nelle colonie greche di Aristotele,

nell’Africa nera di Kunta Kinte,

nelle Americhe del sud e del nord,

nelle scuole e negli ospedali del tossico stivale.

Eravamo infanti,

ma non ci mancava la parola

senza essere Cielo d’Alcamo,

detto Ciullo,

quello del Contrasto,

quello di “Rosa fresca aulentissima ch’apari inver la state,

le donne ti disiano, pulzell’e maritate”,

tragemi d’este focora, se teste a bolontate;

per te ajo abento notte e dia,

penzando pur di voi, madonna mia.”,

il solito seduttore di bambine nei giardinetti pubblici della marina.

Insomma,

non ci mancava la parola,

il Verbo era presso di noi,

il Verbo eravamo noi,

il Verbo abitava in noi.

Venne nella nostra casa

e l’abbiamo riconosciuto e accolto

come il fratello maggiore bersagliere tornato vivo dal fronte russo,

come lo zio Ciccio clandestino e partigiano tornato vivo da Milano,

come lo zio Nunzio clandestino e fuggiasco tornato vivo da Taranto,

come padre Concetto sbandato in Libia e tornato vivo da Roma.

Non tutti erano tornati quella volta,

quella triste e dolorosa volta,

pochi erano tornati,

pochi rispetto ai molti che erano partiti.

La guerra era finita miseramente a Cassibile il 3 settembre del 43,

ma il disastro sfascista non era trapassato remoto,

era presente e presente in atto,

autoctisi,

come l’Assoluto del filosofo di Castelvetrano,

Giovanni,

Giovanni Gentile,

il teorico del Fascismo.

La brutta Morte, però, non era finita

e ricominciava a circolare per tutti,

maschi e femmine,

lunghi e corti,

sani e malati.

Gli Inglesi non avevano dismesso la sbornia assassina in terra straniera

anche se avevano lasciato duecentoventidue dei loro giovani

a dormire il sonno eterno degli ingiusti in un verde cimitero,

tutta gente che non sapeva né parlare,

né leggere e né scrivere in siciliano,

ragazzi che non sapevano perché erano lì e a far cosa.

Eppure erano tutti morti per il Nulla eterno anglosassone,

guidati da un vegliardo goffo con il sigaro in bocca,

giovani vite spente e affidate alla pietà degli uomini giusti e pii di Floridia

che vedi ancora oggi nei tanti cimiteri dall’erba verde e sempre fresca,

buona per le pecore straniere e le capre nostrane

dai mille volti ideologici e televisivi.

E i Tedeschi?

I Tedeschi se l’erano data a gambe a testa in giù

gridando “verrater, verrater”

alle povere mogli senza marito,

alle mamme ricche di sangue con otto figli,

agli increduli vecchi seduti sul secchio delle sventure,

ai bambini gridanti e di coccole aulenti nei cortili,

distruggendo il poco rimasto in piedi in corso Vittorio Emanuele,

in Floridia e al civico 23,

là dove si spegneva madonna Giovanna

sopra il piatto di sangue di un generoso chirurgo,

più bella di Maria e di Egizia.

Loro uccidevano per ferina e ottusa vendetta,

perché era stato detto dal capo:

ipse dixit e io eseguo.

Uomini da uccidere,

donne da stuprare,

vecchi da eliminare,

bambini da includere nel tragico conto della serva.

E gli yanchee?

I variopinti e misti uomini della Provvidenza?

Gli Americani cavalcavano da Palermo a Messina

con i loro Leopard dipinti verde e maculati marrone,

con i loro M112 dipinti di giallo e arancione,

distribuendo pessimo cioccolato e amare Jesterfield,

carne di capra in scatola e sego di maiale per le tartine,

masticando chewingum come gli ebeti nei manicomi,

quelli che abitavano presso gli elettrochoc e le catene,

ingravidando a destra e manca le nostre signorine

e con i napoletani pronti a scrivere la Tammuriata nera.

Ebbene,

in questa Sicilia,

in tanta mite donna di provincia o in tanto tragico bordello

i nostri genitori si erano abbandonati in una notte di maggio,

il tiepido maggio,

il mese delle rose e della Madonna,

ai piaceri della carne e in piena ubbidienza

ai dettami dell’imperante santa chiesa cattolica.

E noi bambini,

figli di tante virtù ed eredi di cotanta vigliaccheria,

noi già pensavamo in grande e alla grande,

aspettavamo il nostro turno per uscire

senza essere mai entrati nell’agone della vita.

E intanto giocavamo a

Pappentone evvivolancio,

la scarpetta ti porta in Francia,

occhimirè,

occhimirè,

spacca mezza tavola

evviva il re.

Mi buttai dal quinto piano

con cinquanta lire in mano,

occhimirè,

occhimirè,

a uscire tocca a te.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 05, 2021

LO STRUZZO DI KONCETTA

LA LETTERA

Buongiorno Salvatore, come va?

Se ha tempo, ho voglia di raccontarle un altro sogno e la mia interpretazione, mi corregga se la sbaglio.

Ho sognato che avevo un cucciolo di struzzo completamente nero come animale di compagnia.

Secondo me lo struzzo rappresenta alcune qualità di me.

Tenevo il piccolo in casa e non lo facevo uscire per paura di perderlo, ma la casa era buia. Il piccolo struzzo era molto affettuoso con me, ma quando io non c’ero aveva paura e rimaneva nascosto. Quando io tornavo a casa, dovevo mettermi a cercarlo sotto i mobili e sotto il letto e quando lo trovavo correva da me e lo tenevo in braccio.

Si addormentava con me e faceva versi di affetto.

Penso che il significato è che nella mia vita ho frenato delle qualità che avevo per la paura di affrontare gli altri all’esterno e, di conseguenza, col tempo mi sono sentita incapace ed è stato difficile ritrovare autostima.

Un giorno mi sono decisa a uscire con lo struzzo e appena ho aperto la porta fuori era bellissimo, c’era un fiume colorato con prati e montagne e non c’erano case o persone. Lo struzzo ha subito iniziato a correre a destra e a sinistra e io avevo ancora un po’ paura di perderlo, allora lo richiamavo vicino con le coccole.

Ma dopo un po’ non avevo più paura e correvo con lui sempre più veloce e stavo benissimo.

Ad un certo punto qualcosa nella mia vita è scattato e con il coraggio ho recuperato e ho scoperto che amo essere libera.

Lei cosa pensa?

Questo sogno è di ieri, poi questa mattina il mio ragazzo mi ha detto che ha sognato me che andavo in mezzo a un branco di lupi e dicevo, è bellissimo stare in mezzo a loro, ma ad un tratto venivo sbranata. Mi ha lasciata un po’ così..

QUALCHE NOTA

Accettabilissima la sintesi interpretativa di Koncetta.

Lo “struzzo” è la chiara “proiezione” di Koncetta bambina, la chiara condensazione della sua infanzia e della sua bambina introiettata, del suo essere stata bambina infante e del suo essere donna in atto.

