TITA ERA MIA MADRE

Nata sotto una buona stella egiziana

nella città di Alessandro il Grande

da un padre uccisor di vacche,

ucceri da ucciaria,

vucceri da vucciaria,

macellaio da macello,

da una madre maestra mancata,

donna condannata ai parti e vocata alla famiglia,

negligenter et frigide,

tu,

mea dulcissima mater,

madonna delle mie brame e del mio reame,

sei venuta al mondo e alla Storia,

seconda di dieci figli e prima di cinque sorelle,

in un secolo che conosceva l’epoca bella,

la “bella epoque” che ballava al Moulin rouge con Toulouse,

quella che veniva prima della guerra Grande,

dopo la guerra Piccola,

quella dell’unità dipendente del Belpaese nostrano,

tu,

mea suavissima mater,

sei cresciuta tra l’odor di carne e i fumi della trippa,

tra le polpette condite a modo e con il giusto modo,

tra le salsicce al peperoncino e al finocchietto selvatico,

l’aneto che spontaneo cresce ancora sui miei declivi,

tu Tita o Titina,

Concetta o Concettina,

tu,

solamente tu,

tu che avevi paura dei maschi e dei soldati,

in specie quelli inglesi,

sempre ubriachi,

sempre micidiali,

gente tutta per i cazzi suoi,

violenti quanto basta per atterrire le fanciulle vergini,

le puellae o puellas,

putee o putele,

tu,

veramente tu,

tu che non avevi paura della signorina Calvo,

l’ostetrica vergine immacolata di Ortigia,

la santa Lucia delle donne gravide di fascio,

incinte di bellezza rococò liberty in una cornice barocca

e di crepacuore per i tanti bambini mai nati,

per le tante strizze al dolce sapore di angoscia,

per le tante tette odorose di latte in giro per i vicoli,

per le panciotte scodinzolanti per le viuzze della Giudecca,

tu,

mea superba mater,

plauso e verecondia di un figlio felice.



Salvatore Vallone



Giardino degli Aranci, 07, 01, 2024











 

 















DIALOGO TRA CHARLES E UN PASSEGGERE BAUSCIA E BAUCOT

– Charles –

La Morte seleziona.

La Specie si origina dalla Selezione

e la Selezione orienta l’evoluzione della Specie.

Sopravvivono gli uomini

che si adattano all’ambiente

e trasmettono ai discendenti

le caratteristiche biologiche forti e favorevoli.

– Passeggere –

E allora, mio caro scienziato, la Morte non è uguale per tutti,

non è come la Legge degli uomini vanagloriosi

sulle facciate di pietra ammuffita dei tribunali sfasciati,

sopra gli scanni arditi di giudici onesti e coraggiosi,

destinati a saltare per aria come fuscelli d’avena

insieme ai loro angeli custodi,

maschi e femmine,

come la cara Emanuela,

una donna con la vita davanti e tutta da godere.

La Morte discrimina,

è ingiusta come una giornata di nebbia nel Sahara

o una giornata di sole e senza mosche nella Padania,

ha una sua giustizia ingiusta,

sceglie secondo il suo naturale intendimento,

accatta per virtù e raccatta per necessità,

vecchi imbelli e bambini innocenti

come Mustafà Safir e il piccolo Alan Kurdi,

le vittime predestinate delle tempeste degli uomini cattivi,

non del mare di mezzo,

di quelli veramente perfidi e stronzi.

– Charles –

La Morte seleziona,

la Specie si origina dalla Selezione

e la Selezione orienta l’evoluzione della Specie.

Sopravvivono gli uomini

che si adattano all’ambiente

e trasmettono ai discendenti

le caratteristiche biologiche forti e favorevoli.

La Morte non è ingiusta.

Ti sbagli passeggere e di grosso.

Si vede che sei un bauscia e un baucot.

La Selezione naturale determina un adattamento

degli organismi all’ambiente e i caratteri biologici,

acquisiti e scartati attraverso la pressione selettiva,

consentono di vivere soltanto agli individui forti.

