IO, LUI E L’ALTRO

TRAMA DEL SOGNO

Il sogno, almeno per quello che mi ricordo, iniziava in un laboratorio medico. Io e il mio ragazzo eravamo lì come a sostituire qualcuno e dovevamo svolgere del lavoro.

C’è stato un litigio con una persona che mi ha aggredito e il mio ragazzo per difendermi l’ha uccisa, non ricordo come. Il sogno, per lo più, era la scena dopo, quando dovevamo nascondere il corpo. Lo facevamo a pezzi e c’era sangue dappertutto.

Il tutto accadeva dietro uno scaffale dove c’era roba fuori posto a terra. Io ero preoccupata perché c’era un sacco di roba da sistemare e da pulire. Il corpo lo volevamo gettare in un fiume. Il mio ragazzo sembrava fin troppo rilassato.

Lui, d’altronde, pensavo, lo aveva già fatto, aveva già ucciso una persona prima, ma io avevo paura che lo beccassero. Io, forse, mi sarei fatta due o tre anni per aver visto e non aver detto nulla, lui sarebbe stato in carcere a vita e già immaginavo come sarebbe stato andarlo a trovare in prigione tutta la vita.

Non avrebbero capito che lo aveva fatto per difendermi. Mi ricordo che era tardi, dovevamo timbrare a un certo orario. Lui mi sa che era andato a sbarazzarsi di alcuni pezzi, io stavo ancor nel laboratorio. Mi ricordo che guardavo tipo il camice della vittima insanguinato e alcuni pezzi, qualche attrezzo insanguinato, tutti dentro un armadio a vetrata, e pensavo “domani dobbiamo ricordarci di finire il lavoro”.

Poi mi sono messa a impastare la frolla, mischiando quella vecchia un po’ ossidata alla nuova, (questo elemento di cibo vecchio e cibo nuovo è presente in ogni sogno da quando sono qui), l’ho mescolata troppo ed è diventata inutilizzabile.

Era piena di bolle e molto strana, così l’ho usata per scriverci sopra “ricordati di pulire il sangue”. Era un appunto per il mio ragazzo e per l’indomani. Poi ho timbrato, sono andata via anch’io pensando che era un rischio lasciare il tutto così e che quando avrebbero controllato chi stava in ruota il giorno della sparizione di quella persona, ci avrebbero scoperti.

Non avevamo fatto un lavoro pulito, troppo sangue dappertutto.

Poi ho sognato che guidavo una moto. Il mio ragazzo mi insegnava come fare, mi seguiva con una auto, ma la moto era senza freni e, quando acceleravo, dovevo frenare con i piedi. Finivo al centro di un incrocio, mi piaceva andare veloce, ma poi non riuscivo a frenare e seminavo il mio ragazzo, non lo vedevo più e dovevo aspettarlo.”

Marionne

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno, almeno per quello che mi ricordo, iniziava in un laboratorio medico. Io e il mio ragazzo eravamo lì come a sostituire qualcuno e dovevamo svolgere del lavoro.”

Il sogno di Marionne ha una sua lunghezza perché ha una sua retorica e la retorica è sempre una difesa psichica dall’angoscia e dal risveglio. Per continuare a dormire, Marionne si serve, senza alcuna volontaria scelta e consapevole presenza, di lunghe scene e di tante osservazioni per non cadere nell’incubo, proprio perché il sogno tratta temi affettivi e sessuali abbastanza inquietanti come il potere seduttivo e la deflorazione, con annessa la pulsione a scegliere, più che a tradire.

Marionne si trova “in un laboratorio medico”, nel luogo di lavoro camuffato in maniera sanitaria proprio per il rilievo traumatico assunto dalla circostanza apparentemente fortuita. In effetti, Marionne sceglie liberamente di giostrarsi nel luogo di lavoro insieme a due uomini, uno non visibile e l’altro ben presente. “Dovevamo svolgere del lavoro” offre in immagine proprio l’adescamento seduttivo e l’eccitazione sessuale. Ci sono due uomini per Marionne, il suo “ragazzo” e l’altro, “qualcuno da sostituire”: una tresca bella e buona.

C’è stato un litigio con una persona che mi ha aggredito e il mio ragazzo per difendermi l’ha uccisa, non ricordo come. Il sogno, per lo più, era la scena dopo…quando dovevamo nascondere il corpo. Lo facevamo a pezzi e c’era sangue dappertutto.”

Ecco il fattaccio!

Marionne stava con una persona violenta, “c’è stato un litigio con una persona che mi ha aggredito”, e si è lasciata salvare e conquistare da un’altra persona, “il mio ragazzo”, intervenuto per risolvere la questione e mettere fine a una relazione insana che produceva e scatenava soltanto aggressività. Degna di nota è l’operazione psichica di “spostamento” della forte carica aggressiva, quasi mortifera, che Marionne attribuisce al suo ragazzo: “per difendermi l’ha uccisa”. In compenso dopo lo fanno “a pezzi” in due, distribuzione equa dell’aggressività meravigliosamente rappresentata anche dal macabro “sangue dappertutto”: meccanismo psichico della “figurabilità”. La simbologia risente della retorica del caso e dell’amplificazione suggestiva dell’uccisione dell’altro. A Napoli il triangolo si chiude e si scrive in questi termini dialettali: “issa, issu e o malamente”.

Il tutto accadeva dietro uno scaffale dove c’era roba fuori posto a terra. Io ero preoccupata perché c’era un sacco di roba da sistemare e da pulire. Il corpo lo volevamo gettare in un fiume. Il mio ragazzo sembrava fin troppo rilassato.”

Marionne, di certo, aveva le idee confuse in quel periodo della sua vita e, in specie, per quanto riguarda le relazioni affettive e sessuali. Tra il desiderio e l’originalità Marionne ha “un sacco di roba da sistemare” e da assolvere, pardon “da pulire”. La fanciulla è cresciuta e si è evoluta in donna, ma l’educazione ai diritti del corpo è stata carente, per cui Marionne si è fatta da sola e ha fatto da sé. Su questi temi il suo “ragazzo” è notevolmente disinibito, “fin troppo rilassato”. Succede che nel gioco delle conoscenze e dei confronti, il viaggio psicofisico, che va dall’adolescenza alla prima giovinezza, si fa travagliato e gli scaffali non bastano, per cui la “roba” va “fuori posto” e a terra. I “sensi di colpa” da assolvere sono i migliori compagni dell’evoluzione.

Lui, d’altronde, pensavo, lo aveva già fatto, aveva già ucciso una persona prima, ma io avevo paura che lo beccassero. Io, forse, mi sarei fatta due o tre anni per aver visto e non aver detto nulla, lui sarebbe stato in carcere a vita e già immaginavo come sarebbe stato andarlo a trovare in prigione tutta la vita.”

Diversità d’educazione e di ruolo: “lui, lo aveva già fatto, aveva ucciso una persona prima”. Il reato è il sesso e il tradimento, il “triangolo post edipico”. Ricordo che il “primo triangolo” è quello con il padre e la madre, quello formativo a tanti livelli e, in specie, per l’autonomia psicofisica e la rete delle relazioni. Insomma, Marionne è alle prime armi e si confronta sul tema dell’aggressività sessuale con il suo “ragazzo” più navigato ed esperto. Capita sempre nel periodo dell’addestramento, soprattutto quando è mancata una giusta educazione al corpo e ai bisogni psicofisici di evoluzione da parte dell’ambiente. Capita che la cosiddetta riservatezza o timidezza si fondono e si confondono in una misura adeguata al timore di fare e di brigare al momento giusto e a trazione dell’istinto sessuale e della pulsione erotica. Marionne “proietta” per difesa sul suo ragazzo la diversità educativa e l’entità del senso di colpa e si difende attribuendo a se stessa una colpa minore e una punizione inferiore, mentre il “carcere a vita” attesta della enorme stazza del senso di colpa, sempre di Marionne, nell’essersi coinvolta in tanta impresa di crescita psicofisica. La colpa è “di aver visto e di non aver detto nulla”. Il richiamo educativo va alla “scena primaria”, alla relazione erotica e sessuale, immaginata o vista, tra il padre e la madre.

Non avrebbero capito che lo aveva fatto per difendermi. Mi ricordo che era tardi, dovevamo timbrare a un certo orario. Lui mi sa che era andato a sbarazzarsi di alcuni pezzi, io stavo ancor nel laboratorio. Mi ricordo che guardavo tipo il camice della vittima insanguinato e alcuni pezzi, qualche attrezzo insanguinato, tutti dentro un armadio a vetrata, e pensavo “domani dobbiamo ricordarci di finire il lavoro”.

Marionne è “mater et magistra” nei riguardi del suo ragazzo e sente il bisogno ambiguo di difenderlo, di tutelarlo e, di conseguenza, gestirlo anche nella “timbratura del cartellino, pur essendo alle prime armi e “a un certo orario”. Pur tuttavia, Marionne riconosce che lui agisce in piena autonomia nello scaricare la sua parte d’aggressività: “sbarazzarsi di alcuni pezzi”. Insomma Marionne desidera un ragazzo sveglio e autonomo in apparenza, un uomo che sa fare sessualmente la sua parte e con l’aggressività dovuta al caso e all’uopo. Le schermaglie erotiche e affettive non finiscono mai e trovano nella vittima, il terzo uomo, il trofeo conquistato dopo un apprezzabile lavoro di seduzione e da ripetere nel tempo: “dobbiamo ricordarci di finire il lavoro”. Non è facile, ma è eccitante per una donna alle prime armi gestire due uomini navigati. La cornice macabra e sanguinaria si riduce a un semplice e obsoleto tradimento sessuale sul luogo di lavoro.

Poi mi sono messa a impastare la frolla, mischiando quella vecchia un po’ ossidata alla nuova, (questo elemento di cibo vecchio e cibo nuovo è presente in ogni sogno da quando sono qui), l’ho mescolata troppo ed è diventata inutilizzabile.”

Cambia apparentemente la scena. Da una tresca cruenta tra l’orrido e l’erotico, tra Dario Argento e Tinto Brass, la scena si sposta candidamente sull’attività lavorativa dentro l’ambiguo laboratorio di pasticceria, il luogo del crimine efferato e dell’intesa massimamente cordiale tra un uomo e una donna che oltretutto sa ben “impastare la pasta frolla” e conosce i segreti chimici degli alimenti sopravvissuti al triste destino del divoramento cruento. Allora, ragioniamo in maniera suadente e convincente. Marionne scivola dalla dimensione psicofisica sessuale nella sfera affettiva, “mi sono messa a impastare la frolla”, e tenta di conciliare in piena autonomia di donna gli affetti del passato con i nuovi amori, i nuovi “investimenti di libido”. Ricordo che il cibo è squisitamente il simbolo degli affetti familiari e appartiene ai primissimi vissuti della “posizione psichica orale” nel primo anno di vita. Marionne fatica a mettere insieme in linea evolutiva l’amore vissuto ed esperito in famiglia con il suo attuale mondo affettivo e la sua nuova palestra di vita. Non trova la qualità diversa, sempre di pasta “frolla” si tratta, ma sicuramente non riesce a conciliare l’amore verso i suoi genitori con l’amore verso gli uomini che gestisce in apparente stato di subalternità. Il sentimento vissuto in famiglia è stato ed è sicuramente pacato nella sua intensità, non aspira alla passione sfrenata e al coinvolgimento sessuale dei corpi, non chiede un’intesa speciale in tanto misfatto di ambiguità e di gestione di due figure maschili, una aggressiva e l’altra complice. Marionne squaderna nel sogno la sua gamma di uomo nell’accezione psicofisica e sotto l’egida dell’attrazione sessuale, rievocando i “fantasmi” della sua “posizione psichica orale, anale, narcisistica, edipica e genitale”, della sua formazione psichica insomma. Marionne ha tanto pensato e non riesce a comporre in buona sintesi e armonia i vissuti al riguardo. Questo è il motivo per cui la pasta frolla vecchia non è compatibile con la nuova: “cibo vecchio e cibo nuovo”, “l’ho mescolata troppo ed è diventata inutilizzabile”. E questo è un bel conflitto da risolvere in maniera equa dando a Cesare quel che è di Cesare, il padre, e a Giulia quel che è di Giulia, la madre. In sostanza, Marionne non ha lavorato adeguatamente sulla sua “posizione edipica”, per cui resta conflittuale con se stessa e con gli uomini a cui si lega e si accompagna. Sembra facile lavorare la frolla, ma non è così.

Era piena di bolle e molto strana, così l’ho usata per scriverci sopra “ricordati di pulire il sangue”. Era un appunto per il mio ragazzo e per l’indomani. Poi ho timbrato, sono andata via anch’io pensando che era un rischio lasciare il tutto così e che quando avrebbero controllato chi stava in ruota il giorno della sparizione di quella persona, ci avrebbero scoperti. Non avevamo fatto un lavoro pulito, troppo sangue dappertutto.”

La complicità nella coppia è un elemento, pardon alimento, necessario per l’evoluzione di Marionne e del suo ragazzo, specialmente in un contesto di adulterio e di trasgressione, di tradimento e di colpa. “Ricordati di pulire il sangue” è la sanzione biblica del padreterno e della sua atavica Legge. C’è qualcosa di metafisico in questa frase di Marionne che evoca filosofie e tragedie, culture e tradizioni, peccati originali e turbamenti dell’equilibrio voluto dagli dei dell’Olimpo, trasgressioni alla Legge del Padre e ossequi alla Legge della Madre. Insomma è un concetto atavico e codificato in una semplice espressione linguistica fatta di un imperativo, di un infinito e di un sostantivo: “memento culpam solvere”. L’esperienza e i vissuti collegati sono stati formativi per Marionne e sono avvolti dal senso di colpa da espiare e possibilmente in maniera costruttiva e prospera per l’avvenire.

Poi ho sognato che guidavo una moto. Il mio ragazzo mi insegnava come fare, mi seguiva con una auto, ma la moto era senza freni e, quando acceleravo, dovevo frenare con i piedi. Finivo al centro di un incrocio, mi piaceva andare veloce, ma poi non riuscivo a frenare e seminavo il mio ragazzo, non lo vedevo più e dovevo aspettarlo.”

Come volevasi dimostrare. Dicevo, per l’appunto, del versante formativo e Marionne evoca la sua sessualità, la vita e la vitalità della “libido”: “guidavo una moto”. Quale simbologia e quale allegoria possono essere più intriganti del mettersi a cavallo di una moto per gestire gli eventi psicofisici del sistema neurovegetativo? Marionne dice di avere un maestro e trova nel suo “ragazzo” la persona giusta per far brillare le polveri aggiungendo un’altra simbologia neurovegetativa, “un’auto”, generosamente regalata al suo ragazzo al fine di raggiungere una buona intesa e tutto quello che ci va dietro. La disinibizione erotica e sessuale si evidenzia nella “moto senza freni”, così come il potere della donna è fortemente appagato dall’uso dei “piedi” per frenare. Marionne gestisce la sua sessualità con la consapevolezza del potere che incarna, proprio nel senso di possesso nella carne. Ricordo che il “piede” è classicamente un simbolo fallico per il suo privilegio di essere calzato, di immettersi in un ambito recettivo. Chiariamo: nel trasporto dei sensi Marionne ha il potere su di sé e sull’altro, “finivo al centro di un incrocio”, ha l’orgasmo facile, “mi piaceva andare veloce”, ha una sensibilità erotica accentuata e prolungata come natura femminile comanda e rispetto al maschio e nel caso “al suo ragazzo”: eiaculazione ritardata di quest’ultimo. In questo caso la donna è favorita se il ritardo resta in una arco temporale gestibile e all’interno di uno stato di eccitazione. Questo capoverso del sogno di Marionne sintetizza con l’allegoria la sua vita e la sua vitalità sessuale ed erotica, nonché la relazione di potere che si squaderna in una posizione altolocata rispetto al maschio e non soltanto a livello sessuale. Marionne ha una sua forza e una volitività equamente distribuita tra l’Io e la dimensione pulsionale, l’Es. Non disdegna di comparire nel sogno neanche il “Super-Io”, la censura e l’espiazione della colpa, come nel capoverso dominato da “ricordati di pulire il sangue”.

