TITA ERA MIA MADRE

Nata sotto una buona stella egiziana

nella città di Alessandro il Grande

da un padre uccisor di vacche,

ucceri da ucciaria,

vucceri da vucciaria,

macellaio da macello,

da una madre maestra mancata,

donna condannata ai parti e vocata alla famiglia,

negligenter et frigide,

tu,

mea dulcissima mater,

madonna delle mie brame e del mio reame,

sei venuta al mondo e alla Storia,

seconda di dieci figli e prima di cinque sorelle,

in un secolo che conosceva l’epoca bella,

la “bella epoque” che ballava al Moulin rouge con Toulouse,

quella che veniva prima della guerra Grande,

dopo la guerra Piccola,

quella dell’unità dipendente del Belpaese nostrano,

tu,

mea suavissima mater,

sei cresciuta tra l’odor di carne e i fumi della trippa,

tra le polpette condite a modo e con il giusto modo,

tra le salsicce al peperoncino e al finocchietto selvatico,

l’aneto che spontaneo cresce ancora sui miei declivi,

tu Tita o Titina,

Concetta o Concettina,

tu,

solamente tu,

tu che avevi paura dei maschi e dei soldati,

in specie quelli inglesi,

sempre ubriachi,

sempre micidiali,

gente tutta per i cazzi suoi,

violenti quanto basta per atterrire le fanciulle vergini,

le puellae o puellas,

putee o putele,

tu,

veramente tu,

tu che non avevi paura della signorina Calvo,

l’ostetrica vergine immacolata di Ortigia,

la santa Lucia delle donne gravide di fascio,

incinte di bellezza rococò liberty in una cornice barocca

e di crepacuore per i tanti bambini mai nati,

per le tante strizze al dolce sapore di angoscia,

per le tante tette odorose di latte in giro per i vicoli,

per le panciotte scodinzolanti per le viuzze della Giudecca,

tu,

mea superba mater,

plauso e verecondia di un figlio felice.



Salvatore Vallone



Giardino degli Aranci, 07, 01, 2024











 

 















BUON ONOMASTICO

Buon onomastico, mamma!

Buon onomastico, papà!

Nelle vostre regioni di perenne certezza

accogliete gli auspici 

del vostro devoto figlio Salvatore.

08, 12, 2023, Carancino

FRUTTI ROSSI RETATI

TRAMA DEL SOGNO

“Estraevamo con qualche difficoltà degli strani frutti rossi retati delle dimensioni di una mela dal nostro ombelico.

Mio padre ci aveva spiegato il modo di farlo. Per lo più bisognava insistere e soprattutto crederci.

A un certo punto sono seduto sul divano. Mio fratello nudo sale sul ventre di mia madre nuda a cavalcioni come a compiere una specie di copula che non era una propriamente una copula.

Trovo il corpo di mia madre assai giovane.

Giro gli occhi altrove. Poi mi sposto nell’altra stanza dove sulla mia scrivania vedo un cesto di quei frutti. Hanno al centro, nel punto in cui dovrebbe trovarsi il picciolo, una piccola chiazza bianca perlacea, simile ad una stomatite.

Mi avvicino goloso col pensiero di mangiarli, ma pensando all’improvviso al luogo da cui provengono provo un sottile disgusto.”

Gregorio

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Estraevamo con qualche difficoltà degli strani frutti rossi retati delle dimensioni di una mela dal nostro ombelico.”

Ecco il portentoso meccanismo onirico della “figurabilità” in azione!

Gregorio elabora una scena di parto, la trasla nell’ombelico al posto della vagina, rappresenta il feto con “strano frutto rosso retato delle dimensioni di una mela”. Il meccanismo funziona ed è creativo, poetico per la precisione, un’immagine che contiene un bel “fantasma” che risponde alla domanda universale: “come nascono i bambini?” Gregorio si fa assistere nel sogno, particolarmente scabroso nella sua semplicità, da altre persone, per mantenere un certo equilibrio nervoso e per non svegliarsi cadendo nell’incubo: la coincidenza del “significato latente” e del “significato manifesto”. Notare, ancora, come la figurabilità onirica rappresenta il feto: “frutto rosso retato” e la vagina nello “ombelico”, l’organo simbolico del potere della madre.

Mio padre ci aveva spiegato il modo di farlo. Per lo più bisognava insistere e soprattutto crederci.”

Ecco il padre, colui che insegna l’educazione sessuale ai figli, “ci aveva spiegato” come nascono i bambini e anche come si fanno i bambini, “il modo di farlo”. Insomma, il padre di Gregorio ha operato nel migliore dei modi una forma di educazione sessuale, ottemperando beneficamente al suo ruolo. L’elaborazione poetica appartiene al figlio, Gregorio per l’appunto. “Per lo più bisognava insistere e soprattutto crederci” apre lo scenario al coito e alla reiterazione dello stesso, al fine di avere un buon esito per tanta prestazione sessuale. “Crederci” lo decodifico dal latino come “affidarsi” a se stessi e alla donna con cui si è in relazione. Insomma: se vuoi un figlio, procedi con sicurezza e fiducia, sicut pater docet e come figura di riferimento privilegiata specialmente per un figlio maschio. Tutto bene fino a questo punto.

Che il sogno ce la mandi buona!

A un certo punto sono seduto sul divano. Mio fratello nudo sale sul ventre di mia madre nuda a cavalcioni come a compiere una specie di copula che non era una propriamente una copula.”

Dopo l’insegnamento paterno e l’autorizzazione a procedere arrivano i nostri a cavallo di un caval: la madre dal ventre nudo, il fratello nudo a cavalcioni.

Si copula o non si copula?

Gregorio guarda se stesso “seduto sul divano” perché si proietta nel fratello e realizza con la dovuta censura il desiderio libidico di avere dalla madre l’insegnamento sessuale opportuno e concreto. Il tutto dopo avere avuto la licenza didattica dal padre. E’ assolutamente normale e giusto che ogni figlio e ogni figlia si chieda il perché della censura concreta dei genitori in riguardo alla sessualità e all’erotismo, in riguardo alla vita del corpo neurovegetativo. Gregorio procede con cautela morale e si “sposta” sul fratello. Non poteva essere una “copula” vera e propria perché sarebbe stato un incesto e il “Super-Io”, individuale e culturale, non sarebbe stato davvero contento.

Vediamo dove va a parare il nostro eroe puritano.

Trovo il corpo di mia madre assai giovane.”

Che bella immagine!

Che bel vissuto!

La mamma bella e il desiderio bello del corpo vivente sono recuperati dall’età in cui il figlio aveva l’età giusta per desiderare sfacciatamente con pudore. Da bambino Gregorio ha desiderato il corpo della mamma. Freud lo chiamò “complesso di Edipo” e costruì un mare di teorie sopra tragedie antiche e moderne. Immarcescibile questa “posizione psichica” dell’infanzia in universale, al di là delle razze e del censo, al di là delle ipocrisie e delle verità filosofiche, al di là del gusto e del sapore.

Guai al bimbo e alla bimba che non hanno desiderato fisicamente il padre e la madre!

Quasi in un nuovo vetusto e attuale comandamento si coniuga questo “desidera e riconosci il padre e la madre” per avere anche una fausta vitalità sessuale all’interno di una armonica “organizzazione psichica”.

Giro gli occhi altrove. Poi mi sposto nell’altra stanza dove sulla mia scrivania vedo un cesto di quei frutti. Hanno al centro, nel punto in cui dovrebbe trovarsi il picciolo, una piccola chiazza bianca perlacea, simile ad una stomatite.”

