U TUPPU

U tuppu tuppa,

senza tuppu nun si tuppa

picchi u tuppu s’antuppa.

A vecchia co tuppu si tuppa,

s’intrippa e s’intruppa

com’a lupa c’allappa e c’allippa.

A picciotta senza tuppu nun si tuppa,

a picciotta co tuppu allippa,

ma nun allappa.

Il poeta è un rigattiere,

uno squallido merciaiolo,

un trovatore da art de trombar,

uno squallido trombatore,

un provenzale che ha letto tanto,

uno squallido lettiere,

un troviere cavalleresco a cui nulla osta,

cui nihil obstat,

neanche un ergastolo ostativo e non,

perché il poeta è un furtivo ladruncolo,

un sussurratore che usa le parole degli altri,

un ladrone che preleva da un vecchio bancomat verbale in disuso,

un accalappiatore che acchiappa il già detto per ridirlo,

un Ali Babà che dice quello che si può sempre ridire

perché è stato detto,

il già detto che non è il già visto,

è il già sentito,

il deja entendu nei vicoli sdirupati di Calascibbetta,

nelle trazzere sdurrubbate e polverose di Spacafunnu,

nei Superconvenienti di Mariastella la zozza,

nei Centri ecologici per la raccolta del cibo avariato.

A proposito, o poeta vate di Montpellier,

ricordami di comprare

un panino allo sgombro della ditta Drago da Giuseppe,

gli affastellati affumicati della Frishies per l’amata Gianna,

i biscotti integrali del Mulino bianco per Salvatore,

ricordami di fare il solito pellegrinaggio al Lidl,

di comparare gli orologi dalla cinesina senza culo e con le tette grosse,

prendere i noccioli da Marchetto di Belvedere,

di degustare lo gyogurth di Gianfranco da Lucia la santa.

E intanto,

mentre non te ne accorgi,

ohi, ohi, ohi,

vardè tosati,

prima spaccano l’atomo,

ahi ahi ahi, che dolor,

e poi lo sposano con la picciotta senza tuppu.

Viva, viva, viva gli sposi

e a matri che allatta e alletta co tuppu e senza tuppu.

Viva la mamma,

viva le figlie della lupa fascista,

le giovani donne di Cecco degli angeli,

quelle che tuppano senza tuppu,

les filles de Francoise la francese ardita,

pelle e ossa sotto il maglione nero alla dolce vita.

Viva, viva l’olio extravergine d’oliva,

tassato dal pizzo pazzo di Matteo il brigante

che tuti i vol e nisuni lo cioe,

che tutti lo cercano e nessuno lo trova.

Che vergogna questo tuppu intuppatu in mezzo alle cosce!

Destati Sicilia e giù botte da chiaroveggenti con l’Etna!

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 19, 01, 2023

MA L’AMORE NO – ATTO SECONDO

Ma l’amore no, l’amore mio non può

disperdersi nel vento con le rose,

tanto è forte che non cederà,

non sfiorirà.”

Le rose al vento,

la rosa scarlatta,

le rose hanno le spine,

la rosa s’incarna,

la rosa è anche rossa.

Ma cos’è questa rosa?

Cos’è questa rosa

che deve disperdersi nel vento insieme all’amore?

Questa rosa così forte non perderà i petali,

non invecchierà lentamente fino a morire,

resterà viva,

sempre viva,

è eterna e onnipotente,

omnia potest

perché questo amore è mio,

è il mio amore,

quello di un uomo che ama una donna,

ama la rosa,

ama la sua rosa.

Ma tutto questo non è amore.

Il vento soffia e nevica la frasca,

ma le rose non sfioriscono,

la rosa bianca,

la rosa gialla,

la rosa rossa,

la rosa nera,

la rosa scarlatta,

la rosa mulatta,

la rosa rosata,

la rosa.

Io, tu e le rose.

Quante rose attorno a noi

che ammicchiamo e accattoniamo,

che odoriamo e slinguazziamo.

Finalmente un po’ di coraggio!

