TITA ERA MIA MADRE

Nata sotto una buona stella egiziana

nella città di Alessandro il Grande

da un padre uccisor di vacche,

ucceri da ucciaria,

vucceri da vucciaria,

macellaio da macello,

da una madre maestra mancata,

donna condannata ai parti e vocata alla famiglia,

negligenter et frigide,

tu,

mea dulcissima mater,

madonna delle mie brame e del mio reame,

sei venuta al mondo e alla Storia,

seconda di dieci figli e prima di cinque sorelle,

in un secolo che conosceva l’epoca bella,

la “bella epoque” che ballava al Moulin rouge con Toulouse,

quella che veniva prima della guerra Grande,

dopo la guerra Piccola,

quella dell’unità dipendente del Belpaese nostrano,

tu,

mea suavissima mater,

sei cresciuta tra l’odor di carne e i fumi della trippa,

tra le polpette condite a modo e con il giusto modo,

tra le salsicce al peperoncino e al finocchietto selvatico,

l’aneto che spontaneo cresce ancora sui miei declivi,

tu Tita o Titina,

Concetta o Concettina,

tu,

solamente tu,

tu che avevi paura dei maschi e dei soldati,

in specie quelli inglesi,

sempre ubriachi,

sempre micidiali,

gente tutta per i cazzi suoi,

violenti quanto basta per atterrire le fanciulle vergini,

le puellae o puellas,

putee o putele,

tu,

veramente tu,

tu che non avevi paura della signorina Calvo,

l’ostetrica vergine immacolata di Ortigia,

la santa Lucia delle donne gravide di fascio,

incinte di bellezza rococò liberty in una cornice barocca

e di crepacuore per i tanti bambini mai nati,

per le tante strizze al dolce sapore di angoscia,

per le tante tette odorose di latte in giro per i vicoli,

per le panciotte scodinzolanti per le viuzze della Giudecca,

tu,

mea superba mater,

plauso e verecondia di un figlio felice.



Salvatore Vallone



Giardino degli Aranci, 07, 01, 2024











 

 















LUCIA

Lei abitava nella via delle maestranze

di una città disoccupata e negligente

al numero civico settantadue

e oscillava come un pendolo

tra un balconcino e un terrazzino

per non farsi notare dal suo amore segreto.

Lucia era cristiana

e aveva gli occhi azzurri e scagliati di verde,

frequentava la chiesa sotterranea della Giudecca,

studiava latino e greco presso il Liceo del conte Gargallo

in via dei Mergulensi al civico sempre settantadue.

Un bieco assassino scaricò la sua furia omicida

sul suo corpo adolescens e segnato dalla verginità.

Ah, se avessi accettato il mio anello nuziale!

Oggi io non sarei cieco e tu una santa.

Salvatore Vallone

Harah Lagin, 13, 12, 2023

 

SILVANA

Lei era dal macellaio.

Ieri ho incontrato la Silvana dal macellaio Rosario.

Deh, quant’era bella!

Ella non mi ha riconosciuto,

mi ha sentito.

Deh, quant’era donna!

Domina et magistra senza essere mater.

Era irrequieta e nervosa,

ma non aveva il mestruo,

non doveva purificarsi nei bagni della Giudecca,

sottoterra,

al terzo piano col suo nasino all’ingiù.

Silvana non è ebrea

e da tempo non ha più uova

da smerciare nel mercato di via de Benedictis,

tanto meno nella putiula dello zio Caitano,

Gaetano per l’anagrafe.

La donna delle selve aveva ancora il mento vezzoso,

lo sguardo fascinoso e ammiccante,

le tette basse basse,

il fare springo e l’incedere elegante,

il sedere liscio e cadente,

liscio come il culo di un monaco,

ma Silvana non è una suora,

cadente come le palle di Salvatore,

ma Silvana non è un maschio ernioso.

Ha comprato un chilo di spezzatino misto,

sette etti di salsicce di maiale

e mezzo chilo di fettine scelte di vitellone

per fare gli involtini alla messinese,

quelli con i pinoli delle Madonie e il pan grattato.