Rimozione” e “spostamento” sono due ben precisi “meccanismi di difesa” dall’angoscia di aver tanto peccato nel pensiero e non nell’opera: giro gli occhi altrove” o non ci rifletto e dimentico e “poi mi sposto”, dopo il fratello, “sulla mia scrivania”, mi riapproprio dell’alienato in maniera delicata e compatibile al mio vissuto psichico e ai mie “fantasmi” edipici. Ricordo che il “fantasma” è una rappresentazione primaria della realtà psichica, il nostro modo infante e bambino di pensare che non si abbandona mai, neanche dopo il benefico avvento della razionalità, un pensiero fantasioso e caldo oltremodo ricco di allucinazioni e di emozioni, una modalità onirica di inquadrare i propri vissuti, un essere poeti e “criatori”, come diceva Giambattista Vico. Insomma il “fantasma” è una rappresentazione della realtà psichica sempre e in ogni caso. “L’altra stanza” in cui Gregorio si sposta, quella dove è posizionata la “scrivania”, rappresenta l’attività razionale adulta, quella con cui ha proprio razionalizzato i suoi “fantasmi edipici”, le rappresentazioni fortemente emotive e simboliche delle sue varie relazioni con i genitori e nello specifico la madre. “Quei frutti” sono le rappresentazioni simboliche del feto con tanto di cordone ombelicale: “Hanno al centro, nel punto in cui dovrebbe trovarsi il picciolo, una piccola chiazza bianca perlacea, simile ad una stomatite.” Sono in un “cesto” che rappresenta simbolicamente il grembo materno, l’apparato genitale femminile, il sistema ovarico riproduttivo. Ricordo che il cordone ombelicale è il tramite che lega il figlio alla madre e che dopo il parto si taglia ma non si scinde il rapporto simbiotico psichico con l’augusta genitrice. Io sono ancora affetto da un meraviglioso “complesso di Edipo” e ho un altrettanto meraviglioso rapporto con mia madre, ho un cordone ombelicale ancora ben funzionante e attivo. Di mia madre, fuori di me, conservo la reliquia nel cimitero di Siracusa. Ma questo è tutto un altro discorso e un altro discorrere.

Via con il sogno di Gregorio!

Mi avvicino goloso col pensiero di mangiarli, ma pensando all’improvviso al luogo da cui provengono provo un sottile disgusto.”

Ecco la gola e i suoi peccati, ecco la vitalità sessuale, ecco l’erotismo, ecco il corpo campo d’amore, ecco la “libido” e l’energia vitale di Dioniso e di Sigmund, di Darwin e di Nietzsche e di Bergson. “Goloso col pensiero” ossia il sistema neurovegetativo e il sistema nervoso centrale, la vitalità e la razionalità, l’emozione e la ragione, Dioniso e Aristotele, Giordano Bruno ed Hegel, la poesia e la filosofia, l’essere umano, il vivente per quello che restrittivamente di esso conosciamo e possiamo dire. Dell’altro e di altro non so fin adesso, ma sto cercando con la lanterna di Diogene, sto ricercando con il metodo di Aristotele e di Renè Descartes.

Convergo sul sogno di Gregorio e analizzo “ma pensando al luogo da cui provengono”, l’ombelico secondo “Gregorio padre” e l’apparato genitale secondo la scienza, “provo un sottile disgusto”. Ancora un “pensando”, anzi un “ripensando” leopardiano, la ragione fredda in atto che stacca dalle emozioni e le abbandona pensando di tenerle sotto controllo e senza sapere che ciò che butti dalla porta ti rientra dalla finestra, come la tanta spazzatura che inonda la mia città greca. Ancora ritorna l’emozione del “sottile disgusto”, un gusto emotivo contrastato e contrapposto, una guerra di gusti, quello emotivo e sensoriale e quello razionale e morale, l’eterna diatriba occidentale e psicoanalitica tra Es e Io alleato del Super-Io in questo caso. E’ questo lo psicodramma onirico di Gregorio, l’essere in conflitto con se stesso e nello specifico tra le sue istanze psichiche della vita istintiva ed emotiva, “Es”, della vita censoria e morale,”Super-Io”, della vita razionale e discernitiva, “Io”.

Mi fermo e consegno quanto emerso dal prodotto psico-poetico di Gregorio.

IL MORBO DI ALZHEIMER

Se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la morte la sento alle porte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine mi bussa più forte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine è per me senza un fine,

dimmi tu che male ti fò.

Se di giorno cincischio e m’inciampo,

dimmi tu che male ti fò.

Se al computer fraseggio e cazzeggio,

dimmi tu che male ti fò.

Se m’intrippo di trippa e m’intruppo,

dimmi tu che male ti fò.

Ho vissuto una vita beata,

ho sorriso alla gioia sfrenata,

ho abbracciato la truffa impensata,

ho viaggiato con i masnadieri,

ma se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Chiamami Alzheimer,

sarò il tuo morbo.

Chiamami anche Arturo o Zoe,

sarò sempre il tuo morbo.

Nella mia vita allegra e sconclusionata

tutto sbambazza e nulla sorride più,

ho ancora una speranza nella morbata

e la malattia mia sei proprio tu.

A te io ricorro,

o Alois,

esule figlio di Eva,

a te io ricorro,

o Emil,

io che sono l’erede indegno di Adamo,

l’uomo che guadagnò la Morte anche per il suo Seme

desiderando la donna propria e la donna altrui,

desiderando,

desiderando la Roba di mastro don Gesualdo,

mangiando la mela tossica delle verdi vallate tirolesi

dove vivi tu,

mea magistra et domina,

mea nouvelle vague anzichenò e anzichesì.

Nulla mi mancherà,

se tu sei con me,

o sorella Morte corporale

che,

come il poeta,

fai un uso improprio delle parole e degli attributi,

della punteggiatura e dei segnali stradali,

del cannolo e dell’assenzio,

delle nobili figurine Miralanza,

quelle dei signori Lanza di Mira di Venessia,

del Bacco e del Tobacco,

Johnnie Walker e Muratti ambassador,

del Plutonio e del monte di Venere,

Pu 94 e pube impubato.

O Morte creativa

e accattivante come un cesto d’insalata iceberg

nella fredda stagione invernale,

quando l’angoscia bussa più forte alle porte

perché anche Lei ha freddo

e vuole entrare in un corpo caldo caldo

come il cappuccino del tuo bar preferito,

il bar da Ciccio,

ex Francesco,

in odore di santità per rinnovato voto di povertà,

nonostante la Multinazionale dei conventi a cinque stelle,

gli eredi di Francisco l’umbro.

E tu, adesso, mi ricoveri in hotel,

mi lusinghi e mi seduci,

mi adeschi in un motel

dicendomi che è un bordello di tipo maltese

per camionisti crapuloni in cerca di sballo

ogni sabato e ogni domenica

quando non cavalcano il proletario Iveco

o il nobile Mercedes

o il potente Mann

o il pragmatico Scania.

E tu, adesso, mi paghi la retta e la curva,

il quadrato e il triangolo,

mi segni le strisce bianche per terra

in ricordo della bionda zebra

che amai da ragazzo in un safari moldavo,

mi dici

che sono malato del morbo del dottor Alzheimer,

il degno compare di Kraepelin,

un signore illustre che ha scoperto la demenza senile

senza essere stato mai vecchio,

senza più figli e senza più voglie,

mai stato folle,

mai stato matto,

mai affiliato a Dioniso,

un pioniere del West malandrino di Germania targato 1933

a cavallo dell’asino di Sancho Panza

in questa vasta e incolta prateria

chiamata “casa serena” in via del Piscio

al numero civico 33

in questa Siracusa dalla mancata cultura,

un luogo pieno di umane cianfrusaglie disordinate.

Sappi,

mio caro imbroglione e mio caro somaro,

che io mangio ancora pane e panelle

per fare figlie belle

con tutto questo seme che mi pullula dentro le palle

e non sa dove andare a parare,

in quale ricettacolo anfrattuoso cercare la sua degna fortuna.

Io ti chiedo la tregua per senescenza acuta

e tu mi dai la guerra per codardia incallita,

o fratello,

io ti chiedo la pace

di fronte al cadavere del figlio e della figlia,

del fratello e della sorella,

della madre e del padre,

in questa guerra tra monaci e monache per l’Inferno,

in questa guerra dei bottoni tra bambini e bambine

nel boulevard du Montparnasse

in una Parigi piena di bonbon allicchittati e di filosofi travestiti,

io ti chiedo la semplice pace

e tu mi dai la guerra più bieca del candeggio per lavatrice.

