RIATTRAVERSANDO ORAZIO

DIECI POESIE D’AMORE E DI MORTE

Epodo XIII

Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose
e una bufera di neve ci travolge.
La tramontana sibila tra gli alberi e sopra il mare.
Prenditi,
o amico mio,
tutto quello che la vita ti dà e,
se ancora le forze decorosamente ti sostengono,
non angosciarti al pensiero della vecchiaia.
Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato
e non parlare d’altro.
Forse,
con il mutare della sorte,
un dio volgerà tutto verso il meglio.
Adesso non rimane
che profumarci di essenze orientali
e allontanare dal cuore con la musica l’angoscia del domani.
Queste sono le parole di Chirone,
il suo congedo per Achille:
“Giovane invincibile,
nato mortale da una dea,
la terra di Assaraco,
solcata dalle acque rapide e gelide del Simoenta e del torrente Xanto,
ti attende.
Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno
e neppure tua madre,
azzurra come il mare,
potrà ricondurti in patria.
Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,
la fugace tenerezza di un conforto
all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

Ode I, 5

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

Ode I, 23

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

Ode I, 11

Carpe diem

O Leuconoe,
non chiedere anche tu agli dei
quale destino hanno riservato alla nostra vita
perché è impossibile saperlo
e sarebbe come ricercare un senso logico
nei calcoli astrali dei Caldei.
Credimi,
è meglio rassegnarsi,
sia se Giove ci concede ancora molti inverni
e sia se l’ultimo è proprio questo
che infrange le onde del mar Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci bene!
Versati un po’ di vino
e soltanto per un breve tempo
concediti l’illusione di una speranza.
Mentre noi parliamo,
il tempo impietosamente è diventato passato.
Godi l’attimo
e non affidarti assolutamente al domani.

Ode I, 9

Inverno

Guarda la neve che imbianca tutto
il Soratte e gli alberi che gemono
sotto il suo peso, guarda i fiumi rappresi
nella morsa del gelo.

Sciogli questo freddo, Taliarco,
e metti legna, tanta legna nel focolare;
poi senza alcun calcolo versa il vino vecchio
dall’anfora sabina.

Lascia il resto agli dei: quando placano
sul mare in burrasca la furia dei venti,
non trema più nemmeno un cipresso,
un frassino cadente.

Smettila di chiederti cosa sarà domani
e qualunque giorno la fortuna ti conceda,
segnalo tra quelli utili.
Se ancora lontana è la vecchiaia fastidiosa

dalla tua verde età, non disprezzare, o giovane,
gli amori teneri e le danze.
Ora ti chiamano l’arena, le piazze e i sussurri lievi
di un convegno alla sera;

il riso soffocato che ti rivela l’angolo
segreto dove si nasconde il tuo amore;
il pegno strappato da un braccio
o da un dito che ancora e resiste appena.

Ode II, 3

La morte è spietata

Ricordati di conservare serena la mente nel dolore
e lontana da un’allegria sfrenata nella fortuna:
ricordati, Dellio, che verrà la morte.

Che tu viva sempre nella tristezza
o che in ogni giorno festivo,
sdraiato in un campo solitario,
tu goda del vino più vecchio.

E un pino smisurato, un pioppo bianco
s’ingegnano a intrecciare l’ombra accogliente
dei rami? E l’acqua scorre
fuggendo irrequieta in un ruscello tortuoso?

Vedi che ti portino i vini, i profumi,
il fiore elegante e troppo effimero della rosa,
se la sorte, l’età e il filo oscuro
delle tre sorelle lo concedono.

Dovrai lasciare ciò che possiedi: i pascoli,
la villa che il Tevere biondo lambisce,
la casa, tutto. L’erede si godrà
ogni ricchezza che hai accumulato.

Che tu sia nato ricco da famiglia reale
o povero da gente oscura
e senza un rifugio, non importa.
La morte è spietata.

Siamo destinati tutti a un luogo, tutti
il destino, che si agita nell’urna,
ci attende un giorno sulla barca
per l’esilio eterno.

Ode II, 14

Rapidi fuggono gli anni

Ahimè, o Postumo, rapidi fuggono gli anni
e non c’è preghiera
che ti eviti l’aggressione delle rughe,
gli insulti della vecchiaia, il confronto con la morte.
Anche se t’illudessi per tutta la vita,
o amico mio, di strappare una lacrima a Plutone
con infinite e continue offerte,
ricordati che fra le sue onde di tenebra incatena
esseri incredibili come Gerione e Tizio,
quelle onde che chiunque viva su questa terra,
dal più povero al più potente,
è destinato a navigare.
Non serve evitare i rischi della guerra,
le scogliere dove s’infrange il rumore del mare;
non serve difendersi ogni autunno
dai venti che corrodono le ossa.
Credimi!
Conosceremo il fiume della morte,
il suo vagare inerte e opaco,
conosceremo le figlie maledette di Danao
e Sisifo incatenato per sempre alla sua pena.
Lasceremo i campi,
la casa,
la donna che amiamo e degli alberi che ora coltivi
nessuno,
se non questo cipresso odioso,
seguirà un padrone così effimero.
Il tuo erede, meno sciocco, si berrà
il Cecubo che difendi con cento chiavi
e di quel vino generoso,
più che nelle cene dei pontefici,
bagnerà la terra.

