I COMPITI SCOLASTICI NEL TEMPO DEL CORONAVIRUS

Gentile dottore,

la ringrazio per questa opportunità e le pongo subito il problema dei compiti da fare in casa. Ho due figli di dieci e di otto anni. Sono sempre annoiati e non fanno i compiti che tramite warzapp vengono comunicati. Come mi devo comportare e cosa devo pensare di questo loro comportamento? Mi risponda presto, perché per me è un grosso problema. Mio marito dice che poi passa. Viviamo in una casa di ottanta metri quadrati e stare insieme è diventato pesante.

Grazie ancora da Maria della provincia di Udine.

Cara Maria,

il problema principale è la salute psicofisica di tutti voi, genitori e figli, collaborativi e appartati, preoccupati e fatalisti. Siete chiamati a inventare di volta in volta come si può stare insieme in uno spazio ridotto e per un giorno intero e poi anche per quello che verrà, fino alla liberazione dalla costrizione fisica e dall’incubo dell’infezione. Bisogna stimolare la creatività e mettere in moto l’intelligenza operativa collettiva, la furbizia della famiglia, la somma delle vostre intuizioni valide per una buona convivenza.

Come si fa?

Tu hai visto che ognuno di voi ha trovato il suo posto e il suo ruolo, che insieme svolgete con piacere i riti quotidiani come la colazione, il pranzo e la cena, (lo scambio simbolico degli affetti tramite la condivisione del cibo), come la fruizione di un programma televisivo o la partitella a scopa o a tressette, a ramino o a burraco, o addirittura la lunga avventura del monopoli. Anche andare a dormire è un rito naturale e gradevole. L’andamento logistico della giornata sembra essere lo stesso di prima e di sempre, ma nel tempo del coronavirus acquista note diverse proprio perché la Vita è chiamata in causa in prima persona e il corpo rischia il contagio. Si vive con la spada invisibile di Damocle sulla testa. Tutti sappiamo che si è in pericolo e tutti reagiamo secondo la nostra formazione e organizzazione psichiche. In questo si è tutti originali e per questo motivo è necessario comprendersi e tollerarsi, amalgamarsi ed essere duttili. La tolleranza è la virtù sociale per eccellenza, è necessaria per la convivenza e per la civiltà ed è la condizione della libertà possibile. La duttilità è la virtù psichica necessaria in questi frangenti clinici di sofferenza. Il sentimento d’amore si veicola e si manifesta con queste virtù, la tolleranza e la duttilità. Sapere cosa succede a livello psichico in queste dinamiche individuali e sociali aiuta notevolmente a superare le difficoltà, le incomprensioni e le fatiche.

Cosa si scatena in questa convivenza forzata a livello di Psiche in tutti noi?

Soprattutto, cosa si scatena nei ragazzi, sempre in questo famigerato livello?

La clausura e la costrizione rientrano nella gestione del nostro “Super-Io”, l’istanza psichica che regola i divieti, le proibizioni, le imposizioni, le norme, tutto quel materiale psichico e sociale che sa di legge e di dovere, di limite alla potenza e all’onnipotenza. La dimensione psichica del “Super-Io” viene messa a dura prova in questa emergenza individuale e collettiva. Ognuno di noi, cara Maria, reagisce con la personale sensibilità al divieto, la propria tolleranza o intolleranza alle limitazioni e alle imposizioni. L’istanza “Super-Io” è coordinata dalla vigilanza razionale e realistica dell’Io e deve essere sempre tenuta sotto controllo dalle funzioni logiche, pena la soccombenza al peso del dovere o al bisogno del rifiuto della norma. In ogni caso non deve andare mai in crisi la funzione dell’Io che mette in equilibrio le spinte delle pulsioni e dei bisogni e le controspinte delle limitazioni e delle repressioni. Tutti indistintamente abbiamo a che fare con il nostro “Super-Io” e con la sua elasticità: quanto più duttile e diplomatico è, meglio si sopportano le congiunture limitanti e impositive. In questo drammatico presente storico e culturale la Psiche individuale e collettiva si deve attenere alle prescrizioni legislative semplicemente perché il fine della sopravvivenza supera qualitativamente qualsiasi ribellione alle imposizioni del “Super-Io” collettivo condensato nella Legge.

