SIGNORINELLA

ATTO QUARTO



Bei tempi di baldoria,

dolce felicità fatta di niente,

brindisi coi bicchieri colmi d’acqua

al nostro amore povero e innocente.”



Eravamo poco baldi

per far la giusta baldoria,

eravamo sciocchi e incontinenti.

I padri ci avevano castrato,

le madri ci avevan troppo amato,

le nonne lavavano i piatti dopo il parco pranzo:

ditalini rigati con la salsa e patate fritte una per una.

Felicità è assenza di affanno,

è presenza di un demone

che non turba le note vitali del nostro concerto.

Amami

per quello che è consentito dal codice Rocco:

un tutto che si ricongiunge con il suo nulla,

un maschio che cerca la sua morbida mela in Svizzera,

una femmina che cerca il suo melograno sulle pendici dell’Etna,

un androgino occultato nell’occulto dei giardinetti pubblici.

Brindiam,

su brindiamo, brindiamo, brindiamo!

Oggi è tempo di pace e di solidarietà.

Quanta acqua è passata fortunatamente sotto i ponti dell’eroico Piave!





Il Giardino degli aranci, 28, gennaio, 2024



Salvatore Vallone



L’ABITO

Datemi l’abito

e io farò il monaco,

un vestito nuziale per lo sposo di Elizabet,

io Immanuel e lei Lusylusy,

io aborigeno siculo e lei primitiva sicana,

unici abitanti del vallone arabo

che dal monte Lauro porta a Palazzolo acreide

passando per Pantalica,

per le antiche gole scavate nella roccia calcarea e conchiglifera

sopra il camino sotterraneo e bruciacchiato

che dai monti Climiti porta al lago Trasimeno

passando per l’Etna,

Vulcano,

Stromboli,

Vesuvio.

Ci sposeremo ad Agosto,

io e lei,

convoleremo nel mese delle feriae di Augustus,

quando le stelle cadono

e gli stronzi salgono nelle tivvù,

nei giornali,

nelle camere alte e basse.

Noi,

gente di cuore e di pisello,

ringrazieremo gli invitati alla mensa di Francesco

presso la vecchia torre di Carancino,

dove il cibo abbonda nella bocca degli obesi

e dei bulimici in odore d’infarto miocardico.

Ah, se fossi morto in quel giorno benefico!

Datemi un abito funesto

e solleverò la veste di un nuovo mondo.



Salvatore Vallone



Carancino del giardino, 16, 07, 2023





SOLSTIZIO

Solstizio,

sol stat,

sto stas, steti, statum, stare.

Fermati, o frate sole,

ho gridato,

anch’io sto,

anch’io risto,

io mi fermo qui,

qui con te,

qui dove vivi tu,

dove c’è sempre il sole,

il sole,

il sole nel cielo,

in mezzo al mare,

il mare nel cielo,

il cielo azzurro nel sole arancione,

il mare verde nel sole giallo,

dove ci sei tu,

tu che cucini le lasagne al ragù

in ricordo della pasta con la salsa della mia adorata mamma,

una pasta fritta e rifritta la sera del dì di festa

e non solo per me e Silvia,

la pasta al forno con le melanzane e le polpette,

la mortadella e la provoletta a forma di caciocavallo.

Eh, cosa succede?

Ahi, ahi, ahi,

an’ammazzatu cumpari Turiddru!

Aveva fatto becco Alfio con donna Lola,

ma Alfio lo ha mandato in paradiso.

Erano amanti.

Ora Turiddru, il masculu, non vuole entrare senza la sua Lolita,

Lola,

pardon,

quella Lola

che sa ancora di latte nelle poppe

e porta la camicia bianca e rossa

come una ciliegia turgida dell’Etna focosa,

il Mongibello,

u Muncibbeddru,

quella Lola che si affaccia al balcone bombato di ferro barocco

e atteggia la bocca al sorriso malizioso della piana di Catania

e non al riso sguaiato della pianura padana.

O Lola,

sia beato

chi ti da il primo bacio

in sul mattino e sul far della sera,

anche nel dì di festa,

o Lola,

sulla tua soglia è sparso il sangue amaro di Salvatore,

il compare infido di Alfio il selvaggio,

u sarbaggiu.

Che me ne importa a me,

ah, ah,

ah, ah,

se muoio ucciso da un carrettiere cafone,

io speriamo sempre che me la cavo,

e se muoio

e vado in paradiso

e non La trovo quella madonna angelicata,

io manco ci entro

e torno giù,

giù da Lola,

donna Lola.

