IN NOME DELLA PIA

In un letto di spine spinate giace la Pia.

E’ appena caduta dalle mura del maniero di Nello dei Pannocchieschi,

in quel Castel di Pietra,

in Maremma,

un castello arcinoto per i suoi fantasmi in ghingheri bianchi e neri.

Ricordati di me che son la Pia,

Siena mi fè,

disfecemi Maremma.

In un letto di fuoco il Sommo poetastro la colse

e la depose sopra la pubblica coscienza

mettendola in versi aulici e proletari,

tanto da far contente la destra e la sinistra.

Quando tornerò nel mondo dei morti,

dopo questo gran paradiso di plastica e di amianto,

appena avrò un minuto di tempo in quella terra,

di te mi ricorderò,

o donna Silvana

dal mento aggraziato e dalle tette grosse,

tu che, insieme alla gracile Francesca da Rimini, girovaghi

nei gironi dei bordelli maltesi dell’Inferno di Dante,

l’amica di Paolo,

la moglie di Gianciotto lo sciancato,

quello che firmava i pizzini di Totò lu curtu

a che più oltre il becco non si metta.

Quando finirà questa cruenta guerra tra maschi e femmine,

tra uomini e donne,

tra mariti e mogli?

Da lì trarrem gli auspici della civiltà e della nuova Armonia.



Salvatore Vallone



Giardino degli Aranci, 28, 10, 2023

MA L’AMORE NO

ATTO PRIMO

Guardando le rose fiorite stamani,

io penso che domani saranno appassite.

E tutte le cose son come le rose

che vivono un giorno, un’ora e non più.

Quanto pessimismo individuale e cosmico!

Quanta sfiga personale e collettiva!

Quale disgrazia incombe su questi uomini di ieri,

su queste donne appassionate e devote,

sempre di ieri cinquanta,

baffute e naturali,

senza trucco e senza inganno,

che si facevano sognare loro malgrado,

che ci facevano desiderare nostro malgrado.

Povere donne e poveri uomini di ieri!

Il Pessimismo è alla Jacopo e alla Giacomo,

alla Arthur e alla Arturo inculato da Zoe la sciancata,

alla Soeren il matto dopo il rifiuto di Regina,

alla Francoise ben parodiata da Catherine,

la sensual garbata partita dianzi per le Langhe infernali.

Tous le garcons e les filles de mon age

hanno tutti qualcuno da amare,

tutti i ragazzi e le ragazze della mia età

fanno insieme progetti d’amore

e la mano nella mano

se ne van piano piano,

se ne van per le strade a parlare dell’amore.

Solo io devo andare sola sola

senza uno straccio di uomo che mi ami.

Allora era così.

Guai a dire uno straccio di donna.

E la Juliette dove la mettiamo?

Tutta vestita di nero la Greco

avec Jean Paul e Simone al Bec de Graz de Paris,

i due menagrami dell’Esistenza filosofica

con le Gauloises eternamente

tra le labbra smunte e ossidate dalla nicotina,

con le dita gialle di impudicizia carnale,

trasgressivi e maledetti in attesa del Rien,

du Rien de rien,

toujours sans regretter rien,

ostinati nel rifiuto dei santi e delle statuette di gesso,

della pittura sacra nelle gallery del boulevard de la Seine.

L’Esistenzialismo è un Umanismo?

L’Essere è veramente il Niente?

Mancava lo Straniero di Albert

per completare l’opera dei Pupi francesi.

Carissimi stramaledetti,

Orlando e Rinaldo e Angelica,

vengo a voi e vi dico che

la Vita non è dolore,

non è angoscia sacra o profana,

la Vita non è una colpa da espiare,

non è un peccato mortale,

non è ubris e tantomeno condanna.

La Vita è alla Orazio,

al carpe diem e alla va in mona.

Tutto è nulla,

ma l’Amore è Tutto e sempre,

l’Amore vincerà sull’Odio,

checchè ne dica Empedocle di Akragas

e le sue quattro radici,

l’acqua, l’aria, la terra e il fuoco,

le sostanze famose di Silvanetta da Barcellona

in quell’alberghetto bordello di Onè di Fonte.

Eppure si desiderava,

ma eravamo i tabù a quadretti di liquirizia pura,

gli eredi di quei fascisti e di quella cultura

che non era morta nel 1943.

Albergava nei nostri cuoricini ignudi

e nelle nostre menti infanti.

Eccome albergava!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 01, 05, 2022

BRUNA E DIA

BRUNA E DIA

O

CANTO DELL’AMORE IMPETUOSO

 

 

Da una sponda all’altra dello stesso mare,

il mare nostrum,

antico e travagliato,

gli Amanti si affacciano,

si sentono,

si cercano,

si trovano,

si chiamano,

si invocano,

chiedono a un buon dio e a una buona dea

di raccogliere i sospiri di una prospera Fortuna,

quella che verrà in cornucopia e in tunica bianca

con i melograni ricchi di chicchi e di nobili virtù,

tanta famiglia nel cammino della vita.

E l’onda delle terre di mezzo,

il Mediterraneo,

scivolando e scivolando verso “il popolo del mare”,

ripete:

Diaaaaaaaaaaa “.

E l’altra onda, insinuandosi, ritorna

e risuona tra “le genti ibride”:

Brunaaaaaaaaaaa ”,

nella ricerca desiderosa del fertile rifugio

e si culla là dove Afrodite ancora oggi

sulle onde del greco mare insidia il Tempo

e impera sul gregge dei figli di Lilith.

E così l’idillio si consumò

e ancora si consuma

finché il mare di mezzo sarà ruffiano

con gli uomini e le donne che si ameranno

veramente amandosi,

come le dee e gli dei

di quell’Olimpo intelligente di quel tempo che fu.

 

 

Salvatore Vallone

poeta contadino

ierofante di Gea e Proserpina

 

 

Carancino di Belvedere, 09, 07, 2022

 

 

CIAO ciao

Ciao donna!

Ciaociao. belladonna!

Ciaociao mariagiovanna!

Ciao papavero indiano!

Ciao oppio dei popoli!

Ciaociao coca!

Ciaociao barbiturico!

Caiociao ansiolitico!

E’ un povero contadino delle Langhe siciliane

che vi scrive per parlarvi,

un uomo modico

che parla con la luna e con il sole quando ci sono,

un sacerdote modesto di Gea

dalle scarpe grosse e dal cervello sopraffino,

un mentecatto glorioso

appena uscito dalla casa dei matti al numero zero,

quella di Stefano il grande e dell’adorabile Valentina,

un uomo che guarda il vuoto davanti

e nel cor e nella mente si spaura,

ma non si sofferma mai sulla strage di se stesso,

non canta mai che era meglio morire da piccoli.

Io voglio vivere

e voglio amarti come dice la Iva,

non quella delle tasse,

la Ivona,

quella tutta carne e ossa di Ligonchio.

Insomma,

io sono quell’Io di dianzi,

di poco fa,

insomma,

quello che vi scrive in tanta benamata malora

per trovar un conforto malevolo,

per trovare una saracinesca finalmente chiusa,

per trovar malagrazia e tormento,

per trovare il numero giusto in questo Lotto nazionale

che deruba i poveri e gli ultimi degli ultimi,

quelli del reddito civitatis et dignitatis,

non i beati della buona novella di Matteo.

Ditemi,

orsù e di grazia,

o creature francescane e sandalate,

chi amerà le donne,

chi in questo nostro mondo amerà le tante donne

del nostro umile quartiere popolano di via Italia in Siracusa,

quelle con le puppe a pera per le pappe dei pippi,

quelle che hanno la quotidianità marxista-leninista

del servire la gente e il popolo,

quelle che non seguono il culto degli idoli

della tribù,

della spelonca,

del foro,

del teatro,

(grazie, sir Francis Bacon),

quelle che si rassicurano dentro il gregge

e trovano sempre di che pensare,

di che vivere,

di che recitare,

di che parlare,

di che crescere insieme a un uomo,

di che scopare per plaisir e pour le peuple,

pour la maison,

pour la Commune de Paris e pour le casinò di saint Vincent,

nonché di Cefalù,

ditemi,

chi amerà le donne

in questo sguazzo di individualisti narcisisti,

in questo guazzetto di furbacchioni esibizionisti,

in questo balletto di trovatori a buon mercato,

in questo siparietto di barzellette clericali,

in questo crogiolo di occupatori di media,

voi ditemi,

per favore e senza arrabbiarvi,

chi amerà le donne

in così funesto esodo del buon gusto sociale

e del buon ragù di una moglie,

quello che cuoce per ore e ore

dentro la pignatta di coccio fiorentino,

quello fatto di carote,

di cipolla,

di prezzemolo,

di aglio,

di sale e pepe,

di una noce di burro alpino,

di una grattata di noce moscata,

di olio d’oliva extra e vergine di Carancino,

di un trito di speck o mortadella di Bologna,

entrambe aromatiche,

di salsiccia sbucciata e sgrassata,

e soprattutto di tanta carne tritata grossolana,

carne carnale,

tanta carne che non basta mai

al cuoco e alla cuoca che vivono non come bruti in tivvù,

ma per cercare virtute e canoscenza,

per seguire i barbari nella loro invasione.

Ora che siamo in mano ai novelli babbalubba,

vi giunga disperato il mio richiamo del mondo che verrà

e l’auspicio di un paninazzo con la soppressa de casada,

di un piattazzo rosso di macaroni

da consumare a Roma in Trastevere in ricordo di Albertone

o in Campo dei fiori, sempre a Roma, in ricordo di Giordano,

il cagnaccio spellacchiato arrostito dagli osannati papi.

Cave televisionem,

quam minimum credulae ai saltimbanchi

e agli esibizionisti nella città dei crisantemi,

dove un geranio si contrabbanda per una mimosa,

dove si ritrova il popolo ridente post covidum natum.

Siamo tutti unici,

mie care,

lo dice Max Stirner nell’Unico e la sua proprietà,

un libro troppo assurdo per essere pericoloso,

lo dice Sigmund Freud nell’Io e l’Es,

un libro troppo avanti per essere magico,

lo dice Salvatore Vallone nel suo blog,

un sito troppo stupido per essere semplice.

Ditemi anche voi,

creature francescane e sandalate,

ditemi orsù e di grazia e ancora senza arrabbiarvi,

chi amerà le donne.

Per sempre vostro,

mi firmo e mi sigillo in ceralacca con il naso,

tocco di punta e di squincio,

Cyrano de Bergerac.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere 06, 02, 2022


RIATTRAVERSANDO ORAZIO

DIECI POESIE D’AMORE E DI MORTE

Epodo XIII

Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose
e una bufera di neve ci travolge.
La tramontana sibila tra gli alberi e sopra il mare.
Prenditi,
o amico mio,
tutto quello che la vita ti dà e,
se ancora le forze decorosamente ti sostengono,
non angosciarti al pensiero della vecchiaia.
Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato
e non parlare d’altro.
Forse,
con il mutare della sorte,
un dio volgerà tutto verso il meglio.
Adesso non rimane
che profumarci di essenze orientali
e allontanare dal cuore con la musica l’angoscia del domani.
Queste sono le parole di Chirone,
il suo congedo per Achille:
“Giovane invincibile,
nato mortale da una dea,
la terra di Assaraco,
solcata dalle acque rapide e gelide del Simoenta e del torrente Xanto,
ti attende.
Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno
e neppure tua madre,
azzurra come il mare,
potrà ricondurti in patria.
Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,
la fugace tenerezza di un conforto
all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

Ode I, 5

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

Ode I, 23

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

Ode I, 11

Carpe diem

O Leuconoe,
non chiedere anche tu agli dei
quale destino hanno riservato alla nostra vita
perché è impossibile saperlo
e sarebbe come ricercare un senso logico
nei calcoli astrali dei Caldei.
Credimi,
è meglio rassegnarsi,
sia se Giove ci concede ancora molti inverni
e sia se l’ultimo è proprio questo
che infrange le onde del mar Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci bene!
Versati un po’ di vino
e soltanto per un breve tempo
concediti l’illusione di una speranza.
Mentre noi parliamo,
il tempo impietosamente è diventato passato.
Godi l’attimo
e non affidarti assolutamente al domani.