Il sogno di Marionne è lungo e articolato, ma ha mantenuto una linea guida di senso e di significato, denotando sempre una buona dose di narcisismo anche nei momenti in cui la donna si è furbescamente sottomessa all’uomo.

Questo è quanto in maniera allargata potevo dire dell’Odissea onirica di Marionne.

Buona navigazione nel mare della vita!

GIU’ DALLA RUPE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Rebecca

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

“Ero su un sentiero vicino a casa mia con mia mamma.”

Il sogno si apre con la diade “madre-figlia”. Niente di male, purché non sia una simbiosi. Il sogno si apre con “un sentiero”. Niente di male, purché non sia il sentiero della mamma. Il sogno si apre con “vicino a casa mia”. Niente di male, purché non sia la casa della mamma adattata dalla figlia, purché ci sia la giusta “identificazione” e non l’errata commistione che fomenta soccombenza e dipendenza dalla figura materna. Rebecca si sta dicendo in sogno di essere molto legata alla madre e di percorrere un tratto di vita al suo fianco e in sua compagnia. Rebecca esalta la voce latina “mater et magistra”.

Ad un certo punto è iniziata la salita. Mia mamma si arrampicava senza problemi. Io ero titubante, non lo avevo mai fatto.”

Il sogno precisa la psicodinamica “madre-figlia” e afferma che in questa situazione esistenziale è in atto il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido”, della nobilitazione degli investimenti erotici e sessuali, delle energie psicofisiche in generale, da parte della figlia. Questa modalità viene “proiettata” da Rebecca nella madre, per rassicurare se stessa con la compagnia e con l’uso dello stesso processo psichico di difesa. Madre e figlia condividono il modo di procedere lungo il sentiero della vita e di risolvere le energie vitalistiche, le pulsioni erotiche e sessuali. La mamma si arrampicava meglio nei vissuti della figlia in grazie al suo essere una donna navigata e con le esperienze giuste alle spalle per poter contenere le spinte e le contro-spinte psicofisiche. Giustamente ancora Rebecca, giovane donna, ha qualche perplessità organica, più che mentale, a usare lo stesso processo di “sublimazione della libido”, semplicemente perché gli ormoni non sono acqua fresca alla sua età. Rebecca deve fare molta attenzione a non usare processi e meccanismi psichici di difesa incongrui. Meglio vivere quel che si deve vivere al momento giusto, meglio conoscersi, piuttosto che rimandare nel tempo le esperienze a forte carico formativo.

Inizio a fare presa sulla roccia e vedo che è morbida. Era molto scura. Inizio ad arrampicarmi seguendo mia mamma.”

Rebecca elabora in sogno attraverso i suoi simboli il lungo processo di “identificazione” al femminile nella figura materna, al fine di acquisire nei termini definiti ma non rigidi la sua “identità” psichica di donna con le dovute distinzioni dalla madre. La “sublimazione della libido” non trova la “roccia” dura come quella della madre, la sua roccia “è morbida” e Rebecca ne ha consapevolezza, “vedo”. La solidarietà con la madre non viene meno, così come la sua “identificazione”, Rebecca rileva la consistenza della “libido” nel corpo, un corpo “scuro” a testimonianza della sua sanguigna vitalità e della forza che circola. Il problema subentra nella scelta del processo psichico della “sublimazione della libido” che, alla sua età e per quanto detto dallo stesso sogno, non va bene. E’ preferibile vivere il corpo, piuttosto che mandarlo in bianco, stornare le energie ad altro uso e consumo, debellare la carica erotica e sessuale per destinarla a fini di solidarietà e di passioni socialmente consentite, come lo sport o il volontariato. Seguire la mamma è importante, ma è determinate lasciarla andare per maturare la propria autonomia psicofisica. La simbiosi c’è stata e in primo luogo era organica, di poi è stata psichica, adesso deve essere di riconoscimento non soltanto della madre, ma anche del padre per quel che riguarda l’eredità della “parte psichica maschile”. “Seguendo la mamma” va commutato in “riconoscendo la mamma”.

La rupe finiva nella sala che ho al piano di sopra. Non riuscivo a tenermi bene, mi aggrappavo a mia mamma.”

Rebecca non era andata tanto lontano se era arrivata appena al primo piano della sua casa, nella sala, nel luogo degli incontri e delle relazioni, nel reparto dei convegni familiari e delle solidarietà, nella piazza dove si celebra l’unità democratica della famiglia. Il luogo è relativamente alto, ma in ogni caso è un luogo sublimato, sacro per l’appunto. Rebecca ha una buona dipendenza psichica dalla figura materna, se ancora sente il bisogno di stare sul groppone della madre, di tornare nel grembo, di procedere in una simbiosi regressiva che annulla l’autonomia ed esalta la dipendenza psicofisica. Rebecca in crisi “non riusciva a tenersi bene” alla rupe e si aggrappava alla madre, non riusciva a vivere la sua autonomia e aveva bisogno dell’ausilio e dell’appoggio di questa figura così importante e determinante per tutti i figli. Per fortuna che la famiglia non è fatta di sola madre. La Provvidenza dispone per l’emancipazione psicofisica di Rebecca da cotanta madre.

Poi sono riuscita a salire. Mi ricordo che a casa c’erano mio papà e mio fratello maggiore.”

La famiglia classica è al completo: il padre, la madre, la figlia e il figlio. Meglio di così non si può. Ci sono tutte le combinazioni democratiche nella divisione del potere e nello scambio delle idee, nel confronto e nella dialettica. Ci sono tutti gli stimoli per socializzare e per essere anche dei buoni cittadini. Rebecca è in una botte di ferro, la sua evoluzione psichica ha tutte le componenti atte a una crescita omogenea ed equipollente. Eppure, rovesciando la medaglia, ci si imbatte nel “sentimento della rivalità fraterna” e nella conflittualità della “posizione edipica” che è critica quando non viene risolta e liquidata nei tempi giusti, quando il padre e la madre non vengono riconosciuti come i simboli concreti delle proprie origini appena chiusa l’adolescenza. E forse su questo punto Rebecca accusa una falla. La dipendenza dalla madre è uno strascico della “posizione edipica” e questo attaccamento si legge come un’alleanza con il nemico che le consente di non vivere apertamente la conflittualità e i sensi di colpa collegati al sentimento di avversione nei confronti della madre. Rebecca persiste nel suo processo di “sublimazione della libido”, “sono riuscita a salire”, e considera distrattamente la presenza di due persone che sono i poli di altri conflitti, la ragione di questo attaccamento morboso alla madre: il padre per la persistenza della conflittualità “edipica” e il fratello maggiore per lo struggimento del “sentimento della rivalità”. Così come per “par condicio” si deve ricordare il sentimento di quest’ultimo che si è visto capitare tra capo e collo una sorella con cui dividere, più che condividere, l’amore dei genitori. Rebecca in sogno ha ricomposto la famiglia e si attende uno sbocco chiarificatore, se non risolutivo.

Vedevo tutto nero guardando giù dalla rupe, era altissima. Ho pensato mi ammazzo, la faccio finita.”

La situazione psichica di Rebecca sembrava in via di risoluzione grazie alla definizione composta anche se affettivamente distaccata che aveva dato del resto della famiglia. L’averli riconosciuti lasciava sperare in una buona “presa di coscienza” e dava adito a una dialettica emotiva con la madre in via di raffreddamento. Invece, il quadro onirico finale diventa “nero”, non nel senso di luttuoso, ma “nero” nel senso della perdita affettiva, nel senso dell’angoscia della perdita affettiva. La rupe “altissima” comporta un drammatico distacco affettivo dalla madre, il “guardando giù” si traduce nella coscienza della perdita, il “vedevo tutto nero” condensa una consapevolezza del forte legame e della dipendenza. Rebecca può giustamente riflettere e pensare, non di suicidarsi buttandosi giù dalla rupe altissima, ma di cosa comporta il distacco dalla madre, la morte psichica, la depressione e la solitudine: ah, se non ci fosse la mamma, sarei una donna morta! “La faccio finita” è l’equivalente del concetto di “compimento delle sacre Scritture”, dalla massima consapevolezza si può procedere ad abbracciare la fede giusta del lungo cammino verso l’autonomia e la realizzazione del tanto temuto distacco. Rebecca può iniziare la sua crescita personale. Questo punto risolutivo comporta il rivivere l’angoscia depressiva di perdita, il nucleo psichico del primario “fantasma di morte” proprio legato alla figura materna. Rebecca conferma le teorie al proposito e la psicodinamica del suo sogno non fa una grinza alle teorie di Melanie Klein sul mondo psichico infantile.

Mi sono svegliata con un’angoscia mentale”.

Ed ecco la conferma all’interpretazione del sogno, un prodotto che nella formulazione è più drammatico rispetto al contenuto. Rebecca sembrava destinata al suicidio con questo suo volersi buttare giù dalla rupe e farla finita e invece il dottor Vallone dice che Rebecca non è candidata a niente di tragico semplicemente perché scrive lei stessa che si tratta di “un’angoscia mentale”. Quella che viveva al risveglio non era angoscia allo stato puro, ma un fortissimo dolore per l’eventuale perdita della madre e per la sua solitudine. L’angoscia non ha un oggetto di cui il soggetto è consapevole. Questo dato caratteristico è essenziale. Rebecca chiama la sua consapevole paura angoscia. Proprio perché la paura è un fatto mentale ed emotivo, proprio questa definizione di Rebecca conforta nell’asserire che la paura anche se fortissima è il punto di partenza per la strada della crescita e dell’emancipazione. Siamo in un ambito psiconevrotico con qualche punta borderline, ma siamo nel dominio della coscienza e delle attività dell’Io. La diatriba, eventualmente, bisogna buttarla dalla parte nevrotica e non dalla parte psicotica. Del resto, Rebecca ha evidenziato una “organizzazione psichica reattiva” nettamente “orale” e un “nucleo” collegato di stampo depressivo. Ma questo è un “nucleo” e non è la “depressione” maligna e severa. La prognosi è fausta, così come il lavoro di crescita personale al fine di incarnare la migliore possibile “coscienza di sé”.

Buona fortuna, Rebecca!

LA MATERNITA’ EDIPICA

TRAMA DEL SOGNO

“Camminavo da sola a passo svelto per le strade di una periferia cittadina, costeggiando una massicciata ferroviaria e arterie a scorrimento veloce, fino ad arrivare in un bellissimo acquitrino con un’erba verde brillante.

C’era una luce fredda, invernale. Era giorno.

In questa lunga camminata incontravo molte persone della mia vita, da quelle importanti a quelle marginali, ma restavano ai bordi del mio passaggio.

Infine giungevo in una bellissima città, che aveva come punto di accesso un largo su cui si affacciavano le case. Due di queste, affiancate, mi colpivano per la loro bellezza: una, la più grande, era color blu pavone e l’altra era giallo zafferano. Due meravigliosi colori resi più intensi da una luce che dal mare, che era alle mie spalle, si stampava sulla loro facciata.

Era l’ora che precede di qualche minuto il tramonto, fine estate. Sapevo di trovarmi a Siracusa (ma niente della città del sogno assomigliava alla vera Siracusa) e ad un tratto vedevo un uomo camminare a passo sicuro lungo la leggera salita che portava dal largo alle viuzze della cittadina. Non lo conoscevo, però io lo notavo.

Salendo a mia volta vedevo davanti a me, su una curva a tornante, due ragazzini, un maschio e una femmina di circa 8 e 10 anni e dicevo a quest’uomo, che era ricomparso, che erano i miei figli, avuti da due uomini diversi, dei quali non ricordavo né sembianze, né nome.

Poi lo guardavo ed ero così innamorata di lui che mi sentivo felice. Gli dicevo che ero incinta di lui e che, anche se non eravamo più giovani, io questo bambino l’avrei tenuto e non avrei fatto come con gli altri padri dei miei figli, non me ne sarei andata.

Era titubante, ma nel sogno anche lui mi amava e non diceva di no.”

Così e questo ha sognato Baba.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Camminavo da sola a passo svelto per le strade di una periferia cittadina, costeggiando una massicciata ferroviaria e arterie a scorrimento veloce, fino ad arrivare in un bellissimo acquitrino con un’erba verde brillante.”

Baba è in introspezione, sta viaggiando dentro se stessa per trovare i suoi tesori nascosti, ha una buona confidenza con se stessa e con il suo mondo interiore: “camminavo da sola a passo svelto”. “Le strade di una periferia cittadina” disegnano il progetto onirico di Baba: partire dal presente psichico per addentrarsi possibilmente in qualche arteria che velocemente porta all’immagine dello stato psichico in atto: “un bellissimo acquitrino con un’erba verde brillante”. La meta non è poi male anche se Baba ha “costeggiato una massicciata ferroviaria”, ha intravisto i suoi “fantasmi di morte” e le sue perdite depressive, tutte esperienze vissute che portano a un presente psicofisico in cui a un ristagno delle energie vitali si oppone una vivida carica di “libido”, di vitalità del corpo che vuole e della mente che desidera: “un’erba verde brillante”. E tutto questo andare avviene secondo le direttive di “arterie a scorrimento veloce”, di una consolidata “coscienza di sé” che spazia e si muove con disinvoltura e speditezza. L’introspezione iniziale viene confermata insieme alla “brillante” confidenza che Baba ha con se stessa.

C’era una luce fredda, invernale. Era giorno.”

Baba rievoca con la giusta freddezza l’evento psichico che sta preparando in sogno con tutte le precauzioni per non fare scattare il risveglio tramite la coincidenza del “contenuto latente” con il “contenuto manifesto”, il cosiddetto incubo. La “luce fredda” è dovuta simbolicamente a una “razionalizzazione” ormai stagionata dei vissuti in questione: la ragione senza emozione, una forma metallica di rivivere le esperienze significative occorse nella vita. “Invernale” ha una chiarezza depressiva, come un voler dire “nella caduta della vitalità, nella senilità, nella stagione del tramonto”. Baba è fortemente consapevole, “era giorno”, che le emozioni sul fatto in questione sono state stemperate e addirittura liquidate, per cui può andare avanti e oltre con la massima tranquillità. Tutto è sotto il controllo dell’Io vigilante e cosciente.

Che tristezza, ragazzi!

In questa lunga camminata incontravo molte persone della mia vita, da quelle importanti a quelle marginali, ma restavano ai bordi del mio passaggio.”

