LE BALENE

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di essere in riva al mare insieme a dei conoscenti che, ad un certo punto, decidono di tuffarsi in acqua senza alcun timore, per raggiungere la sponda opposta di quello che mi sembra la foce di un fiume.

Il mare è molto mosso e il vento è forte.

Io non mi fido a tuffarmi anche perché ci sono molte balene che saltano nell’acqua impetuosa e che mi fanno paura temendo di essere mangiata.

Ritengo possibile raggiungere l’altra sponda camminando lungo la spiaggia, ma arrivata ad una curva rocciosa, il vento mi spinge indietro con alti spruzzi d’acqua.

Desisto e dopo non molto, il tempo migliora, il cielo è blu, il sole splende e il mare calmissimo. A quel punto non sento più l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda.”

Moby Dick

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in riva al mare insieme a dei conoscenti che, ad un certo punto, decidono di tuffarsi in acqua senza alcun timore, per raggiungere la sponda opposta di quello che mi sembra la foce di un fiume.”

Siamo in famiglia e ci troviamo di fronte all’avvenire: “in riva al mare”. I “conoscenti” sono i familiari, per l’appunto. Si vive e si va avanti nella vita con la ricerca coraggiosa di mete agognate, con la forza della giovinezza e il sostegno della famiglia.

Tuffarsi in acqua” si traduce in un coinvolgimento esistenziale fatto di consapevolezza e non di pulsioni inconsce: esserci ed essere sul pezzo anche se questo “tuffarsi in acqua” evoca la figura materna.

La foce di un fiume” significa la parte finale di un percorso e di un cammino operativo, il traguardo di tanti sforzi, ma include anche l’ultima fase del parto e la nascita, l’emancipazione della figlia Moby dalla augusta genitrice.

TRADUZIONE ESTETICA

Mi tufferò in acqua senza alcun timore

insieme a voi,

fratelli e sorelle,

insieme a tutti i nati da madre.

Non avrò paura di annegare,

non sarò fagocitata da colei che mi ha liberata

e da cui mi sono staccata,

non sarò divorata dal nulla inconsapevole ed eterno,

questo mare che tutto bolle e ribolle

o che sta fermo sulla linea dell’orizzonte.

Torno indietro e rivivo mia madre.

Sono cresciuta e sono grande.

Conosco bene mia madre

e saprò anche liberarmi del suo abbraccio fatale,

dalle sue ansie e dalle sue angosce.

Mia madre è importante,

come tutte le madri per tutti i figli.

Il mare è molto mosso e il vento è forte.”

La vita e il vivere si traducono in forti emozioni e impetuosi sentimenti che rasentano lo stordimento e richiedono tanta forza per essere affrontati.

TRADUZIONE ESTETICA

Sul mare non luccica l’astro d’argento,

né placida è l’onda,

né prospero è il vento.

La donna sente dentro,

la donna sente fuori,

la donna si perde nel turbinio dei sensi

insieme alla vita che le scorre vitale

e non è mai appagata in questa ricerca

di una se stessa che è mare,

di una se stessa che è vento.

Portami via con te, o mare, o vento!

Datemi l’ebbrezza di una giornata felice

a bordo dei miei sensi e dei miei sentimenti.

Io non mi fido a tuffarmi anche perché ci sono molte balene che saltano nell’acqua impetuosa e che mi fanno paura temendo di essere mangiata.”

Moby non si lascia andare alle sue emozioni e non si affida alle sue tempeste emotive, perché Moby non si affida alle madri che nuotano nel mare della vita e delle gravidanze. Moby ha paura di essere fagocitata dalla madre, ha bisogno di essere protetta dalla madre, desidera essere nel grembo materno. Moby svela il possessivismo materno che l’ha connotata nella sua esistenza e il suo travaglio a liberarsi dalla madre e dal suo mondo incantato fatto di favole e di regressioni. Moby ha paura della madre e di essere madre. Troppo tormento, troppa tempesta, troppe competizioni e Moby ha timore, è timida, è gentile, è umile, è piccola, è all’erta con le novità repentine.

TRADUZIONE ESTETICA

Madre della terra,

o madre mia carnale,

che vai nuda e sicura con le altre madri

incontro alle tempeste della vita di donna,

vergine di umiltà,

ricca di possesso e potere,

o mamma mia di sempre,

prenditi cura di me

che non so ancora nuotare,

che non so ancora salire le cime tempestose

che portano nel fondo del mare,

di quel mare,

di questo mare,

gli oceani interiori che ribollono dentro fragili e forti membra,

fragili di affanni,

forti di tenacia.

Di sale brilli nell’altare,

di sale il tuo pane sapeva

quando eri stanca di essere madre.

Tienimi con te,

mettimi dentro di te,

nel tuo ventre ampio e calorosamente caldo

che un giorno mi ha visto con te.

Proteggimi dal bene infido

e dammi la forza

di non cedere alle lusinghe del destino infame.

Fa’ che io sia padrona

del mio incedere elegante

in questa sfilata della vita che scorre

anche sui marciapiedi della graziosa cittadina

che mi vide timorosa

e oggi mi scopre civetta.

Ritengo possibile raggiungere l’altra sponda camminando lungo la spiaggia, ma arrivata ad una curva rocciosa, il vento mi spinge indietro con alti spruzzi d’acqua.”

La dialettica psichica della diade “madre-figlia” è aspra e la libertà è lontana vista dalla spiaggia, non è lineare, il conflitto è acceso e il vento spinge a regredire con forti prepotenze materne. La figlia è entrata in conflitto con la madre: “posizione psichica edipica”. Tutto è normale e come da copione, ma la “curva rocciosa” attesta di forti ostacoli intercorsi e interposti nella liquidazione della conflittualità con la madre. Moby ha tanto sofferto per le irruenze emotive e sentimentali vissute durante la sua psicodinamica con la madre e di riferimento con il padre, per cui “l‘altra sponda” non è stata di facile approdo, in special modo per via agevole: “camminando lungo la spiaggia”.

TRADUZIONE ESTETICA

Vento,

ancora il vento mi porta l’odore acre della competizione,

ancora una spiaggia si allontana dai miei occhi ingenui

e ancora il mare mugugna e muggisce

in tanta tempesta dei sensi e degli umori.

Quanta necessità sofferta per far crescere la libertà dentro!

Mamma,

mormora la bambina,

mentre pieni di pianto gli occhi,

per la tua piccolina non compri mai balocchi,

mamma tu compri soltanto le ciprie per te.

Colonie aromatiche della compagnia delle Indie

per una donna d’alta classe,

una boccetta di chopard casmir

per la signorina che verrà,

una bambolina di pezza ruvida con diadema di perle marine

per il regno fantasioso

di una principessa minore e del suo re maggiore.

Desisto e dopo non molto, il tempo migliora, il cielo è blu, il sole splende e il mare calmissimo. A quel punto non sento più l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda.”

L’altra sponda” è la libertà dopo la guerra, dopo il conflitto, dopo la sofferenza acuta di rinunciare a un pezzo di radice. La vera e veritiera “altra sponda” è l’autonomia psicofisica, il fare legge a se stessa nel corpo e nella mente, la soluzione delle pendenze edipiche, lo scioglimento dei nodi marinari che tenevano attraccata la barca al molo. Moby mostra a se stessa con il suo sogno la psico-dialettica che ha vissuto e le psicodinamiche che ha istruito per la risoluzione del suo “complesso di Edipo”, tappa che l’ha particolarmente attratta per la figura femminile della madre, fascinosa e misterica nel suo essere l’origine della sua esistenza.

Desisto”, posizione psicologica buddista, non mi coinvolgo, mi lascio andare, cesso di combattere, apatia stoica di chi conosce il vero, latino “de-sisto”, mi colloco da una parte in un’altra parte. Questo verbo così chiaro è altrettanto profondo e ricco di implicazioni mistiche, culturali, religiose, filosofiche, semiologiche e tanto altro. In un semplice “desisto” sono condensati l’approdo e la ricerca ulteriore della verità personale, figlia di quella Verità collettiva e assoluta che non si nasconde più all’occhio smagato e all’intelletto libero di chi ha tanto cercato e finalmente trovato dopo tanto cammino, come Moby.

Il tempo migliora” si traduce sto crescendo e sto risolvendo le mie dipendenze e pendenze, edipiche nel nostro caso, sto maturando e anche l’umore si assesta in una dimensione psichica matura.

Il cielo è blu”, tutto è più tranquillo in me e fuori di me, “sublimo” l’angoscia con la migliore consapevolezza, ho collocato i miei valori in un luogo superiore e le mie verità al di là di ogni discussione logora e logorante, insomma mi sono liberata del “fantasma” materno e adesso mi sento compatta.

Il sole splende”, la luce della ragione illumina il camino della vita e dell’azione, la consapevolezza si è estesa al “senso di sé” ed è diventata autocoscienza, “sapere di sé. “Cogito ergo sum” e sono cartesianamente una persona pensante e fattiva, associo il pensiero all’azione come la Storia di Benedetto Croce, insomma, procedo nell’esistenza con lo strumento della Ragione e del Sapere.

Il mare calmissimo” contiene una forma di atarassia, di assenza di angoscia, di apatia stoica che, non è caduta della vitalità emotiva e sentimentale, bensì padronanza di sé tramite la “coscienza di sé”, ampliamento del “sensus sui”, maturazione della persona e della personalità, compattezza psichica. Il “mare” è simbolo dell’inconscio vitalistico e neurovegetativo, oltre che dell’esistenza.

E’ giusto e sacrosanto che, a questo punto, Moby non senta il bisogno e “l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda”, la madre o un altro traguardo, il padre o un altro obiettivo.

Sembra rinuncia e rassegnazione e invece è la rappresentazione in sogno della SAGGEZZA, della “sapientia sui”. Moby non è approdata nell’altra sponda, ma è approdata nel suo porto. Adesso l’angoscia della perdita è appagata e automaticamente scomparsa. Nulla chiede in Moby di sopravvivere, tutto chiede di vivere.

TRADUZIONE ESTETICA

Desisto,

mi colloco altrove,

atarassia,

il senza angoscia,

la cura di Franco,

un disco,

un quarantacinque giri di allora,

di quando ero una ragazzina tutta madre e tutta chiesa,

niente casa del popolo,

così come voleva la mamma,

la mia balena,

la saggezza è sapore di sale,

non quello altrui,

è il mio sale,

il mio sale in zucca,

il mio mare salato,

mare immenso e salato,

mare e marosi,

io so di me,

io finalmente so di me,

tu, o mare, non mi agiti

perché non sei agitato,

sei ammarato nella marina,

mentre il tempo soffia sulle vetuste scene

dei teatri antichi e greci,

quando si recita il soggetto di Edipo,

l’uomo dai piedi ritorti,

figlio del mare e della luna,

figlio di Laio e Giocasta,

figlio delle stelle di Tebe,

solo in un quadrivio all’europea

con precedenza a destra e a sinistra,

comme vous voulez,

sotto questo cielo intirizzito dall’incesto,

stupito e stupefatto dalle donne dionisiache

che in corteo sbranano il capretto

secondo la sanguinolenta processione del fine settimana,

sempre sotto il sole

che di lassù dice

e afferma che è di tutti

e appartiene anche a te,

anche a noi,

come la strada che mi porta da te

e mi allontana dalla madre,

dalla balena,

dal mare.