Ha pagato 42 euro

senza fare una piega.

Girando i tacchi altissimi,

è inciampata.

Non è caduta

perché io l’ho sorretta al volo

e l’ho baciata sulle gote rosse da alcolista.

Di poi è tornata nelle selve

con la sua Kaptur a trazione posteriore

e con venti valvole in tutto il corpo.



Salvatore Vallone



Karancino, 30, 10, 2023





IL CUORE FREDDO

Il Sole è andato in montagna

per essere più vicino all’amata Luna,

là dove le cime sono tempestose,

secondo Emily Brontè,

e si sente l’odore della polenta con il ragù,

secondo lo chef Bepy Osel di Tovena,

poenta e tocio per la lingua salmistrata dei nostrani,

Tovena,

il luogo dove si cambia una dovena per una vecia,

pardon,

una vecia per una dovena,

ripardon,

una donna giovane per una donna vecchia,

ancora pardon,

una donna vecchia per una donna giovane,

sempre secondo la lingua degli italici furori veneti legaioli,

dei veci e delle vecie,

dei bocia rubicondi e delle putee emaciate dal marchese.

Sarà che son diventato vecchio,

ma non ho sentito tanto freddo

neanche nell’amato Veneto di Treviso

così come in questa Sicilia di merda

dimenticata dallo sceriffo di latta e risolata al churry.

Sento freddo,

soffro il freddo della tormenta abbattuta sulla città di Maria.

Da Mariupol a Carancino arrivano spifferi tragici

di un vento micidiale e inumano

che abbisogna di energia atomica

per non soffrire,

per non soffrire mai più,

almeno per questa tragica tornata.

Avrei bisogno di un pallet di pellet

per scaldare il mio cuore intirizzito

in questa giornata dedicata al padre

e a chi mi chiama ancora papà.

Anch’io sono padre

come mio padre Concetto,

come mio nonno Giovanni.

Anch’io mi chiamo Salvatore

come mio nonno Salvatore,

ma avrei sempre bisogno di un pallet di pellet

per scaldare le atrofizzate e maldestre pallet di pellet

in questa triste Sicilia marzolina e marzaiola

trascurata anche da Cristo,

quel Cristo che si fermò a Eboli

senza passare dalla povera isola

abbandonata anche dalla Famiglia nostra,

intrisa dalle varie cose nostre

insediate negli uffici e nei meandri a reddito fisso,

bagnata dagli esattori del pizzo e del contro pizzo,

la vecchia IGE e la nuova IVA.

Investi valori aggiunti,

o amico russo della emerita petrolifera Lukoil!

Vieni mio bello vieni,

vieni a sporcarmi l’acqua e il cielo per un pugno di rubli.

Te li darei tutti in culo i tuoi maledetti denari,

anche se ne conti trenta

per il traditore Joseph da Regalbuto.

La Mafia non investe in casa sua,

non lavora in casa nostra,

non ha mai amato la sua terra,

è partita a suo tempo per le Americhe con il vapore

direttamente dal porto di Palermo,

una città senza infamia e senza lode,

una capitale piena di spazzatura e di buchi nel culo d’asfalto,

è esulata con il Titanic e con l’Andrea Doria,

quello di Leonardo delle Capre e quella dei biscotti,

i bucaneve per la precisione.

Anche i giovani son partiti da questa terra

e partono ancora in compagnia di Erasmus,

non quello da Rotterdam,

quello di tante altre Università goderecce

che comprano un vecchio per un giovane,

pardon,

un giovane per un vecchio.

Quanta strada nei miei sandali non di certo multinazionali francescani!

Quanto stress nelle orecchie attillate da capitan Spike!

E tu mi dici

che appartengo alla nuova generazione di rincoglioniti,

quella affetta dal morbo del grillo e del cavaliere.

No, grazie!

Voglio morire

per non soffrire,

ma il cuore si ribella ancor.