Baba cammina tra l’imperioso e il solenne e al centro della sua vita in atto, delle esperienze in ballo e dei vissuti coinvolti, logicamente i suoi e soltanto i suoi. Tutto il resto e tutti gli altri sono “ai bordi del mio passaggio”. Importante e degna d’interesse è soltanto la madama che, tra il riflessivo e lo ieratico, avanza al centro della sua strada, delle esperienze in atto nella sua vita. Baba è tutta presa da sé senza narcisismo, ma con tanta buddistica consapevolezza, una “coscienza di sé” che oscilla tra la nostalgia e l’attesa, tra il dolore del ritorno e il desiderio dell’avvenire. In questo riattraversare le persone importanti e marginali della sua vita e in questo renderle presenti nella panoramica mentale del ricordo emerge la protagonista del sogno con tutta la tristezza della rievocazione e la percezione gioiosa della propria consistenza psicofisica. La santa passa e la processione avanza con la statua in prima fila. Tutto resta ai bordi del suo passaggio. Non è narcisismo, è tristezza, è l’allegoria della nostalgia. Non resta che attendere dove Baba va a parare in pompa magna.

Infine giungevo in una bellissima città, che aveva come punto di accesso un largo su cui si affacciavano le case. Due di queste, affiancate, mi colpivano per la loro bellezza: una, la più grande, era color blu pavone e l’altra era giallo zafferano. Due meravigliosi colori resi più intensi da una luce che dal mare, che era alle mie spalle, si stampava sulla loro facciata.”

La tristezza è propedeutica alla Bellezza. Non si può gustare il Bello ridendo e tanto meno sorridendo. La dimensione estetica abbisogna di quella riflessione matura che, a sua volta, ha bisogno del tempo adeguatamente vissuto nell’attesa di arrivare “in una bellissima città” e di “un largo su cui si affacciano le case”. E la Bellezza immancabilmente arriva giustamente sollecitata dal paesaggio e soprattutto dal colore, anzi dai colori “blu pavone” e “giallo zafferano”. Baba è più che mai in una “reverie” nel “reve”, in una immaginazione nel sogno, in una serie di immagini che si snoda nel teatro onirico dietro la sollecitazione dell’introspezione, di questo guardarsi dentro con confidenza e con altrettanta confidenza lasciare sfilare i ricordi in questa passerella della nostalgia, di quelle persone e di quelle storie che sono state vissute e ben sistemate nel registro adeguato.

E quale registro poteva essere più giusto di quello della Bellezza?

Baba “sublima” con la leggerezza del suo passo e dei suoi sensi il materiale psichico che tocca e condensa in “due case” e soprattutto nei “colori” di questi ricordi e di queste esperienze, “due meravigliosi colori resi più intensi da una consapevolezza che affonda le sue radici nel Profondo psichico, “dal mare che alle mie spalle”. La Bellezza è la trasfigurazione di persone e di personaggi, di “fantasmi” e di esperienze vissute, che a contatto con la Ragione trovano l’armonia dei sensi in una pacata compostezza che si stampa nella facciata delle case originalmente colorate di esotici “blu pavone” e “giallo zafferano”. Questi due colori e la luce del mare fanno il capolavoro. La curiosità nasce nel prosieguo dell’interpretazione del sogno e nell’attesa di individuare precise sagome e personaggi all’interno di queste due case. Prima è opportuno parafrasare quanto detto in maniera più chiara e pop. Baba ha recuperato dal suo passato esperienze vissute e le filtra con i canoni estetici per viverne la Bellezza, al di là delle connotazioni umane ed esistenziali

Era l’ora che precede di qualche minuto il tramonto, fine estate. Sapevo di trovarmi a Siracusa (ma niente della città del sogno assomigliava alla vera Siracusa) e ad un tratto vedevo un uomo camminare a passo sicuro lungo la leggera salita che portava dal largo alle viuzze della cittadina. Non lo conoscevo, però io lo notavo.”

Era l’ora che volge al desio e ai naviganti intenerisce il core, il tempo della caduta dei sensi in sul tramontare della vita, prima della morte, prima di godere della vita vissuta e del ricordo dei minuti fermati negli attimi. Baba ha passato i cinquant’anni e ha una piena consapevolezza del suo corpo e dei diritti del suo essere femminile in piena ottemperanza alle leggi di Natura che esigono “un tramonto in una fine estate”. Anche la coscienza del luogo, “Siracusa”, è vivida come il gusto dei vissuti sensoriali che sono associati a “un uomo”, una figura maschile che permette all’amore di Baba di riscattarsi dalle pastoie del tempo andato e delle occasioni mancate tra un dejà vu e un dejà vecu, tra un desiderio che ritorna e una nostalgia che si allontana. Baba riesuma un uomo che ha fatto entrare dentro di lei con la consapevolezza del godimento estetico dei sensi che non vogliono in alcun modo “sublimarsi” nella stagione dei saldi e degli sconti presso il centro commerciale più vicino al luogo del peccato e al suolo francese, meglio mediterraneo, meglio siracusano che non è mediterraneo e neanche francese. Questo è il luogo di Baba, il “topos” in cui ha consumato il più grande peccato della sua vita, notare un “uomo che in leggera salita cammina verso il largo delle viuzze”, un uomo che aveva già conosciuto tra i meandri della sua miscellanea di sensi brillanti e di sensazioni eclatanti, di desideri eccitati e di pulsioni cruente. Il luogo è quello che sbocca nello spazio aperto di un orgasmo vissuto con un uomo sconosciuto ma ben preciso nell’immaginazione creatrice di una bambina arzilla che tanto fantastica e altrettanto allucina. Baba finge di non essere lei la donna inquisita sull’altare dei preti politicanti, ma sa benissimo che quell’uomo è suo padre camuffato dal saio di un frate cappuccino che sale la strada che porta al convento dopo la questua, dopo aver frequentato donne di mercato e uomini peccatori. Baba è in piena rievocazione della sua “posizione edipica” e sta riesumando il padre dalle fondamenta di una città che è il suo corpo, il padre incarnato nei suoi desideri di bambina e ancora irretito nelle maglie della donna di oggi, un tempo che volge al desio e a Baba intenerisce il core. Ma Baba finge di non riconoscere le fattezze del padre, ma non può fare a meno di conoscere i segnali della sua eccitazione, del suo pentolone che bolle e ribolle tra ricordi antichi e lontani e tra desideri presenti e urgenti.

Salendo a mia volta vedevo davanti a me, su una curva a tornante, due ragazzini, un maschio e una femmina di circa 8 e 10 anni e dicevo a quest’uomo, che era ricomparso, che erano i miei figli, avuti da due uomini diversi, dei quali non ricordavo né sembianze, né nome.”

Ecco che Baba sale a sua volta e ha la piena consapevolezza che negli amplessi pericolosi, “la curva a tornante”, si corre il rischio di avere dei figli, “due ragazzini, un maschio e una femmina”, si rischia l’incesto e di avere un figlio dal padre, anzi due figli da “fantasmi” diversi ma sempre riconducibili alla figura paterna. E proprio perché si tratta del padre, la funzione onirica provvede a rappresentarlo senza rappresentarlo, senza “sembianze” e senza “nome”. I padri “ricompaiono” sempre sul luogo del delitto consumato dalle figlie birichine e vogliose, così come i figli inanellati con uomini diversi, a che non si riconosca il vento di tramontana che ha lasciato immancabilmente il posto allo scirocco dopo un periodo di bonaccia. Legge universale onirica impone che le persone senza volto e senza nome siano i genitori. Tutto merito del buon funzionamento della censura onirica e dei meccanismi di formazione e confezionamento del sogno. Nello specifico, a che non si fosse ancora capito, Baba sta sognando le pulsioni e i desideri edipici, la pulsione sessuale e il desiderio di donare un figlio, anzi due, al padre in riconoscimento del suo valore di donna matura.

Il prosieguo lo dirà nei termini chiari come l’acqua di fonte che scende dalla montagne del Trentino e che con la fantasia arrivano alle pendici di Buccheri, la dove nasce l’Anapo e dove inizia il lungo travaglio di ricerca della sua Ciane, prima della fusione acqua con acqua, prima di inabissarsi e scomparire nelle falde calcaree del vallone di Carancino.

Poi lo guardavo ed ero così innamorata di lui che mi sentivo felice. Gli dicevo che ero incinta di lui e che, anche se non eravamo più giovani, io questo bambino l’avrei tenuto e non avrei fatto come con gli altri padri dei miei figli, non me ne sarei andata.”

La felicità è la presenza di un demone dentro, l’innamoramento e l’amore sono i tormenti consapevoli di questo spirito vitale che Freud volle chiamare “libido” sulla scia di Dioniso, di Epicuro, di Nietzsche. Il demone non si lascia suggestionare dai doni della Ragione di Apollo, il demone è birichino e gode alla visione del tormento procurato per grazia ricevuta. Baba è felice perché ha una prospera vitalità che l’assiste nel cammino del tramonto e che non disdegna di abbandonarsi alle dolci trame del ricordo. Baba è incinta di lui e vuole dare parola, “gli dicevo”, a questa nuova consapevolezza di avere ancora un figlio a strascico di quelli paterni, di essersi fatta ingravidare da un uomo in proseguimento della processione del Santo paterno. Dopo due figli edipici Baba è riuscita a concedersi un figlio tutto suo che sa e odora del dopobarba di suo padre: la consapevolezza di questo mondo incubato e tenuto a lungo nel sicuro delle grate e delle griglie oniriche è la novità del tempo maturo, della terza età, quella che viene sempre prima della quarta età e dopo la seconda. Mi spiego e mi rispiego: Baba sa del suo forte e contrastato legame con il padre e del perché non si è mai legata abbastanza agli altri uomini della sua vita al punto di avere gravidanze, travagli, parti e figli da svezzare e accudire sin dal primo mese, doni dell’amore “genitale”, quello che viene dopo quello “edipico”.

Una domanda sorge spontanea come nelle migliori dizioni del giornalista nel suo antico “mi manda Lubrano”: ci sono le uova per fare la frittata adesso che non si è più giovani?

Dopo tante fughe in avanti e in retro la donna si accorge del suo amore variegato nei confronti del padre e della sua realtà di un nostalgico desiderio di potenza e di onnipotenza. Per fortuna oggi la gravidanza può essere “assistita” in onore al padre e senza quell’uomo che non è necessario in un universo in cui i figli sono delle madri e in attesa di essere di se stessi.

Era titubante, ma nel sogno anche lui mi amava e non diceva di no.”

Con i conforti religiosi si è spento il desiderio di una donna edipica e si è ricomposta la salma del padre come nelle migliori tradizioni popolari e nei più brillanti riti profani. La titubanza è la sorpresa che si mangia a piccoli bocconi prima del piatto forte e risolutivo, “anche lui mi amava”, ma soprattutto prima del “silenzio assenso” tanto caro ai prefetti della Repubblica quando non sanno che pesci pigliare, quando ignorano di saper leggere e scrivere. Baba finalmente ha sciolto il nodo e ha tagliato la testa al toro: l’immagine paterna mi ha affascinata nel corso della mia vita e adesso ho la piena consapevolezza dei condizionamenti esistenziali che mi sono data da sola ristagnando creativamente in questa “posizione psichica edipica”. E’ oltremodo ovvio che “non diceva di no” è la classica “proiezione” che si può usare come esempio illustrativo nella didattica dei novelli psicoanalisti, quelli che non ci sono più e che sicuramente non sono mai esistiti dopo di Lui. Il “controtransfert” del padre non lo sapremo mai, ma piace immaginare che il vecchio marpione sapeva ben calibrare il suo intervento in maniera compiaciuta verso la figlia procace, al fine di renderla fascinosa quel che basta per diventare una maliarda.

Buon viaggio e buon appetito, Baba!

IL SOGNO A MATRIOSCA 2

RIASSUNTO DEL SOGNO PRECEDENTE

Saba sogna a matriosca, un sogno dentro l’altro, ma sicuramente un sogno dopo l’altro e ricorda questo suo meccanismo e questa sua modalità di sognare proprio perché l’intensità del sonno REM è media. Saba è mezza sveglia verso la fine del sogno e consapevolmente lo riprende e riparte per una nuova avventura onirica attinente. Saba è una donna che possiede una ricca vitalità onirica a conferma di una altrettanto ricca vita psichica e di una notevole disinibizione nel trattare i suoi prodotti psichici. Nel sogno precedente Saba aveva elaborato il suo bisogno di maternità e la sua difficoltà a diventare madre per un problema legato al compagno e per qualche trauma che la riguardava direttamente. Non erano presenti sensi di colpa, ma era rappresentata chiaramente la dinamica della fecondazione e l’esito infausto per l’insufficienza di seme, oligospermia e necrospermia. Vediamo dove va a parare il sogno della matriosca successiva.

LA TRAMA DEL SECONDO SOGNO DELLA MATRIOSCA

“A questo punto mi affaccio ad un poggiolo e guardo dall’alto la prima scena del mio secondo sogno; vedo la figlia del mio compagno che sta festeggiando il suo compleanno all’aperto, con tantissimi invitati.

Adesso ho ricordi confusi, ma so che c’erano un sacco di letti matrimoniali. Io non scendo, resto a casa con il mio compagno e intanto si fa sera.

Riappare mia sorella e ci mettiamo a parlare del senso della vita.

Entra la figlia del mio compagno e mia sorella la convince ad ascoltare una canzone di Tiziano Ferro (inventata all’uopo dalla mia mente arzigogolata) che nel titolo ha la parola “Iromia”, con la emme al posto della enne.

Mia sorella spiega con fervore che Ferro ha dimostrato una grande sensibilità ad inserire l’uso dell’aggettivo possessivo nel termine ironia.

Ascolto anch’io la canzone, ha delle belle parole, le conosco e canto, anche se al risveglio non le ricordo.”

L’INTERPRETAZIONE DEL SECONDO SOGNO DELLA MATRIOSCA

A questo punto mi affaccio ad un poggiolo e guardo dall’alto la prima scena del mio secondo sogno; vedo la figlia del mio compagno che sta festeggiando il suo compleanno all’aperto con tantissimi invitati.”

Saba si stacca dal coinvolgimento con la problematica dialettica della maternità contrastata e impedita e si mette in un punto di osservazione sublimato dove può portare avanti, al meglio e senza sofferenza, i temi dominanti in questa notte a sogni multipli. “Guardo” si traduce in “prendo coscienza” e “dall’alto” si traduce “sublimo”. Saba non cade nell’angoscia depressiva legata alla perdita della capacità di procreare e usa la “razionalizzazione” per giustificare a se stessa questo momento critico e questo rospo non facile da ingurgitare. All’uopo mette le sue energie al servizio di se stessa e degli altri e travalica l’aspetto materiale della maternità come esperienza vissuta, magari legandosi affettivamente alla figlia del compagno. Tanta gente sotto il poggiolo e all’aperto festeggia lo scorrere del tempo di una giovane donna su cui Saba investe le sue energie amorose e solidali. Saba si è staccata da gran signora dalla gente e si è posta in un poggiolo, in una sua nicchia in alto da dove osserva una figlia adottiva e la gente che le fa festa. La soluzione è buona e verte tra consapevolezza e sublimazione. Saba contempla.

Adesso ho ricordi confusi, ma so che c’erano un sacco di letti matrimoniali. Io non scendo, resto a casa con il mio compagno e intanto si fa sera.”