Una vita sola vale più di una vittoria sonante

sul Bosforo a cavallo del mio cannone di latta

che ormai spara soltanto fiori di ghirlanda da morto.

Vanitas vanitatum,

caro erede di Quinto Orazio Flacco,

omnia turpia turpibus.

Memento vivere, non mori!

Se non reggo l’angoscia di morte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la morte la sento alle porte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine mi bussa più forte,

dimmi tu che male ti fò.

Se la fine è per me senza un fine,

dimmi tu che male ti fò.

Se di giorno cincischio e m’inciampo,

dimmi tu che male ti fò.

Se al computer fraseggio e cazzeggio,

dimmi tu che male ti fò.

Se m’intrippo di trippa e m’intruppo,

dimmi tu che male ti fò.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 25, 03, 2022

LA SAGA DI GRAZIELLA

Graziella è una donna istruita

che in Sicilia parla in italiano.

Graziella è una donna del popolo

che studia per maestra dalle suore Orsoline.

Graziella è figlia di Pietro,

fratello di nonno Giovanni.

Graziella è una donna composta

che sposa Giuseppe, detto Pippino.

Graziella ama Pippino,

sergente della regia Marina italica.

Graziella è una mamma complessa

che ha quattro figli preziosi.

Graziella li chiama Maria, Lello, Maria e Piero

e la meningite ruba i tredici anni della prima Maria.

Graziella accudisce amorevolmente Lello

che nasce con il forcipe.

Graziella lo trascina in carrozzella

in questo grigio novembre del 1943.

Graziella è investita dal vento misto alla neve

in questo freddo novembre del ‘43.

Graziella è in fuga da Pola

in questo tragico novembre del ‘43.

Graziella è fermata da un povero soldato

tra Pola e Fiume in questo inumano novembre del ‘43.

Graziella copre Lello con il suo corpo

di fronte al mitra che spara la morte.

Graziella muore con Lello

e lascia sulla neve la rossa impronta della memoria.

Graziella ha il petto e il grembo squarciati

e Lello ha un foro nella testa e nel cuore.

La figlia Maria è testimone di questo terribile amore

fino a quando l’angoscia di morte le toglie l’identità.

Salvatore Vallone pone nel giorno della Memoria

e nel dolce ricordo di mamma Graziella e dell’incolpevole Lello.



Carancino di Belvedere 27, 01, 2022





TUTTA COLPA DI TUA MADRE

La montagna non fa per me e il mare mi deprime.

Vivevo con la mia famiglia in una verde collina di Treviso,

un paradiso chiamato Col San Martino,

e non vedevo l’ora di scappare dalla mia famiglia e dalla mia collina.

Esco, allora, da questa famiglia ed entro in un’altra famiglia,

ma la cosa non funziona.

Scappo da questa collina e mi ritrovo in un’altra verde collina di Treviso,

un paradiso chiamato Tarzo,

ma la cosa non funziona.

I confronti sono inevitabili, ma non quadrano mai.

Avevo l’idea di star fuori finalmente dalla mia famiglia e dalla mia collina.

Poteva succedere e lo speravo.

Anche il calcolo delle probabilità era dalla mia parte.

Era previsto che poteva succedere.

Quanto egoismo da proprietà privata!

Tutto questo succedeva grazie a te, mio enigmatico uomo.

La tua famiglia m’intrippa,

la tua collina mi disorienta.

Vuoi loro o vuoi me?

C’è sempre da dire,

da ridire,

da discutere,

da cosare,

da brigare,

da litigare.

Mi dispiace, ma tutto ha un limite.

Si può arrivare fino a un certo punto,

dopo scatta il divieto di circolazione,

dopo scatta il divieto di accesso.

Io mi devo difendere.

Non si può dire tutto,

non si può aprire il bagagliaio agli sconosciuti.

Io potrei scendere dal tram

per evitare le interferenze disturbanti dei tuoi parenti serpenti.

Tu mi chiedi di capire, ma non c’è niente da capire.

Io spero sempre

che questa sia l’ultima volta

che i tuoi mi disturbano con le loro stronzate di merda.

La verità è che io sono allergica all’istituto famiglia.

Non ho sopportato e non sopporto la mia famiglia

e, allora, figurati se digerisco la tua.

Non voglio essere ospite da nessuna parte,

non voglio il ruolo di ospite in alcun caso.

Una parte di me, purtroppo, mi dice

che non riesco a vivere da sola.

E allora?

Allora vorrei e non vorrei,

credimi,

ma io non faccio parte di questa tua famiglia

e tanto meno di quella che mi proponi di formare,

la nostra,

tutta nuova

e tutta da costruire secondo le regole del “facciamo da noi”.

Questa non è libertà.

Questa è bieca improvvisazione.

Sono senza entusiasmo e sensibile alle bidonate.

Questo tu lo sai.

“Vediamo soltanto come va”, tu mi dici oggi.

“Non creare tensioni incomprensibili agli altri. Vivi e lascia vivere.”

Così tu mi continui a dire.

Io lo so,

io so già quello che mi dirai domani

perché me l’hai già detto ieri.

La vera verità è che sei attaccatissimo a tua madre,

che non vedevi l’ora di tornare da lei insieme a una donna

per darti una veste di quasi normalità,

ma il morboso legame tu non lo sai nascondere,

lei non lo sa nascondere

e a me non resta che assistere alla vostra sordida tresca.

La tua intimità con lei mi dà un fastidio enorme.

Ti sei fottuto la libertà

perché lei ti prepara la vita

sotto la forma di una minestra e di una finestra.

O mangi o ti butti giù.

Il mio non è egoismo,

il mio non è bisogno di possesso.

Io possiedo la verità.

Tu sei attaccatissimo a tua madre.

E allora io chi sono?

Vuoi me o la tua mamma?

Ma siamo due cose diverse,

mio emerito ignorante,

mio povero deficiente,

mio nobile impotente.

Io dico e ridico,

ma tu non capisci

e vuoi stare seduto su due sedie

a testimoniare il tuo attaccamento morboso

a chi ti ha soltanto procreato per necessità biologica

a confermare il complesso di Edipo per i dizionari di scuola psicoanalitica.

Ma io sono la tua donna,

io sono la tua promessa sposa,

io sono la tua Lucia Mondella,

mio caro Lorenzo Tramaglino.

Ma cosa t’importa?

A te tutto questo non tange.

Tu vuoi da me un’amicizia libera,

un rapporto senza indagini e al di sopra di ogni sospetto.

No!

No, mio caro coglione, io scendo dal tram.

Io scappo perché non ho smanie di nessun tipo,

non ho l’elasticità mentale che si richiede ai moribondi,

non ho la rassegnazione eroica dei morituri.

Io non ho nessuna intenzione di morire insieme a te per colpa tua.

Ti ricordi il capodanno dello scorso anno?

Che massacro di palle seduti sul divano,

incollati alla cosa luccicante e suonante

in quella tua casa con tutti i tuoi parenti e i tuoi affini,

costretti ad ascoltare il concerto della Filarmonica di Vienna

diretta dal maestro Ciccio Busacca.

Ma vaffanculo tu e i tuoi!

Vaffanculo tu, Ciccio Busacca e tuo zio Alfio Curcuzza, il pedofilo!

Quante scemenze!

Che orribile errore vivere in un cesso pubblico!

Io mi ero adagiata sulla merda

perché è già morbida di suo

e ci ero caduta per ignoranza e per comodità.

Pensavo e si pensava che da puzzolenti si stesse bene insieme.

Ma no, ma cosa ho pensato e cosa si è pensato?

Non parlare,

non discutere,

non litigare è la morte della coppia,

la tomba del cosiddetto grande amore

a cui tutti come tordi aspiriamo.

Noi si viveva in un caos di perbenismo, di tolleranza, di libertarietà.