La sponda fa da sponda,

poi non serve.

Grazie madre!

Io non gioco più al biliardo

nella solita sala del monte di Belluno.

A FILOMENA

Mia cara madre,

oggi ti scrivo questa lettera

che non riceverai mai,

che non potrai leggere,

che non ti commuoverà,

ma sono sicura

che in qualche modo ti farà bene

nelle tue perenni regioni celesti,

lontana dai torsoli e dal sangue,

lontana dalle miserie umane,

così come ha fatto fa tanto bene a me

prendere la penna

e buttare le mie semplici parole

su questo foglio bianco di carta.

Finalmente faccio

quello che non sono riuscita a fare

nella mia vita vissuta a fianco a te,

parlare vero e sincero,

parlare d’amore con te,

non un parlare a vanvera o del più e del meno,

un parlare di noi due,

di una madre e di una figlia

che si sono tanto cercate e amate

senza mai apertamente dirlo,

parlare di me,

di una figlia che non è riuscita

a regalarti tutte le parole dei suoi sentimenti,

delle sue emozioni,

delle sue paure,

dei suoi desideri,

delle sue vergogne,

delle sue vittorie,

delle sue sconfitte,

una figlia che non è riuscita a dire di sé

e che, adesso che non ci sei più,

di notte ti sogna nelle altre persone,

di giorno ti cerca tra la gente

perché finalmente è sicura

di quanto ci siamo volute bene

e capisce

perché allora ci siamo tenute a vista

con il pudore e il rispetto.

Oggi finalmente io trovo le parole

per dire quanto ti ho amato,

oggi finalmente trovo la forza

per gridare a te quanto mi manchi

e quanto mi manchi ogni sera prima di addormentarmi

ricordando

quando da bambina volevo sulla mia testa la tua mano,

quella mano che ho sentito tante volte

e quelle volte non erano mai troppe,

quella mano che ho sempre ricordato nei momenti difficili.

La vita è stata severa con te

quand’eri bambina,

la guerra,

la fame,

la lontananza,

la solitudine,

ma ti ha regalato la forza

di portare avanti la famiglia con il tuo lavoro

e di fare studiare quattro figli così diversi e così belli,

come siamo ancora noi,

i tuoi figli rimasti quaggiù

che di notte guardano le stesse stelle nel cielo

con gli occhi rivolti all’insù

nella ricerca del tuo dolce viso.

 

Salvatore Vallone

 

compose e pose per l’eroica Filomena e a sollievo della dolce Chiara

in Carancino di Belvedere,

il giorno 05, del mese di Gennaio, dell’anno 2023



DI MADRE IN FIGLIA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato una mia cara zia. Era sorridente. Si trovava nella casa dove prima abitavo con la mia famiglia. Era di sera e nella casa c’era la luce accesa.

La casa era pulita e in ordine. Si vedeva che la zia stava bene, come quando veniva a trovarci e sorrideva contenta.

Passavo da lì con i miei figli piccoli e, come se la casa fosse a pianterreno, guardavo attraverso i vetri della finestra.

Allora raccontavo ai miei figli che io in quella casa ci abitavo da piccola.

La zia mi vedeva e apriva e io facevo notare ai miei figli come allora vivevamo in una casa così piccola.

Poi su un tavolo vedevo in una cesta tanti sacchetti da sposa con dei nastrini e fiorellini, alcuni erano un po’ aperti e altri chiusi, e pensavo che fossero quelli del matrimonio di mia figlia.

Il pavimento della stanzetta era lucido e pulito, non vedevo il letto e c’erano delle piante ben curate e messe vicino a questo tavolo.”

Sofia

P.S.

Ricordo che qualche giorno prima io e i miei cugini abbiamo pagato al Comune la tassa per evitare al feretro della zia lo sfratto dal loculo in cui riposa da più di venticinque anni.

CONSIDERAZIONE

L’ultima notizia di Sofia necessita di una severa riflessione.

La “Pietas” è morta.

Il sentimento di appartenenza alla famiglia umana è stato ucciso dalla trista e fredda amministrazione comunale. Il culto dei morti è vivo nei cuori dei sopravvissuti, ma non è contemplato negli aridi verbali delle istituzioni. Per fare cassa il sindaco e il consiglio comunale hanno imposto una sostanziosa tassa per prolungare la permanenza dei resti del defunto agli occhi e alla memoria dei posteri, pena lo smaltimento delle ossa e delle ceneri in un anonimo ossario. E così, i nipoti hanno versato il freddo denaro per consentire alla zia di essere ancora ricordata tramite il luogo e lo spazio occupato in cimitero e regolarmente pagato. Questo generoso e nobile riscatto dei familiari è ispirato a quella “Pietas” di cui dicevo in precedenza, quel sentimento che nella mitologia greca spingeva il giovane Enea a caricarsi sulle spalle il vecchio padre Anchise e a salvarlo dalle ceneri di Troia e dall’ira veemente dei Greci. Enea non salvava soltanto il corpo di Anchise dalla sicura morte, Enea riconosceva e onorava le sue radici ancora vive e visibili e le portava in salvo per onorarle a favore della sua identità psicofisica, culturale e civile. Il sentimento della “Pietas” e il culto della memoria tramite i defunti si attestano nel rafforzamento della nostra identità e della nostra storia: noi siamo i nipoti della zia e apparteniamo a quella famiglia da cui traiamo i connotati organici, psichici e culturali.

Questo discorso non fa una grinza, ma non si conclude con la tristezza e la rabbia di un Comune inumanamente balordo che per sanare il bilancio impone le tasse sulle tombe, semplicemente si allarga nell’interiorità di ogni nipote che ha avuto modo tramite questo stimolo di riesumare i propri contenuti psichici in riguardo alla famiglia e nello specifico alle figure genitoriali. Il fatto storico e concreto di sanare un freddo debito con il potere politico e amministrativo scatena la tematica dell’identità psichica di ogni nipote e i meccanismi dell’identificazione messi in atto per la propria formazione evolutiva e per la propria “organizzazione psichica reattiva” o struttura. Sofia ha sognato di sé e della sua formazione in netto riferimento alla figura materna e alla maternità. Il sogno è interessato fortunatamente non alle beghe politiche, ma alle psicodinamiche umane anche belle e piacevoli e non sempre travagliate.

INTERPRETAZIONE

Ho sognato una mia cara zia. Era sorridente. Si trovava nella casa dove prima abitavo con la mia famiglia. Era di sera e nella casa c’era la luce accesa.”

Sofia ha “spostato” o “traslato” nella “cara zia” la figura materna con tutto il carico di vissuti che ha contraddistinto la sua formazione e la sua evoluzione durante l’infanzia e l’adolescenza. L’essere “sorridente” conferma la bontà del vissuto e la bellezza della relazione “madre-figlia”, nonché l’assenza di sensi di colpa. La “casa” è il simbolo della nostra “casa psichica”, della nostra “organizzazione psichica”, della nostra struttura formativa ed evolutiva. Sofia sognando precisa che il materiale prodotto la riguarda in prima persona, la sua “famiglia”. In quella casa e con quella famiglia sono cresciuta e mi sono formata. “Abitavo” dà proprio il senso della consistenza psicofisica e della pienezza della vita vissuta in quel contesto spaziale e temporale. “Era di sera” suggerisce uno stato crepuscolare della coscienza, ma questo obnubilamento viene ridimensionato dalla “luce accesa” ossia dalla presenza dell’Io e delle sue funzioni razionali. Sofia “sa di sé” e della sua storia, ha ben razionalizzato la sua infanzia e adolescenza e le psicodinamiche familiari.

Riepilogando: Sofia sogna la madre e il proficuo periodo dell’infanzia senza traumi e sensi di colpa. In sogno ha operato uno “spostamento” difensivo della figura materna nella “zia” per continuare a dormire e a sognare. La causa scatenante del sogno è stato l’evento storico del pagamento del canone cimiteriale a favore della salma della cara zia, familiare con cui condivideva la permanenza in un tempo diverso nella stessa casa.

La casa era pulita e in ordine. Si vedeva che la zia stava bene, come quando veniva a trovarci e sorrideva contenta.”

Come dicevo in precedenza, la relazione con la zia era di buona qualità e di buon spessore nella memoria storica di Sofia, ma il capoverso si traduce nel modo seguente: la relazione con mia madre è stata chiara e non presenta sensi di colpa, ”pulita e in ordine”. Inoltre, la vivevo bene e senza traumi e rancori, con pienezza di sensazioni e di sentimenti. Anche la sua morte non ha compromesso e alterato questo vissuto nei riguardi di mia madre. “Contenta” dà il senso della pienezza del vissuto amoroso e “sorrideva” attesta della bontà e della bellezza dell’esperienza di figlia. Sofia esterna un buon vissuto nei riguardi della madre, dimostra di rievocarla senza particolari angosce e di non avere resistenze psichiche nel far emergere i ricordi.

Passavo da lì con i miei figli piccoli e, come se la casa fosse a pianterreno, guardavo attraverso i vetri della finestra.”

Sofia rievoca in sogno la sua infanzia e si porta dietro l’infanzia dei suoi figli. Questo elemento è significativo perché, annullando la dimensione temporale, Sofia ha la possibilità di viversi in sogno simultaneamente come figlia e come madre. La “casa a pianterreno” conferma la realistica concretezza del vissuto nei riguardi della madre e della loro massiccia solidarietà in vita e in morte. La separazione tra figlia e madre consiste nei “vetri della finestra”, le due dimensioni sono descritte in maniera che la vicinanza non venga turbata, così come la distanza non venga annullata. Si tratta di un convivere figurato della vita e della morte, della relazione e della separazione, della presenza e dell’assenza. Sofia porta i figli dalla nonna e li informa sulla sua infanzia. L’amore materno coinvolge Sofia e i suoi figli, la prima con la madre defunta, i secondi con la madre viva. Il sogno di Sofia oscilla tra questi due piani, il fisico e il metafisico, il reale e il surreale a riprova che la funzione onirica viaggia in maniera autonoma dalla Ragione e dalla Realtà e grazie alla Fantasia riesce a creare quadretti estetici e fortemente suggestivi.

Allora raccontavo ai miei figli che io in quella casa ci abitavo da piccola.”

“Di madre in figlia”, Sofia figlia si racconta come madre ai figli, mostrando a se stessa il cammino esistenziale che si è snodato sotto i suoi passi e la formazione che si è data tramite quelle esperienze vissute “da piccola”. Sofia forma anche i figli comunicando la sua formazione e precisa loro che nella semplicità abitano i vissuti di una vita di bambina fortunatamente serena. Rivisitando i luoghi della sua infanzia, Sofia incontra la madre e mostra i suoi figli senza perdere l’occasione di essere “magistra” oltre che “mater”, proprio “raccontando” una metodologia psicoterapeutica che porta colei che parla, Sofia, alla presa di coscienza dei suoi vissuti e coloro che ascoltano, i figli, all’identificazione nella madre e nella famiglia. Sofia è una madre che ha dato ai figli anche il suo esempio, oltre che il suo insegnamento. Sofia in sogno gestisce la madre e i figli parlando di sé. Questa opportunità è legata alla figura della zia e alla disposizione fiscale del Comune in materia cimiteriale.

