TUTTA COLPA DI TUA MADRE

La montagna non fa per me e il mare mi deprime.

Vivevo con la mia famiglia in una verde collina di Treviso,

un paradiso chiamato Col San Martino,

e non vedevo l’ora di scappare dalla mia famiglia e dalla mia collina.

Esco, allora, da questa famiglia ed entro in un’altra famiglia,

ma la cosa non funziona.

Scappo da questa collina e mi ritrovo in un’altra verde collina di Treviso,

un paradiso chiamato Tarzo,

ma la cosa non funziona.

I confronti sono inevitabili, ma non quadrano mai.

Avevo l’idea di star fuori finalmente dalla mia famiglia e dalla mia collina.

Poteva succedere e lo speravo.

Anche il calcolo delle probabilità era dalla mia parte.

Era previsto che poteva succedere.

Quanto egoismo da proprietà privata!

Tutto questo succedeva grazie a te, mio enigmatico uomo.

La tua famiglia m’intrippa,

la tua collina mi disorienta.

Vuoi loro o vuoi me?

C’è sempre da dire,

da ridire,

da discutere,

da cosare,

da brigare,

da litigare.

Mi dispiace, ma tutto ha un limite.

Si può arrivare fino a un certo punto,

dopo scatta il divieto di circolazione,

dopo scatta il divieto di accesso.

Io mi devo difendere.

Non si può dire tutto,

non si può aprire il bagagliaio agli sconosciuti.

Io potrei scendere dal tram

per evitare le interferenze disturbanti dei tuoi parenti serpenti.

Tu mi chiedi di capire, ma non c’è niente da capire.

Io spero sempre

che questa sia l’ultima volta

che i tuoi mi disturbano con le loro stronzate di merda.

La verità è che io sono allergica all’istituto famiglia.

Non ho sopportato e non sopporto la mia famiglia

e, allora, figurati se digerisco la tua.

Non voglio essere ospite da nessuna parte,

non voglio il ruolo di ospite in alcun caso.

Una parte di me, purtroppo, mi dice

che non riesco a vivere da sola.

E allora?

Allora vorrei e non vorrei,

credimi,

ma io non faccio parte di questa tua famiglia

e tanto meno di quella che mi proponi di formare,

la nostra,

tutta nuova

e tutta da costruire secondo le regole del “facciamo da noi”.

Questa non è libertà.

Questa è bieca improvvisazione.

Sono senza entusiasmo e sensibile alle bidonate.

Questo tu lo sai.

“Vediamo soltanto come va”, tu mi dici oggi.

“Non creare tensioni incomprensibili agli altri. Vivi e lascia vivere.”

Così tu mi continui a dire.

Io lo so,

io so già quello che mi dirai domani

perché me l’hai già detto ieri.

La vera verità è che sei attaccatissimo a tua madre,

che non vedevi l’ora di tornare da lei insieme a una donna

per darti una veste di quasi normalità,

ma il morboso legame tu non lo sai nascondere,

lei non lo sa nascondere

e a me non resta che assistere alla vostra sordida tresca.

La tua intimità con lei mi dà un fastidio enorme.

Ti sei fottuto la libertà

perché lei ti prepara la vita

sotto la forma di una minestra e di una finestra.

O mangi o ti butti giù.

Il mio non è egoismo,

il mio non è bisogno di possesso.

Io possiedo la verità.

Tu sei attaccatissimo a tua madre.

E allora io chi sono?

Vuoi me o la tua mamma?

Ma siamo due cose diverse,

mio emerito ignorante,

mio povero deficiente,

mio nobile impotente.

Io dico e ridico,

ma tu non capisci

e vuoi stare seduto su due sedie

a testimoniare il tuo attaccamento morboso

a chi ti ha soltanto procreato per necessità biologica

a confermare il complesso di Edipo per i dizionari di scuola psicoanalitica.

Ma io sono la tua donna,

io sono la tua promessa sposa,

io sono la tua Lucia Mondella,

mio caro Lorenzo Tramaglino.

Ma cosa t’importa?

A te tutto questo non tange.

Tu vuoi da me un’amicizia libera,

un rapporto senza indagini e al di sopra di ogni sospetto.

No!

No, mio caro coglione, io scendo dal tram.

Io scappo perché non ho smanie di nessun tipo,

non ho l’elasticità mentale che si richiede ai moribondi,

non ho la rassegnazione eroica dei morituri.

Io non ho nessuna intenzione di morire insieme a te per colpa tua.

Ti ricordi il capodanno dello scorso anno?

Che massacro di palle seduti sul divano,

incollati alla cosa luccicante e suonante

in quella tua casa con tutti i tuoi parenti e i tuoi affini,

costretti ad ascoltare il concerto della Filarmonica di Vienna

diretta dal maestro Ciccio Busacca.

Ma vaffanculo tu e i tuoi!

Vaffanculo tu, Ciccio Busacca e tuo zio Alfio Curcuzza, il pedofilo!

Quante scemenze!

Che orribile errore vivere in un cesso pubblico!

Io mi ero adagiata sulla merda

perché è già morbida di suo

e ci ero caduta per ignoranza e per comodità.

Pensavo e si pensava che da puzzolenti si stesse bene insieme.

Ma no, ma cosa ho pensato e cosa si è pensato?

Non parlare,

non discutere,

non litigare è la morte della coppia,

la tomba del cosiddetto grande amore

a cui tutti come tordi aspiriamo.

Noi si viveva in un caos di perbenismo, di tolleranza, di libertarietà.

Quanti elogi sperticati alla monotonia dell’apparente diverso!

Meglio stare alla larga per non aver pesi

e per raggiungere l’atarassia e l’apatia.

Ma se tu non parli, non si sa cosa pensi.

C’è chi parla troppo e non capisce niente degli altri

perché è interessato a dire soltanto di sé.

Se tu non parli e non mi parli,

allora evviva il veneziano ciacolone che mi fa sentir viva,

evviva il trevigiano millantatore che mi fa scoprire innamorata.

Ben vengano gli amici e gli amanti con cui far due parole,

con cui scambiare le merci preziose e gli accessori firmati,

con cui mangiare “poenta e osei”.

Ma oggi non voglio aver nessuno,

oggi non voglio stare con nessuno,

oggi voglio stare per i fatti miei.

In fondo io sono una donna solitaria e mi piace tanto pregare.

Per non lasciare il pensiero pensare,

io prego

e così non prendo il “lexotan”.

Ma quali aperture!

Quale disposizione all’altro, anche se intimo!

Nessuna!

Viva il silenzio e viva la libertà!

Quant’è bello pensare ai cazzi propri!

E tu?

Tu sei uno schiavo dalla pelle bianca.

Tu hai ancora bisogno di tua madre,

di un miscuglio di madre e di amante,

di un omogeneizzato di ruoli diversi.

Vergognati!

Ma vergognati, per favore!

Autonomia su, autonomia!

La tua vita è un sordido appiccicaticcio tra generazioni diverse.

La giovane è invecchiata e la vecchia è ringiovanita.

Io sono la tua donna e non tua madre.

E’ talmente evidente la cosa

che non abbisogna di parole e di test.

Meglio star zitti

e mettere a tacere la propria espressività.

Cancello dal mio volto le posture espressive per non tradirmi.

Tra quello che è e quello che non è, qual’è la misura?

Tu dove stai, tu dove sei?

Su e giù, di qua e di là,

tutto ti sembra,

“tibi videtur”,

nessuna verità,

nessuna certezza,

tanta opinione.

Quante “doxa”!

Ma chi siamo noi?

Chi siamo io e te che rincorriamo le “doxa” e le “aletheia”?

Una grande comitiva, una grande famiglia, un tutti insieme appassionatamente?

Che confusione epidermica!

Che striature sulla pelle!

Peggio del fuoco di sant’Antonio.

Necessariamente abbiamo litigato io e te

essendo infognati tra le “doxa” e le “aletheia”.

Questo è vero e giusto allo stesso tempo.

Ma un genitore tra me e te,

una madre in mezzo è disdicevole,

è immorale,

sta a guardare,

fa la voyeur,

fa male all’equilibrio mentale.

A suo tempo io ho detto e ti ho parlato.

Uomo avvisato è mezzo salvato.

Donna salvata non è stata mezza avvisata,

conosce la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità,

ha certezze.

Senza la fobia di spazi vuoti,

senza fuochi d’artificio,

i miei occhi non reggono i lampi

e si perdono in un palazzo veneziano,

antico e austero,

con stanze grandi,

con grida soffocate,

con urla inibite.

Gli specchi riflettono i soffitti alti del settecento

e nasce l’idea di traumi consumati nelle alcove e nei giardini,

idea paurosa dei primi tempi della mia vita

quando dovevo ritirarmi nelle mie stanze

per la paura che le porte si aprissero

costringendomi al coraggio di vedere camicie di forza e armature

al posto di un erotico body a losanghe

che lascia trasparire i capezzoli, l’ombelico e i peli del pube.

Quanta tensione!

Il mio stomaco adesso ha la gastrite,

bruciori intensi causati da involontari danni.

Non so, è tutto così strano!

E’ così strano sapere le verità fino a un certo punto

senza dover render conto a nessuno.

Nessuno che ti dice “redde rationem”

e alla fine la mia libertà va a finire tra le corna

che tu mi fai con tua madre.

Tutto va a finire in merda.

Che senso estetico!

Che chic!

Io danneggio tutto quello che tocco,

per cui rovinerò anche il tuo paltò di montone affumicato

e anche i miei ragionamenti oculati,

sconvolgendo i soggetti per restare sul vago

e lasciando i predicati sul fatuo, sull’effimero, sull’assente.

La verità è che tu e tua madre avete da tempo rovinato tutto.

Adesso è troppo tardi

e io ho altre cose più importanti da fare.

Le rinunce sono dei santi

e io, invece, pecco “fortiter” e non credo “fortius”.

Io ti mollo insieme alla tua augusta genitrice.

Tu dirai che tutto sommato è meglio così

e che è colpa della mia natura puttana di femmina caliente

e nient’altro.

Tu non aggiungerai nulla di altro.

Io, domani, sciando sulle piste innevate di San Martino di Castrozza,

ricomincerò la solita vita

con la libertà e la sicurezza delle mie cose usate.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 23, 06, 1999

IO E MIO FRATELLO

TRAMA DEL SOGNO

Salve, se le fa piacere, mi interpreti questo sogno. La ringrazio.

Sogno di avere 11 o 12 anni e di essere una immigrata mulatta orfana, insieme al mio fratellino un po’ più piccolo, che ha una specie di ritardo lieve, viviamo in una casa abbandonata in un luogo isolato nella campagna.

La zona in cui abitiamo è un po’ tetra, non lontano c’è una cittadina sul mare dove io e mio fratello andiamo tutti i pomeriggi a fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate.