Improvviserò un esodo

per il popolo ebreo della Giudecca.

Andremo tutti

a chiedere la questua alla Caritas caritatum.

Dammi cinque euro per le Marlboro rosse,

mia cara sessantottina in odore di sessantanove.

E ben che sia finita!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 04, 2022

PORTAMI VIA CON TE

Ibam fòrte per la Giudecca,

il quartiere dei Giudei,

sicùt meus èst mos,

come di solito faccio

per comprare una schiacciata agli spinaci e ai broccoli

presso l’antica forneria di Caitano,

Gaetano per l’anagrafe,

un ragazzaccio cagnaccio di Ortigia,

la quaglia squagliata

ormai in mano agli extra di ogni genere.

Non ricordo quali pensieri avevo in mente,

meditàns nugàrum,

tòtus in ìllis,

ero pieno di minchiate nella testa,

tutto pieno di stornelli e ritornelli,

di guizzi e sfizi,

di vizi e stravizi,

di caramelle di carrubba e dolci di mandorla,

come una scatola di sgombri in olio illibato d’oliva

della famosa e benamata ditta Concetto Dragon,

non totus tuus,

non ero tutto tuo,

come comanda la mia devozione alle donnine del Moulin Rouge,

novello Henri de Toulouse Lautrec,

non ero della signora in gesso bianco e azzurro,

la madonnina del Carmelo,

andavo,

non ero di Marlene,

tanto meno di Charlene o di Hilary,

scorrevo a zonzo per inadeguatezza esistenziale

e per noncuranza a spignattare di sabato

quando gli altri non travagliano e pregano,

alii orantes,

quelli che vanno sempre e ancora in culo al mondo.

Non stavo bene

in questa trance vangoghiana da Giudecca.

E non avevo sorbito assenzio,

tanto meno l’acido lisergico,

non avevo incontrato mariagiovanna.

Chi incontro in tanta malora?

Accurrìt quidàm,

notùs mihi nòmine tàntum,

un certo don Bernardino Arcesilao Cirinciò,

detto l’editore che fugge con i soldi e senza i libri,

ridetto capitan codardo

in onore del grande comandante della Discordia

sempre in ghingheri sul cavallo dei pantaloni ben stirati.

Costui mi afferra la mano

come se fossi trasgressivo come lui

e mi dà del dulcìssime

più di ogni persona e cosa al mondo

e insiste con un ambiguo cupio òmnia quàe vis.

Vu tu che, vecio culaton?

Voglio i tuoi solfeggi,

i tuoi cazzeggi,

voglio le tue ruberie,

voglio sposarti oltre la vita naturale,

voglio portarti nei salotti arredati di sete di Damasco,

voglio portarti in tivvù dalla gente che conta,

voglio presentarti ai giornali dei giornalisti.”

Si tu mat?

Io voglio visere solum quendàm nòn tibi nòtam,

io voglio vedere soltanto la Ciccy,

quella dei lamponi e dei mirtilli

che tràns Tiberìm longè cubat,

prope Càesaris hòrtos.

La Ciccy ha tante virtù manifeste e occulte,

sa fare tante cose da loggia massonica,

cucina la carbonara con i fusilli e il caciocavallo,

ha tante cose da rivestire in ghingheri,

non è pigra di suo e tanto meno effeminata,

è amica dei cavalieri di Malta e dei Gesuiti,

ha le mele di classe e le fragole di qualità.

Del resto non dico

per mancanza di rima e per vanitas vanitatum.

La Ciccy non è Charlene o Ilary,

massacratrici di patate a purè in camera caritatis,

la Ciccy è la Ciccy,

abita oltre gli orti di Cirillo,

il pope da pipa indorato di croce di ferro

al valore di un emerito gheiser,

la Ciccy ha la dimora ufficiale in unione sovietica,

ha il domicilio popolare in Ucraina

tra il Moulin rouge bordelloso di mestrui

e la piazza rossa di sangue proletario,

la Ciccy è combattente su vari fronti,

la parola e lo scritto,

la natura e gli squali,

la tubercolosi e lo scolo,

la peronospora della vite e la farfallina del nespolo.

