LA SCATOLA

TRAMA DEL SOGNO

Eravamo a casa mia…

ma c’era la tavola nostra…

della nostra casa familiare…

sopra c’era una scatola aperta…

fatta con le carte di giornale…

ma solida…

mio padre era appena dietro di me a destra…

poi si avvicinò alla mia sinistra…

e mi disse …

Miky, chiudi la scatola…

e mettila via…

deve stare lì…

ascoltami…

io chiusi la scatola e la misi a casa mia in alto, in un posto semibuio…

dentro quella stessa mia stanza che si era trasformata in una stanza vecchia ma ordinata…

c’erano tanto scaffali con tante scatole.

Miky

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Eravamo a casa mia…

ma c’era la tavola nostra…

della nostra casa familiare…”

Miky rievoca la sua storia familiare, i vissuti che hanno contraddistinto l’economia affettiva della sua infanzia e adolescenza. La “casa” è simbolo della struttura psichica, la “tavola” rappresenta gli scambi affettivi.

sopra c’era una scatola aperta…

fatta con le carte di giornale…

ma solida…”

Miky rievoca la sua femminilità, la sua sessualità: la “scatola”. Ricorda la sua disposizione verso il prossimo e le sue aperture sociali, disinibite ma controllate, i suoi valori in riguardo al suo esser donna: “solida”.

mio padre era appena dietro di me a destra…

poi si avvicinò alla mia sinistra…

e mi disse …”

Miky elabora la sua “posizione edipica”, la sua relazione conflittuale e seduttiva con la figura paterna, nel caso specifico, necessaria nell’evoluzione della sua “organizzazione psichica”. Inizialmente colloca il padre “appena dietro a destra”, una figura maschile inserita nella realtà e di supporto nell’economia psicofisica. Miky ha introiettato la figura paterna con il suo essere attiva e dominante, ha acquisito forza e potere nel suo esser donna.

Successivamente colloca il padre nel suo passato e lo archivia, “alla mia sinistra”, non gli serve più nella sua quotidianità psichica e acquista in femminilità seduttiva e recettiva. Non sente il bisogno di essere dominante e potente.

Miky analizza la “parte maschile” e la “parte femminile” della sua “organizzazione psichica”, “androginia psichica”, e in sogno le condensa nella figura paterna, un uomo che è stato oggetto di investimenti di amore e odio, come richiede la “posizione edipica” nella sua universalità formativa.

Miky, chiudi la scatola…

e mettila via…

deve stare lì…

ascoltami…”

Miky dice a se stessa: la mia formazione femminile si è adeguatamente compiuta e non ho bisogno di alcun potere e di ulteriori esperienze. Miky ha trovato la giusta dimensione psichica individuale e relazionale e soprattutto nel suo esser donna e potenzialmente madre. Il processo conflittuale di identificazione nel padre si è acquietato, per cui Miky può procedere nell’acquisizione della sua autonomia psichica risolvendo le pendenze con il padre. L’ascolto di sé, “ascoltami”, equivale a una presa di coscienza sulla sua dimensione psichica di figlia e di donna.

io chiusi la scatola e la misi a casa mia in alto, in un posto semibuio…”

La maturazione psichica al femminile di Miky riceve la conferma e dopo averla assimilata, “a casa mia”, riceve una sublimazione, “in alto”, una forma di purificazione e assoluzione dei sensi colpa che inevitabilmente hanno accompagnato la formazione psichica nella sua evoluzione. Il “posto semibuio” rappresenta simbolicamente una forma di obnubilamento della coscienza, una lieve “rimozione” o dimenticanza del suo essere femminile, della sua “scatola”. Miky ha per le mani esperienze più importanti.

dentro quella stessa mia stanza, che si era trasformata in una stanza vecchia ma ordinata…,

c’erano tanto scaffali con tante scatole.”

Anch’io sono come le altre donne. Miky ha acquisito la dimensione sociopolitica della femminilità e della collocazione psicofisica della donna, “tanti scaffali con tante scatole”. Miky ha fatto le sue esperienze evolutive e ha trovato nella figura paterna un valido stimolo ad acquisire quei tratti psichici a lei congeniali. La sua autonomia femminile può ritenersi momentaneamente conclusa in questo sogno che condensa e riepiloga la storia psichica di tante donne.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 09, 2023

LE BALENE

TRAMA DEL SOGNO

Ho sognato di essere in riva al mare insieme a dei conoscenti che, ad un certo punto, decidono di tuffarsi in acqua senza alcun timore, per raggiungere la sponda opposta di quello che mi sembra la foce di un fiume.

Il mare è molto mosso e il vento è forte.

Io non mi fido a tuffarmi anche perché ci sono molte balene che saltano nell’acqua impetuosa e che mi fanno paura temendo di essere mangiata.

Ritengo possibile raggiungere l’altra sponda camminando lungo la spiaggia, ma arrivata ad una curva rocciosa, il vento mi spinge indietro con alti spruzzi d’acqua.

Desisto e dopo non molto, il tempo migliora, il cielo è blu, il sole splende e il mare calmissimo. A quel punto non sento più l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda.”

Moby Dick

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato di essere in riva al mare insieme a dei conoscenti che, ad un certo punto, decidono di tuffarsi in acqua senza alcun timore, per raggiungere la sponda opposta di quello che mi sembra la foce di un fiume.”

Siamo in famiglia e ci troviamo di fronte all’avvenire: “in riva al mare”. I “conoscenti” sono i familiari, per l’appunto. Si vive e si va avanti nella vita con la ricerca coraggiosa di mete agognate, con la forza della giovinezza e il sostegno della famiglia.

Tuffarsi in acqua” si traduce in un coinvolgimento esistenziale fatto di consapevolezza e non di pulsioni inconsce: esserci ed essere sul pezzo anche se questo “tuffarsi in acqua” evoca la figura materna.

La foce di un fiume” significa la parte finale di un percorso e di un cammino operativo, il traguardo di tanti sforzi, ma include anche l’ultima fase del parto e la nascita, l’emancipazione della figlia Moby dalla augusta genitrice.

TRADUZIONE ESTETICA

Mi tufferò in acqua senza alcun timore

insieme a voi,

fratelli e sorelle,

insieme a tutti i nati da madre.

Non avrò paura di annegare,

non sarò fagocitata da colei che mi ha liberata

e da cui mi sono staccata,

non sarò divorata dal nulla inconsapevole ed eterno,

questo mare che tutto bolle e ribolle

o che sta fermo sulla linea dell’orizzonte.

Torno indietro e rivivo mia madre.

Sono cresciuta e sono grande.

Conosco bene mia madre

e saprò anche liberarmi del suo abbraccio fatale,

dalle sue ansie e dalle sue angosce.

Mia madre è importante,

come tutte le madri per tutti i figli.

Il mare è molto mosso e il vento è forte.”

La vita e il vivere si traducono in forti emozioni e impetuosi sentimenti che rasentano lo stordimento e richiedono tanta forza per essere affrontati.

TRADUZIONE ESTETICA

Sul mare non luccica l’astro d’argento,

né placida è l’onda,

né prospero è il vento.

La donna sente dentro,

la donna sente fuori,

la donna si perde nel turbinio dei sensi

insieme alla vita che le scorre vitale

e non è mai appagata in questa ricerca

di una se stessa che è mare,

di una se stessa che è vento.

Portami via con te, o mare, o vento!

Datemi l’ebbrezza di una giornata felice

a bordo dei miei sensi e dei miei sentimenti.

Io non mi fido a tuffarmi anche perché ci sono molte balene che saltano nell’acqua impetuosa e che mi fanno paura temendo di essere mangiata.”

Moby non si lascia andare alle sue emozioni e non si affida alle sue tempeste emotive, perché Moby non si affida alle madri che nuotano nel mare della vita e delle gravidanze. Moby ha paura di essere fagocitata dalla madre, ha bisogno di essere protetta dalla madre, desidera essere nel grembo materno. Moby svela il possessivismo materno che l’ha connotata nella sua esistenza e il suo travaglio a liberarsi dalla madre e dal suo mondo incantato fatto di favole e di regressioni. Moby ha paura della madre e di essere madre. Troppo tormento, troppa tempesta, troppe competizioni e Moby ha timore, è timida, è gentile, è umile, è piccola, è all’erta con le novità repentine.

TRADUZIONE ESTETICA

Madre della terra,

o madre mia carnale,

che vai nuda e sicura con le altre madri

incontro alle tempeste della vita di donna,

vergine di umiltà,

ricca di possesso e potere,

o mamma mia di sempre,

prenditi cura di me

che non so ancora nuotare,

che non so ancora salire le cime tempestose

che portano nel fondo del mare,

di quel mare,

di questo mare,

gli oceani interiori che ribollono dentro fragili e forti membra,

fragili di affanni,

forti di tenacia.

Di sale brilli nell’altare,

di sale il tuo pane sapeva

quando eri stanca di essere madre.

Tienimi con te,

mettimi dentro di te,

nel tuo ventre ampio e calorosamente caldo

che un giorno mi ha visto con te.

Proteggimi dal bene infido

e dammi la forza

di non cedere alle lusinghe del destino infame.

Fa’ che io sia padrona

del mio incedere elegante

in questa sfilata della vita che scorre

anche sui marciapiedi della graziosa cittadina

che mi vide timorosa

e oggi mi scopre civetta.

Ritengo possibile raggiungere l’altra sponda camminando lungo la spiaggia, ma arrivata ad una curva rocciosa, il vento mi spinge indietro con alti spruzzi d’acqua.”

La dialettica psichica della diade “madre-figlia” è aspra e la libertà è lontana vista dalla spiaggia, non è lineare, il conflitto è acceso e il vento spinge a regredire con forti prepotenze materne. La figlia è entrata in conflitto con la madre: “posizione psichica edipica”. Tutto è normale e come da copione, ma la “curva rocciosa” attesta di forti ostacoli intercorsi e interposti nella liquidazione della conflittualità con la madre. Moby ha tanto sofferto per le irruenze emotive e sentimentali vissute durante la sua psicodinamica con la madre e di riferimento con il padre, per cui “l‘altra sponda” non è stata di facile approdo, in special modo per via agevole: “camminando lungo la spiaggia”.

TRADUZIONE ESTETICA

Vento,

ancora il vento mi porta l’odore acre della competizione,

ancora una spiaggia si allontana dai miei occhi ingenui

e ancora il mare mugugna e muggisce

in tanta tempesta dei sensi e degli umori.

Quanta necessità sofferta per far crescere la libertà dentro!

Mamma,

mormora la bambina,

mentre pieni di pianto gli occhi,

per la tua piccolina non compri mai balocchi,

mamma tu compri soltanto le ciprie per te.

Colonie aromatiche della compagnia delle Indie

per una donna d’alta classe,

una boccetta di chopard casmir

per la signorina che verrà,

una bambolina di pezza ruvida con diadema di perle marine

per il regno fantasioso

di una principessa minore e del suo re maggiore.

Desisto e dopo non molto, il tempo migliora, il cielo è blu, il sole splende e il mare calmissimo. A quel punto non sento più l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda.”

L’altra sponda” è la libertà dopo la guerra, dopo il conflitto, dopo la sofferenza acuta di rinunciare a un pezzo di radice. La vera e veritiera “altra sponda” è l’autonomia psicofisica, il fare legge a se stessa nel corpo e nella mente, la soluzione delle pendenze edipiche, lo scioglimento dei nodi marinari che tenevano attraccata la barca al molo. Moby mostra a se stessa con il suo sogno la psico-dialettica che ha vissuto e le psicodinamiche che ha istruito per la risoluzione del suo “complesso di Edipo”, tappa che l’ha particolarmente attratta per la figura femminile della madre, fascinosa e misterica nel suo essere l’origine della sua esistenza.

Desisto”, posizione psicologica buddista, non mi coinvolgo, mi lascio andare, cesso di combattere, apatia stoica di chi conosce il vero, latino “de-sisto”, mi colloco da una parte in un’altra parte. Questo verbo così chiaro è altrettanto profondo e ricco di implicazioni mistiche, culturali, religiose, filosofiche, semiologiche e tanto altro. In un semplice “desisto” sono condensati l’approdo e la ricerca ulteriore della verità personale, figlia di quella Verità collettiva e assoluta che non si nasconde più all’occhio smagato e all’intelletto libero di chi ha tanto cercato e finalmente trovato dopo tanto cammino, come Moby.

Il tempo migliora” si traduce sto crescendo e sto risolvendo le mie dipendenze e pendenze, edipiche nel nostro caso, sto maturando e anche l’umore si assesta in una dimensione psichica matura.

Il cielo è blu”, tutto è più tranquillo in me e fuori di me, “sublimo” l’angoscia con la migliore consapevolezza, ho collocato i miei valori in un luogo superiore e le mie verità al di là di ogni discussione logora e logorante, insomma mi sono liberata del “fantasma” materno e adesso mi sento compatta.

Il sole splende”, la luce della ragione illumina il camino della vita e dell’azione, la consapevolezza si è estesa al “senso di sé” ed è diventata autocoscienza, “sapere di sé. “Cogito ergo sum” e sono cartesianamente una persona pensante e fattiva, associo il pensiero all’azione come la Storia di Benedetto Croce, insomma, procedo nell’esistenza con lo strumento della Ragione e del Sapere.

Il mare calmissimo” contiene una forma di atarassia, di assenza di angoscia, di apatia stoica che, non è caduta della vitalità emotiva e sentimentale, bensì padronanza di sé tramite la “coscienza di sé”, ampliamento del “sensus sui”, maturazione della persona e della personalità, compattezza psichica. Il “mare” è simbolo dell’inconscio vitalistico e neurovegetativo, oltre che dell’esistenza.

E’ giusto e sacrosanto che, a questo punto, Moby non senta il bisogno e “l’interesse di dover raggiungere l’altra sponda”, la madre o un altro traguardo, il padre o un altro obiettivo.

Sembra rinuncia e rassegnazione e invece è la rappresentazione in sogno della SAGGEZZA, della “sapientia sui”. Moby non è approdata nell’altra sponda, ma è approdata nel suo porto. Adesso l’angoscia della perdita è appagata e automaticamente scomparsa. Nulla chiede in Moby di sopravvivere, tutto chiede di vivere.