Ode I, 9

Inverno

Guarda la neve che imbianca tutto
il Soratte e gli alberi che gemono
sotto il suo peso, guarda i fiumi rappresi
nella morsa del gelo.

Sciogli questo freddo, Taliarco,
e metti legna, tanta legna nel focolare;
poi senza alcun calcolo versa il vino vecchio
dall’anfora sabina.

Lascia il resto agli dei: quando placano
sul mare in burrasca la furia dei venti,
non trema più nemmeno un cipresso,
un frassino cadente.

Smettila di chiederti cosa sarà domani
e qualunque giorno la fortuna ti conceda,
segnalo tra quelli utili.
Se ancora lontana è la vecchiaia fastidiosa

dalla tua verde età, non disprezzare, o giovane,
gli amori teneri e le danze.
Ora ti chiamano l’arena, le piazze e i sussurri lievi
di un convegno alla sera;

il riso soffocato che ti rivela l’angolo
segreto dove si nasconde il tuo amore;
il pegno strappato da un braccio
o da un dito che ancora e resiste appena.

Ode II, 3

La morte è spietata

Ricordati di conservare serena la mente nel dolore
e lontana da un’allegria sfrenata nella fortuna:
ricordati, Dellio, che verrà la morte.

Che tu viva sempre nella tristezza
o che in ogni giorno festivo,
sdraiato in un campo solitario,
tu goda del vino più vecchio.

E un pino smisurato, un pioppo bianco
s’ingegnano a intrecciare l’ombra accogliente
dei rami? E l’acqua scorre
fuggendo irrequieta in un ruscello tortuoso?

Vedi che ti portino i vini, i profumi,
il fiore elegante e troppo effimero della rosa,
se la sorte, l’età e il filo oscuro
delle tre sorelle lo concedono.

Dovrai lasciare ciò che possiedi: i pascoli,
la villa che il Tevere biondo lambisce,
la casa, tutto. L’erede si godrà
ogni ricchezza che hai accumulato.

Che tu sia nato ricco da famiglia reale
o povero da gente oscura
e senza un rifugio, non importa.
La morte è spietata.

Siamo destinati tutti a un luogo, tutti
il destino, che si agita nell’urna,
ci attende un giorno sulla barca
per l’esilio eterno.

Ode II, 14

Rapidi fuggono gli anni

Ahimè, o Postumo, rapidi fuggono gli anni
e non c’è preghiera
che ti eviti l’aggressione delle rughe,
gli insulti della vecchiaia, il confronto con la morte.
Anche se t’illudessi per tutta la vita,
o amico mio, di strappare una lacrima a Plutone
con infinite e continue offerte,
ricordati che fra le sue onde di tenebra incatena
esseri incredibili come Gerione e Tizio,
quelle onde che chiunque viva su questa terra,
dal più povero al più potente,
è destinato a navigare.
Non serve evitare i rischi della guerra,
le scogliere dove s’infrange il rumore del mare;
non serve difendersi ogni autunno
dai venti che corrodono le ossa.
Credimi!
Conosceremo il fiume della morte,
il suo vagare inerte e opaco,
conosceremo le figlie maledette di Danao
e Sisifo incatenato per sempre alla sua pena.
Lasceremo i campi,
la casa,
la donna che amiamo e degli alberi che ora coltivi
nessuno,
se non questo cipresso odioso,
seguirà un padrone così effimero.
Il tuo erede, meno sciocco, si berrà
il Cecubo che difendi con cento chiavi
e di quel vino generoso,
più che nelle cene dei pontefici,
bagnerà la terra.

Ode III, 1

Odio il volgo profano

Odio il volgo profano e lo respingo.
Tacete!
Io, sacerdote delle Muse,
canto alle vergini e ai giovinetti carmi mai prima uditi.
E’ proprio dei re terribili il potere sui loro popoli,
ma è proprio di Giove il potere sugli stessi re,
Giove famoso per la vittoria sui Giganti,
che muove tutte le cose con le sopracciglia.
E’ come un uomo che dispone le sue viti nei solchi
per un tratto più vasto rispetto a un altro uomo,
è come che uno scenda in campo come candidato più nobile
e migliore per i costumi a contendere
questa sua forza con la moltitudine dei clienti.
La Necessità con giusta Legge
trae a sorte i grandi uomini e gli umili;
l’urna capace agita ogni nome.
A colui al quale pende sull’empio capo la spada sguainata
non daranno dolce sapore le vivande siciliane,
né il canto degli uccelli e della cetra riporteranno il sonno:
il sonno placido degli uomini agresti
non disdegna le umili case e l’ombrosa riva,
né la valle di Tempe agitata dagli zefiri.
Chi desidera solo quanto gli basta
non è reso ansioso né dal mare tempestoso,
né dalla furia selvaggia di Arturo quando tramonta
o dei Capretti quando sorgono,
né dal podere bugiardo della vigna colpita dalla grandine,
mentre gli alberi danno la colpa alla pioggia
o agli astri o agli inverni rigidi che bruciano i frutti.
I pesci sentono restringersi le distese marine
per i macigni gettati in mare: ora l’imprenditore
fa calare pietrame dagli schiavi
come se fosse il signore superbo della terra.
Ma il Timore, le Minacce seguono nello stesso modo il signore,
né si allontana il nero Affanno dalla trireme ornata di bronzo,
ma siede in groppa dietro di lui.
A chi è dolente, né il marmo frigio,
né l’uso di porpore più splendenti delle stelle
solleva la sua angoscia, né la vite Falerna
o l’unguento orientale degli Achemenidi.
Perché dovrei costruirmi un alto palazzo
dagli stipiti degni di invidia o secondo la nuova moda?
Perché dovrei cambiare la valle sabina, la casa,
con le ricchezze che sono causa di maggiori fatiche?

Ode IV, 7

Pulvis et umbra sumus

Le nevi si sciolgono,
i campi ritornano verdi,
le chiome degli alberi rifioriscono;
muta volto la terra,
i fiumi rientrano negli argini.
La Grazia con le Ninfe
e le sorelle gemine ardisce nuda
condurre a danza il coro.
Non sperare in eterno,
ti dice,
l’anno e l’ora che il giorno rapisce.
Il vento di Zefiro è mite;
l’estate,
che dovrà pure morire,
calpesta la primavera;
e appena l’autunno ha versato i suoi frutti,
ricorre la bruma, inerte.
Ma le fasi lunari veloci
riparano i danni del cielo:
e noi,
una volta scesi giù dove stanno il padre Enea
ed Anco e Tullo ricco,
polvere siamo e ombra.
E’ ignoto
se gli dei aggiungano il domani ai tuoi giorni.
Tutto quello che avrai negato al tuo animo
cadrà nelle mani avide dell’erede.
Scomparso che tu sia ed abbia udito
il decreto solenne di Minosse,
non potrà la facondia,
o Torquato,
non la tua origine,
né la tua religione
ridonarti alla vita.
Diana non può liberare
dall’ombra il casto Ippolito,
e Teseo tenta invano
di spezzare all’amico Piritoo le catene di Lete.

Ode III, 30

Io non morirò del tutto…

Ho innalzato un monumento più resistente del bronzo,
più alto della regale mole delle piramidi
e non potranno mai demolirlo
la pioggia battente
o la furia
del vento Aquilone
o la lunga serie degli anni
o il trascorrere fugace delle stagioni.
Io non morirò del tutto,
ma molta parte di me sfuggirà a Proserpina.
Nella lode dei posteri io crescerò sempre di nuova vita,
finché il pontefice salirà al Campidoglio
accompagnato dalla silenziosa vergine.
Là dove ancora l’Ofanto strepita con violenza,
là dove Dauno ha regnato su terre aride
e su genti agresti,
di me si dirà
che mi sono riscattato da umili natali nobilitandomi
e che per primo ho adattato ai versi italici
il carme eolico.
Fai tua,
o Melpomene,
la superbia del merito
e incorona
la mia fronte con l’alloro di Delfi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 11, 04, 2021

VOCI DI DONNE

Tutto il mio tempo,
tutto,
aperto ai flutti delle mie parole.
Entro nel mare della mia forza generativa
assieme a ogni donna degna dei miei versi
e ieri o oggi sono solo semantica.
Siamo eterne vergini suicide,
sognate e sognanti,
addormentate al suono di una canzone d’amore.
Rifletto la mia ombra dentro di noi,
cerco l’opposto e trovo uno specchio,
un continuo desiderio di fuga mi distrae.
Lo spirito irrequieto della libertà serpeggia nel labirinto delle mie vene
e tutto è perduto
e riavuto
e ripetuto nel mio incessante bisogno di conquista.
Per me è sempre amore,
solo amore,
un ossimorico splendore del desiderio.

Sabina

Trento, 20, maggio, 2021

IL SONNO & IL SOGNO

Sonno.

Leggero o profondo,

immagine della fatal quiete o panacea di tutti i mali,

a me tu caro vieni

e naufragar mi è dolce nel tuo ambiguo mare.

Sonno.

Leggero ed evanescente,

nuvola ovattata di fumo bianco

quando il fumo è bianco e dilata gli occhi,

battito rapido di ciglia solerti di madre

quando il figlio è in croce,

palpebre che si muovono

come i cavallucci delle giostre paesane

quando la festa del patrono ha un santo da gabbare.

Sonno.

Profondo e senza sogni,

senza neanche quel qualcosa che è il nulla,

quando c’è quel qualcosa di vuoto

e la percezione è assente,

come la lettera del fante Antonino Mamo

mai pervenuta alla madre dolente dal fronte russo

nella borgata antica della città vecchia

in quel funesto e nero 1944.

Sogno,

sogno che apri le profondità della Vita

alla visione dell’Essere e del Non Essere,

sogno che scuoti e percuoti le radici sfibrate,

come il Libeccio sui vetusti ulivi

quando l’ulivo è antico e carico di consumati inverni.

Sogno,

tu che fai dormire il corpo

per svegliarlo alla meditazione potente

seguendo una scorciatoia

che porta alla metamorfosi interiore,

dalla consubstanziazione alla transubstanziazione,

insieme al Maestro.

Mosè,

Budda,

Socrate,

il Giudeo,

Muhammad,

Arthur,

Karl,

Sigmund,

Friedrich,

Joshif,

Benito,

Adholf,

Palmiro,

Giulio,

Bettino,

Silvio,

Diego Armando,

i Mattei,

Salvuccio Lagrange,

Balduccio Sinagra…?

No, grazie!

E allora?

Allora Lilith,

Saffo,

Santippe,

Ecuba,

Andromaca,

Elena,

Maria,

Lucrezia,

Agrippina,

Lesbia,

Artemisia,

Gaspara,

Vittoria,

Marie,

Teresa,

Grazia,

Rita,

Margherita,

Tina,

Juliette,

Monica,

Nilde,

Indira,

Alda,

Anna,

Melania,

Elsa,

Dacia,

Natalia,

Matilde,

Liliana,

Lina,

Emma,

Mariangela,

Lalla,

Lella,

Lilli,

Marianna,

Ada,

Titina,

Sofia,

Brigitte,

Marguerite,

Iolanda,

Gabriella,

Elena,

Fabiola,

Lucia,

Agata,

Caterina,

Sabina,

Maruzzella,

Beatrice,

Stefy,

Erica,

Varna,

Vega,

Antonietta,

Margaret,

Alessandra,

Chiara,

Diletta,

Antonella,

Ilaria,

Malala,

Greta…

Concetta Giudice?

Sì, grazie!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 03, 2021

A PROPOSITO DI FEMMINICIDIO…

A proposito di “femminicidio” mi ricordo che

correva l’anno1953 dentro l’umida isoletta di Ortigia.

