TUTTA COLPA DI TUA MADRE

La montagna non fa per me e il mare mi deprime.

Vivevo con la mia famiglia in una verde collina di Treviso,

un paradiso chiamato Col San Martino,

e non vedevo l’ora di scappare dalla mia famiglia e dalla mia collina.

Esco, allora, da questa famiglia ed entro in un’altra famiglia,

ma la cosa non funziona.

Scappo da questa collina e mi ritrovo in un’altra verde collina di Treviso,

un paradiso chiamato Tarzo,

ma la cosa non funziona.

I confronti sono inevitabili, ma non quadrano mai.

Avevo l’idea di star fuori finalmente dalla mia famiglia e dalla mia collina.

Poteva succedere e lo speravo.

Anche il calcolo delle probabilità era dalla mia parte.

Era previsto che poteva succedere.

Quanto egoismo da proprietà privata!

Tutto questo succedeva grazie a te, mio enigmatico uomo.

La tua famiglia m’intrippa,

la tua collina mi disorienta.

Vuoi loro o vuoi me?

C’è sempre da dire,

da ridire,

da discutere,

da cosare,

da brigare,

da litigare.

Mi dispiace, ma tutto ha un limite.

Si può arrivare fino a un certo punto,

dopo scatta il divieto di circolazione,

dopo scatta il divieto di accesso.

Io mi devo difendere.

Non si può dire tutto,

non si può aprire il bagagliaio agli sconosciuti.

Io potrei scendere dal tram

per evitare le interferenze disturbanti dei tuoi parenti serpenti.

Tu mi chiedi di capire, ma non c’è niente da capire.

Io spero sempre

che questa sia l’ultima volta

che i tuoi mi disturbano con le loro stronzate di merda.

La verità è che io sono allergica all’istituto famiglia.

Non ho sopportato e non sopporto la mia famiglia

e, allora, figurati se digerisco la tua.

Non voglio essere ospite da nessuna parte,

non voglio il ruolo di ospite in alcun caso.

Una parte di me, purtroppo, mi dice

che non riesco a vivere da sola.

E allora?

Allora vorrei e non vorrei,

credimi,

ma io non faccio parte di questa tua famiglia

e tanto meno di quella che mi proponi di formare,

la nostra,

tutta nuova

e tutta da costruire secondo le regole del “facciamo da noi”.

Questa non è libertà.

Questa è bieca improvvisazione.

Sono senza entusiasmo e sensibile alle bidonate.

Questo tu lo sai.

“Vediamo soltanto come va”, tu mi dici oggi.

“Non creare tensioni incomprensibili agli altri. Vivi e lascia vivere.”

Così tu mi continui a dire.

Io lo so,

io so già quello che mi dirai domani

perché me l’hai già detto ieri.

La vera verità è che sei attaccatissimo a tua madre,

che non vedevi l’ora di tornare da lei insieme a una donna

per darti una veste di quasi normalità,

ma il morboso legame tu non lo sai nascondere,

lei non lo sa nascondere

e a me non resta che assistere alla vostra sordida tresca.

La tua intimità con lei mi dà un fastidio enorme.

Ti sei fottuto la libertà

perché lei ti prepara la vita

sotto la forma di una minestra e di una finestra.

O mangi o ti butti giù.

Il mio non è egoismo,

il mio non è bisogno di possesso.

Io possiedo la verità.

Tu sei attaccatissimo a tua madre.

E allora io chi sono?

Vuoi me o la tua mamma?

Ma siamo due cose diverse,

mio emerito ignorante,

mio povero deficiente,

mio nobile impotente.

Io dico e ridico,

ma tu non capisci

e vuoi stare seduto su due sedie

a testimoniare il tuo attaccamento morboso

a chi ti ha soltanto procreato per necessità biologica

a confermare il complesso di Edipo per i dizionari di scuola psicoanalitica.

Ma io sono la tua donna,

io sono la tua promessa sposa,

io sono la tua Lucia Mondella,

mio caro Lorenzo Tramaglino.

Ma cosa t’importa?

A te tutto questo non tange.

Tu vuoi da me un’amicizia libera,

un rapporto senza indagini e al di sopra di ogni sospetto.

No!

No, mio caro coglione, io scendo dal tram.

Io scappo perché non ho smanie di nessun tipo,

non ho l’elasticità mentale che si richiede ai moribondi,

non ho la rassegnazione eroica dei morituri.

Io non ho nessuna intenzione di morire insieme a te per colpa tua.

Ti ricordi il capodanno dello scorso anno?

Che massacro di palle seduti sul divano,

incollati alla cosa luccicante e suonante

in quella tua casa con tutti i tuoi parenti e i tuoi affini,

costretti ad ascoltare il concerto della Filarmonica di Vienna

diretta dal maestro Ciccio Busacca.

Ma vaffanculo tu e i tuoi!

Vaffanculo tu, Ciccio Busacca e tuo zio Alfio Curcuzza, il pedofilo!

Quante scemenze!

Che orribile errore vivere in un cesso pubblico!

Io mi ero adagiata sulla merda

perché è già morbida di suo

e ci ero caduta per ignoranza e per comodità.

Pensavo e si pensava che da puzzolenti si stesse bene insieme.

Ma no, ma cosa ho pensato e cosa si è pensato?

Non parlare,

non discutere,

non litigare è la morte della coppia,

la tomba del cosiddetto grande amore

a cui tutti come tordi aspiriamo.

Noi si viveva in un caos di perbenismo, di tolleranza, di libertarietà.

Quanti elogi sperticati alla monotonia dell’apparente diverso!

Meglio stare alla larga per non aver pesi

e per raggiungere l’atarassia e l’apatia.

Ma se tu non parli, non si sa cosa pensi.

C’è chi parla troppo e non capisce niente degli altri

perché è interessato a dire soltanto di sé.

Se tu non parli e non mi parli,

allora evviva il veneziano ciacolone che mi fa sentir viva,

evviva il trevigiano millantatore che mi fa scoprire innamorata.

Ben vengano gli amici e gli amanti con cui far due parole,

con cui scambiare le merci preziose e gli accessori firmati,

con cui mangiare “poenta e osei”.

Ma oggi non voglio aver nessuno,

oggi non voglio stare con nessuno,

oggi voglio stare per i fatti miei.

In fondo io sono una donna solitaria e mi piace tanto pregare.

Per non lasciare il pensiero pensare,

io prego

e così non prendo il “lexotan”.

Ma quali aperture!

Quale disposizione all’altro, anche se intimo!

Nessuna!

Viva il silenzio e viva la libertà!

Quant’è bello pensare ai cazzi propri!

E tu?

Tu sei uno schiavo dalla pelle bianca.

Tu hai ancora bisogno di tua madre,

di un miscuglio di madre e di amante,

di un omogeneizzato di ruoli diversi.

Vergognati!

Ma vergognati, per favore!

Autonomia su, autonomia!

La tua vita è un sordido appiccicaticcio tra generazioni diverse.

La giovane è invecchiata e la vecchia è ringiovanita.

Io sono la tua donna e non tua madre.

E’ talmente evidente la cosa

che non abbisogna di parole e di test.

Meglio star zitti

e mettere a tacere la propria espressività.

Cancello dal mio volto le posture espressive per non tradirmi.

Tra quello che è e quello che non è, qual’è la misura?

Tu dove stai, tu dove sei?

Su e giù, di qua e di là,

tutto ti sembra,

“tibi videtur”,

nessuna verità,

nessuna certezza,

tanta opinione.

Quante “doxa”!

Ma chi siamo noi?

Chi siamo io e te che rincorriamo le “doxa” e le “aletheia”?

Una grande comitiva, una grande famiglia, un tutti insieme appassionatamente?

Che confusione epidermica!

Che striature sulla pelle!

Peggio del fuoco di sant’Antonio.

Necessariamente abbiamo litigato io e te

essendo infognati tra le “doxa” e le “aletheia”.