La zia mi vedeva e apriva e io facevo notare ai miei figli come allora vivevamo in una casa così piccola.”

Ritorna il concetto della semplicità formativa ed educativa, la modalità di vita e l’insegnamento dei genitori che dal poco hanno eretto un monumento più duraturo del bronzo: “io facevo notare ai miei figli”. Sofia mostra la sua empatia con la madre in “la zia mi vedeva e apriva”, evidenzia una relazione a filo doppio nel dare e nell’avere, del reciproco scambio e della reciproca comprensione: empatia e simpatia, ti sento dentro e sentiamo insieme. Sofia sottolinea ancora le virtù della modestia e della semplicità, nonché i valori della solidarietà e della vicinanza affettiva. Il detto popolare vuole che in una botte piccola ci sia sempre e soltanto del buon vino e che le cose piccole sono piene di sentimento; Sofia è una strenua seguace di questa filosofia collettiva. Sottolineo “mi vedeva e apriva” come i simboli portanti di un’esistenza equilibrata e solidale. Questo capoverso è pregno di affettività, senso e sentimento.

Poi su un tavolo vedevo in una cesta tanti sacchetti da sposa con dei nastrini e fiorellini, alcuni erano un po’ aperti e altri chiusi, e pensavo che fossero quelli del matrimonio di mia figlia.”

A questo punto il sogno di Sofia prende il volo e passa all’approfondimento della relazione con la figlia a confermare ancora una volta, qualora ce ne fosse bisogno, il titolo del sogno “di madre in figlia”. Dopo aver sviluppato la preziosa e semplice dialettica relazionale con la madre, Sofia svolge il suo vissuto verso la figlia adducendo una simbologia classicamente materna, come se consegnasse il testimone della maternità alla figlia dopo averlo ricevuto dalla madre in questa staffetta ontogenetica e filogenetica: origine di ciò che è e amore della specie o di ciò che è, entrambe le origini attribuite alla dea Madre e all’universo psicofisico femminile. Riepilogo e snodo il discorso simbolico del capoverso preso in considerazione. Sofia introduce due simboli classicamente femminili e materni, la “cesta” e i “sacchetti”, nonché la “sposa” e gli annessi e connessi estetici “dei nastrini e fiorellini”. L’esaltazione del grembo e della fecondazione si riscontra nell’evidenza della cesta che contiene i sacchetti, le uova pronte per essere fecondate e le uova ancora in via di maturazione e simbolo dell’abbondanza e della fertilità, la cornucopia della donna matura e pronta per essere fecondata, un discorso semplice e naturale che esclude fronzoli e ideologie. Il richiamo finale al matrimonio della figlia taglia la testa al povero toro per far pendere la bilancia sul tema archetipale della dea Madre, sulla condizione naturale della donna feconda, sullo schema culturale della verginità e dell’illibatezza, sul valore della fertilità nella coppia. “Di madre in figlia e di madre in figlia” è il titolo corretto e completo del sogno di Sofia. Sottolineo la delicatezza e la semplicità descrittiva dei quadretti che Sofia sognando riesce a elaborare, adducendo figure retoriche di massima divulgazione come le metafore della “cesta e dei sacchetti da sposa”.

Il pavimento della stanzetta era lucido e pulito, non vedevo il letto e c’erano delle piante ben curate e messe vicino a questo tavolo.”

Sofia ritorna alla “zia” ossia alla “madre” spostata nella “zia”, quella figura materna a cui ha donato con il pagamento del tributo la possibilità di memoria e di convivenza nel cuore e fuori dal cuore, in un cimitero amministrato da personaggi crudeli e senza sentimenti, dal mondo arido della politica e delle amministrazioni comunali. Sofia ripropone il suo vissuto sulla madre molto lindo ed esente da conflitti e sensi di colpa, la sua buona “razionalizzazione” della figura materna e del lutto legato immancabilmente alla perdita: “vedevo”. La dovizie di particolari simbolici come “le piante ben curate” e “il pavimento lucido e pulito della stanzetta” dimostrano quella vena realistica e concreta che ha fatto della semplicità psichica un modo di vivere e di affrontare la vita.

Il sogno di Sofia è un’esaltazione del sentimento universale della “Pietas”. Sofia nella sua individualità riconosce e onora la sua radice materna e a lei porta riconoscenza e devozione all’interno di una cornice didattica dell’amore materno rivolto alla figlia che va in matrimonio, quell’unione a cui la nonna non ha potuto assistere e partecipare. Anche questo non è un dolore di Sofia, ma una pacata riflessione. Degna di nota è la modalità di sognare nel suo essere positiva, lineare, semplice e modesta. Gli orpelli retorici e tronfi non rientrano nella psiche di Sofia e in special modo nella rievocazione della madre, così come, quando la madre era viva, le difese psichiche sono state ampiamente ridotte all’essenziale e hanno permesso a Sofia di essere autonoma e di eliminare il rischio di dipendere dalla figura materna.

Un ultimo ringraziamento va alle autorità comunali che hanno favorito con una tassa “impietosa” un così bel sogno e una altrettanto bella psicodinamica nella forma più naturale possibile.

E’ oltremodo doveroso un promemoria profetico per gli altri nipoti che hanno contribuito al pagamento del tributo. Anche voi avete sognato immancabilmente vostra madre nelle sfumature simboliche che hanno contraddistinto la personale relazione psichica con lei. Se non ve ne siete accorti, vuol dire che funzione simbolica del sogno ha ben coperto la figura materna e magari avete sognato una mucca al posto della mamma.

Bonne chance!

L’INCONTRO

Ho un corpo da usare senza grancassa.

Non voglio tacchi alti

che annuncino il mio arrivo.

A farti vedere che sono entrata,

ci penso io.

Lo sapremo noi due,

non ci serve la claque.

Non so ancora chi sei

mentre sei tra la folla,

ma saprò puntare il mio sguardo su di te.

Conosco bene il battere

e il levare del canto del gallo,

l’odore della carne di un uomo.

Nessun abito anticipa la femmina,

ti ho avvertito

che io sono il mio corpo.

Ma tu spogliami lo stesso,

perché mi piace essere spogliata

quando mi spogli.

Io sono la figlia di mezzo,

quella con i vestiti del primo,

nata e cresciuta nello spazio di condivisione e accettazione:

poche lagne e tante corse.

E tu mi dici che non devo correre?

Non mi è possibile,

sono spudorata,

ma per celia,

per piacere al padre nostro,

che non è nei cieli.

Papà, papà!

Lui non ha tempo per me,

ne ha avuto

quando è rimasto solo.

Allora sì,

prenditi cura di me,

fa’ tutto quello che puoi.

Sì,

lo farò,

è nella mia natura farlo,

mi hai programmata così,

sono la lavatrice che monda le tue colpe,

ora,

ora che non serve più,

non a me,

mai a me.

E tra un leggimi Pirandello

e due consigli lapidari su come accettare il rifiuto,

hai lasciato il tuo marchio nel mio petto valoroso,

dove batte per metà il tuo cuore spezzato.

Abbiamo riso,

assieme,

tanto.

Mi hai resa forte e vulnerabile.

Che bastardo!

Ma quello che sono è affar mio,

voltati,

Maestro,

guardami,

è Pentecoste tra breve,

abbiamo un po’ di tempo per parlare d’amore o per farlo,

che poi è la stessa cosa,

prima che scenda lo Spirito Santo in fiamme.

Ti leggerò ogni sera,

sarai il poeta immortale a cui confido i miei segreti,

conosci i passi incerti del mio incedere.

Le tue parole mi estasieranno ancora e ancora.

Hai sentito che hanno fotografato un buco nero?

Pensi che dentro si sentano cantare le sirene?

Incantami con i tuoi versi,

ho visto la luce gialla prepotente che assola la tua terra,

so cosa ti ha forgiato.

Non smetterò di correre,

ma questa volta prenderò il tuo posto

e mi legherò all’albero maestro

per non cedere alla lusinga infida della tua testa raffinata.

Sabina

Trento, 21, 11, 2018

MI PRESENTO MIA FIGLIA

TRAMA DEL SOGNO

 

Ieri notte ho sognato di essere incinta.

Non si vedeva ancora la pancia.

Il sentimento che provavo era di timore per la mia età avanzata, misto a gioia pensando che a settantasei anni avrei avuto una figlia ventenne che mi avrebbe amato e che avrei amato incondizionatamente.

Nel sogno ho pensato che non avrei avuto bisogno di nessun altro legame sentimentale.
Questa notte ho sognato di aver avuto una figlia femmina e avevo il dubbio se avvertire o meno il mio ex marito (che nella realtà non frequento da vent’anni!), considerato che ne era il padre, per poi decidere di non dirglielo visto che lui ha già un’altra figlia.”

Commossa

 

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

 

Ieri notte ho sognato di essere incinta.”

 

Commossa è piena di sé.

Commossa si è riempita da sola con un gesto salvifico di autoconservazione, di trasmissione di se stessa, di affidamento a se stessa, di sano narcisismo.

Commossa ha maturato un naturale “fantasma di morte”, uno di quelli evolutivi che fanno solo bene.

Magari dietro la spinta di questa emergenza tanatocratica ha riesumato dal Profondo psichico il suo vissuto di bambina sul distacco e sulla “fine senza un fine”, di poi ha rielaborato la sua “posizione genitale” sublimandola nella “libido narcisistica” sotto forma di amor proprio e di autonomia psicofisica.

Ripeto.

Essere incinta” è una “formazione reattiva” all’angoscia della morte e all’irrazionale fine di tutto che tanto piede hanno preso in questa nefasta contingenza psichica collettiva. Commossa ne approfitta e tira fuori il suo materiale psichico rimosso, ci mette del suo in un ambito squisitamente personale e privato.

 

Non si vedeva ancora la pancia.”

 

Non si vedeva ancora la pancia” semplicemente perché non è un fatto di “pancia”. E’ un fatto di testa, di crescita personale, di auto-ingravidamento da rigurgito narcisistico che finalmente trova la sua giusta dimensione psichica ed esistenziale. Commossa realizza quello che in passato non ha saputo rendere concreto, la sua emancipazione e la sua autonomia. La “pancia” è potere e, in primo luogo, potere interiore, di poi diventa potere sociale e politico. Questa “pancia” è filosoficamente, secondo Platone, un attributo neurovegetativo e si addice ai commercianti e ai crapuloni, ai materialisti e ai lussuriosi, a quelli che crescono nel loro psicosoma senza preferenze e tanto meno esclusioni, senza censure e moralismi. Insomma la “pancia” è un coefficiente psichico universale d’uguaglianza, il massimo della democrazia, lo strumento giusto e ineludibile del proprio potere su se stesso e sugli altri.

 

Il sentimento che provavo era di timore per la mia età avanzata, misto a gioia pensando che a settantasei anni avrei avuto una figlia ventenne che mi avrebbe amato e che avrei amato incondizionatamente.”

