RIATTRAVERSANDO ORAZIO

DIECI POESIE D’AMORE E DI MORTE

Epodo XIII

Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose
e una bufera di neve ci travolge.
La tramontana sibila tra gli alberi e sopra il mare.
Prenditi,
o amico mio,
tutto quello che la vita ti dà e,
se ancora le forze decorosamente ti sostengono,
non angosciarti al pensiero della vecchiaia.
Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato
e non parlare d’altro.
Forse,
con il mutare della sorte,
un dio volgerà tutto verso il meglio.
Adesso non rimane
che profumarci di essenze orientali
e allontanare dal cuore con la musica l’angoscia del domani.
Queste sono le parole di Chirone,
il suo congedo per Achille:
“Giovane invincibile,
nato mortale da una dea,
la terra di Assaraco,
solcata dalle acque rapide e gelide del Simoenta e del torrente Xanto,
ti attende.
Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno
e neppure tua madre,
azzurra come il mare,
potrà ricondurti in patria.
Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,
la fugace tenerezza di un conforto
all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

Ode I, 5

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

Ode I, 23

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

Ode I, 11

Carpe diem

O Leuconoe,
non chiedere anche tu agli dei
quale destino hanno riservato alla nostra vita
perché è impossibile saperlo
e sarebbe come ricercare un senso logico
nei calcoli astrali dei Caldei.
Credimi,
è meglio rassegnarsi,
sia se Giove ci concede ancora molti inverni
e sia se l’ultimo è proprio questo
che infrange le onde del mar Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci bene!
Versati un po’ di vino
e soltanto per un breve tempo
concediti l’illusione di una speranza.
Mentre noi parliamo,
il tempo impietosamente è diventato passato.
Godi l’attimo
e non affidarti assolutamente al domani.

Ode I, 9

Inverno

Guarda la neve che imbianca tutto
il Soratte e gli alberi che gemono
sotto il suo peso, guarda i fiumi rappresi
nella morsa del gelo.

Sciogli questo freddo, Taliarco,
e metti legna, tanta legna nel focolare;
poi senza alcun calcolo versa il vino vecchio
dall’anfora sabina.

Lascia il resto agli dei: quando placano
sul mare in burrasca la furia dei venti,
non trema più nemmeno un cipresso,
un frassino cadente.

Smettila di chiederti cosa sarà domani
e qualunque giorno la fortuna ti conceda,
segnalo tra quelli utili.
Se ancora lontana è la vecchiaia fastidiosa

dalla tua verde età, non disprezzare, o giovane,
gli amori teneri e le danze.
Ora ti chiamano l’arena, le piazze e i sussurri lievi
di un convegno alla sera;

il riso soffocato che ti rivela l’angolo
segreto dove si nasconde il tuo amore;
il pegno strappato da un braccio
o da un dito che ancora e resiste appena.

Ode II, 3

La morte è spietata

Ricordati di conservare serena la mente nel dolore
e lontana da un’allegria sfrenata nella fortuna:
ricordati, Dellio, che verrà la morte.

Che tu viva sempre nella tristezza
o che in ogni giorno festivo,
sdraiato in un campo solitario,
tu goda del vino più vecchio.

E un pino smisurato, un pioppo bianco
s’ingegnano a intrecciare l’ombra accogliente
dei rami? E l’acqua scorre
fuggendo irrequieta in un ruscello tortuoso?

Vedi che ti portino i vini, i profumi,
il fiore elegante e troppo effimero della rosa,
se la sorte, l’età e il filo oscuro
delle tre sorelle lo concedono.

Dovrai lasciare ciò che possiedi: i pascoli,
la villa che il Tevere biondo lambisce,
la casa, tutto. L’erede si godrà
ogni ricchezza che hai accumulato.

Che tu sia nato ricco da famiglia reale
o povero da gente oscura
e senza un rifugio, non importa.
La morte è spietata.

Siamo destinati tutti a un luogo, tutti
il destino, che si agita nell’urna,
ci attende un giorno sulla barca
per l’esilio eterno.

Ode II, 14

Rapidi fuggono gli anni

Ahimè, o Postumo, rapidi fuggono gli anni
e non c’è preghiera
che ti eviti l’aggressione delle rughe,
gli insulti della vecchiaia, il confronto con la morte.
Anche se t’illudessi per tutta la vita,
o amico mio, di strappare una lacrima a Plutone
con infinite e continue offerte,
ricordati che fra le sue onde di tenebra incatena
esseri incredibili come Gerione e Tizio,
quelle onde che chiunque viva su questa terra,
dal più povero al più potente,
è destinato a navigare.
Non serve evitare i rischi della guerra,
le scogliere dove s’infrange il rumore del mare;
non serve difendersi ogni autunno
dai venti che corrodono le ossa.
Credimi!
Conosceremo il fiume della morte,
il suo vagare inerte e opaco,
conosceremo le figlie maledette di Danao
e Sisifo incatenato per sempre alla sua pena.
Lasceremo i campi,
la casa,
la donna che amiamo e degli alberi che ora coltivi
nessuno,
se non questo cipresso odioso,
seguirà un padrone così effimero.
Il tuo erede, meno sciocco, si berrà
il Cecubo che difendi con cento chiavi
e di quel vino generoso,
più che nelle cene dei pontefici,
bagnerà la terra.