Questo è vero e giusto allo stesso tempo.

Ma un genitore tra me e te,

una madre in mezzo è disdicevole,

è immorale,

sta a guardare,

fa la voyeur,

fa male all’equilibrio mentale.

A suo tempo io ho detto e ti ho parlato.

Uomo avvisato è mezzo salvato.

Donna salvata non è stata mezza avvisata,

conosce la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità,

ha certezze.

Senza la fobia di spazi vuoti,

senza fuochi d’artificio,

i miei occhi non reggono i lampi

e si perdono in un palazzo veneziano,

antico e austero,

con stanze grandi,

con grida soffocate,

con urla inibite.

Gli specchi riflettono i soffitti alti del settecento

e nasce l’idea di traumi consumati nelle alcove e nei giardini,

idea paurosa dei primi tempi della mia vita

quando dovevo ritirarmi nelle mie stanze

per la paura che le porte si aprissero

costringendomi al coraggio di vedere camicie di forza e armature

al posto di un erotico body a losanghe

che lascia trasparire i capezzoli, l’ombelico e i peli del pube.

Quanta tensione!

Il mio stomaco adesso ha la gastrite,

bruciori intensi causati da involontari danni.

Non so, è tutto così strano!

E’ così strano sapere le verità fino a un certo punto

senza dover render conto a nessuno.

Nessuno che ti dice “redde rationem”

e alla fine la mia libertà va a finire tra le corna

che tu mi fai con tua madre.

Tutto va a finire in merda.

Che senso estetico!

Che chic!

Io danneggio tutto quello che tocco,

per cui rovinerò anche il tuo paltò di montone affumicato

e anche i miei ragionamenti oculati,

sconvolgendo i soggetti per restare sul vago

e lasciando i predicati sul fatuo, sull’effimero, sull’assente.

La verità è che tu e tua madre avete da tempo rovinato tutto.

Adesso è troppo tardi

e io ho altre cose più importanti da fare.

Le rinunce sono dei santi

e io, invece, pecco “fortiter” e non credo “fortius”.

Io ti mollo insieme alla tua augusta genitrice.

Tu dirai che tutto sommato è meglio così

e che è colpa della mia natura puttana di femmina caliente

e nient’altro.

Tu non aggiungerai nulla di altro.

Io, domani, sciando sulle piste innevate di San Martino di Castrozza,

ricomincerò la solita vita

con la libertà e la sicurezza delle mie cose usate.

Salvatore Vallone

Pieve di Soligo, 23, 06, 1999

DEDICATO A LUCIA

Avrei potuto incontrarti in un luogo qualsiasi,

con te sarebbe sempre stata la Giudecca o Ortigia

isole sospese in un miraggio,

mentre vanno lentamente alla deriva.

Eri un’isola anche tu,

avvolta nella luce del tuo sguardo

che decifrava i segni e le parole

per poterli fissare sulla tela,

tu che eri sempre sola in mezzo alle altre.

Hai sempre avuto il dono della visione.

Camminavi lungo la promenade,

lasciandoti alle spalle il Redentore,

le grandi chiese,

le orde di curiosi a bocca aperta

e lo sciacquio delle acque ferme,

mentre dentro di te capivi il mondo.

Non eri mai dove ti pensavo,

eri altrove,

nel tuo antro pieno di tele e di sogni.

Mi spogliavo degli abiti

e posavo davanti a te.

Il corpo perdeva la sua forma

e si trasformava in un disegno.

Rinascevo con nuove vesti

a coprire parole sciupate in rime semplici

come cuore-amore.

Non mi hai mai svilito,

mi hai dipinto

perché mi guardassero al di fuori della grande vetrina dei like.

Lo sanno?

No,

non lo sanno.

Lo so io

e vorrei tanto essere l’uomo della mia Lucia di Siracusa

anche qua,

in questa immobile Giudecca settembrina.

 

Sava

 

Carancino di Belvedere, 10, settembre, 2021

 

 

I MIEI OTTO FIGLI

TRAMA DEL SOGNO



Questa notte ho sognato una collega che era incinta ed aveva già 8 figli e questi figli erano frutto, i primi tre di un ex marito e gli altri di rapporti con uomini con i quali si era prostituita.

Inoltre, ho sognato un collega (nella realtà deceduto a febbraio) che vendeva gioielli, tra i quali, però, non avevo trovato nulla di mio gradimento da acquistare.”



Nancy



DAL SOGNO ALLA POESIA



Questa notte ho sognato una collega che era incinta ed aveva già 8 figli e questi figli erano frutto, i primi tre di un ex marito e gli altri di rapporti con uomini con i quali si era prostituita.”



Quanti figli ho desiderato sin da bambina!

Quanti figli ho avuto nella mia quasi consapevolezza!

Ho iniziato con Lui,

il primo uomo della mia vita,

mio padre,

e sono andata avanti fino a contarne otto,

otto di tanti e tanti di otto.

Chissà quanti,

ma tutti figli degni di tanta madre!

A volte ero io,

a volte era lei,

a volte con te,

a volte senza di te,

a volte con tutti otto

e più qualcuno che non c’è.

Così funziona il sogno

anche se non vi pare.

Quanti amori ho vissuto!

Quanti figli ho desiderato da te,

da lui,

da lei,

dall’altro,

dall’altra,

dall’altro e dall’altra ancora,

dalle rose di maggio gialle e scarlatte,

dalle mille movenze sinuose dell’anima monella,

dalle mille volute voluttuose del corpo birichino.

Ma i figli sono figli,

sono sempre e soltanto delle Madri,

quelle che hanno la gatta dentro e sempre in moderato calore,

in andamento lento e adelante cum judicio,

quelle che a Napoli gridano in teatro e nei vicoli “i figli sò figli”,

quelle dell’equazione esistenziale di Edoardo e Titina,

i De Filippo,

quelli del quartiere Chiaia negli anni quaranta,

quelle prostitute del tempio come donna Filumena,

la Marturano di via san Liborio nel quartiere di Montecalvario,

le Madri della bambina dentro che chiede di essere accudita,

quelle bambine madri che credono ancora nelle favole antiche,

nella favola bella del fiore di cavolfiore,

del fagotto della cicogna,

della stella caduta dal cielo,

della stella cometa con la coda ritorta,

di tutto quello che illude,

o Nancy,

di tutto quello che incanta,

o Nancy,

mia cara Nancy.

L’amore di una madre si fa per amore,

per un giglio rosso e vermiglio destinato alla croce,

per un figlio dolce e giocondo

con un nastrino azzurro per l’uccellino,

per una figlia dolce e graziosa

con un nastrino rosa per il fiorellino,

per un figlio o una figlia dolci e preziosi

con un nastrino arcobaleno.

Ma i figli sono e restano delle Madri.

E’ proprio vero

che ogni scarafone è bello a mamma soia,

è proprio vero

che in qualsiasi latitudine della nostra palla di vetro infranto

le signore della Vita e della Morte filano,

ricamano,

recidono.

Il tuo è un desiderio d’amore di mamma,

di grande mamma,

mia cara.

Ci vuole un rapporto con un uomo che non significat,

ci vuole un fiore o un cavolo nell’orto del vicino,

ci vuole una cicogna che viene da lontano

e placida si posa

sui tralicci dell’alta tensione per fare il nido

lungo l’autostrada che da Sirakaos porta a Catania e viceversa,

sui desideri delle stelle sospese nel cielo di sempre,

sui bianchi pensieri che l’anima schiudono novella,

sulla favola bella che ieri t’illuse,

che oggi t’illude,

oh Nancy.



Inoltre, ho sognato un collega (nella realtà deceduto a febbraio) che vendeva gioielli, tra i quali, però, non avevo trovato nulla di mio gradimento da acquistare.”



Hanno ammazzato Ouranos.

Gea ha ucciso Ouranos.

La Terra si è liberata del Cielo stellato.