Sursum corda,

animo ragazzi,

in alto i calici,

andiamo alla conquista delle rose.

Rosa dolze e aulentissima

c’apari in ver la state,

le donne ti desiano pulzelle e maritate.

Forte è la focora

che spinge il testosterone

verso la Botanica simbolica di una donna d’amare.

Ma tutto questo, oggi, non è amore.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 20, 08, 2022

AL MARE

Domani andrò al mare.

Domani ti telefonerò.

Al mare tutti telefonano ogni giorno.

Al mare tutti telefonano a tutti sempre.

Io non voglio essere da meno.

Al mare tutti telefonano.

Io non sono diverso.

Al mare tutti telefonano a tutti.

Io domani andrò al mare.

Io domani ti telefonerò dal mare.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 02, 09, 2022

CANTO D’AMORE ARABO

Voglio proprio te,

voglio che tu diventi mia moglie.

Ora che sei diventata l’amata del mio cuore

vai a prendere gli anelli,

o sposa di tutte le spose.

Ho annunciato alla famiglia

che tu sei l’amata del mio cuore.

Voglio che tu sia la mia passione e la mia follia,

per me dolcissima,

o amata del mio cuore.

Voglio fare per te un corteo nuziale.

Non mi bastano i sospiri

per te che sei tutta delicatezza e leggerezza,

o amata del mio cuore.

Voglio farti camminare su fiori,

voglio cantare di te,

voglio che tutti parlino di te,

o amata del mio cuore,

tu che sul mio cuore riposi,

tu che accresci la mia felicità

e sotto le miei ali dormi.

Traduzione di Bruna Gelardi

Siracusa, 20, 08, 2022


CIAO FERNANDO

Ciao Fernando,

oggi mi sento triste e completamente assente.

Mi sento estranea a me stessa

e sto cercando con questa lettera

un punto d’incontro tra la me stessa esterna e la me stessa interna.

La cosa è difficile,

tremendamente difficile.

Significherebbe la risoluzione della schizofrenia,

la guarigione da un male oscuro,

uno dei tanti mali oscuri,

ammesso e non concesso che la scissione sia una malattia.

Mi hanno detto

che star bene significa impegnarsi e fare le cose.

Allora dovrei star bene

perché partecipo alle attività del Centro diurno dei matti

e a casa mi do da fare anche se in maniera fantasiosa,

il solito mio modo creativo,

quello che alla lunga mi ha fottuto.

E invece non sto bene,

non sto per niente bene, porca paletta.

Ma se non mi ritrovo,

dove sono andata allora?

Dove sono andata a finire?

Perché ci deve essere sempre questa distinzione tra interno ed esterno

per essere normali e soprattutto per stare bene?

E allora perché quando sono completamente esterna,

come in questo periodo,

mi sento triste

e sento che mi manca qualcosa,

sento che mi manca una me stessa,

una partecipazione emotiva,

un coinvolgimento?

E perché quando sono completamente interna,

come in altri periodi,

sto male

e non riesco più a partecipare alla vita di tutti i giorni?

Dove sta la modulazione?

Dove sta la via di mezzo?

Dove sta l’equilibrio?

Dove sta l’incastro?

Dove si può trovare?

Si compra?

Si impara?

Si capisce?

Si sente?

Si sente dove?

Sono forse i farmaci che te lo danno?

Io, di certo, no!

Io non riesco a trovarlo e tanto meno a darmelo.

Non so,

non so proprio.

Mi sento triste

perché tutto è come un battito d’ali di farfalla

e niente si ferma,

niente si fa sentire

come vera partecipazione di una me stessa,

una me stessa qualsiasi,

in tutte le cose che faccio.

Forse m’incasino la vita per niente.

In fondo, se non fosse per questi momenti di tristezza,

le cose andrebbero abbastanza bene.

Se non fosse per questi momenti di tristezza,

non potrei dire che mi sento triste.

Meno male,

perché almeno un pochino mi sento,

almeno un pochino sono viva.

Eppure a volte le distanze si fanno enormi

e quasi mi spaventano.