Quella sera di Gennaio un malefico Libeccio infilzava la viuzza dedicata a Claudio Mario Arezzo, un letterato umanista siracusano che contro Bembo sosteneva l’importanza del dialetto siciliano rispetto all’aulico toscano.

Mia sorella Francesca, detta Franca, che sin d’allora era dispettosa e vezzosa come una scimmia, in quella sera di quell’anno e in quel posto mi dimostra la sua bravura fermandosi all’improvviso e leggendo su una lastra di calcare la seguente iscrizione.

“Candido giglio reciso

nel fiore della sua giovinezza

dalla furia omicida

di un bieco assassino”

Il “candido giglio” si chiamava Giovanna Borgia, detta Nannina, e nel 1947 contava soltanto 19 primavere. Era bionda e portava i capelli a coda di cavallo.

Era fidanzata con Santo Agnello, detto Santino, di anni 22, rampollo della Siracusa bene in quel misero dopoguerra.

In un soleggiato pomeriggio di Aprile Giovanna, celiando con Santino che le chiedeva un appuntamento per la sera, aveva graziosamente risposto che era già impegnata con un bell’uomo.

Voleva essere il complimento traslato di una donna innamorata e, invece, fu la sua condanna a morte.

Accecato dalla maledetta gelosia e angosciato dall’immane senso di perdita, Santino si armò di rivoltella e consumò le sue assurdità psichiche sul corpo procace di Giovanna.

Si celebrava il capolavoro estremo di madri fredde e di padri fascisti.

Questa è la tragica storia d’amore di Santino e di Giovanna.

Io ho imparato a leggere nel 1954 e sono ritornato senza la dispettosa sorella a cimentarmi nella lettura di quella lastra di calcare anche per capirne il significato.

Quel giorno la stradina dedicata al povero umanista, un budello lastricato di lava che scende verso la Marina, era infilzata da un sole in tramonto che illuminava di sinistra luce rossastra la barocca iscrizione.

Sono riuscito a leggerla correttamente senza capire un bel niente.

Rassegnato ho chiesto alla mia sorella intelligente e istruita il significato di quelle parole, di quei versi, di quella poesia, di quella storia da cantastorie.

Mia sorella, malefica come il Libeccio, mi ha detto che si trattava di un necrologio, addirittura un necrologio.

Mi ha preso a manina e mi ha portato da via Savoia numero n° 15 in via Claudio Mario Arezzo al numero 52, ha letto e riletto con enfasi da teatro greco i versi, mi ha fatto leggere il macabro insieme e alla fine mi ha raccontato la storia.

Ricordo che quel giorno il vento si chiamava Tramontana, era freddo e soffiava da Nord: il giorno dopo l’ennesima bronchite si era accanita sui miei venti chili di ossa e cartilagine.

Santo Agnello, detto Santino, era figlio di un valente oculista e studiava medicina all’Università di Catania.

Fu processato nei diversi gradi dalla Corte d’Assise della città dove studiava e fu condannato all’ergastolo.

Cambia scena e cambia registro.

Correva l’anno 1950 e il bambino Vincenzo Grillo, destinato a essere sentito Bucaleddru, inciampava e cadeva sull’acuta scogliera davanti al carcere barocco di Ortigia. Il sangue usciva copioso dal suo piede sinistro. Il fratello Salvatore, detto mangiatorrone, lo prese in braccio e lo portò presso l’infermeria del carcere, detto la casa con un occhio.

Il bambino Enzuccio fu curato dal detenuto infermiere Santo Agnello, detto Santino, un uomo destinato a non vedere la luce della libertà e della ragione.

Crescendo anche Vincenzo Grillo, ormai saputo come Enzo Bucaleddru da coloro che gli volevano bene, ha conosciuto la tragica storia di Santino e di Giovanna e da poeta decadente ha posto su carta di papiro i seguenti versi.

“Si può in un sol baleno fare cose

che in eterno cangiare non si puote.

Tutta una vita a pensare a un lampo accecante

che toglie agli occhi ogni altro bagliore,

senza lasciare all’angoscia

né pausa, né spazio alcuno.

Ciò ch’io vidi nei suoi occhi fissi

era sempre l’imago che menò,

sempre esitante, nel pensiero.

Mi dissero che puerili gesta,

“bum bum”, “bum bum”,

erano da libero nella sua mano senile.

Eppur sicuro operò sul mio arto ferito,

perché sollievo provai dalle sue cure.”

Santo Agnello, detto ancora Santino, fu graziato dalla pietà umana nell’anno 1995. Dopo quarantacinque anni di reclusione e in piena follia fu restituito a coloro che erano rimasti e che ancora gli volevano bene.

Dicono di lui che girava per le stradine umide di Ortigia sempre al tramonto, con il Libeccio e con la Tramontana, con il Grecale e con lo Scirocco, e che, quando passava per via Claudio Mario Arezzo, gridava “bum bum” alzando la mano destra e componendola a mo’ di rivoltella.

Era follia o era verità?

Santino è morto d’inedia e nella dimenticanza collettiva.

Una mente acuta e una mano pietosa hanno rimosso la lapide calcarea di via Claudio Mario Arezzo, sempre al numero 52, e al suo posto hanno posto questa modesta preghiera, scolpita in opaco e ruvido marmo.

“Gesù e Maria,

accogliete tra i vostri martiri

colei che qui trovò la fine

al suo calvario.”

Ero un bambino quando ho saputo del “femminicidio” e quella fu la mia prima volta.

Da adulto ho anche pensato che nel Codice penale di allora figurava il delitto d’onore.

Era il Codice fascista a firma del guardasigilli Rocco, ancora in vigore nell’Italia repubblicana degli anni ‘70.

Da questo ricordo il passo all’attualità, ancora tragica, è naturale.

Ripropongo

DONNE !

ATTENTE AL LUPO !

Il titolo sembra carico d’ironia, ma è di una verità sconcertante che si andrà assodando cammin facendo.

Mi è stato chiesto da alcune donne di chiarire e di approfondire le norme che “Psiconline” aveva pubblicato in occasione della giornata contro il “femminicidio”.

Ho accolto di ben grado questa richiesta e ho formulato una Prognosi puntuale e allargata per consentire alle donne una migliore comprensione della situazione in cui si possono trovare loro malgrado.

Comincio fissando una serie di norme psichiche da ben valutare e a cui attenersi qualora si viene in contatto non soltanto con la dura situazione di poter subire violenza da parte di un uomo o del proprio uomo, ma nell’altrettanto dura situazione di cominciare a prender atto che nella psicodinamica individuale del vostro uomo e, di conseguenza, nella vostra psicodinamica di coppia si verificano fenomeni specifici che esulano da quella che fino a ieri era la vostra normalità, una degenerazione del rapporto di coppia.

Ignorare non è ammissibile alla luce dei tragici eventi e delle drammatiche statistiche che quotidianamente vengono fornite alla pubblica coscienza e alla pubblica opinione.

Affinché non si rimuovano per difesa queste tragiche realtà e questi incresciosi dati, contribuisco a divulgare una

PROGNOSI PSICOLOGICA

per le donne e per tutti gli uomini di buona volontà. A questa seguirà un’adeguata “prognosi” anche per gli uomini, gli attori coinvolti nel tragico fenomeno, e in conclusione anche per i figli intrappolati nelle riottose psicodinamiche di mamma e papà senza avere gli strumenti emotivi e razionali per capire.

  1. Mettere fra parentesi i sentimenti e non minimizzare la gravità della situazione: meglio esagerare piuttosto che essere ammazzate.

La freddezza emotiva si ottiene con la sospensione dell’affettività e con il momentaneo disinvestimento psichico sul vostro uomo per valutare al meglio voi stesse e la situazione di coppia, cercando di essere, per quanto possibile, oggettive. La realtà psichica in atto è più importante della sfera sentimentale e affettiva. Questa sospensione affettiva è temporanea e non significa non voler più bene al vostro uomo. La riduzione emotiva amplia la comprensione razionale della situazione.

Esemplificazione: “ma chi è quest’uomo che penso di amare e con cui ho scelto di vivere e di far famiglia?” o “Mi trovo in una situazione pericolosa e sto rischiando troppo!” o “Non l’avevo mai visto così!” o “E se esce fuori di testa e mi ammazza?”

  1. Non essere fataliste e non attendere il miracolo del “tutto passa e tutto si risolve”. All’incontrario bisogna agire con freddezza, cautela e intelligenza.

Il “fato” o “destino” non esiste di per se stesso, ma esiste nella testa degli irresponsabili, nelle fantasie dei poeti, nei bisogni religiosi. Tanto meno i miracoli! I santi hanno altro da fare e non si curano dei fatti umani, tanto meno delle miserie. “L’uomo è arbitro del proprio destino”, quindi i nostri pensieri e le nostre azioni dipendono esclusivamente e soltanto da noi. Di fronte alle emergenze psichiche e relazionali necessita freddezza logica ed emotiva nel valutare e decidere, cautela nel dire e nel provocare, intelligenza nel fare e nel prevenire.

Esemplificazione: mai pensare o dirsi “Doveva andare così.” o “Lo sapevo

e me lo merito!” o “Se avessi ascoltato mia madre o mio padre, non mi

troverei in questa situazione” o tanto meno “Bisogna solo attendere che lui

si renda conto di quello che ha detto e che ha fatto” o “Cambierà con il

tempo”. Mai colpevolizzarsi perché il senso di colpa peggiora la situazione

psichica in cui vi trovate e riduce la lucidità mentale. Meglio aver paura e

dirsi “Le cose stanno così, mi ha fatto male e mi fa paura” per cui “Devo

ben valutare la situazione in cui mi trovo” e “Non devo provocarlo, ma devo

capire fino a che punto può arrivare quando è in crisi” e “Nelle situazioni

pericolose è meglio cercare aiuto, piuttosto che stare da sola con lui”.

  1. Superare il pudore e comunicare il disagio in sul primo manifestarsi alle persone che ritenete degne di voi, di capirvi e di potervi aiutare.

Non chiudetevi in uno splendido isolamento, perché da sole non ce la potete fare. E’ importante capire che da sole non venite fuori da queste difficoltà soltanto perché si tratta di novità terribili alle quali non siete educate. Fidatevi e affidatevi! Il senso del pudore appartiene alla vostra adolescenza. Oggi bisogna comunicare al più presto il disagio che voi stesse non riuscite a capire appunto perché non lo avete mai vissuto.

Calibrate bene le persone giuste e degne di ascoltarvi e di consigliarvi. In un primo tempo si tratterà di persone che immancabilmente vi vogliono bene e che hanno un rapporto affettivo con voi.

Esemplificazione: “E adesso a chi lo dico? Mi vergogno e poi io sono orgogliosa! Come faccio a dire a qualcuno delle cose così intime e personali?” o “I fatti miei sono soltanto miei!” o “Sono sola e non posso dirlo a mia madre o alla mia migliore amica o tanto meno a mio padre. Non capirebbero! Magari mi rimproverano e mi danno la colpa di quello che sta accadendo o pensano che ho esagerato e che sono paranoica.” o “Meglio attendere e vedere come si sistema la storia.” Invece bisogna dirsi semplicemente “Vado, dico e valuto cosa mi dice quella persona su cui posso contare e di cui posso fidarmi” o “Ho bisogno di proteggermi e di essere protetta.”

  1. Non cedere assolutamente all’onnipotenza del farcela a tutti i costi e da sole.

Attente all’onnipotenza! E’ una brutta bestia e una pericolosa compagna di viaggio in qualsiasi circostanza e soprattutto in questa. Liberatevene subito! Meglio pensarsi impotenti e incapaci e anche ignoranti, piuttosto che ritenersi al di sopra del padreterno! L’onnipotenza è il sintomo di una grave psicopatologia e allora proprio in questa circostanza non potete ammalarvi o reagire alla follia del vostro uomo con la vostra lucida follia. Dovete tutelarvi dalla tentazione di farcela a tutti i costi e da sole soltanto perché in certi momenti vi sentite capaci di capire, di reagire e di controllare. Quello che vi sta succedendo esula dalle vostre capacità intellettive semplicemente perché si tratta di una malattia mentale grave del vostro uomo.

