RIATTRAVERSANDO ORAZIO

DIECI POESIE D’AMORE E DI MORTE

Epodo XIII

Una terribile tempesta…

All’orizzonte si addensano nuvole minacciose
e una bufera di neve ci travolge.
La tramontana sibila tra gli alberi e sopra il mare.
Prenditi,
o amico mio,
tutto quello che la vita ti dà e,
se ancora le forze decorosamente ti sostengono,
non angosciarti al pensiero della vecchiaia.
Versati un po’ di vino dell’anno in cui sono nato
e non parlare d’altro.
Forse,
con il mutare della sorte,
un dio volgerà tutto verso il meglio.
Adesso non rimane
che profumarci di essenze orientali
e allontanare dal cuore con la musica l’angoscia del domani.
Queste sono le parole di Chirone,
il suo congedo per Achille:
“Giovane invincibile,
nato mortale da una dea,
la terra di Assaraco,
solcata dalle acque rapide e gelide del Simoenta e del torrente Xanto,
ti attende.
Ma con trama infallibile le Parche impediranno il tuo ritorno
e neppure tua madre,
azzurra come il mare,
potrà ricondurti in patria.
Laggiù ogni dolore dovrai consolare con il vino e con il canto,
la fugace tenerezza di un conforto
all’angoscia che ogni giorno ci sfigura.”

Ode I, 5

A Pirra

Chi è, o Pirra, quel giovane dal corpo elegante
che ti stringe, umido di profumi,
sopra il letto di rose della tua grotta?
Per chi con grazia delicata intrecci

i tuoi biondi capelli?
Quanto dovrà soffrire per la tua infedeltà?
Quanto dovrà temere l’avversità degli dei?
Per quanto tempo dovrà osservare stupito

le acque agitate da un vento oscuro,
se ora, senza alcun sospetto, gode il tuo prezioso splendore
e spera che tu sia sempre disponibile e degna di essere amata,
ignaro dell’inganno che respira.

Sventurato colui a cui tu risplendi sconosciuta.
Io ho attaccato a una parete sacra la tavola votiva
per attestare che al potente dio del mare
ho consegnato le mie vesti bagnate.

Ode I, 23

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

Ode I, 11

Carpe diem

O Leuconoe,
non chiedere anche tu agli dei
quale destino hanno riservato alla nostra vita
perché è impossibile saperlo
e sarebbe come ricercare un senso logico
nei calcoli astrali dei Caldei.
Credimi,
è meglio rassegnarsi,
sia se Giove ci concede ancora molti inverni
e sia se l’ultimo è proprio questo
che infrange le onde del mar Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci bene!
Versati un po’ di vino
e soltanto per un breve tempo
concediti l’illusione di una speranza.
Mentre noi parliamo,
il tempo impietosamente è diventato passato.
Godi l’attimo
e non affidarti assolutamente al domani.

Ode I, 9

Inverno

Guarda la neve che imbianca tutto
il Soratte e gli alberi che gemono
sotto il suo peso, guarda i fiumi rappresi
nella morsa del gelo.

Sciogli questo freddo, Taliarco,
e metti legna, tanta legna nel focolare;
poi senza alcun calcolo versa il vino vecchio
dall’anfora sabina.

Lascia il resto agli dei: quando placano
sul mare in burrasca la furia dei venti,
non trema più nemmeno un cipresso,
un frassino cadente.

Smettila di chiederti cosa sarà domani
e qualunque giorno la fortuna ti conceda,
segnalo tra quelli utili.
Se ancora lontana è la vecchiaia fastidiosa

dalla tua verde età, non disprezzare, o giovane,
gli amori teneri e le danze.
Ora ti chiamano l’arena, le piazze e i sussurri lievi
di un convegno alla sera;

il riso soffocato che ti rivela l’angolo
segreto dove si nasconde il tuo amore;
il pegno strappato da un braccio
o da un dito che ancora e resiste appena.

Ode II, 3

La morte è spietata

Ricordati di conservare serena la mente nel dolore
e lontana da un’allegria sfrenata nella fortuna:
ricordati, Dellio, che verrà la morte.

Che tu viva sempre nella tristezza
o che in ogni giorno festivo,
sdraiato in un campo solitario,
tu goda del vino più vecchio.

E un pino smisurato, un pioppo bianco
s’ingegnano a intrecciare l’ombra accogliente
dei rami? E l’acqua scorre
fuggendo irrequieta in un ruscello tortuoso?

Vedi che ti portino i vini, i profumi,
il fiore elegante e troppo effimero della rosa,
se la sorte, l’età e il filo oscuro
delle tre sorelle lo concedono.

Dovrai lasciare ciò che possiedi: i pascoli,
la villa che il Tevere biondo lambisce,
la casa, tutto. L’erede si godrà
ogni ricchezza che hai accumulato.

Che tu sia nato ricco da famiglia reale
o povero da gente oscura
e senza un rifugio, non importa.
La morte è spietata.

Siamo destinati tutti a un luogo, tutti
il destino, che si agita nell’urna,
ci attende un giorno sulla barca
per l’esilio eterno.

Ode II, 14

Rapidi fuggono gli anni

Ahimè, o Postumo, rapidi fuggono gli anni
e non c’è preghiera
che ti eviti l’aggressione delle rughe,
gli insulti della vecchiaia, il confronto con la morte.
Anche se t’illudessi per tutta la vita,
o amico mio, di strappare una lacrima a Plutone
con infinite e continue offerte,
ricordati che fra le sue onde di tenebra incatena
esseri incredibili come Gerione e Tizio,
quelle onde che chiunque viva su questa terra,
dal più povero al più potente,
è destinato a navigare.
Non serve evitare i rischi della guerra,
le scogliere dove s’infrange il rumore del mare;
non serve difendersi ogni autunno
dai venti che corrodono le ossa.
Credimi!
Conosceremo il fiume della morte,
il suo vagare inerte e opaco,
conosceremo le figlie maledette di Danao
e Sisifo incatenato per sempre alla sua pena.
Lasceremo i campi,
la casa,
la donna che amiamo e degli alberi che ora coltivi
nessuno,
se non questo cipresso odioso,
seguirà un padrone così effimero.
Il tuo erede, meno sciocco, si berrà
il Cecubo che difendi con cento chiavi
e di quel vino generoso,
più che nelle cene dei pontefici,
bagnerà la terra.

Ode III, 1

Odio il volgo profano

Odio il volgo profano e lo respingo.
Tacete!
Io, sacerdote delle Muse,
canto alle vergini e ai giovinetti carmi mai prima uditi.
E’ proprio dei re terribili il potere sui loro popoli,
ma è proprio di Giove il potere sugli stessi re,
Giove famoso per la vittoria sui Giganti,
che muove tutte le cose con le sopracciglia.
E’ come un uomo che dispone le sue viti nei solchi
per un tratto più vasto rispetto a un altro uomo,
è come che uno scenda in campo come candidato più nobile
e migliore per i costumi a contendere
questa sua forza con la moltitudine dei clienti.
La Necessità con giusta Legge
trae a sorte i grandi uomini e gli umili;
l’urna capace agita ogni nome.
A colui al quale pende sull’empio capo la spada sguainata
non daranno dolce sapore le vivande siciliane,
né il canto degli uccelli e della cetra riporteranno il sonno:
il sonno placido degli uomini agresti
non disdegna le umili case e l’ombrosa riva,
né la valle di Tempe agitata dagli zefiri.
Chi desidera solo quanto gli basta
non è reso ansioso né dal mare tempestoso,
né dalla furia selvaggia di Arturo quando tramonta
o dei Capretti quando sorgono,
né dal podere bugiardo della vigna colpita dalla grandine,
mentre gli alberi danno la colpa alla pioggia
o agli astri o agli inverni rigidi che bruciano i frutti.
I pesci sentono restringersi le distese marine
per i macigni gettati in mare: ora l’imprenditore
fa calare pietrame dagli schiavi
come se fosse il signore superbo della terra.
Ma il Timore, le Minacce seguono nello stesso modo il signore,
né si allontana il nero Affanno dalla trireme ornata di bronzo,
ma siede in groppa dietro di lui.
A chi è dolente, né il marmo frigio,
né l’uso di porpore più splendenti delle stelle
solleva la sua angoscia, né la vite Falerna
o l’unguento orientale degli Achemenidi.
Perché dovrei costruirmi un alto palazzo
dagli stipiti degni di invidia o secondo la nuova moda?
Perché dovrei cambiare la valle sabina, la casa,
con le ricchezze che sono causa di maggiori fatiche?

Ode IV, 7

Pulvis et umbra sumus

Le nevi si sciolgono,
i campi ritornano verdi,
le chiome degli alberi rifioriscono;
muta volto la terra,
i fiumi rientrano negli argini.
La Grazia con le Ninfe
e le sorelle gemine ardisce nuda
condurre a danza il coro.
Non sperare in eterno,
ti dice,
l’anno e l’ora che il giorno rapisce.
Il vento di Zefiro è mite;
l’estate,
che dovrà pure morire,
calpesta la primavera;
e appena l’autunno ha versato i suoi frutti,
ricorre la bruma, inerte.
Ma le fasi lunari veloci
riparano i danni del cielo:
e noi,
una volta scesi giù dove stanno il padre Enea
ed Anco e Tullo ricco,
polvere siamo e ombra.
E’ ignoto
se gli dei aggiungano il domani ai tuoi giorni.
Tutto quello che avrai negato al tuo animo
cadrà nelle mani avide dell’erede.
Scomparso che tu sia ed abbia udito
il decreto solenne di Minosse,
non potrà la facondia,
o Torquato,
non la tua origine,
né la tua religione
ridonarti alla vita.
Diana non può liberare
dall’ombra il casto Ippolito,
e Teseo tenta invano
di spezzare all’amico Piritoo le catene di Lete.

Ode III, 30

Io non morirò del tutto…

Ho innalzato un monumento più resistente del bronzo,
più alto della regale mole delle piramidi
e non potranno mai demolirlo
la pioggia battente
o la furia
del vento Aquilone
o la lunga serie degli anni
o il trascorrere fugace delle stagioni.
Io non morirò del tutto,
ma molta parte di me sfuggirà a Proserpina.
Nella lode dei posteri io crescerò sempre di nuova vita,
finché il pontefice salirà al Campidoglio
accompagnato dalla silenziosa vergine.
Là dove ancora l’Ofanto strepita con violenza,
là dove Dauno ha regnato su terre aride
e su genti agresti,
di me si dirà
che mi sono riscattato da umili natali nobilitandomi
e che per primo ho adattato ai versi italici
il carme eolico.
Fai tua,
o Melpomene,
la superbia del merito
e incorona
la mia fronte con l’alloro di Delfi.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 11, 04, 2021

VOCI DI DONNE

Tutto il mio tempo,
tutto,
aperto ai flutti delle mie parole.
Entro nel mare della mia forza generativa
assieme a ogni donna degna dei miei versi
e ieri o oggi sono solo semantica.
Siamo eterne vergini suicide,
sognate e sognanti,
addormentate al suono di una canzone d’amore.
Rifletto la mia ombra dentro di noi,
cerco l’opposto e trovo uno specchio,
un continuo desiderio di fuga mi distrae.
Lo spirito irrequieto della libertà serpeggia nel labirinto delle mie vene
e tutto è perduto
e riavuto
e ripetuto nel mio incessante bisogno di conquista.
Per me è sempre amore,
solo amore,
un ossimorico splendore del desiderio.

Sabina

Trento, 20, maggio, 2021

IL SONNO & IL SOGNO

Sonno.

Leggero o profondo,

immagine della fatal quiete o panacea di tutti i mali,

a me tu caro vieni

e naufragar mi è dolce nel tuo ambiguo mare.

Sonno.

Leggero ed evanescente,

nuvola ovattata di fumo bianco

quando il fumo è bianco e dilata gli occhi,

battito rapido di ciglia solerti di madre

quando il figlio è in croce,

palpebre che si muovono

come i cavallucci delle giostre paesane

quando la festa del patrono ha un santo da gabbare.

Sonno.

Profondo e senza sogni,

senza neanche quel qualcosa che è il nulla,

quando c’è quel qualcosa di vuoto

e la percezione è assente,

come la lettera del fante Antonino Mamo

mai pervenuta alla madre dolente dal fronte russo

nella borgata antica della città vecchia

in quel funesto e nero 1944.

Sogno,

sogno che apri le profondità della Vita

alla visione dell’Essere e del Non Essere,

sogno che scuoti e percuoti le radici sfibrate,

come il Libeccio sui vetusti ulivi

quando l’ulivo è antico e carico di consumati inverni.

Sogno,

tu che fai dormire il corpo

per svegliarlo alla meditazione potente

seguendo una scorciatoia

che porta alla metamorfosi interiore,

dalla consubstanziazione alla transubstanziazione,

insieme al Maestro.

Mosè,

Budda,

Socrate,

il Giudeo,

Muhammad,

Arthur,

Karl,

Sigmund,

Friedrich,

Joshif,

Benito,

Adholf,

Palmiro,

Giulio,

Bettino,

Silvio,

Diego Armando,

i Mattei,

Salvuccio Lagrange,

Balduccio Sinagra…?

No, grazie!

E allora?

Allora Lilith,

Saffo,

Santippe,

Ecuba,

Andromaca,

Elena,

Maria,

Lucrezia,

Agrippina,

Lesbia,

Artemisia,

Gaspara,

Vittoria,

Marie,

Teresa,

Grazia,

Rita,

Margherita,

Tina,

Juliette,

Monica,

Nilde,

Indira,

Alda,

Anna,

Melania,

Elsa,

Dacia,

Natalia,

Matilde,

Liliana,

Lina,

Emma,

Mariangela,

Lalla,

Lella,

Lilli,

Marianna,

Ada,

Titina,

Sofia,

Brigitte,

Marguerite,

Iolanda,

Gabriella,

Elena,

Fabiola,

Lucia,

Agata,

Caterina,

Sabina,

Maruzzella,

Beatrice,

Stefy,

Erica,

Varna,

Vega,

Antonietta,

Margaret,

Alessandra,

Chiara,

Diletta,

Antonella,

Ilaria,

Malala,

Greta…

Concetta Giudice?

Sì, grazie!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 03, 2021

A PROPOSITO DI FEMMINICIDIO…

A proposito di “femminicidio” mi ricordo che

correva l’anno1953 dentro l’umida isoletta di Ortigia.

Quella sera di Gennaio un malefico Libeccio infilzava la viuzza dedicata a Claudio Mario Arezzo, un letterato umanista siracusano che contro Bembo sosteneva l’importanza del dialetto siciliano rispetto all’aulico toscano.

Mia sorella Francesca, detta Franca, che sin d’allora era dispettosa e vezzosa come una scimmia, in quella sera di quell’anno e in quel posto mi dimostra la sua bravura fermandosi all’improvviso e leggendo su una lastra di calcare la seguente iscrizione.

“Candido giglio reciso

nel fiore della sua giovinezza

dalla furia omicida

di un bieco assassino”

Il “candido giglio” si chiamava Giovanna Borgia, detta Nannina, e nel 1947 contava soltanto 19 primavere. Era bionda e portava i capelli a coda di cavallo.

Era fidanzata con Santo Agnello, detto Santino, di anni 22, rampollo della Siracusa bene in quel misero dopoguerra.

In un soleggiato pomeriggio di Aprile Giovanna, celiando con Santino che le chiedeva un appuntamento per la sera, aveva graziosamente risposto che era già impegnata con un bell’uomo.

Voleva essere il complimento traslato di una donna innamorata e, invece, fu la sua condanna a morte.

Accecato dalla maledetta gelosia e angosciato dall’immane senso di perdita, Santino si armò di rivoltella e consumò le sue assurdità psichiche sul corpo procace di Giovanna.

Si celebrava il capolavoro estremo di madri fredde e di padri fascisti.

Questa è la tragica storia d’amore di Santino e di Giovanna.

Io ho imparato a leggere nel 1954 e sono ritornato senza la dispettosa sorella a cimentarmi nella lettura di quella lastra di calcare anche per capirne il significato.

Quel giorno la stradina dedicata al povero umanista, un budello lastricato di lava che scende verso la Marina, era infilzata da un sole in tramonto che illuminava di sinistra luce rossastra la barocca iscrizione.

Sono riuscito a leggerla correttamente senza capire un bel niente.

Rassegnato ho chiesto alla mia sorella intelligente e istruita il significato di quelle parole, di quei versi, di quella poesia, di quella storia da cantastorie.

Mia sorella, malefica come il Libeccio, mi ha detto che si trattava di un necrologio, addirittura un necrologio.

Mi ha preso a manina e mi ha portato da via Savoia numero n° 15 in via Claudio Mario Arezzo al numero 52, ha letto e riletto con enfasi da teatro greco i versi, mi ha fatto leggere il macabro insieme e alla fine mi ha raccontato la storia.

Ricordo che quel giorno il vento si chiamava Tramontana, era freddo e soffiava da Nord: il giorno dopo l’ennesima bronchite si era accanita sui miei venti chili di ossa e cartilagine.