Questa è la Ciccy.

Altro che Marlene e Hilary!

Altro che Lily Marlene e Rosaria Arancia rossa!

Ahimè tapino!

E’ scoppiata la guerra di Piero.

La Ciccy era,

la Ciccy non c’è più,

è morta e defunta,

è morta e sepolta,

è morta e cremata dai pasticcieri del famigerato becchino,

aldilà del Tevere e del Mincio,

là dove si trovano i suoi risi e bisi,

quegli orrendi piatti a suon di ottantamila lire al colpo,

pace alla sua animaccia e ai suoi strafalcioni osceni

di donna arrivata al Nulla eterno dal Nulla contingente.

In effetti, io cercavo la Titina,

io volevo la Titina,

ma i costumi orrendi della Sicilia mi hanno svarionato,

sorpreso e infastidito,

al punto che adesso non so più chi sono

e che ci faccio qui,

in questo bordello di Bordeaux

insieme a Tinctus e a Tincta cinematografari de Venessia,

a tutti questi battezzati allo spritz e allo spratz senza soda,

a tutti i catecumeni calabresi della fonte Mangiatorella,

alle tonache nere svolazzanti al vento di Ortigia

in questa domenicain balorda e quanto meno bestiale,

in questa domenicaout demenziale e quanto meno gioviale,

se non altro perché mi pappo un cannolo alla ricotta

farcito di ragù della premiata ditta Ciccy e Titina.

Mettila come vuoi,

io qui mi fermo.

Adesso voglio veramente scendere

da questo Lamporosso impazzito nel tunnel al Nord,

inesistente per virtù carismatiche al Sud,

un Mezzogiorno pieno di santa spazzatura

da cinque stelle mafiose e militari,

quasi un registro del pizzo alla Totò Regina.

Io ho capito il vero accidente incurabile

in questo mondo caleidoscopico di eroi.

Io me ne vado

e a buon intenditor poche parole

e tanto lardo di maiale sulle pelle e sulle palle.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 20, 07, 2022

ANCORA

Ancora un papa,

ancora un pope,

ancora una regina,

ancora un re,

ancora uno zar,

ancora un kaiser,

ancora un duce,

ancora una duchessa cosìecosì,

ancora un principino assassino.

Quanto bisogno abbiamo di un capo!

Quanto bisogno abbiamo di un padre!

Quanta oscenità in questa spiaggia settembrina!

Quanto bisogno abbiamo del culo!

Tra chiappe ridenti e cosce sonanti

il corteo è funebre e sorridente

in questa sfilata accalorata di Avola e dintorni.

Tra crape pelate e lustri di gente lustrata

si ricerca un’identità nazionale stupida e stupita

in queste file smodate di gente attendente.

Ancora un principino che scrive,

ancora una principessa che scopa,

ancora una contessa con il marchese,

ancora un marchese con la contessa.

Quanta sabbia cenerosa sporca in questo stupidarium

ripieno di cicche ciucciate da labbra inferocite

durante la calura di un sole in senescenza

e ripieno di elio e di plutonio,

luminoso come le gote degli infanti

prima che inizino a sproloquiare

tra le braccia di una matrigna o di una maestra,

meglio che di un prete.

Zozza è la zozzura di questa fetta di storia

distolta dalle stoltezze di personaggi opachi,

di uomini moderni e di donne arcaiche

che tendono al sovrannaturale e attentano la ragione,

minano e menano la Ragione.

Prendimi ben bene per il culo

in questa festa afosa di un settembre alternato

in odore di santità profana e laica

e forte di quel vino buono di Pachino

che fa resuscitare i testosteroni latenti e girovaghi,

i vagabondi ormoni della Giudecca e della strada maestra,

la mastra rua.