Quanti elogi sperticati alla monotonia dell’apparente diverso!

Meglio stare alla larga per non aver pesi

e per raggiungere l’atarassia e l’apatia.

Ma se tu non parli, non si sa cosa pensi.

C’è chi parla troppo e non capisce niente degli altri

perché è interessato a dire soltanto di sé.

Se tu non parli e non mi parli,

allora evviva il veneziano ciacolone che mi fa sentir viva,

evviva il trevigiano millantatore che mi fa scoprire innamorata.

Ben vengano gli amici e gli amanti con cui far due parole,

con cui scambiare le merci preziose e gli accessori firmati,

con cui mangiare “poenta e osei”.

Ma oggi non voglio aver nessuno,

oggi non voglio stare con nessuno,

oggi voglio stare per i fatti miei.

In fondo io sono una donna solitaria e mi piace tanto pregare.

Per non lasciare il pensiero pensare,

io prego

e così non prendo il “lexotan”.

Ma quali aperture!

Quale disposizione all’altro, anche se intimo!

Nessuna!

Viva il silenzio e viva la libertà!

Quant’è bello pensare ai cazzi propri!

E tu?

Tu sei uno schiavo dalla pelle bianca.

Tu hai ancora bisogno di tua madre,

di un miscuglio di madre e di amante,

di un omogeneizzato di ruoli diversi.

Vergognati!

Ma vergognati, per favore!

Autonomia su, autonomia!

La tua vita è un sordido appiccicaticcio tra generazioni diverse.

La giovane è invecchiata e la vecchia è ringiovanita.

Io sono la tua donna e non tua madre.

E’ talmente evidente la cosa

che non abbisogna di parole e di test.

Meglio star zitti

e mettere a tacere la propria espressività.

Cancello dal mio volto le posture espressive per non tradirmi.

Tra quello che è e quello che non è, qual’è la misura?

Tu dove stai, tu dove sei?

Su e giù, di qua e di là,

tutto ti sembra,

“tibi videtur”,

nessuna verità,

nessuna certezza,

tanta opinione.

Quante “doxa”!

Ma chi siamo noi?

Chi siamo io e te che rincorriamo le “doxa” e le “aletheia”?

Una grande comitiva, una grande famiglia, un tutti insieme appassionatamente?

Che confusione epidermica!

Che striature sulla pelle!

Peggio del fuoco di sant’Antonio.

Necessariamente abbiamo litigato io e te

essendo infognati tra le “doxa” e le “aletheia”.

Questo è vero e giusto allo stesso tempo.

Ma un genitore tra me e te,

una madre in mezzo è disdicevole,

è immorale,

sta a guardare,

fa la voyeur,

fa male all’equilibrio mentale.

A suo tempo io ho detto e ti ho parlato.

Uomo avvisato è mezzo salvato.

Donna salvata non è stata mezza avvisata,

conosce la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità,

ha certezze.

Senza la fobia di spazi vuoti,

senza fuochi d’artificio,

i miei occhi non reggono i lampi

e si perdono in un palazzo veneziano,

antico e austero,

con stanze grandi,

con grida soffocate,

con urla inibite.

Gli specchi riflettono i soffitti alti del settecento

e nasce l’idea di traumi consumati nelle alcove e nei giardini,

idea paurosa dei primi tempi della mia vita

quando dovevo ritirarmi nelle mie stanze

per la paura che le porte si aprissero

costringendomi al coraggio di vedere camicie di forza e armature

al posto di un erotico body a losanghe

che lascia trasparire i capezzoli, l’ombelico e i peli del pube.

Quanta tensione!

Il mio stomaco adesso ha la gastrite,

bruciori intensi causati da involontari danni.

Non so, è tutto così strano!

E’ così strano sapere le verità fino a un certo punto

senza dover render conto a nessuno.

Nessuno che ti dice “redde rationem”

e alla fine la mia libertà va a finire tra le corna

che tu mi fai con tua madre.

Tutto va a finire in merda.

Che senso estetico!

Che chic!

Io danneggio tutto quello che tocco,

per cui rovinerò anche il tuo paltò di montone affumicato

e anche i miei ragionamenti oculati,

sconvolgendo i soggetti per restare sul vago

e lasciando i predicati sul fatuo, sull’effimero, sull’assente.

La verità è che tu e tua madre avete da tempo rovinato tutto.

Adesso è troppo tardi

e io ho altre cose più importanti da fare.

Le rinunce sono dei santi

e io, invece, pecco “fortiter” e non credo “fortius”.

Io ti mollo insieme alla tua augusta genitrice.

Tu dirai che tutto sommato è meglio così

e che è colpa della mia natura puttana di femmina caliente

e nient’altro.

Tu non aggiungerai nulla di altro.

Io, domani, sciando sulle piste innevate di San Martino di Castrozza,

ricomincerò la solita vita

con la libertà e la sicurezza delle mie cose usate.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 23, 06, 1999

LE PAROLE DI UN DOLORE

Ciatu, Respiro,

ciatu miu! respiro mio!

Figghiu Figlio,

figghiu , figlio,

iancu comu nu gigliu. bianco come un giglio.

Figghiu miu, Figlio mio,

sulu miu, soltanto mio,

figgh’i ta mattri, figlio di tua madre,

figghiu miu figlio mio

ca mi muriu, che mi è morto

figghiu miu risgraziatu, figlio mio disgraziato,

figghiu miu figlio mio

mottu ammazzatu. morto ammazzato.

Ciatu, Respiro,

ciatu miu! respiro mio!

Figghiu miu, Figlio mio,

ca mi muriu. che mi è morto.

Macar’a mmia m’ammazzaru, Anche me hanno ammazzato,

figghiu amaru. figlio amaro.

Matri assassinata, Madre assassinata,

matri risgraziata! madre disgraziata!

Figghiu miu, Figlio mio,

figghiu assancatu, figlio affascinante,

figghiu risgraziato, figlio disgraziato,

assancatu ri la me vita, fascino della mia vita,

figghiu, figlio,

pi’mmia è finita. per me è finita.

Sulu miu, Soltanto mio,

ciatu miu, respiro mio,

ciatu, respiro,

ciatu, respiro,

mottu ammazzatu, morto ammazzato,

figghiu sdisanuratu. figlio disonorato.

Pi’mmia Per me

nun ci po fari nenti, non puoi far nulla,

po me tuluri per il mio dolore

nun ci sunu curi, non ci sono cure,

nun ci sunu primuri. non ci sono premure.

Sulu vileni Soltanto veleni

pi li me peni! per le mie pene!

Iù Io

caia’ffari senza ri tia? cosa devo fare senza di te?

Figgh’i Maria, Figlio di Maria,

figghiu ra Beddramattri figlio della Madonna

mi lassasti nura nura. mi hai lasciato nuda nuda.

Quanta primura! Quanta fretta!

Mi lassasti sula sula, Mi hai lasciata sola sola,

sula coma nu cani sola come un cane

nmenz’a na strata, in mezzo a una strada,

com’a na cannalata come un tubo di scarico

ca ietta sancu che getta sangue

ro cori stancu. dal cuore stanco.

Stancu iè lu me cori, Stanco è il mio cuore,

si nun ti po’ amari. se non ti può amare.

Comu nda nu mari Come in un mare

senza pisci senza pesci

lu me beni tuttu svanisci, il mio bene tutto svanisce,

sinni và o ventu se ne va al vento

senza suspiri, senza sospiri,

senza lamentu. senza lamento.

Ma iù c’aia ‘ffari? Ma io cosa devo fare?

Rimmillu tu! Dimmelo tu!

M’aia ‘mmazzari? Mi devo uccidere?

M’aia ‘mmazzari Mi devo uccidere

cu lu cuteddru, con il coltello,

figghiu miu beddru? figlio mio bello?

M’aia ‘mmazzari Mi devo uccidere

cu la lupara, con la lupara,

sotti maiara? sorte infame?

M’aia ‘mmazzari Mi devo uccidere

cu lu vilenu con il veleno

uò sutta nu ttrenu? o sotto un treno?