Koncetta si relaziona bene e con giudizio e ama la compagnia, è stata educata e si è educata a stare insieme agli altri, alla gente, al suo prossimo. Per questo semplice motivo si è distinta senza confondersi e tanto meno fondersi per bisogni profondi e ha potuto coltivare la sua persona e la sua individualità. Koncetta in tal modo si è individuata, si è fatta persona con tutte le sue maschere e le sue difese, curando il suo intimo & privato, la sua interiorità e la sua intimità e in attesa di maturare una buona autocoscienza e un’adeguata auto-consapevolezza, al fine di evitare dolori e angosce, brutti incontri e traumi.

La “casa buia” rappresenta proprio questo stato crepuscolare della coscienza e dell’Io, questa necessità psico-evolutiva che è introduttiva e propedeutica alla crescita della Mente e del Corpo. Senza crepuscolo non c’è alba. E Koncetta ha bisogno urgente di crescere e di essere adulta per il mondo che la circonda e che sa essere anche pericoloso, oltre che protettivo e didattico. Koncetta nella sua forma di “struzzo” ha un giusto riguardo dei lupi, dei predatori, dei leoni vestiti da agnelli. Insomma ha un buon rapporto con se stessa, associato a una giusta timidezza e introversione.

Ripeto: Koncetta si difende bene, sa istruire le giuste e adeguate difese nelle relazioni con se stessa e con gli altri, nello specifico sa difendere il suo mondo interiore e la sua intimità dalle ingerenze altrui.

Tenevo il piccolo in casa e non lo facevo uscire per paura di perderlo, ma la casa era buia. Il piccolo struzzo era molto affettuoso con me, ma quando io non c’ero aveva paura e rimaneva nascosto. Quando io tornavo a casa, dovevo mettermi a cercarlo sotto i mobili e sotto il letto e quando lo trovavo correva da me e lo tenevo in braccio.”

Raccontava Freud della nipotina che, quando la madre usciva, nascondeva il rocchetto di legno per il filo da cucito sotto un mobile e diceva “non c’è”, di poi lo tirava fuori e diceva “c’é”, esorcizzando in tal modo l’angoscia dell’abbandono da parte della madre. Mirabile è la stessa psicodinamica e la figurazione o rappresentazione della scena, a conferma dell’universalità dei meccanismi psichici di difesa che poi vengono usati anche nel sognare.

Koncetta si accetta e si ama senza scadere nel fatuo narcisismo. Koncetta si è conciliata con se stessa assolvendo i sensi di colpa eventuali che costellano il cammino della vita.

Ricordo a Koncetta che la libertà deve essere anticipata sempre dall’autonomia, dal “fare legge a se stessa” senza dipendenze varie e variopinte dagli altri e dalle cose.

Koncetta conferma che soltanto accettando e razionalizzando la nostra infanzia si può stare bene con se stessi e con gli altri.

Questo sogno è di ieri, poi questa mattina il mio ragazzo mi ha detto che ha sognato me che andavo in mezzo a un branco di lupi e dicevo, è bellissimo stare in mezzo a loro, ma ad un tratto venivo sbranata. Mi ha lasciata un po’ così..”

Il “ragazzo” di Koncetta sogna e proietta su di lei la sua “invidia”, meglio il suo sentimento di competizione e il suo desiderio di essere come lei, soprattutto invidia, (letteralmente si traduce dal latino “vede in lei”), proietta le sue paure e le sue angosce di relazione.

Sbranata” sembra eccessivo, ma rappresenta figurativamente una aggressività normale e diffusa che ognuno di noi ha dentro. Del resto, ognuno dà quello che ha e quello che non ha non può dare.

La cosa più importante è la coscienza di sé, l’auto-consapevolezza.

Di questo Koncetta ha piene le bisacce.

Complimenti donna dalle mille risorse e dai mille equilibri!

Tieniti pure il moroso, un ragazzo sincero e semplice, soprattutto ben fatto con le sue lineari qualità.


LA MIA BAMBINA DENTRO

TRAMA DEL SOGNO

“Giusy sogna di leggere una frase che le pare bellissima, scritta da una bimba dai capelli biondi e con il grembiulino blu, che è come una persona di famiglia.

La frase recita più o meno così: “Ed in estate i campi si spolverano di rosso…”

Mentre sta cercando di dirle quanto le piace questa frase e disquisisce appena sul fatto che poteva usare la parola “imporporare”, si volta e vede la bambina che sta correndo verso prati verdi che lei riconosce come il giardino della sua casa d’infanzia.”

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Giusy sogna di leggere una frase che le pare bellissima, scritta da una bimba dai capelli biondi e con il grembiulino blu, che è come una persona di famiglia.”

“La mia bambina dentro” è il titolo oltremodo degno del sogno di Giusy, una donna in vena di riattraversamenti e di rievocazioni che sente il bisogno di rivivere il passato in preda a un raptus nostalgico che chiede un rafforzamento della propria identità psichica. Nei momenti della vita adulta in cui siamo deficitari sul tema “chi sono io?”, ecco che la funzione e l’attività oniriche ci soccorrono e ci danno la soluzione: tornare indietro nel tempo e ripescare quelle immagini e quegli episodi che ci servono per ripristinare il corretto equilibrio psicofisico turbato da cause occasionali o da seri traumi. Il tornare indietro nel tempo non equivale a una “regressione” difensiva dall’angoscia del presente, semplicemente perché l’operazione avviene al presente, nel “breve eterno” psichico in cui tutto si conserva ed è sempre a portata di mano. Giusy al presente mette in riedizione quel periodo della vita e quelle immagini del passato che le servono per una cura ricostituente dell’attualità, il tempo presente per l’appunto. Una domanda è opportuna: questo disagio psichico può essere indotto dal sentimento della nostalgia? Di certo, quest’ultimo spinge a ripescare quello che serve nel cumulo delle costellazioni psichiche vissute nell’infanzia e oltre. La nostalgia è uno strumento e non un fine. Giusy sogna il suo essere stata bambina e ha nostalgia dell’infanzia per ricompattare la sua psiche con l’elemento mancante in questa contingenza esistenziale.

Procediamo con l’interpretazione progressiva del sogno.

Giusy rievoca e rivive la sua infanzia e si “sposta” o si “trasla” in quella bambina solerte e giudiziosa che era e che sapeva scrivere pensieri profondi e molto significativi. Questa bambina andava a scuola “con il grembiulino blu”, aveva “i capelli biondi” ed era “una persona di famiglia”. Questa bambina si chiama Giusy. Giusy donna adulta ha bisogno di recuperare Giusy bambina per la sua dinamica e per la sua economia psichiche semplicemente perché a Giusy donna manca qualche pezzo della sua identità in atto, una tessera che può avere smarrito da qualche parte continuando a vivere di corsa e in tutta fretta. Degno di nota è il rilievo che la frase della bambina le pare “bellissima”: la cornice del sogno è di qualità estetica, a testimoniare che la Bellezza è la migliore medicina per ripristinare l’armonia psichica turbata.