TRADUZIONE ESTETICA

Desisto,

mi colloco altrove,

atarassia,

il senza angoscia,

la cura di Franco,

un disco,

un quarantacinque giri di allora,

di quando ero una ragazzina tutta madre e tutta chiesa,

niente casa del popolo,

così come voleva la mamma,

la mia balena,

la saggezza è sapore di sale,

non quello altrui,

è il mio sale,

il mio sale in zucca,

il mio mare salato,

mare immenso e salato,

mare e marosi,

io so di me,

io finalmente so di me,

tu, o mare, non mi agiti

perché non sei agitato,

sei ammarato nella marina,

mentre il tempo soffia sulle vetuste scene

dei teatri antichi e greci,

quando si recita il soggetto di Edipo,

l’uomo dai piedi ritorti,

figlio del mare e della luna,

figlio di Laio e Giocasta,

figlio delle stelle di Tebe,

solo in un quadrivio all’europea

con precedenza a destra e a sinistra,

comme vous voulez,

sotto questo cielo intirizzito dall’incesto,

stupito e stupefatto dalle donne dionisiache

che in corteo sbranano il capretto

secondo la sanguinolenta processione del fine settimana,

sempre sotto il sole

che di lassù dice

e afferma che è di tutti

e appartiene anche a te,

anche a noi,

come la strada che mi porta da te

e mi allontana dalla madre,

dalla balena,

dal mare.

La sponda fa da sponda,

poi non serve.

Grazie madre!

Io non gioco più al biliardo

nella solita sala del monte di Belluno.

LA PENNA ROSSA E BLU

Buongiorno,

la ringrazio per il suo lavoro. Io tento di interpretare i miei sogni che ricordo quando ogni giorno mi sveglio. A volte mi sembra di non avere molti strumenti e mi sembra di voler far emergere sempre un significato ottimista, pur rendendomi conto che dovrei evitare un giudizio di valore e limitarmi a comprendere il significato di ciò che ho sognato.

TRAMA DEL SOGNO

Stanotte ho sognato che ero nella casa dei miei genitori e volevo fare sesso con un uomo. Lo facevamo sul letto della mia camera di adolescente e io godevo e poi lui veniva.

Pulivo lo sperma e mi rendevo conto che c’erano molte macchie sulle coperte e sui cuscini colorati. Le pulivo e poi mettevo tutto in lavatrice, sicura di nascondere ciò che avevo fatto a mia madre che appariva in lontananza mentre scendevo le scale. Avevo la consapevolezza che quello sperma fosse di mio fratello.

Il sogno poi cambia contesto.

Sono con i miei colleghi di lavoro e stiamo organizzando degli eventi per il giorno di Natale cui devono partecipare tutti. Questi eventi si svolgono in un luogo a me sconosciuto. Io non ho altri impegni per Natale, ma a un certo punto mi voglio defilare.

Mi ritrovo in un cerchio di persone, (appartenenti all’organizzazione che non è la mia, ma che coordina il progetto per cui lavoro), passo del tempo con loro, poi mi sento fuori luogo e me ne vado.

Nei giorni seguenti sono assegnata a un progetto coordinato da un mio collega (della mia organizzazione, che nella realtà è una persona ambigua, mi piace molto e mi sembra di essere ricambiata e che lui sia timido, ma non riesco bene a inquadrare che gioco faccia, sono diffidente), faccio un po’ di storie per alcune cose che non funzionano, ma poi sono soddisfatta della nostra collaborazione.

Scrivo alla mia azienda una mail con delle penne cancellabili rossa e blu (quelle che si usavano alle elementari, anche se è irreale scrivere una mail con la penna, le lettere e la scrittura in effetti sembrano appartenere ad un bambino), poi nell’aggiungere una seconda parte (questa volta scritta con la tastiera) la parte scritta a penna sparisce quasi tutta. Io continuo a scrivere la mail come se ci fosse quella parte, ma penso che forse è meglio che sia sparita.”

La ringrazio in anticipo.

Cari saluti da Luana

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Buongiorno,

la ringrazio per il suo lavoro. Io tento di interpretare i miei sogni che ricordo quando ogni giorno mi sveglio. A volte mi sembra di non avere molti strumenti e mi sembra di voler far emergere sempre un significato ottimista, pur rendendomi conto che dovrei evitare un giudizio di valore e limitarmi a comprendere il significato di ciò che ho sognato.”

Noi siamo i migliori interpreti dei nostri sogni quando abbiamo alle spalle una formazione e un allenamento psicoanalitici, quando ci diamo del tu con i simboli, quando sappiamo guardarci dentro senza censure e con spregiudicatezza. Comunque, preferiamo che sia un altro a cogliere il nucleo significativo del sogno, ma sappiamo all’ingrosso di che si tratta. Per capire l’arcano basta enucleare il simbolo portante, decodificarlo e coniugarlo con gli altri simboli. Il resto viene da sé e con l’aiuto della memoria. Chi ha tanto censurato la sua persona fa più fatica a ritrovarsi nei suoi prodotti psichici, ma chi ha dimestichezza con il suo mondo interiore riesce senza dubbio a percepirsi e a migliorarsi.

E per ovviare all’ignoranza dei simboli, consiglio di enuclearli e di scriverli nello spazio in alto a destra del blog, sezione “sogni interpretati”, e di leggere le interpretazioni dei sogni degli altri marinai che si sono prestati a essere filtrati e purificati dal lavoro gradevole e gratificante del sottoscritto.

Stanotte ho sognato che ero nella casa dei miei genitori e volevo fare sesso con un uomo. Lo facevamo sul letto della mia camera di adolescente e io godevo e poi lui veniva.”

Quando l’uomo con cui si fa sesso non si vede in faccia, trattasi quasi sempre della figura paterna e della “posizione psichica edipica”. La “camera di adolescente” attesta di un desiderio sessuale del periodo adolescenziale di Luana che trova nel padre il partner naturale e fascinoso. L’attrazione edipica è forte, così come forte è la “posizione genitale”, “io godevo e poi lui veniva”. La ragazzina ha sviluppato la conflittualità psichica, naturale e formativa, con i genitori, per evolversi a livello psicofisico mettendo insieme le pulsioni narcisistiche con le trasgressioni edipiche e con la sua vocazione di donna senza inibizioni e particolarmente facile all’eccitazione e al piacere. Riepilogo: desideri sessuali e pulsioni edipiche trovano il loro compimento naturale senza censure morali e sociali. Luana cresce e cresce bene, almeno per questo primo capoverso del sogno.

Pulivo lo sperma e mi rendevo conto che c’erano molte macchie sulle coperte e sui cuscini colorati. Le pulivo e poi mettevo tutto in lavatrice, sicura di nascondere ciò che avevo fatto a mia madre che appariva in lontananza mentre scendevo le scale. Avevo la consapevolezza che quello sperma fosse di mio fratello.”

Si sa che la norma evolutiva esige limiti e inibizioni per non cadere nell’onnipotenza del “fratturando”, (persona che tende a farsi male), per cui i sensi di colpa di Luana ci stanno benissimo e non come i cavoli a merenda. Le “molte macchie sulle coperte e sui cuscini colorati” rappresentano simbolicamente i sensi di colpa legati alla vitalità sessuale e alle fantasie erotiche. “Lo sperma” condensa la sessualità “genitale” e donativa, generosa verso se stessi e verso gli altri, il dono di madrenatura funzionale al piacere, la “libido” vissuta in relazione all’altro. “Pulivo” è il classico atto di “catarsi”, purificazione, del senso di colpa. Luana assolve il suo erotismo e la sua sessualità adolescenziale riferita al desiderio dell’altro e non vissuta in maniera solipsistica e narcisistica. La “madre” rappresenta la “censura” della vitalità erotica e sessuale, l’inibitrice della libido, ma in effetti è il “Super-Io” di Luana che impone limiti e censure nel vivere il proprio corpo e i suoi bisogni, le pulsioni e gli istinti. “Scendevo le scale” simboleggia la “materializzazione” e la fine della “sublimazione” sempre della “libido”. Luana è cresciuta e può gestire le sue “lavatrici” sia nelle fantasie, nei pensieri e nelle opere. “Avevo la consapevolezza” attesta della presa di coscienza e della “razionalizzazione” sempre della vita sessuale e della vitalità erotica. Luana è soggetto di diritto sessuale a tutti gli effetti e la sua sessualità è “genitale”, rivolta all’altro e investita sull’oggetto maschile, il “fratello”.

Il sogno poi cambia contesto.”

Può darsi, ma non sempre è così. Il sogno cambia simboli, “contesto”, pur sviluppando la stessa psicodinamica. Vediamo se questa regola vale anche per il sogno di Luana.

Sono con i miei colleghi di lavoro e stiamo organizzando degli eventi per il giorno di Natale cui devono partecipare tutti. Questi eventi si svolgono in un luogo a me sconosciuto. Io non ho altri impegni per Natale, ma a un certo punto mi voglio defilare.”

Luana ha le sue predilezioni per quanto riguarda gli uomini e le situazioni sociali, le persone e le relazioni. “Evento” sa di happening, sa di costruzione di una psicodinamica amorosa che esclude la folla e i convenevoli formali. “Natale” rappresenta la festa della famiglia e degli affetti collegati. Luana ha superato questa fase della sua esistenza e convivenza, è adulta e aspira a ben altre situazioni e combinazioni. “I colleghi di lavoro” rappresentano persone poco importanti e stimolanti per una donna in vena di vivere la sua libido e la sua sessualità con un uomo. Anche se in apparenza il “luogo è sconosciuto” e se “non ha altri impegni”, Luana si vuole defilare dall’anonimato per andare alla ricerca dell’eccitante e del proibito.

Mi ritrovo in un cerchio di persone, (appartenenti all’organizzazione che non è la mia, ma che coordina il progetto per cui lavoro), passo del tempo con loro, poi mi sento fuori luogo e me ne vado.”

Quante volte a Natale si pranza con i nostri cari e poi, espletato il rito o il dovere, si va a trovare l’amico o l’amica, la persona che ci intrippa e rende la giornata più intrigante ed eccitante. “Cerchio di persone”, “organizzazione che non è la mia, ma che coordina il progetto per cui lavoro” sono chiaramente la famiglia di provenienza da cui si esula al tempo giusto e di cui non si condivide tutto per poter essere anche innovatori. Devo andare, faccio gli auguri e vado a trovare la persona giusta per me: così dice Luana a se stessa in sogno e nella veglia. Dopo il dovere si passa al piacere.

Nei giorni seguenti sono assegnata a un progetto coordinato da un mio collega (della mia organizzazione, che nella realtà è una persona ambigua, mi piace molto e mi sembra di essere ricambiata e che lui sia timido, ma non riesco bene a inquadrare che gioco faccia, sono diffidente), faccio un po’ di storie per alcune cose che non funzionano, ma poi sono soddisfatta della nostra collaborazione.”

La “persona ambigua” è la stessa “parte” di Luana che trama per il godimento della sua persona e delle sue relazioni affettive, erotiche e sessuali. Luana seduce se stessa e traduce in sogno le sue arti magiche di conquista. Questo capoverso è un breve inno al narcisismo della protagonista, una donna complessa ma non complicata, una buona e brava attrice di se stessa e del suo copione preferito: la seduzione e i preamboli erotici. Si piace, è una falsa timida, è diffidente, le piace menare il gioco facendo finta di non capire.

Brava Luana!

Scrivo alla mia azienda una mail con delle penne cancellabili rossa e blu (quelle che si usavano alle elementari, anche se è irreale scrivere una mail con la penna, le lettere e la scrittura in effetti sembrano appartenere ad un bambino), poi nell’aggiungere una seconda parte (questa volta scritta con la tastiera) la parte scritta a penna sparisce quasi tutta. Io continuo a scrivere la mail come se ci fosse quella parte, ma penso che forse è meglio che sia sparita.”

Luana è adolescente e giovane donna allo stesso tempo. La simultaneità è permessa dalla psicodinamica onirica e dai meccanismi del sogno. E’ alle scuole elementari ed è davanti al suo computer di donna in carriera nell’azienda in cui lavora con tanto di colleghi e di intrallazzi erotici e amorosi, come si usa nei migliori Group del globo terracqueo. Ma Luana è cresciuta anche se mantiene dentro la sua adolescenza con tutte le ricchezze e i tormenti di quell’età. Nell’età adulta noi siamo il migliore precipitato psicofisico di quella avventura titanica, una psiche da bambina in un corpo di donna. A questo punto è meglio che Luana si ricomponga nella persona adulta che ama e cura la sua bambina dentro, che non disdegna e non dimentica, che sa oscillare nel tempo con la grazia e la delicatezza di una mail scritta con la “penna cancellabile rossa e blu”.

L’interpretazione è finita e si può essere fieri di questo vitale travaglio.

IL FANTASMA DELLA MADRE E LA POSIZIONE EDIPICA

TRAMA DEL SOGNO

 

Daniele sogna di vedere la zia nella propria camera.

All’improvviso l’immagine si sdoppia: le zie diventano due e hanno voci diverse, una normale e l’altra particolarmente roca. Entrambe le voci delle zie lo salutano con un inquietante “ciao”.

Daniele impaurito scappa e, dopo aver ripreso coraggio, torna con una pistola ad acqua e spruzza le due zie perché ha capito che sono soltanto due fantasmi.

Ancora non è soddisfatto e ne uccide una, ma poi si accorge di essersi sbagliato perché ha eliminato quella buona che stava alla sua destra.

Alla fine Daniele uccide anche quella cattiva che stava alla sua sinistra.”

 

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

 

Daniele è il nome fittizio di un bambino particolarmente affascinato dal mondo incantato delle fiabe, un universo elargitogli quotidianamente da una mamma premurosa e solerte. In tal modo il bambino ha introiettato ed elaborato una particolare ricchezza di simboli, ha affinato ed esaltato, inoltre, i suoi “processi primari” acquisendo tanta facilità alle creazioni fantastiche e tanta dimestichezza con le dinamiche fiabesche più complesse.

Analizziamo il sogno di Daniele ed estrapoliamo i movimenti psichici.

La “zia” rappresenta il sostituto della figura materna nella sua componente anche erotica e desiderativa, uno “spostamento” accurato che non comporta il tabù dell’incesto e l’angoscia del rifiuto.

La “camera” condensa l’intimità nel suo versante affettivo e sessuale, mentre lo “sdoppiamento dell’immagine” è un meccanismo di difesa e innesca il processo della “scissione del fantasma” materno nella sua “parte positiva” e “negativa”.

Le “voci diverse” nel tono normale e roco attestano di un ulteriore processo di “scissione” e rappresentano ancora una volta la “parte positiva” e la “parte negativa” del “fantasma della madre”.