 

Sessantasei e venti, due buoni numeri per la Cabala di Commossa, numeri suoi, personali e non cedibili tanto meno al miglior offerente in questo mondo di mercanti candidati anche al soglio di Pietro. Commossa si proietta nel tempo con un’operazione magica e concilia i suoi vent’anni con la sua età attuale, quarantasei, per immaginarsi così come è adesso nella sua piena maturità di donna e di madre. Due Commosse da amare incondizionatamente rappresentano nel simbolismo onirico una Commossa riconciliata con il suo passato attraverso un processo di “razionalizzazione” e di accettazione del proprio Sé esistenziale. A quarantasei anni Commossa ama il suo passato e il suo futuro, i suoi vent’anni e i suoi sessantasei anni. Commossa in sogno mette a posto le sue cose vecchie e nuove, pregresse e attuali, sistema i suoi tempi vissuti senza quell’angoscia del non detto e del non fatto che attanaglia e non permette di gustare la vita presente. Perché la vita, se riflettiamo, è sempre quella presente. La Psiche non ha tempo e non è nel Tempo, è un presente in atto, un breve eterno. Al di là di questa vita non c’è altro, checché ne dicano i fideisti e i materialisti, i giornalisti e i politici, gli opinionisti e i tecnici di turno. Commossa aveva paura di invecchiare con “l’angoscia dell’incompiuta” e, invece, prende coscienza che ha portato a buon fine il processo di compattamento della sua persona senza nostalgie e dolori di varia natura ed estrazione. Consegue la “gioia”. Gaudium sequitur.

 

Nel sogno ho pensato che non avrei avuto bisogno di nessun altro legame sentimentale.”

 

Come si diceva in precedenza, l’autonomia è raggiunta, è maturata, è in possesso di Commossa. L’amore di sé e la cura amorevole di se stessa sono le parti preziose del corredo psichico che la donna ha portato nel suo matrimonio con se stessa e nella nascita di quella armonia che è sempre frutto di guerra e di amore, di conflitto e di fusione, di Ares e di Afrodite, come da mitologia greca. Commossa ha raggiunto la base di partenza per amare anche gli altri in maniera corretta e proficua. Nel sogno conta 46 primavere. Decisamente è un buon traguardo che consente una buona partenza. Dimenticavo di dire che Commossa si è presa amorevole cura del suo destino di donna: “amor fati”, secondo dettame stoico ed epicureo.

 

Questa notte ho sognato di aver avuto una figlia femmina e avevo il dubbio se avvertire o meno il mio ex marito (che nella realtà non frequento da vent’anni!), considerato che ne era il padre, per poi decidere di non dirglielo visto che lui ha già un’altra figlia.”

 

Allora, torno a chiarire in maniera semplice la profondità complicata del quadro psichico ed esistenziale, nonché cabalistico, di Commossa. Venti è il numero magico che rievoca i suoi vent’anni e la fine del suo connubio, tira fuori ciò che è stato, le esperienze vissute in quell’epoca della sua vita, quando si era sposata con l’uomo che fungeva da padre, ma non della figlia, della stessa Commossa.

Ebbene sì, Commossa aveva sposato una figura paterna, non aveva adeguatamente composto la sua “posizione psichica edipica” e l’aveva rievocata e riattualizzata nella relazione con il marito. Dipendendo da lui, Commossa non era cresciuta e aveva subito l’autoritarismo dell’uomo scelto e che lei pensava essere l’uomo della Provvidenza. In effetti, ha svolto involontariamente la funzione di aiutare Commossa a superare la “posizione” conflittuale verso il padre e a diventare autonoma. In questo momento i due si possono separare, meglio Commossa può andare oltre, ma non sono nati figli per volontà del marito che si è mostrato egoista e insensibile nei riguardi della donna e della moglie. Del resto, lui aveva appagato la sua paternità, per cui poteva fare a meno di un altro figlio. Commossa si separa nel momento in cui sceglie se stessa e non la coppia. Quella figlia di vent’anni è Commossa in persona. Inoltre, riconosce anche la funzione maieutica che ha avuto il suo ex marito nella sua evoluzione psichica personale. Si conferma la psicodinamica che esige una risoluzione della “posizione edipica” per un buon andamento del matrimonio e della vita di coppia. Questo vale anche per le coppie arcobaleno, per qualsiasi coppia di maschi, di femmine, di maschi e femmine, tanto per essere chiari. Il silenzio di Commossa è la scelta ulteriore della sua acquistata autonomia e della sua crescita attraverso la “razionalizzazione” della “posizione edipica” che l’aveva vista soccombere a suo tempo, vent’anni, e la vede trionfante adesso e nei suoi quarantasei.

Certo che il sogno di Commossa ha altre implicazioni profonde perché tocca la figura paterna, ma in questa sede e con questa modalità interpretativa non riesco ad approfondire. Pensate se questo sogno fosse stato portato in un trattamento psicoanalitico. La decodificazione sarebbe durata mesi e mesi, proprio per tutte le associazioni e per tutti i richiami che contiene.

Ma questo è un altro discorso.

Del suo sogno Commossa può anche comporre una serie di versi che volentieri pubblicherei. Basta dare parola, superando il pudore difensivo, ai vissuti esposti nel sogno. Il resto vien da sé. I versi sono modi di sognare anche delle ragazze anni ottanta.

Aggiungo: tante donne sposano i padri, troppi uomini sposano le madri e questo è un evento tragico per le mogli e le compagne. Il matriarcato si basa sul possesso e sulla legge del sangue e induce al possessivismo più bieco. Dove manca il Padre la Ragione latita, l’emozione regna.

Per farla breve…donne analizzate sempre il rapporto del vostro uomo con l’augusta genitrice e poi consapevolmente scegliete.

 

 

L’UOMO CHE GUARDA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato mia moglie con un cappello tipo cuffia che stava lavorando, stava dipingendo un negozio con una bomboletta spray.

In questo contesto io avevo perso il cellulare e lo stavo cercando mentre nostra figlia correva.

Che significato ha questo sogno?

Grazie mille.”

Chiamerò questo signore anonimo Pasquale.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato mia moglie con un cappello tipo cuffia che stava lavorando, stava dipingendo un negozio con una bomboletta spray.”

Pasquale apprezza e ammira in modo particolare le capacità intellettive e creative della moglie. Si accompagna a una donna particolarmente perspicace e intuitiva e invidia le sue doti mentali anche perché la signora non è abituata a condividere con il marito tutto quello che pensa e che concepisce. Pasquale è particolarmente affascinato anche dalle abilità relazionali della moglie e dal suo pragmatismo, dalla capacità di essere concreta e non astratta, di mettere in pratica quello che pensa e progetta. La moglie è vissuta da Pasquale come una donna che non disdegna le creazioni artistiche perché è attratta dalla bellezza e dal senso estetico. Questa donna è, oltretutto, dominante nelle attività sociali e occupa un posto di rilievo nella sua attività lavorativa. Non gradisce l’ozio e privilegia il “negotium”, non sa stare con le mani nelle mani e deve sempre essere attiva e vitale. Pasquale vive la moglie come una donna affermativa e oltremodo capace nelle sue varie sfaccettature umane e psichiche.

In questo contesto io avevo perso il cellulare e lo stavo cercando mentre nostra figlia correva.”

Il quadretto familiare si completa con l’inserimento in sogno della figlia che sta crescendo e che a suo modo si sta identificando in pieno nella figura materna. Del resto, non potrebbe essere diversamente, ma Pasquale non gradisce questa coalizione benefica e la vive come un complotto nei suoi confronti lamentando incapacità a relazionarsi e bisogno di accudimento. Pasquale accusa incertezza e titubanza nei rapportarsi con la gente e di conseguenza con le figure familiari. Si è detto in precedenza della moglie creativa che non comunica a lui le sue idee e i suoi progetti e che preferisce relazionarsi con gli altri, della figlia che somiglia tanto alla madre e che sta vivendo la sua adolescenza andando incontro al prossimo con giovanile disinibizione. Pasquale si sente solo in famiglia e propone in sogno questo suo problema entrando in conflitto con se stesso perché non riesce a ritrovare quel “cellulare” che aveva perso e che ancora sta cercando. Pasquale cerca di migliorare le sue modalità di socializzare e di comunicare, ma per il momento è fermo a osservare la bontà evolutiva della figlia e le abilità espresse e inespresse della moglie.

Il sintetico sogno di Pasquale trova la sua conclusione in questo invito a scrollarsi di dosso inferiorità e inadeguatezze senza entrare in competizione con i suoi familiari e lasciando che ognuno elabori le parti migliori di sé senza i sentimenti nefasti dell’invidia e della gelosia.

LA STANZA CHIUSA E BUIA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.

Quindi si è tranquillizzato.”

Poi mi sono svegliata.

Bea

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in una casa, non molto luminosa, come se fosse la mia, ma non somigliava a nessuna delle mie case.”

Potevo intitolare il sogno di Bea “Ava et magistra” o “Mater et magistra”, mettendo in rilievo la premura della nonna e l’amore della madre. Ho scelto “La stanza chiusa e buia” semplicemente perché la stanza di questa casa è di Bea e in sogno la “sposta” nel caro nipotino Jake “proiettando” anche il suo conflitto psicofisico.

Procedo con calma e devozione in onore alla donna, alla madre e alla nonna e senza far torto a nessuna rappresentazione reale e simbolica di Bea.

La “casa”, mi ripeto di sogno in sogno ormai da sei anni, rappresenta simbolicamente la “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, come è corretto definire la vecchia “struttura psichica”, la obsoleta “personalità”, l’antiquato “carattere”, sulla scia delle dottrine di Sigmund Freud e di Melanie Klein. Bea sta visitando se stessa, è in introspezione, si sta guardando dentro perché ha ricevuto uno stimolo a visitarsi interiormente. Ma la sua coscienza è obnubilata, non è limpida semplicemente perché è turbata da un pensiero, da una preoccupazione, da un affanno: “in una casa non molto luminosa”. In effetti, Bea ha un deficit di lucidità mentale, è sovrappensiero, è in libera associazione, è in sub-vigilanza, è in uno stato crepuscolare. Si riconosce ma non si capisce e tanto meno si giustifica, visto che il suo pensiero affannoso non si è ancora ben evidenziato o, meglio, illuminato. Le “sue case” fanno parte del suo complesso psichico organizzato, meglio le sue “stanze”. E’ questa una pulsione d’amor proprio e un moto d’orgoglio che stanno benissimo in una persona che ha vissuto ed è pervenuta al traguardo venerabile di nonna. Eppure, qualcosa di nuovo si profila ancora nell’orizzonte psichico e nella panoramica mentale di questa signora navigata e articolata. Un pensiero si muove con lo strascico emotivo annesso formando una latina “cura”, una preoccupazione e un affanno.

Vediamo di cosa si tratta e cosa ci riserva il Fato.

C’erano con me mia figlia e i miei nipoti che erano venuti dall’America.”