Non abbiamo amici e non siamo benvoluti perché siamo stranieri e poveri, allora qualche volta ce la prendiamo col mondo e facciamo qualche sciocchezza come tirare sassi alle vetrine o prendere a calci i bidoni, siamo due bambini.

Invece a casa io mi occupo di tutto come si deve, per far vivere mio fratello decentemente, e tengo sempre pulita la nostra casa fatiscente.. faccio ciò che posso. Tuttavia abbiamo una vicina di casa, una donna vecchia e acida che ci odia e ci vuole mandare via minacciandoci di chiamare i servizi sociali.

Io e mio fratello viviamo con la paura che questo succeda e ci capitino brutte cose.. ed una notte decidiamo di andare ad uccidere la vecchia, la facciamo anche a pezzi e la seppelliamo lì vicino sotto ad un albero.

Passa del tempo in cui siamo sereni, finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa, spiando la scena dalla finestra sentiamo questa che dice ai poliziotti “sono stati loro, l’hanno seppellita là”.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume, io cerco di tranquillizzare mio fratello dicendogli che se non trovano le ossa non possono provare niente.

Il giorno dopo tornano i poliziotti e vedono la terra smossa e si mettono a cercare al fiume.. allora io decido con mio fratello che dobbiamo lasciare quel posto e andiamo alla stazione per prendere un treno.

Tutto ad un tratto quando un treno passa io mi butto sotto… e dopo sto nuotando.”

Questo sogno appartiene a Koncetta.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Salve, se le fa piacere, mi interpreti questo sogno. La ringrazio.”

E’ sempre un piacere per me interpretare un sogno, in specie se possiede il travaglio psichico e culturale di Koncetta, una serie di conflitti psicodinamici assolutamente naturali.

Ricordo che nel mio lunghissimo viaggio di ricerca sul sogno sono partito dall’interpretazione umanistica per approdare a quella strettamente psicologica di scuola psicoanalitica. Oggi mi trovo ancora a viaggiare in territori non meno tranquilli, quelli che stanno tra la Poesia e il Sogno. Domani navigherò sul mare tempestoso su cui fluisce il Sogno e la Morte.

Mi sono evoluto come Koncetta e ancora è tutto in discussione.

Comunque, è sempre un piacere.

Sogno di avere 11 o 12 anni e di essere una immigrata mulatta orfana, insieme al mio fratellino un po’ più piccolo, che ha una specie di ritardo lieve, viviamo in una casa abbandonata in un luogo isolato nella campagna.”

Koncetta regredisce temporalmente e sviluppa la tematica conflittuale della sua adolescenza, della sua identità psichica, del suo spirito materno, delle sue difficoltà esistenziali, della sua solitudine, della sua carenza affettiva.

Quanta roba simbolica in poche righe!

Chiaramente Koncetta parla di sé anche quando parla del “fratellino”; quest’ultimo le serve per sviluppare la sua pulsione affettiva, i suoi investimenti di “libido genitale”, l’energia più buona, più bella e più giusta: amare se stessi e gli altri. Proprio lei che è “orfana” e “mulatta” e “immigrata”, nel senso di “sola”, “diversa” e “solitaria”, proprio Koncetta esordisce con una carta psichica di identità che abbraccia la sua prima infanzia per trasportarsi nel tempo attuale. Del resto, la formazione psichica in universale avviene proprio nei primi anni di vita, infanzia e adolescenza. Il “ritardo lieve del fratellino” è un semplice complesso d’inferiorità di Koncetta in riguardo al registro mentale e intellettivo. Della “casa abbandonata” e del “luogo isolato nella campagna” ho detto in precedenza, ma la metafora della struttura psichica di Koncetta, la “casa” e della difficoltà a relazionarsi, il “luogo”, sono apprezzabilissime per la loro carica poetica elaborata e immessa dai meccanismi psichici di difesa dall’angoscia della “condensazione” e dello “spostamento”. Il Sogno è nella sua essenza Poesia.

La zona in cui abitiamo è un po’ tetra, non lontano c’è una cittadina sul mare dove io e mio fratello andiamo tutti i pomeriggi a fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate.”

Il meccanismo psichico della “compensazione” viene in soccorso di Koncetta in tanta desolazione psichica ed esistenziale, “zona tetra” abitata nell’infanzia e nell’adolescenza quando si formano le umane “organizzazioni psichiche”, e colora con la “cittadina” e il “mare” gli abbozzi di un miglioramento delle relazioni sociali e del mondo psicologico. Koncetta è cresciuta e ha recuperato gli schemi psichici della socializzazione e delle relazioni significative. Koncetta vive in sodalizio e in accudimento con il fratello manifestando la sua duttilità psichica e le sue capacità di adattamento, oltre che di concretezza: “fare un giro, io con i pattini e lui con lo skate”. Con i pattini Koncetta scorre sulla realtà psichica e relazionale in atto.

Va benissimo aver recuperato la tanta pregressa desolante difficoltà umana ed esistenziale. Le risorse non mancano a questa donna “immigrata”, “mulatta” e “orfana”. Koncetta si sta evolvendo verso il meglio consentito dalle situazioni che sta vivendo.

Non abbiamo amici e non siamo benvoluti perché siamo stranieri e poveri, allora qualche volta ce la prendiamo col mondo e facciamo qualche sciocchezza come tirare sassi alle vetrine o prendere a calci i bidoni, siamo due bambini.”

Fa sempre capolino nel sogno il “fantasma” dell’isolamento e della solitudine. Koncetta si lascia quasi rifiutare dagli altri per compensare le sue difficoltà a inserirsi nel gruppo. L’aggressività di tanto sconforto è la ciliegina sulla torta: “tirare sassi alle vetrine” o rifiuto della propria immagine, “prendere a calci i bidoni” o scarico l’aggressività verso gli altri per via traslata. “Siamo due bambini” è la giustificazione e l’assoluzione di questo disagio psichico per la conflittuale accettazione di sé e dello status umano. Koncetta sta svolgendo in sogno il suo sforzo di accettarsi e di farsi accettare e lo inserisce in un quadro di amore materno verso il “fratellino” bisognoso di cure e di protezione. In effetti, il “fratellino” è sempre Koncetta che ama se stessa, il suo amor proprio e la sua autostima in crescita, il recupero di sè.

Invece a casa io mi occupo di tutto come si deve, per far vivere mio fratello decentemente, e tengo sempre pulita la nostra casa fatiscente.. faccio ciò che posso.

Ecco l’amor proprio e il recupero della consapevolezza delle sue capacità di affermazione e d’azione!

Le lamentele, in specie le auto-lamentazioni, sono inutili e non servono perché Koncetta ha le carte in regola per la sua evoluzione psichica ed esistenziale, per formare la sua “organizzazione psichica” e ripulirla dai sensi di colpa e dalle recriminazioni contro gli altri e il mondo infame che l’ha rifiutata e discriminata. Koncetta ha recuperato se stessa, si è data da fare per sistemare i suoi conflitti e le sue angosce, la “casa fatiscente” anche se conserva l’orgoglio delle sue radici e le nobilita, “sublimazione”, al meglio possibile, “faccio ciò che posso”. Ritorna il quadro di una donna che si è data tanto da fare nella sua evoluzione psichica, sociale e culturale, umana per dirla con una sola parola e quella giusta per l’appunto. Spicca sempre la “libido genitale”, l’istinto materno verso il suo essere stata una bambina in grande difficoltà esistenziali. Questa “genitalità” si allarga alla sua dimensione psichica materna. Koncetta è una buona madre di se stessa e dei suoi figli, tutti rappresentati nel sogno simbolicamente nella figura del “fratellino”.

Tuttavia abbiamo una vicina di casa, una donna vecchia e acida che ci odia e ci vuole mandare via minacciandoci di chiamare i servizi sociali.”

Questa è la classica rappresentazione onirica della “parte negativa del fantasma della madre”, la strega, “la donna vecchia e acida”, la madre che uccide con l’anaffettività e abbandona, che discaccia e “odia”. Questa rappresentazione appartiene a Koncetta ed è una parte del “fantasma della madre”, quella “negativa” che ha elaborato nella sua primissima infanzia, primo anno di vita per la precisione, quando la sua mente pensava e usava soltanto il meccanismo della scissione, lo “splitting”. L’esperienza affettiva di Koncetta con la madre è stata estremamente problematica e conflittuale: è “orfana”, senza madre e padre. Del resto, nel sogno ha un fratello che tratta come figlio dimostrando una ottima “libido genitale” negli investimenti. Koncetta è stata costretta dalle esperienze della sua vita a maturare prima del tempo e soprattutto in riguardo alla sua femminilità e al suo esser donna: ha accudito e amato un fratello. Nei fatti è possibile, nel sogno il fratello è la “proiezione” della sua bambina, della cura che ha riservato alla sua persona per sopravvivere in un mondo adulto particolarmente disastrato e moralmente discutibile. Si spiega il ricorso ai “servizi sociali”, una minaccia e un episodio reale che sono immaginate nel sogno per attestare della precarietà etica in cui la sua famiglia viveva. Il demone è la figura materna. Insomma, Koncetta ha maturato importanti carenze affettive e si è riscattata amandosi.

Ben fatto!

Io e mio fratello viviamo con la paura che questo succeda e ci capitino brutte cose.. ed una notte decidiamo di andare ad uccidere la vecchia, la facciamo anche a pezzi e la seppelliamo lì vicino sotto ad un albero.”

Questa è la carica aggressiva del sentimento dell’odio, la difesa di Koncetta di se stessa e del fratellino nella forma dell’uccisione della vecchia, aggravata dallo scempio del corpo e dall’occultamento del cadavere nella forma del seppellimento “sotto ad un albero”. Koncetta può fare questo in sogno perché si rafforza con la difesa del “fratello”. Raddoppia se stessa nella donna e nella bambina, difende la sua realtà femminile e la sua realtà psichica di bambina indifesa. Koncetta uccide simbolicamente la madre per sopravvivere, per non soccombere ai colpi mortali della madre fredda e priva di affetti vitali. Il meccanismo onirico della “figurabilità” si presenta e offre a Koncetta la possibilità di dipingere la liberazione dalla madre, il riscatto dalla crudeltà materna. In sostanza, Koncetta ha risolto la sua “posizione edipica” secondo la formula dello “uccidi il padre e la madre”. E’ lontana, almeno per ora, dal salvifico “riconosci il padre e la madre” e non contempla la formula “onora il padre e la madre”. Il tutto a prescindere dalla realtà familiare di Koncetta, perché si parla espressamente dei suoi vissuti personali e originali. Mi spiego: Koncetta può anche non avere avuto una famiglia, come il sogno suggerisce, ma ha elaborato ugualmente dentro di lei le figure del padre e della madre. Per difendere se stessa, si è rafforzata e si è sbarazzata della madre cattiva, come nelle migliori fiabe. In tal modo Koncetta è maturata prematuramente nell’amore di sé e degli altri, nella “posizione genitale”. Questo è il viaggio che vivono le donne anzitempo responsabilizzate e abbandonate a se stesse, come nelle migliori famiglie piene di ghiaccio e di qualsiasi latitudine e longitudine. Non c’entra niente il fatto che Koncetta è “immigrata”, “mulatta” e “orfana”, il vissuto verso la madre è fortemente vivo e vivace nel versante conflittuale. Ancora: la simbologia del “seppellire” non si traduce in “rimozione”, dimenticare per sopravvivere, tutt’altro, è la scarica dell’odio mortifero verso una figura particolarmente importante e significativa che è stata vissuta in maniera negativa.