Il classico “ciao” è una forma di aggancio relazionale pregna di seduzione e si collega alla realtà del saluto mattutino confidenziale e suadente della madre al figlio, oltre che alla prima parola che il bambino ha imparato a pronunciare grazie sempre alla solerzia materna e quasi come un messaggio d’amore reciproco.

L’atto di “scappar via” contiene una difesa dall’angoscia legata al vissuto della seduzione materna, mentre la “pistola” rappresenta un simbolo fallico e il potere di cui il bambino ha bisogno per reagire all’emergenza psichica conflittuale anche nella forma ironica di “una pistola ad acqua”.

I “fantasmi” condensano sotto forma di pretese evanescenze la virulenza dei vissuti psichici collegati alla figura materna; “l’uccisione del fantasma” equivale a una soluzione drastica della situazione “edipica”, una forma violenta di risolvere il problema negandolo e, del resto, il bambino non sa fare altro perché non possiede ancora i meccanismi di difesa più sofisticati dell’adulto come ad esempio la “razionalizzazione”.

La “destra” simboleggia la “parte maschile” e reale della madre come nella figura fiabesca della fata, mentre la “sinistra” contiene la “parte cattiva” e malefica, come nella figura fiabesca della strega.

Globalmente il sogno attesta che il bambino si dibatte nelle pastoie di un insolubile senso di colpa.

Il sogno di Daniele parte dalla “posizione psichica orale” degli investimenti evolutivi della “libido” e arriva alla “posizione edipica” nel tentativo di dare una risoluzione alle angosce collegate.

La prognosi impone di aiutare il bambino a “razionalizzare il fantasma” della madre e di non usare in eccesso il processo dello “splitting” ossia della “scissione” dei fantasmi nella “parte buona” e nella “parte cattiva”.

L’intervento e la collaborazione del padre risultano di grande ausilio e di notevole importanza, perché aiutano il bambino a identificarsi nella sua figura e ad attenuare gli effetti devastanti dell’inevitabile “castrazione”.

Il rischio psicopatologico di una mancata risoluzione del “complesso edipico” si attesta nell’ambito delle nevrosi con somatizzazioni e inibizioni delle funzioni affettive e sessuali. Può evidenziarsi una forma di misoginia con conseguente maschilismo difensivo in funzione dell’angoscia di una profonda dipendenza dalla figura materna.

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere, 07, 10, 2021

SULLA MEMOPAUSA

L’universo psicofisico femminile incorre nella sua evoluzione in un drammatico processo di perdita della fertilità e matura naturalmente una crisi, sempre evolutiva, riesumando quel “fantasma depressivo” elaborato e incamerato sin dal primo anno di vita e rinforzato nel corso della formazione psichica in base alle modalità originali di viversi e di vivere le varie esperienze.
Essendo un processo biologico, importante anche nella sua drasticità, la Psiche femminile è costretta a reagire in maniera altrettanto decisa e istruisce i “meccanismi di difesa” atti alla risoluzione della crisi psicofisica scegliendoli naturalmente tra quelli più idonei e secondo la “organizzazione psichica reattiva” maturata: struttura psichica in atto e sempre in evoluzione.
La “razionalizzazione” e la “sublimazione” sono i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia più ricorrenti e meno dolorosi. La perdita del potere femminile di procreare, madre, esige una compensazione psicofisica adeguata e una riformulazione della vita erotica e sessuale, femmina. Paradossalmente la donna acquista una migliore “coscienza di sé” in questo momento di crisi. Liquidato definitivamente il lutto delle mestruazioni, la donna si colloca nei riguardi del maschio in maniera autonoma e competitiva, tirando fuori schemi mentali e valori culturali, virtù e tendenze, tratti e profili che in passato erano rimossi o abbozzati. Costretta all’evoluzione la donna si rivolge al maschio con la giusta pulsione aggressiva, ritenendolo anche la causa della sua parziale realizzazione in altri ambiti e della sua relegazione in settori socio-culturali ristretti.
Esemplifico i meccanismi di difesa della menopausa.
Il “fantasma di perdita” è depressivo e l’angoscia intrinseca si può risolvere secondo i seguenti processi e meccanismi.
La “rimozione” non funziona bene dal momento che l’evidenza della perdita della fertilità vince sulla parziale dimenticanza.
La “regressione” e la “fissazione”, il passaggio da uno stadio evoluto e in atto a uno stadio precedente (orale, anale, fallico-narcisistico, edipico e genitale), è spesso usato ed è pericoloso.
“L’isolamento”, scissione dell’angoscia di perdita dalla consapevolezza, è ricorrente ed è pericoloso.
La “razionalizzazione” del carico emotivo, è auspicabile e completa l’opera di consapevolezza in base al “principio di realtà”.
La “razionalizzazione” patologica, “intellettualizzazione”, formare un delirio paranoico, è pericolosa e rara.

“L’annullamento”, convertire l’angoscia in maniera accettabile tramite un rito o una sequela di azioni, è possibile.
Il “volgersi contro il sé”, vivere la perdita come espiazione di un senso di colpa, è frequente.
Lo “spostamento”, traslare l’angoscia dalla menopausa ad altro oggetto, è frequente.
La “formazione reattiva”, convertire l’angoscia in un sentimento positivo, è possibile e ricorrente.
La “messa in atto”, reagire all’angoscia con l’azione, è frequente.
La “sessualizzazione”, reagire all’angoscia con un investimento di libido ossia accrescere la vita sessuale, è possibile.
La “sublimazione”, conversione benefica e socialmente utile dell’angoscia, è frequente.
Questa sintesi meriterebbe un approfondimento e mi riprometto di tornare su questo delicato argomento.
Bisogna ribadire che alla menopausa le donne reagiscono soprattutto in base alle “organizzazioni psichiche reattive” che hanno evolutivamente maturato.
La “orale” tende all’isteria, converte l’angoscia di perdita secondo l’ordine affettivo ed emotivo.
La “anale” tende al sadomasochismo e converte l’angoscia di perdita in un danno da infliggere e in una colpa da espiare.
La “fallico-narcisistica” tende all’auto-gratificazione e converte l’angoscia di perdita in una forma di potere e di privilegio.
La “edipica” tende alla conflittualità e oscilla tra l’accettazione della perdita e la ribellione a un evento vissuto come ingiusto.
La “genitale” tende all’accettazione realistica e converte l’angoscia nella consapevolezza e nell’utilità che la situazione biologica comporta.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 07, 2020

L’OSPITE

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato che avevamo un ospite in casa e che dormiva nel letto al secondo piano.

La mia compagna mi informa che sta per uscire con un’amica, ma, uscendo dal bagno, vedo che, invece, sta salendo al piano superiore dove c’è l’ospite, vestita solo di una sottoveste trasparente.

Io la richiamo con sentimento di gelosia chiedendole dove pensa di andare svestita così e lei, tranquillamente, risponde che deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali (non ricordo più il cognome).”

Giampi

PREAMBOLO INTRODUTTIVO

Freud racconta che nella sua primissima infanzia era geloso della madre, che, oltretutto, aveva visto nuda: “vidit matrem nudam”. Lo scrive in latino da buon puritano che praticava in parte la cultura, non la religione, ebraica. Il blocco psichico era dentro di lui e la lingua antica nobilitava la traduzione della sua pulsione affettiva ed erotica verso la madre. Prima di addormentarsi il piccolo Sigmund riceveva le carezze e i baci della madre e dopo vedeva che la sua amata si allontanava con il padre. Si origina la teoria del complesso di Edipo, la “posizione psichica edipica”, in cui la conflittualità con i genitori si accentua intorno ai cinque anni per non risolversi mai del tutto. Preciso che Edipo appartiene agli antichi Greci e alla trilogia tragica del grande Sofocle. Diamo sempre a Cesare quel che è di Cesare.

La Psicologia dell’infanzia ci dice, anche ed ancora, che i bambini vivono l’angoscia dell’abbandono, del tradimento, dell’umiliazione, dell’ingiustizia, dell’invalidazione, del rifiuto. Oltre al sentimento di gelosia e al bisogno di possesso, ogni bambino e ogni bambina non vogliono sentirsi dire dai loro genitori le seguenti bestemmie: “non ti voglio più, vattene via”, “sei un cretino”, “lo dico al maestro e al papà o alla mamma”, “me ne vado e ti lascio solo”, “non capisci niente”, “sbagli sempre”, “non sei capace di far niente”, “l’altro è più bravo e più bello di te”.

Volete colpire un bambino?

Ebbene, questi sono i proiettili tremendi che potete mettere nella canna della vostra imbecillità, le armi usate spesso e volentieri come se fossero gli strumenti ineguagliabili della migliore educazione sacra e profana. Io predico e vado predicando l’evangelo dell’infanzia, ma non immaginate quante volte sulla spiaggia o in giro per i borghi assisto a scene orrende e orribili di questo tipo. Il mio intervento è immediato e altrettanto violento, ma non serve a estirpare la pianta maligna dell’ignoranza sui temi portanti della Psicologia evolutiva, anche perché nel nostro Belpaese quest’ultima è di poco spessore e tenuta in misero conto. Ancora in Italia si respira l’aria della benamata e pur cara Psichiatria kraepeliniana e farmacologica, altro che psicologo scolastico o di base e di ospedale. Siamo all’età della pietra e i tanti Ordini professionali, regionali e nazionali, non hanno fatto e non fanno alcunché di costruttivo e incisivo, vivacchiano tra un gettone di presenza e un altro, tra una nobile chiacchiera e una strategia di sopravvivenza a lungo termine, politica professionale. Non mi dilungo sull’Ente di assistenza e previdenza che elargisce pensioni di fame, ma dico soltanto insieme a Paolo che “era meglio morire da piccoli, che vedere sto schifo da grandi” o da vecchi.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato che avevamo un ospite in casa e che dormiva nel letto al secondo piano.”

Giampi ha dentro una figura non ben razionalizzata, “ospite”, rimossa nel Profondo, “dormiva”, intima, “nel letto”, sublimata per difesa dall’angoscia, “al secondo piano”. Giampi sta rievocando una personalissima “introiezione” e le sue modalità difensive da tanto ingombro. La “rimozione” è servita a dimenticare o a disinnescare il tormento procurato da questo “ospite” che si porta dentro, “in casa”, così come la “sublimazione” esalta la carica aggressiva destinandola a un uso compatibile con la morale corrente. Questo capoverso può essere stimato l’allegoria della “introiezione edipica” della figura genitoriale e la soluzione difensiva dall’angoscia più diffusa tra i bambini e le bambine. A questo punto del sogno si chiede una migliore precisazione dei termini della questione in ballo. Procedere non costa niente e specialmente di questi tempi in cui si è costretti dall’isolamento a rispolverare gli antichi e primari affetti.

La mia compagna mi informa che sta per uscire con un’amica, ma, uscendo dal bagno, vedo che, invece, sta salendo al piano superiore dove c’è l’ospite, vestita solo di una sottoveste trasparente.”

Cambia apparentemente la scena, perché a tutti gli effetti esiste una consequenzialità molto logica in questo capoverso che maschera la dimensione psichica “edipica” sotto l’egida dei sentimento della rivalità e della gelosia. Giampi è un uomo che si accompagna a una donna, “la mia compagna”, molto seduttiva, “vestita solo di una sottoveste trasparente”, o molto delicata a livello psichico, non dico debole, ma sensibile all’ambiente esterno da cui si difende con azioni seduttive. Almeno così la vive il suo uomo. Il sentimento di gelosia di Giampi si manifesta nel farla “uscire con un’amica”, nel farsi abbandonare in un isolamento compatibile con la normalità del trauma abbandonico: niente di eclatante, ma la scena vista e rivista nella quotidianità e che nel sogno si carica di significati simbolici e di emozioni antiche. La “compagna” sta “uscendo dal bagno”: Giampi la colora di sensualità e la intinge di intimità. Questa donna è vissuta con una forte connotazione femminile, nella sua parte psichica seduttiva e intrigante. Ma l’oggetto dell’azione della conquista non è Giampi, il legittimo compagno, ma “l’ospite del piano superiore”, l’uomo che viene scelto dalla donna come bersaglio di una schermaglia erotica e fortemente sensuale. La scena onirica è costruita da Giampi come dalle migliori scenografie di film colorati di rosa e di modeste luci rosse. Ricordo che la migliore seduzione è quella che non smaschera scadendo nel visibile, ma lascia intravedere e immaginare sostando nell’invisibile. A questo punto ritorna il bambino Sigmund, di cui scrivevo all’inizio dell’interpretazione del sogno di Giampi, che vedeva la madre coccolarlo e poi abbandonarlo andando via abbracciata al marito, meglio al padre di Sigmund. Giampi sta facendo in sogno la stessa cosa, sta svolgendo la medesima psicodinamica “edipica”, sta rivivendo la famigerata triangolazione, “io, mammeta e papeta”, per dirla simpaticamente alla napoletana. Proseguire serve a confermare quanto coraggiosamente affermato.

Io la richiamo con sentimento di gelosia chiedendole dove pensa di andare svestita così e lei, tranquillamente, risponde che deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali (non ricordo più il cognome).”

Ecco che il figlio Giampi dà parola al suo vissuto e con forza esprime in maniera traslata anche la sua rabbia verso questa donna non soltanto seduttiva e fedifraga, ma anche vanagloriosa ed eccessiva: “ dove pensa di andare svestita così”. “Svestita” ha una duplice valenza interpretativa. Da un lato si traduce seduttiva e dall’altro si denota come indifesa. Il “tranquillamente” manifesta il duplice registro, il “qui pro quo”, il “lapsus” interpretativo che esige l’innocenza della donna e la malafede di Giampi che ha preso lucciole per lanterne, ha mischiato i suoi fantasmi edipici con la normale mansione della compagna che “deve portare gli asciugamani puliti al dott. Tal dei Tali”, di cui “non ricorda più il cognome”, anonimato, perché altrimenti rischia di svegliarsi trovandosi davanti al nome del padre. Ricordo che “gli asciugamani” rappresentano simbolicamente l’assoluzione dei sensi di colpa con la loro funzione di assorbire e pulire. Giampi provvede a risolvere la “psicodinamica edipica” con la disposizione ad accettare la madre come moglie di suo padre, senza sensi di colpa per la sua gelosia e il suo bisogno di possesso.

La risoluzione dell’equivoco psichico mette fine al sogno così universale e così scontato di un figlio così normale. E questi sono tutti complimenti in ambito psichico.