La frase recita più o meno così: “Ed in estate i campi si spolverano di rosso…”

La panacea della disarmonia di Giusy è questa frase semplicemente retorica che vuole i papaveri rossi nei campi gialli di grano durante la stagione estiva, una scena ricorrente nella Sicilia dei tempi andati quando la meravigliosa isola era il granaio di Roma e d’Italia. Giusy adulta ripesca Giusy bambina e insieme rievocano l’immagine bucolica che simbolicamente si traduce, oltre che nella bellezza estetica, in un forte bisogno di spolverare la propria vita in atto con fonti di eccitazione. Giusy sta vivendo un momento depressivo e sogna il bisogno di avere appigli di vitalità e di eccitazione in tanta giallo rurale dominante, in tanta quiete esistenziale e rilassamento psicofisico. Giusy sogna la sua bambina che aveva davanti praterie aperte e sconfinate da attraversare ed esperienze da vivere con tante spinte vitali e tanti spunti vivaci. Il quadro di Giusy bambina rievoca il “campo di grano con volo di corvi” di Van Gogh e le note simboliche di fondo sono le stesse, uscire quanto prima da uno stato depressivo manifesto e ricorrere alla Bellezza per comunicare a se stessa lo stato psichico in atto. La Bellezza è strumento di diagnosi e di terapia e attesta della sensibilità estetica che Giusy ha maturato sin da bambina.

Mentre sta cercando di dirle quanto le piace questa frase e disquisisce appena sul fatto che poteva usare la parola “imporporare”, si volta e vede la bambina che sta correndo verso prati verdi che lei riconosce come il giardino della sua casa d’infanzia.”

Si profila in maniera sofisticata il male di Giusy adulta: “poteva usare la parola imporporare” al posto di “si spolverano di rosso”. La frase tanto declamata e tanto indicativa doveva suonare così secondo Giusy adulta: “Ed in estate i campi gialli s’imporporano”. Francamente quella di Giusy bambina è da preferire perché è meno retorica e ridondante, meno decadente e più pop. Si sa che la bambina non è viziata dall’esercizio della Retorica, che di per se stessa in quanto arte del convincere non è il male assoluto, ma la prima formulazione risulta più naturale e comprensibile. Giusy adulta contesta a Giusy bambina di non avere il suo male di vivere, la Retorica e l’arte di convincere. Giusy bambina si è evoluta in una donna innaturale e artefatta, esibizionista e formale, una donna di potere che usa la parola come strumento di coercizione del suo prossimo vicino e lontano. Giusy è malata del potere infelice di coartare gli altri con l’intelletto e con il verbo. Ben venga allora la visione liberatoria di una “bambina che sta correndo verso prati verdi” dell’avvenire, un futuro che Giusy non rincorre più perché è tutta presa dal potere sugli altri attraverso il bel dire e il bel convincere. La semplicità del linguaggio, la parola che traduce il senso e il sentimento nelle forme più genuine e consone, queste doti dell’infanzia non appartengono più all’età adulta e a una donna prevaricatrice in primo luogo con se stessa, la sua infanzia, il suo essere stata quella bambina felice di parlare secondo natura e di chiamare per nome la realtà che la circondava senza orpelli e senza fronzoli degni di un Sofista nella “agorà” di Atene al tempo di Socrate.

Eppure il recupero della sua bambina ingenua e poetica è la salvezza e la giusta terapia di Giusy.

LA “COSA” PARLA 6

LE PAROLE DI UN SOLILOQUIO

Io sono un superficiale.

Finalmente ho una nuova visione di me:

un uomo presente dappertutto e a macchia d’olio,

privo di una minima fonte di dubbio anche negli esecrabili disguidi

che quotidianamente si presentano tra me e te.

La gente soffre le relazioni: questa è la verità!

Entusiasmo e superficie,

pacatezza e profondità

portano sicuramente a situazioni limite,

quegli stati borderlines da lune stravolte

a causa della collocazione infausta dei miei cieli e dei miei pianeti.

Mi inviti ad avere fiducia in me stesso.

Io non sono un formaggino!

Io sono un uomo,

un povero uomo pieno di problemi.

E questo tu lo sai.

Il telefono in America serve solo per attraversare l’Atlantico

e gli scatti si pagano in dollari,

per cui ti manderò a dire delle mie storie

e ti farò sapere dei miei sbalzi d´umore

in questi quindici giorni transoceanici

consumati a rivendicare al tuo cospetto la mia normalità.

Cosa mi manca?

Pago il vitto e pago l’alloggio,

ma sono eternamente in fuga da te e dai miei problemi.

Se mi fermo, sicuramente miglioro.

Se corro, immancabilmente mi frastorno.

Sono immerso in una confusa dialettica del tipo “aut-aut”.

O te o me, o lei o lui.

Si tratta di gelosie antiche

che ritornano dipinte anche sul cielo brullo di New York,

un cielo brullo e senza torri ormai.

Io sono un cretino,

un tipo che parla bene soltanto per telefono;

per il resto sono sempre ostile a me stesso e agli altri.

Pronto, chi parla?”

Io, nessuno e centomila dall’altra parte del filo!

Troppa gente e tante confuse immagini.

Tu con “non chalance” lasciati andare verso “A” o verso “B”

con un pensiero rivolto al nostro passato

e con una finestra aperta sul cortile della mia vita.

Abbiamo vissuto soltanto una breve relazione a Milano,

un rapporto meneghino

che mi ha trovato ancora una volta secondo,

un gregario che conosco bene ed ho già visto.

Altro che essere o non essere!

Non é questo il problema.

La verita` é che io vengo sempre dopo un anonimo qualcun altro.

Quante storie d’amore sono finite

per lo spettro dell’uomo che c’era

e per il desiderio dell’uomo che verrà.

La nostra è una relazione fastidiosa,

consumata tra gelosia e trasgressione,

condiscendenza e complicità,

comprensione e indifferenza.

Dentro di me avrei spaccato tutto il mondo,

ma non sono riuscito neanche a muovere un dito

per chiedere il permesso di parlare.

Io sono un testardo consolatore

di donne deluse e offese da altri uomini.

In maniera ottusa peroro una visione immatura di me stesso,

nonostante quella trentina di anni che mi trascino dentro

e che stendo ogni notte sul cuscino

prima di afferrare al volo il sonno che passa

per dimenticare i tuoi inquietanti seni,

i miei pensieri oscuri,

i fatti già vissuti e le scene già viste.

Da persona precaria viaggio da solo e mi dico:

io sono la partenza e l’arrivo,

la provenienza e la destinazione.

Si tratta di una sindrome cristologica?

Non credo proprio.

Io sono una stazione polivalente al servizio di un treno

che prima o poi imbarcherà ancora una volta una donna fragile

e in fuga da se stessa: un’ennesima femmina da consolare.

Lei immancabilmente mi troverà,

mi riconoscerà

e mi prenderà al volo,

come fanno i passeri nella stagione dell’amore.

Noi due?

Noi due non abbiamo niente in comune,

siamo due perfetti emeriti sconosciuti

e io sono un maschio che non condivide la virilità con il padre

a causa del suo difficile carattere.

Se casualmente io arrivo per primo,

con eufemismo tu mi dici che va tutto bene,

nonostante l’inflazione psichica galoppante

nella mia famiglia e nel mio seme.

Ricordo,

del resto come potrei dimenticare,

che un profondo sospetto mi fu insinuato da mia madre

mentre ero accovacciato sul camion di mio padre,

un bambino ancora incredulo di fatti e ingenuo di malattie.