Era stanca di essere ingravidata di bello e di brutto,

di giorno e di notte,

di essere avvolta nell’ambiguo cellophane di un amplesso,

di essere indotta nell’ambiguo malanno

di uno scarno “parecete femina che te dopere”.

I Padri sono morti.

Le Madri hanno ucciso i Padri.

Vendevano gioielli alle bambine

e seducevano le donne procaci nel fiore della giovinezza

con la promessa di una lauta ricompensa.

Le donne di Dioniso hanno sbranato Narciso,

hanno fatto a pezzi Orfeo,

si sono messe in un corteo osceno e moderno,

hanno bevuto e cantato per tutta la notte insieme a Lilith,

non sono mai arrivate a Samarcanda,

hanno gridato a squarciagola “vieni avanti Satana”.

Al primo sorgere del sole,

all’alba,

quando il cielo s’imbianca,

quando l’aere è terso,

hanno divorato le misere e vane membra dei maschi

che altre donne avevano a suo tempo ben impastato

con zucchero e cannella,

con petali di rose e fragole di giardino.

Che stranezza è l’amore!

Che balorda è la vita!

Ma io sono e rimango Nancy.

Io basto a me stessa.

Non vado al mercato del mercoledì in Oderzo

a comprare le pulci che saltano,

a spulciare il cimelio antico e ammuffito di nonna Matilde,

a odorare il gambero surgelato e asettico delle Marianne.

Io non voglio una notte di luna piena

per abbandonarmi a un povero uomo,

neanche il venticello sottile

che da ponente spira sulla pelle accaldata d’estate e d’inverno,

io non sono affaticata da Eros

per il bisogno di sopravvivere insieme all’umano gregge.

Io non ho studiato Darwin,

io non voglio un uomo,

io basto a me stessa

e alla compagnia cantante di musicanti

che ancora affascina e turba i miei congedi diurni

e le mie sortite notturne

con le litania arabe,

con l’oppio dei popoli afgani,

con le chimere del tempo che fu,

con le chiappe al silicone e al vento del tempo che è.

Io ho viaggiato dentro e fuori,

ho saputo di me,

ho saputo degli altri,

ho intessuto i miei sogni uno ad uno in un drappo di Damasco,

sono cresciuta dentro e fuori,

al sole e al vento.

Ora so della bambina che mi vive dentro,

della donna che ha bisogno di cure e premure,

di grazie e bellezze,

di arte e creanza.

Je m’en fous degli effimeri gioielli che pendono,

che pendono come la torre di Pisa,

gingilli destinati a cadere al primo vento di scirocco.

Dell’altro io non m’innamoro più.



Salvatore Vallone



Carancino di Belvedere 04, 09, 2021

ETERORITRATTO

“Come sei bello
con i grandi occhi circassi,
benevoli e insieme furenti,
le labbra piene di carne e parole,
il viso d’argilla aperto al sole,
la barba antica come una statua greca.
Come sei bello,
profumi di rosmarino della memoria.”

Io non sono questo,
io sono l’Altro,
io non sono io
e tanto meno il mio linguaggio.
Il linguaggio non è mio,
è dell’Altro,
è sempre dell’Altro.
Benvenuto mio Altro
visto che io sono il linguaggio dell’Altro.
Ma se io sono il linguaggio dell’Altro,
tu,
mia numinosa concubina,
sei la Maja vestida e desnuda
che non ha consapevolezza dei suoi vizi e delle sue virtù,
come dei suoi abiti e dei suoi costumi,
i suoi boni mores,
disconosci il tuo Verbo,
sei muta come una campana senza campanile e senza sacrestano,
non profferisci parola
come il bambino contenuto nella mamma freezer di Bettelheim,
il superstite incallito dell’olocausto,
l’ebreo errante al di sopra della vita e della morte,
tu sei l’Afrodite cnidia
che confonde il coniugale con il congiuntivo
avvolta nel suo marmo pentelico.
Tu vuoi un Io
che non abita più qui.
Quell’Io che tu cercavi,
adesso ristagna in Grecia,
presso la fonte di Pirene nell’antica Corinto.
Si chiama Narciso.
Questi è colui
che fece il gran rifiuto,
il disdegno superbo della bellissima Eco,
la povera ninfa senza voce
che ancora invoca il suo perduto amore
annegato nella fonte della vanità,
alle radici delle vanità,
tra le vanitas vanitatum della fonte Aretusa
nell’isoletta di Ortigia
che ancora mena vanto del suo splendore
tra l’incuria e l’indifferenza degli indigeni.
Narciso è morto,
Narciso si è ammazzato con il pugnale,
Narciso si è annegato nella fonte,
Narciso non c’è più.
Narciso è autospirato
mentre Eco ruffiana intratteneva Era
per lasciare Zeus scopare a destra e a manca
le dee e le ninfe,
le capre e i cavoletti di Bruxelles,
i cigni e le anatre all’arancia,
le mucche e le salsicce di Longo & Attardi
presso I Piaceri della carne della mia Belvedere,
del mio vallone Carancino
dove Anapo pose la sua vergogna di fiume innamorato.
Ma Era la punì.
Era le tolse il verbo,
le parole,
l’uso e l’abuso delle parole,
la condannò a ripetere soltanto le ultime sillabe
delle parole degli altri,
quelle che sentiva per caso
e che poteva cavalcare al volo
per dire a Narciso mille volte “quanto ti amo”.
“…to …i …mo”,
“…to…i…mo!”.
Ma il linguaggio era dell’altro.
E allora,
Eco implora:
“dammi le tue ultime parole
raccontandomi la storia bella di un uomo e di una donna
che si amano senza parole
dopo le ultime parole raccattate nell’agorà di Atene.”
Eco piange e si prosciuga.
Di lei resta la voce
che echeggia nelle gole dei monti Iblei,
quelli del buon miele di zagara e di gaggia,
e nelle colline di Pieve di Soligo,
quelle delle viti di Prosecco,
dei mille veleni che oggi abitano
dentro un buon bicchiere di vino dalle micidiali bollicine.
Questa è la vendetta di Nemesi:
innamorarsi di se stessi,
non mangiare,
non bere,
dipendere,
straziarsi,
morire,
per lasciare ai posteri uno splendido fiore,
il fior di Narciso per i capelli di tante splendide Eco.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 22, 03, 2021

SULLA MEMOPAUSA

L’universo psicofisico femminile incorre nella sua evoluzione in un drammatico processo di perdita della fertilità e matura naturalmente una crisi, sempre evolutiva, riesumando quel “fantasma depressivo” elaborato e incamerato sin dal primo anno di vita e rinforzato nel corso della formazione psichica in base alle modalità originali di viversi e di vivere le varie esperienze.
Essendo un processo biologico, importante anche nella sua drasticità, la Psiche femminile è costretta a reagire in maniera altrettanto decisa e istruisce i “meccanismi di difesa” atti alla risoluzione della crisi psicofisica scegliendoli naturalmente tra quelli più idonei e secondo la “organizzazione psichica reattiva” maturata: struttura psichica in atto e sempre in evoluzione.
La “razionalizzazione” e la “sublimazione” sono i meccanismi psichici di difesa dall’angoscia più ricorrenti e meno dolorosi. La perdita del potere femminile di procreare, madre, esige una compensazione psicofisica adeguata e una riformulazione della vita erotica e sessuale, femmina. Paradossalmente la donna acquista una migliore “coscienza di sé” in questo momento di crisi. Liquidato definitivamente il lutto delle mestruazioni, la donna si colloca nei riguardi del maschio in maniera autonoma e competitiva, tirando fuori schemi mentali e valori culturali, virtù e tendenze, tratti e profili che in passato erano rimossi o abbozzati. Costretta all’evoluzione la donna si rivolge al maschio con la giusta pulsione aggressiva, ritenendolo anche la causa della sua parziale realizzazione in altri ambiti e della sua relegazione in settori socio-culturali ristretti.
Esemplifico i meccanismi di difesa della menopausa.
Il “fantasma di perdita” è depressivo e l’angoscia intrinseca si può risolvere secondo i seguenti processi e meccanismi.
La “rimozione” non funziona bene dal momento che l’evidenza della perdita della fertilità vince sulla parziale dimenticanza.
La “regressione” e la “fissazione”, il passaggio da uno stadio evoluto e in atto a uno stadio precedente (orale, anale, fallico-narcisistico, edipico e genitale), è spesso usato ed è pericoloso.
“L’isolamento”, scissione dell’angoscia di perdita dalla consapevolezza, è ricorrente ed è pericoloso.
La “razionalizzazione” del carico emotivo, è auspicabile e completa l’opera di consapevolezza in base al “principio di realtà”.
La “razionalizzazione” patologica, “intellettualizzazione”, formare un delirio paranoico, è pericolosa e rara.

