ICARO

Vaste steppe,

grandi spazi aridi,

niente e nessuno intorno.

Cammino fino alla taiga fitta di alberi gelati.

Quanta illusione si cela dietro la muraglia!

Quanta Cina di carta!

Quant’è lontana!

Invento cose che si sgretolano,

niente esiste se non ha una voce

e non è nulla quella che risuona dentro la testa,

è solo testa,

solo creazione.

Quanta tristezza mi fa la realtà?

Sempre la stessa,

tanta.

Ho una pazienza accanita,

una volontà prepotente,

una fantasia demente,

faccio autostop guidando.

Il silenzio è una lama di coltello a serramanico

infilato nel sangue di un abbraccio.

Si frantumano le intenzioni

e le mani cadono lungo i fianchi

a somma protezione di un sentimento.

La crudeltà non deve entrare,

non sono un forno crematorio.

Sono vicina alle femmine poete

che si suicidano in un giorno qualunque,

senza pensare alla fama

che la fine si porta appresso.

Sono vicina al pozzo,

ai pazzi.

Amerò anche da morta?

Io non lo so

e adesso non mi viene voglia di pensarti,

ma tu dimmi quando arrivi

ed io scenderò dalla mia polveriera

per darti il benvenuto.

Non portarmi mazzi di rose,

non pungere una fuorilegge.

Toccata da mani che conoscono i corpi

e non lasciano impronte su questo campo di battaglia che è il mio,

mi muovo ancora in cerca di te.

Voglio imparare dal tuo malessere

a vincere la nausea delle ore del giugno polveroso,

la luce violenta del solstizio che rovescia lo stomaco

come un guanto di velluto.

Rumino,

sono un bovino estinto,

una scimmia urlatrice,

la discarica della carta su cui scrivo.

Fogli vergati da un inchiostro azzurrino si alzano sopra carcasse di albatri,

il vento favorisce il volo.

Appoggio la mia schiena scarna sopra le loro grandi ali immobili,

è tempo di allettare il sole.

 

Sabina

Trento, 06, 06, 2021