Impaurito mi accingevo a inseguire le fantasie,

normali e contorte,

di un´omosessualità latente da anni.

Altro che liquidazione del complesso edipico!

Ero rimasto sotto le rovine del triangolo e della Sfinge

senza conoscere del primo la base, l’altezza, i cateti e l´ipotenusa,

senza aver risposto del secondo a uno straccio di enigma,

senza averne palpato almeno le tette di pietra.

Cosa hai fatto dei tuoi genitori?

Non ho amato il padre e la madre,

non ho odiato il padre e la madre,

non ho onorato il padre e la madre,

non ho riconosciuto il padre e la madre.

E tutto quello che ho fatto o è niente o non è abbastanza.

Sono rimasto a pensare,

fermo sul guado e con lo sguardo fisso all’orizzonte

come il degno prodotto dei tanti misfatti dei miei genitori.

Per non vivere il senso di colpa della trasgressione,

mi sono detto soltanto due piccole verità:

io non somiglio a lui,

io non somiglio a lei.

A chi mi rivolgo allora?

Ho deciso.

Io non voglio somigliare a mio padre!

In tal modo ho riseminato un trauma antico.

Un bambino avvisato è mezzo salvato

e mezzo distrutto dall’indifferenza paterna e dall´interesse materno.

Non resta altro che un ultimo tango a Parigi,

un ballo disegnato da un’incerta identità sessuale.

Chi sono io?

Dove vado?

A chi mi rivolgo?

A destra e a sinistra, in alto e in basso

io ritrovo sempre i confini incerti del maschile e del femminile,

i simboli di due vite diverse e con esigenze opposte,

una bigotta e l’altra platonica.

Ma tu, mia cara amica, ti ritrovi sempre lo stesso amante

che sessualmente non funziona e non ti soddisfa,

nonostante il suo benemerito giro del mondo in ottanta giorni.

Mi sposerai a scatola chiusa,

senza addurre sospetti e reati,

ma con tutte le prove di un feeling mancato

tra un uomo e una donna,

tra me e te.

E cosi sia!

Un uomo ha dei bisogni, una donna no!

Una donna può essere soltanto un’ottima amante

e in questo si esaurisce la sua essenza.

Del resto, i rapporti sessuali non servono soltanto per avere figli

e lo sperma non migliora, come il vino nelle botti,

invecchiando nei testicoli.

Mio padre ha formato una famiglia senza senso,

ma con tre paghe in più

per tre figli in eccesso.

Io, ormai, vivo solo per me stesso

e senza priorità generiche.

Ho idee vaghe sulla famiglia

e sono disabituato a dire “bravo” a un bambino furbetto.

Io,

con ritmo marziale da caserma,

vedo di fronte a me “o sole mio”

e un orso bruno al posto di mio padre.

Di volta in volta mi viene a mancare tutto

nella speranza di non avere niente di lui.

Niente mi va bene e niente mi piace,

non mi apro e non ricevo.

Non accetto alcunché.

Sono diventato impassibile.

Creatività e bontà,

dubbio e stupidità,

drasticità e menzogna:

tante volte mi ci vedo

e tante volte mi ci specchio in questo mare di premeditazione.

Ma di chi sono le idee?

Tra i tanti difetti evitati e i tanti comprati

l’errore non esiste:

faccio sempre e solo qualcosa per punirmi.

Le donne alla fine sono in gran parte positive

e non sono tutte troie.

Queste basse considerazioni mi ricacciano nella convenienza

di avere un padre amico:

e` meglio avere un padre amico,

piuttosto che un padre nemico.

E’ solo una questione di rispetto,

anche se si esige una vittima nel gioco subdolo dei ruoli.

Io non ho un’idea.

Non so distinguere tra invidia e vanità

e non conosco l’amicizia tra un uomo e una donna.

Un rapporto senza rispetto in una casa piena di figli

non e` preferibile alle pulsioni di una relazione d’amore

che oscilla tra debito e possesso.

Cosa sarà domani di me insieme a lei?

Io,

sintesi di desiderate fonti migliori,

resto ancora a me stesso un fascinoso e miserabile punto interrogativo.

A MIA MADRE

“Tutta sfolgorante è la vetrina,

piena di balocchi e profumi,

entra un dì la mamma e il suo bambino

tra lo sfolgorio di quei lumi:

“comandi signora,

ciprie e colonie coty”.

 

Da bambino volevo comprarti un cane,

un pastore tedesco,

per difenderti da tutti i mali del tempo e della storia,

perché si accucciasse sui tuoi piedi sopraffini di donna pensierosa

e li scaldasse nelle giornate di tramontana e di scirocco,

affinché ti fosse fedele nel tempo e nella storia

come un soldatino solerte e ubbidiente del ‘99,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti una scimmietta,

uno scimpanzé africano,

per farti ridere di tutto e di niente

quando i tuoi pensieri da soavi diventavano severi

e le ciglia si aggrottavano dentro le orbite dei tuoi trasognati occhi neri,

quasi come prima di piangere,

uno scimpanzé dispettoso per farti ridere di tutto e di niente,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti una saponetta,

una saponetta al gelsomino,

Lux o Palmolive o Camay,

perché odorassi di quella dolce essenza nel bene e nel male,

dopo il risveglio e prima del sonno,

dopo la realtà e prima del sogno,

una saponetta profumata tutta per te.

L’avrei comprata nel mercato di Ortigia,

nel luogo all’aroma d’impostura

dove tu andavi nell’ora dell’addio

quando i mercanti erano disposti a vendere il bene e il male.

L’avrei regalata a te

a mo’ di “non ti scordar di me, la vita mia legata è a te”,

il pegno di un tenero amante,

come avrei voluto essere io per te.

 

Da bambino volevo comprarti le parole più belle

e le parole più argute,

le parole di un vate o di un fanciullino,

per inanellarti una poesia immortale,

per ricordarti anche dopo il big bang,

magari parole prese in prestito

in una vecchia antologia della quinta elementare,

tipo

“Contessa che è mai la vita?

E’ l’ombra di un sogno che fugge.

La favola bella e breve è finita,

il vero immortale è l’amor.”

 

Da bambino volevo…come avrei voluto essere io per te.

Quante cose avrei voluto da bambino.

Quante cose avrei voluto dire e fare da bambino con te.

Ma tu,

mia adorabile e adorata madre,

te ne sei andata da sola e in silenzio nel giorno di san Lorenzo,

mentre le stelle cadevano senza esser viste.

Sei partita verso il chissà dove,

verso il chissà quando,

senza disturbo e senza impiccio.

Sei andata in qualche parte dall’altra parte

senza la banda e senza rumore.

Tu,

donna di popolo,

ti sei alzata senza salutare

lasciandomi addosso tutto quello che avrei voluto dare a te,

tutto quello che avrei voluto fare per te:

un pastore tedesco,

uno scimpanzé africano,

una saponetta al gelsomino,

le parole più belle e più argute.