Ode III, 1

Odio il volgo profano

Odio il volgo profano e lo respingo.
Tacete!
Io, sacerdote delle Muse,
canto alle vergini e ai giovinetti carmi mai prima uditi.
E’ proprio dei re terribili il potere sui loro popoli,
ma è proprio di Giove il potere sugli stessi re,
Giove famoso per la vittoria sui Giganti,
che muove tutte le cose con le sopracciglia.
E’ come un uomo che dispone le sue viti nei solchi
per un tratto più vasto rispetto a un altro uomo,
è come che uno scenda in campo come candidato più nobile
e migliore per i costumi a contendere
questa sua forza con la moltitudine dei clienti.
La Necessità con giusta Legge
trae a sorte i grandi uomini e gli umili;
l’urna capace agita ogni nome.
A colui al quale pende sull’empio capo la spada sguainata
non daranno dolce sapore le vivande siciliane,
né il canto degli uccelli e della cetra riporteranno il sonno:
il sonno placido degli uomini agresti
non disdegna le umili case e l’ombrosa riva,
né la valle di Tempe agitata dagli zefiri.
Chi desidera solo quanto gli basta
non è reso ansioso né dal mare tempestoso,
né dalla furia selvaggia di Arturo quando tramonta
o dei Capretti quando sorgono,
né dal podere bugiardo della vigna colpita dalla grandine,
mentre gli alberi danno la colpa alla pioggia
o agli astri o agli inverni rigidi che bruciano i frutti.
I pesci sentono restringersi le distese marine
per i macigni gettati in mare: ora l’imprenditore
fa calare pietrame dagli schiavi
come se fosse il signore superbo della terra.
Ma il Timore, le Minacce seguono nello stesso modo il signore,
né si allontana il nero Affanno dalla trireme ornata di bronzo,
ma siede in groppa dietro di lui.
A chi è dolente, né il marmo frigio,
né l’uso di porpore più splendenti delle stelle
solleva la sua angoscia, né la vite Falerna
o l’unguento orientale degli Achemenidi.
Perché dovrei costruirmi un alto palazzo
dagli stipiti degni di invidia o secondo la nuova moda?
Perché dovrei cambiare la valle sabina, la casa,
con le ricchezze che sono causa di maggiori fatiche?

Ode IV, 7

Pulvis et umbra sumus

Le nevi si sciolgono,
i campi ritornano verdi,
le chiome degli alberi rifioriscono;
muta volto la terra,
i fiumi rientrano negli argini.
La Grazia con le Ninfe
e le sorelle gemine ardisce nuda
condurre a danza il coro.
Non sperare in eterno,
ti dice,
l’anno e l’ora che il giorno rapisce.
Il vento di Zefiro è mite;
l’estate,
che dovrà pure morire,
calpesta la primavera;
e appena l’autunno ha versato i suoi frutti,
ricorre la bruma, inerte.
Ma le fasi lunari veloci
riparano i danni del cielo:
e noi,
una volta scesi giù dove stanno il padre Enea
ed Anco e Tullo ricco,
polvere siamo e ombra.
E’ ignoto
se gli dei aggiungano il domani ai tuoi giorni.
Tutto quello che avrai negato al tuo animo
cadrà nelle mani avide dell’erede.
Scomparso che tu sia ed abbia udito
il decreto solenne di Minosse,
non potrà la facondia,
o Torquato,
non la tua origine,
né la tua religione
ridonarti alla vita.
Diana non può liberare
dall’ombra il casto Ippolito,
e Teseo tenta invano
di spezzare all’amico Piritoo le catene di Lete.

Ode III, 30

Io non morirò del tutto…

Ho innalzato un monumento più resistente del bronzo,
più alto della regale mole delle piramidi
e non potranno mai demolirlo
la pioggia battente
o la furia
del vento Aquilone
o la lunga serie degli anni
o il trascorrere fugace delle stagioni.
Io non morirò del tutto,
ma molta parte di me sfuggirà a Proserpina.
Nella lode dei posteri io crescerò sempre di nuova vita,
finché il pontefice salirà al Campidoglio
accompagnato dalla silenziosa vergine.
Là dove ancora l’Ofanto strepita con violenza,
là dove Dauno ha regnato su terre aride
e su genti agresti,
di me si dirà
che mi sono riscattato da umili natali nobilitandomi
e che per primo ho adattato ai versi italici
il carme eolico.
Fai tua,
o Melpomene,
la superbia del merito
e incorona
la mia fronte con l’alloro di Delfi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 11, 04, 2021

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 23

Vitas inuleo…

Vitas inuleo me similis, Chloe,
quaerenti pavidam montibus aviis
matrem non sine vano
aurarum et silvae metu.

Nam seu mobilibus veris inhorruit
adventus foliis, seu virides rubum
dimovere lacertae
et corde et genibus tremit.

Atqui non ego te, tigris ut aspera
Gaetulusve leo frangere persequor!
Tandem desine matrem
tempestiva sequi viro.

VERSIONE LETTERALE

Tu mi sfuggi…

Tu mi sfuggi simile a una cerbiatta, o Cloe,
che cerca la madre pavida per monti impervi
non senza una vana paura
dei venti e della selva.

Infatti sia che l’arrivo della primavera si increspò
per le foglie mobili, sia che i verdi ramarri
mossero il rovo,
tu tremi sia nel cuore e sia nelle ginocchia.

Ma io non ti inseguo, come una tigre feroce
o un leone Getulo, per sbranarti!
Finalmente matura per un uomo cessa
di seguire la madre.