Salvatore Vallone

Hàrah Làgin, ( il Giardino degli aranci ), 21, 05, 2023

U TUPPU

U tuppu tuppa,

senza tuppu nun si tuppa

picchi u tuppu s’antuppa.

A vecchia co tuppu si tuppa,

s’intrippa e s’intruppa

com’a lupa c’allappa e c’allippa.

A picciotta senza tuppu nun si tuppa,

a picciotta co tuppu allippa,

ma nun allappa.

Il poeta è un rigattiere,

uno squallido merciaiolo,

un trovatore da art de trombar,

uno squallido trombatore,

un provenzale che ha letto tanto,

uno squallido lettiere,

un troviere cavalleresco a cui nulla osta,

cui nihil obstat,

neanche un ergastolo ostativo e non,

perché il poeta è un furtivo ladruncolo,

un sussurratore che usa le parole degli altri,

un ladrone che preleva da un vecchio bancomat verbale in disuso,

un accalappiatore che acchiappa il già detto per ridirlo,

un Ali Babà che dice quello che si può sempre ridire

perché è stato detto,

il già detto che non è il già visto,

è il già sentito,

il deja entendu nei vicoli sdirupati di Calascibbetta,

nelle trazzere sdurrubbate e polverose di Spacafunnu,

nei Superconvenienti di Mariastella la zozza,

nei Centri ecologici per la raccolta del cibo avariato.

A proposito, o poeta vate di Montpellier,

ricordami di comprare

un panino allo sgombro della ditta Drago da Giuseppe,

gli affastellati affumicati della Frishies per l’amata Gianna,

i biscotti integrali del Mulino bianco per Salvatore,

ricordami di fare il solito pellegrinaggio al Lidl,

di comparare gli orologi dalla cinesina senza culo e con le tette grosse,

prendere i noccioli da Marchetto di Belvedere,

di degustare lo gyogurth di Gianfranco da Lucia la santa.

E intanto,

mentre non te ne accorgi,

ohi, ohi, ohi,

vardè tosati,

prima spaccano l’atomo,

ahi ahi ahi, che dolor,

e poi lo sposano con la picciotta senza tuppu.

Viva, viva, viva gli sposi

e a matri che allatta e alletta co tuppu e senza tuppu.

Viva la mamma,

viva le figlie della lupa fascista,

le giovani donne di Cecco degli angeli,

quelle che tuppano senza tuppu,

les filles de Francoise la francese ardita,

pelle e ossa sotto il maglione nero alla dolce vita.

Viva, viva l’olio extravergine d’oliva,

tassato dal pizzo pazzo di Matteo il brigante

che tuti i vol e nisuni lo cioe,

che tutti lo cercano e nessuno lo trova.

Che vergogna questo tuppu intuppatu in mezzo alle cosce!

Destati Sicilia e giù botte da chiaroveggenti con l’Etna!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2023