Oggi, nel congedare una disperata speranza,

ti penso e ti ripenso

mentre Luciano Tajoli canta ancora

dallo sgangherato grammofono al civico 15 di via Savoia

per ricordarmi che

“Tutta sfolgorante era la vetrina,

piena di balocchi e profumi,

entrava un dì la mamma e il suo bambino

tra lo sfolgorio di quei lumi:

“comandi signora,

ciprie e colonie coty”.

 

Salvatore Vallone pose in dolce ricordo di Lei

 

Siracusa, 20 agosto 2010

 

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Il video, doppiamente “virale” in tempo di “coronavirus”, presenta il bambino Claudio che si lamenta in maniera accorata e dolente con la mamma della sua condizione psicofisica. Questa reazione è da inserire tra le lezioni più belle e interessanti della Psicologia dell’età evolutiva e della Psicoanalisi dell’infanzia. Più che mai degna di nota è la fenomenologia di Claudio, come si mostra e cosa dice questo prodigioso bambino con le sue genuine rimostranze in questa drammatica contingenza epidemiologica. Claudio ha dato parola a milioni di bambini che in questo momento stanno vivendo la medesima esperienza psicofisica.

Il video è stato eseguito dalla madre e sicuramente non soltanto per mostrare la condizione psicologica del figlio, ma per dare un riscontro alla condizione dell’infanzia tutta, per essere un punto di riferimento per tutti quei bambini che da un giorno all’altro si sono trovati chiusi in casa con la famiglia e privati delle relazioni sociali e delle strutture educative e ludiche. La madre di Claudio ha voluto mostrare il figlio per denunciare il disagio psichico dei bambini e il suo atto coraggioso e malinconico ha avuto l’effetto di destare una buona sensibilità sociale verso l’universo infantile. Il video è benemerito perché denuncia e insegna, denuncia alle autorità costituite a vari livelli che i bambini esistono e non sono imbecilli, insegna concretamente ai genitori come valutare il disagio inevitabile dei figli e come comportarsi di conseguenza.

Vediamo cosa ci insegna Claudio con la sua reazione da bambino equilibrato e armonico.

Ho estrapolato le frasi salienti per analizzarle e per indicare un paradigma psichico ottimale di un bambino in salute e non certo sull’orlo di una crisi di nervi. Questo paradigma vale anche per il bambino che ogni adulto sente scalpitare dentro.

Io non posso vivere tutta la giornata chiuso in casa.”

E’ la coscienza vigilante di Claudio, il suo “Io”, a dare parola e senso alla costrizione della sua bella persona al chiuso della casa. La reazione avviene dopo un mese, per cui è assolutamente giusto che l’Io di Claudio esprima e denunci la sua incapacità di vivere tra le quattro mura domestiche, protettive quanto vuoi, ma ormai degenerate in prigione. E vero che ci sono stati i vantaggi iniziali, tutti “secondari”, di vivere la novità di non andare a scuola e di avere la mamma a portata di mano. E’ vero che sono stati accantonati i vantaggi “primari” di una vita attiva e costruttiva, piena di vitalità e di stimoli, di scambi e di novità. Adesso Claudio non riesce più a nobilitare la clausura in un sistema protettivo e affettivo, non riesce più a sublimare i suoi conflitti e i suoi tormenti in una logica necessità di sopravvivenza, non gli basta la mamma e i suoi modi di essere maestra di una innaturale e drammatica evenienza. La claustrofilia, l’amore coatto per lo spazio angusto, ha fatto il suo tempo e dopo un mese Claudio comunica alla madre e a tutto il mondo che il tempo è scaduto, non soltanto il suo tempo, ma anche quello di tutti i bambini. Ed è scaduto ampiamente. Adesso si corre il rischio di ammalarsi, ma non di “coronavirus”, di nevrosi fobica, di mettere a dura prova la propria “organizzazione psichica”, di mettere le basi dell’angoscia da panico, di ingrossare il nucleo psichico dell’aggressività e del senso di colpa.

Chiede Claudio: “frega a qualcuno tutto questo o mi devo arrangiare da solo?”

Tu mi accompagni dal nonno.”

Claudio ha pronta la soluzione umana e clinica: il nonno, la figura sacra e giusta, l’uomo veramente salvifico, colui che capisce e protegge con la sua veste austera e bambina. Claudio è perentorio, “tu mi accompagni dal nonno” e così ho e abbiamo risolto il problema. Claudio ha perso fiducia non nella mamma, ma nel suo costante richiamo al dovere. Stenta ad affidarsi alla sua figura dopo tanta sofferenza sublimata, non vuole regredire a stati precedenti del suo sviluppo psichico, non vuole ricorrere alla somatizzazione dei suoi blocchi. Claudio sa dare parola al suo disagio e sa proporre anche la soluzione: il nonno, il padre saggio e comprensivo, la tradizione e il valore culturale, colui che sa e sa insegnare. Questo è l’uomo giusto in tanto trambusto dei sensi e dei sentimenti. Claudio ha le idee molto chiare e si sa voler bene da solo. La mamma fa perno sul “Super-Io” del figlio, “bisogna” e “si deve” e “dobbiamo” e “devi”, e necessariamente si rivolge al suo “Io” con i suoi giusti ragionamenti perché trasmetta all’istanza del dovere quanto necessario per sopravvivere, prima che per legge. Ma Claudio non può allargare il suo “Super-Io” all’infinito, è innaturale, ci ha provato, è un bambino e la misura è colma. Claudio conosce bene il “principio del piacere” e il “principio di realtà”. Il “principio del dovere” ha cominciato a concepirlo e adesso si trova a subirlo. Il bambino sta dicendo alla madre: “o mi fai uscire o io mi ammalo.” Il dilemma non è esistenziale e filosofico, il dilemma è clinico. La reazione del bambino è sana, così come la sua auto-terapia.

Mi prepari la valigia e io vado dal nonno.”

Claudio ha le idee veramente chiare e ci tiene alla sua salute psicofisica. Il nonno è la via di fuga dal dolore e dalla malattia, la salvezza per un bambino che usa le parole come frecce acuminate per la drastica chiarezza e per il sodo contenuto. Claudio è pronto a partire e a lasciare la mamma senza rancore. Chissà quante volte è andato dal nonno e ha vissuto con lui. Del resto, si tratta di una notevole figura costruttiva di riferimento e oltretutto prospera per la sua evoluzione. Il nonno è una ricchezza, un patrimonio dell’umanità e un valore aggiunto. Claudio non sta chiedendo niente di eccezionale e di straordinario. La sua richiesta rientra nella normale politica della famiglia e non trasgredisce nessuna legge psichica e sociale. Adesso bisogna uscire da quello spazio chiuso che opprime e blocca le migliori energie. Claudio vive sensazioni bruttissime di inanimazione depressiva. La sua auto-terapia è andare dal nonno.

Non ce la faccio a stare dentro casa, voglio un pochino uscire.”