Ode III, 1

Odio il volgo profano

Odio il volgo profano e lo respingo.
Tacete!
Io, sacerdote delle Muse,
canto alle vergini e ai giovinetti carmi mai prima uditi.
E’ proprio dei re terribili il potere sui loro popoli,
ma è proprio di Giove il potere sugli stessi re,
Giove famoso per la vittoria sui Giganti,
che muove tutte le cose con le sopracciglia.
E’ come un uomo che dispone le sue viti nei solchi
per un tratto più vasto rispetto a un altro uomo,
è come che uno scenda in campo come candidato più nobile
e migliore per i costumi a contendere
questa sua forza con la moltitudine dei clienti.
La Necessità con giusta Legge
trae a sorte i grandi uomini e gli umili;
l’urna capace agita ogni nome.
A colui al quale pende sull’empio capo la spada sguainata
non daranno dolce sapore le vivande siciliane,
né il canto degli uccelli e della cetra riporteranno il sonno:
il sonno placido degli uomini agresti
non disdegna le umili case e l’ombrosa riva,
né la valle di Tempe agitata dagli zefiri.
Chi desidera solo quanto gli basta
non è reso ansioso né dal mare tempestoso,
né dalla furia selvaggia di Arturo quando tramonta
o dei Capretti quando sorgono,
né dal podere bugiardo della vigna colpita dalla grandine,
mentre gli alberi danno la colpa alla pioggia
o agli astri o agli inverni rigidi che bruciano i frutti.
I pesci sentono restringersi le distese marine
per i macigni gettati in mare: ora l’imprenditore
fa calare pietrame dagli schiavi
come se fosse il signore superbo della terra.
Ma il Timore, le Minacce seguono nello stesso modo il signore,
né si allontana il nero Affanno dalla trireme ornata di bronzo,
ma siede in groppa dietro di lui.
A chi è dolente, né il marmo frigio,
né l’uso di porpore più splendenti delle stelle
solleva la sua angoscia, né la vite Falerna
o l’unguento orientale degli Achemenidi.
Perché dovrei costruirmi un alto palazzo
dagli stipiti degni di invidia o secondo la nuova moda?
Perché dovrei cambiare la valle sabina, la casa,
con le ricchezze che sono causa di maggiori fatiche?

Ode IV, 7

Pulvis et umbra sumus

Le nevi si sciolgono,
i campi ritornano verdi,
le chiome degli alberi rifioriscono;
muta volto la terra,
i fiumi rientrano negli argini.
La Grazia con le Ninfe
e le sorelle gemine ardisce nuda
condurre a danza il coro.
Non sperare in eterno,
ti dice,
l’anno e l’ora che il giorno rapisce.
Il vento di Zefiro è mite;
l’estate,
che dovrà pure morire,
calpesta la primavera;
e appena l’autunno ha versato i suoi frutti,
ricorre la bruma, inerte.
Ma le fasi lunari veloci
riparano i danni del cielo:
e noi,
una volta scesi giù dove stanno il padre Enea
ed Anco e Tullo ricco,
polvere siamo e ombra.
E’ ignoto
se gli dei aggiungano il domani ai tuoi giorni.
Tutto quello che avrai negato al tuo animo
cadrà nelle mani avide dell’erede.
Scomparso che tu sia ed abbia udito
il decreto solenne di Minosse,
non potrà la facondia,
o Torquato,
non la tua origine,
né la tua religione
ridonarti alla vita.
Diana non può liberare
dall’ombra il casto Ippolito,
e Teseo tenta invano
di spezzare all’amico Piritoo le catene di Lete.