La Morte è sempre e soltanto la Morte.

Ti ho spiegato come da un libro aperto.

Se non capisci,

nescio,

non so che farti.

– Passeggere –

E’ vero.

Tu parli come un libro stampato,

mio caro Charles.

E così dalla Morte nasce la Vita futura

attraverso l’annientamento delle Specie e degli individui deboli

e la trasmissione dei caratteri e dei tratti forti.

Ho detto bene?

Dalla Morte,

dalla carestia,

dalla malattia,

dall’epidemia,

dalla pandemia,

dalla guerra

deriva l’esistenza di animali più elevati.

Dimenticavo,

dalla ferinità e dalla stupidità degli uomini nascono buoni corpi,

poderose razze,

donne di teutonica mammella,

uomini di immense coglionate.

– Charles –

Ipse dixit.

Tu l’hai detto e io non lo confermo.

Io non voglio avere niente a che fare con te.

– Passeggere –

Mi discacci come fece Berluscotto a Finasso?

Dimmi, invece, quale Etica in questo dramma naturale?

Quali valori governano la Morte e i suoi comportamenti?

Dimmi,

o scienziato e giornalista,

o politico e opinionista,

o conduttore del treno chiamato desiderio,

dimmi dov’è quel chissà chi lo sa

che rende la vita degna di essere vissuta

in tanta tempesta di ormoni e di virus

che pretende di governare il dna del pipistrello

con l’acido lisergico e con una bottiglia di champagne

delle colline limitrofe a Bordeaux e Col san Martin,

in quei terrapieni ovattati di mille virtù francesi.

Per non parlare della mariagiovanna,

non la giornalista dalla vasta presenza,

la droga mortifera che ti fa passare il mal di testa.

Dimmi,

dimmi caro maliardo sapiente

dove va a dormire il sole nelle notti di mezza estate

quando gli innamorati fanno l’amore sulla spiaggia di Rimini

dopo essere stati a ballare tutta la notte all’Altro mondo.

Eppure,

caro Charles,

tu sapevi di tutto questo imbroglio

e l’avevi visto nei fringuelli delle Galapagos

e nei passeri di piazza Pancali nella maleodorante Ortigia,

quelli che ti cagano sulla testa mentre passeggi.

E ora tu mi dici soltanto che dobbiamo morire

per rafforzare questa Specie di uomini malvagi

che sparano ai poveri migranti neri

e sghignazzano davanti alle cazzate quotidiane dei talk choc.

Sai cosa ti dico?

Meglio bauscia che scienziato!

Meglio baucot che sapiente della Sapienza o della Bocconi,

del Sacco e dello Spallanzani,

dell’Università di Padova e di Tremestieri.

A cosa serve la Scienza,

se poi ti lasci invadere dalle pulci ballerine e dalle zecche clandestine,

se non regali soldini a pioggia a Tizio,

a Caio,

a Sempronio

e anche al povero e timido Bortolo.

E Giobattino cosa può dire sentendosi escluso?

Schei anca a Giobatta!

E bella e finita che sia questa sagra paesana

di scienziati e di bauscia,

di saputelli e di baucot,

di donne che sanno

e di maschi che pretendono.

E poi l’aggressività dove la mettiamo?

Tra i cuscini delle pulzelle o nella conservazione della razza?

– Charles –

Tu sei tutto scemo.

Io mi disgiungo e mi defilo.

A mai più.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 22, 03, 2021

LA MOGLIE DEL SOLDATO

Ella aveva forti braccia e ampi spazi nel suo corpo,

ma al soldato innamorato non aveva, di certo, detto

che nel cuore avido e tra le gambe aveva il brokkoletto.

Nella verde terra di Armonia è sempre primavera

e i soldati guerreggiano insieme come fratelli,

tra una pinta di birra scura e lunghi coltelli affilati,

tra il terrore di un agguato e l’angoscia dell’ultimo attentato.

Quella donna diceva di avere marito e figli in Cecenia,

là dove tutto è freddo e il sole non batte poi tanto

per dare spazio al tempo dell’incanto.