Esemplificazione: “Io sono forte e ce la farò da sola!” o “Ne ho superate difficolta ben più gravi di queste!” o “I miei mi hanno sempre detto e insegnato a cavarmela da sola e io sono cresciuta senza aver bisogno di nessuno! o “In ogni modo io ne vengo fuori”.

  1. Affidarsi a un Centro o a un Ente preposti al caso e non chiudersi in se stesse. Il primo supporto psicologico e psicoterapeutico lo trovate in queste strutture.

E’ necessario rivolgersi a una struttura specializzata nell’aiutare nella massima riservatezza le donne che si trovano in queste situazione di crisi e di emergenza. Questo non significa che da questo momento in poi dovete agire in tutto e per tutto come gli specialisti vi suggeriscono. Dovete sempre mantenere lo spirito critico perché soltanto voi potete valutare adeguatamente la situazione in cui vi trovate. Voi dovete comunicare il disagio o il pericolo e ascoltare cosa vi suggeriscono. Dovete soltanto riflettere e meditare sulle conoscenze acquisite e sui suggerimenti che vi hanno dato. State accrescendo la vostra consapevolezza. Questo obiettivo è importantissimo e determinante. Questa è la vostra salvezza! La “coscienza di sé” è la vostra terapia d’urgenza. Di poi, quando sarà passata la tempesta, penserete ad altre terapie per la vostra salute mentale e per il vostro equilibrio psicofisico fortemente turbato.

Esemplificazione: “Devo chiamare e poi chissà cosa mi dicono.” o “E se

non capisco e non so fare quello che mi dicono?” “Ma sono sicura che

questi ne capiscono qualcosa?” o “Ma questi mi possono capire o sono

lì tanto per lavorare e di me non gliene frega un bel niente?” Invece

bisogna scattare in questi termini “Datemi subito un appuntamento perché

mi trovo in difficoltà.” o “Da sola non ce la faccio” o “Non ce la faccio più!

Ho bisogno di essere aiutata, ho bisogno di sapere e di capire subito.” o

“Mi trovo in una situazione complicata e terribile”.

  1. Non lasciarsi suggestionare da promesse tipo “non lo faccio più, perdonami”. Considerate adeguatamente le minacce e specialmente le più sottili, quelle psicologiche. Considerate adeguatamente i comportamenti intimi e specialmente quelli sessuali. Considerate adeguatamente la misoginia, odio verso le donne, i comportamenti sociali e l’estremismo politico. Considerate la qualità della relazione con la madre.

Non siete chiamate a giudicare nessuno, tanto meno ad assolvere o a condannare. Dovete soltanto guardare i fatti in maniera nuda e cruda.

Esemplificazione: “Mi ha fatto male e mi ha fatto paura” o “Mi ha detto che mi ammazza.” o “Mi ha detto di tacere perché non capisco niente.” o “Mi ha ricattato e mi ha minacciato” o “Mi ha detto di non dire niente a nessuno.”

Per quanto riguarda le tante promesse, non lasciatevi assolutamente

impietosire e non aderite alla richiesta di dargli ancora fiducia. Il male

subito non si può convertire in bene e tanto meno si può sublimare come

una sofferenza in vita che apre le porte dei cieli. Non avete bisogno del

paradiso, ma soltanto di valutare l’inferno in cui vi trovate e di uscirne fuori

al più presto. Raccomando sensibilità alla minaccia “Ti ammazzo!” Non è

un semplice modo di dire. E’ molto grave a livello umano, ma è

pericolosissimo a livello relazionale, oltre al fatto importantissimo che

disocculta una grave psicopatologia.

Per quanto riguarda la vita intima e sessuale valutate la “sindrome del

lupo e dell’agnello”, i comportamenti fortemente aggressivi e gli

atteggiamenti infantili e filiali del vostro uomo nei vostri confronti. Questa

drastica oscillazione tra l’essere tenero e indifeso e l’essere brutale e

perverso attesta di un’organizzazione psichica molto fragile che può

esplodere da un momento all’altro nella perdita dell’autocontrollo e del

“principio di realtà” se non è contenuta dai meccanismi di difesa.

Se il vostro uomo sessualmente manifesta interesse morboso verso i

rapporti anali e non genitali, se il vostro uomo esprime la sua “libido”

secondo pulsioni sadomasochistiche, se il vostro uomo si autocompiace

narcisisticamente e non vi riconosce come persona da amare, se il vostro

uomo riconosce e adora soltanto se stesso come unica e vera realtà, se

riscontrate tratti di questi comportamenti e di queste tendenze potete

certamente preoccuparvi della situazione rischiosa in cui vi trovate e potete

prospettare una psicoterapia individuale per il vostro “lui” o di coppia per

porre intanto il problema allo specialista e avere una migliore

consapevolezza della situazione in cui, vostro malgrado, vi trovate.

Bisogna ancora valutare l’aggressività intima e sociale che il vostro uomo

esterna nelle parole o nei fatti durante la vita quotidiana. In particolare se

viene fuori con espressioni del tipo “li ammazzerei tutti” o “meritano di

morire” o “ci vorrebbe la pena di morte” o “bisogna farli fuori” e similari

soluzioni su fenomeni sociali in atto.

Valutate ancora la “misoginia” del vostro uomo, il sentimento

dell’odio, consapevole e non, che esterna nei confronti delle donne, il

concetto negativo che ha sull’universo femminile, lo schema culturale

materialistico e arretrato che ha inscritto nella sua interiorità.

Esemplificazione: “Le donne sono tutte uguali.” o “A cosa servono le

donne? Solo per far sesso!” o “Le donne devono essere soltanto

bastonate.” o “Le donne sono esseri inferiori.” o semplicemente “Tutte

troie!”.

In conclusione bisogna valutare il tipo di rapporto che il vostro uomo ha

con sua madre. Se esterna una relazione ambigua di amore e odio, di

dipendenza e autonomia, di accettazione e rifiuto, se manifesta un legame

ambiguo di fusione e distacco, di premura e rabbia, se manifesta una

pulsione di morte verso questa figura a suo modo sacra. In tal modo potete

avvalorare la convinzione di avere vicino una persona notevolmente

contrastata e conflittuale che versa in uno stato psichico “limite”, ai bordi

tra la nevrosi e la psicosi, tra la normalità e la follia.

  1. Convincersi che la psicodinamica dell’uomo violento ha radici lontane ed è una psicopatologia grave non legata alla vostra azione e tanto meno alla vostra responsabilità.

E’ importante e determinante acquisire la ferma consapevolezza che il vostro uomo ha una storia esistenziale e psicologica che voi avete in pieno, nel bene e nel male, ereditato. La “formazione psichica reattiva”, il carattere, del vostro uomo non è dipesa da voi. In nulla avete contribuito alla sua prima formazione psichica e alla basilare evoluzione psicologica. State raccogliendo quello che altri hanno seminato, state subendo le conseguenze nefaste di una formazione psichica altamente critica e conflittuale. Siete il capro espiatorio di altri bisogni di affermazione e di altre vendette. Le radici violente del vostro uomo risalgono alla sua prima infanzia, tecnicamente alle “posizioni orale e anale” e alla mancata risoluzione del legame con i genitori e in special modo con la madre. La psicopatologia è grave perché ha origini lontane e risale al tempo in cui l’Io, la vigilanza e l’autocontrollo erano ancora in formazione. Semplificando: il vostro uomo regredisce a quelle posizioni psichiche, vi confonde con la madre e diventa veramente pericoloso per la sua donna.

Valutate anche i costumi e i gusti sessuali del vostro uomo, il

comportamento nei riguardi del vostro corpo e della vostra persona, le

propensioni narcisistiche, la violenza giustificata con la pulsione sessuale,

le fantasie e i giochi erotici, la qualità globale della relazione, la remissività

del bambino che contrasta con la violenza dell’uomo adulto. Valutate la

gelosia e le pulsioni ossessive, la paranoia e le compulsioni, la necessità di

fare determinate azioni per sentirsi meglio.

Esemplificazione: “Non sono io che lo provoco e gli scateno la crisi di

nervi.” o “Quando dà in escandescenze, non lo riconosco. E’ tutta un’altra

persona!” o “Sembra una bestia quando si arrabbia. Ha uno sguardo

terribile e gli occhi sono di ghiaccio.” o “Mi guarda e sembra che non mi

riconosce.”

  1. Essere fermamente consapevoli che non potete aiutare chi ha soltanto necessità di curarsi.

Alla luce di quanto avete capito di voi e della situazione in cui vi trovate, potete abbandonare l’onnipotenza terapeutica e la vostra pulsione materna di aiutare e perdonare chi ha tanto sofferto da bambino. Abbandonate la pulsione della buona samaritana o della prospera infermiera. Voi non siete valenti psicoterapeuti e tanto meno esperti psichiatri, voi siete la parte lesa e, vostro malgrado, la parte in causa senza aver in nulla contribuito a tanto marasma psichico. Ricordate che il medico pietoso procura cancrena nella ferita. E allora valutate la necessità della psicoterapia e di un lungo periodo di cura per ripristinare un equilibrio corretto nel vostro uomo in coppia e in famiglia.

Esemplificazione: “Non posso far nulla per te. Io posso soltanto accompagnarti in questo tragitto terapeutico.” o “A mia volta posso farmi aiutare a capirmi e a capirti. Devo anche superare i traumi inferti dalla tua malattia.” o “Ci vuole qualcuno che ragiona in questa situazione e questo qualcuno meno male che sono io.”

Questo punto è importantissimo: il vostro uomo è malato, ha una psicopatologia grave anche se non si vede sempre e soprattutto anche se oscilla tra la violenza e la remissività. Quest’ultimo sintomo è la ineccepibile prova della malattia: il lupo e l’agnello, la crudeltà del primo e l’innocenza del secondo.

  1. Per rafforzare la vostra azione difensiva, considerate l’importanza di evitare traumi ai vostri figli. Considerate che anche loro possono essere vittime della follia omicida di un padre tralignato in bieco assassino a causa della sua malattia.

I figli sono da tutelare in ogni senso, dal versante psichico al versante fisico. Passate dal vostro giusto amor proprio e dalle vostre adeguate difese alla necessaria difesa dei vostri figli. Pensate di essere massimamente nel giusto. Recuperate il senso ancestrale della maternità, la legge neurovegetativa del sangue, quell’istinto che ancora è presente dentro di voi e che avete scoperto nel momento successivo al travaglio e al parto. In questo modo acquistate quella forza che eventualmente vi manca in così grande emergenza. La psicopatologia del vostro uomo non riconosce nei suoi eccessi critici i figli e il suo delirio induce a viverli come suoi prodotti da portare via o come strumenti per punirvi.

Esemplificazione: “Dobbiamo tutelarci e proteggerci.” o “I bambini non hanno nessuna responsabilità e non devono assistere a queste scene terribili.” o “E se ci ammazza?”

  1. Volersi tanto bene, agire con il buon senso e seguire anche i consigli che troverete da voi stesse cammin facendo.

In tanta emergenza considerate la vostra importanza e l’importanza del volersi bene. Siete nel giusto, ma la situazione può degenerare nel drammatico-quasi tragico. State imparando una lezione che avreste benissimo evitato, ma il ballo della vita e delle persone vi ha voluto coinvolgere e vi ha richiesto buon senso e amor proprio senza esagerazioni della paura e del panico o della superficialità e del minimizzare. Avete avuto bisogno di altri, ma non avete smarrito voi stessi, le vostre capacità e il buon consiglio che potete dare a voi stesse. Dopo attenta riflessione su quello che vi hanno detto da tutte le parti, chiedetevi “E io cosa penso e cosa mi dico?” Questo è importantissimo per voi e dispone per una buona reazione a tanta disgrazia.