Santo Agnello, detto Santino, era figlio di un valente oculista e studiava medicina all’Università di Catania.

Fu processato nei diversi gradi dalla Corte d’Assise della città dove studiava e fu condannato all’ergastolo.

Cambia scena e cambia registro.

Correva l’anno 1950 e il bambino Vincenzo Grillo, destinato a essere sentito Bucaleddru, inciampava e cadeva sull’acuta scogliera davanti al carcere barocco di Ortigia. Il sangue usciva copioso dal suo piede sinistro. Il fratello Salvatore, detto mangiatorrone, lo prese in braccio e lo portò presso l’infermeria del carcere, detto la casa con un occhio.

Il bambino Enzuccio fu curato dal detenuto infermiere Santo Agnello, detto Santino, un uomo destinato a non vedere la luce della libertà e della ragione.

Crescendo anche Vincenzo Grillo, ormai saputo come Enzo Bucaleddru da coloro che gli volevano bene, ha conosciuto la tragica storia di Santino e di Giovanna e da poeta decadente ha posto su carta di papiro i seguenti versi.

“Si può in un sol baleno fare cose

che in eterno cangiare non si puote.

Tutta una vita a pensare a un lampo accecante

che toglie agli occhi ogni altro bagliore,

senza lasciare all’angoscia

né pausa, né spazio alcuno.

Ciò ch’io vidi nei suoi occhi fissi

era sempre l’imago che menò,

sempre esitante, nel pensiero.

Mi dissero che puerili gesta,

“bum bum”, “bum bum”,

erano da libero nella sua mano senile.

Eppur sicuro operò sul mio arto ferito,

perché sollievo provai dalle sue cure.”

Santo Agnello, detto ancora Santino, fu graziato dalla pietà umana nell’anno 1995. Dopo quarantacinque anni di reclusione e in piena follia fu restituito a coloro che erano rimasti e che ancora gli volevano bene.

Dicono di lui che girava per le stradine umide di Ortigia sempre al tramonto, con il Libeccio e con la Tramontana, con il Grecale e con lo Scirocco, e che, quando passava per via Claudio Mario Arezzo, gridava “bum bum” alzando la mano destra e componendola a mo’ di rivoltella.

Era follia o era verità?

Santino è morto d’inedia e nella dimenticanza collettiva.

Una mente acuta e una mano pietosa hanno rimosso la lapide calcarea di via Claudio Mario Arezzo, sempre al numero 52, e al suo posto hanno posto questa modesta preghiera, scolpita in opaco e ruvido marmo.

“Gesù e Maria,

accogliete tra i vostri martiri

colei che qui trovò la fine

al suo calvario.”

Ero un bambino quando ho saputo del “femminicidio” e quella fu la mia prima volta.

Da adulto ho anche pensato che nel Codice penale di allora figurava il delitto d’onore.

Era il Codice fascista a firma del guardasigilli Rocco, ancora in vigore nell’Italia repubblicana degli anni ‘70.

Da questo ricordo il passo all’attualità, ancora tragica, è naturale.

Ripropongo

DONNE !

ATTENTE AL LUPO !

Il titolo sembra carico d’ironia, ma è di una verità sconcertante che si andrà assodando cammin facendo.

Mi è stato chiesto da alcune donne di chiarire e di approfondire le norme che “Psiconline” aveva pubblicato in occasione della giornata contro il “femminicidio”.

Ho accolto di ben grado questa richiesta e ho formulato una Prognosi puntuale e allargata per consentire alle donne una migliore comprensione della situazione in cui si possono trovare loro malgrado.

Comincio fissando una serie di norme psichiche da ben valutare e a cui attenersi qualora si viene in contatto non soltanto con la dura situazione di poter subire violenza da parte di un uomo o del proprio uomo, ma nell’altrettanto dura situazione di cominciare a prender atto che nella psicodinamica individuale del vostro uomo e, di conseguenza, nella vostra psicodinamica di coppia si verificano fenomeni specifici che esulano da quella che fino a ieri era la vostra normalità, una degenerazione del rapporto di coppia.

Ignorare non è ammissibile alla luce dei tragici eventi e delle drammatiche statistiche che quotidianamente vengono fornite alla pubblica coscienza e alla pubblica opinione.

Affinché non si rimuovano per difesa queste tragiche realtà e questi incresciosi dati, contribuisco a divulgare una

PROGNOSI PSICOLOGICA

per le donne e per tutti gli uomini di buona volontà. A questa seguirà un’adeguata “prognosi” anche per gli uomini, gli attori coinvolti nel tragico fenomeno, e in conclusione anche per i figli intrappolati nelle riottose psicodinamiche di mamma e papà senza avere gli strumenti emotivi e razionali per capire.

  1. Mettere fra parentesi i sentimenti e non minimizzare la gravità della situazione: meglio esagerare piuttosto che essere ammazzate.

La freddezza emotiva si ottiene con la sospensione dell’affettività e con il momentaneo disinvestimento psichico sul vostro uomo per valutare al meglio voi stesse e la situazione di coppia, cercando di essere, per quanto possibile, oggettive. La realtà psichica in atto è più importante della sfera sentimentale e affettiva. Questa sospensione affettiva è temporanea e non significa non voler più bene al vostro uomo. La riduzione emotiva amplia la comprensione razionale della situazione.

Esemplificazione: “ma chi è quest’uomo che penso di amare e con cui ho scelto di vivere e di far famiglia?” o “Mi trovo in una situazione pericolosa e sto rischiando troppo!” o “Non l’avevo mai visto così!” o “E se esce fuori di testa e mi ammazza?”

  1. Non essere fataliste e non attendere il miracolo del “tutto passa e tutto si risolve”. All’incontrario bisogna agire con freddezza, cautela e intelligenza.

Il “fato” o “destino” non esiste di per se stesso, ma esiste nella testa degli irresponsabili, nelle fantasie dei poeti, nei bisogni religiosi. Tanto meno i miracoli! I santi hanno altro da fare e non si curano dei fatti umani, tanto meno delle miserie. “L’uomo è arbitro del proprio destino”, quindi i nostri pensieri e le nostre azioni dipendono esclusivamente e soltanto da noi. Di fronte alle emergenze psichiche e relazionali necessita freddezza logica ed emotiva nel valutare e decidere, cautela nel dire e nel provocare, intelligenza nel fare e nel prevenire.

Esemplificazione: mai pensare o dirsi “Doveva andare così.” o “Lo sapevo

e me lo merito!” o “Se avessi ascoltato mia madre o mio padre, non mi

troverei in questa situazione” o tanto meno “Bisogna solo attendere che lui

si renda conto di quello che ha detto e che ha fatto” o “Cambierà con il

tempo”. Mai colpevolizzarsi perché il senso di colpa peggiora la situazione

psichica in cui vi trovate e riduce la lucidità mentale. Meglio aver paura e

dirsi “Le cose stanno così, mi ha fatto male e mi fa paura” per cui “Devo

ben valutare la situazione in cui mi trovo” e “Non devo provocarlo, ma devo

capire fino a che punto può arrivare quando è in crisi” e “Nelle situazioni

pericolose è meglio cercare aiuto, piuttosto che stare da sola con lui”.

  1. Superare il pudore e comunicare il disagio in sul primo manifestarsi alle persone che ritenete degne di voi, di capirvi e di potervi aiutare.

Non chiudetevi in uno splendido isolamento, perché da sole non ce la potete fare. E’ importante capire che da sole non venite fuori da queste difficoltà soltanto perché si tratta di novità terribili alle quali non siete educate. Fidatevi e affidatevi! Il senso del pudore appartiene alla vostra adolescenza. Oggi bisogna comunicare al più presto il disagio che voi stesse non riuscite a capire appunto perché non lo avete mai vissuto.

Calibrate bene le persone giuste e degne di ascoltarvi e di consigliarvi. In un primo tempo si tratterà di persone che immancabilmente vi vogliono bene e che hanno un rapporto affettivo con voi.

Esemplificazione: “E adesso a chi lo dico? Mi vergogno e poi io sono orgogliosa! Come faccio a dire a qualcuno delle cose così intime e personali?” o “I fatti miei sono soltanto miei!” o “Sono sola e non posso dirlo a mia madre o alla mia migliore amica o tanto meno a mio padre. Non capirebbero! Magari mi rimproverano e mi danno la colpa di quello che sta accadendo o pensano che ho esagerato e che sono paranoica.” o “Meglio attendere e vedere come si sistema la storia.” Invece bisogna dirsi semplicemente “Vado, dico e valuto cosa mi dice quella persona su cui posso contare e di cui posso fidarmi” o “Ho bisogno di proteggermi e di essere protetta.”

  1. Non cedere assolutamente all’onnipotenza del farcela a tutti i costi e da sole.

Attente all’onnipotenza! E’ una brutta bestia e una pericolosa compagna di viaggio in qualsiasi circostanza e soprattutto in questa. Liberatevene subito! Meglio pensarsi impotenti e incapaci e anche ignoranti, piuttosto che ritenersi al di sopra del padreterno! L’onnipotenza è il sintomo di una grave psicopatologia e allora proprio in questa circostanza non potete ammalarvi o reagire alla follia del vostro uomo con la vostra lucida follia. Dovete tutelarvi dalla tentazione di farcela a tutti i costi e da sole soltanto perché in certi momenti vi sentite capaci di capire, di reagire e di controllare. Quello che vi sta succedendo esula dalle vostre capacità intellettive semplicemente perché si tratta di una malattia mentale grave del vostro uomo.

Esemplificazione: “Io sono forte e ce la farò da sola!” o “Ne ho superate difficolta ben più gravi di queste!” o “I miei mi hanno sempre detto e insegnato a cavarmela da sola e io sono cresciuta senza aver bisogno di nessuno! o “In ogni modo io ne vengo fuori”.

  1. Affidarsi a un Centro o a un Ente preposti al caso e non chiudersi in se stesse. Il primo supporto psicologico e psicoterapeutico lo trovate in queste strutture.

E’ necessario rivolgersi a una struttura specializzata nell’aiutare nella massima riservatezza le donne che si trovano in queste situazione di crisi e di emergenza. Questo non significa che da questo momento in poi dovete agire in tutto e per tutto come gli specialisti vi suggeriscono. Dovete sempre mantenere lo spirito critico perché soltanto voi potete valutare adeguatamente la situazione in cui vi trovate. Voi dovete comunicare il disagio o il pericolo e ascoltare cosa vi suggeriscono. Dovete soltanto riflettere e meditare sulle conoscenze acquisite e sui suggerimenti che vi hanno dato. State accrescendo la vostra consapevolezza. Questo obiettivo è importantissimo e determinante. Questa è la vostra salvezza! La “coscienza di sé” è la vostra terapia d’urgenza. Di poi, quando sarà passata la tempesta, penserete ad altre terapie per la vostra salute mentale e per il vostro equilibrio psicofisico fortemente turbato.

Esemplificazione: “Devo chiamare e poi chissà cosa mi dicono.” o “E se

non capisco e non so fare quello che mi dicono?” “Ma sono sicura che

questi ne capiscono qualcosa?” o “Ma questi mi possono capire o sono

lì tanto per lavorare e di me non gliene frega un bel niente?” Invece

bisogna scattare in questi termini “Datemi subito un appuntamento perché

mi trovo in difficoltà.” o “Da sola non ce la faccio” o “Non ce la faccio più!

Ho bisogno di essere aiutata, ho bisogno di sapere e di capire subito.” o

“Mi trovo in una situazione complicata e terribile”.

  1. Non lasciarsi suggestionare da promesse tipo “non lo faccio più, perdonami”. Considerate adeguatamente le minacce e specialmente le più sottili, quelle psicologiche. Considerate adeguatamente i comportamenti intimi e specialmente quelli sessuali. Considerate adeguatamente la misoginia, odio verso le donne, i comportamenti sociali e l’estremismo politico. Considerate la qualità della relazione con la madre.

Non siete chiamate a giudicare nessuno, tanto meno ad assolvere o a condannare. Dovete soltanto guardare i fatti in maniera nuda e cruda.

Esemplificazione: “Mi ha fatto male e mi ha fatto paura” o “Mi ha detto che mi ammazza.” o “Mi ha detto di tacere perché non capisco niente.” o “Mi ha ricattato e mi ha minacciato” o “Mi ha detto di non dire niente a nessuno.”

Per quanto riguarda le tante promesse, non lasciatevi assolutamente

impietosire e non aderite alla richiesta di dargli ancora fiducia. Il male

subito non si può convertire in bene e tanto meno si può sublimare come

una sofferenza in vita che apre le porte dei cieli. Non avete bisogno del

paradiso, ma soltanto di valutare l’inferno in cui vi trovate e di uscirne fuori

al più presto. Raccomando sensibilità alla minaccia “Ti ammazzo!” Non è

un semplice modo di dire. E’ molto grave a livello umano, ma è

pericolosissimo a livello relazionale, oltre al fatto importantissimo che

disocculta una grave psicopatologia.

Per quanto riguarda la vita intima e sessuale valutate la “sindrome del

lupo e dell’agnello”, i comportamenti fortemente aggressivi e gli

atteggiamenti infantili e filiali del vostro uomo nei vostri confronti. Questa

drastica oscillazione tra l’essere tenero e indifeso e l’essere brutale e

perverso attesta di un’organizzazione psichica molto fragile che può

esplodere da un momento all’altro nella perdita dell’autocontrollo e del

“principio di realtà” se non è contenuta dai meccanismi di difesa.

Se il vostro uomo sessualmente manifesta interesse morboso verso i

rapporti anali e non genitali, se il vostro uomo esprime la sua “libido”

secondo pulsioni sadomasochistiche, se il vostro uomo si autocompiace

narcisisticamente e non vi riconosce come persona da amare, se il vostro

uomo riconosce e adora soltanto se stesso come unica e vera realtà, se

riscontrate tratti di questi comportamenti e di queste tendenze potete

certamente preoccuparvi della situazione rischiosa in cui vi trovate e potete

prospettare una psicoterapia individuale per il vostro “lui” o di coppia per

porre intanto il problema allo specialista e avere una migliore

consapevolezza della situazione in cui, vostro malgrado, vi trovate.

Bisogna ancora valutare l’aggressività intima e sociale che il vostro uomo

esterna nelle parole o nei fatti durante la vita quotidiana. In particolare se

viene fuori con espressioni del tipo “li ammazzerei tutti” o “meritano di

morire” o “ci vorrebbe la pena di morte” o “bisogna farli fuori” e similari

soluzioni su fenomeni sociali in atto.

Valutate ancora la “misoginia” del vostro uomo, il sentimento

dell’odio, consapevole e non, che esterna nei confronti delle donne, il

concetto negativo che ha sull’universo femminile, lo schema culturale

materialistico e arretrato che ha inscritto nella sua interiorità.

Esemplificazione: “Le donne sono tutte uguali.” o “A cosa servono le

donne? Solo per far sesso!” o “Le donne devono essere soltanto

bastonate.” o “Le donne sono esseri inferiori.” o semplicemente “Tutte

troie!”.

In conclusione bisogna valutare il tipo di rapporto che il vostro uomo ha

con sua madre. Se esterna una relazione ambigua di amore e odio, di

dipendenza e autonomia, di accettazione e rifiuto, se manifesta un legame

ambiguo di fusione e distacco, di premura e rabbia, se manifesta una

pulsione di morte verso questa figura a suo modo sacra. In tal modo potete

avvalorare la convinzione di avere vicino una persona notevolmente

contrastata e conflittuale che versa in uno stato psichico “limite”, ai bordi

tra la nevrosi e la psicosi, tra la normalità e la follia.

  1. Convincersi che la psicodinamica dell’uomo violento ha radici lontane ed è una psicopatologia grave non legata alla vostra azione e tanto meno alla vostra responsabilità.

E’ importante e determinante acquisire la ferma consapevolezza che il vostro uomo ha una storia esistenziale e psicologica che voi avete in pieno, nel bene e nel male, ereditato. La “formazione psichica reattiva”, il carattere, del vostro uomo non è dipesa da voi. In nulla avete contribuito alla sua prima formazione psichica e alla basilare evoluzione psicologica. State raccogliendo quello che altri hanno seminato, state subendo le conseguenze nefaste di una formazione psichica altamente critica e conflittuale. Siete il capro espiatorio di altri bisogni di affermazione e di altre vendette. Le radici violente del vostro uomo risalgono alla sua prima infanzia, tecnicamente alle “posizioni orale e anale” e alla mancata risoluzione del legame con i genitori e in special modo con la madre. La psicopatologia è grave perché ha origini lontane e risale al tempo in cui l’Io, la vigilanza e l’autocontrollo erano ancora in formazione. Semplificando: il vostro uomo regredisce a quelle posizioni psichiche, vi confonde con la madre e diventa veramente pericoloso per la sua donna.