Claudio è stato deciso e perentorio. A questo punto si ricrede e si chiede se è proprio sicuro di poter fare a meno della mamma. Ragiona e riflette con il suo “Io” e capisce che i suoi bisogni affettivi risiedono in lei. Lui è soltanto allergico alle imposizioni del “Super-Io” sociale, ai drastici divieti e alle inumane costrizioni. Del resto, Claudio chiede di voler uscire “un pochino”, la dose giusta per ripartire verso i nuovi tormenti. Il passaggio dallo spazio chiuso della sua casa allo spazio aperto della strada gli consentirà di prendere aria psichica e di vivere un po’ di libertà. La claustrofilia non funziona più e sta tralignando nella claustrofobia. Tra rabbia e pianto viene fuori il “non ce la faccio a stare dentro casa”, la diagnosi giusta. Tra rabbia e pianto viene fuori “voglio un pochino uscire”, la terapia giusta. Il resto va da sé e si porta dietro tutto il carico dello slancio vitale e delle relazioni benefiche con le persone e con gli oggetti. Il culmine è raggiunto nel desiderio di andare a scuola.

Sono stanco, me ne voglio andare via da qua.”

Non è una fuga dal problema, non è un sotterfugio furbetto per esimersi dal suo dovere, è la soluzione al suo malessere. La stanchezza paradossalmente attesta della classica “psicoastenia”, la stanchezza appartiene al sistema psichico che non è più in grado di desiderare e di tollerare lo stato d’inerzia del corpo e del pensiero.

Non voglio, non ce la faccio più.”

Il “non voglio” non è un capriccio, è proprio la malattia del desiderio, non ho voglie, non riesco a volere nient’altro che la fine di queste drammatiche ristrettezze. Non ho più energie per tirare avanti, per trascinarmi in questo doloroso calvario.

Voglio andare in piscina.”

Voglio cimentarmi con me stesso e con gli altri, voglio mettermi alla prova, voglio ritornare alle mie rassicuranti abitudini e ai miei riti pomeridiani.

Voglio andare nel campo a giocare.”

Voglio relazionarmi nel gioco, voglio essere libero di esprimermi e di muovermi, voglio sprizzare energia da tutti i pori, voglio essere creativo e geniale.

Voglio andare a scuola.”

Voglio condividere con i miei compagni e le mie maestre i doni dell’educazione e dell’istruzione. La scuola è palestra di vita più che mai.

Voglio andare in giro e vedere gli altri.”

“Voglio”, “voglio”, “voglio”, la restrizione ha bloccato le energie genuine della volitività, un “voglio” che si traduce ho bisogno e collima con la necessità di vivere in maniera naturale. Dopo i tanti “voglio” Claudio avverte la pesante frustrazione del suo corredo psichico e si trova a vivere un “tratto depressivo” che emerge proprio quando prende coscienza dell’impossibilità di realizzare i suoi desideri e di appagare i suoi bisogni. A questo punto può scaricare l’aggressività collegata alla frustrazione magari rompendo un giocattolo, ma Claudio si rende contro che può aggredire soltanto se stesso e che può farsi male. Si congeda dalla madre e si ritira nella sua stanza dicendo:

Voglio stare un pochino da solo.”

Claudio non ha manifestato in maniera indiretta il suo “fantasma di morte”, non ha parlato della possibilità della morte, non ha seguito il discorso della madre sulla forza maggiore che costringe a stare chiusi in casa e a non incontrare nessuno, neanche il nonno, pena il pericolo del contagio e della malattia. Il bambino rimuove l’angoscia di morte e la sposta nella casa e nella costrizione al chiuso e all’inanimato. La casa è la tomba di chi vuol restare vivo.

LA LEZIONE DI CLAUDIO

Cosa ci ha insegnato Claudio, un bambino come altri milioni di bambini che sono stati e sono costretti, per non ammalarsi e per continuare a vivere, nelle pareti domestiche più o meno sicure, più o meno protettive, più o meno familiari. Claudio ci ha offerto il parametro ottimale della salute mentale in tanta disgrazia, una situazione psichica individuale e collettiva di cui ancora non possiamo essere del tutto consapevoli. Claudio è un bambino sano perché si emoziona, parla, sa, si conosce e reagisce, percorre tutte le tappe del suo psicodramma. La rabbia si interseca con le parole, mentre la consapevolezza del dovere si espia con la leggera depressione del “voglio stare un pochino solo”. Claudio deve essere assunto a modello delle nostre reazioni a siffatte reclusione e frustrazione. Se noi adulti abbiamo mantenuto il nostro Claudio dentro, possiamo essere sicuri che stiamo reagendo bene a tanta malora e con il minor danno futuro possibile. Dobbiamo vivere le emozioni, il dolore, il pianto, dobbiamo tradurli in parole con piena consapevolezza, dobbiamo riflettere sulla necessità di così grande perdita di vita da vivere e di relazioni da gustare. Dobbiamo arrabbiarci senza vergogna, dobbiamo avere una mamma da amare anche senza condividerla, dobbiamo avere un nonno come il nostro rifugio, dobbiamo conoscere i nostri desideri, dobbiamo riflettere su quale vita ci piace fare, dobbiamo accettare e assecondare l’isolamento depressivo per rafforzare le nostre riflessioni e tornare fuori dalla stanza più forti di prima e convinti che a tanto male stiamo reagendo senza farci tanto male.

GRAZIE CLAUDIO !

E A BUON RENDERE

. . . _ _ _ . . . S O S

INFANZIA E ADOLESCENZA

MECCANISMI E PROCESSI DI DIFESA

La costrizione psicofisica al chiuso, la restrizione dei contatti sociali e soprattutto l’angoscia di morte sono decisamente vissuti innaturali e traumatici per i bambini e per gli adolescenti, oltretutto perché prolungati e al momento indeterminati.

I “meccanismi e i processi psichici di difesa” dall’angoscia che innescano i bambini e gli adolescenti sono i seguenti:

“rimozione”, non ci pensano, dimenticano, trascurano, non ci filano dietro,

“onnipotenza”, ce la faranno, ne verranno fuori eroicamente,

“isolamento”, separano il pensiero della reclusione dalle sensazioni d’angoscia,

“annullamento”, convertono l’angoscia in un rituale elaborato o conosciuto,

“volgersi contro di sé”, si sentono in colpa e devono espiarla in qualche modo,

“spostamento”, riversano l’angoscia in un oggetto, il feticcio,

“messa in atto”, reagiscono alla vulnerabilità con l’azione, sono molto attivi,

“regressione”, tornano indietro a fasi superate dello sviluppo psicofisico,

“sublimazione”, pregano o fanno i buoni o chiedono perdono,

“altri meccanismi di difesa” dall’angoscia individuali e personali che non sono contemplati nei trattati di Medicina psicosomatica perché sono frutto della loro creatività e hanno il benefico risultato di alleviare il dolore e la sofferenza.

LA SOMATIZZAZIONE DELL’ANGOSCIA

La preoccupazione dei genitori deve subentrare quando l’angoscia dei figli si somatizza, quando il livello delle tensioni nervose accumulate non è più gestibile dal sistema nervoso centrale e periferico, per cui turba l’equilibrio omeostatico e disturba le funzioni psichiche e organiche. I bambini e gli adolescenti sono aperti alle novità proprio per la loro natura psicofisica. Hanno una buona duttilità mentale perché sentono che l’evoluzione organica è veloce e ben visibile, perché sanno che i processi psichici sono più lenti e richiedono tempo per essere assimilati. E’ questo il loro equilibrio: la consapevolezza incarnata nell’evoluzione e nella crescita, il vivere sulla pelle il divenire psicofisico, il pensiero ormonale.