VERSIONE LETTERARIA

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

COMMENTO

L’ode è complessa nella sua linearità formale e variegata nella sua brevità semantica.
Orazio si è sicuramente ispirato a un carme di Anacreonte di cui ci è pervenuto un frammento che permette di cogliere il senso e il significato della sintesi poetica da lui operata.
Anacreonte nel frammento 39 D descrive una giovane donna con i seguenti attributi:
“dolcemente come una cerbiatta giovane, lattante,
che la madre dalle grandi corna
ha abbandonato nella selva e si sbigottisce”.
Il poeta greco evidenzia in pochi versi la dipendenza della cerbiatta dalla figura materna e l’angoscia dell’abbandono; il termine “sbigottisce” è oltremodo significativo per evidenziare la degenerazione dello stato di coscienza all’interno di un’emozione dolorosa, un complesso di sensazioni struggenti che definiscono l’angoscia dell’autonomia e della solitudine.
Orazio, dopo aver ricalcato nella prima parte dell’ode la metafora del poeta greco, la cerbiatta per l’appunto, si distacca nella seconda parte elaborando il conflitto di Cloe tra la dipendenza fisica e l’autonomia psichica, la connivenza tra l’innamoramento struggente e la timidezza adolescenziale, l’oscillazione tra l’agilità del corpo e la grazia delle movenze erotiche.
Questi sono temi umani presenti anche nelle poesie di Alceo e di Saffo, autori greci nati a Mitilene, vissuti tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, poeti a cui Orazio ha spesso attinto a piene mani.
Il frammento 94 D di Alceo recita in questi termini:
“Innaffiati le viscere di vino.
E’ canicola, la stagione dura,
tutto brucia di sete nella vampa,
strepita la cicala nel fogliame,
e piace…
Fiorisce il cardo.
Le donne marciscono di voglia, il maschio è esausto.
Sirio gli snerva il capo e le ginocchia.”
Nel frammento 114 D Saffo, la decima Musa, esprime in due versi l’ambiguo rapporto tra madre e figlia e il naturale desiderio erotico di quest’ultima.
“Mamma cara, non posso più filare.
Ho voglia di un ragazzo.
L’amore è così tenero.”
Convergendo nell’ode di Orazio si rileva nella parte iniziale il quadro delicato e compiuto, uno spaccato lirico intessuto da un abile gioco di sensazioni e da un flusso tormentato di sentimenti: la natura, il fruscio, il soffio, la madre, la solitudine, il tremore, la paura.
Nella parte finale Orazio si distacca dalla vena morbida di Anacreonte e si esalta in maniera autentica nell’ammonimento, apparentemente ironico, di affidarsi a un uomo, un invito ispirato da una partecipazione ai sentimenti della fanciulla e dalla coscienza delle drastiche deliberazioni oggettive del tempo: Cloe è pronta per amare un uomo o forse meglio per concedersi sessualmente a un uomo.
Cloe appare in alcune odi con diversi attributi caratteriali; ora è una donna tenera e timida, ora è una donna superba e presuntuosa, sempre una donna eroticamente appetibile.
Il nome deriva dal greco e si traduce “erba verde” o “tenero germoglio”, un chiaro simbolo dell’adolescenza e della procacità femminile; la similitudine con la cerbiatta coglie i tratti psichici essenziali della fanciulla Cloe, la ritrosia e la timidezza.
L’ode scorre delicatamente nella mirabile sintesi poetica ed è corredata di termini puntuali e oltremodo significativi nella loro pacatezza anche quando evocano aggressività come nella simbologia del leone getulo e dell’atto violento di sbranare.
La spicciola filosofia esistenziale di Orazio non concepisce l’amore come fonte di tormento semplicemente perché il turbamento non si addice in alcun modo al saggio, l’amore deve tradursi in un puro diletto e in una gioiosa espansione dei sensi, il piacere e la consolazione della vita alla stessa stregua del sapore inebriante di una coppa di vino o del profumo intenso di un fiore.
I versi di Orazio non contengono il bisogno struggente di un bieco possesso della donna, ma sono la sintesi psicologica di tanti amori assaporati dal poeta all’insegna del “carpe diem” e possibilmente secondo le linee della “aurea medietà” dei sensi e dei sentimenti.
Orazio non conferisce spessore psicologico alle sue figure femminili perché la loro conoscenza secondo i canoni culturali della sua epoca si ferma ancor prima che possa dar luogo a qualcosa d’imprevisto e di pericoloso.
Delle sue donne restano i nomi: Lidia, Clori, Glicera, Leuconoe, Galatea, Cloe ed altri ancora, nomi a volte talmente letterari da giustificare il sospetto che non si riferiscono a persone reali.
Di queste figure femminili resta nel poeta il ricordo di una passione più o meno tempestosa della quale a volte si compiace di essersi liberato o Soratte,almeno così vuol far credere o nella quale è rimasto piacevolmente invischiato e della quale desidera nostalgicamente la riedizione.
Resta anche qualche rapida pennellata con la quale Orazio ci restituisce il ritratto stilizzato e prezioso di una di quelle fanciulle senza nome che riscaldavano il suo cuore magari mentre contemplava le nevi del monte Soratte.
La timida e tenera Cloe era probabilmente una giovane contadina della Sabina dai capelli biondi.
In quest’ode è associata al pavido cerbiatto che ha smarrito la madre, in altre viene presentata come esperta nel canto e nel suono della cetra, in altre odi ancora viene data come una donna arrogante e insopportabile con cui non vivere e non morire.
In questa ode fondamentalmente Cloe è matura per l’amore sensuale e per concedersi eroticamente a un uomo in base ai gusti culturali del tempo che vedevano nell’adolescenza femminile la fase erotica più attraente e la fascia seduttiva più struggente.
Orazio non vuole spaventarla di certo, ma tenta con pacatezza nella sintesi dei versi di convincerla ad abbandonarsi ai piaceri dell’erotismo secondo le note poetiche di una musica delicatissima fatta di sensazioni impercettibili.
Un tema convenzionale e possibilmente volgare, la seduzione erotica di una fanciulla popolana da parte di un uomo maturo negli anni e disincantato nella sua esperienza di vita, si sublima nobilmente in una breve lezione di arte amatoria.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2021