La confusione è giustificata dall’angoscia che il tema onirico suscita. Vuol dire che la “rimozione” della delicata e traumatica psicodinamica funziona a metà e il materiale psichico che emerge e sfugge al carcere della “rimozione” combina la trama del sogno camuffandola in maniera adeguata tramite il meccanismo psichico di difesa della “figurabilità”, dare la giusta immagine simbolica al materiale emerso per non farlo riconoscere. Infatti i tanti “letti matrimoniali” attestano la psicodinamica della coppia nell’intimità sessuale, quando il maschile e il femminile s’incontrano per fondersi nelle prerogative naturali inscritte negli organi. Ma Saba sa tutto questo e non è una novità che la sconvolge, è una situazione da cui si astiene senza fuggire ma con lo scoramento depressivo di chi non può partecipare alla pari al convegno dei maritati in procinto di combinare guai procreativi e trasgressioni erotiche. Saba non scende e resta in alto e in casa insieme al suo compagno di viaggio in questa impresa teatrale che mette in scena una psicodinamica di coppia tra le tante che incorrono nei sentieri della vita e del vivere. Saba vive la sua coppia in maniera appartata e anomala per pudore e per rabbia. Lei non scende nella materia e nella materialità della sessualità e della fecondazione per adire a una gravidanza, simbolo del letto matrimoniale, Saba sublima la sua “libido” e la mette al servizio della sua sensibilità di donna che assorbe quello che impara e lo fa suo. “Intanto si fa sera” rievoca il verso del poeta Salvatore Quasimodo della brevissima poesia “Ed è subito sera”, un poeta immeritatamente riconosciuto come Nobel. Intanto Saba abbassa la vigilanza della coscienza, si obnubila in uno stato “spleen”, la milza greca funziona producendo bile nera che porta inquietudine e malinconia. Stasera non esco e “resto a casa con il mio compagno”: l’associazione fa la forza e la condivisione porta coraggio.

Ma cosa condividono i due?

Riappare mia sorella e ci mettiamo a parlare del senso della vita.”

I due sublimano con le discussioni filosofiche il trauma occorso alle singole persone e alla coppia. Possono scrivere un nuovo trattato sul “De consolatione philosophiae”” come se non bastasse già quello di Severino Boezio. Oppure si mettono in sintonia con le drastiche teorie dell’Esistenzialismo francese, quelle di Sartre e di Camus, dal momento che prediligono la lingua francese per quel sapore erotico che si porta dentro e dietro. La “sorella” “riappare”, riappare l’alleata onirica, quella persona su cui Saba può proiettare le sue angosce e portarle avanti in sogno e che magari stima come una valida interlocutrice di temi astratti e altamente inutili come quelli “del senso della vita”. Saba sta dicendo che arriva sua sorella e si mettono a parlare tanto per parlare, a parlare per niente. Certo bisogna considerare quanto la parola e il parlare aiutano a scaricare e a comunicare, a capire e a sedare.

Potere terapeutico del Verbo e potere taumaturgico del Verbalizzare!

Bisogna riformulare le ragioni del vivere attraverso il parlare per cicatrizzare le ferite e ripartire verso le avventure che incorrono facilmente a chi si muove e va in giro per il mondo anche se crudele. Vediamo, a questo punto, dove va a parare la matriosca onirica 2 di Saba.

Entra la figlia del mio compagno e mia sorella la convince ad ascoltare una canzone di Tiziano Ferro (inventata all’uopo dalla mia mente arzigogolata) che nel titolo ha la parola “Iromia”, con la emme al posto della enne.”

La situazione sociale si complica per motivi di ordine psichico e Saba introduce la figlia del compagno, quella che all’inizio del sogno festeggiava il compleanno con tantissimi invitati e con tanti letti matrimoniali, quella giovane donna ricca di tante promesse e di tante virtù che Saba vive con un’ambivalenza affettiva di un certo spessore e che guardava dal poggiolo in alto della sua casa. Anche la sorella continua a fungere per Saba, alleata che, oltretutto, arzigogola una canzone inesistente del cantante Tiziano Ferro, un testo che nel titolo contiene la soluzione del quadro psicodinamico: “iromia”. Saba dice a se stessa tramite la sorella e la figlia del compagno di usare il metodo socratico della “ironia” e della “maieutica” per conoscere se stessa, di effettuare una buona “razionalizzazione” della propria condizione psichica attraverso la perdita delle false certezze e l’acquisizione delle nuove verità, quest’ultimo punto attraverso un parto di “parti di sé”, valori culturali e virtù sociali.

Ma perché Tiziano Ferro e non Tony Santagata o Albano e Romina, immarcescibili come il fiore che non marcisce alla porta della chiesa prima del funerale?

Tiziano Ferro è vissuto come il cantante dell’intimità e dell’interiorità attraverso un’espressione linguistica semplice e non banale e che non manca di una vena futuristica. Saba è tutta presa da se stessa e dai suoi “fantasmi” in riguardo alle sue maternalità e maternità, nonché dalla sua tendenza a isolarsi nella ricerca della risoluzione, solipsismo. In ogni caso Saba sa bene quali sono le cose giuste, quelle che deve fare: la tensione alla “coscienza di sé”.

Mia sorella spiega con fervore che Ferro ha dimostrato una grande sensibilità ad inserire l’uso dell’aggettivo possessivo nel termine ironia.”

Saba si proietta nello schermo gigante della sorella alleata e rende ragione della grande sensibilità necessaria alla pratica socratica del “conosci te stesso”, basata come si diceva prima sulla “ironia” o destrutturazione psichica e sulla “maieutica” o parto delle prime verità sempre sul tema universale del “chi sono io”. L’aggettivo possessivo “mia” associato a “ironia” equivale a “destrutturo me stessa”. L’assonanza o fenomeno fonetico della “crasi” o “sincrasi” consiste nel mettere insieme due parole combinando la fine della prima con l’inizio della seconda. E’ questa l’operazione fonetica che mette in atto Saba per dire a se stessa che conosce la metodologia socratica e la metodologia personale psicoterapeutica della destrutturazione o perdita delle “resistenze” che impediscono l’afflusso del materiale profondo rimosso e del parto delle prime note psichiche della vera identità. Brava Saba che con la sua sensibilità onirica ha tirato in ballo Tiziano Ferro, un cantante sicuramente a lei gradito, per parlare di sé e delle sue pratiche psicologiche. I meccanismi di difesa dello “spostamento” e della “traslazione” sono abbondantemente usati come lo zenzero in cucina.

Ascolto anch’io la canzone, ha delle belle parole, le conosco e canto, anche se al risveglio non le ricordo.”

Come volevasi dimostrare, Saba ascolta la canzone che ha inventato creativamente sulla falsa riga del suo stato esistenziale di donna sensibile ai valori psico-culturali della coppia e della maternità, elogia l’estetica delle parole e innalza un inno alla bellezza, dimostra di conoscere il testo come da copione e di saperlo cantare nelle giuste modalità di voce e di postura della sua ugola d’oro. Ha composto in sogno la poesia che al risveglio regolarmente non ricorda perché era troppo bella.

Peccato che le cose belle e i sogni debbano sempre finire!

Saba conclude il secondo sogno a matriosca con la piena consapevolezza delle sue psicodinamiche e precisa anche il metodo psicoterapeutico che segue, quello più antico e vicino al Buddismo, la metodologica socratica.

Al sogno di Saba si può apporre una composta italica “fine” o un freddo americano “the end”.

LA “COSA” PARLA 8

LE PAROLE DI UNA LAMENTELA

I pregiudizi sugli omosessuali esistono

e nessuno può negarlo:

tu sei un gay e io una fotomodella.

Ci resto sempre di merda

perché sono ingenua e anche troppo.

Tu non fai “avances”,

resti tranquillo e orgoglioso.

Non giudicarmi,

ti prego,

se non ho nulla da spartire con la eletta casta degli omosessuali.

Quale persona sei, tu che parli da effeminato?

Quale lingua è la tua?

Io non le conosco.

Tu scandisci le parole

affettandole come un salame di “casada”

e ti atteggi in maniera ambigua

per farmi capire quanto sono stupida

a non volermi accorgere

che sei soltanto un volgare frocio camuffato da artista,

quell´artista che fai continuamente vedere a quelli come te,

gli imbecilli dal buco quadrato e bucherellato.

Hai forse una diversa visione del mondo?

Parliamone!

Io, purtroppo, ho costruito un castello di pregiudizi

e lo tengo in piedi con gli sputi sprezzanti dei moralisti.

Due uomini in un letto, credimi, non ci stanno proprio bene.

Non é questione di pregiudizi.

Mentre una ragazza ti parla

e t’insolentisce in un traumatico approccio,

tu ritieni di averla presa sui denti e fai finta di niente.

Hai rovinato tutto ancora una volta.

Ti ricordi che ieri sera siamo andati a giocare a tennis alla luce dei riflettori?

Non lasciarti andare,

è meglio.

Soprattutto non gasarti perché hai vinto.

In un paio d’ore ti squagli al punto giusto,

quello adatto per sbagliare ancora una volta.

Sono cose che succedono.

E’ vero,

ma in una prossima vacanza ben venga l’approfondimento su noi due,

sulla nostra lotta senza quartiere e senza premure,

su un investimento condotto con il minimo danno e il massimo rischio.

Io non ho fretta,

ti telefonerò`

e sono sicura che venerdì mi porterai a ballare,

piuttosto che intripparmi in questa guerra tra poveri.

Io difendo i miei genitori,

le pure immagini reali di come io non sono e non vorrei essere.

A momenti, sai, mi capita di innamorarmi di te.

E’ una lotta serrata con quella parte di me

che si lascerebbe montare da te.

Tu m’interessi,

ma sei un interesse morboso per me

e allora io non ho bisogno di te.

Cosa importa se sono sempre la stessa donna

che si è appena lasciata con l´ultimo uomo.

Eviteremo d’impegnarci

e con i denti difenderemo la nostra sfera personale di cristallo:

il giovedì è mio, il venerdì è` tuo.

Io parlo in lingua madre e senza spocchia,

mi batto per i diritti dei diversi

perché penso che la posizione giuridica degli altri

non porti niente di nuovo e di buono a noi due.

Hai il problema della personalità giuridica?

Rivolgiti alla tua ambasciata

e poi mi saprai dire

se quattro giorni in montagna passati

con lo spettro del cosa fare e del cosa dire

corrispondono alle solite paure di una donna fallita.

Ogni tanto penso

che sono a una svolta nella mia vita.

Non vorrei deprimermi,

vorrei funzionare meglio

e abbandonare finalmente i soliti inutili stratagemmi,

pensieri fissi

che mi saltano in mente nei momenti meno opportuni.

Tu sei un ragazzo passionale

e io confido nella calma, nell’età e nell’esperienza.

Un pensiero va e torna,

un’emozione diversa e uno stimolo piccolissimo,

un fatto sentimentale organizzato con il cuore.

Cosa posso fare?

Tu sei semplicemente bello,

tu sei da ammirare dentro

per provare una forte emozione fuori.

Io mi abbandono a te

e mi pento sempre di averlo fatto,

ho paura e ho voglia,

m’illudo e mi disilludo.

Ho deciso di non guardarti più

e di essere tutta presa soltanto da me stessa.

Fai finta che non sia successo niente

e vai in pace come nelle quotidiane rappresentazioni religiose.

Io non ero presente

perché è avvenuto tutto il contrario

di quello che avevo pensato e previsto.

Io vorrei, ma non posso,

avrei voluto, ma non ho potuto,

non ho ancora abbastanza fiducia in me stessa

e non ho le idee chiare.

Mi va bene essere scontata

e trovarmi in una fase nuova della mia evoluzione psicofisica

senza necessariamente essere costretta

a buttarmi a capofitto in un fienile

semplicemente perché non è questo l’amore della vita.

Noi due stiamo solo bene insieme.

Le mie attese e le tue paure mi disorientano.

Se ci sei, batti un colpo per favore.

Io faccio ciò che sento?

Dipende.

Non faccio previsioni

al di là di quelle che sono le tue idee.

Il mio motto è “fai quello che senti,non mascherarti!”

Io ci tento e ci ritento.

Tu apprezzi l’iniziativa

e io faccio orecchio da mercante,

ma se ti accarezzo,

tu parti e travolgi tutto,

perché ti lasci andare senza inibizioni.

Tu sei un ragazzo caldo,

non sei freddo e calcolatore.

Ma cosa ti aspetti da me, o sangue caliente?

Io provo a starti dietro ancora una volta.

Calma, ti prego!

Lasciami scaldare ancora un po’ prima di partire.

Sai che le donne devono essere comprensive e materne

prima di allagarsi nel bassoventre.

Pensieri che vanno e che vengono

trovano il mio corpo alle prese con un altro amante

e la tanto sospirata magia finisce in un battibaleno.

Mi dico che sarà quel che sarà,

che succeda tutto quel che deve succedere,

per il resto…“je m’en fous”.

Calore e passionalità,

amore e sesso,

sentimento e senso,

emozioni e istinto

si mescolano in questo ambiguo calderone,

si fondono in questa enorme “caliera”:

poenta e osei”,

poenta e tocio”

e apparentemente tutto viene lasciato al caso.

Je m’en fous”,

mio caro,

anche se mi preparo a un nuovo fallimento

come un buon trappista che si prepara alla morte degli altri.

Ci vediamo in discoteca o in pizzeria?

Telefonami le due alternative

e fissa bene il mio prefisso.

Io, intanto , insieme a un altro scelgo una “capricciosa”

senza acciughe e con tanta vitamina “c”.

Tu, perentorio, chiedi: la pizza era buona?

E dopo?

Dopo,

dopo i discorsi si sono sdoppiati

come le immagini di un film muto

e hanno preso il volo i bacini e le coccole,

gli scherzi e le schermaglie,

le complicità e le carezze audaci.

Mi ami?

Quanto mi ami?

Tanto?

Tanto quanto?

Sciorina pure l’arsenale delle corbellerie, per favore.

Tira fuori con parsimonia le cose giuste

per due persone maggiorenni soltanto per l’anagrafe.

Accomodati pure.

Entra se vuoi.

Sai che al momento opportuno

succede sempre l’inizio di un nuovo niente.

Tutto deve ancora venire.

E’ stato soltanto un attimo bello.

Resta di stucco, è un barbatrucco!

Cosa vuoi aver rovinato tu?

Magari fossi capace di qualcosa.

Posso capire che è troppo presto,

ma in ogni modo il tempo è soltanto il tempo

e se io mi avvicino

e tu ti irrigidisci,

beh,

allora, sai, vai pure a cagare!

Io capisco e ho sempre capito,

non mi allarmo più,

sono abituata a intrallazzare con gli impotenti.

Ti sto un po’ dietro,

solo un po’,

perché non ho premura

ma ho soltanto premure per te.

Io non sogno più.

Ricordo solo un commercialista

pieno di soldi in tasca

e senza potere tra le cosce.

Io,

così contraria ad accumulare sesso in banca,

io non ammucchio denaro per gli strozzini legalizzati,

io investo i miei miseri soldi,

pochi e maledetti,

soltanto su me stessa.

Non sono una formichina,

né una cicala puttana

o una gatta in calore.

I significati sono diversi.

Chi capitalizza il sesso,

non si sente sicuro sul suo conto corrente.

In famiglia?

Tutto bene.

Grazie.

Tu sai già delle lune paterne

e delle paturnie chiuse in isolamento coatto nel cervello di mia madre.

Lui?

E’ un grosso maleducato!

Non farci caso,

non sa comportarsi in maniera civile.

E mentre tutto passa,

io ancora m’interrogo

sul perché non ti ho dato il benservito ieri sera.

Avevo altri pensieri in giro per la testa

e tanta voglia di paranoia.

Tutto bene sul lavoro?