Nella verde Armonia i prati sono pieni di pecore gravide

e i venti suonano lire d’amianto

finché il dolore non si tramuta in pianto.

Quella donna aveva un tulipano rosso tra i capelli neri,

portava gonne azzurre e mutandine arancione

e nel suo grembo nascondeva trepide scosse.

Ella aveva forti braccia e ampi spazi nel suo corpo,

ma al soldato innamorato non aveva, di certo, detto

che nel cuore avido e tra le gambe aveva il brokkoletto.

La guerra civile è sempre un amabile rendez vous,

tra scontri accesi e frecce acuminate

l’amor si gonfia con le carezze amate.

Ella avea un oceano di nuvole e di luce nel suo karma,

si tingeva di notte i capelli di verde e di blu

e calzava di giorno strane scarpe di caucciù.

A Dublino le chiese si aprono al mattino

al ritmo leggero della musica di un violino,

mentre il cielo è un gregge turchino.

Ella aveva un cappello a colori brillanti

sotto un cielo azzurro mare

che si muoveva come si fa per amare.

Bianco e nero e a colori è il paesaggio,

una donna gira nel sole e suona la fisarmonica

mentre un bambino dorme dentro di lei

e i capelli sono rivolti alla luna

come zingari di notte e regine di giorno

che si muovono in cielo al ritmo di una musica strana.

Ella aveva forti braccia e ampi spazi nel suo corpo,

ma al soldato innamorato non aveva, di certo, detto

che nel cuore avido e tra le gambe aveva il brokkoletto.

Salvatore Vallone

Karancino, 21, 09, 2023

SEMPRE DI SERA

Il giorno fu pieno di lampi,

il dì fu gravido di luci,

la tempesta attendeva la quiete,

nel borgo di lucide case

ora verranno le stelle,

le stelle già morte lontano,

giù giù,

a portata di mano,

cadranno le tacite stelle,

cadranno da un luogo lontano,

cadranno in un tempo vicino:

il nostro.

La luce delle stelle morte è tra noi,

c’illumina,

ci guida,

ci consola.

Può la luce arrivare dal passato?

Può esserci luce nella polvere delle stelle,

come in tutte le cose più belle,

sugli augelli che fan festa,

sulle galline tornate in su la via in attesa del gallo?

O Luce,

luce dei miei occhi,

rischiarami il biondo cammino

che porta alla siepe del tuo gelsomino.

Nei campi c’è un breve gregré di ranelle.

Gregré,

gregré,

gregré ancora.

Una mano tremante si accosta al mio volto.

E’ mia madre incredula davanti al mio corpo.

Le tremule foglie dei vetusti pioppi si muovono in coro,

trascorrono di una gioia leggiera

quando la mano incontra il mio sangue.

Hanno ammazzato mio padre Turiddru,

il compare di Bernardo e di Gaspare!

Che giorno di lampi!

Che giorno di scoppi!

Erano bombe,

non erano tuoni,

era mio nonno in fuga dalla guerra

con il suo bel sacco di bianca farina sulle spalle irsute

per nutrire i suoi rondinini.

Gli hanno sparato sul far della sera.

Che pace, la sera!

Si aprono le stelle nel cielo tenero e vivo.

Là, presso le allegre ranelle singhiozza monotono un rivo.

Di tutto quel cupo tumulto,

di tutta quell’aspra bufera,

non resta che un dolce singulto nell’umida sera.

Tutto è finito in un rivo canoro.

Dei fulmini fragili restano cirri di porpora e d’oro.

O stanco dolore, riposa!

La nube nel giorno più nera

fu quella che vedo più rosa nell’ultima sera.

Che voli di rondini intorno!

Che gridi nell’aria serena!

La fame del povero giorno prolunga la garrula cena.

Poi i canti di culla,

che fanno ch’io torni com’era,

sentivo mia madre,

poi nulla,

sul far della sera,

sul far di quella sera,

sul far di questa sera.