“L’annullamento”, convertire l’angoscia in maniera accettabile tramite un rito o una sequela di azioni, è possibile.
Il “volgersi contro il sé”, vivere la perdita come espiazione di un senso di colpa, è frequente.
Lo “spostamento”, traslare l’angoscia dalla menopausa ad altro oggetto, è frequente.
La “formazione reattiva”, convertire l’angoscia in un sentimento positivo, è possibile e ricorrente.
La “messa in atto”, reagire all’angoscia con l’azione, è frequente.
La “sessualizzazione”, reagire all’angoscia con un investimento di libido ossia accrescere la vita sessuale, è possibile.
La “sublimazione”, conversione benefica e socialmente utile dell’angoscia, è frequente.
Questa sintesi meriterebbe un approfondimento e mi riprometto di tornare su questo delicato argomento.
Bisogna ribadire che alla menopausa le donne reagiscono soprattutto in base alle “organizzazioni psichiche reattive” che hanno evolutivamente maturato.
La “orale” tende all’isteria, converte l’angoscia di perdita secondo l’ordine affettivo ed emotivo.
La “anale” tende al sadomasochismo e converte l’angoscia di perdita in un danno da infliggere e in una colpa da espiare.
La “fallico-narcisistica” tende all’auto-gratificazione e converte l’angoscia di perdita in una forma di potere e di privilegio.
La “edipica” tende alla conflittualità e oscilla tra l’accettazione della perdita e la ribellione a un evento vissuto come ingiusto.
La “genitale” tende all’accettazione realistica e converte l’angoscia nella consapevolezza e nell’utilità che la situazione biologica comporta.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 07, 2020

VOCI DI DONNE

Tutto il mio tempo,
tutto,
aperto ai flutti delle mie parole.
Entro nel mare della mia forza generativa
assieme a ogni donna degna dei miei versi
e ieri o oggi sono solo semantica.
Siamo eterne vergini suicide,
sognate e sognanti,
addormentate al suono di una canzone d’amore.
Rifletto la mia ombra dentro di noi,
cerco l’opposto e trovo uno specchio,
un continuo desiderio di fuga mi distrae.
Lo spirito irrequieto della libertà serpeggia nel labirinto delle mie vene
e tutto è perduto
e riavuto
e ripetuto nel mio incessante bisogno di conquista.
Per me è sempre amore,
solo amore,
un ossimorico splendore del desiderio.

Sabina

Trento, 20, maggio, 2021

LE STIMMATE

TRAMA DEL SOGNO – CONTENUTO MANIFESTO

“Buongiorno Salvatore,
volevo raccontarti il mio sogno, non è uno dei miei soliti sogni strani, ma, visto che ieri è stata una giornata tanto serena, mi sembrava strano che avessi fatto questo sogno.
Stanotte ho sognato che mi tagliavo per sbaglio i palmi delle mani mentre cucinavo.
Usciva un sacco di sangue, erano tagli profondi, se non sbaglio tre e addirittura vedevo un tendine fuori, che avevo urgenza di rimettere dentro la mano, ma la mano era stata già medicata e sapevo che, se avessi mosso qualcosa, avrebbe ricominciato a sanguinare.
Ho avuto una notte agitata in cui mi svegliavo di continuo, quindi non ricordo bene il tutto.
Ricordo che preparavo il brodo di carne con il mio ragazzo, per lo più ero io a cucinare, come accade di solito nella realtà.
Nel brodo ci mettevo cose rimaste, pezzi di impanate e ricordo che dovevo mettermi da parte delle uova, così come aveva fatto mia sorella, anche se comunque di uova ce ne erano tantissime perché mia sorella le aveva ricomprate.”
Questo è il sogno di Ambra.

INTERPRETAZIONE DEL SOGNO – CONTENUTO LATENTE

“volevo raccontarti il mio sogno, non è uno dei miei soliti sogni strani, ma, visto che ieri è stata una giornata tanto serena, mi sembrava strano che avessi fatto questo sogno.”

Non esistono “sogni strani”. I prodotti onirici sono frutto delle nostre esperienze psichiche pregresse e in atto, sono elaborati dai “processi primari” e, in particolare, dai “meccanismi psichici di difesa” della “condensazione”, dello “spostamento” e della “figurabilità”. La loro natura poetica e libertaria li rende “strani”. Proprio perché era “una giornata tanto serena”, la Psiche di Ambra ha potuto elaborare materiale affluito dal “resto diurno” senza alcuna resistenza: un pensiero o un ricordo o un fatto del giorno precedente che ha evocato in libera associazione esperienze psichiche pregresse e ancora in circolo.
Niente di strano, cara Ambra, ma tutto regolare.
In sintesi , il tuo sogno verte sul “narcisismo” in versione sacrificale e adeguatamente composto ed evoluto in versione costruttiva, tratta della sessualità procreativa nella forma del “sangue e delle uova”, nonché sul “sentimento della rivalità fraterna”: un sogno direttamente proporzionale al trionfo della giovinezza femminile con associate le paure e le angosce sui vari temi.
La funzione onirica dirà tutto nel suo linguaggio apparentemente dimenticato.

“Stanotte ho sognato che mi tagliavo per sbaglio i palmi delle mani mentre cucinavo.”

Ambra presenta subito la sfera affettiva e relazionale, “mentre cucinavo”, nonché la sua sfera psichica sacrificale, quasi cristologica, “mi tagliavo i palmi delle mani”. “Per sbaglio” equivale a una revisione del senso di colpa in questa dimensione psichica che tratta i conflitti del sentimento e dell’investimento di “libido”, la vita affettiva e relazionale come detto in precedenza. E in questa dimensione così privata Ambra esibisce a chiare lettere i “segni” della sua elezione, della sua predilezione verso se stessa, del suo “narcisismo”, le “stimmate”, la sua individualità nella versione ricorrente di un segno nella carne che ne manifesta l’eccellenza e il valore. Pur tuttavia, trattandosi di “narcisismo”, Ambra è un’eroina negativa da tragedia greca che si sacrifica per la vita e la vitalità affettive. Ambra ha elaborato nella sua infanzia il “fantasma” narcisistico nell’immagine di una bambina eccellente ed eccezionale, dotata di un forte amor proprio che non disdegna il culto di sé e l’affermazione della sua superiorità e sempre in un ambito familiare ed affettivo. La “posizione psichica orale”, primo anno di vita, e la “posizione narcisistica”, quarto anno di vita, hanno esaltato la “posizione anale”, secondo e terzo anno di vita, con il sacrificio di sé per amore, la classica sintomatologia cristologica della morte per la salvezza del prossimo più vicino. Il senso di colpa ha un ruolo importante nell’infondere energia e sostanza a questa travagliata, quanto naturale, psicodinamica. Siamo e restiamo in un ambito evolutivo di formazione psicofisica.
Procedere nell’interpretazione del sogno di Ambra ha un suo gusto, alla luce della complessità dei temi condensati, spostati e rappresentati dal “lavoro onirico”.

“Usciva un sacco di sangue, erano tagli profondi, se non sbaglio tre e addirittura vedevo un tendine fuori, che avevo urgenza di rimettere dentro la mano, ma la mano era stata già medicata e sapevo che, se avessi mosso qualcosa, avrebbe ricominciato a sanguinare.”