Mi spaventa l’assenza,

la mia assenza

o meglio l’assenza di una parte di me.

Può spaventare l’assenza di chi va in ferie e ti lascia sola?

Forse questa non spaventa affatto,

ma rende soltanto tristi e malinconici.

Forse è normale sentirsi così.

Magari non va bene

essere troppo in contatto con se stessi

perché si perdono delle occasioni,

le occasioni di stare con gli altri,

di viverla questa vita

per quanto a volte possa sembrare piatta e superficiale.

Tutto questo non mi piace,

Fernando,

non mi piace affatto.

Mi è molto difficile scegliere,

visto che in certi momenti ho la fortuna e la disgrazia di scegliere.

Mi è difficile scegliere

quella che chiamano la salute mentale.

In certi momenti preferisco rifugiarmi nella malattia

e questi momenti arrivano proprio quando sto meglio.

A volte preferisco rifugiarmi nei miei pensieri

per quanto a un certo punto il livello d’angoscia sale

e allora non penso più

e questo vuoto mentale mi spaventa.

Non so se la sensazione che ho alla testa

sia causata dal dormire male o dai farmaci,

ma di certo adesso penso troppo poco

e mi sento rallentata nel pensiero.

La fluidità che c’è,

invece,

quando non sto molto bene,

per quanto confusa o isterica,

questa fluidità mi riempie

e allora mi sento

come quando ero incinta per la prima volta,

come quando aspettavo mia figlia.

Non mi sento sola

e le ore passano

perché i pensieri le fanno passare.

Invece adesso sono praticamente annegata nella banalità della vita

e, tutto sommato, ci si sta bene, sai.

Eppure mi sento triste,

non so esattamente perché a dire il vero,

ma mi sento triste,

profondamente triste.

La tristezza è l’unico contatto

che ho con la me stessa interna,

quella che abita dentro.

E quella che abita fuori,

la me stessa esterna,

che fine ha fatto?

Ma in quanti sono io?

Due, più di due, forse uno?

In quanti si deve essere?

In quanti siete voi?

Nei momenti in cui sono una soltanto

mi sento estremamente sola.

Nei momenti in cui sono due

mi sento meno sola.

Nei momenti in cui siamo tante

mi sento così e così.

Vedi,

oggi abbiamo fatto una riunione

con lo psichiatra e i familiari degli abitanti del Centro diurno

e queste due realtà,

unità sanitaria locale e famiglie dei matti,

mi sembravano distanti tra loro,

molto distanti,

quasi senza possibilità di alcun collegamento.

Io so già che sarò,

se tutto va per il meglio,

per metà giornata Unità sanitaria locale

e per l’altra metà Cooperativa di famiglie infelici.

Ci dovrebbe essere una complementarità,

ma non c’è

o meglio io non riesco a trovarla.

E poi le attività non dovrebbero essere negli stesi orari,

perché creano il conflitto di scegliere.

Credi forse che non mi piacerebbe far pallavolo?

Certo che sì,

ma non posso

perché è nell’orario della seduta di gruppo.

Mi sono presa quest’impegno

e non posso prendermi altri impegni.

Io non ho il dono dell’ubiquità

e la capacità di scegliere mi manca da sempre,

altrimenti non sarei in questo stato di ebete.

Mi sembra che in questa guerra

o in questo quello che è

mi devo schierare e,

piuttosto di farlo,

mi faccio in due, in tre e anche in tante.

Forse non è una guerra,

manca soltanto la comunicazione

e questa è una realtà,

la vera realtà.

Certi segnali purtroppo li leggo

e non vorrei.

Alcuni operatori del centro sono un po’ ostili

e io non vorrei perché mi sento in colpa.

Mi chiedo in che cosa ho sbagliato

e mi tormento

e dopo mi massacro.

E allora mi faccio in tanti pezzi,

piccole parti di me che funzionano ovunque io sono.

Ma io,

io nel mio complesso,

dove sono andata?

Dove mi attesto?

Dove consisto?

Chissà!