Figghiu sdisanuratu, Figlio disonorato,

figghiu mottu ammazzatu! figlio morto ammazzato!

Tu rommi Tu dormi

e nu’mmi senti, e non mi senti,

tu rommi tu dormi

e nun t’arruspigghi e non ti svegli

mancu a li me schigghi, neanche alle mie grida,

figghiu addummisciutu, figlio addormentato,

ristinu miu scunchiurutu! destino mio insignificante!

C’aia ‘ffari? Cosa devo fare?

Rimmillu tu! Dimmelo tu!

M’aia ‘mmazzari? Mi devo uccidere?

Tu rommi Tu dormi

e nu ‘mmarrispunni. e non mi rispondi.

Tu nun mi senti Tu non mi senti

e nu’mmi parri. e non mi parli.

Rommi rommi, “Dormi dormi,

picciriddru, bambino,

c’ò papà perché il papà

à ‘cchiappatu n’ariddru, ha catturato un grillo,

rommi rommi, dormi dormi

picciriddru, bambino,

aranciu và il granchio va

iè aranciu veni, e il granchio viene,

nun ti scantari non spaventarti

ro vabberi, del barbiere,

se ti nesci se ti esce

sancu ro peri, sangue dal piede,

scinni scinni, scendi scendi,

rommi rommi, dormi dormi,

ioca ioca.” gioca gioca.”

Uno alla luna, “Uno alla luna,

due al bue, due al bue,

tre la figlia del re, tre la figlia del re,

quattro ma ‘zzia o tiattru, quattro mia zia al teatro,

cinque è una incrociatura, cinque è una incrociatura,

sei battiscopa, sei battiscopa,

setti puppetti, sette polpette,

otto risotto, otto risotto,

nove alle uova, nove alle uova,

reci senza nenti, dieci senza niente,

unnici iurici, undici giudice,

durici iè na camurria, dodici è una seccatura,

tririci santa Lucia tredici santa Lucia

ca pamma.” con la palma.”

Santa Luciuzza, Santa Luciuzza,

santa Luciuzza beddra santa Lucia bella

ramm’a vista i ll’occhi dammi la vista degli occhi

pi’vviriri u figghiu miu per vedere il figlio mio

mott’ ammazzatu morto ammazzato

comu nu sdibbusciatu. come un delinquente.

Santa Luciuzza Santa Luciuzza

facitamilla cantari ancora fammela cantare ancora

a canzuneddra la canzoncina

ca’nnicu’nnicu che da piccolo piccolo

u’ddumisceva. lo addormentava.

Facitaccilla sentiri Fategliela sentire

pi’ll’uttima vota per l’ultima volta

a canzuneddra la canzoncina

o figghiu miu, al figlio mio,

ca s’addummisciu che si è addormentato

troppu presto. troppo presto.

Facitammillu addummisciri Fatemelo addormentare

pi’ll’uttima vota per l’ultima volta

u figghiu miu, il figlio mio,

iè poi ‘cciù rugnu a motti. e poi lo do alla morte.

Sugnu sicura Sono sicura

ca mi senti che mi ascolta

iaccusì e così

sinni và ‘cchiu tranquillu se ne va più tranquillo,

senza tuluri, senza dolori,

cu ‘ssa mattri con sua madre

ca ‘cci canta a canzuneddra che gli canta la canzoncina

ca’cci piaceva tantu. che gli piaceva tanto.

Figghiu, Figlio,

figghiu miu, figlio mio,

ciatu, respiro,

ciatu miu, respiro mio,

cosa ruci, cosa dolce,

ggioia ri lu mi cori, gioia del mio cuore,

quanti maiari quante lamentatrici

aia ‘cchiamari? devo chiamare?

Quanti rinari Quanti denari

m’aia ‘mmanciari mi devo mangiare

pi ‘ppaiari per pagare

tutti sti maiari! tutte queste lamentatrici!

Viniti ccà, Venite qua,

maiari, viniti ‘cca! lamentatrici, venite qua !

Cantammaccilla a canzuneddra Cantiamogliela la canzoncina

o figghio miu. al figlio mio.

Cantamaccilla bona, cantiamogliela bene,

cu’ttutt’o cori con tutto il cuore

iè fotti fotti, e forte forte,

ca nana ‘ssentiri che ci devono sentire

tutti l’ancili ro parariso. tutti gli angeli del paradiso.

Iancilu iera Angelo era

iè ‘mmurriu ammmazzatu ed è morto ammazzato

comu nu sdibbusciatu. come un disonesto.

Cantammaccilla fotti fotti, Cantiamogliela forte forte,

c’a ‘vvinciri che deve vincere

macari a motti. anche la morte.

Po ciatu miu Per il mio respiro

quanti maiari quante lamentatrici

aià ‘cchiamari? devo chiamare?

Quanti rinari Quanti denari

m’aia manciari devo spendere

pi ‘ffari cantari per fare cantare

tutti sti maiari? tutte queste lamentatrici?

San Franciscu i Paula “San Francesco di Paola

cunsatimi la taula, apparecchiatemi la tavola,

cunsaammilla apparecchiatemela

cu ‘ppani iè pisci con pani e pesci

ca stu figghiu che questo figlio

s’addummisci”. s’addormenta”.

Fozza maiari, Forza lamentatrici,

mittitici cori mettete animo

ndò ripitiari! nel lamento!

Quant’è beddru “Quanto è bello

stu figghiu, questo figlio,

Maria. Maria.

Si lu vonu rubbari la ‘ggente, Se lo vogliono rubare la gente,

ma so mattri iè vigilanti, ma sua madre è vigile,

lu talia lo guarda

cu’ ll’occhi e la menti.” con gli occhi e la mente.”

Fozza maiari, Forza lamentatrici,

mittitici cori mettete animo

ndò ripitiari. nel lamento.

Rommi rommi, “Dormi dormi,

fai lu sonnu, fai la nanna,

ti lu fai beddru loncu te la fai bella lunga

beddru loncu cuant’a lu mari, bella lunga quanto il mare,

picchì si ‘nnicu perché sei piccolo

iè ‘tt’ arripusari.” e ti devi riposare.”

C’aia ‘ffari senze i tia, Cosa devo fare senza di te,

figgh’i Maria. figlio della Madonna.

Beddru, Bello,

figghiu beddru figlio bello

abbola, vola,

abbola coma n’aceddru, vola come un uccello,

abbola abbola, vola vola,

abbola vicinu, vola vicino,

abbola luntanu, vola lontano,

abbola senza scantu vola senza paura

ndo campusantu nel camposanto,

fagghiu amaru figlio amaro

abbola abbola vola vola

ndo cimiciaru. nel cimitero.

LA “COSA” PARLA 8

LE PAROLE DI UNA LAMENTELA

I pregiudizi sugli omosessuali esistono

e nessuno può negarlo:

tu sei un gay e io una fotomodella.

Ci resto sempre di merda

perché sono ingenua e anche troppo.

Tu non fai “avances”,

resti tranquillo e orgoglioso.

Non giudicarmi,

ti prego,

se non ho nulla da spartire con la eletta casta degli omosessuali.

Quale persona sei, tu che parli da effeminato?

Quale lingua è la tua?

Io non le conosco.

Tu scandisci le parole

affettandole come un salame di “casada”

e ti atteggi in maniera ambigua

per farmi capire quanto sono stupida

a non volermi accorgere

che sei soltanto un volgare frocio camuffato da artista,

quell´artista che fai continuamente vedere a quelli come te,

gli imbecilli dal buco quadrato e bucherellato.

Hai forse una diversa visione del mondo?

Parliamone!

Io, purtroppo, ho costruito un castello di pregiudizi

e lo tengo in piedi con gli sputi sprezzanti dei moralisti.

Due uomini in un letto, credimi, non ci stanno proprio bene.

Non é questione di pregiudizi.

Mentre una ragazza ti parla

e t’insolentisce in un traumatico approccio,

tu ritieni di averla presa sui denti e fai finta di niente.