Salvatore Vallone

Harah Lagin, 20, 07, 2023

FINALMENTE

Finalmente non ci saranno guerre,

finalmente,

finalmente non ci saranno razze,

finalmente,

finalmente non ci saranno money,

finalmente,

finalmente non ci saranno profughi,

finalmente,

finalmente non ci saranno disoccupati,

finalmente,

finalmente non ci saranno anticrittogamici,

finalmente,

finalmente non ci saranno lingue,

finalmente,

finalmente non ci saranno sessi,

finalmente,

finalmente non ci saranno contadini,

finalmente,

finalmente non ci saranno poeti,

finalmente,

finalmente non ci saranno dissennatori,

finalmente,

finalmente non ci saranno papipopi,

finalmente,

finalmente non ci saranno quaraquaquà,

finalmente,

finalmente non ci saranno cessi,

finalmente,

finalmente non ci saranno re,

finalmente.

Nessuna nuova, buona nuova.

Finalmente non ci sarà fine.

Nessuna differenza,

solo diversità da difendere con le armi,

perché c’è sempre una guerra

che vale più di un’altra.

Ho le tasche vuote e un libro di poesie,

potrà mai spaventarmi una pistola?

Energia,

energia palpabile,

correnti continue e alternate,

turbìne,

tùrbine,

sposta l’accento

e vedi che mondo,

finalmente.

Inventeremo qualcosa,

un’espansione eccentrica per talenti ribelli.

Emergenza ed emarginazione vanno di pari passo,

passo dell’oca,

ideologia di merda abbandonata.

Il ballo del qua qua.

Finalmente.

Infine.

Insomma.

Sava

Carancino di Belvedere, 06, 01, 2023


NESSUNA RIGA, BUONA RIGA

Nessuna riga,

buona riga,

riga nuova,

senza una riga,

senza una squadra,

una squadra di parole,

undici parole da calcio,

quindici parole da rugby,

sei parole da pallavolo,

due parole da pallacorda.

Finalmente non ci sarà fine,

non ci sarà un fine e una fine.

Nessuna differenza,

solo diversità da difendere con le armi,

perché c’è sempre una guerra,

una guerra che vale più di un’altra guerra,

c’è sempre un relitto sopra cento parole,

un barcone alla deriva nel romanzo di Odisseo.

Ho le tasche vuote e un libro di poesie: Odissea.

Potrà mai spaventarmi una pistola?

Ho le tasche vuote e un libro di poesie: Iliade.

Potrà mai spaventarmi un pistola?

Energia,

caro,

energia palpabile,

cara,

vita e libido,

correnti continue e alternate,

turbìne,

tùrbine,

sposta l’accento

e vedi che mondo,

finalmente un turbinio.

Inventeremo qualcosa,

un’espansione eccentrica per talenti ribelli,

un’evasione fiscale da flattaxincul.

Emergenza ed emarginazione vanno di pari passo,

passo dell’oca,

ideologia di merda abbandonata,

ideologia osannata e dissennata:

il ballo del qua qua.

Finalmente.

Infine.

Insomma.