A Giampi non resta che portare avanti la “razionalizzazione” delle figure genitoriali e dei suoi vissuti in loro riguardo, abbandonando la “sublimazione” e la “rimozione” e riconoscendoli come le precipue e originali radici della sua persona: “riconosci il padre e la madre” prescrive il comandamento psicoanalitico. Io aggiungo “adotta anche il padre e la madre”, dopo aver preso consapevolezza del tormento edipico che ti ha formato a livello psichico.

Buona fortuna a chi cammina e arriva sempre a destinazione.

IN VIAGGIO CON IL PADRE E LA MADRE

TRAMA DEL SOGNO

“Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola, ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

Giglio

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Sto guidando per andare a Verbania, credo che sono sola e sto pensando che è una bella zona e vorrei mostrarla a V. (un mio amico tedesco che sto ospitando a casa).”

Giglio guida, Giglio crede di essere sola, Giglio amoreggia con se stessa e non disdegna di affidarsi a un uomo che non c’è e che è dentro di lei, un uomo straniero che l’attrae, un tipo di maschio. Giglio non è per tutti e di tutti, Giglio sa di sé e sa dove andare, Verbania per l’appunto, sa quello che desidera perché l’ha immaginato da bambina. Giglio pensa alle sue bellezze e le vuole condividere, vuole mostrarle. Siamo sull’apparente vago e sul decisamente certo, siamo nel corpo e nel suo patrimonio di pulsioni ben organizzate e di bisogni ben calibrati. Lo straniero dentro la casa di Giglio non è tanto “tedesco”, è una persona familiare e ha radici antiche: un ospite degno e giusto, santo come una figura sacra. Procedere in questo lungo sogno è veramente poetico, un prodotto psichico tutto da scoprire e da inventare.

Arrivo davanti a un complesso di chiese di pietra, le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente, fino ad una la cui costruzione è stata bloccata secoli fa ed ora il comune sta completando l’opera con strutture di cemento che formano figure astratte, tipo parco artistico contemporaneo.”

“Un complesso di chiese di pietra” rappresenta la difesa dal coinvolgimento affettivo e il raffreddamento della “libido”. Tale operazione titanica viene eseguita attraverso il processo di difesa dall’angoscia della “sublimazione”, “le chiese”, e il meccanismo di “conversione”, “di pietra”. Giglio ha una buona consapevolezza analitica della sua evoluzione psicosessuale, “le osservo bene tutte dalla più antica alla più recente”, e si sofferma all’attualità dei suoi blocchi e delle sue remore, attribuendo al suo “Super-Io” la censura morale della sua vita erotica e riconvertendo la suddetta con la vena creativa e la Fantasia. La Bellezza e i suoi sensi soccorrono Giglio in quest’adeguamento esistenziale della sua vitalità e della sua energia vitale, la “libido”. Nonostante “le strutture di cemento” non dispongano bene per la sessualità, si può apprezzare l’astrattezza delle figure e il “parco artistico contemporaneo”. Giglio conferma la sua evoluzione psicosessuale verso forme estetiche di buona fattura che riducono le difese della “sublimazione”. La Bellezza è sempre fonte di godimento globale. Confermo: Giglio ha ben chiara la sua evoluzione psicosessuale da sublimata e contratta a bella e degna, nonché etica e sana. Impressiona la Poetica del Sognare, la “figurabilità” in primis.

Risalgo in macchina, forse non sono più da sola ma proprio non so chi ci sia con me, nemmeno se è femmina o maschio, potrebbe essere V come mia nonna (nel sogno da qualche parte la presenza di mia nonna c’è).”

Le tappe evolutive della formazione sessuale di Giglio si alternano tra una guida alla “sublimazione” con giudizio e una ripresa matura verso l’appagamento intimo e privato. Soprattutto subentrano nel sogno le figure femminili che hanno portato la protagonista a identificarsi dalla parte a lei consona e confacente, “se è femmina o maschio”, ma non sa chi ci sia con lei, perché anche il versante maschile è stato curato nella propria formazione nel senso della “parte psichica maschile”, vedi “Androginia”. Giglio è una donna completa e si ritrova nella figura femminile della nonna e nel desiderio latente del maschio che c’è, non si vede, ma si sente tanto, il famigerato V. Meglio di così non poteva andare. Siamo sempre in un ambito di assoluta correttezza psico-evolutiva e lo stesso Darwin non disdegna l’applauso a una donna chiamata Giglio che se la dorme e si sogna.

Guido lungo una strada tutta curve sulle colline costeggiate da numerosi resort con spa e piscine all’aperto bellissime. Penso che ho un problema di artrite al mignolo (??? ho venticinque anni) e mi decido ad entrare in una spa per farmi fare un massaggio, intanto comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.”

Il sogno con molta diplomazia e delicata accortezza svolge il tema del corpo e della “libido”, nonchè con espresso riferimento all’erotismo e, nello specifico, all’autoerotismo e senza nulla togliere alla seduzione e alle arti sorelle. E’ un sogno da “spa”, da “resort” e da “piscine”, è un sogno bellissimo perché dedicato al benessere psicofisico passando attraverso la base nobilmente materiale del Corpo. Giglio guida, Giglio è in amore, Giglio è partita per il pianeta Venere, Giglio è eccitata: “guido lungo una strada tutta curve sulle colline”. Giglio sceglie e non si lascia scegliere anche quando lascia che scelga l’altro, ma in questo frangente Giglio è in piena masturbazione: “comincio già da sola a massaggiarmi il mignolo contratto fino a distenderlo del tutto.” A venticinque anni il “mignolo” in questione è proprio il clitoride e non non certo il dito, oltretutto affetto da artrite. Il meccanismo della “figurabilità” ancora una volta ha ben provveduto a rappresentare anche attraverso lo “spostamento” la dinamica psicofisica in atto. L’artrite si riduce a uno stato di buona salute colpevolizzata e il capoverso si può catalogare tra le allegorie della masturbazione femminile con annesso orgasmo. Il senso di colpa è connesso alla vita sessuale ed è destato in prima istanza dal sistema educativo e culturale: sessuofobia.

Mi accoglie un signore anzianissimo e buffo in costume che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi, lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio…sempre forse in compagnia di qualcuno, ma non so.”

In un ambito d’intimità subentra una figura maschile, “un signore anzianissimo e buffo”, un educatore, un padre, uno che insegna, uno che mi guida nuotando attraverso una piscina fino alla zona massaggi”. Giglio sta rievocando in sogno la tematica evolutiva del suo erotismo e della sua sessualità e giustamente immette la figura paterna bonaria e buffa per stemperare l’angoscia dell’illecito e dell’incesto, dell’immoralità e della trasgressione acuta.

Una domanda è obbligatoria: la figura paterna contribuisce nella formazione della vita sessuale dei figli e nello specifico delle figlie?

La risposta è affermativa.

Il processo educativo è soprattutto auto-educativo e non rientra esclusivamente nella “posizione psichica edipica”, la conflittualità con i genitori, ma si spalma dalla posizione orale”, affettività, fino alla “posizione narcisistica” per influenzare la “posizione genitale” ossia la modalità di offerta e di relazione in funzione del proprio godimento e dell’altrui piacere. Questo processo e queste modalità sono rievocate in sogno da Giglio: l’influenza del padre nella sua formazione psichica e, nello specifico, in riguardo al corpo, l’erotismo e la sessualità. E’ questo il senso e il significato di “lo seguo nell’acqua e poi aspetto in piedi in corridoio”. Giglio ha ben calibrato la figura paterna sin dall’infanzia e l’influenza che ha avuto, meglio che lei ha dato, nella sua evoluzione psicofisica. L’attesa “in corridoio” attesta del tempo necessario a tale processo formativo, così come “la compagnia di qualcuno che non so” attesta dell’aleggiare della figura materna nel quadro onirico e dentro la psiche di Giglio, un tratto “edipico” in funzione della propria evoluzione. La madre non si vede chiaramente in sogno, ma è presente perché il padre è evidente nel suo essere figurato “vecchio e buffo” per non incorrere nell’incubo e nel risveglio immediato nel momento in cui i significati, “latente” e “manifesto”, del sogno coincidono.

Riepilogando: Giglio elabora l’importanza del padre nella conoscenza del corpo e della vita sessuale, la sua femminilità, proprio distraendola dalla figura materna: uscita dalla piscina e l’attesa in zona massaggi. Adesso il corpo è degno di essere amato e vissuto. È stato auto-battezzato.

Mentre attendo la massaggiatrice, arriva una coppia, un uomo che ho già visto nella mia infanzia (Giacomo o Jacopo) insieme ad una ragazzina. Quando arriva la massaggiatrice offre loro un caffè, la ragazzina fa per prenderlo, ma poi la donna lo ritrae dicendo che il caffè non fa bene ai bambini.”

Un ricordo personale trova posto in questo sogno poliedrico e universale di Giglio. Le madri siciliane tutelavano le figlie non soltanto dai maschi adulti, ma soprattutto dai padri, vissuti dalle mogli per natura violenti e incestuosi, nonché determinati da pulsioni sessuali irrefrenabili, affetti da un grado erotico e pulsionale di ferinità.

Una domanda si pone: si trattava di un vissuto traumatico irrisolto delle madri che avevano subito violenza durante l’infanzia o era un dato di fatto storico e culturale legato alla repressione sessuale e all’anaffettività dominante?

In medio stat veritas.

Ricordo che non lasciavano mai in casa le figlie sole con il padre e tanto meno permettevano loro di andare, sempre da sole, nei giardinetti, un luogo classico della pedofilia e dei maniaci sessuali. La guerra miserabile e la miseria morale avevano prodotto un imbarbarimento dei costumi e una tolleranza reverenziale da parte delle donne verso l’universo maschile, contrassegnato da una ferinità che esigeva lo scarico della “libido” al di là delle relazioni di sangue. Il maschio era larvatamente considerato un bruto a cui tutto era concesso e permesso. Anche il “tabù dell’incesto” poteva essere violato e non fungeva da barriera nei maschi in preda al raptus anche di fronte alle giovani figlie.

Stendo un velo pietoso su queste tragedie collettive e contemporanee e torno volentieri da Giglio e dal suo sogno così interessante e variegato.

Si presentano in scena la “massaggiatrice”, la mamma che fa tante carezze rilassanti e rassicuranti specialmente nell’infanzia, “una coppia”, la coppia “edipica”, il padre e la figlia, “l’uomo visto nell’infanzia” e Giglio, la “ragazzina” tanto innamorata e attratta dalla figura paterna: “Giacomo o Jacopo”. Arriva a questo punto la tentazione “edipica” di un legame forte e totale con il padre, ma la madre massaggiatrice, il “Super-Io” di Giglio, provvede a raffreddare i bollenti spiriti del “caffè” con il divieto del “caffè che non fa bene ai bambini”. Il capoverso è denso ma non irto di difficoltà interpretative, per cui lo spiego meglio onde evitare confusioni. La figlia è attratta dal padre, ma la madre pone il suo divieto a un legame morboso con il padre: così ragiona sempre Giglio bambina. In effetti è proprio lei che si è vietato il trasporto globale verso il padre e verso l’universo maschile adulto. Giglio ricorda la sua bambina che tanto sentiva, altrettanto desiderava e quasi tutto censurava. I personaggi sono sempre i tre soliti compari: “io, mammeta e papeta”, per dirla alla napoletana, un dialetto, quasi una lingua, che tanto esprime nel suo tratto universale.

Sono in una camera d’albergo seduta sul letto con mia madre, guardando il telegiornale in tv. Un servizio mostra l’uomo di prima arrestato per pedofilia e si vedono le immagini di lui assieme a molte bambine e adolescenti.”

Il “significato latente”, disoccultato in precedenza tramite l’interpretazione dei simboli, diventa quasi “manifesto”: “mia madre”, l’uomo di prima”, “arrestato per pedofilia”, le “molte bambine adolescenti”. Il “servizio del telegiornale in tv” comporta un raffreddamento emotivo e una istanza censoria compatibile con la continuazione del sogno. Non è da trascurare la gelosia di Giglio nell’attribuire al padre il trasporto affettivo verso le “molte bambine adolescenti”: sentimento della “rivalità fraterna”, scatenato dalla presenza di sorelle o fratelli e anche in assenza di questi immaginato dalla stessa Giglio e attribuito al padre tramite il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “traslazione”. Giglio si è riconciliata con la madre a cui aveva tolto il marito: “sono in camera d’albergo seduta sul letto con mia madre”. La solidarietà al femminile ricompone il quadro familiare e il padre resta un “fantasma edipico” che aleggia nelle psicodinamiche, oniriche e non, di Giglio. Notate l’anonimato della “camera d’albergo”. Il lettone dei genitori, trofeo ambito di tutti i bambini, sarebbe stato troppo compromettente e smascherante. Questo capoverso spiega il travaglio psicofisico di Giglio bambina nella sua “posizione edipica”.

Ma a cosa serve tanto trambusto universale evolutivo?

La risposta insiste sulla formazione psichica dei figli e, nello specifico, sulla formazione della “organizzazione” dei vissuti e dei “fantasmi” che reagiscono e interagiscono determinando con il vario dosaggio la struttura psichica, la, cosiddetta volgarmente, personalità. La risoluzione della “posizione edipica” implica il passaggio evolutivo alla “posizione genitale” matura e destinata all’investimento sull’altro, alla donazione amorosa che concilia la vita affettiva con la vitalità sessuale. Tramite quest’esperienza contrastata e intima con le figure genitoriali si formano individui caratterialmente e strutturalmente completi. Ma questo viaggio universale è sempre riempito dalle mille caratteristiche individuali e predilige destinazioni particolarmente gradevoli e gradite: i tratti psichici sono variazioni individuali sul tema universale della varia e ampia conflittualità con i genitori.