Passa del tempo in cui siamo sereni, finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa, spiando la scena dalla finestra sentiamo questa che dice ai poliziotti “sono stati loro, l’hanno seppellita là”.

Il misfatto è compiuto, andate momentaneamente in pace. Il senso di colpa è soffocato dal vantaggio ottenuto con questa risoluzione aggressiva nei riguardi della figura materna. Koncetta odia la madre crudele e sopravvive alla sua assenza. Ma i salmi non finiscono sempre in gloria, a volte si concludono con il ritorno sulla scena del defunto sotto la forma e la veste di un fac-simile, di una figura equivalente ed equipollente a testimoniare che i “fantasmi” che espelliamo dalla porta prima o poi rientrano dalla finestra proprio quando meno ce ne accorgiamo, quando abbassiamo le difese psichiche. “Passa del tempo in cui siamo sereni”: i meccanismi e i processi psichici di difesa dall’angoscia hanno fatto il loro dovere, hanno funzionato bene e hanno contenuto la carica nervosa legata al senso di colpa, In questo caso il meccanismo inquisito è la “rimozione”. Koncetta si è dimenticata del vissuto negativo e del sentimento annesso al “fantasma della madre”, poi un episodio qualsiasi lo ha rievocato fungendo da causa scatenante dell’affioramento, meglio del “ritorno del rimosso”. Si traduce in questo modo “finché un giorno si presenta la sorella della vecchia e fa partire delle indagini sulla sua scomparsa”. Ma ancora non basta: il “Super-Io”, “i poliziotti”, di Koncetta non ce la fa a reggere il peso della colpa, per cui esige immediatamente la punizione, esige di pagare il fio, esige di espiare il tragico reato. Koncetta spia dalla finestra, sente riemergere il ricordo del vissuto rimosso in riguardo alla madre, “l’hanno seppellita là”, e non può fare a meno di riconoscere che la “rimozione” non ha funzionato perché adesso la sua istanza psichica repressiva, il “Super-Io”, esige l’espiazione della colpa, la condanna. Il prosieguo del sogno di Koncetta è sempre più intrigato e intrigante, ma lineare e comprensibile.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume, io cerco di tranquillizzare mio fratello dicendogli che se non trovano le ossa non possono provare niente.”

Potrei dire che questa è l’allegoria, la psicodinamica simbolica, del meccanismo principe di difesa dall’angoscia, la “rimozione”, il seppellire, mentre in disseppellire equivale pari pari al “ritorno del rimosso” per cause scatenanti occasionali e alla “presa di coscienza” del rimosso affluito. Quest’ultima impedisce al materiale psichico emerso dal profondo di trasformarsi soprattutto in un doloroso sintomo e per l’appunto psicosomatico. Koncetta prende coscienza e razionalizza la sua tremenda aggressività nei riguardi della figura materna, rivede la sua “posizione edipica” e passa al riconoscimento della madre per quelli che sono stati i suoi vissuti e al di là della effettiva consistenza esistenziale della augusta e improvvida genitrice. Ripeto che i figli degli immigrati sono costretti a una emancipazione rapida dalle figure genitoriali per motivi culturali e politici che non sto a discutere, perché porterebbero il mio discorso su altri versanti che non attengono la decodificazione del sogno di Koncetta. Voglio, però, sottolineare come il sogno è uguale per tutti ed è la base di ogni democrazia diretta alla Greca o alla Rousseau. Usiamo tutti gli stessi “meccanismi” e trattiamo i dati personali con le stesse capacità creative: Poesia.

Torno al sogno.

Koncetta dopo aver vissuto il “ritorno del rimosso” in riguardo alla madre, può prendere consapevolezza e razionalizzare la sua “posizione edipica” o subirlo e convertirlo in sintomo, insomma questo “ritorno del rimosso” è formativo in qualsiasi modo, ma bisogna trattarlo in maniera che sia il meno traumatico e logorante possibile.

Allora la stessa notte andiamo a disseppellire le ossa e a buttarle in un fiume”. Koncetta si serve dell’acqua di “un fiume”, simbolo di vita che si evolve, “tutto scorre” di Eraclito, per ripulire i sensi di colpa della sua avversione mortifera verso la figura materna: “catarsi” greca della colpa dopo la “ubris”, il peccato originale dei Greci, l’ira e il turbamento dell’equilibrio voluto dagli dei. Koncetta inserisce i suoi nuovi vissuti riparatori nella sua struttura psichica, “meglio “organizzazione”, e compatta la sua persona e la sua personalità per darsi all’azione nel mondo sociale e nelle relazioni significative. Koncetta è sempre accompagnata dal “fratellino”, il suo alleato e il suo rafforzamento per portare alla superficie un trauma di quel tipo: l’uccisione psichica della madre. Koncetta capisce che è un danno gratuito e auto-procurato, per cui intelligentemente passa alla riesumazione delle “ossa”, unica condizione per provare qualcosa e sempre a se stessa e no di certo agli altri e tanto meno al mitico fratellino orfano, mulatto e abbandonato.

Si può procedere verso il capolavoro psichico del sogno di Koncetta.

Il giorno dopo tornano i poliziotti e vedono la terra smossa e si mettono a cercare al fiume.. allora io decido con mio fratello che dobbiamo lasciare quel posto e andiamo alla stazione per prendere un treno.”

Allora, ritorna l’istanza psichica censoria e morale del “Super-Io” di Koncetta a esigere la giusta punizione per pagare il fio della colpa orrenda del simbolico e psichico matricidio. Koncetta non è contenta della risoluzione data in precedenza e persiste nell’analisi del suo quadro psichico in atto. Koncetta si analizza e sente che il vissuto pregresso sulla madre è il suo punto debole e che non può trovare il suo giusto equilibrio tra spinte e contro-spinte se non mette a tacere dentro di lei il “fantasma della parte negativa della madre” e se non risolve al meglio la sua “posizione edipica”. Koncetta è inquieta e irrequieta a causa della psiconevrosi scatenata dal conflitto con la figura materna e allora le pensa tutte. Pensa che la “catarsi della colpa” del “fiume” non sia sufficiente a placare la tensione nervosa, la sua rabbia verso questa figura assente nella sua vita e quanto meno molto spartana, per cui, sempre insieme al suo alleato “fratello”, esperimenta la possibilità di pagare il fio della colpa proprio morendo, uccidendo quella parte di sé che tanto aveva osato in passato nei riguardi di una figura sacra come la madre. La “stazione” e il “treno” sono simboli di distacco, di partenza e di fine, insomma evocano il “fantasma di morte”, così come la fuga verso la morte per anaffettività è stato il rischio frequente corso da Koncetta. Si è dovuta amare da sola e amando la proiezione di se stessa, il “fratello”, questo meraviglioso oggetto transferale su cui condensa e investe tutte le sue buone energie per sopravvivere. Insomma, Koncetta si sta dicendo in sogno che ha rischiato di morire per mancanza d’amore e che è uscita da questa condizione d’inedia amandosi in maniera “genitale” senza scadere nel narcisismo.

Tutto ad un tratto quando un treno passa io mi butto sotto… e dopo sto nuotando.”

Il conto è stato saldato. Koncetta ha espiato le sue colpe. La madre cattiva elaborata nel suo “fantasma” al riguardo è stata buttata sotto il treno secondo le linee di un rito espiatorio primordiale, ma la nostra eroina non soccombe, tutt’altro risorge a nuova vita, rinasce, nasce a nuova vita dopo essersi buttata “sotto” e trapassa verso un “sopra” molto vitale e finalmente libero da colpe e da “fantasmi”.

Questa è la traduzione simbolica di “dopo sto nuotando”.

I tre puntini di sospensione tra “sotto” e “dopo” sono il capolavoro onirico di Koncetta.

Tutto bene quel che finisce bene.

Grazie Koncetta e al prossimo sogno con piacere!

IO, LUI E L’ALTRO

TRAMA DEL SOGNO

Il sogno, almeno per quello che mi ricordo, iniziava in un laboratorio medico. Io e il mio ragazzo eravamo lì come a sostituire qualcuno e dovevamo svolgere del lavoro.

C’è stato un litigio con una persona che mi ha aggredito e il mio ragazzo per difendermi l’ha uccisa, non ricordo come. Il sogno, per lo più, era la scena dopo, quando dovevamo nascondere il corpo. Lo facevamo a pezzi e c’era sangue dappertutto.

Il tutto accadeva dietro uno scaffale dove c’era roba fuori posto a terra. Io ero preoccupata perché c’era un sacco di roba da sistemare e da pulire. Il corpo lo volevamo gettare in un fiume. Il mio ragazzo sembrava fin troppo rilassato.

Lui, d’altronde, pensavo, lo aveva già fatto, aveva già ucciso una persona prima, ma io avevo paura che lo beccassero. Io, forse, mi sarei fatta due o tre anni per aver visto e non aver detto nulla, lui sarebbe stato in carcere a vita e già immaginavo come sarebbe stato andarlo a trovare in prigione tutta la vita.

Non avrebbero capito che lo aveva fatto per difendermi. Mi ricordo che era tardi, dovevamo timbrare a un certo orario. Lui mi sa che era andato a sbarazzarsi di alcuni pezzi, io stavo ancor nel laboratorio. Mi ricordo che guardavo tipo il camice della vittima insanguinato e alcuni pezzi, qualche attrezzo insanguinato, tutti dentro un armadio a vetrata, e pensavo “domani dobbiamo ricordarci di finire il lavoro”.

Poi mi sono messa a impastare la frolla, mischiando quella vecchia un po’ ossidata alla nuova, (questo elemento di cibo vecchio e cibo nuovo è presente in ogni sogno da quando sono qui), l’ho mescolata troppo ed è diventata inutilizzabile.