IMMERSA NEL SONNO DEI SENSI

dedicata alla mai abbastanza compianta Mara Eli
chiedendo aiuto a Orazio

La luce della consapevolezza è emersa dalle profondità
e tu,
mia bellissima donna,
sei ancora immersa nel sonno dei sensi.
Il maschile orgoglio è stanco di desiderarti
e senza il calore della passione attende fuori e al freddo,
si mostra
e si pavoneggia
in attesa che ti apri alla gioia dei sensi.
Abbandona questa indolente inerzia
e accorgiti di me e del mio desiderio
che attendiamo in questa strada
la rivelazione della tua bellezza.
Io non vivo
e non dormo
nell’attesa che tu ti sveli e ti riveli.
Tu sei fatta per il maschio e per il suo orgoglio,
per la passione e non per l’inerzia.
Il mio corpo sa trattenere il desiderio
in attesa che ti disponi
a ricevere quel mio fuoco nascosto
che aspetta
e che soltanto tu puoi spegnere.

Salvatore Vallone

pose dolente in Pieve di Soligo e nell’aprile del 2018

 

ODI ET AMO

a Gaio Valerio Catullo

Odio i tuoi seni piccoli e superbi
che sfidano il mio sguardo con i loro occhi scuri
e mi invitano a carezzarli
muovendosi sodi in dolce ritmo,
armonia d’amore in cerca di una carezza che sazia,
avvizzisce la carne,
spegne un desiderio che scende,
che scende,
che scende.

Amo i tuoi seni bianchi e superbi,
frutti di melograno fiorito,
semi fecondi della vita,
fiaccole calde nelle fredde notti
che spingono a premere il viso
e a spegnere il sano desiderio che scende,
che scende,
che scende.

Ora son belli i tuoi seni,
duri e larghi respirano con affanno,
si alzano,
più forti risorgono,
s’abbassano umili
e risorgono,
si dondolano
come la vita che equilibrio non conosce,
non conosce,
non conosce.

Son viscidi come olio,
morbidi di muschio,
tumidi,
rugiadosi,
rossi di piacere,
lacrime che non scendono,
acini di pregni grappoli
nell’amoroso settembre che sfronda
che sfronda,
che sfronda.

Odi et amo.
Quare id faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior,
excrucior,
excrucior.

Io non amo,
io non odio i tuoi seni.
Ormai hanno imparato a vivere,
a godere,
a soffrire,
a morire,
mentre raccolgo il frutto del tuo grembo acerbo,
o indomita Lesbia.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, gennaio, 2021

“CREOLA”

Presento agli audaci marinai un “riattraversamento” e una “contaminazione” di Creola”, una canzone a ritmo di tango scritta nel 1926 da Luigi Liaglia su testo di Anacleto Francini, due uomini del tempo storico che celebrava l’affermazione del fascio italiano.

La prima lettura del testo colpisce per la lirica decadente e per la chiara sensualità che esterna nel descrivere le arti seduttive di una donna meticcia, figlia di un colono europeo e di una donna dell’America latina, la Creola per l’appunto. Chiaramente la donna è culturalmente considerata per le sue proprietà erotiche e per l’effetto sessuale che suscita nel maschio. Altro non si poteva pretendere anche perché si era appena usciti con un bagno di sangue dalla “bella epoque” e si stava approdando alla “brutta epoque”, il tempo degli autoritarismi e delle dittature.

In Italia il Fascismo gradì molto questa canzone e soprattutto il suo contenuto, nonché la musica fortemente carezzevole nella forma ritmata del tango. Tutto era in linea con la filosofia culturale del tempo. Gentile e D’Annunzio insegnavano modi di pensare e maniere di agire e tutto il resto non faceva una piega. Il dissidente Croce elaborava l’Estetica e la Storia come pensiero e azione.

Il riferimento alla “coca” è del tutto legittimo perché la sostanza non era fuorilegge ed era normalmente usata in Medicina e nella pratica quotidiana. Vedi il testo breve di Freud sulla “Cocaina” e anche i consigli che l’egregio doctor dava alla fidanzata per colorare le guance e per gettare alle ortiche la tristezza. La labilità delle umane convinzioni sconcerta ancora oggi chi dal tempo passato non trae giovamento.

La “bruna aureola” riguarda il seno e l’ampia aria del capezzolo nello specifico: un tratto somatico caratteristico delle “creole” e particolarmente gradito al voyeurismo dei maschi per l’esoticità scopofiliaca del dato epiteliale. Una curiosità importante, quasi un “lapsus mentis”, è il seguente: il testo usa la parola “aureola” e non “areola” e l’autore tradisce la sacralità che investe nel seno femminile di quelle more fattezze. Infatti “aureola” è la luce che investe l’effigie dei santi e nello specifico il cerchio luminoso sopra la testa dei suddetti. Altro che tette, a meno che non sia stata usata la metafora della “aureola” dei santi per elogiare il carisma del seno meticcio, come dicevo in precedenza.

Il testo induce a diffidare dell’apparente collocazione di soccombenza da parte del maschio alle virtù estetiche e sessualmente miracolose delle Creole. E’ soltanto una sottomissione interessata e contingente.