Forse dovrei starmene zitta

e non parlare mai,

ma, anche se non parlo,

è sempre così che funziona,

chi sta sopra di me fa di tutto

per far funzionare le cose a modo proprio

e così io non valgo un fico secco neanche a Natale.

E io?

Io mi do da fare,

vado avanti

e tutto il resto lo lascio stare.

E io faccio i bigliettini di auguri

e tutto il resto lo lascio stare,

io faccio il regalo di Natale

e tutto il resto lo lascio stare,

io scrivo nel giornalino “Penso positivo”

e allora penso anche positivo

e tutto il resto lo lascio stare.

Però sai una cosa, mio caro Fernando?

Mi sento triste e amareggiata lo stesso,

ma non fa niente,

lascio stare anche questo,

fumiamoci sopra una sigaretta

e tutto il resto lo lascio stare,

anzi lo lasciamo stare

visto che non sono da sola.

Scusami

se ancora una volta ti ho travolto con le mie paranoie,

ma è che mi sentivo triste

e mi sono partite tutte queste cose,

non so da dove,

visto che avevo la sensazione di vuoto alla testa.

Forse sono partite dalla penna,

forse sono partite dalla mano,

forse sono partite da chissà.

E allora?

Allora tutto il resto lo lasciamo stare.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, (TV), 20, aprile, 1992

VENERE

Venere,

Venere è morta,

i suoi monti sono crollati con i loro ghiacciai marmoladi,

la nostra Venere non ospita la vita di vital libido,

la culla della vita sulla Terra è un inferno nella via Lattea,

la chimica delle sue nuvole è alterata e zozza,

i biomarcatori segnalano che non metabolizza lo zolfo.

Lo zolfo, accidenti, lo zolfo!

Non metabolizza, accidenti, non metabolizza!

Cosa mi dici mai?”

Così sentenzia topo Gigio

con la sua accattivante voce da fesso di una volta.

E Afrodite?

Afrodite è morta,

anche Afrodite è morta,

è annegata tra le onde verdastre del mare Ionio

in mezzo a quelle isole che fea feconde

con il solo suo sorriso e senza ormoni aggiunti,

senza extension e senza unghie finte

e colorate al cerume del barbiere di una volta,

senza botulo per i trucchi maldestri e per gli inganni sottili,

senza botole per gli allocchi e grana per i parmigiani.

Sticazzi!”

Pesco direttamente dal romanesco.

Urano è stato amputato dal figlio Krono,

non ha più i posperi e i coglioni.

Il Cielo, ormai, è senza stelle,

ha perso i suoi teneri gioielli,

morirà in un nobile ostello della trista vecchiaia

nei pressi di una augusta Avola antica,

in collina,

nell’aria fresca della sera

e tra le carezze della notte.

Mecojoni!

Ripesco direttamente dal romanesco.

Krono si trascina il senso di colpa

di aver castrato il bonario padre

e di aver fatto uno scempio del cazzo.

Si sa in giro e da sempre

che il Tempo è un emerito coglione:

non rende mai quel che promette allor,

come la Natura di quel di Recanati,

quella che di tanto inganna i figli suoi.

Sticazzi e mecojoni!

Figuriamoci se non fossero stati figli suoi.

Ho ripescato entrambi direttamente dal romanesco.

Quanno ce vò, ce vò.

E in tutto questo baillamme sotto e sopra le stelle,

Gea che fa?

Gea sta a guardare

tra una tetta e l’altra da far succhiare ai figli e ai finti figli,

la Madre attende il nuovo poderoso membro

per essere ingravidata e far contento Darwin,

mentre il vecchio membro galleggia grigio e inerte,

passivo,

inanimato,

sulle onde del pelago antico tra le terre

in attesa di una porzione di pinna di squalo,

in attesa delle solite comari di Windsor,

delle pulzelle delle case regnanti,

delle soubrettes maritate con i ballisti imbellettati,

della solita e intramontabile Charlene maritata al principe,

della solita e sorridente Meghan maritata al principino,

il figlio di una benemerita, a nostro dire, principessa.

Le cose sono chiare

e i giochi sono ormai fatti.