Sava

Carancino di Belvedere, 20, 02, 2023

IL SOGNO E’ POESIA

Io ti dirò,

ti dirò qualcosa,

ti dirò qualcosa d’importante,

d’interessante,

non ti dirò che mi piaci,

né che questa notte diventa poesia perché ci sei tu,

non ti chiederò i baci che ti ho dato

e che ancora non mi hai restituito,

non mi lascerò andare alla melissa nostalgia

in questo tragico frangente del mondo intero,

non ti lascerò un fiore sul cuscino o una lacrima sul viso,

come da copione nei romanzi di Liala,

come da rituale nelle canzoni di Nilla e Bobby,

non ti chiederò perché da me sei andata via

dopo che ti ho aiutata a vincere la balbuzie e la pollachiuria,

non ti dirò dei grandi sacerdoti crudeli

che ancora uccidono in nome del deus ex machina

e stuprano in nome della disonesta castità ideologica,

non parlerò della colorata madonna di gesso

che ci onora a tavola con i cibi prelibati della tradizione,

io ti dirò,

io ti dirò soltanto che il sogno è poesia,

la tua poesia bella, buona e brava

come la Gianna dagli occhi blu,

quella di cui sono follemente innamorato,

come la pubblicità dei biscotti alla nutella,

come la disposizione a delinquere dei colletti bianchi,

come le tangenti e i pizzini dei mafiosi introvabili,

io ti griderò buongiorno,

poi canterò buongiorno a questo giorno

che ti vede senza di me,

buongiorno al latte e al caffè,

buongiorno a chi dorme sorniona e libertina

con le braccia conserte fuori dalle coperte

in questa giornata di sole antico e futurista

come il vino e il pane degli emirati e dei reami,

come il pane e il vino di Marcellino e di fra Pappina,

io ti griderò di stare attenta,

attenta alla botte di piombo che ti libera

quando agiti le mani tendenziose

per salutarmi alla stazione di Conegliano,

mentre slacci le culotte in pizzo e cotone nell’albergo a ore,

mentre io indosso appena uno slippino in microfibra

che fa tanto danno ai testicoli,

specialmente in età senile o dintorno ai vent’anni,

perché se andiamo avanti di questo passo

non ci saranno più bambini furbi o scugnizzi arditi

a fare il girotondo intorno al mondo di Sergio,

semplicemente perché le donne non ci vogliono più bene

se portiamo la camicia nera o a pois con cinque stelle.

Ardimento delle mie brame,

o Ardimento,

regalami una faccetta nera dell’Abissinia

in maniera che io posso farla romana

senza che aspetti e speri un posto

in un parlamento a strozzo e a spruzzo

da tempo occupato come un cesso pubblico

dai soliti compari di madama Dorè

che se la intende per interesse con madama Santè.

O Ardimento,

liberami dal male di tanta malora a spezzatino,

cucinata allo spiedo arcobaleno

negli scantinati scandalosi del colle Vaticano,

mentre la signora Maria cura i migranti

in procinto di occupare Ortigia con le loro mercanzie,

liberami dai preti inutilmente spretati

e dalle suore ferocemente insuorate alla camomilla,

antesignane dei tiranni cocainomani

e di quella immarcescibile vergine cuccia

che becca ancora il piede villan del servo

e che ancora nudo andò,

spogliato dell’assisa clericale

e delle accise politiche sulla benzina,

onde era un giorno venerabile al vulgo,

liberami dai padroncini incandescenti della val padana

e dagli schiavi inconsistenti della pianura asiatica,

insegnami a dormire sonni eterni

e a sognare sogni contingenti

dove libertà e necessità coincidono

in un grande bordello filosofico di tesi, antitesi e sintesi,

spiegami il delirio detto da Hegel

e ridetto dal professore fumatore della scuola,

quella dialettica tra razionale e reale e tra razionale e reale

che mi ha spaccato i maroni a Combai

e i marroni nei banchi di scuola,

in quel Liceo che di Aristotele nulla aveva,

che di tanta gentaglia ignorante tutto possedeva.

Ricordati che il meglio deve ancora venire,

che si trova tra le anse del numero settantasette,

che si ritrova tra le coperte di un rifugio antiaereo

dove si concepivano i bambini a ufo e a sbafo

per esorcizzare l’angoscia di morte.

Sia lodata la guerra.

Oggi e sempre sia lodata.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2023

A FILOMENA

Mia cara madre,

oggi ti scrivo questa lettera

che non riceverai mai,

che non potrai leggere,

che non ti commuoverà,

ma sono sicura

che in qualche modo ti farà bene

nelle tue perenni regioni celesti,

lontana dai torsoli e dal sangue,

lontana dalle miserie umane,

così come ha fatto fa tanto bene a me

prendere la penna

e buttare le mie semplici parole

su questo foglio bianco di carta.