Si vivacchia e i debiti avanzano,

ma domenica farò fronte dignitosamente

all’impegno a suo tempo contratto con le banche e con i miei genitori.

Io, invece, metto via e metto via,

sai,

non voglio trovarmi con il culo per terra.

Vedremo, caro signore, vedremo.

Io, intanto, vado.

Lei resti pure qui da solo

sotto l’insegna luminosa “da Gennaro”,

perché le fa solo bene.

Le fa solo bene restare da solo, mi creda.

L’ANIMA CHE VOLA DI ELISA

E’ una canzone importante e premiata per il valore letterario del testo, fascinosa nella musicalità e suadente nel messaggio. Elisa l’ha dedicata al suo uomo e al padre dei suoi figli: una canzone d’amore composta dopo la seconda maternità. “L’anima vola” segna il primo lavoro discografico in lingua italiana della cantante friulana.

Ma cosa contiene di “Psichico profondo” questo testo di scuola ermetica?

La metodologia psicoanalitica trova pane per i suoi denti.

L’anima vola”

Il simbolo “anima” è antichissimo, risale ai primordi dell’umanità. L’antropologia culturale lo attribuisce alla magia, alla religione, alla mitologia, alla filosofia, alla psicologia, alla psicoanalisi, per cui al simbolo si associa anche il concetto. L’anima è il più diffuso ed efficace esorcismo all’angoscia di morte con il suo attributo dell’immortalità. Jung volle che “l’anima” fosse la componente inconscia femminile del maschio, così come “l’animus” era l’equivalente maschile nella femmina. Ci piace pensare che “l’anima” di Elisa sia il suo tratto psichico femminile, la “parte femminile” della sua psiche che si integra con la “parte maschile” per comporre la sua “androginia psichica”. Quest’ultima si attesta nel coniugare attributi psichici maschili e femminili simbolicamente e culturalmente ascritti all’universo maschile e femminile, al di là del loro essere biologico maschile o femminile. Questo per quanto riguarda l’anima. In riferimento alla sua immaterialità è possibile che che l’anima “vola”. Il “volo” richiama il meccanismo di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” e si attesta simbolicamente nell’evoluzione della materia verso la spiritualità con il conseguente benessere psicofisico. L’emancipazione dalle dipendenze materiali riguarda “l’anima” e il “volare”. La liberazione dalla pesantezza del corpo e dalla dimensione materiale porta alla sfera eterea del mistero e del mistico. Nel prosieguo dell’analisi del testo si definirà “femminilità” l’anima e nello specifico la “femmina biologica” e la “femmina psichica”.

le basta solo un po’ d’aria nuova”

L’”aria” è simbolo della vita e della vitalità. Rievoca il soffio di Dio nel “Genesi” per animare il pupazzo “AdamEva” composto dal fango e chiamato uomo nel senso di maschile e femminile. L’”aria” è il principio cosmogonico, “arké”, secondo Anassimandro e secondo le teorie filosofiche dei Sumeri e dei popoli dell’area mesopotamica. Se l’”aria” rappresenta simbolicamente la vita, l’aria “nuova” condensa il dare la vita, la verità biologica della procreazione e dell’amore della Specie. La femminilità è vita e dà la vita.

se mi guardi negli occhi”

Gli “occhi” contengono la luce della ragione e della realtà, la verità di sé e la coscienza di sé, la relazione vigile con se stessi e con gli altri. Negli “occhi” si attesta una vena di consapevole “simpatia” nella partecipazione emotiva e nella condivisione emotiva. Il “guardare” condensa un’ispezione interiore dell’altro e può degenerare in un’istanza paranoica. Il “se mi guardi negli occhi” si traduce in “se indaghi nella mia vigilanza razionale”, “se mi vuoi conoscere nella realtà”, “se aspiri a una conoscenza formale e visibile”. E’ richiamata la funzione razionale dell’”Io” con l’esercizio del “principio di realtà”.

cercami il cuore”

Il “cuore” è simbolo della “vita neurovegetativa”, delle emozioni, dei sentimenti, degli affetti, delle pulsioni, dell’empatia e della simpatia. “Cercami” è un invito seduttivo alla fusione sentimentale, una “traslazione sublimata” di un amplesso erotico e sessuale, la ricerca d’intimità e d’interiorità mista alla ricerca dei corpi.

non perderti nei suoi riflessi”

Perderti” equivale all’abbandono psicofisico, all’affidamento acritico e fiducioso. Niente di depressivo, tutt’altro! Condensa la grande capacità di lasciarsi andare e la disposizione all’orgasmo insieme a una benefica caduta nell’indifferenziato senza squilibrio. I “riflessi” del cuore sono tutte le dimensioni sopra citate che vanno da Eros a Pathos, dal corpo che vive al sentimento che si vive.

non mi comprare niente”

La femminilità è aliena dalla materialità, si esalta nel senso mistico e si appaga delle atmosfere rarefatte. La femminilità si volge alla spiritualità. Il “comprare” equivale a un’acquisizione possessiva, a un potere di investire la “libido” per avere. La femminilità non chiede niente, è aliena dalla materia e dal potere.

sorriderò se ti accorgi di me fra la gente”

La femminilità esige attenzione e premura, la consapevolezza dell’importanza della complicità, del sorriso, dell’apertura, del piacere, della gioia che traspare nel riconoscimento e nella bellezza. Il “sorriderò” accattivante e ruffiano segna la seduzione e l’intesa. La “gente” sono gli altri, i senza nome, i senza individualità che fanno contorno e cornice a una relazione speciale, quella della femminilità con il suo interlocutore. Il “ti accorgi” attesta dell’afflusso del “rimosso” e della conseguente presa di coscienza.

sì che è importante”

Le cose che contano, quelle che hanno valore per la femminilità, sono la complicità seduttiva e il sorriso consenziente. “Importante” equivale all’amor proprio e all’autocoscienza, allo spirito affermativo e alla valorizzazione di sé, all’autostima dell’Io e del suo vissuto.

che io sia per te in ogni posto”

Onnipotenza e ubiquità dell’amore materno! Per il bambino la mamma è una dea. La femminilità esaltata nella maternità induce l’augurio che il pensiero possa annullare lo spazio. Il ruolo psichico assimilato è imprittato di sacro e lo schema culturale parla della femminilità come di un soggetto di maggior diritto.

in ogni caso quella di sempre.”

La sostanza della femminilità è “sempre” la stessa, quella” che non varia al variare delle apparenze. Dopo il superamento dei limiti della dimensione spaziale, l’essere femminile presenta l’immutabilità del tempo e sceglie per sé il tempo che non scorre perché è fermo, perché è un presente continuo, un “breve eterno”. L’essere della femminilità resta identico secondo le tracce di una onnipotenza psichica e secondo i bisogni affettivi.

Un bacio è come il vento”

La fusione orale, un bacio”, l’affettività trasporta, inebria, emoziona, è una pulsione incontrollabile, “come il vento”, è il simbolo della passione e la metafora della volitività, della vitalità, della “libido”, delle energie da investire, dell’umore. Tutto questo è contenuto in un ingenuo e tenero “bacio”.

quando arriva piano però muove tutto quanto”

La dolcezza si sposa con la passione che muove la femminilità e commuove la maternità. “Eros” e “pathos” si coniugano ed esaltano in trasporto sensuale e sentimento. La donna perde la testa in progressione con il cuore.

è un anima forte che sa stare sola”

L’essere femminile è autonomo e si appaga di sé. La forza significa che sa di sé e non ha bisogno di altro fuori di sé. La madre è autosufficiente e consapevole. Il sapere della propria solitudine è affermazione di potere, difesa dal coinvolgimento e rasenta l’onnipotenza narcisistica

quando ti cerca è soltanto perché lì ti vuole ancora”

La seduzione femminile è finalizzata al desiderio che cerca il maschio per appagare se stessa e il Genio della Specie. Istinto è pulsione a cercare, è aver bisogno di sé e dell’altro affermando un potere. Volere è desiderio passionale e coscienza di godimento.

e se ti cerca è soltanto perché l’anima osa”

“Memento audere semper” recita un motto latino invitando a vivere intensamente la vita e la vitalità. La femminilità ci prova sempre e si basa sui fatti e non sulle astrazioni. La femminilità osa nel senso di fare e con coraggio e nel senso di realizzarsi come una pulsione e di dare concretezza all’idea, ai pensieri, ai desideri, ai bisogni. L’osare simbolico è un investire con ardimento. La donna è ardita e va all’assalto della vita senza il coltello tra i denti.

è lei che si perde e poi si ritrova”

Passare dall’emozione alla ragione, dall’orgasmo alla vigilanza, dal crepuscolo della coscienza alla limpidezza della mente, è questo il passaggio della femminilità dall’Inconscio al Conscio, dal buio alla luce per ricomporsi e ricompattarsi dopo essersi smontata psico-analiticamente. Viva il principio femminile!

E come balla quando si accorge che sei tu a guardarla”

La femminilità si esalta con la consapevolezza di essere per te e di essere piaciuta a te. Tu la esalti con interesse affettivo e sessuale. “Guardare” equivale ad apprezzare la bellezza e la ragione, a metà tra il movimento sensuale di appagamento e il sentimento d’amore verso la femminilità.

non mi portare niente”

Non voglio materia, la femminilità e la maternità esigono movenze psicologiche, danze affettive, presenze amorose, perché la donna e la madre si appagano di sé e nulla chiedono.

mi basta fermare insieme a te un istante”

“Fermati, sei bello” dice all’attimo Schiller. Vivere fuori dal tempo insieme a te comporta una creatività che fa a meno della Storia, un’eternità che va contro la miseria del Tempo. La Bellezza della femminilità e della maternità si coglie nell’attimo e non nello scorrere dei secondi, dei minuti, delle ore.

e se mi riesce”

Se sono capace di fermare la mia femminilità, se è nei miei mezzi fermare il tempo e vivere l’attimo insieme a te con tutta la bellezza della dimensione eterna della maternità, io sarò pienamente appagata di questo traguardo.

poi ti saprò riconoscere anche nelle tempeste”.

L’imprinting è avvenuto, adesso puoi andare, se vuoi, perché io ormai so di te, ho il tuo sapore e saprò di te quando il mio corpo navigherà nel trambusto dei sensi, nei tempi meteorologici che cambiano in tempeste.

l’anima vola, mica si perde”

La femminilità e la maternità non condividono i processi d perdita, tutt’altro! Il bilancio è sempre attivo e prospero. La partita doppia vede sempre il rialzo nella voce “attivo”. La donna e la madre non conoscono la depressione e la caduta delle energie da investire, semplicemente perché sono fatte di “libido genitale”, quella che si dona e appaga nella cornice magica del sentimento d’amore.

l’anima vola, non si nasconde”

La femminilità e la maternità non si rimuovono, non si dimenticano, non si lasciano archiviare facilmente come una pratica burocratica o un vizio assurdo. La femminilità e la maternità vivono nel presente e nel breve eterno. Esigono la costante memoria e l’imperitura manifestazione dettate dalla consapevolezza di essere i veicoli della vita e della vitalità: filogenesi.

l’anima vola, cosa le serve”

La femminilità e la maternità bastano a se stesse, non hanno bisogno di alcunché, vivono di se stesse e si appagano della loro autonomia. Hanno solo bisogno di amare perché sono anima, essenza vitale che aleggia e nutre.

l’anima vola, mica si spegne.”

La femminilità e la maternità sono eterne, almeno quanto l’eternità della vita che ha coscienza di sé, che sa di sé e aspira a perpetuarsi grazie all’anima che vola e non si imbatte nella fine e tanto meno nella morte. C’è sempre un’anima che sorge come il sole giocondo e libero in sul primo albeggiare.

Questo è quanto e scusate se è una canzone di musica leggera.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo (TV), giovedì 14 del mese di maggio dell’anno 2020

E COSI’

E così non ti vedrò mai più.

E così non ascolterò più la tua voce

sussurrarmi “quando arrivi stasera”

o “casa vuoi da mangiare”,

le domande della vita di sempre,

della vita di noi due,

quelle segnate dalle ore sull’orologio della nostra cucina.

E così sei andato a trovare la mamma.

Come un ladro ti sei nascosto ai miei occhi dentro uno scafandro

e non sei venuto con me

a respirare la fresca brezza dell’Adda

dall’acqua grigia e lenta che scorre come il fango,

non sei venuto con me

a perdere il fiato per le lunghe corse

sugli argini segnati dai biancastri platani.

Mi hanno detto che il tuo corpo sopraffino è stato cremato in Friuli

e che avrò in dono un’anfora bianca ricolma del tuo nettare,

un’anfora di marmo bianco

da cui bere il sorso dei tuoi ultimi affannosi respiri,

un’anfora in cui versare i miei ultimi affannati sospiri.

Mio adorato padre,

ci ritroveremo sulle sponde dell’Adda

tra il fango e la melma che toglie il fiato

e che sporca le bianche carni di una figlia devota,

di una donna innamorata e abbandonata

da un futuro eroe nazionale degli Spedali civili di Brescia.

Silvia

…………. (BS), martedì 31 del mese di Marzo dell’anno 2020

UN MOMENTO DI CRESCITA

“Volevo chiederle se ci può aiutare con il sentimento d’angoscia che prende in alcuni momenti chi, come me, non può vedere il figlio, la mamma, il compagno.

Io sono sola in casa, faccio mille cose, mi sono data dei programmi e nuovi interessi da curare, ma in alcuni momenti mi sento sopraffatta.

Sembra assurdo, sembra di vederli al di là di un vetro, ma non posso afferrarli. Se fossero in viaggio e il virus non ci fosse, sarei tranquilla.

Quali e quanti fantasmi aleggiano in queste giornate lunghe?

Penso alla guerra, penso che siamo immensamente più fortunati, penso che forse qualche lettura potrebbe aiutare.

Può suggerire qualche titolo?

La ringrazio tanto e facciamo di questo momento un momento di crescita.”

Mariella

Comincio dalla fine.

“Facciamo di questo momento un momento di crescita.” Sarà necessariamente così e al di là della nostra espressa volontà e adesione. Siamo tutti toccati dalla Morte, dalla possibilità di essere infettati dal virus e di morire. Thanatos ha bussato alla nostra porta e noi non dobbiamo aprire, dobbiamo tenerla chiusa e restare in casa insieme a Eros. Dobbiamo volerci tanto bene e voler altrettanto bene a quelli che sono nella stessa barca, familiari e non, sicuramente persone non estranee perché condividiamo lo stesso drammatico momento storico.

Riprendo dall’inizio.

La Psiche individuale non fa distinzione tra le gradazioni della paura o dell’angoscia. La Psiche riceve un messaggio di fine e di distacco e si appresta a elaborare questo materiale depressivo in base alla sua organizzazione, alla sua formazione, alla sua struttura evolutiva. Ogni persona reagisce in base a come si è formata ed evoluta, in base ai suoi traumi e alle sue esperienze vissute. Di conseguenza, la paura della morte o l’angoscia di morte sono modulate secondo la tipologia di “organizzazione psichica”: a prevalenza orale, anale, fallico-narcisistica, edipica, genitale.

Questo è il processo della Psiche individuale.

La Psiche collettiva è colpita dallo stesso messaggio di morte ed elabora la paura e l’angoscia stemperandole con il vissuto della condivisione. Da un lato la paura e l’angoscia hanno un’intensità inferiore, dall’altro lato si colorano delle tante caratteristiche sociali che vengono comunicate e immesse nel circuito psichico.