La dimensione psichica di madre e di nonna si mostra in tutta la sua bellezza e superbia: “questi sono i miei gioielli”. Bea è come Cornelia, la madre dei Gracchi. Bea ha accanto a sé la figlia e i nipoti, le sue propaggini, il suo futuro in progressione reale e affettiva. Il “con me”, latino “mecum”, denota il senso del possesso sentimentalmente mediato e giustificato dalla stazza psichica del personaggio che Bea incarna con nerbo e interpreta con gentilezza. Si noti l’uso dei possessivi “mia” e “miei”, quasi una forma di capitalismo psichico da matriarca, a testimonianza, qualora ce ne fosse bisogno, del legame nerboruto che avvince le tre generazioni: nonna, figlia, nipote. La “America” non è un simbolo, è un dato di fatto che si inquadra nella psicodinamica come rafforzamento degli affetti e dei turbamenti. La lontananza non fa dimenticare coloro che si amano, tutt’altro, cementa con il desiderio e allucina con il sentimento della nostalgia, dolore del ritorno, mettendo in crisi la coscienza di sé”. Ricapitolando: in una “stanza” di una “casa” di Bea si ritrovano in sogno madre, figlia e nipoti. L’emotività e l’appagamento affettivo turbano la Psiche di Bea, al punto che si ritrova in uno stato crepuscolare della coscienza e in una leggera caduta della vigilanza.

E’ lecita la domanda: ma perché?

Io ero molto contenta, il piccolo Jake doveva andare nella stanza accanto, la porta era chiusa.”

L’attenzione di nonna Bea è focalizzata sul “piccolo Jake”, il nipote elettivo per affinità psichiche e maggiormente indifeso, nel vissuto della nonna, a causa della sua giovane età. La psicodinamica si svolge attorno al tema di un nipotino tutto da scoprire e tutto da conoscere, a cui in sogno la nonna Bea chiude una “porta” d’accesso a una “stanza”: la stessa Bea si chiude una “porta” per entrare in un suo ambito psichico. E’ come se questo ragazzino fosse stato per Bea lo schermo su cui proiettare il suo film: un nipotino in fase evolutiva rappresenta la nonna in crisi di auto-consapevolezza. Jake è piccolo e per questo è indifeso e va protetto, ma è anche in crescita e tutto da vivere perché non ha niente di scontato. Nonna Bea si preoccupa proprio di Jake e gli attribuisce il suo conflitto psichico. Vuole proteggerlo perché vuole proteggersi.

Quale vissuto proietta in Jake?

Il prosieguo del sogno lo dirà.

Io gli dicevo di accendere la luce ed entrare, ma lui, non so perché, aveva paura. Io l’ho accompagnato, ho acceso la luce e gli ho detto di stare tranquillo.”

Bea “proietta” sul nipote la sua psicodinamica depressiva, dice a se stessa di far chiarezza sui suoi “fantasmi” usando la testa e migliorando la presa di coscienza per uscire dal tunnel dell’obnubilamento con la “razionalizzazione”. Ma Bea ha paura, istruisce le “resistenze” atte a impedire la riesumazione della sua verità psichica in atto e che in tempo di morte, coronavirus, è a due passi dal vedere la luce. Bea non conosce la causa della sua paura. E’ in buona compagnia di se stessa, ma non riesce a illuminare l’angoscia di morte, la “stanza buia” della sua “organizzazione psichica” che ospita il nucleo depressivo, quel nucleo che nel corso della vita ha rimosso agendo e frastornandosi alla grande. In sogno sta traslando il conflitto e acquietando le tensioni nervose emerse. Cerca di dare nome e cognome alla sua angoscia di morte.

Ma perché si è fiondata proprio nel nipotino più piccolo?

Lo stato d’animo ansioso e doloroso è stato assimilato alla persona indifesa e bisognosa di aiuto. Bea vive Jake in una condizione psichica simile alla sua. Bea è “regredita” all’infanzia quando ha elaborato l’angoscia depressiva della perdita e si è assimilata al nipote bambino. Lo stimolo a questa operazione difensiva dall’angoscia, processo della “regressione”, è l’azione psichica nefasta del coronavirus.

Appena entrati gli ho fatto guardare la stanza e ha potuto constatare che effettivamente non c’era nessuno.”

Bea prende per mano la sua bambina impaurita e la rassicura e la consola con la ragione. La classica paura dei bambini è quella del l’uomo nero o del ladro o dello zingaro, di quella figura angosciante che ti porta via dall’affetto dei tuoi cari genitori: una “traslazione” della morte per abbandono e per inedia. Bea non si rende conto che il suo “deficit” psichico contingente è legato a questo “fantasma” e lo vive in sogno “spostandolo” nel nipote e si pone in certosina attesa di capirlo. Intanto ha sognato l’intruso, quel “nessuno” che si teme sempre che s’intrufoli dentro di noi per violare la nostra intimità e la nostra sensibilità affettiva.

Come nasce dentro di noi bambini questo “nessuno” così forte e così presente?

Lo formuliamo da soli e non soltanto nella penuria degli affetti e delle coccole, ma soprattutto nel massimo dell’abbondanza al semplice pensiero “e se non fosse più così?”, commutando lo stato di benessere attuale nell’opposto. Lo formuliamo quando viviamo il sentimento di ostilità nei riguardi dei nostri genitori e quando si ridestano i sensi di colpa per aver tanto osato nei loro confronti per i nostri bisogni di possesso. Lo formuliamo per i nostri bisogni inappagati e per i nostri desideri infranti. Secondo questi parametri universali formuliamo la nostra “morte” psichica da abbandono e da inedia. Tutti abbiamo una “stanza” della morte nella nostra “casa” psichica. Tutti abbiamo una stanza atta all’accumulo disordinato delle nostre perdite immaginarie e reali, la stanza depressiva dove abbiamo messo dentro le nostre morti. Basta una causa scatenante adeguata per tirarle fuori alla rinfusa. Dobbiamo tenere in ordine questa strana e naturale “stanza” della nostra “casa”. Dobbiamo tenerla illuminata dalla razionalità che ci permette non solo la “razionalizzazione del lutto”, ma soprattutto la consapevolezza della fine naturale della nostra vita, quella morte che addolora e fa paura, ma che non è angosciante se sappiamo della nostra umana debolezza e della nostra sovrumana onnipotenza. Vivendo, bisogna imparare ad andare via alzandosi satolli dalla tavola, come l’ospite di Orazio dopo il banchetto nel comodo triclinio. Per far morire la Morte, impareremo a usare il pensiero simbolico, i “processi primari” che governano la funzione onirica, e a ridurre tutto a simbolo, noi stessi in primo luogo.

Quindi si è tranquillizzato.”

Bea si è tranquillizzata tramite il suo nipotino. Ricordati Bea che devi fargli un bel regalo, perché lui lo ha fatto a te e di gran valore: la moneta affettiva e simbolica. In effetti, Bea si è regalata la possibilità di capire e di capirsi sognando. E allora dovrà fare un bel regalo al suo sognare. Ma il sogno non l’aveva capito del tutto, l’aveva intuito e forse neanche, perché l’aveva confezionato con tutti i crismi del simbolismo mitico dei Greci. E allora dovrà fare un bel regalo al sottoscritto che glielo ha spiegato. Di sicuro Bea si tranquillizzerà adesso che sa razionalmente cosa ha sognato approfittando del nipote piccolo e indifeso come lei quand’era bambina. Il tempo del coronavirus, questo tempo di morte imperante dentro e fuori, ha disoccultato il Profondo psichico e ha aperto “la stanza chiusa e buia” che tutti abbiamo e custodiamo con accuratezza. Bisogna ringraziare anche il “coronavirus” se Bea ha trovato la sua verità depressiva e se si è disposta verso la “atarassia”, il “morire della morte” perché nulla in lei chiede di continuare a vivere pur vivendo.

Purtroppo questo virus ha portato più danni che benefici, specialmente per i tanti che non riescono a vedere il bicchiere mezzo pieno e tendono al “maximum” catastrofico.

Poi mi sono svegliata.”

Bea si è svegliata. Era ora. La sveglia l’ha riportata alla ragione e alla realtà, alla tutela di se stessa e all’amor proprio, al volersi bene senza onnipotenza e senza follia, senza le suggestioni sociali e culturali e in special modo quelle della politica e delle tv di stato, dei giornali maldicenti e dei plenipotenziari privati e dei loro servi. Abbiamo da svegliarci, più che mai in questo tempo del “coronavirus”, anche dal “sonno dogmatico” di cui scriveva Immanuel Kant in riguardo all’umano ottimismo logico sulle verità conoscitive. Asteniamoci dal coinvolgimento acritico e dai messaggi degli illusionisti con il viso rifatto e con il ghigno innato. Piuttosto affidiamoci e fidiamoci del nostro sognare e del sogno che, a suo modo, non ci può mentire e dice necessariamente la nostra verità, quella che ha il sapore dell’angoscia forgiata da noi e soltanto da noi risolvibile.

IN NOME DEL PADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato mio padre.

Era diventato più basso ed era molto sofferente.

Si è seduto su una sedia e mi ha detto di avvicinarmi a lui.

Era molto triste e mi ha detto che era inutile raccontarcela, stava male e sarebbe morto.

Aveva le lacrime agli occhi e mi ha abbracciato.

Gli ho detto che gli volevo bene, che mi tenesse stretta.

Ho pianto con lui.

Mi ha risposto che anche lui me ne voleva.

Poi mi sono svegliata.

Ieri avrebbe compiuto cento anni.”

Questo è il sogno di Marinella.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato mio padre.”

Il Padre è un archetipo, il simbolo universale a cui si ascrivono il principio e il primato maschili, il potere ufficiale perché nelle varie culture il potere ufficioso è riconosciuto alla Madre, il principio femminile. Il Padre è l’autorità autorevole in una con il “principio del dovere”. Marinella esordisce in sogno con il padre, “mio padre”, il suo simbolo individuale che si esalta nell’essere collettivo e universale. Eppure era suo padre quell’uomo che ha toccato e vissuto in carne e ossa e che per lei infante, bambina senza parola, per lei adolescente vezzosa e sempre per lei donna già fatta ha rappresentato l’oggetto di tanti investimenti psichici e di tante peripezie immaginative. Il padre è stato il primo uomo a cui si è appellato il suo corpo quando aveva bisogno di forza e di sicurezza di fronte alla realtà fuori dalle porte di casa. Il padre è stato il primo uomo che ha amato e desiderato. Il padre è stato quel senso del limite e del vietato che ha arricchito il suo spirito di libertà e il suo desiderio di autonomia. Et cetera, et cetera, et cetera. Marinella rievoca in sogno il padre e con lui si relaziona in un personale e delicato contesto affettivo. La semplicità domina questo sogno e questo primo quadretto dalle profondità psichiche appena accennate e intraviste.

Era diventato più basso ed era molto sofferente.”