Alla luce di questi fattori di gran pregio, consideriamo la crisi psicosomatica, il suo significato, la prognosi e l’intervento possibile da parte dei genitori. Preciso che tra i “processi e i meccanismi di difesa” dall’angoscia citati il più usato è la “regressione”, perché si presenta a portata di mano e risolve beneficamente un conflitto contingente. La “regressione” è dannosa se persiste e si struttura nell’adulto.

A questo punto elenco e spiego i disturbi psicosomatici, quelli che hanno una causa psichica e sono causati da uno scarico della tensione nervosa, angoscia, attraverso il corpo e in un disturbo degli organi e degli apparati che manda in tilt le funzioni psicofisiche. Bisogna considerare che trattandosi di uno scarico di tensione nervosa in sovraccarico, il disturbo è benefico perché riporta in equilibrio il sistema psicofisico di distribuzione delle energie.

I DISTURBI PSICOSOMATICI DEI BAMBINI E DEGLI ADOLESCENTI

La richiesta del “ciuccino”, oggetto transferale, esprime il bisogno di un appagamento sostitutivo in riguardo agli affetti e uno scarico della tensione nervosa. La madre e il padre intervengono e acconsentono nella difficile contingenza ai bisogni del figlio, provvedono a una loro maggiore e migliore presenza. La figura materna è importante per risolvere l’investimento affettivo del figlio nel ciuccino. L’oggetto transferale è considerato un prolungamento simbolico della figura materna.

Il “dito in bocca” e qualsiasi altro rituale personale del bambino non vanno censurati, vanno tollerati in silenzio e senza rimbrotti in quanto benefiche regressioni e compensazioni. Hanno la funzione di esorcizzare l’angoscia, per cui la madre e il padre devono provvedere a instillare nel bambino maggiore sicurezza e protezione con le parole e gli atti.

La “balbuzie”, un disturbo del linguaggio, indica la conversione dell’angoscia nella fluidità della loquela. Si tratta di angoscia, il bambino ha bisogno di essere tranquillizzato attraverso il dialogo per favorire la presa di coscienza della causa contingente. Chiama in causa il padre per ridurre la tensione, ma la madre serve per l’affettività.

La “inappetenza”, un disturbo dell’alimentazione, esprime un rifiuto affettivo e una forma di isolamento, ma è anche una richiesta d’aiuto. E’ una forma apparentemente autonoma di gestire l’angoscia attraverso una riduzione del cibo. L’abbraccio costante e premuroso è sempre la migliore medicina. Privilegiata è la madre, di valido concorso è il padre.

La “fame nervosa” è un disturbo alimentare che insorge per scaricare la tensione nervosa e per significare il bisogno affettivo inappagato. Chiamata in causa è la madre e in rafforzamento è richiesto il padre.

Il “vomito” è un disturbo digestivo ed è legato a un rifiuto della dipendenza affettiva e a una reazione aggressiva verso la mancanza di affetto che il bambino avverte in base ai suoi bisogni. La rassicurazione da parte della madre e del padre sulla sua richiesta ambigua si svolgerà con le parole e con i fatti.

La ”anoressia” contingente, il rifiuto del cibo, è un tratto psicofisico delicato che bisogna considerare ben bene. L‘angoscia è legata a un conflitto affettivo che include la madre e il padre, nonché il corpo. L’intervento di entrambi è finalizzato alla risoluzione della relazione con parole e azioni, affetti e riflessioni perché la scelta del disturbo è oltremodo significativa: un campanello d’allarme.

La “diarrea” si spiega con l’azione turbolenta dell’angoscia a livello gastrointestinale. Il sintomo descrive il rifiuto della contingenza drammatica e la paura accumulata e risolta con il rituale continuato dell’espulsione delle feci. Necessita l’intervento della madre e del padre in rassicurazione benefica e in spiegazione ottimistica dell’evento.

Il “mal di stomaco” si spiega con la richiesta di essere accudito e protetto, un momento di debolezza psicologica. E’ rivolto alla madre in primo luogo e al padre per quanto riguarda la sicurezza e la rassicurazione.

La “stitichezza” si attesta in una contrazione nervosa dell’apparato gastrointestinale e in una conversione dell’angoscia per significare lo stato di blocco psicofisico, la rabbia per l’inanimazione e la restrizione, la chiusura individualistica e il rifiuto dell’ambiente. Il padre è chiamato in causa per rassicurare e proteggere, mentre la madre interverrà per donare e per stimolare all’abbandono affettivo al posto di un inutile e dannoso isolamento.

La “encopresi”, farsi la cacca addosso, è un disturbo regressivo che attesta di un forte bisogno di dipendenza dalla figura materna e di un ricatto affettivo. È un mettere alla prova la quantità e la qualità dell’amore materno. Il bambino manipola i genitori per avere un tornaconto affettivo e per esercitare una forma di potere all’interno della relazione con i genitori. Bisogna capire le regole del gioco e far capire al bambino che il suo obiettivo si può raggiungere per via normale e senza ricorrere a stratagemmi non igienici. La madre sostenga e affermi la figura del padre. Quest’ultimo sia autorevole e non autoritario. Questo è un conflitto preesistente all’epoca del coronavirus e che si ripropone sulla scia dell’angoscia in atto.

La “enuresi”, fare la pipì di notte addosso, desta preoccupazione perché si tratta di un conversione d’angoscia importante, di una tensione nervosa forte al punto di aprire la vescica per scaricarla. L’angoscia di questi tempi non manca ed è angoscia depressiva di perdita. Entrambi i genitori sono chiamati a prendersi amorevole cura del bambino per la qualità del disturbo: affetto e parola per aiutare la consapevolezza dei contenuti dell’angoscia. Ovvio, niente rimproveri e derisioni.

La “asma” o le difficoltà respiratorie, del tipo “mi manca il fiato”, significano una richiesta d’aiuto per l’angoscia di essere abbandonato e lasciato solo, di perdere l’amore e la protezione dei genitori. Chiamata in causa in prima istanza la madre per la rassicurazione affettiva e di poi il padre per il rafforzamento psichico.

La “emicrania” è una richiesta di attenzione fatta indirettamente ai genitori e causata dal bisogno di considerazione e di affetto. Di solito il bambino ripete il disturbo che in famiglia ha visto nelle figure genitoriali e lo propone per i suoi bisogni contingenti. Madre e padre si mettono in allerta e vanno in sostegno.

La “insonnia”, difficoltà a prendere sonno, rievoca un disagio di abbandono e di solitudine, un’angoscia nell’affidarsi al sonno per paura di restare solo e perché il sonno viene equiparato a una forma di morte. L’insonnia contiene un bisogno di controllo dei genitori per paura che muoiano, per cui è necessario non perdere la vigilanza. Di solito basta il genitore del sesso opposto a risolvere il quadro. Se non funziona, tutti sul lettone!

“L’incubo” attesta di una turbolenza nell’elaborazione del sogno e la mancanza delle difese per continuare a dormire. E’ occasionale e si risolve accudendo e rassicurando senza grandi patemi d’animo.