Inizio a parlare con mia madre e dico di conoscere quell’uomo, lei mi conferma che era un suo amico e di avermelo fatto incontrare, io mi agito e le chiedo diretta se lui abbia abusato di me, lei mi dice “non credo, perché eri molto piccola e non parlavi, a lui piacciono le bambine che parlano”…”

Giglio si riconcilia con la madre al fine di rafforzare la sua identità psicofisica e di viversi al meglio come la bambina evoluta in donna: identificazione e identità. La riconciliazione comporta il riconoscimento della figura femminile materna e del suo ruolo specifico di genitrice e di donna. Durante la pubertà la bambina si stacca dal padre e si avvicina alla madre riconoscendo che “il suo amico” era suo marito, nonché suo padre. Il ridestarsi dei sentimenti e delle sensazioni “edipiche” procura una certa agitazione in Giglio che non trova di meglio che ripescare i suoi desideri e le sue pulsioni di insidia da parte del padre elaborate e vissute quando era bambina. Giglio, in questa difesa estrema dal senso di colpa di aver tanto osato e altrettanto desiderato durante la sua formazione infantile, proietta sul padre la sua pulsione incestuosa e sulla madre la sua responsabilità incestuosa. In effetti, era lei e soltanto lei che desiderava in mille modi quell’uomo, Giacomo o Jacopo in precedenza, e che adesso chiede a se stessa ragione del suo vissuto di uso ed abuso di lei bambina proiettandola sulla madre che avrebbe dovuto difenderla da tanto mostro e da cotanta mostruosità. Non basta tutto questo trambusto sentimentale ed emotivo, Giglio dice a se stessa la sua spiegazione logica: ero infante, ero senza la parola, ero dominata dalle pulsioni e dai bisogni che tendevano al desiderio, ero senza il potere della parola, non avevo il verbo, non avevo il potere di una donna, avevo soltanto l’innocenza di una bambina, non sapevo tradurre i miei vissuti interiori in parole, non sapevo dare parola ai miei “fantasmi”, alle rappresentazioni emotive dei miei istinti, non avevo il fallo del verbo. Di conseguenza, senza il potere della parola mi era impossibile la consapevolezza e la coscienza di me stessa, il “sensus mei” eccedeva la presa di coscienza e la traduzione logica dei miei vissuti edipici e, nello specifico, la trama delle vaste relazioni con mio padre e con mia madre. La “parola” è il potere della comunicazione e della seduzione: “non parlavi e a lui piacciono le bambine che parlano”, le donne adulte che hanno un grado di auto-consapevolezza. Il padre non era incestuoso e gradiva le sue pari, quelle che sapevano conquistarlo con le armi creative del linguaggio. Giglio se la racconta tanto bene che quasi quasi crede a se stessa e si sente nel giusto che più giusto non si può, neanche con il candeggio del super disinfettante in voga. Nel momento in cui Giglio permette al padre di tradirlo con le altre si è liberata dell’ingombro edipico e può procedere verso la sua identificazione psicofisica, si concede di crescere dopo aver superato gli scogli edipici di Scilla e Cariddi e l’illusione di essere una Sirena, la creatura più infelice che l’uomo abbia mai potuto immaginare e descrivere.

Comincio a incazzarmi e disperarmi e le chiedo se mi ha mai lasciato sola con lui, lei mi risponde che è successo, allora io chiedo cosa sa di quella volta…lei mi risponde “so che ti ha accarezzata dappertutto e che non riusciva a entrare ma nemmeno a staccarsi”…”

Ma ancora la misura non è colma, Giglio ha ulteriore bisogno di “catarsi del senso di colpa edipico” e all’uopo è costretta a rispolverare-rivivere la sua contrastata avventura-disavventura con il padre, deve dare alla madre le sue responsabilità, sue di Giglio per intenderci, come si dà a Cesare, meglio si restituisce, quello che notoriamente gli appartiene. Giglio si difende in sogno “proiettando” e “spostando” sulla figura materna la responsabilità “edipica” che lei vive a metà tra la pedofilia e l’incesto, la violenza e l’impeto. La vena erotica si esalta nella rabbia imperante: “so che ti ha accarezzata dappertutto”, la cruda vena sessuale si manifesta in “non riusciva a entrare”, la vena conflittuale e affettiva si evidenzia in “ma nemmeno a staccarsi”. Man mano che Giglio procede nel sogno, il contrasto profondo tra il mondo pulsionale dell’Es e la repressione morale del Super-Io si fa sempre più stringente e struggente. Giglio non riesce a staccarsi dall’attrazione fatale vissuta nei riguardi del padre e l’ambivalenza psichica nei riguardi della madre, una figura importantissima in cui identificarsi per maturare la sua identità femminile senza trascurare i migliori tratti maschili del padre. Prevale in questa “posizione edipica” l’erotismo e la sessualità che normalmente si colpevolizzano tramite la degenerazione in pedofilia e incesto. Giglio sogna che il padre non riusciva a entrare, mantiene una dirittura morale o meglio una difesa dall’angoscia dell’incesto per non risvegliarsi e una resistenza a riesumare nei particolari più scabrosi i suoi vissuti verso la maschilità del padre. L’ambivalenza psichica si colora di affettività quando la figlia non fa staccare il padre immorale che voleva entrare ma non riusciva, padre morale. Il mancato distacco di “non riusciva a staccarsi” ha una valenza affettiva: la figlia non fa staccare il padre perché il suo amore è importante per la sua economia psichica evolutiva.

Inizio un lungo pianto isterico, mi sento schifata e mi allontano da mia madre…esco di lì, ma sono piegata in avanti dal dolore…vado verso il mio fidanzato, non so quale dei due, poi prendo il telefono chiamo F (primo fidanzato) voglio raccontargli, ma riesco solo a piangere in una maniera strana, lui non riesce a capirmi e dopo un po si stanca mi prende in giro e riattacca…”

L’isteria e la scarica purificatrice esordiscono in questo capoverso a testimonianza del quadro dominante di natura e qualità “edipiche”, risalgono ai trambusti profondi e agli sconquassi relazionali che Giglio ha vissuto da bambina e che si è portata dentro maturando in età adulta i tratti psichici erotici e seduttivi, nonché una buona fattura relazionale. Del resto, l’isteria è la conversione di conflitti rimossi a suo tempo e che nel tempo trovano la valvola di sfogo quando una causa occasionale scatena il materiale accatastato e sedimentato. Il sogno è la via maestra per l’emergere dei conflitti psichici e relazionali e di tutto il vissuto dei sensi e dei sentimenti. Giglio “si allontana da sua madre” perché si sente schifata” dal suo vissuto “edipico”, rifiuta e non riconosce la sua naturale “posizione edipica”, per cui allontana la madre e il padre dalla sua scena onirica in quanto responsabili del suo psicodramma esistenziale e relazionale. Giglio è “piegata in avanti dal dolore” come se avesse subito una violenza sessuale, più che per un normale malore possibilmente allo stomaco, nella zona degli affetti, tanto meno per una dismenorrea. Giglio razionalizza la figura materna andando via da lei, ma l’operazione è frettolosa. Il disgusto non è foriero di buone novità. Giglio si è staccata dai genitori risolvendo la “posizione edipica” ed è pronta per i suoi uomini, è disposta alle relazioni mature e adulte. Giglio è cresciuta e si è partorita, “maieutica di Socrate, attraverso la presa di coscienza che la sua vita si incanala verso le relazioni maschili dopo lo spazio concesso al padre e verso le relazioni femminili dopo aver mal digerito la filosofia screditante e spartana della madre. Quest’ultima è stata poco protettiva nell’evoluzione educativa della figlia, almeno così l’ha vissuta, o, meglio ancora, Giglio aveva bisogno di tanto sazio per viversi il padre senza la presenza invasiva della madre che giustamente averebbe recriminato i suoi diritti di proprietà e di esercizio nei riguardi del marito, il padre di Giglio. Quest’ultima non sa che farsene degli uomini, il primo e il secondo, “F” e “il secondo”, figure poco importanti e significative rispetto al padre. La nostra protagonista ha tanto vissuto da bambina e, adesso che è adulta, anche i suoi uomini sono superficiali come la mamma che a suo tempo e, sempre nei suoi vissuti, l’ha lasciata in balia del padre. Questo era chiaramente il suo desiderio. Anche il suo secondo uomo non riesce a capirla, “si stanca, mi prende in giro e riattacca”. Un’ultima domanda seria si pone nel finale di questa lunga decodificazione del sogno di Giglio: “riesco solo a piangere in una maniera strana”, che vuol dire?. Vuol dire che Giglio ha acquisito una maniera diversa di scaricare le sue tensioni. Il pianto è una salutare “catarsi” delle tensioni nervose accumulate. Giglio non piange più come una bambina, adesso si libera come donna. E’ maturata e ha maturata nuove modalità espressive e liberatorie.

Ancora un appunto mi sento di fare: come la mettiamo con il fatto che il primo fidanzato di tutte le bambine del mondo è il papà?

Forse il papà non c’è più e Giglio non può comunicargli tutto il bene che gli ha voluto, un bene completo e fatto di tutto quello che è inesprimibile nella realtà ed esprimibile con naturalezza nel sogno attraverso i simboli e la Bellezza. E’ proprio vero che la funzione onirica è foriera di prosperità estetica mostrando i nostri inconsapevoli capolavori.

Bonne chance, Gigliò!

Mi sveglio facendo versi disperati. Al risveglio ripenso all’uomo, ma non sono più sicura di averlo visto per davvero o lo confondo con un’altra persona.”

In precedenza Giglio piangeva “in una maniera strana”, adesso fa “versi disperati”. Questa donna è proprio sull’orlo di una crisi di nervi o è ancora in piena scarica isterica, si sta liberando delle ultime scorie nevrotiche di qualità “edipica”, è ancora fortemente arrabbiata con la madre e il padre perché l’hanno buggerata e poco protetta nelle disavventure costruttive della sua evoluzione psicofisica. Giglio è in piena teatralità creativa e attira l’attenzione su di sé e sui suoi trascorsi: un classico comportamento dei bambini cosiddetti normali. Insomma, Giglio ha maniere alternative di esprimersi e tenta di farsi capire con le sue personali e creative espressioni. Una bambina incompresa suggella la fine del sogno, ma questo l’aveva già detto. Convergendo ancora su se stessa, Giglio si riprende tutto il materiale che aveva alienato nel padre e tenta di convincersi che forse non l’ha del tutto razionalizzato questo padre così importante e ingombrante. Resta il dubbio di aver messo insieme, “confuso”, il proprio con l’altrui, di aver usato il meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento”, della “traslazione” e della “proiezione”. Ma tutto questo è ancora assolutamente normale e naturale. Resta una figlia che ha vissuto un intenso travaglio con il padre e con figure maschili equivalenti. Ho anche pensato che Giglio possa aver subito molestie e violenza durante la sua infanzia, ma anche questo dato è frequente a causa della repressione sessuale della società e della cultura sessuofobica del passato e del presente più che mai.

La verità psichica e fisica di questo sogno è stata depositata nel grembo della dea Giglio e a lei, soltanto a lei, spetta il responso.

GLI ALIENI E LA GUERRIERA

TRAMA DEL SOGNO

“E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Questo è quanto ha sognato Giglio.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

E’ estate. Sono vicina a casa mia e sto visitando una grande chiesa su una altura insieme a qualcuno che non vedo. Ne sento solo la voce quando fa commenti sulla bellezza della chiesa.”

Giglio è nei pressi di se stessa, della “parte psichica” adibita alla “sublimazione della libido”. E’ tempo di nobilitare le proprie pulsioni e di dar loro un fine generoso al fine di non avvertire gli eventuali sensi di colpa destati dal pensiero di essere egoisti e bisognosi. La “chiesa su un’altura” è un rafforzamento simbolico di quanto affermato. “L’estate” aiuta a sentire il calore delle pulsioni e la consapevolezza di una donna che si accompagna al padre: “qualcuno che non vedo”. Questa figura è simbolicamente e universalmente sempre il padre “edipico”, quello con cui non sono stati sciolti i legami ambigui e ambivalenti, le pulsioni seduttive ed erotiche di una bambina che cerca la sua dimensione psichica femminile. Giustamente Giglio ha sublimato a suo tempo la “libido edipica” e si porta a spasso per il sogno il padre in versione di abile commentatore della Bellezza. La figlia riconosce al padre una sensibilità estetica, fatta di tanta ammirazione e di consapevole stupore. Giglio sublima l’attrazione verso il padre per non colpevolizzarsi, ma riconosce nello stesso tempo al padre quella propensione alla Bellezza, “della chiesa” nel caso specifico. Sintetizzo e chiarisco: Giglio riesuma e rievoca la figura paterna e assolve i sensi di colpa legati all’attrazione psicofisica e approfitta della circostanza per mettere in luce la sensibilità al Bello e all’Arte dell’augusto genitore.

A tratti è il mio fidanzato n°due, (ho due relazioni), a tratti mia madre e a tratti qualcun altro. Ma non sono tutte e tre le persone presenti. E’ come se si alternassero nel sogno.”

I conti “edipici” tornano tutti: il fidanzato numero due, la madre o una figura anonima e indifferenziata, sempre un “qualcun altro” dentro, una figura “introiettata” e nel sogno tirata fuori, “proiettata”. Il “fidanzato numero uno” è sempre il padre per tutte le bambine, il “fidanzato numero due” è quello che segue e consegue alla complessità dei vissuti in riguardo alla figura paterna. Poi, arrivano anche gli altri fidanzati, i numero enne, nella speranza che siano tanti per depurare i vissuti “edipici” e scegliere il proprio uomo senza i condizionamenti subdoli dell’infanzia e dell’adolescenza, senza sposare la “traslazione” del padre insomma. Giglio non mette in scena la “triade edipica”, si limita a visitare i singoli protagonisti e li alterna sul palco a simboli dei suoi vissuti e della sua evoluzione psicofisica, dall’infanzia all’età adulta. Degna di nota è la poligamia di Giglio, “(ho due relazioni)”, la sua naturalezza a vivere il maschio senza i limiti imposti dalla Morale pubblica, il “Super-Io” collettivo, e dal suo “Super-Io”, la sua istanza psichica censoria. Giglio manifesta una disinibizione nella gestione delle relazioni amorose, affettive e sessuali, a testimonianza della sua capacità di alternare nella vita, non soltanto nel sogno, situazioni di coppia varie e variopinte. La caratteristica si spiega con una riduzione dell’investimento di “libido” nei suoi uomini e del coinvolgimento amoroso. Insomma, Giglio non s’innamora abbastanza o teme di legarsi troppo e per questa paura si difende da quello che lei vive come un coinvolgimento minaccioso della sua autonomia. Il prosieguo del sogno darà le ragioni di questa nota caratteristica della protagonista. Possibilmente c’è ancora un ristagno “edipico”, per cui Giglio non si è evoluta degnamente nella “posizione psichica genitale” e non investe appieno le sue energie e i suoi sentimenti secondo le naturali norme della disposizione donativa e della generosità altruistica, della “comprensione” e dell’abbraccio psichico dell’altro.