Mi piace pensare il nome di Yuneisy per questa Creola.

La canzone si snoda riportando due voci: le ragioni erotiche e culturali delle Creole, le ragioni mistiche e sessuali dei maschi frequentatori di profani bordelli. Eppure il testo appartiene al suo tempo e non dispiace la chiara ispirazione maschilista. Meglio sapere e vedere in faccia il nemico, piuttosto che ipotizzarlo nelle conventicole politiche e religiose.

Signore e signori, dopo questo variopinto preambolo ecco a voi il libero “riattraversamento” e la libera “contaminazione” di “Creola”.

CREOLA

Che bei fiori carnosi son le donne dell’Avana:”

Siamo a Cuba, nella capitale per la precisione. Le donne dell’Avana sono prosperose in carne e sono signore della sensualità e del corredo sessuale implicito. Il simbolo del “fiore carnoso” è più che mai facile da tradurre nella sua evidenza metaforica. La donna è il suo corpo e nello specifico il suo organo sessuale, la sua rosa che si allarga nei petali sotto i raggi interessati del sole di maggio. La sua intelligenza è la seduzione legata a filo doppio al suo erotismo. Le donne dell’Avana sono veramente “in” e vanno alla grande in un mondo esotico di laiche virtù e di nobili pruriti.

hanno il sangue torrido come l’Ecuador.”

La geografia sessuale aiuta e non è di ostacolo alla diffusione culturale. L’Ecuador è un paese climaticamente caldo e assolato in maniera abnorme. Il sangue delle donne cubane è torrido, intriso di un calore tutto fisiologico e poco psicologico: tutto sesso e poca testa. La terra, l’Ecuador per l’appunto, è un simbolo femminile, rappresenta la grande Madre. La Gea greca abita anche in Ecuador. Miracolo dell’aviazione o della umana Psiche? La seconda, per favore!

Fiori voluttuosi come coca boliviana…”

Ma qui si parla di coca e non di coca cola, qui di gasato c’è soltanto il maschio arrapato, qui si sente il profumo dei fiori e si respira la voluttà della rosa che si apre e si spande per il piacere maschile quando il maschio la coglie, la prende, la circuisce e la blandisce, così come fa la cocaina della Bolivia nel cervello degli uomini improvvidi che preferiscono l’estasi artificiale al naturale orgasmo di un corpo che vibra all’unisono con il rumore di fondo dell’universo. Voluptas è un micidiale mix di desiderio e di scelta che si traduce in “voglio il fiore e la coca femminile per il mio piacere”. Alla stoltezza non c’è mai fine, come alla saggezza dei vecchi.

Chi di noi s’inebria ci ripete ogn’or:”

Cantami, o diva, del tuo inebriarmi, del tuo frastornarmi, del tuo sbattermi, così come io ti canterò il mio sentirmi ebbro di te, il mio essere sazio di libido, il mio appoggiarmi a te nel fatale andare verso l’orgasmo, il mio ritorno a Itaca dopo essere stato con Circe e dopo aver ascoltato il canto armonioso delle tristi Sirene. Straziami, o donna, con il tuo fiore che non marcisce e anche la morte apparirà bella e degna di essere vissuta. Ripetimi la storia del cavaliere errante che cerca il suo perduto amore tra i fiori dell’Avana e tra le rose di un fatiscente bordello della periferia di Ravenna.

Creola, dalla bruna aureola,”

La sineddoche è servita, la parte per il tutto, l’areola mammaria per la donna, il seno esotico per la Creola. La figura retorica rende poetica la seduzione in corso e messa di verso in verso sulla bocca delle donne meticce e dei maschi affamati. L’areola bruna attorno al capezzolo turgido sembra un’aureola e ha una notevole carica di seduzione e di eccitazione secondo il vangelo estetico ed erotico dell’universo maschile. Le Creole seguono volentieri i dettami dell’evangelista a pagamento e di turno. Degna di nota è l’assenza di volgarità in questo richiamo a una parte del corpo solitamente avvolta dal pudore. I versi scorrono secondo una vena lirica oltremodo sostenuta dalla musicalità della musica, l’armonia per la precisione.

per pietà sorridimi, che l’amor m’assal…”

Non è, di certo, un versetto platonico. Non è, di certo, un versetto satanico. E’, di certo, un versetto erotico, del tipo Cantico dei cantici, con un suo carisma strano e una sua delicatezza amabile. L’uomo, devoto alla Creola e alla sua bruna areola, associa la pietà al sorriso, l’amore allo “sturm und drang”, all’impeto e all’assalto di stampo vagamente masochistico. La Creola ha un suo sadismo per le bellezze che si porta addosso in tutto il corpo e il pretendente si lascia volentieri fottere da cotanto assalto e da tanto trasporto dei sensi. La pietà non è di certo la “pietas” latina, il riconoscimento e il culto delle origini, la pietà della Creola, invocata dal maschio invasato, è quel sentimento di pena per la sofferenza da carenza erotica e da desiderio inappagato. Il sorriso è la richiesta di complicità e di generosità nel condividere i beni fisici sul tappeto della relazione tra un maschio prostrato e una femmina procace.