Valutate anche i costumi e i gusti sessuali del vostro uomo, il

comportamento nei riguardi del vostro corpo e della vostra persona, le

propensioni narcisistiche, la violenza giustificata con la pulsione sessuale,

le fantasie e i giochi erotici, la qualità globale della relazione, la remissività

del bambino che contrasta con la violenza dell’uomo adulto. Valutate la

gelosia e le pulsioni ossessive, la paranoia e le compulsioni, la necessità di

fare determinate azioni per sentirsi meglio.

Esemplificazione: “Non sono io che lo provoco e gli scateno la crisi di

nervi.” o “Quando dà in escandescenze, non lo riconosco. E’ tutta un’altra

persona!” o “Sembra una bestia quando si arrabbia. Ha uno sguardo

terribile e gli occhi sono di ghiaccio.” o “Mi guarda e sembra che non mi

riconosce.”

  1. Essere fermamente consapevoli che non potete aiutare chi ha soltanto necessità di curarsi.

Alla luce di quanto avete capito di voi e della situazione in cui vi trovate, potete abbandonare l’onnipotenza terapeutica e la vostra pulsione materna di aiutare e perdonare chi ha tanto sofferto da bambino. Abbandonate la pulsione della buona samaritana o della prospera infermiera. Voi non siete valenti psicoterapeuti e tanto meno esperti psichiatri, voi siete la parte lesa e, vostro malgrado, la parte in causa senza aver in nulla contribuito a tanto marasma psichico. Ricordate che il medico pietoso procura cancrena nella ferita. E allora valutate la necessità della psicoterapia e di un lungo periodo di cura per ripristinare un equilibrio corretto nel vostro uomo in coppia e in famiglia.

Esemplificazione: “Non posso far nulla per te. Io posso soltanto accompagnarti in questo tragitto terapeutico.” o “A mia volta posso farmi aiutare a capirmi e a capirti. Devo anche superare i traumi inferti dalla tua malattia.” o “Ci vuole qualcuno che ragiona in questa situazione e questo qualcuno meno male che sono io.”

Questo punto è importantissimo: il vostro uomo è malato, ha una psicopatologia grave anche se non si vede sempre e soprattutto anche se oscilla tra la violenza e la remissività. Quest’ultimo sintomo è la ineccepibile prova della malattia: il lupo e l’agnello, la crudeltà del primo e l’innocenza del secondo.

  1. Per rafforzare la vostra azione difensiva, considerate l’importanza di evitare traumi ai vostri figli. Considerate che anche loro possono essere vittime della follia omicida di un padre tralignato in bieco assassino a causa della sua malattia.

I figli sono da tutelare in ogni senso, dal versante psichico al versante fisico. Passate dal vostro giusto amor proprio e dalle vostre adeguate difese alla necessaria difesa dei vostri figli. Pensate di essere massimamente nel giusto. Recuperate il senso ancestrale della maternità, la legge neurovegetativa del sangue, quell’istinto che ancora è presente dentro di voi e che avete scoperto nel momento successivo al travaglio e al parto. In questo modo acquistate quella forza che eventualmente vi manca in così grande emergenza. La psicopatologia del vostro uomo non riconosce nei suoi eccessi critici i figli e il suo delirio induce a viverli come suoi prodotti da portare via o come strumenti per punirvi.

Esemplificazione: “Dobbiamo tutelarci e proteggerci.” o “I bambini non hanno nessuna responsabilità e non devono assistere a queste scene terribili.” o “E se ci ammazza?”

  1. Volersi tanto bene, agire con il buon senso e seguire anche i consigli che troverete da voi stesse cammin facendo.

In tanta emergenza considerate la vostra importanza e l’importanza del volersi bene. Siete nel giusto, ma la situazione può degenerare nel drammatico-quasi tragico. State imparando una lezione che avreste benissimo evitato, ma il ballo della vita e delle persone vi ha voluto coinvolgere e vi ha richiesto buon senso e amor proprio senza esagerazioni della paura e del panico o della superficialità e del minimizzare. Avete avuto bisogno di altri, ma non avete smarrito voi stessi, le vostre capacità e il buon consiglio che potete dare a voi stesse. Dopo attenta riflessione su quello che vi hanno detto da tutte le parti, chiedetevi “E io cosa penso e cosa mi dico?” Questo è importantissimo per voi e dispone per una buona reazione a tanta disgrazia.

Esemplificazione: “Non mi devo confondere, impaurire e tanto meno perdere d’animo.” o “Secondo me devo fare in questo modo” o “Ho capito”.

  1. Ricordare sempre che il corpo è tutelato dal Diritto naturale e dalla Legge ordinaria e che nessuno può usargli violenza. Al primo ematoma “112” o “113” è il numero giusto.

Bisogna anche avere una buona coscienza socio-politica-giuridica in questa situazione estrema, esserne fiere e curarla. Nessuno può usare violenza al vostro corpo. L’ematoma e la fuoruscita di sangue sono reati penali che devono essere denunciati e registrati per il bisogno futuro. Recatevi sempre al “Pronto soccorso” per farvi curare e per registrare il reato subito, la violenza sul corpo, l’emorragia, la contusione, l’ematoma. Il referto medico, la diagnosi, la terapia e la prognosi hanno un valore legale enorme e possono esservi utilissime per tutti i casi riconosciuti dalla Legge e per le evenienze future. Di poi, possono essere utili le diagnosi psicologiche e le psicoterapie di sostegno o di ristrutturazione psichica in riparazione dei traumi subiti. La Polizia e i Carabinieri riteneteli i vostri naturali difensori e non pensate mai che mettete nei guai il vostro uomo se vi rivolgete alle Forze dell’Ordine. Non cadete nella banalità paranoica di una possibile divulgazione dei fatti vostri. Chi sbaglia deve pagare per ravvedersi. La vostra vita vale più di ogni altro bene. Voi siete importanti per voi stesse e anche per i vostri figli. Avete la responsabilità di educarli, di farli studiare e di realizzare tanti progetti insieme a loro. Trovate la forza per procedere anteponendo a tutto il resto voi e i vostri figli. Consapevoli che le minacce nei casi gravi non servono, anzi a volte acuiscono la gravità della situazione, pur tuttavia dovete sempre fare presente al partner che siete soggetti di diritto sin dal primo insorgere dei maltrattamenti psicofisici e precisate che il corpo è vostro e lo potete gestire soltanto voi.

Esemplificazione: “Non devi alzare le mani, perché ti denuncio!” o “Non

mi devi nemmeno toccare o chiamo immediatamente la polizia”.

Salvatore Vallone

UN ALTRO MARE

TRAMA DEL SOGNO

“Ero in viaggio.

Prendo una camera. Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine e, infatti, il posto dà sul mare.

Poso le mie cose. Nella stanza ci sono molte cose. Dà un’idea di vissuta, non quella di anonimato solita degli alberghi.

Faccio una passeggiata verso il mare in una striscia di terra. Ci sono onde molto lunghe anche se il tempo è bello.

Mi avvicino e mi faccio bagnare dagli spruzzi e penso, mentre lecco il sale: “bello farsi bagnare da un altro mare”.

Dopo essermi cosparso ben bene, penso: “ora faccio una foto e lo racconto”. Ma non ho il cell che ho lasciato in camera.

Penso: “vabbè, poi, quando torno, faccio la foto.”

Penso, però, che in realtà ho lasciato il cellulare, i documenti (strano perché ho la sindrome del “Fu Mattia Pascal” e non giro mai senza), i soldi.

Mi avvio verso la camera non preoccupato, ma faccio una bella corsetta: (sto in piedi, eh!).

Non trovo la camera. Allora dopo aver bussato a varie porticine, vado verso la reception per chiedere il numero di stanza.

Ci sono due signore e una mi dice: “Oui, oui, monsieur Margaritò (quindi sono in Francia), il numero è questo e mi avvio verso la stanza.”

Margarito

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ero in viaggio.”

Margarito sta vivendo. E’ un uomo che cerca e che spera di trovare, ma dentro di lui è in movimento e non si vuole acquietare. La vita è un “viaggio”. La metafora della vita è il “viaggio”. Il “viaggio” è l’allegoria del vivere. Mettila come vuoi, ma Margarito ha tanto viaggiato e ha tanto vissuto al di là della sua età anagrafica. Adesso sogna di essere nuovamente in corsa e in giro per il mondo, sempre dentro di lui s’intende. Margarito ha una buona confidenza con se stesso e può permettersi di viaggiare nella sua interiorità, nei meandri della sua psiche, nei recessi del suo “psicosoma”, negli anfratti della sua “persona”, maschera s’intende. E il sogno ne manifesta alcuni, i più tosti e delicati. Procedere urge e giova.

Prendo una camera. Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine e, infatti, il posto dà sul mare.”

E, infatti, Margarito va alla ricerca delle “parti psichiche di sé” che vuole disbrigare in questo sogno. Intanto prende “una camera”, intanto si addentra in un luogo tutto suo che ancora non si palesa nella sua identità e nella sua qualità. La “camera”, ormai, si sa che nel linguaggio dei simboli rappresenta ed è una “parte psichica di sé”, una “parte” a cui accostarsi in maniera delicata e senza forzature, senza grimaldelli da ladro di periferia. Non si sa mai quale porta si apre e dove ci si imbatte, specialmente quando si va in hotel, in un luogo di tutti e necessariamente anonimo nella popolare visione, in un luogo così vario e così variamente vissuto da tanta gente e da tante dialettiche psico-esistenziali. Margarito ha tante camere dentro di lui, nel suo sito psichico, nella sua “organizzazione psichica reattiva”, nella sua “struttura evolutiva”, insomma, Margarito non è un uomo da poco e poco considerato “in primis” ai suoi stessi occhi, è un uomo complesso e complicato e specialmente dentro: “Nel posto ce ne sono tante con porte una dietro l’altra, porticine tipo cabine”. Si è capito che il sogno non appartiene a un pincopallo qualsiasi o a un Giobatta da Cefalù. Questo prodotto psichico è di un uomo che inizialmente si sta giustamente difendendo dietro l’anonimato e la genericità. Si sa che il sogno tratta di lui, ma questo lui non si appalesa nella sua evidenza sostanziale come un ente toccato dallo spirito santo, questo lui è in pieno qualunquistico anonimato. Di solito questa è la manovra difensiva degli introversi, coloro che hanno tanto vissuto dentro prima che fuori. Tutti abbiamo elaborato un patrimonio notevole di vissuti, ma le persone che propendono all’uso del meccanismo di difesa della “introversione” hanno accumulato tanti tesori presso i castelli medioevali sulla Loira, in Francia guardacaso. Le “porte”, le “porticine”, le “tipo cabine” sono il patrimonio psichico che Margarito sta investendo in questo sogno e trattasi di materiale, “fantasmi” e “vissuti” sotto forma di esperienze o di “erlebnis” alla tedesca, molto coperto perché intensamente pensato ed elaborato. Viene fuori una ricchezza interiore assoggettata a una gamma di difese che la rendono fascinosa per il portatore e gestore, Margarito per l’appunto, e per gli altri, quelle persone che aspirano a intrufolarsi in queste “stanze” e in questi abbozzi di “stanze”, di “parti psichiche” di Margarito.

Perché queste “porte”, “porticine” e queste “tipo cabine” sono fascinose?

Semplice, lo dice lo stesso interessato: “il posto dà sul mare”. Margarito sogna di affacciarsi sul “mare” con i piedi ben saldi sulla terra, sulle sue “stanze” e sui segreti pensieri che vengono dalla profondità psichica ed esulano verso la stessa profondità psichica in cui risiedono. Il “mare” rappresenta simbolicamente il “principio femminile”, la dimensione psichica inconscia, l’esistere e il vivere. Margarito si prospetta alla grande Madre, alla “rimozione” per fomentare un consistente Inconscio, all’essere gettato nel mondo con la sua individualità e la sua libertà, a operare i suoi investimenti di “libido”, a fare le sue scelte, a deliberare e a decidere.

Questo è “il posto sul mare” che Margarito ha tanto bramato, un altro “mare”, il suo “mare”.

Poso le mie cose. Nella stanza ci sono molte cose. Dà un’idea di vissuta, non quella di anonimato solita degli alberghi.”

“Poso le mie cose”: pondero bene i miei vissuti e li razionalizzo al meglio in questa situazione quasi magica in cui mi trovo, uno “status” psichico che soltanto il sogno può dare naturalmente. Margarito sa prendere e sa soprattutto lasciare. Dentro ha una ricchezza consistente e un patrimonio psichico fatto di “molte cose”. Ancora non si capisce bene di quale “stanza” si tratta, ma si è detto in precedenza che Margarito è un uomo coperto e difeso, strutturato e coriaceo che sa dispensarsi al momento giusto come un buon vino d’annata. Del resto, è assolutamente naturale mantenere nell’età matura, quando si ha “l’idea di vissuta”, le “stanze” in ordine, è importante per l’equilibrio psicofisico mettere ogni cosa al posto giusto e dare il posto giusto a ogni cosa. Margarito lo sa e lo ha fatto regolarmente perché non ha potuto concedersi il disordine mentale e l’agitazione nervosa. Ha dovuto organizzare e organizzarsi nel corso del cammin di sua vita e in tal modo ha potuto assaporare nel bene e nel male i frutti delle sue esperienze e i vissuti delle sue modalità cognitive ed emotive, i suoi pensieri e le sue azioni, le sue emozioni e i suoi affetti, i suoi investimenti di “libido” per dirla in gergo psicoanalitico. Ha vissuto e si è contraddistinto secondo le note caratteristiche che ha maturato seguendo il ritmo del coinvolgimento psicofisico che di volta in volta ha dettato in prima persona e secondo le sue valenze. Non si può di certo dire che Margarito è un uomo anonimo e convenzionale, un uomo per tutte le stagioni: tutt’altro! Margarito non ha niente di anonimo e di obsoleto nelle sue “stanze”. Anche il suo albergo ha una tonalità individuale che va dal distacco alla condivisione, dal silenzio al rumore, dall’isolamento al coinvolgimento. Il sogno dice che Margarito si sta ben difendendo con l’uso dei “processi primari” e che si sta aprendo progressivamente alla verità psichica concreta che vuole emergere: “adelante cum iudicio”. Nonostante queste benefiche cautele, Margarito non si esime dal descriversi nei tratti caratteristici della sua formazione evolutiva e dei suoi modi di essere e di esistere.

Faccio una passeggiata verso il mare in una striscia di terra. Ci sono onde molto lunghe anche se il tempo è bello.”

L’attrazione verso l’imponderabile e l’evanescente è irresistibile. Margarito è intenzionato con la sua coscienza “verso il mare” curando di tenere i piedi ben saldi sulla terra. All’uopo è buona anche “una striscia di terra”, un aggancio alla coscienza dell’Io, in una incursione verso il crepuscolo e l’obnubilato, il materiale psichico “rimosso” che non vede la luce della consapevolezza e che fa da sostegno al sistema psichico, alla “organizzazione psichica reattiva” di Margarito. Le sue introspezioni sono incursioni ben ponderate verso il “non vissuto” e il “non detto”, verso tutto quello che poteva nascere e che non ha visto la luce. Il senso della potenza è ben visibile in questo “fallo” di terra, questa “striscia” che s’insinua e s’incunea nell’elemento femminile rappresentato simbolicamente dal “mare”. In linea e in sintonia con il quadro sornione e attendista sono le “onde molto lunghe”, quasi un mare di scirocco, che contrastano con “il tempo bello” a conferma che i simboli parlano un loro linguaggio e non si riducono alla Logica consequenziale di Aristotele. Il mare di scirocco, con il suo moto ondoso di culla, favorisce il rilassamento e la distensione, l’abbandono dei sensi, la “reverie”. Il quadro psicofisico è in sintonia e in sincronia con lo stato d’animo di Margarito, un uomo che cerca e ricerca se stesso nel crepuscolo della sua coscienza e di fronte a “un altro mare”, in una nuova e diversa circostanza esistenziale ovviamente congrua con il momento psicofisico che il Tempo segna scorrendo inesorabile verso il bisogno d’ignoto e la speranza di quiete. “Il tempo è bello” quando è riservato all’abbandono psicosensoriale e alla ricerca di quel “se stesso” diverso e nuovo che non è mai andato al di là del “mare” in cui è nato e cresciuto. La “passeggiata”, il “mare”, la “striscia di terra”, le “onde lunghe”, il “tempo bello” sono gemme che incastonano il gioiello allegorico di un uomo che cerca la sua “atarassia”, la tranquillità del suo animo alla greca. Vediamo dove va a parare la tanta bellezza degli elementi in ballo.

Mi avvicino e mi faccio bagnare dagli spruzzi e penso, mentre lecco il sale: “bello farsi bagnare da un altro mare”.

Leccare il sale di un altro mare, di cui mi lascio “bagnare dagli spruzzi” e intanto “penso”: variando l’ordine delle parole il senso e il significato non cambiano. Margarito è un uomo che cerca una sua nuova dimensione psicofisica, una migliore e rinnovata “coscienza di sé”, proprio in questa allegoria sessuale della ricerca di “un altro mare” salato da leccare e in cui immergersi.

E’ proprio vero che Eros e Thanatos sono fratelli gemelli e marrani!