Siamo tutti chiamati a elaborare i nostri vissuti individuali e collettivi. I primi, come dicevo prima, riguardano i tratti della nostra formazione psichica come nel caso di Mariella, i secondi si amplificano e perdono una parte delle loro caratteristiche imbevendosi della panacea sociale. All’aumento della quantità corrisponde una riduzione della qualità. La paura e l’angoscia si annacquano proprio allargando i loro confini. Questa è la bontà terapeutica della condivisione, del mal comune che è un mezzo gaudio, della consolazione di vivere insieme emozioni e tensioni, sensazioni e sentimenti, riflessioni e ragionamenti. Questa paura e questa angoscia non sono soltanto dolorose e drammatiche, ma hanno una valenza “etica”, tendono al Bene individuale e collettivo proprio perché sono socializzate e accrescono il senso di appartenenza e di condivisione. L’Etica usa gli schemi culturali accessibili alla massa e, quindi, maggiormente comprensibili e facili da tradurre in atto. Se poi questi schemi sono emotivi, l’effetto di aggregazione è immediato e maggiore. Questa è l’Etica collettiva.

L’Etica individuale è più complessa e sofisticata proprio perché riguarda le sfaccettature personali e la storia irripetibile di un singolo. L’angoscia di Mariella riguarda, a conferma di quello che dicevo, il non poter vedere “il figlio, la mamma e il compagno”, verte sulla sua solitudine e sulla lontananza degli affetti più cari, riguarda l’assenza di soggetti investiti da “libido genitale”, dal sentimento d’amore, insomma. La permanenza in casa scatena in Mariella il suo conflitto affettivo, il “fantasma di morte” scatenato dal “coronavirus” si colora d’affettività, del tratto “orale” caratteristico di Mariella. E’ come se dicesse a se stessa: “vedi, devo amare di più e meglio, devo esternare di più i miei sentimenti, non devo trattenermi nel comunicare l’affetto che mi lega a loro, non devo avere conflitti inutili da portare avanti con risentimento e tante meno con astio, devo amare meglio mio figlio, mia madre, il mio compagno, devo coinvolgermi di più e soprattutto esprimere con atti e parole quello che sento.” La madre Mariella vuole proteggere il figlio, la figlia Mariella vuole proteggere la madre, la donna Mariella vuole proteggere il compagno. Quando Mariella immette questo suo materiale psichico nel sociale, si rende conto che è nella stessa barca affettiva e allevia la sua paura e la sua angoscia perché le vede condivise. Le sensazioni dolorose sono sublimate nella consapevolezza del bisogno di amare e nel desiderio di essere amata. Questa “coscienza di sé” è originata dall’insoddisfazione della sua carica affettiva e dei suoi investimenti sentimentali. In alcuni momenti Mariella si sente sopraffatta da quella che vive come una sua incapacità a lasciarsi andare nella cura e nell’esibizione degli affetti. “Vederli al di là di un vetro” e non poterli afferrare è il conflitto di Mariella che emerge sotto la sferzata dell’angoscia di morte destata dallo stato di pericolo individuale e collettivo. Toccati dalla Morte reagiamo con noi stessi e insieme agli altri, una reazione “etica” perché impostata nella condivisione, nell’arrecare sollievo e nel sentirsi sollevati. Aleggia il “fantasma di morte” e tutte le variabili fantasmiche depressive a esso collegate, come l’inanimazione, la perdita, l’anaffettività, la frammentazione, la mutilazione, l’abbandono, la castrazione, la perdita d’oggetto e l’indeterminato. Questi sono i colori dell’arcobaleno depressivo del “fantasma di morte”. A ognuno il suo.

Continuando l’analisi della lettera di Mariella, bisogna considerare che l’invisibilità del virus è più angosciante della guerra. Un conflitto bellico lo vedi e puoi fuggire mettendoti in salvo. Il fatto che sei chiuso in casa in attesa di eventi positivi e di una remissione clinica della malattia pandemica, comporta uno sforzo importante per operare la “razionalizzazione” dello stato psicofisico e logistico in cui ti trovi. Devi capire i tuoi “fantasmi” in riguardo alla morte e allo spazio ristretto. Sei chiamato a controllare le tue pulsioni profonde e a convertire la “fobia” del chiuso in una “filia” del chiuso attraverso il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione”: la claustrofobia in claustrofilia e il tutto in favore della continuazione della vita. Rispetto ai profughi di guerra siamo svantaggiati semplicemente perché siamo in condizioni più angosciose proprio per la subdola presenza e per la mortale azione del “coronavirus”. Il disagio psicologico prolungato è motivo di stress anche se la condivisione sociale è di notevole aiuto. Circola un breve spot in cui si vede una infermiera in camice, cuffietta e mascherina che tiene in braccio la penisola e le isole con in alto a sinistra la scritta “andràtuttobene”. Il sottofondo musicale è il brano “all’alba vincerò” tratto dalla romanza di Giacono Puccini “Turandot”. Tra abbracci commossi e condivisioni altamente emotive lo spot ha una carica terapeutica individuale e collettiva di enorme portata, a conferma anche del genio italico di colui o di coloro che lo hanno ideato e realizzato. E’ vincente questo processo psicosociale di “identificazione” nel “popolo nazione” per arrestare il propagarsi del virus attraverso la soluzione apparentemente rudimentale ma efficacissima del chiudersi in casa, del benefico isolamento per isolare la bestia molesta. Questa è la migliore psicoterapia collettiva sul mercato odierno. Non dobbiamo reagire al virus con l’onnipotenza o l’impotenza, il fatalismo o il narcisismo. Dobbiamo usare la prudenza e la cautela, la pazienza e la remissione, in attesa che decresca l’azione del virus grazie alla benefica rudimentale fuga da lui, quella che stiamo operando su prescrizione della Scienza prima che della Politica.

Viva la Scienza, viva la Medicina, viva la Chimica, viva la Biologia, viva tutti gli operatori sanitari che ci stanno aiutando a uscire fuori dal tunnel dell’angoscia con il loro coraggioso lavoro e con la loro abnegazione. Una menzione d’onore va ai politici che hanno ascoltato gli scienziati e hanno anteposto la Salute pubblica all’Economia e alla Finanza. Non dimentichiamoci dei fornai e delle commesse dei supermercati.

Viva Platone che voleva i filosofi al potere e viva Aristotele che voleva la Scienza al potere in tutte le manifestazioni dell’uomo.

A buon intenditor poche parole.

I libri, oltre quelli che ho già consigliato nel precedente post, sono i seguenti: le Novelle di Pirandello, le prime opere di Camilleri, le novelle di Verga, il Vocabolario italiano, l’Atlante geografico, la Psicologia delle masse e analisi dell’io di Freud, i Dialoghi di Platone e in particolare il Convito, la Repubblica, il Timeo, il Fedone.

I film di Bernardo Bertolucci e di Sergio Leone aiutano perché sono belli e lunghi, così come i film di Fellini. In ogni caso avete il tempo di spulciare nella vostra libreria i film che vi hanno regalato in chissà quale Natale e che regolarmente avete accantonato in attesa di vederli. L’occasione trasognata è arrivata. Datevi da fare.

Un libro di cucina regionale vi aiuterà a passare all’azione dopo averlo letto e a cimentarvi con l’arte culinaria che va tanto di moda e che ci viene tanto invidiata dal mondo infame.

“Andràtuttobene”, parola di Aristotele!

Intanto “ammuttamu e caminamu”!

AKHTER MABIA 20

Biagio di Callalta, 10 giugno 200…

Mio adorato ba,

ti ricordi che quando ero piccola mi prendevi per mano e mi portavi al mercato del nostro paese dove tutto era colorato di giallo e di bianco e immancabilmente mi dicevi: “ricordati, Mabia, che la farina di grano costa meno del riso e che con un chilo di riso compri due chili di farina bianca, ma ricordati anche che il riso può essere amaro o troppo nero.”

E io non capivo quello che dicevi e mi chiedevo in silenzio perché me lo ripetevi ogni volta che giravamo felici tra le bancarelle del mercato tra il giallo dell’holud e dei meloni e il bianco della farina e del riso.

Io non capivo perché ero tutta presa dalle tue mani che mi stringevano e dal passeggiare insieme a te in mezzo alla nostra gente: io ero la tua regina e tu eri il mio re.

Del riso e del grano, della farina bianca e del riso nero non capivo un bel niente e del resto non m’interessava un bel niente; io avevo soltanto bisogno di sognare il tuo amore per me e nella mia presunzione di bambina vanitosa io non ero la tua principessina ma ero la tua regina.

Nel tempo e con la lontananza ho capito cosa il mio baba voleva dirmi e con tanta insistenza e ogni volta che uscivamo.

Nel tempo e con la lontananza, mio dolcissimo baba, ho capito la parabola del tuo messaggio e ho recuperato nella mia memoria di bambina vanitosa le storie della tua vita, le storie della tua vita raccontate a volte con l’orgoglio dei poveri e forse con la negligenza dei delusi.

E allora ho rivisto appese alle pareti della nostra calda e modesta casa tutto il carico dei tuoi ricordi e delle tue idee.

Il mio baba da giovane era un nazionalista indipendentista, un aumilich, un autentico e sincero aumilich, un musulmano che amava il suo Dio e il suo paese, la sua fede e la sua libertà con lo stesso trasporto che il Corano suggerisce ancora oggi agli uomini di buona volontà e di pie intenzioni, i veri uomini di pace.

E in verità si legge nel Corano che Allah non cambia la realtà di un uomo e la realtà di un popolo fino a quando questo uomo e questo popolo non sono cambiati dentro di loro.

Bisogna ripulirsi dentro, bisogna essere puliti nel profondo del nostro cuore, mio caro baba, e non bisogna essere ipocriti come i sepolcri imbiancati, perché Allah ci guarda dentro e nel profondo del nostro cuore e non ci guarda in faccia o nella pancia.

Questo insegna il nostro Libro sacro, mio adorato baba, e a questi insegnamenti divini dobbiamo volgere sempre il nostro sguardo di poveri mortali, dobbiamo rivolgere le nostre domande di uomini ignoranti e dobbiamo affidare le nostre perplessità di figli del Provvidente.

Lui, il Grande e l’Onnipotente, ci ha voluti e ci vuole così, modesti e devoti.

Io so che il mio baba non è un ipocrita ed è sempre stato ed è ancora oggi un vero amante della libertà e un vero combattente della fede e della giustizia, un aumilich, un autentico aumilich e un pio musulmano che lascia maturare le sue idee con i suoi anni come i kadal che coltivava e coltiva ancora nel suo campo e che al momento giusto riempivano la nostra tavola e che ancora oggi riempiono la sua tavola anche senza la presenza della sua devota figlia.

Il mio baba non ha mai separato le fede dalla libertà, la fede dalla giustizia e per affermare questi valori religiosi ha anche combattuto contro i miscredenti.

Quanti infedeli ha ucciso il mio baba in battaglia ?

Tutti quelli che Allah ha voluto mettere sul suo cammino di credente e sulla Via della verità.

Quanti nemici ha ucciso il mio baba in battaglia ?

Tutti quelli che Allah ha voluto mettere sul suo cammino di credente e sulla Via della verità.

Il mio baba ha sempre amato e ama Allah e i Suoi doni, la giustizia e la libertà.

E io, la sua Mabia, sono come lui perché ho imparato da lui.

Il mio baba ogni quattro anni si reca a votare con il vestito nuovo e con tutto l’orgoglio di un musulmano che ha combattuto per la giustizia e per la libertà del suo paese e del suo popolo in nome di Allah.

Rivedo ancora al centro di una parete della nostra semplice casa il ritratto di Shekmogivor, la guida della nostra libertà e l’eroe della nostra indipendenza, l’uomo voluto da Allah per il nostro riscatto contro i nemici oppressori e contro i fratelli fuorviati, il generale di un fedele e prezioso combattente, il mio baba.

Rivedo il mio baba che prega per lui davanti alla sua fotografia e lo raccomanda alla pietà del Misericordioso perché entrambi hanno amato e amano Allah, la libertà e la giustizia e meritano il Giardino delle Delizie.

I nemici del mio baba sono stati da sempre gli Inglesi, miscredenti e crudeli, uomini senza Dio e senza pietà che adorano i falsi idoli e sottomettono i popoli senza avere alcun diritto.

I nemici del mio baba sono stati i Pakistani, i fratelli fuorviati che Iblis aveva accecato con l’illusione del potere e dello sfruttamento dei loro stessi fratelli, i musulmani infedeli che dovranno espiare le loro colpe perché Allah è Misericordioso, ma non dimentica neanche un dattero o un crine di cammello.

I nemici del mio baba sono stati l’Occidente e l’Oriente, gli uomini malvagi dell’Occidente e i fratelli cattivi del suo Oriente.

Il riso amaro e nero erano proprio i suoi fratelli pakistani e la farina bianca erano gli Inglesi, gli occidentali in genere e tutti quelli che mangiano il pane di grano.

Il mio baba pensa ancora che la gente dell’Islam è superiore per la fede che porta nel vero Dio e perché la gente dell’Islam ha sofferto la violenza degli stranieri e delle religioni imperfette.

L’amore in Allah ha ispirato il suo grande cuore e nel tempo la sua idea ha vinto.

“Ricordati, Mabia, che la farina di grano costa meno del riso e che con un chilo di riso compri due chili di farina bianca, ma ricordati anche che il riso può essere amaro o troppo nero.”

Allora, mio caro baba, dimmi perché oggi lasciamo il nostro paese e partiamo verso il lontano Occidente ?

Forse per sopravvivere, ma sicuramente per esserci e per vivere da musulmani anche in terra straniera.

In verità tutti gli uomini che hanno creduto in Allah e sono emigrati e hanno lottato con i loro beni e con le loro vite sulla Via del vero Dio saranno a suo tempo ammessi e premiati nel Giardino.

E tutti quelli che hanno dato loro asilo e soccorso, ebbene tutti questi sono alleati dei musulmani e Allah, da Buono e Premuroso Padre, vede e considera quello che essi hanno fatto e continuano a fare per i Suoi figli lontani.

La ricompensa del Misericordioso è per tutti e anche per quelli che aiutano nella bella e gioiosa Italia Mabia e Pervez.

Anche queste persone sono e saranno amiche del mio baba e soprattutto di Allah e per loro non mancheranno le preghiere nel cuore e nella bocca del mio baba, così come non mancano e non mancheranno nel mio cuore e nella mia bocca.

La mia preghiera è sempre provvida e il mio tappetino è sempre diretto verso Makka.

E’ anche vero che chi ama la sua terra, come il mio baba, non sente il bisogno di partire e non si lascia abbagliare dal denaro e dalla ricchezza, dal lusso e dalle comodità, dalle automobili e dai supermercati.

Chi ama la sua terra, come il mio baba, accetta la volontà di Allah e attende il Paradiso nel luogo dove il Misericordioso ha voluto che nascesse per onorarlo e per portargli testimonianza.

Il grano ti dà la farina bianca per fare il pane, ma il pane è sempre pane dappertutto e

anche se è condito con le olive o con i semi di papavero.

Il mio pane era quello dei musulmani, il rutì, quello schiacciato come una piadina, il pane senza lievito e senza sale che esaltava il gusto del pesce o della carne nei giorni della festa e dell’abbondanza.