Finalmente faccio

quello che non sono riuscita a fare

nella mia vita vissuta a fianco a te,

parlare vero e sincero,

parlare d’amore con te,

non un parlare a vanvera o del più e del meno,

un parlare di noi due,

di una madre e di una figlia

che si sono tanto cercate e amate

senza mai apertamente dirlo,

parlare di me,

di una figlia che non è riuscita

a regalarti tutte le parole dei suoi sentimenti,

delle sue emozioni,

delle sue paure,

dei suoi desideri,

delle sue vergogne,

delle sue vittorie,

delle sue sconfitte,

una figlia che non è riuscita a dire di sé

e che, adesso che non ci sei più,

di notte ti sogna nelle altre persone,

di giorno ti cerca tra la gente

perché finalmente è sicura

di quanto ci siamo volute bene

e capisce

perché allora ci siamo tenute a vista

con il pudore e il rispetto.

Oggi finalmente io trovo le parole

per dire quanto ti ho amato,

oggi finalmente trovo la forza

per gridare a te quanto mi manchi

e quanto mi manchi ogni sera prima di addormentarmi

ricordando

quando da bambina volevo sulla mia testa la tua mano,

quella mano che ho sentito tante volte

e quelle volte non erano mai troppe,

quella mano che ho sempre ricordato nei momenti difficili.

La vita è stata severa con te

quand’eri bambina,

la guerra,

la fame,

la lontananza,

la solitudine,

ma ti ha regalato la forza

di portare avanti la famiglia con il tuo lavoro

e di fare studiare quattro figli così diversi e così belli,

come siamo ancora noi,

i tuoi figli rimasti quaggiù

che di notte guardano le stesse stelle nel cielo

con gli occhi rivolti all’insù

nella ricerca del tuo dolce viso.

 

Salvatore Vallone

 

compose e pose per l’eroica Filomena e a sollievo della dolce Chiara

in Carancino di Belvedere,

il giorno 05, del mese di Gennaio, dell’anno 2023



COME SI SPIEGANO LE ALI

E arrivi tu,

crogiolo di urla in versi.

Parole di ovatta attutiscono la caduta nella fossa del leone.

Vorrei risalire,

ma ognuno ha i suoi demoni,

laggiù,

sul fondo del buio irrinunciabile.

Leggo.

Coraggioso capitolo folle,

spire di serpente,

abbraccio finale.

Scrivi come si respira,

dentro e fuori,

sangue rosso,

sangue blu.

Vene,

arterie,

vie di percorrenza di vite ordinarie,

straordinario narratore della bestia ancestrale,

guerra e pace,

fatica dell’amore.

Ti ho sognato,

eri proprio tu,

in veste prima d’uomo e poi di donna.

Potrei riconoscerti tra mille,

ogni invenzione appartiene all’inventore.

Spargevi il tuo seme,

ne raccoglievo una parte

e la montavo a neve

fino ad ottenere una spuma azzurra.

La assaggiavo,

il sapore era soffice come la sostanza.

Ti chiedevo

che città avresti voluto essere

se avessi potuto essere una città.

Rispondevi Pete.

Non sono mai stata a Pete,

dicevo.

Pensavo all’Australia.

No,

è nelle campagne emiliane,

spiegavi.

Ma Pete non esiste,

è solo un sogno,

solo una parola.

Le tue parole esistono.

Sabina

Trento, 20, 04, 2022


IN FIERI

In fieri,

signori in carrozza,

prendete i vostri quattro stracci,

si parte,

si parte per l’Oriente con l’Express,

per amoreggiare con Mata Hari,

per guarire il putinot dal cancro alla prostata

e l’osel putinel dal male oscuro del sangue infetto.

Si parte

per curare la depressione e la guerra,

l’Alzheimer nel mondo e la sola igiene dei popoli,

si va da santa Lucia stazione a santa Lucia badia,

da Venezia a Siracusa tutto di un fiato,

tutto in un sorso,

in un battibaleno,

con un Italo d’acciaio lucido di zecca

come un cannone del 1914 nel museo di Fagarè della Battaglia,

in provincia di Treviso,

quella che se la vedi t’innamori o t’intossichi,

si parte con una Frecciarossa tutta linda e ben disposta,

l’amica segreta e apparecchiata del fascistone italico,

Italo per l’appunto e per la precisione.