Il gusto del sale ricorda una canzone d’amore “anni sessanta” dell’ombroso Gino Paoli, un testo e una musica di una semplicità estrema e di un coinvolgimento pop che scende dai sensi per arrivare al cervello soltanto se è necessario. Per il resto è tutta un’emozione gustosa di calore sulla pelle e di sale sul palato. Margarito si smarrisce consapevolmente in questo “altro mare” e si abbandona al gusto di una sapienza che aspira a sublimarsi in saggezza, come in una fase di passaggio da un’età a un’altra, come in una “età” storica di Giambattista Vico, come in un’evoluzione psicofisica del collaudato duo Darwin-Freud. Il “sale” è un simbolo sacro, possiede un carisma e un valore. Quest’ultimo è culturale e ampiamente mercenario. Il “sale” sala e accresce la durata delle sensazioni, delle emozioni e delle certezze consapevolmente razionali, oltre che conservare il pesce e la carne sin dai tempi dei Romani, oltre che fare la fortuna dei primi veneziani della laguna. Il “sale” è come il “mare” un simbolo complesso e atavico, talmente antico che affonda le sue braccia negli albori del “pitecantropo” per la sua naturale gratuità e innata generosità. Il “sale” lo trovi bello e servito sugli anfratti delle scogliere in riva al mare, esige le giuste dosi per essere prezioso al corpo e alla mente, alle ghiandole endocrine e all’eccitazione logica e consequenziale delle libere associazioni e del discorso dialettico. Il “sale” di un “altro mare” è simbolicamente sempre lo stesso, anche se in natura è più o meno saturo e più meno salato. Margarito è eroticamente preso dalla ricerca di una nuova dimensione della sua consapevolezza e non sa fare a meno della parte gustosa ed eccitante della sua unità psicosomatica, del suo bisogno del Femminile, della sua propensione al crepuscolo della coscienza e dei frutti creativi della Fantasia. Ribadisco la coalizione cospiratoria di Eros e Thanatos in questo capoverso fortemente allegorico nell’interazione delle sue dinamiche simboliche. Aggiungo che il richiamo alla modalità cenestetica di scrivere del grande Giuseppe Tomasi, duca di Palma e principe di Lampedusa, nel suo “Gattopardo”: sensualità e sensorialità nelle parole e nelle loro combinazioni tramite l’uso di figure retoriche altamente cariche di sensi e di significati. Leggete il libro per confermare, più che per credere, anche perché ancora l’effetto contaminazione dei sensi e delle parole non è finito.

Dopo essermi cosparso ben bene, penso: “ora faccio una foto e lo racconto”. Ma non ho il cell che ho lasciato in camera.”

Margarito si è “cosparso” di acqua salata, del “sale di un altro mare”, si è cosparso “ben bene” e in questa operazione auto-erotica di qualità sensoriale sente il bisogno di tradurre in parole e in immagini il film che sta vivendo già in sogno. Al normale processo onirico Margarito aggiunge il processo grafico e fotografico. Entrambe le modalità descrittive sono funzionali all’appagamento narcisistico ed esibizionistico, compiacciono la “posizione psichica narcisistica” del protagonista, quella tutta incentrata sull’auto-compiacimento e sull’auto-gratificazione, sulla propria persona e sul gusto della stessa con l’aggiunta del dovuto retrogusto, come nelle migliori degustazione di whisky scozzese in quel di Castelfranco veneto durante le notti nebbiose. Margarito è in debito di offerte di sé ed è in credito di mancate offerte di sé. Si profila un tumulto psicofisico in questa dialettica narcisistica di Margarito con se stesso e con gli altri nel dire e far vedere quel se stesso con il gusto del sale addosso, quel se stesso brillante e saporito come un salmone affumicato norvegese. E’ questo il problema di Margarito, l’offerta di sé al migliore offerente e nelle condizioni prospere di parola e immagine. La rappresentazione “di sé” si associa alla narrazione “di sé” ed entrambe si squadernano verso un prossimo che attende l’epifania del sacro oggetto e del carismatico evangelo. Margarito aspira a raccontarsi e a farsi vedere nelle condizioni migliori del suo essere e del suo esistere lontano dal suo “mare” e in un altro “mare”. E’ presente una vena di fuga e di ritrovamento, fuga dal suo ambiente e da se stesso, ritrovamento di nuovi modi e di nuove forme, sempre di sé, della sua persona che aspira a manifestazioni congrue e congeniali, quasi desiderate con devozione e auspicate a mani giunte. Ma tutto questo processo evangelico ed epifanico è vanificato dalla negligenza, “non ho il cellulare che ho lasciato in camera”. Margarito ha dimenticato dentro se stesso, per la precisione in una “camera” della sua casa psichica, il prezioso strumento di comunicazione che avrebbe permesso l’appagamento di un desiderio e di un bisogno, quello che consentiva il passaggio dal “narcisismo” alla “genitalità”, dall’autocompiacimento gratificante alla condivisione di “parti psichiche di sé” che non trovano la strada giusta per esprimersi in mezzo alla gente. Si precisa sempre meglio la psico-dialettica di Margarito: passare da se stesso agli altri con tutto il carico di “sale” e di sapori “di sé” che si porta addosso e dietro. Per questo progetto è opportuno “un altro mare”, una diversa dimensione della “coscienza di sé” e opportunamente legata a una diversa esibizione di sé: epifania psicofisica. Lo strumento fallico del “cellulare”, che consentiva tale manifestazione, è stato “rimosso”, è stato lasciato dentro di sé, si è inceppato in prigione, si è rotto nei suoi ingranaggi, per cui a Margarito non resta altro che l’appagamento narcisistico e viene a mancare la condivisione, la “genitalità” del dare e del comunicare semplicemente perché ciò che sente “dentro” non riesce a tradurre “fuori”. Questo è lo psicodramma di Margarito: la distonia tra l’interiorità e l’esteriorità, la mancata collusione tra quel che c’è “dentro” e quel che si tira “fuori”.

Penso: “vabbè, poi, quando torno, faccio la foto.”

La “compensazione” val bene una Messa!

Come re Enrico di Borbone in piena guerra di religione nella Francia del sedicesimo secolo.

Margarito usa questo processo di difesa dall’angoscia, la “compensazione” per la precisione, con disinvoltura e perizia. Oltretutto alla fine del sogno si scoprirà che si trova in Francia. Non si perde d’animo semplicemente perché nella sua vita ha imparato a “far di necessità virtù”, seguendo la sapienza antica e assecondando le emergenze moderne. Margarito sa molto bene che non serve opporsi alle forze del destino e tanto meno alla forza dei fatti, per cui la “compensazione” cade a fagiolo nel suo piatto quotidiano di lenticchie. “Nondum matura est”, disse la volpe a se stessa guardando l’appetito e l’inarrivabile grappolo d’uva ancora appeso al suo tralcio. Volgarmente si tratta del meccanismo principe di difesa della “razionalizzazione”, quello che non traligna nel delirio paranoico e che si ferma alla constatazione intelligente dei fatti e della realtà in atto. Così, in un batter d’occhio, l’angoscia che bussava alla porta si risolve in un accorato appello a non lasciarsi prendere dal panico e a ragionare su qualsiasi evento per ricondurlo alle sue coordinate logiche e concettuali. Questo è quanto si può tirare fuori da un semplice e sintetico “vabbè”, nonché fatalistico e di siculo-araba estrazione culturale. Margarito esterna un “amor fati” più nietzschiano di quello di Nietzsche, anzi e meglio, più greco di quello di Zenone. La teoria filosofica dello “eterno ritorno” degli Stoici si riverbera nel suo piccolo nel “quando torno” del semplice Margarito, un uomo che ripete, senza averne coscienza, tragitti psichici già effettuati e già vissuti, il “dejà vu” e il “dejà vecu”, percorsi universali che corrispondono alle modalità dell’Uomo di porsi di fronte alle proprie evenienze contingenti senza avere la consapevolezza che si tratta di posizioni universali di affrontare l’angoscia del vuoto e della perdita. “Quando torno” si traduce in “quando riattraverso”, così come “faccio la foto” si traduce papale papale in “prendo coscienza” in maniera diretta e traslata, razionalizzo secondo immagini, decodifico i simboli. Margarito si dispone alla presa di coscienza che ha posposto in precedenza dimenticando il cellulare in camera. La disposizione psichica di Margarito è buona e tende a disoccultare il materiale psichico rimosso nel mare profondo, a far emergere le sue angosce in riguardo ad eventi drammatici e traumatici. La “razionalizzazione” è da rimandare nel suo quotidiano esercizio. Meglio: Margarito ricorre quotidianamente alla “razionalizzazione”, a farsi una ragione del suo “mare” e del suo nuotare in un “altro mare”, ma il “sale” carismatico della verità non è mai abbastanza da spalmare sul suo corpo.

Penso, però, che in realtà ho lasciato il cellulare, i documenti (strano perché ho la sindrome del “Fu Mattia Pascal” e non giro mai senza), i soldi.”

Il “vabbè” non va più tanto bene al nostro eroe protagonista. Il processo psichico di difesa dall’angoscia della “compensazione” non funziona come nei tempi migliori, quelli che furono come fu il nostro, immancabilmente siculo, Mattia Pascal e nonostante il nome decisamente francese o francesizzante e la sua residenza ligure. Anche la “razionalizzazione” lascia sul terreno qualche morto da sindrome strana. Il povero meccanismo di difesa e di salute, detto tra noi povera gente del popolo, è stato consumato da un male incurabile: il dubbio francese, la “scepsi” greca. Ma non si tratta del dubbio metodico di Renato delle Carte o della drastica “scepsi” di Pirrone di Elide. Margarito mette in serio e complesso dubbio la sua identità psichica, maturata oltretutto in tanti anni di esercizio del vivere e in tante vicissitudini esistenziali, nonché diffida del suo potere di uomo, maschilità compresa. E’ uscito senza cellulare, senza soldi e senza documenti ed è grande amico e ammiratore di Mattia Pascal e di Adriano Meis. Margarito si trova in “un altro mare”, possibilmente in Francia, per rievocare e mettere in discussione la sua identità psicofisica, la sua parte antica e la sua parte moderna, il suo Mattia e il suo Adriano. L’identità auspicata lo vuole libero dal potere fallico della rete di relazioni, il “cellulare”, lo vuole libero dai suoi connotati psicofisici, “i documenti”, lo vuole libero dal potere maschile d’investimento della “libido”, “i soldi”. Questo è il nuovo Margarito, l’Adriano Meis della situazione, un uomo che ha seppellito i suoi vecchi modi di essere e di esistere e che ha scelto “un altro mare” di cui intingere le membra con il nuovo “sale” dell’autocoscienza, la conoscenza di sé e del suo mondo diametralmente opposta alla vecchia e obsoleta identità alla Mattia Pascal. Margarito in sogno sta istruendo un conflitto sulla sua identità psicofisica e sta cercando una nuova dimensione del suo essere e del suo esistere. Pirandello insegna non a caso. Freud suggerisce il conflitto tra l’ideale dell’Io e l’Io ideale, una dialettica tormentata e ispirata da una forte insoddisfazione e dalla ricerca di una fuga dalla realtà in atto, una contingenza troppo avara e severa nei vissuti di Margarito.

Mi avvio verso la camera non preoccupato, ma faccio una bella corsetta: (sto in piedi, eh!).”

L’affanno non è alleato di Margarito anche nelle questioni importanti. Abituato ai tormenti dell’anima e dell’animo in riguardo alla sua “organizzazione psichica reattiva”, alla sua struttura psichica evolutiva e alla sua identità reale e ideale, Margarito entra in se stesso con la stessa facilità con cui i Greci antichi facevano dire a Socrate “rientra in te stesso” o “conosci te stesso”. L’introspezione non ha fatto difetto nello svolgimento della sua vita, così come la riflessione ha messo a posto i dilemmi più acuti e le disavventure più intrigate, per cui Margarito può avviarsi “verso la camera” “sine cura”, quella camera che lo riguarda in prima persona e tanto da vicino, la camera della sua identità psichica, la camera degli “uno, nessuno e centomila”, la camera di Pirandello e di Kafka.

Chi sono Io?

Quanti Io albergano in me?

Quante immagini di me stesso mi trascino da un mare all’altro?

Quante carte d’identità mi porto in tasca ed esibisco al pubblico ufficioso e ufficiale?

Margarito è abituato alle tante immagini di sé e ha confidenza con le sfaccettature del suo poliedrico e intraprendente “Io”: “faccio una bella corsetta”. E’ questo il senso del muoversi con la Mente, più che con il Corpo, nel mare delle pulsioni, dei desideri, delle aspettative, delle riflessioni, dei ragionamenti. Margarito introduce due piani di realtà, quella onirica che si sta considerando e quella reale che viene commentata da sveglio: “sto in piedi, eh!” Margarito in sogno può correre, nella veglia non può farlo.

Perché e cosa significa questo apparente contrasto?

Nella vita Margarito è andato avanti con le sue abilità psicofisiche che non coincidono con le sue gambe fisiche e a esse non si riducono. “Camminare” in sogno si traduce nel procedere passo dopo passo nelle strade della vita e nella possibilità di riflettere: “mi avvio verso la camera”. La “bella corsetta” equivale al fascino dei processi psichici creativi e nello specifico alla fertilità delle fantasie e dei pensieri, nonché al saltar di palo in frasca o nel procedere per via associativa nella gestione dei tanti vissuti che si affacciano e affollano la sua psiche, di questa sua capacità di movimento nelle stanze dell’Io e nelle camere della Mente. Margarito si mostra compiaciuto e orgoglioso di questa sua abilità nel procedere e nel sostare, di questa sua capacità di movimento tra i meandri della sua vitalità psichica. Ha tanto camminato e corso dentro di lui rispetto allo spazio esterno. Il dilemma dell’identità psichica resta aperto e affidato al miglior offerente. Vediamo chi arriva primo e cosa profetizza.

Non trovo la camera. Allora dopo aver bussato a varie porticine, vado verso la reception per chiedere il numero di stanza.”

Margarito si difende con le sue “resistenze” a riesumare traumi rimossi in riguardo alla sua evoluzione psicofisica e al fine di migliorare la “coscienza di sé”: “non trovo la camera”. Eppure la “camera” c’è, eppure esiste il materiale psichico inquisito e con cautela ricercato, ma la sopravvivenza induce alla prudenza. Quest’ultima in Psicoanalisi si definisce “difesa” e serve a impedire all’angoscia di affiorare e di scaricare la sua connaturata carica nervosa. Quest’ultima è destabilizzante e pericolosa, per cui anche la funzione onirica fa in modo che il “contenuto latente” non coincida con il “contenuto manifesto” per non fare scattare l’incubo e il risveglio immediato. Margarito “non trova la camera”, la sua camera, da sé e abbisogna di progressione e di tutela con l’atto vario di bussare “a varie porticine” che aprono varie stanzette. Margarito non vuole “sapere di sé” nella sua autenticità e si crogiola cazzeggiando su false immagini di sé o su parziali rendiconti della consapevolezza del suo Io. Le “porticine” chiudono accessori psichici e non essenze e sostanze di buona qualità, le “porticine” appartengono a quelle stanzette in cui si occulta in maniera disordinata il materiale che apparentemente non serve nella vita corrente anche se ha una buona importanza formativa. Margarito ricorre alla “reception” per “sapere di sé”, ricorre al riconoscimento che riceve dall’esterno, dalle sue capacità relazionali e dall’offerta sociale di “parti psichiche di sé”. Margarito si commisura agli altri per avere il suo “numero di stanza”. Mi spiego meglio: se chiedete a Margarito “chi sei?”, vi risponderà “io sono quello che gli altri rimandano dal mio dare loro”, ribatterà che la sua identità prevalente è collocata nei dati e nei riscontri che la sua persona riceve dai suoi investimenti sociali. E’ come se il “narcisismo” si sposasse con la “genitalità”, l’Io si rinforzasse continuamente dal riconoscimento degli altri, l’uomo si nutrisse del bene che opera e del come opera bene nei riguardi della gente che lo circonda e che riconosce e apprezza il suo operato. Importante è per Margarito quello che viene a lui dall’ambiente sociale, dagli altri a cui non fa mancare i suoi investimenti. Narciso si sposa con il buon uomo e coltiva di sé questo bisogno di riconoscimento. Margarito è socialmente un buon padre, appartiene alla comunità e predilige i centri sociali. Da questa azione trova forza il suo Io. Questa è la “reception” dell’hotel di Margarito, nonché il suo numero di stanza che si andrà a precisare nel prosieguo. La dialettica tra Margarito e la gente è intensa e determina in gran parte l’identità psichica. Margarito è decisamente un “animale sociale”, uno “zoon polithicon”, secondo i dettami filosofici del buon Aristotele.

Ci sono due signore e una mi dice: “Oui, oui, monsieur Margaritò, (quindi sono in Francia), il numero è questo e mi avvio verso la stanza.”