Il bisogno di affermazione e di esibizione, la pulsione narcisistica, è direttamente proporzionale alle esigenze affettive di dare e di ricevere. Il “sangue” è archetipo della Vita e dell’energia vitale, la “libido” nella sua accezione globale, per cui la perdita di “un sacco di sangue” da un lato attesta di quest’angoscia di devitalizzazione e dall’altro lato del forte bisogno di richiamare l’attenzione del prossimo circostante. I “tagli profondi” rievocano anche angosce di deflorazione classiche dell’infanzia, erano tanti e cruenti nell’evidenziare il “tendine”, così come i bisogni di riparazione e di ripristino dell’equilibrio psicofisico turbato erano altrettanto urgenti, per cui Ambra reagisce riformulando la rete delle relazioni affettive in base all’equilibrio migliore possibile alle condizioni date, evidenziando notevoli capacità di leggere le situazioni e le persone e di sapersi adattare. L’evitamento del protagonismo iniziale di stampo narcisistico si evolve nell’intuizione delle psicodinamiche relazionali e nella messa in atto delle strategie idonee al mantenimento dell’equilibrio psichico personale e del gruppo di appartenenza. Resta, in ogni caso, l’esaltazione della “libido narcisistica” al fine di rinforzare l’Io e la “organizzazione psichica reattiva ed evolutiva”, la struttura, e di disporre di energie funzionali alla loro crescita e prosperità. L’intelligenza operativa di Ambra è evidente in “sapevo che, se avessi mosso qualcosa, avrebbe ricominciato a sanguinare.” Ambra bambina e adolescente ha saputo adattarsi all’aspra conflittualità delle psicodinamiche in atto e ha reagito istruendo le difese narcisistiche che ha successivamente superato con una migliore presa di coscienza. Nel comporre se stessa si è riconciliata con l’ambiente stabilendo le relazioni migliori per sopravvivere. La valenza narcisistica e la valenza affettiva-relazionale si inseguono e si susseguono sotto la spinta del “sentimento della rivalità fraterna” che è sempre dietro l’angolo e rende il sogno complesso nelle interazioni e ricco di vissuti, a testimonianza della fervida attività della Fantasia di Ambra, meglio dei suoi “processi primari”.

“Ho avuto una notte agitata in cui mi svegliavo di continuo, quindi non ricordo bene il tutto.”

“La notte agitata” si spiega proprio con la complessità interattiva dei “fantasmi” e dei simboli, delle paure e delle angosce, dei bisogni e dei desideri. Ambra oscilla tra il sonno e la veglia, ma, in effetti, l’intensità nervosa è misurata dal mescolarsi del “contenuto latente” e del “contenuto manifesto” del sogno. Se il “lavoro onirico” di camuffamento dei vissuti, messi in gioco nel sonno involontariamente da Ambra, funziona, allora il sonno è profondo e le tensioni sono ridotte al minimo sindacale. In caso contrario, il prezzo da pagare è l’agitazione e il risveglio immediato con incubo incorporato per coincidenza del “contenuto latente” e del “contenuto manifesto”: la “censura onirica” non ha funzionato. Il mancato ricordo del “tutto” è dovuto sempre al camuffamento dei vissuti originari nei simboli e nella loro interazione poetica. Insomma, Ambra è agitata per la qualità umana del materiale che sta sognando e per il duplice registro in cui creativamente lo sta inserendo: l’affettivo e il sessuale.

“Ricordo che preparavo il brodo di carne con il mio ragazzo, per lo più ero io a cucinare, come accade di solito nella realtà.”

“Lupus in fabula”. Questo è il registro sessuale. Ambra si ritrova in piena fusione attiva con il suo “ragazzo” a preparare un “brodo di carne”, un alimento che contiene l’affettività e i sentimenti, ma che ha soprattutto una valenza proprio carnale nella liquidità degli umori e nell’iniziativa del desiderio femminile. Ambra è una donna attiva e fattiva che agisce senza alcuna remora psichica e culturale, gestisce la relazione affettiva ed erotica sessuale con disinvoltura e coglie con precisione i termini neurovegetativi dell’eccitazione e della lubrificazione vaginale: “il brodo di carne” per l’appunto.

“Nel brodo ci mettevo cose rimaste, pezzi di impanate e ricordo che dovevo mettermi da parte delle uova, così come aveva fatto mia sorella, anche se comunque di uova ce ne erano tantissime perché mia sorella le aveva ricomprate.”

Il “brodo”, “i pezzi di impanate”, le “uova” e “mia sorella”, quest’ultima molto provvida nel ricomprare le uova e nel non rimanere senza, questi sono i “quattro elementi psichici” che interagiscono nel finale del sogno di Ambra, dopo che la nostra ex eroina ha abbandonato le “stimmate”, i segni sulla carne diventati inutili nel momento in cui si relaziona con l’esterno e commisura il suo valore nel confronto con gli altri e nell’esibizione delle sue doti. Questi “quattro elementi psichici” sono tenuti insieme dal “sentimento della rivalità fraterna” e dallo spirito di competizione al femminile. Ambra ha maturato un vissuto ambivalente nei riguardi della sorella, un sentimento fatto di affetto e avversione, di autonomia e dipendenza, di complicità e diffidenza. Il tutto rientra nella norma assoluta, così come tutta la psicodinamica del sogno di Ambra, ma viene sviluppato in maniera personale. L’oscillazione tra sessualità e affettività si mostra nel finale attraverso la lubrificazione vaginale, l’affettività, la fertilità e la competizione, i “quattro elementi psichici” di cui si diceva in precedenza. Ambra si identifica nella sorella e nella sua fecondità, la vive come una donna che sa prevedere e provvedere in riferimento al menage affettivo ed erotico, nonché sessuale. La sorella è stata una maestra e un esempio da imitare non soltanto nella vita e vitalità sessuale, ma anche nella sfera affettiva. Spesso le sorelle si educano reciprocamente nei temi scottanti della vita sessuale e della crescita psicofisica. Ambra ha trovato nella sorella una guida a cui affidarsi e da cui diffidare per amore della propria autonomia e differenziazione.
In sintesi il sogno “strano” di Ambra sviluppa all’interno della cornice del “sentimento della rivalità fraterna” la psicodinamica evolutiva della vita sessuale con particolare riferimento ai doni dell’essere femminile, l’eccitazione e la fertilità, la disposizione e la fecondità. La figura maschile è marginale e attesta del gradimento di Ambra di viverla in una “posizione psichica narcisistica”, senza tante dipendenze e altrettante sottomissioni. Ambra mostra il suo culto nei riguardi dell’autonomia, del “far legge a se stessa” negli affetti e nella sessualità, trovando nella sorella un riferimento ambivalente di evoluzione psicofisica. Non dimentichiamo che Ambra si tagliava i palmi delle mani mentre cucinava, ossia nell’esercizio degli affetti e dei sentimenti.
Un ultimo inciso teorico è opportuno sulla tematica universale delle “stimmate”. Sono “segni” sul corpo ottenuti per via fantasmica come nel sogno, “signa”, funzionali all’identificazione e all’identità psichiche. Sono, infatti, risoluzioni della problematica evolutiva in associazione alla “posizione edipica”, la conflittualità con le figure genitoriali. Quando nella triade padre-madre-figlia quest’ultima immette un senso di colpa, avviene la rottura dell’equilibrio relazionale, per cui, sempre la figlia, regredisce e ricorre alla “posizione narcisistica” rafforzando in maniera abnorme l’Io e secondo le linee della colpevolizzazione. Le “stimmate” sono proprio una identificazione colpevolizzata e una identità all’uopo sacrificale, un segno nella carne che è molto difficile ottenere come somatizzazione della pulsione psichica nella realtà di tutti i giorni.
Mi spiego meglio.
Quando nella realtà ci imbattiamo nelle stimmate di una persona che si ritiene a suo modo eletta, bisogna rilevare che è impossibile che la Psiche procuri una somatizzazione di così forte intensità e consistenza. Insomma le “stimmate” non rientrano nella Medicina psicosomatica, ma si addebitano all’azione diretta della persona che intende procurarsi un segno visibile e ultraterreno di elezione. La cosa non è tanto salubre.
Questo è quanto e tanto di più di quel che è dovuto a un sogno apparentemente “strano”.