Ode III, 30

Io non morirò del tutto…

Ho innalzato un monumento più resistente del bronzo,
più alto della regale mole delle piramidi
e non potranno mai demolirlo
la pioggia battente
o la furia
del vento Aquilone
o la lunga serie degli anni
o il trascorrere fugace delle stagioni.
Io non morirò del tutto,
ma molta parte di me sfuggirà a Proserpina.
Nella lode dei posteri io crescerò sempre di nuova vita,
finché il pontefice salirà al Campidoglio
accompagnato dalla silenziosa vergine.
Là dove ancora l’Ofanto strepita con violenza,
là dove Dauno ha regnato su terre aride
e su genti agresti,
di me si dirà
che mi sono riscattato da umili natali nobilitandomi
e che per primo ho adattato ai versi italici
il carme eolico.
Fai tua,
o Melpomene,
la superbia del merito
e incorona
la mia fronte con l’alloro di Delfi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 11, 04, 2021

LE EREDITA’ DEL CORONAVIRUS

TRAMA DEL SOGNO

“Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Questo è il sogno di Cosetta ed è lampantemente un sogno da coronavirus.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

PREAMBOLO RIFLESSIVO

Tra le tante eredità della “PANDEMIA SEVERA”,

– quella che ci ha chiuso in casa appena tornati dal lavoro e mentre cenavamo,

– quella che ci ha lentamente logorato per l’ignoranza della causa e dell’effetto,

– quella che ci ha messo di fronte a un nemico invisibile e cattivo,

– quella che ci ha inoculato la paura della morte e l’angoscia della fine,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di avere una buona guida per traghettare l’Acheronte,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di uno Stato preparato ed efficiente,

– quella che ci ha fatto sentire il bisogno di una Europa solidale,

– quella che ci ha fatto progressivamente capire l’inettitudine della classe politica, passata e presente, e il fanatismo di tanti media,

– quella che ha messo in evidenza l’assenza di un piano epidemiologico e di una strategia sanitaria a misura d’uomo e d’anziano,

– quella che ha messo tragicamente in moto l’improvvisazione e l’ignoranza,

– quella che equiparava la persona dimessa dall’ospedale a una persona definitivamente guarita,

– quella che ha spazzato ignobilmente troppi anziani per l’etica sanitaria privata del capitalismo spinto,

– quella che ha acceso i motori in una notte piovosa di tanti camion mimetizzati del pio Esercito italiano, gravidi di morti da trasferire nel forno crematorio più vicino,

– quella che ha messo quotidianamente alla ribalta televisiva i tristi virologi e l’orgoglio impenitente dei virus,

– quella che ha costretto il papa a una benedizione urbi et orbi verso una piazza san Pietro deserta,

– quella che ha lasciato sul campo di battaglia duecentodue operatori sanitari,

– quella che ci è costata ufficialmente trentatremila morti,

– quella che immancabilmente ha mostrato lo sciacallaggio della corruzione anche nelle migliori famiglie di moralisti italici,

– quella che ci ha esaltato come un popolo coeso e orgoglioso di Mameli e di Modugno,

– quella che ci ha fatto piano piano amare la scuola e i professori proprio per l’assenza,

– quella che ci ha indotto a recuperare i miti e i riti del passato,

– quella che ci ha fatto conoscere il vicino di casa e le virtù del lavoro sanitario e non solo: vedi le commesse del supermercato e gli operatori ecologici,

– quella che ci fatto capire la relatività della questione dei migranti e la stupidità della concezione dello straniero come nemico,

– quella che ci ha fatto riscoprire gli affetti e a rivalutare le inimicizie,

– quella che ci restituito l’aria pura senza il biossido di carbonio, il cielo e il mare azzurri,

– quella che ci ha fatto ridere, piangere, pensare, divertire, scoprire, riscoprire, fare, cosare, rifare, brigare, sognare, intrallazzare…,

– quella che ci fatto ammalare e immaginare malati,

tra le tante eredità della PANDEMIA SEVERA,

– quella che ha indotto il semplice e umanissimo sogno di Cosetta,

– QUELLA CHE HA SOVRACCARICATO LE DONNE DI RUOLI, DI MANSIONI, DI COMPETENZE, DI LAVORI, DI FATICHE E DI SOGNI DI GLORIA,

di fronte a questa “PANDEMIA SEVERA” è importante non abbassare la guardia e soprattutto di fronte all’ultima eredità.

Dopo tanto preambolo procedo con l’interpretazione del sogno di Cosetta.

Sono a casa in una stanza simile a una camera, ma non è proprio la mia camera.”

Cosetta sogna un evento possibile e all’ordine del giorno nel periodo della pandemia. A distanza di tre mesi emerge la preoccupazione reale di Cosetta di infettarsi e di essere ricoverata in ospedale per essere curata. La “stanza della sua casa simile a una camera” è proprio la stanza anonima di un ospedale, tutta da conoscere perché sconosciuta. Questa esperienza non è eccitante per Cosetta, è ignota e disarmante perché la trova passiva, alla mercé degli altri e degli eventi. “La mia camera” si traduce in “non è proprio un’esperienza che volevo fare” e che ho potuto fare in sogno a distanza di tempo, a conferma che il sogno non realizza soltanto i desideri, come voleva Sigmund, ma anche le paure, e dà immagine anche alle angosce recondite di ogni persona. Nella nostra “casa” psichica non c’è la stanza dell’ospedale, ma sicuramente in qualche sgabuzzino c’è il “fantasma di morte”. In ogni modo bisogna attrezzare dentro di noi anche la camera dell’ospedale per essere pronti agli eventi patologici. Importante non costruire un ospedale inutile magari in quindici giorni per scimmiottare i cinesi, sempre dentro di noi s’intende.