Hai rovinato tutto ancora una volta.

Ti ricordi che ieri sera siamo andati a giocare a tennis alla luce dei riflettori?

Non lasciarti andare,

è meglio.

Soprattutto non gasarti perché hai vinto.

In un paio d’ore ti squagli al punto giusto,

quello adatto per sbagliare ancora una volta.

Sono cose che succedono.

E’ vero,

ma in una prossima vacanza ben venga l’approfondimento su noi due,

sulla nostra lotta senza quartiere e senza premure,

su un investimento condotto con il minimo danno e il massimo rischio.

Io non ho fretta,

ti telefonerò`

e sono sicura che venerdì mi porterai a ballare,

piuttosto che intripparmi in questa guerra tra poveri.

Io difendo i miei genitori,

le pure immagini reali di come io non sono e non vorrei essere.

A momenti, sai, mi capita di innamorarmi di te.

E’ una lotta serrata con quella parte di me

che si lascerebbe montare da te.

Tu m’interessi,

ma sei un interesse morboso per me

e allora io non ho bisogno di te.

Cosa importa se sono sempre la stessa donna

che si è appena lasciata con l´ultimo uomo.

Eviteremo d’impegnarci

e con i denti difenderemo la nostra sfera personale di cristallo:

il giovedì è mio, il venerdì è` tuo.

Io parlo in lingua madre e senza spocchia,

mi batto per i diritti dei diversi

perché penso che la posizione giuridica degli altri

non porti niente di nuovo e di buono a noi due.

Hai il problema della personalità giuridica?

Rivolgiti alla tua ambasciata

e poi mi saprai dire

se quattro giorni in montagna passati

con lo spettro del cosa fare e del cosa dire

corrispondono alle solite paure di una donna fallita.

Ogni tanto penso

che sono a una svolta nella mia vita.

Non vorrei deprimermi,

vorrei funzionare meglio

e abbandonare finalmente i soliti inutili stratagemmi,

pensieri fissi

che mi saltano in mente nei momenti meno opportuni.

Tu sei un ragazzo passionale

e io confido nella calma, nell’età e nell’esperienza.

Un pensiero va e torna,

un’emozione diversa e uno stimolo piccolissimo,

un fatto sentimentale organizzato con il cuore.

Cosa posso fare?

Tu sei semplicemente bello,

tu sei da ammirare dentro

per provare una forte emozione fuori.

Io mi abbandono a te

e mi pento sempre di averlo fatto,

ho paura e ho voglia,

m’illudo e mi disilludo.

Ho deciso di non guardarti più

e di essere tutta presa soltanto da me stessa.

Fai finta che non sia successo niente

e vai in pace come nelle quotidiane rappresentazioni religiose.

Io non ero presente

perché è avvenuto tutto il contrario

di quello che avevo pensato e previsto.

Io vorrei, ma non posso,

avrei voluto, ma non ho potuto,

non ho ancora abbastanza fiducia in me stessa

e non ho le idee chiare.

Mi va bene essere scontata

e trovarmi in una fase nuova della mia evoluzione psicofisica

senza necessariamente essere costretta

a buttarmi a capofitto in un fienile

semplicemente perché non è questo l’amore della vita.

Noi due stiamo solo bene insieme.

Le mie attese e le tue paure mi disorientano.

Se ci sei, batti un colpo per favore.

Io faccio ciò che sento?

Dipende.

Non faccio previsioni

al di là di quelle che sono le tue idee.

Il mio motto è “fai quello che senti,non mascherarti!”

Io ci tento e ci ritento.

Tu apprezzi l’iniziativa

e io faccio orecchio da mercante,

ma se ti accarezzo,

tu parti e travolgi tutto,

perché ti lasci andare senza inibizioni.

Tu sei un ragazzo caldo,

non sei freddo e calcolatore.

Ma cosa ti aspetti da me, o sangue caliente?

Io provo a starti dietro ancora una volta.

Calma, ti prego!

Lasciami scaldare ancora un po’ prima di partire.

Sai che le donne devono essere comprensive e materne

prima di allagarsi nel bassoventre.

Pensieri che vanno e che vengono

trovano il mio corpo alle prese con un altro amante

e la tanto sospirata magia finisce in un battibaleno.

Mi dico che sarà quel che sarà,

che succeda tutto quel che deve succedere,

per il resto…“je m’en fous”.

Calore e passionalità,

amore e sesso,

sentimento e senso,

emozioni e istinto

si mescolano in questo ambiguo calderone,

si fondono in questa enorme “caliera”:

poenta e osei”,

poenta e tocio”

e apparentemente tutto viene lasciato al caso.

Je m’en fous”,

mio caro,

anche se mi preparo a un nuovo fallimento

come un buon trappista che si prepara alla morte degli altri.

Ci vediamo in discoteca o in pizzeria?

Telefonami le due alternative

e fissa bene il mio prefisso.

Io, intanto , insieme a un altro scelgo una “capricciosa”

senza acciughe e con tanta vitamina “c”.

Tu, perentorio, chiedi: la pizza era buona?

E dopo?

Dopo,

dopo i discorsi si sono sdoppiati

come le immagini di un film muto

e hanno preso il volo i bacini e le coccole,

gli scherzi e le schermaglie,

le complicità e le carezze audaci.

Mi ami?

Quanto mi ami?

Tanto?

Tanto quanto?

Sciorina pure l’arsenale delle corbellerie, per favore.

Tira fuori con parsimonia le cose giuste

per due persone maggiorenni soltanto per l’anagrafe.

Accomodati pure.

Entra se vuoi.

Sai che al momento opportuno

succede sempre l’inizio di un nuovo niente.

Tutto deve ancora venire.

E’ stato soltanto un attimo bello.

Resta di stucco, è un barbatrucco!

Cosa vuoi aver rovinato tu?

Magari fossi capace di qualcosa.

Posso capire che è troppo presto,

ma in ogni modo il tempo è soltanto il tempo

e se io mi avvicino

e tu ti irrigidisci,

beh,

allora, sai, vai pure a cagare!

Io capisco e ho sempre capito,

non mi allarmo più,

sono abituata a intrallazzare con gli impotenti.

Ti sto un po’ dietro,

solo un po’,

perché non ho premura

ma ho soltanto premure per te.

Io non sogno più.

Ricordo solo un commercialista

pieno di soldi in tasca

e senza potere tra le cosce.

Io,

così contraria ad accumulare sesso in banca,

io non ammucchio denaro per gli strozzini legalizzati,

io investo i miei miseri soldi,

pochi e maledetti,

soltanto su me stessa.

Non sono una formichina,

né una cicala puttana

o una gatta in calore.

I significati sono diversi.

Chi capitalizza il sesso,

non si sente sicuro sul suo conto corrente.

In famiglia?

Tutto bene.

Grazie.

Tu sai già delle lune paterne

e delle paturnie chiuse in isolamento coatto nel cervello di mia madre.

Lui?

E’ un grosso maleducato!

Non farci caso,

non sa comportarsi in maniera civile.

E mentre tutto passa,

io ancora m’interrogo

sul perché non ti ho dato il benservito ieri sera.

Avevo altri pensieri in giro per la testa

e tanta voglia di paranoia.

Tutto bene sul lavoro?

Si vivacchia e i debiti avanzano,

ma domenica farò fronte dignitosamente

all’impegno a suo tempo contratto con le banche e con i miei genitori.

Io, invece, metto via e metto via,

sai,

non voglio trovarmi con il culo per terra.

Vedremo, caro signore, vedremo.

Io, intanto, vado.

Lei resti pure qui da solo

sotto l’insegna luminosa “da Gennaro”,

perché le fa solo bene.

Le fa solo bene restare da solo, mi creda.

LA “COSA” PARLA 7

LAMENTO IN PAROLE

L’invidia,

che lucida traspare dai tuoi occhi,

mi costringe ad abortire tutta l’aggressività maturata nel granaio,

quando m’ingravidavi di odio.