Straziami, ma di baci saziami;”

E qui si rasenta davvero il sadomasochismo di cui si diceva in precedenza. E qui si chiama in causa direttamente il dottor Freud con queste pulsioni della fase anale. Ma non basta l’analità, si richiama anche l’oralità, allo “straziami” si associa il “saziami” non soltanto per fare rima, ma soprattutto per riempire il vuoto procurato dalle ferite inferte alla carne da una Creola dalla bruna aureola che se la tira e ancora non concede le sue grazie psicofisiche alla fame aggressiva di un maschio in calore. Dal dolore dello strazio si passa alla sazietà, all’appagamento della pulsione e del desiderio sessuale da parte di una donna esotica particolarmente eccitante e potente. Il bacio orale è per il momento l’anticamera del vero bacio, quello genitale, quello che si adempie sempre con le labbra, ma con labbra diverse. La “traslazione” del tanto auspicato coito è avvenuta e ci si può ritenere soddisfatti dall’operazione psichica. Del resto, tutti i salmi devono finire in gloria, altrimenti che salmi sono.

mi tormenta l’anima uno strano mal.”

Dal profano al sacro, ogni scusa è buona per giustificare la strategia di conquista tra una Creola che si fa desiderare e un maschio che ricorre anche al sacro per appagare il profano. Non è “l’anima” di Platone o dei cristiani o di Jung quella che s’invoca in questo verso che mette insieme il tormento fisico di “uno strano mal” con “l’anima”, trascurando il diretto interessato, il corpo, quel corpo che sembra nulla chiedere e tutto vivere senza ombra e senza colpo ferire. C’è qualcosa di divino oggi nel cielo, anzi d’antico, stanno sbocciando le rose delle Creole sotto l’egida della sacralità del coito, una simbiosi del femminile con il maschile non al fine di procreare, ma al fine di esaltare la donna per grazia e concessione ricevute. A quale santa o santo porteremo gli ex voto? A santa Creola, sicuramente. Un’ultima domanda è lecita: cos’è questo “strano mal” a cui s’appella il focoso e represso aspirante? Non è, di certo, il male oscuro degli anni sessanta. E’ tutt’altro che la depressione, anzi l’opposto, è l’erezione che tra l’anima e il corpo cerca il posto giusto dove albergare senza falsi riti e fasulli miti.

La lussuria passa come un vento turbinante,”

La “libido” ha un altro nome, un “flatus vocis” degenerato nella colpa mortale e capitale, “la lussuria”, l’eccesso vizioso e debosciato contemplato nei sette peccati dell’universalismo cristiano e nei tabù delle culture bigotte. Il vento dei sensi produce un turbinio dei neuroni e degli ormoni al fine di vivere una sana e consapevole libidine, quella che scatta e coinvolge il maschio che a lei si abbandona come un seguace di Dioniso nelle feste piccole e grandi in onore del folle dio che regala i doni dell’ebbrezza e dell’estasi. Cosa non riesce a fare una Creola dalla bruna aureola con la sua beltà e la sua bontà! Il tramonto della ragione si celebra con il turbinio della passione, la testa lascia il posto al bassoventre e stende un rosso tappeto all’incedere elegante del fortunato vincitore di questa lotteria dell’Eros nudo e crudo. Sono le Creole che menano la danza in questi versi, sono le dionisiache che ballano discinte menando il fallo vorace del dio delle voluttà.

ché gli odor più perfidi recan ogn’or con sé”

Anche l’olfatto vuole la sua parte in questa fiera del sesso sfrenato e a pagamento. Gli odori più perfidi sono quelli dell’intimità e dell’alcova, ma prima del fattaccio si sente nell’aria il profumo della donna, l’acre odor della rosa in fiore e in macerante ebollizione. La scienza ammette questo stimolo olfattivo per l’ormone in crisi e acconsente a trovare un rapporto di causa ed effetto tra il naso e i fiori interessati dal femminile al maschile. Il richiamo di questo verso si spinge verso la neurofisiologia e l’endocrinologia, i neuroni e gli ormoni gongolano sulla scia di tanta importanza nell’amplesso e nel talamo. La Creola fa sempre odore di donna e anche il suo afrore è perfido nel suo infilarsi tra i ricettacoli dei corpi cavernosi e le pieghe delle labbra inferiori.

ed i cuori squassa quella raffica fragrante”

Non c’è cosa più bella di una donna in amore, così come non c’è cosa più eccitante di una donna in calore. La Creola possiede la “raffica di fragranza” come il buon pane dei contadini e con quell’arma micidiale scuote i sensi, più che i sentimenti. Mai un quadro erotico si colorò di tanto corpo anche se dipinge il cuore tra i desideri violenti della “libido” maschile che la Creola sa ben eccitare e ben gestire. “Squassa” sa di vento e di querce, di sub-liminalità della coscienza e di ghiande per i porci, di caduta delle ultime foglie e di ricarico delle nuove gemme. La Creola “squassa” colui che a lei si affida in un provvido delirio, come la Sirena consuma con il suo canto il marinaio in crisi da astinenza sessuale. “Squassami” con la tua fragranza e poi mi dirai quante primavere hanno visto i tuoi occhi neri e le tue aureole brune. Tra il canto del vento e gli odori del sesso si squaderna un palcoscenico puzzolente di seduzione.

e inginocchia gli uomini sempre ai nostri piè.”