Fottetevi, se vi pare e se vi garba!

Venere e Afrodite sono morte,

sono morte di vero crepacuore

nella redazione del giornale gaio del momento,

tra maschi & maschi che si cercavano sbavando,

tra femmine & femmine che si cercavano implorando,

tra maschi & femmine che si cercavano sbuffando.

Oh Plato,

maior et minor,

oh Platone,

oh Convivio,

oh Banchetto,

oh Simposio.

oh Aristofane,

oh Socrate,

oh Alcibiade,

oh Agatone,

oh Erissimaco,

oh Pausania,

oh Fedro.

Insomma,

un oh vada a tutta la compagnia cantante,

uomini senza donne in cenacolo gaio.

Deh,

orsù,

oh uomini senza donne

raccontate a Mariaccia la storia dell’Amore,

del Bello,

del Buono,

del Cattivo,

del Giusto,

dell’Infame,

raccontateci la trama di un film di Sergio il leone.

C’era una volta Zeus,

c’era una volta la spiaggia stracolma di cicche,

c’erano Venere,

Afrodite,

Charlene,

Meghan,

Ilary,

Gea

e le allegre comari di Avola e dintorni

distese sulla cenere della spiaggia con il culo di fuori,

con le chiappe divise a metà

da un laccetto per uccellagione,

tutte fumanti perché fumavano,

tutte districanti la cicca là dove c’era la sabbia,

tutte intrise di oli minerali della Exo,

tutte incofanate nei cellulari di alto valore morale.

Era la saga delle tre C:

culi,

cellulari,

cicche,

culi nel senso di chiappe,

cellulari nel senso di solitudine,

cicche nel senso di mozziconi.

E tutti e tutte attendevano il 48 o il 47,

o muorto e il morto che parla,

ciucciando allegramente il veleno di Mitridate,

il re del Ponto e delle mafie locali,

per raggiungere l’immortalità dei sensi e dell’onore

sulla ruota lottuosa di Napoli e Palermo.

Venere è morta ancora una volta

in questa spiaggia di caucciù strano e inverecondo,

in tanta malora politica e democratica.

Non ci resta che Lui.

Viva il duce,

viva il duce

che ci dà l’acqua e la luce!

 

Salvatore Vallone

 

Carancino di Belvedere 04, 08, 2022

 

 

LA GRATITUDINE

Il Tempo è prezioso quanto me stessa

che in questo momento mi vivo,

quanto l’attenzione generosa che ho sempre verso l’altro.

Con generosità dico anche di me:

una persona semplice nella mia evoluzione di donna,

una donna complessa nell’evoluzione della mia anima.

Nulla è più difficile di una prima lettura di sé e dell’altro.

Inseguo il tempo,

un tempo breve e frettoloso che amo,

che mi induce a fare tutto ciò che amo fare:

scrivere,

leggere,

vedere qualche amica,

fare un giro per i negozi,

fermarmi,

osservare la Natura.

Fare,

poi fare e ancora fare.

Troppi obblighi e pochi interessi veri.

Vorrei,

ma non posso

o, forse, è meglio dire

che non riesco a trovare l’energia

per vivere oltre quella stanchezza

che ristagna negli esseri che vivono per lavorare,

piuttosto che, più sanamente, lavorare per vivere.

Eppure sono felice e grata,

certa che arriverà di nuovo il tempo

in cui il Tempo e il suo dafare smetterà di inseguirmi,

lasciandomi godere di quella Vita che è la mia vera vita:

un dono per il quale sono grata a chi merita.

La gratitudine è la bellezza che in essa abita.

Intanto dormicchio dentro un un cassetto,

insieme al mio progetto di scrittura,

come i miei gatti in questa giornata di ordinaria calura.

Carmen Cappuccio

Siracusa, 10, 07, 2021

DECORO

Ecco la Donna,

ecco Colei

che libera le colombe bianche nel cielo azzurro d’Aspromonte,

la Madonna

che non ha da piangere alcun soldato noto e ignoto,

la Compagna dei soviet di Pietroburgo e di Pietrogrado

che combatte l’ingiustizia con il libro rosso di Mao,

la Femina dalle molecole succinte e impertinenti

che intercede davanti all’eternità,

che sta ferma dentro i buchi neri della Storia

a che più oltre il marziano non si metta.