Le donne, le “signore” sono maieutiche nel sogno di Margarito, sono “due” e sono francesi. Queste due figure femminili detengono il potere, sempre secondo il vangelo psichico e onirico, di avere in deposito l’identità psichica di Margarito, meglio di Margaritò. Dire che sono due donne della sua vita è troppo semplice e quasi banale, dire che sono due “parti psichiche” del nostro eroe protagonista è prossimo alla verità, dire che sono introiezioni di figure psichiche che hanno contribuito alla formazione psichica di Margarito è giusto e al di là del loro sesso fisiologico. Queste “due signore” detengono “il numero” di accesso alla “stanza”, sono figure che hanno consentito a Margarito l’ingravidamento e il parto progressivo di se stesso: socraticamente “maieutiche”. Nella realtà possono essere due donne, così come possono essere due figure maschili nelle quali Margarito ha investito gran parte della sua “libido” nel processo psicofisico evolutivo. In “un altro mare” Margarito alla fine ha fatto sempre i conti con la sua identità psichica, “il numero della stanza”, un dato e un vissuto che trovano riscontro in figure protettive e affidabili, carismatiche e “genitali” che hanno rinforzato e sostenuto l’evoluzione dell’Io con la giusta dose di narcisismo. Il “mare francese” è “l’altro mare” di Margarito e in questa scelta si coglie la predilezione verso culture mediterranee neolatine, nonché verso una tipologia di femminilità sofisticata e fascinosa, “charmant”. Non dimentichiamo che le due donne sono salvifiche, soteriologiche alla greca e non alla francese, perché l’identità psicofisica di Margarito passa attraverso queste due figure formative.

Altro non so aggiungere a questa lunga disamina del sogno di Margarito, per cui l’analisi si può chiudere qui.

Anzi, ricordo che la lingua francese è la più sensuale dell’universo.

Adesso il sogno di Margarito ha trovato il suo fine e la sua fine.

BEATO TRA LE MOGLI DEGLI AMICI

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Egregio dottore,
ho sognato di essere giovane e di trovarmi in compagnia di amici e io avevo un’intesa sessuale con le loro mogli.
Dopo mi trovo in treno e sempre in compagnia di belle donne giovani e provo una fortissima eccitazione sessuale e mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico.
Davanti a tutti gli altri consumiamo le nostre voglie in tutte le forme e io ricordo che avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo.
A questo punto il treno arriva alla stazione e si ferma.
Io scendo tra la calca, ma dimentico lo zaino militare nello scompartimento.
Tento di prenderlo prima che il treno riparte, ma sono ostacolato dalla gente che m’impedisce di saltare sul treno.
Angosciato mi sveglio.”

Questo è il sogno di Pietro.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Il sogno di Pietro propone temi chiari che camuffano significati oscuri. Il “contenuto manifesto” tratta di erotismo e di sessualità, ma il “contenuto latente” tratta di angosce depressive, di forti bisogni affettivi e protettivi.
Esemplifico: un rapporto sessuale in sogno si manifesta simbolicamente in un semplice infilare un dito in un anello. Sognare senza mezzi termini un rapporto sessuale si traduce simbolicamente in una modulazione di investimenti squisitamente affettivi con richiamo regressivo alla figura materna. Se, di poi, si aggiunge un treno in questo contesto apparentemente godereccio, si evoca il “fantasma” di perdita maturato nella primissima infanzia con tutto il corredo delle angosce depressive, come si diceva in precedenza.
Potevo intitolare in maniera immediata e tecnica il sogno di Pietro “la depressione tra seduzione ed erotismo”, ma ho preferito la versione ironica “beato tra le mogli degli amici” per non appesantire il quadro e mettere in risalto le proprietà farsesche del sogno.
Inoltre, il sogno di Pietro esemplifica la capacità del “processo primario”, la modalità di pensiero responsabile dell’attività onirica, di proporre angosce in maniera gestibile dal sistema psichico e di consentire la razionalizzazione delle stesse al fine di emanciparsi dai residui del passato integrandole nella “organizzazione psichica reattiva” deprivate della carica dinamitarda che tanto fa star male e tanto ostacola la normalità relazionale e la gioia della vita corrente.

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

“ho sognato di essere giovane e di trovarmi in compagnia di amici e io avevo un’intesa sessuale con le loro mogli.”

Il sogno di Pietro esordisce con la nostalgia della giovinezza e con il pacato dolore del tempo andato e mai abbastanza vissuto, sempre secondo il solito “senno di poi”: “essere giovane”. Pietro esibisce immediatamente un “fantasma depressivo di perdita”, ma lo compensa con una serie di desideri di socializzazione, “in compagnia di amici”, di complicità e di fusione affettiva, più che sessuale, all’interno di una cornice di truffa sociale, “un’intesa con le loro mogli”. “Intesa” equivale simbolicamente a “mi dirigo”, “tendo”, “investo libido”. Pietro è particolarmente attratto dalla figura femminile, ma a livello affettivo e protettivo, a livello di “affinità elettiva” più che sessuale.
Gli amici possono stare tranquillissimi nell’affidare le loro mogli a Pietro.
“Affinità psichica elettiva” significa che Pietro ha una sensibilità spiccata verso l’universo femminile, ma non in valenza sessuale e “genitale”, ma per corrispondenza d’amorosi sensi. La sua “androginia” psichica ha la “parte femminile” particolarmente dilatata ed esercitata. Di conseguenza, Pietro si esalta facilmente a contatto con l’elemento prediletto, le donne e il loro mondo intimo e privato. La “parte psichica maschile” di Pietro resta nei limiti della normalità. Il tutto non dispone verso un’omosessualità di Pietro, ma significa che ha avuto un particolare rapporto con la madre nella primissima infanzia e su di lei ha investito specifici bisogni e precise paure che da adulto soddisfa ed esorcizza con le donne, le donne degli altri per la precisione.
La “moglie” rappresenta simbolicamente la donna navigata nel ruolo ed esperta nel compito, la donna matura e ricca di varia e variegata esperienza: latinamente “mulier”.

“Dopo mi trovo in treno e sempre in compagnia di belle donne giovani e provo una fortissima eccitazione sessuale e mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico.”

Ecco il rafforzamento del simbolo depressivo e del “fantasma di perdita”, il famigerato “treno”. Anche la “affinità psichica elettiva” si rafforza perché Pietro si trova “in compagnia di belle donne giovani” a conferma che “il lupo perde il pelo ma non il vizio” e a conferma di quanto si è detto in precedenza.
Ma ancora di più: “provo una forte eccitazione sessuale” dal momento che il coinvolgimento emotivo e l’investimento di “libido” è di forte spessore e di alta intensità. La “parte psichica femminile” di Pietro va in brodo di giuggiole, “fortissima eccitazione sessuale”, quando si trova in sintonia empatica con la bellezza e la giovinezza femminili. Pietro è “l’alter ego” maschile per le donne e le donne sono per lui altrettanto, “l’alter ego” femminile. Si tratta di una psicodinamica diffusa e istruita normalmente dalle donne bisognose di complicità e dagli uomini affascinati da se stessi, i narcisisti, quelli che si specchiano nella femminilità di una donna: “mi apparto nello scompartimento”.
Il tutto è bellissimo, però e purtroppo il vizio di base del sogno è il “treno”, il simbolo depressivo. Pietro esorcizza le sue angosce di perdita ricorrendo al suo “narcisismo” e specchiandosi nelle donne per dare forza e valore a se stesso. Si apparta nella truffa all’amico e a se stesso. La sua “parte psichica femminile” è la vitalità di un qualcosa che finisce e che si perde, la giovinezza. Pietro usa il possessivo “mio” e “mia” con facilità estrema, “mia amico” e “mio amico”, al di là di quello che sta combinando. Sembra un truffatore, un seduttore, un “dongiovanni” e, invece, è l’uomo più tormentato del quartiere.

“Davanti a tutti gli altri consumiamo le nostre voglie in tutte le forme e io ricordo che avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo.”

Pietro è veramente scatenato in sogno e manifesta tutto il suo bisogno di consumare le voglie nel “potere” di quello di cui si scusa e che fondamentalmente significa bisogno di avere tanto “potere”,”la volgarità, il cazzo durissimo”.
“La lingua batte dove il dente duole” dice giustamente la saggezza popolare e il dentista.
E’ proprio il “davanti a tutti gli altri” a tradire il vero significato del suo “consumiamo le nostre voglie” e addirittura nell’esagerazione di “in tutte le forme”.
Una cosa è certa: Pietro e le sue donne, maritate e signorine, deflorate e illibate, non stanno facendo alcunché di sfacciatamente intimo e di spiccatamente erotico, ma hanno un’intesa che non ingelosisce nessuno, una sintonia d’amorosi sensi, un’empatia spiccata e, di conseguenza, una simpatia immediata. Pietro e le sue donne “soffrono insieme”, si trovano e servono l’uno all’altro nel gioco sociale della francese “confiance”. Decisamente Pietro è un grande amicone e un gran simpaticone, ma non è certo un gran puttaniere.

“A questo punto il treno arriva alla stazione e si ferma.”

Ah, “il treno”!
Oltre l’inganno del “tutte le donne in tutte le forme”, anche il danno di un “fantasma di perdita”, un tratto depressivo che è il vero perno del sogno di Pietro e della sua relazione con l’elemento naturale femminile.
La “stazione” è un’aggravante delle angosce depressive dal momento che segna anche la fine del percorso, una tappa che non significa la soluzione della pulsione fusionale di Pietro, ma un rafforzamento del “fantasma di perdita”.
La “stazione” è incorporata simbolicamente nel “treno”.
Il treno che “si ferma” non risolve, ma rafforza la sofferenza depressiva di Pietro.
A questo punto non resta che vedere l’evoluzione del sogno per trovare la conferma di essere nel giusto con la decodificazione dei simboli e del contesto onirico.

“Io scendo tra la calca, ma dimentico lo zaino militare nello scompartimento.”

Pietro era ben armato della sua “parte psichica femminile”, lo “zaino” giustamente reso virile da “militare” e grazie al quale aveva intrallazzato nello scompartimento in tutti i modi e in tutte le forme con le sue amiche, le mogli dei suoi amici.
Adesso Pietro è sceso e si trova “tra la calca”, nella volgarità della gente comune e convenzionale, tra le mille acrobazie della vita quotidiana, in mezzo ai dolori della convivenza e alle angosce della possibile solitudine. La “calca” può essere intesa anche a livello profondo come il corredo dei suoi tormenti e delle sue fobie, delle sue ansie e delle sue angosce. Pietro non ha le difese maschili, “militare”, quando si trova in mezzo alla folla e alla gente qualunque. Senza il rapporto privilegiato con l’universo femminile Pietro è smarrito e non sa che pesci pigliare.

“Tento di prenderlo prima che il treno riparte, ma sono ostacolato dalla gente che m’impedisce di saltare sul treno.”

Nonostante la sua natura depressiva, il rapporto di Pietro con le donne è nettamente vitale e vitalizzante, antidepressivo per l’appunto. Resta da rivedere la sua posizione con I’universo femminile e la sua incapacità a investire “libido genitale” superando quel fondo di paura di perdita e di solitudine: “tento di prenderlo prima che il treno parte”.
Pietro presenta un rapporto con la madre da evolvere e, nello specifico, da dipendenza affettiva in autonomia psichica. In tal modo Pietro può assimilarsi ai maschi senza vivere il bisogno di offenderli con la seduzione delle loro donne o delle loro mogli. E’ necessario che Pietro maturi quell’aggressività sana e quella competizione salutare vivendo in mezzo alla gente, senza il treno e senza la madre. In caso contrario si dovrà appagare di rapporti meramente platonici tra la sua “parte psichica femminile” e le donne degli altri: “sono ostacolato dalla gente”. Deve non cadere in depressione e deve vivere in un mondo difficile senza esaltazioni e differenziazioni inutili, come gli altri, quella “gente che m’impedisce di saltare sul treno”.
Pietro in sogno si è diagnosticato e si è dato la giusta psicoterapia in termini simbolici.

“Angosciato mi sveglio.”

Dice lui stesso di cosa soffre e cosa il sogno gli ha procurato.
Altro che scopate alla grande in culo agli amici e in complicità con le loro donne!
L’angoscia è legata al vivere, al competere e alla mancata risoluzione dei rapporti gratificanti con la figura materna, la prima donna della sua vita, quella che lo ha accudito e sostenuto nella sua prima formazione.
Ora è tempo di saltare fuori dal nido e di volare.
Un sogno conflittuale si è concluso bene.

PSICODINAMICA

Il sogno di Pietro verte sulla psicodinamica di emancipazione affettiva dalla figura materna in riferimento alla relazione con le donne. Pietro si colloca in maniera solidale e complice, investimenti di “libido narcisistica” e in esaltazione della “parte psichica femminile” della sua “androginia”, verso le mogli degli amici dimostrando un conflitto con l’universo maschile. La psicodinamica si svolge secondo le trame oscure di un’istanza depressiva, un “fantasma di perdita ” legato all’angoscia infantile di perdere l’affetto e le premure della madre. Nella fase finale del sogno Pietro recupera e con sofferenza s’inserisce nel turbinio della vita moderna. Resta, purtuttavia, da maturare la “posizione genitale” negli investimenti di “libido”.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Le istanze psichiche richiamate in servizio dal sogno di Pietro sono l’Io, l’Es e il Super-Io.
L’istanza consapevole e razionale “Io” è presente in “io ricordo”.
L’istanza pulsionale “Es” è intrinseca in “provo una fortissima eccitazione sessuale” e in “avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo” e in altro.
L’istanza censoria e limitante “Super-Io” è visibile in “sono ostacolato dalla gente”.
Le posizioni psichiche chiamate in causa sono la “orale” in “io avevo un’intesa sessuale con le loro mogli”, la “fallico-narcisistica” in “avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo” e in “mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico”.
La “posizione psichica genitale” si lascia intravedere in “dimentico lo zaino militare nello scompartimento”.
La “posizione edipica” è richiamata dalla psicodinamica del sogno e si lascia supporre come sua condizione. Inoltre è chiamata in causa la figura materna per quanto riguarda l’empatia con le donne e la figura paterna per quanto riguarda la mancanza di forza e sicurezza nelle relazioni affettive.

MECCANISMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa usati da Pietro nel sogno sono la “rappresentazione per l’opposto” ossia l’espressione del suo desiderio di solidarietà e complicità con le donne al posto della paura e della diffidenza nei riguardi dell’universo femminile, fattore psichico legato a un complesso d’inferiorità e d’inadeguatezza, a una mancata maturazione della “posizione e della libido genitali”.
La “condensazione” è presente in “mogli”, “compagnia” e in altro.
Lo “spostamento” è ben visibile in “treno”, “stazione” e in altro.
La “drammatizzazione” è evidente in “Tento di prenderlo prima che il treno riparte, ma sono ostacolato dalla gente che m’impedisce di saltare sul treno.”
La “figurabilità” è chiara in “avevo, scusi la volgarità, il cazzo durissimo.”
Il processo psichico di difesa della “regressione” si manifesta in “ho sognato di essere giovane”.
Non c’è traccia del processo psichico di difesa della “sublimazione della libido”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Pietro mette in chiara evidenza un nucleo “narcisistico” in difesa e in compenso di una mancata maturazione “genitale”, di cui s’intravede un tratto in formazione. La “organizzazione psichica reattiva” è prevalentemente “orale”: bisogno d’affetto e di protezione. Pietro va incontro alle donne evolvendo la relazione affettiva ed empatica con la madre, meglio una parte della sua “posizione edipica”.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche presenti nel sogno di Pietro sono la “metafora” o relazione di somiglianza in “cazzo durissimo” e “calca”, la “metonimia” o relazione di senso in “stazione” e “treno”, la “iperbole” o esagerazione “Davanti a tutti gli altri consumiamo le nostre voglie in tutte le forme”, la “enfasi o forza espressiva ed esaltazione in “provo una fortissima eccitazione sessuale e mi apparto nello scompartimento del treno con una mia amica, moglie di un mio amico.”

DIAGNOSI

La diagnosi dice di un’immaturità della “posizione psichica genitale” e della “libido” collegata, per cui Pietro non riesce a relazionarsi in maniera sentimentale e affettiva con l’oggetto del suo desiderio, le donne. Se si aggiungono le paure abbandoniche e le angosce depressive del “fantasma” elaborato nella prima infanzia in riferimento privilegiato alla figura materna e agli accudimenti della stessa nei riguardi del figlio, il quadro diagnostico è completo.