Potere effimero, mia cara Creola, è questo che ti sta appiccicando addosso la penna dei maschi che hanno scritto questi versi e li hanno affidati a questa musica. Cosa puoi sapere tu, piccola donna dai tratti marcati di bruno che in Cuba attendi gli uomini che ti desiderano per una notte di sesso esotico. Tu, perla marrone, tu, mulatta, sai di giovinezza e non di potere. Sei esente dalle beghe politiche e delinquenziali di un mercato delle donne di colore da portare alla bramosia dei bianchi per la bramosia del dollaro e della sterlina. Tu sei una giovane donna che ai tuoi “piedi” non vuoi nessuno e tanto meno i ricchi bavosi in un nobile bordello dell’Avana. Dal mestiere più antico del mondo tu sei esclusa dalla tua innocenza di donna carnosa, odorosa e perfida. Avere uomini ai tuoi piedi per sempre, significa essere una bravissima prostituta, come avevano prescritto e come volevano dimostrare coloro che hanno scritto e musicato in quel tempo e in quella stagione questa lirica decadente a favore di quelli che vivevano in quel tempo e in quella stagione. Sarà cambiato qualcosa oggi? Di certo si è evoluto il quadro clinico e culturale dietro le effimere apparenze di emancipazione, se a tutt’oggi contiamo le tante e troppe donne sacrificate sull’altare di Demetra.

Cura ut valeas, mia adorata Creola!

LA RABBIA EROTICA DI NOEMI

girl-1258739__180IL SOGNO

“Noemi sogna di sentire il forte bisogno di masturbarsi e di avere un orgasmo.
Prende il vibratore e si massaggia il clitoride.
Ma non basta e allora spacca in due il vibratore: una metà la mette in bocca e l’altra metà la mette in vagina.
Non ancora appagata, prende una frusta con la mano destra e si colpisce sulle spalle.
Finalmente arriva all’orgasmo nel sogno e nella realtà.”

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Noemi appartiene alla categoria erotico-sessuale soltanto nella fase conclusiva per l’esito dell’orgasmo. Il progetto iniziale di masturbarsi e il prosieguo del sogno hanno tutt’altro significato. Nella sua globalità il sogno di Noemi contiene una feroce rabbia nei confronti dell’universo maschile, associata a una altrettanto feroce rabbia nei confronti di se stessa. Il simbolismo è diffuso e consistente. Il sogno di Noemi si può definire “misantropo” se per “antropo” intendiamo soltanto il maschile, l’universo psico-culturale maschile e possibilmente qualche maschio o sedicente tale, nello specifico l’uomo in atto di Noemi. Infatti il sogno può essere stato scatenato da un rifiuto reale o da un surplus di “libido” altrettanto reale, da una situazione sentimentale ambigua o da un investimento sbagliato. La decodificazione inizia con l’analisi puntuale dei simboli, per poi rammendare la psicodinamica come fa un abile sarto con le pezze del vestito di Arlecchino. Buona questa metafora!

I SIMBOLI

“Masturbarsi”: variazione dello stato di coscienza, riduzione delle tensioni, disimpegno fisico, rilassamento e distensione secondo il “principio del piacere”, abbandono tra le braccia di Eros mentre si è coccolati tra le braccia di Morfeo come in questo caso, “regressione” psichica difensiva e “fissazione” alla “fase fallico-narcisistica”, solipsismo e isolamento, “Io” ipertrofico.

“Orgasmo”: picco neurovegetativo e abbandono psicofisico, apice isterico e progressiva caduta dell’eccitazione, conversione psicofisica di tensioni e benefica risoluzione, caduta delle difese e distensione psicofisica, pulsione e funzione dell’”Es”.

“Vibratore”: traslazione del potere e della potenza, “libido fallico-narcisistica” ed esercizio della virilità, prevaricazione e violenza, traslazione difensiva dell’organo sessuale maschile.

“Clitoride”: castrazione e identificazione femminile, traslazione difensiva della potenza e del potere maschile, solipsismo erotico e compensazione psichica.

“Spaccare”: frustrazione e aggressività, rabbia e violenza, scarica isterica e caduta della funzione di controllo dell’Io, libido anale e pulsione sadomasochistica.

“Spacca in due”: scissione difensiva del fantasma e meccanismo di difesa dello “splitting”, istanza dell’”Es” e operazione psichica dell’”Io”.

“Bocca”: traslazione della vagina e affettività, “libido orale” e aggressività, seduzione e ambivalenza recettiva, erotismo e coito.

“Vagina”: “libido genitale” e recettività sessuale femminile, seduzione e disposizione al coito, universo psichico femminile e archetipo “Madre”.

“Frusta”: “libido anale” e pulsione sadomasochistica, appagamento sostitutivo della “libido genitale”, traslazione della colpa ed espiazione, prolungamento fallico.

“Mano destra”: relazione e potere, disposizione sociale e volitività, apertura seduttiva e investimento libidico.

“Spalle”: meccanismo psichico di difesa della “rimozione” e dimensione subconscia, consistenza strutturale dell’istanza psichica dell’Io, disposizione alla sofferenza e pulsione masochistica.

I MECCANISMI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa innescati sono i seguenti: la “conversione isterica” nell’orgasmo, la “scissione dell’imago” o del fantasma nello spaccare in due il vibratore, “l’acting out” o messa in atto nel prendere il vibratore, la “traslazione” o “spostamento” nel vibratore al posto del pene e altro, la “condensazione” nei simboli, la “drammatizzazione” nella frusta e nell’escalation emotiva.

LE FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche richiamate sono “l’enfasi” nella forza espressiva del sogno e “l’iperbole” nell’esagerazione dei contenuti.