Dopo aver percorso all’esterno tutto il perimetro della chiesa (in sogno mi capita sempre di restare solo all’esterno delle chiese) mi soffermo a guardare la vista dall’alto sul lago Maggiore.”

Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “sublimazione della libido” non trova Giglio disponibile al cento per cento dal momento che percorre “tutto il perimetro esterno della chiesa”, non entra nel tempio sacro per depositare le sue cariche istintive e le sue pulsioni in attesa di essere purificate dalla grazia della Psiche. Giglio è una donna che non si coinvolge del tutto nelle operazioni di recupero e di rimessa in atto del vietato e dei tabù. Giglio salta di palo in frasca e travalica dalla “sublimazione” alla contemplazione estetica, anzi predilige tranquillamente quest’ultima e trova nella Bellezza la risoluzione idonea e congrua. Giglio sente il bisogno di “catarsi” dell’illecito e della colpa, ma fa tutto a metà e si ricovera sempre in “alto”, nel culto della madre che ristagna, il “lago Maggiore”. Dal sacro passa con disinvoltura all’umano, dal carisma alla concretezza estetica. Giglio le sta provando tutte le operazioni di ripulitura di eventuali traumi o fantasie, di pulsioni e desideri. Predilige non investire totalmente su azioni che nella Borsa del sacro hanno un valore, mentre nella Borsa dell’umano presentano una vitale consistenza. Vediamo dove procede dopo questo preambolo introduttivo.

Riscendo, (? riscendiamo), a piedi fino all’altezza del lago e io e mia madre questa volta saliamo su una canoa, (secondo sogno con canoa), e prendiamo il lago e poi un fiume che porta alla Svizzera. Io guido la canoa.”

Dopo il “qualcuno che non vedo” del primo capoverso, decisamente decodificato come la figura paterna, ecco che si presenta in tutta evidenza e in pompa magna la figura molto importante nella formazione psichica di Giglio, la madre. A quest’ultima la figlia associa il processo psichico di difesa della “materializzazione” e il principio annesso della “realtà”. Giglio ama la concretezza e si è tenuta a fianco della “chiesa”, non è entrata nel luogo del sacro e della censura morale, ha preso atto e ha apprezzato l’aspetto culturale, filosofico ed estetico, La compagnia era la figura del padre. Adesso arriva la madre e la materia vivente, il “lago”, e Giglio si sente alla sua “altezza”, si è ben identificata nella madre durante la sua formazione ed evoluzione psicofisiche, per cui va da sé che ci sia la “canoa”, il grembo, la culla anatomica adibita alla sessualità e alla maternità. “Saliamo sulla canoa” attesta “l’identificazione” nella madre che ha portato Giglio a maturare nel tempo la sua “identità” femminile. Il padre non si è evidenziato abbastanza semplicemente perché è la figura conflittuale della “triade edipica” ed allora Giglio per difendersi non gli ha dato un volto e l’ha lasciato nell’anonimato. Guardate che bel quadretto al femminile: madre e figlia in canoa sul lago. Questa è una buona e originale allegoria con il rafforzamento dei simboli femminili, “lago” e “canoa”, ma Giglio non dimentica il padre e allora se lo porta dietro sotto forma classica del “fiume”. Non dimentica nemmeno di essere lei la protagonista della sua femminilità e si mette alla guida della sua “canoa” in buona e completa compagnia “edipica”. Ritorna la figura paterna in veste simbolica a testimonianza di una delicatezza e paura verso la figura maschile. E allora andiamo in “Svizzera”, il luogo simbolico delle libertà e dell’autonomia.

Che Giglio stia risolvendo la sua “posizione psichica edipica”, la sua relazione conflittuale con i genitori, e stia maturando la sua autonomia psichica riconoscendo il padre e la madre e risolvendo le pendenze maturate nel corso della vita?

Chi vivrà vedrà.

Ad un certo punto tiro fuori dal mio zaino un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma, (nel sogno c’è anche una parentesi in cui mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio) e glielo do da mangiare.”

La figlia dispensa amore per la madre. Dal suo grembo, lo “zaino”, il luogo della femminilità e della “genitalità”, Giglio partorisce da sola e senza aiuto dell’ostetrica, “tiro fuori”, tutti gli affetti possibili nei riguardi della figura materna, “un piatto di pasta che ho cucinato per mia mamma”, tutto l’amore verso la madre. Questa operazione di riconoscimento e di riconoscenza avviene con una preziosa nota narcisistica, “mi rivedo nella preparazione del piatto di spaghetti allo scoglio”, una pietanza non da morti di fame o da profani, oltretutto condita con tutto il trasporto affettivo di una figlia che si prende cura della madre dopo averla riconosciuta come la sua origine e la sua identità femminile: “glielo do da mangiare” e “io guido la canoa”. Degna di nota è l’assenza della stessa premura nei riguardi del padre, che, pur tuttavia, è presente in forma traslata e anonima. Ricapitolando: Giglio sviluppa in sogno la sua “relazione edipica” e mostra di averla superata, soprattutto in riguardo alla madre. Il padre resta una mina vagante nel mare psichico della formazione evolutiva della protagonista. Con la madre Giglio ha assunto un atteggiamento di cura e premura che si può definire “adozione”, una forma concreta e massiccia di “libido genitale” sublimata. La figura sacra della madre viene investita di affetti e atti che attestano riconoscimento e gratitudine.

Dopo un po’ mi accorgo, guardando dalla canoa, che i paesi sulle sponde del lago sono allagati. Lo percepisco come un problema, quindi prendo in mano l’azione, lascio mia madre a continuare la gita da sola e scendo nelle strade allagate, ma l’atmosfera è tranquilla con la luce del sole sulle case.”

Giglio rievoca il momento della sua evoluzione psicofisica in cui ha operato il distacco dalla madre e ha risolto la sua dipendenza psichica dal momento che aveva ampiamente accettato e razionalizzato la sua identità femminile. Trascorso il periodo dell’identificazione e superato il bisogno di adottarla accudendo i bisogni di lei e prendendosi una cura speciale della sua persona, risolta questa benefica e matura operazione umana, Giglio riacquista la sua autonomia e indipendenza dal momento che “i paesi sulle sponde del lago” erano “allagati”. Giglio percepisce “come un problema questo trasporto e “prende “in mano l’azione”, le redini della sua vita “per continuare la gita” della sua vita “da sola”. In questa presa di coscienza dei vissuti complessi nei riguardi della madre Giglio razionalizza che non ha subito alcun danno e che la “razionalizzazione” di questo rapporto speciale con la madre è stato positivo e costruttivo al massimo, dal momento che ha apportato la tranquillità dell’animo, una forma di “atarassia” individuale da completamento d’opera e da scelta di se stessa dopo il periodo di dipendenza a vario titolo, o perché bambina o perché moralmente portata al sollievo dell’augusta figura materna. Traduco meglio e pari pari: Giglio, del tutto consapevole della sua femminilità e della sua persona, “guardando dalla canoa”, dopo aver temuto di aver corso il rischio di dipendere dalla madre, riacquista la sua autonomia psichica e vive la sua vita di donna e di femmina senza alcun turbamento e con tanta consapevolezza. Meglio di così non poteva andare.

In giro non c’è nessuno. Entro in una casa e salgo al secondo piano come se fossi in autoplay di un video gioco e lì dentro, in un ambiente fresco e oscuro, ci sono delle persone che non riconosco ma so essere mie amiche.”

Giglio è con se stessa, in dolce compagnia di se stessa e della sua autonomia psicofisica. Giglio ha risolto i legami di figlia nei riguardi della madre e ha provveduto al suo accudimento: “in giro non c’è nessuno”. La figlia ha riconosciuto la madre dopo averla onorata e odiata e non è rimasta schiava e sola in questa improba controversia sull’identità e sul possesso dei beni affettivi. Sul padre il discorso è sospeso e la figura del genitore vaga come le mine nei mari durante il tempo di guerra in cerca della nave su cui esplodere. Giglio rientra in se stessa e per la precisione nella “sublimazione narcisistica del suo Io”, nel luogo riservato all’auto-gratificazione e all’auto-compiacimento, per rivivere i momenti di questa sua crescita personale. Giglio si ripensa come persona compiuta, ma non riconosce nella sua dimensione relazionale alcune figure o “parti psichiche di sé” che ancora aspettano una risoluzione congrua. Ritorna questa tendenza di Giglio all’incompiuta con alcune “persone” e con alcune esperienze della sua vita dove avrebbe voluto essere più decisa e incisiva. Si accontenta di un “autoplay” che si riduce a un “autoreplay”, a un rivedersi e a un riconsiderarsi narcisistici che lasciano l’amaro dell’incompiuta in bocca. Purtuttavia, ha il buon senso di ritenere “amiche” queste persone e manifesta quell’ottimismo non esagerato che non guasta, se confrontato con il pessimismo bieco della disperazione e del rancore di chi avrebbe voluto cambiare le carte in tavola. Tra le persone ci mettiamo d’ufficio il padre. Vediamo dove si dirige Giglio nel suo sogno. Adesso è ferma in una Svizzera calvinista e protestante, isolata e libera, ligia al dovere e alle leggi morali, ricca di buona cioccolata e di emmental, di orologiai e di orologi, di cucù e di mucche viola.

C’è anche una camera con un letto mio e oggetti miei. In particolare ci sono moltissime pietre preziose che appartengono tutte a me, molte incise con disegni di scorpioni e di nasi.”

Giglio entra nell’intimità, nel personale, nel privato, nel proprio. La “camera da letto” condensa i vissuti interiori e indicibili, quelle “pietre preziose” che riguardano soltanto Giglio e nessun altro, la sua sfera anatomica e sessuale da non condividere e da stimare con grande perizia, i vissuti intimi e le esperienze erotiche che vertono sul versante sessuale maschile come i “disegni di scorpioni e di nasi”, una vasta gamma di simboli fallici, fecondanti al negativo i primi, penetranti con decisione i secondi. Lo “scorpione” rappresenta simbolicamente il pene che emette lo sperma temuto dalla donna che ha una tosta fobia della fecondazione e della gravidanza, mentre il “naso” condensa l’invadenza del pene e le sue ben note competenze erotiche e sessuali. Tra “pietre preziose” femminili e “scorpioni e nasi” maschili Giglio si compiace narcisisticamente delle sue doti erotiche e delle sue qualità sessuali, nonché delle sue paure e delle sue fobie, estendendo questi “oggetti” ai suoi ricordi sotto la forma di amuleti che esorcizzano l’angoscia di fecondazione e di gravidanza. Si conferma sempre con maggiore evidenza quel sano “narcisismo” che si snoda a metà tra l’amor proprio e il culto di sé. Non è da meno il senso del possesso e i due fidanzati con la loro umana gestione. Giglio è una donna che si compiace del suo potere erotico e sessuale, una femmina che sa gestire il maschio di turno. Il suo “narcisismo” prevale sulla “genitalità” di un sentimento d’amore donativo. L’evoluzione psichica di Giglio oscilla tra la “posizione edipica” e la “posizione narcisistica” e trascura la “posizione genitale”. Decisamente è una donna che non si innamora follemente di un uomo, è una donna che avanza con giudizio e temperanza verso gli investimenti sugli altri, è una donna che si compiace delle sue capacità, è una donna che ha due uomini e oltretutto generici e anonimi, uomini senza qualità.

Vado al bagno della mia camera in cui non c’è la porta ma solo una tenda di perline e, mentre mi sto sistemando, intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica, l’unica del sogno, a parte mia madre, che vedo bene in faccia, che sta in piedi ferma nella mia stanza a guardarmi attraverso la tenda. Le dico “Samantha che fai?”, poi muovo un passo per uscire dal bagno e lei mi si butta addosso per aggredirmi.”

Il passaggio dalla zona intima degli affetti speciali e dei segreti pensieri alla zona erotica e sessuale è breve, del resto come sempre e come giusto. Giglio si era imbattuta in precedenza nei suoi gioielli femminili e nei suoi trofei maschili, le “pietre preziose” e gli “scorpioni” e i “nasi”, adesso va proprio in “bagno” dove, oltretutto, “non c’è la porta, ma solo una tenda di perline”, si coinvolge direttamente con il suo corpo e i suoi bisogni, “mentre mi sto sistemando”. La disinibizione narcisistica della donna ritorna venata di esibizionismo e di competizione al femminile, “intravedo la figura di una ragazza che conosco ed è mia amica”, una figura equiparabile alla madre in quanto oggetto di presa di coscienza. Giglio “sa di sé” attraverso la madre e l’amica, “sa di sé” come donna e come corpo perché si è identificata nella prima e ha assunto identità psicofisica tramite la seconda, l’altra da sé, una persona che esiste nella realtà esterna, ma che, a tutti gli effetti, è l’immagine di sé, il fantasma del suo corpo, la rappresentazione primaria dei suoi desideri e bisogni di bambina che si accinge a evolversi in donna. Questa “amica” la spia nella sua intimità, questa “parte psichica di sé” è in conflitto con l’immagine globale che Giglio ha maturato nel corso della sua evoluzione psicofisica. Samantha è la controfigura di Giglio, quella che si assume la parte aggressiva e che aggredisce, meglio si auto-aggredisce, quella che non si piace e che non si è mai piaciuta, quella “parte psichica di sé” che si schiera per il sacro e odia il profano o viceversa, la “parte psichica oppositiva” di Giglio rivolta contro se stessa, la parte “sadomasochistica”, quella che fa male e subisce il male. Giglio conosce molto bene se stessa “Samantha” e la madre. E’ proprio vero, perché sono i personaggi e le figure che la riguardano in prima persona, sono “l’introiezione” e la “proiezione” della madre e di se stessa nella versione non gradita e rifiutata, quella parte che non piace e che non si accetta. Qualcosa della sfera intima e privata del corpo e della mente non va proprio giù a Giglio e in questo modo ricorre a Samantha per evidenziare questa suo conflitto intrapsichico.

Ma cosa scarica Giglio su Samantha?

Quale materiale psichico traumatico Giglio addossa alla povera Samantha?

Importante continuare a vivere per sapere anche questo.

Sopraggiunge un ragazzo dalla cucina per salvarmi e non so bene che fine faccia Samantha. Mi metto a parlare con questo ragazzo che però è un’ombra, non lo distinguo bene e stiamo un po’ in un abbraccio intimo e io percepisco la presenza del mio fidanzato n°uno che però nel sogno non c’è.”