PROGNOSI

La prognosi impone a Pietro di maturare l’approccio e il vissuto nei riguardi delle donne, di fidarsi e di affidarsi per poter realizzare una relazione d’amore corretto e per costruire la sua vita sentimentale e sessuale. Bisogna superare la “posizione narcisistica” e adire alla “genitale”.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta nello strutturarsi della “psiconevrosi depressiva” e nel suo degenerare in isolamento: caduta della qualità delle relazioni e della vita sessuale.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA
In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Pietro è “4” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

La causa scatenante, “resto diurno”, del sogno, “resto notturno”, di Pietro è collegata a un’esperienza pomeridiana con una donna o con la madre.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Pietro è autoreferenziale con valenza depressiva. Pietro parla di sé con fare narcisistico ben occultando la sua angoscia di perdita.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Il sogno di Pietro richiama le teorie sulla depressione e sul narcisismo, teorie che si sprecano ma non spiegano adeguatamente i sentimenti d’amore e l’istinto sessuale. Meglio di tutto e di tutti io mi pregio di presentarvi un poeta popolare nella sua semplice canzone didattica intitolata “la regola dell’amico”. Ognuno ci tragga quello che vuole, perché tutto il resto non serve e non conta.
Pietro sappia che se vuole essere amico di una donna non ci combinerà mai niente, perché lei non potrebbe rovinare un così bel rapporto.
Vai Max!

 

“I FIGLI SO’ FIGLI”

 

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

Procedevo in macchina a una velocità moderata.

Nel percorso vedevo un paio di passaggi a livello aperti.

Poco prima del primo ho bruscamente frenato perché sulle strisce pedonali un gruppetto di donne e di bambini erano a lato della strada e attendevano di attraversare.

Mi sono fermata proprio a filo.”

Questo sogno porta la firma Marina.

DECODIFICAZIONE E CONTENUTO LATENTE

CONSIDERAZIONI

Ho titolato il sogno di Marina “i figli so’ figli”, secondo il dialetto napoletano e secondo il vangelo drammatico di Eduardo De Filippo in “Filumena Marturano”, perché ritengo che non si è mai scritto abbastanza e degnamente sull’amore materno. La maternità viene spesso offerta come l’evoluzione psicobiologica naturale dell’universo femminile, un investimento di “libido” che non merita di essere approfondito, tanto meno esaltato, proprio per il suo naturale decorrere a favore del “Genio della Specie”, scientificamente la “filogenesi” o la pulsione sessuale alla procreazione. L’amore materno si ritiene, di conseguenza, la “sublimazione” dell’istinto procreativo e della “libido genitale”, una pulsione dell’Es che da un lato appaga la donna nella sua realizzazione personale e dall’altro ubbidisce al “Genio della “Specie” senza alcun concorso personale di vissuto e di finalità da parte delle protagoniste, le donne che diventano mamme. La procreazione è stimata in prima istanza nel suo versante biologico, di poi, è visitata nei suoi aspetti culturali, filosofici, religiosi ed estetici. Schopenhauer riteneva l’amore e l’innamoramento il trionfo traslato del Genio della Specie” privilegiando la valenza meccanicistica e legava la maternità alla metafisica “Volontà di vivere”, la “filogenesi” collegata alla pulsione sessuale come ultimo inganno della maligna Madre Natura. La Psicologia e la Psicoanalisi hanno dedicato alla maternità studi di grande interesse e profondità, ma, a mio giudizio, i migliori inni alla psicodinamica della Madre sono da attribuire alla letteratura e all’arte.

E allora come non ricordare Eduardo De Filippo e la sua “Filumena Marturano”?

Un uomo ha messo per iscritto in una pregiata, quanto drammatica, commedia l’amore di una madre per i suoi figli al di là della paternità.

Perché un uomo?

Forse perché non ha mai partorito e, di conseguenza, non ha potuto appagare un istinto che, purtuttavia, possiede e può realizzare soltanto per via traslata, l’arte e la sua carica di bellezza.

Ed ecco la preziosa commedia partorita dal grande Eduardo!

Anche il sogno di Marina è un piccolo sintetico capolavoro legato all’esaltazione semplice e non sofisticata dell’amore materno.

Il sogno, oltre che evidenziare la realtà psichica in atto, ha anche questa funzione poetica e creativa per tutti e al di là della formazione scolastica, dal momento che ci fa vivere e dire nel suo linguaggio e nei suoi termini quello che viviamo e il come lo viviamo.

Avanti Marina!

SIMBOLI – ARCHETIPI – FANTASMI – INTERAZIONE ANALITICA

Procedevo in macchina a una velocità moderata.”

La “macchina” è il classico simbolo della sessualità e della vita pulsionale intima: il mondo dell’istanza psichica “Es”. La “velocità moderata” attesta di una ricerca matura dell’orgasmo e del gusto di godere le potenzialità erotiche del corpo in maniera naturale e senza implicazioni culturali e blocchi psichici. Marina si gode il suo corpo e le sue valenze erotiche come una donna matura nell’esercizio e nella ricerca evolutiva del piacere. Il controllo esercitato dall’istanza “Io” non inficia lo scorrere delle pulsioni dell’istanza “Es”: “procedevo”, l’”Io” delibera e dispone di vivere il piacere come il dio Eros comanda. Tecnicamente si tratta dell’appagamento della “libido fallico-narcisistica”.

Nel percorso vedevo un paio di passaggi a livello aperti.”

Avviata nella sua erotica esperienza, “percorso”, adeguatamente controllata proprio per migliorarne il gusto, Marina s’imbatte nel suo “Super-Io” e nei suoi morali comandamenti, limiti e censure. Del resto, la sessualità e il suo esercizio con i vissuti annessi sono facilmente colpevolizzati in una cultura formalmente sessuofobica e religiosa. A questa inibizione sociale aggiungiamo le varie paranoie al riguardo e sul tema che individualmente intercorrono e che abilmente ogni persona costruisce sotto i dettami dell’istinto e delle pulsioni sessuali: sensi di colpa e paranoie, disagi vari e variopinti. Ed ecco che si profilano nel sogno di Marina i famigerati “passaggi a livello”, i simboli del “Super-Io” di cui si diceva in precedenza, e i vari divieti che Marina, sia pur adulta e navigata, conosce bene e proprio per questa “coscienza di sé” e per questa consapevolezza lascia in sogno “i passaggi a livello aperti”.

L’apertura significa che i divieti e le norme morali sono di facile gestione da parte della protagonista, dal momento che sa dove andare e dove fermarsi. Marina conosce se stessa a livello sessuale e sa quello che vuole e quello che non vuole, quello che è lecito e quello che è da ritenere tabù e tabuico.

Poco prima del primo ho bruscamente frenato perché alle strisce pedonali un gruppetto di donne e di bambini erano a lato della strada e attendevano di attraversare.”

Meravigliosa nella sua semplicità estetica è l’espressione “un gruppetto di donne e di bambini”. Marina vede se stessa e i suoi figli nelle donne e nei bambini “a lato della strada” che “attendevano di attraversare”. Il meccanismo della “proiezione” è usato dal sogno in maniera ineccepibile. Ecco l’amore verso la madre e verso i figli, verso la donna e verso i bambini!

I figli so’ figli” gridava donna Filumena al povero malcapitato Domenico Soriano e vanno protetti tutti dalla madre al di là della paternità. Del resto, l’amore della madre è molto diverso da quello del padre, come si diceva in precedenza. “Bruscamente” frenare contrasta con la tranquillità di prima e le “strisce pedonali” sono i limiti del “Super-Io” per una maternità responsabile. La “libido genitale” è servita in un piatto d’oro e in evoluzione naturale dalla “libido fallico-narcisistica” senza nulla perdere ma tutto conservando e portando in fausta evoluzione.

Mi sono fermata proprio a filo.”

Dietro le mille tentazioni della vita e dell’amor proprio che può tralignare nell’egoismo, Marina si è “fermata” senza sacrificarsi e senza snaturarsi, “proprio a filo”, proprio in linea con la legge dell’archetipo “Madre”, quella “libido genitale” che supporta l’istinto procreativo e si sublima nell’amore materno. Questa è la preistoria psichica e culturale della “Madre” che sa cogliere e sa dare, sa prevedere e provvedere per sé e per i suoi figli. Degna di nota e a conferma di quanto affermato è l’assenza di qualsiasi figura maschile o paterna.

PSICODINAMICA

Il sogno di Marina esprime ed esalta degnamente il sentimento dell’amore materno fatto di donazione e di limiti amorevolmente accettati e introiettati. La psicodinamica segna il naturale trapasso dalla “libido fallico-narcisistica” alla “libido genitale”, “posizioni psichiche evolutive” universali.

ISTANZE E POSIZIONI PSICHICHE

Nel sogno di Marina sono presenti le istanze “Io”, “Es” e “Super-Io. L’Io si esprime in “procedevo”, “vedevo”. L’Es si condensa in “macchina” e “velocità moderata”. Il “Super-Io” si manifesta in “passaggi a livello” e “strisce pedonali”. Le posizioni psichiche implicite sono la “fallico-narcisistica” in “procedevo in macchina a una velocità moderata.” e la “genitale” in “mi sono fermata proprio a filo” e in “un gruppetto di donne e di bambini”.

MECCANSIMI E PROCESSI PSICHICI DI DIFESA

I meccanismi psichici di difesa coinvolti sono la “proiezione” in “un gruppetto di donne e bambini”, la “condensazione” in “macchina” e altro, lo “spostamento” in “passaggi a livello” e altro, la “drammatizzazione” in “ho frenato bruscamente”. Il processo psichico di difesa della “sublimazione” è sottinteso in “ho bruscamente frenato” e in “un gruppetto di donne e di bambini”. La “regressione” si lascia indovinare nella possibilità di esercitare la “libido fallico-narcisistica”.

ORGANIZZAZIONE PSICHICA REATTIVA

Il sogno di Marina presenta un forte tratto psichico “genitale” all’interno di una cornice “fallico-narcisistica”, una buona autostima che si coniuga con il senso del dovere e dell’etica.

FIGURE RETORICHE

Le figure retoriche coinvolte nel sogno di Marina sono la “metonimia” in “macchina”, “passaggio a livello” e “strisce pedonali”, la “enfasi” in “bruscamente frenato”.

DIAGNOSI

Il sogno di Marina tratta l’evoluzione della “posizione fallico-narcisistica” nella “posizione genitale” sempre in riferimento all’energia vitale definita “libido”. Marina parte dalla sua dimensione sessuale narcisistica per approdare senza traumi alla sua dimensione di donna e di madre.

PROGNOSI

La prognosi impone a Marina di rafforzare questo equilibrio psicofisico e questa “coscienza di sé” per accrescere la sua sensibilità e il suo autocontrollo senza nulla perdere e tanto meno disperdere delle sue pulsioni e della sua “libido” “fallico-narcisistica” e “genitale”, sia come donna e sia come madre.

RISCHIO PSICOPATOLOGICO

Il rischio psicopatologico si attesta in un conflitto nevrotico legato alla disfunzione tra l’essere donna e l’essere madre, tra la scissione oppositiva tra la “libido fallico-narcisistica” e la “libido genitale”.

GRADO DI PUREZZA ONIRICA

In base a quanto affermato nella decodificazione e in base al contenuto dei “simboli” e dei “fantasmi”, il grado di “purezza onirica” del sogno di Marina è “3” secondo la scala che vuole “1” il massimo dell’ibridismo, “processo secondario>processo primario”, e “5” il massimo della purezza, “processo primario>processo secondario”.

RESTO DIURNO

Il “resto diurno” del “resto notturno”, la causa scatenante del sogno di Marina si attesta in un’esperienza di donna o di madre vissuta nel pomeriggio antecedente il sogno. Del resto, esistono tantissimi stimoli di questo tipo nella giornata delle donne e delle madri.

QUALITA’ ONIRICA

La qualità del sogno di Marina è discorsiva e maieutica: la protagonista procede oniricamente con lucidità e consapevolezza in grazie alla sua sensibilità acquisita nell’esercizio della “coscienza di sé” e del suo quotidiano pensare e fare.

RIFLESSIONI METODOLOGICHE

Niente di meglio di un “Viaggio a Napoli” per onorare la “libido genitale” femminile, le donne, le madri e la dea Madre. Il testo tratta di vita vissuta, tutta natura e tutta cultura, senza niente di astratto e tanto meno di artefatto, la storia traumatica di una donna e di una madre offesa, la psicodinamica del suo corpo e della sua psiche che trova fortunatamente in determinate condizioni la benefica “coscienza di sé”.

Buona lettura a uomini e donne, a madri e padri!

VIAGGIO A NAPOLI

I figli sò figli!”

Sentivo questa semplice e profonda verità

perché era scritta a fuoco sulla mia carne di donna

come il marchio del ranch sulla pelle delle mucche argentine.

Questa semplice e profonda verità era cresciuta calda

nella prepotente femminilità del mio corpo.

Ma questa semplice e profonda verità non la conoscevo

e non l’avevo mai sentita dalla bocca di una passionale attrice napoletana,

verace come la pummarola di San Marzano,

la pummarola in coppa a pizza.

Che sia stata Titina De Filippo o Regina Bianchi,

Pupella Maggio o Lina Sastri,

poco importa.

Sono tutte brave

perché il loro malandrino recitare si sublima sempre in un doloroso partorire.

Napoli mi ha dato orecchie per sentire e coraggio per sapere,

il tutto condito dalla naturale cadenza di un dialetto

sciorinato tra arabo e spagnolo.

Napoli ha guarito l’insulto conficcato nella mia carne e nella mia persona

con la bonaria filosofia di una schietta verità.

I figli sò figli!”

E ancora, “I figli sò figli!”

Le parole sono pompate dalla cassa toracica di una brava attrice

dai grossi seni di madre

ed escono dalle sue carnose labbra

rimbalzando sulle vecchie tavole del rozzo palcoscenico.

Queste parole echeggiano nell’aria dell’anonimo teatro di periferia

per sconquassare il mio animo indifferente

e annichilito dalle trame della depressione,

il cosiddetto male oscuro,

che non è, di certo, un bene luminoso.

Lei é malata, cara signora.

Lei non è normale

e la sua guarigione comincerà dalla consapevolezza di essere malata.”

La diagnosi dei grandi professori della mente sentenziava unanimemente

da Milano a Trieste, da Roma a Bologna,

stato limite fobico depressivo”.

Di questo non ero sicura,

ma ero sicura che il dramma era stato scritto sotto forma di commedia

da un uomo, un grande uomo: Eduardo De Filippo.

Il titolo?

Filumena Maturano”!

L’altro titolo?

Ieri, oggi e domani”!

Risposta esatta”, ribadirebbe il sempre verde Mike Bongiorno

dal trespolo del solito programma televisivo a quiz,

distribuendo i soldi dei poveri italiani che pagano il canone.

Per i napoletani, da veneta verace, avevo tanti pregiudizi e poche simpatie.

Non capivo il dialetto e m’infastidiva la cadenza marcata.

Sono stata costretta a ricredermi,

a sposare la vena creativa e l’aria sorniona dei meridionali

che ti fanno sentire importante e affascinante nella gioia e nel dolore.

In quest’ultimo mi ero imbattuta e fortunatamente non arenata.

Quant’acqua è passata

e passa sotto i miei ponti sul Piave tra Vidor e Susegana.

Nelle stagioni piovose é tutta torbida e piena di anguille in calore

che inevitabilmente si intrecciano nelle reti dei pescatori di frodo.

La mia vita si ripulisce a Napoli

in mezzo alle strette viuzze ribollenti di colorati panni stesi al sole

da una finestra al balcone dirimpettaio

e in mezzo al clamore di cantilene esasperate dalla paura

di trovarsi in un mondo dilatato in fretta

e da un desiderio ricorrente di scendere

alla fermata successiva di un bus frequentato da portoghesi.

Ma tu perché mi hai portato a Posillipo, se non mi vuoi più bene?

Che m’hai purtato a ‘ffà ‘ncopp’a Pusillepe, si nun mme vò cchiù bene?”,

canta il vecchio posteggiatore abusivo

con la chitarra scordata in una voce mielata

e sempre solerte ad attrarre gli indifesi turisti

verso i diritti di un sentimento represso

e dimenticato nelle pieghe di un logoro passato.

Devo andare a Napoli per affari.

I terroni come al solito non pagano i debiti.

Vuoi venire con me?”

E tu, proprio tu, trovi il coraggio d’invitarmi a Napoli con la stessa flemma

con cui mi hai parcheggiata nell’ospedale di Montegrotto terme.

Ma io ti amo, ti ho sempre amato.

Tu sei la sola donna della mia vita.

Senza di te non riesco a pensarmi e non saprei vivere.”

Le parole sono interessanti e suggestive,

degne di un retore greco e dettate da un enorme senso di colpa

opportunamente rimosso negli scaffali più reconditi del tuo polveroso sgabuzzino.

Il lutto!

Il lutto lega più delle corde di nylon di Giovanni Soldini

attorno all’albero maestro di un catamarano.

Un lutto occulto e inconfessato.

Quale lutto?

Godiamo ottima salute

e la morte non bussa da decenni alla porta di casa nostra.

Un lutto bianco, anzi un lutto rosa,

consumato tra le ruvide lenzuola di un reparto ginecologico

in un anonimo ospedale del laborioso Veneto,

la regione che non trova più l’acume

e il tempo per concepire le gravidanze puttane,

quelle inaspettate e perpetrate tra un’eiaculazione precoce

e un coito malamente interrotto.

Mi sentivo venire e volevo che la mia donna godesse.”

Un attimo,

soltanto un attimo galeotto ha interferito malignamente

sulla sintonia dei nostri sensi.