LA PSICODINAMICA

Noemi è fortemente aggressiva nei confronti del maschio a causa delle frustrazioni che riceve. Noemi vive uno stato d’impotenza che procura una forte carica di rabbia, per cui scatta il bisogno neurofisiologico di scaricare e di stemperare le tensioni. Il “sistema neurovegetativo” è chiamato direttamente in causa per alleviare la carica nervosa e, nel momento in cui quest’ultima supera “l’omeostasi”, l’equilibrio neurovegetativo, scatta l’orgasmo in sogno e nella realtà. Noemi ottiene due piccioni con una fava: fa da sé per scaricare la rabbia e per appagare la sua frustrazione sessuale legata al coito mancato. Il suo narcisismo scarica l’aggressività violenta sul maschio spezzando in due il vibratore e, di poi, diagnostica quella se stessa che non parla e che non fa sesso nel tappare la bocca e la vagina. Consegue la punizione: la frusta per la mancata reazione aggressiva verso il maschio e per scatenare la “libido anale” e accedere al godimento orgasmico in maniera robusta. Non certo per miracolo, lo stato di agitazione psicofisica si placa e si sblocca convertendosi. E bravo il sogno!

L’ANALISI DEL SOGNO

“Noemi sogna di sentire il forte bisogno di masturbarsi e di avere un orgasmo.”

Noemi deve scaricare le forti tensioni che ha maturato sia a livello ormonale e sia a livello relazionale e vuole farlo in maniera naturale, la più naturale possibile: la masturbazione e l’orgasmo.

“Prende il vibratore e si massaggia il clitoride.”

La tecnologia elettronica viene chiamata in causa. Noemi è dalla parte della scienza e chiede per il suo piacere l’ausilio dinamico dell’elettrodomestico erotico, l’apporto del pene traslato non potendo averne uno in carne e sangue. La partenza è buona perché Noemi conosce bene le parti sensibili e risuonanti del suo corpo, ma la tensione nervosa è alta, nello specifico la rabbia è potente, per cui anche la tecnologia deve calare le brache di fronte al “sistema neurovegetativo” che resiste agli stimoli e dimostra di avere ancora ulteriori margini di carica.

“Ma non basta e allora spacca in due il vibratore: una metà la mette in bocca e l’altra metà la mette in vagina.”

Ecco la tanta aggressività nei confronti dell’universo maschile! Noemi scarica tutta la sua rabbia contro l’oggetto simbolico traslato che condensa il maschio e in particolare la sua potenza e la sua prepotenza: il “vibratore” al posto del pene. La frustrazione subita da Noemi è direttamente proporzionale all’aggressività esternata nello spezzare il membro meccanico in due parti. Ma ecco la sorpresa! Noemi se la prende con se stessa e accusa le sue responsabilità per aver subito un simile trattamento da parte del maschio. Si tappa la bocca non per pratica erotica, ma per simboleggiare il suo silenzio, la sua paura di parlare, di accusare, di difendersi con tutto quello che può fare con la parola. Ma lo psicodramma non è ancora concluso. Noemi si tappa la vagina a confermare la sua forzata astinenza legata anche al suo silenzio. Non parli e non godi: due verità psico-esistenziali importanti in quanto riguardano il benessere del “sistema neurovegetativo” e le funzioni determinanti per il benessere psicofisico: quelle erotiche e sessuali.

“Non ancora appagata, prende una frusta con la mano destra e si colpisce sulle spalle.”

Ma non è finita qui e così! Noemi sente il bisogno di scatenare la sua “libido anale” sia per punirsi e sia per godere. La “frusta” è proprio l’oggetto giusto e polivalente per la sua punizione, il “sadomasochismo” che ci voleva anche per eccitare con il sogno il sistema nervoso che è in atto nel sonno. Nello specifico, è in funzione il “sistema neurovegetativo” “in toto” e il “sistema nervoso centrale” in parte perché Noemi ha un certo grado di veglia e di vigilanza a causa dell’eccitazione che sta vivendo in sonno. Si colpisce le “spalle”, il luogo simbolico dove ha sempre depositato le sue frustrazioni per continuare a vivere. Questa simbolica “rimozione” è avvenuta per paura di essere lasciata o di non essere capita o di causare la rabbia dell’altro. Noemi si è portata e si porta un peso sulle spalle, “l’atarassia libidica” del suo uomo o la paura di non piacere abbastanza con le conseguenti difficoltà relazionali.

“Finalmente arriva all’orgasmo in sogno e nella realtà.”

Il quadro si perfeziona e la psicodinamica si conclude in bellezza e in bontà: la coincidenza d’orgasmo desiderata dal sogno e realizzato dal “sistema neurovegetativo” dopo tante traversie.

LA DIAGNOSI

La diagnosi attesta di una frustrazione della “libido genitale” con conversione isterica.
LA PROGNOSI

La prognosi impone a Noemi di superare le sue paure relazionali al fine di ridurre le frustrazioni sessuali; queste ultime comportano lo scarico dell’aggressività e un grado di malessere. Noemi deve stabilire con i suoi maschi una relazione ottimale a tutti gli effetti e “in primis” gli effetti sessuali, evitando accuratamente il rischio d’isolamento narcisistico o d’improvvide e pericolose trasgressioni.

IL RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nella conversione isterica della “libido” repressa, nel degenerare della carica sessuale in un disturbo psicosomatico.

L’ORGANIZZAZIONE REATTIVA

L’organizzazione reattiva, la cosiddetta personalità o struttura psichica, è in prevalenza isterica.

CONSIDERAZIONI METODOLOGICHE

Ho voluto evidenziare le voci della decodificazione per rendere più tecnico e meno discorsivo il sogno di Noemi e per mostrarne l’inquadramento scientifico. Il sogno non è un pettegolezzo o un racconto indiscreto, tanto meno una traccia dell’aldilà. Il sogno condensa la trama del conflitto psichico in atto, fatte salve le giuste cautele per continuare a dormire. La decodificazione corretta rende spedita qualsiasi tipo di psicoterapia.