Viva il duce,

viva il duce

che ci dà l’acqua e la luce!

A che prezzo?

A che prezzo, sticazzi amari!

Per curare la depressione e la guerra,

si va e si viene in questa nottata puttanella

insieme agli amici pottaioni e alle amiche fidate,

tutti innamorati della potta e del putto,

un gruppo misto di porsei e di porsee

che i giudici e le giudicesse non contemplano

nei codici di Rocco, di Pietro, di Paolo e di Paperino.

Signori si va,

si va,

si va,

si va.

Madre,

nome comune di donna che ha partorito,

Madre santa,

nome comune di donna che non ha partorito,

Madre Natura,

nome comune di donna in fieri produttiva maestruascens,

Natura,

o Natura, o Natura,

quella che promette e non mantiene,

quella che inganna di tanto e di troppo i figli suoi,

quella di Jacopo da Recanati,

lo studioso matto e disperatissimo,

quella di Silvia e delle sue sorelle

nella sera del dì di festa,

o Demetra e Cerere,

quelle del forno biologico di Avola antica

che sforna biscotti consistenti alle mandorle e alle noci,

nonché crostate alla marmellata di mirtilli trentini

o torte alla crema di ricotta di pecorelle smarrite

da redimere nel bordello di via del Campo,

o Gea e Persefone,

quelle della campagna etnea e del Vulcano mai domo,

quelle che vanno in giro

per farsi rapire dai soliti rapitori irsuti,

così dicono i soliti misogini della tivvù cavalleresca

e dei giornali del mitico capitan codardo,

o Madre,

salve o mia regina,

dammi sempre la forza e l’estro

di essere un buon contadino,

di essere un bravo sacerdote,

di essere un Sommo Poeta come Quinto Orazio Flacco,

un grande uomo

che ha il coraggio delle sue parole,

un modesto uomo

che segue Giovanni nell’elogio del Verbo,

Giogiò l’annunciatore e l’apocalittico,

il vate che ha la forza del suo flatus vocis,

che adora il suono del sottofondo osceno delle galassie,

che annuncia l’entropia dell’universo

che si espande

e che non cade mai,

il giornalista che predica il disordine scostumato

che sta consumando la forza

impressa in illo tempore agli atomi dalla Parola,

che mischia l’energia dei venti della rosa

tra nord e nordest non è tramontana e non è Grecale,

non è Scirocco e non è Libeccio,

ma è il vento giusto che porta giusto e diretto

dalla Rosy,

dalla Maru,

dalla Margherita,

dalla Bepa,

dalla Nanà,

dallo spazio celeste all’aldilà altrettanto celeste,

indorato dalla rigenerazione cellulare,

segnato dalla lotta contro l’invecchiamento

secondo il patto con il diavolo

di vivere di più in un corpo giovane,

con un salto di prima qualità

attraverso quelle cellule staminali

che mi riprogrammerò sulle singole cellule già fatte,

già fatte e rifatte,

le cura tumori,

i grimaldelli di dio,

quel dio che ci dà il nostro pane quotidiano,

ci redime dai debiti

come le banche defunte con tutti i bancari,

i raccomandati di una volta,

di dà la vita eterna

e un sonoro così sia

al posto di un blasfemo vaffancucchio.

E nel frattempo?

Intanto un vecchio è allo specchio,

seduto su un secchio sul suo lungomare

e attende lo sticchio di una vecchia

seduta con spocchia su una secchia

mentre si spacchia a crepapelle

come una vacca che succhia la potta.

Signori,

si scende,

finalmente si scende davvero

da questo treno mezzo scuro e mezzo nero

al grido di “a ognuno il suo”

e “a chi la tocca, la tocca”,

secondo il nobile pensiero dell’umile Gervaso.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 04, 06, 2022