Un atto d’amore, credimi!

E’ stato un atto d’amore

a mettere in moto uno spermatozoo nella tua vagina al posto dell’orgasmo.

Ma tutto questo non basta!

E’ sempre un’incompiuta,

ha tutti i crismi dell’incompiuta

e tu non sei Bach o Beethoven.

Improvvido nella funzione e perfetto nella natura

quel fottuto microbo ha fatto il suo dovere

e si è infiltrato fino a risalire alla sorgente della vita.

Ha fatto il suo dovere,

era stato chiamato in causa e si é fatto onore.

Adesso perché mi porti a Napoli,

al Politeama e nella pizzeria del solito Gennaro?

Questa sera non si recita a soggetto

e l’avanspettacolo è un triste retaggio della guerra.

Questa sera si recita il dramma di una donna,

Filumena Marturano,

scritto da un uomo, Eduardo De Filippo.

Perché un uomo deve essere attore e autore del dramma di una donna?

Virginia Woolf ha potuto scrivere la sua follia e Saffo la sua diversità.

Grazia Deledda?

Non la conosco e me ne dispiaccio.

In un panorama letterario così parco di donne

l’ignoranza diventa un baratro per aspiranti suicidi.

Perché l’universo femminile si è sempre appagato della sua maternità

e non ha sentito il bisogno profondo di partorire

in maniera traslata i suoi ineffabili abissi.

I figli so’ figli !

Queste parole apparentemente uscite dalla bocca di donna Filumena,

la puttana del casino riscattata dall’amore dei suoi figli,

sono volate dalle tavole del palcoscenico del Politeama

e si sono impresse nel mio ventre come un bisturi nella carne.

Il suono proveniva dall’utero e il senso vibrava nella pelle.

Quel semplice significato da scuola elementare io l’ho subito

e capito perché era fissata a fuoco nelle mie viscere

come il solito marchio sulla solita pelle

delle solite povere mucche del solito ranch argentino.

Sembrava tutto sepolto e dimenticato,

un lugubre fatto senza linguaggio,

un doloroso evento affidato a un “no comment”

e talmente grande da essere relegato nell’oblio dell’inferno dei sensi,

un lutto sconosciuto che il corpo aveva registrato nei suoi nervi,

un episodio casuale che, quando meno te l’aspetti, ti parla

con il suo semplice linguaggio,

chiaro soltanto a chi sa capire o vuole intendere.

La legge degli uomini si esprime in parole scritte,

la legge della natura si esprime nel corpo.

Si gode,

si soffre,

si sente,

si mangia,

si dorme,

ma non ci si dimentica mai di se stessi

e non esiste farmaco

che ti fa dimenticare un solo istante la tua identità,

chi sei e cosa hai fatto.

Il mio corpo aveva, di volta in volta e in “escalation”, conosciuto l’Ansiolin,

il Valium,

il Tegretol

e il Serenase

per guarire il male oscuro dell’angoscia

e da un ospedale pubblico a una clinica privata avevo trasportato un corpo,

il mio corpo affetto da un male ignoto anche a me stessa.

E i luminari?

I grandi professori pagavano con i miei soldi

le rate della lussuosa barca ancorata a Caorle o a Portofino,

sempre più sdegnati della mia resistenza a guarire

che offendeva la loro superba scienza e la loro potente chimica.

Non ero neanche un caso da letteratura o da congresso

perché irrisolto

e nessuno aveva il coraggio di portare in giro i suoi fallimenti professionali.

Di umanità non se ne parla.

Anche l’elettrochoc, da film “Qualcuno volò sul nido del cuculo”,

ho subito sulle mie meningi e su tutto il mio corpo.

Sai che mossa!

Come nei peggiori cabaret della bassa Napoli.

Nessuno mi aveva chiesto la cosa giusta che io avevo dimenticato.

Dovevo andare a Napoli in un teatro di periferia

per iniziare a guarire,

per iniziare a conoscermi

e per andare finalmente in culo a quella scienza effimera

che ignora la persona e la sua storia.

Il resto l’ho portato a termine con il mio angelo custode

tra strani affanni e calde lacrime,

finalmente i miei e le mie.

       

Salvatore Vallone   

Pieve di Soligo, mese di maggio dell’anno 1992

 

PICCOLE DONNE CRESCONO “SALDI EDIPICI”

 

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“Mia va da un dottore, il quale le sente il cuore e le dice che da lì a una settimana si sarebbe fermato.

Mia si sveglia, va dalla madre, racconta il sogno e le dice che praticamente è come se le avesse detto che sarebbe dovuta morire.”

Ho titolato il sogno di Mia “piccole donne crescono – saldi edipici” semplicemente perché si tratta del classico inizio della maturazione  fisiologica e psichica di una bambina, il tempo dell’adolescenza. A livello organico il corpo si evolve acquisendo le caratteristiche biologiche femminili, a livello psichico la mente si avvia verso la liquidazione del complesso di Edipo o meglio, secondo la terminologia di Melania Klein, della “posizione” edipica.

Pochi sono gli elementi simbolici di questa sintesi onirica di Mia, ma la psicodinamica s’inquadra bene nel triangolo “madre”, “padre- dottore”,

“figlia- cuore”. E’ presente, inoltre, il “tempo-settimana” a delucidare la trama e il significato profondo del sogno di questa piccola donna che cresce.

Mia comunica alla madre che è in via di emancipazione e che si sta liberando del padre e della madre, che ha iniziato la liquidazione e che restano soltanto frammenti edipici. Mia sta svendendo quello che resta dei fantasmi della  mamma e del papà, sia nel senso che si libera da inutili zavorre infantili e sia nel senso che il processo non è poi tanto doloroso. Il cambio psicofisico di ruolo è fascinoso, tutto da vivere e tutto da scoprire senza alcuna fretta.

E la morte, “che sarebbe dovuta” arrivare nello spazio di una settimana, che fine ha fatto?

Non si tratta di un “fantasma depressivo di morte” nel senso di perdita totale e definitiva, perché Mia prende tempo, “una settimana”, quello che basta per attestare di un’evoluzione, un passaggio e non una fine drastica. Oltretutto, questo tempo se lo fa prescrivere dal “padre-dottore”.Trattasi di rinascita evolutiva, dall’infanzia all’adolescenza, e dell’attesa che gli ormoni portino a compimento nel corpo il processo biologico. Mia si dà tempo non per morire, ma per andare oltre anche con la sfera affettiva e per commutare il legame con i genitori da dipendenza psichica a riconoscimento del padre e della madre, da semplice possesso a relazione possibilmente simmetrica, fatti salvi i ruoli e i compiti di ognuno. Mia si dispone, dietro gli stimoli dei genitori e del tempo  biologico, a viversi nella sua autonomia psicofisica.

Analizziamo i simboli.

Il “dottore” rappresenta l’autorità paterna, il “Super- Io”, il senso del dovere e del limite, la censura morale e la vita nella realtà insieme agli altri, la crisi dell’onnipotenza infantile e del bisogno di possesso. Il padre rappresenta per le figlie “l’uomo che sa e che apprezza” il corpo che si trasforma, l’autorità che approva e il primo oggetto di attrazione; la figura paterna stimola nella figlia una sensibilità delicata e avvolta da pudore. Del resto, il padre subentra alla madre nella posizione edipica per indicare anche il modo di inserirsi con fascino nella realtà sociale e nell’universo maschile. Perché il dottore? La competenza sul corpo viene riconosciuta a questa figura. Come si diceva in precedenza, il padre riconosce Mia come cresciuta e lei si sente cresciuta e pronta a diventare donna e pronta ad affrontare il “dramma rosa” di un corpo di donna che alberga in una psiche di adolescente.

Il “cuore” condensa la vita e il sentimento, la “libido” e gli affetti, l’emozione

e la vitalità neurovegetativa pulsionale. “Il cuore che si ferma” condensa la conclusione di una fase e l’inizio di una nuova avventura degli investimenti della “libido” e in specie di quelli affettivi.

Sul tempo si è già detto che, essendo definito in una “settimana”, attesta della fase finale della “posizione edipica”. Mia si dà tempo per evolversi e non per morire. La morte in sogno ha tutt’altra simbologia.

In conclusione, Mia si sta disponendo all’adolescenza e si avvia verso l’età adulta evolvendo anche le modalità affettive e i comportamenti.

La prognosi impone a Mia il rafforzamento della risoluzione edipica in corso. I genitori devono favorire il processo di emancipazione della figlia non indulgendo a nostalgici ritorni al passato. Bisogna, all’incontrario, sostenere Mia nel giusto cammino intrapreso.

Il rischio psicopatologico si attesta nella “regressione” e nella “fissazione” a tappe precedenti dell’evoluzione della “libido” con il ritorno alla dipendenza psichica e ai timori relazionali e con l’aggravante di un corpo di donna.

Riflessioni metodologiche: il passaggio dall’infanzia all’adolescenza è per la bambina particolarmente traumatico. Come dicevo nel sogno di Mia, la bambina si trova nello spazio di pochi mesi con un corpo di donna e con la capacità genitale. Ancora gioca con le bambole e si trova a gestire un corpo  di potenziale madre. In questa tappa biologica e psichica si manifesta il modo in cui è avvenuta l’identificazione nella madre a conclusione del complesso di Edipo e quale identità psichica ha scelto e acquisito. Freud disse giustamente che si nasce femmine, ma si diventa femmine. In questo momento la bambina nata femmina diventa donna, ma a livello psichico la consapevolezza avviene in un tempo non breve, ossia lungo. La statistica parla di quattro anni, per cui l’adolescente sa di esser donna tra i sedici e i diciotto anni. La modificazione corporea viene esibita o nascosta e la giovane donna si trova di fronte al suo corpo che riconosce o non riconosce, che accetta o rifiuta, che gradisce o detesta. Da come reagisce, si evince come si è formata. Sia che occulta il suo essere femminile con larghi maglioni o sia che lo esibisce con compiacenza, è sempre necessario dare il tempo alla psiche per l’assimilazione dell’evoluzione avvenuta. L’adolescenza evidenza la modalità in cui è proceduta la formazione del carattere sotto la spinta dei fantasmi. L’identità psicofisica è un importante fattore che rende l’adolescenza un momento critico dell’esistenza. Ricordo a tutti, genitori e non, che nel periodo adolescenziale le gratificazioni gentili non sono tassate dal governo ladro, per cui si possono elargire in abbondanza e fanno solo e soltanto bene. Grazie!

 

EMPATIA E SIMPATIA “ANCH’IO SONO MADRE”

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“Miky sogna la proprietaria del suo bar, seduta sui gradini fuori che piangeva perché era stanca e perché non aveva tempo per sé.

Miky prova molto dolore nel vedere la sua sofferenza e piange con lei.

I gradini erano tre.”

“Miky sogna di parlare con la madre di una ragazza che conosce e che è vissuta con lei e di cui conosceva i problemi.

La madre è gentile con lei e le dà ragione.

Miky, allora, si chiede perché fino a quando la figlia era con lei, la odiava e, ora che si è rotto tutto, ragiona cordialmente. Si sveglia in lacrime.”

 

I sogni sono anche semplici descrizioni di quel che si vive e di quel che è successo nel giorno precedente e si sviluppano non necessariamente con colossali simbologie e non si raccontano con enfasi retorica. Quest’ultima caratteristica appartiene al sistema difensivo della persona che sogna e non al sogno. Quest’ultimo è di per se stesso complicato nei suoi meccanismi e nelle sue difese, ma spartano nel contenuto perché la gran parte non viene ricordata e quindi viene irrimediabilmente perduta. Ma perché il sogno a volte viene composto come una piccola “divina commedia” o come una breve  “odissea”? Si mettono in atto da svegli le difese dall’angoscia di essere dominati dal sogno durante il sonno e il bisogno di dominare il sogno: un problema di eccessiva vigilanza finalizzata a tenere sotto controllo il proprio materiale psichico traumatico che urge dal profondo e che vuole vedere la luce. La “logorrea” nel sistemare un sogno attesta di una struttura psichica particolarmente angosciata che si cura da sé con il tanto parlare senza chiedersi se l’altro lo segue o è interessato al suo dire.

Il sogno di Miky è il classico esempio di semplicità nella forma e di linearità nel contenuto, ha la sua bella psicodinamica madre-figlia e i suoi giusti meccanismi di difesa. Il sogno di Miky è profondo nel tema evocato e si può sintetizzare in questo modo: “empatia e simpatia”, “sono madre anch’io”, “identità al femminile completata e riconoscimento della madre portato a buon fine”.

Non è decisamente poco e allora avanti con la decodificazione!

Miky condensa nella proprietaria del bar la figura materna e la sua condizione di madre, collocandosi nello stesso tempo come figlia e come madre. Tratta il classico tema della madre stanca e addolorata perché si sente sacrificata  per il benessere dei figli e della famiglia, oltretutto senza essere riconosciuta nel suo ingrato e umile ruolo: il classico tema della donna che ha abdicato al suo benessere e al suo successo per i figli.

Chi non ricorda le lamentele della mamma e le litanie intese a colpevolizzare i figli? “Dopo tutto quello che fatto per te, tu mi ripaghi in questo modo” recita una diffusa lagna dell’augusta genitrice non riconosciuta e non abbastanza amata. Ma c’è di più! Spesso ricorre alla formula della sua frustrazione “tu mi farai morire”, una formula tremenda che lascia strascichi profondi nel tratto paranoico e depressivo dei figli. Le mamme tendono a colpevolizzare i figli e specialmente le figlie, perché con il maschio hanno un vissuto diverso e spesso stabiliscono una relazione edipica all’incontrario.

“Miky prova molto dolore nel vedere la sua sofferenza e piange con lei.”

Il processo d’identificazione nella madre e d’identità al femminile, insieme alla soluzione della pendenza edipica, in Miky  è definito e compiuto. Guarda caso, i gradini erano tre: io, lui e lei. Il numero “tre” condensa la posizione edipica e la famiglia. La simbologia del “pianto” è catartica e rafforza il ruolo acquisito: le lacrime sono parole liquide che liberano il “non nato di sé” ossia quello che si sente dentro e non trova espressione. La prima realtà del “non nato di sé” è l’emozione, di poi la lacrima che si tradurrà in parola. Il “dolore per il “non nato di sé” attesta il meccanismo psichico della “empatia” e della “simpatia, vissuti complessi fatti di senso e sentimento che si possono definire processi.

E’ opportuno soffermarci su questi fenomeni psichici perché ci riguardano quotidianamente. La “empatia” significa letteralmente “dentro l’emozione o il sentimento”o meglio “dentro il senso e il sentimento”. Trattasi della capacità d’immedesimarsi in un’altra persona fino a coglierne, più che i pensieri, gli stati d’animo, i movimenti del senso e del sentimento. Si tratta di un processo d’immedesimazione e di “proiezione” in cui si conserva la coscienza della propria identità. Freud tratta l’”empatia” come una forma psichica che dall’identificazione giunge all’immedesimazione passando per l’imitazione, un meccanismo mediante il quale è possibile partecipare le sensazioni, i sentimenti e le emozioni, il “pathos” di un’altra vita psichica. Fin qui l’empatia!

La “simpatia” si traduce letteralmente “un sentimento e un senso vissuti insieme”, “una sensazione vissuta insieme”, “una partecipazione a uno stato affettivo” che denota un’affinità tra persone e una  comunicazione nel “sentire” sensazioni e sentimenti. In filosofia gli Stoici, (Grecia e quarto secolo “ante Cristum natum”) avevano bellamente esteso questo circuito psichico a tutte le parti dell’universo, un’attrazione magnetica che governava la realtà vivente, uomini compresi. Questo riferimento serve a capire come e quanto la sapienza di oggi è antica.

Tornando al sogno, possiamo affermare che Miky si è immedesimata nella madre perché si è identificata in lei, completando il tormentato viaggio edipico e rafforzando la sua identità femminile. Di poi, la maternità ha portato Miky alla parità dell’esperienza e del vissuto, anche se la madre deve restare una figura carismatica nel bene e nel male e non una semplice figura. Eppure Miky è vissuta con lei e ne ha conosciuto i disagi e le sofferenze, oltre che i pregi e le virtù, ma non l’ha mai colta in questa dimensione umanamente solidale: “Miky sogna di parlare con la madre di una ragazza che conosce e che è vissuta con lei e di cui conosceva i problemi.”

Nel secondo sogno esprime il suo conflitto con la madre legato alla sua visione della madre sofferente nell’accudire i figli e alla sua incapacità di poterla aiutare. La maternità si capisce con la maternità a tre livelli:  fisiologico, psichico e culturale. Il livello fisiologico si attesta nel travaglio, nel parto e nella fatica dello svezzamento e dell’educazione. Il livello psichico si attesta nello sforzo di capire e di alleviare e nella gioia di capire e di alleviare. Il livello culturale si attesta nel ruolo che alla madre viene riservato dalla società in cui vive.

Tornando al sogno di Miky si vede come il rapporto conflittuale con la madre si evolve nel rapporto di “empatia” e “simpatia”: anche Miky piange liberando il passato conflittuale. Le lacrime sono acqua che pulisce i sensi di colpa e libera nuovo benessere.