Era piena di bolle e molto strana, così l’ho usata per scriverci sopra “ricordati di pulire il sangue”. Era un appunto per il mio ragazzo e per l’indomani. Poi ho timbrato, sono andata via anch’io pensando che era un rischio lasciare il tutto così e che quando avrebbero controllato chi stava in ruota il giorno della sparizione di quella persona, ci avrebbero scoperti.

Non avevamo fatto un lavoro pulito, troppo sangue dappertutto.

Poi ho sognato che guidavo una moto. Il mio ragazzo mi insegnava come fare, mi seguiva con una auto, ma la moto era senza freni e, quando acceleravo, dovevo frenare con i piedi. Finivo al centro di un incrocio, mi piaceva andare veloce, ma poi non riuscivo a frenare e seminavo il mio ragazzo, non lo vedevo più e dovevo aspettarlo.”

Marionne

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Il sogno, almeno per quello che mi ricordo, iniziava in un laboratorio medico. Io e il mio ragazzo eravamo lì come a sostituire qualcuno e dovevamo svolgere del lavoro.”

Il sogno di Marionne ha una sua lunghezza perché ha una sua retorica e la retorica è sempre una difesa psichica dall’angoscia e dal risveglio. Per continuare a dormire, Marionne si serve, senza alcuna volontaria scelta e consapevole presenza, di lunghe scene e di tante osservazioni per non cadere nell’incubo, proprio perché il sogno tratta temi affettivi e sessuali abbastanza inquietanti come il potere seduttivo e la deflorazione, con annessa la pulsione a scegliere, più che a tradire.

Marionne si trova “in un laboratorio medico”, nel luogo di lavoro camuffato in maniera sanitaria proprio per il rilievo traumatico assunto dalla circostanza apparentemente fortuita. In effetti, Marionne sceglie liberamente di giostrarsi nel luogo di lavoro insieme a due uomini, uno non visibile e l’altro ben presente. “Dovevamo svolgere del lavoro” offre in immagine proprio l’adescamento seduttivo e l’eccitazione sessuale. Ci sono due uomini per Marionne, il suo “ragazzo” e l’altro, “qualcuno da sostituire”: una tresca bella e buona.

C’è stato un litigio con una persona che mi ha aggredito e il mio ragazzo per difendermi l’ha uccisa, non ricordo come. Il sogno, per lo più, era la scena dopo…quando dovevamo nascondere il corpo. Lo facevamo a pezzi e c’era sangue dappertutto.”

Ecco il fattaccio!

Marionne stava con una persona violenta, “c’è stato un litigio con una persona che mi ha aggredito”, e si è lasciata salvare e conquistare da un’altra persona, “il mio ragazzo”, intervenuto per risolvere la questione e mettere fine a una relazione insana che produceva e scatenava soltanto aggressività. Degna di nota è l’operazione psichica di “spostamento” della forte carica aggressiva, quasi mortifera, che Marionne attribuisce al suo ragazzo: “per difendermi l’ha uccisa”. In compenso dopo lo fanno “a pezzi” in due, distribuzione equa dell’aggressività meravigliosamente rappresentata anche dal macabro “sangue dappertutto”: meccanismo psichico della “figurabilità”. La simbologia risente della retorica del caso e dell’amplificazione suggestiva dell’uccisione dell’altro. A Napoli il triangolo si chiude e si scrive in questi termini dialettali: “issa, issu e o malamente”.

Il tutto accadeva dietro uno scaffale dove c’era roba fuori posto a terra. Io ero preoccupata perché c’era un sacco di roba da sistemare e da pulire. Il corpo lo volevamo gettare in un fiume. Il mio ragazzo sembrava fin troppo rilassato.”

Marionne, di certo, aveva le idee confuse in quel periodo della sua vita e, in specie, per quanto riguarda le relazioni affettive e sessuali. Tra il desiderio e l’originalità Marionne ha “un sacco di roba da sistemare” e da assolvere, pardon “da pulire”. La fanciulla è cresciuta e si è evoluta in donna, ma l’educazione ai diritti del corpo è stata carente, per cui Marionne si è fatta da sola e ha fatto da sé. Su questi temi il suo “ragazzo” è notevolmente disinibito, “fin troppo rilassato”. Succede che nel gioco delle conoscenze e dei confronti, il viaggio psicofisico, che va dall’adolescenza alla prima giovinezza, si fa travagliato e gli scaffali non bastano, per cui la “roba” va “fuori posto” e a terra. I “sensi di colpa” da assolvere sono i migliori compagni dell’evoluzione.

Lui, d’altronde, pensavo, lo aveva già fatto, aveva già ucciso una persona prima, ma io avevo paura che lo beccassero. Io, forse, mi sarei fatta due o tre anni per aver visto e non aver detto nulla, lui sarebbe stato in carcere a vita e già immaginavo come sarebbe stato andarlo a trovare in prigione tutta la vita.”

Diversità d’educazione e di ruolo: “lui, lo aveva già fatto, aveva ucciso una persona prima”. Il reato è il sesso e il tradimento, il “triangolo post edipico”. Ricordo che il “primo triangolo” è quello con il padre e la madre, quello formativo a tanti livelli e, in specie, per l’autonomia psicofisica e la rete delle relazioni. Insomma, Marionne è alle prime armi e si confronta sul tema dell’aggressività sessuale con il suo “ragazzo” più navigato ed esperto. Capita sempre nel periodo dell’addestramento, soprattutto quando è mancata una giusta educazione al corpo e ai bisogni psicofisici di evoluzione da parte dell’ambiente. Capita che la cosiddetta riservatezza o timidezza si fondono e si confondono in una misura adeguata al timore di fare e di brigare al momento giusto e a trazione dell’istinto sessuale e della pulsione erotica. Marionne “proietta” per difesa sul suo ragazzo la diversità educativa e l’entità del senso di colpa e si difende attribuendo a se stessa una colpa minore e una punizione inferiore, mentre il “carcere a vita” attesta della enorme stazza del senso di colpa, sempre di Marionne, nell’essersi coinvolta in tanta impresa di crescita psicofisica. La colpa è “di aver visto e di non aver detto nulla”. Il richiamo educativo va alla “scena primaria”, alla relazione erotica e sessuale, immaginata o vista, tra il padre e la madre.

Non avrebbero capito che lo aveva fatto per difendermi. Mi ricordo che era tardi, dovevamo timbrare a un certo orario. Lui mi sa che era andato a sbarazzarsi di alcuni pezzi, io stavo ancor nel laboratorio. Mi ricordo che guardavo tipo il camice della vittima insanguinato e alcuni pezzi, qualche attrezzo insanguinato, tutti dentro un armadio a vetrata, e pensavo “domani dobbiamo ricordarci di finire il lavoro”.

Marionne è “mater et magistra” nei riguardi del suo ragazzo e sente il bisogno ambiguo di difenderlo, di tutelarlo e, di conseguenza, gestirlo anche nella “timbratura del cartellino, pur essendo alle prime armi e “a un certo orario”. Pur tuttavia, Marionne riconosce che lui agisce in piena autonomia nello scaricare la sua parte d’aggressività: “sbarazzarsi di alcuni pezzi”. Insomma Marionne desidera un ragazzo sveglio e autonomo in apparenza, un uomo che sa fare sessualmente la sua parte e con l’aggressività dovuta al caso e all’uopo. Le schermaglie erotiche e affettive non finiscono mai e trovano nella vittima, il terzo uomo, il trofeo conquistato dopo un apprezzabile lavoro di seduzione e da ripetere nel tempo: “dobbiamo ricordarci di finire il lavoro”. Non è facile, ma è eccitante per una donna alle prime armi gestire due uomini navigati. La cornice macabra e sanguinaria si riduce a un semplice e obsoleto tradimento sessuale sul luogo di lavoro.

Poi mi sono messa a impastare la frolla, mischiando quella vecchia un po’ ossidata alla nuova, (questo elemento di cibo vecchio e cibo nuovo è presente in ogni sogno da quando sono qui), l’ho mescolata troppo ed è diventata inutilizzabile.”

Cambia apparentemente la scena. Da una tresca cruenta tra l’orrido e l’erotico, tra Dario Argento e Tinto Brass, la scena si sposta candidamente sull’attività lavorativa dentro l’ambiguo laboratorio di pasticceria, il luogo del crimine efferato e dell’intesa massimamente cordiale tra un uomo e una donna che oltretutto sa ben “impastare la pasta frolla” e conosce i segreti chimici degli alimenti sopravvissuti al triste destino del divoramento cruento. Allora, ragioniamo in maniera suadente e convincente. Marionne scivola dalla dimensione psicofisica sessuale nella sfera affettiva, “mi sono messa a impastare la frolla”, e tenta di conciliare in piena autonomia di donna gli affetti del passato con i nuovi amori, i nuovi “investimenti di libido”. Ricordo che il cibo è squisitamente il simbolo degli affetti familiari e appartiene ai primissimi vissuti della “posizione psichica orale” nel primo anno di vita. Marionne fatica a mettere insieme in linea evolutiva l’amore vissuto ed esperito in famiglia con il suo attuale mondo affettivo e la sua nuova palestra di vita. Non trova la qualità diversa, sempre di pasta “frolla” si tratta, ma sicuramente non riesce a conciliare l’amore verso i suoi genitori con l’amore verso gli uomini che gestisce in apparente stato di subalternità. Il sentimento vissuto in famiglia è stato ed è sicuramente pacato nella sua intensità, non aspira alla passione sfrenata e al coinvolgimento sessuale dei corpi, non chiede un’intesa speciale in tanto misfatto di ambiguità e di gestione di due figure maschili, una aggressiva e l’altra complice. Marionne squaderna nel sogno la sua gamma di uomo nell’accezione psicofisica e sotto l’egida dell’attrazione sessuale, rievocando i “fantasmi” della sua “posizione psichica orale, anale, narcisistica, edipica e genitale”, della sua formazione psichica insomma. Marionne ha tanto pensato e non riesce a comporre in buona sintesi e armonia i vissuti al riguardo. Questo è il motivo per cui la pasta frolla vecchia non è compatibile con la nuova: “cibo vecchio e cibo nuovo”, “l’ho mescolata troppo ed è diventata inutilizzabile”. E questo è un bel conflitto da risolvere in maniera equa dando a Cesare quel che è di Cesare, il padre, e a Giulia quel che è di Giulia, la madre. In sostanza, Marionne non ha lavorato adeguatamente sulla sua “posizione edipica”, per cui resta conflittuale con se stessa e con gli uomini a cui si lega e si accompagna. Sembra facile lavorare la frolla, ma non è così.

Era piena di bolle e molto strana, così l’ho usata per scriverci sopra “ricordati di pulire il sangue”. Era un appunto per il mio ragazzo e per l’indomani. Poi ho timbrato, sono andata via anch’io pensando che era un rischio lasciare il tutto così e che quando avrebbero controllato chi stava in ruota il giorno della sparizione di quella persona, ci avrebbero scoperti. Non avevamo fatto un lavoro pulito, troppo sangue dappertutto.”