Adesso che sembro a me stessa e agli altri di essere diventata ricca, il mio pane è sempre quello dei musulmani, il rutì, e non è quello dei miscredenti e degli infedeli, ma è sempre il pane della mia terra anche se fatto con quella farina bianca che mi permette di vivere con amore in un paese straniero e di lottare per un futuro migliore insieme a tutti gli uomini e a tutte le donne di buona volontà, quelle persone che non hanno pregiudizi da scaricare sul prossimo e frustrazioni da far pagare ai propri simili o tanto peggio ai propri fratelli.

E io, mio caro e dolce baba, ho iniziato la mia missione e la mia pacifica battaglia senza versare quel sangue umano che è sempre rosso sotto l’ingannevole colore della pelle di ognuno di noi, musulmani e cristiani, miscredenti e atei, politeisti e pagani.

L’odio non serve a nessuno, le guerre, ormai, sono inutili stragi e il fanatismo fa sventolare la propria bandiera soltanto sopra un cumulo di cadaveri.

Il vero scopo di qualsiasi religione è di unire gli uomini e non di dividerli.

La fede deve unire anche nella differenza delle religioni e deve redimere i senzadio almeno nell’amore verso il prossimo, nella partecipazione, nella collaborazione e nel servizio verso i più deboli per fare in modo che questi ultimi non esistano più sulla faccia della terra.

Muhammad ha insegnato proprio questo: amare il prossimo e soprattutto i più deboli.

So che questo progetto è ambizioso e che c’è ancora oggi tanta strada da fare e tanti ostacoli da superare, ma insieme agli altri il cammino sarà più spedito e più gioioso.

Per altri intendo non soltanto i fratelli musulmani, ma soprattutto quelli che non sono musulmani e che non potranno mai esserlo e che nonostante tutto non sono libertini e non sono debosciati.

Allah non vuole il disprezzo del tuo prossimo.

Ho conosciuto un senzadio, mio caro baba, e con lui ho parlato talmente tanto che mi sono legata e forse mi sono addirittura innamorata.

E’ un italiano e non capisco la mia attrazione nei suoi confronti, ma sono sicura che oggi non saprei rinunciare alla sua gentile persona e alla sua preziosa presenza anche se non è musulmano ed è un senzadio.

La giustizia, la libertà e la tolleranza sono oggi i valori che un buon musulmano deve portarsi addosso come la pelle e deve realizzare in questa vita insieme agli altri uomini di buona volontà.

I nemici siamo noi stessi quando pretendiamo di essere figli di Dio e ci chiudiamo agli altri con cui viviamo e da cui in un certo senso materiale dipendiamo.

La mia triste esperienza con Joshim e la mia permanenza in Italia non mi ha cambiata come figlia di Allah e non mi ha trasformata da donna onesta in una puttana e tanto meno in una miscredente infedele.

La mia esperienza di vita mi ha dato soltanto la possibilità di allargare gli orizzonti del mio cuore e della mia mente e mi ha permesso di riflettere alla luce dei fatti e senza alcun pregiudizio; e credimi, mio caro baba, che tutto questo non è poco.

Allah guarda misericordioso le mie prove e le mie sofferenze, ma guarda soprattutto la sincerità del mio cuore in qualsiasi cosa faccio, anche quando mastico un dattero o prego nel mese di Ramadan con il tappetino rivolto verso Makka.

Mio caro baba, non devo chiedere il tuo perdono per tutto l’amore che ti porto e non devo chiederti scusa per tutte le offese della mia precedente lettera perché in entrambi i casi è il sentimento profondo che nutro per te che mi ha scatenato questa reazione.

Io sono come te, io sono il tuo ritratto e ricordati che non puoi accusarmi di nulla, perché sei stato proprio tu e senza accorgerti a infilarmi dentro e con amore l’immagine che io ho di te nel mio cuore sin da quando ero la tua bella bambina, quella figlia da portare a spasso per il paese senza pregiudizio e con tutto l’orgoglio di un uomo musulmano e di un padre libero nella mente e nel cuore.

E allora non devi lamentarti se anch’io nella mia vita voglio essere una persona politicamente impegnata e innamorata delle sue idee e dei suoi progetti, ma è anche vero che non dimenticherò mai di essere una donna musulmana e sincera con il suo Dio.

Io non voglio essere una schiava e neanche un’eroina condannata a morte da un tribunale musulmano fatto di uomini mezzi iman e mezzi assassini.

Io non voglio essere uccisa come una puttana dalle pietre di un qualsiasi maschio autorizzato dalla legge a spaccarmi il cranio sotto un lenzuolo bianco in un tragico tiro al bersaglio che ridesta gli istinti più bestiali di un essere umano.

E ricordati che queste non sono mie fantasie, ma questa è la realtà e speriamo che al più presto diventi una realtà del passato.

E così Amina e Safira sono ancora vive perché noi, donne islamiche che viviamo in paesi democratici, abbiamo protestato e chiesto il loro intervento in nome dei diritti umani.

Queste sono le nuove e le nostre battaglie e si vincono senza spargere sangue in nome della democrazia e della civiltà e non in nome di un dio che non esiste.

Basta che tu alzi appena la testa e sopra il tuo paese trovi gli integralisti islamici dell’Afghanistan e se ti sposti un po’ a sinistra trovi i paesi arabi e africani dove si confonde ad arte e sulla pelle della povera gente la politica con la religione e dove Allah viene contrabbandato con Sadam Husayn o con il mullah Omar, con qualsiasi altro sanguinario dittatore o con qualsiasi altro folle ayatollah, con gli sceicchi del terrore ubriachi dei dollari del petrolio o con i fanatici talebani che pretendono di essere i successori di Muhammad.

Mio caro baba non vedi cosa succede in Iraq, in Nigeria, in Algeria, in Iran, in Libia ?

Ormai anche in Bangladesh è arrivata la televisione e puoi essere informato su tutto quello che succede nel mondo non dimenticando mai di non lasciarti suggestionare da quello che senti e di tenere per te l’ultimo giudizio.

Non vedi, mio caro baba, tutte le inutili guerre e le continue stragi che avvengono in Palestina e in Israele, in Cecenia e in India, in Pakistan e negli Stati uniti, in tutto il resto del mondo ?

E dimmi, mio caro baba, in tutte queste tragedie cosa c’entra Allah ?

Sono queste le guerre sante di un tempo ?

E chi sono i nuovi martiri ?

I suicidi del terrorismo o la povera gente che per caso si trova nel posto sbagliato al momento giusto ?

E quanti buoni fratelli musulmani sono rimasti sepolti insieme ad altri uomini fratelli sotto le torri gemelle di New York senza sapere perché sono stati assassinati proprio loro che erano nella giusta via ?

Allah non ha mai voluto queste infamie e chi le impone è soltanto un dittatore e un miscredente e per lui ci sarà soltanto la Fiamma eterna.

La guerra santa e il martirio non hanno senso di esistere in un mondo che è la casa comune di tutti gli uomini di buona volontà.

Io voglio vivere finalmente la mia vita con la massima libertà e con la massima giustizia e con la massima democrazia.

E allora, se ancora non lo hai capito, devi sapere che Mabia insieme a Safira, a Zibiba, ad Assia, a Jasmina, a Orzala, a Rubia, a Camira, ad Amina, ad Aisha, a Kadigia, a Malika, a Fatima, ad Halima e a mille e mille altre donne italiane, arabe, africane, sudamericane e del resto del mondo e di tutte le razze, ecco noi tutte insieme abbiamo fondato in Italia un’associazione per i diritti della donna musulmana.

Noi siamo le nuove combattenti sulla via di Allah e questa è la nostra battaglia, quella che non uccide, ma che salva e riscatta dalla schiavitù migliaia e migliaia di donne umiliate e sfruttate dalla violenza dei prepotenti, uomini che in un modo religioso e in un modo politico esercitano un potere ingiusto.

Noi non siamo sole in questa battaglia civile, ma siamo in buona compagnia di altre associazioni di donne e tutte insieme lottiamo per la nostra dignità e per i diritti della famiglia, per i valori della diversità e della tolleranza.

Al di là del velo che portiamo e della religione che professiamo niente ci divide e niente ci può dividere perché siamo convinte di essere dalla parte della giustizia.

E questo non è un nuovo fanatismo, mio caro baba, questa è la nostra presenza nel mondo e tra la gente, questa è la nostra battaglia senza martiri e senza sangue.

Non vogliamo più donne che si mettono incinte di tritolo e che si fanno saltare in aria per uccidere i nemici convinte che Allah lo vuole e sicure che riapriranno gli occhi nel Giardino delle Delizie e magari ancora al servizio degli uomini che in vita le hanno ingannate.

Queste donne, mio caro baba, sono ancora vittime delle menzogne dei maschi e del loro violento potere politico che le ha voluto e le vuole sempre ignoranti e schiave.

Noi musulmane non vogliamo essere donne ignoranti, donne martiri e donne suicide, noi vogliamo essere donne ricche di sangue da regalare ai propri figli, capaci di amare noi stesse e i nostri simili, degne di partorire tanti bambini con amore e senza odio e felici di donarli al proprio uomo con riconoscenza, vogliamo gustare la vita e ci opponiamo a ogni ingiustizia e a ogni violenza perpetrate sul nostro cuore e sulla nostra mente.

In quale surat del Corano Allah ha detto ai suoi fedeli di morire per la Sua causa uccidendosi per uccidere ?

Dove si trova nel Corano la giustificazione del suicidio in nome di Allah ?

Caro baba ti invito a trovare i versi del Corano e a comunicarmeli, perché io, che ho veramente studiato direttamente in arabo il nostro libro sacro, non li ho ancora trovati.

O forse sono gli sceicchi del terrore ubriachi di petrodollari e gli ayatollah dell’ingiustizia ubriachi della loro vanità a spingere i propri fratelli verso la morte per realizzare i loro progetti di odio e di guerra.

Noi donne islamiche abbiamo salvato le vite di Amina e di Safira perché non vogliamo donne e uomini martiri, non vogliamo guerre, vogliamo il riconoscimento dei diritti delle donne e vogliamo fare la volontà di Allah.

Il Corano è la nostra religione e la vita civile internazionale ormai non vuole essere confusa con le leggi religiose.

Io sono una donna musulmana come il premio Nobel per la pace Shirin Ebadi.

Lo sai, mio caro baba, a chi è stato dato dagli uomini giusti dell’Occidente il premio Nobel per la pace ?

Proprio a Shirin Ebadi, una donna musulmana dell’Iran, una donna che combatte per le riforme civili contro il potere ingiusto degli ayatollah, una donna che non vuole più che il Corano sia la difesa dei soprusi dei maschi.

Mio caro baba, ti ho detto tanto e ti ho detto troppo, ma non ti ho detto ancora tutto, ma stai tranquillo perché quello che ti devo ancora dire è sempre qualcosa di bello.

Se la tua figlia prediletta Mabia è diventata così, chiedilo a te stesso e nel profondo del tuo povero cuore troverai la risposta più vera e nella tua limpida mente troverai la giustificazione più logica e naturale.

Che Allah ti conservi ingenuo per i miei peccati più belli e inconfessabili, oltre che per la delizia del mio cuore e che il Misericordioso non abbia fretta di darti il premio che meriti, il premio degli uomini giusti e devoti nel nostro Giardino.

Per morire c’è sempre tempo per gli uomini di grande valore; adesso resto in attesa della tua rabbia di uomo testardo, ma sono convinta che dopo due giorni ritornerai ad essere soddisfatto di quella bambina che ti portavi a spasso per il mercato di Dakka e che un giorno ti sei lasciato sfuggire dalle mani per darle la possibilità di realizzare il suo sogno di libertà.

Credimi !

E non continuare a essere un brutto asino, perché altrimenti questa volta devo proprio e soltanto bastonarti !

E credi una volta per sempre alla tua devota Mabia.

Savar, mag mash, 200…

Dolce figlia Mabia,

“Mi rifugio nel Signore degli uomini,

Re degli uomini,

Dio degli uomini,

contro il male del sussurratore furtivo,

che soffia il male nei cuori degli uomini,

che venga dai demoni o dagli uomini.”

Con tanto amore e venerazione, credimi; il tuo baba.

AKHTER MABIA 19

San Biagio di Callalta, 30 aprile 200

Al mio caro baba arrivano tanti saluti e tanti baci da sua figlia Mabia.

Ho ricevuto la tua amara lettera e non so se essere dispiaciuta perché stai male o essere addolorata per le cose brutte che mi dici e per le minacce che mi fai.

Sicuramente sono molto confusa e quasi, mio caro baba, non ti riconosco più come quella bella persona che tu sei sempre stato per i miei occhi e per il mio cuore al tempo della nostra felicità.

Eppure nella mia confusione mi sento molto forte, sicura e decisa a fare le scelte giuste per difendermi dalla violenza degli altri, per rispettare le Leggi di Allah, per vivere con decoro la mia vita, per consentire a mio figlio Pervez di realizzarsi nel migliore dei modi e da buon musulmano, per concedere a me stessa la dignità di una persona che esiste in questo mondo e che è sicuramente passata da queste parti e che vuole lasciare una piccola traccia di questo suo essere esistita proprio in questo mondo e di essere passata proprio da queste parti.

E tutto questo lo voglio fare senza arrecare offesa a nessuno e in primo luogo al Misericordioso.

Però, prima di iniziare questa triste lettera, una lettera che non avrei mai voluto scrivere e soprattutto al mio baba, voglio pregare insieme a te per confermarti quanto sono devota a Colui che mi ha dato la possibilità della vita eterna e a Colui che mi ha dato la vita terrena, il mio Dio e il mio baba.

In nome di Allah, il Compassionevole, il Misericordioso.

La lode appartiene al Allah, Signore dei mondi,

il Compassionevole, il Misericordioso,

Re del Giorno del Giudizio.

Te noi adoriamo e a Te chiediamo aiuto.

Guidaci sulla retta via,

la via di coloro che hai colmato di grazia, non di coloro che sono incorsi nella Tua ira, né degli sviati.

Amin.

Caro ba, adesso posso cominciare a scriverti con il rispetto dovuto e con tutta la devozione di una figlia che sa riconoscere le sue nobili radici senza distruggere l’albero millenario della fede e senza mancare di riverenza nei confronti di un padre confuso e deluso.

Mio caro ba, io ho paura.

Tu devi capire soltanto questo e devi infilartelo nella testa dura che hai e non devi dimenticarlo mai più anche perché io non te lo ripeterò mai più: io ho paura di stare con Joshim per il semplice motivo che è stato e continua a essere una minaccia per la mia vita e per quella di mio figlio.

Io non sono andata via da mio marito per capriccio o per mancanza di rispetto o per umiliarlo o per le mille altre stupidaggini che tu mi dici e che la gente ignorante dice soltanto perché ha la bocca per parlare e non ha il cervello per pensare.

Io sono scappata da mio marito semplicemente perché avevo e ho paura che possa ancora fare del male a me e a Pervez.

Hai capito, mio caro ba ?

Joshim è un violento, ha tentato di uccidermi e ha ucciso la mia bambina.

Joshim è un assassino e io non posso riconoscerlo come l’uomo che mi vuole bene e che non può stare senza di me come va dicendo in giro ai suoi amici.

Joshim è un miscredente e non ha mai rispettato le leggi di Allah anche perché è un ignorante ed è cresciuto in mezzo alla campagna come una bestia.

Joshim si ubriacava, mangiava la carne di maiale, giocava d’azzardo, bestemmiava il dio dei cristiani, non ha mai fatto l’elemosina, usava la droga e perdeva la testa con tanta facilità al punto che anche il dottore dell’ospedale di Treviso ha detto che era mezzo pazzo.