 

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 11

Tu ne quesieris…

Tu ne quaesieris, scire nefas, quem mihi, quem tibi
finem di dederint, Leuconoe, nec Babilonios
temptaris numeros. Ut melius, quidquid erit, pati!
Seu plures hiemes seu tribuit Iuppiter ultimam,
quae nunc oppositis debilitat pumicibus mare
Tyrrhenum, sapias, vina liques et spatio brevi
spem longam reseces. Dum loquimur, fugerit invida
aetas: carpe diem, quam minimum credula postero.

VERSIONE LETTERALE

Tu non cercare…

Tu non cercare, il sapere non è lecito, quale a me, quale a te
fine gli dei hanno dato, o Leuconoe, non provare
i calcoli babilonesi. Al meglio, qualunque cosa accadrà, sopporta!
Sia che Giove ha dato parecchi inverni o come ultimo
questo che ora affatica il mar Tirreno tra le opposte scogliere,
sii saggia, mesci i vini e in uno spazio breve
taglia una lunga speranza. Mentre parliamo, sarà fuggito il tempo
invidioso: cogli il momento, quanto minimamente fidente nel futuro.

VERSIONE LETTERARIA

Carpe diem

O Leuconoe, non chiedere anche tu agli dei
quale destino hanno riservato alla nostra vita
perché è impossibile saperlo
e sarebbe come ricercare un senso logico
nei calcoli astrali dei Caldei.
Credimi, è meglio rassegnarsi,
sia se Giove ci concede ancora molti inverni
e sia se l’ultimo è proprio questo
che infrange le onde del mar Tirreno
contro l’argine delle scogliere.
Pensaci bene! Versati un po’ di vino
e soltanto per un breve tempo
concediti l’illusione di una speranza.
Mentre noi parliamo, il tempo impietosamente è diventato passato.
Godi l’attimo e non affidarti assolutamente al domani.

COMMENTO

Celebre e celebrata l’ode del “carpe diem” è stimata il capolavoro della poesia di Orazio; in essa i temi dominanti dell’Etica epicurea sono espressi in maniera lucida e sobria, essenziale e incisiva.
Il testo è dedicato a Leuconoe, la donna “dall’animo candido” o “dai pensieri ingenui”, in ogni caso una fanciulla preoccupata del domani a cui il saggio e maturo Orazio non lesina i suggerimenti più obsoleti e ricorrenti nella letteratura greca: Alceo, Saffo, Anacreonte, Bacchilide, Simonide, Mimnermo, Euripide, Epicuro.

Anacreonte

Frammento 44 D sulla morte.

“Le mie tempie son canute,
la mia testa è tutta bianca:
la gentile gioventù
è svanita, ho i denti vecchi:
poco tempo mi rimane
della bella vita ormai.
Così spesso mi lamento,
nel terrore di laggiù.
E’ terribile l’abisso
della morte, il passo è amaro.
Perché questa è verità,
che chi scende non risale.

Anacreonte

Frammento 69 D

Ho desinato con un pezzettino
Smilzo smilzo di focaccia;
ma di vino
ne ho tracannato un orcio fino in fondo;
e ora con la cetra
faccio la serenata alla mia bella.

Simonide

Frammento 6 D

“Uomo qual sei, non dire mai quel che domani sarà
né se vedi uomo felice, quanto durerà.
Di una mosca dalle lunghe ali
non è così veloce il volo.

Frammento 9 D

“Degli uomini scarso è il potere,
sono gli affanni vani;
dolore su dolore è la breve vita.
Su tutti uguale pende l’inevitabile morte:
i vili e i forti ugualmente l’hanno in sorte.

Saffo

Frammento 58 D

Morta tu giacerai,
ne più memoria sarà di te,
né rimpianto; ché non cogliesti
le rose della Pieria:
e ombra ignota anche nell’Ade
ti aggirerai,
tra scure ombre di morti
sperduta.

Bacchilide

Epinicio V 151 162

“Per un istante è ancora la dolce vita,
sentii venir meno le forze, oh misero,
dando l’ultimo respiro
piansi lasciando la bella giovinezza.”
Soltanto allora, come narrano,
l’impavido figlio di Anfitrione
bagnò gli occhi di pianto
lamentando la sorte dell’eroe infelice
e rispondendogli disse:
“Meglio per l’uomo non essere nato
E non vedere la luce del sole.”

Alceo

Frammento 39 D

Bisogna ubriacarsi ora, bere anche
se non si vuole, perché è morto Morsilo.

Frammento 90 D

Zeus manda pioggia. Un grande inverno
Dal cielo. Sono ghiacciati i corsi d’acqua…
E ammazzalo l’inverno. Butta fuoco,
mesci senza risparmio vino buono,
gira la lana morbida sul capo

Frammento 91 D

Non devi ai mali concedere l’anima.
a nulla giova soffrire e piangere,
o Bucchi. Far portare il vino
ed inebriarsi è il solo rimedio.

Frammento 104 D

Sì, il vino è per gli uomini uno specchio.

Frammento 94 D

Gonfiati di vino: già l’astro
che segna la grave stagione,
dal giro celeste ritorna,
e ogni cosa è arsa di sete.
e l’aria fumica per la calura.

Acuta tra le foglie degli alberi
la dolce cicala di sotto leali,
fitto vibra il suo canto, quando
il sole a picco sgretola la terra.

Solo il cardo è in fiore:
le femmine hanno avido il sesso,
i maschi poco vigore, ora che Sirio
il capo dissecca e le ginocchia.

Frammento 96 D

Beviamo. Le lucerne
perché attendiamo? Il giorno è solo un attimo.
Prendi, amor mio, le grandi,
le bellissime coppe variopinte.
Il vino, oblio dei mali,
diede il figlio di Semele e di Zeus,
ai mortali. Due parti
mescola d’acqua, una di vino; riempi
fin all’orlo il cratere.
Ed una coppa spinga l’altra giù.

Frammento 73 D

Bevi, bevi ed ubriacati,
Melanippo, con me. Credi tu forse,
quando varcato avrai
Acheronte, il gran fiume vorticoso,
credi tu che vedrai
la luce pura splendere del sole
un’altra volta? Amico,
non vagheggiare cose grandi mai.
Ma, pur saggio come era,
due volte, per volere della sorte,
il fiume vorticoso,
l’Acheronte, varcò; dolori immensi
il re figlio di Crono
laggiù gli diede da soffrire, sotto
la nera terra. Ma i pensieri tristi
scacciamo, finché giovani
siamo. Bisogna questa volta ancora
bere, e soffrire il male
che ancora voglia il dio farci soffrire.

Mimnermo

Frammento 2 D

Noi siamo come foglie, che la bella stagione
di primavera genera, quando del sole ai raggi
crescono: brevi istanti, come foglie godiamo
di giovinezza il fiore, né dagli dei sappiamo
il bene e il male. Intorno stanno le nere dee:
reca l’una la sorte della triste vecchiaia,
l’altra di morte. Tanto dura di giovinezza
il frutto quanto in terra spande la luce il sole.
Ma, quando questa breve stagione è dileguata,
allora, anzi che vivere, è più dolce morire.