La complicità nella coppia è un elemento, pardon alimento, necessario per l’evoluzione di Marionne e del suo ragazzo, specialmente in un contesto di adulterio e di trasgressione, di tradimento e di colpa. “Ricordati di pulire il sangue” è la sanzione biblica del padreterno e della sua atavica Legge. C’è qualcosa di metafisico in questa frase di Marionne che evoca filosofie e tragedie, culture e tradizioni, peccati originali e turbamenti dell’equilibrio voluto dagli dei dell’Olimpo, trasgressioni alla Legge del Padre e ossequi alla Legge della Madre. Insomma è un concetto atavico e codificato in una semplice espressione linguistica fatta di un imperativo, di un infinito e di un sostantivo: “memento culpam solvere”. L’esperienza e i vissuti collegati sono stati formativi per Marionne e sono avvolti dal senso di colpa da espiare e possibilmente in maniera costruttiva e prospera per l’avvenire.

Poi ho sognato che guidavo una moto. Il mio ragazzo mi insegnava come fare, mi seguiva con una auto, ma la moto era senza freni e, quando acceleravo, dovevo frenare con i piedi. Finivo al centro di un incrocio, mi piaceva andare veloce, ma poi non riuscivo a frenare e seminavo il mio ragazzo, non lo vedevo più e dovevo aspettarlo.”

Come volevasi dimostrare. Dicevo, per l’appunto, del versante formativo e Marionne evoca la sua sessualità, la vita e la vitalità della “libido”: “guidavo una moto”. Quale simbologia e quale allegoria possono essere più intriganti del mettersi a cavallo di una moto per gestire gli eventi psicofisici del sistema neurovegetativo? Marionne dice di avere un maestro e trova nel suo “ragazzo” la persona giusta per far brillare le polveri aggiungendo un’altra simbologia neurovegetativa, “un’auto”, generosamente regalata al suo ragazzo al fine di raggiungere una buona intesa e tutto quello che ci va dietro. La disinibizione erotica e sessuale si evidenzia nella “moto senza freni”, così come il potere della donna è fortemente appagato dall’uso dei “piedi” per frenare. Marionne gestisce la sua sessualità con la consapevolezza del potere che incarna, proprio nel senso di possesso nella carne. Ricordo che il “piede” è classicamente un simbolo fallico per il suo privilegio di essere calzato, di immettersi in un ambito recettivo. Chiariamo: nel trasporto dei sensi Marionne ha il potere su di sé e sull’altro, “finivo al centro di un incrocio”, ha l’orgasmo facile, “mi piaceva andare veloce”, ha una sensibilità erotica accentuata e prolungata come natura femminile comanda e rispetto al maschio e nel caso “al suo ragazzo”: eiaculazione ritardata di quest’ultimo. In questo caso la donna è favorita se il ritardo resta in una arco temporale gestibile e all’interno di uno stato di eccitazione. Questo capoverso del sogno di Marionne sintetizza con l’allegoria la sua vita e la sua vitalità sessuale ed erotica, nonché la relazione di potere che si squaderna in una posizione altolocata rispetto al maschio e non soltanto a livello sessuale. Marionne ha una sua forza e una volitività equamente distribuita tra l’Io e la dimensione pulsionale, l’Es. Non disdegna di comparire nel sogno neanche il “Super-Io”, la censura e l’espiazione della colpa, come nel capoverso dominato da “ricordati di pulire il sangue”.

Il sogno di Marionne è lungo e articolato, ma ha mantenuto una linea guida di senso e di significato, denotando sempre una buona dose di narcisismo anche nei momenti in cui la donna si è furbescamente sottomessa all’uomo.

Questo è quanto in maniera allargata potevo dire dell’Odissea onirica di Marionne.

Buona navigazione nel mare della vita!

LA “COSA” PARLA 4

SALVATORE VALLONE

LA COSA PARLA”

IL LINGUAGGIO DELL’INCONSCIO

dimensionesogno.com

Le ca parle.”

L’Inconscio è strutturato come un Linguaggio.”

Jacques Lacan

LE PAROLE DEL COMPLESSO DI EDIPO

“Vanitas vanitatum”!

Un’amante, una moglie, un marito?

Il tempo lo dirà.

Bisogna attendere che le nespole maturino

e poi tutto, come al solito, finirà sul più`bello.

Tutto finisce”: il classico ritornello delle vicende umane.

Era anche scritto sul frontone di una cappella nel cimitero di Siracusa:

tutto finisce”.

Nella ciclicità culturale del 2 novembre

mia madre istillava al gregge dei suoi figli una sana paura dei defunti,

enigmatiche figure

che di giorno portavano i doni e i frutti,

ma di notte grattavano i piedi ai bambini cattivi.

E se i bambini fossero stati tutti buoni?

Ah, i bambini!

I bambini muoiono sempre di crepacuore

e ogni giorno un po’ di più.

Io non volevo più giocare con gli altri bambini

e la notte dormivo tranquilla da sola nel mio letto rosa.

Ma tu come vivevi quella persona che veniva a letto con te?

In tre nello stesso letto?

Era una sacra perversione.

Questa era una relazione sottobanco

che oggi sottolinea la bontà

e conferma la necessità di vivere da soli

anche se tu vivi con me

e fai sempre quello che vuoi.

Io non t’intrigo,

io non t’intralcio.

Cosa dirà il papà?

E’ stato sempre disponibile

e aveva scelto di stare con te senza di me.

Perché adesso mi tiri dentro la tua sozzura

e mi rendi complice di una separazione?

Ma il papà non pensa

e, se pensa, pensa male ciò che è bene.

Se guardi bene,

tuo padre ha solo la forza di lavorare come un mulo.

E poi,

queste pazzie verbali,

questi ammassi di parole cosa significano?

Tuo padre è tuo padre,

così come io sono io.

Inutili i rimpianti

anche se io insisto e persisto nel nulla.

E penso e ripenso

oh, se tu non mi avessi avuto da bambina!”

Oh, se tu non mi avessi avuto da donna!”

Oggi non avrei da ricordare

e, anche se è più triste non aver nulla da ricordare,

oggi non mi sentirei legata così stretta a te

fino a sentirmi soffocata da una cintura di cuoio.

Come non somigli in nulla a mio padre con i tuoi valori di scansafatiche.

Ben venga, allora, l’ozio,

lo sbafo, l’imbroglio e la truffa.

La malizia non è un gioco,

né una marca di deodoranti.

La malizia è un valore,

il tuo unico valore.

Tutto questo s’intravede nel tuo molare i cristalli con perizia

e nel tuo fatale “vissero tutti felici e contenti”,

per cui con tenerezza lanci sguardi dal tuo piedistallo

e stai bene solo se ti senti tanto amato da te stesso.

Io avrei mille premure e altre mille

e, se vuoi, lavo i piatti,

cucino e ti porto in ospedale per la quotidiana dose di metadone.

Ma sappi che io non sono così.

Ricordati sempre che i miei sono modi di essere

che tu mi hai appioppato

e che s’incastrano bene con i tuoi bisogni di coccole e di zoccole,

di coccole da zoccole,

coccole non da persona onesta e ligia al dovere in ogni caso.

Io non sopporto che tu approfitti di me

per non sprofondare nell’abisso delle tue pastiglie e della tua eroina.

Io non sono la tua ancora di salvezza,

un qualcuno che ti aiuta a ucciderti

e raccoglie il tuo vomito dopo l’ennesimo buco.

Questa vita non è poesia,

ma un cumulo di deliri che assolve te

e condanna soltanto me.

La cosa non è da poco.

Chissà,

chissà chi lo sa.

Ma io ci penso,

ci ripenso,

mi ci butto dentro,

cerco gli altri e dimentico me stessa.

La cosa non è male

se riesci a isolare lo stress

e a non inquinare tante situazioni della tua vita

con piena coscienza di causa.

Ma vai a piangere da un’altra parte, brutto tossico!

Prima però` aiutami a ritrovare mio padre.

Non vedi che sono pudica

e abbasso gli occhi come Lucia Mondella

ogni volta che mi guardi con fare ammiccante.

Oppure procurami l’eroina,

ma solo per amore e non per vizio.

Quale amore?

Tu conosci soltanto l’amore sbagliato,

quello di te stesso.

Il tuo vizio è di scavarti la fossa in qualsiasi momento della tua vita.

Tu sai solo farti del male,

tanto male,

per poi essere amato dalle deficienti come me,

quelle che hanno lasciato in giro per la stanza

la foto di un giovane papà in divisa da bersagliere.

Può darsi,

può darsi,

okay!

Almeno ti pensavo più fedele,

almeno fedele a tua figlia

che ha un anno di vita e il succhiotto ancora in bocca.

Vai,

vai pure ad ammazzarti.

La tua vita non ha senso?

E la tua morte ha senso?

La tua morte non interessa nessuno,

neanche le suore che sono abituate a piangere i defunti.

La società ha tolto il significato anche alla tua fine.

Chi resta deve difendersi dai sensi di colpa

seminati da un imbecille come te.

Non sei mai stato felice.

Quando hai cominciato a vivere,

il tuo era già un vivere male.

Prendi pure venti barbiturici al giorno,

ma ricordati che io lavoro in fabbrica con le presse

e devo essere sempre vigile

se voglio bene alle mie mani.

Ricordati anche che i genitori hanno sempre le loro colpe,

così come hanno avuto sperma nei testicoli e uova nelle ovaie.

Ma se tu in qualche modo ci fossi,

io non ti chiederei di aiutarmi,

ti lascerei da solo

perché a me tu in effetti non hai mai chiesto niente.

Tu non sai chiedere,

te ne sbatti delle buone maniere

e non sei motivato a vivere con gli altri

perché sei tutto preso da te stesso.

Adesso non parlarmi della Germania!

Cosa c’entra la Germania?

Sei diventato crucco?

I gelati e le gelaterie,

Berlino e il suo ex muro,

Amburgo e le sue puttane in vetrina,

Monaco e gli alcolizzati che pisciano per strada,

le troie per bene e le mogli degli alcolizzati,

le donne che gradiscono la flebo di libido per vagina,

una pratica sana

ma non adatta a chi ha le palle divorate dall’eroina

e il cervello attratto solo dal suo buco.

Cosa ricordi ancora di un viaggio in Germania

consumato nella ricerca di mezzo chilo di eroina a buon mercato

e da moltiplicare, come un buon Gesu`, in un chilo e mezzo di morte?

Della Germania ricordi le donne che non hai mai avuto.

Il tuo ago ha punto solo le tue vene,

non ha mai punto un’onesta crucca

in cerca di compensazioni sessuali

e pienamente assolta dal senso di colpa.