Marinella si è collegata alla sua origine e alla radice dei suoi tanti significati psicologici, il padre, e lo trova “più basso” e “molto sofferente”. E’ importante averlo trovato dentro di sé tra le tante rimozioni e gli inquietanti “fantasmi” che affollano i piani bassi della Psiche, i nostri sgabuzzini e i nostri dimenticatoi, le nostre cantine e le nostre taverne. E’ importante e bello averlo trovato o meglio averlo ritrovato. E’ cosa giusta e degna rivolgere al padre quello sguardo indagatore e quello spirito critico che lui ci ha donato e che con lui non ha mai funzionato quando era in vita a causa della sacralità di cui era investito e a causa del carisma incarnato. Il padre di Marinella non è alto come una torre slanciata verso il cielo, così come l’aveva vissuto lei bambina, non è la raffigurazione del potere imponente e rassicurante, questo padre è “diventato più basso” e questo tratto lo rende accessibile nelle sue debolezze e nella sua concreta realtà umana. Marinella l’aveva vissuto alto e mistico, un oggetto misterioso a due passi da Dio, e adesso lo avvicina alla sua umanità di figlia devota e lo vive “basso”, a portata di mano tramite il dolore del lutto e l’impossibilità di averlo fuori in carne e ossa come da bambina, da adolescente, da donna, da madre. Ma ancora non basta, perché Marinella vive in sogno un padre “molto sofferente”, un uomo piegato nel corpo e nella vitalità. Questa è una “proiezione” difensiva nei riguardi del padre del materiale psichico che la figlia sta vivendo, dello stato esistenziale in cui si trova e della sofferenza che contraddistingue i suoi sensi e i suoi sentimenti in questo preciso momento storico. Il padre aiuta la figlia proprio disponendosi come schermo su cui proiettare la propria identità e parte dei conflitti e dei dolori in atto. Meglio, la figlia si fa aiutare dal padre attraverso questa operazione difensiva di “proiezione”. Marinella sa che le sue radici sono anche nel padre e che la sua identità psichica è fatta anche di padre, per cui chiedere il suo aiuto è una richiesta nobile e umanissima di riconoscimento e di riconoscenza. La “sofferenza” si traduce nel portarsi addosso problemi irrisolti e conflitti consapevoli, l’essere “più basso” dà il senso dei pesi che opprimono l’attualità psichica e che la figlia proietta nel padre.

Si è seduto su una sedia e mi ha detto di avvicinarmi a lui.”

Marinella esprime il suo bisogno e il suo desiderio di avere il padre a sua disposizione per potergli parlare e per sentire il suo affetto e la sua partecipazione emotiva alla problematica in atto. Marinella cerca la vicinanza del padre per sorbire la sua sicurezza e la sua forza, per questo motivo lo fa sedere e gli mette in bocca il suadente invito di avvicinarsi. Chissà quante volte da bambina e da signorina Marinella ha desiderato questo incontro ravvicinato e questa solidarietà benefica, questa disposizione psichica e questa complicità affettiva. Adesso in sogno può chiamare il padre in aiuto e può realizzare i suoi desideri e appagare i suoi bisogni. La “sedia” conferma l’autorità paterna, “l’avvicinarmi” ribadisce l’affetto e il sentimento di una figlia che non naviga in acque prospere e rassicuranti nel mare della sua vita.

Era molto triste e mi ha detto che era inutile raccontarcela, stava male e sarebbe morto.”

La “proiezione” difensiva dall’angoscia nel padre si attua e si definisce nella tristezza e nell’inutilità retorica di minimizzare la gravità della situazione. Marinella dice a se stessa di prendere coscienza della sua malattia esistenziale e della possibilità di non farcela a superare la dolorosa contingenza. La morte evocata da Marinella si traduce nella sofferta problematica che deve affrontare e nella consapevolezza dei dati dello psicodramma che si sta recitando nel teatro della sua psiche. Marinella decide di non raccontarsela e di non giustificare e assolvere, opta per guardare in faccia la triste verità dei fatti che sta vivendo e subendo, decide di affrontare la verità nuda e cruda come si presenta ai suoi occhi senza ammantarla di giustificazioni improvvide e poco generose nei suoi riguardi. Marinella prende in mano le sorti della sua persona e della sua vita in questo doloroso momento. Si spera che il sogno chiarisca nel prosieguo la qualità del trauma e la trama del travaglio.

Aveva le lacrime agli occhi e mi ha abbracciato.”

Finalmente Marinella ha trovato la buona compagnia di se stessa, finalmente Marinella si affida a sé e abbraccia in pieno la sua causa senza lasciarsi confondere e appesantire dalle altrui osservazioni improvvide e fuori luogo. Marinella ha capito che la questione deve affrontarla in prima persona perché riguarda solo lei e nessun altro può mettersi al suo posto. Marinella abbraccia se stessa e solidarizza con quella parte di sé che ancora è vigile e attenta a concedersi una migliore sopravvivenza con il minor danno. “Le lacrime agli occhi” del padre sono la difensiva “proiezione” delle lacrime della figlia, della “catarsi” del suo dolore e della sua sofferenza, mentre l’abbraccio è un abbracciarsi, un prendersi finalmente amorevole cura della propria persona secondo le linee di un prezioso “amor fati”. Il padre abbraccia la figlia e la figlia si fa abbracciare dal padre per ricevere empaticamente quella forza che le serve per affrontare la pesante situazione in cui versa. Si attende ancora la descrizione del trauma in corso nella psiche della protagonista.

Gli ho detto che gli volevo bene, che mi tenesse stretta.”

La questione psichica si manifesta nel bisogno e non nei dati reali. Marinella ha tanto bisogno di essere amata e di essere protetta, ha tanto bisogno di amore e di fusione. Marinella non racconta i fatti, ma li lascia supporre. La carenza affettiva è notevole, la donna è sola e la solidarietà le manca. Marinella ha subito qualche torto affettivo e qualche offesa ai suoi sentimenti. Marinella è stata tradita nei suoi valori e nei suoi bisogni di donna, per cui proietta nel padre quello che desidera, essere voluta bene ed essere amorevolmente accudita e protetta dall’ingiustizia e dalla crudeltà.

Ho pianto con lui.”

Marinella cerca la condivisione del dolore e della sofferenza, cerca quella solidarietà che si sente con l’umana unione. Le lacrime sono le parole del dolore che si manifestano l’una dietro l’altra per formare il dialogo della comprensione. Il pianto è catartico nel suo essere in prima istanza una scarica isterica delle tensioni accumulate e che non possono essere più gestite nell’intensità della loro carica dal sistema nervoso centrale. Le lacrime sono i regali del sentimento d’amore e le sentinelle del dolore. La comunione delle emozioni e degli intenti è la migliore panacea ai mali dell’anima innamorata. Piangere insieme equivale simbolicamente a un atto erotico basato su un orgasmo da dividere in parti uguali.

Mi ha risposto che anche lui me ne voleva.”

Questo è il desiderio di Marinella: avere un riscontro al suo sentimento d’amore, una risultanza concreta e non effimera ai suoi investimenti affettivi, un risultato vero e non soltanto sperato. La condivisione e la “corrispondenza d’amorosi sensi”, di cui scriveva il poeta, sono la risposta alla desolazione della solitudine e della precarietà, del non sentirsi giusta e del sentirsi fuori posto. Il miracolo, operato dal ritrovamento del padre dopo anni di lutto, sembra aprire le porte alla “razionalizzazione della perdita”, sembra che Marinella si sia svegliata all’improvviso e si sia accorta che il padre non c’è più, che il padre è morto e non lo rivedrà mai più. Ma quanti lutti si celebrano e quanti padri si perdono nel lungo cammino della vita. Uno di questi può essere la perdita affettiva di una persona cara senza che necessariamente sia morta. E questi sono i lutti che feriscono e queste sono le ferite che faticano a rimarginare.

Poi mi sono svegliata.”

Il sogno è finito, andate in pace e così sia. Marinella pone fine al trambusto onirico sul padre defunto e al suo bisogno in atto di avere un uomo che la ami con dignità e condivisione.

Ieri avrebbe compiuto cento anni.”

I padri che riescono a finire cento anni di vita sono rari, ma basta una vita degna per amare i figli e una dignità vera per amare le donne che sono state figlie di padri veramente degni di questo nome.

L’interpretazione del sogno delicato e traslato di Marinella può finire con queste note leggermente tristi e sicuramente riflessive.

IO, LUI E L’ALTRO

TRAMA DEL SOGNO

Il sogno, almeno per quello che mi ricordo, iniziava in un laboratorio medico. Io e il mio ragazzo eravamo lì come a sostituire qualcuno e dovevamo svolgere del lavoro.

C’è stato un litigio con una persona che mi ha aggredito e il mio ragazzo per difendermi l’ha uccisa, non ricordo come. Il sogno, per lo più, era la scena dopo, quando dovevamo nascondere il corpo. Lo facevamo a pezzi e c’era sangue dappertutto.

Il tutto accadeva dietro uno scaffale dove c’era roba fuori posto a terra. Io ero preoccupata perché c’era un sacco di roba da sistemare e da pulire. Il corpo lo volevamo gettare in un fiume. Il mio ragazzo sembrava fin troppo rilassato.

Lui, d’altronde, pensavo, lo aveva già fatto, aveva già ucciso una persona prima, ma io avevo paura che lo beccassero. Io, forse, mi sarei fatta due o tre anni per aver visto e non aver detto nulla, lui sarebbe stato in carcere a vita e già immaginavo come sarebbe stato andarlo a trovare in prigione tutta la vita.

Non avrebbero capito che lo aveva fatto per difendermi. Mi ricordo che era tardi, dovevamo timbrare a un certo orario. Lui mi sa che era andato a sbarazzarsi di alcuni pezzi, io stavo ancor nel laboratorio. Mi ricordo che guardavo tipo il camice della vittima insanguinato e alcuni pezzi, qualche attrezzo insanguinato, tutti dentro un armadio a vetrata, e pensavo “domani dobbiamo ricordarci di finire il lavoro”.

Poi mi sono messa a impastare la frolla, mischiando quella vecchia un po’ ossidata alla nuova, (questo elemento di cibo vecchio e cibo nuovo è presente in ogni sogno da quando sono qui), l’ho mescolata troppo ed è diventata inutilizzabile.

Era piena di bolle e molto strana, così l’ho usata per scriverci sopra “ricordati di pulire il sangue”. Era un appunto per il mio ragazzo e per l’indomani. Poi ho timbrato, sono andata via anch’io pensando che era un rischio lasciare il tutto così e che quando avrebbero controllato chi stava in ruota il giorno della sparizione di quella persona, ci avrebbero scoperti.

Non avevamo fatto un lavoro pulito, troppo sangue dappertutto.

Poi ho sognato che guidavo una moto. Il mio ragazzo mi insegnava come fare, mi seguiva con una auto, ma la moto era senza freni e, quando acceleravo, dovevo frenare con i piedi. Finivo al centro di un incrocio, mi piaceva andare veloce, ma poi non riuscivo a frenare e seminavo il mio ragazzo, non lo vedevo più e dovevo aspettarlo.”

Marionne

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno, almeno per quello che mi ricordo, iniziava in un laboratorio medico. Io e il mio ragazzo eravamo lì come a sostituire qualcuno e dovevamo svolgere del lavoro.”

Il sogno di Marionne ha una sua lunghezza perché ha una sua retorica e la retorica è sempre una difesa psichica dall’angoscia e dal risveglio. Per continuare a dormire, Marionne si serve, senza alcuna volontaria scelta e consapevole presenza, di lunghe scene e di tante osservazioni per non cadere nell’incubo, proprio perché il sogno tratta temi affettivi e sessuali abbastanza inquietanti come il potere seduttivo e la deflorazione, con annessa la pulsione a scegliere, più che a tradire.