Il poeta dissuade Leuconoe dall’interrogare gli astrologi babilonesi sul futuro che l’attende e le suggerisce la soluzione migliore di carpire alla fuga e alla rapina del tempo la giornata presente senza sperare in quell’ovvio domani che resta sempre affidato agli dei e depositato nel loro grembo.
Lo scenario più naturale dell’ode appartiene alla stagione invernale: il mare in tempesta e le onde che si infrangono sugli scogli a simboleggiare senza equivoci le ineffabili sofferenze della vita umana e l’ineffabile imprevedibilità di un destino situato tra scienza e magia.
In una formidabile sintesi poetica Orazio include molti temi: la fanciulla ingenua, la volontà degli dei, l’inesorabile scorrere del tempo, l’ineffabile destino umano, la vita e la morte, la saggezza dell’uomo maturo, la ricerca di un’impossibile coscienza di sé, il tabù della conoscenza, la mitica astrologia, la volgare superstizione, la necessaria rassegnazione, la passiva accettazione del progetto degli dei, la cosciente illusione delle speranze, la benefica panacea del vino, l’angosciante fugacità del tempo e la provvida soluzione del “carpe diem”.
L’ode muove da una circostanza immaginaria dal momento che non contiene indizi cronologici precisi che consentano una collocazione temporale plausibile. Del resto, l’angosciante tema della rapina del tempo appartiene alla “coscienza collettiva” insieme alle riflessioni logiche opportune e alle forti emozioni implicite, un tema che rientra nello “Immaginario collettivo” con tutto il corredo dei fantasmi psichici collegati all’angoscia della morte.
La concezione epicurea della felicità, la “atarassia” per l’appunto, ingiunge al comune e saggio mortale di vivere intensamente l’attimo e il tempo presente per eliminare le angosce del futuro e della fine; in quest’ode Orazio affida a otto intensi e concisi versi un messaggio atavico e obsoleto a testimonianza della sua capacità di elaborare e riproporre in poesia i classici temi filosofici intorno alla situazione esistenziale e ispirati alla morale corrente.
Nell’approfondire la fugacità della vita umana Orazio non esorta a vivere banalmente la quotidianità, ma a essere padroni di se stessi, estimatori delle gioie consentite agli uomini e consapevoli dei propri limiti. Questi temi ricorrono nella sua poesia come se fossero radicati nella dimensione psichica profonda del poeta e fossero stati oggetto nella sua adolescenza di una drastica e difensiva introiezione.
L’autocontrollo del poeta appare manifesto dentro un coerente e adeguato modello espressivo, un testo denso e privo di ridondanza, un procedere colloquiale, il tono e l’indeterminatezza elegante musicalità del ritmo creano un fascino autentico e un gioiello della lirica di ogni tempo.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 22, 02, 2021

DALL’EPISTOLARIO DI ANTONIA SOARES

LETTERA CHIUSA AL MIO DOTTORE

Ciao merda globale!
Sai,
mi viene familiare chiamarti così di questi tempi
e non certo per un senso di disprezzo o di distacco.
Tutt’altro!
Tu sai quanto sono legata a te nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
nella dipendenza e nella libertà,
in carcere e in Tasmania.
Per me tu sei un brutto stronzo soltanto per affetto,
per tanto affetto ben riposto e mal retribuito.
Adesso non ti dirò che ti amo,
ma è assolutamente vero
che io sono legata a te dalla gioia e dal dolore,
dalla salute e dalla malattia,
dalla dipendenza e dalla libertà,
dal carcere e dalla Tasmania.
Anzi, è assolutamente verissimo.
Io oggi sto bene.
A me sembra banale star bene
e soprattutto mettermi a scrivere quando sto bene.
Ma cosa significa star bene?
Significa forse non pensare in maniera arrapata?
Significa forse non sentirsi angosciati,
disperati dentro e dispersi tutt’intorno?
Allora sì, pezzo di merda, io sto abbastanza bene.
Io oggi posso dire di stare abbastanza bene.
Ma oggi è molto più difficile esprimermi,
oggi io mi sento tanto vuota e insignificante
al punto che non riesco a trovare le parole
per esprimere i miei pensieri,
le mie emozioni,
le mie fantasie,
i miei sogni a occhi aperti,
le mie fandonie,
le mie verità.
Oggi mi manca il delirio e la possibilità di delirare.
Tutto è diventato niente
o è sempre stato semplicemente niente,
uno zero assoluto,
un vuoto inconsistente,
un nulla mischiato con il niente.
Però oggi sto abbastanza bene.
Ma cosa significa questo niente?
Ma cosa significa questo zero assoluto?
Ma cosa significa questo vuoto?
Significa forse non avere pensieri tumultuosi in testa?
Significa forse non avere nessuno slancio emotivo
per le cose che mi stanno intorno?
Significa essere spenta?
Allora sì, amico mio, sono vuota,
sono spenta e sto abbastanza bene.
Ma io sono morta.
Per stare bene sono morta.
Io sono una morta che sta bene.
Partecipo alle attività del Centro diurno dei matti
e lo faccio con interesse e con piacere,
lavoro in una serra il sabato e la domenica
e lo faccio abbastanza volentieri
perché so
che poi con i soldini mi posso comprare le sigarette.
A volte dipingo
e la cosa mi dà soddisfazione.
Sono diligente,
riconosco il potere,
riconosco il padre e la madre,
il cane e il gatto,
la merenda e la colazione,
insomma,
ci sono anch’io.
Stringi stringi, le cose, caro dottore, mi vanno abbastanza bene.
Ma all’improvviso che succede?
Succede che un amico di vecchia data viene a ritirare
il modulo del censimento
e si mette a parlare con mia sorella di un libro di Coelho
che è appoggiato sopra la libreria.
La conversazione si arricchisce sempre più
e interviene anche mia madre.
Parlano di spiritualità,
di quella forza e di quella energia che sta dentro ognuno di noi
e che ci serve per andare avanti
perché l’uomo ha bisogno di un credo,
qualunque esso sia,
altrimenti la vita si fa invivibile.
E io?
Io niente,
io non ho detto una parola
e in quel momento mi sentivo così inadeguata,
così vuota,
così senza niente dentro,
senza niente da dare e da dire,
incapace di partecipare alla conversazione.
Eppure anch’io una volta avevo qualcosa dentro,
avevo un credo, seppur religioso,
un credo che si basava su un dio
che mi dava la forza e l’energia,
la sicurezza di pormi di fronte agli altri
e il coraggio di fare certe scelte.
Adesso niente,
adesso non ho niente
perché io voglio pensare di poter essere qualcuno
e qualcosa senza alcun dio,
di poter essere uno qualsiasi e una qualsiasi,
ma senza alcun dio.
Forse questa è follia,
forse questa è presunzione.
Sicuramente Lucifero ci cova.
Questi sono discorsi luciferini.
Chissà se l’uomo può essere qualcuno e qualcosa senza un dio.
Ma chi è Dio?
E’ forse un qualcuno e un qualcosa che sta al di sopra di noi
e dove possiamo canalizzare le nostre energie?
Dio è un ideale, un credo, uno scopo?
Questo stramaledetto scopo, che io non riesco a trovare nella mia vita,
può chiamarsi Dio?
Ne ho parlato con Carmelo,
ma lui a dio non crede più da tempo.
Allora gli ho chiesto
perché qualche volta segue la messa in tivù
e lui mi ha risposto che lo fa per nostalgia.
Da bambino credeva in san Nicolò
e adesso è diventato grande
e alle illusioni di san Nicolò non può più credere
e questo gli crea nostalgia.
Ma allora dove spostare il mio ideale,
il mio scopo,
ammesso che io ne abbia uno?
Io non ho energie da investire
perché sono ghettizzata in questa situazione psichiatrica
e da qui non ne esco.
Ho bisogno di spiritualità,
ambisco il mistico,
ma qui tutto è troppo concreto,
tutto è troppo presente,
tutto è troppo medicinale
e so
che soltanto così io posso vivere.
Ma così potrei anche morire,
morire dentro.
E allora?
Che faccio?
“Fottiti!”
Allora fottiti anche tu, brutto stronzo,
visto che io mi sono ormai fottuta da sola.