Parlami della regina appena defunta

e del figlio appena regalizzato in sovrano con il cavallo

di un popolo che sta silente in fila,

dimmi del suo stuolo di servi e servette

che adorano la vergine Cuccia,

mentre il piede villan del servo scalcia come un ciuco

le fresche e rigenerate palle di Barbazucon,

ossidate dal tempo galante e galantuomo,

ma sempre buone all’uopo e alla bisogna.

Meno male che la morte arriva sempre

prima che si consumi il grande evento,

prima che la forchetta si sposi con il consommé,

prima di quel porco fottuto con il limone in culo.

Il matrimonio non va,

non fa per me,

lo sposalizio non mi giova.

Per una salsiccia mi tocca tenere a vita tutto il maiale.

Ormai il prete non sposa,

il prete si sposa,

specula sui sensi di colpa dei figli sui padri e sulle madri,

celebra solo funerali

e apre la cassettina per l’obolo dei defunti.

Quanti morti su questa terra!

Ancora,

ancora,

perché io da quella volta non ho capito un cazzo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 25, 09, 2022

AUTORITRATTO 4

Caru deu ti scrivo,

così mi rilasso un po’,

e ti ritorno a dire

che ci sono anch’io in questo mondo,

“in estu mundu ghe sum eu”,

io ed Erasmo che mi elogia,

io e la mia follia.

E ti dico e sottolineo che,

che non sono per niente contento,

“che ni so cuntentu eu”.

Come vedi,

siamo ancora una volta in due,

nonostante la prima volta e il mito della prima volta,

io e Sigmund stavolta,

mica Vittoriu u babbu o sua sorella Carmelina,

Sigmund in persona,

l’ebreo errante che fuma puzzolenti sigari Thuskanen

del monopolio dell’OsterReich rampante e altezzosa,

ieri governata dall’imperatore Joseph Franciose e da Adolfo,

oggi da un ragazzino licchettato,

impomatato di brillantina Linetti,

quella dell’infallibile ispettore Rock

nel famigerato Carosello dell’Italia povera ma bella.

Sigmund mi parla,

m’ispira,

mi inebria,

mi traduce,

mi incita,

mi vocifera dentro e fuori.

Siamo ancora in due,

io e il me medesimo ebreo della Giudecca

che mi attrae,

mi respinge,

mi gingilla,

mi attizza,

m’incastona,

io e il me stesso poeta italico e vernacolare,

contaminatore e falsario,

che riattraversa,

mischia,

confonde,

rifonde,

io e il me contastorie e contaballe

che vaticina,

rievoca,

fantastica,

desidera,

la spara grossa.

In tanto bordello non c’è una donna di provincia,

ma soltanto una serva Italia di dolore ostello

e in mano alla meglio gioventù del Testaccio e di Forcella,

de Milan e di Firenze.

Manca Platone,

il ragazzotto greco dalle spalle larghe e dalle palle mosce.

Platone non c’è,

è rimasto ad Atene a cazzeggiare con le sue mille Idee iperuraniche

prima di venderle in Amazon.

Soffre il mal di mare e non sa nuotare,

teme un nuovo Dionisio e un vecchio Dione,

è allergico ai giovani di belle speranze e ai mercanti in fiera,

nonché ai nani e ai buffoni di corte,

gli inetti osceni che sputano sul desco

fiorito di occhi larghi di bambini affamati,

di poveri migranti ricchi di uova e di seme,

fecondi e feconde,

è allergico alle gentili servitrici della tivù di Stato

e della tivù ciarlatana e beffarda,

quella dell’eterno e costoso tempo che farà,

quella che gioca con le solite carte a sette e mezzo,

quella che la sera massacra i poveri di spirito del Belpaese

con il ghigno saliente del giornalista camaleonte

e l’amorfa mummia imbellettata del tempo che fu

e che fu, a quanto pare, invano.