Giglio scarica su Samantha tutta l’aggressività incamerata nell’evoluzione della sua “posizione psichica edipica”, della sua conflittualità ambivalente nei riguardi del padre e della madre, della sua psicodinamica evolutiva in riferimento ai genitori. Samantha condensa gli affetti legati alla “parte negativa” del “fantasma della madre”, quella che censura e impedisce i vissuti affettivi nei riguardi del padre, la figura in cui si è in qualche modo costretta a identificarsi per acquisire la sua identità femminile, quella che limita e vieta, la madre che impone i tabù e istilla il “Super-Io” sostituendosi al padre. Ricapitolando, Giglio sta sviluppando in sogno l’iter e la risoluzione della sua “posizione psichica edipica”, sta riesumando una tappa altamente formativa della sua evoluzione e mostra chiaramente la conflittualità ambivalente nei confronti della madre e dispone in discrezione il padre come figura importante e in parte rimossa nel suo “fidanzato n°uno”, come si diceva ampiamente nei precedenti iniziali capoversi. Mostra, inoltre, il suo distacco risolutivo nei riguardi della madre lasciando che prosegua la gita in Svizzera e riaggancia il padre nella figura del fidanzato n°uno di cui percepisce la presenza mentre sta in intimità con il nuovo ragazzo che la salva dalle grinfie di una invadente e aggressiva Samantha di cui non sa bene la fine che fa. Ricapitolando ancora e meglio di prima: Giglio si stacca dalla madre attraverso l’affidamento a un uomo, “il ragazzo che sopraggiunge dalla cucina” ossia dalla zona degli affetti condivisi e da condividere. Purtroppo, questo “ragazzo” seduttivo è evanescente, è “un’ombra”, viene dal suo Profondo psichico, dall’aldilà subcosciente, emerge dai suoi desideri di bambina e di adolescente e si porta sempre dietro la figura del padre, la prima ombra del fidanzato n°uno, quello che ancora non sa riconoscere come figura formativa della sua femminilità e delle sue arti erotiche e seduttive. Giglio “percepisce una presenza” come nei migliori film gialli, un fidanzato che in qualche modo tradisce e di cui dispone le fila. Proprio vero che il primo amore non si scorda mai e non si sposa. Giglio sta in intimità con un ragazzo “ombra” che la salva dalle grinfie della madre: questo ragazzo è l’erede della prima ombra, il padre. Quest’ultimo ha contribuito nell’economia psichica di Giglio alla formazione della strategia di approccio all’universo psicofisico maschile.

A questo punto salta fuori che c’è un’invasione di Alieni in atto (sogno molto speso gli Alieni ma non mi spaventano, nei miei sogni sono sempre una guerriera) e che essi sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono.”

Ah, gli Alieni!

Ah, l’alienato, tutto quello che volevamo vivere di noi e non abbiamo fatto nascere in noi!

Ah, i mille personaggi in cerca d’autore che non siamo e che sappiamo ben interpretare per difesa dal coinvolgimento con gli altri!

Spuntano le difese sociali di Giglio. Scendono dall’astronave alla moda gli Alieni, arrivano i modi di essere e di esistere che la protagonista voleva incarnare e che per l’angoscia dell’indeterminato ha lasciato andare nell’evanescenza del Nulla e del “non se ne fa niente”. Gli Alieni “sono in grado di assumere le sembianze di chi vogliono”, hanno capacità mimetiche e mistificatorie, sono dei grandissimi bugiardi e non dicono mai la verità del “chi sono” e del “cosa vogliono”, sono degli impostori e degli imbroglioni di vasta portata che inquinano la società. Questa è la versione negativa dell’umana capacità psichica di empatia e di simpatia, di partecipazione e condivisione. Questa è la “parte psichica negativa” del “fantasma dell’altro”, quella che mi inganna e mi porta via sempre qualcosa e a cui non bisogna rivolgere la parola e addirittura affidarsi, questo è lo Straniero di Camus, la parte straniera di noi stessi che abbiamo definitivamente debellato criminalizzandola per paura e su suggestione dei nostri incauti e superficiali genitori. E così Giglio è cresciuta “guerriera” per difendersi da se stessa, dalle sue giuste paure e dalle altrui ingiuste angosce. La mamma istilla, suggerisce, mette dentro il cuoricino della bambina a mo’ di insegnamento i suoi traumi di donna adulta e le sue esperienze andate a male come il latte fresco di giornata il giorno dopo. Il padre c’è e non c’è, il padre ha fatto meno danno, il padre è rimasto nel limbo delle figure da salvare per amore indicibile, mai detto, mai profferito. Una Giglio censurante e oltremodo “superegoica” mostra in questo siparietto finale i suoi tabù, i suoi divieti, i suoi “verboten”, le sue difese inutili verso il resto del mondo e proprio quando le aperture all’esterno sono costruttive e necessarie per una giusta evoluzione psicofisica. E’ come se Giglio andasse contro corrente e si rinchiudesse nel mondo di Narciso per non coinvolgersi con i fidanzati n°tre, n°quattro, n°cinque, n°enne. “Giglio nei sogni è sempre una guerriera”, ma sicuramente è arrivato il tempo di far riposare questa “guerriera” dopo tanto inutile stress. Ben vengano gli Alieni a portare la loro buona novella se serve a “sapere di sé”, a una migliore autocoscienza. Giglio non deve combattere contro se stessa e le sue produzioni psichiche innovative ed evolutive, contro i suoi “Alieni”, non deve alienare il suo prodotto psichico interno lordo per paura di coinvolgersi nelle stranezze di una vita alla grande e spericolata. Gli insegnamenti della mamma e i silenzi del padre devono lasciare il posto alla normalità dell’anormale, alla convivenza con gli Alieni dentro e fuori, alla condivisione delle esperienze e delle avventure.

Io mi metto a cercare una pietra in particolare che non salta fuori. E’ una pietra nera con dei puntini azzurri che ha la capacità di curarmi e farmi cogliere l’origine dei problemi.”

Giglio sa di non stare bene e di avere bisogno di una cura che verta sulla consapevolezza delle cause dei suoi mali, “l’origine dei problemi”, una psicoterapia psicoanalitica che, risalendo per libere associazioni alle esperienze significative della sua vita, le dia quell’equilibrio e quella sicurezza insieme a quella tranquillità dell’animo che non guasta mai come lo zucchero nel caffellatte dei bambini. E allora Giglio tira in ballo la sua bambina dentro e il suo pensiero magico, i “processi primari” che che usava nell’infanzia e che si chiamavano con una sola parola la “Fantasia”, il pensare per allucinazioni e per fantasmi, l’andare contro il “principio di realtà” a favore del “principio del piacere”, l’esaltare le pulsioni e abolire i divieti, tira fuori il suo Harry Potter e la sua “pietra” filosofale “nera con dei puntini azzurri”, quella che ha la capacità taumaturgica della presa di coscienza, della riflessione su se stessa e sugli eventi della propria formazione ed evoluzione: il possesso mentale delle cause. Giglio estrae dal suo cilindro di prestigiatrice la magia, per arrivare alla “interpretazione” e alla “razionalizzazione” delle cause insieme al suo analista, al suo “salvatore”, che, come Ermes, comunica la volontà degli dei ai mortali. La magia è una pratica antichissima che ha il sapore dell’eternità semplicemente perché è la prima forma mentale di tutti gli infanti, di tutti coloro che sono ancora senza parola ma pensano e pensano tanto e di tutto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “annullamento”, che si attesta nella conversione accettabile e gestibile dell’angoscia attraverso il rito, attraverso l’esorcismo di un divieto. La Magia si basa sul meccanismo di difesa dall’angoscia dello “spostamento” attraverso la costruzione del “feticcio”, la “pietra nera con dei puntini azzurri”, quella “che non salta mai fuori” e che esiste da qualche parte del culo del mondo, quella che, semplicemente usando la Ragione” deterministica, arriva alla “atarassia” per la via preferita dalla Cultura occidentale, la “razionalizzazione”, il meccanismo principe di difesa dall’angoscia che non è mai abbastanza, a conferma dell’umana debolezza che connota la creatura privilegiata di Dio o di Madre Natura, l’uomo, il solo animale vivente che soffre della malattia mortale, che è malato della consapevolezza della fine, della coscienza della morte e dell’assurdità della vita che si conclude nel niente. Eppure Giglio ritorna bambina e rispolvera il suo pensiero magico per risolvere le sue angosce. Vediamo la conclusione di questa lunga cavalcata nelle praterie psichiche durante il sonno, nel pensiero del sonno, il sogno.

La cerco invano ovunque dentro la casa insieme a questo mio salvatore, finché non appare un alieno nella stanza ed io lo sconfiggo in uno scontro corpo a corpo.”

Giglio cerca “invano” la sua “kaba”, la pietra nera della sua religione psichica “dentro la sua casa” psichica insieme al suo “salvatore”, ed ecco che appare un “alieno”, un trauma, un non vissuto, un fantasma, un conflitto, una semplice fantasia o un semplice fatto, su cui Giglio insieme al suo salvatore analista può esercitare e far pesare la forza della Ragione e della “razionalizzazione”. Inizia lo scontro corpo a corpo con se stessa e in particolare con quelle “parti di sé” che si sono opposte alla sua integrità e armonia psichiche, gli Alieni per l’appunto, che aspirano a essere capite e riassorbite nel tessuto connettivo di un Corpo fatto di carne e ossa e di una Mente fatta di fantasmi e di ragionamenti. Alla fine del tragitto e dei tanti conflitti a Giglio resterà l’ultimo combattimento, la risoluzione del “transfert” esperito verso il suo analista, la liquidazione del vissuto emotivo e affettivo maturato nel corso del viaggio insieme al suo navigatore al fine di acquistare definitivamente la sua autonomia psicofisica.

E’ possibile tutto questo?

Decisamente “non potest” e “non possumus”, ma tentar non nuoce. Non è possibile liquidare relazioni e vivere da soli, a meno che non ci si trovi nel carcere della follia. E allora ben vengano le dipendenze e tutti i tentativi di liberazione che nel corso dell’esistenza intentiamo contro e a favore di noi stessi.

Il sogno di Giglio merita ulteriori riflessioni, ma si può concludere qui.

Buon viaggio!

LE TRE COSE CADUTE

TRAMA DEL SOGNO

“Mi trovavo in Giappone presso un campo sperduto in compagnia del mio fidanzato.

Stavamo camminando dentro un fosso stretto e fangoso che serviva per irrigare i campi.

Continuavano a cadermi sempre le stesse tre cose (non ricordo in particolare).

Ad un certo punto è arrivato il contadino, un giapponese che non ho mai visto, ha aperto una valvola e il campo si è inondato mentre stavo cercando una cosa che mi era caduta.

Mi sono messa ad urlare.”

Julienne

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Mi trovavo in Giappone presso un campo sperduto in compagnia del mio fidanzato.”

Julienne è una donna originale, almeno tende a esserlo, e in ogni caso ha una connotazione psichica fortemente intenzionata a differenziarsi dagli altri, pur essendo consapevole del bisogno di stare con la gente, del confronto e della solidarietà. Julienne avverte l’esigenza di una forma d’intimità per cui si isola “in compagnia del suo fidanzato” “presso un campo sperduto”. Una donna eccentrica e originale, un’oasi di pace e d’intimità, il proprio uomo sono i tre elementi con cui Julienne apre il quadro onirico e inizia il suo sogno.

Questa, però, è un’interpretazione di superficie.

Il “campo sperduto” rappresenta una sensazione di solitudine e un sentimento di abbandono, un “tratto psichico depressivo” di Julienne, acquisito ed elaborato nella prima infanzia. Per compensazione ricorre in sogno al suo “fidanzato” per alleviare le sensazioni di disagio e il dolore annesso. Questa è l’interpretazione profonda che tiene anche in considerazione la prima e non la esclude. Si tratta di livelli psichici e di autenticità elaborativa. Julienne sta parlando di sé e della sua formazione e in sogno offre nell’immediato la sua tendenza a sentirsi sola e il suo bisogno degli altri, nonché la sensazione di una diversità che rasenta l’originalità. Nel complesso siamo nella sfera affettiva, nella “posizione psichica orale”, nella dimensione protettiva della protagonista. Il sogno è suo e non glielo toglie nessuno, neanche il suo “fidanzato”.

Stavamo camminando dentro un fosso stretto e fangoso che serviva per irrigare i campi.”

E infatti e a conferma di cosa si diceva in precedenza, Julienne presenta immediatamente il simbolo di una madre angusta e colpevolizzante, meglio, la “parte negativa” del “fantasma della madre”, la conoscenza elaborata nel primo anno di vita e che è rimasta vitale dentro di lei al punto di formarne l’evoluzione psichica e in particolare l’affettività e il sentimento della perdita, la vena depressiva di cui si è detto nel precedente capoverso. Riepilogando: Vivienne si fa accompagnare in sogno dal suo “fidanzato”, alleato psichico, per elaborare la sua vita affettiva e i tratti caratteristici della sua formazione anche in riguardo alle angosce di solitudine. “Camminando” si traduce in riattraversando o in ricordando o in riflettendo o vivendo. “Dentro” attesta, sempre simbolicamente, della “introiezione” della figura materna in quanto Vivienne in qualche tratto psichico si è identificata al femminile nella madre. “Dentro” si traduce anche nella mia interiorità, nella mia sfera intima e privata, nelle mie introspezioni. Il “fosso” rappresenta la “parte negativa” del “fantasma della madre”, il vissuto della costrizione e del ristagno delle energie d’investimento, una madre avara di cure e di premure, una madre che dispensa affettività e protezione per quello che è strettamente necessario. “Stretto” si traduce in costrizione psichica, in coartazione della coscienza, in angustia affettiva, in autoritarismo acritico, in blocco delle iniziative e degli investimenti: una madre avara e severa. “Fangoso” riguarda i sensi di colpa che la madre induceva nella figlia e che quest’ultima si faceva nel momento in cui elaborava dei vissuti aggressivi nei riguardi della madre che poi immancabilmente tralignavano nel senso di colpa. “Serviva per irrigare i campi” condensa l’immagine giusta di una madre affettuosa e amorevole nei riguardi dei figli, una madre che investe energie, conforta e rassicura. Traduco: una madre che poteva amare i suoi figli e che non è riuscita a farlo per il blocco di queste energie d’investimento. Questo è il vissuto di Vivienne nei riguardi della madre, il suo “fantasma” nella “parte negativa”, al di là di come effettivamente la madre sia stata nella realtà. Questa è la realtà psichica dominante di Vivienne. Ricordo anche che la simbologia “dell’irrigare i campi” ha una valenza fecondativa e gravidica. Il “campo” è un simbolo femminile e l’acqua acquista una caratteristica, sempre femminile, di dare la vita.