E non parlare ancora della Germania proprio tu,

tu che pensi che il nazista sia un particolare tipo di tossico.

E non c’entra niente

il fatto che tua madre non ha potuto mandarti a scuola,

perché saresti stato sempre e comunque un povero ignorante.

Tu sei così come sei

per i geni che ti hanno dipinto dentro.

Sei stato sfortunato sin dall’inizio della vita

e non perché tua madre era una vacca da quattro soldi

e tuo padre un ignoto per convenzione sociale.

Noblesse obligèe!

Vedi com`é puttana la vita!

Eri a un passo dalla nobiltà,

dal blasone,

ma sei nato da una zoccola e non da una madama.

Tua madre era bella e popolana,

ma si é fatta fottere nella stalla dal barone-padrone

tra i cavalli che cagavano balle di merda

con tonfo spesso e senza cantilena.

Il barone non aspirava di certo a diventare tuo padre,

lui voleva solo perdersi tra le cosce di tua madre,

tra gli olezzi della stalla, tra gli umori della vagina

e sopra due tette da premio “oscar”.

Più sfortunato di così?

Eri a un passo dalla nobiltà

e ti sei trovato pieno di eroina fino al cervello.

Pur tuttavia sei stato bravo,

perché potevi fare una fine peggiore.

La tua Germania serviva soltanto a comprare certezze con quattro soldi

e non a visitare le colonne dei diritti dell’uomo a Norimberga.

L´ammirazione nei tuoi confronti era quotata al novanta per cento

nei meandri della mia coscienza

e senza calcolare l´imposta sul valore aggiunto.

Mi ero innamorata di un eroe negativo,

di un fiore del male,

di un figlio di puttana.

Cosa vuoi farci.

Io, adesso, ho delle certezze

e posso mettere senza rispetto le mie dita

nelle piaghe della tua sofferenza.

Io posso permettermi un legame privo di scelta,

un legame per inerzia,

mentre tu non sai neanche lasciarti andare sopra di me.

A questo punto tireremo in ballo anche Freud,

ma, ti prego, lasciami finire questo discorso senza filo e senza rete,

consentimi di parlare in questo battibecco aggressivo e profetico,

fatto di auguri e di condanne,

di minacce e di vendette.

Può darsi.

Chi vivrà vedrà e forse lo vedremo entrambi.

Se esiste il cielo, la giustizia e il padre eterno,

vedrò, vedrai, vedremo, vedranno.

La ragione è sempre dei coglioni,

di quelli che non hanno fatto niente nella loro vita.

Chi agisce sbaglia sempre,

caro il mio dongiovanni da sagra paesana.

Ricordalo!

Chi agisce ha sempre fatto qualcosa

anche se porta a casa un figlio indesiderato.

Cosa tiri fuori adesso per queste quattro beghe da puttane,

beghe per un lampione illuminato,

beghe per un lampione fulminato.

E’ tutta colpa dell’ENEL!

Da qui a vent’anni,

da qui all’eternità,

Greta Garbo e Clark Gable,

noi non siamo divi di Hollywood

e la celluloide non ci appartiene.

Noi facciamo soltanto puzza di disgraziati!

Da qui a vent’anni, chissà!

Intanto mi offendi con i tuoi trenta all’ora

a cavallo della mia macchina lucida e oleata.

Impara a non dirmi frigida

proprio tu che sei impotente da eroina,

tu che legittimi il mio filo edipico senza alcuna obiettività.

Ognuno ha il diritto di difendere la sua mamma e il suo papà,

cattivi quanto e come sappiamo solo noi due,

ma pur sempre la nostra origine,

la nostra radice,

il nostro primo significato,

il nostro inizio del discorso,

il nostro prima di te,

il nostro prima di me,

il nostro prima di noi,

i nostri genitori,

la nostra mammina e il nostro papino.

Non arrabbiarti tanto.

Pensa,

se non ci fossero stati spettatori nel nostro film,

tu oggi non avresti il tifo dell’assistente sociale,

dell’infermiera prosperosa,

di un’esperienza mancata,

di una maternità delusa,

di un’ostetrica renitente alla leva.

Con tutte le cose che vanno e che vengono,

tu mi vuoi insegnare con autorità e sicurezza

i problemi che non sono problemi

camuffandoli con gli hamburger di pollo e maiale,

oltretutto farciti di puzzolenti crauti.

Salutiamoci per favore.

Buonanotte!

Non abbiamo risolto un bel niente anche stasera.

Abbiamo solo parlato, parlato a vanvera.

Abbiamo soltanto e solamente parlato a “tinchitè”,

come disse il maresciallo di Lampedusa ai poveri clandestini.

Così va bene!

Scusami, chi ha detto che il parlare risolve tutti i conflitti?

Non lo so.

Il tuo psicoanalista?

Non importa,

domani avremo ancora di che parlare fortunatamente.

Purché parola sia, il resto non conta.

Amen.

E dammi un po’ di coperta.

Buonanotte.

Spegni presto la luce dell’abatjour

e non consumare inutilmente la corrente

perché costa cara,

cara quasi quanto un etto di polvere bianca.

Non avere paura del nulla dei tuoi sogni,

pensa alle tue disgrazie

e sulle tue palpebre si riverserà, prima o poi, anche il sonno dei giusti.

Ricordati che per noi non è facile neanche morire.

Siamo stati fatti per le tragedie senza pubblico,

per quelle farse che non interessano nessuno

e che non fanno più ridere neanche i pazzi nei nuovi manicomi.

IL CONFLITTO EDIPICO AL MASCHILE

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Sam sogna un uomo che non conosce e che sta litigando con un altro uomo più giovane.

A un certo punto il primo uomo uccide l’altro colpendolo alla testa con un sasso per prendergli qualcosa di materiale.

Ma non sa perché litigano e che cosa devono ottenere.”

 

Il sogno di Sam è universale nella forma e nel contenuto, un quasi “archetipo” onirico, condensa il conflitto “padre- figlio” nella chiara cornice edipica e nella classica versione, conferma il modo di operare della Psiche con i vissuti  universali del Padre e della Madre. Questo sogno, descritto in questi termini, esula dalle culture e dalle razze e fa ricorso a simbologie naturali come la testa, il sasso, l’uomo sconosciuto, il litigio cruento, la vittoria dell’uomo adulto, l’ignoranza della causa del contendere e del profitto. Gli adolescenti di tutti i colori sognano gli stessi colori. La “multirazzialità” attesta di una psicologia comune e questa condivisione è bellissima, quasi meravigliosa, perché al cambiare dei paralleli e dei meridiani gli uomini esibiscono   un’essenza psicofisica comune.

Andiamo a decodificare il sogno di Sam.

“Sam sogna un uomo che non conosce e che sta litigando con un altro uomo più giovane.”

Un uomo più  grande e soprattutto “che non conosce” è chiaramente il padre o una figura similare. Sam non ricorre a una simbologia eccentrica e sofisticata, ma si limita alla versione più semplice e lineare, la versione naturale, “un uomo”. Sam non elabora simboli equivalenti come il “toro” o il “re” o il “cavallo”. Sam sogna la figura paterna nella sua concretezza vivente e manifesta una struttura psichica propensa alla chiarezza e alla semplicità: un “Io” e un “principio di realtà” dominanti. Sam in sogno non è un sofisticato intellettuale e tanto meno un eccentrico poeta, perché ha una linearità di elaborazione e di riflessione. Eppure nel suo sogno è presente la difesa per continuare a dormire: “un uomo che non conosce”. Non scatta l’incubo e il conseguente risveglio, perché il “contenuto latente” non è coinciso con il “contenuto manifesto”. Il sogno è truce nella sua semplicità, ma opportunamente coperto con un benefico “non conosce. Meraviglia del “processo primario” e della “condensazione”!

Proseguendo con l’interpretazione del sogno si evidenzia il conflitto del figlio con il padre: “litiga con un altro uomo più giovane”. La competizione inizia con un litigio che è il giusto segnale di un rapporto dialettico in un ambito di diversità e di riconoscimento dell’altro. Sam si sente uomo giovane e vive il padre alla pari. Questo esordio della “posizione edipica” dispone verso una conflittualità assolutamente normale e verso una risoluzione in atto, se non addirittura già risolta, per cui Sam sta soltanto rievocando nel suo sogno il rapporto dialettico con il padre.

Ma procediamo con calma e riflessione.

“A un certo punto il primo uomo uccide l’altro colpendolo con un sasso in testa  per prendergli qualcosa di materiale.”

Ecco che il conflitto si complica e viene agito fino alle estreme conseguenze: la “castrazione” completa e nella forma classica. Il padre spacca la testa al figlio con un sasso. Meglio: il figlio si fa spaccare la testa con un sasso dal padre. La “testa” è il simbolo delle funzioni nobili del cervello, il “processo secondario”. La “testa” trasla il senso del primato dell’Io” sull’Es e sul Super-Io,  sugli istinti e sulle pulsioni, sui limiti e sulle censure. La “testa” condensa il ruolo maschile del capo: il padre. Il “sasso” condensa il “fantasma dell’inanimazione” psichica e la freddezza affettiva, la crisi degli investimenti della “libido” e la caduta dei sentimenti. La dialettica violenta tra padre e figlio si scatena “per prendergli qualcosa di materiale”. Il padre esige “qualcosa di materiale” dall’uccisione onirica del figlio: Sam proietta sul padre la sua richiesta materiale degli affetti e delle premure della madre, qualcosa di concretamente vissuto e di reale. La “madre” è l’oggetto del truce contendere.

La “castrazione” è servita con un sasso in testa ed è possibile in un ambito di violenza anaffettiva: la vittima è proprio colui che fa il sogno, il figlio, e il vincitore è colui che subisce il sogno, il padre. La conclusione violenta del dramma edipico sembra attestare di una mancata risoluzione del rapporto con il padre da parte del povero Sam. Invece si tratta del classico epilogo simbolico, sia pur nella versione tragica, della risoluzione del conflitto psichico

padre-figlio e non certo di un nudo e crudo omicidio.

Sam “non sa perché litigano e che cosa devono ottenere.”

In effetti non compare l’autonomia dal padre, ma si vede soltanto la competizione funesta. Del resto, Sam godrà della sua conquista nel tempo futuro. Il sogno ha camuffato in termini semplici e naturali il “complesso di Edipo” nella versione maschile. Sam ha superato la prova e l’ha sognata a conferma dell’avvenuta emancipazione e della conquistata autonomia. Adesso non gli resta che attendere e vivere gli effetti benefici.