Questo è una parte di quel quanto,

mio caro dio,

“caru lu me deu”,

che vorrei depositare sulle tue auguste ginocchia

per la grazia ricevuta di aver vissuto questi tempi

di grande ingordigia e di vasta ignoranza,

di tanta scienza e di cacasotto pandemia,

di stupidi marioli e di incongruenti scassapagliai,

di bastardi onnipresenti e di emerite teste di cazzo.

E allora, cosa resta agli sconsolati ed eterni esclusi?

Signori in carrozza,

per fortuna finalmente si parte.

Il grande vate e il gran balon sono serviti

nel vagone ristorante di questo treno,

mezzo vuoto e mezzo pieno,

targato anni trenta e ferrovie dello Stato di Benito

e dei suoi imperituri immarcescibili accoliti.

O Ciccia,

Francesca all’anagrafe di Arcore,

ricordi che allora i treni arrivavano sempre in anticipo,

forse non partivano,

forse non partivano mai,

come i migranti dall’Africa di Maryl Streep,

come gli emigranti da Corleone di Vito e da Forcella di Raffaele,

come gli alberi degli zoccoli prima della Lega socialista,

come i poveri di spirito e lo spirito dei poveri,

la chiesa luterana e la grappa trentina.

O Bepa,

Giuseppina all’anagrafe di Pieve di Soligo e del quartier del Piave,

come farò a non vendermi l’anima,

se sei tu a volerla comprare

e mi seduci

mentre questo vagone letto di marca francese,

“compagnie internationale des wagons lits”,

viaggia spedito come l’Italo del Prezzemolo?

E intanto il tempo se ne va,

come il treno inquisito e osceno,

tra una canzone di Totuccio e un articolo di Marchetto,

tra un saggio puttaniere e un emerito imbecille,

tra un politico ovunque e un giornalista dappertutto,

giorno e notte,

notte e giorno,

sempre a lacerare i coglioni della povera gente,

organi intirizziti da un virus virulento e virile

che circola tra i colori dell’arcobaleno

saltellando di palo in frasca come la vispa Teresa

che aveva trovato tra l’erbetta una gentil farfalletta

e tutta giuliva gridava l’ho presa,

l’ho presa,

stringendola, oltretutto, al petto.

Vedi,

vedi, “caru deu”,

cosa ci tocca sentire e vedere in questa valle di lacrime,

dove non ci soccorre neanche la statuetta di una madonnina di gesso

con le sue stille argentate e le sue litanie monotone,

mentre attendiamo il greco deus ex machina

che alla fine trionferà

e risolverà la fame e la sete,

il morbillo e la tubercolosi,

la sifilide e lo scolo,

il Mes e il Recovery Fund,

Dante e Boccaccio tramite Petrarca.

Vedi,

“caru deu”,

cosa ci tocca fare per ridere e sognare un po’?

E ancora Ulisse non si mostra all’orizzonte

di questo mare che sta in mezzo alle terre,

di questo pelago mezzo scuro e mezzo chiaro,

di queste acque salate e inquiete

che spruzzano contenuti immorali

contro le mura ammuffite del convento delle suore di Orsola,

mentre un bambino bianco e nero è seduto sullo scanno

davanti un pianoforte nero con la coda bianca,

un organo che non suona da solo,

ma che può volare.

Se vuole,

un pianoforte di notte può volare nel cielo più scuro

e sotto le mani di un intenditore come Paolo Grillo,

ti porta chissà dove,

chissà dove,

sulle tamerici salmastre e arse,

sui rosmarini di viola guarniti,

sui freschi pensieri che l’anima schiude novella,

sulla favola bella di un P.C.I.

che ieri c’illuse e che oggi ci sgamma,

o Francesco.

Intanto sono gradite una preghiera e una mancetta

per ricevere una grazia mafiosa nella chiesa del buon Gesù.

Padre mio,

dammi oggi il pane quotidiano,

dammi domani il pane di ieri,

possibilmente condito con sgombro e olive,

e liberami dalla tentazione del gran rifiuto e della gran viltà.

La tragedia si sta velocemente consumando.