Adesso, caro ba, dimmi come io e il mio bambino potevamo e possiamo stare insieme a un pazzo assassino.

Se non mi sai rispondere, allora vieni tu a curare la mia paura.

E invece di capire e di avere fiducia nella figlia, cosa fa il mio baba ?

Il mio baba prima mi capisce, poi non mi capisce perché si lascia convincere dalla gente ignorante di Savar, quelli che non sanno quello che dicono e aprono la bocca soltanto per dire stupidaggini.

Oppure devo pensare che il mio baba finge di non capire e mi provoca ?

E allora cosa mi scrive ?

Il mio baba mi ricatta nella maniera più spietata maltrattando ma e minacciando di ripudiarla se io non ritorno con il pazzo furioso di mio marito Joshim.

Ma cosa c’entra tutto questo e cosa significa ?

Io credo, caro ba, che tu sei malato e non capisci più niente, perciò devi affrettarti a fare il pellegrinaggio a Makka, perché, se continui così, sei sulla strada giusta del peccato e della miscredenza, proprio tu che sei sempre stato un esempio di fede e di onestà morale per il tuo paese e proprio tu che hai consultato tutti i molovì di Dakka per sapere se rientrava nella legge di Allah la possibilità che la moglie si separasse dal marito perché lui la maltrattava e la picchiava.

E sono sicura che non hai detto ai molovì che Joshim mi ha anche ucciso la bambina che portavo nella pancia buttandomi giù dalle scale.

Ma vergognati di dire e di fare certe cose, devi soltanto vergognarti ai miei occhi e agli occhi del Giusto e del Provvidente perché le tue esagerazioni sono diventate ingiustizie belle e buone e grandi peccati nei confronti di Allah.

Fortuna che Lui è un Perdonatore, ma soprattutto è molto comprensivo nei confronti degli imbecilli e molto paziente nei confronti dei presuntuosi.

E tu, caro baba, sei imbecille e presuntuoso perché hai pensato e pensi che tua figlia Mabia, quella donna che hai cresciuto con l’orgoglio di essere musulmana e che hai voluto che da piccola studiasse il Corano direttamente in lingua araba, da quando abita in Occidente, ha dimenticato tutti i tuoi buoni insegnamenti e che magari lascia il marito per un altro uomo o fa la puttana per gli italiani che hanno voglia di arare il campo di una donna esotica dalla pelle olivastra.

Ma cosa hai pensato e cosa pensi che io abbia dimenticato i tuoi insegnamenti e quelli di ma e che io non sia più credente perché mi sono lasciata abbagliare dall’oro dell’occidente.

Tu hai pensato per me quello che effettivamente è successo a Joshim.

E allora questi discorsi li devi fare a lui e non a me.

Adesso vengo al fochir e al molovì, ma più che altro vengo ai molovì di Savar e di Dakka perché sono stati fuorvianti come i miscredenti o non hanno capito come stava veramente la questione.

Il fochir è un pover’uomo costretto a combattere i gin maligni di Iblis e lasciamolo affaccendato in questo suo lavoro di purificazione dal male anche se a volte i gin maligni siamo noi stessi e non i demoni di Iblis.

E’ molto facile dare tutte le colpe a Iblis e ai suoi degni compari e non assumersi le proprie e giuste responsabilità, mio caro baba, dico che tante volte i figli di Allah dovrebbero essere più coscienti nei pensieri e coerenti nelle azioni senza scomodare il Provvidente e i suoi nemici nelle cose personali e quotidiane.

Allah è Misericordioso e Provvidente, ma nelle cose serie e importanti e non nelle sciocchezze degli uomini.

Joshim mi picchiava e i gin maligni non c’entrano niente, più che altro c’entrano e tanto l’alcool e la droga.

Di questo passo diremo che Allah è un Dio cattivo perché è responsabile dei gin maligni e perché non annienta Iblis e lo lascia andare in giro a fare del male ai suoi figli.

Ripeto, mio caro baba, Allah è un Dio serio e per bene, non può essere chiamato in causa nelle azioni che dipendono dalla tua volontà come l’avere fede in Lui o rispettare la propria moglie o amare i propri figli.

Adesso, caro baba, ti chiedo il permesso di prenderti per mano e di portarti a visitare il Corano sul nostro problema e, se mi segui con la necessaria umiltà, ti accorgerai che non c’è niente di scandaloso o peggio ancora di peccaminoso se marito e moglie si separano, perché Allah nella sua infinita preveggenza e nella sua immensa provvidenza ha previsto tutto e soprattutto senza alcuna condanna per la donna.

Se ben leggi e ben pensi, caro ba, nel mio caso è proprio Joshim che rischia di finire nella Fiamma eterna.

Io ho stretto il patto con Allah e ho giurato di non associargli altro dio, di non rubare, di non fornicare, di non uccidere i miei figli, di non commettere infamia con le mani e con i piedi, di non disobbedire, di non fare nulla che non sia conveniente, ho rispettato ciò che mi è stato affidato e gli impegni che ho preso, ho reso testimonianza sincera, ho curato le orazioni quotidiane, ho digiunato nel mese sacro di Ramadan, sono stata conforto per mio marito, mi sono sempre disposta sotto di lui per essere il campo da seminare quando non avevo il sangue e Allah ci ha dato in premio un figlio maschio che ho curato e curo come le pupille dei miei occhi.

Io non ho nessuna colpa e non ho commesso alcun peccato, io sono una buona donna musulmana, una donna che è stata umiliata e violentata da un uomo che si diceva musulmano e che in effetti si è dimostrato un miscredente, il peggiore dei miscredenti.

Cosa dice il Corano in questi casi ?

Cerco di spiegartelo con le stesse e semplici parole del nostro Libro sacro.

Se una donna teme di non essere amata da suo marito o addirittura di essere odiata, non ci sarà colpa alcuna se si accorderanno tra loro, perché l’accordo è la soluzione migliore in ogni caso di separazione e Allah nella sua generosità darà a entrambi i doni della sua abbondanza, perché Allah è immenso e saggio e la donna pura e casta non è per il miscredente.

Coloro che accusano le loro spose senza avere altri testimoni che se stessi, devono giurare in nome di Allah quattro volte e alla quinta volta devono invocare la maledizione su se stessi se hanno detto il falso.

Alla moglie deve essere risparmiata la punizione se lei attesta quattro volte in nome di Allah che non ha mentito e la quinta volta deve invocare l’ira e la punizione di Allah se non avrà detto la verità.

Ebbene, caro ba, io ho detto la verità, ho detto sempre e soltanto la verità, sono pronta ad attestare mille volte di fronte ad Allah la mia innocenza e sono pronta a invocare ancora mille volte l’ira e la punizione di Allah.

Io voglio restare quella che sono, una donna musulmana e quindi non voglio tirare in ballo contro Joshim i documenti dello stato italiano o le carte della polizia italiana.

Io seguo devotamente soltanto la Legge del Corano e per la mia Legge io sono in perfetta regola e non c’è molovì di Dakka o di Makka, tanto meno di Savar, che possa dimostrare il contrario, perché Allah è dalla mia parte e perché io sono sempre stata dalla parte di Allah.

E Allah tutto questo lo sa e non può punirmi in alcun modo, per cui qualsiasi giudizio di Dio io lo supererei senza alcun dubbio e con la massima certezza perché Allah è il Giusto e io sono nel giusto.

E, se qualche molovì mi condanna, io dico che questo avviene soltanto perché costui è un maschio e un ignorante, ma non certo perché costui conosce il Corano e applica la Legge di Allah.

Comunque, ricordati ba, che noi musulmani non abbiamo sacerdoti di nessun tipo a cui obbedire e che la nostra religione non concede poteri divini a uomini speciali, noi musulmani siamo tutti di Allah e soltanto di Allah e siamo direttamente di fronte a Lui e non abbiamo intermediari ed è giusto così perché questi possono essere ignoranti o interessati, pieni di pregiudizi e poco obiettivi, al servizio di Iblis e contro le Leggi di Allah.

La Legge di Allah è il Corano e allora io sono innocente e libera, io sono la parte offesa che deve essere difesa e il mio baba, che dice tanto di voler difendere sua figlia Mabia e suo nipote Pervez dalla violenza di Joshim, mi accusa di essere nel torto e mi invita a ritornare da mio marito perché la gente ignorante del suo paese fa tante chiacchiere e dice delle enormi stupidaggini e fa sentire a disagio proprio lui che era ed è un giusto e un uomo di giustizia.

Ma ancora non è finita, perché il mio ba addirittura passa alle minacce e mi dice che, se non ritorno da mio marito, ripudia la mia ma, si risposa con altre donne, si fa un’altra famiglia e possibilmente con tanti figli maschi, quelli che non gli ha saputo dare la povera ma perché lui ha ancora il seme, mentre ma è una donna vecchia che non ha più il sangue e quindi si può buttare in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina visto che nessuno la vorrebbe come prostituta.

Una bella commedia o una bella tragedia, mio caro ba ?

Dobbiamo ridere o dobbiamo piangere, mio adorato ba ?

Io spero soltanto che Allah non abbia mai ascoltato queste tue malvagità e neanche letto nei tuoi pensieri crudeli, perché altrimenti la Geenna è pronta ad ingoiarti per l’eternità.

Altro che il Giardino delle Delizie !

Mio caro ba devi soltanto vergognarti e la vergogna non sarà mai abbastanza per assolvere il tuo peccato di violenza e di superbia.

Joshim non è il solo a essere violento, perché anche tu, mio caro ba, non sei da meno e allora devo pensare che questa malattia appartiene a tutti gli uomini musulmani e che ci deve essere una causa comune e che forse questa è l’interpretazione del Corano da parte dei maschi e dal loro punto di vista e a loro favore e contro le donne.

E’ vero che Allah conosce quello che ogni femmina nasconde, conosce la diminuizione degli uteri e il loro aumento e che ogni cosa ha la giusta misura presso di Lui, ma questo non significa che noi donne siamo delle botti da riempire e siamo soltanto uteri che servono per fare figli; anche noi femmine e donne siamo figlie di Allah.

Quindi, mio caro baba, non esiste scandalo se io mi separo da Joshim e ti prometto che non accuserò Joshim per tutto quello che ha fatto contro di me, contro mio figlio e contro la mia povera bambina.

Per la nostra Legge Joshim mi può anche ripudiare come se io fossi stata una moglie malvagia, può fare anche questo e lo faccia pure, purché mi lasci in pace una volta per tutte e perché le nostre strade si sono divise e non s’incontreranno mai più.

Io ho un figlio e devo lavorare per mantenerlo agli studi, devo stare bene e non posso stare male al pensiero di tutto quello che mi ha offeso e umiliato.

Mio caro baba, questa è la verità e non è la verità di una donna debosciata e infedele, questa è la verità di una moglie che ha sofferto mille volte per colpa di un marito ignorante e tutto il resto è menzogna e tu devi credere soltanto a tua figlia Mabia e a nessun altro, devi credere al tuo cuore perché il tuo sangue non mente e anche se noi apparteniamo soltanto al Misericordioso, i legami della famiglia sono importanti finché si è in vita.

Mi meraviglio, quindi, del tuo accanimento contro di me e contro ma, so che tu conosci bene il Corano e che pensavi con l’orgoglio del maschio ferito, ma io non ho nessuna intenzione di fare quello che tu mi chiedi e tanto meno di provare ancora una volta a stare con mio marito soltanto perché lui adesso dice di essersi pentito e di essere diventato un’altra persona.

Ma di cosa doveva pentirsi mio marito Joshim se non ha fatto alcun male ?

Come vedi, caro ba, qualcuno non ragiona e certamente non sono io, almeno in questo caso e questa volta non sono io.

Io non voglio tornare in Bangladesh per sistemare la questione e semplicemente perché per me la questione è stata risolta e quindi, ancora per me, la questione non esiste più.

Non ti nego che, ritornando in Bangladesh, ho tanta paura che mi succeda qualcosa di brutto e sono convinta che tu non sia più in grado di difendermi perché sei ormai vecchio e fuorviato e io non voglio essere sfregiata con il vetriolo da un delinquente che è stato pagato dai parenti di Joshim per punirmi ancora di quello che non ho mai fatto e per premiare ancora una volta l’ignoranza e la violenza di mio marito.

Nella mia vita adesso ci sono cose più importanti e devo portarle a termine come una brava madre e come una degna donna.

Nella mia vita ci sono degli appuntamenti importantissimi a cui non posso mancare.

Caro baba, prega !

Non ti resta che pregare !

Io ti chiedo di essere umile e di accettare il consiglio di tua figlia Mabia.

Prega, perché sei nell’errore e poi ricordati che i figli non sono tuoi, ma di Allah e che loro hanno il dovere di rendere conto delle loro opere soltanto all’Onnipotente nel Giorno del Giudizio quando ci sarà per i buoni il Giardino delle Delizie e per i malvagi la Fiamma ardente.

Ricordati che tutto appartiene ad Allah ed è Lui che concede figli maschi e femmine a chi vuole, è Lui che rende sterile chi vuole, è Lui che dispone la quantità e la qualità degli uteri da mettere a disposizione per i maschi, per cui ricordati sempre che i figli non sono dei genitori e allora io ho il diritto di fare quello che voglio e di rispondere soltanto a Lui di quello che ho fatto.

Io sono nel giusto e non sono tra i perdenti, mentre tu in questo momento sei tra gli ignoranti che confondono le cose sacre con le cose umane.

E allora vai a purificarti, prega e chiedi perdono per i tuoi errori.

Tu vuoi ripudiare ma, una donna che non ha più il sangue del mestruo, ma non puoi farlo perché lei non ha commesso alcuna indecenza e anche se tu non la vuoi più devi tenerla con te e non scacciarla e gettarla in mezzo alla strada a chiedere l’elemosina dopo tutto quello che ha fatto per te.

Anche questa è la Legge di Allah e tu l’hai dimenticata.

Comunque devi sapere che io non permetterò mai che la mia ma faccia questa brutta fine, perché io la porterò con me in Italia e finalmente la mia povera ma avrà una vita degna di una donna musulmana libera e capirà che ha inutilmente sofferto per un uomo ingiusto e per una brutta bestia come te.

Io so che tu mi vuoi ricattare e che le cattiverie che dici non escono dal profondo del tuo cuore, ma stai sbagliando anche in questo e ancora una volta perché io non posso, ti ripeto io non posso, non ti ho detto che non voglio, tornare indietro.

Io non posso tornare indietro.

La separazione da Joshim non è un mio capriccio, ma è una necessità per sopravvivere e per cominciare finalmente a vivere da musulmana e senza sofferenze inutili.

Io sono nel giusto e sono andata via da lui perché non era un musulmano e perché era un pazzo e un ignorante.

Adesso ho finito di scrivere tutto quello che pensavo e che volevo dirti.

Sappi che sono molto arrabbiata con te, ma non sono delusa semplicemente perché io so che sei stato e sarai sempre il primo grande amore della mia vita e quindi sono costretta dal mio cuore ad amare il mio asino con tutti i suoi difetti.

Che Allah illumini il mio caro baba e bastoni il mio testardo asino e che non si possa mai dimenticare del grande bisogno che io ho nella mia vita della Sua Clemenza e della Sua Provvidenza.

Ricevi tanti baci e tanto amore da tua figlia Mabia.

Credimi !