“La madre è gentile con lei e le dà ragione. Miky, allora, si chiede perché fino a quando la figlia era con lei, la odiava e, ora che si è rotto tutto, ragiona cordialmente. Si sveglia in lacrime.”

“La odiava” conferma un sentimento edipico universale o meglio costante in tutti quelli che hanno bisogno di vivere un padre e una madre: le radici.

“Ora che si è rotto tutto” offre il senso traumatico del distacco, il passaggio dalla dipendenza all’autonomia.  Che termini forti e veri, ragazzi!

La prognosi impone a Miky di allargare la “empatia” e la “simpatia” nei confronti della madre e di prendersi cura di lei quando il tempo sarà severo.

Il rischio psicopatologico si attesta nel senso di colpa in riguardo ai sentimenti negativi verso la figura materna con struggimento per la mancata comprensione di quel tempo in cui era figlia adolescente. Il logorio ossessivo consegue e contribuisce a far cadere la qualità della vita: una psiconevrosi.

Riflessioni metodologiche: la questione che si pone con il sogno di Miky è  come si deve giostrare una mamma nell’accudire se stessa e i figli. La prima condizione è non vivere i figli come limiti ma come variazioni evolutive. In questo modo si riduce la carica aggressiva già implicita nella gravidanza e nel parto. I figli variano la qualità della libertà. Di poi, la mamma non deve assolutamente smarrire l’amor proprio e l’autostima. Deve considerare adeguatamente la sua evoluzione psicofisica nella maternità e farne un fiore all’occhiello della sua natura femminile. La mamma non deve proiettare sui figli i propri vissuti in riguardo ai suoi genitori. Dei suoi vissuti deve mettere in atto quelli positivi e accantonare quelli negativi. La frustrazione materna nasconde altri disagi e quindi è opportuno rivolgersi alla loro soluzione.

Una buona mamma ha tempo per sé e per il servizio amoroso dei figli specialmente se è affiancata da un uomo degno di lei.

 

SIGNORI, IN CARROZZA ! I TRENI DI LUCIA

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“Lucia sogna spesso i treni, tanti treni e, come sempre, non riesce a prenderne neanche uno.

Le capita spesso di sognare mezzi di trasporto, soprattutto treni e navi o imbarcazioni in generale, ma in quest’ultime riesce a salire, sui treni quasi mai.

In alcuni periodi le capita di sognare spessissimo ascensori. Lucia si trova dentro e gli ascensori salgono, scendono, si muovono in orizzontale, spesso velocemente, e non si fermano mai provocandole una certa angoscia.”

Attendevo da tempo il sogno del “treno” e finalmente sono arrivati tanti treni nella stazione del mio “blog” e non da soli, ma in compagnia di navi e di ascensori e tutti in attesa di essere interpretati per ripartire. Una giornata fausta per la mia ricerca sull’essenza e sul significato dei sogni, perché il sogno di Lucia mi dà modo di approfondire le angosce collegate al “fantasma di morte” e di aprire, soltanto aprire, un tema complesso e ricco di implicazioni come quello della vita affettiva. Inoltre, il sogno di Lucia evidenzia come oggetti similari in quanto contenitori, il treno e la nave e l’ascensore, a livello simbolico sono diversi. Nella decodificazione procederò in maniera libertaria e senza costrizioni logiche e consequenziali, analizzerò i simboli singolarmente, operando le giuste riflessioni ed eventuali collegamenti psicoculturali man mano che si evidenzieranno. In conclusione, evincerò la psicodinamica in atto nel teatro onirico di Lucia.

Partiamo subito dal simbolo dominante e inquietante, il “treno”. Trattasi di un inequivocabile “fantasma depressivo di morte”. Il treno nello “Immaginario collettivo” appare nero, fumoso, sporco, fatto di freddo ferro, lugubre nella sua dominante funzione di trasportare da un punto all’altro in maniera coatta e, soprattutto, non si può pensare un treno senza binari. Questi ultimi, oltre al senso della costrizione spaziale e direzionale, condensano l’ineluttabilità meccanica di un cammino che porta alla fine temporale senza un fine progettuale: la vita trova la sua fine nella morte, escludendo altre possibilità e tanto meno altre fantasie creative sul tema come quelle offerte dalle religioni o dalle superstizioni. Lungo i binari si consumano le energie e si percorrono le ambizioni di ogni uomo. Il “treno” include simbolicamente la concezione pessimistica della vita, classica dell’Ottocento e del Novecento nell’arte e nella filosofia, dal “pessimismo cosmico” di Leopardi alla filosofia di Schopenhaeur, dal “simbolismo” di Munch all’esistenzialismo di Heidegger e di Sartre. Il treno è un simbolo culturale forgiato nella cultura occidentale e nelle società cosiddette tecnologicamente avanzate, un simbolo che s’innesta nell’archetipo, simbolo universale, della “Vita” e della “Morte”. Quindi la “Morte” si collega necessariamente alla “Vita” ed entrambe si collegano all’archetipo della “Madre”, al punto che non si può non essere d’accordo con le “cosmogonie” che proclamano il “principio femminile” come origine del “Tutto”, per cui la “Madre” è responsabile simbolica della “Vita” e della “Morte”.

Fino a questo punto il mito e la cultura.

Ma di quale morte stiamo parlando? Di quale morte stiamo speculando?

Si profila chiaramente la “morte in vita” e non la “morte in se stessa” o tanto meno la “morte dopo la morte”. Per quanto riguarda la “morte in vita” porgiamo un ossequio alla lezione filosofica ed esistenziale del grande Epicuro, vissuto a cavallo del quarto e terzo secolo “ante Cristum natum”, con la sua sintetica teoria in esorcismo della sua angoscia di morte: “quando c’è la vita, non c’è la morte e quando c’è la morte, non c’è la vita”. Sembra la scoperta  di Bracalone per il suo essere una semplice tautologia; in effetti si basa sul principio logico di Aristotele del “terzo escluso”: “o è A, o è non A”, “o è la morte o è la non morte” ossia è la vita. Ma Epicuro va oltre con le sue intuizioni sintetiche, insegnandoci la “atarassia”, la risoluzione delle angosce, per incarnare la migliore vitalità possibile dentro il nostro corpo attraverso la “edonè” (piacere) e la “aponia” (assenza di dolore). Epicuro era tanto avanti, non solo rispetto al suo tempo, ma anche rispetto a noi cosiddetti animali evoluti. Il grande Epicuro voleva significare che la morte non è una “erlebnis”, un’esperienza vissuta che si può conoscere e raccontare: tutt’altro!  Non essendo “erlebnis”, la morte non può avere parole e non può esser detta: “di ciò di cui non si può parlare”, (la morte), “si deve tacere”, dirà il grande Wittgenstein. Ciò non impedisce che si possa supporre un’essenza e una consistenza del fenomeno organico della morte, essenza e consistenza sempre legate a un contesto di materia vivente. Fin qui Epicuro.

Esiste, purtroppo, la “morte in vita” ossia la “depressione”, la pesante sindrome depressiva, la più subdola e infausta malattia della Psiche.

Ma cos’è la morte in vita? La “morte in vita” è la caduta degli investimenti e lo stallo della “libido”, la caduta dello “slancio vitale” quando l’energia ristagna e non si trasforma in risultati e in traguardi. A livello psicologico si traduce in una questione affettiva essenzialmente collegata alla perdita dell’oggetto d’amore e l’oggetto primario d’amore è la figura materna nella primissima infanzia. A questa irrimediabile perdita si collega la “psicosi

maniaco- depressiva”. Al “fantasma di perdita d’oggetto” si collega la depressione. Alla paura della perdita dell’oggetto si collega il tratto depressivo della formazione caratteriale, tratto che tutti da bambini abbiamo incamerato pensando semplicemente “ e se la mamma non torna più?” ,“e se la mamma mi lascia?”, “e se la mamma non mi vuole più bene?”

Ma cosa vuol dire tutto questo?

Il padre si può perdere senza grave danno, la madre non si può perdere senza pericolosi trambusti psichici.

Concludendo la disamina psichica e filosofica si attesta che la “morte in vita” è la depressione nelle sue varie forme e nelle sue varie intensità: la depressione nevrotica e la depressione psicotica, la depressione come tratto del carattere e la depressione come perdita di contatto con la realtà e assenza totale di emozioni: quest’ultima si attesta, dopo un periodo di pesante angoscia, in una realtà psichica freddamente metallica, al punto che la morte diventa la soluzione conseguente al precedente “quasi nulla”.

Meno male, quindi, che Lucia non riesce a prendere nessun treno!

“Lucia sogna spesso i treni, tanti treni e, come sempre, non riesce a prenderne neanche uno”. Questo non vuol significare che è esente dal “fantasma di perdita”, ma che il suo sistema psichico lo tiene sotto controllo. In generale questo non vuol significare che chi sogna di prendere un treno è candidato alla depressione e al suicidio. Tutto dipende sempre dal grado di consapevolezza e di dimestichezza che noi abbiamo con i nostri fantasmi: la salvifica autocoscienza, l’ambito e mai abbastanza raggiunto “sapere di sé”.

Lucia sogna anche le “navi e le imbarcazioni in generale, ma in quest’ultime riesce a salire, sui treni quasi mai”. E allora andiamo a sondare la simbologia delle navi e delle imbarcazioni in generale. La nave condensa fondamentalmente la vita e il vivere, l’esistenza e l’esercizio dell’esistenza, l’unità psicosomatica e gli investimenti della “libido”. La nave è un simbolo complesso per le notevoli implicazioni che comporta e per le tante interazioni che include. Si pensi al mare, al vento, alla tempesta, al cielo, alla protezione, all’avventura, alla gioia, al naufragio, al sole, alla notte, alla luna e chi più ne ha più ne metta. Decisamente Lucia ama la simbologia in grande stile, visto che sogna il “treno” e la “nave”; di certo non si accontenta dei simboli caserecci. Lucia  ama viaggiare, ama la vita intensa, le nuove esperienze e in particolare quelle significative e non banali, le emozioni a nastro e le conoscenze originali: una sapiente curiosità e una fervida attività. Ricordiamo che Ulisse navigava nel mar mediterraneo alla ricerca di Itaca secondo Omero, “per seguir virtute e canoscenza” secondo Dante Alighieri, nel mare delle parole secondo James Joyce. Interessante è, a tal proposito, la visione del film di Federico Fellini “E la nave va”, per capire cosa si può fare simbolicamente con una nave.

Ricapitolando, Lucia controlla il suo tratto depressivo e vive la sua vita con notevole interesse.

Tutto va bene fino adesso.

Ma ecco che arrivano gli ascensori, oltretutto strani e impazziti.

“Lucia si trova dentro e gli ascensori salgono, scendono, si muovono in orizzontale, spesso velocemente, e non si fermano mai provocandole una certa angoscia.”

L’ascensore, in quanto contenitore o grembo meccanico e metallico, condensa la figura materna nella sua funzione protettiva e oppressiva, il “fantasma della parte negativa e della parte positiva della madre”, la madre vissuta in maniera ambivalente perché chiamata a soddisfare i bisogni di onnipresenza dei figli e a riconoscere anche i loro bisogni di autonomia: la mamma che blocca e la mamma che libera. L’ascensore implica nel sogno di Lucia lo spazio e il dinamismo dei punti cardinali. L’ascensore che “sale” rappresenta la “sublimazione” della figura materna, la madre gradevolmente sacra e accettabile, la madre nobilitata nella sua funzione e collocata al di sopra di ogni sospetto: questo quadro sempre nei vissuti di Lucia e aldilà di come la madre è nella sua realtà. Non dimentichiamo che il sogno appartiene a chi sogna e non a chi si sogna.

L’ascensore che “scende” rappresenta la madre concretamente e umanamente vissuta, materialmente concepita nel suo corpo e nella sua mente,nei suoi pregi e nei suoi difetti, la madre reale e non la madre ideale o tanto meno la madre idealizzata.

L’ascensore che “si muove in orizzontale” rappresenta i vissuti del sistema  relazionale di Lucia sempre nei riguardi della figura materna. L’ascensore che va a “sinistra” attesta che il vissuto della relazione è regressivo, verte sul passato, è nostalgico, è sognante e sognato, è senso e sentimento, è oscuro e struggente, è crepuscolare e con un filo di logica. L’ascensore che va a “destra” attesta che il vissuto della relazione è reale e razionale, attuale e prossimo, progressivo e logicamente chiaro, maschio e robusto. Il fatto che gli ascensori vanno “spesso velocemente e non si fermano mai” attesta di una relazione nevrotica o conflittuale con la madre. E’ anche vero che la relazione madre-figlia improntata a correttezza e perbenismo è soltanto un’utopia. Ogni relazione madre-figlia è a sé stante, è unica ed eccezionale come la formazione del carattere di ogni persona vivente. Quindi non è questo il problema. La cosa più delicata e problematica è che Lucia si trova dentro l’ascensore e si lascia sballottare a destra e a manca dal fantasma della figura materna. Lucia non è uscita dal grembo materno, è dipendente dalla madre e non ha una sua autonomia psichica e questo non è dovuto alla madre, ma ai suoi bisogni affettivi.

Anche degli ascensori si è detto in abbondanza.

La prognosi impone a Lucia di acquisire una migliore autocoscienza portando a risoluzione il complesso di Edipo con il riconoscimento della madre e la consapevolezza che bisogna tendere all’autonomia psichica e soprattutto all’autonomia affettiva. La madre non deve essere vissuta come un rifugio o una capanna e come un limite o una prigione da cui evadere. Lucia deve mettere al posto giusto la madre dentro di lei e, nel far questo, può essere aiutata dalla figura paterna che nel sogno non compare o da una figura sostitutiva che certamente esiste.

Il rischio psicopatologico si attesta in una relazione eccessiva e conflittuale con la figura materna ispirata a dipendenza. La psiconevrosi edipica sarà di natura isterica con la conversione dei bisogni affettivi in pulsioni della sfera orale. La questione affettiva può portare a difficoltà e a conflitti relazionali  con le persone significative per eccessiva esigenza a loro carico.

Riflessioni metodologiche: come si nota il tema della morte innescato dal simbolo del treno comporta non soltanto la psicopatologia più delicata della sindrome depressiva, ma anche tematiche filosofiche e culturali antiche e moderne. Mi piace rievocare, per quanto riguarda la “dialettica vita e morte” con l’angoscia implicita, il mito di Er di cui Platone ha scritto nel dialogo “Repubblica”.

“Io ti riferirò il racconto d’un valoroso eroe, Er l’Armeno, nativo della Panfilia, che, caduto in battaglia, ritornò in vita e raccontò ciò che aveva visto. Le anime arrivano in un luogo alle estremità del cielo dove è sospeso il fuso della Necessità, che dà la spinta a tutte le rivoluzioni celesti … Attorno al fuso e a distanze uguali sedevano, ciascuna su di un trono,le tre Parche, figlie della Necessità, Lachesi, Cloto ed Atropo,vestite di bianco e con la testa coronata d’una benda: Lachesi canta il passato, Cloto il presente ed Atropo l’avvenire … Appena le anime furono arrivate, esse dovettero presentarsi a Lachesi. Un sacerdote assegnò a ciascuno il suo posto, quindi prese sulle ginocchia di Lachesi le sorti e le diverse condizioni umane..  Quando tutte le anime ebbero scelto, secondo l’ordine della sorte, la loro vita, passarono nello stesso ordine dinanzi a Lachesi che diede a ciascuna di esse lo spirito custode che si era scelto perché fosse guardiano durante la vita e aiutasse a compiere il suo destino. Questi condusse l’anima a Cloto, la quale con la sua mano che faceva girare il fuso confermò il destino che ciascuno si era dato. Dopo che l’anima ebbe toccato il fuso, il genio la condusse da Atropo per rendere irrevocabile ciò che era stato filato. Di qui andarono dritti verso il trono della Necessità  sotto il quale l’anima e il suo genio passarono insieme. Quando tutte le anime furono passate, esse si recarono per un calore insopportabile nel piano di Lete, l’oblio: questo è nudo di alberi e di tutto ciò che porta la terra. Qui, essendo venuta la sera, si accamparono sulle rive del fiume Ameles, senza affanni, la cui acqua non può essere contenuta da un vaso. Tutte dovettero bere una certa quantità di quest’acqua: quelli che ne prendono smoderatamente perdono ogni memoria del passato. Era la mezzanotte quando scoppiò un alto tuono, accompagnato da un terremoto: tutte le anime furono proiettate qua e là come stelle cadenti verso il luogo della loro nascita.”

Le riflessioni sono le seguenti: Platone ha fatto tornare Er per raccontarci quello che aveva visto dall’altra parte. La dea fondamentale è la “Necessità”, in greco “Anankè”, la madre di tutte le dee della “Vita” e della “Morte”, la necessità biologica. Lachesi, Atropo e Cloto sono femmine a conferma che il “Tutto”, nel bene e nel male, si origina da un “principio femminile”.