LA DOLCE RIMEMBRANZA

Oggi ti vivo,

domani chi lo sa,

domani sarai rimembranza,

oggi sei viva,

domani sarai ombra,

pulvis et umbra sumus,

siamo in un’altalena,

domani sarai reverie,

sogno trasognato nello scirocco di un bagno pubblico di Nantes,

vieni,

o mia bella,

vieni,

ti porterò a Pergine,

sul lago dorato dei cigni argentati,

tra i monti estremi e caustici

dove gli ultimi orsi han posto li loro riguardi

e osano più delle aquile

a che più oltre il bracconiere non si metta,

ti porterò a Caldonazzo,

un po’ più in là,

sul lago incantato delle anguille sguscianti,

dove gli ultimi folletti hanno segnato il confine

tra la sacra Necessità e il laico Destino,

tra il Cosmo finito e la Materia oscura,

ti porterò là dove Franco cercava il Silenzio del Buddha

durante le cure prescritte dal Poeta,

dopo aver cantato in lungo e in largo canzonette,

il vate di Milo,

in provincia dell’Etna,

l’amico di Polifemo,

il mandriano libero professionista,

il primo casaro con la partita IVA

che mescolava il latte di pecora con il miele dei favi iblei,

che faceva il pecorino senza il pepe nero,

senza il pepe rosso,

senza il pepe di Pippo e di Pippa,

gli amanti drogati,

senza il famigerato verdastro pistacchio di Bronte,

senza il nobile pistacchio della mista California,

vieni mia bella,

vieni,

ti porterò nel talkscioc

quando si esalta nel talkschock

con i numeri del morto di fame e del nulladicente,

con l’obsoleto Ippia senza Socrate,

senza il tracotante Ipparco senza Zenone,

con lo sdentato vegliardo grassoccio

e il pisciarolo colorato double face

e in fase calante

come quella luna puttana

che non conosce giochi senza frontiere,

godendo dei nuovi riccioli di carne lessa

tra le antiche rughe sul corpo malandrino

di madre Teresa di Onè di Fonte,

in quel di Treviso,

la laboriosa e la buona leghista.

Ma tu,

o infame,

non vuoi venire,

non vuoi venire con me in nessun luogo,

in quel dappertutto dove ti avrei portato con le mie parole,

con il mio parlare,

con il mio dire,

con il mio verbo modesto e modico di contadino scadente,

con le mie cianfrusaglie loquaci

che adornano il tuo comodino di noce antico

e tarlato a più non posso

dai troppi discorsi sulla democrazia e sulla anarchia,

su Rousseau e Bakunin,

su Vittorio u babbu e sua sorella Carmelina,

tu,

donna rispolverata dalla polvere delle stelle annose,

tu che ancor cerchi una fede

ti lasci amare e dondolare il seno

e sei felice d’essere campana.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 04, 06, 2022

QUANDO ARRIVEREMO A SIRACUSA

Quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo aver attraversato il Mongibello,

il grembo infuocato di cui tutti siamo figli,

quello che da sempre fa cenere e lapilli,

quello che scaglia pietre nere agli uomini codardi

e faraglioni ai miti forestieri nel blu del mare Ionio,

quello da cui vergine immacolata nacque Afrodite

con il suo primo fecondo sorriso,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo questa Kaaba siciliana,

insozzata dai perfidi sacrilegi delle dee Madri,

dai sordidi segreti dei Beati Paoli,

dai codardi riti dei Padrini,

da don Pirrone e don Batassano,

da padron Toni e Bastianazzo,

dalla Longa e la Lupa,

da donna Lola e cumpari Turiddru,

da Maria Lavava e Santuzza Minnipriu,

da Ciccino Cirinciò, quello del mulino,

dopo,

dopo il cimelio mitico e oscuro dell’Aìtne

che brucia i suoi eterni anni e i malcelati martiri,

dopo questo instancabile e bonario Vulcano,

ombelico osceno di nostra Madre Terra corporale

e dei suoi sotterranei cordoni incandescenti

che dai gradoni dei monti Climiti dell’ameno Carancino

arrivano al regno di Partenope,

passando per lo Stromboli

e riposando dolcemente nei Campi Flegrei,

dopo questo grembo sanguinante di intricati effluvi

che lentamente vanno verso il mare

come una greggia che ripete la favola bella

della metamorfosi del magma primordiale in pezzi di vita,

dopo l’orgoglio del Caos compiaciuto nella nera lava,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo aver bussato con buonagrazia alla spelonca di Polifemo,

il Ciclope che ancora vaga per gli eterni pascoli con i suoi montoni

e che con un solo occhio domina l’orizzonte dei migranti

scorazzando con lo sguardo indomito

da Scilla a Cariddi e da Cariddi a Scilla

in attesa di un altro assurdo Ulisse

da impalare come un trappista convertito ai Catari,

dopo quell’Ulisse,

dopo quell’uomo che ancora cerca qualcuno con la lanterna,

dopo Diogene il greco,

dopo Archimede che assaggia la Natura

e grida il suo eureka in ognidove d’Ortigia

dopo aver saputo di un punto d’appoggio

a favore degli inetti di buona volontà,

quella leva che solleverà il mondo

fin dove Ercole pose li suoi riguardi

a che l’uom più oltre non si metta,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo la terra dei misteriosi Sicani