Esemplificazione: “Non mi devo confondere, impaurire e tanto meno perdere d’animo.” o “Secondo me devo fare in questo modo” o “Ho capito”.

  1. Ricordare sempre che il corpo è tutelato dal Diritto naturale e dalla Legge ordinaria e che nessuno può usargli violenza. Al primo ematoma “112” o “113” è il numero giusto.

Bisogna anche avere una buona coscienza socio-politica-giuridica in questa situazione estrema, esserne fiere e curarla. Nessuno può usare violenza al vostro corpo. L’ematoma e la fuoruscita di sangue sono reati penali che devono essere denunciati e registrati per il bisogno futuro. Recatevi sempre al “Pronto soccorso” per farvi curare e per registrare il reato subito, la violenza sul corpo, l’emorragia, la contusione, l’ematoma. Il referto medico, la diagnosi, la terapia e la prognosi hanno un valore legale enorme e possono esservi utilissime per tutti i casi riconosciuti dalla Legge e per le evenienze future. Di poi, possono essere utili le diagnosi psicologiche e le psicoterapie di sostegno o di ristrutturazione psichica in riparazione dei traumi subiti. La Polizia e i Carabinieri riteneteli i vostri naturali difensori e non pensate mai che mettete nei guai il vostro uomo se vi rivolgete alle Forze dell’Ordine. Non cadete nella banalità paranoica di una possibile divulgazione dei fatti vostri. Chi sbaglia deve pagare per ravvedersi. La vostra vita vale più di ogni altro bene. Voi siete importanti per voi stesse e anche per i vostri figli. Avete la responsabilità di educarli, di farli studiare e di realizzare tanti progetti insieme a loro. Trovate la forza per procedere anteponendo a tutto il resto voi e i vostri figli. Consapevoli che le minacce nei casi gravi non servono, anzi a volte acuiscono la gravità della situazione, pur tuttavia dovete sempre fare presente al partner che siete soggetti di diritto sin dal primo insorgere dei maltrattamenti psicofisici e precisate che il corpo è vostro e lo potete gestire soltanto voi.

Esemplificazione: “Non devi alzare le mani, perché ti denuncio!” o “Non

mi devi nemmeno toccare o chiamo immediatamente la polizia”.

Salvatore Vallone

UN ALTRO MARE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero in viaggio.

Prendo una camera. Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine e, infatti, il posto dà sul mare.

Poso le mie cose. Nella stanza ci sono molte cose. Dà un’idea di vissuta, non quella di anonimato solita degli alberghi.

Faccio una passeggiata verso il mare in una striscia di terra. Ci sono onde molto lunghe anche se il tempo è bello.

Mi avvicino e mi faccio bagnare dagli spruzzi e penso, mentre lecco il sale: “bello farsi bagnare da un altro mare”.

Dopo essermi cosparso ben bene, penso: “ora faccio una foto e lo racconto”. Ma non ho il cell che ho lasciato in camera.

Penso: “vabbè, poi, quando torno, faccio la foto.”

Penso, però, che in realtà ho lasciato il cellulare, i documenti (strano perché ho la sindrome del “Fu Mattia Pascal” e non giro mai senza), i soldi.

Mi avvio verso la camera non preoccupato, ma faccio una bella corsetta: (sto in piedi, eh!).

Non trovo la camera. Allora dopo aver bussato a varie porticine, vado verso la reception per chiedere il numero di stanza.

Ci sono due signore e una mi dice: “Oui, oui, monsieur Margaritò (quindi sono in Francia), il numero è questo e mi avvio verso la stanza.”

Margarito

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero in viaggio.”

Margarito sta vivendo. E’ un uomo che cerca e che spera di trovare, ma dentro di lui è in movimento e non si vuole acquietare. La vita è un “viaggio”. La metafora della vita è il “viaggio”. Il “viaggio” è l’allegoria del vivere. Mettila come vuoi, ma Margarito ha tanto viaggiato e ha tanto vissuto al di là della sua età anagrafica. Adesso sogna di essere nuovamente in corsa e in giro per il mondo, sempre dentro di lui s’intende. Margarito ha una buona confidenza con se stesso e può permettersi di viaggiare nella sua interiorità, nei meandri della sua psiche, nei recessi del suo “psicosoma”, negli anfratti della sua “persona”, maschera s’intende. E il sogno ne manifesta alcuni, i più tosti e delicati. Procedere urge e giova.

Prendo una camera. Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine e, infatti, il posto dà sul mare.”

E, infatti, Margarito va alla ricerca delle “parti psichiche di sé” che vuole disbrigare in questo sogno. Intanto prende “una camera”, intanto si addentra in un luogo tutto suo che ancora non si palesa nella sua identità e nella sua qualità. La “camera”, ormai, si sa che nel linguaggio dei simboli rappresenta ed è una “parte psichica di sé”, una “parte” a cui accostarsi in maniera delicata e senza forzature, senza grimaldelli da ladro di periferia. Non si sa mai quale porta si apre e dove ci si imbatte, specialmente quando si va in hotel, in un luogo di tutti e necessariamente anonimo nella popolare visione, in un luogo così vario e così variamente vissuto da tanta gente e da tante dialettiche psico-esistenziali. Margarito ha tante camere dentro di lui, nel suo sito psichico, nella sua “organizzazione psichica reattiva”, nella sua “struttura evolutiva”, insomma, Margarito non è un uomo da poco e poco considerato “in primis” ai suoi stessi occhi, è un uomo complesso e complicato e specialmente dentro: “Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine”. Si è capito che il sogno non appartiene a un pincopallo qualsiasi o a un Giobatta da Cefalù. Questo prodotto psichico è di un uomo che inizialmente si sta giustamente difendendo dietro l’anonimato e la genericità. Si sa che il sogno tratta di lui, ma questo lui non si appalesa nella sua evidenza sostanziale come un ente toccato dallo spirito santo, questo lui è in pieno qualunquistico anonimato. Di solito questa è la manovra difensiva degli introversi, coloro che hanno tanto vissuto dentro prima che fuori. Tutti abbiamo elaborato un patrimonio notevole di vissuti, ma le persone che propendono all’uso del meccanismo di difesa della “introversione” hanno accumulato tanti tesori presso i castelli medioevali sulla Loira, in Francia guardacaso. Le “porte”, le “porticine”, le “tipo cabine” sono il patrimonio psichico che Margarito sta investendo in questo sogno e trattasi di materiale, “fantasmi” e “vissuti” sotto forma di esperienze o di “erlebnis” alla tedesca, molto coperto perché intensamente pensato ed elaborato. Viene fuori una ricchezza interiore assoggettata a una gamma di difese che la rendono fascinosa per il portatore e gestore, Margarito per l’appunto, e per gli altri, quelle persone che aspirano a intrufolarsi in queste “stanze” e in questi abbozzi di “stanze”, di “parti psichiche” di Margarito.

Perché queste “porte”, “porticine” e queste “tipo cabine” sono fascinose?

Semplice, lo dice lo stesso interessato: “il posto dà sul mare”. Margarito sogna di affacciarsi sul “mare” con i piedi ben saldi sulla terra, sulle sue “stanze” e sui segreti pensieri che vengono dalla profondità psichica ed esulano verso la stessa profondità psichica in cui risiedono. Il “mare” rappresenta simbolicamente il “principio femminile”, la dimensione psichica inconscia, l’esistere e il vivere. Margarito si prospetta alla grande Madre, alla “rimozione” per fomentare un consistente Inconscio, all’essere gettato nel mondo con la sua individualità e la sua libertà, a operare i suoi investimenti di “libido”, a fare le sue scelte, a deliberare e a decidere.

Questo è “il posto sul mare” che Margarito ha tanto bramato, un altro “mare”, il suo “mare”.

Poso le mie cose. Nella stanza ci sono molte cose. Dà un’idea di vissuta, non quella di anonimato solita degli alberghi.”

“Poso le mie cose”: pondero bene i miei vissuti e li razionalizzo al meglio in questa situazione quasi magica in cui mi trovo, uno “status” psichico che soltanto il sogno può dare naturalmente. Margarito sa prendere e sa soprattutto lasciare. Dentro ha una ricchezza consistente e un patrimonio psichico fatto di “molte cose”. Ancora non si capisce bene di quale “stanza” si tratta, ma si è detto in precedenza che Margarito è un uomo coperto e difeso, strutturato e coriaceo che sa dispensarsi al momento giusto come un buon vino d’annata. Del resto, è assolutamente naturale mantenere nell’età matura, quando si ha “l’idea di vissuta”, le “stanze” in ordine, è importante per l’equilibrio psicofisico mettere ogni cosa al posto giusto e dare il posto giusto a ogni cosa. Margarito lo sa e lo ha fatto regolarmente perché non ha potuto concedersi il disordine mentale e l’agitazione nervosa. Ha dovuto organizzare e organizzarsi nel corso del cammin di sua vita e in tal modo ha potuto assaporare nel bene e nel male i frutti delle sue esperienze e i vissuti delle sue modalità cognitive ed emotive, i suoi pensieri e le sue azioni, le sue emozioni e i suoi affetti, i suoi investimenti di “libido” per dirla in gergo psicoanalitico. Ha vissuto e si è contraddistinto secondo le note caratteristiche che ha maturato seguendo il ritmo del coinvolgimento psicofisico che di volta in volta ha dettato in prima persona e secondo le sue valenze. Non si può di certo dire che Margarito è un uomo anonimo e convenzionale, un uomo per tutte le stagioni: tutt’altro! Margarito non ha niente di anonimo e di obsoleto nelle sue “stanze”. Anche il suo albergo ha una tonalità individuale che va dal distacco alla condivisione, dal silenzio al rumore, dall’isolamento al coinvolgimento. Il sogno dice che Margarito si sta ben difendendo con l’uso dei “processi primari” e che si sta aprendo progressivamente alla verità psichica concreta che vuole emergere: “adelante cum iudicio”. Nonostante queste benefiche cautele, Margarito non si esime dal descriversi nei tratti caratteristici della sua formazione evolutiva e dei suoi modi di essere e di esistere.

Faccio una passeggiata verso il mare in una striscia di terra. Ci sono onde molto lunghe anche se il tempo è bello.”

L’attrazione verso l’imponderabile e l’evanescente è irresistibile. Margarito è intenzionato con la sua coscienza “verso il mare” curando di tenere i piedi ben saldi sulla terra. All’uopo è buona anche “una striscia di terra”, un aggancio alla coscienza dell’Io, in una incursione verso il crepuscolo e l’obnubilato, il materiale psichico “rimosso” che non vede la luce della consapevolezza e che fa da sostegno al sistema psichico, alla “organizzazione psichica reattiva” di Margarito. Le sue introspezioni sono incursioni ben ponderate verso il “non vissuto” e il “non detto”, verso tutto quello che poteva nascere e che non ha visto la luce. Il senso della potenza è ben visibile in questo “fallo” di terra, questa “striscia” che s’insinua e s’incunea nell’elemento femminile rappresentato simbolicamente dal “mare”. In linea e in sintonia con il quadro sornione e attendista sono le “onde molto lunghe”, quasi un mare di scirocco, che contrastano con “il tempo bello” a conferma che i simboli parlano un loro linguaggio e non si riducono alla Logica consequenziale di Aristotele. Il mare di scirocco, con il suo moto ondoso di culla, favorisce il rilassamento e la distensione, l’abbandono dei sensi, la “reverie”. Il quadro psicofisico è in sintonia e in sincronia con lo stato d’animo di Margarito, un uomo che cerca e ricerca se stesso nel crepuscolo della sua coscienza e di fronte a “un altro mare”, in una nuova e diversa circostanza esistenziale ovviamente congrua con il momento psicofisico che il Tempo segna scorrendo inesorabile verso il bisogno d’ignoto e la speranza di quiete. “Il tempo è bello” quando è riservato all’abbandono psicosensoriale e alla ricerca di quel “se stesso” diverso e nuovo che non è mai andato al di là del “mare” in cui è nato e cresciuto. La “passeggiata”, il “mare”, la “striscia di terra”, le “onde lunghe”, il “tempo bello” sono gemme che incastonano il gioiello allegorico di un uomo che cerca la sua “atarassia”, la tranquillità del suo animo alla greca. Vediamo dove va a parare la tanta bellezza degli elementi in ballo.