La prognosi impone a Sam di portare avanti il processo di emancipazione psichica dalla figura paterna e di spostare le sue mire espansionistiche dalla madre alle sue coetanee, superando dannosi blocchi e inutili competizioni e coltivando la sua concretezza realistica.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nella “fissazione” a tappe già vissute negli investimenti della “libido”, difese eventualmente causate da un trauma nell’esercizio della sua autonomia psichica con improvvide cadute nella dipendenza dalle figure genitoriali.

Riflessioni metodologiche: i sogni truci nel “contenuto manifesto”, diventano meno truci nel racconto del giorno dopo e non sono truci nel “contenuto latente” e per questo non ci svegliano. Quindi, i sogni brutti non sempre sono brutti e si possono portare avanti perché trattano magari dello  sviluppo di un problema risolto. Per quanto riguarda il sogno di Sam, volevo introdurre qualche nozione sul sentimento della “rivalità fraterna”. Di fronte alla nascita di un fratellino o di una sorellina il primogenito è costretto a riformularsi psicologicamente. Ha perso il ruolo di protagonista e attore unico nel teatro della famiglia e adesso si trova a riadattarsi al nuovo contesto e a instruire le strategie giuste per sopravvivere . Inizia il “sentimento della rivalità fraterna” e in aiuto al malcapitato subentrano i “meccanismi di difesa dell’Io” per sistemare l’aggressività legata alle inevitabili frustrazioni. I “meccanismi di difesa” sono lo “spostamento”, la “rimozione”, la “formazione reattiva”, il “rivolgimento delle pulsioni” contro il Sé, la “regressione”, la “identificazione con il rivale”, l’”isolamento”, la “relazione a distanza”, il “ripiegamento narcisistico”, le “difese mediante fantasie”. Consideriamoli concretamente con esemplificazioni. Lo “spostamento” si attesta nello scaricare l’aggressività su un altro bambino o su un oggetto associato al fratello. La “rimozione” si attesta nel diventare mite e buono e nel reprimere l’aggressività che può esplodere quando meno ci si aspetta. La “formazione reattiva” si attesta nella conversione degli istinti nell’opposto: il bambino troppo bravo e troppo serio per la sua età. L’aggressività viene inibita da una censura molto forte e si attesta nelle inibizioni che lo rendono docile, scrupoloso, remissivo, triste e silenzioso. Il “rivolgimento delle pulsioni” contro il Sé si attesta nell’infliggersi ciò che avrebbero voluto fare ai fratelli rivali. Sono i bambini melanconici, d’umore depresso, sensibili alla colpa, che non si sanno difendere, che si svalutano, che si sentono incapaci, brutti, stupidi e inferiori. La “regressione” si attesta nel tornare indietro e nel fissarsi psicologicamente  a tappe già superate dell’evoluzione degli investimenti della “libido” per l’angoscia di un conflitto ingestibile dall’”Io” del bambino. Si rievoca e si riproduce il desiderio di essere accudito come un neonato. Ecco che il bambino ritorna a fare la pipì a letto, a mangiare pappine, a balbettare, a voler dormire nel lettone con i genitori e altra sintomatologia regressiva. La “identificazione con il rivale” si attesta nell’imitazione del fratello per essere grande se il fratello è minore o per essere piccolo se il fratello è maggiore. Se si tratta di fratello e sorella può avvenire l’identificazione con l’altro sesso. L’”isolamento” rende possibile all’aggressività di non essere esternata proprio evitando il contatto con i corpi. Il fratello si isola entro un cerchio in cui il suo rivale non ha accesso e dove le sue pulsioni aggressive non possono toccarlo. Il “ripiegamento narcisistico” si attesta nella convinzione del bambino di non essere amato dai genitori, per cui, non essendo capace di risolvere il conflitto, si ripiega su se stesso e sospende le relazioni con i suoi familiari. Le “difese mediante fantasie” consistono nell’elaborazione da parte del bambino di un mondo tutto suo, sognando “a occhi aperti” una realtà gratificante per continuare a mantenere relazioni di poco spessore con l’ambito familiare. Il sogno dei bambini è pieno di sentimenti di rivalità fraterna e anche in questo caso il sogno funge da “diagnosi” e da “prognosi” e indica il “rischio psicopatologico” per orientare i genitori verso la tutela dei figli con un comportamento adeguato al fine di evitare reazioni eccessive e degenerazioni. E’ chiaro che il “sentimento della rivalità fraterna” incide moltissimo nella formazione del carattere. E allora è meglio avere soltanto un figlio? No, perché il figlio unico ha i suoi problemi e poi nulla gli vieta d’immaginare un fratello o di spostarlo su altre figure similari. E’ determinante la presenza umana e la sensibilità clinica dei genitori. All’uopo è auspicabile leggere “Ma cosa sognano i bambini?”.

IN  NOME  DEL  PADRE – RISOLUZIONE  DEL  COMPLESSO  DI  EDIPO

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“Giuseppina lavora per un’agenzia immobiliare, ma vuole cambiare e fa un colloquio con un’agenzia d’abbigliamento.

Viene subito assunta e le viene affidata una linea d’abbigliamento molto costosa e impegnativa.

Giuseppina accetta.

Il titolare gli mostra gli uffici che sono enormi e molto sporchi.

Giuseppina comincia a pulire, ma escono fuori un sacco di ragni e comincia a pentirsi della sua scelta.

Pur tuttavia comunica al capo dell’immobiliare la sua decisione di lasciare l’agenzia e si ritrova su un letto singolo insieme al capo e all’impiegata. Il capo l’abbraccia e le dice che non può lasciarlo.

A questo punto Giuseppina si trova in cimitero e guarda, sorridendo, la bella fotografia del nonno paterno.”

Il sogno di Giuseppina è molto articolato e si contraddistingue significativamente per la “drammatizzazione”, la variazione improvvisa di scena che si verifica per ben due volte: “si ritrova in un letto singolo”, “si trova in cimitero”, rappresentazioni legate da un nesso logico e da un rapporto di causa ed effetto. Il sogno viaggia secondo la sua logica simbolica, seguendo le regole del “processo primario” a cui rimando nella sezione ”lineamenti teorici” del blog, seguendo i salti di fantasia e le associazioni libere: questi punti sono sempre nodali per l’interpretazione del sogno. Quello che è illogico per la logica convenzionale resta incomprensibile,”contenuto manifesto”, ma quello che è illogico per la logica simbolica ha un nesso che consente di formulare l’interpretazione del sogno,”contenuto latente”.

Il sogno di Giuseppina tratta il rapporto con il padre e la liquidazione del complesso di Edipo.

L’ “agenzia immobiliare” condensa la staticità degli investimenti della “libido”, i punti fermi della “casa psichica” di Giuseppina, la struttura psichica di base che include le figure dei genitori. La staticità, purtroppo, può degenerare e allora comporta lo “stallo”, il blocco degli investimenti della “libido”, la crisi  dell’innovazione e dell’iniziativa. Lo stato di “stallo” è comprensibile alla luce della rassicurazione implicita: non si cambia il vecchio per il nuovo con facilità e noncuranza. Il cambiamento e l’evoluzione sono impediti dal ristagno depressivo delle energie e dalla crisi della creatività. Bisogna, invece, seguire gli eventi  ed essere al passo con il tempo e i tempi, il proprio tempo interno e il proprio tempo esterno.

Ma come superare lo “stallo”? Ecco all’uopo l’agenzia di abbigliamento! Giuseppina si evolve con nuovi modi di apparire, l’abbigliamento, che suppongono nuovi modi di sentire, il vissuto. L’agenzia d’abbigliamento ricopre gli investimenti di Giuseppina, richiamando dalla sua formazione una buona dose di narcisismo con nuovi modi di essere e di apparire alla ricerca di una nuova formulazione della figura paterna dentro di lei. Questa novità evolutiva può essere stimolata e favorita da eventi che l’esercizio del vivere riserva immancabilmente.

Ma questi nuovi modi di essere e di apparire sono dispendiosi emotivamente, sono angoscianti. La nuova linea è “molto costosa e impegnativa”, comporta il cambiamento e l’abbandono delle vecchie certezze, nuove energie da investire e l’impegno che ci va dietro.

Giuseppina non può negarsi la liquidazione del complesso di Edipo, pena lo stallo depressivo delle energie che chiedono all’incontrario di essere investite e  di non ristagnare nel solito minestrone di angoscia e di perdita: Giuseppina “accetta”.

Si profila il padre: “il “titolare”. Ecco il capo, il responsabile del nuovo lavoro come surrogato simbolico della figura paterna con l’autorità e l’autorevolezza richieste a tale e tanta figura.

La nuova versione paterna comporta la difesa dall’angoscia della perdita del vecchio rassicurante fantasma del padre, per cui arriva il processo di difesa della “regressione”: “gli uffici sono enormi e molto sporchi”, il rapporto con il padre comporta il ridestarsi di vaste emozioni e di tanti sensi di colpa, tutto il materiale psichico elaborato sin dall’infanzia. Il complesso di Edipo è sostanzioso e bisogna cominciare “a pulire” e liberarsi dai “ragni”, da “un sacco di ragni” che “escono fuori”. Bisogna liberarsi da mille e mille bellissimi, quanto inutili, ragionamenti, le ragnatele. Giuseppina ha bisogno di una drastica e benefica “catarsi”, una purificazione delle colpe e una liberazione dalle ossessioni. E allora “comincia pentirsi della sua scelta”; Giuseppina non vuol cambiare, vuole impedire l’evoluzione e si difende dal “pulire gli uffici”; questi ultimi rappresentano l’ergoterapia, la cura antidepressiva legata all’azione e a quel  ”fare le cose” che consente di non ristagnare con le energie vitali più genuine.

Ma Giuseppina è “decisa”, ha “tagliato” con il suo passato e ha preso coscienza che il vissuto riguardante il padre deve essere evoluto, quel passato edipico che si presenta nella classica scena di “lui, lei, l’altra” con l’aggiunta aggravante del  “letto”. Giuseppina rivede quello che perde, per poi vedere nella scena successiva quello che acquista, l’autonomia psichica. Quanto struggimento e quanto travaglio nell’espressione “il capo l’abbraccia e le dice che non può lasciarlo”, chiara proiezione della sua dichiarazione d’amore nei riguardi del padre, elaborata e vissuta sin dal tempo antico della primissima infanzia nel suo cuoricino di bimba e di poi mantenuta intatta nel suo cuore di donna. Il letto è “singolo”, scomodissimo per tre persone, a conferma della personale vicenda psichica di Giuseppina, la figlia.

Ecco il secondo cambio repentino di scena di cui si diceva all’inizio: “si trova in cimitero”. Quest’ultimo rappresenta il suo passato psichico, la dimensione cosiddetta inconscia, un fantasma depressivo di perdita, ma l’angoscia implicita nel simbolo è temperata dall’ “ironia”, dall’atteggiamento del giusto distacco costruttivo ed evolutivo: “guarda, sorridendo, la bella fotografia del nonno paterno”. Il guardare rappresenta la presa di coscienza, il sorriso rappresenta la razionalizzazione della perdita, la bella fotografia rappresenta la benefica memoria, il nonno paterno rappresenta il padre introiettato.