Adesso non riesco più a lasciarti.

Non vedo il come e non capisco il perché.

E allora io fingo di andar via,

correndo incontro a un genitore geloso,

un uomo che oggi si pensa cornuto

e che dentro lo è stato sempre,

specialmente da quando ha visto sua madre

appartarsi con suo padre nel granaio e con fare sospetto.

Io minaccio

e inutilmente agito le mani contro la tabuica violenza

consumata sui bambini e sulle donne,

giustificata dall’arteriosclerosi culturale

che irrigidisce i flussi e i riflussi sanguigni,

più che storici,

i corsi e i ricorsi storici,

più che sanguigni.

Gradisce la merda marrone o il sangue rosso?

Nessuno consola ormai la mia angoscia di morte,

eccezion fatta per qualche generoso farmaco,

il Prozac,

un ammorbidente come il Vernel,

che si concede alla mia sfrenata voglia di uccidere la coscienza.

Io non posso picchiarti perché sei mio padre.

E allora?

E allora io me ne vado.

Come saresti cambiato ai miei occhi,

se nel fienile,

invece di consumarti in lacrime di sangue

e nel disprezzo di una moglie puttana,

mi avessi insegnato a non fuggire di fronte a quel povero niente

che, quando arriva, ti opprime e ti riempie di calma,

quella dolce sensazione di ristagnare in un putrido letamaio

tra pantegane e sordi rancori,

anch’essi abbandonati a marcire al sole e alla pioggia.

Perché mi metti tra te e lei?

E io?

Io chi sono?

Leggera e insostenibile è la leggerezza del mio “non essere”.

Io sono Nessuno

e non ho niente da spartire con Ulisse e Polifemo.

Di certo potrei essere Qualcuno,

sconosciuto a me stesso

e alle mie brame sessuali represse,

sublimate in una dolce astinenza,

contorte e bombate

come le sbarre di ferro di una ringhiera araba

esposta nel balcone di una strada di Siviglia

al sole e alla pioggia,

allo scirocco e al maestrale,

un orgoglioso prodotto di mani esperte

buono anche per la ruggine.

I pretesi fatti e misfatti sono una mistica utopia,

simile alla mia sbandierata aggressività

che non trovo al momento opportuno

dentro i calzoni per l’assalto alla donna,

un’aggressività che sa di ascesi e di castrazione,

di complesso edipico e d’identificazione mancata.

Ah, se potessi tornare indietro,

piccolo e docile,

senza prepotenza, senza risoluzione e senza calcolo!

E invece mi ritrovo solo e isolato,

eccentrico e illuso artefice di me stesso,

decorato alla memoria

nel “carpe diem” di tanto disagio.

Io mi ritrovo in uno stato depressivo di cose.

Scaricherei aggressività alla fine,

alla fine di un ciclo dove primeggia il padre

e le assurde idee di un dominio ineluttabile,

di una cultura ineludibile,

che vola a bassa quota e scarica merda sui figli.

La crisi preme e s’insinua in ogni piega

per possedere tutti.

Io non l’ho riconosciuta e non l’ho superata.

Chi colpirà adesso?

Non trovo capitali da investire in banca e in borsa.

La libido del mercato è osteggiata dalla polizia

secondo le norme acritiche di una legge nefasta

che mi vuole amico e nemico,

alleato e avversario di mio padre

e di una parte di me stesso.

In base alla distruttive coordinate di uno spirito oppositivo

io avanzo e indietreggio,

progredisco e regredisco,

aumento e diminuisco,

affermo e nego il mio stesso essere in un gratificante dilemma.

Ah se riuscissi ad aggredire!

Forse starei bene nel distruggere Qualcuno.

Io non so chi tu sia, o anonimo Qualcuno,

ma stasera vorrei vedere i tuoi occhi riflessi nei miei,

occhi sicuri della caduta degli dei

e allora qualcosa di nuovo potrebbe finalmente accadere.

Io non ti cercherò nelle pagine gialle

o nelle grigie profezie di Nostradamus,

l’impostore e il visionario,

il compiaciuto evocatore di tormenti per gli uomini,

il brutto e vecchio sadomaso privo di voglie.

Io voglio andare al “dunque” della mia conoscenza,

alla fonte della mia aggressività,

una forza inespressa in un uccello che non canta

e in altre piccole cose

che ributtano a pollone da una oscura sorgente.

Sento che la mia sana aggressività si è occultata

in un periodo della mia vita,

in un tempo gravido di eternità,

quando mio padre mi parlava dei suoi cinquanta logori anni

e li metteva in fila di fronte a me insieme alle sue corna

come tanti sassolini sulla sabbia

alla ricerca di un Pitagora orgoglioso di sé e della sua geometria

o di un Archimede che grida per l’ultima volta il suo “eureka”

mentre un vile soldato trafigge il suo corpo in un impari faccia a faccia,

l’uno armato di fisica e l’altro di gladio.

Ma cosa poteva fare un bambino?

Come poteva aiutarti tuo figlio?

Adesso, per sopravvivere, mi tocca infilzare il mio nemico

sulle tracce consumate di atavici sentieri,

tracce non annientate dal tempo

e proiettate nello spazio infinito di un cielo stellato in una notte d’agosto.

Finalmente potrò riposare dentro una città o dentro un palazzo,

libero di me stesso,

libero e felice nella mia casa psichica.

Io esco fuori e sono felice di poterti distruggere.

Io mi chiamo David

e vivo in umiltà con me stesso e con il mondo.

Io sono una sola cosa con me stesso,

un’unità con l’esterno e con l’interno.

Felicità è la conoscenza di Dio

esperita tra le candele di una splendida chiesa barocca.

Io non sono felice,

il mio Io è diviso dalla creazione del mondo

ed elabora sempre ambigue strategie psico-politiche.

Io devo combattere per inerzia,

altrimenti non so cosa fare di un’aggressività banale

che oltretutto non possiedo nella radice.

Attendendo il nemico,

farò una passeggiata lungo il Piave,

accontentandomi del cadavere di un qualsiasi imbecille,

curando di non assorbire nelle mie vene

l’urina ancora fresca di una pantegana

che spappola il pancreas e il fegato degli incauti pescatori

di povere trote e non di uomini.

E io guardo,

io intanto guardo le coppiette vezzose di sesso dietro i salici

senza trovare la forza d’inventare un progetto tutto mio.

Da buon guardone,

di questa scena farò un quadro a olio.

Ci metterò un bambino e una fontana,

quel drago e quella strega

che non ho mai provato a combattere

per sentirmi vivo.

In una surreale fantasmagoria di simboli

illuminata di presente e di passato,

di presente e di futuro,

io,

io resto ancora tenacemente prigioniero di un indefinibile “non saprei”.

LA MATRIARCA

RIFLESSIONI E APPROFONDIMENTI SUL SOGNO DI SIMONE

PSICOLOGIA PROFONDA DELLA MATRIARCA

In principio era la Madre: matriarcato.