Mi avvicino e mi faccio bagnare dagli spruzzi e penso, mentre lecco il sale: “bello farsi bagnare da un altro mare”.

Leccare il sale di un altro mare, di cui mi lascio “bagnare dagli spruzzi” e intanto “penso”: variando l’ordine delle parole il senso e il significato non cambiano. Margarito è un uomo che cerca una sua nuova dimensione psicofisica, una migliore e rinnovata “coscienza di sé”, proprio in questa allegoria sessuale della ricerca di “un altro mare” salato da leccare e in cui immergersi.

E’ proprio vero che Eros e Thanatos sono fratelli gemelli e marrani!

Il gusto del sale ricorda una canzone d’amore “anni sessanta” dell’ombroso Gino Paoli, un testo e una musica di una semplicità estrema e di un coinvolgimento pop che scende dai sensi per arrivare al cervello soltanto se è necessario. Per il resto è tutta un’emozione gustosa di calore sulla pelle e di sale sul palato. Margarito si smarrisce consapevolmente in questo “altro mare” e si abbandona al gusto di una sapienza che aspira a sublimarsi in saggezza, come in una fase di passaggio da un’età a un’altra, come in una “età” storica di Giambattista Vico, come in un’evoluzione psicofisica del collaudato duo Darwin-Freud. Il “sale” è un simbolo sacro, possiede un carisma e un valore. Quest’ultimo è culturale e ampiamente mercenario. Il “sale” sala e accresce la durata delle sensazioni, delle emozioni e delle certezze consapevolmente razionali, oltre che conservare il pesce e la carne sin dai tempi dei Romani, oltre che fare la fortuna dei primi veneziani della laguna. Il “sale” è come il “mare” un simbolo complesso e atavico, talmente antico che affonda le sue braccia negli albori del “pitecantropo” per la sua naturale gratuità e innata generosità. Il “sale” lo trovi bello e servito sugli anfratti delle scogliere in riva al mare, esige le giuste dosi per essere prezioso al corpo e alla mente, alle ghiandole endocrine e all’eccitazione logica e consequenziale delle libere associazioni e del discorso dialettico. Il “sale” di un “altro mare” è simbolicamente sempre lo stesso, anche se in natura è più o meno saturo e più meno salato. Margarito è eroticamente preso dalla ricerca di una nuova dimensione della sua consapevolezza e non sa fare a meno della parte gustosa ed eccitante della sua unità psicosomatica, del suo bisogno del Femminile, della sua propensione al crepuscolo della coscienza e dei frutti creativi della Fantasia. Ribadisco la coalizione cospiratoria di Eros e Thanatos in questo capoverso fortemente allegorico nell’interazione delle sue dinamiche simboliche. Aggiungo che il richiamo alla modalità cenestetica di scrivere del grande Giuseppe Tomasi, duca di Palma e principe di Lampedusa, nel suo “Gattopardo”: sensualità e sensorialità nelle parole e nelle loro combinazioni tramite l’uso di figure retoriche altamente cariche di sensi e di significati. Leggete il libro per confermare, più che per credere, anche perché ancora l’effetto contaminazione dei sensi e delle parole non è finito.

Dopo essermi cosparso ben bene, penso: “ora faccio una foto e lo racconto”. Ma non ho il cell che ho lasciato in camera.”

Margarito si è “cosparso” di acqua salata, del “sale di un altro mare”, si è cosparso “ben bene” e in questa operazione auto-erotica di qualità sensoriale sente il bisogno di tradurre in parole e in immagini il film che sta vivendo già in sogno. Al normale processo onirico Margarito aggiunge il processo grafico e fotografico. Entrambe le modalità descrittive sono funzionali all’appagamento narcisistico ed esibizionistico, compiacciono la “posizione psichica narcisistica” del protagonista, quella tutta incentrata sull’auto-compiacimento e sull’auto-gratificazione, sulla propria persona e sul gusto della stessa con l’aggiunta del dovuto retrogusto, come nelle migliori degustazione di whisky scozzese in quel di Castelfranco veneto durante le notti nebbiose. Margarito è in debito di offerte di sé ed è in credito di mancate offerte di sé. Si profila un tumulto psicofisico in questa dialettica narcisistica di Margarito con se stesso e con gli altri nel dire e far vedere quel se stesso con il gusto del sale addosso, quel se stesso brillante e saporito come un salmone affumicato norvegese. E’ questo il problema di Margarito, l’offerta di sé al migliore offerente e nelle condizioni prospere di parola e immagine. La rappresentazione “di sé” si associa alla narrazione “di sé” ed entrambe si squadernano verso un prossimo che attende l’epifania del sacro oggetto e del carismatico evangelo. Margarito aspira a raccontarsi e a farsi vedere nelle condizioni migliori del suo essere e del suo esistere lontano dal suo “mare” e in un altro “mare”. E’ presente una vena di fuga e di ritrovamento, fuga dal suo ambiente e da se stesso, ritrovamento di nuovi modi e di nuove forme, sempre di sé, della sua persona che aspira a manifestazioni congrue e congeniali, quasi desiderate con devozione e auspicate a mani giunte. Ma tutto questo processo evangelico ed epifanico è vanificato dalla negligenza, “non ho il cellulare che ho lasciato in camera”. Margarito ha dimenticato dentro se stesso, per la precisione in una “camera” della sua casa psichica, il prezioso strumento di comunicazione che avrebbe permesso l’appagamento di un desiderio e di un bisogno, quello che consentiva il passaggio dal “narcisismo” alla “genitalità”, dall’autocompiacimento gratificante alla condivisione di “parti psichiche di sé” che non trovano la strada giusta per esprimersi in mezzo alla gente. Si precisa sempre meglio la psico-dialettica di Margarito: passare da se stesso agli altri con tutto il carico di “sale” e di sapori “di sé” che si porta addosso e dietro. Per questo progetto è opportuno “un altro mare”, una diversa dimensione della “coscienza di sé” e opportunamente legata a una diversa esibizione di sé: epifania psicofisica. Lo strumento fallico del “cellulare”, che consentiva tale manifestazione, è stato “rimosso”, è stato lasciato dentro di sé, si è inceppato in prigione, si è rotto nei suoi ingranaggi, per cui a Margarito non resta altro che l’appagamento narcisistico e viene a mancare la condivisione, la “genitalità” del dare e del comunicare semplicemente perché ciò che sente “dentro” non riesce a tradurre “fuori”. Questo è lo psicodramma di Margarito: la distonia tra l’interiorità e l’esteriorità, la mancata collusione tra quel che c’è “dentro” e quel che si tira “fuori”.

Penso: “vabbè, poi, quando torno, faccio la foto.”

La “compensazione” val bene una Messa!

Come re Enrico di Borbone in piena guerra di religione nella Francia del sedicesimo secolo.

Margarito usa questo processo di difesa dall’angoscia, la “compensazione” per la precisione, con disinvoltura e perizia. Oltretutto alla fine del sogno si scoprirà che si trova in Francia. Non si perde d’animo semplicemente perché nella sua vita ha imparato a “far di necessità virtù”, seguendo la sapienza antica e assecondando le emergenze moderne. Margarito sa molto bene che non serve opporsi alle forze del destino e tanto meno alla forza dei fatti, per cui la “compensazione” cade a fagiolo nel suo piatto quotidiano di lenticchie. “Nondum matura est”, disse la volpe a se stessa guardando l’appetito e l’inarrivabile grappolo d’uva ancora appeso al suo tralcio. Volgarmente si tratta del meccanismo principe di difesa della “razionalizzazione”, quello che non traligna nel delirio paranoico e che si ferma alla constatazione intelligente dei fatti e della realtà in atto. Così, in un batter d’occhio, l’angoscia che bussava alla porta si risolve in un accorato appello a non lasciarsi prendere dal panico e a ragionare su qualsiasi evento per ricondurlo alle sue coordinate logiche e concettuali. Questo è quanto si può tirare fuori da un semplice e sintetico “vabbè”, nonché fatalistico e di siculo-araba estrazione culturale. Margarito esterna un “amor fati” più nietzschiano di quello di Nietzsche, anzi e meglio, più greco di quello di Zenone. La teoria filosofica dello “eterno ritorno” degli Stoici si riverbera nel suo piccolo nel “quando torno” del semplice Margarito, un uomo che ripete, senza averne coscienza, tragitti psichici già effettuati e già vissuti, il “dejà vu” e il “dejà vecu”, percorsi universali che corrispondono alle modalità dell’Uomo di porsi di fronte alle proprie evenienze contingenti senza avere la consapevolezza che si tratta di posizioni universali di affrontare l’angoscia del vuoto e della perdita. “Quando torno” si traduce in “quando riattraverso”, così come “faccio la foto” si traduce papale papale in “prendo coscienza” in maniera diretta e traslata, razionalizzo secondo immagini, decodifico i simboli. Margarito si dispone alla presa di coscienza che ha posposto in precedenza dimenticando il cellulare in camera. La disposizione psichica di Margarito è buona e tende a disoccultare il materiale psichico rimosso nel mare profondo, a far emergere le sue angosce in riguardo ad eventi drammatici e traumatici. La “razionalizzazione” è da rimandare nel suo quotidiano esercizio. Meglio: Margarito ricorre quotidianamente alla “razionalizzazione”, a farsi una ragione del suo “mare” e del suo nuotare in un “altro mare”, ma il “sale” carismatico della verità non è mai abbastanza da spalmare sul suo corpo.

Penso, però, che in realtà ho lasciato il cellulare, i documenti (strano perché ho la sindrome del “Fu Mattia Pascal” e non giro mai senza), i soldi.”

Il “vabbè” non va più tanto bene al nostro eroe protagonista. Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “compensazione” non funziona come nei tempi migliori, quelli che furono come fu il nostro, immancabilmente siculo, Mattia Pascal e nonostante il nome decisamente francese o francesizzante e la sua residenza ligure. Anche la “razionalizzazione” lascia sul terreno qualche morto da sindrome strana. Il povero meccanismo di difesa e di salute, detto tra noi povera gente del popolo, è stato consumato da un male incurabile: il dubbio francese, la “scepsi” greca. Ma non si tratta del dubbio metodico di Renato delle Carte o della drastica “scepsi” di Pirrone di Elide. Margarito mette in serio e complesso dubbio la sua identità psichica, maturata oltretutto in tanti anni di esercizio del vivere e in tante vicissitudini esistenziali, nonché diffida del suo potere di uomo, maschilità compresa. E’ uscito senza cellulare, senza soldi e senza documenti ed è grande amico e ammiratore di Mattia Pascal e di Adriano Meis. Margarito si trova in “un altro mare”, possibilmente in Francia, per rievocare e mettere in discussione la sua identità psicofisica, la sua parte antica e la sua parte moderna, il suo Mattia e il suo Adriano. L’identità auspicata lo vuole libero dal potere fallico della rete di relazioni, il “cellulare”, lo vuole libero dai suoi connotati psicofisici, “i documenti”, lo vuole libero dal potere maschile d’investimento della “libido”, “i soldi”. Questo è il nuovo Margarito, l’Adriano Meis della situazione, un uomo che ha seppellito i suoi vecchi modi di essere e di esistere e che ha scelto “un altro mare” di cui intingere le membra con il nuovo “sale” dell’autocoscienza, la conoscenza di sé e del suo mondo diametralmente opposta alla vecchia e obsoleta identità alla Mattia Pascal. Margarito in sogno sta istruendo un conflitto sulla sua identità psicofisica e sta cercando una nuova dimensione del suo essere e del suo esistere. Pirandello insegna non a caso. Freud suggerisce il conflitto tra l’ideale dell’Io e l’Io ideale, una dialettica tormentata e ispirata da una forte insoddisfazione e dalla ricerca di una fuga dalla realtà in atto, una contingenza troppo avara e severa nei vissuti di Margarito.