Andiamo in America

a salvare la statua della Libertà.

All’Italia ci penseranno i travicelli,

neri di storia e di vergogna,

che ancora oggi onorano gli uomini di ghiaccio della Siberia.

Fu vera gloria?

Tutto questo Alice non lo sa.

E Ulisse?

Ancora non si vede a Cefalù

e neanche nella quinta strada di Nuova York.

Amin!

Così è se vi pare e se vi garba,

come disse Matteo ai coglioni di Machiavelli.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 28, 02, 2021

APPUNTI DI VIAGGIO

Camminavo per caso tra i vicoli della Giudecca,

il quartiere degli Ebrei

quando gli Ebrei abitavano in Ortigia

e frequentavano i loro bagni.

Pensavo alle parole come segni colorati per un quadro,

come segni colorati di un quadro.

Il poeta è un pittore.

Pensavo che io sono un pittore

che non frequenta accademie e botteghe,

che non compra alcunché,

che tutto regala.

Mi imbatto nell’antro di un pittore siracusano.

Mi fa vedere l’opera di tutte le opere

e mi parla della sua enorme tela su Lucia e Siracusa.

Vi lavora da due anni e mezzo.

Lux fiat et lux facta est.

Lascio un pensiero scritto sul vanitoso quadernone grigioperla.

La Giudecca mi inghiotte,

Carancino mi accoglie.

Ed ecco che tu mi dici del quadro,

della tela e delle mie parole,

del poetapittore.

La magia esiste.

In due giorni il poeta e il mago si sono meravigliati

del ritorno del sentire romantico:

il poetamago è meglio del poetagenio.

Un’acquasantiera senza aspersorio non esiste,

neanche nella puritana chiesa di san Filippo.

Ti apprezzo.

Sì,

la magia esiste.

La mente e il cuore umani hanno soltanto bisogno

di non essere sedati dalle blandizie di una comodità ordinaria,

hanno bisogno di allertare sempre i sensi,

di muovere i flussi,

di spostare gli influssi,

come fanno le vecchie zingare

quando leggono le autostrade della tua mano.

Fiat lux:

se ci pensi, con due parole Dio ha dipinto il mondo.

C’è qualcosa di nuovo,

qualcosa di profondo e prima taciuto,

nel tuo quadro,

o Mago,

o Poeta,

o Pittore.

Aggiungerò ai tuoi i miei appunti di viaggio,

ma solo in qualità di modella in posa,

integra e integrale.

Sono un essere fuori dagli schemi,

mi meraviglio sempre.

A presto, o Fingitore.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere 20, settembre, 2021

 

DEDICATO A LUCIA

Avrei potuto incontrarti in un luogo qualsiasi,

con te sarebbe sempre stata la Giudecca o Ortigia

isole sospese in un miraggio,

mentre vanno lentamente alla deriva.

Eri un’isola anche tu,

avvolta nella luce del tuo sguardo

che decifrava i segni e le parole

per poterli fissare sulla tela,

tu che eri sempre sola in mezzo alle altre.

Hai sempre avuto il dono della visione.

Camminavi lungo la promenade,

lasciandoti alle spalle il Redentore,

le grandi chiese,

le orde di curiosi a bocca aperta

e lo sciacquio delle acque ferme,

mentre dentro di te capivi il mondo.

Non eri mai dove ti pensavo,

eri altrove,

nel tuo antro pieno di tele e di sogni.

Mi spogliavo degli abiti

e posavo davanti a te.

Il corpo perdeva la sua forma

e si trasformava in un disegno.

Rinascevo con nuove vesti

a coprire parole sciupate in rime semplici

come cuore-amore.

Non mi hai mai svilito,

mi hai dipinto

perché mi guardassero al di fuori della grande vetrina dei like.

Lo sanno?

No,

non lo sanno.

Lo so io

e vorrei tanto essere l’uomo della mia Lucia di Siracusa

anche qua,

in questa immobile Giudecca settembrina.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere, 10, settembre, 2021