Scendi dal mite colle di Fiesole,

o Madonna fiorentina,

prendi le tue ali di morbida lana

e corteggia questo Tempo moderno

che aspira alla Morte da gran suicidio

come unica igiene del mondo infame di Antonello,

seducilo,

dagli Vita.

Sursum corda,

leviamo in alto i cuori e le palle

quando la misura è colma in questo mercato rionale di Mosca,

in questa Vucciria di Renato in una Panormo

così insanguinata dal sangue rosso

dei capretti e degli agnelli,

dei maiali e delle vacche,

dei vitelloni e delle manze,

dei colori a olio di un pittore che dipinge un altare,

l’altare del milite,

ignoto a se stesso e agli altri.

Madonna,

proteggici in questo giorno di grazia,

riscalda queste nostre mani giunte

che a te si volgono come figli alle mamme,

come fiammelle speranzose di una tiepida primavera

in questo Paradiso ucraino di martiri congiunti,

di tutte le età,

di ogni regione,

di ogni città,

proletari di tutto il mondo che si uniscono

per te invocare,

per te sussurrare furtivamente

di chiedere anche al buon Allah

di intercedere presso Ho Chi Minh,

l’uomo buono del Vietnam,

a favore di tanti beati

che per li suoi preghi oggi stringon le mani.

Chi ama brucia,

brucia anche il compagno,

il fratello,

il camerata.

In questo rogo tutto russo

anche Giordano se la ride beato

da quel Paradiso dei martiri

che oggi festeggia la Donna,

la Madonna.

Eppure è vero.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 08, 03, 2022



L’UOMO CHE GUARDA

TRAMA DEL SOGNO

“Ho sognato mia moglie con un cappello tipo cuffia che stava lavorando, stava dipingendo un negozio con una bomboletta spray.

In questo contesto io avevo perso il cellulare e lo stavo cercando mentre nostra figlia correva.

Che significato ha questo sogno?

Grazie mille.”

Chiamerò questo signore anonimo Pasquale.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO

Ho sognato mia moglie con un cappello tipo cuffia che stava lavorando, stava dipingendo un negozio con una bomboletta spray.”

Pasquale apprezza e ammira in modo particolare le capacità intellettive e creative della moglie. Si accompagna a una donna particolarmente perspicace e intuitiva e invidia le sue doti mentali anche perché la signora non è abituata a condividere con il marito tutto quello che pensa e che concepisce. Pasquale è particolarmente affascinato anche dalle abilità relazionali della moglie e dal suo pragmatismo, dalla capacità di essere concreta e non astratta, di mettere in pratica quello che pensa e progetta. La moglie è vissuta da Pasquale come una donna che non disdegna le creazioni artistiche perché è attratta dalla bellezza e dal senso estetico. Questa donna è, oltretutto, dominante nelle attività sociali e occupa un posto di rilievo nella sua attività lavorativa. Non gradisce l’ozio e privilegia il “negotium”, non sa stare con le mani nelle mani e deve sempre essere attiva e vitale. Pasquale vive la moglie come una donna affermativa e oltremodo capace nelle sue varie sfaccettature umane e psichiche.

In questo contesto io avevo perso il cellulare e lo stavo cercando mentre nostra figlia correva.”