Continuavano a cadermi sempre le stesse tre cose (non ricordo in particolare).”

Il sogno è birichino sempre e non quando vuole. La domanda lecita è la seguente: cosa sono “le stesse tre cose” che cadono, si suppone dalle mani, a Vivienne e perché non ricorda?

L’enigma “trinitario” si pone nel modesto e laico mondo dei sogni. Tre cose che cadono rappresentano simbolicamente il padre, la madre e la figlia, la triade familiare che Vivienne “proietta” in sogno per difesa dall’angoscia fuori di lei e dal suo mondo interiore anche per allentare le tensioni e continuare a dormire. Vedere in sogno il padre, la madre e se stessa sarebbe stato intollerabile per l’economia nervosa e allora Vivienne tira fuori il condensato simbolico della “famiglia”, la triade per eccellenza, la prima triade dopo la diade, la famiglia dopo la coppia. La chiave interpretativa del capoverso è “continuavano a cadermi” che mostra chiaramente il meccanismo psichico di difesa dall’angoscia della “coazione a ripetere” e la pulsione depressiva alla perdita. “Cadermi” non è niente di catastrofico anche se è sempre un distacco e un allontanamento, così come “continuavano” non è patologico proprio perché attesta della presenza del conflitto dialettico tra “le stesse tre cose”, immutabili e presenti dentro Vivienne come la sua “posizione psichica edipica”. Ricordo che si tratta di una dialettica universale di crescita evolutiva funzionale all’acquisto dell’autonomia psichica e propedeutica al “riconoscimento” del padre e della madre dopo la conflittualità più o meno lunga. Riepilogando in sintesi metodologica: Vivienne sta rievocando in sogno la sua “posizione edipica” chiaramente non risolta e ancora turbolenta, la sua relazione e i suoi vissuti verso la madre nella prima parte e ha presentato il padre includendolo nella triade familiare: “le stesse tre cose” continuamente presenti e in assillo emotivo. Proseguire nella decodificazione del sogno confermerà la bontà di questa intuizione interpretativa.

Ad un certo punto è arrivato il contadino, un giapponese che non ho mai visto, ha aperto una valvola e il campo si è inondato mentre stavo cercando una cosa che mi era caduta.”

Il “contadino giapponese” è la “traslazione” della figura paterna, lo “spostamento” del padre secondo i meccanismi del “processo primario” che forma e governa il sogno. E allora è entrato in scena il padre di Vivienne a completare la triade familiare e le tre cose cadute o perdute. Dopo la “parte negativa” del “fantasma della madre” Vivienne recupera la “parte positiva” del “fantasma del padre”, il padre affettivamente provvido e punto di equilibrio dell’economia psichica familiare o delle “tre cose cadute”. Vivienne ha vissuto il padre sin dall’infanzia come l’elemento coadiuvante e positivo, colui che apre “una valvola” e favorisce l’armonia affettiva della famiglia, della triade padre-madre-figlia. Non dimentichiamo che si tratta anche della triade “edipica”. Vivienne sta elaborando non soltanto il padre e la madre in riguardo all’affettività, alla protezione e all’armonia familiare, sta soprattutto rivivendo la sua disposizione verso il padre e la sua avversione verso la madre. Vivienne sta scoprendo le sue carte nel gioco familiare delle predilezioni e dei contrasti. Ecco il padre viene fuori in sogno come l’ago della bilancia dell’economia psichica familiare, la figura che sa mediare e disporre in maniera equilibrata soprattutto gli investimenti disordinati della madre e sempre per quanto riguarda la sfera affettiva, quella dove Vivienne accusa qualche deficit a causa di un tratto depressivo legato all’angoscia di perdere l’amore e la tutela della madre. Quest’ultimo è legato alla tendenza di quest’ultima a costringere e a colpevolizzare la figlia, da un eccesso di “Super-Io” da parte della madre nel relazionarsi con la figlia: una madre severa e poco espansiva. Eppure anche in questa situazione di piena affettiva, grazie al padre “contadino giapponese” che sa regolare i flussi psichici in famiglia, nel campo e nella realtà, Vivienne non trova la cosa che gli era caduta e si ritrova con il problema di sempre.

Vale la pena l’autonomia psichica e l’emancipazione dai genitori?

Vale la pena affidarsi a un “fidanzato” che compare e non è una figura importante che occupa la scena del sogno?

Può un “fidanzato” supplire alle carenze pregresse e maturate nell’infanzia e in ambito familiare?

Può un “fidanzato” essere come il padre che dispensa equilibri psichici e relazionali?

Vivienne è fidanzata, ma non è matura per dare al suo uomo il ruolo giusto dal momento che è tutta presa dal padre e dalla madre. Vivienne ristagna in ambito “edipico” e non passa in ambito “genitale”. Eppure la sua struttura psichica è sensibile al primo anno di vita e alla “posizione orale”, là dove gli affetti e le depressioni si originano.

Mi sono messa ad urlare.”

L’urlo è sempre “catartico”, neuro-fisiologicamente libera energie represse che altrimenti farebbero danno all’equilibrio psicofisico somatizzandosi e ledendo qualche funzione per eccesso di carica nervosa.

Perché Vivienne ha bisogno di urlare?

Oltre alle tensioni l’urlo è dovuto alla rabbia che la donna prova nel suo conflitto tra la dipendenza dai genitori e l’acquisizione di una sua autonomia psichica. In questa operazione di recupero di se stessa ha rievocato la sua “posizione edipica” e ha reagito con una “conversione isterica”, “mi sono messa a urlare”.

La rabbia a cosa è legata?

Questo “senso-sentimento” si lega alla mancata emancipazione dai genitori, madre avara e padre provvido, e alle difficoltà che incontra nell’evoluzione congrua alla “posizione psichica genitale”. Manca la capacità d’investimento della “libido” in maniera donativa e altruistica, il saper dare e la consapevolezza del gusto di dare. Vivienne rischia di ripetere la lezione imparata dalla madre, per cui quello che l’ha fatto tanto soffrire viene messo in circolo e dato a chi si presenta alla ribalta della sua vita affettiva. Se ben analizziamo, il “fidanzato” compare all’inizio e poi basta, si è perso nello svolgimento del sogno e non è stato oggetto di investimenti particolari, una figura “a latere” e non certo dominante. E’ pur vero che il sogno è “edipico” ed è giustamente basato sulla dialettica della triade familiare e sull’angoscia depressiva di perdita e di solitudine, ma per superare questo stallo è necessario procedere verso l’evoluzione “genitale”, verso un investimento dominante di “libido” sul suo uomo e non soltanto fidanzato.

In conclusione aggiungo che la simbologia “dell’aprire la valvola per inondare il campo” ha una chiara valenza fecondativa, come in precedenza per “irrigare i campi”,

L’interpretazione del sogno di Vivienne può trovare in questa prognosi la sua fine, ma aggiungo per correttezza interpretativa che la simbologia “dell’aprire la valvola per inondare il campo” ha una chiara valenza fecondativa, come in precedenza per “irrigare i campi”: l’eiaculazione in vagina. Il sogno di una donna “edipicamente” contrastata mescola l’infanzia con la maturità e, di conseguenza, le istanze psicofisiche classiche dell’età in atto e del tempo vissuto. In ogni caso il sogno di Vivienne presenta l’esigenza affettiva e la perdita depressiva in maniera più conclamata rispetto alla pulsione di maternità.

LA “COSA” PARLA 7

LAMENTO IN PAROLE

L’invidia,

che lucida traspare dai tuoi occhi,

mi costringe ad abortire tutta l’aggressività maturata nel granaio,

quando m’ingravidavi di odio.

Adesso non riesco più a lasciarti.

Non vedo il come e non capisco il perché.

E allora io fingo di andar via,

correndo incontro a un genitore geloso,

un uomo che oggi si pensa cornuto

e che dentro lo è stato sempre,

specialmente da quando ha visto sua madre

appartarsi con suo padre nel granaio e con fare sospetto.

Io minaccio

e inutilmente agito le mani contro la tabuica violenza

consumata sui bambini e sulle donne,

giustificata dall’arteriosclerosi culturale

che irrigidisce i flussi e i riflussi sanguigni,

più che storici,

i corsi e i ricorsi storici,

più che sanguigni.

Gradisce la merda marrone o il sangue rosso?

Nessuno consola ormai la mia angoscia di morte,

eccezion fatta per qualche generoso farmaco,

il Prozac,

un ammorbidente come il Vernel,

che si concede alla mia sfrenata voglia di uccidere la coscienza.

Io non posso picchiarti perché sei mio padre.

E allora?

E allora io me ne vado.

Come saresti cambiato ai miei occhi,

se nel fienile,

invece di consumarti in lacrime di sangue

e nel disprezzo di una moglie puttana,

mi avessi insegnato a non fuggire di fronte a quel povero niente

che, quando arriva, ti opprime e ti riempie di calma,

quella dolce sensazione di ristagnare in un putrido letamaio

tra pantegane e sordi rancori,

anch’essi abbandonati a marcire al sole e alla pioggia.

Perché mi metti tra te e lei?

E io?

Io chi sono?

Leggera e insostenibile è la leggerezza del mio “non essere”.

Io sono Nessuno

e non ho niente da spartire con Ulisse e Polifemo.

Di certo potrei essere Qualcuno,

sconosciuto a me stesso

e alle mie brame sessuali represse,

sublimate in una dolce astinenza,

contorte e bombate

come le sbarre di ferro di una ringhiera araba

esposta nel balcone di una strada di Siviglia

al sole e alla pioggia,

allo scirocco e al maestrale,

un orgoglioso prodotto di mani esperte

buono anche per la ruggine.

I pretesi fatti e misfatti sono una mistica utopia,

simile alla mia sbandierata aggressività

che non trovo al momento opportuno

dentro i calzoni per l’assalto alla donna,

un’aggressività che sa di ascesi e di castrazione,

di complesso edipico e d’identificazione mancata.

Ah, se potessi tornare indietro,

piccolo e docile,

senza prepotenza, senza risoluzione e senza calcolo!

E invece mi ritrovo solo e isolato,

eccentrico e illuso artefice di me stesso,

decorato alla memoria

nel “carpe diem” di tanto disagio.

Io mi ritrovo in uno stato depressivo di cose.

Scaricherei aggressività alla fine,

alla fine di un ciclo dove primeggia il padre

e le assurde idee di un dominio ineluttabile,

di una cultura ineludibile,

che vola a bassa quota e scarica merda sui figli.

La crisi preme e s’insinua in ogni piega

per possedere tutti.

Io non l’ho riconosciuta e non l’ho superata.

Chi colpirà adesso?

Non trovo capitali da investire in banca e in borsa.

La libido del mercato è osteggiata dalla polizia

secondo le norme acritiche di una legge nefasta

che mi vuole amico e nemico,

alleato e avversario di mio padre

e di una parte di me stesso.

In base alla distruttive coordinate di uno spirito oppositivo

io avanzo e indietreggio,

progredisco e regredisco,

aumento e diminuisco,

affermo e nego il mio stesso essere in un gratificante dilemma.

Ah se riuscissi ad aggredire!

Forse starei bene nel distruggere Qualcuno.

Io non so chi tu sia, o anonimo Qualcuno,

ma stasera vorrei vedere i tuoi occhi riflessi nei miei,

occhi sicuri della caduta degli dei

e allora qualcosa di nuovo potrebbe finalmente accadere.

Io non ti cercherò nelle pagine gialle

o nelle grigie profezie di Nostradamus,

l’impostore e il visionario,

il compiaciuto evocatore di tormenti per gli uomini,

il brutto e vecchio sadomaso privo di voglie.

Io voglio andare al “dunque” della mia conoscenza,

alla fonte della mia aggressività,

una forza inespressa in un uccello che non canta

e in altre piccole cose

che ributtano a pollone da una oscura sorgente.

Sento che la mia sana aggressività si è occultata

in un periodo della mia vita,

in un tempo gravido di eternità,

quando mio padre mi parlava dei suoi cinquanta logori anni

e li metteva in fila di fronte a me insieme alle sue corna

come tanti sassolini sulla sabbia

alla ricerca di un Pitagora orgoglioso di sé e della sua geometria

o di un Archimede che grida per l’ultima volta il suo “eureka”

mentre un vile soldato trafigge il suo corpo in un impari faccia a faccia,

l’uno armato di fisica e l’altro di gladio.

Ma cosa poteva fare un bambino?

Come poteva aiutarti tuo figlio?

Adesso, per sopravvivere, mi tocca infilzare il mio nemico

sulle tracce consumate di atavici sentieri,

tracce non annientate dal tempo

e proiettate nello spazio infinito di un cielo stellato in una notte d’agosto.

Finalmente potrò riposare dentro una città o dentro un palazzo,

libero di me stesso,

libero e felice nella mia casa psichica.

Io esco fuori e sono felice di poterti distruggere.

Io mi chiamo David

e vivo in umiltà con me stesso e con il mondo.

Io sono una sola cosa con me stesso,

un’unità con l’esterno e con l’interno.

Felicità è la conoscenza di Dio

esperita tra le candele di una splendida chiesa barocca.

Io non sono felice,

il mio Io è diviso dalla creazione del mondo

ed elabora sempre ambigue strategie psico-politiche.

Io devo combattere per inerzia,

altrimenti non so cosa fare di un’aggressività banale

che oltretutto non possiedo nella radice.

Attendendo il nemico,

farò una passeggiata lungo il Piave,

accontentandomi del cadavere di un qualsiasi imbecille,

curando di non assorbire nelle mie vene

l’urina ancora fresca di una pantegana

che spappola il pancreas e il fegato degli incauti pescatori

di povere trote e non di uomini.

E io guardo,

io intanto guardo le coppiette vezzose di sesso dietro i salici

senza trovare la forza d’inventare un progetto tutto mio.

Da buon guardone,

di questa scena farò un quadro a olio.

Ci metterò un bambino e una fontana,

quel drago e quella strega

che non ho mai provato a combattere

per sentirmi vivo.

In una surreale fantasmagoria di simboli

illuminata di presente e di passato,

di presente e di futuro,

io,

io resto ancora tenacemente prigioniero di un indefinibile “non saprei”.