Salvatore Vallone

Venezia, 21, 10, 1986

QUINTO ORAZIO FLACCO

ODE I, 23

Vitas inuleo…

Vitas inuleo me similis, Chloe,
quaerenti pavidam montibus aviis
matrem non sine vano
aurarum et silvae metu.

Nam seu mobilibus veris inhorruit
adventus foliis, seu virides rubum
dimovere lacertae
et corde et genibus tremit.

Atqui non ego te, tigris ut aspera
Gaetulusve leo frangere persequor!
Tandem desine matrem
tempestiva sequi viro.

VERSIONE LETTERALE

Tu mi sfuggi…

Tu mi sfuggi simile a una cerbiatta, o Cloe,
che cerca la madre pavida per monti impervi
non senza una vana paura
dei venti e della selva.

Infatti sia che l’arrivo della primavera si increspò
per le foglie mobili, sia che i verdi ramarri
mossero il rovo,
tu tremi sia nel cuore e sia nelle ginocchia.

Ma io non ti inseguo, come una tigre feroce
o un leone Getulo, per sbranarti!
Finalmente matura per un uomo cessa
di seguire la madre.

VERSIONE LETTERARIA

A Cloe, la timida cerbiatta…

Cloe, tu mi sfuggi come una timida cerbiatta
che per monti impervi cerca impaurita la madre,
temendo il fruscio degli alberi
o il soffio del vento.

Una timida cerbiatta che trema nelle gambe e nel cuore
quando arriva la primavera
e ti desta un brivido se le foglie si muovono
o se i ramarri scostano i rovi.

Ma io non sono un leone getulo o una tigre selvaggia
e non ti inseguo per sbranarti.
Lascia la protezione di tua madre:
ormai sei una donna pronta per concedersi a un uomo.

COMMENTO

L’ode è complessa nella sua linearità formale e variegata nella sua brevità semantica.
Orazio si è sicuramente ispirato a un carme di Anacreonte di cui ci è pervenuto un frammento che permette di cogliere il senso e il significato della sintesi poetica da lui operata.
Anacreonte nel frammento 39 D descrive una giovane donna con i seguenti attributi:
“dolcemente come una cerbiatta giovane, lattante,
che la madre dalle grandi corna
ha abbandonato nella selva e si sbigottisce”.
Il poeta greco evidenzia in pochi versi la dipendenza della cerbiatta dalla figura materna e l’angoscia dell’abbandono; il termine “sbigottisce” è oltremodo significativo per evidenziare la degenerazione dello stato di coscienza all’interno di un’emozione dolorosa, un complesso di sensazioni struggenti che definiscono l’angoscia dell’autonomia e della solitudine.
Orazio, dopo aver ricalcato nella prima parte dell’ode la metafora del poeta greco, la cerbiatta per l’appunto, si distacca nella seconda parte elaborando il conflitto di Cloe tra la dipendenza fisica e l’autonomia psichica, la connivenza tra l’innamoramento struggente e la timidezza adolescenziale, l’oscillazione tra l’agilità del corpo e la grazia delle movenze erotiche.
Questi sono temi umani presenti anche nelle poesie di Alceo e di Saffo, autori greci nati a Mitilene, vissuti tra il VII e il VI secolo avanti Cristo, poeti a cui Orazio ha spesso attinto a piene mani.
Il frammento 94 D di Alceo recita in questi termini:
“Innaffiati le viscere di vino.
E’ canicola, la stagione dura,
tutto brucia di sete nella vampa,
strepita la cicala nel fogliame,
e piace…
Fiorisce il cardo.
Le donne marciscono di voglia, il maschio è esausto.
Sirio gli snerva il capo e le ginocchia.”
Nel frammento 114 D Saffo, la decima Musa, esprime in due versi l’ambiguo rapporto tra madre e figlia e il naturale desiderio erotico di quest’ultima.
“Mamma cara, non posso più filare.
Ho voglia di un ragazzo.
L’amore è così tenero.”
Convergendo nell’ode di Orazio si rileva nella parte iniziale il quadro delicato e compiuto, uno spaccato lirico intessuto da un abile gioco di sensazioni e da un flusso tormentato di sentimenti: la natura, il fruscio, il soffio, la madre, la solitudine, il tremore, la paura.
Nella parte finale Orazio si distacca dalla vena morbida di Anacreonte e si esalta in maniera autentica nell’ammonimento, apparentemente ironico, di affidarsi a un uomo, un invito ispirato da una partecipazione ai sentimenti della fanciulla e dalla coscienza delle drastiche deliberazioni oggettive del tempo: Cloe è pronta per amare un uomo o forse meglio per concedersi sessualmente a un uomo.
Cloe appare in alcune odi con diversi attributi caratteriali; ora è una donna tenera e timida, ora è una donna superba e presuntuosa, sempre una donna eroticamente appetibile.
Il nome deriva dal greco e si traduce “erba verde” o “tenero germoglio”, un chiaro simbolo dell’adolescenza e della procacità femminile; la similitudine con la cerbiatta coglie i tratti psichici essenziali della fanciulla Cloe, la ritrosia e la timidezza.
L’ode scorre delicatamente nella mirabile sintesi poetica ed è corredata di termini puntuali e oltremodo significativi nella loro pacatezza anche quando evocano aggressività come nella simbologia del leone getulo e dell’atto violento di sbranare.
La spicciola filosofia esistenziale di Orazio non concepisce l’amore come fonte di tormento semplicemente perché il turbamento non si addice in alcun modo al saggio, l’amore deve tradursi in un puro diletto e in una gioiosa espansione dei sensi, il piacere e la consolazione della vita alla stessa stregua del sapore inebriante di una coppa di vino o del profumo intenso di un fiore.
I versi di Orazio non contengono il bisogno struggente di un bieco possesso della donna, ma sono la sintesi psicologica di tanti amori assaporati dal poeta all’insegna del “carpe diem” e possibilmente secondo le linee della “aurea medietà” dei sensi e dei sentimenti.
Orazio non conferisce spessore psicologico alle sue figure femminili perché la loro conoscenza secondo i canoni culturali della sua epoca si ferma ancor prima che possa dar luogo a qualcosa d’imprevisto e di pericoloso.
Delle sue donne restano i nomi: Lidia, Clori, Glicera, Leuconoe, Galatea, Cloe ed altri ancora, nomi a volte talmente letterari da giustificare il sospetto che non si riferiscono a persone reali.
Di queste figure femminili resta nel poeta il ricordo di una passione più o meno tempestosa della quale a volte si compiace di essersi liberato o Soratte,almeno così vuol far credere o nella quale è rimasto piacevolmente invischiato e della quale desidera nostalgicamente la riedizione.
Resta anche qualche rapida pennellata con la quale Orazio ci restituisce il ritratto stilizzato e prezioso di una di quelle fanciulle senza nome che riscaldavano il suo cuore magari mentre contemplava le nevi del monte Soratte.
La timida e tenera Cloe era probabilmente una giovane contadina della Sabina dai capelli biondi.
In quest’ode è associata al pavido cerbiatto che ha smarrito la madre, in altre viene presentata come esperta nel canto e nel suono della cetra, in altre odi ancora viene data come una donna arrogante e insopportabile con cui non vivere e non morire.
In questa ode fondamentalmente Cloe è matura per l’amore sensuale e per concedersi eroticamente a un uomo in base ai gusti culturali del tempo che vedevano nell’adolescenza femminile la fase erotica più attraente e la fascia seduttiva più struggente.
Orazio non vuole spaventarla di certo, ma tenta con pacatezza nella sintesi dei versi di convincerla ad abbandonarsi ai piaceri dell’erotismo secondo le note poetiche di una musica delicatissima fatta di sensazioni impercettibili.
Un tema convenzionale e possibilmente volgare, la seduzione erotica di una fanciulla popolana da parte di un uomo maturo negli anni e disincantato nella sua esperienza di vita, si sublima nobilmente in una breve lezione di arte amatoria.

Salvatore Vallone

Carancino di Belvedere, 10, 01, 2021