Mi avvio verso la camera non preoccupato, ma faccio una bella corsetta: (sto in piedi, eh!).”

L’affanno non è alleato di Margarito anche nelle questioni importanti. Abituato ai tormenti dell’anima e dell’animo in riguardo alla sua “organizzazione psichica reattiva”, alla sua struttura psichica evolutiva e alla sua identità reale e ideale, Margarito entra in se stesso con la stessa facilità con cui i Greci antichi facevano dire a Socrate “rientra in te stesso” o “conosci te stesso”. L’introspezione non ha fatto difetto nello svolgimento della sua vita, così come la riflessione ha messo a posto i dilemmi più acuti e le disavventure più intrigate, per cui Margarito può avviarsi “verso la camera” “sine cura”, quella camera che lo riguarda in prima persona e tanto da vicino, la camera della sua identità psichica, la camera degli “uno, nessuno e centomila”, la camera di Pirandello e di Kafka.

Chi sono Io?

Quanti Io albergano in me?

Quante immagini di me stesso mi trascino da un mare all’altro?

Quante carte d’identità mi porto in tasca ed esibisco al pubblico ufficioso e ufficiale?

Margarito è abituato alle tante immagini di sé e ha confidenza con le sfaccettature del suo poliedrico e intraprendente “Io”: “faccio una bella corsetta”. E’ questo il senso del muoversi con la Mente, più che con il Corpo, nel mare delle pulsioni, dei desideri, delle aspettative, delle riflessioni, dei ragionamenti. Margarito introduce due piani di realtà, quella onirica che si sta considerando e quella reale che viene commentata da sveglio: “sto in piedi, eh!” Margarito in sogno può correre, nella veglia non può farlo.

Perché e cosa significa questo apparente contrasto?

Nella vita Margarito è andato avanti con le sue abilità psicofisiche che non coincidono con le sue gambe fisiche e a esse non si riducono. “Camminare” in sogno si traduce nel procedere passo dopo passo nelle strade della vita e nella possibilità di riflettere: “mi avvio verso la camera”. La “bella corsetta” equivale al fascino dei processi psichici creativi e nello specifico alla fertilità delle fantasie e dei pensieri, nonché al saltar di palo in frasca o nel procedere per via associativa nella gestione dei tanti vissuti che si affacciano e affollano la sua psiche, di questa sua capacità di movimento nelle stanze dell’Io e nelle camere della Mente. Margarito si mostra compiaciuto e orgoglioso di questa sua abilità nel procedere e nel sostare, di questa sua capacità di movimento tra i meandri della sua vitalità psichica. Ha tanto camminato e corso dentro di lui rispetto allo spazio esterno. Il dilemma dell’identità psichica resta aperto e affidato al miglior offerente. Vediamo chi arriva primo e cosa profetizza.

Non trovo la camera. Allora dopo aver bussato a varie porticine, vado verso la reception per chiedere il numero di stanza.”

Margarito si difende con le sue “resistenze” a riesumare traumi rimossi in riguardo alla sua evoluzione psicofisica e al fine di migliorare la “coscienza di sé”: “non trovo la camera”. Eppure la “camera” c’è, eppure esiste il materiale psichico inquisito e con cautela ricercato, ma la sopravvivenza induce alla prudenza. Quest’ultima in Psicoanalisi si definisce “difesa” e serve a impedire all’angoscia di affiorare e di scaricare la sua connaturata carica nervosa. Quest’ultima è destabilizzante e pericolosa, per cui anche la funzione onirica fa in modo che il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto” per non fare scattare l’incubo e il risveglio immediato. Margarito “non trova la camera”, la sua camera, da sé e abbisogna di progressione e di tutela con l’atto vario di bussare “a varie porticine” che aprono varie stanzette. Margarito non vuole “sapere di sé” nella sua autenticità e si crogiola cazzeggiando su false immagini di sé o su parziali rendiconti della consapevolezza del suo Io. Le “porticine” chiudono accessori psichici e non essenze e sostanze di buona qualità, le “porticine” appartengono a quelle stanzette in cui si occulta in maniera disordinata il materiale che apparentemente non serve nella vita corrente anche se ha una buona importanza formativa. Margarito ricorre alla “reception” per “sapere di sé”, ricorre al riconoscimento che riceve dall’esterno, dalle sue capacità relazionali e dall’offerta sociale di “parti psichiche di sé”. Margarito si commisura agli altri per avere il suo “numero di stanza”. Mi spiego meglio: se chiedete a Margarito “chi sei?”, vi risponderà “io sono quello che gli altri rimandano dal mio dare loro”, ribatterà che la sua identità prevalente è collocata nei dati e nei riscontri che la sua persona riceve dai suoi investimenti sociali. E’ come se il “narcisismo” si sposasse con la “genitalità”, l’Io si rinforzasse continuamente dal riconoscimento degli altri, l’uomo si nutrisse del bene che opera e del come opera bene nei riguardi della gente che lo circonda e che riconosce e apprezza il suo operato. Importante è per Margarito quello che viene a lui dall’ambiente sociale, dagli altri a cui non fa mancare i suoi investimenti. Narciso si sposa con il buon uomo e coltiva di sé questo bisogno di riconoscimento. Margarito è socialmente un buon padre, appartiene alla comunità e predilige i centri sociali. Da questa azione trova forza il suo Io. Questa è la “reception” dell’hotel di Margarito, nonché il suo numero di stanza che si andrà a precisare nel prosieguo. La dialettica tra Margarito e la gente è intensa e determina in gran parte l’identità psichica. Margarito è decisamente un “animale sociale”, uno “zoon polithicon”, secondo i dettami filosofici del buon Aristotele.

Ci sono due signore e una mi dice: “Oui, oui, monsieur Margaritò, (quindi sono in Francia), il numero è questo e mi avvio verso la stanza.”

Le donne, le “signore” sono maieutiche nel sogno di Margarito, sono “due” e sono francesi. Queste due figure femminili detengono il potere, sempre secondo il vangelo psichico e onirico, di avere in deposito l’identità psichica di Margarito, meglio di Margaritò. Dire che sono due donne della sua vita è troppo semplice e quasi banale, dire che sono due “parti psichiche” del nostro eroe protagonista è prossimo alla verità, dire che sono introiezioni di figure psichiche che hanno contribuito alla formazione psichica di Margarito è giusto e al di là del loro sesso fisiologico. Queste “due signore” detengono “il numero” di accesso alla “stanza”, sono figure che hanno consentito a Margarito l’ingravidamento e il parto progressivo di se stesso: socraticamente “maieutiche”. Nella realtà possono essere due donne, così come possono essere due figure maschili nelle quali Margarito ha investito gran parte della sua “libido” nel processo psicofisico evolutivo. In “un altro mare” Margarito alla fine ha fatto sempre i conti con la sua identità psichica, “il numero della stanza”, un dato e un vissuto che trovano riscontro in figure protettive e affidabili, carismatiche e “genitali” che hanno rinforzato e sostenuto l’evoluzione dell’Io con la giusta dose di narcisismo. Il “mare francese” è “l’altro mare” di Margarito e in questa scelta si coglie la predilezione verso culture mediterranee neolatine, nonché verso una tipologia di femminilità sofisticata e fascinosa, “charmant”. Non dimentichiamo che le due donne sono salvifiche, soteriologiche alla greca e non alla francese, perché l’identità psicofisica di Margarito passa attraverso queste due figure formative.

Altro non so aggiungere a questa lunga disamina del sogno di Margarito, per cui l’analisi si può chiudere qui.

Anzi, ricordo che la lingua francese è la più sensuale dell’universo.

Adesso il sogno di Margarito ha trovato il suo fine e la sua fine.

BEATO TRA LE MOGLI DEGLI AMICI

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Egregio dottore,
ho sognato di essere giovane e di trovarmi in compagnia di amici e io avevo un’intesa sessuale con le loro mogli.
Dopo mi trovo in treno e sempre in compagnia di belle donne giovani e provo una fortissima eccitazione sessuale e mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico.
Davanti a tutti gli altri consumiamo le nostre voglie in tutte le forme e io ricordo che avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo.
A questo punto il treno arriva alla stazione e si ferma.
Io scendo tra la calca, ma dimentico lo zaino militare nello scompartimento.
Tento di prenderlo prima che il treno riparte, ma sono ostacolato dalla gente che m’impedisce di saltare sul treno.
Angosciato mi sveglio.”

Questo è il sogno di Pietro.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Pietro propone temi chiari che camuffano significati oscuri. Il “contenuto manifesto” tratta di erotismo e di sessualità, ma il “contenuto latente” tratta di angosce depressive, di forti bisogni affettivi e protettivi.
Esemplifico: un rapporto sessuale in sogno si manifesta simbolicamente in un semplice infilare un dito in un anello. Sognare senza mezzi termini un rapporto sessuale si traduce simbolicamente in una modulazione di investimenti squisitamente affettivi con richiamo regressivo alla figura materna. Se, di poi, si aggiunge un treno in questo contesto apparentemente godereccio, si evoca il “fantasma” di perdita maturato nella primissima infanzia con tutto il corredo delle angosce depressive, come si diceva in precedenza.
Potevo intitolare in maniera immediata e tecnica il sogno di Pietro “la depressione tra seduzione ed erotismo”, ma ho preferito la versione ironica “beato tra le mogli degli amici” per non appesantire il quadro e mettere in risalto le proprietà farsesche del sogno.
Inoltre, il sogno di Pietro esemplifica la capacità del “processo primario”, la modalità di pensiero responsabile dell’attività onirica, di proporre angosce in maniera gestibile dal sistema psichico e di consentire la razionalizzazione delle stesse al fine di emanciparsi dai residui del passato integrandole nella “organizzazione psichica reattiva” deprivate della carica dinamitarda che tanto fa star male e tanto ostacola la normalità relazionale e la gioia della vita corrente.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“ho sognato di essere giovane e di trovarmi in compagnia di amici e io avevo un’intesa sessuale con le loro mogli.”

Il sogno di Pietro esordisce con la nostalgia della giovinezza e con il pacato dolore del tempo andato e mai abbastanza vissuto, sempre secondo il solito “senno di poi”: “essere giovane”. Pietro esibisce immediatamente un “fantasma depressivo di perdita”, ma lo compensa con una serie di desideri di socializzazione, “in compagnia di amici”, di complicità e di fusione affettiva, più che sessuale, all’interno di una cornice di truffa sociale, “un’intesa con le loro mogli”. “Intesa” equivale simbolicamente a “mi dirigo”, “tendo”, “investo libido”. Pietro è particolarmente attratto dalla figura femminile, ma a livello affettivo e protettivo, a livello di “affinità elettiva” più che sessuale.
Gli amici possono stare tranquillissimi nell’affidare le loro mogli a Pietro.
“Affinità psichica elettiva” significa che Pietro ha una sensibilità spiccata verso l’universo femminile, ma non in valenza sessuale e “genitale”, ma per corrispondenza d’amorosi sensi. La sua “androginia” psichica ha la “parte femminile” particolarmente dilatata ed esercitata. Di conseguenza, Pietro si esalta facilmente a contatto con l’elemento prediletto, le donne e il loro mondo intimo e privato. La “parte psichica maschile” di Pietro resta nei limiti della normalità. Il tutto non dispone verso un’omosessualità di Pietro, ma significa che ha avuto un particolare rapporto con la madre nella primissima infanzia e su di lei ha investito specifici bisogni e precise paure che da adulto soddisfa ed esorcizza con le donne, le donne degli altri per la precisione.
La “moglie” rappresenta simbolicamente la donna navigata nel ruolo ed esperta nel compito, la donna matura e ricca di varia e variegata esperienza: latinamente “mulier”.