Marionne si trova “in un laboratorio medico”, nel luogo di lavoro camuffato in maniera sanitaria proprio per il rilievo traumatico assunto dalla circostanza apparentemente fortuita. In effetti, Marionne sceglie liberamente di giostrarsi nel luogo di lavoro insieme a due uomini, uno non visibile e l’altro ben presente. “Dovevamo svolgere del lavoro” offre in immagine proprio l’adescamento seduttivo e l’eccitazione sessuale. Ci sono due uomini per Marionne, il suo “ragazzo” e l’altro, “qualcuno da sostituire”: una tresca bella e buona.

C’è stato un litigio con una persona che mi ha aggredito e il mio ragazzo per difendermi l’ha uccisa, non ricordo come. Il sogno, per lo più, era la scena dopo…quando dovevamo nascondere il corpo. Lo facevamo a pezzi e c’era sangue dappertutto.”

Ecco il fattaccio!

Marionne stava con una persona violenta, “c’è stato un litigio con una persona che mi ha aggredito”, e si è lasciata salvare e conquistare da un’altra persona, “il mio ragazzo”, intervenuto per risolvere la questione e mettere fine a una relazione insana che produceva e scatenava soltanto aggressività. Degna di nota è l’operazione psichica di “spostamento” della forte carica aggressiva, quasi mortifera, che Marionne attribuisce al suo ragazzo: “per difendermi l’ha uccisa”. In compenso dopo lo fanno “a pezzi” in due, distribuzione equa dell’aggressività meravigliosamente rappresentata anche dal macabro “sangue dappertutto”: meccanismo psichico della “figurabilità”. La simbologia risente della retorica del caso e dell’amplificazione suggestiva dell’uccisione dell’altro. A Napoli il triangolo si chiude e si scrive in questi termini dialettali: “issa, issu e o malamente”.

Il tutto accadeva dietro uno scaffale dove c’era roba fuori posto a terra. Io ero preoccupata perché c’era un sacco di roba da sistemare e da pulire. Il corpo lo volevamo gettare in un fiume. Il mio ragazzo sembrava fin troppo rilassato.”

Marionne, di certo, aveva le idee confuse in quel periodo della sua vita e, in specie, per quanto riguarda le relazioni affettive e sessuali. Tra il desiderio e l’originalità Marionne ha “un sacco di roba da sistemare” e da assolvere, pardon “da pulire”. La fanciulla è cresciuta e si è evoluta in donna, ma l’educazione ai diritti del corpo è stata carente, per cui Marionne si è fatta da sola e ha fatto da sé. Su questi temi il suo “ragazzo” è notevolmente disinibito, “fin troppo rilassato”. Succede che nel gioco delle conoscenze e dei confronti, il viaggio psicofisico, che va dall’adolescenza alla prima giovinezza, si fa travagliato e gli scaffali non bastano, per cui la “roba” va “fuori posto” e a terra. I “sensi di colpa” da assolvere sono i migliori compagni dell’evoluzione.

Lui, d’altronde, pensavo, lo aveva già fatto, aveva già ucciso una persona prima, ma io avevo paura che lo beccassero. Io, forse, mi sarei fatta due o tre anni per aver visto e non aver detto nulla, lui sarebbe stato in carcere a vita e già immaginavo come sarebbe stato andarlo a trovare in prigione tutta la vita.”

Diversità d’educazione e di ruolo: “lui, lo aveva già fatto, aveva ucciso una persona prima”. Il reato è il sesso e il tradimento, il “triangolo post edipico”. Ricordo che il “primo triangolo” è quello con il padre e la madre, quello formativo a tanti livelli e, in specie, per l’autonomia psicofisica e la rete delle relazioni. Insomma, Marionne è alle prime armi e si confronta sul tema dell’aggressività sessuale con il suo “ragazzo” più navigato ed esperto. Capita sempre nel periodo dell’addestramento, soprattutto quando è mancata una giusta educazione al corpo e ai bisogni psicofisici di evoluzione da parte dell’ambiente. Capita che la cosiddetta riservatezza o timidezza si fondono e si confondono in una misura adeguata al timore di fare e di brigare al momento giusto e a trazione dell’istinto sessuale e della pulsione erotica. Marionne “proietta” per difesa sul suo ragazzo la diversità educativa e l’entità del senso di colpa e si difende attribuendo a se stessa una colpa minore e una punizione inferiore, mentre il “carcere a vita” attesta della enorme stazza del senso di colpa, sempre di Marionne, nell’essersi coinvolta in tanta impresa di crescita psicofisica. La colpa è “di aver visto e di non aver detto nulla”. Il richiamo educativo va alla “scena primaria”, alla relazione erotica e sessuale, immaginata o vista, tra il padre e la madre.

Non avrebbero capito che lo aveva fatto per difendermi. Mi ricordo che era tardi, dovevamo timbrare a un certo orario. Lui mi sa che era andato a sbarazzarsi di alcuni pezzi, io stavo ancor nel laboratorio. Mi ricordo che guardavo tipo il camice della vittima insanguinato e alcuni pezzi, qualche attrezzo insanguinato, tutti dentro un armadio a vetrata, e pensavo “domani dobbiamo ricordarci di finire il lavoro”.

Marionne è “mater et magistra” nei riguardi del suo ragazzo e sente il bisogno ambiguo di difenderlo, di tutelarlo e, di conseguenza, gestirlo anche nella “timbratura del cartellino, pur essendo alle prime armi e “a un certo orario”. Pur tuttavia, Marionne riconosce che lui agisce in piena autonomia nello scaricare la sua parte d’aggressività: “sbarazzarsi di alcuni pezzi”. Insomma Marionne desidera un ragazzo sveglio e autonomo in apparenza, un uomo che sa fare sessualmente la sua parte e con l’aggressività dovuta al caso e all’uopo. Le schermaglie erotiche e affettive non finiscono mai e trovano nella vittima, il terzo uomo, il trofeo conquistato dopo un apprezzabile lavoro di seduzione e da ripetere nel tempo: “dobbiamo ricordarci di finire il lavoro”. Non è facile, ma è eccitante per una donna alle prime armi gestire due uomini navigati. La cornice macabra e sanguinaria si riduce a un semplice e obsoleto tradimento sessuale sul luogo di lavoro.

Poi mi sono messa a impastare la frolla, mischiando quella vecchia un po’ ossidata alla nuova, (questo elemento di cibo vecchio e cibo nuovo è presente in ogni sogno da quando sono qui), l’ho mescolata troppo ed è diventata inutilizzabile.”

Cambia apparentemente la scena. Da una tresca cruenta tra l’orrido e l’erotico, tra Dario Argento e Tinto Brass, la scena si sposta candidamente sull’attività lavorativa dentro l’ambiguo laboratorio di pasticceria, il luogo del crimine efferato e dell’intesa massimamente cordiale tra un uomo e una donna che oltretutto sa ben “impastare la pasta frolla” e conosce i segreti chimici degli alimenti sopravvissuti al triste destino del divoramento cruento. Allora, ragioniamo in maniera suadente e convincente. Marionne scivola dalla dimensione psicofisica sessuale nella sfera affettiva, “mi sono messa a impastare la frolla”, e tenta di conciliare in piena autonomia di donna gli affetti del passato con i nuovi amori, i nuovi “investimenti di libido”. Ricordo che il cibo è squisitamente il simbolo degli affetti familiari e appartiene ai primissimi vissuti della “posizione psichica orale” nel primo anno di vita. Marionne fatica a mettere insieme in linea evolutiva l’amore vissuto ed esperito in famiglia con il suo attuale mondo affettivo e la sua nuova palestra di vita. Non trova la qualità diversa, sempre di pasta “frolla” si tratta, ma sicuramente non riesce a conciliare l’amore verso i suoi genitori con l’amore verso gli uomini che gestisce in apparente stato di subalternità. Il sentimento vissuto in famiglia è stato ed è sicuramente pacato nella sua intensità, non aspira alla passione sfrenata e al coinvolgimento sessuale dei corpi, non chiede un’intesa speciale in tanto misfatto di ambiguità e di gestione di due figure maschili, una aggressiva e l’altra complice. Marionne squaderna nel sogno la sua gamma di uomo nell’accezione psicofisica e sotto l’egida dell’attrazione sessuale, rievocando i “fantasmi” della sua “posizione psichica orale, anale, narcisistica, edipica e genitale”, della sua formazione psichica insomma. Marionne ha tanto pensato e non riesce a comporre in buona sintesi e armonia i vissuti al riguardo. Questo è il motivo per cui la pasta frolla vecchia non è compatibile con la nuova: “cibo vecchio e cibo nuovo”, “l’ho mescolata troppo ed è diventata inutilizzabile”. E questo è un bel conflitto da risolvere in maniera equa dando a Cesare quel che è di Cesare, il padre, e a Giulia quel che è di Giulia, la madre. In sostanza, Marionne non ha lavorato adeguatamente sulla sua “posizione edipica”, per cui resta conflittuale con se stessa e con gli uomini a cui si lega e si accompagna. Sembra facile lavorare la frolla, ma non è così.

Era piena di bolle e molto strana, così l’ho usata per scriverci sopra “ricordati di pulire il sangue”. Era un appunto per il mio ragazzo e per l’indomani. Poi ho timbrato, sono andata via anch’io pensando che era un rischio lasciare il tutto così e che quando avrebbero controllato chi stava in ruota il giorno della sparizione di quella persona, ci avrebbero scoperti. Non avevamo fatto un lavoro pulito, troppo sangue dappertutto.”

La complicità nella coppia è un elemento, pardon alimento, necessario per l’evoluzione di Marionne e del suo ragazzo, specialmente in un contesto di adulterio e di trasgressione, di tradimento e di colpa. “Ricordati di pulire il sangue” è la sanzione biblica del padreterno e della sua atavica Legge. C’è qualcosa di metafisico in questa frase di Marionne che evoca filosofie e tragedie, culture e tradizioni, peccati originali e turbamenti dell’equilibrio voluto dagli dei dell’Olimpo, trasgressioni alla Legge del Padre e ossequi alla Legge della Madre. Insomma è un concetto atavico e codificato in una semplice espressione linguistica fatta di un imperativo, di un infinito e di un sostantivo: “memento culpam solvere”. L’esperienza e i vissuti collegati sono stati formativi per Marionne e sono avvolti dal senso di colpa da espiare e possibilmente in maniera costruttiva e prospera per l’avvenire.

Poi ho sognato che guidavo una moto. Il mio ragazzo mi insegnava come fare, mi seguiva con una auto, ma la moto era senza freni e, quando acceleravo, dovevo frenare con i piedi. Finivo al centro di un incrocio, mi piaceva andare veloce, ma poi non riuscivo a frenare e seminavo il mio ragazzo, non lo vedevo più e dovevo aspettarlo.”