La “matriarca” è quella “madre” che vive e ritiene il figlio una sua proprietà e tende a rafforzarne la dipendenza anche in maniera subdola e sofisticata, esercitando un “potere” assoluto di vita e di morte. La psicodinamica profonda della “matriarca” è basata sui processi psichici di difesa dall’angoscia della “regressione” e della “fissazione” alla posizione “orale”, alla dimensione affettiva primaria e all’angoscia della perdita. Questa operazione è dettata dal bisogno della “matriarca” di non incorrere nelle spire della “depressione severa”, con la perdita di senso e di significato della vita e del vivere, con la perdita di ruolo, di mansione e di riconoscimento. All’angoscia di perdita la “matriarca” reagisce con il meccanismo primario della “conversione nell’opposto” ed esibisce l’acquisto massimo di potere sui figli e sul figlio unico in maniera elettiva. Si ricostituisce la sacra diade “madre-figlio” delle religiose pitture in maniera esasperata e in relazione complementare. La maternità della “matriarca” si esalta in una psicoterapia autogena e si sviluppa in funzione del benessere psicofisico della “madre”. Il “figlio” è l’oggetto terapeutico, lo strumento su cui convogliare le proprie angosce di abbandono e solitudine, di perdita e di frammentazione. Il “figlio” è “l’organon” della catarsi della “madre”. Tramite il possesso e la gestione del “figlio” la “madre” degenera in “matriarca” e disconosce l’altro da sé, offrendosi a se stessa e agli altri come in uno stato perpetuo di gravidanza: il “figlio” è nel suo corpo, è una parte del suo corpo. Il suo corpo comprende il “figlio”. La “matriarca” non lo concepisce fuori di lei e, tanto meno, dalla sua orbita. Il corpo si è dilatato e abbraccia il “figlio” e, di conseguenza, la sua gestione psicofisica. La “matriarca” non investe nel “figlio” la “libido genitale”, quella che riconosce l’altro da sé e investe la giusta “libido”, quella che ama il figlio senza alcun bisogno di possesso del corpo e di coartazione della coscienza. La “matriarca” è una madre “regredita” e “fissata” nella “posizione psichica orale” e investe nella relazione questa qualità di “libido”, oltremodo affettiva e sensibile alla perdita, depressiva per l’appunto. La “matriarca” è attaccata all’oggetto della sua salute psichica e del suo equilibrio organico al punto di non riconoscerlo come esterno e di incorporarlo magicamente come si usa fare nei rituali sacri a base orale: Eucaristia. La oro-incorporazione del “figlio” allevierà magicamente le angosce depressive della “matriarca” attraverso il rituale della fagocitazione. L’investimento “genitale” non è contemplato dalla “madre” degenerata in “matriarca” e il suo comportamento psicofisico viene contrabbandato come l’esempio vivente del grande amore materno. La morte in vita del “figlio” si sublima nell’orgoglio della madre per quel che riguarda gli affetti e i sentimenti. La “matriarca” opera per difesa un contenimento del suo “nucleo psichico depressivo”, elaborato e incamerato nella sua prima infanzia, con il vissuto possessivo del “figlio”, proprio traslando nel “figlio” il nucleo, la sua potenziale depressione, e controllando il nucleo attraverso la gestione del “figlio”. Quest’ultimo non è vissuto come “figlio”, ma come la stessa angoscia di perdita, per cui la “matriarca” deve manipolarlo per sentirsi viva e in equilibrio psicofisico. La “matriarca” è l’esempio vivente e in esercizio dell’immaturità psichica di quelle madri che non hanno portato avanti la giusta evoluzione e sono rimaste ancorate alla prima “posizione”, quella “orale” della loro dipendenza dalla loro madre e da lì non si sono spostate nonostante lo scorrere del tempo e delle esperienze. I “processi psichici di difesa” dall’angoscia della “regressione e della “fissazione” fungono al massimo per la necessità e l’impellenza psicofisiche. Questa forma di immaturità va al di là dell’età anagrafica dell’attrice protagonista, la “madre”. E’ possibile, infatti, ad esempio presso le culture dei nomadi Sinti, che una ragazzina diventi madre a quattordici anni e investa sul figlio “libido genitale”. E’ altrettanto possibile nella cultura occidentale che una donna diventi madre a quarantanni e investa sul figlio “libido orale”. La prima ha evoluto la sua formazione psichica e viaggia di conseguenza verso la migliore relazione possibile con il figlio, la seconda è rimasta “fissata” alla “posizione orale” e fugge dalla depressione incombente controllando l’angoscia collegata e “traslandola” nel possesso e nella tirannica gestione del “figlio”.

E per quest’ultimo quali prospettive psichiche si aprono?

Il “figlio” attivo della “matriarca”, secondo i naturali parametri psicologici, si può ribellare alla “madre” scegliendo la sua autonomia psicofisica nel momento opportuno della sua crescita evolutiva e quando il danno psichico ed esistenziale in lui si fa manifesto. Deve progressivamente rifiutare di essere gestito dai voleri impetuosi e dai bisogni ricattatori della “madre” proprio stimandone la motivazione di fondo, la depressione latente e la difesa dall’emersione dei sintomi. Questa pacata e progressiva “ribellione” del figlio deve essere sempre controllata nei risvolti profondi, perché può produrre sensi di colpa e conseguenti espiazioni nei sintomi psicosomatici delle crisi di timor panico. Il cammino esistenziale del “figlio” attivo della “matriarca” si risolve benignamente nell’adozione della madre e nella devota cura della sindrome depressiva in agguato attraverso la presenza e la fermezza.

Se il “figlio” soccombe ai bisogni “orali” della “matriarca”, resta vittima vita natural durante e deve abdicare alla realizzazione personale e sociale. Il “figlio” passivo della “matriarca” non matura, come la madre, la “libido genitale” e, quindi, spesso non forma una famiglia. E’ cresciuto tra le angosce della madre ed è stato da lei manipolato per fini terapeutici di contenimento psichico del suo nucleo depressivo “orale”, quello severo. Questa soccombenza del “figlio” culmina nella morte della “madre” e prosegue nella progressiva esaltazione del nucleo depressivo, del figlio s’intende, fino all’esplosione della sindrome depressiva. Il “figlio” non ha il contenimento del suo nucleo in un “figlio”, per cui la catena, “coazione a ripetere”, si interrompe e l’isolamento e la solitudine prendono il sopravvento psicologico manifestandosi in uno stato depressivo da incapacità di investimenti di “libido genitale” e da esplosione dei bisogni “orali” di affetto e di protezione. Il “figlio” della “matriarca” rimane sempre “figlio” anche in assenza della “madre”. Oltretutto, il legame è rafforzato dalla psicodinamica della “posizione edipica” che la “madre” ha oltremodo fomentato con il suo attaccamento morboso al “figlio” e da quest’ultimo equivocato anche come relazione d’amore sublimata.

Questo quadro si spiega in assenza psichica della figura paterna ed è riferito espressamente al “figlio” e possibilmente unico.

Per quanto riguarda la “figlia”, la psicodinamica istruita dalla “madre matriarca” si diversifica notevolmente a causa della “posizione edipica” e dei vissuti di rivalità e di identificazione che scatenano nella “figlia” il bisogno di autonomia psicofisica.

Adduco qualche nota culturale antropologica traendola dalla mia infanzia vissuta a Siracusa.

Nella prima metà del Novecento la primogenita era destinata culturalmente all’accudimento dei genitori nella loro vecchiaia, mentre per il “figlio” si apriva la necessità del mantenimento materiale e finanziario dei genitori.

Ricordo che i primi tatuaggi avvenivano in carcere ed era privilegiata la scritta “AMO MAMMA”.

Ricordo ancora che il carcerato teneva esclusivamente al perdono della mamma e non dello Stato.

Le canzoni popolari e dialettali avevano questo tipo di richiesta verso la figura materna, a testimonianza della polivalenza psichica e simbolica della “Madre” archetipo e della “madre” reale anche se non necessariamente “matriarca”.

Ricordo ancora che quest’ultima è limitrofa e contigua alla classica “parte negativa” del “fantasma della madre”, la rappresentazione infantile della figura materna che il bambino opera attraverso il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “splitting” o “scissione delle imago”. Nel caso della “matriarca” si è verificato un passaggio naturale dalla rappresentazione infantile, parte negativa del fantasma della madre, alla realtà e alla concretezza delle azioni e dei fatti. Il materiale psichico, elaborato autonomamente dalla bambina nei primi sei mesi di vita, ha visto la luce per la mancata evoluzione psichica e per la costante minaccia della depressione severa.

Va da sé che la psicopatologia depressiva ha le sue radici nella “posizione psichica orale”, nei vissuti fantasmici del primo anno di vita e nella loro mancata evoluzione, per cui si struttura il “nucleo” depressivo che nel tempo può esplodere con la sintomatologia. La “regressione” e la “fissazione” sono difese dall’angoscia, contengono il malessere anche spostando gli investimenti nel figlio. E’ questa la psicoterapia autogena della “matriarca”.