In questo drammatico contesto psicosociale la scuola può attendere dal momento che non è la priorità individuale e collettiva. Non bisogna sminuire il suo ruolo formativo, ma non bisogna amplificare la negligenza dei ragazzi nel fare i compiti assegnati per via telematica. Non si può fare buona scuola in questo modo anche perché manca il giusto rodaggio per questo cambiamento repentino della metodologia didattica. In questo assedio del coronavirus si può tappare un buco, ma quando la nave affonda servono i salvagenti e le scialuppe di salvataggio. L’essere chiusi in casa viene anche vissuto come una costrizione logorante per il blocco delle energie psicofisiche che comporta. Ognuno di noi si trascina dietro un peso e non sempre è confortato dalla necessità di reagire alla minaccia del nemico esterno. Non sempre le persone che trasgrediscono ai divieti delle leggi sono dei delinquenti o dei menefreghisti, spesso accusano i sintomi della claustrofobia, spesso reagiscono all’angoscia dell’inanimazione e dell’indeterminato psichico. Il Governo deve tener conto che il Popolo deve essere sempre motivato all’obbedienza per un fine superiore, ma deve calcolare che non lo si può trattenere per lungo tempo in angusti confini. L’iter psicosociale della tolleranza attraversa delle fasi ben precise e sul cui svolgimento ritornerò in un prossimo articolo.

Dopo i virologi saranno di turno gli psicologi, dopo che la paura di contagio e di morte sarà debellata nella realtà, toccherà alla Psicologia e alla Psicoterapia. A quel punto si spera che le angosce collegate a questa tragica esperienza siano di poco spessore, altrimenti la Psicoterapia sarà necessaria per il benessere della gente, per il ripristino degli equilibri psicofisici fortemente turbati. Dopo l’emergenza logistica si profilerà una emergenza più sottile e delicata, quella psichica. Finché la minaccia di contagio e di morte sarà forte e viva, la Psiche controllerà l’emersione dalla dimensione profonda dei nuclei delicati che tutti abbiamo elaborato e che ci hanno formato. Quando si allenteranno i cordoni della vigilanza, perché subentrerà la tanto auspicata normalità, la Psiche individuale e collettiva reagirà nel bene e nel male e allora sarà importante curare l’anima.

Mai paura, perché i disagi psichici non sono ignoti, come le azioni nefaste del coronavirus, e sono risolvibili.

In tanta disgrazia almeno questo ci consola.

I TE VURRIA VASA’

I te vurria vasà.

Io ti vorrei baciare,

ma non ho il coraggio di svegliarti.

Il cuore non mi dice di scetarti.

Io mi vorrei addormentare,

i me vurria addurmi,

vicino o ciatu tuio,

vicino al tuo respiro,

io vorrei,

i vurria,

ma non si può.

Facevo solo finta di dormire,

non te ne sei accorto?

Nessun petto nel sonno segue il ritmo del rubinetto che gocciola,

ti stavo aspettando.

Sento i tuoi occhi sul profilo di collina del mio fianco,

senza affanno il tuo respiro sulla mia schiena,

caldo come il vento del deserto in cui mi porti,

vorrei voltarmi e non dirti nulla.

Ma non posso rischiare che ti basti.

Dimmi come mi hai immaginata

mentre passavi l’inverno stretto nel tuo piumino d’oca chic,

offrimi un drink,

doma la mia superbia con la tua lingua ruvida di gatto.

Ti addormenti,

è il tuo modo di amare,

il ristoro del sonno al posto dell’azione.

Io resto a vigilare la cadenza irregolare dei tuoi sogni.

Se tu sapessi quanto vorrei baciarti

e baciarti

e baciarti

e riempirmi la bocca dei tuoi baci,

finché il mio destino si rivela.

Ma non si può.

La mamma non vuole,

ha detto di no,

altrimenti lo dice al papà

che direbbe di no,

che non si può,

che non si può.

Domani,

forse domani mi dirai ancora

i te vurria vasà

e allora il cuore ti dirà di svegliarmi

e di darmi quei mille baci

e gli altri mille che oggi non mi hai dato.

Carmela & Vincenzo

Napoli, martedì 24 del mese di marzo dell’anno 2020