Il quadretto familiare si completa con l’inserimento in sogno della figlia che sta crescendo e che a suo modo si sta identificando in pieno nella figura materna. Del resto, non potrebbe essere diversamente, ma Pasquale non gradisce questa coalizione benefica e la vive come un complotto nei suoi confronti lamentando incapacità a relazionarsi e bisogno di accudimento. Pasquale accusa incertezza e titubanza nei rapportarsi con la gente e di conseguenza con le figure familiari. Si è detto in precedenza della moglie creativa che non comunica a lui le sue idee e i suoi progetti e che preferisce relazionarsi con gli altri, della figlia che somiglia tanto alla madre e che sta vivendo la sua adolescenza andando incontro al prossimo con giovanile disinibizione. Pasquale si sente solo in famiglia e propone in sogno questo suo problema entrando in conflitto con se stesso perché non riesce a ritrovare quel “cellulare” che aveva perso e che ancora sta cercando. Pasquale cerca di migliorare le sue modalità di socializzare e di comunicare, ma per il momento è fermo a osservare la bontà evolutiva della figlia e le abilità espresse e inespresse della moglie.

Il sintetico sogno di Pasquale trova la sua conclusione in questo invito a scrollarsi di dosso inferiorità e inadeguatezze senza entrare in competizione con i suoi familiari e lasciando che ognuno elabori le parti migliori di sé senza i sentimenti nefasti dell’invidia e della gelosia.

FILASCIOCCA

Pappentone evvivolancio,

la scarpetta ti porta in Francia,

occhimirè,

occhimirè,

spacca mezza tavola

evviva il re.

Mi buttai dal quinto piano

con cinquanta lire in mano,

occhimirè,

occhimirè,

a uscire tocca a te.

Eravamo bambini,

tu e io con altri dieci infanti in mezzo alla strada,

via Emanuele Giaracà,

letterato e poeta siracusano,

al civico 23.

Eravamo bambini,

io e te nell’isoletta di Ortigia,

lo scoglio in mezzo al mare nostrum,

la quaglia che odorava di intimo & privato,

tu e io con altri cento infanti sul lungomare

davanti al carcere barocco dei Borboni,

la casa con un occhio,

un solo occhio che ti guarda e ti sorveglia

e che non è quello della mamma,

è quello della lex,

dura lex,

sed lex.

Eravamo bambini,

tu e io con altri mille infanti nella piazzetta

davanti al tempio di un Apollo desolato,

un Febo non più splendente come nella sua Grecia

e signore del carro del Sole e dei suoi riottosi cavalli,

un dio incredulo di essere sopravvissuto alle grandi e piccole guerre

e di essere sfruculiato nei suoi massi squadrati di calcare

dai piedi puzzolenti di turisti improvvidi,

deriso dall’ignoranza miscredente dei marrani e dei cristiani,

abbandonato ormai dagli Elleni e dai Romani,

ma ancora in piedi in quello spaccato ventoso e opaco di pietra bianca,

fatto di colonne mozzate come la testa dei bestemmiatori

nelle moschee arabe e prossime ai bagni della bonaria Giudecca.

Eravamo infanti,

io e te con gli altri mille e centodieci,

millecentododici in tutto,

di cui dianzi e poco prima,

ma sapevamo parlare,

sapevamo parlare,

eccome sapevamo parlare,

E tutti bene!

Che dico bene: benissimo!

Non ci mancava la parola

e la loquela scorreva liscia e limpida dalle nostre labbra

senza essere toscani o trovatori provenzali

o del dolce stil novo o della lingua d’oca,

tanto meno della scuola poetica siciliana del secondo Federico,

un tedesco che amava la Sicilia più dei siciliani

che fortunatamente allora non c’erano,

che non ci sono mai,

che non ci sono mai stati

perché emigrati nelle colonie greche di Aristotele,

nell’Africa nera di Kunta Kinte,

nelle Americhe del sud e del nord,

nelle scuole e negli ospedali del tossico stivale.

Eravamo infanti,

ma non ci mancava la parola

senza essere Cielo d’Alcamo,

detto Ciullo,

quello del Contrasto,

quello di “Rosa fresca aulentissima ch’apari inver la state,

le donne ti disiano, pulzell’e maritate”,

tragemi d’este focora, se teste a bolontate;

per te ajo abento notte e dia,

penzando pur di voi, madonna mia.”,

il solito seduttore di bambine nei giardinetti pubblici della marina.

Insomma,

non ci mancava la parola,

il Verbo era presso di noi,

il Verbo eravamo noi,

il Verbo abitava in noi.