Insieme a me ci sono due giovani uomini, uno è dottore sicuramente.”

La terminologia semplice e accessibile apre un contesto inequivocabile nella Logica della simbologia e della razionalità. I dottori servono per curare una donna ammalata che ha anche bisogno di rassicurazione. La disposizione di Cosetta verso l’universo maschile è generosa e si vede chiaramente nel concepire gli “uomini” che sono in “due” e “giovani” e con il beneplacito, per almeno uno di loro, di essere “dottore sicuramente”. Il medico in tempo di pandemia è una panacea non soltanto onirica, ma anche reale, dal momento che cura i mali del corpo e dell’anima con la sua presenza e la sua competenza, con il suo abito e il suo sapere. Cosetta ha elaborato da sveglia la possibilità di ammalarsi di coronavirus e di essere ricoverata in ospedale con tutte le conseguenze del caso, tra cui quella di imbattersi in un infermiere e in un dottore. La preferenza per l’elemento maschile è legata alla formazione psichica di Cosetta e al suo privilegio verso la figura protettiva e sapiente del padre quando era bambina. I due giovani uomini sono la “proiezione” dei suoi bisogni e della sua elezione verso l’affidamento alle figure maschili. Come dicevo in precedenza, Cosetta ha vissuto il padre come una pietra miliare da seguire e un’ancora di salvezza da gettare nel gran mare della vita durante le tempeste.

Ho preso delle gocce per dormire e uno dei due si accorge che la macchina a cui sono attaccata non funziona bene.”

Cosetta in tanta incertezza psicofisica sa già che deve variare lo stato di coscienza e che non può affrontare in maniera vigilante la malattia, per cui ricorre all’alleato ansiolitico e sonnifero, uno psicofarmaco a testimonianza della criticità patologica in cui versa. La ricerca di una leggera anestesia non basta. Cosetta corre ai ripari dal pericolo di morte attaccandosi alla “macchina” che pessimisticamente “non funziona bene”. Prevale in Cosetta, nella sua formazione e nella sua “organizzazione” psichiche, la paura di morire più che di guarire. Non si tratta di vedere il solito bicchiere mezzo vuoto, è un tratto “orale” di perdita che prevale sul tratto “genitale” di acquisto. Cosetta non aspira a vivere l’esperienza della malattia per incamerare nella sua casa psichica anche questa avventura, ma per mettere alla prova il suo bisogno di aiuto e di non restare sola. Sia pur con tanta dignità la sua richiesta è ineccepibile quanto esplicita e suadente. Ma la sfiga non arriva mai da sola, per cui il pessimismo di Cosetta non si ferma al contagio perché travalica nella sfortuna di un respiratore artificiale che “non funziona bene”. Tra il sopravvivere al dramma e il restarci dentro Cosetta sceglie il secondo.

Dice all’altro che c’è qualcosa che non va e che non sto tanto bene.”

Ed ecco la conferma nella scena onirica dei due uomini di turno che disquisiscono sullo stato precario di salute e sull’inaffidabilità delle macchine sanitarie. E’ quasi una tresca, quanto meno una complicità tra i due uomini devoluti da Cosetta in sogno alla sua salute e alla sua sopravvivenza. L’affidamento non è acritico, ma ben ponderato trattandosi di figure sanitarie.

In effetti, cosa c’è che non va in Cosetta?

Perché non sta tanto bene?

Quale materiale psichico ha riesumato la pandemia, oltre al famigerato “fantasma di morte”?

Il sogno non lo dice, ma afferma che la “componente sacrificale” di Cosetta ha una buona consistenza. Si aggiunga che il “pessimismo” fa da degna cornice a questo tratto psichico della protagonista. Ricordare che il “tratto sacrificale” ha una grossa motivazione affettiva, non fa mai male. Cosetta è alle prese con la sua “posizione psichica orale”, amare ed essere amata, e si candida alla perdita depressiva in questa evenienza storica della pandemia e soprattutto del dopo pandemia.

Del resto, tutti siamo stati costretti in questi tre mesi a reagire agli stimoli ricevuti con i tratti specifici della nostra “organizzazione psichica” e progressivamente abbiamo incamerato i vari vissuti. Vedremo il resto del nostro film man mano che procederemo verso una nuova normalità.

Che sia la buona visione di un film interessante e profondo!

Tenete duro perché ce la racconteremo ancora sul blog dei sogni.