Come volevasi dimostrare. Dicevo, per l’appunto, del versante formativo e Marionne evoca la sua sessualità, la vita e la vitalità della “libido”: “guidavo una moto”. Quale simbologia e quale allegoria possono essere più intriganti del mettersi a cavallo di una moto per gestire gli eventi psicofisici del sistema neurovegetativo? Marionne dice di avere un maestro e trova nel suo “ragazzo” la persona giusta per far brillare le polveri aggiungendo un’altra simbologia neurovegetativa, “un’auto”, generosamente regalata al suo ragazzo al fine di raggiungere una buona intesa e tutto quello che ci va dietro. La disinibizione erotica e sessuale si evidenzia nella “moto senza freni”, così come il potere della donna è fortemente appagato dall’uso dei “piedi” per frenare. Marionne gestisce la sua sessualità con la consapevolezza del potere che incarna, proprio nel senso di possesso nella carne. Ricordo che il “piede” è classicamente un simbolo fallico per il suo privilegio di essere calzato, di immettersi in un ambito recettivo. Chiariamo: nel trasporto dei sensi Marionne ha il potere su di sé e sull’altro, “finivo al centro di un incrocio”, ha l’orgasmo facile, “mi piaceva andare veloce”, ha una sensibilità erotica accentuata e prolungata come natura femminile comanda e rispetto al maschio e nel caso “al suo ragazzo”: eiaculazione ritardata di quest’ultimo. In questo caso la donna è favorita se il ritardo resta in una arco temporale gestibile e all’interno di uno stato di eccitazione. Questo capoverso del sogno di Marionne sintetizza con l’allegoria la sua vita e la sua vitalità sessuale ed erotica, nonché la relazione di potere che si squaderna in una posizione altolocata rispetto al maschio e non soltanto a livello sessuale. Marionne ha una sua forza e una volitività equamente distribuita tra l’Io e la dimensione pulsionale, l’Es. Non disdegna di comparire nel sogno neanche il “Super-Io”, la censura e l’espiazione della colpa, come nel capoverso dominato da “ricordati di pulire il sangue”.

Il sogno di Marionne è lungo e articolato, ma ha mantenuto una linea guida di senso e di significato, denotando sempre una buona dose di narcisismo anche nei momenti in cui la donna si è furbescamente sottomessa all’uomo.

Questo è quanto in maniera allargata potevo dire dell’Odissea onirica di Marionne.

Buona navigazione nel mare della vita!

GIU’ DALLA RUPE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Rebecca

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.”

Il sogno si apre con la diade “madre-figlia”. Niente di male, purché non sia una simbiosi. Il sogno si apre con “un sentiero”. Niente di male, purché non sia il sentiero della mamma. Il sogno si apre con “vicino a casa mia”. Niente di male, purché non sia la casa della mamma adattata dalla figlia, purché ci sia la giusta “identificazione” e non l’errata commistione che fomenta soccombenza e dipendenza dalla figura materna. Rebecca si sta dicendo in sogno di essere molto legata alla madre e di percorrere un tratto di vita al suo fianco e in sua compagnia. Rebecca esalta la voce latina “mater et magistra”.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.”

Il sogno precisa la psicodinamica “madre-figlia” e afferma che in questa situazione esistenziale è in atto il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, della nobilitazione degli investimenti erotici e sessuali, delle energie psicofisiche in generale, da parte della figlia. Questa modalità viene “proiettata” da Rebecca nella madre, per rassicurare se stessa con la compagnia e con l’uso dello stesso processo psichico di difesa. Madre e figlia condividono il modo di procedere lungo il sentiero della vita e di risolvere le energie vitalistiche, le pulsioni erotiche e sessuali. La mamma si arrampicava meglio nei vissuti della figlia in grazie al suo essere una donna navigata e con le esperienze giuste alle spalle per poter contenere le spinte e le contro-spinte psicofisiche. Giustamente ancora Rebecca, giovane donna, ha qualche perplessità organica, più che mentale, a usare lo stesso processo di “sublimazione della libido”, semplicemente perché gli ormoni non sono acqua fresca alla sua età. Rebecca deve fare molta attenzione a non usare processi e meccanismi psichici di difesa incongrui. Meglio vivere quel che si deve vivere al momento giusto, meglio conoscersi, piuttosto che rimandare nel tempo le esperienze a forte carico formativo.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.”

Rebecca elabora in sogno attraverso i suoi simboli il lungo processo di “identificazione” al femminile nella figura materna, al fine di acquisire nei termini definiti ma non rigidi la sua “identità” psichica di donna con le dovute distinzioni dalla madre. La “sublimazione della libido” non trova la “roccia” dura come quella della madre, la sua roccia “è morbida” e Rebecca ne ha consapevolezza, “vedo”. La solidarietà con la madre non viene meno, così come la sua “identificazione”, Rebecca rileva la consistenza della “libido” nel corpo, un corpo “scuro” a testimonianza della sua sanguigna vitalità e della forza che circola. Il problema subentra nella scelta del processo psichico della “sublimazione della libido” che, alla sua età e per quanto detto dallo stesso sogno, non va bene. E’ preferibile vivere il corpo, piuttosto che mandarlo in bianco, stornare le energie ad altro uso e consumo, debellare la carica erotica e sessuale per destinarla a fini di solidarietà e di passioni socialmente consentite, come lo sport o il volontariato. Seguire la mamma è importante, ma è determinate lasciarla andare per maturare la propria autonomia psicofisica. La simbiosi c’è stata e in primo luogo era organica, di poi è stata psichica, adesso deve essere di riconoscimento non soltanto della madre, ma anche del padre per quel che riguarda l’eredità della “parte psichica maschile”. “Seguendo la mamma” va commutato in “riconoscendo la mamma”.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.”

Rebecca non era andata tanto lontano se era arrivata appena al primo piano della sua casa, nella sala, nel luogo degli incontri e delle relazioni, nel reparto dei convegni familiari e delle solidarietà, nella piazza dove si celebra l’unità democratica della famiglia. Il luogo è relativamente alto, ma in ogni caso è un luogo sublimato, sacro per l’appunto. Rebecca ha una buona dipendenza psichica dalla figura materna, se ancora sente il bisogno di stare sul groppone della madre, di tornare nel grembo, di procedere in una simbiosi regressiva che annulla l’autonomia ed esalta la dipendenza psicofisica. Rebecca in crisi “non riusciva a tenersi bene” alla rupe e si aggrappava alla madre, non riusciva a vivere la sua autonomia e aveva bisogno dell’ausilio e dell’appoggio di questa figura così importante e determinante per tutti i figli. Per fortuna che la famiglia non è fatta di sola madre. La Provvidenza dispone per l’emancipazione psicofisica di Rebecca da cotanta madre.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.”

La famiglia classica è al completo: il padre, la madre, la figlia e il figlio. Meglio di così non si può. Ci sono tutte le combinazioni democratiche nella divisione del potere e nello scambio delle idee, nel confronto e nella dialettica. Ci sono tutti gli stimoli per socializzare e per essere anche dei buoni cittadini. Rebecca è in una botte di ferro, la sua evoluzione psichica ha tutte le componenti atte a una crescita omogenea ed equipollente. Eppure, rovesciando la medaglia, ci si imbatte nel “sentimento della rivalità fraterna” e nella conflittualità della “posizione edipica” che è critica quando non viene risolta e liquidata nei tempi giusti, quando il padre e la madre non vengono riconosciuti come i simboli concreti delle proprie origini appena chiusa l’adolescenza. E forse su questo punto Rebecca accusa una falla. La dipendenza dalla madre è uno strascico della “posizione edipica” e questo attaccamento si legge come un’alleanza con il nemico che le consente di non vivere apertamente la conflittualità e i sensi di colpa collegati al sentimento di avversione nei confronti della madre. Rebecca persiste nel suo processo di “sublimazione della libido”, “sono riuscita a salire”, e considera distrattamente la presenza di due persone che sono i poli di altri conflitti, la ragione di questo attaccamento morboso alla madre: il padre per la persistenza della conflittualità “edipica” e il fratello maggiore per lo struggimento del “sentimento della rivalità”. Così come per “par condicio” si deve ricordare il sentimento di quest’ultimo che si è visto capitare tra capo e collo una sorella con cui dividere, più che condividere, l’amore dei genitori. Rebecca in sogno ha ricomposto la famiglia e si attende uno sbocco chiarificatore, se non risolutivo.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.”

La situazione psichica di Rebecca sembrava in via di risoluzione grazie alla definizione composta anche se affettivamente distaccata che aveva dato del resto della famiglia. L’averli riconosciuti lasciava sperare in una buona “presa di coscienza” e dava adito a una dialettica emotiva con la madre in via di raffreddamento. Invece, il quadro onirico finale diventa “nero”, non nel senso di luttuoso, ma “nero” nel senso della perdita affettiva, nel senso dell’angoscia della perdita affettiva. La rupe “altissima” comporta un drammatico distacco affettivo dalla madre, il “guardando giù” si traduce nella coscienza della perdita, il “vedevo tutto nero” condensa una consapevolezza del forte legame e della dipendenza. Rebecca può giustamente riflettere e pensare, non di suicidarsi buttandosi giù dalla rupe altissima, ma di cosa comporta il distacco dalla madre, la morte psichica, la depressione e la solitudine: ah, se non ci fosse la mamma, sarei una donna morta! “La faccio finita” è l’equivalente del concetto di “compimento delle sacre Scritture”, dalla massima consapevolezza si può procedere ad abbracciare la fede giusta del lungo cammino verso l’autonomia e la realizzazione del tanto temuto distacco. Rebecca può iniziare la sua crescita personale. Questo punto risolutivo comporta il rivivere l’angoscia depressiva di perdita, il nucleo psichico del primario “fantasma di morte” proprio legato alla figura materna. Rebecca conferma le teorie al proposito e la psicodinamica del suo sogno non fa una grinza alle teorie di Melanie Klein sul mondo psichico infantile.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Ed ecco la conferma all’interpretazione del sogno, un prodotto che nella formulazione è più drammatico rispetto al contenuto. Rebecca sembrava destinata al suicidio con questo suo volersi buttare giù dalla rupe e farla finita e invece il dottor Vallone dice che Rebecca non è candidata a niente di tragico semplicemente perché scrive lei stessa che si tratta di “un’angoscia mentale”. Quella che viveva al risveglio non era angoscia allo stato puro, ma un fortissimo dolore per l’eventuale perdita della madre e per la sua solitudine. L’angoscia non ha un oggetto di cui il soggetto è consapevole. Questo dato caratteristico è essenziale. Rebecca chiama la sua consapevole paura angoscia. Proprio perché la paura è un fatto mentale ed emotivo, proprio questa definizione di Rebecca conforta nell’asserire che la paura anche se fortissima è il punto di partenza per la strada della crescita e dell’emancipazione. Siamo in un ambito psiconevrotico con qualche punta borderline, ma siamo nel dominio della coscienza e delle attività dell’Io. La diatriba, eventualmente, bisogna buttarla dalla parte nevrotica e non dalla parte psicotica. Del resto, Rebecca ha evidenziato una “organizzazione psichica reattiva” nettamente “orale” e un “nucleo” collegato di stampo depressivo. Ma questo è un “nucleo” e non è la “depressione” maligna e severa. La prognosi è fausta, così come il lavoro di crescita personale al fine di incarnare la migliore possibile “coscienza di sé”.

Buona fortuna, Rebecca!