Venne nella nostra casa

e l’abbiamo riconosciuto e accolto

come il fratello maggiore bersagliere tornato vivo dal fronte russo,

come lo zio Ciccio clandestino e partigiano tornato vivo da Milano,

come lo zio Nunzio clandestino e fuggiasco tornato vivo da Taranto,

come padre Concetto sbandato in Libia e tornato vivo da Roma.

Non tutti erano tornati quella volta,

quella triste e dolorosa volta,

pochi erano tornati,

pochi rispetto ai molti che erano partiti.

La guerra era finita miseramente a Cassibile il 3 settembre del 43,

ma il disastro sfascista non era trapassato remoto,

era presente e presente in atto,

autoctisi,

come l’Assoluto del filosofo di Castelvetrano,

Giovanni,

Giovanni Gentile,

il teorico del Fascismo.

La brutta Morte, però, non era finita

e ricominciava a circolare per tutti,

maschi e femmine,

lunghi e corti,

sani e malati.

Gli Inglesi non avevano dismesso la sbornia assassina in terra straniera

anche se avevano lasciato duecentoventidue dei loro giovani

a dormire il sonno eterno degli ingiusti in un verde cimitero,

tutta gente che non sapeva né parlare,

né leggere e né scrivere in siciliano,

ragazzi che non sapevano perché erano lì e a far cosa.

Eppure erano tutti morti per il Nulla eterno anglosassone,

guidati da un vegliardo goffo con il sigaro in bocca,

giovani vite spente e affidate alla pietà degli uomini giusti e pii di Floridia

che vedi ancora oggi nei tanti cimiteri dall’erba verde e sempre fresca,

buona per le pecore straniere e le capre nostrane

dai mille volti ideologici e televisivi.

E i Tedeschi?

I Tedeschi se l’erano data a gambe a testa in giù

gridando “verrater, verrater”

alle povere mogli senza marito,

alle mamme ricche di sangue con otto figli,

agli increduli vecchi seduti sul secchio delle sventure,

ai bambini gridanti e di coccole aulenti nei cortili,

distruggendo il poco rimasto in piedi in corso Vittorio Emanuele,

in Floridia e al civico 23,

là dove si spegneva madonna Giovanna

sopra il piatto di sangue di un generoso chirurgo,

più bella di Maria e di Egizia.

Loro uccidevano per ferina e ottusa vendetta,

perché era stato detto dal capo:

ipse dixit e io eseguo.

Uomini da uccidere,

donne da stuprare,

vecchi da eliminare,

bambini da includere nel tragico conto della serva.

E gli yanchee?

I variopinti e misti uomini della Provvidenza?

Gli Americani cavalcavano da Palermo a Messina

con i loro Leopard dipinti verde e maculati marrone,

con i loro M112 dipinti di giallo e arancione,

distribuendo pessimo cioccolato e amare Jesterfield,

carne di capra in scatola e sego di maiale per le tartine,

masticando chewingum come gli ebeti nei manicomi,

quelli che abitavano presso gli elettrochoc e le catene,

ingravidando a destra e manca le nostre signorine

e con i napoletani pronti a scrivere la Tammuriata nera.

Ebbene,

in questa Sicilia,

in tanta mite donna di provincia o in tanto tragico bordello

i nostri genitori si erano abbandonati in una notte di maggio,

il tiepido maggio,

il mese delle rose e della Madonna,

ai piaceri della carne e in piena ubbidienza

ai dettami dell’imperante santa chiesa cattolica.

E noi bambini,

figli di tante virtù ed eredi di cotanta vigliaccheria,

noi già pensavamo in grande e alla grande,

aspettavamo il nostro turno per uscire

senza essere mai entrati nell’agone della vita.

E intanto giocavamo a

Pappentone evvivolancio,

la scarpetta ti porta in Francia,

occhimirè,

occhimirè,

spacca mezza tavola

evviva il re.

Mi buttai dal quinto piano

con cinquanta lire in mano,

occhimirè,

occhimirè,

a uscire tocca a te.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 08, 05, 2021