“Dopo mi trovo in treno e sempre in compagnia di belle donne giovani e provo una fortissima eccitazione sessuale e mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico.”

Ecco il rafforzamento del simbolo depressivo e del “fantasma di perdita”, il famigerato “treno”. Anche la “affinità psichica elettiva” si rafforza perché Pietro si trova “in compagnia di belle donne giovani” a conferma che “il lupo perde il pelo ma non il vizio” e a conferma di quanto si è detto in precedenza.
Ma ancora di più: “provo una forte eccitazione sessuale” dal momento che il coinvolgimento emotivo e l’investimento di “libido” è di forte spessore e di alta intensità. La “parte psichica femminile” di Pietro va in brodo di giuggiole, “fortissima eccitazione sessuale”, quando si trova in sintonia empatica con la bellezza e la giovinezza femminili. Pietro è “l’alter ego” maschile per le donne e le donne sono per lui altrettanto, “l’alter ego” femminile. Si tratta di una psicodinamica diffusa e istruita normalmente dalle donne bisognose di complicità e dagli uomini affascinati da se stessi, i narcisisti, quelli che si specchiano nella femminilità di una donna: “mi apparto nello scompartimento”.
Il tutto è bellissimo, però e purtroppo il vizio di base del sogno è il “treno”, il simbolo depressivo. Pietro esorcizza le sue angosce di perdita ricorrendo al suo “narcisismo” e specchiandosi nelle donne per dare forza e valore a se stesso. Si apparta nella truffa all’amico e a se stesso. La sua “parte psichica femminile” è la vitalità di un qualcosa che finisce e che si perde, la giovinezza. Pietro usa il possessivo “mio” e “mia” con facilità estrema, “mia amico” e “mio amico”, al di là di quello che sta combinando. Sembra un truffatore, un seduttore, un “dongiovanni” e, invece, è l’uomo più tormentato del quartiere.

“Davanti a tutti gli altri consumiamo le nostre voglie in tutte le forme e io ricordo che avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo.”

Pietro è veramente scatenato in sogno e manifesta tutto il suo bisogno di consumare le voglie nel “potere” di quello di cui si scusa e che fondamentalmente significa bisogno di avere tanto “potere”,”la volgarità, il cazzo durissimo”.
“La lingua batte dove il dente duole” dice giustamente la saggezza popolare e il dentista.
E’ proprio il “davanti a tutti gli altri” a tradire il vero significato del suo “consumiamo le nostre voglie” e addirittura nell’esagerazione di “in tutte le forme”.
Una cosa è certa: Pietro e le sue donne, maritate e signorine, deflorate e illibate, non stanno facendo alcunché di sfacciatamente intimo e di spiccatamente erotico, ma hanno un’intesa che non ingelosisce nessuno, una sintonia d’amorosi sensi, un’empatia spiccata e, di conseguenza, una simpatia immediata. Pietro e le sue donne “soffrono insieme”, si trovano e servono l’uno all’altro nel gioco sociale della francese “confiance”. Decisamente Pietro è un grande amicone e un gran simpaticone, ma non è certo un gran puttaniere.

“A questo punto il treno arriva alla stazione e si ferma.”

Ah, “il treno”!
Oltre l’inganno del “tutte le donne in tutte le forme”, anche il danno di un “fantasma di perdita”, un tratto depressivo che è il vero perno del sogno di Pietro e della sua relazione con l’elemento naturale femminile.
La “stazione” è un’aggravante delle angosce depressive dal momento che segna anche la fine del percorso, una tappa che non significa la soluzione della pulsione fusionale di Pietro, ma un rafforzamento del “fantasma di perdita”.
La “stazione” è incorporata simbolicamente nel “treno”.
Il treno che “si ferma” non risolve, ma rafforza la sofferenza depressiva di Pietro.
A questo punto non resta che vedere l’evoluzione del sogno per trovare la conferma di essere nel giusto con la decodificazione dei simboli e del contesto onirico.

“Io scendo tra la calca, ma dimentico lo zaino militare nello scompartimento.”

Pietro era ben armato della sua “parte psichica femminile”, lo “zaino” giustamente reso virile da “militare” e grazie al quale aveva intrallazzato nello scompartimento in tutti i modi e in tutte le forme con le sue amiche, le mogli dei suoi amici.
Adesso Pietro è sceso e si trova “tra la calca”, nella volgarità della gente comune e convenzionale, tra le mille acrobazie della vita quotidiana, in mezzo ai dolori della convivenza e alle angosce della possibile solitudine. La “calca” può essere intesa anche a livello profondo come il corredo dei suoi tormenti e delle sue fobie, delle sue ansie e delle sue angosce. Pietro non ha le difese maschili, “militare”, quando si trova in mezzo alla folla e alla gente qualunque. Senza il rapporto privilegiato con l’universo femminile Pietro è smarrito e non sa che pesci pigliare.

“Tento di prenderlo prima che il treno riparte, ma sono ostacolato dalla gente che m’impedisce di saltare sul treno.”

Nonostante la sua natura depressiva, il rapporto di Pietro con le donne è nettamente vitale e vitalizzante, antidepressivo per l’appunto. Resta da rivedere la sua posizione con I’universo femminile e la sua incapacità a investire “libido genitale” superando quel fondo di paura di perdita e di solitudine: “tento di prenderlo prima che il treno parte”.
Pietro presenta un rapporto con la madre da evolvere e, nello specifico, da dipendenza affettiva in autonomia psichica. In tal modo Pietro può assimilarsi ai maschi senza vivere il bisogno di offenderli con la seduzione delle loro donne o delle loro mogli. E’ necessario che Pietro maturi quell’aggressività sana e quella competizione salutare vivendo in mezzo alla gente, senza il treno e senza la madre. In caso contrario si dovrà appagare di rapporti meramente platonici tra la sua “parte psichica femminile” e le donne degli altri: “sono ostacolato dalla gente”. Deve non cadere in depressione e deve vivere in un mondo difficile senza esaltazioni e differenziazioni inutili, come gli altri, quella “gente che m’impedisce di saltare sul treno”.
Pietro in sogno si è diagnosticato e si è dato la giusta psicoterapia in termini simbolici.

“Angosciato mi sveglio.”

Dice lui stesso di cosa soffre e cosa il sogno gli ha procurato.
Altro che scopate alla grande in culo agli amici e in complicità con le loro donne!
L’angoscia è legata al vivere, al competere e alla mancata risoluzione dei rapporti gratificanti con la figura materna, la prima donna della sua vita, quella che lo ha accudito e sostenuto nella sua prima formazione.
Ora è tempo di saltare fuori dal nido e di volare.
Un sogno conflittuale si è concluso bene.

PSICODINAMICA

Il sogno di Pietro verte sulla psicodinamica di emancipazione affettiva dalla figura materna in riferimento alla relazione con le donne. Pietro si colloca in maniera solidale e complice, investimenti di “libido narcisistica” e in esaltazione della “parte psichica femminile” della sua “androginia”, verso le mogli degli amici dimostrando un conflitto con l’universo maschile. La psicodinamica si svolge secondo le trame oscure di un’istanza depressiva, un “fantasma di perdita ” legato all’angoscia infantile di perdere l’affetto e le premure della madre. Nella fase finale del sogno Pietro recupera e con sofferenza s’inserisce nel turbinio della vita moderna. Resta, purtuttavia, da maturare la “posizione genitale” negli investimenti di “libido”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate in servizio dal sogno di Pietro sono l’Io, l’Es e il Super-Io.
L’istanza consapevole e razionale “Io” è presente in “io ricordo”.
L’istanza pulsionale “Es” è intrinseca in “provo una fortissima eccitazione sessuale” e in “avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo” e in altro.
L’istanza censoria e limitante “Super-Io” è visibile in “sono ostacolato dalla gente”.
Le posizioni psichiche chiamate in causa sono la “orale” in “io avevo un’intesa sessuale con le loro mogli”, la “fallico-narcisistica” in “avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo” e in “mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico”.
La “posizione psichica genitale” si lascia intravedere in “dimentico lo zaino militare nello scompartimento”.
La “posizione edipica” è richiamata dalla psicodinamica del sogno e si lascia supporre come sua condizione. Inoltre è chiamata in causa la figura materna per quanto riguarda l’empatia con le donne e la figura paterna per quanto riguarda la mancanza di forza e sicurezza nelle relazioni affettive.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa usati da Pietro nel sogno sono la “rappresentazione per l’opposto” ossia l’espressione del suo desiderio di solidarietà e complicità con le donne al posto della paura e della diffidenza nei riguardi dell’universo femminile, fattore psichico legato a un complesso d’inferiorità e d’inadeguatezza, a una mancata maturazione della “posizione e della libido genitali”.
La “condensazione” è presente in “mogli”, “compagnia” e in altro.
Lo “spostamento” è ben visibile in “treno”, “stazione” e in altro.
La “drammatizzazione” è evidente in “Tento di prenderlo prima che il treno riparte, ma sono ostacolato dalla gente che m’impedisce di saltare sul treno.”
La “figurabilità” è chiara in “avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo.”
Il processo psichico di difesa della “regressione” si manifesta in “ho sognato di essere giovane”.
Non c’è traccia del processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Pietro mette in chiara evidenza un nucleo “narcisistico” in difesa e in compenso di una mancata maturazione “genitale”, di cui s’intravede un tratto in formazione. La “organizzazione psichica reattiva” è prevalentemente “orale”: bisogno d’affetto e di protezione. Pietro va incontro alle donne evolvendo la relazione affettiva ed empatica con la madre, meglio una parte della sua “posizione edipica”.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche presenti nel sogno di Pietro sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “cazzo durissimo” e “calca”, la “metonimia” o relazione di senso in “stazione” e “treno”, la “iperbole” o esagerazione “Davanti a tutti gli altri consumiamo le nostre voglie in tutte le forme”, la “enfasi o forza espressiva ed esaltazione in “provo una fortissima eccitazione sessuale e mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico.”

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un’immaturità della “posizione psichica genitale” e della “libido” collegata, per cui Pietro non riesce a relazionarsi in maniera sentimentale e affettiva con l’oggetto del suo desiderio, le donne. Se si aggiungono le paure abbandoniche e le angosce depressive del “fantasma” elaborato nella prima infanzia in riferimento privilegiato alla figura materna e agli accudimenti della stessa nei riguardi del figlio, il quadro diagnostico è completo.

PROGNOSI

La prognosi impone a Pietro di maturare l’approccio e il vissuto nei riguardi delle donne, di fidarsi e di affidarsi per poter realizzare una relazione d’amore corretto e per costruire la sua vita sentimentale e sessuale. Bisogna superare la “posizione narcisistica” e adire alla “genitale”.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nello strutturarsi della “psiconevrosi depressiva” e nel suo degenerare in isolamento: caduta della qualità delle relazioni e della vita sessuale.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA
In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Pietro è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante, “resto diurno”, del sogno, “resto notturno”, di Pietro è collegata a un’esperienza pomeridiana con una donna o con la madre.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Pietro è autoreferenziale con valenza depressiva. Pietro parla di sé con fare narcisistico ben occultando la sua angoscia di perdita.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Pietro richiama le teorie sulla depressione e sul narcisismo, teorie che si sprecano ma non spiegano adeguatamente i sentimenti d’amore e l’istinto sessuale. Meglio di tutto e di tutti io mi pregio di presentarvi un poeta popolare nella sua semplice canzone didattica intitolata “la regola dell’amico”. Ognuno ci tragga quello che vuole, perché tutto il resto non serve e non conta.
Pietro sappia che se vuole essere amico di una donna non ci combinerà mai niente, perché lei non potrebbe rovinare un così bel rapporto.
Vai Max!