La “pelle” parla attraverso l’eczema, il prurito, la dermatite, disturbi che attestano di una ricerca di contatto affettivo ed erotico da carenza, secondo il registro del fabbisogno infantile, Entrambi i genitori sono chiamati in causa e i padri devono essere meno renitenti a questa forma di relazione corporea con i figli.

La “ipocondria” si manifesta con la paura di contrarre la malattia in atto ed è una paura giustificata, più che una fobia o un’angoscia. Tratti ipocondriaci sono le esagerazioni del contesto epidemico e la forte reattività emotiva. I genitori sono chiamati a rassicurare e a bloccare con mille ragionamenti e carezze questa traslazione dell’angoscia di morte.

Il “pianto isterico” si riduce a una scarica purificatrice delle tensioni nervose accumulate, “catarsi”, e fa solo bene perché libera il corpo da un sovraccarico nocivo. Non va censurato, ma va capito e si deve procedere alla rassicurazione emotiva da parte di entrambi i genitori, sempre tenendo in considerazione che spesso la madre opera a livello affettivo e il padre agisce a livello protettivo.

La “stanchezza” è una richiesta di aiuto e non una negligenza in questi tempi. Il disimpegno è una forma di noia, una caduta del desiderio, una forma depressiva. I genitori devono capire, far parlare i figli e stimolare con la giusta volitività e senza forzature e tanto meno costrizioni.

La “noia” è un pesante disturbo dell’universo desiderante del bambino, è una psicopatologia del desiderio e una crisi della tensione a pensare un traguardo e a raggiungerlo. Un bambino che non desidera è diventato vecchio perché i genitori non gli hanno concesso la possibilità di fantasticare e di appagare i suoi bisogni con la sua ricerca e le sue riflessioni. In questa drammatica situazione la “noia” è contingente e non patologica, ma è sempre un segnale da non trascurare e da considerare dopo la tempesta. Il padre e la madre sono chiamati a un intervento deciso e invitante di fronte a una chiusura depressiva e a un ristagno emotivo.

La “frequenza a far la pipì” attesta di un bisogno di scaricare la tensione nervosa, legata alla paura del contagio e della morte, attraverso un rilassamento piacevole. Non dimentichiamo mai che l’impatto di fondo della psiche dei bambini è con questo tremendo “fantasma” e con l’angoscia depressiva collegata.

“L’isolamento” dal contesto della famiglia è un segnale delicato e degno di grande considerazione da parte dei genitori, perché attesta di una chiusura in se stesso, di una manovra autistica intesa a preservarsi e a conservarsi chiudendo le relazioni con il mondo e tenendo soltanto quelle con se stesso. L’intervento dei genitori deve essere immediato e forte nel ripristinare i contatti con il figlio, nel rassicurarlo e nel farlo esprimere sul mondo interiore che sta vivendo, sull’angoscia di morte che ha preso una via pericolosa per essere risolta. Il bambino che si isola, non parla e non collabora non è un bambino tranquillo.

Il “mutismo” è un annesso dell’isolamento e vale quello che si è detto in precedenza. L’angoscia ha tolto la parola e il bambino non trova la possibilità di scaricarla. Non è un capriccio, è un’incapacità momentanea e reversibile. Il padre e la madre ridestino da questo isolamento il figlio attraverso la pazienza e la prudenza al fine di risentire la voce che ancora non sa articolare la qualità del messaggio. Lo stimolo costante delle loro parole e dei loro discorsi è auspicabile e risolutore.

“Sbattere la testa contro il muro” è un sintomo pesante e pericoloso perché attesta di un bisogno del bambino di liberarsi dai pensieri funesti e angoscianti e di una sua incapacità a risolvere da solo la brutta storia che gli gira dentro la testa. E’ necessario farlo parlare per dare corpo al pensiero, fargli dire i brutti pensieri che la sua testa elabora senza che lui possa fare qualcosa per impedirlo. Di poi, bisogna tenere sotto controllo il problema evidenziato e affidare il bambino allo specialista in psicoterapia. I genitori devono essere sensibili e non minimizzare il nucleo psichico che il “fantasma di morte” ha tirato fuori con le sue costanti provocazioni.

“Dondolare la testa” attesta di un rituale fobico e ossessivo che il bambino usa per manifestare la ripetitività dei suoi pensieri depressivi e per esorcizzare la ritornante emozione di perdita. E’ un segnale delicato e pericoloso come il precedente, per cui i genitori sono chiamati alla identica reazione.

In conclusione non dimentichiamo i “segnali individuali” che attestano di uno squilibrio o di un disturbo. I genitori conoscono i figli e sanno che qualche gesto o qualche atto, qualche postura o qualche movimento ha un significato particolare per il loro bambino. Questi sono i “segni soggettivi” che si ascrivono alla creatività di ognuno di noi. Tutti abbiamo elaborato ed elaboriamo segnali per indicare a noi stessi e agli altri uno stato d’animo o un conflitto. Tutti diamo un senso a questa nostra fenomenologia o modo di apparire agli altri. I genitori possono decodificare questi segni dei figli e possono intervenire con sollecitudine e premura. La parola e la razionalizzazione sono sempre buoni compagni di viaggio in questa relazione d’amore. Esempio: mio figlio quando ha paura mette le braccia conserte oppure mia figlia quando è arrabbiata muove la gamba o le sopracciglia: et cetera, et cetera, et cetera. Buona fortuna in questo approccio con i vostri figli e che sia foriero di nuovi sentimenti e di proficue scoperte per i grandi e per i piccoli. E quando tutto sarà passato, ricordatevi di non dimenticarli.

POSTILLA CONCLUSIVA

Il chiarimento del quadro clinico è motivato dall’attacco psichico che subiscono i bambini e gli adolescenti in questa drammatica contingenza e dalla messa in atto dei meccanismi di somatizzazione.

Siamo in un ambito psicologico, ma non va assolutamente trascurato il dato medico.

I bambini non vedono i nonni e le figure affettive di riferimento: questo è un fattore traumatico e chissà quale vissuto stanno elaborando su questa assenza.

Parecchi bambini e adolescenti sono toccati intimamente da un lutto, la perdita del nonno o della nonna, per cui i genitori stiano attenti alla “razionalizzazione del lutto” e favoriscano le manifestazioni del dolore a garanzia di una minore “rimozione” e dell’uso di meccanismi psichici meno pericolosi in tale drammatico contesto di perdita.

Ricordo che stiamo vivendo sulla testa e sulla pelle un evento eccezionale che non possiamo assorbire a livello psicologico se non con tempi lunghi. Attualmente possiamo soltanto razionalizzare la realtà in atto e metterci il migliore riparo possibile, ma cosa del nostro pregresso psichico ha evocato il famigerato “fantasma di morte” lo sapremo, grandi e piccoli, cammin facendo. Di conseguenza preservare oggi i piccoli e indifesi bambini significa aiutarli a non accusare disturbi domani. Questa opera di prognosi va fatta dai genitori con la massima solerzia e sollecitudine, oltre che con il sentimento della “pietas”, condivisione e riconoscimento, che è il miglior alleato del sentimento d’amore.