Il sogno di Giuseppina rappresenta l’ortodossa risoluzione del complesso di Edipo con la messa in atto del comandamento psicoanalitico “riconosci il padre e la madre”.

Giuseppina si dispone in maniera evolutiva nel far nascere il “non nato di sé”, anche se questa operazione comporta il dolore della perdita: il “sapere di sé” comporta il “dolore”, il dolore non è angoscia perché se ne conosce il contenuto. Ogni presa di coscienza è dolorosa, perché cambia ottiche psichiche e strategie esistenziali.

La prognosi è fausta, nel senso che bisogna sempre procedere verso la risoluzione delle pendenze edipiche, anche se il rapporto con i genitori per la loro valenza carismatica non si risolvono mai del tutto.

Il rischio psicopatologico comporta la “regressione” e lo “stallo”, il tornare indietro a leccarsi le ferite e il blocco della “libido” con la conversione isterica in sintomi nevrotici depressivi.

Riflessione metodologica: il processo psichico definito “ironia” risale alla metodologia d’indagine antropologica del greco Socrate (469-399 a.C.). La ricerca consisteva nell’ “ironia” e nella “maieutica” e aveva come obiettivo il “conosci te stesso”, l’autocoscienza. L’ironia consiste nella destrutturazione psichica, nella perdita delle false verità su se stesso e nella consapevolezza delle difese psichiche che impediscono l’ emergere della verità di base del “valore sociale e morale uomo” condensato nel “conosci te stesso”. Questo è il compito della fase “maieutica”, il parto di sé, in onore all’influenza in lui esercitata dalla madre ostetrica. L’ “ironia” si snodava attraverso la funzione del maestro di chiedere al suo allievo il “perché” di ogni affermazione e di ogni comportamento, il semplice e imbarazzante eterno gioco del bambino con i genitori. Nulla di nuovo sotto il sole. Anche per la Psicoanalisi la “destrutturazione” è un moment o essenziale della psicoterapia, la razionalizzazione delle difese e delle resistenze che impediscono al materiale psichico rimosso di affluire alla coscienza: la presa di coscienza delle false verità.

COMPLESSO  DI  EDIPO  E  COSCIENZA  DI  SE’

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“Vivienne sogna di dover sistemare i capelli, giusto una spuntatina.

 Vivienne ama molto portare i capelli lunghi.

Si rivolge al parrucchiere di sua madre e questi la rapa a zero.

Infuriata Vivienne accusa la madre di averla mandata da un incompetente.

Per fortuna nota che i capelli le ricrescono quasi subito.”

Un discorso parzialmente sospeso con la “madre”, un maldestro parrucchiere come condensato del “padre”, l’abilità dell’autonomia psichica acquisita: queste sono le fila di una classica evoluzione della situazione edipica. L’autonomia  si può conquistare a qualsiasi età, dal momento che la psiche vive soltanto la dimensione del presente, il “breve eterno”: un’attualità psichica da vivere possibilmente inventandola da protagonisti, piuttosto che subendola da vittime. Ma fate attenzione, perché l’autonomia inizialmente si può presentare come la sorella minore della solitudine. “Riconosci il padre e la madre” grida dal deserto il comandamento psicoanalitico, ma soltanto per essere un po’ di più te stesso e un po’ di più padrone a casa tua. Alla fine chi vince in questa improba lotta tra genitori e figli? Il Genio della Specie!  E allora? Allora riserviamo la competizione con i genitori alle fasi giuste e ai tempi idonei e poi accettiamo furbescamente la mezza sconfitta per volare fuori dal nido. In tal modo avremo evitato a noi stessi i conflitti nevrotici che durano a vita e la caduta della qualità della nostra vita.

La benefica autocoscienza nel bene e nel male e sempre al servizio di un equilibrio psicofisico, l’importanza dei genitori,: questi sono i temi del sogno di Vivienne.

Vivienne deve sistemarsi le idee che ha in testa, ma non deve cambiarle. Vivienne deve soltanto aggiornarle, tenerle sotto controllo, lucidarle per migliorare la consapevolezza della sua storia psichica e delle sue relazioni.

I capelli rappresentano le idee, i pensieri, il parto della testa e nello specifico  del cervello; i capelli sono simboli della razionalità, della vigilanza e della realtà.

“Giusto una spuntatina”: una riformulazione, non un lavoro drastico di base!

Vivienne ama molto la sua sfera intellettiva, il suo patrimonio conoscitivo, la sua storia razionalizzata, anzi ci fila tanto e la esibisce narcisisticamente, se ne compiace e ne fa un fiore all’occhiello: “ama molto portare i capelli lunghi”.

Il “parrucchiere” va da sé; trattasi di un analista filosofo, un maestro buddista, uno che sistema le idee, un educatore, uno strizzacervelli, una persona significativa insomma, ma essendo il parrucchiere di sua madre attesta della figura paterna o di un surrogato del padre. Vivienne si rivolge al parrucchiere di sua madre, non al suo parrucchiere. La riedizione del complesso di Edipo è servita sul piatto del parrucchiere, chiara “traslazione” del padre.

Ecco che immancabilmente arriva la “castrazione” paterna come nelle migliori riedizioni della trilogia tragica di Sofocle: il parrucchiere “la rapa a zero”, non condivide i suoi pensieri, rende insignificanti le sue idee, vanifica le sue ideologie, frustra il suo patrimonio mentale faticosamente acquisito. La psicodinamica edipica resta nella sfera dei pensieri, più che delle emozioni e degli affetti. Vivienne corre il rischio di essere tanto affezionata alle sue idee al punto di ossessionarsi con i suoi prodotti mentali fino a farli diventare cerebrali. A tal uopo vedi la psiconevrosi ossessiva, quando l’idea si presenta nella panoramica mentale e ritorna a ricordare non quello che logicamente significa, ma qualcosa d’altro, quello che sottende a livello emotivo.

Dopo il padre, ecco la madre: Vivienne“accusa la madre”. Il complesso di Edipo ritorna e attacca le radici, coinvolge nel bene e nel male entrambi i genitori, presenti o assenti, reali o ideali.

Il padre è “incompetente”. L’incompetenza significa che il padre non attiene alla sua conoscenza, che ignora e non è nel suo ambito ideale, non avvolge la sua mente e non opprime la sua testa. La “traslazione” del padre avviene nell’ambito delle conoscenze e non degli affetti per difesa dall’angoscia di non essersi sentita a suo tempo abbastanza amata. Del resto, il conflitto edipico può essere ridimensionato, non dico risolto, anche con una poderosa presa di coscienza o con un altrettanto poderoso scatto d’orgoglio.

Al conflitto edipico appena profilato e relegato a livello ideale e mentale, subentra la soluzione immediata: “i capelli ricrescono quasi subito”. L’autocoscienza ritorna e l’equilibrio di ciò che era stato riesumato, il rapporto con il padre e la madre, ritorna sotto controllo.

L’importanza della situazione edipica nella formazione psichica in universale e la rilevanza dei fantasmi psichici dei genitori, le nostre origini e le radici indispensabili alla nostra evoluzione psicofisica, sono oggettive  e sperimentabili al punto che se siamo orfani inventiamo i genitori o li spostiamo su figure similari che si sono presi cura del nostro corpo alleviandone le sofferenze, secondo la formula di base del vivente “chi mi nutre, mi ama”. E se non li abbiamo conosciuti, li andremo a cercare dagli Appennini alla Ande. E se non ci sono perché sono partiti per un viaggio senza ritorno, li teniamo in vita con il ricordo benefico e l’elogio assolutorio. E se abbiamo bisogno di verità trascendenti, ci facciamo regalare anche la soluzione dell’angoscia di morte, pensando che ci aspettano da qualche parte nell’altra parte.

Questo è il sogno di Vivienne, ma è anche il sogno di tutti, di tutti quelli nati da maschio e femmina, di poi chiamati padre e madre.

La prognosi impone di tenere sempre sotto controllo il complesso edipico, una dimensione psichica che normalmente ritorna a conferma che siamo umani e non divinità onnipotenti. E’ importante capire che il conflitto edipico è sempre irrimediabilmente in perdita a causa della sacralità che i figli stessi investono e sperimentano nei genitori per fini di sopravvivenza e per bisogno d’identificazione d’identità psichiche.

Il rischio psicopatologico si attesta in una psiconevrosi isterica o fobico ossessiva o depressiva o d’angoscia, una psiconevrosi in ogni caso e sempre secondo la ricerca clinica di Sigmund Freud.

Riflessione metodologica: la dimensione psichica, definita da Sigmund Freud nel secolo scorso “edipica”, era presente nella mitologia greca ed era stata ampiamente elaborata in termini tragici dal greco Sofocle nel quinto secolo avanti Cristo. Freud aveva sperimentato su se stesso il vissuto struggente verso la madre e il padre, esperienza che poi rielaborò in una teoria psicologica di fondamentale importanza. Il complesso di Edipo è una tappa universale della formazione psichica che si vive dal quarto anno di vita e si snoda nel tempo fino alla liquidazione del travaglio, tappa che porta all’emancipazione dalle figure genitoriali, alla soluzione delle pendenze emotive e all’acquisto dell’autonomia psichica. La dialettica edipica si svolge secondo le linee metodologiche seguenti: “ho onorato il padre e la madre e sono rimasto schiavo”,” ho ucciso il padre e la madre e sono rimasto solo”, “ho riconosciuto il padre e la madre e sono rimasto libero”. In ogni caso “sono rimasto”, a conferma che l’esistenza di ogni uomo è affetta dalla malattia della morte e dall’angoscia legata all’essere gettato nel mondo senza essere stato a suo tempo consultato; questi concetti sono stati elaborati da Soren Kierkegaard nell’opera “Il concetto dell’angoscia e la malattia mortale”. In effetti, il complesso di Edipo non si risolve mai del tutto, perché i genitori sono per i figli, come si diceva in precedenza, figure sacre che incarnano le origini e le radici. I genitori sono figure carismatiche nel bene e nel male e il conflitto dei figli è destinato alla sconfitta proprio per questa qualità sacrale vissuta e riconosciuta dai figli stessi. Da bambini abbiamo elaborato queste figure care ed enigmatiche con travaglio e fantasia e non soltanto in termini sessuali, come si divulga in maniera psicoanalitica ortodossa secondo le linee tradizionali di un superato ”pansessualismo” freudiano: i genitori sono un tutto armonico e tanto di più di un maschio e di una femmina: i genitori sono archetipi.