e del mare che sta in mezzo,

là sulle irte scogliere dove le Sirene depongono il canto,

come le gabbianelle di primo uovo,

per lo sciocco marinaio infoiato di natural lussuria,

prima e dopo il folle volo

e infin che il mar fu sovra lui richiuso,

dopo,

dopo gli esuli Corinzi

delle doriche colonne e dell’umana polis,

dopo le stravaganze giuridiche dei violenti Romani,

spocchiosi e arguti per quello che alla Patria basta,

dopo i mosaici decadenti di Bisanzio

e i limoni portati in dono dagli Arabi

ai miseri braccianti di Avola e Pachino,

dopo i leziosi Francesi,

gli infingardi Spagnoli,

i monolitici Tedeschi,

i lassisti Borboni,

gli indolenti Savoia,

dopo gli ineffabili Italiani

e prima dell’amore di Federico lo svevo,

l’uomo mandato dal dio della Bellezza

a mostrare il morire della Morte,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

ancora dopo l’alcova mistica e carnale di Ades e Persefone,

gli dei innamorati degli oscuri anfratti e dei verdi prati,

sempre in vena di consumare sei semi di melograno in sei mesi

per dare vita alle messi di Demetra,

per dare un senso al logoro morire di un uomo

che sta tra il cielo e la terra e nel nulla più,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che Eros e Thanatos si sono baciati con Pathos,

dopo tutto questo e altro ancora che dirti non so,

la Pietra bianca ci verrà incontro nella luce

solcata dalle acque tormentate di Anapo,

colui che si occulta alla vista,

il demone che non ha più occhi

per vedere l’amato bene,

la ninfa Ciane

che nelle notti di Aprile ancora grida vendetta,

la donna aggrappata al cocchio di metallo temprato di Ades

per impedire il ratto della sua Persefone,

per trattenere il dio perfido dall’infamia sulla bella donna,

Ciane,

la femmina percossa dal vanitoso scettro di un uomo

e immantinente disciolta in acqua sorgiva,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

quando sentirai il lamento innamorato di Anapo

scendere da Pantalica come acqua di fiume

per incontrare Ciane,

acqua con acqua in un amplesso di carnali umori,

dopo,

dopo che la pietà di Persefone

ha condensato in chiare perle turchine di sonante acqua,

nel profondo oscuro di ogni uomo

l’eterno replay della vita e della morte,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che vedrai Aretusa finalmente e per sempre,

congiunta con Alfeo tra i papiri della fonte

dove Artemide ha posto i confini dell’eterno invisibile

per l’amata ninfa discesa nuda nelle acque fresche di Alfeo,

bella tra le belle

e appetita nella sua innocenza dal figlio del dio Oceàno,

e l’ha avvolta in una nuvola

per lasciarla cadere pioggia in quella fonte

dove ancora si bea con Alfeo

dei favori della dea e della forza del padre pietoso

che vede il figlio migrare per amore

tra le sponde dell’illustre mar Ionio,

quando arriveremo a Siracusa nella luce,

dopo,

dopo che sentirai la rabbia di Archimede

scagliarsi contro quel miles gloriosus

che tangeva i circoli

che con grazia e arguzia aveva spianato sull’arenile di Ortigia

nella ricerca di un punto d’appoggio

per i suoi sogni di bambino curioso,

dopo che ascolterai il pianto del console Marcello

per quella mente anzitempo spenta

dalla furia omicida di un bieco romano assassino,

dopo,

quando la Pietra diventerà più bianca,

allora,

soltanto allora saremo arrivati a Siracusa nella luce,

in Pietrabianca,

nel vallone Carancino,

là dove Anapo ancora scompare

nella gola che lo porta al mare nel liquido grembo di Ciane,

là dove Aretusa e Alfeo ancora amoreggiano

nella fonte senza tempo tra i ciuffi dei papiri egizi

che Iside ha regalato ai felici amanti,

soltanto allora e dopo tutto questo

saremo arrivati a Siracusa nella luce,

nel luogo sacro della mega-kalo-gakathia,

dove la Morte grande, bella, giusta e buona abita

nei corpi di gente indolente e accidiosa

che ancora s’inebria con l’oppio della Bellezza altrui,

che ancora recita il mitico

“c’era una volta a Corinto, in Grecia”

e dopo,

dopo che avrai contemplato l’umana trinità

nel tempio greco di Athena,

nella moschea araba di Allah,

nella chiesa cristiana di Lucia,

dopo tanta incurante e sonnolenta Bellezza,

allora saremo veramente arrivati a Siracusa nella luce,

e soltanto allora potremo dire “ben venga il Nulla”,

il Nulla eterno,

il Nulla più,

a che non si possa più dimandare

perché tutto è stato visto nella luce,

perché tutto è stato contemplato senza nascondimento.

Belvedere di Siracusa, 10 luglio 2020 Salvatore Vallone